Monete inedite dell'Italia antica/Testo

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Monete inedite dell'Italia antica Monete inedite dell'Italia antica
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MONETE INEDITE




CUMA in CAMPANIA.


Testa barbata e galeata rivolta a dritta.

Rov. ΚΥ. Conchiglia, arg. 2, tav. I, n. 1.

Diversa dalle altre finora pubblicate, ha questa monetina la testa barbata di Marte in luogo di quella di Pallade, che appare altrove con sembianze di stile primitivo (millingen, Médailles grecq. inéd. p. 3, tav. I, n. 2). Un luogo però dello pseudo Orfeo, che dice esser Pallade uomo e donna1,

Ἄρσην μὲν, καὶ δῆλυς ἔφυς. . . .
(Hymn. v. 10),

spiega perchè questo tipo accenni pure all’origine euboica, che i miti e le tradizioni accordarono alla nostra Cuma, la prima e la più antica città greca d’Italia (strabo, l. V, tom. I, p. 372, ed. Wolters; liv., l. VIII, c. 22).

Sono i simboli aggiunti ne’ didrammi cumani allusivi:

1. alla posizione marittima della città, ed alle rinomate produzioni di quel mare; [p. 2 modifica]

a. delfino f. parte anteriore d’un gambero2
b. granchio g. pesci diversi
c. ippocampo h. sorcio aquatile, che insidia una conchiglia
d. murice
e. ostrica3

2. ai prodotti della terra, ed alla vicinanza de’ luoghi aplustri e montuosi;

a. arco c. cicogna
b. augelletto col capo volto in dietro d. grano d’orzo
  e. mosca

3. ai miti locali;

a. angue bicipite cristato b. cane tricipite

[p. 3 modifica]c. galea d. stella e. testa di vecchio calva e barbata.4

Tali monete non oltrepassano il quarto anno dell’olimp. CX., nel quale i Cumani e que’ di Suessola ottennero la cittadinanza romana senza il suffragio, non diversamente da’ Capuani, ch’eran rimasti fedeli nella guerra de’ Latini (liv., l. VIII, c. 14).


NEAPOLIS in CAMPANIA.


1. T. di donna con capelli annodati dietro il capo, e raccolti da larga benda.

Rov. NE. Conchiglia, arg. 1, tav. I, n. 2.

2. Galea.

Rov. N. Conchiglia, arg. 1, tav. I, n. 3.

La t. nella prima medaglia tanto simiglia quelle de’ didrammi di bello stile, che non esito a crederla pure della volucre dea, οἰωνόν θεάν (lycophr., v. 721), di cui vide la statua Suida nel tempio a lei sacro (v. Νεάπολις). La giovane sirena ha i capelli ravvolti dietro il capo e rattenuti da una benda; ed apparisce spirante nel volto una grazia tutta propria, quella grazia appunto che i Greci artisti accordarono alle avvenenti figliuole di Calliope e dell’Acheloo, abitatrici in pria del Peloro e poi dell’antro a Sorrento.

Nell’altra la galea di Plutone è tipo assolutamente cumano, [p. 4 modifica]e non v’ha dubbio ch’essa fu ricopiata da qualche altra di Cuma. (Avellino, Opusc. tom. II, p. 39, tav. 3, n. 2-3), il di cui popolo rifabbricò la nostra città dopo averla distrutta (lutat., ap. philargyr. ad Geor. IV, v. Parthen.). La conchiglia avendo in entrambe la stessa forma dell’ostrica, conferma l’opinione del ch. Millingen, che la credette quella del Lucrino, cotanto dagli antichi celebrata (Médailles grecq. inéd. p. 5).


ARPI in APULIA.


T. di Apollo laureata e volta a d.

Rov. NAΠGreek Koppa 06.svgA. Lira, arg. 2, tav. I, n. 4.

Il disegno che dal Carelli volea darsi di questa stessa medaglia, vedesi chiaramente esser stato ricavato da uno sconservato esemplare, in cui eran scomparse nella leggenda del riverso le lettere Π ed A. In questa la t. coronata di Apollo è molto simigliante a quella delle incerte monete con l’epigrafe IDNO, spettanti forse ad una città di simil nome nelle vicinanze di Salerno, dove è noto che scorre tuttora il fiume Irno (giustiniani, Dizion. parte II, tom. II, p. 66). La lira nel riverso è di quelle, che per la loro incurvatura a modo di falce, furon poi dette dai latini harpae ab ἅρπη, secondo quel di Venanzio:

Romanusque lyra, plaudat libi Barbarus harpa
(Carm. l. VII, n. 8, v. 63).


Nel didramma, ove per errore il ch. Millingen ha letto ΔΑΤΟΥ in luogo di ΔΑGreek Zeta archaic.svgΟΥ (Consid. sùr la num. de l’anc. It. p. 153), si osserva al di sopra del cavallo una stella, ch’è appunto la costellazione ἅρπη, che vedesi rotare nella destra di Perseo, per cui fu detto da’ poeti: εἰς τὴν ᾶρπην καταστερίζονται, secondo ha osservato lo Stefano (Lex. p. 2257 ed. Barcker.). Il Millingen ha pubblicata questa moneta, come spettante ad Arnae della Calcide (Sylloge p. 43). [p. 5 modifica]


VENUSIA in APULIA.


1. VE (mon.). T. di Bacco a d. coronata d’edera e di corimbi.

Rov. N. I. Bacco seduto su d’una base in dove è scolpita una stella, avendo nella s. il tirso e nella d. un grappolo d’uva, br. 9, tav. I, n. 5.

2. VE (mon.). Luna crescente.

Rov. Lo stesso tipo ed un globetto, br. 4, tav. I, n. 6.

3. VE (mon.). T. velata a s. con diadema e pendenti, dietro tre globetti.

Rov. Tre lune crescenti e tre stelle, br. 6, tav. I, n. 7. Sotto i segni di un altro conio.

4. VE (mon.). N. II. Busto di Ercole a d., avendo coperto il capo dalla pelle del leone; con la d. sostiene sulla spalla la clava.

Rov. C A Q. Due cavalieri astati e con pileo in corsa a d., br. 10, tav. I, n. 8.

Preziosi monumenti posseduti dal ch. Principe di S. Giorgio Spinelli, che avendo generosamente fatto palese i tesori del suo ricco medagliere, ha costretti ad una doverosa gratitudine gli amatori ed i cultori di questa scienza.

È prima in questa serie, per esser la più antica fra le altre, l’oncia col tipo delle lune crescenti, moneta rarissima di cui non so se altrove n’esista alcun esemplare, e da cui fu copiato il disegno ch’è nelle inedite tavole del Carelli. Si conferma per essa l’attribuzione a Venusia di quelle anepigrafi co’ medesimi tipi e della stessa fabbrica, siccome aveva io già sospettato (Osservazioni p. 12), prima che questo importante monumento avesse svelata la patria di quelle incerte monete.

Qual significato si avessero le lune, non è stato per quanto io sappia fin qui detto da altri, sebben chiarissima emerga la loro allusione al nome Venusia, per riferirsi alla Venere celeste, Diana o Venus caelestis, che i Greci cognominarono Οὐρανία, per distinguerla dall’altra Πάνδημος, la [p. 6 modifica]vulgivaga (pausan., l. I, c. 14). Spiegazione che parmi tanto più vera, per quanto alle lune accoppiansi pur sovente le stelle, come nella medaglia descritta al n. 7, dov’è nel dritto la testa di Venere ἰυστέφανος (hesiod., Theog. v. 196, 1008; hom., Odyss. Σ, v. 192), quale almeno l’addimostrano il velo ed il diadema, soliti ornamenti di questa dea nelle medaglie imperiali, dov’è cognominata celeste (rasche, Lex. univ. rei num. tom. V, parte 2, p. 889)5.

E si avverta, che quivi le tre lune e le tre stelle del riverso fanno inoltre bel riscontro ai tre globetti del dritto, e distinguon così pel loro numero dalle rimanenti frazioni di asse questo ripercosso quadrante, in cui al disotto scorgonsi chiaramente le tracce di un’altra impronta; che quanto sembra, è quella appunto d’un sestante coniato in Luceria, avente da un lato la t. di Mercurio, due globetti e la iniziale L, e dall’altro la prora, gli stessi globetti, e l’epigrafe ROMA con la medesima iniziale, unico distintivo di questa zecca sotto il dominio de’ Romani6.

Della bellissima medaglia segnata col n. 1, sebbene conosciuta per la descrizione del ch. Avellino (Ital. vet. num, 1, p. 104), non erasi finora dato alcun disegno; e perciò ho stimato quì riprodurla, esistendo anche conservatissima, e tal quale vedesi ritratta, nella famosa collezione del Museo Santangelo, [p. 7 modifica]che tra l’immenso numero delle sue medaglie comprende pure la più ricca e la più completa raccolta di monete venosine, fuse e coniate. Quivi ammirasi ora fra gli altri l’unico ed importantissimo ponderale con le teste de’ due quadrupedi, recentemente pubblicato dal ch. Avellino (Bullett. arch. nap. tom. II, p. 35, tav. II, n. 6), da un disegno ricevutone dal P. Baselice, allorchè fu rinvenuto nel 1839 nelle rovine della città stessa a cui s’appartiene7. Le incessanti cure che uno de’ più illustri numismatici dell’età nostra, il ch. cav. D. Michele Santangelo, ha rivolte da più anni alla collezione delle antiche medaglie, ne fa sperare, ch’ei voglia quanto prima arricchir la scienza di preziose scoperte sulla numismatica antica d’Italia, che da lui solo possono attendersi, comechè possessore in tal genere del più insigne medagliere d’Europa.

Il busto d’Ercole con la t. coperta dalla pelle del leone, ed avente sulla spalla la clava, vedesi nella medaglia del n. 4, ove la forza eroica ed atletica del nume è rappresentata, secondo le tradizioni della scuola di Policleto, con proporzioni gigantesche; copia forse di simile statua ch’era altra volta in Venosa in qualche tempio innalzatogli in un vicino colle, come si ha dallo stesso calendario venosino: C. PR. HERC. MAGN. CVSTO. DIO. FIDIO. IN COLLE) lupoli, Iter Venusinum p. 274, 281).

Veggonsi nel riverso i Dioscuri astati, riconoscibili al pileo ed alla clamide svolazzante, genii della luce, e perciò uniti in stretto legame con Ercole, che i miti talvolta identificarono col sole8. E sonovi pure le lettere C A Q iniziali d’incerto nome di magistrato romano, che alcuno crederà [p. 8 modifica] forse spettare alla famiglia Quinctia, nelle cui monete incontrasi lo stesso busto di Ercole, sebben barbato, nella medesima positura (riccio, Mon. cons. p. 193, tav. XL, n. 3, 2.a ed.). Io però vorrei piuttosto supplir le due prime lettere col nome d’altra famiglia, e creder l’ultima, iniziale della voce Quaestor, ed intenderla così di un Quaestor PECuniae PVBLICAE, di cui trovo fatto menzione in altro marmo venosino (lupoli, o. c. p. 105)9.


METAPONTUM in LUCANIA.


Figura virile in piedi con t. di bue, avente nella s. una canna e nella d. un oggetto incerto.

Rov. ATƎM. Spiga, ed allato una cicala, arg. (foderata) 5, tav. I, n. 10.

Se l’importanza de’ monumenti è maggiore quante volte vengono essi in conferma di opinioni già addotte, o risolvono dubbi non ancora dileguati, importantissima dovrà dirsi questa moneta, unica ed inedita finora, posseduta già dal sig. Ascherson. La rappresentanza dell’Acheloo in piedi con testa di toro, (βούκρανος (sophocl., Trachin. v. 13) o (βούπρωρος secondo l’emendazione del Casaubono (strab., l. X, tom. II, p. 703), ed il corpo umano, era affatto ignota per nummi, ov’egli è mai sempre raffigurato: o come loro con volto umano barbato e corna taurine, siccome nelle monete dell’Acarnania e d’Oeniade (sestini, Mus. Fontana parte II, p. 23, tav. X, n. 12)10, o come uomo con lunga barba e corna, [p. 9 modifica]quale nell’altra di Metaponto pubblicata dal ch. Millingen (Anc. coins p. 17, tav. I, n. 21).

In questa però, diversa affatto dalle precedenti, è il fiume dall’onde d’argento, αργυροδίνην (hesiod., Theog. v. 340) rappresentato qual solea mostrarsi alla figliuola d’Oineo, uomo cioè nell’imbusto e con la t. di toro, ch’è del tutto simile a quella incusa nel riverso delle dramme e degli oboli di stile primitivo, a questa città pure appartenenti. Tiene il nume con la sinistra mano una canna, pianta aquatica e solita corona de’ fiumi, alla cui cima sonovi tre sole foglie, che potrebbero appellare alle tre principali figliuole dell’Acheloo, Partenope, Leucosia e Ligea, Σειρῆνες Ἀχελωίδες (apollon., Argon. I. IV, v. 893), a cui un medesimo tempio fu innalzato nell’isola delle sirene.11 Ha nella dritta una patera, siccome nell’indicata medaglia, ed è similmente effigiato di fronte, μέτωπον, per allusione forse al nome della città.


CROTON in BRUTTIIS.


1. T. d’un panisco a s.

Rov. Tripode, e vicino la cicogna, arg. 2, tav. I, n. 9.

2. Greek Koppa normal.svgΡΟ. Tripode, ed una foglia di alloro.

Rov. Polipo, br. 6, tav. I, n. 11.

Pane ed Eufemea, la nutrice delle Muse, ebbero per figliuolo Crotos, secondo Sositeo appresso Eratostene (Cataster. c. 28, p. 22 ed. Schavbach). Questo fauno o panisco, il cui nome valse suono, immaginò sostenere il canto delle vergini dee battendo la misura; e tal servigio da lui renduto alla musica il fè collocare tra gli astri, dove si vide brillare sotto la costellazione del sagittario (hygin., Poet. astr. II, [p. 10 modifica]27, p. 479 ed. Stav.). La sua t. è forse nella prima di queste due monete, e può credersi scelta dai Crotoniati a rappresentare il loro fondatore, secondo un antico mito della Samotracia, riferito dallo scoliaste di Teocrito (ad Idyll. IV, v. 32, p, 64 ed. Reiske).

L’altra, simile ad una già nota di argento (sestini, Mus. del P. di Danim. p. 8, tav. I, n. 9), accoppia al tripode il polipo, che ricorre co’ delfini nel meandro d’un vaso dipinto, ritraente Apollo sul tripode di Delfo (micali, Storia ecc. tav. XCIV ); allusione agli abissi dei mare, da cui venne fuori il dio della luce scintillante.

Posseggono quest’ultima i sigg. Marincola in Catanzaro, e la precedente, di ottima conservazione, il ch. sig. Bonucci.


ASCULUM in APULIA.


A ed un globetto.

Rov. Fulmine, br. 4, tav. II, n. 1.

Quest’oncia è di proprietà del sig. Riccio, e spetta all’appula Ἄσκλον (plutarch., Vita Pyrri op. tom. II, p. 462 ed. Bryan.), secondo le recenti osservazioni del ch. Avellino (Bullett. arch. nap. tom. II, p. 37). Il suo peso è gr. 250.

Il fulmine vedesi pure in un triente di Luceria accoppiato alla clava, immagine del sole (Aes. gr. Kirch. p. 32-3, 115, tav. I, cl. 5): tal unione viene dichiarata da un frammento di Lido pubblicato dall’Hase, nel quale si legge, che gli antichi credettero il sole causa de’ fulmini, ἢλιος αἴτιος κεραυνῶν.....; e che diversamente dalla luna, nelle fulgurali discipline, τῶν κεραυνῶν θευρίας, osservarono eh’egli n’era il principal motore, poiché tutte quelle cose che per loro natura son calde, simigliano al sole: καὶ ὂσα κατὰ φύσιν θερμὰ, καὶ ἡλίῳ προσφυῆ) (De oslentis c. 47, in Val. Max. oper. tom. II, pars. post., p. 247 ed. Lemaire). [p. 11 modifica]

NEAPOLIS in APULIA.


T. di Diana laureata a d., avente sulla spalla la faretra.

Rov. ΝΕΑΠ. Arco e turcasso, br. 2, tav. II, n. 2.

Unica ed inedita moneta, dal ch. Principe di S. Giorgio Spinelli ceduta al museo Santangelo. Non diversamente da quelle di Stymphalos dell’Arcadia, è qui la dea coronata d’alloro, e secondo il dorico costume con i capelli legati in un ciuffo; ha inoltre tutt’i caratteri dell’Artemis ἀγροτέρα, e potrebbe dirsi σώτειρα, per aver chiusa la faretra, e nel volto un’aria di celeste dolcezza.

In una moneta della stessa regione spettante a Salapia (carelli, Num. vet. Ital. p. 37, n. 8) vedesi la t. del cornipede maestro di sonanti zampogne,

. . κεροβάτας Πὰν, ὁ καλαμόφθογγα παίζων
(aristoph., Ran. v. 230),

messa a riscontro dell’epigrafe ΣΑΛΑΠΙΝΩΝ. Può ella ritenersi come tipo parlante del nome di quel popolo, pel significato di tal voce, derivato dalle due σίλας ed ὂψ; non altrimenti che l’augello σάλπιγξ effigiato forse nel riverso, il quale, secondo Eliano, imita col canto il suono d’una tromba: τὴν σάλπιγγα δὲ ἡ ὀμώνυμος (De nat. anim. l. VI, c. 19).12

INCERTUS APULIÆ.


Conchiglia.

Rov. ΓΡΑ. Fulmine e sopra un astro, br. 2, tav. II, n. 3.

Una simile, ma poco esattamente, fu pubblicata dal Sestini [p. 12 modifica](Lett. num. tom. VI, p. 5): questa è presso il ch. Bonucci.


TARENTUM in CALABRIA.


1. T. di Pallade galeata a d., e dietro il capo AN (mon.).

Rov. Ercole in piedi, avente nella d. la clava, e nella s. le spoglie del leone ed un albero: nell’esergo ΣΑⱵ (mon.), arg. 1½, tav. II, n. 4.

2. TA. Diota, ed allato il bucranio.

Rov. Diota in mezzo a due astri, br. 2½, tav. II, n. 5.

Sebbene anepigrafa, per la fabbrica ed i nomi de’ magistrati attribuisco a Taranto la prima, recente acquisto del museo Santangelo. È notevole la particolarità dell’Ercole δενδρόφορος che vien singolarmente illustrata da un luogo d’Eudocia (Violeto p. 83 ed. Villois.), e che in riguardo all’albero infernale fa pure riscontro con quello rammentato nella lamina d’oro del ch. Millingen, rinvenuta ancor essa in queste regioni (Bullett. dell’Inst. 1836, p. 149). Divido in due il monogramma del riverso, e leggo ΣΑλωνος ed Ⱶηρακλητος 13, siccome in altre leggende delle stesse monete, e supplisco ANθρος quel del dritto, perchè il solo che cominci dalle medesime iniziali.

Per l’altra di bronzo, torna a proposito l’osservazione del ch. Avellino, il quale ha riconosciuto in que’ tipi un simbolo allusivo ai Dioscuri (Bullett. arch. nap. tom. II, p. 10).

La t. di toro, messa a riscontro delle iniziali, accenna indubitatamente al nome ΤΑρας.

HERACLEA in LUCANIA.


T. di Ercole coverta dalla pelle del leone a d.

Rov. Ercole ed il leone: tra le gambe ΙΦ, nel campo qH e la clava, arg. 2, tav. II, n. 6.

[p. 13 modifica]Dalle stesse monete si ha ΦΙλων ed ΗΡακλειδας (avellino, Ital. vet. tom. II, p. 6, n. 20-2), se quest’ultima dovrà supplirsi come nelle tavole d’Eraclea (p. 152-3 etc.). Talvolta è scritto ΚΛΩ (carelli, Num. vet. Ital. p. 107, n. 3), forse per errore in luogo di ΚΛΕ o ΚΛΕΩ, che compiendosi in ΚΛΕΩς trova riscontro nei nomi di un magistrato di Turio, e d’un pitagorico tarentino. Frequenti pure sono le iniziali ΔΑ (carelli, o. c. p. 108, n. 15), che appellar potrebbero a ΔΑζιμος, omonimo d’un eforo, e di un misuratore dell’agro di Pallade; ed ΕΥΤ (avellino, Ital. vet. tom. II, p. 80, n. 70), che in monete tarentine leggesi per intero ΕΥΤυχεων.

L’esemplare da cui ha tratto questo disegno è del sig. conte Milano.


POSIDONIA in LUCANIA.


1. T. di Pallade galeata e laureata a d.

Rov. ΠΟGreek Sigma Z-shaped.svgΙΕ. Nettuno a d. vibrando il tridente, br. 3, tav. II, n. 7.

2. Lo stesso tipo.

Rov. ΠΟGreek Sigma Z-shaped.svgΕΙ. Tridente, br. 2, tav. II, n. 8.

3. ΜΟΠ. Nettuno a d. vibrando il tridente.

Rov. ƎΜΟΠ. Un globetto nel mezzo, e sotto un murice, arg. 2, tav. II, n. 9.

4. ΠΟΜ. Lo stesso tipo.

Rov. ΠΟΜΕΙΔ. Un globetto nel mezzo, arg. 1½, tav. II, n. 10.

5. T. di Nettuno barbata a d.

Rov. ΠΟWE. Tridente, arg. ½, tav. II, n. 11.

Gli originali sono nella raccolta di monsig. Fanelli, che possiede ancor l’altra con l’epig. ΑΛΙƎΜ (Bullett. arch. nap. tom. I, p. 24).

In questa piccola ma pregevole collezione ho pur veduta una bellissima monetina di Signia co’ soliti tipi descritti dal Sestini (Lett. num. tom. V, p. 31). Sebbene il ch. Millingen ritenga, che non possa darsi alcuna spiegazione à l’égard du [p. 14 modifica]type singulier du revers (Considérations p. 237), purnondimeno alle osservazioni del ch. Cavedoni (Spicilegio numismatico p. 13) può aggiungersi: che la maschera potrebbe accennare al nome della città, secondo questo luogo d’un antico scoliaste di Virgilio (ad Æneid. l. IV, v. 149) = segnior = deformior accipiendum, siquidem segnis est sine igne, id est frigidus . ., nam et formonsum non aliunde dicimus quam a calido. Formum enim dicebant antiqui calidum. Unde . . . segnem pro deformi . . . . dicit Vergilius (virg. mar. interpret. vet., p. 41 ed. Mai).


SYBARIS in LUCANIA.


ΥΜ. Bue a s. con la t. rivolta ad., sopra una locusta.

Rov. Lo stesso tipo in incavo, arg. 8, tav. II, n. 12.

Pubblicata la prima volta dall’Eckhel (Syllog. p. 8, tav. I, n. 9 ), questa moneta perchè rarissima non trovasi descritta in altri cataloghi. La particolarità della locusta, che si connette col bue nel significato allegorico della fecondità della terra, confronta con lo stesso tipo delle monete de’ Metapontini, dove il ch. Rathgeber ha creduto rappresentato il χρυσοῖς θέρος di Delfo (Annali del1'Inst. tom. XV, p. 140), ma che più semplicemente può reputarsi indizio della buona messe, non infestata dalle locuste devastatrici delle biade. È perciò che furon tenuti sacri gli augelli seleucides (plin., l. X, c. 39; suid., h. v. tom. II, p. 725), e sacre le monedule, κολοιὶ, disperditrici delle uova delle locuste, che i Tessali, gl'Illirici, e quei di Lenno ordinarono fossero alimentate a pubbliche spese (ælian., De nat. anim. l. III, c. 12).


THURIUM in LUCANIA.


1. T. di Pallade galeata a d.

Rov. ΘΟΥ Due lune crescenti, br. 2, tav. II, n. 13.

2. qΥΟΘ. Due lune crescenti.

[p. 15 modifica]Rov. Lo stesso tipo, arg. ½, tav. II, n. 14.

Il tipo delle lune crescenti ovvio in monete tarentine, vedesi qui per la prima volta in quelle di Turio. Imitato dalle prime nello stile e nel peso è l’obolo descritto al n. 2, e dalle monete d’Atene il simbolo della luna aggiunto a Minerva. Se ciò volle dinotare lo spirito lucido e chiaro della dea eterea, l’aurea lucerna, χρύτεον λύχνον, datale da Omero (Odyss. l. XX, v. 34), si troverebbe avere lo stesso significato.


MESMA in BRUTTIIS.


ΜΕΣΜΑΙ....T. muliebre a d.

Rov. Vittoria volante a s., che ha nella d. una corona e con la s. sostiene un lembo della veste, br. 3, tav. II, n. 15.

È la t. della ninfa Misma o Mesma, simile all’altra ch’è nelle monete di questa città, aventi nel riverso una figura virile seduta su d’una rupe ed accompagnata da un cane (avellino, Mus. Borb. tom. VI, p. 2, tav. LXIV, n. 3; milling., Anc. coins p. 21, tav. II, n. 1), che altri suppose dell’eroe fondatore, ma che per la stretta relazione tra Pane e le Najadi, dovrà reputarsi di questo dio. Qui la vittoria volante ne richiama quella delle medaglie di Terina ugualmente effigiata, e dove allude del pari ai giuochi celebrati in onore d’una ninfa; culto comune nella Magna Grecia, e soggetto di molti tipi interessanti, che supplir potrebbero in questa parte la serie de’ miti locali dell’Italia14.

[p. 16 modifica]Questa rara ed inedita medaglia è nel museo Santangelo.


URSENTUM in LUCANIA


T. giovanile imberbe coronata di edera a d.

Rov. ΟΡΣΑΝΤΙΝΩΝ. Figura mulibre a s. avente nella d, una face, nell’area il ferro d’una lancia, br. 4, tav. III, n. 1.

Le monete degli Ursentini (plin., l. III, c. 15), perchè molto rare, non trovansi di perfetta conservazione, che in poche raccolte. Dopo quella pubblicata dal Pellerin (Supplem. II, tav. I, n. 9), di niun altra ne fu dato il disegno, sebbene il Carelli ne avesse già posseduta una, che passò poi in Parigi; questa che io qui pubblico è del museo Santangelo, non mai abbastanza lodato per la bellezza e la copia de’ monumenti.

Il ch. Millingen (Consid. p. 94), che ha recentemente dubitalo della lezione ΟΡΣΑΝΤΙΝΩΝ, ed ha esitato accordare a questa moneta il carattere di monumento istorico15, riconoscerà senza dubbio in quella del museo Santangelo una conferma alla comune opinione de’ nummografì, i quali d'accanto [p. 17 modifica]al fiume Laus, e propriamente nella odierna Orso-Marso situar vorrebbero questa città, seguendo l’opinione del Cluverio (Ital. antiq. l. IV, c. 15).

Nelle tavole inedite del Carelli, insigne lavoro per l’epoca in cui furono eseguite, ma insufficiente allo stato attuale della scienza, sonovi altre simili monete da riferirsi del pari ad Ursentum, e con la medesima rappresentanza nel rovescio della figura muliebre che ha in una mano la teda; la quale se è da reputarsi Cerere, come nelle monete di Metaponto (avellino, Opusc. tom. II, p. 88), potrebbe pel significato del verbo ὅρσω credersi in relazione col nome del popolo.

NEAPOLIS in CAMPANIA.


T. di Pallade galeata a d.

Rov. Ruota a quattro raggi e quattro globetti, arg. 1, tav. III. n. 2, 3.

La ruota a quattro raggi rappresenta un astro, e forse il sidus Minervae di Virgilio (Æneid. l. XI, v. 260 ), che da Servio è creduto l’ariete, e da Solino arturo; sebbene i più recenti commentatori di Virgilio, tra’ quali il Pontano (Simbol. l. XVI, p. 2123), non intendano farsi menzione in questo luogo di alcuna particolare costellazione. In varie picciole monete di Taranto la galea di Pallade è ornata di stelle, le quali sono della stessa forma che ne’ vasi, cioè a simiglianza di fiori, secondo l’osservazione del ch. Gherard; una stella orna la stessa galea nelle monete de’ Rubastini (avellino, Rubast. [p. 18 modifica]cat. tav. II, n. 2); ed un astro è accanto a Pallade in monete di Locri (carelli, Num. Vet. Ital. p. 142, n. 26).16 Pallade stessa è posta in relazione con la luna nelle monete di Turio poc’anzi descritte.

Alle cose dette intorno alla galea di Plutone, copiata nelle monete di Napoli dalle cumane, si aggiunga questo luogo di Licofrone:

Θήσει δαείρα καί ξυνευνέτη δάνος
Πήλικα κόρση κιονος προσαρμόσας
v. 710-11

e si noti come ricordi pure, a simiglianza di altri, i viaggi di Ulisse e le omeriche poesie.


NUMUS SAMNIT. MARSICO BELLO CUSUS.


 Paapii.svg T. imberbe galeata ad., avente la galea ornata d’un’ala.

Rov. Viteiiu.svg Militare in piedi, che ha nella d. l’asta, e con la s. il parazonio, allato bue giacente, arg. 5, tav. III, n. 4

Varie testimonianze de’ classici, ne’ quali si dice Corfinium essere stata appellata Italia, e fatta capo delle città federate nella guerra sociale, hanno indotto a credere tutte le monete battute dai Sanniti in quel rincontro spettarsi a questa illustre città de’ Peligni, sol perchè leggesi in talune di esse ITALIA, o Viteliv.svg. Or tale attribuzione, che per alcune poche può credersi vera, deve reputarsi evidentemente falsa per altre, di stile e di fabbrica assai diversa, che dovettero coniarsi in [p. 19 modifica]altre città di quelle regioni, o dagli eserciti ne’ luoghi ove trovavansi, secondo i bisogni della guerra; non altrimenti delle monete con le epigrafi ROMA e ROMANO, impresse nella contingenza della guerra annibalica da molte città dell’Italia. Da ciò può inferirsi, che se i confederati Sannitici e quei popoli che contro Roma tolsero allora le armi, scrissero nelle monete il nome dell’Italia, accennarono non solo alla sede del loro imperio, caput imperii sui (vell. paterc., l. XI, c. 16), ma a tutta la potenza sociale rappresentata dall’inespugnabile Corfinium, detta perciò anche κολοφὼν (diod. sic., Fragm. l. XXXVII, tom. II, p. 538), quasi fosse la metropoli di tutt’i popoli Italiani.

L’osservazione che potrebbe farsi sulla fabbrica di tali monete, non darebbe al certo diversi risultamenti: poiché se in alcune scorgesi un disegno energico, duro, forte e senza grazia, come nella testa delle monete pubblicate dal Micali (Ant. Mon. tav. LVIII, n. 10, 11) e dal ch. Millingen (Rèc. de quelq. mèd. gr. tav. I, n. 19), di cui molti esemplari ve ne ha di stile assai più rozzo; in altre un disegno molto regolare, una grazia maestosa e delicata, un’aria di espressione sublime, ci ricorda i più bei tempi dell’arte greca, e fa queste monete di molto superiori alle romane della stessa epoca. Se quindi siffatti monumenti non possono appartenere alla sola Corfinium, sebbene ne portino il nome, preferisco nell’incertezza l’antica nomenclatura, e parmi doversi tuttavia ritenere come di patria incerta.

Il Museo Santangelo possiede in due esemplari una moneta coniata nella sannitica Allife.17 Simile ne’ tipi all’Hyrina di stile primitivo, ha la t. di Pallade galeata ed il toro a volto umano, ma nel luogo della solita leggenda è l’epigrafe Alifna.svg, che restituisce assolutamente alla Campania le monetine di argento con l’iscrizione ΑΛΛΙΒΑΝΩΝ, da molti erroneamente attribuite ad Allife del Sannio. La sede di questi piccioli nummi esser dee presso Cuma, forse a’ piedi del monte Olibano, [p. 20 modifica]come piacque supporre al ch. Millingen seguendo l’opinione del Carelli (Considér. p. 142); ma non appartengono ad una città posta tra Cales e Casino menzionata da Silio Italico (B. Pun. l. VIII, v. 537; l. XII, v. 525), secondo la conghiettura del ch. Cavedoni (Spic. Num. p. 14), poiché lo stile ed i tipi sono assolutamente cumani. Quella glossa di Esichio: ΑΛΙΒΑΣ ὅρος παρὰ Σοφοκλεῖ• ἤ πόλις• οἱ δὲ λίμνη ἐν Ἰταλίᾳ καὶ ἐν Τροία, richiamata per la prima volta dal medesimo Cavedoni, deve riferirsi ad un luogo presso Cuma, famoso per le necìe e pe’ miti infernali, in una regione tutta sacra a Plutone; nella quale il nome del fiume ποταμὸς, o della palude λίμνη, venne dall’Asia, forse con gli altri miti eolici, che poi con religiosa venerazione passarono in queste nostre contrade.

Or ΑΛΙΒΑΣ è spiegato da Suida, dagli antichi scoliasti di Omero e da Eustazio: ὁ νεκρὸς, ὴ ποταμὸς ἐν Ἄδου (ad Odyss. XI, p. 1679, v. 32); per cui da Luciano fu detto: φυλῆς Ἀλιβαντίδος (Necyom. c. 20), in riguardo a quel fiume dell’inferno. È quindi da credersi con l’antico scoliaste, che una città πόλις fuvvi per avventura in que’ luoghi, la quale o preso nome dal lago, o perchè nella regione delle ombre e de’morti vtxpòe, fu appellata ΑΛΛΙΒΑΣ. Ovvero che queste monetine, di un’epoca assai più recente delle cumane, portando il nome degli abitatori di quella regione, che furono i Cumani stessi, a Cuma si appartengano.

Ma ritornando ad Allife, una delle più cospicue città del Sannio, troviamo che quando per la legge Julia furon dichiarati cittadini romani i Lucani ed i Sanniti, Allife divenne municipio (cicero, Pro Planc. c. 9); ed all’epoca de’ Triumviri i suoi campi furono assegnati ad una colonia militare (frontin., De Colon. p. 103): si vegga su di ciò il ch. Corcia (Stor. delle due Sicil. tom. I, p. 316).

Un’altra moneta sannitica di bronzo unica del pari ed inedita è nel Museo Santangelo, la quale ha nel dritto la t. di Pallade galeata simigliante a quelle di Aquino, Caleno, Sessa, o Tiano; nel rovescio un gallo e l’epigrafe TELEIS ret., [p. 21 modifica]che non può spettare ad altra città diversa da Telesia, situata XV miglia lontano da Allife, secondo l’Itinerario di Antonino. Strabone (l. V, p. 250), Polibio (l. III, c. 88, 90), Tolomeo (p. 74), Livio (l. XXII, c. 13; l. XXIV, c. 20), Frontino (De Colon. p. 108, 140) ed altri fan spesso menzione di Telesia, che insurse fra le prime all’epoca della guerra sociale, e fu patria di quel Ponzio Telesino terribile nemico de’ Romani (vell. paterc., l. II, c. 27). Oggi non restano che poche rovine sul monte acero, e qualche iscrizione latina, tra le quali notevolissima è quella dalla colonia Telesina, COLONIA TELESIA, innalzata per decreto dei decurioni OB INSIGNEM EIUS VIRTUTEM ET BENEVOLENTIAM a L. Trebellio Renato (corcia, o. c. tom. I, p. 345).18

METAPONTUM in LUCANIA.


T. di Giove laureata a d.

Rov. ΜΕΤΑΠΟ. Spiga ed allato un balaustio e ΚΑΛ, arg. 6, tav. III, n. 5.

2. Apollo seduto suonando la lira rivolto ad., innanzi un ramo di alloro.

Rov. ΜΕΤΑ. Spiga ed una cicala, arg. 6, v. il frontespizio.

In altro esemplare la t. di Giove è coronata di quercia, come nelle monete dell’Epiro, e forse è lo stesso Giove di Dodona, poiché i Metapontini ebbero origine dall’Etolia. Nuovissimo argomento in conferma di queste tradizioni è quella picciola medaglia di argento pubblicata ultimamente dal ch. Millingen (Supplém. p. 1, tav. I, n, 1), di cui una simile trovasi nella collezione Pagliara in Avellino.

L’Apollo seduto con la t. levata in alto e coronata di alloro, mostra nell’atteggiamento della persona il dio in un momento [p. 22 modifica]d’inspirazione, quando agli accordi celesti della sua grande lira tricorde, φόρμιγξ κιθάρα, accompagna i sagri cantici; e l’artista seppe cotanto elevarsi, che questo tipo ed il precedente non trovano confronto in monete di altre città della Magna Grecia. Le iniziali ΚΑΛ spettano al nome d’un magistrato, forse ΚΑΛλικρατης, che trovasi in medaglie tarentine (carelli, Num. vet. Ital. p. 53, n. 233), od altro diverso comune nella Magna Grecia.


SIRIS in LUCANIA.


 Siri.svg Bue a s. con la t. rivolta a d.

Rov. Lo stesso tipo in incavo, arg. 5, tav. III. n. 6.

Unico esemplare e della più perfetta conservazione, che fu descritto dal ch. Avellino (Opusc. tom. II, p. 96); trovasi ora nel medagliere del Museo Borbonico, dove passò con le incuse di Lao e di Taranto, e quelle di Crotone e Temesa rinvenute in uno stesso ripostiglio.19

È nel Museo Santangelo una rarissima medaglia incusa di Sibari di mod. ordinario, che oltre il solito tipo del bue con la t. rivolta in dietro e ΜΥ, ha sopra nell’area in piccioli caratteri l’epigrafe ΝΙΚΑ. Reputo questo monumento, uno de’ più interessanti per la storia della Magna Grecia, e di pochi anni posteriore all’olimp. 55, verso la qual epoca confederati i Sibariti, i Crotoniati ed i Metapontini, distrussero Siri [p. 23 modifica]alleata di Taranto e di Locri. Poiché essendo questa terribile vittoria la prima riportata dai popoli federati, i quali pellere caeteros Graecos Italia statuerunt (iustin., l. XX, c. 2), è probabile che i Sibariti volendo celebrarne la memoria, l’abbiano espressa nelle loro monete.

LARINVM in FRENT.


ΛΑΡΙΝΩΝ. T. di Apollo laureata a s.

Rov. Toro a volto umano a d. coronato dalla vittoria, br. 4, tav. III, n. 7.

Questo esemplare pervenuto al Museo Borbonico da quello del Duca di Noja, è lo stesso riferito dall’Ignarra (De Palaestr. Neap. p. 257). L’insolita rappresentanza del bue androposopo, e lo stile più severo di quello delle medaglie con la nota leggenda LADINOD, ne additano un’epoca alquanto anteriore; accordando l’epigrafe greca maggior probabilità alla conghiettura del ch. Cavedoni, il quale credette il tipo del delfino allusivo al nome grecizzante di quel popolo (Spic. num. p. 13).

Altra medaglia inedita della stessa città è nel Museo Santangelo, ed ha in un lato la t. di Pallade galeata a d. nel rovescio un fulmine e sopra LADINO.

THURIUM in LUCANIA.


T. di Ercole coperta della pelle del leone a d.

Rov. ΘΟΥ. Mezzo bue a d. e ΣΩ, br. 1, tav. III, n. 8.

È frequente in monete di Turio il magistrato ΣΩγενες che leggesi per intero in quelle di Taranto: ma in queste ultime trovasi spesso unito co’ due ΑΡΙΣτιων e ΦΙλων, come nella medaglia di bronzo ove sotto il bue è l’epigrafe ΑΡΙΣΣΩΦΙ (eckhel, D. N. V. tom. I, p. 164). [p. 24 modifica]

POSIDONIA in LUCANIA.


T. di Nettuno a d.

Rov. 43MOT, arg. 1, tav. III, n. 9.

Questa monetina di stile arcaico è stata recentemente acquistata pel Museo di Berlino dal ch. Iulius Friedlaender. Si aggiunga alle altre descritte a p. 14.

LUCERIA in APULIA.


T. di Pallade galeata a d., sotto il collo due glob. ed Archaic L.svg.

Rov. Due cavalieri in corsa a d., aventi la d. levata in alto, e nella s. forse una palma: sotto i cavalli T ed Archaic L.svg in mon., e nell’esergo ROMA, br. 6, tav. III, n. 14.

È inedito questo sestante, e va fra le monete coniate in Luceria all’epoca della guerra annibalica. La t. di Pallade, simigliante a quella delle monete romane, è diversa dall’oncia con un sol cavaliere, e da quella con la prora di nave pubblicata dal ch. Avellino (Bullett. arch. nap. tom. III, p, 65 e segg. tav. III, n. 3), dove la galea talvolta alata ha una specie di cresta, e termina con la t. di un animale. Questa notevole differenza è la distinzione di due serie, in una delle quali dovrà ravvisarsi rappresentata con carattere romano la t. di Pallade; nell’altra quella del Palladio, o come dottamente ha osservato il ch. Avellino, Roma stessa avente una qualche simiglianza col Palladio di Luceria. Spetta alla prima serie il triente segnato col n. 10, che ho qui riportato perchè diverso dagli altri nello stile e nel peso, e che appartiene al medesimo asse, di cui fa parte il quinqunce del Barone recentemente pubblicato dal ch. Avellino l. c. n. 2, ed ora in Roma presso il sig. De Dominicis. La sua fabbrica è perfettamente la stessa delle monete di Teates, e direbbesi di quella zecca, se la iniziale Archaic L.svg non ne determinasse la patria. Or da una tale [p. 25 modifica]simiglianza di stile, che dichiarasi maggiormente pel confronto della intiera serie, e dalla frequenza del monogramma o delle lettere separate T Archaic L.svg si potrebbe conghietturare, che l’sia l’iniziale dell’epigrafe TIATI, siccome Archaic L.svg di LOVCERI; e che tali monete battute in Luceria, dove trovavansi i consoli allora, portino i nomi de’ due popoli vicini, ugualmente fedeli ai Romani. Forse perchè quei di Tiati dettero ancor essi ricovero alle legioni, e somministrarono il metallo, che dovette esser raro in quei rincontri, come può argomentarsi dalle molte monete con varie iniziali di città, ripercosse in quest’epoca su di altre diverse, di cui ho qui pubblicate 3 interessanti varietà ai n. 11, 12, 13.20

II sestante descritto ha nel rovescio due cavalieri in corsa, l’oncia ne ha un solo: può quindi aggiungersi questo agli altri esempi, pe’ quali si dimostra che il valore è spesso posto in relazione co’ tipi.


Avendo letta in questi ultimi giorni una nuova epigrafe pompeiana, credendola inedita la trascrivo qui appresso:


PRESTA • II • SINCERVSIS TE AMET QVE CVSTODIT ORTV VENVS

Il vaso di terracotta sul quale è graffita, fu rinvenuto in Pompei nel febbrajo del 1763 nella casa detta volgarmente di Cicerone, e trovasi ora nel Museo Borbonico n. 4435.

Ho creduto l’apostrofe esser diretta a colui che mesceva il vino; e perchè altrimenti la bella frase TE AMET VENVS, [p. 26 modifica]la quale confronta con quell’altra, forse della stessa epoca:


Sic TE semper AMET VENVS. . . .

(martial., l. VII, n. 89, v. 4), non avrebbe alcun significato; e perchè SINCERVS essendo maschile deve riferirsi a persona, quantunque sincerum o sincerissimum potesse ben dirsi il vino pompejano di X anni (plin., 1. XIV, c. 8). Ma l’apposita unione delle due voci SINCERVSIS, e la picciola linea orizzontale che sovrasta V e che vale a dividerle, toglie ogni dubbio, perchè venga supplita la finale S in luogo di M, la quale per altro manca pure nella parola ORTV, ed è in queste iscrizioni sovente omessa.

Che anche, a Venere fu sacra la tutela degli orti, si ha da questo luogo di Varrone : horti Veneris tutelae assignantur (L. L. l. V, p. 48), e dall’altro di Plinio : hortos tutelae Veneris (l. XIX, c. 19); sappiamo inoltre che negli orti Sallustiani di Roma fuvvi un tempio sacro a Venere con l’iscrizione: AEDITVI. VENERIS. HORTORVM. SALLVSTIANORVM (varro, R. R. c. I, p. 39).

Altra spiegazione diversa affatto dalla precedente avrà quest’epigrafe, se VENVS vorrà intendersi puella, come in quel di Lucrezio (l. IV, v. 1181) :

Nec Veneres nostras hoc fallit. . . .

La fanciulla allora che amar deve il garzone, potrebbe con espressione pompejana appellarsi VINARIA (bonucci, Pompei p. 173), essendo la guardiana dell’hORTVm, cioè di quel luogo appunto dove riponeasi il vino (colum., l. IV, c. 18); sebbene nel senso del greco κῆπος, si trovi anche adoperata questa voce in un epigramma dell’Antologia (t. I, p. 686 Burm.)

Note

  1. Ne’ più antichi monumenti dell’arte le statue di Pallade son prive ne’ contorni del corpo di quella grazia, che accompagnar dovrebbe la vergine figliuola di Giove. Il petto, le anche e le gambe sembrano modellate su d’un corpo maschile (muller, Archaeol. §. 374), e talvolta, come in un inedito vaso cumano, il solo color bianco di che son tinte le parti nude, ne distingue il sesso. Un tal carattere, sebben sembri poco convenire ad una bellezza celeste, era però essenziale nella personificazione del legame ch’è fra il corpo e lo spirito, e perciò compendio meraviglioso della luce e della vita. Rivestita delle forme le più avvenenti e delle grazie di Afrodite, la glauca diva concorre nella contesa di Paride; ma affetto diversa dalle rimanenti dee dell’Olimpo, la sua verginità è al disopra di tutte le umane debolezze, ed ella è troppo uomo per abbandonarsi nelle braccia di un altro.
  2. Una tessera d’avorio assai rara per la novità della forma e per le lettere scultevi, qui riportata nella grandezza originale, proviene da una tomba scavata recentemente in Pozzuoli ai piedi del Gauro.
    Monete inedite dell'Italia antica p 9.jpg

    Rappresenta ella un gammarus (plin., l. XXVII, c. 3), ὰστακὸς (aelian., de nat. anim. l. VI, e. 22; l. VIII, c. 23), e porta, com’è solito, il numero della fila, ch’è la terza, ma in due modi diversi: in greco cioè ed in latino, Γ e III. Or bellissima parmi la scelta del gammarus a dinotar la terza fila Γ, per la simiglianza del nome dell’animale e quello della greca lettera, che pe’ Romani di Pozzuoli trovavasi così latinamente tradotta. Pe’ certami dell’anfiteatro Puteolano (sveton., Aug. c. 43-44), si ricordino i due vinti dal citaredo Settimio nelle feste Adrianali (reines. Inscript. antiq. cl., V, n. 20).

    Lo stesso scavo ne ha data la seguente iscrizione, che credo non doversi omettere per la non solita formola, con che s’invoca l’ira de’ mani contro chi turbato avesse il silenzio di quella tomba.

        D • M •
    CLAVDIAE • FORTV
    NATAE • ET • FORTVNA
    TO • ET • LAETO • FILIS • EIVS
    BENE • MERENTIBVS
    ABASCANTVS • CONLIBER
    TVS • FECIT • QVISQVE • MA

    nes. inqvetaberit. habebit. illas. ira

    tas

    Le lettere sono tinte di rosso, ed i punti, tranne quello dopo la voce FECIT che manca, triangolari; la lapide è di un palmo e mezzo quadrato, avendo i righi e le parole così disposte.

  3. Su i pesci e le ostriche del Cocito si veggano tra gli altri Plinio (l. IX, c. 54, 79) e Marziale, (l. III, ep. 60; l. V, ep. 47; l. XIII, ep. 77, 85).
  4. Cerbero e l’angus bicipite accennano ai regni di Plutone, ch’ebbe il suo tempio nella selva Ami tra lo Stige, l’Acheronte e l’Averno (liv., l. XXIII, c. 36); e la galea al dono ch’egli ottenne dai Titani (apollod., Bibl. c. 2, p. 8 9 ed. Heyas). La stella è simbolo degli elisi, lugentes campi, ove celavansi tra i mirti le anime di coloro,

    . . quos durus amor crudeli tabe peredit
    (virg., Æneid. l. VI, v. 442);

    poiché credeasi, che dopo la morte esse passassero ad abitar le stelle, siccome leggesi nell’iscrizione posta alla tomba del filosofo Dialogo in Atene (quaranta, Iscriz. gr. di Scandr. p. 73, e gli autori da lui citati). La t. di vecchio calva e barbata ha gran simiglianza con quella del mostro marino ritratto in altra medaglia cumana, e creduto Egeone dal ch. Millingen (o. c. p. 36), ma che può dirsi più verisimilmente quella di Glauco, padre di Deifobe Sibilla Cumana (cavedoni, Spicilegio Numismatico, p. 14).
  5. In quanto alla Venere asteria, o urania (lydo, De mens. p. 68-176 ed. Roether), sappiamo ch’essa fu detta ἀστάρχη da’ Fenici (erodian. l. V, §. 15); cognome che dà pure lo pseudo Orfeo alla Luna, perchè la regina, la conduttrice, e la più bella fra gli astri: (Hymn. v. 7). Della stella di Venere poi fa menzione Timeo di Locri (De anima mundi,in Plat. oper., tom. X, p. 11 ed. Soc. Bipont. 1786); ed anche talvolta Virgilio, che l’appella Lucifero:

    Quem Venus ante alios astrorum diligit ignes

    (Æneid. l. VIII, v. 590).
  6. Al catalogo delle monete di Luceria battute in quest’epoca e da me riferito (Osservaz. p. 71), debbonsi aggiunger le seguenti:
    1. quincunce. T. di Apollo laureata a d., dietro L.
    Rov. I Dioscuri a cavallo a d., avendo nelle mani le aste, sotto ROMA e cinque globetti.
    2. triente. T. di Cerere coronata di spighe a d.
    Rov. Quadriga, sopra L, sotto un drago, quattro globetti e ROMA.
    3. sestante. T. di Mercurio a d.
    Rov. Prora di nave, sopra Σ, di lato L, sotto ROMA.

    Si avverta, che nel triente allude alle quattr’once la quadriga, e nel sestante è il Σ iniziale della voce Sextans.

  7. Alla insigne illustrazione fattane dal ch. Avellino, che in que’ tipi ha riconosciuto un’allusione al nome della città, può aggiungersi: che anche il solo cinghiale delle altre medaglie, è per la sua lascivia simbolo speciale di Venere, secondo Eustazio (ad Dion. Perieg. v. 852). Al qual proposito può richiamarsi fra gli altri Ateneo (Deipnos. l. III, §. 49, tom. I, p. 373 ed. Schweighaeuser): si veggano inoltre il Wilde (Sel. Num. p. 169) e l’Eckhel (Num. vet. anecd. p. 223).
  8. Tra i molti monumenti rappresentanti queste divinità, parmi opportuno rammentar quello ove i Dioscuri sono accompagnati dalla Luna, e che trovasi pur richiamato dal Muller (Arch. §. 420, n. 5).
  9. Potrebbe esser questa p. e. l’Antistia, che sembra aver goduto in Venosa le prime dignità municipali, secondo varie iscrizioni in quella città rinvenute, e delle quali due leggonsi pure nel Lupoli (o. c. p. 341).
  10. E così pure nel noto vaso Agrigentino (millingen, Trans. R. Soc. II, 1, p. 95). Ciò per altro non esclude il significato dionisiaco del toro a volto umano, che sebbene oppugnato dal ch. Millingen (Méd. gr. ined. p. 8 e seguenti), è stato validamente sostenuto e dimostrato dal ch. Avellino (Opusc. I, p. 81; II, p. 139; III, p. 310); poichè avendo Dionisio nell’antica cosmogonia rappresentato una delle forze creatrici della natura, e il più delle volte l’acqua istessa, per cui si ebbe l’epiteto di signore della natura umida, non è meraviglia, se sotto le sembianze di un vecchio toro, carattere poetico delle grandiose masse se di acqua, ei si nasconda talora come fecondatore della natura, ed abbia le simiglianze dell’Acheloo, che per essere il maggiore, fa detto il padre de’ fiumi e delle fonti.
  11. Secondo Pausania, le sirene che vedeansi unite a Giunone in un antico simulacro di questa dea, passavan per figliuole dell’Acheloo (l. IX, c. 34); intorno alle credenze orfiche e platoniche di un tal mito, si leggano le osservazioni di Creuzer ad Erodoto (tom. I, p. 347, 489).
  12. Ha diversamento opinato il ch. Cavedoni (Bullett. archeol. nap. tom. II, riconoscendovi invece una colomba de’ monti appuli. Il volatile però in varii esemplari del museo Santangelo, da me originalmente osservati, mostra esser tutt’altro che una colomba, avendo gran simiglianza col falco, od altro uccello di rapina.
  13. A questa città debbon restituirsi quella monete, che avendo per intero lo stesso nome, eran state erroneamente dal Mionnet attribuite ad Eraclea (Suppl. tom. I, p. 299).
  14. Alle note rappresentanze dell’Aufido, dell’Isaro, del Sarno e del Silaro, aggiunger devesi quella del Crati, che parmi doversi riconoscere nella moneta con epigrafe ΚΩΣΙ, e t. giovanile cornuta con corona di canne (avellino, Opusc. tom. II, p. 132). In un esemplare esistente presso i sigg. Marincola in Catanzaro, del quale ho qui riportato il disegno, leggesi chiaramente ΚΩΣ e vedesi nel dritto una t. assai più giovanile di quella espressa nella medaglia del ch. Avellino.
    Monete inedite dell'Italia antica p 22.jpg

    Questo rarissimo esemplare, il secondo finora conosciuto, ha per compagno nella stessa raccolta molti di quelli con t. virile barbata e galeata, ΚΩΣ ed il fulmine nel riverso, di cui è ricco in conservatissimi duplicati il museo Santangelo. Sembra quindi che ad una medesima città debban spettare queste monete, che come ha ultimamente osservato il ch. Millingen (Consid. p. 846), è assai probabile esser possa Consentia. Or quest’attribuzione sembrerà tanto più vera, se si ponga mente, che la t. del fiume ne indica una città posta su quello, o poco lontano; circostanza ch’esclude in ogni modo Consilinum, borgo romano non bagnato da acque, e che può bene spettare a Consentici fabbricata sul Crati e da esso divisa in due parti.

    Il Crati dalla bionda chioma (euripid., Troad. v. 227) è celebrato da’ poeti greci e latini, né alcuno v’è tra essi, che cantando l’Italia non ne rimembri le onde dorate, che al pari del Sibari,

    Electro similes faciunt auro capillos

    (ovid., Met. l. XV, v. 316).


    I geografi ne descrivono poi la salubrità delle acque, tra’ quali lungamente Plinio (l. III, c. 15; 1. XXXI, c. 9-10; 1. XXXVII, c. 11), e Strabone (tom. I, 1. VI, p. 404).

  15. Tra le novelle opinioni del ch. Millingen vi ha quella di togliere a Marcina la moneta comunemente attribuitele (Consid. p. 195), e pubblicata la prima volta dal ch. Avellino (Opusc. tom. III, p. 93), restituendola ad Arpi o Salapia nella Daunia, non per altra ragione, che per non averne giammai vedute. L’epigrafe sannitica però di quelle monete & indubitatamente MAKRIIS ret., e può consultarsi in varii conosciuti esemplari. Bellissimo è quello del Museo Santangelo, dove l’epigrafe intera non dà luogo a dubitarne.

    Anche ai Frentani crede erroneamente date quelle con leggenda osca o sannitica FRENTREI ret., e le attribuisce a Ferentum, parceque nous n’avons pas d’exemple qu’aucun des divers peuples de cette partie de l’Italie ait fait frapper des monnaies en leur nom collectif, a l’époque à la quelle celles-ci doivent être rapportées (o. c. p. 181). È da sapersi, che in un conservatissimo esemplare della moneta di Larino, nella stessa regione, pubblicata dal ch. Avellino (Opusc. tom. III, p. 92, tav. VII, n. 2), esistente presso il sig. Milano, leggesi LADINEI in luogo di LADINE..., che con alquanta incertezza nell’ultima lettera vedeasi nella medaglia dell’illustre editore.
  16. Le picciole monete tarantine di argento, ritraenti da entrambe le facce il diota sono spesso ornate di stelle, e trovami con questa particolarità descritte dal Sestini (Lett. Num. tom. I, p. 44, 2a coll.), dal ch. Avellino (Ital. Vet. n. 403; Suppl. p. 82), dal Carelli (o.c. p. 73.), e da altri. Il ch. Millingen (Supplém. pag. 8, tav. II, num. 11) pubblicandone una varietà, per altro poco interessante e di già conosciuta, trovandovi una simiglianza nel tipo con le monetine di bronzo spettanti ad Uxentum, ha creduto riferirla alla stessa città; non tenendo conto della fabbrica né della provenienza, che la restituiscono assolutamente a Taranto, con tutte le altre di questa medesima serie.
  17. Trovasi pure rammentata nell’opera dell’Abeken (Mittelitalien p. 333).
  18. Delle monete di Margantia ha pure dubitato nell’ultima sua opera il ch. Millingen (Considér. p. 180): sappiasi però che due esemplari ne ha il Museo Borbonico, in uno de’ quali chiarissima è la leggenda MVRTANTIA, e che quello del Museo Santangelo, di ottima conservazione, è inedito pel simbolo aggiunto nel rovescio al di sopra del toro a volto umano.
  19. Il ch. Millingen, che per non conoscer l’originale ha dubitato della lezione di questa moneta (Consid. p. 41), descrivendo quelle di Locri ha omesso di parlare delle piccole di oro, che han da un lato la t. dell’aquila, e nel rovescio ΟΛ ed un fulmine alato, di cui la prima fu pubblicata dall’Arditi (Illustr. di un antico v. trov. nelle rov. di Locri, p. 1). Dopo quell’epoca 97 di tali monete furon rinvenute in un vaso di terracotta nelle vicinanze di Locri, scoperta che ha per sempre allontanato ogni sospetto sulla loro verità. Crede pare il ch. autore, che nelle monete con l’epigrafe ORRA ΛΟΚΡΩΝ la veritable legende est ΕΠΙΚΝΑ; supposizione che vien distrutta dal monumento stesso» non molto raro, il quale porta scritto quella prima leggenda. Vari esemplari della stessa moneta possiede il Museo Borbonico; conservatissimi son quelli del Museo Santangelo; ed uno con assai chiara leggenda ne ha testò acquistato pel Museo di Berlino il ch. Julius Friedlaender di passaggio tra noi.
  20. Se le iniziali CA, KA mon, K possono riferirsi a Canusium, avremo un’altra zecca greco-romana contemporanea di quelle di Luceria e di Teates. In ogni modo però lo stile di queste medaglie è molto simile alla fabbricazione appula, ed esse generalmente attestano l’aumento del peso dell’asse, innalzato forse pel commercio al paragone del lucerino. Noterò da ultimo, che oltre il vittoriato incontrasi pure la iniziale L in una piccola moneta di argento, che ha da un lato questa lettera e la t. di Pallade galeata rivolta a d., e nel rovescio Ercole ed il leone, affatto simile alle già note di Taranto e di Eraclea: prezioso monumento del Museo Santangelo.