Pellegrino Rossi e la rivoluzione romana - Vol. I/Capitolo IV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo IV

../Capitolo III ../Capitolo V IncludiIntestazione 29 dicembre 2020 75% Da definire

Capitolo III Capitolo V

[p. 173 modifica]


CAPITOLO IV.


Pellegrino Rossi privato a Roma,
in mezzo al turbine del rivolgimento italiano.


(Periodo italiano: febbraio settembre 1848).


L’Italia e Roma non si erano ancora riavute dallo stupore che avevano destato nelle popolazioni le notizie repentine degli avvenimenti di Francia; i sanfedisti, i gesuiti e gli austriacanti non erano ancora rinvenuti dal terrore suscitato in essi dalla novella dolorosa che sulle rive della Senna era stata proclamata la repubblica, Don Abbondio tremava ancora all’apparizione dell’Innominato, quando, il giorno appresso a quello in cui le notizie della rivoluzione di Parigi erano conosciute ed accertate, il giorno 6 marzo, il Consiglio comunale di Roma, non eletto per suffragio anche ristrettissimo, ma nominato da Pio IX, composto di uomini seriissimi, moderati, anzi conservatori e composto — è utile rammentarlo — di quindici principi romani, di quarantanove possidenti, di trenta scienziati, artisti, avvocati e professori e di sei monsignori e canonici, uomini tutti ammiratori devoti di Pio IX, deliberava, all’unanimità, un indirizzo al Papa con cui chiedeva «un governo a forma rappresentativa e perfettamente convenevole alla presente civiltà e durabile quanto non pur la vita, ma il nome e la gloria di Pio IX». L’indirizzo, pieno di lodi e riboccante di sentimenti di devozione e di gratudine, conchiudeva, invocando che per opera di Pio IX «le genti italiane si colleghino prontamente, a mantenere e propugnare la interna sicurezza e la nazionale dignità»1.

[p. 174 modifica]Il moto rivoluzionario, iniziatosi in Italia, si estendeva e si diffondeva di là dalle Alpi nella Confederazione Elvetica e in Francia e, a cento segni, accennava a propagarsi in altre parti di Europa. Una agitazione confusa e indeterminata, un parlare alto da per tutto, opuscoli, giornali, dove più dove meno apertamente, trattavano tutte le più gravi questioni morali, politiche, religiose e parlavano dei conculcati diritti, dei manomessi interessi dei popoli, e, da per tutto, si inveiva contro il trattato di Vienna del 1815. L’opera politica del Principe di Metternich era assalita da tutte le parti, il sistema da lui inaugurato, sostenuto, propugnato con ogni maniera di arti, dalle più violente alle più fraudolente, era scosso da un terremoto che minacciava di farlo crollare fino dalle sue fondamenta.

[p. 175 modifica]Vincenzo Gioberti scriveva da Parigi lettere piene di entusiasmo per il Pontefice ideale da lui vagheggiato e profetato e eccitava Pier Silvestro Leopardi e Giuseppe Massari napoletani, Giuseppe Montanelli e Raffaele Lambruschini toscani, Roberto D’Azeglio, Lorenzo Valerio e Pietro di Santarosa piemontesi a coadiuvare, con la loro autorevole parola, i principi italiani nella loro opera riformatrice, e esortava i popoli della penisola a restare stretti attorno a quei principi, perchè potesse divenir salda la lega italiana sotto il gran Pio IX e a tenersi lontani dalle utopie repubblicane, le quali farebbero correre all’Italia il grave pericolo «che i nostri principi si spaventino, tornino indietro, si gettino nelle braccia dell’Austria, che farà ogni suo potere per atterrirli ed adescarli»2.

Giuseppe Mazzini, il 5 marzo, nove giorni dopo caduta la monarchia di luglio, raccogliendo intorno a sè trecento esuli italiani dimoranti a Parigi, fondava l’Associazione nazionale italiana, i cui intendimenti, per quanto non apertamente manifestati, erano - e non potevano non essere - repubblicani. «L’Italia una, libera, indipendente, fu» — scriveva il Mazzini — «l’unica formola scritta sulla bandiera dell’Associazione: cacciar lo straniero oltre l’Alpi, promuovere l’unificazione, preparare il terreno all’espressione pura, genuina, illuminata del popolo intorno alle sorti future e agli ordinamenti politici, fu lo scopo immediato proposto all’attività dei suoi membri»3. La formola eminentemente democratica del plebiscito, posta a fondamento di quella Associazione dal grande agitatore genovese e che due mesi dopo ebbe la sua esplicazione nel giornale mazziniano di Milano intitolato L’Italia del popolo, chiaramente palesava il riposto pensiero dell’istitutore di essa.

E il 10 marzo, per effetto della repubblica proclamata a Parigi, Pio IX fu costretto a riformare il suo ministero a metà laico e a metà ecclesiastico, formandone uno, sotto la presidenza del Cardinale Giacomo Antonelli, per due terzi laico e per un terzo [p. 176 modifica]ecclesiastico, del quale entrarono a far parte il Conte Recchi, il Minghetti, l’avvocato Galletti e l’Aldobrandini che succedeva al Gabrielli nel portafoglio delle armi e restandovi il Pasolini e lo Sturbinetti, che già c’erano.

E il 14 marzo Pio IX largiva finalmente ai suoi popoli quello statuto, pubblicato il 15, che fu la più ingarbugliata cosa del mondo, per l’autorità e l’influenza che si volle riservata in esso nelle pubbliche faccende al Collegio cardinalizio, il quale veniva a costituire una specie di Senato, un terzo Alto Consiglio, superiore al così detto Alto Consiglio e al Consiglio dei deputati, per cui, in certe occasioni determinate, in certe prevedute contingenze, vi avevano tre consessi deliberanti. Quindi i due Consigli, uno, l’Alto Consiglio nominato dal Papa, l’altro, il Consiglio dei deputati, eletto da un ristretto numero di elettori, «non poteano proporre alcuna legge riguardante affari ecclesiastici o misti e che fosse contraria ai canoni e alle discipline della Chiesa; or in Roma gli sponsali, il matrimonio, gli atti di morte, l’insegnamento, la pubblica beneficenza, i tribunali ecclesiastici, le corporazioni religiose, i beni ecclesiastici e cento altre materie sono tutte o ecclesiastiche o miste, così che sottilizzando un po’ come i curiali romani sogliono, non v’era legge civile possibile, che non cadesse nei termini del divieto»4. Quindi «lo statuto concesso da Pio IX se ne aveva le parvenze, non ne aveva il midollo»5; quindi per quello statuto «non doveva proprio essere il caso dell’humano capite di Orazio? E, in effetto, qual mirabile mostro non ne scaturi? due governi in un governo; due aziende in una azienda; due diplomazie in una diplomazia, una occulta, una palese e quella su questa prevalente. L’ibrida creazione nacque morta e come cosa morta fu accettata»6.

Quale fosse l’autorevolissima opinione di Pellegrino Rossi su quello statuto è narrato da lui stesso, il quale al Gioberti - allorché questi, più tardi, venne in Roma - presente il professore Oreste Raggi, raccontò, «a mostrare la leggerezza del Pontefice [p. 177 modifica]e il poco suo senno nelle cose di stato, come, andato un giorno da lui, questi gli dicesse che, circondato da principi italiani che avevano concesso a’ loro popoli un governo costituzionale, si trovasse anche egli costretto a cedere alle esigenze dei suoi sudditi, i quali dimandavano eguale governo. Quindi pregavalo a volergli presentare un disegno di statuto fondamentale: ed egli, il Rossi, ricusava bellamente di prestarsi a tale opera; ma il Papa ad insistere e ripregarlo non come ambasciatore di Francia, ma come giuspubblicista volesse accontentarlo; tanto che il Rossi cedette e promise. Nè molto andò che, tornato al Pontefice, gli presentasse il desiderato disegno, ed il Pontefice, senza neppure gettar lo sguardo su quelle carte, aperto il cassetto della scrivania, innanzi a cui sedeva, levò fuori uno scartafaccio, nel quale era una proposta pure di statuto messo insieme da altri, e diedela a vedere al Rossi, perchè volesse dirgliene il parer suo. E il Rossi, con quella franchezza che pochi usano coi principi egualmente che coi popoli, lettolo appena: «Santità», disse, «questa è una guerra legalizzata fra i sudditi e il governo. Del disegno del Rossi non si parlò più: quello così giudicato dal grande economista fu promulgato dal Papa e se riuscisse una guerra fra sudditi e sovrano lo mostrarono troppo presto e troppo funestamente i fatti che succedettero7.

La quale promulgazione di quell’ibrido statuto, a parte la leggerezza e il niun senno e la volubilità di Pio IX a cui ho più volte accennato e che, per debito di storico obiettivo, debbo riconfermare e riconfermo pienamente, non era tanto dovuta a questi difetti del Pontefice, quanto alla duplice ed opposta qualità degli alti uffici che in lui si accoglievano. La contraddizione fra i doveri di quei due uffici, la contraddizione, che aveva presieduto e che ineluttabilmente doveva presiedere ai primi atti pubblici — e io lo notai — di Pio IX, la contraddizione che aveva continuato, quantunque, in mezzo a quegli entusiasmi, a quelle speranze, a quelle illusioni, non avvertita quasi nè dal Papa nè dai popoli, a dominare, fra l’azzurro e le rose, tutta quella situazione, ora si imponeva in tutta la chiarezza della sua [p. 178 modifica]inesorabilità e obbligava il Papa, che non voleva e non sapeva uscirne, che non aveva il coraggio di uscirne e il quale perciò si dibatteva, insipiente e impotente, fra le ferree strette di quella inesorabilità, a dare ai suoi sudditi una siffatta illusoria, ingarbugliata e impossibile costituzione, nella quale, dai suoi doveri di Papa, era costretto a salvaguardare e tutelare, sopra tutto, le tradizioni del dogma religioso a danno della libertà politica, i diritti del collegio cardinalizio a danno di quelli che egli voleva concessi ai sudditi, gli interessi della Chiesa a danno di quelli della patria.

Ma, allora, in quel marzo del 1848, dopo la rivoluzione di Parigi, «gli stati erano simili» - per usare l’espressione di quel preveggente che fu sempre il Principe di Metternich- «alle case minate: se cominciano a scricchiolare, la caduta segue con la rapidità del fulmine»8.

La rivoluzione francese aveva prodotto uno scoppio generale: a Londra si agitavano minacciosi i cartisti, in Irlanda le popolazioni cattoliche insorgevano in armi, in Svezia i popoli chiedevano altamente le riforme, in Spagna avvenivano tentativi di insurrezione repubblicana, nel sud-est della Germania, due grandi assemblee popolari a Manheim e a Stoccarda domandavano nettamante: libertà di stampa, tribunali con giurati, armamento del popolo e un parlamento tedesco. Di là quel movimento si diffuse nel Baden, nel Wúrtemberg, nell’Assia e il 1° marzo ebbe una inattesa e tanto più grave manifestazione nelle ardimentose domande della dieta germanica di Francoforte, sin lì supina ossequiatrice del gran cancelliere austriaco, la quale si ripercosse in Prussia ed ebbe poi un’altra solenne affermazione il 5 marzo ad Heidelberg.

Il Principe cancelliere aveva scritto quelle profetiche parole il 7 marzo; sette giorni dopo, il 14 dello stesso mese. Clemente di Metternich, cadeva sotto il furore di una sommossa popolare, a Vienna, dal potere che aveva tenuto dal 1809, per trentotto anni e «il signor di Hügel, noto esploratore dell’Asia, lo [p. 179 modifica]sottraeva al risentimento della folla e, fra pericoli e peripezie numerose, lo conduceva con la moglie in Inghilterra»9.

Mi è appena necessario accennare quali effetti instantanei e violentissimi producesse quell’avvenimento in Italia. A Milano le notizie di Vienna, giuntevi il 17, suscitarono il 18 la rivoluzione contro gli Austriaci, la quale si protrasse, con prodigi di eroismo da parte del valoroso popolo milanese, per le famose cinque giornate e si conchiuse con la espulsione degli stranieri dalla capitale lombarda, avvenuta il 22 dello stesso mese di marzo. Il 23 marzo Carlo Alberto, fattosi cavaliere dell’Italia oppressa, passava il Ticino alla testa dei suoi gagliardissimi Piemontesi.

A Roma quelle novelle, succedutesi, con rapidità fulminea, le une alle altre, avevano tratta la popolazione al delirio. Atterrato lo stemma austriaco al palazzo di Venezia, illuminata tutta la città, apertesi le iscrizioni dei volontari per la guerra santa di Lombardia e, in tre giorni, raccoltisi e ordinatisi, alla meglio, tremila giovani, animati di santo entusiasmo, partivano alla volta di Bologna, sotto gli ordini dei generali Giovanni Durando ed Andrea Ferrari, intanto che tutte le milizie regolari dello stato romano venivano indirizzate verso il Po. L’ora solenne, l’ora decisiva, da tre secoli invocata, implorata, desiderata da dodici generazioni d’italiani, era suonata! Quale penna potrebbe descrivere al vivo, così da rendere nella sua realtà, coi suoi entusiasmi, con la sua fede, con le sue lacrime di gioia, la grandezza meravigliosa di quell’ora? Io che scrivo ricordo, benchè fossi fanciullo, così come le vedessi ora, le bellezze epiche di quelle giornate e vedo ancora quelle schiere balde e risolute di giovani - i quali mai avevano udito fragor d’armi - mosse ed accese dal solo nobilissimo desiderio di far libera la patria dallo straniero, avviarsi al campo, fra i fiori, i plausi e le lacrime di tutto un popolo affollato sul loro cammino: piangeva mio padre, fremente di non poter partire, perchè unico sostegno di cinque figli tenerelli e piangevo anch’io.

A quei giorni Pellegrino Rossi si era ritirato, da privato, all’Hôtel d'Angleterre, in via Borgognona, dove riceveva pochi [p. 180 modifica]amici e donde usciva per visitarne altri pochi! Egli aveva deciso di richiamare a sè la moglie e i figliuoli e di vivere a Roma, ove il Papa lo teneva in gran conto, ove in grande stima lo tenevano tutti gli uomini più autorevoli del partito liberale moderato ed ove due motivi lo consigliavano a fermare la sua dimora, l’andamento delle cose italiane, alle quali, come antico patriota, ferventemente si appassionava e la profonda speranza, se non pure il convincimento, che il suo ingegno, il suo sapere, la sua esperienza sarebbero stati, o presto, o tardi, adoperati, con utile e onore suo, pel bene della patria.

Egli frequentava le case del Duca Mario Massimo di Rignano, della Contessa Teresa Spaur nata Giraud, del Cardinale Lodovico Altieri, del Conte Giuseppe Pasolini. E, di sovente, era a contatto coi ministri Recchi, Minghetti, Pasolini e Aldobrandini, con monsignor Giraud, con lo scultore cav. Pietro Tenerani, col Principe di Teano, col dottor Paolo Volpicelli, con monsignor Pontini, col Cavalier Righetti, col Massari, col Raggi e con pochi altri.

In quei giorni egli divenne frequentatore, anche più assiduo di prima, della libreria francese internazionale del Merle in via della Colonna, ove convenivano di solito i forestieri più colti e gli scienziati che dimoravano in Roma; ed ivi volentieri conversava intorno alle novelle e ai casi ognor più prodigiosi del tempo.

Veramente quell’entusiasmo romano, quelle legioni di volontari, formatesi sotto i suoi occhi in un baleno, lo stupirono da prima, poi lo commossero.

Quei fatti furono per lui la rivelazione completa di un vero che non conosceva che per metà. Tre mesi innanzi egli credeva bensì al desiderio degl’Italiani di sottrarsi al dominio straniero, credeva bensì che questo sentimento fosse generale, ma non pensava che esso andrebbe di là dalle manifestazioni clamorose e dalle retoriche declamazioni. In fatti, tre mesi innanzi a quei fatti del marzo, il Rossi, favellando con taluni dei più ardenti fra i provocatori dell’Austria a Roma, aveva espresso il convincimento che gl’Italiani volessero fare contro i Croati guerra a parole. Il D’Haussonville riferisce il discorso del Rossi cosi: «Ma, in fine» — diceva loro con la sua parola fredda e mordente — «a che volete venirne voi con queste incessanti provocazioni [p. 181 modifica]dell’Austria? Essa non vi minaccia punto: essa resta nei limiti a lei tracciati dai trattati. È dunque una guerra di indipendenza che voi volete? Ebbene: vediamo: calcoliamo le vostre forze: voi avete sessantamila uomini in Piemonte e non un solo uomo di più in quanto a truppe regolari. Voi parlate dell’entusiasmo delle vostre popolazioni. Percorrete le vostre campagne, guardate se un uomo si muove, se un cuore batte ed un braccio è pronto a prendere le armi. Battuti i Piemontesi, gli Austriaci possono andare difilati fino a Reggio, senza incontrare un Italiano. Io vi comprendo: voi vi rivolgerete allora alla Francia. Bel risultato invero di una guerra d’indipendenza, richiamare ancora una volta due stranieri sul vostro suolo! Austriaci e Francesi combattentisi sui campi di battaglia italiani, non è questa la vostra eterna e deplorevole storia? E poi, voi volete essere indipendenti, non è cosi? Noi, noi lo siamo. La Francia non è già un caporale agli ordini dell’Italia. La Francia fa la guerra quando e per chi le conviene. Ella non mette i suoi battaglioni e i suoi vessilli a discrezione di alcuno»10.

Ho voluto riferire anche queste parole del Rossi, scetticamente brutali in vero, per meglio dimostrare, oltre gli altri accenni già dati in proposito, come egli, rimasto lontano trent’anni dall’Italia, tornatovi da poco, tutto intento a seguire e a coadiuvare la politica del Guizot, tutto imbevuto delle massime e delle teorie di lui, tuttochè amantissimo dell’Italia e degl’Italiani, non si fosse subito reso conto dei progressi rapidi e profondi fatti dal sentimento nazionale nell’animo degli abitanti della penisola e come non comprendesse che tardi, non ostante le sue meravigliose chiaroveggenze, tutta la potenza di quel sentimento e la vera indole del movimento che ne derivava.

Allo stupore che destò in lui quell’impeto d’amor patrio, espresso con l’impugnar dell’armi da parte della gioventù italiana, successe la commozione e l’ammirazione: onde egli il 6 aprile, da amico ad amico, scriveva al Guizot, dopo essersi condoluto con lui ed averlo consolato, per quanto era possibile: «L’Italia è profondamente agitata. La questione nazionale trae con sè e domina tutte le altre questioni. Lo slancio è generale e [p. 182 modifica]irresistibile. I governi italiani che non lo seconderanno vi periranno. Ma uno si ingannerebbe se credesse che l’Italia è comunista e radicale. I radicali vi esercitano influenza solo perchè hanno avuto la destrezza di mettersi alla testa del partito nazionale e di nascondere qualunque altro disegno. Per sè stessi essi non sono ancora nè numerosi, nè accetti al paese. Essi lo diverrebbero probabilmente se il partito nazionale, che è il paese tutto intiero, incontrasse una lunga e vigorosa resistenza o se esso fosse trascinato per disperazione a provvedimenti violenti. Se l’Austria facesse domani, per la Lombardia e per la Venezia, ciò che il Re di Prussia ha fatto per il ducato di Posen, io credo che la penisola potrebbe essere conservata alla causa della monarchia e della libertà regolare. La repubblica proclamata a Venezia non è una imitazione di quella di Parigi, ma una rimembranza veneziana. Essa è, come il fatto della Sicilia, un ghiribizzo dello spirito municipale, che è assai indebolito in Italia, ma lungi dall’essere spento. Se la pace arrivasse presto per gl’Italiani, essa recherebbe loro non pochi imbarazzi e contese. Se la guerra si prolunga, la fusione si effettuerà, sopra tutto sui campi, al fuoco del radicalismo e nel suo crogiuolo.

«Io resto provvisoriamente a Roma; mio figlio Alderano che ha immediatamente lasciato la sotto-prefettura d’Orange, è a Marsiglia con mia moglie. Io li richiamo a Roma»11.

Acutissime sono le osservazioni sul carattere della repubblica proclamata a Venezia, appena espulsi gli Austriaci, e sulla separazione proclamata in Sicilia; da uomo che vede le cose attraverso alle affumicate lenti del dottrinario è la supposizione che, se l’Austria avesse accordato ai Lombardo-Veneti ciò che il Re di Prussia aveva accordato ai Polacchi di Posen - e in quel momento i Piemontesi sconfiggevano gli Austriaci sul Mincio, a Goito, a Valeggio e a Monzambano - tutto si poteva ancora accomodare. Il solo desiderio di applicare a tutto e sempre la politica du juste milieu poteva far supporre possibile ad un uomo della avvedutezza ed esperienza politica di Pellegrino Rossi che i Veneti e i Lombardi si acconciassero, per un po’ di libertà [p. 183 modifica]e di autonomia, concesse sotto la pressione di popolari vittorie, a rimanere sotto il dominio dell’Austria e creder possibile che gli altri Italiani loro lo consentissero. In questa supposizione, in questo se così leggermente buttato là, non soltanto manca la giusta valutazione della temperatura altissima di febbre a cui erano giunti i polsi italiani, ma mancano i termini del paragone; perchè gli abitanti del ducato di Posen, che chiedevano e ottenevano riforme dal Re di Prussia, erano ben lungi dal trovarsi nelle condizioni in cui si trovavano i Milanesi e i Veneziani, i quali, da loro, avevano espulso, a furor di popolo, i Croati dalle proprie città e che sapevano anche come, al loro soccorso, sopravvenisse un forte e bene ordinato esercito di sessantamila uomini!

Ma ora, per Pio IX, era sopraggiunto, a causa di quell’apoplettico succedersi di inopinati e gravissimi fatti, il momento in cui quella poderosissima contraddizione, entro le acciaree strette della quale si andava aggrovigliando da ventidue mesi, comandava una decisione che togliesse ognuno dal mare degli equivoci, in cui tutti andavano, alla cieca, navigando da quasi due anni. Ben se ne accorgeva il Pontefice, ciò è a dire ben se ne avvedevano coloro che lo attorniavano e che, in nome degli interessi della Chiesa, si erano ormai impadroniti dell’animo suo timido e scrupoloso. Quegli avvenimenti fulminei e le conseguenze a cui essi adducevano avevano percosso i Cardinali, i sanfedisti, i gesuiti, i quali si valsero dei loro terrori per trasfonderli, addoppiati, nel cuore del vacillante Pontefice. Il turbamento di quella coscienza trapelava dall’Allocuzione in stile biblico e con oscuri concetti apocalittici, lanciata ai popoli d’Italia il 30 marzo. Gli avvenimenti che questi due ultimi mesi hanno veduto, con si rapida vicenda, succedersi ed incalzarsi, non sono opera umana. Guai a chi, in questo vento che agita, schianta e spezza i cedri e le roveri, non ode la voce del Signore!»

Cosi cominciava quella Allocuzione, tutta ridondante di tristi riflessioni, che avrebbero voluto essere filosofiche, intorno agli imperscrutabili decreti della Provvidenza e nella quale il Pontefice parlava agli Italiani, che, in quel momento, erano vittoriosi, parole di misericordia verso i vinti e, per tutto aiuto ad essi, nella lotta che sostenevano contro il poderosissimo [p. 184 modifica]oppressore straniero, li accertava che egli volgeva al cielo continue preci per «invocare la pace sopra tutta questa terra d’Italia, che se, nella nostra carità universale per tutto il mondo cattolico, non possiamo chiamare la più diletta, Dio volle che però fosse per noi la più vicina» 12.

A chi avesse letto bene entro quelle linee - e in quei giorni di cervelli sconvolti e di accese passioni, erano rarissimi quelli che sapessero leggere bene - sarebbe apparso chiaro che in esse c’era implicita come la disdetta della interpretazione troppo favorevole data - sempre per la ragione che gli occhi velati dalla passione non sapevano più leggere il vero - alle parole contenute nella precedente Enciclica che finiva col celebrato motto; «Benedite, gran Dio, l’Italia, e conservatele sempre questo dono, di tutti preziosissimo, la fede»; parole nelle quali il Papa esprimeva un pensiero esclusivamente religioso e gl’Italiani, ciechi ed illusi, vi avevan voluto vedere unicamente il senso politico.

Quella Allocuzione del marzo non era, quindi, soltanto la disdetta di quella falsa interpretazione, ma era anche il preludio con cui si entrava nel finale della contraddizione, onde si sarebbe chiusa quella brutta commedia della politica a partita doppia che don Abbondio era stato costretto fin li a rappresentare. Dappoichè il Papa, già pentito — per le continue suggestioni dei Cardinali reazionari, dei gesuiti e degli ambasciatori d’Austria e di Baviera — dell’accordata costituzione, la quale — egli lo senti subito — non era toga virile da potersi indossare sopra il gran manto sacerdotale, ora si trovava davanti al bivio fatale a cui lo avevano condotto, con quotidiano traballamento, in quel periglioso cammino, gli avvenimenti di cui egli stesso era stato l’inconsapevole iniziatore.

[p. 185 modifica]la guerra all’Austria, perchè guerra, da un capo all’altro del suo stato, gridavano e volevano i popoli: ma Pio IX, capo dei cattolici, rappresentante di un Dio di pace. Pio IX, Pontefice massimo della Chiesa, poteva intimare la guerra ad uno stato cattolico quale era l’austriaco? I ripieghi, i sotterfugi, l’altalena, la politica di un colpo al cerchio e l’altro alla botte ora non potevano adoperarsi più: era giunto il momento decisivo. E Pio IX, nella cui piccola mente, nel cui animo scrupolosissimo i rappresentanti del partito reazionario italiano e straniero avevano inspirato la certezza di un imminente scisma dei cattolici d’Austria e di Germania13, si decise, come logicamente, necessariamente doveva decidersi: gl’interessi maggiori prevalsero, come era naturale, sui minori, quelli dei centottanta milioni di cattolici affidati alla sua tutela e alle sue cure su quelli dei tre milioni di sudditi sottoposti al suo temporale dominio, la voce della religione soffocò quella della politica, onde egli - come da tutti è risaputo - il 29 aprile 1848 pronunciò - mentre già le sue milizie e i volontari sudditi suoi, sotto gli ordini del Durando e del Ferrari, avevano oltrepassato il confine e si erano [p. 186 modifica]impegnati in guerra con gli Austriaci - la famosa Allocuzione che distruggeva - e irrevocabilmente e per sempre - la contraddizione e ridava la libertà di movimento a tutti nel cammino logicamente fatale della storia.

In quella Allocuzione il Papa adduceva tutte le ragioni per le quali egli non poteva, non doveva, non voleva dichiarare la guerra all’Austria e metteva in splendidissima luce la contraddizione esistente nel duplice ufficio di cui egli si trovava investito e la incompatibilità dei due uffici nella stessa persona. Dopo aver dichiarato come e perchè egli non scenderebbe mai in guerra contro gli Austriaci, aggiungeva che mai assumerebbe la presidenza di una confederazione italiana14.

Cosi si rompeva l’incantesimo, si dissipavano tutte le speranze, si distruggevano tutte le illusioni; il Papa riprendeva per sè e restituiva agli Italiani la libertà d’azione, dalle nuvolette rosee del mondo dei sogni si tornava sul campo solido e doloroso della realtà.

Come Pontefice della Chiesa cattolica Pio IX aveva fatto il suo dovere e il Cardinale Lambruschini, esultando nell’udire leggere quella Allocuzione, aveva esclamato: «Finalmente ha parlato da Papa!»; ma come principe italiano egli aveva [p. 187 modifica]disertato la causa della indipendenza e della libertà, aveva ingannato i suoi ministri costituzionali, aveva abbandonato come briganti e messi fuori dei diritti delle genti ì suoi sudditi, ora da lui sconfessati, che guerreggiavano nel Veneto e in Lombardia e, col suo esempio, inaugurando una politica di reazione e completamente opposta a quella seguita fin lí, veniva a fortificare TAustria, a indebolire la causa nazionale alla quale, di fatti, venne subito meno l’aiuto dell’esercito napoletano, arrivato al Po e il quale, dopo l’Allocuzione del 29 aprile, ricevette subito rondine di retrocedere.

Quali effetti producesse in Roma quella Allocuzione è noto:

rindignazione popolare fu vivissima e quale logicamente doveva essere: nondimeno, e non ostante le sciocche contemporanee e postume declamazioni di storici scrittori reazionari e anche di parecchi dottrinari e moderati, lo scoppio d’ira del popolo e della guardia civica di Roma non fu adeguato all’enormità incalcolabile del danno, alla incalcolabile enormità dell’offesa recata dall’Allocuzione papale. Si, la storia imparziale debbe affermarlo oggi, dopo cinquantanni; la popolazione e la civica romana diedero esempio mirabile di senno e di temperanza15.

[p. 188 modifica]Non è mio ufficio narrare qui le vicende successive a quella infausta Enciclica: nè la nomina del ministero Mamiani in sostituzione di quello Antonelli-Recchi, nè le elezioni compiutesi nello stato romano dei rappresentanti al Consiglio dei deputati; nè le adunanze e le discussioni di quell’assemblea; nè gli avvenimenti guerreschi di Lombardia, nè le prime onorate vittorie dei Piemontesi, nè le titubanze del valorosissimo soldato, magnanimo re e mediocre generale, Carlo Alberto, nè gli errori del suo stato maggiore, nè le lentezze e le discordie del Durando e del Ferrari, nè le prove di fermezza, di coraggio e di entusiasmo date dai Toscani a Montanara e Curtatone, dai Romani, in venti giorni di lotta, a Vicenza, nè gli atti eroici dell’esercito sardo sotto Peschiera e Mantova e alla battaglia di Goito, nè l’abilità di grande capitano dimostrata dal maresciallo Radetzcky, nè la dolorosa sconfitta di Custoza e la susseguente ritirata su Milano16 e l’armistizio Salasco.

Solo, per la maggiore intelligenza di ciò che segue, io debbo richiamare l’attenzione dei miei lettori su due specie di fatti, svoltisi dal 29 aprile al 16 settembre 1848, giorno in cui Pellegrino Rossi fu assunto al ministero.

La prima serie riguarda tutti gli atti compiti dai liberali moderati per procurare di rabberciare il terribile strappo fatto dall’Allocuzione papale del 29 aprile nell’ordito del programma da essi intessuto per contenere entro i limiti dell’ordine costituzionale tutto quel terribile rivolgimento patriottico: la seconda [p. 189 modifica]per raggruppare tutti gli atti compiti, da quel fatale 29 aprile fino al 15 novembre dello stesso anno 1848, da Pio IX, divenuto ormai preda del partito austro-gesuitico e deciso irremovibilmente non solo a sostare, ma a retrocedere sulla via delle concessioni patriottiche e liberali.

Invano si sono affaticati, per cinquantanni, tanti scrittori e papalini e moderati - e alcuni anche esimii - a voler nascondere, o attenuare almeno o l’esistenza o l’importanza di quegli atti, tentando, con più o meno pietose menzogne, di contorcere e piegare la storia alla dimostrazione non delle cose vere ma delle cose da essi desiderate; invano si sono sforzati, con dottrinarie riflessioni e con astiose declamazioni, a negare la evidenza dei fatti e, ciò che è peggio assai, a strapazzare la logica della storia la quale, piacesse o non piacesse a quei messeri, governando per forza di sillogismi gli avvenimenti, condusse inesorabilmente a quegli eventi che erano legittima conseguenza di legittime premesse. Io pure avrei desiderato e desidererei, come certo anche i lettori di questo libro, che gli eventi si fossero svolti diversamente da quel che si svolsero; sarebbe stato desiderabile che concordia completa e senno virile e prudenza senile avessero guidato gl’Italiani; che non fossero esistiti tanti partiti ostili fra loro; che non si fossero commessi tanti errori militari e politici; ma perché ciò fosse potuto accadere sarebbe stato necessario che non fosse esistita la storia d’Italia dei tre secoli precedenti; non le secolari divisioni politiche, non gli opposti interessi regionali, non le vicendevoli gelosie fra le città capitali, non le tradizioni delle varie case principesche, non gli influssi della grande rivoluzione francese in Italia, non la dominazione napoleonica, non il trattato di Vienna del 1815, non la massoneria, non la Carboneria e le sue rivoluzioni del 1821, non i rivolgimenti del 1831, non le sètte dei sanfedisti e dei centurioni organizzate e protette dal governo pretesco, non la Giovine Italia e il suo apostolato, non i patiboli austriaci, borbonici ed estensi, non le congiure e i tentativi insurrezionali del 1834, del 1844 e del 1845, non i congressi scientifici e i libri dei riformisti e via di seguito. Ma, allora, sottratti tutti quei fatti alla storia, cioè tolte tutte quelle premesse, non si avrebbero avute le conseguenze che si ebbero e non ci sarebbe stata nè [p. 190 modifica]la successiva e assidua preparazione delle coscienze italiane, nè la lenta evoluzione dell’alto ideale della rigenerazione italica, nè quelle aspirazioni alla libertà, nè quell’odio contro gli stranieri, nè quel bisogno profondo d’indipendenza, nè quella gioventù disposta a correre alle armi, a combattere, a sacrificarsi, nè quelle varie correnti di sentimenti e di opinioni che determinarono tutto quel sommovimento e, molto probabilmente, non essendoci stati i riformisti, non vi sarebbero stati neppure i sagaci dottrinari moderati, che da essi derivavano, e quindi neppure il loro programma da porre ad atto. Ora, sottratti tutti i fatti accennati prima - che erano le premesse - di necessità sarebbero mancati i fatti successivi - che erano le conseguenze e si sarebbe disfatta e cancellata completamente tutta quella storia. È evidente, quindi, che nulla hanno a fare i desiderii umani, che si fondino sopra impossibili ipotesi, nulla hanno a fare con la legge sapiente che sapientemente e fatalmente, sul solo fondamento della logica, governa la storia.

La storia è quella che è, non quella che a noi sarebbe tornato 0 tornerebbe utile e piacevole che fosse stata, o che fosse.

Per ciò unicamente, ed in ossequio a questa legge, di cui io cerco sempre i rapporti fra le premesse e le conseguenze nei fatti storici, perciò io non biasimo, con la mia facile sapienza del postero, che guardo quegli avvenimenti dalla calma e serena vetta della riflessione, attraverso alle lenti della critica, sul fondamento di quasi innumerevoli documenti, ignoti agli attori di quel dramma, non biasimo gli sforzi adoperati dai costituzionali, a quei di, per rattenere Pio IX sul cammino da lui intrapreso e per contenere gli avvenimenti entro i termini del programma da loro fissato; e non li biasimo perchè, trasportandomi col pensiero nel tempo e sui luoghi in cui gli eventi si svolgevano, comprendo come essi, i liberali moderati, quel programma stimando ottimo alla lenta e ordinata redenzione della patria, dovessero far di tutto per vederlo effettuato. E quel programma ottimo sarebbe stato se le rivoluzioni fossero ruscelli, e non fiumi, da poter essere agevolmente guidati anche nella esuberanza delle loro acque, entro determinate sponde. Ma io non biasimo neppure - come essi, gli scrittori moderati fanno - i democratici e i radicali, quali, vistosi infranto fra [p. 191 modifica]le mani lo strumento con cui, insieme ai moderati ed ai costituzionali, avevano sperato scacciar dalla penisola lo straniero, vistisi abbandonati da colui in cui avevano riposta ogni loro speranza e, pur volendo conseguire l’indipendenza dallo straniero, che era lo scopo supremo a cui tutti i partiti tendevano concordi, si buttarono, per disperati, nelle vie delle rivoluzioni popolari.

Perchè, è bene fissar questo punto: fino a che si sperò e si credette Pio IX fautore e promotore della santa guerra d’indipendenza da tutti i partiti ugualmente desiderata e voluta, fino a che, per conseguenza, si sperò di potere avere coadiutori tutti i Principi italiani, dall’esempio e dall’autorità del Papa tenuti uniti alla grande impresa, le popolazioni, tuttochè divise da opposti desiderii e da svariate aspirazioni, restarono unite entro i confini della legalità e delle costituzioni; ma, quando l’Allocuzione del 29 aprile venne a infrangere quell’ideale, a dissipare quelle speranze, a distruggere quella fede, allora i popoli eccitati, addolorati, convulsi si gettarono ai più disperati partiti.

L’Enciclica del 29 aprile, che di poco precedette e anzi concorse a produrre i disastri delle armi piemontesi in Lombardia fu l’inizio della rivoluzione. «Quest’epoca dolorosa d’armistizio - scrive uno dei più autorevoli fra gli storici moderati - «fu la vera epoca rivoluzionaria in Italia. E lo doveva essere: perchè ad un gran dolore e ad un grande disinganno succede naturalmente la disperazione, la quale dà ascolto ai più cattivi consigli e ai più malvagi consiglieri»17.

Dunque, siccome era ragionevole e logico che i moderati cercassero di rattenere il Papa su quello che essi estimavano il retto cammino, è inutile negare che lo facessero. Pellegrino Rossi, primo di tutti, e, con esso, il Pasolini, il Massimo, l’Aldobrandini, il Recchi, il Farini, il Minghetti, il Montanari, l’Orioli, il Pantaleoni, il Sereni e lo stesso Mamiani - benchè [p. 192 modifica]non dottrinario - e lo Sturbinetti e l’Armellini e il Muzzarelli e il Potenziani e il Fabbri e il Pepoli, a Roma e da lontano, dentro e fuori delle due Camere, fecero di tutto per tener su l’idolo, che da sè si era spogliato della sua aureola e del suo manto di stelle e si era mostrato nel suo reale abito da prete; fecero di tutto, aiutati anche da una parte della stampa, per tener desto l’entusiasmo e viva la fede delle popolazioni in Pio IX; il Gioberti profuse tutta la sua autorità e tutta la sua popolarità per risvegliare fede ed entusiasmo... ma l’incantesimo era rotto, le larve erano sparite, e sul cielo di zaffiro si era delineata, circondata di nembi, dolorosa, terribile la realtà.

E meno male se il Pontefice avesse aiutato, coi suoi atteggiamenti e con le sue parole, tutti quegli sforzi dei costituzionali! Ma, a farlo apposta, il Papa non ometteva occasione, non lasciava sfuggire circostanza per mostrare apertamente il suo malanimo verso il Mamiani, verso il Marchetti, verso il ministero e verso la Camera dei deputati e verso la costituzione e verso le idee liberali. Egli non soltanto si sentiva realmente a disagio su quel letto di Procuste dello statuto, ma voleva che tutti si accorgessero di quel suo disagio e che tutti comprendessero ciò che egli tardi aveva compreso, ma sempre in tempo: il Pontefice della Chiesa cattolica non potere essere principe liberale, il dogma non potersi accordare con la costituzione. Due volte costrinse il ministero Mamiani a dimettersi, più volte si corrucciò con il Consiglio dei deputati e non valse neppure l’invasione dei suoi stati, operata dal maresciallo Welden, neppure l’eroica resistenza opposta dal popolo bolognese agli Austriaci e la rotta da quello a questi inflitta l’8 agosto, a rimuovere Pio IX dalla sua nuova politica ostile alle idee di libertà, ostile all’idea nazionale18.

[p. 193 modifica]La lettera arcadica da lui scritta all’Imperatore d’Austria, subito dopo l’Enciclica del 29 aprile, per persuaderlo a ripassare le Alpi e ad abbandonare TItalia, la missione affidata al deputato Farini presso il Re Carlo Alberto, la protesta fatta emettere dal Cardinale Soglia Ceroni contro l’invasione austriaca, erano tutti pannicelli caldi sopra una gamba di legno; tanto più che egli e i reazionari, da lui incoraggiati con l’Allocuzione e ai quali ormai si era dato in braccio, palesemente attraversavano l’opera del Mamiani e del Consiglio dei deputati.

[p. 194 modifica]Tutti i tentativi dei costituzionali erano vani; rappezzature minuscole ad un enorme sdrucito. Cosi ogni giorno che passava, da quel fatale 29 aprile, allargava sempre più l’abisso aperto dall’Enciclica fra il sovrano ed i sudditi, fra gli Italiani e Pio IX. Anche i più ardenti ammiratori di lui, dinanzi all’eloquenza irresistibile dei fatti, si intiepedivano: quelli - ed erano i più che lo avevano amato, perchè se ne erano fatto il tipo ideale del redentore d’Italia, vistolo nel suo vero aspetto, disillusi, amareggiati e non sapendo e non potendo e non volendo comprendere che il Papa non poteva essere che cosi, quale oggi si mostrava, e non quale a loro era apparso in principio e quale essi, secondo i loro desideri!, se lo erano figurato, non lo odiavano ancora, perchè non sapevano e non volevano confessare a sè stessi di essersi al tutto ingannati, ma lo compativano, amando crederlo vittima delle suggestioni austro-gesuitiche; e del tradimento accusavano i Cardinali, i reazionari, gli austriacanti, ma non Pio IX, in cui però non avevano e non potevano avere più fiducia, dopo la constatazione della sua soverchia bontà, della sua debolezza, della sua incapacità ed impotenza. In conclusione tutti gli spiriti si alienavano da lui e si volgevano, sconfortati, altrove, in cerca di uno strumento - giacché mancava l’Eroe - che li servisse nel massimo dei loro ideali, l’espulsione dell’Austriaco dall’Italia; e quindi si gettavano avanti, disposti a camminare senza lui, e se fosse necessario, anche contro di lui19.

[p. 195 modifica]Ad affrettare sempre più questa evoluzione delle opinioni, dei sentimenti che gli eventi incalzantisi rapidamente compivano in centinaia di migliaia di coscienze, si agitavano — e come no? e perché no? — i carbonari, gli affigliati della Giovine Italia, tutti coloro che, per quindici, per venti, per trentanni, avevano carezzato altri ideali e li avevano riscaldati nell’animo, a prezzo di torture, di lacrime, di sacrifici negli ergastoli, nello vie spinosissime dell’esilio. E come mai e perchè mai i seguaci del Mazzini, che avevano sempre sperato e creduto nel suo verbo, come e perché mai non avrebbero dovuto avere maggior fede in esso, ora, ora che svaniva e si dileguava, come vaporosa nebbiuzza dinanzi al sole della realtà, il sogno che era stato l’ideale del Gioberti? Dal 16 giugno 1846 al 29 aprile 1848 una stella aveva guidato gl’italiani, quella profetata dal Gioberti, Pio IX; e fino a quel giorno l’autore del Primato era stato apostolo e duce: ora quella stella, avvolta in lividi nuvoloni, era tramontata, e il Gioberti non decadeva, ma precipitava nell’opinione degl’italiani. E siccome l’Italia si doveva e si voleva redimere, siccome lo straniero doveva essere cacciato dalla penisola, così gl’Italiani si volgevano ad una stella che lucciccava laggiù, in fondo all’orizzonte; onde dal 29 aprile 1818 al luglio del 1819 duce ed apostolo dominerebbe il Mazzini. Non si era potuto scacciar lo straniero e redimere l’Italia coi principi... era giunta l’ora di accingersi alla prova col solo aiuto dei popoli. Tutto ciò era logico, naturale, evidente, e perciò avveniva.

Né gl’italiani di quei giorni, spensierati, ingenui, inesperti, clamorosi ed entusiasti, imprudenti e imprevidenti, appunto come la gioventù, potevano vedere tutte le difficoltà, la levità, i pericoli di quella guerra di popolo: tutto è facile per la giovinezza inconsiderata: la baldanza, la fede, l’entusiasmo mostravano agevole l’opera, quasi sicura la vittoria: gl’inni, le poesie, le declamazioni dei circoli, le smargiassate e le notizie miracolose dei giornali: la rivoluzione a Vienna, in Germania, in Ungheria, in Polonia; e poi Dio lo vuole\ avanti, dunque, avanti! I desideri!, le speranze, le illusioni si scambiavano per realtà e nessuno vedeva e poteva vedere la mancanza di organizzazione, la deficienza di direzione, la nessuna esperienza nelle armi; [p. 196 modifica]nessuno stimava il valore e la sagacia di Radetzcky: con l’entusiasmo, con la fede, tutto era possibile, tutto era facile:

Uniti e concordi
Uccidiam Radetzcky
Cacciamo i Tedeschi
Dall’italo suol20.

Tutto ciò era logico, naturale, esplicabile: era così e non poteva essere altrimenti: e tanto peggio pei dottrinari che, in onta alla logica storica, non lo compresero, empiendo i loro volumi di altrettanto enfatiche quanto vuote e ridicole postume declamazioni!

Per conseguenza dei fatti accennati, dalla caduta del ministero Recchi-Antonelli alla elevazione al potere di Pellegrino Rossi, in quei quattro mesi e mezzo, in quella lotta palese fra il principe e gli alti poteri dello stato da un lato e le popolazioni dall’altro, in quel continuo aggrovigliamento di tenebrose insidie per parte dei gesuiti, dei sanfedisti, della diplomazia e polizia austriaca, ogni più lieve vincolo benevolo che fosse ancora esistito fra sudditi e governo si ruppe. Nelle Marche e nelle Romagne cominciavano ad avvenire, qua e là, omicidii politici: erano i carbonari che, visti i centurioni e i sanfedisti mantenuti negli uffici da loro occupati, non molestati per le passate loro nequizie, cominciavano a vendicarsi per conto loro. A Bologna, la plebe vittoriosa degli Austriaci nel di 8 agosto, iniziava una tirannide che rassomigliava all’anarchia. Dappertutto era cessata l’azione del governo, fiacchissima in passato, ora, per le ragioni accennate, divenuta nulla assolutamente, specialmente dopo che al Mamiani, il quale era pur uomo d’alta mente, di grande energia dotato e che godeva di una immensa popolarità, era succeduto al potere il Conte Eduardo Fabbri, esule del ’31, uomo di indubitabile fede liberale, ma semplice, povero di espedienti, debole e senza autorità.

Tali erano le condizioni dell’ambiente nel quale Pellegrino Rossi verrebbe, fra breve, chiamato a svolgere la sua azione e la sua sapienza di uomo di stato. [p. 197 modifica]Pellegrino Rossi, che aveva raccolto attorno a sé la sua famiglia, che aveva lasciato partire suo figlio Odoardo volontario per la guerra di Lombardia, era andato ad abitare al palazzo di Malta, oggi Salviati, al Corso.

Sul finire di aprile, e prima che il Papa avesse pronunciata e pubblicata la fatale Allocuzione, Pellegrino Rossi aveva fatto un viaggio in Toscana e si era trattenuto alcuni giorni a Carrara sua patria. I suoi concittadini gli fecero festosa accoglienza e seppero, nella loro maggioranza, apprezzare il grande valore di quell’uomo, nato fra loro; così che non appena, per effetto del decreto granducale del 12 maggio 1848, i territori della Lunigiana e della Garfagnana furono annessi alla Toscana e non appena, per ciò, i cittadini di Carrara furono chiamati alle urne per la elezione del loro deputato all’Assemblea toscana, elessero Pellegrino Rossi.

Il quale non accettò quel mandato, perché deciso a divenire suddito romano e a servire la grande e amata patria italiana in Roma e da Roma.

Ma qui è importante tornare col pensiero al fatto da me accennato già e che ebbe, poi, non lieve influenza a determinare quella irresistibile corrente di avversione, di ostilità, di odii contro Pellegrino Rossi, che lo travolse e lo trascinò a morire sotto il pugnale di un fanatico, il quale era convinto di salvare, uccidendo il grand’uomo, la patria e la libertà.

Fin dal 1839 e, poi, con crescente frequenza di assalti e con aumentato numero di assalitori. Pellegrino Rossi era stato fatto segno - ed io lo notai già - ad accuse e vituperi a cui poteano prestare qualche parvenza di vero le maligne interpretazioni degli eventi, delle opere, dei vari atteggiamenti di lui nella sua vita avventurosa e randagia. Se al Cardinale di Richelieu bastavano due righe autografe di un uomo per trovarvi la ragione o il pretesto a condannarlo, è facile immaginare quale più vasto campo potessero offrire alle accuse gli atti pubblici e le parole di un uomo che aveva vissuto, per così dire, tre vite in tre paesi diversi, e gli scritti di lui, che costituivano almeno dieci grossi volumi I L’origine e la ragione vera di questa guerra, alla quale prese anche parte, pur troppo, come notai, un brioso ed elegante scrittore francese, Alphonse Karr, vanno ricercate [p. 198 modifica]principalmente in due cause - potentissime, in mezzo al conflitto delle bestiali passioni umane - nell’invidia e nell’odio di parte.

Quell’uomo che, dall’Italia profugo per causa di libertà - e questo non si rammentava, naturalmente; deliberatamente si dimenticava - aveva vissuto dieciotto anni nella repubblica di Ginevra e vi aveva primeggiato come professore, come pubblicista, come uomo politico e che di là - per la delusa ambizione, si diceva - era venuto a conquistarsi - avido di guadagni, cupido di onori, si diceva - una posizione in Francia e che vi era riuscito, superando grandi ostacoli, vincendo immense difficoltà e che, in un decennio, era divenuto professore su due cattedre, membro della Commissione del contenzioso per gli affari esteri, membro del Consiglio reale dell’istruzione pubblica, commendatore della Legione d’onore. Pari del regno, quest’uomo destava e doveva destare, attorno a sè e nell’animo di moltissime bestie umane, una immensa, implacabile invidia, doveva di necessità suscitare tutte le collere delle rivalità sopraffatte, delle mediocrità umiliate. Di li le ire e le viperee accuse, alle quali - lo ripeto - tanto, in apparenza, la sua passata vita si prestava.

Quest’uomo, poi, altero, sprezzatone, aristocratico, era un Aero dottrinario, ammiratore ed amico del Guizot, del De Broglie, del Villemain, sostenitore ardente, intrepido, appassionato del sistema di governo inaugurato dal Guizot, al quale sistema egli apportava il formidabile appoggio del suo potente ingegno, della affascinante sua parola, del suo grande sapere, della sua alta autorità, della sua sanguinosa ironia; quest’uomo, devoto alla casa d’Orlèans, favorito dai ministri, favorito dal Re, per conseguenza naturale, era e doveva essere coinvolto nell’odio in cui la grande maggioranza dei Francesi, ultramontani, repubblicani, socialisti, comunisti, bonapartisti, avvolgeva la monarchia di luglio e il partito dottrinario. Di li le ire e le accuse.

L’invidia era stata la conseguenza logica e necessaria della bestialità umana contro un uomo tanto avventurato e tanto eminente; l’odio di parte era stato conseguenza logica e necessaria delle passioni umane e conseguenza, al tempo stesso, del temperamento, dei sentimenti, delle dottrine, delle opinioni e della fortuna del Rossi; poichè, se egli aveva goduto del favore [p. 199 modifica]della casa Orleanese e del partito dottrinario, se l’una e l’altro egli aveva sostenuto e favorito, era logico che dovesse essere odiato dai nemici degli Orléans e dei dottrinari.

Ora tutte quelle vecchie accuse, le quali altro non erano che maligne interpretazioni, calunniosi travisamenti, o, almeno, esagerazioni del vero, avevano accompagnato Pellegrino Rossi nel suo ritorno in Italia, allorché ripassò il Moncenisio in qualità di ministro plenipotenziario presso il Papa21. Ma, per allora, non poterono avere diffusione, perchè le condizioni della stampa nella penisola non erano tali da facilitare le pubbliche diffamazioni.

Ma, ora, quando il nome del Rossi fu portato sugli scudi dagli elettori carraresi, quelle accuse furono rinnovate e poterono trovar luogo nelle appassionate e violente polemiche del giornali del tempo e più ancora, come si vedrá, quando egli fu nominato ministro di Pio IX.

Secondo quelle accuse Pellegrino Rossi era uomo senza patria, oppure l’uomo dalle tre patrie; uomo senza opinioni, senza convinzioni, l’uomo di tutti i partiti: successivamente murattiano a Bologna, repubblicano in Svizzera, orleanista e dottrinario in Francia, ora dottrinario e papalino a Roma; Pellegrino Rossi era superbo, sprezzante, insensibile, egoista, scettico, ambiziosissimo, cupidissimo di guadagni, bandito di alta condizione, condottiero, capitano di ventura, sempre pronto a servire chi di onori e di pecunia fosse disposto a pagarlo. Uomo di grande ingegno, si, di vasta dottrina, si, di irresistibile eloquenza, si - e sfido io a negarlo! - ma imbevuto delle false e corruttrici dottrine della corrottissima scuola dottrinaria; scaltro, dissimulatore, insinuante a volte, a volte adulatore, senza scrupoli, capace tanto di essere corrotto quanto di corrompere altrui, senza coscienza, senza fede.

Ora, per tornare al viaggio di Pellegrino Rossi in Toscana e in Lunigiana, dirò che esso dovette essere breve, assai breve; perchè il 24 maggio, allorché l’illustre Gioberti venne a Roma, egli vi aveva indubbiamente fatto ritorno.

[p. 200 modifica]Forse - ciò non è detto, ma è probabile - egli vi era tornato più presto che non avesse disegnato, attrattovi dall’andamento delle cose italiche, le quali a Roma, più che altrove, dovevano sembrare a lui periclitanti e minacciate dopo l’Enciclica del 29 aprile, di cui esso aveva potuto vedere, nel suo viaggio, i solleciti e funesti effetti; e della quale egli era addoloratissimo. Imperocchè, bisogna bene stabilirlo. Pellegrino Rossi era convinto -ed io già l’ho accennato e ne ho addotto le prove-che il moto italiano di quei giorni aveva un principale e irresistibile impulso e un fine universalmente desiderato: l’espulsione dello straniero dalla penisola. Egli aveva espresso la sua opinione in proposito, antecedentemente, dicendo più d’una volta; «il sentimento nazionale, l’ardore di guerra è una spada, un’arma, una forza potente; o Pio IX risolutamente se la reca in mano, 0 la piglieranno le sètte nemiche e la rivolgeranno contro di lui, contro il Papato»22. Il vedere quindi il Papa disertore dall’impresa gli era parso errore doppiamente grave: e per il danno che ne risultava alla guerra d’indipendenza e per quello che ne sarebbe risultato al Papato e a Pio IX. Egli pensava e ripeteva a quei giorni a tutti che «in Italia non era ormai questione di maggiori o minori larghezze di libertà, ma bensì d’indipendenza e per renderla stabile e duratura, quando fosse conquistata, nessun altro mezzo veniva suggerito dal senno politico se non l’ordinamento pronto ed immediato del regno forte e compatto a pie’ delle Alpi, del regno di dodici milioni d’italiani, scudo impenetrabile di nazionalità e di libertà»23.

Quindi, allorchè l’autore del Primato il 24 maggio giunse in Roma e vi fu accolto come un trionfatore, «Pellegrino Rossi... non fu fra gli ultimi a fare onore al Gioberti e s’ebbe con lui parecchi abboccamenti. Quell’uomo insigne, che è stato ai giorni nostri uno dei pochissimi eredi della pratica sapienza dei nostri maggiori, consentì pienamente col filosofo subalpino intorno al [p. 201 modifica]modo di assestare gli ordini politici dell’Italia; il genio pratico ed il genio speculativo camminavan di pari passo, il primo confermava coi precetti della esperienza le divinazioni del secondo»24.

L’estimazione in che il Gioberti teneva la persona e l’alta mente del Rossi era tale e tanta che, partito di Roma per raddursi in Piemonte e passando per la Lunigiana, si soffermò a Carrara, ove, invitato a parlare, tessè il 12 luglio a quei cittadini uno splendido discorso apologetico intorno all’ingegno, alla vita, alla sapienza civile di Pellegrino Rossi25.

Il quale, nel sopravvenir della state, si allogò in una casetta di campagna a Frascati e là scrisse, indirizzate alla Contessa Teresa Guiccioli, quella che era stata intima di Giorgio Byron, tre Lettere di un dilettante di politica sopra l’Alemagna, la Francia e l’Italia, di grande valore pel sapiente contenuto e per la splendida forma. Di quelle lettere, altamente lodate da molti scrittori del tempo e che non furono pubblicate per intero, il Farini riferì parecchi importanti frammenti che ne rivelano la opportunità, il patriottico ardore e la sagacia degli intendimenti.

Parlando dell’Italia, dopo averne rammentati i dolori e l’oppressione, dopo averla salutata viva e risorgente come la Grecia, dopo avere affermato che se i suoi figli sapessero essere saldi e concordi, essi, e da soli, basterebbero a scacciare per sempre l’odiato straniero, si domanda: «Ma saranno essi gl’italiani ad un tempo valorosi e assennati? Valorosi, ne son certo; assennati può dubitarsene». Quindi l’illustre statista aggiungeva: «Tre moti ben diversi agitano l’Italia: giusto l’uno, santo l’altro, pazzo il terzo, e che porrà tutto in rovina se non si reprime.

«Il primo è il moto politico. L’Italia non vuol più più governi assoluti, paterni o no: chè anche i paterni sono, per la natura delle cose, stupidi ed iniqui, se sieno assoluti.

«Quel primo moto, se l’Italia fa senno, è ormai compiuto. Le costituzioni di Napoli, Torino, Firenze e Roma han [p. 202 modifica]ricondotto nella penisola la libertà politica. L’Italia, schiava ieri, è oggi libera quanto l’Inghilterra e la vince in uguaglianza civile. Che vuol di più?»

Esaminate poscia le quistioui che si sollevano dai meticolosi e dagli incontentabili su quelle costituzioni, forse suscettibili di miglioramenti, il Rossi grida: «E che? il sangue italiano scorre gloriosamente sull’Adige e sul Piave, i vostri fratelli minacciati dal ferro austriaco imploran soccorso; e vol. invece di correr all’armi, di non chiedere, di non gridare che armi, vi state disputando, chiaccherando, scribacchiando di statuti e di leggi e ponete la somma delle cose nel sapere se avrete qualche elettore di più o di meno, una o due Camere, categorie più o meno larghe?»

Sante parole, giusti rimproveri... ma ahimè l se tutti avessero avuto gl’Italiani d’allora non dirò l’alta mente, ma almeno la coscienza illuminata di una metà di quella luce che splendeva in quella di Pellegrino Rossi!...

Eppoi fra quelli che gridavano, che non avevan più alcuna fede in Pio IX, che diffidavano dei principi, che disputavano e, se si vuole, bizantineggiavano, v’erano centinaia e centinaia di uomini che erano già stati al fuoco; v’era il Cattaneo, uno degli eroi delle Cinque giornate, v’era il Montanelli, il ferito di Curtatone, vi erano il Cernuschi, il Montecchi, il Checchetelli, il Campello, il Savini, il Pasi, il Pianciani, l’Anfossi, il Mameli, l’Arcíoni, il Torre, il Fabrizi, il Medici, il Bixio, il Vecchi, il Sacchi, l’Avezzana, il Pisacane e cento e cento altri, i quali, dopo essere stati o in esilio, o in galera, o sul punto di essere avviati o all’uno o all’altra, si erano valorosamente battuti contro gli Austriaci, allora allora!

Dopo avere esaminate, con sagacia, acutezza e in forma briosa, tali misere questioncelle di libertà, il Rossi scriveva alcune linee sulle quali richiamo l’attenzione del lettore, come quelle che hanno una specialissima importanza, perchè esprimono il concetto - non dirò se esatto o inesatto - che si era formato dello stato romano, dei suoi abitanti e del suo sovrano l’uomo che fra due mesi sarebbe chiamato a reggerlo ed amministrarlo.

«Non v’ha in Italia che lo stato pontificio» - continuava il Rossi - «che per le sue peculiari condizioni sembra opporre [p. 203 modifica]ostacoli di qualche rilievo al sincero stabilimento del governo costituzionale. E forse potrei provarmi a spiegarvi quali siano questi ostacoli e quali vie erano da pigliarsi per evitarli. Ma vol. signora, per quanto buona vi siate, non mi perdonereste tanta noia. Giova sperare che quel che non si è fatto da prima, si farà poi (!). Il cuore del principe è ottimo, l’ingegno dei sudditi è grande, l’animo moderato (!). Volesse Iddio che non vi fosse a Roma altra difficoltà da vincere in questi difficilissimi tempi».

Il Rossi, quindi, esaminava il secondo moto italiano, «il moto che vuoisi chiamar nazionale: quest’impeto santo della risorgente Italia, che la spinge a scuotere qualsiasi giogo straniero, a spezzarlo con le armi». Di questo moto dimostrava tutta la giustizia e la ragionevolezza e, poscia, con parole urbane, riguardose, quasi diplomatiche - ed è cosa degna di nota - biasimava il contegno tenuto dal Papa dì fronte a questo moto.

«Vero è che la insurrezione lombarda e il corrispondente moto italiano, non poteano lasciare il Papa, e men d’ogni altro Pio IX, inoperoso e mutolo. Al Papa offerivansi due partiti: l’intervento pacifico, o la guerra. Grandi e gloriosi partiti, semplici e schietti l’uno e l’altro; il primo più da Papa, il secondo più da Re italiano. Forza è pure che io non nieghi che di questi due partiti, i quali per essere efficaci dovean pigliarsi francamente, e senza frapporre indugi, nè l’uno, nè l’altro fu arditamente prescelto. Si ondeggiò fra i due. Spiaceva la guerra: non fu nè dichiarata, nè impedita. Il paese fe’ un po’ di guerra, il Papa servò la pace. L’intervento lo conoscete, una lettera, una esortazione tarda, insufficiente, forse meno opportuna».

Detto quindi che la fortuna d’Italia si trovava in quel momento sotto la tenda di Re Carlo Alberto, il Rossi tocca del terzo punto, il moto pazzo - secondo la sua espressione - che sarebbe il repubblicano. E li, indagando come il desiderio d’imitare i Francesi potrebbe trarre gl’Italiani a desiderare la repubblica, dimostrate quali fossero le delizie della repubblica di oltre alpi e, con energia, provato come non varrebbe la pena di sottrarsi a reggitori quali Pio IX, Leopoldo, Carlo Alberto per darsi in balia dei discepoli di Ledru-Rollin, di Barbés, di Flocon, soggiunge: «Ma vi odo, indulgente ad un tempo ed arguta, dirmi. [p. 204 modifica]insistendo: perchè negare ai democratici italiani facoltà di stabilire una repubblica quieta, onesta, forte, gloriosa? L’Italia fu, già tempo, ordinata a repubbliche.

«Perchè, rispondo, non v’hanno oggi repubblicani in Italia, ove il più gran numero, senza misura il più grande, nulla sa di repubblica, e di repubblica nulla o poco si cura. La repubblica sarebbe opera violenta di una fazione; quindi sorgente di civili discordie, cagione d’indebolimento e di rovina all’Italia». E qui dimostrava quali sarebbero l’indebolimento e la ruina, perchè non una, ma, per le vecchie tradizioni, si avrebbero cento repubbliche, che getterebbero nuovamente l’Italia in preda «al municipalismo, infermità di cui l’esperienza e l’istoria avevano a gran stento sanata l’Italia»26.

Fin dal 23 luglio, allorchè per la seconda volta il Mamiani, sempre contraddetto e osteggiato dal Papa e dalla sua corte, aveva offerto le sue dimissioni, il Pasolini, intimo del Papa, gli suggerì di chiamare al ministero Pellegrino Rossi. E fu allora che egli sospese la pubblicazione delle Lettere di un dilettante di politica, che già aveva mandato in stamperia27.

Il Rossi fu ad abboccamento col Papa, si mostrò esitante, mise innanzi le grandi difficoltà della situazione, tuttavia, poichè si insisteva, si mostrò pronto ad accettare purchè a lui si unissero gli uomini più autorevoli del partito moderato, il Pasolini, il Rocchi, il Minghetti. Non appaiono chiare, dal contradittorio racconto degli storici di quel tempo, le ragioni per cui quel tentativo di un ministero Rossi abortisse. Un po’ l’esitazione di alcuni di quegli uomini ad assumere il carico del ministero, un po’ l’opposizione vivacissima che si veniva manifestando nell’opinione pubblica, la quale qualche cosa aveva trapelato di quelle pratiche, fecero fallire quella combinazione28.

[p. 205 modifica]Il Rossi tornò a Frascati. Il 2 agosto il Mamiani definitivamente si dimise e il Cardinale Soglia e il Conte Eduardo Fabbri composero il giorno 8 agosto il nuovo fiacchissimo ministero, il quale si trovò subito, proprio come pulcino avviluppato nella stoppa, al sopravvenire della bufera recata dalla invasione dello stato romano per parte degli Austriaci, condotti dal maresciallo Welden e - come accennai - alle conseguenze di quella, cioè vittoria popolare a Bologna e successivo impero della plebaglia, parossismo d’ira nelle popolazioni, istituzione di Comitati provvisori di guerra in quasi tutte le provincie, agitazione vivissima, omicidi politici qua e lá, insufficienza e impotenza del governo da per tutto, convenzione conchiusa fra i rappresentanti del Papa Cardinale Marini, Principe Corsini e Conte Guarini e il maresciallo Welden per il rispetto dei confini dello stato romano - [p. 206 modifica]convenzione giudicata nel modo più sfavorevole dall’opinione pubblica conseguente cessazione da ogni apprestamento di guerra e, da ultimo, poiché le popolazioni - se avessero torto, o avessero ragione qui non importa discutere - volevano apparecchiarsi alla guerra, poiché il Consiglio dei deputati, interprete del voto pubblico, voleva, nella sua maggioranza, apprestamenti guerreschi e il Papa non voleva assolutamente la guerra — in cuor suo neppure quella difensiva — così si reputò utile prorogare, con decreto del 26 agosto, le due Camere legislative al 15 novembre.

In mezzo a questa decomposizione di ogni autorità e a questo precipizio di ogni prestigio di Pio IX e a questo baratro che si spalancava e che ogni giorno, anzi, senza esagerazione retorica, ad ogni ora, si faceva più profondo fra lui e le popolazioni romane. Pellegrino Rossi, nuovamente chiamato dal Papa sui primi di [p. 207 modifica]settembre e da lui pressato ad assumere la direzione della cosa pubblica, si decise ad accettare l’incarico e formò il ministero che da lui — quantunque il presidente ne fosse il Cardinale Soglia Ceroni — prese il nome.

Che cosa era avvenuto nell’animo del Rossi? Quali lotte fra opposti consigli vi si erano combattute? Quali inspirazioni vi avevano prevalso? Quali visioni avevano indotto l’insigne statista ad accettare quel gravissimo e pericoloso carico?

Questo punto della travagliata, avventurosa e avventurata vita del grande uomo di cui mi occupo, e che sarebbe necessario fosse il più chiaro, appare il più oscuro di tutti; non solo non è facile, ma è difficilissimo fissare con sicurezza le ragioni che lo spinsero a gettarsi, novello Curzio, entro quella oscura voragine.

Innanzi tutto mi par si debba ricercare: quali erano le vere opinioni di Pellegrino Rossi sul Papato? Questa ricerca è stata frammentariamente fatta da molti di coloro che hanno scritto intorno a lui; e chi sopra una delle sentenze e chi sopra l’altra soffermandosi delle tante, nei molteplici suoi volumi, dal Rossi pronunciate a proposito del Papato, e chi cercando indovinarne il pensiero dalle più recenti manifestazioni di lui sullo stesso argomento, ciascuno ha voluto dedurne i suoi giudizi taluni favorevoli, i più contrari alla sua accettazione della nomina di ministro29.

Dirò subito che tali deduzioni e tali giudizi mi sembrano incompleti ed arrischiati.

Evidentemente un esame accurato delle opere di Pellegrino Rossi deve necessariamente condurre qualunque lettore spassionato ed imparziale a questa conclusione: che le opinioni dell’illustre carrarese sopra il Papato, le cui manifestazioni, varie ed interpolate, cominciano nel 1815 e arrivano sino al 1848, subirono, logicamente, le modificazioni che i tempi diversi, i diversi ambienti, gli studi, le evoluzioni della coscienza dell’insigne uomo dovevano inevitabilmente produrre.

E a chi ben consideri quegli svariati giudizi, quelle opposte sentenze apparrà chiaro che in esse havvi contraddizione, non [p. 208 modifica]solo fra i giudizi più antichi e i posteriori, ma anche, spesso, fra sentenze dall’illustre uomo pronunciate in un medesimo periodo di tempo.

Alla qual contraddizione, secondo me, debbono assegnarsi tre ragioni.

Ora è bene stabilire, prima d’indagare quelle ragioni, che il Rossi, il quale, nel complesso dei suoi atti e delle manifestazioni del suo pensiero, era stato sempre ciò che si dice un libero pensatore, il Rossi, che era politicamente abbastanza scettico sebbene più in apparenza che in sostanza - era pur tuttavia, nel fondo della sua coscienza, religioso, come è dato dedurlo dai pensieri da lui espressi nell’articolo inserito nella Revue des Deux Mondes del 1842 e da me riferiti30 e da varii luoghi delle sue lezioni, come, ad esempio, dalla lezione sesta del suo Corso di diritto costituzionale in cui scriveva: «Certo, sia che si studi la natura dell’uomo in sè stessa, sia che si studi negli annali della storia, è impossibile disconoscere che il sentimento religioso domina l’umanità tutta intiera. Voi lo trovate ugualmente presso i popoli più civili, e presso i popoli più selvaggi, fra gli abitanti dei grandi come fra quelli dei piccoli stati»31, e dalle parole contenute, appresso, nella stessa lezione; «in tutti i tempi e in tutti i luoghi l’unità di religione è stato un poderoso mezzo di unità nazionale, come la diversità di religione è stato un potente ostacolo a questa unità».

Ciò premesso, è da vedere quale fosse il suo pensiero relativamente a due altri grandi fatti della civiltà umana e che egli stesso giudicava come due grandi fattori della storia della civiltà stessa; il cristianesimo e il cattolicesimo.

Quanto al cristianesimo egli pensava «che fosse scritto nei decreti della Provvidenza che, se doveva avvenire una grande trasformazione del mondo antico, non ne avverrebbe però l’annientamento e la completa dissoluzione... Era l’opera del cristianesimo di sollevare i Romani degradati, di mondarli delle loro sozzure, di elevare i loro sentimenti, di allargare le loro idee, e di far loro intravedere qualche cosa di più che un diritto [p. 209 modifica]parziale e un ordinamento esclusivamente materiale. Apparteneva al cristianesimo, dall’altra parte, di contenere l’impeto dei Barbari, di reprimere le loro collere, di addolcire i loro costumi e di stringerli entro quei legami di ordine pubblico che i Barbari erano tanto più disposti a frangere quanto più quei legami erano romani. Il cristianesimo solo poteva ottenere questo risultato, e lo poteva per la sua natura, per il suo principio, per la sua dottrina; lo poteva perchè parlava in nome del cielo, perché parlava non in nome del Dio di Roma e di Atene, degli Scandinavi e dei Germani, perché esso invocava non il nome di una casta o di un popolo, ma il Dio di tutti, il Dio dei ricchi e dei poveri, dei forti e dei deboli e che esso parlava a tutti un linguaggio comune a tutti. E chi potrebbe disconoscere la potenza di questa idea, chi potrebbe non vedere che ne discende una morale universale, un diritto comune a tutti, un principio civilizzatore, il principio dell’uguaglianza civile davanti alla legge come davanti a Dio, il principio della fratellanza umana?»32 Egli aveva dettato: «L’influenza salutare del cristianesimo sulla educazione è stata immensa, quand’anche, rimpiccolendo questo grande soggetto, uno volesse limitarsi a considerarlo al punto di vista economico. Gli uomini sono fratelli. Il lavoro è un dovere. L’ozio è un vizio... L’influenza del cristianesimo sopra l’educazione morale dei popoli è il gran fatto dei tempi moderni»33.

E non triplico e non quadruplico le citazioni.

Circa al cattolicesimo le opinioni del Rossi appaiono manifeste tanto dall’articolo sulla Storia del Bignon da me riportato34, quanto dall’articolo, pure da me sopra ricordato, della Revue des Deux Mondes del 1842, come pure da ciò che egli affermava nella lezione dodicesima del suo Corso di diritto costituzionale, e cioè, che «... gli elementi possenti e vivi, nel momento del grande sviluppo della feudalità, erano il feudo e la Chiesa; il feudo rappresentante la forza, la Chiesa il diritto; l’uuo la servitú, l’altra la libertà, l’uno il privilegio e i [p. 210 modifica]privilegiati, l’altra l’eguaglianza dell’uomo davanti il diritto, davanti alla legge, davanti all’ugualità evangelica»35.

Egli, quindi, non soltanto aveva un’altissima opinione del cattolicesimo, non solo lo riteneva una istituzione potente, onoranda e benefica, ma, sebbene non lo dica espressamente, lascia intendere che la reputava migliore e preferibile alle chiese protestanti e che la considerava come il tronco principale del cristianesimo36.

Fissati questi criteri, a me pare che la contraddizione dei giudizi del Rossi intorno al Papato si abbia a ricercare in queste tre ragioni. Negli impulsi che all’animo suo venivano dall’ambiente e dalle impressioni del dato momento in cui egli parlava del Papato; nel considerare che egli faceva, secondo le circostanze in cui egli scriveva, il Papato più in relazione al suo carattere religioso che in riguardo alle quistioni politiche; e queste erano le volte nelle quali egli dava giudizi favorevoli a quella grande istituzione; o, finalmente, dal giudicarlo piuttosto sotto il punto di vista civile e politico, e queste, per lo più, erano le occasioni in cui se ne palesava avversario.

Ma qualunque si fossero le ragioni che determinarono le sentenze opposte del Rossi intorno al Papato, certo è che contraddizione in quelle sentenze esisteva e che esse si prestavano a duplice ed opposta interpretazione.

Il qual fatto è importantissimo nel momento fatale della sua vita a cui io, scrivendo queste pagine, e il lettore paziente scorrendole, siamo giunti; perchè quella duplicità di sentenze e quella opposta interpretazione produceva questa conseguenza funesta:

che i papalini, attaccandosi ai suoi giudizi contrari al Papato, lo reputavano rivoluzionario, e i rivoluzionari, fermandosi alle sentenze di lui favorevoli al Papato, lo stimavano papalino: onde egli si trovava, come gli angeli egoisti danteschi,

A Dio spiacente ed ai nimici sui;


il qual fatto doloroso è — lo ripeto — importantissimo.

[p. 211 modifica]E in realtà era lui che aveva detto, nel 1829, in un articolo inserito nella Revue Française: «Il Papato non potrebbe piegarsi alle nuove forme politiche: il supporlo compatibile con esse è un sogno»; era lui che aveva scritto al Guizot nel 1832 «Roma è sempre Roma: sino che voi sarete in Italia, bene, ma dopo? Serie garanzie costituzionali, serie, positive voi le vorrete, ma non potrete ottenerle; il Papa non vorrà e l’Austria nemmeno... Io spero che si sia ben convinti che la rivoluzione, nel senso di una profonda incompatibilità fra il governo romano e le popolazioni, è penetrata fino nelle viscere del paese»; era lui che, nella lezione 49ma del suo Corso di diritto costituzionale, aveva scritto: «si può dire che più d’una volta la croce e la spada hanno colpito alla cieca e là dove non avevano il diritto di colpire. Ho io bisogno di ricordarvi le lotte religiose del xviii secolo, il giansenismo, la bolla Unigenitus, il miracolo del diacono Paris, le pratiche dei convulsionari, questa folla di stravaganze che si erano dato convegno sotto gli occhi della filosofia, come per giustificare l’opera di distruzione a cui essa si affaticava?»; era lui che, poco dopo, in quella stessa lezione aveva ricordato con indignazione «lo scandalo di tripudio, lo scandalo di applausi, lo scandalo di feste di cui la strage di San Bartolomeo fu oggetto nella Roma dei Pontefici, nella Roma cristiana, nella Roma che è centro della religione dell’evangelo»; era lui che aveva scritto che si sarebbe potuto proclamare come principio «la distruzione del potere temporale del Papa, d’indagarne gli abusi, gli inconvenienti, di appellarsene all’opinione dei popoli, di far loro comprendere che i nemici della loro emancipazione non erano già i vicari di Cristo, ma i principi temporali di Roma; che, come principato, Roma aveva disertato la causa della libertà per quella del privilegio, quella dell’intelligenza per il potere, e posto al servizio di tutte le oligarchie l’inquisizione e l’indice»; era lui, finalmente, per non continuare nelle citazioni, che si potrebbero quadruplicare, che anche recentemente, assistendo alla inaugurazione della Consulta di Stato fatta da Pio IX, sotto la presidenza del Cardinale Antonelli, aveva detto al Silvani, al Minghetti, al Rocchi, al Pasolini e aveva scritto al Guizot: «vedete voi tutto ciò? noi abbiamo assistito ai funerali del potere [p. 212 modifica]temporale dei preti, diretti da un Cardinale con l’assoluzione di un Papa»37.

Non era dunque un rivoluzionario costui? Non era egli un nemico del Papato? Perchè assumere esso la direzione della cosa pubblica se non per seppellire quel poter temporale, del quale, secondo lui, già si erano celebrate le funebri esequie? D’altra parte egli era quel desso, Pellegrino Rossi, che aveva scritto: «se Roma riconosce e santifica il legittimo svolgimento dell’umanità, propugna i diritti della fede e della coscienza, allora l’opinione pubblica è con lei, che sa proporzionare l’istrumento mondano alle circostanze, ai tempi, ai bisogni e non si separa mai definitivamente dall’avvenire»; egli aveva scritto nel 1820 nel suo periodico ginevrino Annali di legislazione e di giurisprudenza in lode del papa Pio VII: «la religione e la buona politica, gli interessi spirituali e una saggia amministrazione civile, la custodia delle sue pecore e il bene del suo popola non sono dunque cose incompatibili. Si può dunque conformarsi ai lumi del proprio secolo e dare al regno di Cesare, alle cose di questo mondo il solido appoggio dell’opinione pubblica, senza attentare per ciò all’edificio religioso»38; egli era che aveva scritto che «non amerebbe vedere l’Italia perdere la sola grande cosa che le resti, il Papato».

[p. 213 modifica]E, allora, non era costui, questo avventuriero, questo straniero, questo opportunista, non era egli un papalino, che saliva al potere per sostenere e puntellare il vacillante trono pontificio e per aiutare il Papa fedifrago nella sua politica reazionaria e antinazionale?

Questi i giudizi che formulavano in buona fede la maggioranza dei reazionari e quella degli esaltati; senza parlare dell’ampliamento e delle insinuazioni artificiosamente velenose che ne traevano coloro che erano in mala fede e dei quali non era scarso il numero e nell’uno e nell’altro partito.

Ora, per tornare donde io mi sono dipartito, a fine di studiare esattamente la situazione del Rossi e di fronte al pubblico e di fronte a sè stesso, nel momento in cui assunse il potere, vista quale fosse questa situazione, io domando ancora: tutte queste cose non vedeva il Rossi in quel momento? Quali ragioni, quali visioni lo indussero ad assumersi il gravissimo carico? A quali considerazioni si inspirò nelle deliberazioni sue?

In parte può dare qualche lume, per rispondere a queste domande, la lettera che il Rossi scrisse ad un suo intimo, proprio in quei giorni, e che io riproduco, sebbene già pubblicata da altri scrittori:

«Occorre un corpo di ferro per non cader malato in questi sventurati tempi» - scriveva egli - «ed io comprendo come l’amico Giordani abbia preso presto la via dell’altro mondo. Io non compiango lui, ma noi. Io era risoluto e lo sono ancora a restare nella mia patria. Le sventure d’Italia non mi fanno cambiar d’opinione; al contrario: esse mi raffermano nel mio disegno; ma non per questo sono meno risoluto a non voler ridivenire suddito modenese e a non voler abitare una terra sottoposta alle baionette austriache. Per questo abbandonai l’Italia trent’anni fa e accettai la sorte del proscritto. Non si ricomincia alla mia età questo divertimento. Io voglio ridivenire italiano, non emigrato. Il Papa ha dissipato tutti i miei dubbi. Sua Santità si è degnato per la seconda volta di fare appello al mio concorso per la formazione di un ministero... io ho aderito ai desiderii di Sua Santità. Io resto italiano, ma a Roma e con la speranza che il mio concorso non sarà inutile all’Italia e alle sue nuove istituzioni. Io so quale difficile intrapresa accetti: so che troverò [p. 214 modifica]ostacoli ed inciampi là dove dovrei trovare incoraggiamento ed aiuto. Io farò nondimeno ciò che potrò per soddisfare la mia coscienza di uomo, di cittadino, di italiano, lasciando, come ho sempre fatto, i miserabili e i pazzi agitarsi e abbaiare a loro agio».

Ma questa lettera, che dice molto, non dice tutto. Non entrò pure in quella deliberazione l’ambizione sua e l’interesse personale? Oltre la persuasione - fallace del resto - di poter riuscire utile alla patria, che egli, senza dubbio, amava ardentemente, non è probabile che anche il pensiero di ricostitursi, per la quarta volta, la posizione perduta, di divenire il ministro costituzionale di Pio IX, di aver la gloria di riconciliarlo coi suoi sudditi, e raddrizzare la barca che - per usare una espressione di lui - faceva acqua da tutte le parti, e di coglierne lodi, onori e ricompense, concorresse a spingerlo alla accettazione del mandato, pur tanto difficile e tanto pericoloso, che gli veniva affidato?

Ciò da molti scrittori fu supposto e, a dire tutta la verità, è logico il supporlo, perchè è più vicino alla realtà e perchè è umano. E per quanto Pellegrino Rossi fosse un nobile spirito, un ardente patriotta ed un grand’uomo, non bisogna però - perchè sarebbe sciocca idolatria e smentita da tutta la storia della sua vita - immaginarlo diverso da ciò che egli era, immaginarlo un essere disinteressato da uscire dall’umanità per entrare nel sovrumano: tanto più che quella sua ambizione e quella sua considerazione della propria personalità e dell’interesse suo e della sua famiglia, che egli sempre amò e per il benessere della quale - a sua stessa confessione - sempre lavorò, erano cose legittime e giustificate.

Un’altra potente considerazione, evidentemente, deve aver contribuito a fargli accettare l’incarico affidatogli dal Papa, oltre le suaccennate, la sua adorazione per le juste milieu, la sua naturale inclinazione - dal suo dottrinarismo reso il suo sesto senso - eclettismo conciliatore39. La qual tendenza, onni [p. 215 modifica]potente in lui, facendogli scorgere soltanto la parte esterna di quella situazione e arrestando e, per dir cosi, incatenando il suo sguardo sulla superficie di essa, gli consenti solo la visione delle difficoltà esteriori, che stimò superabili e che lo allettavano appunto perchè richiedevano energia e lotta, e lasciavano aperto l’adito alla speranza della vittoria.

E solo queste seconde considerazioni, aggiunte alle prime totalmente disinteressate e patriottiche, potrebbero spiegare come un velo così denso ottenebrasse quella vista, di consueto tanto chiaroveggente, da impedirle di vedere la falsa posizione che egli stava per prendere, la cerchia fatale e senza uscita in cui egli si andava a rinchiudere volontariamente, la inutilità e la impossibilità dell’impresa a cui si accingeva.

E in vero l’Allocuzione del 29 aprile e i successivi fatti sia interni - invasione austriaca, assalto di Bologna, atteggiamenti antiguerreschi e antipatriottici di Pio IX - sia esterni - rovesci delle armi piemontesi, atteggiamento dispotico e reazionario di Ferdinando II, armistizio Salasco - avevano separato sempre più Pio IX dagli Italiani ed esaltati questi sino al parossismo: una riconciliazione fra essi era impossibile: il Papa era tornato Papa e gl’Italiani rimanevano Italiani; questi volevano la guerra e quegli non la voleva, questi volevano la libertà e quegli non la voleva: dirò di più, gl’Italiani non potevano più non volere guerra e libertà, Pio IX non poteva più assolutamente volere nè l’una, nè l’altra: l’esperimento della conciliazione fra i due uffici e i due poteri Pio IX l’aveva fatto in buona fede: l’esperienza dei fatti aveva dimostrato l’inconciliabilità, l’incompatibilità assoluta di quella duplice missione: costretto a scegliere e a uscire da quella contraddizione, Pio IX aveva scelto, come inevitabilmente doveva scegliere, aveva lasciato la libertà per l’autorità, l’Italia per la Chiesa, la patria pel cattolicesimo: ubi maior, minor cessat: egli aveva ripreso la via del santuario per serbare intatte le tradizioni, tutelati i diritti e gli interessi della Chiesa, cioè l’assolutismo dogmatico; gli altri correvano, ormai, tumultuariamente, all’impazzata, per la via a cui i loro fati storici li traevano e a capo alla quale, o tosto o tardi, dopo molti errori, dopo molte sciagure, non ostante il Papato, ai danni del Papato, avrebbero trovato la loro patria ricostituita e redenta.

[p. 216 modifica]La situazione storica vera, era limpida, era chiara, era questa. Che c’era più da fare?... nulla. Chi avrebbe potuto far violenza alla legge logica della storia?... nessuno. Chi avrebbe potuto impedire il cozzo a cui Pio IX e la reazione retrocedenti e gli Italiani furibondi incalzanti stavano per venire? nessuno.

Fata - e non i ciechi fati degli Elleni, ma le rigide premesse storiche - Fata trahebant.

Pellegrino Rossi nulla vide di tutto ciò e - dalla sua posizione di contemporaneo e di dottrinario - nulla poteva vedere di tutto ciò. Ardente d’amor di patria, desideroso di impedire quel cozzo, fiducioso nelle sue teorie du juste milieu, spinto dal suo spirito eclettico conciliatore, stimolato dall’ambizione dell’alto ufficio cui era chiamato, allettato dalla gloria che gliene deriverebbe, speranzoso di costituirsi in Roma una onorevole e splendida posizione, più, forse, che per sè, per la moglie e pei figli, desideroso di combattere gli odiati democratici, forte del suo ingegno, della sua dottrina, del suo coraggio, della sua esperienza, egli si gettò in mezzo a quei due contendenti che sì scagliavano furibondi l’un contro l’altro e che ambedue lui consideravano come loro nemico e... logicamente, necessariamente soccombette. E, quando dico soccombette, intendo della necessità della sua caduta, della necessità storica che il suo tentativo miseramente fallisse come fallì, perchè la rivoluzione era più forte del disorganizzato e sfasciato governo papale; non dico che era storicamente necessaria la sua uccisione, benché altri lo dica40 e benché egli audacemente la provocasse41.

[p. 217 modifica]







Note

  1. Basterebbe questo indirizzo, votato spontaneamente e rapidamente da quel consesso, lo ripeto, moderatissimo, a smentire tutti gli studiati arzigogoli e le favole messe in giro dagli storici papalini - e a cui spesso, disgraziatamente, si sono associati il Farini, il Minghetti, il Balbo e, talvolta, anche il Pasolini, il Pantaleoni e qualche altro scrittore moderato per far credere che tutto il movimento patriottico che avveniva in Roma fosse l’opera delle suggestioni, degli eccitamenti di arruffapopoli e di esaltati, l’opera di Ciceruacchio, dei forestieri, dei Carbonari La verità vera è una sola ed è questa: quel sommovimento delle coscienze, preparato di lunga mano, da trent’anni, avveniva spontaneamente ed era quasi universale, perchè la parole e gli atti del Papa lo avevano fatto prorompere in aperte e — per il suo assenso — legittime manifestazioni: onde anche i più religiosi o i più tepidi, anche le donne, anche la plebe si eran gittati, con effusione, in quella via di riforme, di libertà, di rigenerazione morale e civile dell’Italia e degli italiani. A tutto quel formidabile movimento popolare non erano avversi in Roma e nello stato romano che i gesuiti e i seguaci interessati del vecchio sistema. Gli esaltati c’erano, certamente, c’erano i democratici ed erano logico e legittimo prodotto di quel clima storico; ma sino al 29 aprile 1848 essi costituivano una piccola minoranza; essi cercavano di spingere alla lega degli Stati italiani, agli armamenti e alla guerra contro l’Austria, supremo desiderio, fine supremo. E se erano democratici, se erano i più caldi e i più esaltati, evidentemente, dovevano spingere e sospingere a quella conclusione. Ma, lo ripeto — e lo aftermo con profonda convinzione di affermare il vero, dedotto dallo studio paziente, accurato e puramente obiettivo di quella storia — sino al 29 aprile non c’era a Roma un solo il quale pensasse alla repubblica, neppure lo Sterbini, neppure il Principe di Canino. Quanto ad Angelo Brunetti, è omaggio al vero dire solennemente che egli era e rimase per qualche mese ancora, anche dopo il 29 aprile, ammiratore entusiasta e adoratore di Pio IX, a cui soltanto riferiva tutto ciò che si faceva di bene e da cui allontanava, con orrore dell’animo suo, tutto ciò che si faceva di male: attribuendo egli tutti gli atti contrari alla causa della patria che commetteva il Papa, compresa la fatale Allocuzione, non a lui, ma ai sanfedisti, ai gesuiti, ai briganti, come diceva lui. Certo, dopo quella funesta Allocuzione, la sua fede in Pio IX fu scossa, e più per l’ostilità dimostrata dal Papa al ministero Mamiani; ma, anche allora, Ciceruacchio sentì strapparsi le vive carni di dosso nel vedere dileguarsi quel caro sogno, nel dover rinunciare a quel per lui sublime ideale del Papa redentore, nel mirare infranto quell’idolo tanto adorato.
  2. Lettera di V. Gioberti a Giuseppe Massari, in data 25 febbraio 1848, nel volume Operette politiche, 1847-1848-1849, di V. Gioberti, con Proemio di G. Massari, nella raccolta Documenti deíla guerra santa d’Italia, Capolago, tip. Elvetica, Torino, Libreria patria coeditrici, 1851, pag. 27.
  3. Scritti editi ed inediti di G. Mazzini, già citati, vol. VI, pag. 165 e 169 e seg.
  4. G. La Farina, Storia d’Italia dal 1815 al 1850, già citata, vol. II, lib. III, cap. IX.
  5. N. Bianchi, Storia della diplomazia, ecc., già citata, vol. V, cap. II, § 6.
  6. C. Rusconi, Memorie aneddotiche, Roma, Uffici di pubblicità della Tribuna, 1886, cap. V, pag. 38.
  7. O. Raggi, nella Prefazione da lui premessa al citato volume: Nella inaugurazione. del monumento nazionale a Pellegrino Rossi in Carrara, pagine XI e XII.
  8. C. Di Metternich, Mémoires, ecc., già citate, vol. VIII, pag. 286. Cfr. con T. Flathe, Il periodo della Restaurazione e della Rivoluzione, citato, lib. III, cap. II, pag. 775.
  9. Metternich e Flathe, op. e loc. cit.
  10. M. O D’Haussonville, op. cit, vol. II, pag. 260, 261.
  11. Lettera di P. Rossi a F. Guizot, in data 6 aprile 1848, nelle Mémoires già citate dello stesso Guizot, vol. VIII, cap. XLVI, pag. 412.
  12. M. D’Azeglio, sempre il più temperante, il più leale, il meno appassionato fra gli autori di parte moderata, scriveva al Rendu, intorno alla chiusa di quella Allocuzione: «È bello; ma ecco la lotta che comincia fra il capo della Chiesa e il principe italiano. E frattanto si combatte in Lombardia!» (E. Rendu, L’Italie de 1847 au 1863, Correspondance politique de M. D’Azeglio, già citata, pag. 34). Giustissime e ben tristi riflessioni, alle quali non c’è da fare che una correzione, imposta dalla realtà storica; la lotta non cominciava allora, era cominciata dal 10 luglio 1846 ed era rimasta fin qui ad uno stato più o meno latente; ora s’approssimava allo scoppio palese e definitivo!
  13. Fin dall’ottobre del 1847 il Principe di Metternich delineava, in lettera confidenziale diretta al Conte di Fiquelmont, che si trovava in missione particolare a Milano, questa politica: spaventare il debolissimo Pontefice coi terrori dell’eresia e dello scisma, per ritrarlo dalla via liberale, così dannosa all’Austria, su cui si era messo, e scriveva; «Grandi imbarazzi attendono il capo della Chiesa, più grandi di quelli che Pio IX si è creato come sovrano di Roma. Le notizie che mi giungono dai quattro punti cardinali (!) sono piene del malumore che regna nel clero. L’elemento democratico si fa largo e proclama Pio IX quale suo Messia. Da questo elemento, applicato alla Chiesa cattolica, al radicalismo civile e all’ateismo, non v’ha che un passo e il capo della Chiesa che risveglia questo elemento si prepara un tristissimo avvenire di rimorsi e di lotte» (Metternich, Mémoires, ecc., vol. VII, pag. 435). Dal punto di vista del Principe cancelliere profondo e profetico apprezzamento, che per altro derivava da un falso e assolutamente erroneo apprezzamento delle condizioni generali d’Italia, nella quale il Principe si ostinava a non vedere che una espressione geografica e di cui non volle o non seppe assolutamente comprendere il risveglio e il rinascimento. Egli si ostinava a vedere negli Italiani un popolo di scheletri nelle catacombe, egli si ostinava a credere che quelle ossa mandassero fremiti sotto il soffio momentaneo degli agitatori, e non si accorse che quelle ossa si erano riunite e rimpolpate e che quegli scheletri erano uomini risorgenti e che il sentimento della rigenerazione era penetrato nella coscienza della maggioranza degli Italiani e che questi, anche senza l’azione di Pio IX, sarebbero, o prima o poi, insorti a sconvolgere l’Europa, la cui rivoluzione contro la trentennale politica metternichiana era già matura.
  14. Aveva torto, quindi — e sia detto con tutto il rispetto e con tutta l’ammirazione ch’io sento per il grand’uomo — Pellegrino Rossi allorché diceva al Minghetti e ad altri: «Le Pape a gaspillé un trésor de popularité» (vedi M. Minghetti, Ricordi vol. I, pag. 211); perchè tutta la popolarità immensa del Papa era quasi intatta fino al 29 aprile e se egli non avesse disdetta la guerra e abbandonata la causa nazionale, se come afferma il Gioberti, egli avesse potuto comprendere che il «timore di uno scisma alemanno era vanissimo» e se avesse potuto ripensare che «infinite sono le guerre politiche a cui i Papi parteciparono senza che la concordia cristiana no scapitasse» (vedi V. Gioberti, Rinnovamento, vol. I, pag. 211 e 278), la popolarità di Pio IX sarebbe cresciuta ancora. Ma la storia non si svolge sui se e sui ma: quindi Pio IX dovette, per ineluttabile e ferrea necessità di cose, come sopra ho dimostrato, scialacquare ad un tratto tutta la sua popolarità il 29 aprile, quando gettò via la plumbea cappa della contraddizione, sotto la quale da ventidue mesi soffocava. La popolarità di Pio IX veniva dalle grandi cose di cui era creduto capace e che si aspettavano da lui: quindi, allorché egli, ad un tratto, si mostrò privo delle qualità necessarie, si palesò incapace e impotente a quelle grandi cose, egli non scialacquò, non sperperò il tesoro della sua popolarità, egli restituì ai popoli disingannati quel tesoro di illusioni di cui essi lo avevano circondato. Sugli errori a cui fu tratto Pio IX principe e sulla enciclica, vedi C. M. Curci nel Vaticano Regio, cap. II e V, e A. Rosmini, Della Missione a Roma di A. Rosmini, Commentario. Torino, Paravia, 1881, pagg. 200 a 218.
  15. Son curiosissimi, giunti a questo punto, gli scrittori del partito moderato e dottrinario. Curiosissimi il Farini, il Balbo, il Minghetti – il quale ultimo – per esempio — scriveva su quell’Allocuzione che essa era «senza dubbio la vittoria del partito clericale d’Europa sopra l’Italia e sopra il partito liberale» (Miei ricordi, vol. I, pag. 212) - e i quali tutti tre poi, pur convenendo — e sfido io a negarlo! — che quella era una riprovevole defezione, pure giustificando il Ministero liberale, di cui facevano parte il Recchi, lo Sturbinetti, il Galletti e gli stessi Minghetti, Pasolini e Farini e che diede le proprie dimissioni, pur condannando il Papa, se la prendono poi col popolo e con la civica che disapprovavano ciò che disapprovavano essi, condannavano, e a gran ragione, ciò che essi condannavano. E il popolo aveva molta più ragione di loro; perchè fra quel popolo c’erano tremila padri, tremila fratelli che vedevano esposti i loro figli e i loro fratelli, entrati in guerra con gli Austriaci, ad esser trattati non come belligeranti, ma come masnadieri. O perchè mai ad essi soli, ai Farini, ai Minghetti, ai Balbo, doveva essere riservato il monopolio e il privilegio di biasimare l’Allocuzione papale e perchè mai il popolo soltanto doveva restar muto, indifferente e reverente avanti ad essi? che razza di logica è mai questa degli scrittori dottrinari moderati? La verità vera è che il popolo romano unanime insorse contro quella Allocuzione, che distruggeva in un attimo sogni, speranze, illusioni, che minava la chiusa nazionale, con maggior diritto che contro essa non protestassero i ministri, e la verità vera è che, in quel legittimo dolore, in quell’ira giustificata, il popolo gridò, strepitò... e non torse un capello a nessuno! E queste cose confermava, in tempi più calmi, lo stesso Farini, quando scriveva, il 20 febbraio 1858: «I mali nuovi incominciarono allorquando, pubblicata l’Enciclica del 29 aprile 1848, che sequestrava gli stati romani dalla rimanente Italia, il Pontefice esautorò il Principe, e per finire la guerra contro l’Austria preparò la rivoluzione contro la sua autorità». Luigi Carlo Farini, La questione italiana, lettera a Lord John Russel, Torino, stamp. Marzorati, 1858, pag. 10.
  16. Non sarà male rammentare ai lettori qui, poiché certi giornali, così detti democratici, continuano, con una ignoranza che non può essere vinta che dalla loro malafede, a ingiuriare la memoria di quel nobilissimo martire che fu Carlo Alberto, accusandolo di non avere difeso Milano — che non si poteva difendere — non sarà male rammentare che lo sfortunato e cavalleresco monarca volle assolutamente, contro il consiglio di tutti i suoi generali, contro le nozioni più rudimentali di strategia, commettere deliberatamente il (gravissimo errore di ritirarsi su Milano, per un delicato sentimento di affetto e per il desiderio vivissimo di coprire la capitale lombarda, anziché ritirarsi, come era razionale od ovvio, e come avrebbero suggerito anche i caporali, sopra Piacenza. Il quale errore, commesso con la coscienza di commetterlo, ebbe gravi e funeste conseguenze sull’esito di quella prima campagna di guerra e sulle sorti della successiva del 1849.
  17. F. A. Gualterio, Gl’interventi dell’Austria nello Stato romano, Genova, libreria Grondoria, 1859, pag. 41; A. Rosmini, Missione, ecc., pag. 200 a 218. E sul fatto che il Re di Napoli. il Papa, il Granduca di Toscana facessero ciò che dovevano logicamente fare, osteggiando la causa nazionale, vedi Carlo Cattaneo, Scritti politici ed epistolario, pubblicati da G. Rosa e I. White Mario, Firenze, Barbera, 1892. nello scritto Considerazioni in fine del primo volume dell’Archivio triennale a pag’. 270.
  18. Per la ostilità di Pio IX contro il Mamiani ed il Marchetti e contro le Commissioni del Consiglio dei deputati c’è tutta una letteratura. Il Farini, il Ranalli, il La Farina, il Cattaneo, il Mestica, il Gasparri, il Gabussi, il Torre, il Rusconi, il Gioberti, il Ferrari, il Vecchi, il Perfetti, il Massari, il Perrens, il Garnier-Pagés, il Rey, il Ruth, il Reucklin, lo Zeller, il De La Forge, il Martin, il Fiatile, il Mamiani stesso, lo stesso Minghetti e molti altri storici, dal più al meno, la confermano tutti; e la confermano pure alcuni storici papalini, il Balleydier, il Lubienski, il De Saint-Albin e lo Spada, il quale confessa candidamente: «Noi troviamo giusto ciò che disse il Mamiani», cioè che sui portafogli non stavano corone di rose, ma di pungentissime spine, «e crediamo che, salvo l’ambizione appagata e la persuasione di servire abilmente ad un partito politico, non fosse cosa molto piacevole di perseverare al potere, in disaccordo col proprio Sovrano. Che anzi restiamo stupiti, come trovandosi sempre in una falsa posizione, abbia saputo reggersi por tre mesi al timone degli affari. Ma la causa di questo disaccordo, secondo noi, non era già nella abilità o incapacità del ministro, nell’asprezza o amabilità dei suoi modi (che anzi stipava essere insinuante e pieghevole), sì bene nella impossibilità assoluta, o per lo meno, nella somma difficoltà di un governo costituzionale in Roma, e di quelli foggiati alla moderna, i quali, salvo l’Inghilterra, il Belgio e qualche Stato di minor conto, non ci sembra abbian dato di sé il miglior saggio. Quanto al Mamiani personalmente, dobbiam rammentare che esso non fu scelto liberamente dal Pontefice a ministro, perchè gli venne imposto dalla piazza e dai circoli. Qual meraviglia pertanto, se la origine non essendo stata pura, non felici ne fossero i risultati?» (G. Spada, Storia della rivoluzione romana, vol. II, cap. XV, pag. 420-21).

       Confessione preziosa davvero! Alla quale io oggi sono in condizione di aggiungere un’altra prova importante delle mene del partito reazionario attorno a Pio IX, prima e dopo l’aprile 1848, per alienarlo dalla causa nazionale. Nel museo del Risorgimento italiano, annesso alla biblioteca Vittorio Emanuele, esistono le carte del Cardinale Pentini, a quei tempi monsignore e sostituto, ossia sottosegretario di stato al ministero dell’interno, prima col Mamiani, poi col Fabbri, poi col Rossi. Monsignor Francesco, poi Cardinale Pentini, figlio del marchese Ulisse, era nato a Roma nel 1799. Uomo d’ingegno assai pronto e dotato di buona cultura, era di animo rettissimo, franco, leale e di spiriti moderatamente, ma sinceramente liberali.

       Le carte di monsignor Pontini consistono in tanti foglietti e mezzi foglietti volanti, nei quali, di tutto suo pugno, il Pentini segnava annotazioni e ricordi che avrebbero servito a lui per scrivere, come era sua intenzione, le Memorie di quel triennio che, sventuratamente, non scrisse. Ora, mercè le cure di un valoroso giovine bibliotecario, il dott. Attilio Luciani, quelle carte sono bene disposte e messe a catalogo e furono, in parte, da me esaminate. Nella busta 19, cartellina 37, havvi una breve annotazione di monsignor Pentini, in cui egli dice di voler bene riaffermata la lotta che «i traditori esagerati e reazionari, ma specialmente questi ultimi, facevano attorno a Pio IX prima e dopo l’Enciclica del 29 aprile». Monsignor Pentini si mostra adirato contro quei traditori, e conclude: «Solo Corboli ed io rimanemmo fuori di questa classe».

       Il che, data l’autorità e la probità dell’uomo, dimostra che tutti gli altri prelati attornianti Pio IX si adoperavano ad allontanarlo dalla causa nazionale. Ciò, se è di scusa al Mastai, aggrava la Curia.

  19. Lo storico papalino sfegatato A. De Saint-Albin (Histoire de Pie IX et de non pontificat, Paris, Victor Palme, l870, 2° ediz.) narra che «Ciceruacchio, con le lacrime agli occhi ripeteva» - dopo la pubblicazione dell’Enciclica del 29 aprile: - «Egli ci ha traditi!» (tom. 1, cap. IV, pag. 182). E P altro storico papalino, già citato, A. Balleydier, inventando, come suole, perchè eccellente coloritore e narratore parzialissimo — e dico inventando perchè lui solo racconta tale aneddoto, non corroborato neppure dall’ombra di prova — una proposta di massacro di preti che sarebbe stata fatta da Ciceruacchio in quella occasione, gli fa dire: «V’è un solo mezzo di salvare la rivoluzione (!) ed è di liberare Pio IX. dai nemici che cagionano la sua perdita, rovinando la sacra causa del popolo: i preti si son posti di fronte alla libertà: è duopo massacrarli per aprire il passo alla libertà!» (op. cit., vol. I, cap. IV, pag. 126).

       Questa è una favola; ma se fosse fatto vero, confermerebbe la verità storica la quale è questa: che quel generoso capo-popolo, come la grande maggioranza dei Romani, non potendo rinunciare al loro idolo, dinanzi all’evidenza dei fatti che lo mostrava avverso alla redenzione della patria, preferiva scusare lui per poterlo amare ancora, rigettando la colpa della Allocuzione tutta sul partito austro-gesuitico.

  20. Strofetta di una poesia cantata e in gran voga a quei giorni.
  21. E. Renaudin, art. cit, nel Journal des économistes del 1887. Cfr. con A. E. Cherbuliez, nell’art. cit. del 1849; con J. Cretinau-Joly, Histoire du Sonderbund vol. I, pag. 92, 108 e passim.
  22. L. C. Farini, Lo Stato romano, vol. II, cap. V, pag. 85; C. De Mazade, art. cit.; Bertolini, op. cit.
  23. G. Massari, nel citato Proemio allo Operette politicheV. Gioberti, nei Documenti della guerra santa d’Italia, che quelle parole udì più volte dalla bocca del Rossi, il quale poi lo riconfermava nello sue Lettere di un dilettante di politica sull’Italia, sull’Alemagna e sulla Francia, di cui parlerò fra breve.
  24. G. Massari, op. cit., pag-. 115; O. Raggi, disc, cit., pag. x.
  25. V. Gioberti, Operette politiche, nei Documenti della guerra santa d’Italia, Capolago, tipografia Elvetica, Torino, libreria Patria coeditrici, 1851, Discorso ai Carraresi, pag. 150 e seg.
  26. L. C. Farini, Lo Stato romano, vol. II, cap. XIII, pag. 253 a 261. Di questo importante scritto di Pellegrino Rossi parlarono, o riportarono frammenti, con grandi lodi, il Gualterio, il Massari, i1 Mignet, P. S. Leopardi, il De Broglie, il De Puynode, il De Mazade, il Bon-Compagni, lo Spada, il Pierantoni, il D’Ideville, il Bersezio e il Bertolini.
  27. L. C. Farini, op. cit, vol. II, cap. XIII, pag. 253.
  28. Dell’incarico avuto dal Rossi di formare un ministero e delle ragioni per cui egli esitò e non riuscì, parlano il Farini, il Ranalli, il La Farina, il Gabussi, lo Spada e parecchi altri scrittori del tempo, ma più specialmente il Minghetti e in modo specialissimo e più diffusamente il Pasolini. Chi voglia vedere tutti i particolari di quelle trattative, sulle quali, per la tirannia del tempo e dello spazio, io non mi posso soffermare, legga le ricordate Memorie di G. Pasolini, raccolte da suo figlio, da pag. 120 a pag. 1:19, e i Ricordi di M. Minghetti, vol. II, pag. 108 e seg.; due opere uscite assai dopo la pubblicazione delle storie su rammentate e che, per ciò, sulle narrazioni di quegli storici apportano chiarimenti ed esplicazioni.

       Solo riferirò alcune parole del Conte Terenzio Mamiani, a proposito del possibile ministero Rossi, tratte da una lettera che l’illustre pesarese scriveva il 24 luglio 1848 a Marco Minghetti e da questo riportata nei suoi Ricordi (vol. Il, pag. 2G0). «A quel che si dice qui oggi» — scriveva il Mamiani al Minghetti — «voi siete chiamato in fretta ad entrare al ministero insieme col Rossi ex ambasciatore. Dio voglia che sia; bisognando a questo paese un governo forte e nomi che ispirino giusta fiducia, e se il Rossi non va a genio a tutti come spirito liberale, può vincere l’antipatia in virtù dell’altissimo ingegno e della consumata esperienza».

       Lo scoramento del Minghetti appare, del resto, nella sua lunga lettera al Pasolini, della metà di agosto; nella quale si mostra spaventato di tutto quel cumulo di errori e di tutto quel diavoleto, quasi che una rivoluzione dovesse essere un’Arcadia da condursi coi guanti color tortora, condita di biscottini, tutta ordinata e tranquilla, lemme lemme, per viuzze fiorite, al suono delle zampogne, fra l’accordo generale dei pastorelli, senza passioni, senza partiti, senza giornali, senza dissidi, senza lotte e senza sangue. In quella lettera l’illustre statista bolognese vedeva tutto nero. «Che direi» — egli esclama, dopo aver pianto per quasi tre pagine sull’Italia — «se parlassi dell’Europa intera? La quale è agitata da una crisi di cui non si vede nè prossimo il termine, nè chiaro il fine. Spente le credenze religiose, scossi i principi morali, nessuna fede politica, le nazioni oberate di debiti, i bisogni di tutti superiori ai mezzi, una licenza intellettuale che ogni dì partorisce nuove e mostruose dottrine... ma insomma io voglio finirla con lo tristezze, anzi vi pregherei di bruciare questa lettera troppo sconfortante».

       Se il Pasolini gli avesse dato ascolto sarebbe stato un vero peccato; innanzi tutto perchè la lettera è bella, poi perchè essa ritrae al vivo le impressioni e i sentimenti di un insigne uomo su quel momento storico, da ultimo perchè sarebbe andato perduto il prezioso poscritto, che è come la legittimazione di tutti i disordini nella lettera deplorati, è come la confessione della causa logica di quell’andar delle cose a rotta di collo che egli poco prima aveva lamentato. Di fatti in quel poscritto si legge: «Se aveste occasione di vedere Sua Santità ricordategli la mia affettuosa devozione. Qui ed in tutta Romagna sono assai gravi le accuse che si lanciano contro di esso: io credo fermamente alla purità delle sue intenzioni, ma pur troppo quelle oscillazioni hanno fatto un gran male all’Italia e allo Stato. Pio IX ebbe un momento la più bella di tutte le imprese a compiere, poteva restaurare la religione, ordinare la libertà e pacificare l’Europa. Ora quei momento è perduto e non tornerà mai più. La potenza temporale dei Papi torna ad essere riguardata esiziale secondo la sentenza del Machiavello, nè ciò solo. Ma io voglio finire perché è tardi e la posta parte. Questa lettera sarà un ammasso incoerente di pensieri, ma ho scritto come la penna gretta. Addio».

       Lasciamo stare se Pio IX avesse avuto potestà di fare tutte quelle belle cose; certo nella lettera, quantunque bella, grande coerenza non pare che vi sia. Ma ad ogni modo, se i danni fiuti da Pio IX alla causa italiana li riconosceva lui, il Minghetti, o perché mo’ non voleva che li riconoscessero anche le altre centinaia di migliaia di cittadini italiani come lui, che amavano la patria come lui, che erano addolorati come lui e che si distinguevano da lui solo in questo, che egli si rassegnava e quelli, meno miti, più ardenti, più clamorosi e plebei se si vuole, non si volevano rassegnare e cercavano, stoltamente anche, se si vuole, di continuare nell’impresa, abbandonata dal Papa, anche senza il Papa, anche a dispetto del Papa? La purità delle intenzioni - che moltissimi, del resto, nè anche a quei dì riconoscevano in Pio IX - non era balsamo bastevole a sanare la irrimediabile ferita fatta alla causa dell’indipendenza nazionale. Pare quindi evidente che non vi sia coerenza con tutto ciò che l’illustre bolognese diceva, nella lettera, circa agli effetti e ciò che diceva, poi, nel poscritto, circa le cause: il poscritto distruggeva le lamentazioni e le declamazioni della lettera.

       La verità è che i contemporanei, anche insigni, anche grandi, non si sanno e non si possono spogliare delle passioni di parte, specie poi se dottrinari: perchè allora non possono spogliarsi neppure delle loro teorie: e così, imbottiti di passioni e impellicciati di teorie, anche se spiriti elevati, anche se grandi ingegni, non hanno più un angolo nella persona dove collocare la logica, che è quella poi che governa la storia.

  29. De Broglie, Crétinau-Joly, De Mazade, Bon-Compagni, De Puynode Spada, Pierantoni, D’Ideville, Bertolini e Boglietti.
  30. Vedi a pag. 61 di questo stesso volume.
  31. P. Rossi, Cours de droit constitutionnel, tom. I, lez. VI, pag. 79».
  32. P. Rossi, Cours de droit constitutionel, tom. I, lez. VII, pag. 101 e seg.
  33. P. Rossi, Cours d’économie politique, tom. IV, lez. V intorno al Credito, pag. 403 a 405.
  34. Vedi a pag. 59 e 60 di questo stesso volume.
  35. P. Rossi, Cours de droit constitutionnel, tom. I, lez. XII, pag. 170.
  36. E ciò si rivela chiaramente e in modo più speciale dalla lez. XLVIIl del Corso di diritto costituzionale, in cui parla della riforma religiosa e di Martino Lutero e di Giovanni Calvino.
  37. Lettera di P. Rossi al ministro Guizot in data 17 novembre 1847, nello Mémoires dello stesso Guizot, vol. VIII, pag. 392.
  38. P. Rossi, nell’articolo intitolato L’exécution des jugement prononcés par les tribunaux étrangers, inserito negli Annali suddetti nel 1820, articolo sul finir del quale lodava il governo pontificio che, per ordine di Pio VII, aveva pubblicato, in quello stesso anno, un decreto per cui una sentenza emessa nella protestante Ginevra da giudici protestanti contro un suddito della Santa Sede era resa, senza necessità di altre formalità, esecutoria nello stato pontificio.

       Ciò prova l’esattezza della mia affermazione sulle ragioni della diversità dei giudizi pronunciati dal Rossi intorno al Papato e al suo dominio temporale. Dinanzi a quella decisione civile e razionale, dovuta allo spirito illuminato di quell’illustre uomo di stato che era il Cardinale Ercole Consalvi, Pellegrino Rossi, impressionato favorevolmente, pensava che il Papato, anche come dominio temporale, fosse conciliabile con le libertà civili; più tardi, dinanzi alla ferrea e dissennata reazione di Leone XII, e sotto l’impressione in lui prodotta dagli atti di quel Pontefice, dettava il temperato memoriale ai Cardinali riuniti in conclave, da me prodotto nei documenti; più tardi ancora, dinanzi alla reazione gregoriana, scriveva, nel l832, la lettera al Guizot così ostile al dominio politico dei Papi; più tardi ancora, dinanzi ai primi atti di Pio IX, torna a sperare e a credere conciliabile libertà e Papato, poi a dubitare ancora, poi a credere ancora.

  39. Per questa inclinazione del Rossi all'eclettismo conciliatore vedi il Discorso del Conte avvocato Luigi Samminiatelli Zabarella nel citato volume per l’Inaugurazione del monumento nazionale a Pellegrino Rossi a Carrara, pag. 83 e Tullo Massarani, Carlo Tenca e il pensiero civile del suo tempo, Ulrico Hoepli, Milano, 1866, pag. 214.
  40. Esporrò nel capitolo VI i nomi degli autori che stimarono necessaria e inevitabile la morte del Rossi e dirò anche le ragioni su cui essi fondano tale loro convincimento.
  41. Alla mia coscienza storicamente ripugna di adoperare le ipotesi e i se e i ma: onde, tanto per contentare quelli che delle ipotesi nella storia si dilettano - e sono tanti! - metto una ipotesi qui in nota. Dico prima che io sono profondamente convinto che nè Pellegrino Rossi, nè Vincenzo Gioberti, nè Antonio Rosmini, nè tutti tre uniti insieme, nè aggiunti ad essi altri uomini di valore, avrebbero potuto impedire, data quella situazione di fatto, o tre mesi prima o tre mesi dopo, lo scoppio della rivoluzione, la fuga di Pio IX, l’intervenzione straniera. Ciò promesso, o suppponendo - per mera ipotesi, impossibile a verificarsi - che Pellegrino Rossi avesse potuto domare e avesse domato la rivoluzione, egli non avrebbe mai e poi mai potuto conservare Pio IX fedele alla costituzione. Il Papa avrebbe ringraziato il Rossi, lo avrebbe - a modo suo - premiato, ma la costituzione l’avrebbe di fatto soppressa e sarebbe tornato Papa come era prima, perchè a ciò inesorabilmente lo avrebbero tratto i suoi scrupoli, le altrui suggestioni, il pentimento degli errori commessi, il tremore da cui era tutto invaso per gli effetti delle concesse libertà. Ci voleva altro che l’anima fiacca di don Abbondio per resistere alle pressioni dell’Austria vittoriosa, del reazionario Borbone trionfante, della setta gesuitico-sanfedistica di cui era egli prigioniero e preda! E che così fosse e che così dovrebbe essere lo provarono i fatti posteriori e l’atteggiamento di Principe assoluto riassunto da Pio IX appena arrivato a Gaeta, e che non volle e non potè mutare mai più. Onde si illusero il Montanari, il Ricci, il Bevilacqua e lo Zucchi che peregrinavano a Gaeta e tutti i moderati che a Roma e nelle provincie credettero possibile il ristabilimento della costituzione nello stato romano. Cosicché il tentativo di Pellegrino Rossi fu, nella realtà storica, una fatale illusione, un funesto sogno morboso di cui egli rimase onorata e lacrimata, ma, fatalmente, predestinata vittima.