Ricordi storici e pittorici d'Italia/Il Ghetto e gli Ebrei in Roma

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Il Ghetto e gli Ebrei in Roma

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L'Isola d'Elba Idilli delle spiagge romane

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IL GHETTO

E GLI EBREI IN ROMA

1853.
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I.

Addossati gli uni agli altri, in un angolo di Roma, oscuro e malinconico, che il corso del fiume separa da Trastevere, abitano da tempi remoti, quasi separati dal resto della umanità gli Ebrei di Roma. Sono dedicati ad essi queste pagine, che l’autore ha ricavato parte da scritti antichi e moderni, parte da comunicazioni orali degli Ebrei stessi. Desso ha visitato ripetute volte il ghetto di Roma, e fra le tante rovine della città eterna, la popolazione di quello gli parve la rovina la più meravigliosa, e come la sola tuttora vivente dell’antichità, degna grandemente di essere studiata.

È probabile che la maggior parte dei forastieri che visitano i monumenti di Roma, si saranno fermati alquanto commossi davanti all’arco di trionfo di Tito nel foro; e ne avranno compreso chiaramente il senso, imperocchè la storia degli Ebrei, e di Gerusalemme la città loro, è in certo modo storia patria anche per i Cristiani, e tale che dessi pure riguarda. Si scorge ancora al sommo di quell’arco il sacrificio trionfale che raffigura il fiume Giordano, un vecchio portato sur una barella e nel vano dell’arco stesso sotto il quale nessun Ebreo passa mai, si scorgono tuttora scolpiti quali trofei della vittoria di Tito, gli oggetti tolti al tempio di Gerusalemme, il candelabro a sette braccia, la tavola aurea, il forziere contenente il libro della legge, e le trombe di argento per l’anno del giubileo. Sono trascorsi circa mille ottocento anni dacchè venne innalzato [p. 48 modifica]questo arco, e di quella Roma la quale imperava al mondo, non rimangono più che rovine e polvere, nè rimase più in vita simbolo veruno del culto antico. Chi avrà varcato l’arco, scenderà verso il Tevere, e percorrerà il Ghetto, potrà scorgere il candelabro a sette braccia, scolpito tuttora sulle mura delle case. È la stessa imagine che viddi poco prima sull’arco di Tito, se non che quivi la è imagine vivente, di un culto tuttora vivente, e quivi abitano, oggi tuttora, i discendenti di quegli Ebrei condotti in trionfo da Tito. Entrando poi nella sinagoga degli Ebrei si scorgono sulle mura le stesse sculture, le tavole della legge, la tavola d’oro del tempio, le trombe del giubileo. Un identico popolo ebreo, tuttora sussistente, innalza le sue preghiere all’antico Jehovah, davanti alle stesse imagini che un dì Tito portò a Roma dal tempio di Gerusalemme. Jehovah durò tuttora, dopo scomparso Giove Capitolino.

Ivi sta il portico di Ottavia. Rovinati e cadenti, suoi grandi archi, suoi pilastri sporgono verso il Ghetto. Fu qui che Vespasiano e Tito festeggiarono solennemente il trionfo sopra Israello. Eravi presente un Ebreo compagno ed adulatore di Tito, lo storico Gioseffo Flavio. Non ebbe ribrezzo di assistere al trionfo sopra il suo popolo, di mescolarsi alla pompa di quello, e di farne una descrizione ridondanta di adulazione. Siamo debitori a questo abbietto cortigiano ebreo della descrizione del trionfo. «Dopochè, narra egli, l’esercito verso la notte fu entrato, venne collocato in ordine sotto il comando de’ suoi capi non già davanti alla porta del palazzo più in alto, ma del tempio d’Iside; ivi passarono la notte i due imperatori Tito e Vespasiano, i quali sul fare del giorno ne uscirono coronati di alloro, e vestiti di porpora recandosi al portico di Ottavia. Ivi aspettarono la venuta del senato, dei primari magistrati, del fiore dei cavalieri. Di fronte al portico era stato innalzato un palco, sul quale stavano due seggi di avorio; i due imperatori vi presero posto, ed allora le truppe proruppero in evviva, e presero a vantare le loro gesta. I soldati pure erano senz’armi, rivestiti di seta, e [p. 49 modifica]coronati di alloro. Vespasiano dopo avere raccolto i loro applausi, pose fine ai loro evviva accennando facessero silenzio. I soldati tacquero. Allora Vespasiano sorse, si velò il capo e pronunciò un ringraziamento. Tito ne fece altrettanto. Dopo Vespasiano diresse alcune poche parole all’assemblea, quindi lasciò i soldati perché prendessero parte ad un banchetto, che secondo l’uso era loro stato preparato dagl’imperatori. Vespasiano tornò indietro verso la porta detta del trionfo, perché serviva appunto in queste congiunture. Ivi i due imperatori presero una refezione, vestirono gli abiti trionfali, offerino un sacrificio nel tempio eretto presso la porta, dopo di che ebbe luogo la marcia trionfale; la quale passò per il teatro affine meglio la potesse il popolo godere.»

L’imperatore Augusto aveva eretto in onore di Ottavia sua sorella quel magnifico portico con due ordini di colonne. Ne rimane tuttora una parte adossata al mercato dei pesci finitimo al Ghetto, e fra mezzo alle rovine sorge la chiesa di S. Angelo in Pescaria, la quale ha dessa pure in certo modo relazione cogli Ebrei, i quali sono costretti ad ascoltarvi in ogni settimana una predica, destinata a convertirli. Il Ghetto pertanto trovasi aderente a quel portico di Ottavia dove Vespasiano e Tito trionfarono degli Ebrei, ed i ruderi di quel portico, sepolti nelle immondizie, sono abitati oggidì dai discendenti di quegli Ebrei che furono prigionieri di guerra di Tito.

A motivo pertanto delle relazioni del popolo d’lsraello con i Romani i quali distrussero Gerusalemme, e dipersero gli Ebrei sulla faccia del globo, il Ghetto di Roma è la più meritevole di osservazione, fra tutte le comunità israelitiche d’ Europa. Altre fra queste, quelle particolarmente di Spagna e di Portogallo nel medio evo, non che la sinagoga di Amsterdam, sorta di queste ultime, sono meritevoli di menzione per la loro istruzione scientifica e teologica; nessuna però è altrettanto antica, nè derivata immediatamente del pari degli abitatori di Gerusalemme, quanto la università israelitica di Roma. Basta l’aspetto

V. GREGOROVIUS. Ricordi d’italia Vol. I. [p. 50 modifica]solo del locale a far comprendere che qui non si tratta nè di Tatmud, nè della Kabbala, nè della filosofia giudaica imperocchè il Ghetto di Roma si può dire un secondo Gosen della schiavitù di Faraone, e la sua storia quella della costanza, pressoché incredibile, di una piccola comunità di schiavi, nel sofferire di generazione in generazione la più dura e la più continuata oppressione.

Ora quando si consideri essere Roma quella dove questo popolo si mantiene da oltre mille ottocento anni, la sua costanza parrà ancora più singolare; e si durerà fatica a comprendere come una razza umana cotanto maltrattata, ad onta di nuove aggregazioni di quando in quando, abbia potuto riprodursi e durare in quell’angolo di una grande città, in quell’aria appestata, serbandosi sempre la stessa, quasi avesse vita particolare, e tutta sua propria. Imperocchè fin dai tempi di Pompeo il grande, avevano gli Ebrei stanza in Roma. Cacciati parecchie volte dalle città sotto i primi imperatori, vi fecero sempre ritorno, ed ai tempi di Tito si stabilirono dove sono tuttora, nel luogo il più pericoloso del mondo per essi, sotto gli occhi prima di quei Romani i quali avevano distrutta Gerusalemme, e più tardi del Papa rappresentante di quel Cristo che dessi avevano posto in croce. Fin dai tempi di Pompeo erano fatti segno a ludibrio ed a disprezzo, e finalmente radunati in un Ghetto quale tribù impura di Paria, si concentrarono in un angusto spazio, e vi durarono, non più esposti alle fiere come ai tempi di Claudio, ma ai mali trattamenti dei Cristiani, rimanendo immutabili per il corso di secoli e secoli nera ed oscura pagina negli annali della umanità cristiana! Dessi vivevano privi di speranza, però speravano, secondo il carattere del popolo d’Israello, al quale i profeti promettevano il Messia. Impotenti ad entrare in lotta aperta coi loro nemici, si trincerarono nel triste e possente appoggio della miseria, dell’abitudine, e della tenacità di propositi tutte proprie della razza ebrea. La forza nel soffrire fu tanto grande negli schiavi ebrei, e tanta maggiore di tutte le altre razze [p. 51 modifica]dannate alla schiavitù, che io confesso non sapermela spiegare. Imperocchè sostiene l’uomo di carattere nella miseria il senso della propria dignità; il filosofo la filosofia; il Cristiano la religione la quale gli addita il cielo popolato di martiri e nel paradiso il trionfo della croce; mentre Jehovah nulla promette agli Ebrei al di là della tomba, e dessi non hanno santi.

In qualunque modo la si voglia spiegare, è fatto che questa forza nella sofferenza esiste e che si direbbe essere stata la natura larga di maggiore vitalità alla razza umana destinata ai maggiori patimenti. È probabile che qualunque altra nazione posta in Roma in tali condizioni non sarebbe stata capace di resistere al disprezzo di tutto il mondo, vi si sarebbe spenta; ma gli Ebrei vi durarono, vi si mantennero per dei secoli, nel centro della Cristianità, sotto il piede per così dire del Papa. Segregati dal consorzio civile degli uomini non vi si mescolarono punto; anche i loro tardi nipoti rimangono stranieri ai Cristiani della città, nè più nè meno di quanto lo fussero i primi padri loro, e non si sono accostati ai Romani, più di quanto lo fessero ai tempi di Pompeo. In allora e sotto gli imperatori, sebbene tenuti in disprezzo, erano trattati al pari delle altre sette orientali, della siriaca, della egiziana, della persiana, e non vivevano appartati come oggidì, in cui nella continua mutazione di sette e di religioni dell’antica Roma, sono la sola la quale si sia mantenuta in vita ed immutabile.

La storia che ora porgeremo in compendio degli Ebrei in Roma non è agevole a compilarsi, per quanto riguarda i primi tempi, scarse oltremodo essendone le sorgenti presso gli scrittori romani.

Dall’ingresso di Pompeo in Gerusalemme dove tratto dalla curiosità, e senza lasciarsi trattenere dalle supplicazioni de’ Giudei esterefatti, entrò nel sacrario del tempio, cominciarono le relazioni, che più non cessarono, fra Gerusalemme e Roma. Pare sia stato Pompeo il primo a portare schiavi ebrei in Roma; quanto meno è cosa certa che [p. 52 modifica]a suoi tempi trovavansi di già in quella città liberti ebrei ed altri loro concittadini, trattivi probabilmente dal desiderio del traffico. Vivevano, secondo i loro usi, ed esercitando pubblicamente senza ostacoli la loro religione; e i principi e le principesse ebree al pari dei regoli e principi delle altre nazioni, comparivano davanti il senato ed alla curia di Roma, per curare i loro interessi, imperocchè a quell’epoca vi erano tuttora principi ebrei. Si vide pertanto più volte in Roma il felice Erode accoltevi con onori reali, trattare con Cesare da principe a principe, essere accolto alla sua mensa, sedere a di lui fianco in palco a teatro. Si videro in Roma Archelao, la principessa ebrea Salome, Antipa, ed Antipater; parecchi principi ebrei furono pur anche educati alla corte di Roma. Il nipote di Erode, Agrippa, avventuroso cacciatore di fortuna, era stato educato con Druso figliuolo di Tiberio, ed era l’amico prediletto di Caligola, ai giuochi e passatempi del quale prendeva parte. Il giovane Ebreo libertino era uscito appena dalla prigione per debiti, che Tiberio lo gettò di bel nuovo in carcere dove languì sei mesi, quando la morte dell’imperatore lo venne a liberare, e Caligola lo nominò re degli Ebrei. Sostenne in particolare parte brillante in Roma la bella principessa ebrea Veronica o Berenice sorella ed amante di suo fratello il giovane Agrippa, ultimo re degli Ebrei. Dopo la distruzione di Gerusalemme ebbe stanza nel palazzo di Tito, quale sua favorita, ma ad onta di tutti i suoi intrighi, non le riuscì salire al seggio d’imperatrice.

Erode Agrippa del resto fu l’ultimo Ebreo il quale abbia occupato una posizione distinta, e dopo di lui non viddero più gli Ebrei in Roma ivi fatti segno ad onori veruno dei loro correligionari, ad eccezione del barone Rothschild, al quale venne fatta ai tempi di Gregorio XVI splendida accoglienza, per ragioni che sono facili a comprendersi.

Mentre si andavano in quei tempi alternando in Roma i loro principi più o metto avventurieri, gli Ebrei si erano stabiliti nella città eterna. Cesare loro era propenso, [p. 53 modifica]e la prova il fatto che gli Ebrei lo piansero estinto, e lo onorarono delle loro lodi. Parimenti Augusto lasciò loro ampia facoltà di stare in Roma, e di attendervi ai loro negozi; ed esso pure fu pianto degli Ebrei, i quali gli tributarono onori funebri per una settimana. Non erano a quell’epoca concentrati in un determinato punto della città quantunque narri Filone che Augusto aveva donato in Roma agli Ebrei il quartiere, che dice buono, del Trastevere. Però abitavano pure in altri siti, e molti nell’attuale Trastevere, non lontani pertanto dal Ghetto attuale, di là del fiume. Secondo la tradizione romana, S. Pietro nell’anno 45 dell’era volgare andò ad alloggiare in Trastevero presso l’attuale chiesa di S. Cecilia, perchè erano ivi domiciliati Ebrei; se non chè deve aver abitato pure sull’Aventino presso i santi Acquila e Prisca; marito e moglie ebrei, i quali avevano abbracciato il Cristianesimo.

Quanto fosse la debolezza usata da Augusto verso gli Ebrei, risulta da un passo dello scritto di Filone degno di molta attenzione, ed intitolato «La legazione a Cajo.» Il dotto Alessandrino dice aver usato sempre Augusto buoni trattamenti agli Ebrei, sapendo benissimo che abitavano il Trastevere, dove erano liberti stati portati in Italia per la maggior parte quali prigionieri, quindi affrancati dai loro padroni, i quali colà vivevano senza essere stati costretti a rinunciare in nulla agli usi ed ai costumi dei loro padri. Ricorda oggidì tuttora quei liberti ebrei un bellissimo sepolcro sulla via Appia, il quale porta il nome di due ebrei Zabla ed Akiba. Augusto, continua Filone, non ignorava che gli Ebrei possedevano sinagoghe dove si radunavano ogni settimana per esservi ammaestrati nelle dottrine della sapienza dei loro padri. Tollerava pure mandassero a Gerusalemme il danaro delle primizie, perchè vi fosse impiegato in sacrifici. Pertanto nè li cacciò di Roma, nè ritolse loro il diritto di cittadinanza, che aveva concesso generosamente al popolo ebreo, nè li costrinse a fare mutazioni di sorta alle loro sinagoghe, alle loro riunioni. Narra ancora Filone, che l’imperatore mandò [p. 54 modifica]ricchi donativi al tempio di Gerusalemme, e vi fece offrire un sacrificio; e che portava rispetto al sabbato, a segno di aver ordinato che non si facessero agli Ebrei le distribuzioni di grano in quel giorno, ma bensì nel giorno seguente, siccome quelli che nel giorno di sabbato non potevano nè dare, nè ricevere danaro, o donativi qualsiasi.

Si sa che Filone fu mandato nell’anno 40 dell’era cristiana alla testa di un ambasciata spedita dagli Ebrei domiciliati in Alessandria all’imperatore Cajo (Caligola) per lagnarsi dei mali tratti, e dei soprusi che gli Alessandrini usavano ai molti Ebrei, i quali per ragion di traffico avevano presa stanza in quella grande città commerciale. Desso narra come Caligola abbia ricevuti i legati ebrei in una sua villa, dove correva come una pazza dell’una all’altra camera, dando ordini ora di nuove costruzioni, ora per far disporre e collocare antiche imagini, mentre gli Ebrei lo seguivano di continuo dall’una all’altra stanza, fra le risa di tutti i presenti. Lo stesso imperatore domandò loro scherzando, perchè non mangiassero carne porcina. «Le persone che ci fischiavano, dice Filone, e quelle che altrimenti c’irridevano facevano mai tanto chiasso, che sarebbesi detto fossimo in un teatro.» Abbiamo pertanto fin da quei tempi un esempio di quelle scene che si viddero poi in Roma nel medio evo, e perfino ai tempi nostri, quando gli Ebrei stavano schierati, sul Monte Giardino ovvero presso l’Arco di Tito, per prestarvi omaggio al Papa nuovamente eletto, esposti ai fischi dei monelli di strada ed alle grasse risa del popolaccio.

Caligola aveva una ragione tutta sua particolare per essere irritato contro gli Ebrei. Desso si era fitto in capo di farsi innalzare quale Iddio una statua colossale, nientemeno che nel santuario del tempio di Gerusalemme, dacchè aveva saputo essere gli Ebrei l’unica nazione della terra, la quale si rifiutasse a tributargli onori divini. Aveva dato ordine a Petronio governatore della Fenicia di far preparare e collocare a posto la statua. Allora, giusta quanto narrano tanto Filone quanto Gioseffo, tutta intera la [p. 55 modifica]Giudea si riversò sulla Fenicia, nomini, donne, vecchi, fanciulli, un intero popolo in una parola; ed erano tanti e tali i loro pianti, i loro lamenti, che l’aria intronata li ripeteva tuttora quale un eco, quando erano cessati. Si gittarono ai piedi di Petronio, scongiurandolo ad ucciderli tutti e quanti disarmati quali erano, dicendo non avrebbero mai patito fosse recato cotanto sfregio al tempio del loro Dio. Questa scena fu una delle più grandi tragedie di un popolo, delle quali si abbia memoria, e questa resistenza morale contro Caligola fu una delle più belle pagine della storia del popolo ebreo, la quale gli fa maggior onore che le luminose gesta di Davide, e di Salomone. Petronio rimase sbalordito, e scrisse all’imperatore cercando dissuaderlo dal suo proposito; venne pure a Roma a perorare la causa del suo popolo il giovane re Agrippa amico di Caligola. Narra Filone essere stato questi compreso di tanto orrore per la profanazione di cui era minacciato il tempio, che cadde pericolosamente ammalato, e finì per indirizzare all’imperatore una lettera commoventissima, grazie alla quale quel desposta pazzo, al quale il mondo intero innalzava tempi, altari e statue, rinunciò al suo capriccio di avere pure una statua nella parte più sacra del tempio di Gerusalemme.

La sua morte repentina giunse poi in un buon punto a liberare gli Ebrei dal pericolo delle sue vendette. Del resto Filone non fa parola della condizione degli Ebrei a quell’epoca in Trastevere. Pare vi avessero stabilita una sinagoga dì schiavi affrancati, della quale è fatta menzione sotto questo nome, al capo primo degli Atti degli Apostoli.

Introdottosi in Roma il Cristianesimo, Ebrei e Cristiani furono considerati e trattati quasi sette identiche, la qual cosa è tanto più facile a spiegare in quanto che in allora la maggior parte dei Cristiani erano Ebrei convertiti. Andarono pertanto soggetti alle stesse persecuzioni. Nell’anno 51 Claudio li cacciò gli uni e gli altri dalla città, dopochè Tiberio, per suggerimento di Seiano, gli avea già esiliati [p. 56 modifica]una volta in Sardegna, per porre freno alla loro scandalosa usura, la qual cosa prova fin d’allora la tendenza naturale che li chiamava a mescolarsi nelle speculazioni d’imprestito. Se non che, dessi seppero sempre far ritorno a Roma e mantenervisi; che anzi il loro numero andò crescendo di tanto, che sotto i primi imperatori salì a circa otto mile, numero pressoché doppio di quello attuale degli Ebrei, nella città eterna.

Venne poi la conquista della Giudea, e la distruzione del Tempio di Gerusalemme per opera di Tito, le quali condussero a Roma grande quantità di Ebrei prigionieri di guerra, parte dei quali vennero uccisi, ma il maggior numero però di essi prese stanza nella città.

Stimo opportuno proseguire la descrizione del trionfo, affinchè il lettore a cui sia ignoto Gioseffo Flavio, possa farsi una idea di quello spettacolo meraviglioso. «La è cosa impossibile, continua Gioseffo, il descrivere la varietà di questo spettacolo, la magnificenza di esso sotto ogni aspetto, sia per il magistero dell’arte negli oggetti recati, sia per la loro ricchezza e rarità. Tutte quante le cose le più preziose e le più peregrine che gli uomini posseggono, comparvero riunite in quel giorno a far prova della grandezza dell’impero romano. Si videro oggetti ornati di oro, d’argento, e di avorio e non già in picciol numero quali ad accrescere il lustro della solennità, ma in tanta copia, da rassomigliare al corso di un fiume. Si viddero abbigliamenti parte tinti nella più fina porpora, parte tessuti con tutta la maestria dell’arte di Babilonia, le pietre le più preziose, od incastrate in corone od in altre foggie di ornamenti o di gioielli, ed in tanta abbondanza, che quasi sarebbe stato ritenuto errore il considerarli quali cose rare. Seguivano le imagini degli Dei, di una grandezza straordinaria, e lavorate con un’arte inimitabile. Varietà di tutte le stoffe le più preziose, anche animali rari di varie razze, ornati colla più grande cura. Le persone tutte le quali portavano questa rarità, indossavano abiti purpurei ricamati in oro, ed in particolare [p. 57 modifica]modo comparivano riccamente ornati i soldati i quali erano chiamati a prendere parte agli onori del trionfo. Anche la schiera dei prigionieri trasse a sè la generale attenzione. I loro abbigliamenti di colori svariatissimi, distrassero gli spettatori dal triste aspetto delle loro stanche fisonomie. Eccitarono poi il massimo stupore i magnifici baldacchini. Si temeva che gli uomini i quali erano destinati a portarli non avessero la forza di reggerli. Taluni erano a tre o quattro piani, disposti nel modo il più sorprendente ed il più artistico. Parecchi erano ricoperti di tappeto ricamati in oro, e tutti poi ornati di ricchi fregi in oro, ed eburnei. La guerra vi era rappresentata sotto tutte le sue forme, ed in ogni suo aspetto. Vi si scorgevano contrade interamente devastate; intere file di nemici morti, posti in fuga; prigionieri: immense ed alte mura, le quali rovinavano all’urto delle macchine; ricche città prese di assalto, e nell’interno le schiere le quali vi si erano precipitate; torrenti di sangue; meschini disarmati i quali domandavano misericordia; tempi e case in fiamme, le quali precipitando rovinavano sopra i loro abitatori; finalmente, in mezzo a tutta quella desolazione un fiume che volgeva le sue onde, non già per irrigare i campi o per dissetare gli uomini e gli armenti, ma per ispegnere quel generale incendio.»

«Tutto ciò narravano gli Ebrei avere sofferto durante quella accanita guerra. Laccurata rappresentazione dava idea di tutto quanto era avvenuto, anche a quelli che non vi erario stati presenti. Presso ogni baldacchino stavano i condottieri dell’esercito nemico, in attitudine di prigionieri. Seguiva una quantità di barche. Il bottino di guerra era immenso, ma tutto scompariva al cospetto degli arredi del tempio di Gerusalemme; la tavola d’oro del peso di molti talenti; un candelabro parimenti in oro, ma di forma diversa di quelli in uso per gli altari. Il fusto nel mezzo era fissato nel piede, e da questo sì staccavano aste sottili a foggia di tridente, ed alla sommità di queste stavano lampade di rame, in numero di sette, simbolo presso [p. 58 modifica]i Giudei della santità dei sette giorni. Chiudevano la comparsa del bottino le tavole della legge. Seguivano uomini i quali portavano statue della vittoria in oro, e di avorio. Dopo questo venivano Vespasiano e Tito, entrambi a cavallo, ed a fianco di quest’ultimo stava Domiziano, riccamente vestito, e che cavalcava un magnifico destriero. Meta del trionfo era il tempio di Giove Capitolino; e giunta davanti a questo la processione si fermò, imperocchè secondo l’uso doveva ivi l’araldo dare annunzio della morte del condottiero in capo dell’esercito nemico. Era questi Simone Bar Giuda, il quale seguiva desso pure la marcia trionfale. Venne tratto con una corda al collo sulla rupe che sorge di fronte al foro, ed ivi fu percosso colle verghe de suoi conduttori. In quella località, secondo la legge romana, si devono mandare ad esecuzione le condanne a morte. Allora quando fu annunciato che era Simone giunto colà, s’innalzò un grido solenne ed universale di gioia, ed ebbe principio il sacrificio. Dopo il rendimento di grazie, ed eseguite le distribuzioni solite di danaro al popolo, gl’imperatori fecero ritorno al loro palazzo. Ivi convitarono molte persone alla loro mensa, agli altri furono apparecchiati alle case loro ricchi banchetti. Tutta la città di Roma festeggiò questa giornata quale giorno di letizia solenne, per lesito felice della campagna, per il fine della guerra civile, per la speranza di splendido avvenire.»

II.

Vespasiano innalzò un magnifico tempio alla pace, ed allogò in esso gli arredi del tempio di Gerusalemme; le tavole però della legge, col loro cortinaggio di porpora, furono conservate nel palazzo dei Cesari. L’arca poi, nell’interno del quale sono rappresentati con tanta maestria gli arredi del tempio, e la marcia trionfale non venne ultimata che dopo la morte di Tito. Nel medio evo fu [p. 59 modifica]denominato generalmente, a motivo delle sue sculture, l’arco delle sette lampade, come si legge nel libro delle cose mirabili di Roma. Arcus septem lucernarum, Titi et Vespasiani, ubi est candelabrum Moysi cum arca. Il suo aspetto romano venne però deturbato nel medio evo, imperocchè la possente famiglia dei Frangipani, la quale era padrone del Foro e del Colosseo, lo aveva ridotto a forma ed uso di fortezza, innalzandovi una torre la quale fu denomina Turris Cartularia. Finalmente nel 1821, sotto il pontificato di Pio VII, fu restituito alla sua forma primitiva quale ora si ammira, ultima opera ristaurata fra le più meravigliose antichità di Roma.

Tito però erasi ricusato ad assumere dopo il trionfo il nome di Judaicus, prova evidente del nessun conte in cui teneva gli Ebrei. Tanto desso però quanto Vespasiano tollerarono la loro presenza in Roma, dove erano grandemente cresciuti di numero per la venuta degli schiavi, che furono in parte di poi affrancati. Vespasiano aveva loro concesso il libero esercizio della loro religione, se non che li aveva obbligati pagare a Giove Capitolino il tributo di mezzo siclo per testa, che sborsavano dapprima al tesoro del tempio. Gli Ebrei pagano ancora oggidì il loro tributo di Campidoglio alla Camera Capitolina.

Ai tempi di Domiziano, secondo quanto asserisce Suetonio, questo tributo, Fiscus Judaicus, fu riscosso con il massimo rigore. In allora gli Ebrei abitavano per la maggior parte pubblicamente il Trastevere, ed erano irremissibilmente cacciati dall’imperatore dalle altre parti della città. Desso loro assegnò, con disposizione strana, la valle della ninfa Egeria, per la quale dovettero pagare una pigione. Ne fa menzione Giovenale nella satira terza.

Hic ubi nocturnæ Numæ costituebat amicæ,
Nunc sacri fontis nemus, et delubra locantur
Judæis, quorum cophinus fanunique suppellex
(Ommisi enim populo mercedem pendere iussa est
Arbor et eiectis mendicat silva Camœnis,). [p. 60 modifica]
In vallem Egeriæ descendimus, et speluncas
Dissimiles varis. Quanto præstantius esset
Numem aquæ, viridi si margine clauderet undas,
Herba nec ingenuum, violarent marmora trophæum.

Giovenale per tanto quando si recava nella valle di Egeria per la porta Capenia, vedeva gli Ebrei, in aspetto di mendicanti a quanto pare, uscire ed entrare recando fasci di fieno, e ceste quasi altrettanti zingari. I fasci di fieno erano destinati a servire loro di letto, e nelle ceste riponevano i cenci di cui facevano negozio. Da tutte le notizie romane si recava, che fin da quei tempi dedicavansi gli Ebrei alle professioni ed ai commerci, che esercitano ancora oggidì. Grande era il disprezzo dei Romani per quegl’infelici, ed era ritenuto per un’onta l’essere visto entrare in una sinagoga, mentre punto non si scapitava di riputazione prendendo parte al culto d’Iside, di Mira, di Priapo. Ed è pur strano fosse dai Romani tenuto in dispregio l’unico culto il quale andò esente in ogni tempo dall’adorazione d’idoli, d’imagini, di animali.

Nella sua satira decimaquarta Giovenale si lagna della superstizione che spingeva i Romani ad accostarsi al Giudaismo.

Quidam sortiti metuentem sabbata patrem
Nil præter nubes et cœli numen adorant,
Nec distare putant humana carne suillam
Qua pater abstinuit; mox et præputia ponunt:
Romanos autem, soliti contemmnere leges,
Judæorurn ediscunt, et servant ac metuunt ius,
Tradidit arcano quodcumque volumine Moses.

In quel tempo si dedicavano gli Ebrei, como presso di noi attualmente gli zingari, a pronosticare l’avvenire, alle arti segrete amatorie, alla fabbricazione di filtri, alla evocazione degli spiriti. Ne fa menzione Giovenale nella satira sesta. [p. 61 modifica]

Quum dedit ille locum, cophino fænoque relicto.
Arcanam Judæa tremens medicat in aurem;
Interpres legum Solymarum, et magna Sacerdos
Arboris ac summi fida internuntia cœli
Implet illa manum; sed parcius, ære minuto,
Qualiacumque voles, Judæi sommnia vendunt.

In questi versi il poeta descrive con tanta evidenza l’aspetto degli Ebrei, che ci pare vederci comparire davanti una di quelle vecchie Ebree, alle quali diamo volgarmente il nome di streghe. E nella stessa guisa che ai tempi di Domiziano l’Ebrea usciva riguardosa di nottetempo dalla valle della ninfa Egeria per introdursi furtivamente nel domicilio di una dissoluta patrizia romana, la stessa cosa aveva luogo ancora fino agli ultimi tempi in Roma. Imperciocchè parecchie Ebree uscite dal Ghetto si aggiravano per la città a prefetarvi il futuro, a spiegare i sogni, a vendere filtri, ed offrire i loro servizi alle dame di nobili e distinte schiatte. Ne fa menzione espressa la bolla di Pio V del 1569, la quale comincia Hebreorum gens sola quondam a Domino electa. Questa bolla in forza della quale gli Ebrei sono espulsi da tutte le città dello stato della Chiesa, ad eccezione di Roma o di Ancona, è documento storico di molta importanza, e sorvolando grande spazio di tempo ne riprodurrò alcuni passi, che corrispondono appieno ai versi di Giovenale. Leggesi nella bolla, «Dopochè questo popolo ha perso i suoi sacerdoti, dopochè cessò la sua legge di avere autorità, fu cacciato dalla propria stanza che un Dio buono o clemente aveva assegnata al popolo stesso fin dalla sua origine quale terra privilegiata, dove correvano il latte ed il miele; da secoli va errando sulla faccia del globo, odioso, coperto da onta e di vergogna, praticando le arti le più abiette e le più infami, senza mai esserne sazio, come potrebbe fare la razza la più depravata di schiavi.» Passa quindi la bolla ad enumerare tali arti, «Imperocchè, anche tacendo di ogni maniera di usura, colla quale gli Ebrei spogliano di [p. 62 modifica]ogni loro avere i Cristiani che si trovano nel bisogno; crediamo sia abbastanza noto come siamo dessi ricettatori di robe rubate, protettori dei malvagi; come ogni cosa tolta per arte o per violenza, e non profana soltanto, ma quelle ancora dedicate al culto divino, o nascondano per un certo tempo, o trasportino in diverse località, o trasformino in guisa, che non possano essere più riconoscibili, come ancora molti ancora, col pretesto di qualche lecito commercio s’introducano nelle case di donne distinte, provocandole ad ogni sorta d’impudicizia, e quanto è peggio ancora, spingendo quelle deboli ed imprevidenti creature ad opere di Satana, col prenunciare l’avvenire ricorrendo ad arti magiche, cabalistiche, dichiarandosi capaci di squarciare il velo del futuro, di scoprire tesori, le cose rubate e nascoste, di far pubbliche cose che non è dato alla capacità di nessun mortale di potere conoscere, od indagare.» Così la bolla di Pio V.

Ritengo che del resto ancora oggidì le donne ebree vadino insinuandosi presso le signore romane, per offerire loro in segreto filtri, o spiegare loro i sogni, e pronosticare l’avvenire.

Credo poi sia da ripetersi dalla natura degli Ebrei stessi, l’origine del dispregio in cui furono costantemente tenuti in ogni tempo a Roma, imperocchè non possono a meno di avere sempre le loro persone provocate il riso dei Romani quasi fossero specie di caricature. Imperocchè la è cosa certa (e ciò diciamo senza intenzione nè di volere far torto a molti eccellenti e degni uomini che sono fra gli Ebrei, nè tanto meno di offendere il popolo intero d’Israello), che agli occhi di un Europeo, il tipo prettamente, essenzialmente ebreo, presenta spesso un non so che di caricato che lo rende ridicolo, come ridicola era la danza grottesca di Davide davanti all’Arca, danza che era tornata ingrata alla vista della stessa Micol. Si aggiunga a questo l’orgoglio di essere la nazione prediletta da Dio, l’opinione generale radicata in essi, che la storia, loro abbia data pienamente ragione in questa [p. 63 modifica]pretesa; finalmente il disprezzo verso tutte le altre credenze, il ribrezzo ad avere contatto con ogni altra razza umana; tutto ciò cominciò fare scontare a questo popolo la pena del suo amor proprio nazionale, della sua ripugnanza ad avere relazione cogli altri uomini, infino a tanto che furono dai Cristiani confinati ignominiosamente nelle mura di un ghetto.

Poche notizie si hanno intorno alle condizioni degli Ebrei sotto gl’imperatori successivi. Narrasi che Alessandro Severo abbia loro concesso di vivere nel Trastevere, dove si sarebbero mantenuti per lunghi anni, durante il medio evo. L’imperatore Adriano distrusse una seconda volta, e per intiero Gerusalemme, e molti Ebrei furono scambiati, sui mercati della Siria, contro cavalli. Non havvi dubbio che d’allora in poi si accrebbe notevolmente il numero degli Ebrei in Roma.

Diventata poi la religione cristiana religione di stato in Roma, gli Ebrei dovettero trovarsi in una condizione nuova, e di gran lunga più pericolosa, di fronte alle autorità ed ai magistrati locali; imperocchè questi, all’antico disprezzo proprio dei Romani, aggiunsero il nuovo odio contro i nemici di Cristo. Costantino per il primo vietò agli Ebrei di tenere Cristiani al loro servizio, la qual cosa prova ad evidenza come la separazione degli Ebrei dai Cristiani fosse diventata oramai un precetto religioso. Il codice Teodosiano, dettò prescrizioni ben più severe, per impedire ogni mescolanza degli Ebrei con i Cristiani; proibì parimenti a quelli di celebrare in tutte le provincie una loro festa, colla quale cercavano dare sfogo al loro odio contro il mistero della crocifissione. Quella festa aveva per iscopo di celebrare la caduta del loro nemico Aman; lo rappresentavano prima crocifisso quindi lo bruciavano in mezzo alle grida, ed agli schiamazzi, alludendo chiaramente al Cristo.

Fintantochè caduto l’impero romano il reggimento della città rimase affidato al senato, e pertanto ad un magistrato unicamente civile, poterono gli Ebrei lusingarsi di godere [p. 64 modifica]una sorte migliore; ma col potere temporale dei Papi, rimasero abbandonati ad un fanatismo il quale poco a poco assunse il carattere di una vera barbarie, la quale aveva suoi precetti, le sue leggi. Nei primi secoli però del medio evo, l’odio contro gli Ebrei non salì al punto di farli considerare e trattare quasi fossero esclusi dal consorzio umano, e non mancarono neppure alcuni Papi di indole mite, i quali presero a proteggerli.

Fin dai tempi di Alessandro III (1159-85), vivevano in Roma liberi e rispettati molti Ebrei, ed in particolare medici, i quali erano, ricchi e godevano di molta fama. Beniamino di Tudela narra avere trovato a quell’epoca in Roma circa duecento Ebrei distinti, i quali vivevano della loro professione, e parecchi dei quali stavano ai servigi del Papa. Molti erano propriamente uomini pregievoli per saviezza, fra quali particolarmente il gran rabbino Daniele, ed il rabbino Dehiel ministro del Papa, giovane di bello aspetto, savio e prudente, il quale faceva parte della corte di Alessandro.

Ed è più notevole ancora che l’antipapa Anacleto II, morto nel 1138, di suo nome Pier Leone, fosse nipote di un Ebreo convertito. La sua famiglia durò vari secoli, ed appartenne alle più ragguardevoli del patriziato della città. Quel popolo, spiritoso per natura, reso più accorto ancora dalla persecuzione, rinchiuso in sè stesso, ma ardito intraprendente, pertinace, riuscì ad introdursi perfino nella corte pontificia. Mentre le donne ebree si introducevano nelle case patrizie a profetarvi il futuro, ed a vendere filtri d’amore alle dame svergonate, i loro mariti si accostarono francamente ai Papi bisognosi di danaro ed indebitati, riuscendo a diventare loro banchieri, loro medici. Sono annoverati tutti gli Ebrei medici dei Papi nell’opera di Mandosio «Degli Archiatri ponteficii» completata dal Marini, pubblicata in Roma nel 1784. Il primo di questi fu Giosuè Halorki medico dell’antipapa Benedetto XIII (1394), il quale sembra aver avuto una predilezione per gl’Israeliti. Halorki si fece più tardi [p. 65 modifica]battezzare, ed assunse il nome di Gerolamo di Santa Fede, e scrisse sotto questo nome un libro contro gli Ebrei intitolato Hyeronimi de Sancta Fidex Judeo, Christiani contra Judeorum perfidiam et Talmud Tractatus, sire libri duo ad mandatum D. PP. Benedicti XIII. Il suo nome fu maladetto nella sinagoga, come parimenti il nome di Uriel Acosta. Ed anche Innocenzo VII, di cui Benedetto era stato antipapa accordò nel 1406, il diritto di cittadinanza agli Ebrei del Trastevere, non che ai maestri Elia di Sabbato, Mosè di Tivoli, e Mosè di Lisbona, i quali tutti erano medici. Godevano in tale loro qualità di ampi privilegi, ed erano inoltre dispensati dal portare il segno obbrobrioso, al quale erano tenuti i loro correligionari. Medico di Martino V della famiglia Colonna (1417-31) fu maestro Elia del Ghetto di Roma, e troviamo medici ebrei al Vaticano, fino al secolo XV, ad onta delle bolle di proscrizione, promulgate ora da questo, ora da quel Papa ostile agli Ebrei. Dessi, quali Orientali, quali imparentati cogli Arabi, erano ritenuti dovunque, ed anche presso i principi e gI’imperatori, in gran credito di scienza medicale. Samuele Sarfadi, rabbino spagnuolo, uomo dotto ed eloquente, fu medico di Leone X.

Come è naturale il favore dei Papi i quali avevano medici Israeliti si stendeva pure al popolo ebreo del Trastevere. Ma per la natura stessa del reggimento della Chiesa, interamente personale, la sorte degli Ebrei di Roma dipendeva sempre dal carattere di ogni Papa, e questa continua alternativa li manteneva in agitazione permanente, ora rialzando ora deprimendo le loro speranze, e li esponeva a tutti i pericoli dell’arbitrio che nessuna legge tempera e frena.

Già parecchi concili, nei primi tempi del medio evo, avevano ordinata la separazione degli Ebrei dai Cristiani, e prescritto dovessero quelli portare un distintivo. Rinnovarono queste prescrizioni Innocenzo III nel 1215 ed altri Papi. Se non che gli Ebrei non le osservavano, o se ne

F. Gregorovius. Ricordi d'Italia. Vol. I. 5 [p. 66 modifica]francavano con danaro. Talora poi un Papa più clemente rivocava gli ordini dati da altro più ostile.

Giovanni XXII, per esempio, aveva perseguitato gli Ebrei, proibito il Talmud, e fattolo ardere in pubblico. Li protessero per contro Innocenzo VII e più ancora Martino V uscito dal patriziato romano. Confermò loro questi il privilegio di potere esercitare la medicina e prescrisse dovessero gli Ebrei in tutti gli stati della Chiesa andar esenti del tributo per le feste del carnovale, che da essi pure si riscuoteva. Se non chè il suo successore immediato Eugenio IV, Condolmieri, Veneziano ed ostile come furono quasi tutti i pontefici di origine veneta agli Ebrei popolo dedito ai traffici ed ai commerci, prese a perseguitarli aspramente. Loro vietò di commerciare, di abitare, di mangiare con i Cristiani, di prestare loro assistenza quali medici. Loro vietò di girare nella città, di costrurre nuove sinagoghe, di coprire qualsiasi ufficio publico; dichiarò nulla la testimonianza degli Ebrei in giudicio contro i Cristiani. Ordinò che dovessero pagare annualmente 1130 scudi alla camera capitolina, e contribuire con danaro ed altrimenti ai sollazzi del carnovale.

Era invalso poco a poco l’uso di valersi in modo indegno degli Ebrei per questi divertimenti del carnovale, che avevano luogo sulla piazza Navona, sul monte Testaccio, e nel corso. Non solo dovevano sottoporsi alla umiliazione di fornire una squadra di loro vecchi, i quali vestiti a foggia antica, dovevano precedere la cavalcata dei senatori quando aprivano il corso, ma dovevano esporsi all’onta di correre dessi pure. Paolo II, Veneziano, era stato il primo che per festeggiare l’anno 1468, anno di pace, aveva voluto dare ai Romani lo spettacolo delle corse dei cavalli, e che aveva fatto correre pure gli Ebrei. Rimane tuttora oggidì in uso nelle città d’Italia correre i così detti Pallii, i quali sono stoffe di panno o di seta finissime, che si danno in premio ai vincitori. Quando Paolo Papa diede quelle feste, corsero negli otto giorni del carnovale cavalli, asini, buffali, vecchi, giovani, ragazzi, ed Ebrei. Prima che [p. 67 modifica]corressero questi, loro si diede come anche si continuò ad usare di poi, abbondantemente a mangiare perchò fossero più pesanti al muoversi, e riuscissero quindi di maggiore sollazzo al popolo. Dessi corsero dall’arco di Domiziano, fino alla chiesa di S. Marco in cima al corso, in tutta furia, ed in mezzo agli urli ed agli schiamazzi di tutto il popolo di Roma, mentre il Santo Padre stava spettatore dello spettacolo da un balcone riccamente addobbato, ridendo di cuore desso pure. Si potrebbe dire che il fatto della parte che prendevano a queste corse i Romani stessi, vecchi, giovani e ragazzi, togliesse a quella degli Ebrei il carattere della umiliazione, se non che vuolsi avere presente come quel trattenimento che dai Romani era ritenuto quasi giuoco olimpico, ed era volontario, equivalesse per gli Ebrei ad un’onta. Chiunque sia stato spettatore ai giorni nostri delle corse di Roma, dove ora corrono cavalli e non più Ebrei, chiunque abbia udito di quali grida, di quali fischi, di quali imprecazioni, quel popolo vivace e bollente copra gli animali che si slanciano nella carriera, potrà facilmente imaginarsi a quali insulti, a quali maltrattamenti dovessero andare esposti, in quei tempi semibarbari, i poveri Ebrei condannati a correre sul corso.

Più tardi il popolo di Roma non volle per nessun conto andar privo dello spettacolo della corsa degli Ebrei, e trovo nella Roma nova di Sprenger del 1667, che gli Ebrei dovevano correre nudi, unicamente con una fascia attorno ai lombi, e l’autore dice senz’altra osservazione, «primi a correre sono gli asini, quindi gli Ebrei, poscia i buffali, ed ultimi i barberi.»

Andarono gli Ebrei di Roma per ben due secoli sottoposti a questa enorme umiliazione, finchè a forza di supplicazione e di preghiere ottennero fosse loro con editto pontificio condonata. Clemente IX, Rospigliosi, ne li liberò nel 1668 imponendo loro a vece dell’obbligo di correre, un tributo annuo di trecento scudi, ed a vece di precedere la cavalcata del senatore, di dovere prestare omaggio [p. 68 modifica]ai conservatori della città nella camera del trono, come parimenti di dovere fornire i premi per le feste del carnovale.

Solevano i capi degli Ebrei quali deputati della corporazione israelitica, presentarsi ai conservatori della città in Campidoglio nel primo sabbato di carnovale. Giunti nella sala dove quelli sedevano, gli Ebrei s’inginocchiavano ed offerivano loro un mazzo di fiori e venti scudi, pregando fossero impiegati ad addobbare il balcone sul quale il senato soleva prendere posto sulla piazza del Popolo. Si presentavano parimenti al senatore, ed ivi pure inginocchiati, lo supplicavano con una formola stabilita, a volere loro permettere di continuare a dimorare in Roma. Il senatore poneva loro il piede sulla fronte, loro comandava di sorgere, e loro diceva, parimenti con formola concertata, che gli Ebrei non erano già ricevuti in Roma, ma ivi tollerati unicamente per compassione. Anche questa umiliazione ora è scomparsa; però, oggi ancora, nel primo sabbato di carnovale si presentano gli Ebrei in Campidoglio a prestare omaggio, ed a soddisfare il tributo destinato all’acquisto dei pallii, che ad essi spetta provvedere, in memoria che ora non più dessi, ma i cavalli sono chiamati a ricreare il popolo.

III.

Non mancavano nel medio evo altre cerimonie, nelle quali erano gli Ebrei tenuti a prestare omaggio. Nella occasione in cui il Papa nuovamente eletto veniva da S. Giovanni Laterano a prendere possesso, dessi erano tenuti di andargli all’incontro, come già nei tempi antichi avevano dovuto praticare cogl’imperatori. Allorquando saliva al trono un novello imperatore, gli Ebrei offerivano un sacrificio, ed innalzavano preghiere per lui, e Filone nella sua Legazione all’imperatore Caio narra che per ben tre volte offerirono gli Ebrei sacrifici per Caligola; la [p. 69 modifica]prima quando salì al trono, la seconda quando cadde gravemente ammalato, la terza quando ritornò vittorioso di Germania.

E quando agl’imperatori sottentrarono i Papi, mutarono bensì le forme, ma non l’essenza delle cerimonie. Ad ogni elezione di Pontefice i rappresentanti della corporazione israelitica di Roma si portavano col Pentateuco in ispalla sulla strada per la quale doveva il Papa fare la sua entrata solenne. Dessi erano considerati, secondo l’espressione di S. Gerolamo, quasi i bibliotecari della religione cristiana, imperocchè avevano conservata nell’arca di alleanza l’antico testamento, o, per parlare con più esattezza, la legge; e mentre si accostavano al novello Papa per implorare la sua protezione, dicevano ciò fare in parte perchè i padri loro avevano fatto altrettanto cogl’imperatori, in parte perchè aspettando dessi sempre il Messia che li dovesse liberare dalla schiavitù, ogni nuovo Papa poteva essere quello destinato a rompere il loro giogo.

A principare da Callisto II, il quale nel 1119 accolse tale omaggio dagli Ebrei, esistono notizie di ognuna di cotali cerimonie. In tutte portarono gli Ebrei il Pentateuco in ispalla andando incontro ad Eugenio III, Alessandro III, Gregorio IX, cantando le loro lodi. Cancellieri, nella sua opera, Storia dei possessi, ne dà la minuta descrizione, tolta dai diari dei maestri di cerimonia della corte pontificia.

La località dove gli Ebrei si presentavano al Papa, non fu sempre la stessa. Nel principio del medio evo fu la regione del Parione, una delle più antiche e delle più ragguardevoli di Roma, al di qua del ponte di Adriano, dove gli Ebrei aspettavano il Pontefice, quando faceva ritorno dalla basilica Lateranense. Se ne trova fatta menzione nella poesia antica in lingua latina del cardinale Giacomo Stefaneschi, la quale descrive le feste solenni, che ebbero luogo nel 1295 per la elezione di Bonifacio VIII.

Fin d’allora la cerimonia della prestazione d’omaggio [p. 70 modifica]degli Ebrei aveva luogo con quelle forme le quali furono osservate di poi. Gli Ebrei stavano aspettando il novello Papa al suo ritorno, cantandone le lodi; presentavano al Pontefice il libro della legge; questi lo prendeva ne leggeva poche parole, quindi lo restituiva agli Ebrei, dicendo «Confermiamo la legge, ma condanniamo il popolo ebreo e la sua dottrina.» Dopo di ciò il Papa procedeva oltre, e gli Ebrei facevano ritorno alle case loro amareggiati dal dolore, o confortati dalla speranza, secondo che avevano potuto pronosticare bene o male, dall’aspetto del nuovo Pontefice.

Talora si collocavano anche al di là del ponte di Adriano, e spesso ancora nella località denominata Monte Giordano. Sebbene questa, una collinetta formata di rovine e di rottami, avesse preso il suo nome da Giordano membro della antica famiglia patrizia degli Orsini, il quale vi aveva innalzato un palazzo; venne probabilmente scelta dagli Ebrei a motivo del suo nome biblico di Giordano; ed ivi stavano i discendenti d’Israello, portando un Pentateuco riccamente legato in oro, e ricoperto di un velo, circondati dal popolo che li insultava e li irrideva, in fine a tanto che, comparso il Papa, fosse loro dato di inginocchiarsi, e di porgergli il libro della legge. Coll’andare del tempo i mali trattamenti usati agli Ebrei in questa congiuntura diventarono tali, che nel 1484 Innocenzo VIII, Cibo, aderendo alle loro vive preghiere, loro acconsentì di presentarsi nel cortile interno di Castel S. Angelo. Il maestro di cerimonie Burcardo così descrive la solennità. «Allorquando il Papa fu giunto presso il Castel S. Angelo si fermò, e gli Ebrei i quali si erano trattenuti nelle fortificazioni inferiori, all’angolo di fronte al piano terreno, comparvero portando il libro della legge, che porsero alla venerazione del Santo Padre, indirizzandogli in lingua ebraica alcune parole ad un dipresso in questo senso. «Noi, uomini Ebrei, in nome della nostra sinagoga, preghiamo la Vostra Santità a volersi degnare di accettare e confermare la legge mosaica, che l’onnipotente Iddio [p. 71 modifica]ha data a Mosè nostro sacerdote sul monte Sinai, nella stessa guisa che si degnarono accettarla e confermarla i venerati pontefici predecessori di Vostra Santità.» Il Papa rispose: «Noi confermiamo la legge, ma condanniamo la vostra credenza, e la vostra dottrina, imperocchè colui che voi dite dovere venire, venne, e fu nostro Signore Gesù Cristo, come la Chiesa predica ed insegna.» Ultimata la cerimonia, gli Ebrei si ritirarono di bel nuovo nel castello.

E quando si pensi che questo Castel S. Angelo era il mausoleo di Adriano, il quale aveva distrutta da cima a fondo Gerusalemme per la seconda volta, e portati gli Ebrei in ischiavitù, sarà facile comprendere come anche questa stessa località dovesse riuscire invisa agli Ebrei, i quali non odiavano meno la memoria di Adriano di quella di Tito.

Per una eccezione Pio III nel 1503, trovandosi infermo, ricevette gli Ebrei in una delle sale del Vaticano stesso. Giulio II li ricevette di bel nuovo alla mole Adriana, dove fecero un lungo sermone, e dove particolarmente favellò con singolare eloquenza il rabbino spagnuolo Samuele, medico del Papa. Questi rispose prout in libello, vale a dire secondo la formola stabilita dal libro dei cerimoniali.

Anche Leone X, Medici; in occasione della elezione del quale nel 1513 si fecero le feste le più splendide che abbiano mai avuto luogo per un Papa; ricevette gli Ebrei in Castel S. Angelo. La scena trovasi descritta dal maestro di cerimonie Paride dei Grassi. Gli Ebrei stavano alla porta del castello, sopra un palco in legno ricoperto di ricchi tappeti e di broccati lavorati in oro, e dove ardevano otto grandi torcie in cera, ed ivi tenevano le tavole della legge. Allorquando fu giunto il Papa, il quale cavalcava una chinea bianca, gli Ebrei lo pregarono, secondo il solito, di confermare la legge. Il Papa prese il libro aperto dalle loro mani, lesse alcune parole, e disse: «Noi confermiamo ma non consentiamo» dopo di che lasciò cadere a terra il libro, e proseguì la sua strada. [p. 72 modifica]
Si fu questa l’ultima volta che tale cerimonia ebbe luogo; d’allora in poi venne soppressa, o perchè progredito lo spirito dei tempi, o per altre ragioni che non si conoscono.

S’impose per contro l’obbligo agli Ebrei di dovere parare con istoffe preziose parte delle strade per le quali devono passare il nuovo Papa e suo corteggio. Allorquando prese possesso Gregorio XIV, nel 1590, gli Ebrei dovettero parare con tappeti la salita del Campidoglio, e l’arco di Settimio Severo. In seguito venne stabilito che dovessero ornare l’arco di Tito, e la via che porta al Colosseo. Fu loro pertanto forza assoggettarsi all’onta di dovere adornare l’arco trionfale eretto in onore del distruttore di Gerusalemme.

E ciò ebbe luogo alla elezione di tutti i Papi che vennero di poi. Gli Ebrei dovettero ogni volta parare l’arco di Tito, ed aggiungere ai tappeti emblemi che si riferissero al Papa, contradistinti da sentenze latine tolte dall’antico Testamento. Gli emblema, regolarmente in numero di venticinque, erano per lo più molto significativi, e colle loro sentenze in lingua simbolica prettamente orientali. Trovavasi rappresentato, per esempio, l’albero della mirra, il quale dà spontaneo il suo balsamo senza che faccia d’uopo d’incisione ed aggiuntovi il detto «Benedetto il principe che è nobile». Altrove il pellicano, il quale nutre la sua prole col suo sangue. «Si privò di tutto dandolo ai poverelli.» Una palma irradiata dal sole e sopra: «Fiorirai al pari di una palma» ed al di sotto «Benedetta sia la sua venuta.» Il rinoceronte il quale immerge il suo corno in una sorgente, — una conchiglia di mare aperta — la fenice ed un arcobaleno — un cigno che mangia — spighe mature — uno sciame d’api — un gelso — un’arpa inghirlandata di fiori — il mare con sirene che cantano, e sopra il cielo, verso il quale drizzano il volo molti usignuoli ed al di sotto il versetto di Isaia: «Cantano assieme tutti.»

Queste imagini, queste sentenze ricordano la solennità [p. 73 modifica]di ugual natura, colla quale gli Arabi in Sicilia accoglievano i re normanni loro signori. Gli Ebrei compivano con lagrime e con lamenti ad ornare il monumento della loro onta, e quando dall’arco di Tito facevano ritorno nel loro sucido Ghetto, certamente si purgavano con lamentazioni geremiache e con preghiere, dall’omaggio che avevano dovuto prestare al vicario di Cristo.

Si deve però fare una osservazione singolare. Nella antica Roma la mitologia pagana trovò mezzo di cacciarsi perfino negli usi e negli atti degli Ebrei, particolarmente nei secoli decimosettimo e decimottavo nei quali dopo Leone X e dopo Raffaello, rinati gli studi delle antichità, i Dei d’Olimpo tornarono in fiore. Ed è propriamente divertente e piena di contraddizione, la tendenza in questo senso, che si può osservare negli Ebrei di Roma, particolarmente nel secolo XVIII che fu l’età aurea del Parnasso barocca. In questo, anche gli emblemi degli Ebrei diventarono mitologici; le loro poesie di omaggio parlavano di Apollo e delle Muse, facendo una strana miscela di antichità pagana e di vecchio Testamento, la quale pareva ed era tanto più singolare, quando si ponesse mente che questi emblema, queste poesie venivano dal popolo d’Israello dedicate ad un Papa. Li maggiori emblemi mitologici si rinvengono in quelli dedicati a Pio VI ed a Pio VII. Vi si vedeva Ercole, dalla cui bocca uscivano le catene d’oro destinate a trarre a sè i popoli, e sotto il versetto biblico: «Le labbra dell’uomo pio, sono ripiene di dolcezza.» Vi si scorgeva il Monte Parnasso fiancheggiato da due terrazzi ricoperti di tappeti, su cui stavano cavalli e muli, i quali mangiavano grano, e sotto il versetto di Giobbe: «Desso ci ammaestra alla presenza degli animali da tiro» il quadro più barocco che immaginare si potesse, Parnasso, muli, e Giobbe tutto confuso. Vi si scorgevano Giunone con un giglio, Atlante che regge il globo, Minerva coll’olivo, un tempio dove stava Mercurio colle tre Grazie, e sotto vi si leggeva: «Non torrà suoi averi a coloro che camminano nella diritta via.» [p. 74 modifica]La è cosa probabile, che fra tutte quelle figure mitologiche, quella di Mercurio il patrono dei negozianti e dei banchieri, Il Rothschild dell’Olimpo, doveva essere quella che tornava più accetta, più intelligibile agli abitanti del Ghetto. Del resto tutti gli emblema di quel povero popolo, si riferivano sempre più o meno ad una idea sola, danaro; e sempre danaro; e difatti vi si scorgevano molto prediletti i corni di abbondanza, dai quali sgorgavano monete di oro, vino e pane.

Gli Ebrei presentarono a Pio VII, Chiaramonti, tutti i loro emblemi e motti raccolti in un volume stupendamente legato, e maestrevolmente miniato, e glielo porse in Venezia il rabbino Leone di Leone di Ebron, vestito alla foggia orientale con turbante, kaftan, e lunga barba. La dedica in lingua latina era la seguente

Pio Septimo P. O. M.
Qua die imperii gubernacula solemniter suscipit
Quod bonum felix faustumque sit
Festivissima Hebreorum Universitas D. D. D.

Come si scorge, gli Ebrei di Roma non avevano abitato senza profitto presso il classico portico di Ottavia. La dedica poi in versi, che seguiva dopo avere cominciato con un O prettamente giudaico, prima di arrivare al Papa chiamava in scena Apollo.

O si me cythara plectroque invaret Apollo,

Concinerem summi, maxima regna Pii.

Per Gregorio XVI gli Ebrei fecero dipingere dal pittore Pietro Paoletti di Belluno, concittadino del nuovo Papa un libro che conteneva tutti gli emblemi e tutte le poesie, e fattolo riccamente legare lo presentarono al Pontefice il quale volle mandarlo in dono al capitolo della sua città natale. Anche a Pio IX, attualmente regnante venne presentato un libro simile, nel quale il rabbino di Roma versatissimo nella letteratura ebraica, a quanto mi accertarono suoi correligionari, raccolse preziosi emblema, e [p. 75 modifica]sentenze bibliche, ed il libro era tanto riccamente legato ed ornato, che costò all’incirca cinquecento scudi.

Tali erano le cerimonie, che secondo gli usi e le costumanze di Roma, si compivano dagli Ebrei nell’occasione della elezione dei Papi. Se nonchè, in altre località pure avavano luoghi funzioni analoghe. Troviamo nel Dizionario del Moroni, la minuta descrizione delle solennità colle quali gli Ebrei di Corfù festeggiarono la nomina di un nuovo arcivescovo. Allorquando nel 1780 Francesco Maria Fenzi, fece il suo ingresso solenne in quella città, gli Ebrei gli prepararono uno spettacolo propriamente originale. Apriva la marcia un Ebreo vestito all’italiana, col bastone del comando, e gli tenevano dietro tre altri, con lunghi bastoni, i quali rappresentavano i patriarca; seguivano dodici giovanetti, abbigliati all’italiana, i quali raffiguravano le dodici tribù, ed avevano tutti in mano un pomo d’argento; venivano poscia dieci altri giovani con mantello sulle spalle, i quali rappresentavano i dieci rabbini savi, conservatori della legge mosaica ai tempi dei Cesari. Seguivano ancora altri undici giovanetti, che portavano mazzi di fiori, i fratelli di Giuseppe, accompagnati da quattro servitori, quasi fossero per presentarsi al re Faraone. Seguivano otto uomini, i quali portavano vasi e palme, gli otto conservatori del precetto della circoncisione; quindi ventiquattro Ebrei , il doppio del numero delle tribù, con bacini e vasellami d’argento, e guanti nelle mani che raffiguravano il fiore d’Israello. Seguivano ancora quattro Ebrei, con voluminose parucche, e bastoni; un gruppo di quarantotto Ebrei con berettone di pelliccia, fra i quali sei cantori che cantavano salmi; poscia una quindicina di giovanetti, i quali portavano sul petto l’Urim ed il Thumin; poscia un nuovo gruppo con frutti e palme, finalmente di bel nuovo altri cantori. Venivano dopo i quattro grandi sacerdoti Mosè, Aronne, Davidde, e Salomone, a cui tenevano dietro i leviti. Poscia i tre giovanetti della fornace ardente. Chiudeva la marcia un gran rabbino decrepito, il quale pareva la quaresima ambulante, [p. 76 modifica]vestito tutto di bianco, a fianco del quale stavano due altri vecchi, che tenevano in mano ciascuno un bacino ripieno di foglie di fiori. Teneva loro dietro il Pentateuco tutto ornato di campanelli, di frutti, di corone in argento, e posto sotto un baldacchino bianco, portato da quattro fra gli Ebrei più ragguardevoli. Il libro della legge venne aperto in sei diversi punti della città, e ricoperto di foglie di fiori tolte dai bacini, e sempre colle più vive manifestazioni di gioia degli Ebrei. Le foglie, le quali cadevano a terra, erano raccolte dalle donne ebree, le quali se le riponevano quasi sacre reliquie in seno. La processione era divisa in quattro sezioni, in memoria delle quattro schiavitù d’Egitto, di Babilonia, di Roma, e della presente. L’arcivescovo finalmente venne ricevuto da sedici Ebrei, sopra un palco eretto in vicinanza del duomo, e riccamente addobbato; desso portava la mitra, e teneva in mano il bastone pastorale; un Ebreo postosi il cappello sul capo, e gettato via il mantello, disse un breve discorso di complimento, al quale monsignore fece cortese risposta.

Come si scorge facilmente una tale processione, la quale portava tutta l’impronta nazionale ebraica, poteva farsi bensì a Corfù, ma non avrebbe potuto mai avere luogo a Roma. In quest’ultima città, dove il culto cristiano sfoggia appunto in processioni pubbliche, una processione nazionale ebraica, avrebbe fatto conoscere con troppa evidenza al popolo, che la pompa cattolica in gran parte non è di origine antica propriamente cristiana, ma piuttosto una specie di riproduzione delle antiche processioni degli Ebrei. Non era però questa la vera ragione, per la quale gli Ebrei in Roma non comparivano in forma cotanto solenne; sarebbe superfluo l’accennarlo. I monelli di Roma avrebbero presa a sassate una esibizione pubblica dei riti mosaici; e Dio sa di quanti lazzi , di quanti frizzi, sarebbe stata quella oggetto. Inoltre si sarebbero guardati bene ivi gli Ebrei di fare sfoggio di oro e di argento, e quando comparivano davanti ai Papi lo facevano coll’aspetto [p. 77 modifica]della miseria, timidi, tremanti, in apparenza propriamente servile.

Facciamoci ora di bel nuovo a descrivere le sorti degli Ebrei, sotto i successori di quel Paolo II che primo li fece correre nel carnovale. Ora oppressi, ora trattati con una certa mansuetudine, come da Paolo III della famiglia Farnese romana, la loro sorte fu decisa sotto il pontificato di Paolo IV. Questi, napoletano, della possente e fanatica famiglia dei Caraffa, monaco teatino, fondatore della camera dei martiri e della censura, riformatore acceso di zelo ardente e senza prudenza, di animo fierissimo, non appena salito sulla cattedra di S. Pietro pubblicò nel 1555 la bolla Cum nimis absurdum, la quale regolò la condizione della corporazione israelitica di Roma. Rivocò tutti i privilegi concessi anteriormente agli Ebrei; loro vietò l’esercizio della medicina, ed ogni relazione con i Cristiani, loro proibì di esercitare le arti ed i commerci ai quali si erano fino allora dedicati; di possedere beni immobili; loro acrebbe i tributi e le imposte, e loro vietò ogni commercio con i Cristiani. Vietò loro perfino di assumere il titolo di Don con il quale, secondo l’usanza di Spagna e di Portogallo, si onoravano gli Ebrei più distinti. Allo scopo di separarli, e di distinguerli totalmente dai Cristiani prescrisse non potessero uscire dal Ghetto se non con il cappello, e con un velo, entrambi di colore giallo, il cappello per gli uomini, il velo per le donne. «Imperocchè, dice la bolla, la è cosa assolutamente scandalosa ed incomportabile, che gli Ebrei i quali per propria colpa sono caduti in ischiavitù, abusando della compassione loro dimostrata dai Cristiani, abbiano l’impudenza di abitare promiscuamente con questi, di non portare verun distintivo, di tenere Cristiani al loro servizio e persino di acquistare case.»

Finalmente Paolo IV stabilì il Ghetto, quartiere per l’abitazione obbligatoria degli Ebrei. Fino a suoi tempi avevano questi goduta, tuttocchè non fosse loro espressamente guarentita, dalla libertà di abitare dove più loro [p. 78 modifica]piacesse in Roma. Come era naturale non risiedevano guari nel centro della città, ne fra i Cristiani che li odiavano, e si erano stabiliti per lo più nel Trastevere, e sulle sponde del fiume, fino al ponte di Adriano. Ora il Papa loro assegnò un angusto e separato quartiere all’uso di Venezia, che poche strette e mal sane strade separavano dal fiume, e che stendevasi dal ponte Quattro Capi fino alla attuale Piazza delle fonti. Il quartiere era chiuso da muro con porte. Ebbe dapprima il nome di Vicus Judeorum e più tardi quello di Ghetto, il quale pare nulla aver avuto di comune colla denominazione veneziana di Giudecca, e derivare piuttosto dalla parola ebraica Ghet, la quale suona appunto separazione. Si fu nel giorno 26 luglio 1558 che gli Ebrei presero possesso del loro Ghetto, sospirando e, stemprandosi in lagrime, nè più nè meno che i padri loro quando vennero portati in ischiavitù.

Paolo IV pertanto, fu per gli Ebrei di Roma il Faraone crudele che li espose a tutti i mali derivanti dalla mancanza di spazio, e da una località bassa ed umida, per la vicinanza del fiume, dove regnavano in permanenza le tossi, le febbri, ed altre piaghe d’Egitto, che moverebbero a ribrezzo se tutte si volessero annoverare. Allorquando morto Papa Paolo nel 1559, il popolo romano per sfogare contro di Lui la sua rabbia insorse, prendendo quasi d’assalto il palazzo dell’inquisizione, e la Minerva, sede dei Domenicani, si videro gli Ebrei pure, uomini di natura timidi, i quali non avevano preso parte alla rivoluzione neppure ai tempi di Cola di Rienzo, sboccare dal loro quartiere, per imprecare dessi pure alla memoria del Papa defunto. Un ebreo ebbe perfino l’ardire di collocare sulla statua di Papa Paolo in Campidoglio il vergognoso berettone giallo; il popolo rise, atterrò la statua, la mise in pezzi, la testa del Papa colla tiara fu fatta rotolare nel fango. Chiunque abbia cognizione della storia di quell’Epoca, potrà agevolmente farsi un’idea della sorte che fosse riservata agli Ebrei, dopo lo stabilimento del nuovo tribunale della santa inquisizione. Parecchi Ebrei furono [p. 79 modifica]bruciati sulla piazza della Minerva, ed al campo dei Fiori, dove suolevano avere luogo gli Auto-da-Fè. Furono i tempi terribili, in cui venne bruciato vivo Giordano Bruno.

Rinchiusi nel Ghetto, gli Ebrei non vi erano punto proprietarii, imperocchè le case appartenevano ai Romani, e vi avevano stanza pure famiglie distinte, come i Boccapaduli. Erano quelli proprietari; gli Ebrei soltanto inquilini. Perché potessero rimanere perpetuamente rinchiusi in quelle strade, era mestieri assicurare loro un modo durevole di starvi, imperocchè senza di questo si sarebbero trovati gli Ebrei esposti a due pericoli; mancanza di tetto, qualora i proprietari non avessero voluti averli più per inquilini; impossibilità di pagare, od aggravio incomportabile, quando avessero i proprietari voluto accrescere le pigioni al di là del ragionevole. Si promulgò pertanto una legge, la quale ordinò dovessero i Romani restare padroni delle case affittate agli Ebrei, ma averne questi il possesso a titolo enfiteotico; non potessero i proprietari epellerli sempre quando avessero pagata regolarmente la pigione, ne aumentare questa; fosse lecito agli Ebrei praticare nelle case quelle ampliazioni od innovazioni che ritenessero di loro convenienza. Il diritto derivante da quella legge ebbe il nome che porta tuttora di diritto di Gazzagà. In forza di questo l’Ebreo rimane proprietario assoluto del suo contratto di locazione, può lasciarlo in retaggio ai congiunti, lo può alienare, ed oggi tuttora è ritenuta cosa vantaggiosa possedere in forza del dritto di Gazzagà un contratto di locazione, trasmessibile per eredità, ed è molto ricercata quella giovane ebrea, la quale può recare in dote al suo fidanzato un tale documento. In forza di questa legge benefica fu assicurato agli Ebrei un tetto, che possono in certo modo dire loro proprietà.

Pio V, Ghislieri, nel 1566 confermò la bolla di Paolo IV, promulgò ordini severi per impedire agli Ebrei di vagare nella città, perchè dovessero di nottetempo venire rinchiusi nel Ghetto. All’Ave Maria le porte di questo venivano irremissibilmente chiuse, e gli Ebrei colti fuori andavano [p. 80 modifica]soggetti a punizione, sempre quando non riuscissero con danaro a corrompere i guardiani. Nel 1569 lo stesso Papa proibì agli Ebrei di abitare altre città degli stati della Chiesa, al di fuori di Roma e di Ancona, imperocchè prima erano stati tollerati pure a Benevento ed in Avignone.

Questo editto era però stato promulgato appena, che Sisto V lo rivocò, facendo brillare nelle miserie del Ghetto un raggio di speranza e di umanità. Il continuo mutamento dei Papi rendeva le sorti e le condizioni degli Ebrei di Roma mutabili, quasi si fosse trattato di una tombola, o di una lotteria. Sisto V, uomo di sensi umani, felice, spiritoso, rinnovatore cristiano di Roma, dove pressoché ogni strada, ogni edificio ricorda il suo nome, sentì compassione del povero popolo di Israello; pubblicò nel 1586 la bolla Christiana pietas, infelicem Hebreorum statum commiserans, colla quale rinnovò gli antichi privilegi degli Ebrei. Loro permise di abitare in tutte le città murate, e castella dell’agro romano. Loro fece facoltà di esercitare qualunque commercio o negozio, ad eccezione di quelli del vino, grani, e carni. Loro permise trattare liberamente con i Cristiani, valersi parimenti dell’opera di questi, vietando loro unicamente il tenere persone di servizio cristiane. Si prese pensiero di migliorare le loro abitazioni; lasciò in loro facoltà lo stabilire scuole e sinagoghe quante volessero; parimenti permise loro stabilire biblioteche ebraiche. Prescrisse non si potessero chiamare gli Ebrei in giudicio; abolì l’obbligo di portare il segno distintivo; vietò che si battezzassero a forza i bambini degli Ebrei, e che si aggravassero di spese indebite gli Ebrei in viaggio; diminuì le imposte loro assegnate, riducendole ad un modico testatico, ed al pagamento di una somma fissa per l’acquisto dei pallii del carnovale. Diede per tal guisa Sisto V l’esempio al mondo di un Papa propriamente cristiano, la cui memoria sarà benedetta in ogni tempo; e tornerà sempre a lode del suo nome quanto, per impulso d’animo generoso, operò desso a vantaggio degli Ebrei.

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IV.

Finalmente questa volta nella lotteria era toccato un buon numero ai poveri Ebrei, ma appunto perché la era lotteria poteva tutto ad un tratto venirne fuori uno cattivo, imperocchè pochi anni dopo la morte di Sisto V Clemente VIII, Aldobrandini, rivocò tutte quante le disposizioni di quello relative agli Ebrei; rinnovò l’editto di Caraffa, piombando quei disgraziati nella desolazione.

Durarono in questa misera condizione tutto il secolo XVII, per gli editti di Clemente XI e di Innocenzo XIII. Questi vietò agli Ebrei qualunque commercio, ad eccezione della vendita dei cenci, panni usati e ferri rotti, o come dicevasi volgarmente Stracci ferracci, e soltanto Benedetto XIV, Lambertini, nel 1740 loro permise di aggiungervi la vendita di panni nuovi, alla quale attendono tuttora oggidì assiduamente. Si videro pertanto fino ai giorni nostri in Roma gli Ebrei aggirarsi per le case colle loro mercanzie unte, e si udirono le strade risuonare del malinconico Hep! col quale annunciano il loro meschino commercio.

I secoli XVI e XVII, nei quali i Medici accordarono tante agevolezze agli Ebrei in Toscana, furono per avventura i tempi più infelici per il Ghetto di Roma. Trovo in un libro romano del 1677. Stato vero degli Ebrei in Roma; stamperia del Varese, la notizia che a quell’epoca il numero degli Ebrei vi era di mille e quattrocento, fra i quali si contavano un duecento famiglie agiate. L’autore dice che nel secolo XVI, il Ghetto pagava quattro mille ottocento sessantuno scudi di tributi, e che nel secolo XVIII non ne pagava più che tre mille e duecento sette. Sebbene quello scritto sia grandemente ostile agli Ebrei, non avrei argomento per tacciarlo di essere men veritiero. L’autore asserisce che ad onta delle incessanti lagnanze che gli Ebrei andavano muovendo di continuo, il Ghetto era ricco; e che, pagati tutti i tributi,

F. GREGOROVIUS. Ricordi d’Italia. Vol. I. 6 [p. 82 modifica]risparmiava ogni quinquennio diecianove mille e quattrocento settanta scudi, e che possedeva un capitale di un milione di scudi. Non havvi dubbio che vi erano in quell’epoca Ebrei ricchi a Roma, e che in mezzo ai manutengoli dei ladri, ai ricettatori di roba rubata, ai negromantri, erano usurai rapaci, fiori di canaglia, i quali accumulavano interessi sopra interessi. Nessun Papa riuscì mai ad impedire questa piaga dell’usura nel Ghetto; i nobili, indebitati più o meno tutti, proteggevano gli Ebrei, e mentre il Ghetto era oggetto di disprezzo generale, il patrizio romano, il cardinale, e talora anche il Papa, accoglievano in casa, nel loro palazzo, l’usuraio del berrettone giallo. L’ autore di quello scritto, dice che gli Ebrei avevano estorto coll’usura ai Cristiani duecento trenta milla scudi, e che non passava sera, in cui non entrassero per le porte del Ghetto nelle case degli Ebrei un ottocento scudi usciti dalle tasche dei Cristiani. Quel popolo astuto sapeva far danaro con qualsiasi mezzo; e l’usura degli Ebrei dava alimento all’odio per essi dei Cristiani. Giovanni di Capistrano aveva una volta fatto offerta di una flotta ad Eugenio IV per trasportare gli Ebrei di Roma al di là del mare. «Ora desso è morto, dice con amarezza il nostro autore, ma sarebbe a desiderare potesse mandare dal cielo una flotta a Papa Clemente IX per purgare Roma di tutti quei ribaldi.» I Rothschild del Ghetto romano in quell’epoca esigevano d’ordinario il diciotto per cento. Oggidì ancora il danaro degli Ebrei fa le loro vendette sui Cristiani; ancora oggidì al Ghetto s’impresta ad usura. Tutti colà si agitano, si muovono, per guadagnare, per fare danaro, e come potrebbe essere altrimenti? Un giorno che passavo in una strada del Ghetto, una povera donna accovacciata presso un cumulo di cenci, mi chiamò dicendomi: «Signore, che cosa comandate?» Volendo provare la sua presenza di spirito, risposi sull’istante «Cinque milioni!» E la donna immediatamente «Sta bene! quattro per me, ed uno sarà per voi!» Come si scorge, Israello non degenera. [p. 83 modifica]

Nel XVIII secolo si esigeva con rigore che gli Ebrei assistessero in certi giorni determinati ad una predica, destinata a convertirli. Già Gregorio XII nel 1572 aveva prescritto dovessero ascoltare la predica una volta per settimana. Un Ebreo, convertito, come ben si può pensare, era stato il promotore di questa usanza, un tale Andrea, il quale con tutto il cinismo di un convertito, aveva instato vivamente presso Papa Gregorio per la promulgazione di quell’editto. Si vedavano pertanto al sabbato comparire nel Ghetto gli arcieri della pulizia, i quali cacciavano a furia di frustate in chiesa gli Ebrei, uomini, donne e fanciulli, purchè avessero oltrepassata questi l’età di dodici anni. Dovevano assistere alla predica, per lo meno cento uomini e cinquanta donne, e più tardi il numero fu portato a trecento. Alla porta della chiesa un arciere numerava gli accorrenti, e nell’interno della chiesa stessa gli arcieri sorvegliavano il contegno dei presenti, e se un qualche Ebreo sembrava distratto, o sonnecchiava, non tardava un colpo di frusta a richiamarlo al dovere. La predica era fatta da un frate domenicano, dopo che si era tolto dall’altare il Santissimo Sacramento; ed il sermone versava sul testo dell’antico Testamento che gli Ebrei avevano in quello stesso giorno udito leggere e spiegare nella loro sinagoga, il quale veniva commentato nel senso del dogma cattolico, allo scopo di far conoscere agli Ebrei la dottrina cristiana. Queste prediche in principio venivano fatte in S. Benedetto alla Regola, ma più tardi ebbero luogo in quella chiesa di S. Angelo in Pescaria, dove Cola di Rienzo aveva tenuto i suoi primi discorsi infuocati ai Romani.

Soffermiamoci un istante a questa piccola chiesa dei pescatori, costrutta nell’interno del tempio di Ottavia; a questa si rannoda la memoria d’uno fra gli uomini più straordinari di Roma nel medio evo. Ivi era nato Cola nel 1313, nel rione della Regola, e pertanto in prossimità al quartiere degli Ebrei, e secondo quanto narra la sua Vita, la sua casa sorgeva sulla sponda del fiume, fra i [p. 84 modifica]molini che stavano sulla strada che porta alla Regola, dietro S. Tommaso, sotto il tempio dei Giudei. Lorenzo suo padre teneva colà una piccola osteria, e Maddalena sua madre traeva qualche guadagno dal lavare panni e portar acqua. La sua casa era pertanto vicina alla chiesa di S. Angelo in Pescara, e fu sulle mura esteriori di questa che fece dipingere quella meravigliosa allegoria. Si vedevano in essa principi e popolani, i quali ardevano nelle fiamme, ed una matrona la quale era di già bruciata per metà. Sulla diritta stava una chiesa, dalla quale usciva un angelo vestito tutto di bianco, il quale teneva colla destra una spada sguainata e colla sinistra traeva fuori dalle fiamme la matrona. Sull’alto del campanile della chiesa stavano S. Pietro e S. Paolo, i quali dicevano: «Angelo, angelo, soccorri alla albergatrice nostra.» Si scorgevano inoltre cadere dal cielo nelle fiamme parecchi falchi (i baroni) non che una bella colomba bianca, la quale teneva nel suo becco una corona di mirto e la donava ad un piccolo uccello (Rienzo) il quale dopo avere cacciato dal cielo i falchi, riponeva la corona di mirto in capo alla matrona. Al disotto stava scritto: «Io scorgo i tempi della grande giustizia, e tu li aspetta.» Tal era la pittura fatta fare da Cola. La vita di lui dà alla Chiesa il nome di Santo Agnolo pescivendolo, imperocchè fin d’allora suolevasi il mercato dei pesci tenere nel portico di Ottavia. Era quindi inevitabile che anche gli Ebrei dovessero essere tratti a considerare la pittura allegorica; non rimane però memoria che abbiano dessi presa parte alla ribellione, e soltanto dopo la morte di Cola, li troviamo mescolati a questa in modo eminente. Dessi diedero sepoltura alla salma del tribuno del popolo. Dopo che venne questi ucciso in Campidoglio, il popolaccio trascinò il cadavere di lui, miseramente mutilato, sulla piazza di S. Marcello, dove venne sospeso per i piedi. Rimase ivi per due giorni, bersaglio alle sassate dei monelli di strada, finchò al terzo giorno Giugurta e Sciarrelta Colonna, diedero ordine fosse il morto recato al mausoleo di Augusto. Ivi, come narra la [p. 85 modifica]vita, si radunarono gli Ebrei tutti, nessuno essendone rimasto addietro, facendo un gran fuoco di piante di cardi essicati; vi collocarono il cadavere, il quale venne consumato ed arso, e siccome quello che era grasso, dice la vita, ardeva volontieri. Gli Ebrei stavano attorno silenziosi, aggiungendo piante alla catasta per ravvivare il fuoco; ed il cadavere fu tutto ridotto in cenere, per modo che non ne sopravanzo la più piccola reliquia. Non si può credere che gli Ebrei abbiano voluto rendere quest’ultimo tributo a Cola per amorevolezza, imperochè questi trattava il popolo romano con disprezzo. Vollero più probabilmente con ciò far cosa accetta ai Colonna; imperochè il reggimento severo di Cola, il quale aveva recato ordine in ogni cosa, non poteva per certo andare a sangue a coloro i quali suolevano pescare nel torbido, ed arricchirsi col ricettare roba rubata e colla usura.

Facciamo ora ritorno dopo questo episodio alle prediche degli Ebrei. Non ebbero queste luogo più tardi che cinque volte all’anno, e stavano per andare addiritura in disuso, allorquando Leone XII volle rinnovare l’obbligo. Oggi però, anche questa barbarie è scomparsa; venne tolta di mezzo, a quanto mi si disse, nel primo anno liberale di pontificato di Pio IX.

Gli Ebrei convertiti acquistavano come di ragione la cittadinanza romana, con tutti i vantaggi che sono a questa inerenti. Non era raro che Ebrei appartenenti al Ghetto si facessero battezzare, e questi, siccome suole avvenire di tutti coloro che abbracciano religione novella, erano più fanatici nel volere ottenere conversioni, di quelli stessi che li avevono convertiti. Si possono leggere ancora oggidì sulla fronte di una chiesa la quale sorge in faccia al Ghetto, presso il ponte Quattro Capi, e dove sta dipinta una crocifissione, scritte in ebraico ed in latino le parole del secondo versetto del capitolo sessantesimo quinto d’Isaia: «Io stendo tutto il giorno la mia mano ad un popolo disobidiente, il quale batte una via la quale non è la retta.» E questa esortazione a’ suoi antichi correligionari, [p. 86 modifica]fu opera zelante di un Ebreo convertito, il quale fece eseguire la pittura coll’iscrizione.

Secondo l’uso del medio evo, gli Ebrei che si battezzavano in Roma, assumevano il nome dei loro padrini; e siccome per lo più si ricercavano questi fra le famiglie le più distinte di Roma, ne avveniva che gli Ebrei in certo qual modo si infiltrassero nel patriziato romano il più antico. Molti fra gli Ebrei presero a portare il nome del barone che era stato loro padrino, e vi ebbero Colonna, Massimi, Orsini, ebrei, ed anzi, vuolsi ora a Roma che parecchie famiglie patrizie le quali vanno superbe del loro titolo principesco, dopo essersi spente, siano state continuate dagli Ebrei del Trastevere.

Anche al giorno d’oggi, in cui sono scomparsi gli antichi mali trattamenti contro gli Ebrei, si osservano per il battesimo solenne di uno di questi, o di un Turco, le solennità che furono anticamente in uso. Hanno luogo ogni anno al sabbato santo, nella cappella del battistero di S. Giovanni in Laterano, e siccome questa cerimonia deve avere luogo ad ogni costo, quando si manca di un catecumeno da battezzare, si fa venire un Turco od un Ebreo dall’estero. Nel 1853 fu battezzata una Ebrea alla presenza di una grande quantità di popolo, e con rito solennissimo. La figliuola di Giuda, non bella per certo come Rebecca, ed anzi di una bruttezza notevole, fu condotta tutta vestita di bianco, con una fiaccola nella mano, simbolo della fede, e dopo essere stata unta al capo ed alla nuca degli olii santi, ricevette il battesimo in quel bagno di Costantino, dove Cola da Rienzo si era tuffato un giorno nell’acqua di rose; e quindi fu ricondotta processionalmente alla basilica Lateranense. Il cardinale che l’aveva battezzata, la benedisse davanti all’altare, quindi pronunciò un sermone intorno al battesimo, esprimendo al popolo la sua soddisfazione per il grande miracolo compiutosi sotto i suoi occhi, in forza del quale una umana creatura in preda poco prima ai demoni, e condannata alle fiamme dell’inferno, tutto ad un tratto si fosse rivestita della innocenza di un bambino, ed immedesimata nella pura luce di Dio.

[p. 87 modifica]Anticamente si parlava con maggior energia, imperocchè il gesuita Stefano Menocchio nel suo libro stampato in Venezia nel 1662 asserisce che gli Ebrei puzzavano del corpo loro, e che perdevano quel cattivo odore dopo il battesimo. Narra con tutta ingenuità, che di già l’imperatore Marco Aurelio si era lagnato della puzza degli Ebrei; essere questo fatto incontestabile, e che pertanto gli Agareni si facessero battezzare per non puzzare come cani.

Leone XII, tuttochè poco propenso, come è notorio, verso gli Ebrei, accordò loro il diritto di acquistare case, purché possedessero di già il diritto Gazzagà. Ampliò pure la periferia del Ghetto, includendovi la via Reginella ed una parte della Pescaria, in guisa che venne quello ad avere otto porte, le quali erano chiuse e guardate ogni notte. Durante la dominazione francese in Roma, come ben si può pensare, fu tolta la sequestrazione degli Ebrei nel Ghetto; ebbero facoltà di stabilirsi in qualsiasi parte della città, di esercitarvi ogni commercio. Se non che Pio VII nel 1814 ristabilì il Ghetto, e le cose tornarono sul piede antico, fino al Papa oggi regnante.

Torna ad onore di Pio IX più umano e più liberale de’ suoi predecessori, lo avere atterrato le mura del Ghetto, la qual cosa avvenne come mi accertarono gli Ebrei stessi, prima della rivoluzione di Roma, in guisa che il merito di questa disposizione vuolsi attribuire per intiero al Pontefice, e non fu una concessione fatta allo spirito dei tempi. Caddero le mura e le porte del Ghetto, ed in seguito, dipendentemente dei mutati principi di governo, fu fatta facoltà agli Ebrei di abitare dove più loro piacesse in Roma, e di esercitare liberamente ogni mestiere o negozio. Il Ghetto pertanto, ha cessato di esistere qual vincolo; ma dura tuttora quale quartiere, il più malinconico di Roma, sede della sporcizia e della miseria, ed è raro che un Ebreo si prevalga del diritto che gli compete di abitare altrove, imperocchè l’antico e radicato pregiudizio, a quanto mi si accertò, gli rende malagevole, se non addirittura impossibile quanto gli è dalla legge permesso. [p. 88 modifica]Un giorno, era di sabbato, stavo presso la fontana Nacona, quando parecchie Ebree vestite a festa vennero, e si fermarono a contemplare le sculture della fontana. Una Romana che si trovava dessa pure ivi, le guardò con disprezzo e rivolgendosi a me disse: «Guardate, guardate, ora sono nè più nè meno di noi Cristiani.»

Le riforme politiche del 1847 posero fine pertanto a quella schiavitù degli Ebrei di Roma, la quale aveva durato tanti secoli; almeno speriamo che la potenza della pubblica opinione saprà dimostrarsi più forte che un pregiudizio arbitrario, qualora mai potesse risorgere, e che le scarse libertà ora concesse agli Ebrei in Roma, si estenderanno abbastanza per permettere loro di prendere parte a tutti i vantaggi della coltura e della civiltà. La prospettiva è tuttora lontana, ma finalmente vi ci siamo avvicinati. La popolazione del Ghetto sale attualmente a circa tre mille ottocento persone, numero enorme se si raffronta al ristretto spazio del Ghetto stesso, che non equivale in estensione alla quinta parte di parecchie piccole città di tre mila abitanti. Tutta la università degli Ebrei è sottoposta alla congregazione superiore della Inquisizione, ed il loro magistrato speciale per ogni materia civile e criminale si è il tribunale del cardinale Vicario, presieduto da questo, e composto inoltre del prelato vice reggente, del prelato luogotenente civile, e del luogotenente criminale. Nelle materie di semplice pulizia, pronuncia il magistrato locale, vale a dire il presidente della regione S. Angelo e Campitelli. L’università israelitica poi, ha il diritto di regolare le cose sue interne, per mezzo di tre così detti fattori dei Ghetto, i quali durano in carica sei mesi. Questi provvedono al mantenimento delle strade, alla illuminazione, alle fontane; provvedono al riparto delle imposte, tassando ognuno secondo le proprie facoltà; provvedono alla cura degli ammalati, alla distribuzione delle elemosine e cose simili. In generale il Ghetto rende in complesso allo stato, ed a parecchie corporazioni religiose, tredici mille franchi annui all’incirca. [p. 89 modifica]Abbiamo finita la storia degli Ebrei in Roma, però non intendiamo ancora chiudere questo scritto, avendo intenzione ancora, di dare un’idea del Ghetto al presente, quale lo abbiamo potuto osservare di persona.

Si ha accesso ad esso dalla città per la via Savelli, presso il teatro di Marcello ed il portico di Ottavia, o dal Trastevere, per l’isola ed il ponte Quattro Capi. Da questo si vede propriamente un’imagine di Roma antica, e di Roma del medio evo, vista originale ed attraente quale non esiste forse la seconda in questa città delle memorie. Di là si scorge il pittorico Trastevere, colle sue antiche architetture, colle sue torri rovinate; si scorgono sul fiume gli archi di Ponte rotto, e più in alto il bel tempio di Vesta, l’antica torre di S. Maria di Cosmedin, le rovine gigantesche del palazzo dei Cesari con i loro bruni cipressi, ed all’orizzonte le cime dei monti di Albano, ed in faccia le file delle case del Ghetto, costruzioni quasi a foggia di torri, e bizzarre, colle finestre ornate di vasi di fiori, e dalle mura delle quali pende ogni sorta di masserizia, la quale fila di case scende fino al fiume, le cui onde torbide ne lambono le mura. Fatti pochi passi, dal ponte si entra nel Ghetto.

Allorquando lo visitai per la prima volta, il Tevere era straripato, e le sue acque scorrevano per la strada più bassa detta la Fiumara, le case della quale hanno per così dire i loro fondamenti nel fiume stesso. Le acque erano salite fino al portico di Ottavia, ed inondavano i piani inferiori delle case circostanti. Ed era pure malinconico spettacolo, quello del povero quartiere abitato dagli Ebrei, inondato dalle acque torbide del Tevere. In ogni anno il popolo d’Israello va soggetto a questa sciagura; il Ghetto nuota nelle acque, nè più nè meno che l’arca di Noè con i suoi uomini, ed i suoi animali. Ed il male diventa maggiore allorquando il mare grosso per il vento di ponente, contrasta lo sbocco alle acque del fiume ingrossato per il liquefarsi delle nevi, e per le pioggie di primavera; allora le acque salgono al primo piano, e [p. 90 modifica]quando si ritirano le case rimangono inabitabili per l’umidità, e per l’aria appestata. Ed il danno diventa ancora maggiore, perché cessano il lavoro ed il guadagno; fanno difetto i mezzi di sussistenza, e si accresce la miseria abituale. Mi si fece osservare nel Ghetto il segno dell’altezza raggiunta dalle acque del fiume nella inondazione del 1846; in allora le acque invasero per intiero tutti i piani inferiori. Nello scorso autunno, e nella primavera di questo anno l’inondazione era stata di poca durata, abbastanza però perchè io potessi formarmi una idea precisa dei gravi mali che porta seco. La mortalità deve pure essere stata grande nel Ghetto durante il colera del 1837; però se lo si giudica dal numero delle lapidi mortuarie degli Ebrei, pare non sia stata poi troppo notevole. Queste lapidi di marmo bianco colle loro iscrizioni in lingua ebraica, stanno sole, ed appartate da tutte le altre, in una località classica di Roma, in un angolo del Circo Massimo, dove le circondano erbe selvatiche e dove abbondano i fiori della velenosa cicuta. Imperocchè nella più antica arena di Roma, costrutta fin dai tempi di Tarquinio Prisco, si trova oggidì il cimitero israelitico, denominato volgarmente Orto degli Ebrei. Per tal guisa mutano e cose e tempi!

V.

Non havvi una singolare ironia, nell’ambiente locale dal quale si trovano talora circondati in modo caratteristico e uomini e cose? Ho avuta troppe volte occasione di osservare la sussistenza di questo principio, per non doverlo ammettere. Ed anche l’aspetto dei dintorni di questo Ghetto di Roma, mi parve tale da ispirare una profonda malinconia. Non farò menzione soltanto di quel portico di Ottavia occupato ora dagli Ebrei, il quale sorge cadente in rovina in mezzo al fango, aprendo i neri suoi archi sulla vicina Pescaria, piccolo ed oscuro mercato, [p. 91 modifica]dove i pesci, cibo dei giorni di penitenza degli Ebrei, stanno collocati sopra banchi di pietra; accennerò piuttosto ai bruni ruderi del teatro di Marcello, fra le rovine del quale i Savelli, razza di briganti temuti in tutta la campagna di Roma, avevano costrutto il loro palazzo, dove tanti infelici finirono in carcere la loro vita. Se leggiamo poi il nome della piazza più vicina al Ghetto troveremo che porta quello di Piazza del pianto, che prende dalla chiesa di S. Maria detta del Pianto, e se mai fuvvi nome il quale si attagliasse al popolo di Geremia, si è questo; imperocchè il piangere, ed il lagnarsi, è qualità caratteristica degli Ebrei, e non vi fu per certo popolo il quale abbia versato tante lagime, quanto questo degli Ebrei di Roma. Sulla piazza del Pianto, un antico Palazzo sorge fra due chiese. Sur una di queste si legge essere dedicata alla Vergine Maria del Pianto, sull’altra un nome che ispira raccapriccio, quello del fondatore, che fu Francesco Cenci. Imperocchè il palazzo fu quello dei Cenci, e chi lo vede si sente preso dì raccapriccio ricorrendogli alla mente la bella Beatrice Cenci, la figliuola infelice di Francesco, la quale uccise il mostro che fu suo padre. Il palazzo ha vista sulla piazza del Ghetto, e propriamente a tergo della sinagoga, in guisa che nei giorni di festa, vi si possono sentire il canto dei salmi e delle lamentazioni.

Havvi di più. In questo palazzo oggidì abita il pittore Noverbeck, e per verità l’ironia è singolare. Non mi fu possibile, pensandovi, trattenere un sorriso, quando entrai nello studio, dove giovani tranquilli stavano lavorando silenziosi, raccolti, quasi fossero in un santuario mentre un uomo pallido, con lunghi capelli, cortese, tranquillo, di modi dolcissimi, pronunciava, a voce bassissima appena intelligibile, poche parole, per dare spiegazione intorno alle immagini santi le quali stavano sui cavalletti. Ed anche queste sono tranquille, e quasi senza espressione; un S. Giueppe che muore nelle braccia del Salvatore; una Madonna addolorata, la quale ha l’aspetto di un’ [p. 92 modifica]ombra; un Cristo che sfugge a’ suoi persecutori scomparendo sulle nuvole; teste di angeli, colle ali senza corpo; figure ed arte senza vita, discorsi senza parole, imagini senza colorito; la Madonna addolorata; sulle mura la Passione di Cristo; la storia tragica della Cenci; al di là il Ghetto inondato, qui S. Maria del Pianto, e nel mezzo il beato Angelico della pittura moderna.

Volli dire che in questo palazzo Cenci, a pochi passi dal Ghetto e dalla sinagoga degli Ebrei abita Overbeck e vi dipinge suoi santi quasi sotto la ispirazione di Jehovah e dei profeti. Trovansi qui per tal guisa riuniti l’antico ed il nuovo Testamento, e mentre io stava fra il palazzo dei Cenci e la sinagoga, mi pareva propriamente trovarmi a fronte della antica e della nuova legge, del Giudaismo e del Cristianesimo.

Prima del 1847 un alto muro divideva la piazza dei Cenci da quella del Ghetto, che ha pure nome di Piazza delle scuole. Aprivasi in questo la porta principale del Ghetto; mura e porta sono ora scomparsi, ed i materiali giacciono, tuttora in parte al suolo.

Entriamo ora in una delle strade interne del Ghetto stesso; colà troveremo Israello intento ad un incessante lavoro, a continue fatiche. Le donne ebree stanno sedute sulla porta delle loro abitazioni, o nella strada stessa, imperocchè nelle loro stanze, basse ed oscure, mancano di luce, ed ivi stanno assiduamente occupate nello scernere cenci, o nel cucire o fare rappezzi. È incredibile il caos, e la quantità di stracci, e di cenci che si trovano colà. Si direbbe che gli Ebrei abbiano ivi radunati quelli del mondo intero. Stanno ammucchiati davanti alle porte di ogni foggia, di ogni colore, antiche stoffe ricamate, broccati, velluti, cenci di colore rosso, turchino, arancio, bianco, nero, tutti vecchi, laceri, consunti, in mille e mille pezzi. Io non ne ho veduti mai gli uguali, nè in tanta quantità. Gli Ebrei potrebbero rivestirne tutto il creato, e coprire la terra di un manto variopinto, quanto quello di un arlecchino. Gli Ebrei si immergono in quel [p. 93 modifica]mare di cenci, quasi vi volessero cercare un tesoro, non fosse altro che un pezzetto smarrito di broccato in oro. Imperocchè gli Ebrei sono ricercatori appassionati di antichità, nè più nè meno di quegli altri in Roma, i quali scavano e smuovono le macerie ed i rottami, colla speranza di scoprirvi un pezzo del fusto di una colonna, un frammento di una scultura, una moneta, o qualche altra reliquia di tal fatta. Quei Winckelmann del Ghetto, pongono un certo orgoglio nello offerirvi ad acquistare i loro cenci, al pari dei mercanti di antichità marmoree. Questi magnifica il pregio di un pezzo di giallo antico, l’Ebreo quello di un pezzo di seta gialla; quegli via vanta il porfido, il verde antico; l’Ebreo uno straccio di damasco dal colore chermisino, o di velluto verde. Non havvi nè pietra dura nè alabastro, nè marmo bianco o nero, nè breccia alle quali l’antiquario del Ghetto non abbia la sua merce da controporre. Ivi si può trovare un saggio di ogni moda, dai tempi di Erode il grande, fino a quelli dell’inventore del paletot; si può formare una idea critica delle vicissitudine subite dalle foggie di abbigliamento del mondo civile, e chi sa non si possono rinvenire reliquie storiche di Romolo, di Scipione Africano, di Annibale, di Cornelio, di Augusto, di Carlomagno, di Pericle, di Cleopatra, di Barbarossa, di Gregorio VII, di Cristoforo Colombo, e chi sa di quanti altri ancora?

Le figliuole di Sion seggono or sopra tutti qne’ cenci; cuciscono, rammendano, tutto quanto si può ancora rammendare. Sono somme nell’arte del cucire, del ricamare, del rappezzare, del rammendare; non havvi soluzione di continuità in un drappo, in una stoffa, per quanto grande le sia, che queste Aracni non riescano a fare scomparire, senza che più ne rimanga traccia. Tutto questo commercio si pratica per lo più nella strada inferiore, vicina al Tevere, denominata la Fiumara, ed in quelle laterali, di cui una porta il nome delle Azzimelle, tolto dal pane senza lievito, prescritto dalla legge mosaica. Vidi parecchie volte con stringimento di cuore quelle povere creature pallide, [p. 94 modifica]deboli, curve sui loro aghi, perpetuamente in moto, uomini, donne, fanciulle e ragazzi. La miseria traspare da quelle capigliature incolte, da quelle fisinomie di colore bruno, gialliccio, le quali non ricordano in verun modo la bellezza di Rachele, di Miriam, o di Lia. Solo di quando in quando ti sorprende il lampo dello sguardo di un occhio nerissimo, il quale si solleva dall’ago e dal cencio, quasi volesse dire: «Ogni bellezza è scomparsa fra le figliuole di Sion. Quelle che sarebbero state principesse fra i pagani, regine nel loro paese natio, sona ora condannate a servire, piangono tutta la notte per modo che le lagrime loro rigano le gote; non havvi chi si muova a pietà di esse; tutti le disprezzano, e sono diventati loro nemici. Il popolo di Giuda è prigioniero, condannato alla miseria, ai più duri servigi; abita fra i pagani, tutti lo maltrattano, non ha nè quiete nè riposo. La mano di Dio si è pure tremendamente aggravata sopra le figliuole di Sionne!»

Non è però scopo di queste pagine descrivere la miseria del Ghetto di Roma, indagare quali dolori, quali sofferenze funestino quelle oscure e melanconiche stanze; del resto vite di uguali se non di maggiori stenti si rinvengono in tutte le grandi città del mondo, fra le nazioni le più civili. Nè si deve credere, che per quanto riguarda le strade e le abitazioni, il Ghetto di Roma sia poi peggiore di certi quartieri abitati dalla miseria in altre grandi città. Mi sarà più caro accennare che a Roma gli Ebrei sono caritatevolissimi gli uni verso gli altri; che l’agiato vi soccorre largamente il povero; che lo spirito di famiglia, dote caratteristica e costante del popolo d’Israello, vi si mantiene più vivo che forse in qualunque altra comunità di Ebrei, e come parimenti sia un fatto, che questi uomini temperanti, laboriosi, sono di raro processati per delitti. La cosa che colpisce maggiormente chi si aggira nel Ghetto, si è l’angustia, la sporcizia di quel laberinto di strade, stradicciuole, fiancheggiate tutte da case altissime. I poveri Ebrei sono allogati quasi in un colombario romano, e tanta angustia di abitazione fa [p. 95 modifica]più senso che dovunque in Roma, città, che siede in vasta pianura, caratteristica propriamente per ampiezza di spazio, per le dimensioni in ogni cosa grandiose della sua architettura, per i suoi palazzi colossali in gran parte deserti, taluno dei quali basterebbe forse a dare ricovero a metà della popolazione del Ghetto. Il popolo marmoreo delle statue abita stupende sale, rinfrescate dallo spruzzo delle fontane. Le reliquie marmoree dell’antichità, anche quelle di minor conto, hanno stanze regali, e l’unica reliquia vivente dell’antica Roma, creature umane, le quali nutrono in petto cuori che battono, sentono, e soffrono, sono ridotti a dover vivere nella più schifosa sporcizia.

Sono meno infelici gli Ebrei, i quali abitano la parte superiore del Ghetto, e particolarmente la Via Ruà. Questa strada, più ampia delle altre, con case abitabili, si potrebbe in certo modo considerare quasi il corso del Ghetto, imperocchè anche sotto una stessa legge politica, anche nella schiavitù il diritto crea distinzioni fra gli uomini. Nella via Ruà abitano gli Ebrei che tengono in tasca il migliore titolo di Gazzagà; taluni vi posseggono case, e sono addirittura agiati. Qui stanno le più belle botteghe dei negozianti in drappi, a principiare dai più ruvidi e grossolani fino alle stoffe le più preziose. Gli Ebrei che riescono a diventare ricchi, si portano volontieri, a quanto venni assicurato, ad abitare in Toscana. La è poi cosa singolare, che sulle insegne nel Ghetto si leggono pochi nomi prettamente ebrei. Gl’Israeliti di Roma hanno tolto in gran parte nomi di città italiane, come Asdrubale Volterra, Samuele Fiano, Pontecorvo Gonzaga, ed è cosa comica per vero, lo scorgerli portatori di cotali nomi altieri, principeschi, altisonanti. Parlano pure in generale il dialetto romano, e mi accadde di raro udirli conversare fra loro in lingua ebraica; nel modo pure di vestire non si distinguono dal resto della popolazione di Roma, e neppure alle loro feste, non mi venne fatto di scorgere verun costume orientale.

La parola di festa accoppiata a quella del Ghetto, suona [p. 96 modifica]quasi un’ironia, se si pon mente alla storia, ed alla condizione degli Ebrei; però un tale spettacolo non può a meno di riuscire attraente, anche in Roma, dove le feste si succedono di continuo l’una all’altra, in modo da stancare il forastiero. Nei giorni in cui le strade di Roma sono animate da tutte queste feste, in cui tutti godono, ammirano, in cui il danaro circola largamente, mentre tutte le strade, tutte le piazze sono adorne di arazzi, di fiori, mentre splendono le fiaccole, e le carrozze succedono alle carrozze, i pedoni ai pedoni; il popolo d’Israello sta malinconico senza prendervi parte, curvo nel suo Ghetto, sovra il suo ago ed i suoi cenci.

Vengono pure le sue feste. Allora il povero rigattiere alloga in disparte i suoi stracci, indossa i migliori suoi abiti e raddrizza la curva sua persona. Ed in ciò crederei debba consistere la poesia delle feste, e rinvenirsi il loro più vero senso, che l’uomo condannato al lavoro quotidiano, si scioglie in certa guisa dei vincoli della servitù, trasformandosi in un altro uomo ideale, non più soggetto alla miseria, alla preoccupazione continua dei mezzi di campar la vita. Questo popolo singolare, quando si raduna nei giorni di sue feste, dovunque si sia, in qualsiasi parte più remota o più inospita del mondo, si considera quale l’antico popolo d’Israello, quali i fìgliuoli di Abramo e d’Isacco, il fiore dell’uman genere, che Iddio di propria sua mano volle allogare sulla terra. Ho assistito nel Ghetto alla festa della Pasqua. Imparai a caso che la era vicina, passeggiando nel Ghetto, e scorgendo davanti a tutte le porte i rami di cucina rilucenti di pulizia, e tutte le fonti occupate da persone che lavavano, pulivano arredi, masserizie domestiche. Mi si disse che ciò si faceva a motivo della festa di Pasqua, la quale era imminente. Come si sa gli Ebrei la solennizzano in memoria del ritorno dall’Egitto, in modo che per essi la è quasi la festa ideale della libertà, festa consolatrice e promettitrice, sovratutto nella prigionia del Ghetto.

Dopo le grandi solennità cristiane della settimana santa [p. 97 modifica]e della Pasqua, in S. Pietro, e nella cappella Sistina, le quali in presenza di tanti capi d’opera dell’arte si possono ritenere per le funzioni più imponenti del culto cristiano, riesce attraente lo assistere in quello angusto ed oscuro quartiere del Ghetto, ad una festa di Pasqua, e di rinvenire le antiche basi, appena mutate, del culto cattolico di Roma. Sono propriamente quelle le radici di questo culto, e quanto più l’albero crebbe e si estese, tanto più profonde sono le radici nella notte dei tempi. La festa era celebrata nella sinagoga.

Ho già accennato più sopra che questa nel Ghetto romano sorge di fronte al palazzo Cenci. Sono annesse a questa cinque scuole riunite in una casa, la scuola del Tempio, la Catalana, la Castigliana, la Siciliana, e la scuola nuova, dal che si può dedurre che il Ghetto di Roma trovasi diviso in cinque giurisdizioni o parrocchie, che si vogliano nomare, ognuna delle quali rappresenta gli elementi che concorsero a formare l’università israelitica di Roma, vale a dire antico romano-ebraico, spagnuolo, e siciliano. Mi si disse che gli Ebrei della scuola del Tempio sostenevano la pretesa di scendere direttamente da quelli portati in Roma da Tito. Ogni sinagoga ha la sua scuola, nella quale i ragazzi poveri sono istrutti nella lettura, nella scrittura, e nel calcolo, non però nelle scienze; ed ogni sinagoga poi ha il suo tabernacolo, dove si conserva il Pentateuco.

Ho visti queste sale nel giorno di Pasqua. Il Ghetto ha profuso l’oro e l’argento, per adattare una sede al culto mosaico. All’esterno la sinagoga non ha iscrizioni, ma la si riconosce dallo stile diverso della sua costruzione. Gli Ebrei hanno cercato a nascondere il loro tempio, non che ad adornarlo di notte tempo in Roma, dove basiliche e chiese sfoggiano all’esterno tutta la loro magnificenza. Pare abbiano tolto qua e là di nascosto, nella quantità di marmi di cui abbonda la città eterna un paio di tronchi di colonne, un paio di capitelli, ed alcuni pezzi di marmo per costrurre di nascosto il loro tempio. Il

F. GREGOROVIUS. Ricordi d’Italia Vol. 1. 7 [p. 98 modifica]piccolo frontispizio in mezzo alla sinagoga porge alla vista due colonne d’ordine corinzio, la quali rivelano che anche nel Ghetto è penetrata l’architettura più in uso a Roma. Nel fregio sono raffigurati in istucco il candelabro a sette braccia, l’arpa davidica, non che la cetra di Miriam.

Un rabbino mi aveva invitato a portarmi alla sera nella sinagoga, dicendomi vi si sarebbero cantati i vespri, ed accertandomi avrei potuto udire buona musica. Venuta la sera gli Ebrei si affollavano alla porta della sinagoga. Vidi pure colà parecchi Romani, ed anche fra questi alcuni sacerdoti. Ci fecero aspettare forse una buona mezz’ora, e non mi fu punto discaro lo aspettare, e lo scorgere persone le quali stavano aspettando, imperocchè questo era segno di sovranità, esercitato almeno una volta da una razza oppressa, e disprezzata. Finalmente le porte si aprirono, e saliti alcuni gradini mi trovai nell’interno del tempio. Viddi la stupenda sinagoga di Livorno la quale è forse la più ricca del mondo, ma mi parve assai meno degna di osservazione di questa sala del Ghetto romano. L’edificio di Livorno è ampio, bello, di gusto puro. Le sale del tempio di Roma sono piccole propriamente antiche, pittoriche in sommo grado, bizzarre, e di aspetto esotico. Seguendo l’uso delle chiese cattoliche di Roma, quando vi si solennizzano feste, si erano ricoperti le pareti di tappeti ricamati, in colore rosso ed oro, e rivestite le colonne di damasco. Si leggevano nelle decorazioni molteplici sentenze, tolte dall’antico Testamento. Il tetto era piatto, all’uso delle basiliche romane, ornato unicamente di cassettoni dipinti. Correva sotto una fascia ornata di bassi rilievi in istucco, che tutti si riferivano agli oggetti inerenti al culto israelitico, ed era tanto più singolare il vederli in Roma, dove parecchi di essi sono di già raffigurati sull’arco di Tito. Vi si scorgono il tempio di Salomone, stupendamente rappresentato con tutte le sue porte, suoi porticati laterali, suoi altari, la piscina di rame, l’arca santa col cherubino, gli abiti e la tiara sacerdotali, da cui traggono origine gli abbigliamenti dei vescovi, e [p. 99 modifica]del sommo pontefice. Vi si scorgono tutti gli utensili del tempio, vasi, piatti, tondi, pale, cucchiai, brocche, padelle e sedili, finalmente tutti gli stromenti musicali, timballi, tamburi, arpe, cetre, flauti, le trombe del giubileo, cornamuse, cimbali, non che il sistro d’Iside egiziaca, che si osserva così di frequente nelle statue d’Iside al Vaticano. L’immaginazione degli Ebrei, come si vede, volle circondarsi quivi di tutti i ricordi del tempio di Gerusalemme.

Nella parete a settentrione si apre una finestra di forma circolare, la quale è ripartita in dodici campi distinti per varietà di colori, simboleggianti le dodici tribu d’Israello; ivi pure sono le imagini dell’Urim e Thumin, quello formato di pietre preziose quale suoleva portarlo sul petto il gran sacerdote. A ponente sta il coro, di forma semicircolare, con una tribuna in legno per il primo cantore e per i cantori. Stanno su questa il candelabro a sette braccia, e gli altri arredi del tempio, tutti in argento, di bella forma, quasi destinati a servire di ornamento al pentateuco. Di fronte, nella parete a levante trovasi il tabernacolo, fatto a foggia di un piccolo tempietto, con due mensole sporgenti, destinate a reggere le tavole della legge, le quali si appoggiano a due colonnette di ordine corinzio. Il tutto è ricoperto da un velo, sul quale sono ricamate in oro sacre sentenze, fiori, e graziosi rabeschi, nello stile del tempio di Salomone. In cima al tutto campeggia il disegno del candelabro a sette braccia. Il Pentateuco, rotolo voluminoso in pergamena, sta rinchiuso nel tabernacolo. Lo si porta in giro processionalmente per la sala, e dal pulpito lo si volge alle quattro parti dei mondo, mentre gli Ebrei alzano tutti le braccia, e prorompono in grida festose. Questa si è in certo modo l’esibizione dell’ostia degl’Israeliti. É l’Iddio il più possente della terra, il quale oggidi tuttora signoreggia il mondo, il Dio che non è la parola ma la lettera; il Dio terribile, positivo, immobile, della schiavitù. Il Giudaismo è la più positiva fra tutte le religioni, e per questo motivo dura oggidì tuttora. A [p. 100 modifica]fronte delle forme lussureggianti, riccamente fantastiche della chiesa cattolica, compare rigida, senza imagini, senza fantasia questa religione di Jehovah, ammirabile nella sua semplicità, ed inspira terrore col sobrio dispotismo della legge, la quale non ha riguardi nè per lo spirito nè per la natura umana.

Gli Ebrei seggono nel loro tempio a capo coperto dal cappello o di una berretta, quasi fossero pari davanti al loro Dio, o si trovassero alla borsa. Si osserva la stessa indipendenza nel canto e nella preghiera, imperocchè ognuno canta come e quando vuole, o fa conversazione col suo vicino. Il primo cantore sta davanti al coro. Mi fece senso la fretta colla quale si cantano, o si mormorano tutte le preghiere. Le donne seggono in una galleria superiore, protette da una inferriata, quasi fossero in un harem, e non si possono vedere.

I vespri furono cantati in un’altra sala. Anche questa era convenientemente addobbata, ed ornata di molteplici lampade. Non era il tetto di questa piano come quello dell’altra, ma bensì a volta, con una cupola di forma bizzarra anzichenò. I cantori sedevano in coro, dietro al primo cantore. Era questi vestito di un abito talare nero, e portava in capo una beretta sacerdotale nera, dalla quale scendevano ai due lati i lembi di un velo bianco. La semplicità di questo costume mi piacque molto, e mi fece pensare all’antico costume sacerdotale degl’lsraeliti la cui magnificenza rifulge ancora nel costume attuale del santo padre. Imperocchè il grande sacerdote nel tempio di Gerusalemme doveva comparire più splendidamente abbigliato ancora del Papa oggidì. Ogni qualvolta si accostava al tabernacolo, vestiva una tonaca bianca di lino, con una sopraveste a frangie, di colore fra il violaceo ed il turchino. Campanelli d’oro, e piccole sfere di granate, stavano appese alle frangie. I suoi lombi erano ricinti da una fascia a cinque strisce, di oro, porpora, giacinto, scarlatto, e bisso. Portava una specie di cappa degli stessi colori riccamente ornata d’oro, fissata sul petto da una [p. 101 modifica]fibbia d’oro pure a foggia di scudo, ornata di sardonici, e sopra l’Urim e Thumin formati di dodici pietre preziose. Portava in capo la tiara di colore bisso con striscie di colore giacinto, attorno alla quale correva una corona, sulla quale stava scritto Jehovah. In tal guisa trovasi descritto da Gioseffo il costume del gran sacerdote, e come si scorge doveva essere abbastanza splendido.

I cori cantarono stupendamente il vespro, mentre il sacerdote faceva di tanto in tanto qualche preghiera, e coprendosi la faccia con il velo, accennava ad amaro pianto. I canti erano armonici, però non di stile antico, e piuttosto nel gusto di un oratorio moderno. Vi erano voci di giovanetti piacevolissime, bassi stupendi, in guisa che anche in questo vespro del Ghetto si poteva riconoscere l’influenza di Roma, e desso pure il popolo d’ Israello può menar vanto del suo miserere. Quella povera gente andava superba, ed era felice di potere far ammirare dessa pure una produzione dell’arte, nel suo povero quartiere. Le lodi che loro si davano erano accolte con vera compiacenza; uno fra gli invitati udì un giovanetto ebreo che gli stava a fianco, ripetere ad altri l’encomio fatto dal primo di quella musica «Che cosa ha detto?» Ha detto «Bene, bene, stupendamente eseguito. Avete propriamente una cappella Sistina.»

Se non chè è tempo di chiudere questo scritto. Valessero se non altro queste pagine ad invogliare taluno a dettare una vera storia degli Ebrei di Roma. Sarebbe argomento assai più meritevole di studio, che le ricerche sopra tante altre antichità. Una storia del Ghetto romano potrebbe servire assaissimo a chiarire lo sviluppo successivo del Cristianesimo in Roma, e varrebbe non poco a completare parte della storia generale della civiltà.

L’autore di questo saggio non ebbe per iscopo di trattare la questione civile degli Ebrei in Roma, ma piuttosto rappresentare la vivacità del contrasto fra il Cristianesimo storico, ed il Giudaismo storico nella città eterna. Il carattere di questa metropoli, quale attualmente si presenta [p. 102 modifica]ad un osservatore attento, porta l’impronta dei tre grandi periodi di civiltà del genere umano; il giudaismo, il paganesimo ed il cristianesimo. Non si posson dividere, talmente sono connessi, e talmente il culto cristiano ha riuniti in sè il giudaismo, ed il paganesimo. Per non far parola del paganesimo, percorrendo Roma, visitando le sue magnificenze, ad ogni passo traspare lo spirito, la forma del Giudaismo, perfino nel vestire dell’arte cristiana. Parlando della scultura, qual’è la più sublime creazione in marmo del genio cristiano; il Mosè di Michel Angelo, sulla tomba di Papa Giulio II. Parlando della pittura nelle loggie di Raffaello, nella cappella Sistina, in innumerevoli altri siti, che cosa si scorgono? Argomenti tolti dall’antico Testamento. Parlando della musica, quali sono i pezzi più sublimi, che si eseguiscono nella settimana santa? Le lamentazioni ed il miserere, grida di dolore, e canti degli antichi Ebrei. E questo popolo al quale la sorte affidava i titoli più remoti dell’umanità, ed al quale il Cristianesimo andava in certa guisa debitore della sua essenza, vive ora nell’angusto e sucido quartiere del Ghetto, reliquia storica meravigliosa e la più antica, colpita dall’impronta dell’ironia più tragica che la storia abbia mai additato.

Se non che, anche questo popolo conculcato, disprezzato, ha desso pure colpito il mondo della sua ironia, imperocchè a tutti i simboli della sua religione uno ne seppe aggiungere ed introdurre nella storia politica; vale a dire il vitello d’oro, attorno al quale si affolla ed agita il mondo avido e bisognevole di imprestiti, come profetarono, scrissero, e rappresentarono nei loro libri Mosè, ed i profeti.