Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro I/Capo VIII

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Capo VIII - Grammatici e retori

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Capo VIII.

Gramatci e Retori.

1. Dopo avere esaminate le vicende della romana letteratura in quest’epoca in ciascheduna delle scienze che in Roma vennero coltivate, rimane ora che diciamo dei mezzi onde usarono a coltivarle; come nel primo tomo si è fatto. E primieramente delle scuole. Già abbiamo altrove spiegato qual fosse l’impiego de’ grammatici e dei retori, in quali cose esercitassero i loro discepoli, e qual metodo seguissero in insegnare. Ma due cose da due imperadori s’introdussero, che recarono alle scienze non ordinario vantaggio. Que’ che tenevano scuola, non aveano finallora avuto stipendio altronde che da’ loro scolari: cosa troppo gravosa, dirò ancora, poco onorevole a un uom dotto, esser costretto a vender la scienza a contanti; e cosa insieme troppo spiacevole a chi vorrebbe fornirsi d" erudizione, non aver denari con cui comprarla. All" uno e all’altro inconveniente pensò di rimediar Vespasiano; e a’ retori così greci, come latini, dice Svetonio (in Vesp. c. 18), assegnò sul pubblico erario centomila sesterzii annui, che corrispondono a un dipresso a duemilacinquecento scudi romani; stipendio che sembrerebbe eccessivo in ogni altro tempo, fuorchè in questo del qual parliamo, in cui il lusso era giunto a tal segno, che forse non ve n’ebbe giammai l’uguale. In tal maniera potevano i retori più onorevolmente sostenere [p. 347 modifica]PRIMO 047 il loro impiego, e potevano i giovani più agevolmente giovarsi del lor sapere. Furon dunque allora le scuole de’ retori considerate come pubbliche; e perciò nella Cronaca Eusebiana, parlando di Quintiliano che a questo tempo viveva , si dice (ad olymp. 217): Quintiliano il primo aprì in Roma pubblica scuola, e dal fisco ebbe lo stipendio. Il Dodwello, il qual! pensa che a’ tempi di Galba cominciasse Quintiliano a tenere scuola in Roma, pensa ancora che da Galba gli fosse assegnato lo stipendio, Ma Svetonio chiaramente dà questa lode a Vespasiano; e non sembra probabile che Galba , il quale nei sette mesi che tenne l’impero, non diè saggio che degli enormi suoi vizj, pensasse a dare un sì utile provvedimento. Se dunque Quintiliano cominciò a tenere scuola regnando Galba, l’avrà allora tenuta egli pure, come tutti aveano finallora usato, finchè da Vespasiano a lui e agli altri retori venne assegnato lo stipendio dal pubblico erario. Svetonio non parla che dello stipendio assegnato a’ retori. Egli è però verisimile che a’ gramatici ancora egli l’assegnasse; seppure non vogliasi quest’onore concedere ad Adriano di cui narra Sparziano che a tutti i professori concedette onori e ricchezze, e che a coloro tra essi che alla lor professione non eran più abili, dopo averli parimente onorati e arricchiti, diè il congedo. II. Adriano, come al principio di questo libro si è detto , voleva esser creduto, ed era ancora talvolta, splendido protettor delle scienze; benchè l’invidia di cui ardeva contro chiunque, [p. 348 modifica]348 LIBRO potesse gareggiar con lui nel sapere, lo rendesse spesso nemico funesto a’ celebri letterati. E una prova di questa sua munificenza verso gli studj ci diede nel tempo del suo impero , che fu appunto l1 altro vantaggio che in quest’epoca ebbero le scienze in Roma. Aveano finallora i gramatici e i retori tenute le loro scuole nelle case private. Adriano pensò il primo alla fabbrica di un pubblico edificio che fosse la sede propria delle scienze; e fattolo innalzare, gli diè il nome di Ateneo (Aur. Vict. de Caesar. c. i \). Di questa , per così dire , romana università noi veggiamo farsi menzione frequente da’ posteriori scrittori, come a suo luogo vedremo, e da essi raccogliesi che non solo vi si tenevan le scuole, ma’ che ivi ancora i poeti e gli oratori recitavano pubblicamente i loro componimenti. Era certamente questo un opportunissimo mezzo a coltivare e a fomentare le scienze; ma per infelice destino della letteratura esso non prese ad usarsi che allor quando le circostanze e le cagioni altre volte spiegate le conducevano a un rovinoso e quasi irreparabile decadimento. III. Molti nondimeno vi furono anche in quest’epoca gramatici e retori illustri. E per riguardo a’ gramatici, tre ne veggiamo da Svetonio nominati, e il primo di essi è M. Pomponio Marcello, quel desso di cui dicemmo altrove che sì francamente si oppose all’adulator Capitone, quando volea persuadere a Tiberio che la corona imperiale gli dava diritto a formar nuove parole: franchezza degna appunto di un gramatico, e singolarmente di un gramatico [p. 349 modifica]PRIMO 049 esattor molestissimo delle gramaticali! osservanze, qual era Marcello; di cui narra Svetonio (De clar Gram, c. 22), che perorando un giorno a difesa di un reo, ed udendo uscir di bocca un solecismo al suo avversario, così rabbiosamente prese perciò a morderlo e rinv brattarlo, che sembrava dimentico della causa cui dovea trattare. Il secondo è Remmio, o come altri scrivono, Rennio Fannio Palemone vicentino, schiavo prima, e poscia messo in libertà. Questi, come dice Svetonio (ib. c. 23), apprese le lettere coll’occasione che accompagnava alla scuola il figlio del suo padrone; e venne in tal fama, che fu creduto il primo de’ gramatici del suo tempo, cioè sotto l’impero di Tiberio e di Claudio. Plinio il Vecchio lo chiama celebre nell’arte gramatica (l. 14? c. 4)? e Giovenale ancora ne parla con lode (sat. 6, v. 451; sat. 7 , v. 215). Ma la gloria da lui acquistatasi col sapere rimase oscurata dalle infami laidezze a cui era abbandonato, per modo che i due suddetti imperadori, i quali per altro non furono certo uomini di troppo onesto costume, dicevano non esservi alcuno a cui meno che a Remmio si dovessero affidare i fanciulli. Più opere in versi di varj e difficili metri avea egli scritte. Noi abbiamo ora sotto il suo nome un breve poemetto De’ Pesi e delle Misure, di cui però altri fanno autore Prisciano. Abbiamo ancora \ Arte gramática da lui scritta in un libro assai breve , che fu prima d’ogni altro data alla luce da Gioviano Pontano, e che poscia nelle Raccolte [p. 350 modifica]35o iiBr.o de’ Gramatici latini è stata più. volte ristamH |)ata (*). L’ultimo de’ gramatici, di cui la menfl zione Svetonio (ib. c. 24), è Marco Valerio " Probo nativo di Berito nella Fenicia) di cui però egli dice che non tenne mai scuola, ma che solo con alcuni amici ei solea trattenersi leggendo e comentando alcuno degli antichi autori, de’ quali solamente era egli ammiratore , benchè vedesse che presso i Romani essi erano ormai caduti in dispregio. Egli avea scritte, dice Svetonio, poche e picciole cose intorno a certe quistioni di niun conto; ma lasciò una non mediocre selva di osservazioni sull1 antico sLile. Servio cita un libro da Probo scritto sulla connessione de’ tempi ad l. 7 Aen. v. 4121) > e Gellio un trattato da lui composto sulle cifere, di cui valevasi Cesare nello scriver le lettere (Noct Att. l. 4, c. 7). In fatti sotto il nome di Probo abbiamo tuttora un libro sulle cifere de’ Romani, e abbiamo pure due libri di Gramatiche Istituzioni; e l’una e l’altra opera si posson vedere nelle Raccolte degli antichi Gramatici. Egli visse, secondo la Cronaca Eusebiana, a’ tempi di Nerone. (*) Del gramatico, o poeta Rennio Fnnnio Palemone Im scritto, dopo Ja pubblicazione ili questo tomo, il P. Angiolgabriello da S. Maria (BUd de.’ S riti. Picene. /. 1, p. 1, ec.). Sulle notizie eli’ei ce ne ha date, si è fatta qualche critica riflessione in questo Giornale di Modena (t. 8, p. 1 , ec.); e a queste riflessioni si è egli studiato di rispondere (praef. ai t. 4 della Bibl.). ÌVoi lascerem che ogriuii decida , come meglio gli sembra, sulle notizie, sulla critica e sulla risposta. [p. 351 modifica]PRIMO 351 IV. Svetonio non ha tra gli antichi gramatici annoverato Asconio Pediano, forse perchè non tenne nè scuola pubblica nè pubbliche conferenze. Ma certo ne esercitò egli pure uno de’ principali ufficj, cioè il comentare gli autori , come ce ne fan fede i Comentarj, di cui ci rimane ancor parte, eli’ egli scrisse sulle Orazioni di Cicerone. Il Vossio ha intorno a lui disputato assai lungamente (De Histor. lat. l. 1, c. 27), poichè è difficile lo stabilire a qual tempo vivesse. Ma egli è certo che Asconio parla, come d’uom tuttora vivente, di Cecinna cbeJù console con Claudio (in Or. pro Scauro) l’an 42 dell’era cristiana; e che Quintiliano parla di Asconio come se avesse con lui favellato , e come s’ei fosse già morto: Ex Pediano comperi, qui et ipse eum (Titum Livium) sequebatur. Sembra dunque evidente che Asconio visse circa i tempi di Claudio, e eli’ era già morto quando Quintiliano scrisse le sue Istituzioni, cioè a’ tempi di Domiziano. Egli è vero che Svevio e Filargirio ne’ lor comenti sopra Virgilio (ad ecl. 3, 4) parlano in maniera come se Asconio fosse con lui vissuto, e come s’egli stesso così avesse affermato in qualche suo libro; il che sembra difficile ad accordare co’ testimonj di sopra allegati; molto più che nella Cronaca Eusebiana all’anno settimo di Vespasiano si narra che Asconio in età di 71 anni divenuto cieco sopravvisse ancor dodici anni. E certo, quando a tutti questi autori si voglia dar fede, converrà dire che vi fossero due scrittori di questo nome. Ma egli è più probabile che o i due mentovati [p. 352 modifica]352 LIBRO granfiatici, o l’autor della Cronaca sian caduti in qualche errore. Asconio fu padovano di patria , il che, oltre l’accennarlo che fa egli stesso chiamando Livio col nome di Nostro (in Or. pro Cornel.) , più chiaramente si afferma da Silio Italico che, secondo il suo costume d’introdurre nella Guerra Cartaginese i più celebri uomini vissuti a’ tempi ancora assai lontani da essa, fa questo elogio di Asconio: Polydamanleis juvenis Pedianus in armis Bella agitabat atrox, Trojanaque semina et ortus , Atque Antenorea se se de stirpe ferebat, Haud levior generis fama , sacroque Timavo Gloria, et Euganeis dilectum nomen in oris. Huic pater Eridanus, Venetaeque ex ordine gentes, Atque Apono gaudens populus, seu bella cieret, Seu Musas placidas, doctaeque silentia vitae Mallet, et Aonios plectro mulcere labores, Non ullum dixere parem, nec notior aller. L. 12 , V. 212 , ec. Oltre i Comentarj sulle Orazioni di Cicerone, a’ quali dobbiamo molte non dispregevoli notizie della storia di que’ tempi, qualche altro libro ancora avea egli scritto, e singolarmente una Vita dello storico Sallustio Crispo; di che veggasi il Vossio (l. cit.) e il Fabricio (Bibl. lat. l. 2, c. 6), i quali ancora rigettano l’opinione di alcuni che calunniosamente accusarono Lorenzo Valla di avere da un’opera ora smarrita di Asconio tratti in gran parte i suoi libri delle Eleganze. V. Ma forse più di tutti famoso si rendette in Roma Apione. Nato in Oasi nell’estremità dell’Egitto, ma onorato della cittadinanza di [p. 353 modifica]primo 353 Alessandria, e detto perciò Alessandrino, venne a Konia l’anno 4° dell’era cristiana capo dell’ambasciata spedita dagli Alessandrini a Caligola nelle celebri loro sollevazioni contro gli Eb. •ei; e vi si trattenne lungamente tenendovi scuola , e facendo gran pompa del suo sapere. A pione , dice Gellio (l. 5, c. 14), (che fu appellato Polis tore, fu uomo assai colto, e di varia e grande erudizione nelle cose greche. Abbiamo alcuni non dispregevoli libri da lui scritti, ne’ quali comprende la storia di tutto ciò che di maraviglioso vedesi o odesi in Egitto. Ma nelle cose ch’ei dice di avere udite o lette, per desiderio di lode esagera forse di troppo. ’ Perciocché egli è millantatore glorioso del suo sapere. Di questa sua boria un’altra prova ci somministra Plinio il Vecchio, il qual racconta (praef. l. 1) ch’egli soleva vantarsi di rendere immortali coloro a cui dedicava alcuna sua opera; e quindi soggiugne che Tiberio solea chiamarlo cembalo del mondo, mentre anzi avrebbe dovuto dirlo timpano della pubblica fama. Seneca il filosofo ancora deride (ep. 88) l’aggirarsi ch’ei fece per tutta la Grecia con tale impostura, che ottenne in ogni città d’esser nominato il secondo Omero. Più opere avea egli scritte, e in esse avea così malmenati gli Ebrei, che Giuseppe la Storico prese a confutarlo in un’opera che contro lui compose. Apione è quegli da cui abbiamo avuto il famoso racconto del leone che spinto contro di uno schiavo detto Androdo , o, come alcuni leggono, Androclo, invece di divorarlo, prese a vezzeggiarlo e ad accarezzarlo, ricordevole TlRABOSCHI, Voi. II. a3 [p. 354 modifica]VI. Altri {¿ramatici. 354 LIBRO del beneficio da lui già fattogli col tirargli dal pie’ una spina che altamente lo addolorava. Gellio riscontra il fatto (l. 5, c. 14) colle parole stesse di Apione , il quale diceva di esserne stato egli stesso testimonio di veduta in Roma. Io non so però se il carattere che di lui ci fanno gli antichi , ci permetta di prestar molta fede a una tal narrazione. VI. Alcuni altri gramatici di questo tempo troviam nominati negli antichi autori; ma è inutile il parlare di quelli di cui altro appena non si parrebbe arrecare che il puro nome. Conchiuderemo dunque ciò che ad essi appartiene, con una riflessione che ci farà sempre più chiaramente conoscere il carattere degli uomini dotti di * questo tempo. Leggendo le Notti Attiche di Gellio (di cui parleremo nel libro seguente), veggiamo ch’egli non rare volte arreca i detti d’alcuni gramatici a lui anteriori , che or l’una or l’altra cosa avean preso a riprendere in Virgilio, in Cicerone e in altri de’ migliori scrittori del buon secolo. Alcuni gramatici, dic’egli (l. 2, c. 6), della scorsa età, tra’ quali Anneo Cornuto, uomini certamente dotti e famosi, che hanno scritti commentarj sopra Virgilio, il riprendono di negligenza e di bassezza in questi versi, ec. E in somigliante maniera altre volte ei reca le accuse che allo stesso Virgilio e ad altri de’ più eleganti scrittori non temevan di dare i gramatici di questo tempo (l. 5, c. 8; l. 6, c. 6, ec.). Il medesimo Gellio ribatte talvolta cotali accuse, e fa vedere che esse non già degli autori accusati, ma de’ gramatici accusatori scoprivano [p. 355 modifica]primo (355 l’ignoranza. Ma questo era il pregio che allora affettavasi comunemente. In vece di volgersi a seguire i più antichi autori, e di ritrarne in loro stessi, quanto fosse possibile, l’eleganza, volevan parere di superarli in erudizione e di lasciarseli di gran lunga addietro. E in tal modo la letteratura, in vece di perfezionarsi, veniva ognor decadendo. Ma di ciò si è lungamente parlato altrove. VII. Se ci rimanesse l’opera che avea scritta Svetonio intorno a’ retori più illustri, avremmo in essa raccolte insieme le notizie a loro attinenti. Ma una sola piccola parte ce n’è rimasta; e di que’ di cui in essa egli parla, niuno appartiene a’ tempi di cui trattiamo. Dagli altri autori nondimeno noi raccogliamo che molti ve n’ebbe in Roma, che ottennero non ordinaria fama. De’ due tra essi, che fra tutti furono i più rinnomati, cioè di Seneca il padre e di Quintiliano, abbiam già parlato in altro luogo; benchè del primo si dubiti s’egli tenesse pubblica scuola, o se non anzi ei sia soprannomato il retore solo per le declamazioni da lui raccolte. Veggiamo dunque quali, oltre essi, fosser coloro di cui con maggior lode si parla dagli antichi scrittori. VIII. Porcio Latrone, se crediamo a Seneca il retore, fu tra essi il più famoso; tante sono le lodi ch’ei ne dice. Ne parla assai lungamente nell’esordio del primo libro delle Controversie; e ne parla come d’uomo d’ingegno al pari che d’indole del tutto straordinaria. Quando prendeva a studiare, continuava notti e giorni a studiare senza intervallo alcuno. E VII. Copi* ili retori in Rollili. viri. Cara li «tr** <1« Porcio L.» trono. [p. 356 modifica]356 LIBRO quando parimenti davasi a’ piaceri, e alla caccia sin solarmente, non teneva misura. Dolalo di • i 1 voce e di fianco robustissimo, ma senza alcuna grazia di portamento, o di pronuncia. Studiava per lo più dopo cena, e quindi era di color pallido, e di vista debole assai Avea sì felice memoria, che lo scrivere e il fissare in mente una declamazione era per lui una cosa sola, e sì ch’egli scrivea con quell’impeto stesso con cui ragionava. Tali e più altre cose racconta Seneca di questo suo caro amico, com’egli il chiama, della cui famigliare amicizia avea egli sempre goduto dalla fanciullezza fin alla morte. Era egli pure spagnuolo, e forse insieme con Seneca sen venne a Roma. La Cronaca Eusebiana ne fissa la morte, ch’egli spontaneamente si diede annoiato da una ostinata febbre, poco innanzi al principio dell’era cristiana5 nel qual caso converrebbe dire ch’ei morisse in età giovanile, il che da Seneca non si accenna; e parmi perciò probabile che la sua morte debbasi ritardare forse di non pochi anni (*). (*) II sig. ab. Lampillas con molto buoni argomenti combatte (t 2, p. 4SI ciò ch’io avea congetturato, che la Cronaca £ usebiana avesse errato nel fissar la morie ili l’orcio Latrune poco innanzi all’era cristiana, e eh ella accadesse pi obabilmcnle più anni dopo. Io credo ch’egli abbia ragione, e che il torto sia mio. Ma eh’io poi abbia così scritto maliziosamente nffin di rimuovere dal secol d’Augusto uno scrittore spagnuolo, questo è uno degli usati sogni. Che importa a me che Porcio sia vissuto prima, o dopo? Era egli a’ tempi d’Augusto? Dunque uno Spaglinolo co’ suoi difetti concorse a far decadere sin da que’ tempi l’eloqueuza romana. Ecco la conseguenza che nasce dagli [p. 357 modifica]PRIMO 357 Quintiliano ancora ne parla con lode, dicendo ch’ei fu il primo retore di chiaro nome (/. 1 o, c. 5), benchè poscia soggiunga che questo retore, che si gran nome avea nelle scuole, dovendo una volta perorare nel Foro, chiese in grazia che in luogo chiuso si trattasse la causa. Così l’esercitarsi soltanto nelle domestiche mura, che allor si usava, rendeva poi soverchiamente timidi gli oratori, quando doveano uscire all’aperto. Plinio il Vecchio parimenti lo dice celebre tra’ maestri iteli’ arte di ben parlare (l 20, c. 15); e ne reca in prova il pazzo costume d’alcuni che per salire a gloria somigliante a quella di Porcio stropicciavansi con una cotal erba il volto, per averlo essi pure pallido al par di lui. Due cose però, che di lui narra il suo grande encomiatore Seneca, parmi che debbano scemare alquanto presso agli uomini di buon gusto la stima di questo retore; cioè l’ingiusto disprezzo in cui egli ama i greci scrittori che da lui non erano stati mai letti (controv. 33), e il costume non troppo, a mio parere, opportuno ch’egli avea di non volere che i suoi scolari innanzi a lui declamassero, ma sol che si stessero ad ascoltarlo (controv. 25); dal che ne venne, dice Seneca,, che essi per disprezzo dapprima furon detti uditori, il qual nome poi passò ad essere comunemente usato in vece di quel di discepoli sforzi usati dall’ab. Latnpdlas per richiamare al secol d Augusto alcuni ile’ retori da me iucaulameute posti in quel di Tiberio. [p. 358 modifica]358 LIBRO IX. Ma ornamento assai maggiore ricevette la professione de’ retori da Blando, di cui assai frequentemente ragiona Seneca nelle sue Controversie (controv. 1, 9, 13, 17, ec.). Era egli cavalier romano, e forse non è diverso da quel Rubellio Blando di cui parla Tacito (l. 3 Ann., c. 23, 51). Or questi non si sdegnò di prendere il nome e la professione di retore, e fu il primo, dice Seneca (proem. l.2, Controv.), tra’ cavalieri romani, che insegnasse rettorie a in Roma, mentre prima di lui ciò non e rasi fatto che da’ liberti,- sembrando cosa vergognosa l’insegnar ciò che riputavasi onesta cosa l’imparare. L’esempio di Blando fu poi seguito da altri, e singolarmente da due Foschi Arellii, padre e figlio Del padre ragiona spesso Seneca, ne riprende lo stile, come colto bensì, ma troppo fiorito, e perciò languido e ancor ineguale (ib.). Del figlio racconta Plinio il Vecchio (l. 33, c. 12) di averlo egli stesso veduto portare alle dita anelli d’argento, cosa allor non usata, e che avendo egli numerosissima scuola, si prese da ciò occasione di calunniarlo, c eli’ egli fu perciò ingiustamente cacciato dall’ordine equestre in cui era. X. Io non potrei uscir facilmente da questo argomento, se tutti volessi rammentare i retori di cui Seneca fa menzione. Ne’ proemj singolarmente de’ suoi libri di Controversie egli nomina molti di quelli eli’ egli avea conosciuti , ne forma i caratteri, ne descrive le virtù non meno che i vizj. Ivi dunque potrannosi, da chi il brami, aver copiose notizie attorno a’ retori di questo tempo, Io passerò in vece ad [p. 359 modifica]PRIMO 35o annoverale alcuni die sull’arte rettorica scrissero circa questi tempi medesimi. Quintiliano ne accenna i nomi; e di questa materia, dice (l. 3, c. 1), scrisse non poche cose Cornificio; alcune ancora Stertinio e Gallione il padre; e più diligentemente Celso e Lena più antichi di Gallione; e a’ nostri tempi Virginio, Plinio e Rutilio. Sonovi anche al presente scrittori celebri in tale argomento. Cornificio credesi da alcuni autore de’ libri ad Erennio, che vanno tra l’opere di Cicerone, e che da altri si attribuiscono a Virginio; ma su questo non si può con certezza deffinir cosa alcuna (V. Fabr. Bibl. lat. t. 1, p. 104). Di Stertinio nulla sappiamo , e non si può se non congetturando affermare che ei sia o lo Stertinio stoico mentovato da Orazio, o un altro medico nominato da Plinio, o qualunque altro di tal nome, di cui si trovi memoria negli antichi autori (V. Burmann. notas ad Quint. l. c.). Gallione il padre è quegli che adottò a suo figliol il fratel primogenito di Seneca il filosofo, detto prima M. Anneo Novato. Di lui parla spesso e in molta lode Seneca il retore (proem. l. 5 Controv. ec.), ma non sappiamo precisamente che cosa scrivesse. Celso è il medico di cui abbiam parlato poc’anzi, che, come di altre scienze, così ancora dell’arte dell’eloquenza avea scritti alcuni libri. Un breve compendio di Arte rettorica sotto il nome di Aurelio Cornelio Celso fu pubblicato da Sisto Popma l’anno 1566), il quale essendo divenuto assai raro , fu poi dal Fabricio prodotto di nuovo al fine della sua Biblioteca latina. Egli pensa che sia quello stesso [p. 360 modifica]36o LIBRO di cui Quintiliano parla a’ più luoghi; ma io avendo diligentemente confrontato i diversi passi che Quintiliano ne cita, con questo breve Trattato, credo di poter affermare che esso non ne sia che un assai breve ed imperfetto compendio; perciocchè pochissimo vi si vede di ciò che secondo Quintiliano vedevasi nel Trattato di Celso; e la più parte de’ passi ch’egli ne allega, ivi non si ritrovano. Di Lena non ci è giunta notizia alcuna. Virginio ancora non sappiamo chi fosse; poichè ei non può essere certamente uno de’ due rammentati da Plinio il Giovane (l. 2, ep. 1; l. 6, ep. 21), poichè questi viveano sotto Traiano; e Quintiliano che parla di Virginio come d’uomo già trapassato (perciocchè ei non suole giammai nominare i viventi), pubblicò i suoi libri sotto il regno di Domiziano. Nella Biblioteca degli Scrittori milanesi dell’Argelati leggesi un’erudita lettera del ch. proposto Irico (art. Virginius), in cui si sforza di dimostrare che il Virginio rammentato da Quintiliano è il celebre Virginio Rufo che dopo aver più volte ricusato l’impero , morì pieno di gloria e di meriti verso la repubblica, regnando Nerva; e ch’egli è l’autore de’ libri ad Erennio attribuiti a Cicerone. Ma egli è certo che il Virginio di cui Quintiliano ragiona, era già morto, come abbiamo accennato, quando egli scriveva; ed e innegabile che Quintiliano scrisse sotto il regno di Domiziano. Ei dunque non può essere Virginio Rufo. Innoltre Plinio nel lungo elogio che fa di quest’uomo valoroso (l. 2, ep. 1), fra le moltissime cose che ne dice in lode, non fa alcun [p. 361 modifica]PRIMO 361 motto di lettere nè di libri. Or se Virginio Rufo avesse veramente scritti quei libri, Plinio che aveva in sì gran pregio gli studj, avrebbelo egli dissimulato (a>ì Che poi il Virginio di cui parla Quintiliano, sia 1 autor de’ libri ad Erennio, non vi ha, credo io, ragione che basti o a negarlo, o ad affermarlo. Il Plinio qui rammentato da Quintiliano è il Vecchio, di cui abbiam veduto che più libri avea scritto intorno all’Eloquenza. Rutilio Lupo finalmente sembra quel desso di cui qualche frammento ancor ci rimane nella Collezione de’ Retori antichi pubblicata da Francesco Piteo. XI. Ne’ tempi che venner dopo F impero di Domiziano, nulla minore fu in Roma la copia (a) Il valoroso encomiatore degl’illustri Cimaselo co Giovio crede (Gli Uom. ili Comaschi, p. 4’U 4-^6) che dal passo di Quintiliano qui da me accennato non possa raccogliersi con ceitezza che Virginio fosse già mo. to quando lo stesso Quintiliano scriveva. A ine sembra che quando un autore rammenta alcuni che a* suoi tempi hanno scritto , e poi aggiugne: sonovi anche al presente seri ilo ri ec. debba intendersi che 1 primi son morti. vivi i secondi Se nondimeno pare ad altri che possan credersi vivi anche i primi, io non toglierò loro la sita per sostenere la mia opinione. Egli riflette ancora che l’Iinio non parla, è vero , della letteratura di Virginio nell’elogi da me indicatone, ma che lo nomina tra’ coltivatori de’ buoni studi in un’altra delle sue lettere (’. V ep. 3). Ed è vero eh’egli il nomina insieme con < v erone. con Messala , con Ortensio, ec. Ma è vero ancora che m quella lettera ei non pretende di lulare in essi singolarmente la li He— ralura, ma in sua discolpa li nmn.na come uomini clic benché fosser dotti.simi, inissimi, santissin i, scrisser nondimeno talvolta epigrammi liberi e licenziosi. [p. 362 modifica]ritrono «in* C’ilurmenlc uro. 362 LIBRO de’ retori} anzi pare che per la protezione di cui Traiano onorava le scienze, e per l’impegno con cui il Giovane Plinio le fomentava, fosse ancora maggiore. Molti ne veggiam nominati con lode nelle Lettere di questo valentuomo} ma perchè sembrami che questa lunga enumerazione di retori debba recare a’ lettori quella noia medesima che ne risento io pure, mi ristringerò a due soli di cui egli parla con non ordinarj encomii. Il primo è Iseo che pare fosse di patria ateniese, e venuto a Roma per darvi prova del suo sapere. Grande fama, dice Plinio (l. 2, ep. 3.), n era precorsa; ma egli si è trovato maggiore ancor della fama: egli è uomo di abbondanza e di copia maravigliosa. Sempre parla all’improvviso, ma come se avesse scritto per lungo tempo. Lo stile è greco, anzi attico veramente; e siegue in tutta la lettera a dirne lodi , esaltandone la prontezza a favellar di ogni cosa , la grande erudizione , la varietà dello stile , la forza incredibile di memoria, per cui dopo aver parlato all1 improvviso per lungo tempo , ritornava da capo, e ripeteva ogni ancor menoma parola esattamente. Giorno e notte, dice, altro non fa, altro non ode, di altro non parla, se non di ciò che appartiene a studio. Ha già passato il sessantesimo anno di età, ed è ancor semplice scolastico ossia declamatore. Quindi invita caldamente Nipote, a cui scrive, a venire ad udirlo; e tu se’ , gli dice, un uom di sasso, o di ferro, se non brami di conoscerlo e di udirlo. Questo retore vien rammentato ancora da Giovenale, il quale per denotare un uom [p. 363 modifica]primo 363 di maravigliosa eloquenza, lo dice: Isaeo torrentior (sat. 3, v. 74)• Xli. L1 altro retore di cui Plinio parla con molta lode, è Giulio Genitore. Piacemi di recar qui tutto il passo in cui egli di lui ragiona scrivendo a Corellia, e persuadendola a mandare il suo figlio alla scuola di questo retore, perchè ci fa conoscere sempre più chiaramente l’egregio carattere di Plinio, che, a mio parere, tra tutti gli antichi scrittori latini non ha l’uguale. Egli è ormai tempo, dice (l. 3, ep. 3), di cercare un retore latino, che sia certamente uomo autorevole, modesto e casto. Perciocchè cotesto giovinetto agli altri doni di natura e di fortuna congiunge ancora una singolare bellezza; e a lui perciò nel lubrico dell’età giovanile convien cercare non un maestro soltanto, ma un custode ancora e un direttore. A me pare di poterti sicuramente proporre Giulio Genitore. Io l’amo; ma il mio amore nasce dalla stima che ne ho conceputa. Egli è uom costumato e grave; anzi per riguardo al presente libertinaggio forse ancora un pò rozzo ed austero. Quanto ei sia valente nel dire, tu puoi saperlo da molti, perciocchè un’eloquenza facile e copiosa tosto si scuopre. La vita degli uomini ha de’ gran nascondigli, tra cui spesso si occulta. Ma per Genitore io ti posso esser garante. Il tuo figlio non udirà da lui se non ciò che sia per giovargli; nè apprenderà cosa alcuna cui C ignorar fòsse meglio. Egli al par di noi due gli rammenterà sovente i suoi maggiori e le glorie della sua famiglia. Consegnalo pure col favore degl’iddii a un tal precettore, [p. 364 modifica]364 LIBRO da cui egli apprenderà prima il costume, poi ! l’eloquenza, che senza il costume male si apprende. XIII. Questa sì gran copia (di retori illustri - che era in Roma, pare che avrebbe dovuto o tenere in vigore, o almeno far rifiorire i’ elo’ quenza de’ tempi di Cicerone. E nondimeno i retori stessi furono in gran parte cagione che ella andasse ognor più decadendo. Già abbiam veduto con qual disprezzo ne parla l’autor del Dialogo sul decadimento dell’eloquenza. Uomini che per lo più non aveano altra scienza che quella di parlar facilmente ed elegantemente, in altro non istruivano spesso i loro uditori che a tentare arditamente la stessa carriera, senza prima corredarli di quel sapere che a saggio ed eloquente orator si conviene. L’affettazion dello stile, i detti sentenziosi, le antitesi, le sottigliezze erano il principale ornamento de’ retori di questo tempo; i lor discepoli si sforzavano d’imitarli , e quindi divenivano pessime copie di cattivi originali. Così l’eloquenza andava di età in età degenerando dall’antico splendore, e accostandosi ognor più alla sua totale rovina. Ma di ciò si è parlato altrove assai lungamente; nè è questo il luogo

a cui appartenga la storia dell’eloquenza. [p. 365 modifica]

Capo IX.

Biblioteche.

I. Le pubbliche biblioteche aperte in Roma prima da Asinio Pollione e poscia da Augusto, delle quali nel precedente volume si è ragionato, doveano facilmente risvegliare nell’animo de’ seguenti imperadori il pensiero di imitare la loro munificenza. In fatti Tiberio che pur non fu certamente protettor delle lettere, par nondimeno che un’altra pubblica biblioteca aprisse in Roma. Gellio ne fa menzione: Cum in domus Tiberianae bibliotheca sederemus (l. 13, c. 18) e Vopisco ancora: Libri ex bibliotheca Ulpia... item ex domo Tiberiana (inProbo c.2). Noi non troviam veramente presso alcun degli storici che ne hanno scritta la Vita, memoria alcuna di questa biblioteca di Tiberio. Ma le parole de’ due allegati scrittori sembra che avere non possano altro senso. Noi troviamo in Tacito, ch’egli innalzò un tempio aA’Augusto l. 6 Ann. c. 45); e forse ae’esso contigua era la biblioteca, come contigue aa’altri tempii eran quelle di Pollione e di Augusto. II. Ma troppo funesto alle romane biblioteche fu l’impero di Nerone. Nell’orribile incendio che da Svetonio (in Ner. c. 38) e da Dione (l. 62) e da altri più recenti scrittori si dice espressamente eccitato per voler di Nerone, ma da Tacito si lascia in dubbio, se forse non avvenisse a caso (l. 15, c. 38); in questo incendio, dico, le biblioteche ancora furono [p. 366 modifica]366 LIBRO almeno in gran parte preda del fuoco. Tacito annoverando i danni ch’esso produsse, e le cose di grandissimo pregio che ne furono con sinuate, nomina monumenta ingeniorum antiqua et incorrupta. La biblioteca Palatina singolarmente dovette soffrirne, poichè, secondo lo stesso Tacito, l’incendio ebbe principio a quella parte del Circo ch’era vicino al colle Palatino e al Celio, e dopo essersi sparso pel piano salì ancora all’alto, ed ogni cosa distrusse. Egli è facile a immaginare l’immenso danno che ne seguì a ogni genere di letteratura e di scienza. A que’ tempi in cui si rare eran le copie de’ libri, e in cui il sapere era quasi tutto rinchiuso entro le mura di Roma, moltissimi libri dovettero perdersi interamente. Noi forse a quest’incendio dobbiamo il non essere , annoiati dalle opere de’ cattivi scrittori; chè essendo vene pochissime copie, saranno allora per buona sorte irreparabilmente perite; ma ad esso dobbiamo ancora la perdita di tante pregevolissime opere de’ migliori autori, ch’essendo state composte non molti anni prima, e non essendosene perciò ancora moltiplicate assai e sparse in ogni parte le copie, furon consunte dal fuoco senza speranza di ripararne la perdita. A questo un altro incendio si aggiunse alcuni anni dopo, cioè a’ tempi di Tito, in cui per tre giorni continui le fiamme fecer in Roma orribil rovina (Svet. in Tito, c. 8). In esso tra gli edificj distrutti dal fuoco, Dione annovera (l. 66) il portico di Ottavia insieme co’ 1ibri, cioè la biblioteca che ivi era stata posta da Augusto, e che nell’incendio di