Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. II)/Libro ottavo - Capo IV

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Libro ottavo - Capo IV

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Storia delle arti del disegno fregio 2.png

C a p o   IV.


Arti del disegno presso i Romani — Opere di romani artisti... col loro nome - Imitaron essi i lavori degli Etruschi... e non ebber mai uno stile loro proprio - Stato delle arti in Roma... sotto i re... ne’ primi secoli della repubblica...sino all’olimpiade cxx... ne’ tempi della seconda guerra punica... e della guerra contro Antioco... e dopo la conquista della Macedonia — Conclusione.

Arti del disegno presso i Romani Quantunque la storia delle arti del disegno presso i Romani sia generalmente compresa in quella delle arti greche, pure dobbiamo trattarne a parte, e fare delle ricerche su i loro artisti, poichè molti de’ nostri antiquarj parlano d’uno stile particolare alle opere romane.

Opere di romani artisti §. 1. V’ebbe diffatti altre volte, e v’ha anche oggidì sì delle statue che de’ bassi-rilievi con romana epigrafe o col nome di romano artefice. Tale è la statua scoperta due secoli fa presso s. Vito nell’arcivescovato di Salisburgo1, e per ordine di quel celebre arcivescovo e cardinale Matteo Langio esposta nella sua residenza al pubblico. Essa è di bronzo, di grandezza naturale, e somiglia nell’attitudine al preteso Antinoo, o piuttosto Meleagro di Belvedere2. Una statua simile pur di bronzo, colla medesima epigrafe nella stessa insolita parte, cioè su una coscia, vedesi nel giardino reale di Aranquez in Ispagna. La statua di Salisburgo nella figura, che n’è stata pubblicata, rappresentasi con un’accetta, che senza dubbio è un’aggiunta fattavi posteriormente da [p. 142 modifica]un artista ignorante. Tal è pure la statua d’una Venere in Belvedere, cui, siccome vedesi dall’iscrizione nello zoccolo, fece erigere certo SALLVSTIVS3. V’è nella villa Lodovisi un’altra piccola figura, alta poco più di tre palmi, rappresentante la Speranza, lavorata in stile etrusco4, la quale ha sulla base un’iscrizione romana, come già ho detto al Capo I. di questo Libro5. Anche una delle due Vittorie, di cui ivi pure s’è fatta menzione, ha un nome romano su una delle due fasce, che le s’incrocicchiano sulle spalle6.

§. 2. De’ lavori in rilievo con iscrizioni romane uno ve n’ha nella villa Albani, rappresentante una dispensa, parte di cui vedesi nella figura premessa al Libro IV.7; e tale è la base sul mercato di Pozzuolo, che quattordici città asiatiche eressero in onor di Tiberio: su di essa è scolpita la figura simbolica d’ognuna di quelle città col proprio nome scritto al di sotto con lettere romane, onde credersi deve opera di romano artista. Di tal base parleremo più ampiamente in appresso8.

§. 3. La terza opera di quella maniera, esistente nella villa Borghese e da me pubblicata ne’ Monumenti antichi9, rappresenta Antiope fra i suoi due figli, Anfione e Zeto, ove ogni figura ha scritto al di sopra il proprio nome in carattere romano. Pende a Zeto dietro alle spalle un cappello, indizio della sua vita campestre10; Ansione porta un elmo, e tien la lira mezzo nascosta fotto la clamide. Nello [p. 143 modifica]spiegare questo monumento ho parlato dell’elmo, di cui non ho saputo allora trovar la spiegazione, non essendo Anfione punto guerriero, e mi contentai d’addurre altri esempi di figure con elmo, del quale non sapeasi la ragione, qual era una statua d’Apollo in Amicla di antichissimo lavoro. Or però mi lusingo d’aver trovata la ragione sì dell’elmo di Anfione, che della lira sua mezzo celata; e m’ha a ciò aperta la strada un passo degli antichi scolj greci sul Gorgia di Platone, che l’erudito Mureto trovò in un manuscritto della biblioteca già appartenente alla casa Farnese, e lo copiò sul suo Platone dell’edizione di Basilea, esistente ora nella biblioteca del collegio Romano11. Al leggere quelli scolj m’è venuto in pensiere, che ivi rappresentisi una scena dell’Antigona, tragedia d’Euripide.

§. 4. Che Anfione desse alla fine orecchio ai consigli del fratello, lo leggiamo in alcuni versi d’Orazio12, i quali non sono stati sinora ben intesi, ma che vengono rischiarati da ciò che dice lo Scoliaste; giacché Orazio qui senza dubbio avea di mira la mentovata tragedia. Calicle presso Platone13 volea persuader Socrate ad abbandonare le filosofiche meditazioni, e de’ pubblici negozj occuparsi, come Zeto rimproverava ad Anfione il suo amore per la musica, e l’allontanamento per ogn’altra occupazione; onde dopo varj ragionamenti così gli dice: „ sembra che io faccia teco quella parte che fa Zeto con Anfione presso Euripide ( [p. 144 modifica]κινδυνεύω οὖν πεπονθέναι νῦν ὅπερ ὁ Ζῆθος πρὸς τὸν Αμφίονα τοῦ Εὐριπίδου ); poichè anch’io possa a te dire quello stesso ch’egli al fratello suo diceva, cioè che tu trascuri quanto più dovrebbe importarti„. A quelle parole di Platone così scrive il di lui Scoliaste: „ciò si riferisce ad un passo della mentovata tragedia, ove ad Anfione dice Zeto„ :

Getta la lira, e le armi impugna.
Ῥίψον τὴν λύραν κέχρησο δὲ τοῖς ὅπλοις

Io sono pertanto d’opinione, che l’artista del nostro basso-rilievo abbia voluto esprimere nell’elmo messo in capo ad Anfione, come nella lira mezzo coperta, il momento in cui pare che seguir voglia del fratello suo i consigli. Non mi s’imputerà a colpa, io spero, questa digressione, con cui ho rischiarato Platone ed Orazio14, e possiamo così figurarci una scena almeno dell’Antigona d’Euripide, e s’è inoltre chiaramente spiegato un prezioso monumento dell’arte antica, e d’un artista romano.

...col loro nome. §. 5. V’ha pur delle opere di romani artefici col nome loro. Tal è una statua d’Esculapio nel palazzo Verospi assai mediocre, nel di cui zoccolo sta scritto ASSALECTVS, e nella villa Albani v’è un piccolo lavoro in rilievo15, ove un padre in abito senatorio siede su uno scanno coi piedi su una specie di predella: tiene nella destra il busto di suo figlio, e nella sinistra lo stecco da modellare usato dagli statuarj16: sta rimpetto a lui una donna, che sembra spargere dell’incenso su un candelabro; e vi si legge questa iscrizione:

Q. LOLLIVS . ALCAMENES
DEC . ET . DVVMVIR

[p. 145 modifica]Questo Alcamene però esser dovea un greco liberto della famiglia Lollia, onde non dee annoverarsi come scultore romano17. Vedesi presso Boissard18 una statua coll’epigrafe TITIVS FECIT. Non addurrò qui le pietre incise col nome de’ romani artisti, come Epoliano, Cajo, Gneo ec.

§. 6. Ma questi monumenti non bastano per formare un sistema dell’arte, e fissare uno stile diverso dall’etrusco e dal greco. E’ probabile che i romani artisti non abbiano, immaginato uno stile loro proprio, ma ne’ primi tempi abbiano imitati gli Etruschi, dai quali moltissime cose, principalmente d’uso sacro, adottarono; e ne’ tempi posteriori, sul fiorire delle arti, i pochi scultori che aveano, fossero scolari de’ Greci. Quando per tanto Orazio, parlando de’ Romani de’ giorni suoi, dice:

.......Pingimus, atque
Psallimus, & luctamur Achivis doctius unctis 19,

dobbiamo pensare ch’egli ciò scrivesse per adulare Augusto, a cui quell’epistola è diretta.

Imitarono i lavori degli Etruschi... §. 7. Che gli artisti romani nei tempi della repubblica abbiano imitati i lavori degli etruschi io veggiamo ad evidenza in un vaso di bronzo a forma di cilindro esistente nella galleria del collegio Romano. V’è sul coperchio il nome dell’artista, il quale, come ivi si legge, lo ha lavorato in Roma; altronde lo stile etrusco vi si scorge manifestamente non solo nel disegno di molte figure, ma eziandio nel totale della composizione e del vaso. E’ questo alto due palmi, e un palmo e mezzo ha di diametro20. In due fasce sotto l’orlo [p. 146 modifica]superiore, come sopra l’inferiore v’hanno degli ornamenti; e nel campo di mezzo tutto all’intorno evvi incisa a bulino la storia degli Argonauti, il loro sbarco, la pugna, e la vittoria riportata da Polluce fu Amico. Per dare un’idea del disegno, tra le varie parti della mentovata storia, ho scelta l’ultima rappresentante Polluce, Amico, e Minerva. Vedesi questa alla Tav. I. in fine di quello Tomo, ed il contorno del vaso intero nel libro seguente. Sul coperchio v’è rappresentata in giro una caccia, e in mezzo ad elfo stanno tre figure gettate di bronzo, alte mezzo palmo, cioè la defunta, a cui onore e memoria è flato collocato nel di lei sepolcro quel vaso, e quella è abbracciata da due Fauni con piedi umani, secondo l’opinione degli Etruschi, presso i quali quei semidei o in tal modo soleano effigiarsi, ovvero co’ piedi e colla coda di cavallo, che qui pur hanno21. Sotto quelle figure leggesi l’iscrizione: da un lato v’è il nome della figlia, che onora così la memoria della sua defunta madre:

Storia delle arti del disegno II (page 152 crop A).jpg

Dall’altro lato v’è il nome dell’artefice e ’l luogo:

Storia delle arti del disegno II (page 152 crop B).jpg22

[p. 147 modifica]Ognuno de’ tre piedi, fu i quali il vaso s’appoggia, ha una rappresentazione particolare. In uno di essi si vede Ercole in mezzo della voluttà e della virtù, le quali non con femminili figure, come presso i Greci, ma con figure virili sono rappresentate.

... e non ebber mai uno stile loro proprio §. 8. Il pregiudizio di coloro, che distinguer vogliono uno stile particolare dell’arte presso i Romani e diverso dal greco, nasce da due cagioni. Una è la falsa spiegazione delle figure rappresentate ne’ loro monumenti; imperocchè negli antichi lavori, dove nulla non v’è che preso non sia dalla favola greca (siccome nelle mie Ricerche sull’allegoria, e nella Prefazione ai monumenti antichi mi lusingo d’aver ben dimostrato), trovar vogliono espressi alcuni tratti della romana storia 23; e quindi inferiscono che sian opere di romani [p. 148 modifica]artisti. Così diffatti ragionò un autore superficiale24, il quale in una gemma incisa del museo Stoschiano25, ove rappresentasi Polissena figliuola di Priamo sagrificata da Pirro sulla tomba d’Achille suo genitore, s’immaginò di vedere effigiata Lucrezia, sebben ivi alcun indizio non siavi di violenza o di opposizione. Egli fondò la sua spiegazione sullo stile romano del lavoro di quella pietra, il quale stile, dic’egli, qui chiaramente si scorge: onde, mal ragionando, un’erronea conseguenza dedusse da un falso principio. La conseguenza medesima avrebb’egli inferita dal bel gruppo della villa Lodovisi conosciuto sotto il nome del giovane Papirio, ma che piuttosto rappresenta Elettra e Oreste, se ivi non si leggesse il nome del greco artista26.

§. 9. La seconda cagione di quest’errore nasce da una mal intesa venerazione, in cui si hanno le opere de’ greci artisti; imperciocchè, siccome anche di questi trovansi lavori mediocri, anzi che ad essi, se ne vuol dare a’ Romani il biasimo; e quindi tutto ciò che non è bello a questi s’attribuisce senza cercarne altra ragione. Non si può negare, che le monete de’ primi tempi della repubblica coniate in Roma, se si paragonino con quelle delle città anche minori della Magna-Grecia o dell’Italia inferiore, non sembrino lavoro di un popolo presso cui le arti nascano appena. Ebbi occasione di fare recentemente questa osservazione su alcune centinaja di monete romane d’argento, scoperte presso Loreto nel gennajo del 1758., che antichissimamente erano siate sotterrate in vaso di terra, ov’eransi perfettamente conservate; ed è probabile che tali monete, le quali denno riguardarsi come un pubblico monumento, siano state da’ romani [p. 149 modifica]artisti coniate prima che le arti greche venissero a fissare in Roma la loro sede.

§. 10. Conviene altresì confessare che ne’ tempi medesimi, ne’ quali i Romani veder poteano ed imitare le opere greche, mai ad uguagliare i Greci non giunsero; del che somministra Plinio27 stesso un argomento, ove facendo menzione di due teste colossali, allora esistenti nel Campidoglio, lavoro l’una del celebre Carete discepolo di Lisippo, e l’altra di Decio statuario romano, dice che la seconda in confronto della prima sì deforme parea che d’uno appena mediocre artista credeasi lavoro. Ma non si può quindi inferire che lavoro romano sia qualunque vedesi informe o mediocre antico monumento28; e molto meno si dee giudicare dello stile e del disegno degli artisti romani da alcuni lavori che presto e con poco studio faceansi da mediocri artefici per venderli in commercio, quali sono alcune urne sepolcrali. Da tali opere formerebbesi una ben falsa idea dello stile romano. S’aggiunga che trovansi pure sì informi lavori di artisti certamente greci, come appare dalle loro greche iscrizioni, i quali sembran opere degli ultimi tempi di Roma29.

[p. 150 modifica]§. 11. Tutto ciò si renderà più chiaro col dare una breve notizia dello stato in cui trovaronsi le arti in Roma ai tempi de’ re e della repubblica.

Stato delle arti in Roma...
...sotto i re.
§. 12. Egli è verosimile che sotto i re o ben pochi o fors’anche niun Romano vi fosse versato nelle arti del disegno, e particolarmente nella statuaria, poiché secondo le leggi di Numa, siccome avvisa Plutarco30, era vietato di rappresentare la divinità sotto umane sembianze; in guisa che per 160. anni dopo quel re pontefice, o come scrive Varrone31, nei primi 170. anni, non vidersi ne’ romani tempj statue o immagini degli dei. Dico ne’ tempj ove esposte stessero alla pubblica venerazione, e a i religiosi riti servissero, poiché v’erano in altri luoghi di Roma statue rappresentanti le divinità, come or ora dimostrerò.

§. 13. Serviansi i Romani nelle prime età di artisti etruschi, che erano in Roma allora ciò che poscia furono i greci, e lavoro di quelli fu la statua di Romolo rammentata nel

[p. 151 modifica]Lib. I. Capo II.32, come lo è parimenti la lupa di bronzo allattante Romolo e Remo, posta ora nel Campidoglio, di cui si è parlato al Libro III. Capo III.33.

§. 14. Tarquinio Prisco34, o come ad altri piace, Tarquinio il Superbo35, fè venire da Fregella, paese de’ Volsci, a Roma un artefice che gli facesse la statua di Giove Capitolino in terra-cotta, e la quadriga che fu posta nella sommità del tempio. Plutarco dice, che furono artefici etruschi chiamati da Veja, ed altri vogliono che in Veja stessa fosse eseguita quell’opera36. Una statua di bronzo fece collocare nel tempio del dio Sango37 la moglie di Tarquinio Prisco; e v’erano le statue dei re38 poste all’ingresso del Campidoglio sin dal tempo del tumulto de’ Gracchi sotto il governo repubblicano.

...ne’ primi secoli della repubblica... §. 15. Ne’ primi tempi della repubblica, sì per le continue guerre in cui erano occupati i cittadini, si per la semplicità de’ loro costumi, ben poco lavoro si somministrava alle belle arti. Da un articolo dell’alleanza fatta con Porsenna dopo l’espulsione dei re, in cui si stabilisce che ad altr’uso adoperar non si debba il ferro se non all’agricoltura39 inferir si può che allora non si esercitasse punto la scultura, poichè in conseguenza di tal divieto mancati le sarebbono gli stromenti. Il più grand’onore che a que’ tempi far si sapesse ad un cittadino, era quello d’innalzargli una colonna40, e quando si cominciò a ricompensare con una statua i più importanti servigi renduti alla patria, fu pur fissato che oltrepassar [p. 152 modifica]non dovesse i tre piedi d’altezza41, misura troppo limitata per l’arte. Di tal grandezza si possono credere la statua d’Orazio Coclite erettagli nel tempio di Vulcano42, la statua equestre di Clelia43, che esisteva ancora ai tempi di Seneca44, amendue di bronzo, e molte altre fatte in Roma a que’ giorni. Fecersi pur allora altri pubblici monumenti di bronzo, e fu colonne di tal metallo s’incisero le nuove ordinazioni, quale, a cagion d’esempio, su quella in cui al principio del quarto secolo di Roma fu conceduto al popolo di poter edificare sul monte Aventino45. Su simili colonne furono scritte le nuove leggi de’ Decemviri46.

§. 16. In oltre le statue degli dei doveano, almeno per la maggior parte, essere proporzionate ai tempj, che allora magnifici certamente non erano, se giudicar ne deggiamo da quello della Fortuna47, che fu compiutamente edificato in un anno, e da ciò che degli altri antichi tempj rapportano le storie48, o mostrano le ancor esistenti ruine.

[p. 153 modifica]§. 17. Le summentovate statue saranno probabilmente state lavoro d’artista etrusco. Di ciò ne assicura Plinio49 riguardo alla statua d’Apollo in bronzo, collocata poscia presso alla biblioteca del tempio d’Augusto, statua gettata per comando di Spurio Carvilio nell’anno di Roma 46150, cioè nell’olimpiade cxxi., dopo la vittoria riportata su de’ Sanniti, facendo a tal effetto fondere le corazze, gli elmi, e le altre armi loro. Leggesi che sì grande fosse tale statua da potersi vedere sino dal colle d’Albano, detto or Monte-cavo51. La prima statua di Cerere52 in bronzo fu ordinata da Spurio Gallio console nell’anno 252.53. Nel 417. furono dopo la disfatta de’ Latini erette nel Foro ai consoli L. Furio Camillo, e Cajo Menio delle statue equestri54, come cose nuove allora e straordinarie55; ma non ci vien riferito, di qual materia fossero state lavorate56. Servironsi i Romani eziandio de’ pittori etruschi, dai quali fu dipinto, fra gli altri, un tempio di Cerere; e quelle pitture, quando il tempio cominciava a rovinare, tagliate furono e trasportate altrove col muro stesso57.

§. 18. In Roma si cominciò molto tardi a scolpire in marmo, siccome appare dalla celebre iscrizione58 di L. Scipione Barbato, che fu il più grand’uomo del suo secolo59: [p. 154 modifica]essa è incisa su un sasso comune detto peperino60. Sul medesimo sasso sarà stata incisa l’iscrizione della colonna rostrata di C. Duillio de’ medesimi tempi, sebbene taluno siasi studiato di provare con un passo di Silio Italico61, che fosse sul marmo. I supposti avanzi di tale iscrizione, che oggidì si mostrano62, fono un manifesto lavoro de’ tempi posteriori.

...sino all’olimpiade cxx... §. 19. Sino all’anno 454. di Roma, cioè sino all’olimpiade cxx., le statue avean colà lunghi capelli e lunga barba63, come i cittadini, poiché solo nel summentovato anno vennero per la prima volta i barbieri dalla Sicilia64: e narra a questo proposito Livio65, che il console M. Livio, il quale, essendosi per qualche disgusto allontanato dalla patria, si era lasciati crescere i capelli e la barba, dovè poi farseli tagliare e radersi, consigliato a ciò fare dal senato. Lunghi capelli avea Scipione Africano il seniore66 quando s’intertenne la prima volta con Massinissa67.

...ne’ tempi della seconda guerra punica... §. 20. Ne’ tempi della seconda guerra punica esercitavasi in Roma la pittura eziandio dai nobili, e Q Fabio, il quale dopo la rotta a Canne fu spedito a consultare l’oracolo di Delfo, ebbe da quell’arte il cognome di Pittore68, cognome che i suoi discendenti hanno in seguito ritenuto, e che vedesi sulle medaglie d’alcuni illustri personaggi della famiglia Fabia. Due anni dopo la mentovata sconfitta, Tiberio Gracco fece dipingere nel tempio della Libertà in Roma il [p. 155 modifica]tripudio del suo esercito a Benevento, per la vittoria riportata su Annone presso Luceria. I Beneventani avean fatto un convito ai soldati in mezzo alle strade della città; e poichè la maggior parte di essi erano schiavi armati, Gracco, consentendovi il senato, in considerazione de’ servigi militari prestati per alcuni anni, avea loro innanzi la battaglia promessa la libertà. Pertanto essi mangiavano col cappello, o avendo la testa fasciata d’una benda bianca di lana, per indicare la manomissione loro. E siccome alcuni non aveano ben adempiuto ai proprj doveri, era perciò stato determinato che in punizione avessero, durante la guerra, a mangiar sempre e bere stando in piedi; indi è che in quella pittura alcuni sedeano a tavola, e altri erano in piedi, mentre altri li servivano69.

§. 21. Il celebre Pacuvio figliuolo della sorella d’Ennio non fu men abile pittore di quel che fosse buon poeta70. Narra Plinio, sull’asserzione di Varrone, che nelle romane fabbriche tutto era toscano avanti che i due greci artisti Damofilo e Gorgaso dipingessero il tempio di Cerere71: ante hanc ædem tuscanica omnia in ædibus fuisse; le quali parole io intendo delle pitture, etrusche, onde s’ingannò Arduino credendo che Plinio abbia qui voluto dire che prima della fabbrica di quel tempio tutte le figure erano in bronzo72.

[p. 156 modifica]§. 22. Durante la seconda guerra punica parve che la forza e la politica de’ Romani operassero de’ prodigi. Sebbene più volte fossero interamente disfatti i loro eserciti, cosicchè in Roma non contavansi più che 137000. cittadini73, pur essi sul finir della guerra comparvero in campo con ventitrè legioni74. Quell’agitazione sollevò lo spirito de’ Romani; e lo stato loro, come quello degli Ateniesi in tempo della guerra co’ Persi, prese altra forma. I Romani fecero conoscenza e alleanza co’ Greci, e sentironsi destare in seno l’amore per le loro arti. Il primo a far trasportare i loro lavori a Roma fu CI. Marcello dopo la conquista di Siracusa, ornandone il Campidoglio e ’l tempio da lui stesso consacrato presso la porta Capena75. Lo stesso fece Q. Fulvio Flacco colle statue della soggiogata città di Capua, che tutte furono da lui trasportate a Roma76.

§. 23. Sebbene grande sia stato lo spoglio fatto dai Romani delle statue nelle provincie conquistate, ciò non ostante altre nuove ne ordinarono essi in Roma. Diffatti intorno a que’ tempi i tribuni della plebe col prodotto delle pene pecuniarie fecero fondere delle statue di bronzo da collocarsi nel tempio di Cerere77. Col prodotto medesimo gli edili nel decimosettimo ed ultimo anno di quella guerra fecero ergere tre altre fimili statue nel Campidoglio78, ed altrettante nella stessa guisa ne furono erette non molto dopo a Cerere, al Padre Libero, e a Libera79. L. Stertinio col bottino delle Spagne fece innalzare due archi nel Foro Boario, e gli ornò con statue indorate80. Osserva Livio, che in Roma a que’ tempi non v’erano ancora di quegli edifizj pubblici che in seguito chiamaronsi basiliche81.

[p. 157 modifica]§. 24. Portavansi statue di legno nelle pubbliche processioni; e leggiamo nel testè mentovato storico, che ciò si fece quattr’anni dopo la conquista di Siracusa nell’anno duodecimo di quella guerra. Avendo il fulmine percosso il tempio di Giunone Regina sull’Aventino, fu decretato per allontanarne i sinistri augurj che due di lei statue di cipresso, venerate in quel tempio, portate fossero in giro per la città coll’accompagnamento di ventisette fanciulle in lungo ammanto, che cantassero inni alla dea82.

§. 25. Quando Scipione Africano il seniore ebbe scacciati i Cartaginesi da tutte le Spagne, e stava per andarli ad assalire nell’Africa stessa, i Romani dello spoglio de’ nemici fecero fondere dei simulacri in argento del peso di mille libbre, e una corona d’oro di dugento, che mandarono in dono all’oracolo d’Apollo in Delfo83.

§. 26. Terminata la guerra de’ Romani contro Filippo re di Macedonia, padre dell’ultimo re Perseo, L. Quinzio portò nuovamente dalla Grecia in Roma moltissime statue di bronzo e di marmo, con molti vasi elegantemente lavorati; e nel suo trionfo di tre giorni (avvenne quello nell’olimpiade cxlv.)84 furono pubblicamente portate come parte dello spettacolo85. Tra quelle prede eranvi dieci clipei o scudi d’argento e uno d’oro, e cenquattordici corone pur d’oro, date in dono dalle greche città. Poco dopo, e un anno avanti la guerra contro Antioco il Grande, sul tempio di Giove in Campidoglio fu collocata una quadriga indorata, con dodici scudi pur indorati86; e quando Scipione Africano come legato di suo fratello, disponevasi d’andare al campo contro il summentovato re, fece nella salita del Campidoglio [p. 158 modifica]ergere un arco, ornandolo con sette statue indorate, con due cavalli e due grandi conche di marmo avanti87.

... e della guerra contro Antioco ... §. 27. Sino all’olimpiade cxlvi., e fino alla vittoria riportata sopra Antioco da L. Scipione, fratello di Scipione Africano il seniore, ne’ tempj di Roma la maggior parte delle statue delle deità legno erano o creta88, e ben pochi vedeansi pubblici edificj di qualche pregio89. Ma quella vittoria, che rendè i Romani padroni dell’Asia fino al monte Tauro, e riempì Roma d’immense prede riportate dall’Asia, la pompa stessa, e l’asiatica voluttà vi fece conoscere, anzi ve la introdusse90. E’ si fu a quel tempo che i baccanali passarono dalla Grecia in Roma91. L. Scipione nel suo trionfo, fra gli altri tesori, portò tanti vasi d’argento intagliati, che pesavano 1424. libbre, e 1024. libbre i vasi d’oro, lavorati allo stesso modo92.

§. 28. Poichè dai Romani ricevute furono le greche divinità sotto greci nomi, e greci sacerdoti loro vennero destinati93, nacque tosto il desiderio di averne anche le statue di lavoro greco, o in Grecia commettendole, o facendo di colà venir gli artisti a Roma. I lavori a rilievo fatti in terra-cotta, che stavano ancora ne’ vetusti tempj, teneansi, siccome dice Catone in un suo discorso, qual cosa vile e ridicola94. Si eresse nel tempo stesso a L. Quinzio, che nell’antecedente olimpiade avea trionfato dopo la guerra macedonica, la statua con greca epigrafe, e questa probabilmente di greco artista era lavoro; il che pure congetturar si può d’una statua fatta ergere da Augusto a Cesare, sulla cui base si leggeva una greca iscrizione95.

[p. 159 modifica]... e dopo la Macedonia. §. 29. Stabilita appena la pace con Antioco gli Etolj, dianzi suoi alleati, presero nuovamente le armi contro i Macedoni, in difesa de’ quali accorsero i Romani, allor loro amici. Fu cinta di stretto assedio la città d’Ambracia, che alla fine s’arrese. Era stata colà altre volte la real fede di Pirro, ed era perciò quella città di molte statue di bronzo e di marmo e di molte pitture ornata, le quali cose essendo venute in potere de’ vincitori, le mandarono tutte a Roma: e lo spoglio fu tale che gli Ambracioti spedirono al senato romano legati a lagnarsi che nessuna divinità si fosse lasciata pel loro pubblico culto96. Il trionfo di M. Fulvio, domatore degli Etolj, fu nobilitato da 285. statue di bronzo, e da 230. di marmo97. Per edificare, ed ornare i luoghi de’ pubblici giuochi, che il medesimo console dar volea, fecersi venire dalla Grecia a Roma gli artisti; e vidersi allora per la prima volta in quella città i lottatori secondo il greco costume98. Lo stesso M. Fulvio, essendo censore insieme a M. Emilio Lepido nell’anno di Roma 573. incominciò ad ornare la città con pubblici grandiosi edifìcj d’un qualche pregio99. Il marmo però non v’era molto comune, non avendo ancora i Romani incominciato a dominare tranquillamente nei confini de’ Liguri, ov’era Luna, oggidì Carrara, daddove il marmo bianco già sin d’allora scavavasi100. Ciò si congettura dal sapere che il summentovato censore M. Fulvio dal celebre tempio di [p. 160 modifica]Giunone Lacinia a Crotona nella Magna Grecia101 fece levar le tegole di marmo, e trasportarle a Roma per coprirne un tempio, ch’egli edificar voleva in adempimento d’un voto102. Il censore M. Emilio suo collega fè lastricare di marmo un mercato, e ciò che pare strano, con una palizzata poi circondollo103.

§. 30. L’immensa copia di bellissime immagini e statue, onde Roma era piena, e i molti artisti condottivi fra gli schiavi destarono al fine nel cuor de’ Romani l’amore per le belle arti, di maniera che eziandio i più nobili faceano in esse istruire i loro figliuoli. Così P. Emilio, il vincitore dell’ultimo re di Macedonia, ebbe a maestri de’ suoi figli scultori e pittori, che a quelli le proprie arti insegnarono104.

§. 31. Dopo breve tempo, nell’anno di Roma 564. Scipione Africano il seniore fece collocare la statua d’Ercole nel di [p. 161 modifica]lui tempio105, e de’ cocchi a sei cavalli indorati pose in Campidoglio, ove pur collocò due statue indorate l’edile Q. Fulvio Flacco, il figlio di quel Glabrione, che disfatto aveva il re Antioco alle Termopile, fece innalzare a suo padre una statua indorata, e fu la prima, dice Livio106, che si ergesse in Italia; il che però deve intendersi delle statue erette agli uomini celebri107. Nell’ultima guerra macedonica contro il re Perseo i legati della città di Calce108, che spontaneamente data s’era a’ Romani, lagnaronsi che il pretore C. Lucrezio saccheggiati ne avesse tutt’i tempj, e le statue, e tutte le cose preziose ne avesse fatte trasportare ad Anzio109. Dopo la vittoria riportata contro il summentovato re Perseo, avendo Paolo Emilio vedute a Delfo nel vestibolo del tempio d’Apollo le basi destinate a sostenere le statue di quel re, vi fece in luogo di quelle innalzare le proprie110.

Conclusione. §. 32. Tal è la Storia delle Arti del disegno presso i Romani ai tempi della repubblica. Di ciò che spetta alla medesima Storia da quest’epoca sino alla perdita della romana libertà, essendo frammisto colla greca storia, si parlerà in appresso. Queste notizie però, comechè succinte, servir possono almeno a chi tal materia trattare più ampiamente volesse, e gli risparmieranno la fatica di leggere accuratamente gli antichi scrittori, e di fissare le cronologie diverse da loro usate. Per ritornare ai progressi dell’arte presso i Greci, che sono l’argomento principale di quest’Opera, è da osservarsi che noi dobbiamo esser grati ai Romani di tutt’i monumenti che ci restano dell’arte di quel popolo ingegnoso. Diffatti nella Grecia ben poco è stato scoperto sinora, poiché i [p. 162 modifica]posseditori dì quel paese non solo non iscavano per ricercare que’ tesori, ma nemmeno li pregiano. E siccome l’eloquenza, al dir di Cicerone, da Atene si diffuse in tutte le nazioni, appunto come se colle attiche navi dal porto di Pireo a tutti gli esteri porti e lontane spiagge andata fosse ad approdare; così dir potrebbesi di Roma aver essa sollevate dalle ceneri le arti greche, e averle diffuse come opere sue proprie presso tutte le nazioni della colta Europa. Roma con ciò si è renduta, qual già fu in altri tempi, la legislatrice e la maestra dell’universo; ed aprendo successivamente il suo seno andrà mostrando di continuo anche ai più tardi nipoti que’ prodigi dell’arte, che Atene, Corinto, e Sicione videro e ammirarono un giorno.


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Note

  1. Grut. Inscr. Tom. iiI. pag. 989. n. 3.
  2. Winkelmann ha prese queste notizie dal Grutero (il quale dice la statua maggiore del naturale, e ne dà la figura); ma non avea presente l’idea giusta della statua vaticana, quando ripetè, che quella a quella rassomigliava nell’attitudine: il che non e vero, come ha notato anche il signor abate Visconti nella esposizione della medesima data nel Tomo I. del Museo Pio-Clementino, Tav. 7., e da lui riconosciuta per un Mercurio, come ho avvertito nel Tomo I. pag. 371. not. a.
  3. I nomi scritti sotto questa statua sono Sallustia e Elpido liberti, che la dedicano a Venere Felice, ossia alla loro padrona Sallustia Balbia Orbiana moglie di Alessandro Severo, come dicemmo nel Tomo I. pag. 410. not. a., e qui avanti pag. 136. not. a.:

    VENERI FELICI         SACRVM
    SALLVSTIA       HELPIDYS.DD.

  4. Descript. des pierr. grav. du Cab. de Stosch, cl. 2. sect. 17. n. 1832. pag. 301.
  5. §. 20. pag. 101.
  6. I monumenti romani, o almeno con iscrizione romana col nome del soggetto rappresentato, o del dedicante, sono innumerabili, e molti possono vedersi presso il Boissard, che Winkelmann cita qui appresso, Montfaucon, Foggini Museo Capitol. Tomo IV., e Amaduzzi Monum. Matthæj. Tomo iiI.
  7. Tomo I. pag. 239.
  8. Libro XI. capo iI. §. 19.
  9. num. 85.
  10. Vedi Tomo I. pag. 446.
  11. Ben antico esser deve l’autore di questi scolj, poiché dice in un luogo che ancora a’ tempi suoi vedeasi il muro detto da Platone in Gorgia, oper. Tom. I. pag. 455. in fine, edit. Serrani, pag. 306. lin. 30. edit. Basil., διαμέσου τείχους [intergerino, sive medio muro ]; ed avvisa che tal muro era quello stesso, con cui Temistocle, o Pericle aveano congiunto il porto di Pireo al piccolo porto di Munichia. Meursio [ Piræus, ec. op. T. I. col, 541. segg. ] nell’indicare gli scrittori che parlano di Pireo, non aveva letto questo passo, che non avrebbe omesso, facendosi qui una particolar menzione di quel muro.
  12. lib. 1. epist. 18. vers. 40. seqq.:

    Nec cum venari volet ille poemata panges.
    Gratia sic fratrum geminorum Amphionis atque
    Zethi dissiluit: donec suspecta severo
    Conticuit lyra; fraternis cessisse putatur
    Moribus Amphion ...

  13. in Gorgia, op. Tom. I. pag. 485. E.
  14. V’è anche Dione Grisostomo, il quale Orat. 73. in fine pag. 635. riporta lo stesso sentimento forse preso da Euripide medesimo, ma un poco più dettagliato: scrivendo cioè, che Zeto sgridava il fratello Anfione, perchè non voleva che attendesse alla filosofia, ed alla musica, trascurando così gli affari domestici; e aggiugnendo che la musica, che voleva introdurre, era assurda, e inutile.
  15. Vedine la figura a principio del Libro VII. pag. 5.
  16. Vedi sopra pag. 6.
  17. L’aggiunto di decurione, e di duumviro, che vuol dire senatore, e magistrato (annuale, o per più anni secondo i luoghi) di qualche Municipio, come può vedersi presso Gottofredo al Cod. Theodos. lib. XII. tit. 1. in paratitlo, mi fa credere, che questo personaggio non fosse artista; ma che il monumento fosse lavorato in quell’anno, in cui fu magistrato, forse per simbolo di qualche suo fatto. Winkelmann, che riporta il basso-rilievo nei Monum. ant. ined. n. 186., e lo spiega nella Par. IV. cap. 6. pag. 243. crede Alcamene uno scultore non ostanti tali dignità.
  18. Antiq. & inscript. Par. iiI. fig. 132.
  19. lib. 2. epist. 1. vers. 32. 33.
  20. Il P. Contucci nel luogo da citarsi qui appresso, pag. 5. scrive, che è d’altezza palmi due e un’oncia e mezza, e di diametro palmo uno e oncie sette e mezza.
  21. Si può vedere tutto il vaso inciso in rame presso il Ficoroni Memorie ritrov. nel territorio di Labico, p. 72., ed il P. Contucci nel Tomo I. dei bronzi di quel museo, Tav. 1-9. Un vaso consimile di bronzo, alquanto più piccolo, e diverso nelle figure, lo possiede il signor abate Visconti. Il nostro Autore parlando di amendue nella sua Descript. des pierr. grav. du Cab. de Stosch, cl. 2. sect. 15. num. 1599. pag. 259. li aveva spiegati per due ciste mistiche di Bacco; né so capire come qui abbia mutato sentimento senza darne ragione. Il sig. ab. Visconti, che gli avea comunicata quella sua opinione, diffusamente la sostiene nel Mus. Pio-Clem. T. I. Tav. 44. pag. 81. not. a., e osserva che la figura, che sta in mezzo del coperchio di questo vaso, è un Bacco nittelio o notturno col manto stellato. Figura virile lo è certamente; e Contucci loc. cit. pag. 10, l’ha presa per Macolnio padre di Macolnia, a cui questa abbia porto questo monumento, come a semidio.
  22. DINDIA . MACOLNIA . FILEA (Filia) DEDIT . NOVIOS . PLAVTIOS . MED (me) ROMAI (Romae) FECID (fecit). Questa iscrizione indica la più prisca forma delle lettere romane, e sembran queste essere più antiche, o almeno più etrusche che quelle dell’iscrizione di L. Corn. Scipione Barbato nella biblioteca Barberini, che è la più antica iscrizione romana in pietra, che si conosca. Ne ho parlato nelle mie Osservazioni sull’architettura degli antichi pag. 5. [ Veggasi appresso al §. 18. Noterò qui, che il signor Court de Gebelin Monde primitif, liv. 5. sect. 3. chap. 4. pag. 408. legge e spiega male la detta iscrizione di Macolnia.
  23. Qui l’Autore pare che non eccettui caso alcuno della storia romana rappresentato su i monumenti dell’arte; ma nella detta Prefazione ne eccettua i tanti monumenti, ove sono rappresentati i fatti degl’imperatori, e que’ tratti della più antica storia, confinante, o per meglio dire intrecciata colla favola, quali egli crede il ratto delle Sabine espresso in alcune medaglie, presso il P. Pedrusi I Ces. in metallo, ec., Tom VI. Tav. 8. n. 5., ed altri; l’augure Navio, che taglia la cote, presso Vaillant Num. imp. max. mod. p. 123.; e due altri fatti. Ammettendo questi, perchè non se ne potranno ammettere degli altri ancora? e perchè non farà lecito agli antiquari investigarli per ispiegare i monumenti: Alla storia, e fatti degl’imperatori Winkelmann doveva unire le statue erette ai tanti uomini illustri anche ai tempi della repubblica, delle quali egli parla qui appresso: doveva mettervi in una parola tutti i fatti respettivi di ogni tempo, come per esempio secondo Plinio lib. 35. cap. 4. sect. 7., il quadro, in cui nell’anno di Roma 490. M. Valerio Massimo Messala avea fatto dipingere la sua vittoria navale contro dei Cartaginesi, e di Gerone in Sicilia, esposta in un fianco della Curia Ostilia: così l’altro, in cui L. Scipione fece dipingere la sua vittoria asiatica, collocato nel Campidoglio; e quello di Lucio Ostilio Mancino, che il primo entrò in Cartagine, ove fece dipingere questa città, e l’assedio, onde l’avea circondata; e poi lo espose nel Foro di Roma. A queste pitture si può unire anche quella non ancor pubblicata del museo Ercolanese, in cui è espressa la morte di Sofonisba coll’assistenza di Massinissa, e di Scipione; il basso-rilievo del museo Capitolino, in cui è rappresentato un combattimento di gladiatori romani, riportato da Foggini Tomo IV. Tav. 51.; come potrebbe credersi romano lavoro un piccolo basso-rilievo in bronzo del museo Borgiano in Velletri, che daremo in appresso inciso in rame, ma ne parleremo meglio nell’indice dei rami; ed altri monumenti, che lunga cosa sarebbe voler qui tutti numerare. Lo stesso discorso faremo riguardo ai Greci, presso i quali egualmente si alzarono in tutti i tempi delle statue agli uomini celebri, e si dipinsero, o scolpirono in marmo e bronzo i fatti dei tempi, come battaglie, ed altri soggetti, che non hanno che fare colla storia eroica, o colla mitologia, e vengono riportati principalmente da Plinio nel libro 34, 35 e 36., e da Pausania in tutto il decorso della sua opera. Io dirò pertanto con queste osservazioni, che per ispiegare i soggetti dei monumenti antichi si debba in primo luogo ricercare nella favola greca, o storia eroica, come quella che è stara l’argomento principale dei greci artisti, e in parre anche dei romani, e degli etruschi; e in secondo luogo nella mitologia, e nella storia di queste altre nazioni, e nella storia greca di tutti i tempi.
  24. Scarfò Lettera, nella quale vengono espressi. ec. pag. LXI.
  25. Descript. des pierr. grav. du Cab. de Stosch, cl. 3. sect. 3. num. 345. pag. 395., Monumenti antichi inediti, num. 144.
  26. Vegg. appresso libro XI. cap. iI. §. 29. e segg.
  27. lib. 14. cap. 7. sect. 18.
  28. Potendo essere qualcuno di essi anche di artefice etrusco. Vedi Tom. I. pag. 17 z. not. a.
  29. Che i Romani non avessero uno stile loro proprio si può anche inferire dai pochissimi artefici che hanno avuto. Plinio lib. 35. cap. 4. sect. 7., zelantissimo della gloria di Roma e indagatore assai accurato, ben pochi ne rammenta, e questi per lo più de’ tempi degl’imperatori. È certo che i Romani, avendo sotto gli occhi tanti bei monumenti dell’arte etrusca e greca, avrebbero potuto formarsi agevolmente uno stile particolare da star del pari a quello degli Etruschi, e de’ Greci. Ma una natural ferocia, unita ad una rusticità loro propria, cagionò in loro il disprezzo delle arti liberali: quella urbanità, che ne’ Romani ravvisa il signor Gedoyn De l’urb. rom. Acad. des Inscript. T. VI. Mém. pag. 208. seqq., si è estesa soltanto al loro idioma; e quella civiltà, che ne’ medesimi riconosce il signor Simon Acad. des Inscript. Tom. I. Hist. pag. 70., non fu altro che una cerimoniosa servitù introdottasi in Roma dopo la perdita della libertà. L’esercizio pure della guerra, in cui più volentieri che in qualunque altro impiegavansi i Romani, impedì loro di conoscere il pregio delle belle arti, e di coltivarle. L’ordine dato da L. Mummio, il primo che abbia fatto conoscere in Roma statue e pitture greche, ben fa vedere quanto poco le conoscesse. Dovendosi trasportare in Italia le statue e le pitture più rare prese da lui nello spoglio di Corinto, fece sapere a’ condottieri, che se mai fossero queste andate a male, obbligati gli avrebbe a rifarne altre consimili, Vellej. Paterc. lib 1. cap. 13. Mostrarono, egli è vero, i Romani negli ultimi tempi della repubblica e sotto i cesari somma premura d’acquistar le opere più pregevoli di pittura e di scultura, usando anche al bisogno la forza e la rapina. Questa premura però attribuir si dee piuttosto alla sfrenata loro passione per lo sfoggio e pel lusso, che a genio e gusto per l’arte, della quale, siccome pur degli artisti, ebbero sempre un basso concetto; anzi occupati nell’idea della lor potenza e grandezza, l’arte e gli artisti dispregiavano, Plin. loc. cit. Cicerone Tuscul. quæst. lib. 1. cap. 2., e Valerio Massimo lib. 8. cap. 14. diedersi a diveder animati contro Q. Fabio, uomo altronde d’un merito singolare, perchè abbia atteso alla pittura, studio sordido chiamata dal secondo de’ nominati scrittori [ Cicerone anzi biasima i Romani, che non abbiano data maggior lode a Fabio per l’arte, che professava; che così avrebbero anch’essi avuto i loro Parrasii, e Policleti. An censemus, si Fabio, nobilissimo homini laudi datum esset, quod pingeret, non multos edam apud nos futuros Polycletos, & Parrhasios fuisse? Honos alit artes, omnesque incenduntur ad studia gloria. Fa però capire con quella maniera di parlare, che l’arte non era promossa, e onorata dai Romani. E ciò fa ben intendere anche in Verr. ast. 2. lib. 4. cap. 59., ove dice che il trasporto dei Romani per li monumenti dell’arte era ben leggiero in paragone di quello dei Greci, che era grandissimo, nimio opere ]. Da quello stesso disprezzo però de’ Romani per l’arte seppe Virgilio con impareggiabile finezza e maestria ricavar l’argomento della più bella lode che siasi mai data loro. Presso di lui Æneid. lib. 6. V. 848. seqq. così Anchise predice ne’ campi elisj al figlio Enea i futuri eventi:

    Excudent alii spirantia mollius æra,
    Credo equidem, vivos ducent de marmore vultus,
    Orabunt causas melius, cælique meatus
    Describent radio, & surgentia sidera dicent.
    Tu regere imperio populos Romane, memento
    (Hæ tibi erunt artes), pacisque imponere morem,
    Parcere subjectis, & debellare superbos.

  30. in Numa, op. Tom. I. pag. 65. C.
  31. Ap. s. Aug. De Civ. Dei. lib. 4. c. 31. Clem. Alessandr. Strom. lib. 1. cap. 15. oper. Tom. I. pag. 359., e presso Eusebio De præp. evang. lib. 8. cap. 6.
  32. §. 22. pag. 33.
  33. §. 11. pag. 202.
  34. Plin. lib. 5. cap. 12. sect. 45. [Vedi Tomo I. pag. 209. §. 4.
  35. Plut. in Popl. op. Tom. I. pag. 103. E.
  36. Ciò appunto è quello che dice Plutarco loc. cit.
  37. Scalig. Conject. in Varr. de ling. lat. lib. 6. pag. 160. [ Verrio presso Festo v. Præbia, le di cui parole riporta Scaligero, non dice di che materia fosse quella statua, che Cara Cecilia si fece innalzare in quel tempio.
  38. App. De beli. civ. lib. 1. p. 360. princ.
  39. Plin. lib. 34. cap. 14. sect. 39.
  40. id. lib. 34 cap. 5. sect 11.
  41. idem ibid. cap. 6. sect. 11.
  42. Plutarch. in Popl. oper. Tom. I. p. 106. princ. [ La statua gli fu eretta nel Comizio, e in appresso fu trasportata nella vicina area di Vulcano, Gellio Noct. att. lib. 4. cap. 5. Livio lib. 2. cap. 5. num. 10. la dice eretta precisamente nel Comizio; e Plinio lib. 34. cap. 5. sect. 11. ne parla senza indicare precisamente ove fosse. Il P. Arduino ivi not. 10. p. 643. mostra di non aver letto bene Gellio, scrivendo che la statua, di cui parla Plutarco, fosse diversa da quella eretta nel Comizio.
  43. Plin. l. 34. c. 6. s. 13. [Liv. l. 2. c. 8. n. 13.
  44. Consol. ad Marc, cap. 16. [ E di Plinio, che scriveva ai tempi di Vespasiano. Seneca loc. cit. parla sì chiaramente dell’esistenza di questa statua a’ suoi tempi, che non ne lascia dubbio: Equestri insidens statuæ, in sacra via, celeberrimo loco, Clœlia exprobrat juvenibus nostris pulvinum ascendentibus, in ea illos urbe sic ingredi, in qua etiam fœminas equo donavimus. Plinio anche pare che parli chiaro: Clœliæ statua est equestris: e amendue questi scrittori scrivevano in Roma, e di una statua, che stava al pubblico in uno dei più celebri luoghi di questa città. A questi si deve unire anche Plutarco loc. cit. pag. 107. D. Al contrario Dionisio d’Alicarnasso, che scriveva ai tempi di Augusto, e stette in Roma tanti anni, dice lib. 5. cap. 35. p. 291. che avendone fatte ricerche non l’avea più trovata, e che gli era stato detto essere stata consumata dal fuoco attaccatosi una volta alle vicine case: Nos non invenimus hanc adhuc extantem, & erectam: ferunt enim eam incendio circa proximas ædes exorto absumptam. Io non saprei come sciogliere plausibilmente una contradizione così manifesta. Potrebbe pensarsi, che fosse rifatta la statua dopo i tempi di Dionisio; ma Plinio e Plutarco mostrano di parlare dell’antica: ovvero potrebbe dirsi, che in occasione di quell’incendio fosse messa in luogo privato, e rimessa in pubblico dopo Dionisio.
  45. Dion. Hal. lib. 10. cap. 30. pag. 628.
  46. idem lib. cap. 57. pag. 649. [ Livio l. 3. cap. 28. num. 57. dice in tavole di bronzo; e cosi crederei che dovesse emendarsi il giureconsulto Pomponio nella l. 2. §. 4. ff. De orig. jur., ove le dice scritte in tavole di avorio: chechè dica per sostenere quella lezione Bynkershoek alla detta legge, Prætermissa, ec. op. Tom. I. pag. 286.
  47. Dion. Hal. lib. 8. cap. 55. pag. 505.
  48. Nonius ap. Scalig. Conject. in Varr. de ling. lat. lib. 4. pag. 22.
  49. lib. 34. cap. 7. sect. 18.
  50. Spurio Carvilio fu console, e trionfò nell’anno 459. Livio lib. 10. cap. ult.
  51. Era questa la statua di Giove in Campidoglio gettata per ordine di Spurio Carvilio, come dice Winkelmann; dalla quale era diversa la statua d’Apollo alta 50. cubiti, collocata in quel luogo da Augusto. Plinio l. cit.
  52. idem cap. 4. sect. 9.
  53. Spurio Cassio fu console in quest’anno; ma la statua fu fatta dei di lui beni dopo che fu condannato a morte nell’anno 269. Plinio loc. cit., Livio lib. 2. c. 22. n. 41.
  54. Liv. lib. 8. cap. 11. n. 13.
  55. Livio dice solamente che per quel tempo era cosa rara il vedere alzate quelle statue, non che fosse cosa nuova. Infatti prima di quelle erano state erette quelle, delle quali si è parlato nel §. 15.; e lo attesta anche di altre Plinio lib. 4, cap. 7. sect. 13.
  56. Saranno state di bronzo, come erano tutte le altre equestri.
  57. Plin. lib. 35. cap. 12. sect. 45. Winkelmann in questo luogo non ha badato a ciò che aveva scritto pag. 71., e che scriveva qui appresso nel §. 2l., come veramente dice Plinio; cioè che i pittori del tempio di Cerere erano quei due Greci.
  58. Sirmond. Expl. hujus inscript. V. Fabret. Inscript. cap. 6. n. 90. pag. 461.
  59. V. Liv. lib. 35. cap. 10. n. 10. [ Parla di Cnejo Scipione. Quello di questa iscrizione è Lucio Scipione figlio di Scipione Barbato, uomo che fu veramente grande, e ottimo come dice la stessa iscrizione.
  60. Vedi Tomo I. pag. 30. not. a., e qui appresso al libro XI. capo I. §. 2.
  61. Rycquius De Capit. cap. 33. pag. 400. Parla della colonna rostrata solamente, come ne parla Silio Italico De bello pun. lib. 6. vers. 664.
  62. Nel palazzo dei Conservatori in Campidoglio a piè della scala.
  63. Cicer. Or. pro M. Coel. cap. 14.
  64. Varro De re rust. lib. 2. cap. ult. [ Plin. lib. 7. cap. 59. sect. 59.
  65. lib. 27. cap. 29. n. 34.
  66. Quest’uso antico era sì noto in Roma, anche ne’ secoli posteriori, che Ovidio Fast. lib. 2. vers. 30., per indicare gli uomini di que’ primi tempi, chiamolli intonsi [ come ve li chiamano tutti gli scrittori ], e Giovenale Satyr. 5. vers. 30., ebbe per termini sinonimi capellato ed antico.
  67. Liv. lib. 28. cap. 17. n. 35.
  68. idem lib. 23. cap. 6, n. 11.
  69. idem lib. 24. cap. 6. n. 16.
  70. Vedi qui avanti pag. 70. not. a.
  71. lib. 3S. cap. 12. sect. 45.
  72. L’errore o equivoco di Arduino è chiaro; perchè Plinio avea detto lib. 34. cap. 7. sect. 16., che prima della conquista dell’Asia, di cui parla Winkelmann qui appresso §. 27., tutti i simulacri nei tempj erano di legno, o di terra cotta. Sbaglia poi anche il nostro Autore, che intende Plinio delle sole pitture etrusche; dovendosi intendere sì di queste e, che delle statue: imperocchè Plinio nel detto lib. 35. cap. 12. sect. 45. scrive che Damofilo, e Gorgaso non solamente aveano dipinto nel tempio di Cerere; ma vi aveano fatte anche delle statue di terra cotta: soggiugnendo coll’autorità di Varrone, che prima di questo tempio ogni cosa negli altri era stata di artisti toscani: tuscanica omnia. È chiaro che col dire ogni cosa non si ristringe alle sole pitture, non essendo queste le sole opere di quei due pitrori, e avendo egli detto espressamente nell’altro luogo citato, che le statue in legno, e in terra cotta erano state fatte dagli artisti toscani.
  73. Liv. lib. 27. cap. 31. n. 36.
  74. idem lib. 26. cap. 1.
  75. id. lib. 25. cap. 25. n. 40., Plutarch. in Marcell. oper. Tom. I. pag. 310. princ.
  76. Liv. lib. 26. cap. 27. n. 34.
  77. Liv. lib. 27. cap. 7. n. 6.
  78. id. lib. 30. cap. 30. n. 39.
  79. id. lib. 33. cap. 16. n. 24.
  80. idem ibid. cap. 17. n. 27.
  81. lib. 26. cap. 21. n. 27.
  82. Liv. lib. 27. cap. 31. n. 37.
  83. idem lib. 28. cap. 24. n. 45.
  84. L’anno 558. di Roma.
  85. idem lib. 34. cap. 26. n. 52.
  86. idem lib. 35. cap. 32. n. 41.
  87. Liv. lib. 37. cap. 4. n. 3.
  88. Plin. lib. 40. cap. 7. sect. 16.
  89. Liv. lib. 40. cap. 3. n. 5.
  90. idem lib. 40. cap. 5. n. 6.
  91. ibid. cap. 8. n. 8. 9. [ Cioè, dice, che un ignobile Greco gl’introdusse nell’Etruria, da dove intorno a questo tempo passarono in Roma.
  92. idem lib. 37. cap. 42. n. 59.
  93. Cic. Or. pro Corn. Balb. cap. 24.
  94. Liv. lib. 34. cap. 1. n. 4.
  95. Rycq. De Capit. cap. 26. pag. 336.
  96. Liv. lib. 38. cap. 8. n. 9., cap. 29. n. 43.
  97. idem lib. 39. cap. 3. n. 5.
  98. ibid. cap.14. n. 22.
  99. idem lib. 40. cap. 28. 29. n. 51. 52.
  100. Del marmo di Luna, come vedemmo nel Tom. I. p. 27. non fecesi la scoperta se non poco prima dell’età di Plinio; onde ne’ tempi della repubblica nessun uso se ne sarà fatto. [ Io ho fatto vedere l’opposto loc. cit. ] Ben è vero però che, dacchè si scoperse tal marmo per la vicinanza delle cave e per la facilita del trasporto, se ne fece un grand’uso; e la maggior parte delle opere di Roma più grandiose e magnifiche, come ci assicura Strabone Geogr. l. 5. pag. 340., in marmo di Luna furono eseguite. Avanti che fosse questo trasportato in Roma con tanti altri marmi forastieri, ed anche in seguito, sebbene per gli usi soltanto più comuni, adoperaronsi altri marmi o sassi somministrati dalle vicine contrade, come il gabinio, l’albano, e il tiburtino. Il gabinio fu cosi detto dai Gabi, popolo presso Preneste, ora Palestrina, dove n’era la cava, Strab. loc. cit. pag. 364. E siccome reggeva al fuoco, si continuava eziandio anche a’ tempi dello storico Tacito Annal. lib. 5. cap. 43. ad alzare con esso le fabbriche sino ad una certa altezza senza, valersi di travi. Lo stesso uso facevasi della pietra albana, così detta dal luogo onde traevasi: eran ambedue probabilmente di origine vulcanica. Suetonio in Aug. c. 72. parla di colonne fatte di questo sasso; e Vitruvio De Archit. lib. 2. c. 7. avverte che facilissimo è a lavorarsi. Ove sia in luogo difeso, non si guasta; ma se è allo scoperto, si sfarina e si consuma. Il ributtino per ultimo veniva dalle vicinanze di Tivoli: e un sito ancora più specifico delle latomie di esso, siccome pure del summentovato gabinio, e di certa pietra rossa ci vien additato da Strabone l. cit. pag. 64., il quale dopo d’aver decritta la celebre cateratta dell’Aniene ossia del Teverone, soggiugne: „ Quindi se ne scorre quello fiume lungo que’ luoghi, ove tagliasi la pietra tiburtina e la gabinia, siccome quell’ancora che dicesi rossa, acciocchè dalle latomie si possa agevolmente per mezzo delle navi trasportare a Roma, dove un uso grande se ne fa nelle fabbriche „. Una tal navigazione sull’Aniene essendo col tempo mancata, il trasporto del tiburtino a Roma fassi per terra. I tentativi, che Agostino Steuco da Gubbio Orat., ad Paul. III. de rest. navig. Tyb. p. 221. dice essere stati fatti da Paolo III. per rimettervela, non hanno all’espettazione corrisposto. „ Se questa specie di marmo regge al sovrapposto peso e all’ingiurie de’ tempi, soggiugne il citato Vitruvio l. cit., esso nondimeno è soggetto all’azion del fuoco per cui facilmente si screpola e si discioglie„. Riuscendo perciò il tiburtino assai atto a calcinarsi, ad un tal uso si adopera oggidì in Roma e ne’ vicini Paesi.
  101. Liv. lib. 42. cap. 4. n. 3.
  102. Ciò avvenne nell’anno 579., e il censore era Quinto Fulvio Fiacco, come scrive bene Winkelmann appresso al libro X. capo iiI. §. 35. Il motivo, che adduce Livio loc. cit. di un tale attentato, fu perchè il censore, volendo fare un tempio, di cui non vi fosse in Roma nè il più grande, nè il più magnifico, credette di fargli un maggior ornamento col coprirlo di tegole di marmo; cosa che probabilmente non era stata veduta ancora in questa città: e avendole trovate in quel tempio di Giunone, stimò cosa indifferente di tornele in parte per soddisfare al suo capriccio. Dal che non mi pare si porta dedurre l’argomento che ne deduce il nostro Autore.
  103. idem lib. 41. cap. 26. n. 32. [ Il censore compagno di Q. Fulvio Flacco nell’anno 578. era A. Postumio Albino; e di comun sentimento fecero fare quel lavoro. M. Emilio Lepido era pontefice massimo. Livio l. cit.
  104. Plutarch. in Paul. Æm. oper. Tom. I. pag. 258. B.
  105. Liv. lib. 38. cap. 21. n. 35.
  106. lib. 10. cap. 14. n. 34.
  107. Livio dice la prima delle statue dorate, che si fossero vedute in Italia.
  108. idem lib. 43. cap. 8. n. 9.
  109. Coll’andar degli anni crebbe il numero delle statue in Roma a segno che Cassiodoro Variat. lib. 7. form. 15. ebbe a dire essere stati in quella città due popoli egualmente numerosi, l’uno di statue, l’altro di viventi.
  110. idem lib. 45. cap. 25. n. 27., Plut. l. cit. pag. 270. B.