Una vita/XVI

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
XVI

../XV ../XVII IncludiIntestazione 31 agosto 2009 50% romanzi

XV XVII

Nell’agitazione degli ultimi giorni aveva del tutto dimenticato che il suo viaggio non gli apportava soltanto il piacere di sfuggire i luoghi odiati ma anche la felicità di rivedere il suo paesello. 

Lo evocò dinanzi alla mente e fu subito liberato da ogni amarezza. Si sentiva una gioia purissima all’idea del piacere inaspettato che apportava alla madre. 

Il villaggio era un gruppo di case gettato là in un cantuccio dell’immensa e verde vallata attraversata diagonalmente dalla ferrovia. La stazione giaceva a un tiro di schioppo dal villaggio. Era un casotto da cantoniere elevato alla dignità di stazione in seguito alla domanda fattane dal deputato della regione. Prima si doveva lasciare la ferrovia alla stazione precedente e andare al villaggio in carretta. — Povera ma gente felice! — pensò Alfonso rammentandosi del gaudio che era regnato nel villaggio allorché ottenne la sua stazione. E la bella via che avevano costruito per congiungere la nuova stazione al villaggio! Diritta come sulla carta e larga che ci potevano correre simultaneamente tre carri. 

La casa dei Nitti essendo lontana dalla stazione quanto il villaggio stesso, il padre di Alfonso per giungervi aveva voluto avere anche lui una via più breve che quella oltre il villaggio, e a questo scopo aveva fatto migliorare un viottolo già esistente che andava oltre ai campi dalla sua casa e che si ricongiungeva circa a mezza via alla strada comunale. A quanto Alfonso se ne rammentava, suo padre era stato uomo che aveva dovuto aver vissuto anche in centri popolati; eppure anche lui con quanta semplicità si compiacque che quel viottolo venisse denominato nel villaggio: «Via Nitti». 

Alfonso voleva ricordarsi dell’esistenza di quel viottolo che doveva ora condurlo più presto fra le braccia di sua madre. 

Dinanzi al casotto, appoggiato ad un grosso bastone, assisteva al passaggio del treno il notaio Mascotti. Era vestito con una giubba di velluto nero, pantaloni chiari e stivali altissimi. Tozzo e grosso ma alquanto curvo dall’età, una faccia abbrunata dal sole circondata da una barba corta grigia, era una figura da soldato ma da soldato in ritiro. 

— Già qui? — chiese sorpreso ad Alfonso. 

Alfonso altrettanto sorpreso di rimando chiese: — Ella mi attendeva? 

— No! no! — fece il notaio portando lentamente l’indice alle radici del naso che fregò fino all’altezza dell’occhio. Alfonso comprese dal gesto, ch’egli ricordava, che il notaio rifletteva intensamente. Con naturalezza che ingannò anche Alfonso aggiunse: — Mi sorprende di vederla, ecco tutto! Non l’attendevo. 

Scesero dall’argine sulla strada passando accanto al casotto abitato dal cantoniere e dalla sua famiglia, la moglie e due figliuoli seminudi che guardavano con tanto d’occhi Alfonso come se fosse piovuto dal cielo. Dei due fanciulli, uno di sei anni vestito di una camicia e di calzoni che gli arrivavano al ginocchio, teneva in braccio l’altro di due al massimo, vestito della sola camicia fermata a mezzo il corpo da una fascia da cui pendeva un altro camiciotto. Un miscuglio di membra magre e brune perché anche quello che ancora non sapeva camminare da sé aveva la pelle annerita dal sole. 

Alfonso non comprese subito quanto strano fosse il contegno di Mascotti, perché, tutto inteso a gustare le prime sensazioni che si attendeva dal rivedere il villaggio, non trovava il tempo di osservarlo. 

L’autunno aveva già spogliata la valle e così nuda tradiva la vicinanza della regione dei sassi. La campagna non aveva il colore bruno della terra fertile, umida, ma era sbiancata dalla presenza della pietra bianca che pochi chilometri più in giù o anche più in su signoreggiava. Nei campi più vicini si vedevano i piccoli sassi misti alla terra, v’erano lasciati acciocché il vento boreale che anche qui infuriava non spazzasse via la terra libera; qualche masso maggiore era piantato solidamente e interrompeva la regolarità del solco o impediva nel suo sviluppo qualche albero che rimaneva gracile e con la corona povera. 

Le case del villaggio, nella nebbia leggera che copriva la valle, erano appena appena visibili; visibile invece come una striscia lucida la via larga sulla quale doveva poggiare la casa dei Nitti e che senza mutare direzione diveniva la via principale del villaggio. Il paesaggio non gli dava alcuna sorpresa; se ne era rammentato nei minimi particolari. Di là dal villaggio vedeva biancheggiare la punta del colle di sassi, una cupola regolare senza case e senza vegetazione, alla sua destra un piccolo bosco di pini giovani piantato per lottare con una plaga di sassi. Ma dacché egli era partito il boschetto aveva fatto pochi progressi. 

Ebbe una sola sorpresa. Aveva creduto che la sua casa si trovasse più vicina al villaggio; nel suo desiderio che la madre fosse meno lontana dall’abitato, aveva spostata la casa e la cercò ove non c’era. Giaceva proprio molto lontana, perduta in mezzo ai campi, sola, mentre il vecchio Nitti aveva sperato ch’essendo da quella parte la zona più fertile della valle ben presto sarebbe stata più abitata.  

Alfonso accelerava impaziente il passo. Vedeva ora un lato della casa, rosso di terra cotta. La facciata era volta verso il villaggio ed era l’unico lato che avesse delle finestre meritevoli di tale nome; la postica aveva due buchi praticati dal vecchio medico in persona per agevolare il giro dell’aria. Arrivò al viottolo che portava direttamente alla casa. Doveva esser poco frequentato perché per brevi intervalli si confondeva nei campi e mai se ne staccava distintamente. 

Mascotti, che aveva lungamente taciuto, dopo aver atteso invano di essere interrogato, parlò per primo: 

— Badi che ho sessantacinque anni e che se corre tanto non potrò giungere, come voglio, a casa sua con lei! — Si appoggiò ad un albero per riposare. Poi con aspetto indifferente e tutto occupato a guardarsi il cappellone di felpa bianco che s’era levato di testa, disse: — Sua madre non sta del tutto bene! 

Alfonso lo guardò attentamente e titubante. L’aspetto indifferente di Mascotti era sincero? Commosso chiese: 

— Che cosa ha? 

— Un difettuccio al cuore, non batte regolarmente, a quanto ne dice il medico, — rispose Mascotti che credeva di aver trovato la forma più mite per definire la grave malattia. 

— Ella mi attendeva alla stazione; mi hanno mandato un telegramma? — chiese Alfonso che si rammentò della prima sorpresa di Mascotti al vederlo. 

— Sì, ma grazie al cielo... 

Alfonso non stette a udire che il sì: 

— Ci rivedremo a casa, — e, col baule in una mano, il bastone nell’altra, si mise a correre non badando più a Mascotti che lo seguì per un tratto gridando qualche parola ch’egli non intese. 

La notizia inaspettata gli aveva fatto battere rapidamente il cuore. Doveva essere ben grave se erano stati costretti a richiamarlo con tanta premura. Fu ben presto stanco dalla corsa e dall’emozione, ma continuò a correre sembrandogli che qualche parte della vita della madre dipendesse dall’esito di questo suo sforzo. 

E correndo gli si rizzarono i capelli sulla testa pensando che forse egli correva ad abbracciare un cadavere; non poteva essere che fosse questo l’annuncio che Mascotti aveva voluto dargli gridandogli dietro? 

Oh! egli da molto tempo l’aveva dimenticata quella povera donna che moriva. Erano tre settimane ch’ella non gli aveva scritto e lui tutto intento intorno alle gonnelle di Annetta non se n’era neppure accorto. Non avrebbe dovuto comprendere che solo un grave impedimento poteva averle fatto interromper l’invio di solito tanto regolare delle sue letterine? 

Era giunto finalmente nell’orto dinanzi alla casa. Una vecchia alta e robusta vi raccoglieva delle ortaglie. 

— Che cosa comanda? — gli chiese rizzandosi in tutta la sua lunghezza. 

Era una faccia a lui del tutto nuova. La pelle di questo volto, che solo per la mancanza di peli si riconosceva appartenere a donna, era incartapecorita dal sole e tutta l’espressione della faccia si concentrava nei due occhietti neri, vivaci, da sorcio, inquadrati in quel legno. 

— Come sta mia madre? — chiese Alfonso impaziente. 

— Oh! il signor Alfonso! Ha fatto bene a venire, — disse con lentezza la vecchia, e venne a lui. — La signora, dice il signor dottore, sta meglio. 

Stava meglio quando egli la credeva morta! Ad ogni modo gli veniva accordato il tempo per baciarla e dimostrarle l’affetto immenso che gli gonfiava il cuore. Il caso lo trattava meglio di quanto egli meritasse. 

— Entri! entri! — gli disse la vecchia che guardava con desiderio le sue ortaglie. 

Egli non volle e la invitò ad andare essa la prima a preparare l’ammalata. Poi, vedendo ch’ella indugiava, le spiegò che doveva avvertire dapprima che c’era qualcuno, poi qualcuno che l’avrebbe grandemente sorpresa di rivedere, infine qualcuno che le sarebbe stato caro di rivedere, suo figlio. 

Entrò con lei in casa. Le due uniche stanze che i Nitti avessero abitato nella casa relativamente vasta erano situate al pianterreno. Erano le uniche due che avessero luce a sufficienza e vano era stato il tentativo del defunto dottore di abituarsi ad una terza per servirsene di stanza di studio. Mancava di luce ed era troppo grande perché il vecchio medico co’ suoi pochi mobili e la miserabile biblioteca non vi si sentisse troppo solo; la stanza rimase destinata a biblioteca, ma il dottore non studiò più nulla. 

La stanza posta immediatamente all’entrata era vuota con un solo letticciuolo in un canto, mentre quando Alfonso l’aveva abitata era stata fornita di tutto quanto si poteva nelle condizioni della famiglia Nitti. Alle mura erano stati appesi i pochi quadri che la famigliuola possedeva e molte riproduzioni di quadri celebri, parecchi di Orazio Vernet, cammelli dai corpi enormi e fisonomie tranquille, pazienti, bestie più simpatiche degli uomini che li conducevano.  

Nell’altra stanza avevano abitato i coniugi Nitti. Era ripiena di vecchi mobili enormi di legno semplice che stavano bene in quello stanzone e lo rendevano abitabile. Fra le due finestre v’era un orologio moderno a pendolo, l’ultimo oggetto che il Nitti avesse portato in casa. Durante i mesi di malattia del vecchio medico, la famigliuola, per fargli compagnia, aveva pranzato in quella stanza e nel mezzo era stato posto il tavolo che doveva ancora esserci, a quanto la signora Carolina aveva scritto ad Alfonso. 

La tristezza che lo assalì in quella prima stanza, ove attendeva di venir chiamato e che riconosceva ad onta che non vi fosse alcun oggetto che aiutasse i suoi ricordi, non era tutta risultato del trovare sua madre ammalata. Questa a cui egli sentiva di andare ad assistere era una delle sventure della sua vita. Grandissima era stata quella della morte del padre! In quei luoghi, dinanzi al villaggio e alla casa e in quella prima stanza, dacché aveva abbandonato la ferrovia, egli si sentiva accompagnato dal suo ricordo. La bella gioventù che gli aveva fatto passare: quanto tranquilla, protetta! La famiglia doveva certo aver passato delle brutte epoche ed egli nulla ne aveva saputo, né durante la prima gioventù in villaggio, né poi in città ove il vecchio Nitti per qualche tempo aveva tentato invano di farsi una clientela. Quanta bontà e quanta rassegnazione! Non s’era lagnato mai il vecchio e le esperienze fatte dal padre non avevano rubato le illusioni al figliuolo. — È giusto! — aveva detto un giorno ad Alfonso che nelle vacanze era venuto a casa con uno splendido certificato, — la fortuna che non ho avuto io l’avrai tu. — E Alfonso l’aveva creduto perché vedeva che i genitori, persone vecchie e d’esperienza, lo credevano. 

La madre lo aveva chiamato con un grido in cui egli aveva riconosciuto l’emozione della gioia e la debolezza della malattia. 

Volle gettarsi fra le sue braccia, ma, fatto un passo nella stanza, si trovò nella più profonda oscurità e non ebbe il coraggio di avanzarsi. 

Si sentì preso ruvidamente per un braccio e tratto a sinistra. Comprese che la madre si trovava in quel letto e da lì ella gli chiese balbettando: 

— Sei tu, Alfonso? 

— Stai meglio, mamma? 

— Sì, sì, molto. Apri la finestra, Giuseppina, acciocché lo vegga. 

La vecchia spalancò dapprima la finestra più lontana dal letto e nella penombra egli riconobbe il volto della madre che gli parve poco mutato. Giaceva supina, non lo guardava e mormorava delle parole a bassa voce. Egli fu spaventato credendola febbricitante e la chiamò.  

— Sono religiosa, — disse ella scotendosi, — non speravo più di rivederti e ringrazio chi fece che tu arrivassi tanto presto, — e lo attirò a sé sorridendo. 

Egli conosceva questa voce e questo modo. La gravità e la serietà tanto pronte a fondersi nella dolcezza e nello scherzo. E ancora una volta rivide la fisonomia del padre che pensava e parlava proprio così, mai tanto vicino a sorridere come quando il suo volto si atteggiava a grande serietà e la sua parola risonava pateticamente commossa. Nei lunghi anni ch’ella aveva vissuto con lui se ne era assimilato i modi. 

Giuseppina aperse anche l’altra finestra; la spalancò con un solo colpo, rumorosamente. 

Neppure allora Alfonso si accorse di quanto fosse mutata la fisonomia della madre. La baciò in fronte quasi tranquillato: 

— Hai un aspetto florido. 

— Sono grassa, eh? 

Senza riguardi Giuseppina intervenne con la sua voce poco aggradevole, bassa. 

— Ma sì! lo dico sempre io che ha l’aspetto florido e che il dottore che la fa rimanere a letto è un asino. 

La signora Carolina aveva attirato Alfonso di nuovo a sé e gli passava la mano attraverso ai capelli bruni. 

— Tu sei divenuto anche più bello, ciò che Rosina sicuramente non avrebbe creduto che fosse possibile, — gli disse guardandolo con attenzione. — Abbiamo avuto torto di dividerci. Adesso sarei certamente in questa stessa situazione, ma avrei passato meglio la vita fin qui! 

A quella distanza Alfonso aveva capito che cosa desse alla madre l’aspetto tanto florido. Era gonfia, una guancia molto più che l’altra, e su questa gonfiezza s’era riprodotta la trama della tela grossolana e di qualche cucitura irregolare del guanciale. La sua faccia ch’era stata ovale tendeva ora ad arrotondarsi. I capelli bianchi che ancora le restavano facevano corona intorno ad un volto che sembrava infantile. 

Ella comprese quale impressione dolorosa la vista di quella gonfiezza gli avesse prodotta e volle attenuarla. 

— Oh qui non mi duole! — e con un dito si toccò con disprezzo la guancia. Vi produsse una cavità livida che rimase anche quando ella ritirò il dito. Quello non era nulla, gli spiegò, e non le dava sofferenze. Soffriva molto ai polmoni, non aveva aria a sufficienza. Era probabile che così si morisse. Trovandovisi tanto vicina, andava studiando il mistero della morte. 

Egli cercò di provarle che s’ingannava e avrebbe dovuto essergli facile trovandosi di fronte alla nozione tanto imperfetta della malattia, ma non sapeva mettere tutta la sua intelligenza a ingannarla. Ella moriva, questo era il doloroso, non ch’ella lo sapesse. Aveva compreso che non v’era più rimedio. S’informava ancora di altri sintomi sempre sperando di scoprire degli indizi di benignità. Invano; si trattava proprio di un organismo che andava in isfacelo. Ella aveva sofferto già da anni di disturbi nei quali un occhio esperto avrebbe forse riconosciuto la malattia organica che ne era causa. Anche quando si avvide di avere qualche poco di gonfiezze ai piedi non s’era rivolta al medico, un po’ per ignoranza e molto per riguardo e per economia. Quando finalmente s’era consultata con lui, egli l’aveva fatta rimanere a letto; non s’era alzata più, dicendo che vi si sentiva meglio che in piedi e che le ripugnava di vestirsi per vedersi il corpo sfigurato a quel modo. Ora non poteva più moversi. Quello che non aveva fatto la malattia era stato compiuto dall’inerzia e dalla mancanza d’aria pura. In quella stanza si soffocava. Allorché per un istante erano state aperte le finestre, era giunto fino ad Alfonso un soffio dell’aria di fuori, balsamica in confronto a quella della stanza. 

— Giacché lei c’è qui posso ritornare in orto. Se avessero bisogno di me basta che picchino alla finestra, — disse Giuseppina e uscì. 

— È l’infermiera? — chiese Alfonso. — E di solito ti lascia così sola come ti ho trovata poc’anzi? 

La madre gli spiegò che l’aveva presa in casa da un mese anche perché la rimpiazzasse in quei piccoli lavori ai quali pur era d’uopo provvedere. 

— Così la tolsi alla più squallida miseria. Mi pareva tanto buona e attenta! 

Egli rilevò quell’imperfetto che accennava ad un presente in cui l’opinione su Giuseppina doveva essersi mutata, ed era tanto evidente che attorno a sua madre regnava un’incuria e un’indifferenza grande, sproporzionatamente alla gravità del male di cui moriva, che, incapace di frenarsi, egli scoppiò in singhiozzi. 

Ella comprese perché piangesse, e, avendo immediatamente le lagrime agli occhi anch’essa, lo abbracciò stretto per ringraziarlo della manifestazione d’affetto a cui doveva essere poco abituata. 

— Adesso ci sei tu e non ho bisogno d’altri. 

Per tranquillarla volle indicare tutt’altra ragione allo scoppio del suo dolore e si lamentò che non lo si fosse avvisato prima perché egli avrebbe portato con sé qualche bravo medico della città il quale l’avrebbe fatta guarire prima e le avrebbe risparmiato molte sofferenze. Ma le sue parole non riuscirono che a commoverla maggiormente. Piangeva e il povero corpo a mezzo inanimato rimaneva immobile come inchiodato; la sola testa si piegava sul guanciale per avvicinarsi a lui. 

Spaventato della commozione in cui l’aveva gettata, le assicurò che ben presto, con l’aiuto del medico che voleva chiamare quel giorno stesso, sarebbe guarita. Del resto incapace di rassegnarsi a quella situazione disperata, per quanto poco potesse ancora sperare, voleva pregare Prarchi di venire lui a curarla. 

Ma ella aveva la mente più solida del figliuolo. Gli proibì di far venire altri medici perché ella ne aveva a sufficienza di quello che veniva a trovarla. Voleva morire in pace, e, presa fra le sue una mano di Alfonso, se la portò alla guancia e per poggiarvi la testa, con sforzo immenso si gettò su un fianco. Poi pianse chetamente senza singhiozzi, celandosi gli occhi con una mano. 

Era proprio finita. Quale miracolo avrebbe più potuto regolare quel corpo che muovendosi gli si era rivelato informe del tutto? 

Giacché salvarla non si poteva più, egli fece dei tentativi per distrarla. Come se vi desse importanza le chiese quali medicine le fossero state date. 

— Dovrei prendere di quella, — gli rispose ella, — ma non ne voglio perché mi fa male. Dopo presa, oltre la difficoltà di respirare mi capitano giramenti di testa... qualche volta anche le convulsioni. 

Ella non aveva ancora liberi gli occhi dalle lagrime che alzò il capo con vivacità e con malizia, sorridente, gli chiese: 

— Diventi presto direttore? Come va alla banca? 

Appena allora entrò il notaio e disse anche d’essere stanco per la corsa che Alfonso gli aveva fatta fare. Il buon uomo invece aveva la respirazione calma e sulla sua fronte increspata e bassa non v’era traccia di sudore. 

Rimproverò e acerbamente Alfonso di aver fatto piangere la signora Carolina. 

— Ella è intelligente e dovrebbe capire che le può far male. 

— Ho pianto io, non è lui che mi ha fatto piangere, — disse la signora Carolina. 

Ma Mascotti non udiva e ripeteva le stesse frasi forse lieto di potersi mostrare zelante mentre Alfonso soffriva al vederlo rumoreggiare senza riguardi in quella stanza come se si fosse trovato in piazza. 

Con una risoluzione di cui non l’avrebbe ritenuta capace, per interrompere quel gridio, a voce alta la signora Carolina dichiarò che stava benone e premette il polso della mano sinistra di Alfonso; aveva ancora sempre sotto il suo capo la destra. 

Alfonso avrebbe avuto il desiderio di sfogarsi con Mascotti, rimproverarlo di non averlo avvertito prima e fargli capire che non era soddisfatto del modo con cui la povera ammalata era stata trattata, ma per il momento non poteva. Provò una certa soddisfazione all’accorgersi che Mascotti stesso doveva sentirsi colpevole visto che cercava di scolparsi. Senza che nessuno lo avesse interrogato sulla ragione che lo aveva indotto a lasciar ignorare ad Alfonso la malattia della signora Carolina, disse che gli era sembrato inutile di avvisarlo, visto ch’essa era stata sempre in buone mani e ripeté questa frase come per far tacere qualcuno che avesse asserito il contrario. Egli veniva a farle visita ogni giorno, ben volontieri s’intende, e la Giuseppina ch’egli le aveva messo accanto era una buona infermiera. 

Questo, che forse era vero, parve ad Alfonso tanto poco, che non seppe trattenersi e dinanzi alla madre lo rimproverò: — Avrebbe dovuto prevenirmi! — e lo guardò con sdegno proprio per fargli comprendere che aveva da fargli anche altri più gravi rimproveri. 

— E la sua carriera? — chiese Mascotti. — Io, quale suo tutore, dovevo pur aver cura che non la interrompesse. 

La signora Carolina non aveva badato a questi discorsi: 

— Adesso capisco, — e sembrava che lungamente avesse studiato silenziosa, — adesso capisco perché hai l’aspetto tanto mutato. Vesti tutt’altrimenti. Ti sei messo alla moda. — Rise lieta di scoprire nel figliuolo l’apparenza da signore. Ammirò pezzo per pezzo, dal solino rigido fino al taglio dei calzoni, e così la discussione fra Mascotti e Alfonso venne interrotta. «Non abbandonata però,» pensò Alfonso, che avrebbe voluto trovare qualcuno su cui vendicarsi. 

Poco dopo venne il dottor Frontini, un bel giovine vestito ricercatamente, dal volto ovale regolare ma troppo regolare e i mustacchi folti di color bruno con qualche bagliore d’oro. Fu cortese con l’ammalata ma, e gliene derivò un sentimento di antipatia per il dottore, Alfonso comprese ch’ella lo temeva. Ella giurò di aver presa la pozione due volte in quel giorno, mentre a lui aveva confessato che dalla sera innanzi non l’aveva toccata. 

Come Alfonso più tardi apprese, il dottor Frontini era un giovine che aveva esordito in una grande città ove però, forse per mancanza di aderenze, non aveva saputo conquistarsi una clientela sufficiente e sbalestrato al posto miserabile di medico condotto si credeva uno spostato e non amava i suoi clienti. 

Dopo di aver dichiarato che riscontrava qualche miglioramento nello stato dell’ammalata e raccomandato di prendere con regolarità la medicina, si avviò per andarsene. 

Alfonso gli corse dietro e lo raggiunse in orto. Voleva sentire la sua opinione franca. 

Il dottor Frontini dichiarò che la malattia era molto ma molto grave, ma non escludeva la possibilità che il cuore potesse riprendere la sua attività regolare; ciò accadeva di spesso. S’era accorto dell’immensa angoscia impressa sul volto di Alfonso e aveva aggiunto la seconda frase per compassione. Vedendo che il medico lo guardava con attenzione, con la sua solita rapidità di percezione Alfonso comprese che la prognosi era stata modificata per risparmiarlo. Non poté lagnarsene. Egli conosceva quanto il medico stesso la gravità della malattia e il giudizio di costui non poteva tranquillarlo, ma per il riguardo che il dottore gli usava pensò di essersi ingannato sul suo conto. Certo almeno in quell’istante il dottor Frontini s’interessava all’ammalata. Era forse un vantaggio che alla signora Carolina derivava dalla venuta di Alfonso perché preziosa apparisce la vita di una persona prima di tutto per il valore che altri vi pone. 

Alfonso passò il resto della giornata accanto al letto della madre. Soffriva di non poter andare nel villaggio a salutare degli amici e rivedere qualche parte del caro nido, soddisfare il lungo desiderio. Ma non poté allontanarsi. 

Era rientrato nella stanza e la signora Carolina aveva ben presto espresso il desiderio di dormire; gli occhi le si chiudevano dal sonno. Egli si gettò sul letto del padre a guardarla addormentarsi. Ma per la signora Carolina era compito più difficile di quanto ella stessa sembrasse supporre. Precisamente quando stava per pigliare sonno, con un sussulto violento ritornava in sé. Qualche volta il sussulto era tanto violento ch’ella agitava le braccia come persona che perda l’equilibrio. 

— Non posso! — sospirò, e già rassegnata lo pregò che le parlasse per farle passare il sonno che non poteva soddisfare. Pronto, egli si alzò e si sedette accanto al suo letto. Anziché parlarle d’altro come ella avrebbe voluto, cercò di convincerla di tentare ancora di dormire. Ella chiuse gli occhi per compiacerlo ed egli rimase fermo a guardarla. Quando da un movimento quasi impercettibile del braccio egli comprese ch’ella stava per destarsi col solito sussulto, incapace di rimanere spettatore passivo, le afferrò nella sua la mano e ve la tenne stretta solidamente. Vedendo che l’ammalata si acquietava afferrò anche l’altra mano. Sorpreso e beato la vide addormentarsi di un sonno quieto, ristoratore, ma anche nel sonno, se egli soltanto rallentava la stretta delle sue mani, ella appariva subito meno sicura. 

Qualche vantaggio le poteva dunque ancora apportare e ne fu tanto lieto che per qualche tempo dimenticò il brutto pronostico fatto dal medico e la propria disperazione. Da lungo tempo non aveva provato una gioia così intensa e così pura! Pensò con disprezzo ai dolori che aveva sofferto in città. Che importanza poteva loro accordare in confronto ai sentimenti da cui era invaso accanto al letto della povera donna moribonda? Godeva ripensando alle parole di Francesca per le quali poteva credere che abbandonando la città tagliasse definitivamente la sua relazione con Annetta. Ora, a quel letto, non sentiva né rimorsi né rimpianti. La sua indifferenza dava il medesimo aspetto incolore tanto al suo amore per Annetta quanto alla ripugnanza che aveva sentito per essa. Tutta l’avventura mancava d’importanza, e se ne aveva, era unicamente per il fatto che casualmente era stata dessa che lo aveva portato più presto al suo posto, presso sua madre. 

Nelle lunghe ore ch’egli passò là, inerte, ragionò anche una volta sui motivi che lo avevano indotto a lasciare Annetta, ma come sempre il suo ragionamento non era altro che il suo sentimento travestito. La sua ripugnanza per Annetta, egli andava dicendosi, era spiegabile, anzi naturale. Non v’era nulla di comune fra lui e quella donnetta ch’egli aveva potuto conoscere tanto esattamente come se gli fosse stato dato di saperne ogni azione, ogni parola, ogni pensiero da lei avuto dacché era nata. Quando ella parlava dimostrava più che altro il desiderio di piacere, quando scriveva era vana, e vana e sensuale quando amava. Egli faceva dei confronti fra lei e la povera donna di cui sosteneva il sonno. Anche in quello stato la signora Carolina tradiva quanto avesse amato il marito e in quale modo; tanto umilmente che ancora ne conservava, ricordo vivente, i gesti, i modi che inconsciamente imitava, persino qualche cosa della fisonomia. Per lui sarebbe stata una tortura di vivere accanto ad Annetta. Lo avrebbe reso ricco e avrebbe ritenuto suo diritto di averlo a schiavo; la vanità e i sensi che l’avevano gettata fra le sue braccia potevano farla cadere anche con altri. 

— Ti sei seccato molto? — chiese la signora Carolina aprendo gli occhi verso sera. Nel debole chiarore del tramonto quegli occhi lucevano ridenti. Da lungo tempo non aveva dormito così bene e, dicendolo, per gratitudine, baciò le mani che Alfonso ora poteva ritirare. 

— Chissà, forse potrò vivere ancora! — Doveva sentirsi meglio di molto per parlare così e non occorreva di più per dare grandi speranze ad Alfonso. La baciò lungamente sulla fronte e le disse che avrebbero sempre passato insieme la vita che loro rimaneva; identificava le sue alle condizioni della madre per fortificarla nelle sue illusioni. Neppure allora ella non aveva speranze tanto grandi. Dichiarò che non sperava più di poter correre, saltare, forse neppure uscire di casa; magari in letto, ma voleva vivere. 

Cenò con lui che stava a guardarla estatico, meravigliato di vedersi svegliare in lei prontamente col desiderio la capacità di vivere. Volle non vedere nella fame svegliatasi improvvisamente nella madre che la naturale reazione di un organismo indebolito che vuole rifarsi, mentre la fretta con cui ella ingoiava il poco cibo che le riusciva di prendere dinotava piuttosto il vivo desiderio d’illudersi, la fretta di usare vantaggiosamente della tregua accordatale. Ben presto con ribrezzo volle allontanato l’apparecchio. Si stese nel letto e fu difficile capire se fosse veramente lieta di poter dire: — Da lungo tempo non ho mangiato tanto. 

La Giuseppina annunziò la visita del medico, ciò che scosse la signora Nitti. Meravigliata e seccata, disse ch’era la prima volta ch’egli sentisse il bisogno di venirla a vedere due volte in un giorno. Alfonso ridendo le chiese se volesse fargli il rimprovero che quel giorno veniva due volte oppure che gli altri non veniva che una. Con disprezzo ella rispose ch’egli non capiva nulla della sua malattia e che avrebbe fatto meglio a non venire affatto. 

Poi ella lo subì e non seppe o non si curò di nascondere che la sua visita l’annoiava. Egli si dimostrava premuroso, chiedeva notizie, dava consigli, ma non riceveva in risposta che monosillabi, e vedeva ricevuti i suoi consigli con silenzio interrotto da qualche esclamazione poco entusiastica: 

— Sì... sì... proverò anche questo se vuole. — Alfonso cercò di riparare alle mancanze della madre dando lui le risposte che il medico voleva dall’ammalata, ma comprese all’aspetto pallido di costui, al suo imbarazzo, all’interruzione improvvisa della visita, di non essere riuscito nel suo intento. Spaventato dall’ira ch’egli credeva covasse sotto all’affettata freddezza, gli corse dietro e con la franchezza che credeva essere la migliore politica gli chiese se fosse adirato per il contegno della madre. Attese con vera ansietà la risposta. Nelle vicinanze non essendoci altri medici gli premeva di renderselo amico. Il giovine medico ebbe il torto di esitare per un istante e poi quello maggiore ancora di dire con disprezzo, lisciandosi affettuosamente con una mano i grossi baffi: 

— Oh! questi vecchi, specialmente quando sono ammalati, perdono la testa! — Poi nulla aggiunse e non rispose nulla alla promessa di Alfonso che avrebbe indotto la madre a portare maggior rispetto a chi lo meritava. Il giovine medico era offeso e aveva anche l’intenzione di farlo sentire. 

Ritornato dalla signora Carolina, Alfonso volle convincerla che il dottor Frontini meritava di venir trattato meglio. 

— Ma sì, ma sì — rispose ella annoiata, — lo tratterò meglio, ma poi non due volte al giorno. — E immediatamente dimenticò il medico. 

Non aveva più voglia di dormire altro e passarono metà della notte a fare dei piani per l’avvenire. Ella doveva venir a vivere con lui in città. Per adescarla meglio a sperare, facendole credere nella sincerità delle sue speranze, le descrisse la vita in città cercando anche di abbellirla. Così dovette raccontarle molta parte delle proprie avventure e, visto che ne era la più importante, non seppe omettere completamente tutto quanto si riferiva a quella con Annetta. Raccontò della sua amicizia col vecchio Maller e con Macario e anche come passava le sere a scrivere il romanzo con Annetta. Quest’Annetta che subito diede sospetto alla signora Nitti egli disse essere brutta molto e per di più promessa sposa di un suo cugino; non si poteva trovare meglio l’accento dell’indifferenza. 

In città, in due, sarebbero vissuti felici e comodi perché il ricavato della vendita della casa e dell’orto li avrebbe aiutati. Non sarebbero andati dai Lanucci, gente troppo triste; sarebbero rimasti soli perché volevano vivere allegri. Forse nessuno dei due sinceramente sperava, ma intanto era una bella musica che ascoltavano. Le parole non sembravano irragionevoli. Perché abbandonando quei luoghi ella non avrebbe potuto lasciarvi la malattia? 

Furono ben presto richiamati alla triste realtà. Per un quarto d’ora alla signora Carolina riuscì di celare che si sentiva male. Alle domande di Alfonso, il quale della sua inquietezza s’era avvisto, ella rispondeva che stava bene quantunque agitata. Volle anche reagire. Premeva una mano di Alfonso come se in quella stretta cercasse sollievo e teneva chiusi gli occhi avvertendo che voleva dormire. Ma questa resistenza durò poco e con un grido di dolore si levò a sedere. 

— Non ne posso più! — mormorò sordamente. Aveva il respiro frequente e breve. — Fin qui, — disse accennando a un punto del petto, — l’aria non giunge più oltre. — Da questa espressione soltanto egli comprese che cosa ella sentisse. 

Come ella volle, l’aiutò ad alzarsi dal letto e sedere su un seggiolone comodo su cui il vecchio Nitti aveva passato parecchie ore d’ozio all’aria aperta e che ora era accanto al letto, destinato proprio a ricettare l’ammalata nelle sue ore peggiori. La coprì, mentre livida, coperta da un sudore freddo, ella abbandonava la testa sullo schienale; apparentemente non vedeva ciò ch’egli andava facendo. Di tempo in tempo dava un grido con voce alterata, o anche, con sommo sforzo, esprimeva qualche parola con la quale si lagnava o imprecava. 

Per parlargli ella non trovava tanta voce quanto per lagnarsi. Due volte egli non comprese che cosa ella gli chiedesse. Voleva aria, voleva ch’egli aprisse la finestra e, dopo compreso, avendo egli esitato temendo per essa del freddo, esasperata con un’occhiata di risentimento, ella mormorò: 

— L’aprirò io. 

Non lo fece perché non le riuscì di alzarsi dal seggiolone. 

Dalla finestra ch’egli aveva spalancata, entrava ora l’aria in abbondanza. Ad onta della mortale agitazione in cui si trovava, egli se la sentiva entrare benefica nei polmoni assetati. La respirazione della madre continuò frettolosa e superficiale. 

Egli si rammentò che avrebbe potuto avere bisogno di Giuseppina. Corse nella stanza vicina e la trovò che dormiva con le coperte fino al mento. La chiamò gridando, ma inutilmente, e impaziente dovette risolversi a scuoterla per un braccio. 

— Che c’è? — mormorò ella, e si capiva che a mezzo desta lottava per continuare a dormire perché tentava di sottrarsi alla mano che l’aveva afferrata, e si faceva piccola piccola contro il muro. 

— Mamma sta male. Si alzi e accenda il fuoco. 

— Ma se non serve! Bisogna lasciare che passi da solo. 

Senza dubbio ella era quasi del tutto desta, ma usava della poca capacità di ragionare che così aveva acquistato, per tentar di provargli che sarebbe stato bene di lasciarla nel suo letto. 

— Si alzi! — ripeté imperiosamente Alfonso e dovette correre via chiamato da un grido della madre. 

La signora Carolina era ritornata da sola nel letto e premeva la bocca sul guanciale. Lo pregò ora di chiudere la finestra perché il caldo forse le avrebbe fatto bene e poco dopo gliela fece riaprire, sempre sorpresa che da tanti tentativi non le venisse alcun sollievo. 

— Ho fatto accendere il fuoco. Vuoi un tè che forse ti calmerà? 

— Sì, sì, — gridò ella con una gioia come se le avessero proposto di star bene. 

Giuseppina era ancora in letto e di nuovo addormentata. Furibondo egli la trasse con violenza per il braccio che pendeva penzoloni fuori del letto; era l’unica parte che avesse obbedito alla prima chiamata. Irritata e quindi ben desta, Giuseppina si mise a gridare ch’era una vergogna che dopo una giornata in cui aveva molto lavorato non la si lasciasse dormire. Poi però fu spaventata. 

— È matto? — chiese a mezza voce vedendolo saltare per la stanza e gettarle raggomitolate le sue gonnelle. 

— Si levi immediatamente e faccia un tè, — le gridò furibondo, — altrimenti la getto fuori della porta. 

Ella si apprestò ad alzarsi senza mormorare più oltre. 

L’affanno doloroso avuto dalla madre era diminuito; aveva ancora la respirazione celere ma non si lamentava più. Qualche poco di sangue era ritornato a colorirle il volto. Così supina con le braccia inerti sembrava dormisse. Badando di non far rumore egli chiuse la finestra. Allorché venne Giuseppina col tè, volle impedirle di andare al letto, ma la signora Carolina la chiamò. Bevette qualche cucchiaiata di tè senz’aprire gli occhi e Giuseppina, vedendola calma, disse agramente: 

— Non era dunque tanto grave! 

— Esca! — gridò Alfonso indignato al vederla tanto indifferente. 

— Perché ti adiri tanto? — chiese la signora Carolina quando Giuseppina fu uscita. — Già non serve! Non capisce nulla! 

Ella dunque soffriva dell’imbecillità e indifferenza del suo contorno. 

Per altra mezz’ora ella non si mosse, ma quando egli già sperava che si fosse addormentata la sentì parlare. Era un pensare ad alta voce. 

— Non dicevo niente! — rispose all’interrogazione ch’egli le fece. Ma poi senza ch’egli altro domandasse, soggiunse: — Pensavo quale sciocchezza sia quella di fare dei piani per l’avvenire trovandosi nelle mie condizioni. 

Cercò d’incoraggiarla e mancando di migliori argomenti parlò della medicina prescrittale dal medico. Quella doveva darle la salute e, visto che non l’aveva mai presa regolarmente come si doveva, bisognava tentare. Fu il primo ad essere convinto dalle proprie parole. Infatti il più forte dei suoi doveri, quello che gli altri avevano trascurato, era di convincerla a seguire la cura. Se la salvezza era ancora possibile, non poteva venire che da quella. 

Le portò un cucchiaio della pozione fin sotto le labbra quando ella non aveva ancora assentito. Stringendosi nelle spalle ella si lasciò convincere. 

Un’ora dopo stava meglio. 

— Sì, sì, — disse ella per calmare gli entusiasmi di Alfonso, — anche il mese scorso la medicina mi giovò la prima volta che la presi, mentre poi non mi fece che male. 

Egli si sdraiò vestito sul letto del padre e si propose di non dormire. Il sonno lo vinse e non si svegliò che a giorno chiaro. 

— Come stai? — chiese alla madre ch’era stata a guardarlo a dormire. 

— Meglio, meglio! — rispose essa con un sorriso di gratitudine, — ho preso un’altra cucchiaiata della medicina e mi sento alquanto sollevata. 

Poi gli chiese se non avesse desiderio di vedere il villaggio e salutare i suoi vecchi amici. Lo assicurò che per una o due ore poteva rimanere sola. 

Egli raccomandò a Giuseppina, che trovò già occupata di nuovo nell’orto, di badare alla madre ed ella glielo promise. Le parlò con dolcezza. Già spaventata al vederlo, la contadina s’era affrettata a raccontargli che stava raccogliendo erbaggi per il pranzo. Ella non era una poltrona, ma preferiva lavorare la terra che servire un’ammalata, e il torto era di chi l’aveva destinata a infermiera. 

La casa stranamente volgeva uno dei lati alla strada maestra ed era unita a questa da un viottolo costruito dal piede dei passanti. 

La campagna era ancora bianca dalla brina che il sole autunnale non aveva saputo sciogliere. Visto da quel punto, il villaggio sembrava molto più insignificante di quanto fosse; pareva composto di due semplici file di case. Una curva della strada maestra nascondeva la parte meno regolare ma più popolata. Dalla parte della valle v’era ancora una via della lunghezza di metà della principale a cui era parallela e poi, addossato a quella, un mucchio disordinato di casette sucide ove abitava la parte più povera della popolazione. Nel suo piccolo, il villaggio aveva in embrione tutte le sezioni della città. 

Alfonso si agitò e accelerò il passo vedendo alla finestra la testa nera di Rosina, il suo primo amore. Non l’amava più, questo era certo, ma quale dolce e giocondo sentimento al rivederla! 

Era una giovinetta che serviva la vecchia parente presso la quale abitava, ma in casa aveva tanto poco da fare che viveva come una signorina, meglio di qualunque altra ragazza del villaggio. Alfonso aveva ballato con lei ad una sagra e l’aveva prescelta prima di tutto perché egli la vedeva bellissima e poi perché per cultura e vestire gli sembrava superiore alle altre. Poi s’era sviluppata fra di loro una buona amicizia che si manifestava in alcune parole che scambiavano giornalmente, ella sulla finestra e lui sulla via. Qualche sera chiacchierarono insieme fermandosi un poco più in là della casa, dunque fuori del villaggio, ma nella completa oscurità egli non s’era arrischiato neppure di baciarle la mano. Le aveva fatto delle lodi esagerate della sua bellezza, ma non le aveva neppure detto di amarla. Il suo ideale non era realizzato in Rosina ed allora non aveva ancora rinunziato a trovarlo. Non aveva dunque mai avuto l’intenzione di andare più oltre, mentre nel villaggio si disse, e la signora Carolina lo riscrisse ad Alfonso, che Rosina aveva provato una forte disillusione alla sua partenza. 

Si avvicinò meravigliato ch’ella non lo avesse riconosciuto subito pur avendolo veduto: 

— Signorina, non mi riconosce? 

— Oh! il signor Alfonso! — disse Rosina con sorpresa calma, e fece un leggiero inchino esitante forse perché non ancora lo aveva riconosciuto oppure perché non s’era ancora risolta a riconoscerlo. 

— Non mi dà neppure la mano? 

— Eccola! 

Ma non gliela diede ancora. Prima di sporgersi dalla finestra guardò a destra e a sinistra per accertarsi che nessuno la vedesse. 

— Come sta la signora Carolina? — chiese essa ritirando la mano che per un solo istante aveva lasciata inerte in quella di Alfonso. 

— Oh! male! male! — disse Alfonso commosso stranamente da quegli occhi neri e dai capelli lisciati alle tempie e a chiocciola sulle orecchie. Quello che le mancava nel vestire e nel parlare le dava quella freddezza che rendeva tanto desiderabile il sorriso amichevole di cui altre volte non era stata parca. 

— Rimane qui ora? 

— No! — rispose Alfonso, — soltanto finché mamma per la sua malattia non possa moversi; poi ci stabiliremo in città. 

— Io sono promessa sposa, — disse ella con semplicità. 

Visto che di questa comunicazione nessuno l’aveva richiesta, era evidente che la faceva per avvisarlo che poco le importava della sua partenza dal villaggio. 

Egli quasi si dimenticava di chiederle chi fosse lo sposo felice. 

— Gianni. 

Gianni era il figliuolo di Creglingi il bottegaio. Un bel giovinotto che sorvegliava l’amministrazione dei campi del padre, il quale non aveva mai voluto lasciare la sua bottega ove aveva fatto i danari. Rosina faceva una bella fortuna, certamente maggiore che se avesse sposato Alfonso. 

— Le mie congratulazioni! — disse Alfonso un po’ troppo tardi perché potessero venir credute sincere. 

— Tanti saluti alla signora Carolina, — fece improvvisamente Rosina e si ritirò senz’altro. 

Comprese subito la ragione di tale fuga. Dallo svolto della via si avanzava il notaio Mascotti accompagnato da Faldelli, il proprietario di una delle due osterie esistenti nel luogo. Era un vecchio vestito sordidamente e i cui vestiti pendevano dalle membra scarne. Doveva aver freddo perché teneva le mani ritirate nelle maniche della giacca. 

Lo salutarono ed egli si avvicinò loro. Faldelli alzò un braccio stendendo la mano fuori della manica e strinse con una stretta forte ma breve quella di Alfonso; poi riparò la mano di nuovo nella manica. Non era cortese, e quando Mascotti chiese ad Alfonso come stesse la madre egli si trasse in disparte e guardò attorno distratto. 

La domanda cortese di Mascotti fece pensare ad Alfonso ch’era quella l’occasione di rimproverare a costui la sua poca cura per la signora Carolina. 

Molto serio cominciò a raccontare della triste notte trascorsa e dello spavento avuto, e subito con l’accento di grande amarezza e d’ira parlò del modo tenuto da Giuseppina alla quale era stata affidata la vita della madre. 

Certamente Mascotti doveva avere già compreso ch’era a lui che si voleva tenere la predica. Risoluto pronunziò le parole bonarie: 

— Eh! un poco poltroni siamo tutti a questo mondo. Giuseppina se la sarà presa comoda vedendo che lei c’era là, perché non occorre mica essere in quattro accanto ad un ammalato! 

Non era più il modo con cui s’era difeso il giorno prima e Alfonso ne fu sorpreso. Lo vedeva risoluto e si capiva preparato, perché così presto aveva compreso e respinto l’attacco. Non negava più che intorno alla signora Carolina ci fosse stata poca cura, ma trattava tutta la faccenda come cosa di piccola importanza. Era il curatore, ma si poteva provargli che perciò avrebbe dovuto occuparsi della salute della signora Carolina? Alfonso temette che se gli avesse detto qualche brutta parola, di quelle che aveva pensate durante la notte, nell’ira contro Giuseppina, Mascotti non gli rispondesse brutalmente. Tacque perciò. 

Il notaio gli comunicò che Faldelli aveva messo da parte dei capitali e che aveva l’intenzione di comperare dei terreni. Pareva che questa comunicazione dovesse venir seguita da altre che potessero avere maggior importanza per Alfonso. Faldelli lo interruppe per salutarli. Disse a Mascotti stringendogli la mano: 

— Non c’è mica fretta, sa, signor notaio! 

Si avviò con passo frettoloso verso la sua osteria situata di faccia alla bottega del Creglingi nella piazzetta triangolare. 

— Ella fa una passeggiatina per rivedere i luoghi natii, — disse Mascotti di buon umore. — L’accompagno a patto che non si metta a correre. 

Alludeva scherzando a quel brutto momento quando Alfonso aveva perduto la testa all’annunzio dello stato in cui trovavasi sua madre. 

Sulla via principale, casa per casa era rimasta inalterata coi colori immutati perché maggiormente non potevano sbiadirsi, le identiche insegne, alcune finestre sempre chiuse, altre sempre aperte. Ad Alfonso il villaggio sembrava vecchio come un oggetto di museo, che non viene toccato che per farvi i lavori necessari per conservarlo come è. Tutta l’attività degli abitanti si riversava fuori del villaggio, sui campi. 

Una sola casa era stata mutata, aumentata di un piano e sul fianco si distingueva la fabbrica nuova dalla vecchia per il colore annerito della calce che copriva quest’ultima. Era ora abitata dal Selini, fornaio, ma la casa in villaggio si chiamava ancora sempre casa Carli, dalla famiglia che prima l’aveva posseduta. 

Facilmente ad Alfonso riuscì di togliere col pensiero dalla casa tutto quanto vi era stato sovrapposto e rivederla più piccola, nera, triste, casa disgraziata in cui in pochi giorni erano morti meno uno tutti i membri della famiglia Carli: due ragazzi coi quali Alfonso aveva giuocato, una fanciulla di tre lustri e il padre, un buon amico del vecchio Nitti, lindo, sempre vestito di una giubba bianca tanto candida che non vi si distingueva la farina onde era aspersa. Alfonso si rammentava di tutti i particolari di quella sventura, la quale nella sua gioventù aveva segnato una traccia indelebile. In faccia a tutti quegli organismi sani e forti distrutti o creati inutilmente, egli aveva avuto i primi dubbî. 

Una sera il vecchio Nitti era rincasato più tardi del solito e aveva raccontato che Guido Carli, il più giovine dei figliuoli, era stato colpito dal tifo, tanto violentemente che il dottore supponeva che non avrebbe resistito. Il giorno prima Alfonso aveva parlato col giovinetto che ora era moribondo. I Nitti abitavano dirimpetto ai Carli e più volte durante la notte Alfonso andò alla finestra a vedere la bruna casa di cui una sola stanza era illuminata, quella ove si lottava con la morte. 

Pochi giorni dopo il giovinetto morì, e quando Alfonso andava meditando quali segni d’affetto egli potesse dare all’amico che sopravviveva, per consolarlo della perdita del fratello e consolare se stesso, apprese che anche questi e la sorella e il padre erano stati colpiti dal medesimo terribile male. Ogni giorno dalla casa usciva una bara; la prima racchiudeva il cadavere della fanciulla, la seconda quella del padre e la casa rimaneva muta indifferente come se fosse abbandonata da una merce qualunque. 

Soltanto quando non vi fu più alcun capezzale a cui vegliare, dietro alla bara dell’ultimo figliuolo si aperse finalmente una finestra e vi comparve, trattenuta da due uomini che Alfonso mai non aveva visti, la madre che gridava di voler saltare dalla finestra per raggiungere i suoi. Era una donna ancora giovine. Pregava di lasciarla e sembrava meravigliata che la si trattenesse. Anche ad Alfonso la violenza di quei due uomini che le impedivano di morire sembrò odiosa. 

La casa fu messa in vendita, ma nessuno voleva comperarla perché vi era accaduta tanta sventura, e si finì col venderla a un prezzo miserabile al Selini venuto allora a stabilirsi nel villaggio. Neppure la signora Carolina volle saperne di comperarla, mentre i Nitti avrebbero fatto un affare di gran lunga migliore a comperare quella casa invece di quel casone tanto distante dall’abitato. 

Certamente anche il notaio, passandovi dinanzi, pensò al contratto a cui aveva dato luogo quello stabile, perché ingenuamente facendo pensare Alfonso alla somiglianza che c’era fra’ due affari, gli disse: 

— Faldelli mi disse che volontieri avrebbe comperato la vostra casa. 

Alfonso trasalì: 

— Non è in vendita! — disse seccamente. 

— E che cosa ne vuole far lei? 

La grossolanità del notaio fece capire ad Alfonso in quale maggior misura avesse avuto influenza su lui il lungo soggiorno fra’ contadini che non gli studî universitari. 

— Ma, e mamma? 

Il notaio si trovò portato a tutt’altro ordine d’idee e si capì ch’era sorpreso che la signora Carolina venisse ancora considerata come viva. Si rassegnò con buona grazia a tale finzione: 

— Sua madre mi diceva che aveva l’intenzione di andare ad abitare con lei! 

— Ci penserò! — disse Alfonso con tristezza. La notte passata presso alla madre gli aveva tolto ogni speranza e le parole di Mascotti avevano fatto rivolgere il suo pensiero alle conclusioni che si dovevano trarre da quello stato di cose. Infatti, rimanendo solo, che cosa avrebbe fatto della casa? 

— Vive ancora la vecchia Doritti? 

Quella donnetta caratteristica, laboriosa, in altri tempi sempre indefessa al lavoro al campo o in casa ove faceva di tutto pur di non aver a chiamare aiuto dal di fuori, tanto che in villaggio si diceva ch’ella covava persino le uova assieme alle galline per averne più presto i pulcini, veniva ricordata ad Alfonso da una casetta dai colori sbiaditi, verdognoli delle finestre, grigio sucido delle mura qua e là sgretolate. Dicevano che la casuccia non cadeva perché indecisa da quale parte, ma essa aveva fondamenta salde alquanto petulantemente fuori della linea delle altre case. 

In quella casa il vecchio Doritti, marito della vecchia, aveva tenuto per molti anni a pianterreno una bottega di commestibili e a quanto si diceva ci aveva fatto molti denari. Creglingi era sopravvenuto, e con la sua bottega nel centro del villaggio e fornita più abbondantemente di merci gli aveva portato via i clienti. Doritti dapprima non aveva voluto credere che fosse permesso di rovinarlo a quel modo; fuori di sé dall’ira litigava con mezzo il paese, con Creglingi e gli avventori che sorprendeva in atto di tradirlo, cioè facendo degli acquisti alla bottega del suo concorrente, accanto alla quale di spesso si appostava per sorprenderli. Poi s’era quietato. Aveva atteso senza impazienza che i due o tre clienti che gli erano rimasti consumassero le ultime provvisioni della sua bottega e aveva chiuso la porta e ritirata l’insegna. I due vecchi poi avevano vissuto ancora qualche anno insieme e non avevano trattato con nessuno, perché per il torto ch’era stato fatto loro odiavano tutti gli abitanti del villaggio. Il vecchio era morto senz’assistenza di medico, e da allora la Doritti non era uscita di casa che la domenica per andare a messa, vestita con un abito di seta nera sul quale v’erano dei ricami in nero, girigogoli che davano alla stoffa l’apparenza di molto pesante. Essendo quello giorno di settimana, era certo ch’essa stava dietro a qualche finestra a fare la calza o a filare. Era una vecchietta simile alla sua casa, piccola, curva, ma vigorosa. 

Alfonso aveva dimenticato quei due tipi e rammentandosene n’ebbe sorpresa come di cosa nuova. 

— Dovevano pur essere vissuti felici quei due vecchi. 

Uscendo dal villaggio da quella parte, v’era ancora per un chilometro di un verde molto contrastato, poi subito il colle di sassi che annunciava la «Sassonia» come la regione dei sassi era detta in villaggio. 

Il cimitero era dietro al villaggio, già in altura. Allegro, fresco, tutto di un color verde intenso che non era neppur troppo spesso interrotto dalle lapidi bianche. Almeno là i morti dormivano molto vicino ai vivi e la morte sembrava una separazione meno grande. 

Mascotti volle venire con lui a vedere come stesse la madre, ma poi alla porta della casa si fermò: 

— Mi attrista troppo, — asserì. Quando Alfonso venne a dirgli che la madre stava poco bene, vedendolo tutto sconvolto: — Povero ragazzo! — gli disse. Ad onta della sua commozione se ne andò saltellando per iscaldarsi e giunto alla via maestra vi salì con un salto da giovanotto. 

La signora Carolina infatti non stava bene e Alfonso si faceva dei rimproveri di averla lasciata sola per un’ora intera. 

Sentendosi sollevata dopo presa la medicina datale da Alfonso, naturalmente ella aveva attribuito la miglioria a questa e, secondo le prescrizioni mediche, ne aveva presa un’altra cucchiaiata dopo mezz’ora. Venne assalita dal malessere che già conosceva, molto differente da quello avuto nella notte ma non meno doloroso. Era una stanchezza enorme, proprio il sentimento che i singoli organi si rifiutavano alla vita. Aveva i sudori alla fronte come durante l’assalto di mal di cuore, ma l’occhio anziché semispento, brillante, dilatato dall’angoscia. Non seppe dare spiegazioni ad Alfonso ma le sue parole di compianto la fecero piangere: 

— Quella maledetta medicina! — mormorò dimenticando i beneficî che le aveva apportati. 

Fu una pessima giornata come era stata una cattiva notte. Ella non giunse a dichiarare di star meglio del suo nuovo male perché verso sera fu ripresa dall’affanno che le durò quasi l’intera notte. 

Da allora non ci furono più neppure delle migliorie passeggiere. Quanto più l’ammalata peggiorava, tanto più desiderava la vita, ed era sempre facile convincerla a prendere la medicina che, secondo il medico, era l’unica che potesse ridarle la vita. Era un continuo soffrire per la malattia stessa o per la cura. Un altro segno dell’aumentato suo affetto alla vita era il suo contegno divenuto più cortese col dottore Frontini. Il male suo era tale che aveva rotto ogni sua resistenza e fattole dimenticare ogni antipatia. Le avevano detto che la salvezza doveva venire dal dottor Frontini ed ella ci aveva creduto. 

Il dottore veniva perciò più di spesso e si fermava per delle ore a ciarlare con Alfonso più d’altre cose che della malattia della signora Carolina. Non aveva saputo mostrare la sua scienza su quella e cercava di mostrarla parlando d’altro. Alfonso era lieto di vederlo fermarsi lungamente in camera dell’ammalata perché se durante quel tempo la signora Carolina si sentiva peggio, per quanto Frontini poco o nulla potesse aiutare, egli si sentiva più tranquillo. 

Mascotti veniva di spesso, ma si fermava alla porta, le gridava qualche parola d’incoraggiamento, ma non entrava. L’ammalata si avvide della sua ripugnanza ad entrare e chiese ad Alfonso: 

— Puzzo tanto che mi si evita così? 

Era divenuta sempre più pesante l’atmosfera in quella stanza e persino Alfonso si sentiva sollevato quando poteva correre per una mezz’ora all’aperto. Non si poteva più ventilare la stanza perché in pochi giorni, dopo una nevicata, la temperatura si era sensibilmente abbassata, tanto che le lastre delle finestre erano coperte di fogliami capricciosi di ghiaccio. Anche quando si sentiva mancare il fiato l’ammalata non chiedeva più si aprissero le finestre perché una volta che dall’aria aveva sperato sollievo poco mancò che quel freddo tagliente non la ammazzasse. 

Era una vita ben strana quella ch’egli conduceva in quella stanza, tutto il giorno occupato a convincere l’ammalata che il suo male non era grave o a tentare di alleviarglielo. Un giorno era tanto simile all’altro ch’egli non avrebbe saputo dire da quanto tempo si trovasse nel villaggio. Era tanto lontana l’epoca in cui aveva amoreggiato con Annetta! 

Un giorno il postiere Marco gli portò due lettere. Una, a quanto disse Marco che nelle sue lunghe gite nei dintorni si divertiva a fare degli studî sui caratteri degl’indirizzi, doveva essere di donna. Ricevendole Alfonso ebbe un sentimento spiacevole. Non a tutti dunque sembrava che il tempo passato fosse tanto da far dimenticare avvenimenti e persone! 

L’altra era di uomo, la caratteristica calligrafia di Sanneo, ma firmata da Cellani. Veramente una lettera della banca Maller e C. e anche quanto a contenuto. Con la forma fredda e misurata che la banca usava per fare ai suoi clienti delle comunicazioni d’affari, gli veniva annunciato che dal telegramma a lui indirizzato, firmato «Mascotti», la direzione aveva saputo della gravità della malattia di sua madre e che perciò, spontaneamente, portava il permesso accordatogli da quindici giorni a un mese. La forma burocratica dello scritto, firmato da Cellani con quel segno ch’egli usava per gli avvisi alla contabilità, non sorprese Alfonso. Fu grato per il mese di permesso e immediatamente lesse la lettera alla signora Carolina, la quale trovandosi in un istante di disperazione mormorò foscamente: 

— Un mese basterà! 

L’altra lettera era di Francesca. 

«Quello che io prevedeva è già accaduto o sta per accadere. Non so veramente con precisione a quale punto sieno giunte le trattative tra padre e figlia, ma queste trattative si fanno, giornalmente, e che siano già abbastanza avanzate ho la prova nel fatto che Annetta a me nulla ne dice. Suppongo che nel suo interno sia già d’accordo col padre, ma siccome fino a pochi giorni fa ella era ancora sinceramente vostra, può essere che si vergogni di avervi dimenticato del tutto. 

«Subito dopo la vostra partenza, ella parlò a lungo col signor Maller il quale, a quanto me ne disse Santo che origliò, gridò molto, tanto che Annetta pianse, per la prima volta, credo, in sua vita. Poi, vedendo che con me ella non apriva bocca, io la guardai con aria di rimprovero che mi costò grande fatica come mi costa grande fatica tutto quanto faccio in vostro vantaggio. Annetta mi disse ch’ella vi amava sempre, ma che avrebbe avuto molto da lottare con suo padre per ridurlo ad accondiscendere alla vostra unione. Mi pregò perciò di scrivervi pregandovi di trovare un pretesto qualunque per rimanere più a lungo nel vostro villaggio. 

«Badate, Alfonso, ch’è un brutto indizio che non volle scrivervi direttamente. Accettai l’incarico e non vi scrissi nulla sperando di vedervi capitare inaspettato oggi ch’è trascorso il vostro permesso; io lo so bene perché contai i giorni. Non giungeste invece! Al primo vostro errore andate aggiungendo degli altri fino a ruinarvi. Vi scrivo per mandarvi un ultimo ammonimento. Forse partendo immediatamente arrivereste ancora in tempo, perché nulla ancora è perduto. Annetta esita, combattuta dal desiderio di compiacere al padre che adesso piange e scongiura, e dall’amore per voi, perché vi ha amato. Non garantisco di nulla ora, e al vostro arrivo potreste ricevere la comunicazione ch’ella è fidanzata a Macario. Non so se questa mia raggiungerà lo scopo per cui fu scritta. Feci con voi più del mio dovere. Se ad onta di questo avvertimento esitaste a partire, sarebbe del tutto inutile che rispondiate o che scriviate ad Annetta. Da voi non attendo parole, scuse inutili. Non vi servirebbero a nulla. Soltanto la vostra presenza qui può salvarvi, salvarci.» 

Questo ch’ella diceva essere un ammonimento somigliava molto a una domanda di aiuto, ed egli ne fu scosso. Naturalmente non poteva neppur pensare a lasciare il villaggio e abbandonare la madre moribonda, così che egli veniva salvato da ogni dubbio, e per quanto Francesca ammonisse e gridasse egli non poteva darle ascolto. Ma era ben triste che con un atto, che a lui era sembrato naturale e necessario ma che ad ogni altro uomo sarebbe parso irragionevole, egli si fosse posto sulla via che Francesca con tanta energia perseguiva. Le aveva lui impedito il cammino mentre ella aveva sperato di trovare in lui un alleato nella sua lotta alla quale anche in nome dell’onestà e della giustizia si doveva augurare la vittoria. Maller l’aveva sedotta ed era troppo giusto che la sposasse. Era l’unico rimorso che avesse Alfonso. Più che Annetta egli si rimproverava di aver tradito Francesca. 

Stette per un’ora circa accanto al letto della madre assorto nei suoi pensieri. 

— Quella lettera ti dà molto pensiero? — chiese la signora Carolina che da lungo tempo lo osservava. 

Ella parlava poco perché le dava fatica e le poche parole che diceva erano qualche volta pronunciate molto tempo dopo pensate. Forse ella era stata ad osservare il suo volto dal momento in cui egli s’era abbandonato alle sue riflessioni. 

Egli trasalì. 

— No! — rispose, — è un amico che mi chiacchiera su cose che non mi fanno ridere. 

Ella non chiese altro. Le costava un grande sforzo rivolgere la sua attenzione alle cose di fuori ed era facile ingannarla. 

La lettera di Francesca gli portava del resto una buona notizia. Proprio come essa lo aveva preveduto, la sua partenza dalla città era equivaluta a una rinunzia ad Annetta. Ora ne era sicuro, sarebbe stato lui l’abbandonato e la parte gli piaceva molto più che quella di traditore. Intuiva che invece Annetta non avrebbe sopportato di essere l’abbandonata e che era ad ogni modo più soddisfatta di essere dessa la prima a lasciarlo. Così da quella parte non aveva rimorsi. 

Mettendosi a scrivere la risposta che doveva dare a Francesca per quanto ella non l’avesse chiesta, comprese che la difficoltà principale, per renderla efficace, per non attirarsi anche l’odio di Francesca, era di persuaderla della gravità della malattia della madre. Sembrava che alle due donne non fosse stata fatta alcuna comunicazione in questo riguardo dalla direzione della banca. Finì col trovare la nota giusta. Evitò ogni artifizio e fu breve come persona che espone dei fatti veri non curandosi di addurre prove della propria veracità. Disse che sua madre era in pericolo di vita e ch’egli per il momento non aveva testa per altro. Chiuse con una frase che gli parve ed era realmente una trovata. Finse di non credere che la sua presenza in città fosse tanto necessaria come lo asseriva Francesca. 

«Annetta, come me lo conferma nella sua lettera, mi ama. Perché avrebbe da abbandonarmi? Se resto qui non faccio che il mio dovere.» 

Dopo spedita la lettera si sentì sollevato. Era un sollievo, e se anche in minore grado, simile a quello provato alla partenza dalla città. Ritornava al villaggio dopo di essere stato ripiombato in quegl’intrighi, e non giungeva a rubargli interamente la gioia di esserne salvo la vista della faccia cadaverica della madre. 

Alla sera, in un istante di pace dopo una giornata di terribili sofferenze, ella gli chiese: 

— Hai scritto alla tua amorosa? Non negarlo, perché sarebbe male che così non fosse. 

Ma negli occhi semispenti le passò un lampo di gelosia. 

Egli non negò. Conoscendosi uomo dai rimpianti amari e dai rimorsi, s’era dato cura in tutti quei giorni di portarsi in modo da non avere a rimproverarsi né una parola né un cenno brusco verso la moribonda. Bisognava dunque dimostrarsi confidente, toglierla alla curiosità e non dirle bugie perché sarebbe potuto dolergli anche di quelle. Non le disse l’intera verità per riguardo al segreto altrui o almeno così si scusò con se stesso. Le raccontò che amava una fanciulla, ma che l’aveva scoperta tanto civetta e leggera che voleva togliersela dal cuore, ciò che gli doveva riuscire facilmente del resto. 

— È la signorina Lanucci? — chiese la signora Carolina con un sorriso forzato. 

— No! — rispose serio come in confessionale, — è una ragazza ricca che tu non conosci. 

— Molto ricca? 

— Così così! più ricca di me ad ogni modo! 

Egli non voleva confessare che, abbandonando colei che aveva dichiarato civetta, respingeva da sé una grande fortuna, perché, sapendolo, la madre gli avrebbe dato torto. 

Per quella sera ella non ne parlò più, ma a quelle parole doveva aver riflettuto lungamente: 

— Si capisce che tu non le vuoi bene, — gli disse il giorno dopo, — non avresti tanto facilmente compreso ch’è leggera e civetta o, comprendendolo, glielo avresti perdonato. 

Dopo un assalto in cui era sembrato che da un momento all’altro rimanesse soffocata, grata per l’aiuto ch’egli le aveva dato, gli disse: 

— Non amarla e non amarne alcuna. Le donne non ti meritano. 

Per quanto egli credesse che degl’intrighi in città nulla affatto gl’importasse, pure, dopo ricevuta la lettera di Francesca, il suo pensiero era per ore intere rivolto più a quelli che alla madre. Se, come Francesca, con quel suo tono che non ammetteva dubbî, glielo diceva, Annetta lo lasciava per sposare suo cugino, quali sentimenti avrebbe avuto per lui? Di odio, era certo. Il ricordo della caduta di Annetta faceva anche a lui ribrezzo, ma che cosa avrebbe dovuto produrre nell’animo di Annetta maritata ad un altro? Onta e odio e forse, per il timore di veder divulgato il segreto, un odio attivo; lo avrebbe fatto scacciare dalla casa Maller e avrebbe tentato di rendergli impossibile la vita in città. E come si sarebbe comportato lui di fronte a tale odio? Reagire, difendersi? Ma gli sembrava di non averne il diritto! Fantasticava su tali persecuzioni e si commoveva sulle sventure ch’egli immaginava gli dovessero toccare. 

La madre vide ch’egli aveva le lagrime agli occhi. 

— Perché piangi? 

— Ho bruciore agli occhi, non piango! 

Ella tacque e credette ch’egli piangesse al vederla tanto soffrire, mentre egli lagrimava sognandosi scacciato dalla banca con ingiurie da Maller e da Cellani e vedendosi uscirne col capo basso sotto il peso di una colpa, ma non quella ch’essi gli addebitavano pubblicamente. 

Spesso quando ella aveva bisogno di lui doveva chiamarlo più volte acciocché egli udisse. 

La povera donna aveva continuamente bisogno di aiuto perché da sola non sapeva più neppure voltarsi nel letto. Il suo corpo era piagato in più luoghi dal giacere continuato e il dolore che le causava la pressione su quelle parti le faceva sentire continuamente il bisogno di mutare posizione. Per renderle possibile il difficile movimento, Alfonso aveva trovato un modo ingegnoso. Egli si piegava innanzi fino a mezzo il letto e con ambe le mani ella si attaccava al suo collo; egli allora si spingeva verso quella parte ove voltandosi ella doveva venire a poggiare, e l’ammalata faceva l’evoluzione così sospesa, semplicemente ritirando dal suo collo una mano. Grande sollievo ella non provava che quando, sospesa al collo di Alfonso, sul letto non poggiavano che i suoi piedi. Egli veniva tolto ai suoi sogni per andare a lei e per aiutarla a sospendersi al suo collo, ma quando non aveva che da sostenerla, mentre ella gridava e piangeva nel fare il primo sforzo per sollevarsi, egli di nuovo sognava di Maller, di Cellani e di Annetta. 

Ben presto però le sofferenze della signora Carolina aumentarono in modo che non gli lasciarono più tempo a sogni, perché ella non ebbe più un istante di requie e abbisognava continuamente di lui, non solo della sua forza per sostenerla, ma anche della sua intelligenza per trovare nuovo modo di soccorrere a nuovi mali. Non soltanto non poteva più sognare, ma neppure riflettere, perché l’imminenza del grave avvenimento che andava compiendosi sotto ai suoi occhi gliene toglieva la facoltà. 

I disturbi più dolorosi provenivano alla signora Carolina dai turbamenti del suo sistema nervoso. All’ammalata sembrava che il materasso si piegasse da una parte in modo da farla sdrucciolare fuori del letto e per quanto fosse diritto bisognava elevarlo da quella parte mettendoci sotto dei guanciali. Naturalmente tutti gli sforzi finivano col provare all’ammalata che il male risiedeva nel suo organismo e non negli oggetti che la offendevano. Alla destra del suo letto v’era una finestra ch’ella volle venisse coperta con un lenzuolo perché la luce da quella parte l’offendeva. La bianchezza del lenzuolo continuò a molestarla e anche quando Alfonso sostituì al lenzuolo un panno nero ella non ebbe pace. 

— Capisco, capisco! — gemette e non chiese altri mutamenti, ma da quella parte anche quando vi aveva rivolta la schiena continuava a venirle un malessere indefinibile. 

Una sola volta ancora Alfonso si trovò tranquillo tanto da poter uscire. Aveva fretta perché non voleva rimanere troppo tempo lontano dall’ammalata e desiderava di andare almeno fino al villaggio. Fu quindi seccato d’imbattersi all’uscire di casa nel giovine Creglingi, lo sposo di Rosina. Accompagnato da due contadini, andava verso i suoi campi situati di là dalla casa di Alfonso; occupavano una metà della plaga più ubertosa della valle. 

Alfonso non seppe celare del tutto che l’incontro non era stato da lui molto desiderato ma, ed egli se ne accorse, neppure Creglingi ebbe subito il modo più amichevole, e anzi, se Alfonso non si fosse mosso per il primo ad incontrarlo vergognandosi di passare accanto al suo antico amico senza neppur salutarlo, Creglingi non avrebbe dimostrato di essersi accorto di lui. 

«Tanto mi è dispiaciuto di trovarlo sposo di Rosina?» si chiese Alfonso sorpreso del proprio odio e non dell’altrui. 

— Come stai? — gli chiese Creglingi, un giovine forte, dai tratti volgari, la pelle macchiata dal sole e nel viso quasi rotondo gli occhi piccoli dell’astuzia. Dimostrava qualche imbarazzo e Alfonso gli attribuì della gelosia per Rosina. 

— Le mie congratulazioni, — disse subito Alfonso, e gli strinse con forza la mano per non lasciar dubitare della sincerità dei suoi auguri. 

Ma Creglingi ricevute tali congratulazioni parve non si trovasse meglio col vecchio amico e lo lasciò asserendo che doveva essere di ritorno a una data ora dopo aver fatto tagliare del fieno in un campo per giungere al quale doveva camminare ancora parecchio. 

Era un’amicizia di prima gioventù ed era durata fino alla partenza di Alfonso ad onta che con l’avanzarsi dell’età la differenza fra i due giovani fosse divenuta sempre maggiore. L’intelligenza di Creglingi era stata poco sviluppata o meglio soffocata dal lavoro manuale. Mai Alfonso si sarebbe risolto a tagliare quella relazione conservando un culto superstizioso alle memorie della sua prima giovinezza. Ebbe qualche avvilimento al vedersi lui respinto. Creglingi era il possessore di due o tre idee in tutto e dovevano servirgli per tutta la vita e Alfonso lo aveva sopportato per una certa simpatia per la forza e risolutezza che scorgeva in lui. 

Gli parve che i tre uomini ridessero discretamente di lui. Il sangue gli salì alla testa e, voltatosi, era in procinto di dire loro qualche insolenza, ma essi camminavano quieti uno accanto all’altro, Creglingi in mezzo con la testa bassa. Dubitò di avere inteso male. Poi comprese che il riso dei contadini era stato provocato dalla scappellata ch’egli s’era creduto in dovere di dare loro ad uso cittadino. 

«Imbecilli!» pensò per tranquillarsi, «all’occasione spiegherò loro lo scopo di tale gesto.» 

Era trascorso il mese di permesso e all’ultimo giorno egli si rammentò di chiederne la prolungazione scrivendo direttamente a Cellani una lettera affettuosa in cui ringraziava per la pazienza che fino ad allora si era avuta con lui e chiedeva addirittura un altro mese di libertà. Aveva l’intimo convincimento che quindici giorni sarebbero bastati, ma, visto che non si potevano sperare migliorie nello stato della signora Carolina, non volle mettere in iscritto un termine troppo breve quasi il desiderio di vederne abbreviata la vita. Nella lettera parlò della sua speranza di una guarigione perfetta e aggiunse, per scrupolo, che forse gli sarebbe bisognato di chiedere anche un’altra prolungazione. 

Nell’ultima settimana le sofferenze fisiche della signora Carolina erano diminuite, ed era proprio l’indizio dell’avvicinarsi della grande pacificatrice. Il suo organismo era divenuto incapace persino di dolore. 

Una mattina, dopo una notte di veglia inquieta e durante la quale l’ammalata più volte si perdette non nel delirio ma nell’indebolimento spaventevole dei sensi, Alfonso le trovò la voce mutata, il timbro più profondo e meno sonoro. Questa voce era interrotta dalla respirazione frequente e insufficiente, ma l’ammalata sembrava non ne soffrisse. In un istante di lucidezza disse con voce angosciata che moriva. Le sembrava che i muri si piegassero e minacciassero di cadere; di fuori, per essa, infuriava la tempesta e una volta, fuori di sé, chiese che si mandasse al villaggio a vedere se era ancora in piedi. Poi volle definire quello che sentiva e per ore invano andò cercando la parola adatta. Era strano e terribile, diceva, perché si sentiva martoriare e non erano dolori. 

Perdette totalmente la conoscenza verso sera così che Alfonso credendola morta si mise a piangere senza riguardo. Quella lunga giornata di sofferenze nuove, il sentimento della propria immensa impotenza gli parve rivelassero cose sorprendenti ch’egli non aveva saputo esistessero. Il male a cui il povero organismo della madre soggiaceva finì col sembrargli un essere personale. Egli lo aveva visto colpire a intervalli, deridere tutti gli sforzi che contr’esso si erano fatti, poi baloccarsi con chi sapeva non potergli sfuggire e accordare tregue illusorie, infine, ora, uccidere. 

Giuseppina aveva toccato il corpo della padrona e trovatolo freddo aveva avuto l’idea ingegnosa di rianimarlo riscaldando il letto artificialmente. Infatti ancora una volta la signora Carolina aperse gli occhi e guardò d’intorno supplichevole. Implorava grazia da qualcuno. 

Giuseppina andava vantandosi del miracolo da lei fatto, ma durò poco. L’ammalata forse sentì l’avvicinarsi della morte perché, alzato il capo quasi avesse voluto salutare con cortesia, mormorò: 

— Questo non ho mai provato! — Furono le sue ultime parole. L’affanno si mutò in rantolo. Alfonso credette che finalmente le fosse dato pace e che i polmoni riprendessero il loro lavoro regolare; le voleva trattenere una mano per appoggiarla e la trovò irrigidita. 

Il dottor Frontini capitò per combinazione proprio allora. Constatò il decesso dopo un esame accurato come se si fosse ancora trattato di apportare rimedio. 

— È finita! — lo avvertì Alfonso per risparmiargli la fatica. 

Dovette dare il medesimo avvertimento a Mascotti ch’era accorso chiamato da Giuseppina e che non voleva credere alla morte. Mascotti voleva confortare e cominciava un discorso per provare ch’era meglio che la signora Carolina fosse morta. Ma Alfonso di conforti non aveva bisogno. Non faceva eccessi, non gridava, aveva la voce soda e tranquilla. Era meravigliato della rapidità con la quale era cessato un tanto male, quell’orribile affanno. La morta era adagiata nel letto che più non la faceva soffrire, da cui più non sdrucciolava. La bocca era spalancata ma non per gridare. Sembrava aperta per un lungo sbadiglio. 

Vedendo Alfonso tanto calmo, Mascotti si trovò subito bene in quella casa ove era entrato col timore di dover assistere a delle scenate. Volle rimanere e invitò anche Frontini a far compagnia ad Alfonso. Giuseppina, senza esserne stata incaricata, portò il tavolo dalla stanza della morta nella sua, vi pose intorno delle sedie e approntò del vino. 

Appena seduti, Mascotti propose ad Alfonso di andare a stare da lui. 

Alfonso rifiutò dicendo che sarebbe rimasto in quella casa finché non lasciava il villaggio. Lo disse tranquillo ma risoluto e Mascotti non insistette oltre. 

Tanto Mascotti che Frontini tentavano di far deviare la conversazione, ma parlarono del vino che bevevano, della posizione della casa, della neve abbondante caduta il giorno innanzi e della temperatura rigida di quel giorno, e poi ricaddero a parlare dell’avvenimento che li aveva riuniti in quella stanza. 

Giuseppina aveva incominciato raccontando quanto alla signora Carolina fosse giovata la sua assistenza. Se ella non ci fosse stata, la poveretta sarebbe morta mezz’ora prima. 

Mascotti stava a sentire con curiosità: 

— Strano! La vita dunque proprio non era che un poco di caldo. 

Parlava come un contadino, mentre Frontini asseriva che, se la paziente era ritornata in sé, ciò non poteva esser dipeso unicamente da quel poco di calore che le era stato fornito da Giuseppina. 

Il dottore poi assicurò che per l’ammalata erano stati eseguiti tutti i dettami della scienza, ma che già dallo scoppio del male egli aveva compreso che non c’era più rimedio. Lo aveva detto a Mascotti. 

— Non era forse vero? 

Mascotti confermò. 

Alfonso stava a udire comprendendo a metà, infastidito dalle loro voci. Non bevette affatto e parlò poco, soltanto quando era costretto a rispondere a una domanda diretta. Non era commosso, ma sembrava riflettesse profondamente; una grande stanchezza nelle membra e nella testa lo accasciava. Certo, Mascotti dovette pensare che quel figliuolo aveva poco cuore. 

Non c’erano letti in casa all’infuori di quello del padre, e quello si sarebbe dovuto scomporre per trarlo fuori dalla stanza della morta. Mascotti rinnovò la sua proposta che Alfonso andasse a dormire per un paio di notti da lui, e Frontini, con un poco più di energia perché a lui non costava niente, lo appoggiò. Alfonso, stanco, adottò il partito che gli costava meno parole, accettò. Giuseppina promise di far dessa la guardia al cadavere. Non era mai stata tanto pronta e attiva. Ella aveva avvisato il curato e s’era data un gran da fare intorno alla morta a cui aveva posto fra le mani un crocifisso e messo a canto due candele. 

Prima di uscire da quella casa Alfonso volle baciare la madre, e vedendo che Mascotti e Frontini non badavano a lui tentò di entrare non visto nella stanza vicina. Mascotti glielo impedì dicendogli che avrebbe potuto porgere l’estremo saluto alla defunta il giorno dopo. Il pover’uomo ancora sempre temeva di scenate. Frontini fu del parere di Mascotti e Giuseppina, nel suo nuovo zelo, prese Alfonso per la giacchetta e addirittura lo trasse indietro. Ma Alfonso si ostinò e finì con lo sforzare il passo violentemente. Nella lotta gli vennero copiose lagrime agli occhi. Aveva da lasciare sua madre come se l’avesse fuggita? 

Non era più la fisonomia ch’egli aveva amata e allibì baciando una fronte già gelida. Aveva baciato una cosa non una persona. 

Poi fu docile e fece quanto volle Mascotti. Uscì dalla casa senza fare alcuna raccomandazione a Giuseppina; le lasciava poca cosa in custodia. Camminò in mezzo ai due a capo chino. Erano anch’essi silenziosi perché, dopo di aver visto colare dai suoi occhi quelle due lagrime strappate dalla loro ferocia nel consolare, il suo dolore senza parole li commoveva. 

La neve ghiacciata scricchiava sotto ai loro piedi e la luna piena nel cielo sereno inondava dei suoi raggi la vallata bianca, abbagliante in tanta luce fredda. La cima del monte di ghiaia, di là dal villaggio, sembrava incendiata, circondata da un fuoco pallido, immoto. Nel villaggio erano stati fatti dei tentativi meschini di spazzare via la neve e poche macchie più oscure della terra denudata interrompevano finalmente la terribile uniformità bianca. 

Le case erano silenziose e oscure; solo da una stanza a pianterreno dell’osteria di Faldelli uscivano da due finestre dei fasci di luce intensa e il suono di voci forti. 

Si fermarono dinanzi alla casa di Mascotti situata accanto all’osteria. Frontini si congedò da Alfonso dicendogli qualche parola che non venne da lui udita; dovevano essere ancora delle consolazioni. 

La figlia del notaio, una vecchia zitella bruttina, aperse la porta e quantunque già sapesse della disgrazia toccata ad Alfonso, subito dopo strettagli la mano in segno di condoglianza, gli disse una frase ch’era preparata da chissà quanto tempo e a cui ella non aveva saputo rinunziare per quanto fosse fuori di luogo: 

— Non aveva proprio trovato il tempo sinora di farmi una visita; in un mese! 

Egli volle scusarsi, ma Mascotti lo interruppe ordinando bruscamente alla figliuola di andare a preparare il letto per Alfonso. Costei obbedì, ma dopo di essersi sorpresa che non la si fosse avvisata prima dell’ospitalità che ora tutt’ad un tratto le si chiedeva. Vincendo la sua enorme stanchezza, Alfonso sarebbe uscito da quella casa se ella non avesse resa più cortese la sua frase dicendo che, non essendo stata prevenuta, egli si sarebbe trovato molto male nella stanza e nel letto ch’ella doveva destinargli. 

Infatti, lasciato solo in una stanzuccia di una finestra, si sentì molto male. Dovette aprire subito la finestra perché l’aria era più umida che fuori. Un forte odore di muffa aumentava la sua tristezza. Gli sembrava che intorno a lui tutto marcisse. La stanza era a pianterreno e la finestra dava sulla via principale. Quando si ritirò dalla finestra, l’odore nella stanza era forte come se l’aria non vi si fosse ancora mutata. Fu in procinto di fuggirne facendo un salto sulla via. Ebbe paura di non poter dormire neppure quella notte mentre dal sonno sperava sollievo; lo desiderava per essere almeno per qualche ora libero dalla tristezza che gli sembrava non lo avrebbe lasciato mai più. 

Ma avrebbe dormito! La sua stanchezza era enorme; la testa non rimaneva più ritta sul suo collo. Se avesse lasciato quella casa non sarebbe giunto fino a casa sua ma si sarebbe addormentato sulla neve. 

Nel letto si sentì a disagio. La tela delle lenzuola era di grana grossolana e per di più anche il letto gli parve umido; subito dopo chiusa la finestra nella stanza putiva fortemente. Erano i muri, erano i mobili vecchi ch’emanavano quell’odore. 

Non sentì l’avvicinarsi lento del sonno ristoratore. Il malessere ch’egli ancora sempre attribuiva alla puzza e alla mancanza d’aria aumentava. Egli di nuovo risolse di levarsi e uscire dalla casa. Era tanto risoluto di agire così che andava immaginando delle scuse alla sua fuga, da dirsi il giorno dopo a Mascotti. Gli parve anche d’essere stato in procinto di porre ad esecuzione il suo progetto e di aver sollevato il busto. Il fatto si è che non ricordava di essersi steso di nuovo e che ben s’avvedeva di trovarsi ancora sempre nel medesimo letto e premendo sul guanciale la testa che gli doleva. 

Si sentì tutt’ad un tratto meglio, più comodo nel letto e senza dolori. Stette immoto temendo di far svanire il suo benessere. Certamente non dormiva ma riposava aggradevolmente. 

Non si rammentò mai come il passaggio fosse avvenuto, ma improvvisamente egli si vide in tutt’altro luogo e in stato d’animo ben differente. 

Giaceva nel suo letto, a casa, nello stanzone bene arieggiato e il sole d’estate entrava da una delle finestre aperte. Era convalescente di una lunga malattia e debole tanto che non gli riusciva di spostare le coperte che gli opprimevano il petto. Ma questo era l’unico disturbo, perché del resto si sentiva lieto, allegro. Fissava il fascio di luce che illuminava un’immensità di corpuscoli sospesi nell’aria, una nebbia leggiera che il sole scopre nell’atmosfera più pura. Era lieto perché sapeva che di là a pochi giorni gli sarebbe stato permesso di uscire all’aria e al sole. Era lieto perché nella cucina vicina sentiva moversi la madre giovine ancora e la quale canticchiava lavorando per lui. Di là gli giungeva il suono monotono che la madre produceva pestando della carne con un coltello, ma nelle orecchie aveva un altro rumore monotono, un ronzìo dolce, una nota tenuta che lo addormentava. 

Doveva essere entrato qualcuno nel piccolo corridoio perché sulle pietre sentiva il suono di un piccolo piede e il fruscio di una veste. Proprio dinanzi alla sua porta risonò una dolce voce di donna: — Come sta Alfonso? — Per quanto dolce diveniva disaggradevole quella voce perché si ripeteva e risonava in tutti i vuoti della grande casa. Di chi era che gli sembrava notissima? La mise in relazione con tutte le voci di donna che conosceva e con nessuna s’accordava. — Ah! sì! Francesca! — e lo colse un profondo malessere e pensò: — Se s’è stabilita nel villaggio ruberà la quiete a tutti i suoi abitanti. 

La porta s’era aperta e subito la stanza era stata invasa da un tumulto di suoni dei carri che passavano sulla via e dei gridii prolungati dei carrettieri. Con movimento istintivo egli aveva chiuso gli occhi per isolarsi. Era sua madre. Prima ch’ella giungesse al suo letto egli la vide e vide il suo sorriso soddisfatto al trovarlo tanto quieto. Ella si chinò su lui e lo baciò, ma giusto sulla cavità dell’orecchio. Egli sentì un acuto dolore come se dentro qualche cosa fosse scoppiato e si svegliò. 

Fu abbagliato dalla luce ch’entrava dalla finestra. Già giorno? La sorpresa era maggiore perché si sentiva ancora stanco come se avesse dormito un’ora al più. 

Accanto al suo letto c’erano Mascotti e Frontini e parve che non si fossero accorti ch’egli aveva aperto gli occhi. 

— Quanto può durare? — chiese Mascotti pensieroso e accarezzandosi il naso con l’indice. 

— Chi lo può sapere? Anche quindici giorni. È probabilmente una tifoidea. 

— Io tifo? — chiese Alfonso. 

— Vede che capisce e che si sente meglio? — gridò Mascotti contento. 

— Ha la febbre ma lieve, — disse Frontini rivolto ad Alfonso. — Deriva probabilmente dalla stanchezza e dal dispiacere. Le garantisco che non è cosa seria. Adesso mi pare che stia molto meglio. 

Era dunque ammalato e si sorprendeva di non essersene accorto prima. Aveva la febbre che continuava con brividi alla schiena, tutto il corpo caldo e asciutto, una tendenza a ridere nelle mascelle. Non era disaggradevole come non erano stati disaggradevoli i sogni ch’essa gli aveva dati. 

— Sta meglio eh? — chiese Mascotti, e si chinò su lui forse desiderando che Frontini non udisse. Alfonso non dimenticò mai né quanto aveva sognato né quanto ora udiva. — Io la terrei ben volontieri qui, ma non ho nessuno che possa avere per lei le cure di cui abbisogna. Giuseppina sì, quella saprebbe fare da infermiera perché ne ha la pratica. 

— Sì, sì, a casa mia, — gridò Alfonso cui la febbre non toglieva di vedere la paura che aveva il pover’uomo di dover tenersi in casa un ammalato. 

Udì ancora che Mascotti s’era rivolto a Frontini per fargli constatare ch’era Alfonso stesso che desiderava di ritornare a casa sua. 

Ricadde nel sogno ma non interamente. Lottava con la febbre e ad ogni tratto ne usciva trionfante. Sentiva la voce della madre che gli chiedeva come stesse e poi subito gli riusciva di vedere il biondeggiare dei mustacchi di Frontini. Era molto assiduo Frontini. Ogni qualvolta Alfonso apriva gli occhi lo vedeva accanto al letto che gli tastava il polso o ponevagli alla testa delle pezze ghiacciate. Doveva essere una buona persona e nella febbre Alfonso si commoveva per quel povero uomo che egli aveva odiato. 

Poi la febbre aumentò di nuovo e vi si aggiunse un forte mal di capo. Si sentì affanno e ne soffrì. 

«Oh! povera madre mia!» pensò rammentandosi di quell’altro affanno a cui egli aveva assistito e che doveva essere stato tanto più doloroso del suo. 

Doveva aver perduto la nozione del tempo perché riaprendo gli occhi trovò notte oscura. Un lumicino brillava accanto al suo letto e Giuseppina semiaddormentata era sdraiata su un sofà posto sotto alla finestra, parallelo al suo letto. L’avevano chiamata dunque anziché mandare lui fuori di casa. Anche Mascotti era una buona persona. 

Aveva una forte sete e mise un piede fuori del letto per andare a bere da una bottiglia d’acqua ch’egli tanto presto aveva scoperta perché vi si rifletteva il piccolo chiarore del lumicino. 

— Vuole rimanere nel suo letto? — gridò improvvisamente Giuseppina minacciosa andando verso di lui. 

Spaventato ritirò la gamba. 

— Non volevo che acqua! — disse per iscusarsi. 

— Ah! è in sé! — disse Giuseppina riflettendo comodamente ad alta voce. — Scusi! — aggiunse e quella sua voce grossa d’uomo non sapeva chiedere scusa, — mi hanno raccomandato di stare molto attenta! — Gli diede dell’acqua quanta ne volle. 

Dovettero essere più giorni che passò in quello stato perché più volte aprendo gli occhi rimanevano sorpresi dalla luce del giorno mentre s’erano chiusi di notte. 

Una volta aprendo gli occhi ebbe la sorpresa di trovarsi sulla via, dinanzi alla casa di Mascotti, sostenuto da Frontini e da Giuseppina. Dubitando non fosse un sogno, non dimostrò la sua sorpresa e non chiese spiegazioni. Venne fatto salire su una carrettella che subito si mise in movimento lentamente ma non evitando perciò, inevitabili sul selciato irregolare, le scosse onde egli si risentiva come di legnate. Fu lieto quando altre visioni scacciarono quella e anche quando si riebbe di notte quella gita gli parve frutto del delirio. 

Ma alla mattina sentendosi tranquillo come dopo un lungo riposo e la mente quieta, alquanto intorpidita, ma già rivolta del tutto ai fatti che avevano preceduto la sua malattia, s’accorse che non era stata una visione. Vedeva esattamente in tutti i particolari la stanza di casa sua, i mobili vecchi, l’orologio a pendolo che camminava e che segnava le otto, e i due letti. Vi era anche quello della madre. Ne avevano asportato il cadavere e lo avevano rifatto come se la persona che ne era uscita avesse avuto da coricarvisi di nuovo la sera. Il guanciale era il medesimo ed egli lo riconosceva a una grande macchia di caffè ch’era stata fatta dalla defunta allorché respinse una tazza offertale in un momento in cui le sofferenze l’avevano esasperata. 

Bastava per evocargli dinanzi agli occhi tutti i terribili avvenimenti a cui aveva assistito negli ultimi quindici giorni. Gli vennero le lagrime agli occhi, proprio dolcissime, di compassione. Il dolore di sentirsi ora tanto solo nel mondo non lo faceva piangere. Piangeva per la povera vecchia ch’era morta amando la vita e che molto tempo prima aveva saputo di doverla abbandonare. Egli viveva e continuava a vivere, ed era cosa dolce questa vita quando il fluire del sangue, il macchinismo su cui essa riposava, per la sua regolarità non si sentiva e si aveva la calma e la certezza di vivere, il sentimento di durare eternamente. 

Si mise a ridere vedendo Giuseppina, perché si rammentava di averla vista all’opera quale infermiera. 

— Il vecchio dunque mi ha gettato fuori di casa? — Giuseppina protestò: 

— L’ha fatta trasportare con tutta comodità in carrozza. 

Da quanto Giuseppina gli raccontò, egli comprese ch’era stato allontanato dalla casa di Mascotti per il timore che Frontini non aveva saputo distruggere in costui che si trattasse di tifo. Era stata la figliuola del notaio a chiedere con maggior violenza il suo allontanamento, e un giorno, spaventata da un’emicrania che le durò poche ore, dinanzi a Frontini, pose al padre il dilemma: 

— O fuori lui o fuori io! 

Frontini aveva chiesto due giorni di venia e al terzo, giungendo, lo aveva trovato già trasportato sulle scale, così che non aveva potuto fare altro che aiutare al trasporto e assumerne la direzione acciocché venisse fatto con prudenza. In tutti i dettagli era realtà quello che ad Alfonso era sembrato sogno. Sulle scale egli aveva resistito, debolmente perché mancava di forze, ma dopo la prima boccata d’aria fresca s’era quietato, aveva guardato d’intorno con aria di sorpresa e senza dire una parola s’era lasciato adagiare nella carretta a grande gioia di Mascotti che gridava: 

— Ma se sta bene, ma se si può trasportarlo senza pericolo alcuno magari fino in città. 

— Che birbante! — mormorò Alfonso indignato al pensare che per oltre tre anni sua madre non aveva avuto quale protettore che quell’individuo. 

Frontini venne poco dopo e fu oltremodo sorpreso al trovarlo perfettamente in sé e sentendo che lo era da parecchie ore. Ad onta di ciò poco dopo asserì ch’era naturale che così fosse e ch’egli lo aveva preveduto. Era un medico che doveva essere abituato a commettere degli errori perché la sua sorpresa non era molto grande quando trovava che i fatti non erano stati docili abbastanza per conformarsi ai suoi responsi. 

Però s’era comportato molto bene durante la malattia e Alfonso con le lagrime agli occhi gli si disse riconoscente. Gli era anche riconoscente se non altro per la soddisfazione che alle sue parole gli vide brillare nel volto. 

Nelle ore pomeridiane venne Mascotti e parve non volesse affatto parlare del viaggio che durante la malattia aveva fatto fare ad Alfonso. Alfonso volle essere freddo e Mascotti se ne accorse presto poiché lo aveva già visto tenergli il broncio e sapeva quale aspetto gli desse l’ira. Gli spiegò che aveva voluto farlo trasportare perché la stanza in casa sua non era affatto adatta ad ospitare un malato. Poi, vedendo che Alfonso non mutava fisonomia, s’imbrogliò alquanto e disse che veramente era stata la Lina, sua figlia, a volerlo fuori di casa. Alfonso taceva ancora sempre e allora Mascotti finì coll’indignarsi: 

— Siamo vecchi, — dichiarò, — ma desideriamo di vivere per qualche anno ancora. 

Era più di quanto occorresse per rendere Alfonso mite e amichevole. 

Mascotti cambiò subito discorso. Parlò della vendita della casa ora divenuta necessaria. Creglingi, il promesso sposo di Rosina, ne offriva diecimila franchi tutto compreso, persino i mobili che vi erano. 

— A me l’offerta non sembra cattiva, — disse Mascotti. Poco dopo se ne andò. 

Rimasto solo, fu la prima volta che Alfonso ripensò alla sua avventura in città. Il suo cervello aveva trovato riposo nella malattia e il pensiero ad Annetta gli sembrava quasi nuovo. Non poteva appassionarsi per cose avvenute tanto tempo prima e delle quali quasi non voleva riconoscersi responsabile. Egli ora era un uomo nuovo che sapeva quello che voleva. L’altro, colui che aveva sedotto Annetta, era un ragazzo malaticcio con cui egli nulla aveva di comune. Non era la prima volta ch’egli credeva di uscire dalla puerizia. 

Se al suo ritorno in città avesse trovato che Annetta ancora lo amava, l’avrebbe sposata perché egli aveva piena coscienza dei suoi doveri. Ma l’avrebbe prevenuta e avrebbe cercato di dimostrarle quale enorme errore essi stavano per commettere unendosi. Le avrebbe detto: 

— Io sono fatto così e voi così, ma divenendo legalmente vostro padrone userò di tutti i mezzi che saranno a mia disposizione per modificarvi, farvi abbandonare i vostri gusti e le vostre abitudini. — E inoltre: — Certo, vi amo, ma non tanto da amare e da tollerare i vostri difetti. Dacché vi conobbi, lungamente vi odiai e vi disprezzai, qualche volta anche quando vi dimostravo amore. 

Sentiva che questi pensieri gli agitavano il sangue. Aveva il sudore alla fronte e la vista gli si oscurava. La lotta a cui stava per accingersi era grave, e, immediatamente dopo di essere vissuto nella dolce febbre che lo aveva fatto vivere tra fantasmi cari, ne sentiva maggiormente l’asprezza. 

Se invece, come Francesca aveva preveduto, Annetta non lo avesse amato più e si fosse già impegnata con altri, egli si sarebbe ritirato nella sua solitudine ove si viveva tanto calmi e tanto felici. L’avventura non avrebbe avuto altra conseguenza che di togliergli la possibilità di avanzare alla banca Maller. Non era una grande sventura perché la sua paga gli bastava quale era. D’altronde le sue attitudini al commercio non gli davano il diritto a grandi avanzamenti e, perdendo per altre cause la possibilità di averne, perdeva ben poco. 

Sorrise all’ombra della madre che gli parve approvasse i suoi propositi. Aveva la coscienza tranquilla. Faceva ciò ch’era giusto secondo la morale più certa perché da una parte si dichiarava pronto a corrispondere ai suoi impegni verso Annetta e per quanto rimpiangesse di averli assunti, dall’altra rinunziava alla ricchezza perché non voleva averla se rubata. 

Se Annetta non lo amava più egli usciva dalla vita, vi perdeva ogni interesse e nella vita contemplativa cui intendeva di dedicarsi non avrebbe avuto il bisogno di adulare o di fingere e non correva il pericolo di ritrovarsi un bel giorno nel cuore un amore nato dalla vanità o dalla cupidigia. Sarebbe vissuto con la sua franchezza natia, coi desiderî semplici, sinceri e perciò duraturi.

Alla sera il dottore gli trovò qualche poco di febbre ed espresse il timore ch’essa potesse riprendere forza. Alfonso non ebbe questo timore perché conosceva meglio di lui le cause del peggioramento, e infatti, dopo un sonno lunghissimo e senza sogni, si trovò la testa libera e aumentato tanto di forze da poter rimanere tutto il giorno seduto in letto. 

L’ultimo giorno che passò a letto, ricevette la visita di Creglingi che veniva a trattare l’acquisto della casa. Il caso diede che mezz’ora prima fosse capitato Mascotti ad avvertire in tutta fretta che Faldelli faceva un’offerta migliore di quella di Creglingi. Faldelli voleva aprire in quella casa un’altra osteria e usare dei locali superiori a granai e degli inferiori, ve n’erano due spaziosissimi, a cantine. Offriva dodicimila franchi. La visita di Creglingi fu inattesa perché Mascotti aveva promesso di avvertirlo lui che non si era disposti a firmare il contratto in base alla sua offerta. Alfonso però sarebbe stato dolente di veder destinata ad osteria la casa di suo padre e pregò Mascotti di portare Creglingi ad aumentare la sua offerta. Al primo vederlo credette che Creglingi venisse dopo aver parlato con Mascotti, mentre invece lo vide sorprendersi e alterarsi al sentire che lo si invitava ad aumentare la cifra offerta. Alfonso spiegò che Faldelli aveva offerto di più e che quindi, per quanto lo avesse desiderato, non avrebbe potuto dare a lui la preferenza. Era sincero! Se non avesse temuto di esser deriso da Mascotti, avrebbe accettato l’offerta di Creglingi senza trattare ulteriormente. Gli piaceva lasciare la sua casa alla bella Rosina, e ciò che maggiormente lo avrebbe indotto a preferire Creglingi era il timore che costui lo credesse suo nemico perché sposava la sua antica amorosa. La differenza di duemila franchi gli sembrava insignificante. Allorché egli parlò del suo desiderio di favorirlo, sul largo volto di Creglingi passò un sorriso ironico voluto. Alfonso ne fu ferito profondamente. 

— Quand’anche volessi, — gridò, — il mio tutore non mel perdonerebbe se accettassi la tua offerta. 

— Può essere! — disse Creglingi insolentemente, — ma prima di risolvermi ad aumentare la mia offerta voglio parlare con Faldelli. 

Non si curava neppure di fingere che credeva alle parole di Alfonso. 

— Senti, — disse Alfonso cui nella sua debolezza l’ira aveva spinto il sangue con grande veemenza alla testa, — se tu arrivi ad uscire di questa stanza, ti prevengo che considero rotta ogni trattativa fra noi. 

Creglingi s’inalberò e disse che negli affari egli non aveva riguardi e non cedeva ad alcuna pressione: 

— Gli affari non si concludono mica così su due piedi! 

Faldelli, venuto solo, trovò Alfonso ancora nell’ira. Senza leggere il contratto che Faldelli aveva portato seco, Alfonso firmò immediatamente e quantunque tanta fretta non gli venisse domandata. Alcune clausole furono riempite più tardi e trovando il suo contraente tanto pronto, Faldelli diminuì la sua offerta. I mobili, diceva, erano più vecchi di quanto egli avesse creduto. 

Quantunque avesse appreso che il contratto era stato già firmato, Creglingi venne da lui ancora una volta e con lo scopo aperto di fargli dispiacere. Due o tre volte gli disse che se gli si avesse dato il tempo necessario per riflettere egli avrebbe pagato molto di più. Quest’asserzione lasciò Alfonso tranquillo e sorrise con disprezzo, ma Creglingi interpretò questo disprezzo in modo che Alfonso non avrebbe voluto. 

— Già, — mormorò avvilito vedendo che la questione del denaro non toccava Alfonso, — a te la cosa che più importava era di fare un dispetto a me. 

Alfonso non si difese perché riconosceva che, in qualunque modo si fosse comportato, l’inimicizia di quell’individuo ci avrebbe trovato ragione ad aumentare. Si divisero bruscamente per non rivedersi mai più. 

Rivide Rosina e provò un senso di ripulsione come se si fosse imbattuto in Creglingi stesso. Fece uno sforzo per vincersi; non volle identificarla al suo promesso sposo e le fece un saluto sorridente. Si levò il cappello per abbondare anche in cortesia. I grandi occhi neri di Rosina si allargarono dalla meraviglia ed ella salutò esitante. Era certo che quella forma di saluto non sarebbe divenuta mai famigliare in villaggio. 

Qualche giorno prima della sua partenza, Mascotti lo pregò di andare a fare una visita d’addio alla sua figliuola, ma Alfonso non vi andò quantunque glielo avesse promesso. Non serbava rancori, ma gli seccava di andare a udire sciocchezze o villanie. Mascotti divenne molto freddo verso di lui e non fu che l’ultimo giorno che si rasserenò. 

Quel giorno Faldelli portò tutti i denari, un franco sull’altro, come egli diceva. Mascotti voleva andarsene, ma Faldelli ch’era giunto inatteso lo pregò di rimanere per assistere allo scambio dei documenti. Versò, invece di dodicimila franchi, novemila soltanto e, in luogo dei mancanti, consegnò una ricevuta di Mascotti con diversi allegati. Nella prima sorpresa, Alfonso alquanto offeso chiese a Mascotti perché non avesse atteso d’incassare da lui la somma che gli era dovuta. Mascotti alquanto confuso dichiarò che aveva agito così per evitare a lui delle seccature e Alfonso ebbe il tempo necessario per convincersi che sarebbe stato indecoroso di perdere una sola parola a lagnarsi dell’elevatezza della somma prelevata e non esaminò gli allegati che allorché si trovò solo. 

V’erano i conti del farmacista, la maggior parte, quantunque tutti insieme non arrivassero a formare oltre qualche centinaio di franchi, poi una ricevuta di Giuseppina per una somma che Alfonso non trovò superiore a quella ch’ella poteva credere di aver meritata, una ricevuta di Frontini per un importo che avrebbe fatto sorridere dal disprezzo il più misero mediconzolo della città. Ultimo un piccolo bollettino di Mascotti che doveva giustificare la mancanza del resto, ben più della metà. V’erano due parole in matita delle quali Alfonso non seppe decifrare che una: «Tutela» e poi la cifra. 

Parve che il contegno di Alfonso fosse piaciuto a Mascotti perché, senz’esserne stato invitato, volle accompagnarlo nella visita che, prima di partire, Alfonso fece al cimitero: 

— Lasciarla solo in quel luogo, col suo dolore? Non ne ho la coscienza! 

La sua presenza contribuì a togliere ad Alfonso la commozione. L’aveva attesa e fu sorpreso di non venirne colto. Stava là immobile dinanzi al monticello di terra nuda, la tomba della madre, mancante ancora del sasso ch’era stato commesso, e si trovò tanto freddo che cercò di scusarsi verso se stesso. Che cosa v’era là sotto? Un corpo distrutto che forse non portava più neppure la traccia di chi lo aveva abitato. Questo chi, anima o forza occulta, la fede dei filosofi, non era in quella tomba. 

Il cimitero era disposto come un altro campo qualunque, recintato da un muro. Le tombe, per la maggior parte fornite di piccole croci di pietra, erano disposte regolarmente una dietro all’altra con le iscrizioni verso la strada maestra cui il cimitero volgeva uno dei lati più corti. Sembrava un campo oblungo su cui l’aratro avesse fatto i solchi lunghi, regolari. Era diviso da una sola viuzza che conduceva a una piccola cappella posta rimpetto all’ingresso. 

La tomba del vecchio Nitti era vicina all’entrata, ma per due file di tombe distante dalla via divisoria. Per arrivarci, Alfonso dovette camminare su quelle tombe. Giunse dinanzi a un sasso levigato con suvvi il nome del medico e gli anni della sua nascita e della morte. Quante lagrime Alfonso non aveva sparse su quella tomba! Quanto semplici e quanto vivaci erano stati i suoi sentimenti alla morte del padre! 

La sera prima della partenza, Giuseppina gli raccontò che Faldelli l’aveva presa al suo servizio e che le aveva descritto quanti mutamenti egli volesse fare nella casa. Il nuovo padrone avrebbe utilizzata quell’abitazione meglio di quanto non avessero saputo fare i Nitti. Intanto la parte che i Nitti avevano completamente abbandonata doveva essere per lui la più utile: — Nelle mani di costoro, — aveva detto a Giuseppina, — questo era un capitale morto. — Ciarlava volontieri dei suoi piani come tutti gli uomini intraprendenti. 

Alfonso venne quasi cacciato dalla casa. Alla mattina alle quattro lo svegliò il Faldelli in persona e lo avvisò che gli avrebbe permesso di continuare a dormire e che veniva soltanto a chiedergli di poter accatastare in quella camera tutti i mobili che c’erano nella casa. Alfonso si alzò e prima di recarsi alla stazione stette per una mezz’ora a guardare gli operai che trasportavano in quella camera dei mobili ch’egli neppure rammentava che più esistessero. 

— La vuole lei? — chiese Faldelli porgendogli una pipa lunga, di legno, con una testa di schiuma. 

Egli la riconobbe. Il padre non l’aveva usata negli ultimi anni di sua vita e perciò era un ricordo dei più begli anni, quando in casa i genitori avevano avuto la salute e lui la prima gioventù. Non l’accettò per superbia, ma volle mostrarsi riconoscente a Faldelli e si congedò da lui stringendogli affettuosamente la mano. L’altro fu gentile ma distrattamente, e tutto ad un tratto lo abbandonò per lanciare una bestemmia e un calcio a un contadino che movendo il tavolo aveva rotto una lastra della porta. Alfonso sorrise vedendo che quando Faldelli si stendeva tutti i vestiti gli divenivano troppo corti; abitualmente vi si teneva raggrinzito. 

Durante il viaggio Alfonso rimase sempre solo nella sua terza classe. 

Ad una stazione intermedia udì delle voci di persone che litigavano. Guardò dallo sportello e vide un individuo vestito molto male che con un solo balzo usciva da un carrozzone. Ne era stato gettato fuori, e il conduttore raccontò ad Alfonso che non aveva pagato il passaggio e che per bontà non lo si era fatto arrestare. 

Quando il treno si mosse, il povero diavolo era ancora al medesimo posto pulendo con la manica il cappello logoro che nel salto gli era caduto a terra. Guardava dietro al treno con intenso desiderio. Che cosa avrebbe fatto in quel villaggio nel quale capitava per caso e ove non conosceva nessuno?