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Della scienza e di Cesare Beccaria

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Teodoro Pertusati

1870 Indice:Pertusati Teodoro Della scienza e di Cesare Beccaria 1870.djvu Della scienza e di Cesare Beccaria Intestazione 19 agosto 2017 100% Da definire


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DELLA SCIENZA

E DI

CESARE BECCARIA


Discorso

DEL

Prof. TEODORO PERTUSATI

Letto

NEL R. LICEO ARNALDO

Il 5 giugno 1870


Brescia

Tipografia F. Apollonio

1870.


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«Una rete immensa lega tutte le verità».

C. Beccaria Prolus. nell’apertura del
Corso di Scienze Camerali.



Ottimi giovani,



A questo nobile ufficio di insegnare per la virtù dell’esempio, come meglio si adempii al dovere, e di destare negli animi vostri giovinetti la santa emulazione del bene, non era già chiamato io quest’anno, ma quegli del quale piangiamo ancora la perdita, il Preside nostro, il nostro fratello, il vostro affettuoso padre, l’amico del cuore1. Poveretto! per rispondere cortese alla cortese ospitalità che qui da più anni riceveva, e della quale Brescia diè poi al splendida prova che anco tuttora io ne sono commosso per gratitudine, egli si era offerto a tessere le lodi di uno de’ più distinti concittadini vostri, dell’egregio architetto [p. 6 modifica]Vantini, e negli ultimi giorni del viver suo già accingevasi al lavoro con quella operosità indefessa che solea porre in ogni cosa che reputasse buona. A me, scelto dopo tanta e si improvvisa sciagura a supplirlo, non resse l’animo di continuare i suoi studi; troppo mi era viva nel cuore la sua imagine perchè il mio pensiero potesse, per così dire, incontrarsi ad ogni istante col suo, eppure serbasse quella serena tranquillità che è necessaria a chi medita. Però mi volsi ad altro argomento, e l’affetto imperava alla mente per guisa che le indettava la scelta; così mentre essa avrebbe forse chiesto del pensatore sottile che delle dottrine metafisiche avesse rischiarato la fitta tenebria, l’animo, a conforto del vivo dolore che ancor lo pungea, voleva mettersi tutto nei sentimenti di chi, per generoso entusiasmo di recare altrui giovamento, si fosse meritato l’universale gratitudine. Pensai tosto a Cesare Beccaria, del quale non so se la potenza dell’ingegno dalta bontà dell’animo fosse vinta, o questa da quella, ma certo l’una e l’altra furono singolari, l’una e l’altra dirette di continuo al bene, l’una e l’altra intese a sollevare l’uomo dai mali maggiori, a volgerne in meglio le sorti.

Tuttavia, perché mi sia dato favellarvi di un tanto uomo non indegnamente, mi conviene innanzi considerare per quali rivolgimenti la scienza si levasse a quella altezza, onde al Beccaria riuscì possibile e meno arduo l’acquisto del vero. Certo a conoscere di lui e de’ suoi scritti non stimo necessario appuntare l’occhio [p. 7 modifica]sì lontano, ma tanti già ne dissero che voi potreste leggere su pe' libri quanto vi andasse a grado. Per lo contrario avviso essere opera per molte ragioni profittevole il considerare i più eletti ingegni nelle loro relazioni col progresso dell’umano pensiero. Che non sono essi simili a piramidi elevate nel deserto, ma sorgono in mezzo a noi, vivono della nostra vita, e traggono loro luce da quella copiosissima di cui i sapienti, nel lungo volger dei secoli, ne irradiano. « Il tempo, scrisse Jouffroy, è il sole che matura il frutto della scienza, il genio altro non fa se non coglierlo2.» L’industria rende più proficua l’industria, l’arte abbellisce l’arte, la scienza è maestra di scienza: così l’opera dell’uno feconda il pensiero dell’altro, e nella vicenda perpetea del lavoro materiale ed intellettuale l’umanità civile rinviene la prima cagione del proprio svolgimento.


La natura invita l’uomo a costituirsi in società, perché trovi modo di render paghi i suoi desideri ed i suoi bisogni; appena la civile associazione è formata, si palesa la necessità di alcuni principi che temperando la natia rozzezza de’ costumi, sieno norma alle azioni, e forza che alla piena loro osservanza costantemente provveda. Hanno così nascimento le leggi criminali e le pene. Se non che tanta è l’ignoranza di ciò che meglio ella tutela della [p. 8 modifica]giustizia ed al bene comune conferisce, che i popoli primitivi sogliono procedere quasi a tentone. Nè buon soccorso vien loro dalla Religione, o dalla scienza, o dai maggiori ingegni: l’una, eroica, imaginosa e troppo spesso crudele colla ragione non consente; i conati dell’altra, quasi di fanciullo che ignaro d’ogni pericolo muove i primi suoi passi, sono incerti e vanno sovente falliti. La storia del sapere nella Grecia ne faccia prova. Nelle Fisiche tanto parve facile l’affermare quanto riuscì difficile il coglier nel segno; ebbero vita le Matematiche e degnamente curarono l’esattezza e il legame logico dei raziocini, ma fu vita iniziale; credettero di sovente i filosofi di raccogliere in un proprio sistema tutto il vero, onde l’una scuola venne all’altra contrapposta, e gli uomini di Stato e le plebi li ebbero, come si esprime il Bonghi, «in conto di gnote vaniloqua ed oziosa»3. Seppur vale il genio che, quale Prometeo, rapisca alla divinità la scintilla del vero; le leggi prime de’ Sapienti sono, non v’ha dubbio, monumento d’eterna ricordanza, ma col volger degli anni si mostrarono difettose e si dovettero correggere coll’esperienza. A questa si volsero i Romani e per tale ragione «i giureconsulti di Roma, siccome sentenzia Portalis, sono ancora gli istitutori del genere umano»4. Essi non si argomentarono di rinvenire tutto ad un tratto le buone leggi: ma, con lento lavorio di lunghi secoli, [p. 9 modifica]costituirono, volsero in meglio, corressero, aggiunsero, raccolsero, onde formossi quel sapientissimo Codice che pigliò nome da Giustiniano. Se però è lodatissima la giurisprudenza civile, mai si affermerebbe lo stesso della criminale. I diritti singolari, che già nuocevano nel giure privato, recano pur qui detrimento: la plebe era punita diversamente degli ottimati, l’ingenuo del liberto, il liberto dello schiavo: di frequente si minacciava la pena di morte, più spesso si puniva co’ tormenti, colla tortura, colle amputazioni. Perchè tanta differenza fra le leggi di uno stesso popolo? Il Diritto penale, domanda, a mio avviso, un più largo svolgimento dell’intelletto, e una più larga cognizione de’ principi morali e sociali; epperò si esiga una ragione maturata dal progredire delle scienze, un savio concetto della libertà prodotto dallo svolgersi della ragione.

Il Cristianesimo volle rinnovellato il mondo nel nome dell’universale fraternità e ci recò tanta vigoria di bene, tanta luce di vero, che parve a un tratto dovesse bastare solo a fondamento d’ogni civile sapienza: all’incontro, non pur scemarono, si accrebbero le difficoltà. Lottarono per secoli i Barbari co’ Romani e fra loro, pugnarono imperatori e re contro a’ Comuni, baroni e signori contro i sovrani, il popolo contro a’ baroni, l’ecclesiastica contro la civil podestà. Nè meno viva era la lotta dell’umane passioni, del bene e del male. Le vendette più sanguinose e il più largo perdono, l’amore il più gentile e il libertinaggio [p. 10 modifica]più inverecondo, le donazioni più intere e l’avarizia esosa o sacrilega dell’usurajo e del simoniaco, la più sfacciata violenza de’ castelli e la più generosa pietà degli spedali: eremiti, monaci, preti, donne santimoniali dovunque, e dovunque suon d’armi, uccisioni, e stragi. Invano la religione chiamava spesso a più miti consigli que’ dissennati, e interponeasi ministra di pace nelle loro contese; attingendo per molto sua forza dal sentimento, volgeasi alle passioni nel nome di una passione grande e generosa: così scemava gli effetti, non toglieva le cagioni del male. E le scienze? Pur esse in tanto prevalere dell’imaginazione non seppero serbare integra la libertà. La filosofia piegò alternamente ad Aristotile ed a Platone; quello ebbero i fisici a venerato maestro, nè di ciò paghi si piacquero di intromettere ai più esatti ragionamenti le vane chimere degli alchimisti e degli astrologi. In ogni ragione di studi parve poi bello, in que’ secoli battaglieri, indossare la corazza ed impugnare la lancia, e gli Scolastici ebbero tosto in pronto un amplissimo arsenale d’argomentazioni e sottigliezze. Le dimostrazioni loro volle Bacone rendessero imagine di ragnatele con arte ed infinito lavoro tessute 5, il che non contenderemo, sembrandoci fuor di dubbio che la loro logica più all’arte del dire che non al pensiero recasse giovamento.

Fra tanti abbattimenti e tante pugne le leggi civili e criminali erano cadute al basso. Niuno studio [p. 11 modifica]filosofico del diritto, niun tentativo di ricerca che avesse per obbietto le ragioni del viver sociale. Stavansi contenti ai commenti del Digesto e delle Pandette: il grave fardello del giure romano si era accresciuto di Capitolari, di Statuti, di Consuetudini, di Decretali, diverse in ciascun paese, conformi alla ragione de’ tempi meglio che a’ principî eterni del diritto. Massimo monumento della sapienza legislativa del Medio Evo ci rimase il giure ecclesiastico.

La giurisprudenza criminale non era dalla civile distinta, ond’è anche qui la stessa strana miscela dell’antico e del nuovo, del romano e del barbarico e del cristiano. Niun servigio rese adunque il Medio Evo alla legislazione? Non ardiremmo asserirlo; esso segna un’epoca necessaria nella storia del pensiero. Infatti mal reggerebbe il dominio della ragione nell’età nostra, se potenze del sentimento e dell’immaginazione non si fossero dimostrate insufficienti.

Ed ecco il pensiero umano volgere ormai a più glorioso cammino: si palesa dapprima un indistinto bisogno, come un’inquietezza di novità: poscia la ragione, per lunga servitù prostrata, si eleva, rompe i ceppi che l’ebbero avvinta, e nel nome della libertà addita una nuova via alla scienza. Sommo riformatore è Cartesio, che a torto Gioberti nostro, tratto da amore di sistema, ebbe in conto di filosofo meno che mediocre6. Agli imprudentissimi affermatori egli [p. 12 modifica]consigliò la prudenza; a chi davasi in braccio alla fede del sentimento il dubbio legittimo della ragione; a chi cercava di Dio e del mondo all’impazzata persuase di studiare prima sè stesso che altrui. Mentre in Francia il Cartesio poneva le fondamenta di una riforma generale nelle scienze, in Italia quel sommo che

                                        vide
Sotto l’etereo padiglion rotarsi
Più mondi e il sole irradiarli immoto,

dimostrava agli eruditi attoniti e mal fidenti in qual modo egli avesse potuto poggiare sì alto. Alle induzioni intuitive, alle avventate deduzioni egli sostituiva l’osservazione accurata e paziente dei fatti, l’esperimento che è osservazione apparecchiata dalla natura e dall’arte, i confronti e le induzioni ragionate e prudenti. Simili consigli raccolse nel Novum Organum e in altri libri Francesco Bacone, innovatore meno savio perchè più audace. Se non che i nuovi metodi non solo davano migliore assetto alla logica, ma riordinavano eziandio in altra forma le ricerche tutte scienziati; traevano essi fuor d’infanzia la scienza umana e l’avviavano a più glorioso segno7.

Per fermo, quanto da siffatti rivolgimenti le [p. 13 modifica]Fisiche si vantaggiassero, niuno è che ignori; additata la via, era assai diminuita la difficoltà dello scoprire il vero: Proteo era incatenato, egli dovea rivelarci i suoi oracoli misteriosi. L’alleanza che venne stretta fra le Fisiche e le Matematiche fu una delle precipue cagioni di bene: Newton ne faccia prova. Il quesito della filosofia, tante volte e tanto a lungo discusso, ripresentossi alle menti umane come nuovo, i più eletti ingegni vi si misero attorno con inusato fervore, e tutti tentaronsi i novelli aditi che la riforma cartesiana aveva aperto. Sciaguratamente i nuovi studi fecero riprova delle gravi difficoltà che rinviene l’intelletto nello scoprire l’ultime ragioni delle cose. Furon vari gli errori, e, fra i più deplorevoli, quello di coloro che, affidandosi puramente all’esperienza, la vita intellettiva e morale dell’uomo tutta racchiudevano nella sensazione animale. Dagli insegnamenti di Locke e di Condillac logicamente deducendo, Hume dovea trarre lo scetticismo, Elvezio la negazione dell’ordine morale, onde, siccome si esprime Turgot «sparse a larga mano il disprezzo ed il ridicolo su ogni sentimento onesto e su tutte le virtù private» 8; infine D’Holbach «riusciva a comprovare, e saggiamente lo osserva Ritter9, l’impotenza de’ principi naturali a soddisfare le imperiose aspirazioni della ragione».

Dolorosa legge dell’umano intelletto che il bene ed il vero non si possono guari ottenere, se non dopo [p. 14 modifica]lunghi errori ed amare delusioni! La dottrina di Cartesio non traeva per certo a siffatte conseguenze; ma sciogliendo da ogni vincolo il pensiero umano, era occasione a pericolo, a pericolo grave. Malediremo noi, o giovani, la libertà della scienza perciò che essa ci può talvolta recare nocumento? Sarebbe non altrimenti che maledire la luce, perchè ne possiamo rimanere abbacinati!

Se molte furono le amarezze, non furono minori i conforti: se la nuova via fu cospersa di scogli, inciampo a molti e cagione al cadere, ad allietare il pensatore non mancarono ottimi i frutti. Vico mosse egli pure il passo per questa strada e fondò una Scienza Nuova. Vere scire, disse egli, est per causas scire; nè gli avvenimenti si conoscono appieno, quando non siano note le ragioni, nè le ragioni sono chiare, se non si esamina l’intelletto che gli elementi del vere contiene; è pertanto nelle leggi dell’umane facoltà la norma de’ fatti esteriori10. In questa guisa, spiegato l’ordine e la successione degli eventi, sarà agevole che il passato diventi scuola di migliore avvenire.

La nuova età delle scienze dovea segnare un’epoca nuova eziandio nella legislazione. Era ormai tempo che il cieco impero di inesorate leggi cessasse; il diritto è una podestà umana, le sue ragioni, i suoi modi, i suoi caratteri non possono essere studiati se non nell’uomo. Non valgono qui principî astratti, e [p. 15 modifica]dottrine sistematiche; si chiede l’osservazione la più accurata, il più analitico esame delle potenze dell’anima nostra. Tali meditazioni tuttavia non guidano a buon fine, se la mente non è maturata in ogni maniera di studi; per questo importa che le scienze, svoltesi in equo modo, offrano siffatto alimento all’intelligenza, pel quale possa produrre la scienza filosofica del diritto. Epperò l’età antica fu ragione e norma al progresso de’ tempi di mezzo, questi lo furono alla moderna riforma; il rinnovamento de’ metodi produsse quella delle scienze, entrambi generarono la Filosofia del diritto, per la quale si poterono determinare l’obbietto, i limiti, e lo scopo della criminale giurisprudenza.

Primo Ugone Grozio11 vuole che avanti ogni altra ricerca s’indaghi quale sia il supremo principio di diritto, e lo rinviene nella socialità governata dalla ragione. In tal modo riuscì facile a Puffendorf ed ai successivi il distinguere l’impero della religione e delle tradizioni da quello della giurisprudenza, e conchiuse che ogni legge deve alla scienza razionale far richiamo. A deplorevoli principi giunge Obbes, pure pigliando le mosse di là donde partiva il Grozio. L’uomo non è già, così egli sentenzia, un animale politico, suo stato naturale è una guerra perpetua ed universale di tutti contro tutti; il dispotismo ha pertanto radice io natura ed è fatto legittimo dalla conquista12. Con più [p. 16 modifica]saggio intendimento medita Montesquieu sullo spirito delle leggi. Mette egli in chiaro quanto, e come diversamente, operino sull’uomo le varietà di sue condizioni fisiche e morali; reputa quindi non esser buone le leggi se non sieno conformi all’indole de’ popoli pei quali vengono promulgate; aspira alla libertà, ma indaga i modi coi quali ce ne rendiamo degni, invoca la giustizia nel nome della scienza, e la scienza fa sacra nel nome dell’umanità. G. G. Rosseau s’accorda con Obbes in questo che la socialità abbia per fondamento un contratto, ma la sovranità inalienabile ed indivisibile ripone nel popolo; ha fede nella giustizia che da Dio si parte 13; nella legge, impero del popolo sovra il popolo; nella bontà del governo di cui fa manifesta prova l’aumento della popolazione14. Per tal maniera la scienza filosofica del diritto poneva immutabile il suo fondamento, e nella varietà delle ricerche e delle opinioni disponeva gli intelletti a profonda riflessione, affinché il giure pubblico ed il privato traessero legge dall’umana natura.

Così, con rapidi cenni, io vi esposi come avessero principio le più salutari riforme della scienza. Se non che dal concepire all’operare corre sempre nello cose umane gran tratto, ed a porre in azione i consigli de’ pensatori tanto più si procede a rilento quanto più i mutamenti che debbonsi recare offendono gravi interessi, e lottano contro abitudini antiche. Pertanto [p. 17 modifica]appena avvenne verso la metà del secolo XVIII che si manifestasse nella civile Europa un’ansia prima di nuovo bene, un disgusto de’ reggimenti passati, una vaga ed inconsapevole aspirazione ad un avvenire migliore. In Francia, dove i mali erano per avventura maggiori o la miseria pubblica aumentava a dismisura, più incalzava la necessità de’ rimedi. La scuola degli Enciclopedisti corrotta e corruttrice, in una società d’ogni corruzione maestra, pur conscia de’ mali presenti e presaga de’ venturi, venia rompendo le dighe che faceano riparo all’alte classi sociali, al trono ed all’altare, sicchè libera si rovesciasse un’impetuosa fiumana di violentissimo rivolgimento. In Italia all’incontro la benevolenza dei Principi sopperiva al bisogno: le riforme, mitemente chieste, erano con senno e misura concesse. Qui provvedeasi con savie leggi al commercio, là abolivansi le immunità ecclesiastiche: qui sopprimevansi i pascoli pubblici, tanto all’agricoltura infesti, là si promulgavano migliori leggi civili o si alleggeriva il carico de’ pubblici balzelli: dappertutto fondavansi scuole, si istituivano cattedre: era, a dir breve, un tranquillo, operoso, incessante agitarsi per volgere alla pratica i più profittevoli pensamenti rivelati dalle rinnovate scienze.

Ma così salutare spinto di riforma non toccava alle leggi criminali, e niuna cosa era più triste e crudele di quella che, quasi a scherno, pur chi amava si giustizia. «Alcuni avansi di legge di un antico popolo conquistatore, così Beccaria nostro, fatte compilare da un [p. 18 modifica]Principe che, dodici secoli fa, regnava in Costantinopolì, frammischiate poscia co’ riti longobardi ed involte in farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti formano quella tradizione di opinioni che da una gran parte d’Europa ha tuttavia il nome di leggi, ed è cosa funesta quanto comune al dì d’oggi, che un’opinione di Carpzovio, un uso antico accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio, (e avvertiamo qui come con pietoso amore di verità difenda Manzoni questo scrittore15) sieno le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro, che tremando dovrebbero reggere le vite, e le fortune degli uomini16». Fra quel cumulo, fra quel caos di disposizioni legali, pochissime tornavano opportune, il valore di ciascuna era incerto, di tutte (e questo fu per molti lati un bene) riusciva impossibile anche al più diligente magistrato avere notizia chiara ed esatta. Ne conseguiva la necessità di rimettersi all’arbitrio del giudice, al quale era concesso di estendere la legge mediante applicazioni accomodatizie od analogiche. Non si era omesso per vero di studiare con ogni rigore di logica la dottrina delle prove e si erano moltiplicate le distinzioni intorno al loro valore: ma si ponno forse stabilire regole generali valevoli per ciascun caso? Come può il giudice cogliere la sottile differenza fra la prova piena e la semipiena fra questa e l’indizio, e via dicendo? E quanto [p. 19 modifica]più difficile non era reso il suo compito dal modo stesso della procedura, dallo strano giuramento che si imponeva all’imputato contro sè medesimo, e dal mezzo più infame pel quale volevasi carpita la verità, la tortura? Questa barbara istituzione bastava a viziare ogni buon metodo; eppure i metodi erano per sè stessi tanto imperfetti. Quali poi gli strazi del misero torturato, niuno è che ignori. Dove, descrive Cesare Cantù 17 il paziente si stirava al possibile e lo si gonfiava di aqua; dove lo si sospendeva con tanaglie per le unghie e gli si schiacciavano le dita; dove sotto le unghie si ficcavan punte; dove colle strappate si lussavano le ossa; dove usavasi la veglia, scanno di legno a punta di diamante, sulla cui cima appoggiavasi l’estremità della spina dorsale, donde veniva uno spasimo insopportabile che rinnovavasi finché il reo confessasse, il quale intanto dinanzi ad uno specchio vedeva tutte le contraffazioni del proprio viso; dove...... oh! ma l’animo non regge a continuare! Non mi venne mai fatto di comprendere come l’uomo, vincendo la ferocia delle belve, nel nome della giustizia che è santissima fra le virtù, potesse sì stranamente incrudelire contro il suo simile! Non si perdonava al sesso più debole, e, ciò che rende ancor più turpe la cosa, i nobili e gli ecclesiastici contavano anche qui i loro privilegi: ciò che la renderebbe, se pur fosse possibile, più deplorevole, mezzo a [p. 20 modifica]scoprire la verità, volgeasi troppo spesso contro gli innocenti. Inoltre, mentre era tanta immanità nelle leggi, mille vie erano aperte al più potente, al più astuto, al più fortunato per evitarne i rigori. La chiesa, il convento, il palazzo ospitavano e difendevano con ogni accanimento il ladro e l’assassino, mentre l’ottimo cittadino, che riposava fiducioso nella sua virtù e nella giustizia sociale, era dai più atroci spasimi costretto a dichiararsi reo.

Se tristi i metodi, onde si accertava il reato, non meno crudeli ed inique erano le pene. Squallidissime le prigioni in cui il reo era sostenuto dalla beneficenza privata, la quale non di rado facea difetto; quasi ad ogni colpa d’un uomo della plebe era inflitta la pena dell’infamia, e adoperato il marchio e la gogna, per cui si toglieva al pentito ogni speranza di riacquistarsi la stima dei concittadini: atrocissime le galere, frequentissime le condanne a morte. Ma non bastava il toglier di vita, gli ultimi istanti del misero si esacerbavano con inaudite crudeltà. Noi raccapricciamo in leggendo le condanne di un Ravaillae, di una Caterina Medici, di un Mora, di un Damiens, di cento e cento. La morte stessa non ponea fine al patire, si trasmetteva l’infamia a traverso le generazioni e con essa l’esilio e la miseria. Eppure quanto di frequente gli infelici posti a sì strazianti cruciati erano rei di colpe lievissime, quanti non erano puniti di delitti creati dalla goffa ignoranza o dai fatali pregiudizi de’ tempi! Contro tante e ai crudeli ingiurie agli umani diritti levò [p. 21 modifica]la voce il pensatore che noi oggi onoriamo, Cesare Beccaria.

Sortì egli i suoi natali in Milano nel 1738. Di nobile lignaggio, appena entrato nell’adolescenza, lo si mandò, come l’uso volea, in un Collegio di educazione diretto dai Gesuiti. Si diede prima colà allo studio de’ classici, ne’ quali tanta parte si compenetra dell’antico sapere, ed io ho per fermo che egli acquistasse così notizia, sebben manchevole ed imperfetta, dello svolgersi del pensiero ne’ prischi tempi. Apprese in tal modo quali furono i veri acquistati, e degli errori potè più tardi scoprire le ragioni. Si applicò poscia alla logica, alla metafisica, all’etica secondo un sistema che mettea le radici nelle scuole medio-evali, sicchè giovane, delle nuove cose e dello nuove idee amantissimo, poco amore vi prese. Non è tuttavia a dire che tale insegnamento non gli tornasse acconcio; forse dai sottili ragionari della Scolastica apprese a vincere sottilmente il sofisma: certo quell'acutissimo ingegno ebbe occasione a considerare i principî ed i metodi della scienza nel medio evo, onde più tardi gli fu palese il conflitto colla nuova età, e potè con maturità di consiglio attenersi al più savio partito. Ma fra tutte le scienze si invogliò in ispecial modo delle Matematiche, e vi riuscì per guisa da meritare dai maestri, come riferisco C. Ugoni, il nome di Newtoncino 18. [p. 22 modifica]Niuno, a mio avviso, vorrà porre in dubbio, come la ginnastica severa dei matematici gli dovesse acuire l’ingegno e deporlo opportunamente alla scoperta di nuove verità, tolte le scienze, lo ripetiamo, sono sorelle, e si porgono vicendevolmente la mano.

Uscito di Collegio, s’applicò allo studio delle leggi ed ottenne la laurea dottorale in Pavia19: non vi si mise molto addentro, ma potè conoscere in qualche grado almeno il Diritto Romano, di cui già ci è nota l’importanza. Anche qui il sapere antico gli veniva in soccorso, l’esperienza gli presentava i suoi risultamenti, la mente vigorosa ed inclinevole al meditare educavasi al magistero della verità.

Toccati appena i ventidue anni, gli vennero per caso alle mani Le Lettere persiane del Montesquieu: le lesse, le rilesse con avido amore, e l’animo suo giovanile ne trasse ispirazione e conforto. Ben tosto egli avea studiato in Buffon, in Elvezio, in Voltaire, in Rosseau, ne’ filosofi tutti de’ suoi giorni, si era reso ragione del cammino percorso dalla scienza, avea scorta la meta a cui tutti anelavano. Bello e grande era poi l’intento sovrano di cotali sue giovanili meditazioni, che, siccome dice egli stesso, «volea accontentare la compassione per l’infelicità degli uomini schiavi di tanti errori»20. Di qui trasse il [p. 23 modifica]convincimento che la riforma delle scienze si dovea volgere a beneficio de’ popoli, e per questo non si dipartì mai dal proposito di sollevare da’ mali chi più ne soffriva, e di aumentare a chi ne godea meno la copia de’ beni. Vivea egli in caro consorzio di eletti amici coi fratelli Verri, con Frisi, con Lambertenghi, coi più belli ingegni della nostra Milano, ed era in quegli amichevoli colloqui uno studio continuo di ciò che gli interessi dell’umanità e il ben essere pubblico e privato riguardasse. Con questo intento aveano impreso a pubblicare un giornaletto il quale vide la luce in questa nostra Brescia, e si chiamò Il Caffè. Con lodevole ardimento si professarono in esso nuovi ed utili verità, e si mosse guerra ad ogni più funesto pregiudizio.

In questa accolla di amici ragionava il Beccaria delle norme criminali, e Alessandro Verri, protettore in quel iorno di tempo e visitatore dei carcerati, riferiva loro collo sdegno più vivo dell’animo quanto strazio si facesse de’ miseri su cui posava un’accusa od una condanna. Il giovine Beccaria si raccolse allora in sè medesimo, e determinò di venire pietoso in soccorso all’umanità. In qual modo? La triste esperienza del passato consigliavalo a mutare cammino, la scienza nuova gli tracciava le orme che egli dovea seguire. Invoca pertanto, già al principiare del suo libro, la cognizione delle cause e de’ fini e lo studio degli umani sentimenti. Sembragli che la società, in cui risiede il potere legislativo e che ha per obbietto di promuovere la massima felicità de’ cittadini divisa [p. 24 modifica]sul maggior numero, non sia già sorta a caso o costituita per virtù soprannaturale, bensì per fatto libero e spontaneo de’ soci. Epperò le leggi ed il diritto stesso di punire risultano dall’aggregato di minime parti di libertà che ciascuno rinunzia pel bene comune, minime, comechè niuno sciupi o faccia getto di quanto possiede di più prezioso. Sono le pene motivi sensibili volti a distogliere, siccome egli si esprime «il dispotico animo di ciascun uomo dal risommergere nell’antico caos le leggi della società» 21; perciò ogni punizione individuale ha per fine la generale difesa. Consegue che esso non debbono varcare il limite della necessità, che debbono essere le minime possibili, e conformi alla giustizia. Consegue del pari che le sole leggi dai rappresentanti della società promulgate, di precisione dotate e di chiarezza, possono decretar pene, e il giudice debbe starsi contento dell’applicarle. Con tali principi egli ponea le fondamenta scientifiche del giure penale ed infrenava l’illimitata podestà delle leggi e dei magistrati.

E gl’insani abusi della procedura non doveano essi cessare? Il governo della Chiesa mentre avea saggiamente determinato che le pene valevano ben poco se non guardavano all’emenda, onde avea dato un primo saggio di carceri educatrici 22; mentre [p. 25 modifica]incoraggiva con lodi il sentimento religioso che raccoglieva alcuni buoni in società a fine di confortare nel silenzio i miseri condannati e di raddolcirne, per quanto era in loro, le pene, avea taciuto pur troppo degli infami metodi processuali, e seguiva ne’ suoi giudizi l’andazzo de’ tempi. I magistrati vi aveano fatto il callo, e stoltamente avvisavano che tutto procedesse conforme alla giustizia, il popolo applaudiva, taceva, soffriva. Beccaria sorse nel nome della scienza: lamentò che si gettassero in una stessa caverna gli accusati ed i convinti, ripose le credibilità de’ testimonj nell’interesse che essi hanno di dire o di non dire il vero, stimò infame l’assioma, allora accettato, che pei più atroci delitti bastassero le più lievi congetture, invocò la prescrizione pei reati minori; chiese che il giudice appartenesse alla stessa classe sociale dell’accusato, perché disuguaglianza non recasse ingiustizia. Nè stette pago; ma, perché l’opinione ponesse un freno alla forza ed alle passioni, domandò la pubblicità de’ giudizi, e condannò le accuse segrete. Inoltre volle pronte le pene, quanto lo potesse consentire la necessità della procedura, vide come il giuramento dei rei contro sè stessi nuocesse alla religione, unico pegno di onestà nella maggior parte degli uomini, reputò più sicura l’ignoranza che giudica per sentimento che non la scienza che sentenzia per opinioni, onde riuscì a desiderare l’istituzione del giurì. Coll’eloquente linguaggio della verità e dell’evidenza proteste contro la tortura. Può egli forse, si chiede, [p. 26 modifica]domandarsi reo un uomo avanti la sentenza del giudice? E se ancora si dubita del suo misfatto, con qual diritto possiamo noi tormentare un cittadino? Salutare scopo del castigo è l’esempio, la tortura è una carnificina segreta e privata. Stolta legge che punisce i robusti scellerati e condanna i deboli innocenti; crudel legge, anzi infame crogiuolo della verità che vincendo il naturale affetto onde ciascuno è volto ad amare sè medesimo, impone all’uomo di accusarsi fra gli strappi de’ muscoli e il dislogarsi dell’ossa!

Fa quindi passo a trattare delle pene. Ei stima che miti per tutti si commisurino al delitto e lo conseguano con inesorata certezza; perciò non si concedano grazie, nè vi abbia luogo dove il reo possa porsi al riparo dell’umana giustizia. L’attentato si punisca meno del delitto compiuto, i complici meno del reo principale. Serbisi il bando pei delitti più atroci, se vi abbia probabilità del misfatto, non certezza; cessino le confische che fanno partecipare alla pena del colpevole gl’innocenti, raramente si scagli la condanna d’infamia, e in uno stato ben ordinato, nel tranquillo impero delle leggi non si erigano patiboli. I secoli attestano che l’ultimo supplizio non ebbe mai distolto gli uomini dal mal fare: lo spettacolo dello forche, delle mannaje, dei roghi desta assai più lo sdegno e la compassione negli animi che non il terrore. La legge violando ogni umano diritto, a punir l’omicidio si fa omicida, e un tal convincimento è diviso dal popolo a cui il nome e l’aspetto del carnefice, innocente [p. 27 modifica]esecutore del volere sociale, incute ribrezzo ed orrore. Pena più esemplare, più terribile, e ad un tempo più conforme alla ragione è il carcere perpetuo.

Procede poscia a parlare dei delitti, li annovera nelle principali specie, e di tutte tocca a lievi tinte con maestrevoli pennellature: ne indaga la malizia, ne suggerisce proporzionata la pena. Inonesta cosa è l’infliggere tormenti a chi peccò per errore, ingiusto il punire di colpe che non offendono la società; difficile e pericolosa riesce la prova di alcuni reati, per altri non abbiamo diritto a condannare finché non saranno tolte le cause onde s’ingenerano.

Risale qui alle prime ragioni della criminale giurisprudenza; deplora che taluni distinguano il bene pubblico dal vantaggio de’ privati; la famiglia ha in non cale, perché le virtù vi son mediocri e si oppongono all’esercizio delle pubbliche; il fisco fa sì che «il giudice diviene nemico del reo, di un uomo incatenato, dato in preda allo squallore, ai tormenti, all’avvenire il più terribile; non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto e lo insidia, e crede di perdere se non vi riesce, e di far torto a quella infallibilità che l’uomo si arroga in tutte le cose23». Volge infine alla ricerca dei mezzi onde si previene il reato: libertà, amor del vero, leggi chiare e semplici, integrità dei magistrati, i quali debbono essere in buon numero, diritto a querelarsi d’ogni ingiustizia, ricompense pubbliche alla virtù, perfezionamento della [p. 28 modifica]pubblica educazione: ecco diversi modi, ottimi tutti, coi quali la società ovvia al male e rende giusto l’esercizio di un diritto necessario. Conchiude: «Perchè ogni pena non sia violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, deve essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi»24.

Tale, ottimi giovani, per cenni il libro Dei Delitti e delle Pene, dei pregi del quale se noi vogliamo recare giudizio, ci è duopo appellarci ad un tempo all’intelligenza ed al sentimento. Prima di ogni cosa però conviene considerarlo nelle sue attinenze colla storia della scienza, comechè, se io ben avviso, egli si svolga dal pensiero moderno quale l’effetto dalla sua cagione. Per vero, la scienza moderna insegnò con Cartesio che noi, innanzi ogni ricerca, dobbiamo volgerci all’esame dell’umana natura, e vuole Beccaria che il diritto di punire si studi ne’ sentimenti umani sui quali si posa; vuole che delitti, procedimenti e pene piglino da essi misura e norma. La scienza moderna determinava che il sapere più non dovesse essere privilegio e si distribuisse quindi a tutte le classi sociali, onde Cartesio il primo scriveva di scienza in forma popolare, e Beccaria domanda che le leggi sieno dettate con chiarezza e nella lingua nazionale. Imperò la scienza moderna con Galileo e con Bacone25 che non si tenesse l’autorità come fonte [p. 29 modifica]indiscutibile del sapere, e Beccaria scrive il libro suo nell’intento di metter in luogo dell’autorità di antiche leggi e consuetudini l’osservazione e l’esperienza de’ fatti umani: rifiuta l’indiscussa fede nel passato, vuole, come la nuova scienza avvisava, che ci affidiamo alla ragione. Per tal motivo non accetta accuse segrete, ed invoca la pubblicità de’ giudizi: così il potere stesso del giudice trova nella ragione comune chi lo infrena. Ma appare anco più evidente il legame fra il pensiero di Beccaria e la riforma del metodo, quando egli si fa a bramare che intervenga il popolo a giudicare dei delitti. Il giurì, non lo neghiamo, appartiene ai tempi antichi, e lo troviamo in Egitto, fra gli Ebrei, in Atene ed in Roma; tuttavia egli si appella costantemente all’analisi, siccome quello che non fonda il suo giudizio su alcun presupposto, ma lo trae per intiero dalla coscienza illuminata per mezzo di accuratissimo esame. Lo vediamo pertanto cessare quasi dappertutto mano mano che prevalgono le scuole ed i metodi deduttivi; chiamati dalla scienza una seconda volta all’analisi, siccome già prima dalla natura, domanda Beccaria [p. 30 modifica]ancora una fiata in suo nome, i giudici scelti dalla sorte, i boni viri. Ed è opportuno il considerare come tutti si riscontrino in queste processure i momenti del procedimento induttivo. Valga il vero, la lettura de’ documenti non corrisponde essa per molto all’osservazione? L’esame del reo, de’ testi di accusa e di difesa, non è forse un vero e proprio esperimento? Il loro confronto, come si suol dire, in contraddittorio, la lotta fra il pubblico accusatore ed il difensore, non presentano forse gli elementi ed una rigorosa comparazione, onde il verdetto, sintesi conseguente a lunga ed accurata analisi, possa dirsi a buon diritto una induzione?

Decretò la scienza moderna che la Storia diventasse studio delle ragioni e norma degli umani istituti, Beccaria le chiede soccorso ad ogni passo perchè dimostri le conseguenze degli errori commessi, o non si perita di domandarle l’abolizione della pena di morte per questo che essa comprovò come e’ non basti a rattenere dal delitto. La scienza moderna mostrò di credere con Obbes e con Rousseau che la società avesse radice in un contratto, e in un contratto ripose Beccaria il fondamento del diritto di punire. Distinse essa saviamente la religione ed il governo della Chiesa dalla società e dal civile reggimento, e Beccaria già dalle prime pagine separa del tutto la rivelazione dalle convenzioni sociali. La scienza moderna volse sciaguratamente al sensismo, e Beccaria rinnega ogni principio che dalle sensazioni [p. 31 modifica]non derivi. Quanto poi non trasse egli da Montesquieu che non dubita di chiamar suo maestro? Infine mostrò di affidarsi persino alle scienze positive, e chiese loro la precisione del concetto, lo stile stringato e succoso e talvolta, di che taluni gli muovono rimprovero, anco l’espressione e la frase.

Ma non avesse tolta idea da chicchessia, non gli fosse venuto dello verbo che consuonasse con quanto altri già aveano affermato, il pensiero stesso del libro, il suo obbietto, il suo scopo sono risultamenti immediati della moderna scienza. Richiamata una volta a sè stessa ed alle sue forze l’umana intelligenza, svolte in nuova forma le dottrine morali, conseguiva che le leggi, e specialmente le criminali, per necessità logica dovessero colle dimostrazioni della scienza e coi nuovi convincimenti consentire. Per ciò appunto già Grozio, Montesquieu, Rosseau26 aveano, trattando delle pene, inclinato l’animo alla benignità.

Verrà dunque da tutto ciò scemata assai la lode che spetta al Beccaria per l’opera sua? Se, ottimi giovani, un coltivatore piglia il seme d’altronde e lo reca nel suo campicello, indi ne svolge le glebe e con ogni maniera di cure fa ch’attecchisca, germogli, dia frutto, non avrà egli merito alcuno? Le verità si rinvengono non si creano, e non è dato rinvenirle (e vi sia questo di salutare ammaestramento) se non a chi si applica intensamente allo studio e sa [p. 32 modifica]rendere ragione di quanto altri ebbero pensato e scoperto. Singolare onoranza è dovuta al nostro concittadino per aver egli compreso quanto salutare dovesse riuscire all’umanità la riforma delle scienze, ed averne per primo indotti i principi là dov’esse si riferiscono al giure criminale. A ragione pertanto l’età moderna lo saluta fondatore della scienza del Diritto Penale, ed è il suo libro, come si esprime Emiliani Giudici, un vero ed insigne trionfo per la sapienza italiana27. Pochi scrittori infatti gli stanno al paro per acume di mente e di dialettica. Brevi pagine fanno il suo libro, ma ad ogni rigo rinvenite una grande verità. L’orizzonte che egli si distese innanzi al pensiero è vasto tanto che a chi lo contempla con occhio meno acuto, ad ogni istante si abbuja: egli vi si allargò con piena sicurezza e tutto lo seppe comprendere. Le analisi, non mai minute nella forma, sono sempre profonde. Desta singolar meraviglia il vedere come in sì giovine età egli avesse saputo scrutare tanto sottilmente tutti i motivi onde l’uomo è spinto al delitto e fa loro forza sull’animo, e come del pari sapesse loro commisurare, il rigore delle leggi, perché riuscissero non dubbio ritegno al mal fare. Ammirazione per avventura non minore cagiona in chi legge l’osservare, come egli con savio consiglio si togliesse dal considerare il Diritto Penale come una necessaria violenza e primo insegnasse essere all’incontro [p. 33 modifica]una necessaria giustizia. Dovrei ora discendere ai particolari, ma non cale. Le verità che espone Cesare nostro le son di quelle che persuadono da sè, merito di chi le tratta è il metterle avanti in tutta la loro evidenza. Or bene, quando leggete il suo libro, vi pare assai spesso impossibile che si sia potuto pensare ed operare diversamente da quello che egli pensa e consiglia; è questa la miglior lode che voi gli possiate tributare. Fu il primo a trattare la scienza del Diritto Penale, eppure in moltissime questioni disse sì breve e sì bene che a nessuno più tardi riuscì di dir meglio. Chi ha letto i capitoli che riguardano l’interpretazione delle leggi, i giuramenti, gli asili, ed altri non pochi, mi faccia ragione.

A tramutare le persuasioni in convincimento e il convincimento nell’opere interviene l’affetto, ed agli affetti più nobili dello spirito umano fa richiamo il Beccaria. Un soave sentimento di benignità, un pensiero costante di amore ai sofferenti, una indefessa cura del lenire le pene, una vivissima brama di una giustizia che è pietà e di una pietà che è giustizia è manifesta ad ogni pagina del suo libriccino. E quanto non si palesa industre nel procacciare argomenti a favore dell’umanità, e come opportunamente sa destare nell’animo de’ lettori lo sdegno, la compassione, la pietà, l’entusiasmo? Non era certo impresa priva di pericolo sotto l’impero di leggi inesorate il combatter le leggi, ma egli non si stette per questo e diede in tal guisa si nobil prova di ardimento che io stimo che [p. 34 modifica]se taluno, a’ suoi giorni, l’ebbe superato per potenza d’ingegno, niuno certo gli andò innanzi o lo vinse di intrepidezza e magnanimità. Oh te benedetto, Cesare! Noi ti amiamo quanto tu amasti gli infelici, noi ti amiamo per quell’amore che ti mosse a recare sollievo a questa misera umanità, ahi! troppo lontana ancora dal compimento glorioso de’ suoi destini!


A libro di si inestimabile valore, se gli eventi umani procedono, tal fiata almeno, secondo ragione, dovea sorridere lieta fortuna, e questa infatti fu tanta e sì straordinaria che vinse l’aspettazione del giovine autore, il quale lo avea steso in men di un anno, e degli intimi suoi che, circondandolo e facendogli violenza, aveano vinta certa ritrosia procedente, siccome egli confessa, da una cotal naturale pigrizia28. Miei diletti giovani quanto non valgono gli ottimi amici!

Aveano essi mandato il volume a stampa, quasi di soppiatto, in Toscana e già per tutta Italia risuonavano gli applausi, quando a Milano appena se ne avea contezza. Varcato di breve le Alpi, passò alle mani degli Enciclopedisti, e vi ebbe le più liete ed amichevoli accoglienze. Lo traduceva il Morellet29, D’Alembert ne levava a cielo la filosofia, la verità, la logica, la precisione, il sentimento, l’umanità30; Voltaire, di cui [p. 35 modifica]niuno a que’ tempi uguagliava la fama, non isdegnava adergersi all’ali del giovine italiano, l’opera del quale reputava valesse in morale quanto in medicina quei pochi rimedi che sanno lenire i nostri mali31. Invitarono Cesare nostro a recarsi a Parigi ed egli a malincuore aderiva, sebbene poi fra quelli spigliati parlatori, fra que’ lieti novellieri, fra que’ scettici dagli arguti sali e dalle invereconde celie non si trovasse ad agio e si rimanesse taciturno e crucciato fino a che, richiamato da familiari affetti, sollecitamente rediva in patria. Il suo libro intanto diffondevasi per l’Europa, l’edizioni italiane moltiplicavansi e del pari le versioni in ogni lingua. Il duca di Würtemberg ne scrivea lodi a Cesare nostro, Catterina di Russia gli faceva invito, perchè pigliasse stanza nel suo impero, ma il governo austriaco saggio e mite allora in Lombardia, quanto a’ nostri di si dimostrò stolto e crudele, reputando non gli tornasse in onore «il vedersi prevenuto dagli esteri nella stima dovuta agli ingegni»32, lo elesse a professare Economia pubblica nella scuola Palatina di Milano.

Fra tanti incoraggiamenti e tante lodi non fecero difetto per altra parte le censure, le accuse, le condanne. La repubblica di Venezia, credendo scorgere alcuna allusione ai terribile Consiglio, proibiva il libro [p. 36 modifica]sotto pena di morte33; un cotal frate, prezzolato strumento della Serenissima34, scagliavasi contro di esso fieramente, e Beccaria rispondeva, e le censure si aumentavano in proporzione della fama. L’ebbero taluni accusato di bestemmia e di sacrilegio, altri vi scorsero un’imprudente invettiva contro i tempi, altri una fiera minaccia di turbamento all’ordino sociale.

Le erano in gran parte accuse procedenti da pregiudizi che, prevalsi per secoli, mal vince, in brevi giorni, qualsivoglia più severa dialettica; non dirò io tuttavia che l’opera sua fosse esente da ogni difetto: ve ne hanno, e son gravi. La celebre ipotesi del contratto è gratuita ed assurda: Bossuet chiedeva a buona ragione la si comprovasse con documento. Se l’uomo è di sua natura sociale come mai vi fu tempo in cui la società non esistette? E se una società non eravi, come poteva essere sacro un contratto, l’idea del quale già suppone un consorzio civile? Infine le fondamenta di questo antichissimo patto non sarebbero esse già crollate innanzi a tante sommissioni volontarie e volontarie rinuncie? Si risponde: il diritto è imprescrittibile, e sta bene; però facciamo assai meglio, non cerchiamo nelle sue ipotetiche manifestazioni l’origine delle società, domandiamola alla sua nozione medesima, e ricordiamo che quali siano stati o sian per essere gli eventi, il diritto è una proprietà dell’umana natura. [p. 37 modifica]

Errata reputo eziandio la dottrina della difesa. Difendere non è punire; la difesa precorre il delitto e mira a prevenirlo, la punizione lo segue: è lecito difendersi contro l’aggressore infante, ebbro, demente, non puossi punire se non un reo. Nè meno erronea è l’opinione che considera la giustizia come una semplice maniera di concepire degli uomini35. Voi allontanate un cittadino dall’amichevole consorzio de’ suoi, lo gettate fra i ceppi per un vostro modo di vedere? L’accusato non potrebbe, a buon diritto, rivolto al giudice, chiedergli: provatemi che la società vede conforme al vero, e poi punitemi? Ad un magistrato che, seguendo una tale dottrina, sottoscrivesse una condanna, dovrebbe tremare la penna fra le dita: egli non avrebbe più diritto di chiamarsi onesto innanzi alla propria coscienza.

Neppur mi convince che al calunniatore spetti la pena che toccherebbe all’innocente accusato36; la calunnia può avere per obbietto delitti di sangue, congiure contro la sicurezza dello Stato ed altri misfatti assai più gravi di quello che il reato di calunnia non sia; la è questa una applicazione della rude ed irrazionale pena del taglione. Non lieve cruccio poi mi reca lo scorgere come, mentre pur distingue delitto da peccato, e deplora i roghi eretti dal fanatismo religioso, in nome del bene dello Stato, pel quale stima necessaria una perfetta uniformità delle opinioni, [p. 38 modifica]invochi come necessario ed indispensabile l’impero della forza sulle menti37. Se la ragione dei tempi gli vietava di proteggere la più sacra fra le libertà, la libertà de’ rapporti fra l’uomo e Dio, meglio sarebbe stato il tacere ed affidare all’avvenire un quesito che la scienza ha sciolto oggi e per sempre38. Del pari è deplorevole, e se ne lamenta anche Lally Tollendal39, che egli abbia tenuto in non cale le virtù di famiglia: forse non avvi forza più potente a rattenere dal mal fore di quella che è sacra nel nome della pietosa madre, della gentile sposa, de’ cari figliuoletti. Non ignoro anche qui le tristi condizioni del secol suo, so di sue familiari molestie, certa cagione a disdegno; ma tale errore deriva, a mio avviso, da altro più grave. Ei non comprese come sieno gl’individui che costituiscono e formano la società, onde il diritto sociale non può offendere l’individuale; fu nemico alla famiglia come dubitò forse persino del diritto di proprietà40, perchè questi istituti proteggendo l’umana persona contro gli abusi sociali, creano sentimenti, convinzioni ed [p. 39 modifica]affetti che non hanno direttamente per obbietto la prosperità comune.

Tali, a parer mio, sono i più considerevoli errori, dei quali è facile a noi, oggi, dopo tanto incremento della scienza e tanta trasformazione delle leggi e de’ costumi, il muovergli un rimprovero. Ma a chi ricordi lo stato della legislazione a’ suoi dì, a chi rammenti le opinioni di que’ dottissimi, tali difetti sono appena nei; perocchè è vietato a colui che fonda una nuova scienza il condurla egli stesso alla perfezione. Noi ce lo sappiamo: la scienza è il risultamento dell’opera di molti, l’età moderna dischiuse la via al Beccaria, egli aperse l’adito ad altri. Tutte si studiarono le ipotesi che potessero dimostrare legittimo il diritto di punire. Ricorse Bentham alla pubblica utilità, dottrina che fu in vario modo professata a’ nostri dì da numerosa schiera di pensatori ed in fra gli altri da A. Gabelli; Romagnosi alla difesa pura del Beccaria sostituì più sottilmente una difesa indiretta, opinando che la pena s’infliggesse in tal misura da rattenere ciascuno all’imitare l’esempio del reo; similmente Feuerbach punisce i rei per spaventarli, Grothman per prevenirli, Scheider per riparare all’offesa ricevuta dalla società, Luden per trarne vendetta, altri per altre ragioni sociali. Molti tuttavia pensarono che l’umana giustizia diventi ingiusta, quando non metta radice in alcun principio che non muti col mutar delle opinioni umane; invocarono pertanto taluni l’intervento di Dio, del quale vollero ministra la società; se ne [p. 40 modifica]spaventarono altri, temendo a ragione che nel santo nome della divinità troppo s’allargasse la cerchia del potere penale; ed ecco Kant risalire al concetto stesso di giustizia per cui il male merita male, Mamiani alla legge naturale come che da essa la sociale derivi, Lucas giustificare la pena pel suo scopo e volerla tutta rivolta all’emenda. Fu lotta pertanto fra due scuole, l’una che attinse alla necessità, l’altra che chiese alla giustizia la ragione del punire. A conciliarle intervennero Carmignani, Rossi, Buccellati ed altri, i quali fondandosi su quanto già i precedenti aveano pur dovuto confessare, determinarono, per diverso modo, niuna punizione esser legittima se non nel nome della giustizia, nè doversi chiamare l’umana giustizia a punire, se non lo imponga la sociale necessità. Se fra così diversi pareri mi concedete di esporvi il mio, io reputo che chi voglia rinvenire lo origini del diritto di punire, non debba ricorrere all’una o all’altra legge che l’intelligenza nostra ne riveli, ma debba salire più alto e rivolgersi direttamente all’umana natura. Essa spiega la cogeizione e ad un tempo il sentimento di ciò che è giusto, da essa si svolge la tendenza a riunirsi in società, in essa a dir breve riposa ogni ragion di punire. La riforma moderna della scienza imponendo di esaminare noi medesimi va ogni di più rassodando il convincimento che tutti i diritti individuali e sociali si fondino sull’uomo e sull’eterno obbietto del suo pensiero, pel quale egli è un essere intelligente e volitivo. [p. 41 modifica]

Ma se riuscì incerta la dottrina fondamentale del diritto, si accordò la filosofia quasi unanime nelle conseguenze. Le opinioni del Beccaria quanto ai processi ed alle prove furono accettate e condotte a maggior perfezione. Saggiamente, si commisurò la prescrizione al tempo ed alla gravità del reato; la proporzione, la misura delle pene e la generale benignità del punire furon oggetto di larghi studi, di questa ultima in ispecie trattarono moltissimi, il perchè sottilmente costruirono sistemi penitenziarii diversi, in cui al concetto della pena sì accompagna quello della educazione e dell’emenda. Accuratissime ricerche si fecero per riguardo ai delitti; all’attentato precedono gli atti preparatori, lo segue talora il delitto mancato che deve esser punito diversamente dal compiuto, si distinsero gli autori dai correi, questi dai complici, questi altri dai favoreggiatori; si posero ad esame le circostanze tutte che potessero attenuare o far più grave il misfatto; si ristudiò con ogni maggior diligenza la gravità morale e sociale di ogni colpa e di ogni delitto; si chiamò in ajuto la Psicologia, la Morale, le Scienze giuridiche, la Fisiologia, la Medicina per determinare l’imputabilità ed i suoi gradi; a dir breve, niuna cura si omise, perché della criminale giurisprudenza tenesse il governo la ragione.

Ancora ritarda tuttavia la società nell’accettare e porre in atto tutti i principi della scienza. Già a’ suoi tempi Beccaria vide promulgarsi il Codice Giuseppino, oggi ogni popolo civile osserva leggi [p. 42 modifica]sue, scritte in sua lingua e nella debita forma promulgate. Potè il buon Cesare, vedere abolita la tortura; il marchio, la gogna, altre pene infamanti si tolsero più tardi. Pubblici i dibattimenti, dei delitti più gravi sentenziano i giudici del fatto; non solo al reo, ma neppure a chi è stretto con lui in legame di parentela si impone un giuramento che ripugni ai suoi sentimenti naturali. La pena di morte rimase pur troppo, ma un sentimento di sdegno e di riprovazione si manifesta per tutta Europa qualunque volta la legge vi ricorra; e pietosi i giurati correggono quasi in ogni caso il vizio de’ codici, col rinvenire circostanze attenuanti. Ci verrà fatto fra breve di toglierci d’innanzi il turpe spettacolo del carnefice e de’ patiboli? Potremo noi presentarci mondi di sangue ai nostri figli? Io lo spero; ma la pena di morte non potrà essere saviamente abolita, se non da quel popolo in cui l’impero delle leggi prevalga al furore delle passioni, se non in quel paese dove le carceri sieno ordinate per guisa che mentre assicurino la società che il reo non si sottragga alla pena, procaccino anche tutto quanto conferisca al bene morale del condannato. Ed ahi! quanto rimane ancora a fare! Diciamolo a nostra vergogna o meglio ad incitamento: incalzati ad ogni istante dalle più crudeli angustie economiche, noi, discendenti di Beccaria e contemporanei di Giusti, ci vediamo costretti a raccogliere dal turpe giuoco del lotto parecchi milioni che aumentano la miseria delle plebi, e colla miseria il delitto, e cerchiamo [p. 43 modifica]invano il poco valsente con cui soccorrere agli infelici che gemono nelle carceri. Quindi è che le prigioni sono tugurii o, a dirla con Beccaria, caverne, non aria, non luce, non moto sufficiente, i rei accatastati cogli accusati, i nuovi delinquenti chiusi in un sol carcere co’ più tristi ed inveterati violatori delle leggi, onde l’immoralità aumenta, con essa i delitti, con questi il numero de’ carcerati ed il danno41. Chiediamocelo nel nome santo dell’eterna verità: abbiamo noi diritto di chiudere in uno di cotali antri per mesi e talora per anni un cittadino che la giustizia non ha ancora condannato, che forse è innocente? E la società non vien forse meno nell’adempimento di un sacro dovere allorché non provvede in ogni miglior modo che la pena guidi all’emenda, e non sia all’incontro cagione di pervertimento maggiore? Oh quanto mi sarebbe caro, ottimi giovani, se potessi dirvi almeno: la città vostra dotta, civile, pietosa raccoglie lo sciagurato che ha offeso la legge, come impone la ragione! Non è così. So, e ne vado lieto, che le autorità preposte al Governo della Provincia attendono con assidue cure alle carceri, ed invocano savie riforme; so con quanta diligenza e quanto amore molti scrivessero di tale argomento: mi è noto che alcuni pietosi accolgono con benigna sollecitudine i lagni spesso non ingiusti de’ carcerati, e li confortano come meglio sanno e possono. Dio benedica a quei buoni, [p. 44 modifica]ed i concittadini ne sappiano loro grado! Ma più acconci provvedimenti si domandano, e so le mio parole non dovessero riuscire vuote d’effetto, io scongiurerei i Bresciani tutti nel nome della scienza, dell’umanità e del grande italiano che oggi onoriamo a non interporre tempo, a non omettere studio od opera, affinchè lo cose volgano in meglio!


Considerato in sè e negli effetti suoi l’opera precipua di C. Beccaria, uopo è che tocchiamo alla sfuggita de’ suoi scritti minori. Fra le scienze che più direttamente riguardano il governo della cosa pubblica importantissima è l’Economia politica alla quale un popolo con lieto animo affida le sue sorti; avvegnachè additando essa le fonti della ricchezza e il miglior modo di distribuirla fra i cittadini, guidi saviamente per la via della libertà e della giustizia ad ottenere lo scopo di ogni consorzio civile, la universale prosperità. Ed è memoranda cosa che l’età antica e la media tenesse in non cale uno studio di tanto rilievo, e le riforme moderne, invitando ad un’osservazione paziente ed accurata, dessero nascimento a questa scienza dell’avvenire. Già molto aveano scritto in Italia e fuori, già le delusioni prodotte dai vani tentativi di Law aveano fatto invito a più profonde meditazioni, e prevaleva la scuola de’ Fisiocratici, che aveva a capo Quesnay e Turgot, quando il nostro autore, convinto dell’opportunità di questi studi, appena ventenne, scrisse un assennatissimo opuscolo sul disordine delle [p. 45 modifica]monete42. Affermava la moneta non costituire la ricchezza43 combattendo così un pregiudizio che dominò nelle classi popolari fino a’ di nostri; a togliere il quale (tanto è vero che non ogni male vien per nuocere) giovò fra noi lo spaccio coatto e pur tranquillo della moneta cartacea; reputava savio partito il porre una costante equazione fra il valore effettivo ed il nominale della moneta, proposta accolta oggi per tutto come fondamento del sistema monetario. Maestro più tardi di Economia, egli si era proposto di applicare l’insegnamento a tutte le parti della scienza, il che per cagioni indipendenti dal suo volere non gli venne fatto. Ma scrisse qualche cosa, e bene. Discostandosi saviamente da’ Fisiocratici, e n’ebbe lode da M. Gioja, definiva la ricchezza «l’abbondanza delle cose necessarie non solo ma comode ed aggradevoli»44, la traeva tutta dalla fatica degli individui, e volea che il lavoro si suddividesse, perché fosse più facile e produttivo, né si aumentasse la popolazione se non in proporzione de’ mezzi di sussistenza. Buoni provvedimenti ad accrescere la ricchezza agricola reputò l’abolizione delle primogeniture e de’ fidecommissi, la preferenza data alla grande agricoltura, correggendo [p. 46 modifica]la piccola coll’affidare ad un solo affittajuolo il governo di molti latifondi. Tratto sempre dall’indole sua generosa, lamentò le sofferenze de’ contadini, deplorò la loro ignoranza, e volle almeno che conoscessero i rudimenti del sapere e i principi di una morale dolce ed insinuante. Consigliò che si formasse un comizio di giovani cultori dell’agronomia diretti da persona sperimentata, né si astenne dal suggerire altri modi per aumentare questa larga fonta di prosperità. Volgendo il pensiero alle manifatture, pose ad esame gli ostacoli che si opponevano al loro incremento, reputò dannose le corporazioni d’arti e mestieri, com’erano allora costituite; de’ manufatti preferì quelli di generale consumo, per tutti amò la libera concorrenza che diminuendo i prezzi, reca il buon mercato. Trattò del commercio, propose un sistema decimale di pesi e misure, invocò anche qui la libertà; ma fu amico ai dazj d’entrata per le materie lavorate e d’uscita per le materie prime; distinse il commercio del grano dall’altre specie, e fu nondimeno nemico ai calmieri; protasse le operazioni di Banca, ma le racchiuse in angustissimi limiti45,

Non lo neghiamo: il vero assai sovente sì commesce al falso, tuttavia scrive Pecchio. «L’economia pubblica prima di Beccaria era diffusa, quasi ciarliera, vagante in digressioni. Nella sua mente essa si condensò e divenne compatta, come deve essere una [p. 47 modifica]scienza. La sua vista estesa ed acuta in un colla sua straordinaria forza d’astrarre gli fece trovare la maggior parte delle leggi generali dell’economia sociale»46. E per fermo, primo Beccaria scopri il germe della divisione del lavoro, e sottopose ad analisi le vere funzioni del capitale produttivo, ond’ebbe encomi dal distinto economista Say; inoltre, la sua dottrina sulla popolazione non differisce nella sostanza da quella che fece più tardi celebrato il nome di Malthus; infine ragionando dell’agricoltura, o delle industrie o de’ commerci ad ogni istante egli coglie nel segno. Così se Cesare nostro non è sommo nell’Economia come già nel Diritto, molta lode pure gli debbono quanti amano la scienza. Per lui spuntano infatti i primi crepuscoli di un’aurora che fece immortale il nome di A. Smith.

Ad un altro intento volse il nostro scrittore la mente già matura per gli anni e per la esperienza. «Scorgendo come lo stile fosse abbandonato (sono sue parole) quasi intieramente alla fortuita impulsione del sentimento ed alla sconnessa ed irreflessiva pratica di un lungo esercizio»47, convinto come la morale, la politica, le belle arti sieno scienze derivate da una sola, la scienza dell’uomo, gli piacque di trattare la psicologia dello stile in un libretto che intitolò modestamente: [p. 48 modifica]Ricerche intorno alla natura dello stile. Il lavoro è per nostra sciagura incompleto, chè la cattedra ed altri pubblici uffici gli tolsero di condurlo a buon fine. Riponeva lo stile «nelle idee o sentimenti accessori che si aggiungono ai principali in ogni discorso»48, e idee o sentimenti riuniva nelle sensazioni, lo stile commisurava al numero delle impressioni che deve far sorgere, e volea si studiasse quali destino maggiore commovimento. Ripose fra le principali fonti di bellezza il contrasto fra le idee, e di esso studiò le leggi e le varietà. Toccò degli epiteti che non debbono essere inutili od oziosi, sibbene «eccitare, il massimo di sensazione»49. Disse de’ traslati e delle figure, volle dar norme ad ogni specie di stile ponendole in armonia colle passioni ch’esso deve svegliare, ed ebbe infine per principio generale che si abbiano a ridurre le parole ad idee sensibili, unendo le espressioni più vaghe alle più determinate e precise50. C. Ugoni scorge in questo lavoro una mente pensatrice ed un acume anco maggiore di quello che è manifesto nel libro Dei delitti e delle pene51; noi nol negheremo, chè profondo è il concetto del libro, sottile l’indagine intorno alla ragione filosofica de’ traslati e delle figure, ammirevole la sintesi nella quale con pochi precetti raccoglie una [p. 49 modifica]grande dottrina. Non dobbiamo tuttavia tacere come difetti la chiarezza, o la dizione sia trascurata. Cagione di frequenti errori fu poi il voler ridurre ogni facoltà dell’anima alla sola sensazione. Tale dottrina egli importava di Francia dove l’ebbe difesa Condillac, ma questi più logicamente volgevasi all’analisi, e il metodo sintetico, seguito da Beccaria, condannava come tenebroso52. Fu ad ogni modo il suo libro giovevole alla scienza ed, additando il legame fra la letteratura e la filosofia, dispose le menti a quelle sottili indagini che fecero chiaro di poi il nome di Kant, di Herder, di Hegel, di Cousin, di Gioberti e di altri non pochi.

Fu questa forse nuova occasione a rinnovargli l’accusa che el pensasse a mo’ di Francia come alla francese si esprimeva, e fosse in tutto pedissequo degli Enciclopedisti. Veramente egli ritrae assai de’ tempi, ma non copia, non serve ad alcuno. Inclinando al sensismo, lo vedemmo, riuscì ad un metodo opposto a quello del maestro; lo scherno cinico di Voltaire ammirò, non volle imitare giammai; gli uomini non tenne a vile come Rosseau; lodò Elvezio, e forse troppo, ma seppe serbare integra la fede nella moralità; ebbe encomi anche per D’Holbach, ma dimostrò di nutrire nell’animo la nobile speranza che la scienza si potesse conciliare col Cristianesimo. Nato dal moderno rivolgimento dell’umano sapere egli venera chi lo precedette, ma in nome della libertà, dalla scienza [p. 50 modifica]proclamata, respinge la licenza, a libertà fierissima nemica. Altre accuse ed enormi gli si mossero: si andò dicendo come ei temesse del bujo al par dei fanciulli, come invocasse la tortura contro un suo servo reo dì furto, come il suo libro non fosse suo, ma venuto di Francia, d’onde, secondo il parere di certuni, piove a noi la benefica rugiada del sapere, e fallì di poco che non lo si tenesse affatto come un protervo ignorantaccio a cui una falsa gloria avesse messo de’ grilli pel capo. Sono aneddoti ed accuse, attesta C. Cantù, con lepida infamia inventate, con lepida intrepidezza ripetute53. All’incontro egli fu modesto, seppe lottare contro l’avversa fortuna, non venne mai meno a’ suoi doveri, amico fedele, amantissimo sposo, buon padre, integerrimo cittadino.

Oh quanto è caro, ottimi giovani, il tessere le lodi di chi le virtù della mente in si bel modo a quelle dell’animo congiunse! Quanto è bello il vedere accompagnati in soave armonia di obbietti e di intenti l’amore del Vero e quello del Buono! E come dovrebbe avvenire altrimenti se l’uno è dell’altro ottimo maestro? Così la scienza, forma umana di verità, maturata ne’ tempi generò il grande nostro concittadino, ed esso ai sovrani, ai legislatori, ai popoli volse quegli ottimi consigli che la ragione vien trasformando in comandi. In egual modo se noi oggi [p. 51 modifica]alla presenza di tanti onorandi magistrati e cittadini festeggiamo il patto che unisce il popolo al suo monarca, se salutiamo l’aurora della libertà, testè apparsa in Italia, ne dobbiamo saper grado alle scienze che, diradando le fitte tenebre dell’ignoranza e de’ pregiudizi civili e morali, diffusero fra le nazioni la luce santa del vero. Amate dunque, o miei cari, il sapere, amate la scienza, dell’opere belle e grandi consigliatrice e maestra.

Presto avverrà che chiedendo voi di C. Beccaria nella capitale insubre, un cortese vi conduca là dove, sui ruderi della sciagurata casa che ospitava il carnefice, poserà il monumento del sommo benefattore degli uomini. Beandovi nel sublime aspetto del generoso italiano, vi rammenti quanto attende da voi la patria, e quanto cammino ci resti ancora a percorrere in questa gloriosa via del Vero e del Bene!


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  1. Il Cav. Nicola Gaetani Tamburini Preside del r. Liceo rapitoci da improvvisa morte il 25 marzo 1870.
  2. Nouveau melanges pag. 73. Paris 1861.
  3. Delle relaz. della Filosofia colla Società. Milano 1859.
  4. Pescatore. Logica del Diritto P. I. C. VIII.
  5. De Aug. Lib. I, C. IX.
  6. Introd. allo studio della Fil. V. II L. I. C. 3.
  7. Cartesio (Epist. ps. III. 17, p. 62) era tanto convinto dalla somma importanza delle riforme da lui consigliate che non dubitò di affermare che la sua filosofia si sarebbe, a breve andare, sostituita ad ogni altra dottrina. La stessa persuasione animata da entusiasmo per avventura maggiore è in Bacone (Nov. Org. passim).
  8. A M De-Condorcet. Cousin Philos. sensualiste. Paris 1856.
  9. Histoire de la Philos. mod. Liv. V. cn. II.
  10. De antiq. Ital. saplentia passim
  11. De jure belli et pacis. Prolog.
  12. De cive
  13. Contr. soc. Liv. II. ch. VI.
  14. Op. cit. passim
  15. Colonna Infame II.
  16. Dei Delitti e delle Pene — A chi legge.
  17. Beccaria e il Dir. penale III.
  18. Letteratura Italiana etc. Vol. II. Cesare Beccaria p. 177. Milano 1858.
  19. Cantù. Beccaria e il Dir. penale pag. 20.
  20. Traité des Dèlits et des Peìnes par Beccaria traduit de l’italien par A. Morellet précèdé d’une correspondance de l’auteur avec le traducteur. Paris. 1797. pag. XLIV.
  21. Op. suc. § II.
  22. Clemente XI edificò una Casa di Correzione in Roma e ancora vi si legge: Parum est coercere improbos poena nisi probos efficias disciplina.
  23. Op. succ. § XL.
  24. Op. succ. § XLII.
  25. Scritte queste pagine, mi venne per caso alle mani un ottimo periodico che ebbe nome da Cesare Beccaria. Ho letto in esso (anno I. N. 3 e 4) come il diligentissimo prof. Amati abbia avuto notizia di un manoscritto del nostro A. intorno a Bacone. Egli inoltre si assunse il paziente officio di mettere fra loro a riscontro in bel numero gli aforismi del filosofo inglese coi principî e colle dottrine del nostro concittadino, dimostrando in ottima guisa come il pensiero dell’uno regga ed informi quello dell’altro.
  26. Grozio, Op. succ. Lib. II cap. 2O ed altrove. Montesquieu Op. succ. Liv VI ch. II e Liv. XII ch. IV. Rosseau Op. succ.
  27. Stor. della Letter. Ital. Lez. XIX.
  28. Cantù, Op. succ. Lettera di Beccaria a Verri 13 dic 1764.
  29. Trad. cit.
  30. Cantù, op. succ. Lettera dì d’Alembert e Paolo Frisi.
  31. Commentario di Voltaire al libro dei Delitti e delle Pene § I.
  32. Vita di Beccaria del Barone Custodi. 1804.
  33. Vita di Beccaria che precede le opere dell’A. Edizione della Società tipografica de’ classici italiani. XXXVI.
  34. Facchinari.
  35. Op. succ. § II. nota.
  36. Op. succ. § IX
  37. Op. succ § XXXVII.
  38. Forse niun capitolo si avvolge tanto nell’oscurità quanto questo: vedesi chiara l’esitanza dell’A., la quale lo porta quasi alla contraddizione nel concetto che manifesta nell’ultimo periodo.
  39. Biogr. Univ. Tom. IV art. Beccaria
  40. Nella prima edizione del suo libro era scritto: terribile ma forse necessario diritto (di proprietà), nelle posteriori diritto terribile e forse non necessario. V. Cantù Op. succ. p. 127 nota.
  41. Leggi: Prigioni e prigionieri nel Regno d’Italia del Dep. Bellazzi. Firenze 1866.
  42. Del disordine e de’ rimedj delle monete nello Stato di Milano.
  43. «Le monete sono pezzi di metallo che misurano il valore nella stessa maniera che le libre e le oncie misurano il peso, il piede e il braccio l’estensione», Op. succ.
  44. Elementi di Economia politica Par. I. § 1.
  45. Op. succ. passim.
  46. Storia degli Econom. Italiani: Beccaria.
  47. Ricerche intorno alla natura dello stile. A chi legge.
  48. Op. succ. P. I. C. I.
  49. Id. Id. P. I. C. VI.
  50. Id. id. passim.
  51. Op. succ. V. II. art. Beccaria pag. 218
  52. Logica P. II. C. VI.
  53. Op. succ. pag. 147.