Giordano Bruno. Cenni popolari sul grande riformatore/Giordano Bruno

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Giordano Bruno

../Lettera di Giovanni Bovio ../Nota IncludiIntestazione 28 agosto 2015 100% Da definire

Lettera di Giovanni Bovio Nota

[p. 1 modifica]




GIORDANO BRUNO






[p. 2 modifica] [p. 3 modifica]


GIORDANO BRUNO






Tremate più voi, o giudici, nel pronunciare la sentenza, che io nell’ascoltarla.
(G. Bruno ai suoi giudici).


In Nola, piccola ed antichissima città della Campania Felice, nacque Bruno, nel 1548, da Giovanni, uomo dedito al mestiere dell’armi e da Fraulissa Savolina.

Al fonte battesimale gli venne dato il nome di Filippo, che più tardi, indossando l’abito del monaco, cangiò in quello di Giordano.

Poco ci è dato sapere della prima infanzia di Giordano Bruno, poichè egli ne’ suoi scritti e nelle deposizioni degli interrogatori, ai quali fu sottoposto dal Santo Ufficio, non ne fa che vaghe allusioni.

Certo il cielo ridente della sua terra natale, la vista meravigliosa del Vesuvio, lo stupendo incanto di quel suolo rigoglioso, bagnato dal mare, dovettero molto influire sulla natura fantastica e poetica del filosofo.

I suoi genitori, conosciutolo di ingegno svegliato e [p. 4 modifica]precoce, compiuti i due lustri, lo mandarono a studiare a Napoli, persuasi di vederlo un giorno riuscire a qualche cosa di buono e trarne da lui aiuto.

Ben presto Bruno apprese i primi rudimenti nelle lettere de humanità, come egli si esprime, nella logica e nella dialettica.

Lo studio divenne subito la sua passione prediletta; vi si applicava con zelo indefesso e per meglio istruirsi amava accorrere alle pubbliche lezioni dei più reputati professori di Napoli.

Fra i quattordici o quindici anni, cioè nel 1562 o nel 1563, Giordano Bruno entrò come novizio nel convento di S. Domenico Maggiore in Napoli, ove un dì aveva vissuto e insegnato teologia, san Tommaso di Aquino.

Fu ricevuto e vestito del saio del domenicano dal priore Ambrosio Pasqua e da allora prese il nome di Giordano.

Quali fossero le ragioni vere che indussero Bruno a farsi frate, anche questo non ci è dato sapere.

Forse fu il desiderio di una vita tranquilla, colla quale poter darsi con più passione ai suoi studi favoriti. Forse qualche suo trascorso giovanile lo nauseò del mondo, invogliandolo a sfuggirne i pericoli. Forse pure ne lo decisero gli avvenimenti politici, la peste, la carestia, che in quel tempo fierissimamente travagliavano le provincie napoletane.

Comunque sia la cosa, dopo un anno di noviziato, venne ammesso alla professione, e più tardi, nel 1572, fu promosso agli ordini sacri ed al sacerdozio.

Spirito ardente, impetuoso, dotato di una irrequieta e fervida immaginazione, ben presto Giordano Bruno s’accorse di non esser destinato alle austerità del chiostro ed ai raccoglimenti della solitudine. [p. 5 modifica]

Egli, che si era fatto ministro della religione cristiana, doveva, indi a poco, ribellarsi contro di essa, contro i suoi dogmi e le sue superstizioni, per divenire banditore di una nuova fede, più bella, più elevata, più serena, avente per base il vero e la ragione.

Smessa la timidità del novizio, a diciotto anni incomincia a palesare i suoi dubbi sui dogmi che la Chiesa propone alla fede dei credenti e particolarmente dei misteri della transustansazione di Cristo e della verginità di Maria.

Non è solamente il giogo della fede monastica, ma anche quello della fede cristiana che pesa sulla sua ragione. Giovane ancora egli intravede in tutte le religioni positive un incremento a turbare la pace umana e la quiete, spegnendo esse la luce della mente, senza giovare ai costumi. E si lagna che sino dalla puerizia venga l’anima dei fanciulli imbevuta di insani sensi circa le cose della fede.



Cotesta sua precoce tendenza a criticare quello che era ammesso e ricevuto, non poteva che condurlo a conflitti verso i suoi superiori.

Già, come novizio, aveva corso il pericolo d’un processo, per essersi dato a criticare un suo compagno di intrattenersi nelle letture dei miracoli della Madonna a preferenza di leggere le vite dei santi. Un’altra volta aveva suscitato scandalo in convento, per aver spogliato la sua cella delle immagini dei santi e delle madonne che l’adornavano, non ritenendo per sè che un solo crocifisso.

Assunto ai gradi del sacerdozio, accentuò [p. 6 modifica] le sue idee, scrivendo alcuni componimenti nei quali appariva chiaro di quanto egli già si fosse allontanato dalle credenze religiose imposte dalla Chiesa. Dalla fede d’un monaco cattolico egli si slancia agli estremi limiti del dubbio e dello scetticismo. Lutero si era limitato a trasformare il mistero dell’eucaristia, credendo coscienziosamente di ricostituirlo alla sua purità primitiva; Bruno invece attacca la forma e il fondamento, perchè egli nega la divinità di Gesù Cristo, base della eucaristia e di tutto il cristianesimo.

Onde sul principio del 1576 il padre provinciale dell’ordine, fra Domenico Vito, sulla scorta di quegli scritti, e dietro denunzia di parecchi frati, compagni di Giordano, lo accusò d’eresia, elevando una lunga serie di articoli contro il giovane monaco, per aver deviato dai dettami della Chiesa.

L’accusa per Giordano Bruno era pericolosa. Nel convento, fra i suoi compagni s’era formato un partito molto ostile contro di lui, tanto che si cercava di riandare tutti i più piccoli fatti della sua vita trascorsa, per aggravare sempre più la sua posizione.

Capì che questa volta avrebbero proceduto a suo riguardo con tutto il rigore, e poichè alla sua bollente gioventù male convenivano le anguste pareti d’un carcere, risolse di fuggire dal convento di S. Domenico, prima che si incominciasse il processo.



Spiato il momento opportuno evase dal chiostro e uscito da Napoli prese pedestremente la via di Roma.

Incominciava, in tal guisa, le sue travagliate peregrinazioni, che dovevano più tardi condurlo attraverso all’Europa e levare a sì alta fama il suo nome. [p. 7 modifica]

Estenuato dal viaggio e dalle privazioni, giunse finalmente a Roma ed andò a chieder asilo al convento della Minerva, dove forse nutriva lusinga di trovare un po’ più di tolleranza che nel chiostro di S. Domenico Maggiore.

Ben presto però s’accorse, come anche sotto le vòlte del chiostro della Minerva non spirasse troppo propizia l’aria per lui. Delle sue gesta al convento di Napoli era trapelata qualcosa, e ben più se ne seppe, quando, dal priore del convento di Santa Maria Maggiore, si trattò di inviare l’incartamento del processo a Roma.

Bruno non pose tempo in mezzo e prima che la procella si scatenasse sul suo capo, smesso l’abito talare, lasciava, verso la metà del 1576, furtivamente Roma per volgere alla ventura i suoi passi.

Non senza rimpianti abbandonava egli l’eterna città, dove le memorie dell’antica grandezza, che si riscontrano ad ogni passo, avevano acceso d’entusiasmo la sua indole appassionata e poetica.



Gli anni della vita claustrale, servirono nonpertanto al giovane riformatore per approfondirsi negli studi. Questo del monastero è il vero periodo di raccoglimento e di apparecchio, dal quale dovranno più tardi svilupparsi poderosamente i germi delle nuove dottrine del frate di Nola.

In breve i poeti greci e latini gli diventano famigliari, nè la poesia lo trattiene da un lavoro più intenso e più serio. La molta e svariata dottrina, la conoscenza profonda dell’antica filosofia, onde Bruno più tardi si mostra pieno, indicano chiaramente che [p. 8 modifica]il giovane domenicano leggeva ed imparava senza ristar mai.

Platone, Aristotile, Pitagora, gli scolastici più rinomati, gli diventano famigliari, nè sfuggono all’attenzione sua i pensatori notevoli dei tempi a lui prossimi.

Nicolò di Cusa, Raimondo Lullo, Copernico, sono i tre scrittori intorno ai quali si aggirano principalmente i suoi studi ed hanno un’influenza decisiva sulle sue dottrine.

Assetato di novità e di scoperte, la mistica filosofia di Raimondo Lullo lo entusiasma; da Nicolò di Cusa attinge i germi di quel razionalismo che traluce e si afferma in tutte le opere sue; saluta in Copernico il nuovo Colombo, che ha ritrovato il modo di montare al cielo, di abbattere le fantastiche muraglie delle sfere, di sprigionare la nostra ragione dai non meno fantastici mobili e motori, che la filosofia volgare ha inventato.

Tutto egli cerca di indagare, così che nella sua vasta mente prendono posto e si maturano le più ardite cognizioni filosofiche, metafisiche, astronomiche e matematiche.

Questo gigante del pensiero doveva, indi a poco, divenire il precursore dell’odierna filosofia; da lui Galileo derivò parecchie delle sue più evidenti dimostrazioni delle dottrine copernicane, Cartesio e Spinosa, una gran parte del loro sistema, Bayle, la teoria delle comete, Fontanelle lo imitò nell’opera sulla pluralità dei mondi, Hegel, Schelling ed altri ed altri molti, attinsero larga mèsse, dei loro principi, dalle opere del Domenicano di Nola. [p. 9 modifica]



Ramingando per l’Italia, Giordano Bruno capitò a Genova, deciso per il momento a restarvi, ma ne lo distolsero tosto le discordie che in quei giorni funestavano quella repubblica, onde di là trasse alla vicina Noli.

Povero, bisognoso, alle prese di continuo colla fame, egli dovette adattarsi ad insegnare pubblicamente ai bimbi di quella cittaduzza.

Nell’arido mestiere del precettore, gli era di sollievo il poter dedicare tranquillamente qualche ora del giorno alle sue meditazioni filosofiche e scientifiche.

Scorsi cinque mesi, vuoi che fosse stanco dal mestiere d’insegnante, o vuoi che il movesse desiderio di vedere nuovi paesi e nuove cose, lasciò senz’altro Noli e fatta breve sosta a Savona, volse i suoi passi verso Torino, attirato dalla fama di quella città, che sotto il governo di Emanuele Filiberto era salita a floridezza, nelle scienze, nelle arti e nelle industrie.

Nemmeno a Torino il Bruno si fermò a lungo, poichè, come egli dice, non avendo trovato trattenimento a sua satisfacione, s’imbarcò sopra il Po e discese fino a Venezia.

Ma Venezia in quel tempo era funestata dalla peste, che incominciata nell’agosto del 1575 durò fino alla fine del 1576, uccidendo ben quarantaduemila persone.

Lo squallido aspetto di quella illustre città, così desolata dal morbo, non dovette di certo invogliare Bruno a prendervi dimora, poichè, indi a poco, lo troviamo a Padova, ove, imbattutosi con alcuni frati suoi [p. 10 modifica]conoscenti, fu da essi indotto a vestir di nuovo l’abito religioso, senza perciò entrare nell’ordine, come di frequente in quel tempo usavasi.

Mosso dal suo spirito irrequieto, ben presto lasciò anche Padova; fece altre brevi soste a Brescia, a Bergamo, a Milano, ritornò di nuovo per qualche tempo a Torino, poi negli ultimi mesi del 1577 prese la via dell’Alpi, che dovevano condurlo nelle sue peregrinazioni attraverso all’Europa.

Egli lascia l’Italia, deciso ad intraprendere una crociata banditrice delle idee che gli tumultuano nella mente e nel cuore.

Sente dentro di sè d’esser chiamato ai trionfi ed alle tempeste del suo secolo. - Per far cadere le vecchie e decrepite credenze fa duopo attaccare ad una sol volta, la scuola, la Chiesa, la religione cristiana, in quanto hanno di più assurdo.

Alle dottrine d’Aristotile bisogna opporre dottrine più logiche e razionali, che i tempi hanno maturato, all’astronomia di Tolomeo contrapporre quella di Copernico, alla fede delle superstizioni, la religione della natura.

Questa è l’ardua missione che Bruno si addossa, e solo, senz’altra scorta che la sua audacia, la gioventù ed il suo sapere, marcia baldo incontro ai fulmini della scolastica e del papato.


Attraversate l’Alpi, Bruno fece la prima sosta a Chambery, presso un monastero del suo ordine, ma le fredde accoglienze che ebbe da quei frati, lo risolsero ben presto a riprendere il suo cammino. [p. 11 modifica]

Dopo Chambery sostò egli a Ginevra, in quel tempo rifugio di molti fuorusciti evangelici italiani, e non convenendogli, in quella città di riformati, l’abito del frate, indossò la cappa e la spada del cavaliere.

Per guadagnarsi la vita entrò egli come correttore di bozze in una tipografia, non desistendo, per questo, dallo studio, e dall’esame delle dottrine calviniste ed evangeliche, che avevano a Ginevra i più illustri sostenitori.

Da molti si ritenne che in quella città Bruno abbracciasse il calvinismo, ma questo fatto è addirittura inverosimile, quando si consideri i principî che animavano il frate di Nola; il suo pensiero andava molto al di là delle dottrine teologiche di Calvino ed il fanatismo che aveva sacrificato Servet1 non poteva che essergli odioso.

Il mestiere di correttore di bozze era troppo mal retribuito, perchè Bruno ne potesse ritrarre di che vivere, eppoi Ginevra non era campo di sue battaglie, onde se ne venne a Lione, dove, convenendo colà per ragioni di commercio molti italiani, aveva in animo di fermarvi alcun tempo dimora.

Ma anche qui non gli fu possibile trovar occupazione per sopperire a’ suoi bisogni, così che dopo pochi giorni riparti in cerca di miglior fortuna.

Scelse d’andar a Tolosa, attrattovi dalla fama di quell’università, che, in quel tempo, contava ben diecimila scolari, accorrenti da tutte le parti per apprendere le scienze giuridiche.

Dopo tanto vagare, durante ben un anno e mezzo, [p. 12 modifica]incominciano a spuntare per Bruno, in Tolosa, giorni migliori.

Egli si sente più a suo agio in quella città, ove si trova al contatto di una balda gioventù che si dedica ai forti studi.

Come generoso destriero, fiuta già la polvere della battaglia, e non si inganna, poichè brevi mesi dopo il suo arrivo, nei quali s’era dato all’insegnamento privato, resosi vacante il posto di lettore di filosofia in quella università, egli, senza che ancora si fosse levata la fama del suo nome, si presenta fra gli aspiranti e vince, nella non facil prova, tutti i suoi competitori.

Per il Bruno, anelante di spargere le sue idee, dovette esser questo un primo e lieto successo, che valse a fargli dimenticare i trascorsi disagi.

Egli incominciò le sue lezioni sull’anima, tema allora prediletto nelle università, basandosi più specialmente sulle teorie Lulliane. Ben presto la novità del suo dire, la facilità dell’eloquio, attrassero numerosa folla alla sua cattedra.

Poco però ci dicono i biografi di Bruno intorno alla sua dimora in Tolosa. Solo ne’ suoi scritti il frate di Nola fa un fugace cenno di persone intelligenti che colà ebbe a conoscere, di ire scolaresche che i suoi nemici gli suscitarono contro, così a Tolosa, come a Parigi e ad Oxford. Però è da credersi che queste ire, più che dal suo insegnamento psicologico, fossero generate dalle sue opinioni in fatto di astronomia e intorno alla pluralità dei mondi. [p. 13 modifica]



Ma era Parigi la città ammagliante che il Bruno da molto tempo agognava di vedere e fissarvi dimora.

Parigi gli sorrideva nel cuore come una cara e tumultuosa visione, come l’arena gladiatoria nella quale avrebbe potuto degnamente misurare le sue forze.

Di fatti, dopo due anni e mezzo di dimora a Tolosa, sul principio del 1579 egli disse addio a quella città, deciso di recarsi a Parigi.

Tristi correvano allora gli avvenimenti nella capitale del Reame di Francia e Navarra. Gli sconvolgimeli politici, da cui era funestata la nazione per le lotte fra i Guisa, Enrico III e le parti di Navarra, avevano il loro contraccolpo in Parigi. Ivi negletta era l’osservanza delle leggi ed il popolo inferocito dalle civili discordie.

La Sorbona sola imperava. Bodin, Montaigne, Charron, ed altri illustri scienziati, delle cattedre dell’università facevano risuonare alta la loro fama.

Circa cinque anni dimorò Bruno a Parigi, la prima volta, avanti di recarsi a Londra.

Trascorso un po’ di tempo nel preparare e coordinare le sue lezioni, egli si diede quindi ad insegnare liberamente alla Sorbona, come il titolo di lettore ordinario dello Studio di Tolosa gliene dava facoltà. È da qui che incomincia il vero periodo d’azione del frate domenicano.

«Giordano Bruno, dice D. Berti, è il vero tipo, il vero ideale del professore libero di quei tempi [p. 14 modifica]In Tolosa, in Parigi, in Londra, in Oxford, in Wittemberga, in Praga, in Zurigo, in Francoforte, sale in cattedra e legge senza mendicare protezioni o favore da alcuno. Egli va di Università in Università, aprendo scuola contro scuola, e non prima incontra qualche ostacolo, come in Marburgo, move sdegnoso altrove i suoi passi.

» Fu buona ventura che le università non fossero ancora in que’ tempi custodite, guardate, infeudate a pochi. Il Bruno ed i pari suoi potevano entrarvi liberamente, sfidare a singolar contesa gli insegnanti e leggere e disputare davanti a scolari di tutta l'Europa. Così colla lotta e col contrasto si formarono quei lettori forti ed operosi dei secoli decimoquinto e decimosesto, ai quali le nazioni moderne vanno debitrici dei loro avanzamenti letterari e scientifici.»

L’ingegno vario, potente di Bruno, in breve si rivelò in tutta la sua estensione. Il suo successo andò crescendo ogni giorno. Alle sue lezioni correvano in massa li scolari acclamandolo.

Egli era allora nel pieno bollore della sua gioventù battagliera.

Piuttosto piccolo della persona, era esile e svelto. La sua figura pallida, adombrata da un'espressione melanconica, aveva una rara impronta d’energia e nel calore delle dispute il suo occhio nero mandava fulgidi lampi, come se l’animo volesse sprigionarsi dalle pupille.

La sua favella, facile, abbondante, piena di quelle fiorite immagini, che sono una particolarità dei meridionali cresciuti al sole del Vesuvio, conquistava. Disdegnoso delle grette forme scolastiche egli dava libero sfogo alle sue ardite aspirazioni. Sapeva passare d’un tratto dall’entusiasmo all’ira, dalla commozione [p. 15 modifica], colorendo in tal guisa maggiormente il suo dire. L’audacia delle immagini nuove, trascina i giovani spiriti, vinti dalle sue teorie e mette in iscompiglio i vecchi campioni della scolastica.

«Con molto accorgimento2 Bruno intercalava alle opinioni Lulliane le sue, faceva applicazioni ingegnose e nuove, procedeva con rapidità dai particolari ai generali, e spesso dagli intricati laberinti dell’arte mnemonica, levavasi nei luminosi campi della metafisica, della fisica e dell’astronomia. La sua parola ora correva chiara ed elegante, era incolta ed irta di vocaboli astratti, ma sì meravigliosamente pronta, in qualsiasi subbietto, che gli animi degli ascoltanti n’erano rapiti. Usava a quando a quando motti arguti e vivaci; abbondava in comparazioni, in metafore, in citazioni. Prometteva grandi cose, e le promesse accompagnava con parole vaghe e misteriose che eccitavano vivamente la curiosità e l’attenzione degli uditori. Insegnava con passione, ed amava dissertare all’improvviso sopra qualsiasi problema o questione. Non solo rifuggiva dalle dispute, ma le cercava, come quegli che aveva coscienza del suo valore ed ambiva di porre a prova e riprova il suo ingegno e la sua dottrina. Esponeva chiaramente pensieri e proposizioni trascendenti e difficili a bene significarsi, oscuratamente osservazioni e giudizi di poco momento.»

In seguito al successo delle sue lezioni, gli venne offerta una cattedra di professore titolare, che da lui fu rifiutata, perchè non voleva sobbarcarsi all’obbligo d’andar alla messa ed agli altri uffici divini, cui i [p. 16 modifica]lettori pubblici di Parigi, a differenza di quelli di Tolosa, erano costretti a frequentare.

In Parigi Giordano Bruno si mostra più che mai operosissimo; il successo però non lo insuperbisce, anzi lo incita sempre più a lavorare. Egli trascrive le sue lezioni e le dà mano mano alle stampe. Come la sua parola è avidamente ascoltata, anche i suoi libri avidamente sono letti e discussi, attirando l’attenzione degli uomini più autorevoli nelle scienze e nelle lettere.



La fama del suo nome giunge in breve alle orecchie di Enrico III, figlio di Caterina de’ Medici, il quale vuole conoscere il giovane filosofo.

Così anche le porte della reggia gli vengono schiuse. Egli trova alla Corte di Francia molte notabilità italiane, che Caterina de’ Medici vi ha chiamate, e fra i suoi connazionali ha liete accoglienze. Il lusso regale non lo conturba nè lo seduce, con disinvoltura parla con cortigiani e dame e il suo dire immaginoso, è, per tutti, pieno di attrattive. Colto come egli è, conversa su tutti i temi nelle lingue più disparate e difficili.

Re Enrico simpatizza subito per questo giovane ed ardente apostolo, vuole sentire dalla sua bocca i fondamenti del suo sapere e lo protegge. In cambio di questa protezione Bruno dedica al monarca il suo libro delle Ombre delle idee (De Umbris idearum) in cui stanno raccolti i germi del suo sistema.

Al principe Enrico di Angoulême offre il Cantus Circaeus, e a Giovanni Moro, ambasciatore veneto a [p. 17 modifica]Parigi, il De compendiosa Archictectura et complemento artis Lullii.

Alla Corte di Francia, Giordano Bruno, approfittando della protezione di re Enrico, potrebbe valersene per avere onori e ricchezze, ma invece, indole onesta ed incorrottibile, ama meglio rimaner povero ed indipendente. A Parigi egli pubblica pure il Candelaio, la commedia rimasta famosa, e che è una splendida prova della versatilità di questo potente pensatore.

I pedanti, gli sciocchi, gli avari, i filosofi a buon mercato, passano, in questo lavoro, sotto lo staffile della sua satira. Deride le folli credenze e le superstizioni de’ suoi compaesani, e lo scettico vi fa capolino, dimostrando come nel mondo vi sia poco di bello e nulla di buono e regni l’amore universale degli scudi.

In principio al Candelaio, il Bruno mette il motto, In tristitia hilaris, in hilaritate tristis; e difatti, sotto la mordace ironia, che trabocca in tutta la commedia, spira un soffio di tristezza, che fa pensare alle melanconie ed ai momenti di sconforto, che debbono aver turbato quell'anima d’apostolo, continuamente in tumulto. Bartholméss, un altro dei dotti biografi di Bruno, analizzando questa commedia, scrive:

«Nel Candelaio una caterva d’avventure e d’incidenti, talora condotti senza vincolo naturale, serve a svolgere tre specie di passioni e di caratteri: la tenerezza sciocca d’un vecchio per nome Bonifacio, l'avarizia sordida d’un altro vecchio, Bartolomeo, e la pedanteria non meno sordida e sciocca di Manfurio.

— Alcune femmine di poco onore, marinai, soldati, cavalieri d’industria, cospirano insieme per ingannare questi tre uomini e strizzare degli scudi dalla loro [p. 18 modifica]sensualità, dalla loro svergognatezza, dalla loro superstizione. Bonifacio, ardendo d’amore per Vittoria, si sgomenta delle spese che occorrono per venirle in grado. Egli fa capo pertanto a Scaramure, finto stregone, che gli offre una immaginetta, la quale scaldata con certe cerimonie, dee valere ad ammollire il duro cuore di Vittoria. Dopo una serie non interrotta di pericoli e sventure, Bonifacio è arrestato da una finta pattuglia e costretto a ricomperarsi con gran denaro. Bartolomeo poi, dato alla ricerca della pietra filosofale, onde spera sommo incremento alle sue facoltà, è raggirato da un baro, che con una certa polvere di Cristo (Pulvis Christi) riesce a cavargli di mano qualche centinaio di scudi. Finalmente Manfurio, che fa la parte più rilevante, il più dileggiato, compone una lettera amorosa, un sonetto erotico, che Bonifacio ha in animo di mandare a Vittoria; fa poi molte dicerie latine ed italiane, così in versi come in prosa; ma con tutto il suo sapere perde pure il denaro e i vestiti e si guadagna un carico di bastonate. Manfurio si stima e si proclama una delle luci del mondo; con le opere e con le parole mostra non essere che un Candelaio. E tale è l’origine e la ragione del titolo della commedia.»

Il lavoro non è certo senza difetti, spesso vi abbondano le lungaggini e le ripetizioni, ma i caratteri sono felicemente tratteggiati, comiche le situazioni, vivace il dialogo. Spesso anche, fa duopo il dirlo, lo scherzo vi confina coll’osceno, ma noi dobbiamo pur pensare all’indole del secolo in cui visse Bruno: allora la corruzione era penetrata in tutte le classi sociali, sì che vediamo Leone X colla sua corte pontificia, assistere ed applaudire alla Calandrìa del Cardinal di Bibbiena e patrizi e dame ed alti prelati, accorrere al [p. 19 modifica]teatro, avidi di ascoltare le produzioni più oscene, scritte da illustri ingegni, come il Berni, il Caro, il Bibbiena, il Bembo, il Macchiavelli e più di tutti l’Aretino.



Dopo cinque anni di dimora, Bruno, mosso da quel suo desiderio innato di veder sempre nuove genti e nuove cose, lasciò anche Parigi e se ne andò a Londra, munito da commendatizie di re Enrico III pel barone Michele Di Châteauneuf de la Mauvissière, ambasciatore francese alla Corte di Elisabeta d’Inghilterra.

Il Mauvissière, che già conosceva per fama Giordano Bruno, lo accolse in casa sua, trattandolo colla libera prodigalità d’un vero Mecenate. Si deve alla ospitale cortesia di questo gentiluomo, se Giordano Bruno potè liberamente attendere, in Inghilterra, a’suoi studi e pubblicare i più bei libri che sieno usciti dalla sua feconda fantasia. Egli lavorava con serenità, non angustiato dal bisogno di procacciarsi l’esistenza, e veramente, a detta stessa del Bruno, gli anni che passò in casa dell’ambasciatore francese furono i migliori della sua travagliata esistenza.

Appena a Londra pubblica ii libro Excplicatio triginta sigillorum, dedicandolo al suo benefattore. Il suo spirito battagliero lo trae quindi a salire la cattedra della vecchia università di Oxford, dove le sue teorie, come al solito, trovano infiniti ammiratori, ma gli suscitano anche contro nemici fieri ed acerrimi.

In ispecie le sue lezioni sulla immortalità dell’anima e sulla quintuplice sfera accendono le ire degli scolastici. [p. 20 modifica]

— L’anima e il corpo, esclama Bruno, imperturbabile davanti alle opposizioni dei suoi nemici, sono entrambi immortali; e come questo si dissolve e trasforma, così quella si trascorpora, e per vicenda infinita agglomerando intorno a sè atomi ad atomi, si forma e fabbrica novelli corpi. Non vi è morte per l’uomo nè per veruna sostanza, perchè nulla sostanzialmente si diminuisce, ma tutto per infinito spazio discorrendo cangia il volo. - Uno è lo spirito che anima e muove la pianta, la bestia e l’uomo.

E basandosi sulle nuove dottrine copernicane, allarga il campo delle sue discussioni.

Da questo nostro piccolo pianeta, egli slancia il pensiero verso li altri astri. Discorre degli abitanti degli altri mondi, come di gente non dissimile da noi, esposta in loco non peggiore del nostro. - Migliaia e migliaia di mondi egli vede in quell’infinito numero di corpi fiammeggianti, che come ambasciatori annunziano l’eccellenza della gloria e maestà di Dio e ci indicano il modo di scoprire l’infinito effetto dell’infinita causa. L’infinito è Dio, è imperatore cui compete infinito soglio, infinita coorte di esseri, perocchè egli non vuole essere glorificato in un sole unico, ma in soli innumerevoli, non in una terra, in un mondo, ma in dieci, in centomila infiniti. - Iddio è così presso e dentro di noi, come è presso e dentro gli abitanti degli altri astri...



Alberto Mario, in uno degli ultimi suoi scritti, tratteggiava maestrevolmente colle seguenti parole, il sistema filosofico di Giordano Bruno. [p. 21 modifica]

«Il movimento filosofico comincia in Italia col Rinascimento.

L’Italia si rifà pagana nel pensiero per distaccarsi dalla teologia del Medio Evo e per celebrare le nozze con la natura, che quella teologia maledisse perchè tentatrice, seduttrice, corruttrice e sentina di peccato. Studiando i capolavori dell’antichità, gli artisti impararono come si scopre e si coglie il bello nel vero; studiandone la letteratura, i pensatori, gettati i sillogismi dei tomisti, tentarono i misteri del mondo e dell’uomo sulle orme dei sensisti e degli idealisti delle scuole greche.

Dal Quattrocentocinquanta al Seicento si compie e si solennizza la trasformazione della umanità civile. Il Rinascimento io credo che segua l’êra moderna: i diritti dell’uomo, concetto di nazionalità, reintegrazione del laicato, sovranità delle scienze positive, fiorirono su quella pianta.

Ficino e Bruno uscirono dalla scuola idealista.

Marsilio Ficino inizia con qualche peritanza i nuovi studi, mancandogli l’animo di staccarsi nettamente dalla sintesi cattolica, vi innesta idee tolte a Zoroastro, - Plotino a Gemisto Platone.

Tale conciliazione, ritentata da Schelling, viene simmetrica col sincretismo alessandrino. La scuola alessandrina e l’accademia platonica, di cui Marsilio Ficino era l’anima, sono consanguinee per la simiglianza de’ tempi e dell’officio.

Giordano Bruno, continuatore del Ficino, compie risolutamente l’atto di separazione dalla sintesi cattolica, e da ogni rivelazione soprannaturale.

Giordano Bruno difendendo e sviluppando il sistema di Copernico, dimostra infinita la mole dell’universo; invano cercarsene il centro o la circonferenza; il mondo [p. 22 modifica]nostro essere conforme nella materia agli altri mondi, ugualmente abitati d’uomini e d’animali; e il moto della terra intorno al sole essere verità che ha svelato molti secreti della natura; non esservi ottava sfera o cielo delle stelle fisse, nè quei corpi essere equidistanti dal mezzo, tutti muoversi senza eccezione: e il moto procedere necessariamente da un principio interno, come da propria natura ed anima; ogni moto naturale accostarsi al circolare, la terra ed altri simili corpi muoversi con più differenze di moto, la terra e la luna avvicendarsi la luce, la terra non essere esattamente sferica, il sole e i pianeti avere il proprio centro, e le comete essere pianeti.

Tale uguaglianza della terra e del cielo servì di fondamento al suo sistema filosofico. In sua mente l’Universo e Dio sono uno. - Aristotele, ei scrive, mai non si stanca di dividere con la ragione ciò che è indiviso secondo la natura e la verità. Bruno all’incontro, mira all’identificazione del subbietto e dell’obbietto, del metodo logico e del suo oggetto e contenuto; mira a creare una dialettica che determini l’unità nei contrarii, e i contrarii nell’unità; o in altri termini, tenta una teorica dell’assoluto, nella quale si concilino il finito e l’infinito, il reale e l’ideale.

Dio, in sentenza di lui, è primo principio e prima causa. Principio e causa in Dio sono la medesima cosa con diverso modo di manifestazione. Invece principio e causa nella natura esteriore significano diverse cose con diversi modi di manifestazione.

Altro è principio, altro è causa. Principio è ciò che intrinsecamente concorre alla costituzione della cosa e rimane indipendente e separata dall’effetto.

Come principio, e come causa Dio è l’anima del mondo. Questo intelletto è artefice del mondo, perchè [p. 23 modifica]forma la materia e la figura del di dentro ed opera continuamente tutto intero in ogni parte.
Dio è causa efficiente, e perciò estrinseca e intrinseca: estrinseca perchè separata dalla sostanza ed essenza degli effetti, intrinseca in quanto all’atto della sua operazione.
Dio è causa formale; la causa formale è la perfezione dell’universo, la quale consiste nello sviluppo interminabile di tutte le forme.
Dio, o l’anima dell’universo, in quanto che anima ed informa, è parte intrinseca e formale di quello, ossia principio. In quanto che lo indirizza e lo governa, non è parte, non vi ha ragione di principio ma di causa. Se l’anima del mondo informa il tutto, ne viene che non evvi parte anche menoma che non sia animata. L’anima del mondo è dappertutto come la voce è tutta in una stanza. E se lo spirito, l’anima, la vita, trovasi in tutte le cose, costituisce il vero atto, la vera forma di tutte le cose: onde l’anima del mondo è il principio formale costitutivo di tutte le cose; e questo principio formale non può annullarsi, essendo la sostanza formale indistruttibile al pari della sostanza materiale: non mutando che le forme esteriori, perchè non sono cose, nè sostanze, ma circostanze delle cose.
Dunque non v’è morte nè pei corpi, nè per le anime, essendo la materia e la forma principii costantissimi. Per esempio, quel che era seme si fa erba, e poi spica, e pane, e chilo, e sangue, e sperma, ed embrione, e uomo, e cadavere, e terra, e pietra, ed altra cosa, e così perviene a tutte le forme naturali; bisogna dunque che siavi una cosa che da se non è veruna di quelle, e questa cosa è la materia e la forma sostanziale. In natura dunque vi sono due [p. 24 modifica]generi di sostanze: uno che è forma, l’altro che è materia; o in altre parole la natura ha d’uopo d’una materia per le sue operazioni; per fare qualche cose vuolsi di che farla.
La materia può considerarsi in due modi — come potenza o possibilità, e come soggetto.
Come potenza, distinguesi in attiva e passiva. La passiva considerata assolutamente è identica all’attiva. Ora nell’universo, che è tutto quel che può essere, nè sarebbe tutto se non potesse essere tutto, la potenza e l’atto sono la medesima cosa. Quel che è tutto ciò che può essere è uno.
Come soggetto, una è la materia di cose corporee ed incorporee. Siccome nella natura nulla si fa per salto, ma tutto è collegato insieme, e vi ha un’analogia che unisce le cose tutte fra di loro, così affinchè la materia sia distinta in corporea ed in incorporea, è necessario che esista una cosa indistinta dalla quale procede la distinzione; e questa cosa indistinta costituisce il primo genere della categoria. Inoltre evvi nella materia ogni numero, diversità, bellezza, ornamento, e dall’altra parte nella forma sono comprese tutte le qualità. E le forme non sono ricevute dalla materia estrinsecamente, ma essa tutte le contiene e da essa per virtù dell’agente universale (efficiente) si estrinsecano.
Dal sin qui detto s’inferisce che principio e causa, materia e forma, anima e corpo, atto e potenza, sono uno, e come l’anima umana indivisibile è una, e non di meno presente in ogni parte del corpo da essa animato, così l’essere dell’universo è uno ed ugualmente presente in ogni individuo, parte e membro dell’universo; di modo che l’insieme, e ogni parte, sotto il punto di vista della sostanza non fanno che uno. [p. 25 modifica] Quest’essere discende verso di noi come noi ci eleviamo a lui; esso sviluppando la propria unità genera la varietà e l’infinità degl'esseri producendo la specie e i generi, non affetta nessun numero, misura, relazione; rimane uno e indivisibile in tutte le cose. L’universo è uno perchè è tutto; dunque è infinito, e quindi immobile, perchè l’infinito moto corrisponde all’immobilità. Se è immobile non ha uopo di motore. I mondi infiniti in esso contenuti muovonsi per principio interno, che è la propria anima; e però è vano cercarne il motore estrinseco. - Dio adunque empie tutte le cose, compenetra tutte le parti dell’universo ed è tutto quanto in tutto il mondo come in ciascuna sua parte.
I sensi sono incapaci di rivelarci l’essere e la sostanza; non ce ne fanno conoscere che l’apparenza e il finito, la parte e non il tutto. L’infinito, il necessario, che è il vero scopo della scienza, non può essere concepito che dalla ragione.
Dalle discipline filosofiche di Bruno, nelle quali questi si è svincolato da ogni rivelazione sovrannaturale, procede come da sorgente la filosofia moderna che le ha svolte, sviluppate, ampliate e sottoposte ad un metodo rigoroso.
Da Bruno procede Cartesio. È di Bruno quella verità di Metodo che G. Reynaud attribuisce a Cartesio e dichiara irrefragabile: «Noi non conosciamo in sè medesima la sostanza o l’essere che è in sè e per sè. Che dico? noi non conosciamo alcun essere propriamente parlando. In noi non si trovano che idee, e un’idea non rappresenta mai altra cosa che l’attributo d’un essere».
Procede Spinoza: - tutto ciò che è, non è che modificazione divina. [p. 26 modifica]

Ma in Bruno il subbietto non è affogato come in Spinoza nella sostanza universale: Spinoza paragona la condizione dell’Io nel tutto ad una bottiglia natante nell’oceano. Nell’opinione di Bruno la sostanza universale o l’Uno, comprende, come notammo, il massimo e il minimo. Questo minimo (che non è se non il microcosmo o la monade di Leibnitz) costituisce l’io intelligente che sale a perfezionarsi nella crescente cognizione dell’Assoluto. O altrimenti: nella infinita trasformazione della sostanza divina, l’intelletto universale indirizzando la natura a produrre le sue specie, l’intelletto dell’uomo tende alla produzione di specie razionali salendo nella scala degli esseri dagli inferiori ai superiori per vivere una vita più beata e più divina. Il Panteismo di Bruno all’opposito del Panteismo obbiettivo di Anassimene, di Diogene, d’Apollonia, ecc. rende infinito il finito: invece di impietrare il subbietto nel tutto, lo vivifica e lo fa attivo.

Procede Hobbes: - Non si ha che un essere indeterminato o subbietto generale, e i fenomeni di cotesto essere o modificazioni del subbietto.

Procede Mallebranche: - Noi pensiamo in Dio, e l’estensione intelligibile è in Dio in cui sono tutte le idee, il quale identifica in sè il corpo e lo spirito.

Procede Schelling: - Nell’Assoluto ebbi l’identità assoluta del subbietto e dell’obbietto della ragione divina e dell’umana.

Procede Fichte: - Tutto ciò che esiste ha sua sede nell’io e nelle sue modificazioni. - Fichte invertì il Panteismo di Bruno. Bruno divinizza l’universo. Fichte l’individuo.

Procede Hegel: - L’ontologia e la logica sono uno e ne emerge l’identità dell’idea e della realtà; il principio assoluto consiste nel pensiero puro, nell’assoluto [p. 27 modifica]concetto. - Il sistema di lui segna il più eccelso grado sin qui toccato dalla filosofia idealista.

Bruno inoltre, circa due secoli prima di Lessing, di Condorcet e di Herder, significò per forza d’intuito la legge della evoluzione continua, la cui determinazione forma la gloria principale del secolo XIX, là dove dice che scopo della causa efficiente è la perfezione dell’universo, la quale consiste nello sviluppo successivo e interminabile di tutte le forme.

Pertanto egli, il grande precursore dell’età nostra, caduto in potestà di Roma, fu consegnato agli esecutori della giustizia cattolica affinchè fosse clementissimamente e senza effusione dì sangue punito. E invero non vi fu spargimento di sangue, perchè l’arsero vivo in Campofiore presso al teatro di Pompeo, lì 17 febbraio del 1600.

Non si può ideare Bruno senza Galilei. Senza il canocchiale onde caddero i veli misteriosi di questo Iside che appellasi Natura, impossibile il concetto dell’unità dell’universo - donde l’unità del pensiero e dell’essere - donde l’eliminazione del principio di creazione.

E i due sublimi ingegni s’affacciano paralleli nella storia e sono contemporanei.

Nell’uno s’individua la scienza delle cose, nell’altro la scienza del pensiero; e quella e questa, epilogano nella scienza della vita.

Orbene, la Chiesa romana, spettinata e lercia con le contrazioni del tetano, con la bava dell’idrofobia, venne loro innanzi, slogò le ossa a Galilei, arse Giordano Bruno, che avevano rannodato i fili della tradizione umana, interrotti dalla spaventosa catastrofe del cristianesimo, con Lucrezio e con la scuola di Socrate - in nome di Giosuè e di Tommaso d'Aquino [p. 28 modifica]


Intanto le ire dei professori della vecchia università di Oxford, contro le rivoluzionarie teorie di Bruno, si fanno così palesemente ostili, che gli si proibisce di salir oltre la cattedra.

Non si scoraggia per questo l’ardito innovatore; se le porte dell’università gli sono chiuse, non gli è inibita per questo la parola. Ed in casa del Castelnuovo, di lord Sidney, un altro culto signore, che protesse ed amò Bruno, nei convegni, nelle società a cui ha accesso, non desiste un istante dal divulgare le sue teorie. Egli accoglie intorno a sè cavalieri, dottori, dame e quanto ha di fiore l’aristocrazia d’Inghilterra, e tutti incanta, commuove, scuote colla novità de’ suoi ideali, colla fantastica ricchezza del suo dire.

Con febbrile attività pubblica in breve tempo, a Londra, parecchie delle sue opere più notevoli.

Nel libro De la causa, principio et uno traccia con mano maestra le linee fondamentali della sua metafisica. Il poeta toglie spesso la mano al filosofo, e canta:

«Causa, principio et uno sempiterno
     Onde l’esser, la vita, il moto pende,
     E a lungo, a largo, a profondo si stende,
     Quanto si dice in ciel, terra et inferno.

» Con senso, con ragion, con mente scerno,
     Ch’atto, misura e conto non comprende
     Quel rigor, mole, numero, che tende
     Oltr’ogni inferior, mezzo, e superno.

[p. 29 modifica]

» Cieco error, tempo avaro, ria fortuna,
     Sorda invidia, vii rabbia, iniquo zelo,
     Crudo cor, empio ingegno, strano ardire

» Non bastaranno a farmi l’aria bruna,
     Non mi porranno avanti gli occhi il velo,
     Non faran mai, che il mio bel sol non mire.»


Nel libro stesso De la causa, principio et uno, col seguente sonetto egli mostra con quale elevatezza senta l’amore:

«Amor, per cui tant’alto il ver discerno,
     Ch’apre le porte di diamante e nere.
     Per gli occhi entra, il mio nume, e per vedere
     Nasce, vive, si nutre, ha regno eterno.

» Fa scorger, quanto ha il ciel, la terra e inferno,
     Fa presenti d’assenti effigie vere,
     Ripiglia forza e trando dritto fere,
     E impiaga sempre il cor, sempre ogni interno.

» Or dunque, volgo vile, al vero attendi,
     Porgi l’orecchio al mio dir non fallace,
     Apri, se puoi, gli occhi, insano e bieco!

» Fanciullo il credi, perchè poco intendi;
     Perchè ratto ti cangi, ei par fugace;
     Per esser orbo tu lo chiami cieco!»

La cena delle ceneri e il libro De l’infinito universo et mundi, trattano della teoria cosmologica. [p. 30 modifica]gli Eroici furori è racchiusa la teoria etica. La Cabala del Cavallo Pegaseo, con la giunta De l’Asino Cillenico, sono una finissima satira contro la teologia ed i teologi.

Ma l’opera che più delle altre attesta lo smisurato ingegno di Giordano Bruno è lo Spacio della Bestia Trionfante, dedicata a Filippo Sidney e dettata con arguzia e sottigliezza infinite. È una specie di poema dalle tinte grandiose, un’esposizione larga di idee nuove e di osservazioni.

Giove, sdegnato di veder negletto il suo culto, chiama al suo cospetto le quarantotto costellazioni, fra le quali vuole introdurre una riforma. Momo osserva che tutto il male proviene dall’aver dato agli astri il nome degli Dei, i quali, mediante le loro avventure scandalose, si sono resi il ludibrio dei mortali. Propone per conseguenza che sieno sostituiti a siffatti nomi quelli delle virtù. Giove vien quindi in determinazione di riformare i cieli, scacciarne i mostri e le belve, che ne hanno usurpata la sede, sostituirvi la verità e rendere la società migliore.

«Al nostro naso - dice Giove nel consiglio intorno a sè raccolto - non arriva più fumo di rosto fatto in nostro servizio dagli altari, e non rimane ormai vestigio delle nostre sante istituzioni.

» I Dei sono ormai vecchi; ed il mondo, quasi gagliardo cavallo che conosce e s’accorge, che essi non hanno più forza di maneggiarlo, li paga di calci.

» Noi siamo vecchi, continua Giove, e quindi ci si disseca il corpo, ci si umetta il cervello, ci nascono li tofi, ci cascano i denti, ci si inora la carne, ci si inargenta il crine, ci si distendono le palpebre, ci si contrae la vista, ci si indebolisce il fiato, ci si rinforza la tosse, ci trema il polso, ci si saldano le [p. 31 modifica]queste, ci si assottigliano gli articoli, ci si ingrossono le gionture...»

Sotto la favola mitologica vi è la proclamazione della religione naturale e la negazione di tutte le religioni positive, che Bruno chiama al sindacato della ragione: Paganesimo, giudaismo, maomettismo e cristianesimo egli mette tutte in un fascio. Risuona in questo lavoro del Bruno, come una cupa voce che bandisce la caduta delle religioni, la cessazione del culto. Altari si innalzano, ma non più a santi e madonne, ma al nume universale che è la ragione.

Spira anche nel libro un principio di socialismo, là dove al Bruno pare strano che si possa usare in proprio delle cose, senza un’equa ripartizione.



Nel 1585 il Castelnuovo venne dal governo di Francia richiamato, e Bruno lo seguì, desideroso di riveder Parigi.

Appena giunto sulle rive della Senna, diede alle stampe altri suoi scritti, ma arso come era dal desiderio di divulgare le sue dottrine e di fare nuovi seguaci ritornò ancora una volta alla Sorbona, campo di passati suoi trionfi, e nella maturanza degli studii e delle esperienze fatte, volle assaltare apertamente Aristotile.

Egli presentò al Rettore della Sorbona 120 tesi contro la fisica dei peripatetici e 20 tesi pitagoriche e platoniche. E questo il periodo in cui Giordano Bruno, più che in ogni altro tempo, disputa e difende accanitamente le sue teorie.

Ripreso da alcuno pel soverchio impeto con cui [p. 32 modifica]egli scagliasi sugli avversari, e richiesto che sarebbe stato, se tutti gli altri filosofi fossero come lui così impetuosi, egli, con un sentimento d’alterezza, forse più ingenua che invereconda, risponde:

— «Questi altri filosofi non hanno ritrovato tanto, non hanno tanto da guardare, non hanno da difender tanto. Facilmente possono ancor essi tener a vile quella filosofia che non val nulla, o altra che val poco, o quella che non conoscono; ma colui che ha trovata la verità, ch’è un tesoro ascoso, acceso dalla beltà di quel volto divino, non meno diviene geloso, perchè la non sia defraudata, negletta e contaminata, che possa essere un altro sordido affetto sopra l’oro, carbuncolo o diamante o sopra una carogna di bellezza femminile.»

Egli vuole si tragga la verità dal baratro in cui giace, che la si proponga senza ambagi alla meditazione di tutti; che si dia lo sfratto alla filosofia volgare e sofistica, che domina nelle scuole; vuole, infine, che si mettano avanti pensamenti nuovi.

— La verità, egli esclama, è nel presente e nell’avvenire più che nel passato. — Questa antica dottrina, colla quale si cerca di combatterci non è altro che quella di Aristotile! Ora Aristotile è meno antico di Platone e Platone lo è meno di Pitagora. Aristotile non ha certo creduto a Platone sulla parola. Imitiamo adunque Aristotile diffidando di lui. Non vi sono opinioni tanto antiche, che non sieno state nuove in date epoche. Se l’età è la misuratrice del vero, il nostro secolo è migliore di quello di Aristotile, perchè oggi il mondo ha venti secoli di più.

Non lo impaurano le lotte; egli è deciso anche a procedere senza compagnia, amando meglio aver gloria senza regno davanti a Dio, che regno senza gloria davanti alla stoltissima moltitudine. [p. 33 modifica]

» Crede temerariamente, dice il Nolano, chi si stima di poter credere senza ragione.

» Il non far uso della ragione nella ricerca del vero, è un dar prova di ingratitudine a Dio, che ce la donò, perchè la adoperassimo nel rintracciarlo.

» Chi si sofferma nella ricerca del vero mostra di temere che la verità e la luce possano opporsi alla vera verità ed alla vera luce.» (D. Berti, Vita di G. Bruno).



Sia che le sue dispute facessero insorgere i dottori della Sorbona in massa contro di lui, così da sopraffarlo, o fosse causa la scoppiata guerra civile tra la Lega e gli Ugonotti, il fatto sta che la seconda dimora di Bruno a Parigi non durò a lungo, perchè nel giugno del 1586, egli lasciava questa città, per recarsi in Germania, sempre animato dal desiderio d’affrontare nuove lotte e nuovi pericoli, in difesa delle sue teorie.

Egli abbandonava la Francia, solo, povero, come quando vi era entrato la prima volta, ma sempre ricco di fede e di entusiasmo giovanile.

Certo, però, in cuor suo dovette provare un gran dolore, nel dire addio a quella nobile nazione, ove aveva disseminato tanti proseliti. Le dispute, i trionfi della Sorbona, le alte relazioni contratte, le cortesie ricevute alla Corte di Enrico III, erano troppo seducenti ricordi, perchè facile ne potesse esser l’obblio.

Ma più di tutto dovette riuscirgli amaro il distacco dalla nobile famiglia dei Mauvissière, la cui larga ed affettuosa ospitalità tanto aveva giovato ai suoi studii [p. 34 modifica]e gli era stata balsamo nelle aspre lotte di Londra e di Parigi.



La prima sosta che Giordano Bruno fece in Germania, fu a Marburgo, ove giunse nel luglio del 1586.

Però, in questa città, dovevagli capitare ben sgradita sorpresa, poichè dopo essersi inscritto fra gli scolari di quello Studio, si vide inibito di leggere pubblicamente.

Il vivace carattere di Bruno non poteva che ribellarsi a questo divieto, onde aspramente se ne lamentò col direttore Nigidio, e poichè, egli voleva insegnare liberamente e non chiedere l’elemosina della parola, disdegnò fermarsi oltre in quella città e mosse in cerca di più cortese Studio.

Persino il nome suo, per una stolta prevenzione contro di lui, venne cancellato dall’albo degli studenti marburghesi; ma, benchè tarda riparazione, vi fu restituito, quando la fama del filosofo di Nola volò per tutta l’Europa.

Ottima accoglienza ottenne invece Bruno in Wittemberga, e quantunque colà avesse larga sede il protestantesimo, fu ammesso senza veruna opposizione a leggere all’Università. Bastava che la parola di Bruno si facesse intendere, perchè, intorno a lui, subito accorresse, numerosa la folla degli ascoltatori.

Così anche a Wittemberga gli scolari fanno ressa per udire le sue lezioni, basate specialmente sulle nuove teorie della pluralità dei mondi.

Egli rimane tocco dalle liete accoglienze che trova in questa città, che chiama l’Atene di Germania, ed [p. 35 modifica]ove, più che in qualunque altra parte, è ben intesa la libertà filosofica.

Benchè dissenziente dalle teorie di Lutero, che a Wittemberga erano molto diffuse, pure il Bruno ammira il grande riformatore e lo chiama eroe la cui clava è la penna, Ercole che ha abbattuto il più pericoloso dei mostri, volpe e leone insieme, cerbero cinto dalla triplice corona.

A Wittemberga Bruno trova pure il filosofo Alberico Gentile, che gli è di guida e consiglio nelle lezioni che deve dare.

Nell’Atene tedesca, il filosofo di Nola, oltre parecchie opere di fisica, pubblicò l’opuscolo De progressu et lampade venatoria logicorum ed il manoscritto delle sue lezioni dal titolo Artificium perorandi che venne in luce nel 1612 a Francoforte.

Inferocitesi le lotte fra i luterani e calvinisti, Bruno, dopo due anni di dimora in Wittemberga, fu costretto, suo malgrado, a lasciare anche questa città.



Da Wittemberga il randagio Domenicano prese la via di Praga, ove giunse nell’aprile del 1588.

Qui venendogli meno l’insegnamento pubblico, dal quale o bene o male aveva sempre tratto il sostentamento, si vide ridotto in gravi ristrettezze. Lo sollevò un po’ dalla miseria la liberalità di Rodolfo II, principe protettore di artisti e scienziati, ed al quale Bruno aveva dedicato 106 tesi volte a proclamare la vera, l’universale religione della filantropia.

Dopo circa un anno di dimora in Praga, Giordano Bruno, se ne andò ad Helmstäd, dove lo traeva la [p. 36 modifica]rapida fama a cui era salita quell’università, istituita dal duca di Braunschweig. Colà venivano accolti, senza distinzione di scuole, gli ingegni forti e seri, e perciò professori di alto grido reggevano le varie cattedre e la scolaresca vi accorreva numerosa da tutte le parti.

Il terreno era propizio per Bruno. Egli subito fu inscritto nell’albo dell’Università, tanto più che anche ad Helmstäd era già incominciata a spargersi la fama del suo nome.

Il 3 maggio 1589 il duca di Braunschweig moriva, e Giordano Bruno, nella solenne commemorazione funebre, lesse in onore del defunto monarca una Oratio consolatoria, di così elevato concetto, che attirò, sopra di lui, l’attenzione del Corpo Accademico dell’Università e l’ammirazione della scolaresca.

Ad Helmstäd Bruno si diede indefesso a lavorare ad una nuova esposizione della sua filosofia, cercando di darle un fondamento più matematico che metafisico.

Nondimeno anche in questa città Bruno non doveva vivere a lungo tranquillo.

Incominciò col lottare contro Daniele Hoffman, spirito intollerante d’ogni novità; poi tra lui e Boetius, sovraintendente di quella chiesa evangelica, insorse grave contesa in materia di religione, ed il Boetius, capito che colla sola forza degli argomenti, con un competitore come il Bruno, non l’avrebbe spuntata, lo scomunicò senz’altro. Il Nolano protestò contro quella scomunica, ma indarno; poichè grazie all’invidiosa opera di Boetius, egli, presso gli evangelici, era venuto in fama di uomo senza religione, di maniera che accortosi d’aver intorno a sè nemici numerosi e invisibili, dovette lasciare anche Helmstäd. [p. 37 modifica]


Nell’estate del 1590 troviamo il randagio filosofo a Francoforte, importantissimo centro del negozio librario tedesco e straniero.

In questa città, ove, per l’indole stessa del suo commercio, domina una larga tolleranza in materia di opinioni religiose, Bruno si sente subito più libero nelle sue aspirazioni.

Entra in relazione coi più rinomati librai, pratica quelle persone che più gli vanno a grado, si accosta anche a parecchi frati, e con febbrile attività applicasi a scrivere nuove opere. La sua vasta intelligenza non ha tregua un solo istante; non stanco, non domato, non disilluso dalle passate lotte, aspira a nuove battaglie, a nuovi trionfi, e dove non può combattere colla parola, scende in campo con la penna.

In breve tempo a Francoforte pubblica tre altri volumi, De imaginum et idearum compositione — De monade, numero et figura — De minimo et Mensura, opere che tracciano e integrano il sistema di filosofia del Nolano.

Nel libro De monade, numero et figura Giordano Bruno spesso fa accenni ed allusioni al travagliato suo animo, e quella pittura così intima e così vera dei suoi sentimenti, non può a meno di commuoverci profondamente e farci amare il povero filosofo.

Le righe seguenti ci mostrano a quale grado d’altezza salisse il suo amore per la verità e per la filosofia, così da spingerlo a sfidare, per le sue aspirazioni, tutti i pericoli. Esse sono una fedele riproduzione dell’uomo che le scrive e della sua vita. [p. 38 modifica]

«Molti sono - egli esclama - quei che aspirano alla filosofia, pochi quelli che la cercano; ma questi pochi sciolgon la nave dal patrio lido, si affidano al mare, spiegan le vele, e in piccola barchetta si avventurano in mèzzo ai flutti; con l’animo sospeso, che i venti rabbiosi non vengano a rovesciarsi loro addosso. Altri pericoli si apparecchiano a sostenere in terra; passeranno monti, fiumi, deserti, fantasticando insidie ed imboscate, dubitanti, male alloggiati, o peggio sorpresi dalla notte. Per valli profonde, per selve inaccesse, fuggendo inospitali abitanti, ripareranno nelle tane degli orsi.

» Tornati in Italia poco appresso, tentano miglior viaggio; lasciano il Tevere e l’Arno e il Po; passano le Alpi, il Rodano e la Garonna; attraversano Navarra e i Pirenei; e le superbe sponde del Tago; ed eccoli all’Oceano, oltre le colonne d’Ercole, navigare verso popoli cui nasce il giorno dal nostro occidente, e dall’oriente tramonta. E tutto per attingere ai fonti di Sofia (la verità) senno e dottrina.

» Così perdono i beni paterni, e il miglior tempo della vita; e vegliano le notti faticose, e visitano i monumenti dell’antichità, per invasarsi del sacro furore poetico ed acquistar fama e splendore di veri sapienti, onde poi venga loro la gloria, l'aura, il favore, il plauso del popolo e le ambite apparenze dell’utile.»



Durante il soggiorno di Francoforte, Giordano Bruno se ne andò per qualche mese anche a Zurigo.

Quivi attese ad insegnar privatamente, e pubblicò pure altri suoi lavori. [p. 39 modifica]

Poco però ci dicono i suoi biografi di questa sua dimora a Zurigo e delle persone che ivi conobbe e praticò.

Fu a Francoforte ohe Bruno conobbe i librai veneziani Ciotto e Bertano, usi da lungo tempo a convenire alle fiere librarie, che colà due volte all’anno si tenevano. Da tali conoscenze il filosofo, più tardi, veniva indotto a recarsi a Venezia, ove il giovane patrizio Giovanni Mocenigo, desideroso d’apprendere dalla bocca stessa di Bruno le sue teorie, aveva dato replicato incarico ai due librai di persuadere il Nolano a venire in Italia. Cosi egli, tratto dal destino e dal bisogno della sua vita irrequieta ed errabonda, rivedeva coll’animo trepidante, dopo più di tre lustri di assenza, la sua diletta Italia.

Oh quanti pensieri gli devono esser turbinati nella mente, varcando le Alpi, che l’avevano disgiunto per tanto tempo dalla patria! Dalle cime nevose egli dovette spingere con ansia lo sguardo laggiù, lontano, lontano, ai piedi del fumante Vesuvio, ove bella la sua Nola sorrideva al mare. Ed assieme al ricordo del paese nativo, in quell’anima travagliata dalle indomite lotte, più vive dovettero sorgere le reminiscenze della famiglia, che da tanto tempo aveva lasciata, e che forse non disperava di rivedere un giorno.



Venezia non era più la città triste, desolata e decimata dalla peste, quale Bruno l’aveva veduta la prima volta.

Benchè la potenza della Repubblica incominciasse a volgere a decadimento, pure la Regina [p. 40 modifica]dell’Adriatico presentava ancora l’aspetto di città ricca e magnifica; splendido asilo di forestieri a lei accorrenti da ogni parte del mondo; capitale intellettuale che accoglieva il fiore degli artisti e degli scienziati d’Italia; centro importantissimo di commercio, a cui facevan capo le merci e le ricchezze dell’Oriente. Ancora il Veneto Senato cercava gelosamente di mantener alto il prestigio della leggi e della libertà, che fecero sì grande il nome di Venezia. Le famiglie patrizie conservavano largamente le tradizioni dell’ospitalità veneta, e spargevano la loro protezione sopra letterati ed artisti. Le loro abitazioni erano aperte ai geniali ritrovi ed alle discussioni scientifiche e letterarie.

Al suo arrivo a Venezia, sul finire del 1591, Giordano Bruno, già preceduto dalla fama delle sue teorie e de’suoi libri, venne cortesemente accolto presso molte case patrizie e più che gli altri, Andrea Morosini, gli fu largo di deferenze.

Bruno era felice di trovarsi, dopo tanto tempo, nella sua cara Italia.

Il soggiorno di Venezia, confaceva più che mai al suo carattere.

Era grato a tutte quelle famiglie patrizie, che verso di lui si mostravano sì cortesi ed ospitali e, nelle serali riunioni, alle quali interveniva, si vedeva sempre circondato da eletta schiera di uditori, che si interessavano delle sue animate ed elevate dissertazioni su argomenti filosofici e letterarii.

Frequentava a Venezia, come, del resto, era suo costume in tutte le città, le botteghe dei più notevoli librai e specialmente in quelle del Ciotto e del Bertano. In questi negozi non era raro il caso che, incontrandosi con altre persone istruite, si desse a disputare per lunghe ore, sopra isuoi temi favoriti, mostrandosi [p. 41 modifica]sempre il vivace ed appassionato apostolo, innamorato delle sue teorie e della verità.

In Venezia trovò pure alcuni frati suoi vecchi conoscenti, ai quali si diede a conoscere liberamente, senza per questo gliene venisse molestia.



Bruno, durante il suo soggiorno a Venezia, se ne andò parecchie volte anche a Padova, desideroso di conoscere le notabilità che tenevano cattedra in quello studio meritamente famoso.

Ivi non insegnò pubblicamente, nè potè assistere alle lezioni del Gallilei, perchè questi, a quell’epoca, ancora non aveva auspicato il corso delle sue teorie sulla mobilità della terra, che dovevano più tardi renderlo tanto celebre e condurlo davanti alle Santa Inquisizione.

Solo diede lezioni private ad alcuni discepoli tedeschi, si occupò qualche poco di astrologia giudiziaria, e sempre, animato dalla volontà del lavoro dettò una nuova opera che porta per titolo Triginta Statuarum.

Il soggiorno più lungo che fece a Padova non superò i due mesi, «quindi, scrive D. Berti, male si appongono quei biografi che asseriscono avere il Bruno fatto quivi lunga dimora e durate persecuzioni per parte del clero.»

A Venezia, Bruno, fedele alla sua promessa, diede subito incominciamento alle sue lezioni presso il discepolo, dal quale era stato con tanta insistenza chiamato dalla Germania.

Ma purtroppo il frate di Nola doveva ben presto [p. 42 modifica]accorgersi in quale cattivo campo spargeva i germi delle sue nobili aspirazioni.

Giovanni Mocenigo, benchè discendente d’illustre famiglia, il cui nome figurava nel libro d’oro della Veneta Repubblica «era (a detta del Berti) giovane di poca levatura, di animo irresoluto e maligno, e di ingegno più alle cose curiose inclinato, che non alle scienze ed alle dottrine speculative.

» L’indole sua è affatto contraria a quella di Bruno; poichè quanto questi è aperto, confidente, audace, tanto quegli è chiuso in sè, timido e diffidente.

» La qual cosa faceva sì che tra l’uno e l'altro non corressero vincoli di quella benevolenza e di quell’affetto che spesso legano il maestro al discepolo, anche quando non è piena l’unione della mente. Perciò egli divenne a poco a poco non solo freddo verso il Bruno, ma palesemente ostile.

» Il Mocenigo era inoltre fantastico e credulo ad un tempo, percui esagerava con facilità le cose udite, e reputava il suo maestro indemoniato

E quell’essere ignobile, doveva discendere fino all’obbrobrio del più vile tradimento. Educato dalla prima gioventù a massime di bigottismo; fiacco, timido, superstizioso, non comprese la grandezza delle idee del suo maestro; anzi quelle teorie, così in contraddizione coi suoi principii di superstizione religiosa, gli turbarono la coscienza. Dovè certo credere che dando più oltre ascolto alle parole del filosofo, sarebbe andato incontro alla dannazione eterna. La paura dell’inferno lo rese vile. Al suo confessore palesò i suoi timori, e questi, che era un gesuita, non trovò di meglio che attizzarli ed insinuare nell’animo del patrizio l’idea di denunciare Bruno alla Santa Inquisizione.

Difatti Giovanni Mocenigo, questo nuovo Giuda, il [p. 43 modifica]cui nome rimarrà nella storia macchiato d’obbrobrio, dopo aver maturato parecchi mesi il suo infame progetto, il 23 maggio 1592, scriveva al padre Inquisitore di Venezia una lunga lettera accusando di eresia il suo maestro.

Riproduciamo qui per intero, togliendolo dal pregiato libro di D. Berti, questo capolavoro di menzogna e delazione.



Giovanni Mocenigo denunzia GIORDANO BRUNO al padre Inquisitore di Venezia.

23 maggio 1592.

«Molto Reverendo Padre

et signore mio osservantissimo,»


» Io Zuane Mocenigo, fò del Chiarissimo Messer Marcantonio, dinuntio a V. Paternità Molto Reverenda, per obligo della mia conscientia, et per ordine del mio confessor, haver sentito a dire a Giordano Bruno Nolano, alcune volte che ha raggionato meco in casa mia, che è biastemia grande quella de cattolici il dire che il Pane si transustantii in carne; che lui è nemico della Messa; che niuna religione gli piace; che Christo fu un tristo, et che se faceva opere triste di sedur populi, poteva molto ben predire di dover essere impicato; che non vi è distintioni in Dio di persone et che quello sarebbe [p. 44 modifica]imperfetion in Dio; che il mondo è eterno et che sono infiniti mondi; et che Dio ne fa infiniti continuamante, perchè dice che vuole quanto che può, che Christo faceva miracoli apparenti et che era un mago et così gli appostoli et che a lui daria l’anima di far tanto et più di loro: che Christo mostrò di morir mal volentieri et che la fuggì quanto che puotè; che non vi è punitione di peccati et che le anime, create per opera della natura, passano d’un animai in un altro et che come nascono gli animali bruti di corrutione, così nascono anche gli huomini, quando doppo i diluvii ritornano a nasser.

» Ha mostrato dissegnar di voler farsi autor di nuova setta sotto nome di nuova filosofia ha detto che la Vergine non può aver partorito; et che la nostra fede catholicaè piena tutta di biastemie contro la maestà di Dio; che bisognerebbe levar la disputa et le entrate alli frati, perchè imbratano il mondo, chè sono tutti asini et che le nostre opinioni sono dottrine d’asini, che non habbiamo prova che la nostra fede meriti con Dio, et che il non far ad altri quello che non voressimo che fosse fatto a noi basta per ben vivere et che se ne aride di tutti gli altri peccati, et che si meraviglia come Dio supporti tante heresie, di catholici; dice di voler attendere all’arte divinatoria et che si vuol far correr dietro tutto il mondo; che S. Tommaso et tutti li dottori non hanno saputo niente a par di lui; et che chiariria tutti i primi teologhi del mondo che non sapriano [p. 45 modifica]rispondere. M’ha detto d’aver havuto altre volte in Roma querele all’inquisitione di cento et trenta articuli, et che se ne fugì mentre era presentato; perchè fu imputato d’haver gettato in tevere chi l’accusò, o chi credete lui che l’avesse accusato all’inquisitione.

» Io dissegnavo d’imparar da lui, come li ho detto a bocca, non sapendo che fosse così tristo come è et havendo notate tutte queste cose, per darne conto a V. P. M. Reverendo, quando ho dubitato che se ne possi partire, come lui diceva di voler fare, l'ho serrato in una camera a requisition sua, et perchè io lo tengo per indemoniato, la priego far rissolutione presta di lui.

» Potrà dire in conformità al S. Uffizio, il Ciotto libraro, et Messer Giacomo Bertano, pur libraro; il qual Bertano mi ha parlato particularmente di lui, et mi disse che era nemico di Christo et della nostra fede et che gl'haveva sentito a dire di gran heresie.

» Mando ancora a V. P. M. Reverendo, tre libri del medesimo a stampa, dove sono state notate alcune cose da me alla sfugita, et insieme un'opereta, di sua mano, di Dio, per la dedutione di certi suoi predicati universali, dove potrà mettervi il suo giuditio. Ha praticato anche in questo in un’accademia del ser Andrea Moresino del Clarissimo ser Giacomo, dove praticano molti gentil’huomini, i quali haveranno, per aventura, sentitogli dire qualche cosa delle sue.

» Quelle fatichette che costui ha fatto per me, che [p. 46 modifica]non sono di alcun rillievo, le darò volentieri alla censura sua, desiderando io in ogni conto di essere vero figliuolo d’obbedienza alla Santa Chiesa. » Et col fine a V. P. M. Reverendo, bascio riverentemente le mani.

» Di casa, alli 23 Mazo (maggio) 1592.

» Di V P. M. Reverendo

» Servitor obbedientissimo

» Zuane Mocenigo




Giordano Bruno, che vagamente intuiva il tradimento del discepolo, aveva preso le sue disposizioni per lasciar Venezia, ma il Mocenigo, che alla malignità accoppiava la scaltrezza, lo prevenne.

Deciso più che mai, per tranquillare la sua coscienza, di consegnarlo all’Inquisizione, la notte del 22 maggio, come dichiara nella denuncia, scortato da alcuni suoi servi, irruppe nella camera di Bruno, e, colla superiorità delle forze, messolo nell’impotenza di difendersi, lo fece rinchiudere in altra camera più sicura. Colà vel tenne un giorno.

La notte veniente, Giordano Bruno, legato e scortato da numerosi sgherri, veniva in una gondola tradotto alle orride carceri del Santo Ufficio.

Da questo momento per il povero filosofo incomincia una nuova serie di patimenti, che solo dovevano aver termine colla sua tragica fine.

Povero Bruno!... [p. 47 modifica]

Egli, che ad onta delle lotte e delle animosità suscitate colle sue teorie, in tutti i paesi da lui percorsi aveva incontrato ospitalità, amici e protezioni, doveva trovare il suo Giuda proprio in questa Italia che amava tanto.



Il processo fu subito istruito. Quasi non bastasse la prima lettera, Giovanni Mocenigo, dopo la cattura di Bruno, invia una nuova denuncia aggravando a carico del maestro l’accusa di eresia.

«Tutto l’interrogatorio mostra che gli inquisitori non si fondarono sui libri presentati dal Mocenigo in appoggio alla sua denunzia, che anzi non si dettero nemmeno la pena di sfogliarli. Essi non avevano il menomo sentore della mente, del valore, della grandezza di colui che stava loro dinanzi.»

Bruno, fin da principio, risponde ai suoi giudici, narrando tutta la sua vita, espone con fermezza le sue teorie e respinge disdegnoso le delazioni de Mocenigo che egli accusa d’averlo assassinato nella vita, nell’onore, e nelle robe, carcerandolo nella sua casa propria.

Ma egli deve lottare col più terribile dei tribunali — l’Inquisizione. Tradito, arrestato quando meno se lo aspettava, quando respirava con gioia l’aria della sua Italia, quando la fama del suo nome incominciava a risuonare gloriosa, egli, per un momento, sentì affievolirsi quella fermezza, che era sempre stata la base prima del suo indomito carattere d’apostolo.

Accerchiato da mille tranelli, confinato in segrete tristi ed umide, privo d’aria e di luce, minacciato tutti [p. 48 modifica]i giorni della tortura, colla salute gravemente compromessa, senza amici, senza protettori, poichè a tutti l’inquisizione incuteva terrore, egli per un momento esitò e chiese perdono. Confessò d’aver indirettamente combattuto la Chiesa, e lasciò intravedere di aver discorso ne’ suoi libri troppo filosoficamente, disonestamente non troppo da buon cristiano. — Io sono pentito, disse a’ suoi giudici, di aver fatto, tenuto, detto, creduto o dubitato di cosa che non fosse catholica; et prego questo sacro tribunale che conoscendo le mie infermità vogli abbracciarmi nel grembo di santa Chiesa, provedendomi dei rimedi opportuni alla mia salute, usandomi misericordia.....

Ogni uomo, per quanto dotato di una tempra ferma, ha nella sua esistenza qualche fugace momento di dubbio e di sconforto; chiunque possiede un po’ di pratica dell’animo umano, non potrà far un’accusa a Giordano Bruno di questo istante di debolezza, che egli seppe di poi eroicamente espiare colla lunga prigionia di Roma e col rogo.

È certo anche che egli dovette cedere più alle sofferenze fisiche, ed all’abbandono in cui si vedeva gittato, che non alla intenzione di disdire le sue opinioni.



Dopo le confessioni di Bruno la sentenza non poteva essere che assolutoria, ma invece passarono per lui altri lunghi mesi di prigionia, senza che nulla sapesse della sua sorte.

Egli è che il Santo Ufficio di Roma, prendendo a motivo non essere il Bruno suddito veneziano, [p. 49 modifica]reclamava la di lui estradizione per sottoporlo a nuovo processo.

Alla Curia di Roma, non sembrava vero, di poter trovar un pretesto per aver nelle mani Giordano Bruno e farlo abiurare pubblicamente.

Il procuratore Federico Contarini, inviato da Roma, a nome del Santo Padre, davanti ai giudici veneti disse: «essere le colpe di Bruno gravissime in proposito di heresia, se bene per altro uno dei più eccellenti et rari ingegni che si possino desiderare et di esquisita dottrina et sapere. Che per essere questo caso principiato a Napoli et in Roma, onde par più spettante a quel fóro che a questo, et per la gravità estraordinaria delle colpe, aggiunto anche che egli è forestiero et non suddito, crederìa che fosse conveniente satisfare a Sua Santità, come anco altra volta s’è fatto in casi simiglianti.

E così avvenne che, per satisfare al Santo Padre, il povero Bruno, nel gennaio del 1593, fu tradotto dalle, carceri di Venezia a quelle di Ancona, e di là, sempre incatenato e scortato, come un infame delinquente, venne inviato alle carceri dell’Inquisizione di Roma, donde non doveva uscire che per ascendere al rogo.



Ben sette anni languì Giordano Bruno nelle carceri di Roma. Trascorsero sei anni prima che egli venisse processato, ed appare subito chiara l’idea, che il Santo Ufficio, con questa lunga prigionia, cercava infiacchire e spezzare la fibra del filosofo, per ottenerne una completa sottomissione.

Ma la Curia di Roma male aveva fatto i suoi [p. 50 modifica]calcoli. Se il frate di Nola, a Venezia, aveva potuto cedere ad un istante di debolezza, ora risorgeva in lui tutta la fermezza dell’apostolo, pronto a sacrificare la vita, piuttosto che rinnegare una sola delle sue idee.

Nel 1599 si dà finalmente principio al giudizio. - Cardinali ed alti dignitari della Chiesa, sotto la suprema direzione del papa, sono i giudici di Bruno. Emerge fra essi il famigerato cardinal Santorio Sanseverino, fanatico, crudele, feroce; colui che chiamava celebre e lietissima a tutta la cristianità la strage di S. Bartolomeo.

L’accusato, calmo, sereno, compare dinnanzi al tribunale, come a luogo da lungo tempo desiderato.

Nella grande nobiltà del suo animo, non ha una sola parola d’amarezza per le lunghe sofferenze del carcere, al quale l’hanno sottoposto i suoi persecutori; non lo fanno fremere ne paventare, le minaccie, le torture dell’inquisizione; fermo, intrepido, spesso sorridente, risponde agli interrogatori de’ suoi giudici, espone con chiarezza e convinzione le sue teorie; non pone più il caso di aver errato; non si pente; non chiede perdono. Egli dice soltanto non dovere e non volere ritrattarsi, non avere motivo per ritrattarsi e non sapere di che cosa dovrebbe ritrattarsi.

Queste intrepide parole, che schiaffeggiano in pieno viso i suoi giudici, gli vengono fatte scontare a forza di tortura.

In varie riprese egli è sottoposto agli strappi di corda alle braccia, martirio iniquo, col quale si legavano le braccia con corda stretta sino all’osso, e ciò, molte volte, fino a 48 ore.

Nè gli si risparmia il cavalletto, altro strumento inventato dalla più raffinata ferocia, dei mansueti vicari di Dio, e mediante il quale si comprimevano i [p. 51 modifica]muscoli del sedere, così da illividire e far cadere a brandelli le carni.

Gli si prolungano i digiuni; i pochi cibi che gli vengono somministrati, sono ripugnanti e putridi, persino l’acqua è fetida, verminata...

Ma l’apostolo non teme!.....



I giudici di Bruno, sulla scorta degli incartamenti dei tre processi che precedettero la sua fuga dall’Italia, lo ritennero colpevole di professare opinioni contrarie ai dogmi della verginità di Maria e della transubstanziazione.

Ma maggiori furono le accuse di eresia che essi dedussero dai libri del filosofo, mercè le quali, egli venne senza più convinto di sostenere:

Che i mondi sono innumerevoli; che le anime passano da un corpo all’altro; da uno in altro mondo; che la stessa anima può informare due corpi; che la magìa è buona e lecita; che lo spirito santo è un medesimo con l’anima del mondo, e che ciò volle significare Mosè dove disse che lo Spirito Santo si diffuse sulle acque a fecondarle; che il mondo è eterno; che Mosè operò miracoli per mezzo della magia, nella quale andava avanti a tutti gli egiziani; che egli stesso inventò le sue leggi; che le sacre lettere non sono che un sogno; che il diavolo andrà salvo; che i soli Ebrei hanno per padre Adamo; che gli altri uomini traggono la loro origine dai progenitori che Iddio creò prima di Adamo; che Cristo non è Dio, che fu insigne mago e che avendo gabbato gli uomini meritamente fu impiccato e non crocifisso; che i profeti e gli apostoli furono [p. 52 modifica]uomini tristi, maghi, e che molti di loro furono pure appesi...

L’enumerazione, come si vede, è lunga, e pel Tribunale del Santo Ufficio, ce n’era d’avanzo per mandare al rogo un uomo, anche se non fosse stato il filosofo di Nola.

Ma quella che più scottava ai giudici di Bruno, era l’eresia della pluralità dei mondi.

Essi intuivano quale rapido progresso avrebbe fatto nel mondo civile questo principio scientifico, che veniva a scalzare la fede dalle sue fondamenta - Sentivano che fatalmente, un tale principio, in breve sarebbe stato adottato dall’umanità, come il cardine su cui sarebbesi eretta una nuova fede.

Quel frate, che loro stava innanzi, e che dovevano condannare, rappresentava invece la loro condanna e la condanna di tutto un grande e secolare edificio, costruito di bugie e superstizioni.

Quell’uomo, piccolo di statura, esile, carico di catene, consumato dalle sofferenze del carcere, la cui vita non si riveleva più che dal fulgore degli occhi e dalla fermezza dell’anima, quel prigioniero, che cercavano intimorire cogli istrumenti di tortura, incuteva invece terrore a loro stessi, colla serenità del suo dire, colla chiarezza con cui esponeva nuove ed ardite teorie, da lui già sparse per tutta Europa, dall’alto delle cattedre e nelle pagine de’ suoi libri.

Che trionfo sarebbe stato per la Chiesa la ritrattazione d’un simil uomo!..

Indovinavano in lui il capo di una nuova setta, la quale innalzando a dogma i concetti più arditi, antesignana della scienza e libertà del pensiero dei nuovi tempi, non avrebbe più dato tregua alla Chiesa, così falsata dal suo spirituale concetto primitivo. [p. 53 modifica]



Nel corso di un anno gli interrogatori di Bruno si sospendono e si riprendono parecchie volte, sperando i giudici, che negli intervalli, e sotto la minaccia del rogo, il frate abbia alla fine ad abiurare. Ma invano!

Nulla si lascia intentato perchè egli abbia a sconfessarsi.

Ma con più egli sente di avvicinarsi alla morte, con più il suo coraggio si fa intrepido alla resistenza.

Un Avviso di Roma del 1600, contenuto in un manoscritto degli archivi vaticani, dice: che Giordano Bruno, nelle sue opinioni, restò hostinatissimo - et ci sta tuttora, nonostante che ogni giorno vadano teologhi da lui.

Finalmente il 9 febbraio 1600, Giordano Bruno, in quello stesso convento della Minerva, ove, fuggiasco, circa trent'anni prima, s’era ricoverato, venne condannato al rogo come apostata e come eretico impenitente.

A testa alta, coll’occhio fisso verso i suoi giudici, fieramente egli ascoltò la sentenza fatale senza batter ciglio, e quando la lettura del decreto di morte fu terminata, egli, rivoltosi con accento sicuro a’ suoi carnefici, gridò:

Tremate più voi, o giudici, nel pronunciare la sentenza, che io nell’ascoltarla.

Parole scultorie e memorande che ci dànno tutto intero il carattere di Bruno, e che rimarranno come una eterna ignominia nella storia del papato. [p. 54 modifica]



Il giubileo di papa Clemente VIII aveva chiamato a Roma da tutte le parti infinito numero di pellegrini.

Il supplizio di Giordano Bruno doveva servire come corona alle feste giubilari, per incutere terrore alle masse dei superstiziosi, in quei giorni ospiti della Santa città.

Bruno, dopo la sentenza, venne lasciato per un’altra settimana nel suo carcere e tenuto continuamente a vista, sperando sempre i suoi giudici che egli all’ultima ora si sarebbe ritrattato.

Ma, al contrario, il filosofo affrettava col pensiero il giorno del supplizio, profondamente disgustato da un mondo troppo diverso da quello che gli occupava la mente ed il cuore.


Eccoci al 17 febbraio 1600.

3«Già fin dal primo albeggiare le vie della civitas aterna sono gremite di popolo; frotte di pellegrini, vestiti delle più strane foggie, le percorrono per ogni verso, e veggonsi processioni che vanno, e processioni che tornano dalle chiese; si prega, si canta, si geme con la febbre della paura dell’inferno, con la maschera, dell’ipocrisia, coll’anelito ingenuo del santo paradiso principi e personaggi, ricchi e gente d’ogni affare si mescolano a quel delirio d’infermi, esaltato da cinquanta cardinali, ne’ loro abiti vistosi, e spesso dal pontefice, che benedice ed esalta. La specialità del [p. 55 modifica]giorno va notata per la singolarità dell’avvenimento. — Là, presso campo di Fiori la calca avanza lenta, fitta, fremente come fiume grosso e minaccioso. — Guardate! guardate! Lo spettacolo è terribile, feroce, straordinario; ma il popolo di Roma sentesi attratto dalla santità dell’esempio, e corre avido, pauroso, memore. Ei ricorda altri spettacoli papali non meno orribili dei pagani del Circo; e mormora i nomi di altri martiri e confessori: Arnaldo, Paleario, Carnesecchi. Osservate più in su: accompagnato da sacerdoti, scortato da soldati in armi, indosso il sanbenito dipinto con fiamme e con diavoli, procede un frate, piccolo di statura, esile del corpo e svelto, la faccia scarna e pallida, prolissi capelli e barba, di colore tra nero e castagno. Lo sguardo suo brilla con vivacità serena. La fisionomia è raccolta, severa. L’incesso franco e risoluto. E Giordano Bruno; salutate il morituro di questa fede nuova, ch’è la vera, consacrata dal verbo della scienza, che rende incrollabile la sua fermezza, eroica fino al martirio. L’ignoranza delle moltitudini, la cecità e la rabbia sacerdotale, i pregiudizi dei tempi richiesero il sacrifizio di lui, sino alla morte — usque ad mortem; ma egli sa che dalle sue ceneri sorgerà il credo della nuova vita, e alla morte affida il verbo del trionfo delle generazioni future, alle quali pure Galilei verrà presto ad attestare nelle tribolazioni della tortura i principii del Vangelo sperimentale: «Eppur si muove!»


«Presso l’antico teatro di Pompeo, che ricorda le vittorie su Mitridate, si leva un antenna o palo, in mezzo a una catasta di legna; a quella è legato il Bruno, l’apostata, il relapso, l’apostolo e il martire [p. 56 modifica]della odiosissima eresia dei «mondi innumerabili.» Tutti gli occhi convergono a quel punto, mille cuori si agitano, fremono,...- e sacerdoti ciechi ed empi biascicano bugiarde preci; lo sguardo di lui sollevasi, il volto è contratto, la sua attitudine rigida, e la fiamma crepita, stride, divampa e sollevasi linguiforme e terribile... tra vortici di fumo nereggiante,.. Il suo spirito vibrasi in alto, attratto dalla virtù sovrumana del martirio, volontaria immolazione di sè al supremo degli ideali; e forse in quel momento mormora la fatidica profezia della redentrice sua musa:

«  Poichè spiegate ho l’ali al bel desìo
     Quanto più sotto i piè l’aria mi scorgo,
     Più le veloci penne al vento porgo,
     E sprezzo il mondo e verso il ciel m’invio.

«  Nè del figliuol di Dedalo il fin rio
     Fa che giù pieghi: anzi vieppiù risorgo:
     Ch’io cadrò morto al suolo ben m’accorgo;
     Ma qual vita pareggia il morir mio?

«  La voce del mio cor per l’aria sento:
     Dove mi porti, temerario? — china:
     Che raro è senza duol troppo ardimento.

«  Non temer, rispond’io, l’alta ruina;
     Fendi sicur le nubi, e muor contento,
     Se il Ciel sì illustre morte ne destina.»

Il supplizio orrendo non strappò un sol grido, un sol gemito dalla bocca del martire.

Avvolto dalle fiamme, rese invitto la grande anima [p. 57 modifica]al Dio vero, mentre i sacerdoti intanavano il Te Deum laudamus e dalla folla fanatica e superstiziosa si innalzava il salmodiare delle preci e le minacciose grida di morte.



Narrano alcuni biografi di Bruno, che pochi istanti dopo aver il rogo completamente arso il povero martire, e mentre ancora le religiose salmodìe e le imprecazioni si spandevano per l’aria, si sentì d’improvviso tremare la terra e uscirne di sotto spaventevoli boati.

Le campane per la violenta scossa del terremoto suonarono da sè, e molte case, in brevi istanti, crollarono ed altre furono danneggiate.

Il popolo, gremito nel Campo dei Fiori, più che al terremoto, credendo ad un castigo di Dio, preso da subitaneo terrore, si diede a scappare, cacciando altissime strida.

Ma per la gran calca, molti, trascinati da quell’onda umana irrompente, stramazzarono a terra, così che parecchi rimasero morti, altri pesti e feriti.

Nè qui doveva arrestarsi quel pànico generale.

Nella vicina piazza Farnese stavano agglomerati molti buoi, destinati al macello ed alla nutrizione dei moltissimi pellegrini, che si trovavano in quei giorni a Roma

Le bestie, impaurite anch’esse all’improvvisa scossa, ruppero, le palizzate, entro le quali stavan racchiuse, e si slanciarono mugghiando nella piazza del supplizio.

Allora il terrore della gente fuggitiva non ebbe più ritegno. In pochi istanti la piazza si spopolò e solo rimasero sul terreno i morti ed i feriti, mentre i buoi, [p. 58 modifica] resi feroci dalla paura, correvano all’impazzata intorno agli avanzi del rogo, sul quale pochi istanti prima Giordano Bruno era spirato combusto.



Il seguente Avviso di Roma, in data del 19 febbraio 1600, così descrive il supplizio del Nolano:

«Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbruggiato vivo quello scellerato frate domenichino da Nola, di che si scrisse con le passate: heretico obstinatissimo et avendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede et in particolare contro la SS.ma Vergine et i Santi, volse obstinatamente morire in quelli lo scellerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso; ma ora egli se ne avvede se diceva la verità».

Gaspare Schopp, un fanatico, che dopo aver abiurato il protestantesimo, si vendette alla causa papale avendo assistito all’esecuzione di Bruno, scrive:

«Ricondotto il reo nella prigione dai littori del governatore, fu di continuo tenuto a vista, se per caso avesse voluto tuttora ritrattarsi; ma tutto indarno. Sicchè oggi (17) fu menato al rogo. Mostratoglisi, mentre era sul punto di rendere l’anima, l’immagine del Crocifisso Salvatore, inasprito, con torbido sguardo l’ha da sè respinta. Ed è così miseramente morto combusto.....». E, quasi fosse stato un grande spettacolo di tolleranza e di umanità, questo rinnegato, non ha neppur vergogna di chiudere: «in cotesto modo sono usi i romani trattare i blasfematori e gli empii». [p. 59 modifica]



Circa tre secoli sono ormai trascorsi dal supplizio di Giordano Bruno e la sua memoria vive più che mai gloriosa e rifulge nelle opere dello smisurato suo ingegno.

A Roma, fatta ora libera e grande, incombe il sacro dovere di ricordare degnamente il domenicano di Nola; dovere che la Capitale d’Italia, ad onta delle opposizioni arrabbiate della setta nera, saprà compiere, e là, dove un giorno si innalzò il rogo, dovrà sorgere presto, per volontà di popolo, un monumento al precursore del moderno pensiero, a Colui che sacrificò sè stesso nel nome santo della Verità e della Luce.



  1. Filosofo che venne abbruciato vivo dai calvinisti sopra una piazza di Ginevra.
  2. Domenico Berti, Vita di Giordano Bruno.
  3. Da un articolo di B. E. Maineri.