L’etimologia e la storia arcaica del nome «Napoleone»

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Pio Rajna

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L’ETIMOLOGIA E LA STORIA ARCAICA


DEL NOME «NAPOLEONE»





Di un nome storico così strepitosamente famoso è troppo naturale che s’abbia una certa curiosità di conoscer l’origine. Una specie di origine, quando Napoleone era tuttavia fanciulletto, l’avevano beir e trovata a modo loro i suoi compagni della scuola di Brienne; e sentendo, o immaginandosi di sentire dalla bocca sua ch’egli si chiamasse Napoglioné, l’avevano ribattezzato La paille au nez1.

Senza nulla saperne, e battendo vie molto diverse, gli autori di questa spiegazione venivano con quel loro «naso» a incontrarsi con un erudito solenne, che trent’anni innanzi s’era trovato anche lui alle prese col medesimo vocabolo. Avendo ad illustrare un certo sigillo di bronzo d’un’Alesina de’ marchesi di Monferrato, moglie di un Napoleone «de filiis Ursi», Girolamo Francesco Zanetti s’era domandato, donde mai questo nome derivasse; e movendo dai risconti i che gli pareva aver dinanzi in Coleone, spiegato dal Fontanini e da altri per Capo di leone, e nel troppo chiaro Codevacca, aveva creduto di poter affermare che Napoleone dicesse Naso di leone2. Ma, ahimè! cosa veramente sia Coleone, Colleone, «seu», come dice lo Zanetti medesimo, «Coglione», sa e vede ognuno cui non metta una benda agli occhi un’erudizione falsa e la paura di far sfregio a un casato illustre. Quanto al Codevacca, gli potremmo rimproverare quel de, che in Napoleone non ha rispondenza, se a tranquillarci l’animo per questa parte non s’offrissero altri composti che ne vanno privi del pari, come sarebbe a dire Buccabitello (-u), Voccabitello, in documenti salernitani del secolo X3, e, per [p. 90 modifica]citare esempi ancor più opportuni, Armaleone nell’Umbria del niilledugento e di tempi posteriori4, ossia, a mio credere, Almaleone. Anima di leone5, e Capoleone nella Toscana del secolo dodicesimo6. Ma pur troppo il cansar questo scoglio non serve proprio a nulla; giacché, se agli occhi dello Zanetti e dei suoi contemporanei naso e napo potevano non parer disgiunti che da un semplice solco, a quelli della linguistica odierna essi appaiono invece separati da un abisso. E non vale nemmeno il venir caritatevolmente in soccorso dell’archeologo veneziano colla notizia, atta a dargli un sussulto di gioia, che nella Toscana un grosso naso si chiama scherzosamente nappa; chè nappa non è ancor napponapo; e, quel ch’è peggio, la forma di naso soggetta ad essere berteggiata con questa designazione, non ha proprio, come subito vede chiunque rifletta donde la metafora sia tolta, somiglianza di nessun genere col naso del re delle foreste.

Io non so se l’etimologia zanettiana sia rimasta a galla nell’età napoleonica e nella successiva, e se abbia trovato fede; credo bensì che anche indipendentemente da essa il nome sia parso in generale più o meno coscientemente, come del resto dovette parere a certuni ab antiquo7, da dividere come lo Zanetti lo divideva; e pensò che la mezza spiegazione che così pareva affacciarsi, sia bastata in generale ad acquietar la coscienza, ed abbia [p. 91 modifica]rattenuto, e rattenga tuttora, dal cercare più addentro. Cosa mai infatti di più lucido che Napoleone nella seconda sua parte? E non trova esso forse luminose analogie anche in un mondo ben diverso da quello dove lo Zanetti, convinto di aver a fare con un nome «iis adcensendum quae per Italiae fines barbarico aevo ex ignorantiae latebris ubique erupere», andò a prender le sue? Quella intanto, a lui certo ben cara, di Timoleone; e l’altra, meno eroica, ma più valevole agli occhi di uno storico, del comunissimo Pantaleone, cui, beninteso, si raccomanderà qui caldamente — perchè le ceneri napoleoniche, se ancora rimangono nel loro sarcofago, non fremano d’ira — di non rammentarsi per nulla che il veneziano Pantalone non sia che un suo deturpamento. E a Timoleone o Pantaleone l’onomastica greca, cui essi appartengono, mette accanto non pochi compagni: Agroleone, Antileone, Aristoleone, Gorgoleone, Deileone, Demoleone, Eurileone, Trasileone, Licoleone, e che altro so io8.

E un composto di Leone il nome nostro potrà sembrare anche a chi cerchi di addentrarsi un po’ più coll’indagine e colla riflessione. I Leoni intanto abbondano quanto mai in casa nostra fin dal primo medioevo; e sono abbastanza numerosi gli accoppiamenti leonini indubitati. Qui mi giova specialmente di rammentare un Tauroleo, padre di un cotale che fa da testimonio nel 1031, menzionato in un documento, greco di linguaggio, ma, a quanto par bene, italiano di patria9. Questo nome ripeterà forse la sua origine da un Leone figlio di un Toro. Ne suscita almeno l’idea un [p. 92 modifica]tro amalfitano, dove abbiamo appunto cotale figliazione10. E il casato Brandileone, cui non toglie di poter risalire molto addietro il non conoscerne io esempi antichi, non è forse, ridotto a integrità, un Ildebrandileone, da riportarsi con buona verosimiglianza a un Leone figliuolo d’Ildebrando11? Ma il Tauroleo potrà anche essere Toro e Leone ad un tempo, alla maniera dei nostri Giovan Maria, Carlo Alberto, ecc. ecc. Sia comunque si voglia, se dopo di ciò riflettiamo come tra i nomi non manchi di mostrarcisi un Napo, possiam crederci in porto: solo rimanendo dubbiosi, se Napoleone sia un Leone figlio di un Napo, «Leo de Napo», oppure invece un Napo e Leone simultaneamente.

Ma una considerazione più attenta non tarda a respingerci in alto mare. Questo nome di Napo a me non è occorso che nella famiglia dei Torriani, anzi, in un periodo ristretto della sua storia12. Vedo chiamati così due tra i giovani rampolli di questa famiglia, che, scampati alla catastrofe del 1277, ebbero, par bene, [p. 93 modifica]a trovar rifugio presso il loro consanguineo Raimondo, patriarca d’Aquileia, volgendosi poi l’uno alla vita ecclesiastica, l’altro - e con notevole fortuna - alla civile e militare13. Ma costoro certamente ripetevano il nome dal Napo, rispettivo nonno e prozio, che per quella catastrofe si vide trabalzato dalla signoria di Milano alla gabbia di Castel Baradello; ed è verosimilmente per contrapposto a lui che il Napo figlio di un figlio suo si trova designato col diminutivo. Così è solo del personaggio più antico che noi ci s’ha da occupare14. Ed egli è Napo bensì; ma del pari che Napo è anche Napoleone15; e non so a chi possa mai parer dubbio che quel Napo non voglia concepirsi che come uno scorciamento familiare, a quel modo che Bartolo non è se non Bartolommeo, Caie, Caterina, e che già si disse Cavalca per Cavalcabue, Benci per Bencivenni, Caccia per Cacciaguerra, Bati per Batista, e via discorrendo16. E allora si capisce ottimamente come della forma [p. 94 modifica]Napo si servano abitualmente i cronisti milanesi17, che appunto ci ridettono l’uso familiare, mentre gli scrittori forestieri sogliono invece dar l’altra18.

Ma se Napo non è un nome proprio, ossia qualcosa che pretenda a un certo qual privilegio di potersi sottrarre al dovere di dar conto esatto di sè medesimo, non si vede, per ora almeno, in che modo dentro a Napoleone il signore delle selve possa ruggire. Col napus latino19 - ignobile individuo della famiglia dei cavoli - non è davvero immaginabile che la belva possa in nessun caso aver acconsentito ad accoppiarsi.

Ecco dunque il problema darsi a conoscere più oscuro che non ne avesse l’aria. Ma, s’egli è cosi, sarà bene non muovere altri passi senza aver raccolto i dati di genere positivo che venga fatto di mettere insieme. Conviene indagare un poco la storia del nome, in quanto cotale storia possa dare indizi riguardo all’origine, sia per suggerire o sorreggere affermazioni ed ipotesi, sia per escluderne.

Cominciamo dal notare che il nome, fino ai tempi moderni, apparisce solo in Italia. Chi mi citasse il martire di cui gl’imperialisti francesi celebrano la festa il quindici agosto, e me lo dicesse alessandrino, o almeno fatto morire ad Alessandria, mostrerebbe di avere bensì qualche nozione agiografica, ma di essersi [p. 95 modifica]fermato sulla soglia. Che questi invece che alessandrino sia romano per altri, non è cosa che io voglia opporre: la pretesa romanità, per quanto accolta dai Martirologi ufficiali dei Pontefici20, è di origine spuria, e fu negata ben a ragione dai Bollandisti21. Ma il bello si è che il santo non ebbe a diventare Napollone so non per effetto del desiderio di trovare ai Napoleonidi un patrono celeste: fino allora esso non era mai stato altro che Neopolis o Neopolus22.

Nell’Italia stessa di Napoleoni non ci fu mai grande abbondanza. Fatta quest’avvertenza generale, sulle vicende tarde è inutile che ci si soffermi, e giova che si risalga d’un tratto al secolo XIII, che ci mostra il nome già propagato, e meno infrequente forse che non accada di vederlo poi.

Nei territori settentrionali, oltre ai Torriani, di cui s’è detto innanzi, mi si presenta «comes Napolionus de Crema», menzionato al 127723, e il genovese «Napuleonus de Vultabio», tra i consoli «de placitis» nel 1249, inviato con altri a Papa Urbano nel 126324. Scendendo più giù, trovo un «Napuliono de Laerdo» faentino, che fu tra i rappresentanti convenuti a Brescia nel dicembre del 1235 per la rinnovazione della Lega lombarda25. La Toscana mi dà nel 1265 un Napoleone Orlandi, mercatante sanese che presta danaro a Carlo d’Angiò e al quale il re concede la libertà di girare per i suoi dominii26; e, personaggio ben più cospicuo, Napoleone de’ visconti di Campiglia, citato nel 1244 da Federico II a comparire dinanzi alla sua corte27: non punto improbabilmente. [p. 96 modifica]nonostante il lungo intervallo, quel medesimo Napoleone di Campiglia che nel gennaio del 1210 era stato con Ottone IV a Foligno e Città della Pieve28, e che sei mesi prima era a Poggibonsi con un legato dello stesso imperatore, cioè col Patriarca d’Aquileia29.

Nell’Umbria un frate «Nepoleus de Armansano» dovrebb’esser stato presente alla pubblicazione della singolarissima indulgenza che si sostiene concessa da Papa Onorio al Poverello d"Assisi per la sua Santa Maria degli Angeli30. E un Napoleone sbucherà anche dagli Abruzzi nel 124931.

[p. 97 modifica]Questi, in quanto appariscono a noi, son Napoleoni spicciolati. Ma si danno famiglie in cui il nomo si venne propagando giù giù per una lunga sequela di generazioni. Ed ecco affacciarsi subito al pensiero gli Orsini, coi quali esso ebbe a connaturarsi in tal modo, che oramai non si può dire Napoleone senza pensare ad Orsini, Orsini senza pensare a Napoleone32. Da loro appunto ripete i Napoleoni suoi, cominciati essi pure da un pezzo, anche la famiglia dei Buonaparte33.

Pur troppo le genealogie orsiniane del periodo più antico sono così arruffate e spropositate, che non è facile davvero il passare in rassegna, distinguere, e mettere al loro posto i Napoleoni che v’abbiano luogo. Mi studierò tuttavia di adempiere a questo compito come meglio mi consentano gli scarsi dati di cui dispongo. E cosi, per cominciare, mi permetterò di dubitar fortemente che non sia un Francesco Napoleone, come si crede34, bensì un Francesco di Napoleone, l’Orsini che nel 1295 fu da Bonifazio VIII creato cardinale di Santa Maria in Selce35. Un Napoleone schiettissimo è invece il cardinale di S. Adriano, che, insignito del cappello da Niccolò IV sette anni innanzi, visse fino al 1342, personaggio questo che occorre ad ogni poco nella storia di quei tempi36. Egli era nipote di Papa Niccolò III, e nipote in pari tempo di un altro [p. 98 modifica]Napoleone37, stato podestà d’Orvieto nel 125338, senatore di Roma nel 125939, fatto prigioniero a tradimento, insieme con un fra- ed altri nobili di parte guelfa, da Arrigo di Castiglia nel 1268, e tenuto in custodia, prima a Monticello, e poi in Castel Saracinesco, fin dopo la battaglia di Tagliacozzo40. Cugino di questo Napoleone era quel Jacopo di Napoleone, capo all’incontro della fazione ghibellina41: del quale conosciamo un figliuolo, Napoleone come il [p. 99 modifica]nonno, che già si trovò a partecipare ancor egli all’impresa e alle sventure di Corradino42. Quanto al nonno, Napoleone di Gian Gaetano, era stato nel 1240 uno dei «proconsules» del popolo romano43, e nel 1244 ebbe da Innocenzo IV la conferma dei redditi, ossia del possesso, di Vicovaro e d’altre castella44. Finalmente, abbiamo un Napoleone - non so se proprio zio di questo, come si pretende del quale si contano fatti che a me non è stato possibile di appurare, tra cui segnatamente che avesse parte nella spedizione sicula di Arrigo VI. Sia di ciò quel che si vuole, egli ad ogni modo ci è messo innanzi in maniera non dubbia da un documento privato del 120045.

[p. 100 modifica]Più su di così non accade di poter risalire tra gli Orsini. Un altro Napoleone, più antico di un par di generazioni almeno, avviene bensì di incontrare in quella stirpe piemontese dei signori di Rivalta, Orbassano e Trana46, che si vuole propaggine della famiglia romana, e che tale potrebbe anche essere, nonostante le fiabe narrate a questo proposito47. Ma se è personaggio sicuro un Amalrico, di cui Napoleone avrebbe ad esser fratello e del quale si conosce una donazione fatta nel 1132, non vedo addotta nessuna testimonianza positiva per l’esistenza del personaggio che importerebbe a noialtri.

Un’altra catena napoleonica presenta la schiatta che diremo de’ Conti della Gaifana, di Coccorone48 e d’Antignano, signora di ampi e copiosi dominii nel territorio di Foligno49. Intorno ad essa fornisce ragguauli copiosissimi Durante Dorio da Leonessa, nella sua Istoria della Famiglia Trinci: uno scrittore dal quale, usando discernimento, si può cavare partito ben maggiore di quello che la sua qualità di genealogista, e genealogista del secolo XVII, potrebbe far supporre. Che, se nell’opera sua (parlo dopo aver speso tempo parecchio per appurare lo cose) abbondano di sicuro le inesattezze, i rannodamenti erronei ed arbitrarli, ed anche i ricami fantastici, parte suoi propri, parte da lui accettati, non è già ch’egli non abbia ammassato, frugando in molti archivi, una ricca suppellettile di notizie ben genuine. Del resto, per ciò che spetta a noi, la maggior parte dei dati ch’egli ci somministra [p. 101 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/121 [p. 102 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/122 [p. 103 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/123 [p. 104 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/124 [p. 105 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/125 [p. 106 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/126 [p. 107 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/127 [p. 108 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/128 [p. 109 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/129 [p. 110 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/130 [p. 111 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/131 [p. 112 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/132 [p. 113 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/133 [p. 114 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/134 [p. 115 modifica]Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/135 [p. 116 modifica]latino questo senso si trova associato del pari coll’idea di un rimpiccolimento e con quella di un accrescimento; accanto a pumilio, pusio, homuncio, graeculio, talabarrio, sinonimo di talabarriunculus50, petro, scheggia51, abbiamo da sostantivi capito, franto, labeo, Naso, che dicono «uomo dalla gran testa», dalla gran fronte» ecc., e da verbi, bibo, susurro, ecc. Nello lingue romanze è seguita una divisione; il francese s’è appigliato al senso diminutivo; l’italiano all’incontro all’accrescitivo. Ma questo senso non è venuto a spadroneggiare dispoticamente qui da noi altro che coll’andar del tempo; ed è bene un esempio di diminutivo il Castellione, Castiglione, Castione, che s’incontra in numerosissimi esemplari per tutta Italia, e nel quale, non altrimenti che in Napoleone, gli etimologisti dozzinali vedono il leone, pur non riuscendo a ficcarcelo in modo altrettanto evidente. Però, mosso dai riscontri veduti poc’anzi, io inclino fortemente a scorgere un diminutivo anche in Napolione. Esso verrebbe allora a corrispondere suppergiù a quel Naporiello, che si è così largamente diffuso modernamente, senza che si sappia dire dove sia nato. Quanto all’uso onomastico, ognuno capisce come al nome si dovette giungere presumibilmente passando attraverso al soprannome. Soprannomi toponimici sono realmente, e furono sempre, cosa comunissima.

A questa maniera, il ruggito che pareva uscir da Napoleone, non è ammutito soltanto, ma ha finito per tramutarsi in qualcosa di opposto; chi aveva l’aria di minacciare clamorosamente, s’è ridotto a sentirsi deriso. Sennonché i nomi poco hanno a temere, poco a sperare dall’etimologia. Significhino ciò che essi vogliano, quando son venuti a incarnarsi in una figura presente al pensiero d’ognuno, suonano nobili o abbietti, a seconda che quella sia l’una cosa oppur l’altra. Cosi, abbia Napoleone significato quel che si vuole in origine, saranno sempre idee di grandezza e di gloria che esso verrà a richiamare anzitutto.

Note

  1. Las Cases. Memorial de Sainte Héléne, 1.» ed., Parigi 1823, I, 153: «Napoléon arriva à l'école militaire de Brienne à l’àge d’environ 10 ans. Son nom, que son accent corse lui faisait prononcer à peu prés Napoilloné, lui valut des camarades le sobriquet de la paille au nez
  2. Sigillum aereum Alesinae e Marchionibus Montis-Ferrati, Venezia 1751, p. xix-xx.
  3. Codex Diplomaticus Cavensis, II, 62, 167, 303, 111, 42, in uso di soprannome.
  4. Dorio, Istoria della Famiglia Trinci, Foligno, 1638, p. 104, 105, 115, 121; Ficker, Urkunden zur Reichs– und Rechtsgeschichte Italiens, n.° 206, 210* e 398. In quest’ultimo documento si legga «comitis», non «comunis».
  5. Quanto siano largamente diffuse le forme alma, arma, è cosa notissima. Anche «Armalutius», Armaluccio, nella schiatta medesima cui appartengono gli Armaleoni, sarà probabilmente un Animaluccio. Dorio, p. 119. Si noti che è fratello di un «Orsellus».
  6. Ficker, op. cit., n.* 195. Trattandosi di una carta di cui m’era vicino l’originale, non ho mancato di accertarmi che non ci fosse di mezzo un errore.
  7. Ciò risulta in modo abbastanza manifesto quando si vede messo nome Armaleone al figlio di un Napoleone (Dorio, p. 104). E di altri Napoleoni nascono dei Verleoni, (ib., p. 109 e 111, e Ficker, Op. cit., n. 206), che vorranno essere forse dei Veri-Leoni, forse altra cosa, ma Leoni più che probabilmente. S’intende che qual riprova dell’etimologia non vale se non l’esempio più antico, ossia quello che non possa chiedere la sua ragion d’essere alla propagazione ereditaria. La stessa origine vorrà attribuirsi anche all’introduzione nella famiglia medesima del nome Brancaleone; ma a rigore solo indirettamente, dacché il primo ad esser chiamato cosi sarebbe figliuolo d’un Armaleone (p. 113). In Brancaleone, a mio credere, il Branca ha valore di verbo, non di sostantivo.
  8. [testo greco] Ἀργολέων, Ἀντιλέων, Ἀριστολέων, Γοργολέων, Δηιλέων, Δημολέων, Ἐυρυλέων, Θρασυλέων. Ho preso questi esempi dal Pape. Wörterbuch der griechischen Eigennamen, 3te Aufl., neu bearb. von Dr. G. E. Benseler, Braunschweig, 1863-1870, p. xxx.
  9. Cod. dipl. Cav., V, 251. Gli editori, nell’indice geografico, hanno trascurato di determinare, o cercar di determinare, la più parte dei nomi di luogo che occorrono nella carta; solo registrano, alludendo ad essa, un «Appium, in agro Barensi». A me nasce un po’ di sospetto che il documento possa forse appartenere a quella Terra d’Otranto, così ricca un tempo di elementi greco-bizantini, che in parte ancora vi persistono. Il sospetto mi è suscitalo da un [testo greco] μαλια., in cui mi domando se sia forse da riconoscere Maglie: idea che può forse trovare qualche appoggio nella titubanza che par di rilevare rispetto al genere da assegnarsi al vocabolo ([testo greco] της τοῦ μαλια). In tal caso dubiterei altresì che il nome della patria di chi fa stendere l’atto, sia scritto, o trascritto, inesattamente; e che dove si dice «[testo greco] απο του κασανου, sia da correggere [testo greco] απο του κασαπανου: da Casarano. anzichè da Cassano. Di Cassani, del resto, non c’è penuria neppure nell’Italia del mezzogiorno.
  10. Non sarà inutile riportare qui come saggio tutte le sottoscrizioni testimoniali di questa carta d’Amalfi, molto ricca di bestie più o meno feroci: «† ego taurus filius stephani de lupino comite de marino testis sum. † pantaleo filius leonis de tauro de leone comite testis sum. † ego leo filius mauri de gregorio comite testis sum. † ego ursus scriva scripsi» (op. cit., II, 75). Tirando le somme, un lupo, un orso, due tori, tre leoni, ed anzi quattro con Pantaleo, che in una discendenza siffatta mostra chiari gl’intendimenti suoi. Su questa onomastica bestiale, così frequente nell’Italia del mezzogiorno, e sulle sue diverse origini, parte greco-latine, parte germaniche, si potrebbe fare uno studio abbastanza curioso. Qui citerò ancora una sottoscrizione che là al caso attuale: un «taurus filius leonis de urso» in tre carte salernitane (op. cit, II, 100, 1G2, 200); soggiungendo, a ulteriore illustrazione del Tauroleo, che il leo de urso può servire di giustificazione, se non di prova, agli editori, i quali hanno messo nell’indice un Ursileo, deducendolo da un genitivo Ursilei (ib. p. 311), che a rigore parrebbe doverci condurre a un Ursileus, ossia a un semplice derivato di Ursus.
  11. Un’altra ipotesi possibile è che in Brandileone s’abbia il saldamento di due casati distinti: Brandi, rampollo sempre di un Ildebrandi, e Leone.
  12. In cambio di Napo, come suol scriversi generalmente, il Litta, al quale faccio capo per le notizie genealogiche, usa Nappo, e conseguentemento Nappino. A ciò, m’immagino, lo avrà portato il Corio, che dice più volte Nappo, e direbbe forse sempre cosi, se noi avessimo davanti l’autografo. Giusto avvertire come cotale scrittura sarebbe quella che meglio s’accorderebbe colla pronunzia e colle abitudini grafiche del dialetto milanese, il quale pone capp, quiett, decrett, Europpa, grecca, poetta, Cletto, mirando - si badi - a conseguire colla doppia, non già l’intento voluto dalla rappresentazione del parlare toscano, bensi la brevità della vocale antecedente.
  13. Fra questi due personaggi il Litta fa bene un po’ di confusione, quando, a quello di essi di cui dà conto nella tavola v e che è il secolare attribuisce un canonicato nella patriarcale di Aquileia: dignità che ritorna, assegnata all’altro, nella tavola viii, e che probabilissimamente spetta a lui solo.
  14. Veramente il Litta, cominciando a discorrerne, mette avanti l’idea di un omonimo alquanto anteriore; che, dettolo «podestà di Bergamo nel 1235», soggiunge: «se pure non vi era un altro Nappo, giacchè di colui di cui scrivo non sento più a parlare per 25 anni, cioè fino al 1260, in cui fu chiamato podestà a Piacenza.» A noi quest’altro Napo non darebbe nessuna noia: indicherebbe soltanto che il maggiore dei Napi avrebbe derivato anche lui il nome da un parente più antico. Ma la realtà è che la podesteria bergamasca del 1235, ancorchè presa di certo dalla serie dei podestà che si legge tra le appendici al t. VI delle Memorie istoriche della Citta e Chiesa di Bergamo del Ronchetti (p. xiv), è un puro e semplice sogno. Tale subito si manifesta se si risale alle notizie particolareggiate del documento da cui essa è sgorgata (IV, 54), avendo insieme presente il dominio esercitato su Bergamo da Napo a datare dal 1266. e il titolo che esso aveva (ib., p. 124; cfr. 122).
  15. Se Napoleoni si trovino detti a volte altresì i pronipoti, non istò a cercare, una volta che la ricerca non produrrebbe per noi nessun frutto, e che i materiali non son troppo accessibili.
  16. V. Flechia, in Riv. di Filol. ed Istruz. Class., VII, 377 e 394, e la pubblicazione del Fanfani a cui il Flechia rivede le bucce da pari suo. In questa è registrato anche Branca quale accorciamento di Brancaleone: esempio che non deve qui essere lasciato in disparte. S’ha tuttavia da notare che Branca è riportato dal Flechia (p. 393) a Malabranca, che può vedersi nel t. III delle Ant. Ital. M. Aevi, col. 798, in più luoghi del Cod. diplom, della Citta d’Orvieto edito dal Fumi (V. l’Indice), ecc. Ambedue le spiegazioni sono possibili, e fors’anche sono vere entrambe, Del resto s’avverta che non altrimenti da quel che io faccia intendono le cose anche gli altri; p. es. il Giulini, che però, narrata la morte di Filippo della Torre, dirà come «a succedergli. ... fu prescelto Napoleone, volgarmente Napo» (Mem. della Città e della Camp. di Milano, VIII, 209); e similmente il Litta, che in capo alla sua notizia biografica scrive «Napoleone detto Nappo».
  17. Nel Manipulus Florum, p. es., di Galvano Fiamma R. It. Scr., XI, 694 sgg.), non trovo, fra tanti esempi, altra denominazione che questa. E così in quegli Annales Mediolanenses, che non fanno in realtà se non darci riprodotta, con scorciamenti e sconciamenti, un’altra cronaca di Galvano (V. Ferrai, in Bullett. dell’Istit. Stor. It., n, 10, p. 100), Napoleone apparisce unicamente, e non da sè, al primo presentarsi in iscena del nostro personaggio: «Sed antequam in Claravalle sepeliretur (Filippo). Neapoleo sive Napus» ecc. (R. It. Scr., XVI, 666). Naturale peranto che Napo dicano di norma anche gli storici successivi, venendo fino ai moderni, Giulini, Verri, ecc.
  18. Citerò il Memoriale potestatum Regiensium (R. It. Scr., VIII, 1142), il Chronicon Placentinum (ib.. XVI, 47f), gli Annales Januenses (Pertz, SS., XVIII, 284), gli Annales Piacentini Gibellini (ib., 513 ecc. ecc.), gli Annales Partnenses maiores (ib., 686 e 698), gli Annales Brixienses (ib._ 820), il Codice diplomatico Laudense del Vignati, P. II, p. 363, 365, 372.
  19. Italiano napo e navone.
  20. Ho sotto gii occhi il Martyrologium Romanum nell’edizione del 1749, che ripete, con accrescimenti, una serie di edizioni anteriori.
  21. Acta Sanctorum, Maggio, I, 180.
  22. Per che motivo e su qual fondamento, oltre al mutamento di nome, si sia costretto il martire a mutar anche di posto nell’anno, togliendolo al suo solito 2 di maggio, non so dire, e non son stato a cercare.
  23. Ann. Placent. Gibell.: Pertz, SS., XVIII, 565.
  24. Ann. Jan.: Pertz, t. cit., p. 226 e 245.
  25. Huillard-Bréholles, Hist. diplom. Frider. Sec., IV, 796.
  26. Minieri Riccio, Saggio di Codice Diplomatico formato sulle antiche scritture dell Archivio di Stato di Napoli, I, 37. Il Minieri Riccio (V. gl’indici) prende il «Nepolioni», «Nepoleoni» datoci dalla confessione di debito e dal salvocondotto in mezzo ad altri nomi, siccome cognome, o, se si vuole, come designazione della paternità. A torto, secondo me, per più di un indizio. Nè so dubitare che nella prima carta non sia da leggere «Orlandi» in luogo di «Sclandi». Un salvocondotto generale ai guelfi di Siena era stato concesso da Carlo sei giorni prima (Del Giudice, Cod. diplom,. del Regno di Carlo d’Angiò, I, 32).
  27. Huillard-Brèholles, Op. cit, VI, 234.
  28. Boehmer. Regesta Imperii, ed. Ficker, a. 1198-1272. p. 106. n.° 344 e 346. Napoleone è tra i testimonii.
  29. Ficker. Urkunden zur Reichs- und Rechtsgeschichte Italiens, n.° 216. Anche qui Napoleone è testimonio. Riguardo alla possibilità, ed anche probabilità, che il Napoleone del 1244 sia sempre quello del 1209-1210. vuol notarsi che egli nella citazione di Federico è nominato secondo tra ben sei consorti, il che porta a crederlo uno dei maggiorenti della famiglia.
  30. Wadding, Annales Minorum, 2. ed. II. 57. Certe autorità alle quali il Wadding s’attiene, pongono il fatto nel 1223. mentre altre, seguite dal Papini, Storia del Perdono d’Assisi, Firenze, 1824, lo anticipano di sette anni (V. p. 10). Ma ben altre incertezze che questa minima della data precisa avvolgono l’indulgenza di Santa Maria. Lasciando stare il silenzio di trentacinque o quarant’anni che tien dietro alla pubblicazione, il fatto di un’indulgenza plenaria largita a una chiesuola da nulla, sia pure per un giorno solo dell’anno, quando una prerogativa cosiffatta non s’aveva ancora dalle tombe degli Apostoli, riesce incredibile. Mi si permetta di rinviare a un mio scritto nel Giorn. Stor. della Letter. it., VI, 153. Però, se Onorio avesse concesso, bisognerebbe dire ch’egli si fosse lasciata sfuggire la concessione irriflessivamente, cedendo all’impulso del momento, e non sarebbe punto improbabile che poi ritogliesse ciò che aveva dato. Ma sia di ciò quel che si voglia, e avesse pur anche a tenersi che nella storia di questa indulgenza, abbellita indiscutibilmente quanto mai dalla fantasia religiosa, ci fosse poco nulla di vero, ciò non farebbe niente per noi; giacché è chiaro come, quando più tardi si cercò di stabilire la realtà della cosa, non si dovette andar a prendere i presunti testimonii della pubblicazione altro che fra persone autenticissime, che ci fossero proprio potute assistere.
  31. Ficker, Op. cit., n.° 412. Il documento è datato da un «Figino» («apud Figinum»), che a prima giunta non andremmo di sicuro a cercare in territorio abruzzese. E una ragione per cercarvelo non sarebbe punto da sè un «index Amicus de Sulmona», che fa in esso trascrivere una lettera dell’imperatore Federico, colla quale gli si commette un incarico da adempiersi in territorio senese, che egli, impedito da altre incombenze imperiali, passa a un notaio di S. Quirico. Ma quando si vede essere di Sulmona anche il notaio estensore, bisognerà bene che ci si senta attirati verso quelle parti. E il «Figino» vorrà allora riconoscersi con probabilità nel villaggio di Fighino - comunque s’abbia a dire, poiché le scritture variano - che s’ha nelle vicinanze di Posta, al nord di Antrodoco, salvo lo scovarsi qualcosa che paia tare anche meglio al caso nostro.
  32. V. Sansovino, De gli huomini illustri della casa Orsina, p. 20: «Ma molti più» (in questa casa) «furono i Napoleoni, perché in tutti i tempi gli orecchi Italiani, o nella pace, o nella guerra, udirono questa nobilissima voce in huomini segnalati».
  33. Las Cases, ed. cit.. I, 137: «Depuis plusieurs générations, le second des enfans de cette famille a constamment porté le nom de Napoléon, qu’elle tenait dans l’origine d’un Napoléon des Ursins, célèbre dans les fastes d’Italie.»
  34. V. di lui segnatamente Cardella, Memorie storiche de’ Cardinali della Santa Romana Chiesa, II, 49.
  35. In tal caso egli non sarebbe punto figliuolo di chi lo fa figlio il Litta, tav. xx. Ma se il Litta è altamente benemerito anche della genealogia degli Orsini, ciò non toglie che nella rappresentazione sua non abbondino le confusioni e gli errori. Ed errori ben gravi, fatti palesi dalla stessa ragion cronologica, sono per l’appunto senza dubbio in questa parte della discendenza.
  36. Però non mi darò certo la briga di far qui citazioni. Mi limiterò a dire che di questo personaggio il Cardella parla nelle pagine 33-37 del tomo già citato, il Litta nella tavola vii.
  37. Nun mi meraviglierei per nulla che questo Napoleone, il quale stando al Litta sarebbe nientemeno che bisnonno del cardinale di Santa Lucia, gli fosse invece padre.
  38. Un’andata ad Orvieto è dal Litta messa al 1243. e assegnata del pari a questo Napoleone e ad uno zio omonimo. A me la verità è fornita dalle antiche Cronache Orvietane pubblicate di recente nell’Arch. Stor. It., serie 5.a, t. III, che in due luoghi, colla stessa indicazione d’anno (si tratta in parte d’una compilazione di materiali distinti), registrano «pot. Neapoleo Mattei Rosi» (p. 10) e «pot. Neapuleou dui Mactei Rossi» (p. 15). A prima giunta ci sarebbe da credere che si trattasse d’un Rossi, come ne appaiono poi altri nel medesimo ufficio. Ma così non è. Matteo Rosso è il nome sotto il quale era conosciuto il padre di questo nostro Napoleone e del «cupido» pontefice, che tanto fece «per avanzar gli orsacchi».
  39. Lettera di Alessandro IV al Consiglio e Comune di Terracina, pubblicata dal Contatore, De historia Terracinensi, Roma, 1706, p. 193. Siccome è indicata la paternità («Neapolionus Matthiei Rubei»), non è dubbio di chi propriamente si tratti.
  40. Saba Malaspina, iii, 20 (R. It. Scr., VIII, 834), Del Giudice, Cod. diplom. del Regno di Carlo d’Angiò, II, 200, Schirrmacher, Die letzten Hohenstaufen, Göttingen 1871. p. 360 e 382. Non so come, dove si parla della liberazione (p. 383), Napoleone e Matteo siano stati dal valoroso Storico tedesco convertiti in «Prälaten» e «Cardinale». E di peggio è avvenuto nell’indice, dove, a dispetto del seguir parti opposte, sono confusi in una persona sola Napoleone e il Jacopo di Napoleone di cui passo a toccare, distinguendo in quella vece Jacopo da Jacopo di Napoleone, e dando il primo come padre al secondo, ossia facendolo padre di sè medesimo: spropositi che io rilevo, non per il gusto di muovere appunti, bensì per mostrare viemeglio in che sorta di ginepraio ci si muova.
  41. Saba Malaspina, ii, 16, iv, 7, v, 6 R. It. Scr., VIII, 813, 843, 864), Annal. Placent. Gibell, in Pertz, SS., XVIII, 526, 528, Schirrmacher, p. 302, 375, 382. In cambio di Giacomo di Napoleone, i moderni sogliono dire Giaoomo Napoleone; ed io non voglio assicurare che il nome paterno non si fosse appiccicato al figlio anche in questa forma più spiccia; non so tuttavia astenermi dal dubitare che nei passi in cui le fonti paiono portare così (Saba, ii, 16, v, 6, e forse Ann. Placent., p. 528, poche linee prima di un «Iacobi de Napoliono»). ci siano di mezzo mere inesattezze di lettura e trascrizione, troppo naturali là dove è ovvio il supporre una scrittura abbreviata. Chi poi nel Litta cercasse questo nostro Giacomo («Iacobus», senza aggiunta nessuna, lo chiama una volta Saba, ii, 16, in un caso dove, essendosi specificato prima, non c’era più luogo a fraintendimenti), non potrebbe trovarlo altro che nella tav. xix, qual figliuolo del Napoleone fratello di Papa Niccolò, e con una biografia recisamente guelfa. Ora, se i fatti che il Litta enumera sono veri ed esatti, vorrà dire che dei Giacomi se n’abbiano a distinguere due, a meno che il ghibellinismo del Giacomo nostro non sia cominciato tardi, dopo che egli avesse nel 1263 difeso Montecchio contro Corrado d’Antiochia, e fosse rimasto nelle mani del nipote di Manfredi. Quanto al non essere lui figliuolo di chi gli avrebbe ad esser padre nel Litta, nessunissimo dubbio. Già, se padre e figlio si fossero a questo modo trovati a fronte, uno storico minuzioso qual è Saba, ne avrebbe pure adir qualcosa; ma prova più assai il castello di Vicovaro, di cui egli era in possesso (Saba, ii, 16, e cfr. Ann. Plac., p 528), che vedremo or ora a che Napoleone spettasse.
  42. Saba, iv, 8 R. It. Scr., VIII. 844), Ann. Plac., p. 528. Anche questo personaggio è rappresentato spropositatamente dal Litta, che lui pure trasforma, facendo menzione espressa di Tagliacozzo, in un fervido fautore della Chiesa e di Carlo d’Angiò.
  43. Huillard-Bréholles, V, 761. Rispetto al «proconsul», si veda Gregorovius, Gesch. der Stadt Rom im Mittelalter, V, 183, nella 2.a edizione.
  44. Berger, Les Registres d’Innocent IV, I, 116 (n. 686). Qui la paternità non è indicata; ma la stessa cronologia vale a chiarirci. D’altronde un documento dell’anno medesimo riguardante Vicovaro è assegnato anche dal Litta a questo Napoleone; e secondo ogni verosimiglianza non senza la guida di un dato ben chiaro da parte di chi attribuisce invece al nipote la bolla d’Innocenzo.
  45. Litta, tav. i. E qui, dacché mi pare di aver corretto alcuni errori delle genealogie degli Orsini, non sarà mal fatto mettere sotto gli occhi lo schema della discendenza per la parte che più o meno ci riguarda:
    Orso ?
    . . . . . . . . . . . . . .
    Napoleone Giangaetano
     
                         ┏━━━━━━━━━━━━━━━━┓
    Matteo Rosso
    Napoleone
      ┏━━━━━━━━━━━━━━━━┓
    Giangaetano
    (Niccolò III)
    Rinaldo
    Matteo Napoleone
      Giacomo
    Napoleone
    Cardinale di S. Adriano
    Francesco ? Napoleone
  46. Litta, Orsini, tav. i.
  47. Gamurrini, Istoria genealogica delle famiglie nobili Toscane, et Umbre; Firenze, 1668-1685, II, 12. Figuriamoci che gli Orsini di Piemonte, non chiamati mai così fino al secolo XVI, dovrebbero discendere da un Orso, che, partitosi da Roma, avrebbe sposato qual seconda moglie un’Atalasia, Signora di Pinerolo, la quale, fatta ragione dei tempi, altri non potrebb’essere che la famosissima Adelaide, Contessa di Susa.
  48. Coccorone, o comunque il nome sonasse, poiché si trova scritto in più modi, era un castello che fu distrutto nel secolo XIII, e sulle cui rovine sorse poi Montefalco.
  49. Riportando documenti che concernono questa schiatta, il Ficker le attribuisce il casato «Monaldeschi» (Urkunden, n. 206, 210*, 252, 254, 267). Impropriamente, si badi, e con grave pericolo di rinnovar confusioni frequenti presso vecchi scrittori. Giacché, sebbene il ramo della famiglia a cui spettano i documenti abbia realmente per capostipite un Monaldo, non vedo che il nome abbia servito a designare i discendenti, altro che immediati («Raynaldus Comitis Monaldi», e sim.). La stessa designazione illegittima è ripetuta anche nella nuova e monumentale edizione dei Regesta Imperii del Böhmer, di cui il Ficker stesso vien curando la parte che va dal 1198 al 1272.
  50. Gellio, 16, 7, 6, Fisch, p. 116. Cosa vogliano dire talabarrio e talabarriunculus, nessuno sa dire; ma a noi basta il suffisso diminutivo di quest’ultima forma.
  51. Fisch, p. 183.