Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche/Note

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Note

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Capitolo II Appendice I
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NOTE


1. Veggasi la significante espressione di Galeno in Metrol. Script. reliqu. 1 p. 210, 16, Hultsch.

2. Sex Sestari Congius siet vini. Fest. in Metr. Script. 2 p. 72, 2.

3. Metr. Script. 1 p. 198, 16 e in altri luoghi.

4. Fest. ibid. 2 p. 76,23; Hultsch, griech. und röm. Metrol. p. 90 Nota 10.

5. Hultsch, Metrol. p. 94 seg.: il sistema romano delle misure di capacità è copiato interamente dal greco, lo stesso p. 91.

6. La enumerazione di queste misure si trova in Volusius Maecianus (distrib. part. in Metrolog. Script. 2 p. 71): Mensurarum liquoris atque grani expeditior et forma et ratio est: nam quadrantal, quod nunc plerique amphoram vocant, habet urnas duas, modios tres, semodios sex, congios octo, sextarios quadraginta octo, heminas nonaginta sex, quartarios centum nonaginta, cyathos quingentos septuaginta sex. Riporteremo più sotto (§ 2) il brano del plebiscito Siliano, che ha importanza pari, se non superiore a questo. I ragguagli delle misure romane colle odierne decimali furono presi dalle Tabelle di Hultsch, Metrol. p. 306.

7. V. sopra Nota 6: aggiungi Festo (in Metr. Scr. 2 p. 79, 11): quadrantal vocabant antiqui quam ex Graeco amphoram dicunt.

8. Euclid. in Metrol. Script. 1 p. 198, 15; Heron. fragm. ibid. p. 205; Fest. ibid. 2 p. 79, 12: (quadrantal) quod vas pedis quadrati octo et XL capit sextarios. Sulla forma pes quadratus per piede cubico v. Hultsch, Metrol. p. 8 An. 2, e i seguenti due passi di Balbo (in Metr. Scr. 2 p. 59, 124), che pongono la cosa fuori di dubbio: Solidum est quod Graeci stereon appellant, nos quadratos pedes appellamus; e altrove: Pes quadratus sic [p. 70 modifica]observabitur: longitudinem per latitudinem metiemur, deinde per crassitudinem, et sic efficit pedes solidos.

9. Nel Carmen de Ponderibus v. 59 seg. (in Metr. Scr. 2, p. 88 seg.) attribuito a Prisciano si legge:

pes lungo in spatio latoque altoque notetur,
angulus ut par sit quem daudit linea triplex,
amphora fit cybus hic, quam ne violare liceret,
sacravere Jovi Tarpeio in monte Quirites.

Sulla esatta interpretazione v. Hultsch., Metrol. p. 89 Nota 3.

10. Fest. in Metr. Scr. 2 p. 78 seg.

11. La iscrizione su questo Congio dice: Imp. Caesare-Vespas. VI. T. Caes. Aug. F. IIII. Cos. — Mensurae-Exactae. In - Capitolio - P. X.: v. Hultsch, Metrol. p. 95 seg. La figura di questo Congius, si trova in Fabretti, Inscript. p. 526 e, per citare un’opera alla portata di tutti, in Rich, Diz. delle antich. gr. e rom. 1 p. 198.

12. Galen. in Metr. Script. 2 p. 233, 241, 250.

13. Hultsch, Metrol. p. 98.

14. Metrol. Script. 1 p. 229, 250. Pari a quello dell’acqua era tenuto anche il peso dell’aceto, ibid. p. 241, 5, 250, 21. E l’autore del Carmen de Ponderibus v. 93 seg. cantava:

nam librae, ut memorant, bessem sextarius addit,
seu puros pendas latices seu dona Lyaei.

15. Hultsch. Prolegorn. in Script. Graec. 1 p. 69, 72, 73,78 ecc. e nell’Index gr. 2 p. 176 sotto la voce ἲλαιον.

16. Il plebiscito Siliano al peso delle misure di capacità mette per base il vino. Per ulteriori prove, se pure ne fa bisogno, v. Metr. Scr. 1 p. 223, 22; 224, 9; 229, 10 ecc.

17. Metrol. Scr. 1 p. 223, 22; 224, 10; 239, 8 ecc.

18. Rimettiamo il lettore per maggiori prove all’Indice gr. di Hultsch in Metrol. Scr. 2 p. 176, 192, 203 sotto le voci ἲλαιον, μὶλι, οἰ̃νος. Basti qui accennare, che, chiamando con 1 il peso del vino (o, che è lo stesso, dell’acqua e dell’aceto), quello dell’olio sarebbe stato di 0,9 e quello del miele di 1,5. Questo rapporto però non è in tutto esatto. La gravità specifica dell’olio d’oliva è di 0,915 (Pouillet, Elem. di Fisica. 2 p. 73), quello del miele è di 1,450 (Berti Pichat, Istit. di Agric. 1 p. 788), sicchè i rispettivi rapporti tra il peso ed il volume [p. 71 modifica]andrebbero di alcun poco modificati, anche non tenendo conto delle differenze di peso specifico fra l’acqua, il vino e l’aceto. Non è fuor di luogo anche il notare, che il rapporto tra il peso del vino e quello del miele non è dato costantemente per l’amphora e sue frazioni come da 80 a 108, e da 1 a l,35 (Metrol. Scr. 1 p. 239,7; 237,8) e quindi, a cagion d’esempio, al Congius si attribuiscono 9 libbre di olio, 10 di vino, 13 1/2 di miele: sulle quali divergenze v. Hultsch, Proleg. in Metr. Scr. 1 p. 92, 100, 103 ecc.

19. V. il Carmen de Ponderibus v. 97 seg. dove acutamente si nota:

haec tamen adsensu facili sunt credita nobis:
namque nec errantes undis labentibus amnes
nec mersi puteis latices aut fonte perenni
manantes par pondus habent, non denique vina
quae campi aut colles nuperve aut ante tulere.

20. Dione, 52, 30.

21. Fabretti, Inscr. dom. p. 528 n. 380: Mensurae ad exemplum earum quae in Capitolia sunt, auctore sanctissimo Caes. per regiones missae cur(ante) D. Simonio Iuliano praef. urbi v. c. L’incarico adunque di spedire questi esemplari spettava al Praefectus urbi. Il Borghesi (Oeuvres, 3 p. 478) giudica che sia dell’epoca di Gordiano il bronzo che ci ha conservalo questa interessante notizia.

22. Bruzza. Ant. iscriz. Vercell. p. 55, che dietro il Gazzera o il Promis ha con molta dottrina illustrato la frammentaria iscrizione. Menzione di edifici, detti Ponderarii, nei paghi si ha in Gruter. 1020, 10; Bulletin. dell’Instit. 1845 p. 132: Mommsen, Inscr. R. Neap. 5331; Allegranza, opusc. erudit. p. 227. Questi Ponderarii erano eretti anche da privati, con molta verisimiglianza dove la povertà de’ luoghi non comportava tali spese da parte del pubblico: nelle città i pesi e le misure, che doveano esser provveduti a carico dell’erario municipale, spesso lo erano a spese dei magistrati, come a Consa (Gruter. 225, 1; Orelli 3849), a Brescia (Henzen 7073), ad Ostia (Orelli 3882), a Benevento (Zaccaria, Stor. letteraria d’Ital. 8 p. 264), a Lanciano (Murat. 483, 9). Oltre ai campioni dei pesi nel Ponderano vi era anche una stadera, come si conosce da iscrizioni beneventane (De Vita, Antich. Benev. p. 134) e da [p. 72 modifica]altra, che recheremo fra breve (Nota 25), scoperta alla Cattolica. Il Ponderano vercellese fu eretto da un T. Sestio, ascritto alla tribù Voltinia, e quindi straniero all’Italia Superiore, dove non vi ha alcuna città, compresa la nostra, che sia ascritta ad una tale tribù (Grotefend, Imp. rom. trib. descr. p. 2 Annot. 4; p. 173).

23. Digest. 19, 1, 32.

24. Pers. Satyr. 1, 130.

25. Bullett. dell’Inst. 1840 p. 96 dove la tavoletta di bronzo trovata alla Cattolica suona così: ex iniquitatibus mensurarum et ponder... aed(iles) staleram aerea et pondera decret. decur. ponenda curaverunt.

26. Hultsch, Metrol. p. 115. I diversi campioni sopravissuti discendono dal peso normale di gram. 327,5 a quello di gram. 282,7 (Böckh, Metrol. Untersuch. p. 170 seg.) I pesi di serpentino del già Museo Borbonico di Napoli esaminati da Cagnazzi (Sui valori delle misure p. 120 seg. della vers. ted.) darebbero per la libbra gram. 325,8, gram. 328,5, gram. 323,2, gram. 326. Dei due campioni trovati a Cuenca in Spagna l’uno darebbe gram. 325,06, l’altro gram. 325,4. Il peso della libbra sotto Teodosio discese a gram. 324, e il peso normale dell’epoca di Giustiniano era di gram. 323,51 (Hultsch, p. 116, 119 Nota 14), e quindi al di sotto della libbra mantenutasi presso di noi in gram. 325,13 (Nota 156 e Append. I. § 5).

27. Schupfer, Ist. polit. longobard. p. 145. Rispetto alle misure agrarie, salve le modificazioni delle quali ci occuperemo a parte (v. Append. III. § 11 seg.), fu mantenuto lo Iugerm, colla sua 12ma parte;, dai Romani detta Uncia (Columella, R. R. 5, 1) ora pertica jugialis e colla sua 288ma parte ai tempi romani detta scripulum ed ora tabula (Leggi di Ahistulf in Padelletti, Fontes iur. ital. med. aev. p. 296: qui non habent casas massarias et habent quadraginta jugis terrae. Hist. Patr. Mon. 13 col. 26, 31, 38 seg., 49, 82 ecc.): come pure alla misura lineare dei terreni fu mantenuto il nome di pertica (Hist. Pat. Mon. 14, col. 69, 82 ecc.). Per le altre misure di lunghezza o di grossezza la base è sempre il piede; Capit. extra Ed. vagant. in Padelletti, p. 282 seg.: quia quindecim tegulas viginti pedes lebant — vadant per solidum unum pedes ducenti vigniti quinque — si quis puteum fecerit ad pedes centum cet.; Hist. Patr. Mon. 13 col. 44 dell’anno 761: ad pedes septuaginta sex per longum; col. 45, [p. 73 modifica]usque ad pedes numero quinquaqinta sex; col. 47, ad pedes triginta sex per longum; col. 48, pedes manuales numero viginti quinque (sul pes manualis v. Excerpt. ex Isid. in Metrol. Script. 2 p. 137 seg.). Per le misure degli aridi, Capit. cit. in Padelletti p. 282: segale modia tria, legumen sextaria quattuor, sale sextario uno; Convenzione del 730 fra re Liutprando e quelli di Comacchio in Hist. Patr. Mon. 13 col. 18; decimas vero dare debeant sale modios XVIII. Per le misure dei liquidi, Capit. cit. in Padelletti a. l. c., vinum urna una. Per misura del vino troviamo anche la fiola in una carta del 768 riguardante dei fondi in Monza (vinum ternas fiolas, Hist. Patr. Mon. 13 col. 66 c). Evidentemente qui si tratta di una corruzione di phiala, ma come questo vaso, del quale non vi ha alcuna menzione negli antichi metrologi, e del quale più particolarmente si faceva uso nei sacrifici (Rich. 1 p. 161, 181), sia passato ad indicare una misura di capacità, non ci è possibile dirlo con tutta certezza. In un senso affatto generale usa phialas anche il nostro poeta Moisè del Brolo (Pergam. v. 249), ma che la phiala dovesse essere una misura effettiva, che durò anche nei tempi posteriori all’epoca longobarda, lo prova il Liber Iurium reip. Gen. (in Hist. Patr. Mon. 7 col 34) dove sotto l’anno 1128 troviamo phialam unam olei. Probabilmente il nome di fiala era sinonimo di qualcuno dei nomi legali delle nostre misure esistenti, ma a quale di esse potesse corrispondere, non abbiamo documenti per investigarlo. Rispetto poi alle misure di peso sarebbe quasi inutile addurne prove speciali, poichè la maggior prova è la sopravvivenza della libbra romana fino ad oggidì in quasi tutte le nostre città. Tuttavia citeremo Capitula ext. Ed. vag. 5 in Padelletti a. l. c. lardo libras decem: Hist. Patr. Mon. 13 col. 18; Modio vero (salis) pensato libras triginta — oleo libra una, garo libra una, piper uncias duas; ibid. col. 60, auri puri libras CCCCC; ibid. col. 108, oleum libras duecenti. Quanto poi alle monete troviamo in uso quelle dell’epoca costantiniana: il solidus, il tremissis terza parte del solidus, e persino la siliqua (Capit. cit. 6 in Padelletti a. l. c.), che era la 24.ª parte del solidus (Hultsch, p. 253; Marquardt, röm. Staatsverw. 2 p. 31, 70).

28. Vuitry, Régime monetaire de la Monarch. féodale, nel Compte-rendu de l’Acadam. de sciences mor. et politiqu. 1876 p. 273, 282 seg.

[p. 74 modifica]29. Vuitry, o. c. p. 282 seg. ha riassunto la questione della libbra di Carlo Magno senza risolverla: reca i risultati di Le Blanc e Garnier, che le attribuiscono un peso di grani parigini 6912 o gram. 567,13, e quelli di Guérard, seguito da Leber, che la porterebbe a grani par. 7680 o grammi 407,92. V. anche Repossi, Milano e la sua Zecca p. 46; cfr. Carli, delle Monete e Zecche d’Italia, 1 pag. 282 seg.

30. Nel Capitolare Italicum, 109 (Padelletti, o. c. p. 360) troviamo: de mensuris ut secundum iussionem nostram aequales fiant. Nei Capitolari di Carlo Magno editi dal Canciani (Barbar. leg. ant. vol. 3: sfortunatamente la nostra Biblioteca non ha altre edizioni) troviamo (3 cap. 90): ut aequales mensuras et rectas et pondera iusta omnes habeant, sive in civitatibus, sive in monasteriis, sive ad dandum invicem, sive ad accipiendum; altrove (1 cap. 126), dove si stabilisce il prezzo dei grani per ogni moggio, si aggiunge: et ipse modius sit quem omnibus habere constitutum est. Et unusquisque habeat aequam mensuram et aequales modios. In altro luogo (addiction. 3 pag. 395) è chiamato turpe lucrum — pondera injusta vel mensuras habere. In un’epoca posteriore, sotto Carlo il Calvo, nell’Edictum Pistense del 864 (c. 9, 20) troviamo: volumus ut unusquisque iudex in suo ministerio mensuram modiorum, sextariorum cet. eo tenore habeat sicut et in palatio habemus. — Et ipsi homines qui per villas de denariis providentiam jurati habebunt ipsi etiam de mensura ne adulteretur provideant. Se, e fino a qual punto, questi saggi provvedimenti abbian potuto esser mandati ad effetto nei nostri paesi, è ciò che non possiamo dire.

31. Nella Convenzione commerciale del 730 fra re Luitprando e quei di Comacchio pel trasporto del sale ed altri oggetti lungo i fiumi del regno langobardo (Troya, Cod. diplom. 3,480, Hist. Patr. Mon. 13 col. 18) troviamo: Modio vero pensato libras triginta più volte ripetuto. Ma cinquantasette anni appresso, quando qui s’era stabilita la conquista franca, si voleva esigere maiorem modium — id est ad libres XLV (Hist. Patr. Mon. 13 col. 117 d), per cui Carlo Magno, sentite le giuste lagnanze, ordinò: tamen nos pro mercedis nostre argumento concessimus eis in elemosinam videlicet nostram, ut in tali tenore ipsum modium, dare deberent, sicut et illi a nostris hominibus accipiebant, et nullatenus maiorem, id est per libras triginta [p. 75 modifica](ibid. col. 117 d, 118 a). Non si può credere che di proprio arbitrio gli esattori dei dazii avessero recato un sì notevole aumento nel valore del Modius, quando non avesse cominciato a pigliar piede un corrispondente aumento della capacità del Modius o per lo meno del peso della libbra. Infatti, in un inventario Bresciano del 905 (ibid. col. 727 b) troviamo: invenimus etiam in eodem monasterio de terra arabilis ad seminandum inter totam modia CCLIX, de vinca ad modios francischos CCXLII. Qui il Modius francischus si può intendere in due maniere: o come una misura agraria fondata sul rapporto che praticamente esisteva fra una quantità data di semente ed una data estensione di terreno (cfr. Tab. Heron. 5 § 15 in Metrol. Scr. 1 p. 190; Balb. Tab. de Mens. ibid. 2 p. 124, 14: in centuria agri iugera CCl, modii DC): oppure come un dato del prodotto medio della vigna, come oggidì nel contado si dice che il tal fondo è di tante staja (di frumento), e la tal vigna di tante brente (di produzione media). Esempi del Modius del vino ne abbiamo in Du Cange s. v. Ad ogni modo, in un caso o nell’altro perchè sia possibile questo ragguaglio, è necessario che si tratti di una misura di capacità fissa ed entro un certo àmbito pienamente conosciuta, precisamente come da noi erano lo stajo e la brenta, o come nel 905 dovea essere il Modius Francischus in opposizione ad un’altra specie di Modii. È da notarsi infine che il sistema delle misure di capacità introdotto da Carlo Magno (Saigey, Traité de Métrol. p. 112 seg.) è quello che maggiormente si addimostra connesso con quelli che sopravvissero fino ad oggidì, mentre dopo di lui non abbiamo trovato un sol documento che ci lasci anche solo con qualche verisimiglianza argomentare, che, dove troviamo una di queste misure con nome romano, si debba ritenere che anche la capacità si fosse, per quanto era possibile, mantenuta inalterata. Probabilmente la introduzione del sistema francese di misure di capacità avvenne fra noi tra il 799 ed il 806. Non potremmo dare altra spiegazione più verosimile al fatto, che il vescovo Tachimpaldo col suo testamento del 799 avea stabilito che si distribuissero ai poveri triginta modia grano vino anforas tres (Lupi, I, 643 seg.) mentre nel 806, non sapendo se un tale prodotto poteasi ottenere dai fondi legati, lascia in arbitrio dei custodi delle Basiliche beneficate di fare la distribuzione in [p. 76 modifica]quella quantità che crederanno opportuno. Il Ronchetti attribuisce questa clausola del nostro vescovo alla incertezza dei prodotti di questi poderi (Mem. stor. 1 p. 150): ma Tachimpaldo, che era già vescovo dal 796 e che giovanissimo non sarà salito sulla cattedra bergomense, se già nel 799 redigeva il suo testamento, non doveva per una lunga esperienza ignorare fino a qual punto potevano essere adempiuti i suoi legati. Ma la espressione, modo vero quod Dei iudicio non scio quomodo de ipsas res fruges exire debeat cet. (Lupi, 1, 645), può darci il modo di spiegare il fatto. Tachimpaldo, che con tutta probabilità era langobardo, avea assistito alla dolorosa caduta della sua gente avvenuta per imperscrutabile giudizio di Dio: le conseguenze di questo fatto si facevano sentire ancora dopochè il nostro Vescovo avea redatto il suo testamento, perchè il conquistatore, andando contro a secolari abitudini, avea abolito le antiche misure, e n’avea introdotte altre di sua creazione e al tutto differenti: ora, per lo meno il Modius non veniva ad esser più una misura di litri 8,75, ma sibbene di litri 157,5 (Saigey p. 113): la disposizione testamentaria quindi di Tachimpaldo veniva ad essere notevolmente alterata, o meglio ancora, poteva esser fonte di future controversie o pretensioni. A quel modo che Paolo Warnefrido non osò tramandare ai posteri la disfatta e l’assoggettamento de’ suoi connazionali, così il nostro Vescovo non fe’ che attribuire al Dei iudicio le ragioni per le quali trovavasi obbligato a mutare il suo legato a favore dei poveri, tacendo quelle circostanze che poteano riuscir gravi al suo cuore od al suo orgoglio di langobardo. V. Nota 118.

32. Recheremo alcuni esempi anteriori al secolo undecimo, al qual punto si fermano le indagini di questa breve introduzione:

I.° Per il Modius o Modium misura dei grani, il qual nome alla forma neutra si trova non solo nei nostri documenti medievali, ma anche nei Metrologi Iatini (Isid. in Metrol. Scr. 2 p. 142, 4, 7) e greci (ibid. 1 p. 190, 16; 271, 15 ecc.): Ann. 800, quinque modia grano medietate grosso et medietiate minuto (Lup. 1, 627); ann. 806, triginta modia grano (ibid. 645); ann. 806, decem et octo modia meleo (Hist. Patr. Mon. 13, col. 154 c); ann. 822, grano omni genere modio tertio (ibid col. 179 b); ann. 835, secale modios XXXV (ibid. col. 225); ann. 837, de [p. 77 modifica]grano grosso (frumento, segale) — mundo vel legumen mundo modio quarto (ibid. col. 230 c); ann. 854, persolvamus in vestra cella pro omni anno circuli ex ipsis rebus grano vel ficto siligine modio uno sicale modia dua et panico modia duo ad iusta mensura (ibid. col. 314 b); ann. 881, modia grani (ibid. col. 515 a); ann. 915, unde reddet annue censum afictuario nomine promiscua ad justam mensuram mediolanensem modios octo (ibid. 790 c); ann. 940, modios tres (ibid. col. 948, b); ann. 968, frumento bono modio uno — modia duodecim (Lup. 2, 283); ann. 997, segale modia tres et frumento modio uno panico modia trex (ibid. 413).
II.° Per il Sextarius o Sextarium (Isidor. in Metrol. Scr. 2 p. 119 seg.): ann. 877, modia dua sextaria quatuor (Hist. P. M. 13 col. 460 d); ann. 897, seligine staria duodecim et faba similiter staria duodecim ordeo et scandella staria octo (ibid. col. 621 a); ann. 905. frumentum sextaria XII (ibid. col. 703, a); ann. 905, de segale modia XXX staria III (ibid. col. 707 b); ann. 934, segale modios tres cum staria quattuor (ibid. col. 931 c); ann. 957, frumentum starias II (ibid. col. 1071 c); ann. 963, unum stario de formento bello et bono reculmo et bene gribellato (ibid. col. 1175 c); ann. 968, segale sextaria quinque sandillo sextaria quinque (Lupi, 2. 285); ann. 986, secale bona sextaria quinque panico bono sextaria quinque (ibid. 381).
III.° Per la Hemina o Mina. La Mina si trova nominata in un documento milanese del 905, la cui genuinità soffre eccezioni (Hist. P. M. 13 col. 485 seg.): ann. 905, del mel Mina I (ibid. col. 712, d); ann. 996, grano grosso sextaria septem et mina una — grano minuto sextaria septem mina una (Lupi, 2, 409).
IV.° Per le misure dei liquidi: ann. 796, et pro lavores (interessi) eorum persolvamus vobis in vindimia esta proxima veniente vino bono ad mensura insta ad pleno urnas tres (Hist. P. Mon. 13 col. 128); ann. 806, tres anforas vino (Lupi 1, 645); ann. 835, vinum anforas XII (Hist. P. M. 13 col. 225); ann. 837, et si vites posuerimus exinde reddemus anfora quarta (ibid. col. 230 c); ann. 852, vino de Gellone de Blexuni qui est Congia decim (ibid. col. 302 b); ann. 905, de vino anforas tres et urnam — de vino anforam unam et urnam; de vino anforas VIII et urnam; de vino anforas XXI et urnam; de vino Concia II; [p. 78 modifica]de vino urnas tres; de vino anforas XIV et conzias IV; de vino anforas X et conzias VI; de vinea ad anforas I Staria V(ibid. col. 709, 710, 712, 714, 720, 724); ann. 940, quinque anphoras vini et urnam (Giulini, mem. stor. di Mil. 9 p. 24; cfr. 2 p. 148). L’inventario del 905 dei beni del monastero di S. Giulia in Brescia, di cui qui abbiamo dati gli estratti più salienti, lascia supporre che per le misure dei liquidi, se non la contenenza, almeno le partizioni dell’epoca romana rimanessero inalterate, e che quindi, come misura di maggior capacità fosse prima l’amphora, poi l’urna, indi il Congius infine il Sextarius. La carta del 940 citata dal Giulini non contraddice a questa supposizione, ma i documenti sono sì scarsi, che non possiamo applicare a tutti i luoghi, che a noi sono più vicini, una tale supposizione. Rispetto alla capacità di queste misure non fa bisogno neppure parlarne, perchè vedremo nel secolo undecimo mantenersi i nomi di Congius, Sextarius, Hemina, Quartarius, quantunque il valore di queste misure fosse del tutto differente.

33. Un brevissimo, ma significante tratto delle condizioni nostre a quest’epoca fu dato da Hegel, Stor. della Cost. dei Munic. ital. p. 379 della vers. it.

34. Questo è quanto vorrebbe provare Saigey, Métrol. pag. 109-115.

35. Dai brani dei documenti più sopra recati (Nota 32) si potrebbe argomentare che nel Modius non entrassero più di otto Sextarii, perchè non vediamo mai questo numero sorpassato dai Sextarii uniti ai Modii. Ma troppi sono i documenti o periti, od a noi sconosciuti perchè con tutta sicurezza sia concesso venire ad una tale conclusione. Rispetto alle misure del vino valga l’osservazione già fatta in fine della citata Annotazione. Naturalmente, per la connessione che vi ha fra le notizie di un’epoca precedente e di una posteriore a questo periodo, noi non possiamo restare in dubbio nell’ammettere che il Sextarius, come a’ tempi romani, si dividesse in due Heminae e quattro Quartarii: le ulteriori suddivisioni e i loro nomi ci sono perfettamente sconosciuti. Vi ha però un punto, che può essere posto in luce con una certa verisimiglianza, ed è che le misure degli aridi di questo periodo devono essersi discostate di ben poco da quelle che qui troviamo in uso a cominciare dal secolo undecimo. Questo si può ricavare dai [p. 79 modifica]canoni d’affitto, per quanto sieno imperfette le cognizioni che abbiamo su questo riguardo. Così nella locazione di una Sorte posta in Isione sull’Adda fatta nel 968 (Lupi, 2, 283) dove si esige un canone di 1 Moggio di frumento, di 5 Staja di segale, di altrettante di scandella, e di 12 Moggia di non sappiamo qual grano per la corrosione della carta, avremmo un canone, stando alle antiche misure romane (Hultsch, Metrol. Tab. XI p. 306) di poco più di 119 litri di grani: il che non è neppure ad immaginarsi. Si conferma ciò col documento del 996, dove, per la quarta parte di una Sorte posta in Sussiago (che era nei contorni di Calcinate), il locatario si obbliga a pagare per la festa di s. Lorenzo grano grosso (orzo, frumento, segale) Sextaria septem et Mina una, e per la festa di s. Martino grano minuto (miglio, panico) Sextaria septem et Mina una, (Lup. 2, 409). Ora, una mezza Sorte, secondo un nostro documento del 1170 (Lupi 2, 1265), si calcolava di circa quattro jugeri, o Pertiche 48 (v. Append. III § 12): nella stessa proporzione poi il quarto di Sorte veniva ad essere poco su, poco giù di Iugeri 2 o Pertiche 24 pari ad Ettari 1.59. Ognuno vede che, sopra questa estensione di terreno, quando si fossero mantenute le antiche misure romane, il locatario avrebbe corrisposto annualmente litri 4,10 di grani grossi ed altrettanti di grani minuti, in complesso litri 8,20, che equivalgono ad un terzo di litro (litri 0,342) per Pertica. Ma nel 1098, dopo che era avvenuta già la riforma del nostro Stajo, l’affitto di un fondo in Almè era calcolato in uno Staio di frumento per Pertica (Lupi 2, 805), ossia in litri 21 circa ogni 6,62 are, dal che si vede che, per quanto si voglia tener conto delle più disparate condizioni, sarebbe difficile ad ammettersi che nel corso di un secolo l’affitto medio in grano per pertica fosse aumentato di più che sessanta volte, mentre non si presenta alcuna difficoltà nell’ammettere che il Sextarius prima del mille non dovesse essere gran fatto differente da quello che troveremo stabilito nel secolo undecimo. E quando fosse indubitato che il Modius quem omnibus habere constitutum est (v. sopr. nota 30) non fosse stato altro che il cubo del cubito degli Arabi (Saigey p. 113), e che al pari del Modius posteriore al secolo undecimo fosse diviso in 8 Sextarii, potremmo presentare i seguenti dati approssimativi, che in mezzo a tanta oscurità, non dovrebbero riuscire affatto privi di interesse:
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Modius 1 litri 157,46
Sextarius 8 1 " 19,68
Hemina 16 2 1 " 9,84
Quartarius 32 4 2 1 " 4,92


36. In una carta Cremonese si legge: argentum bono monetatum expendibilem denarium unum de moneta nostra (Hist. P. M. 13, col. 1175: in altra del 999 vi ha (ibid. col. 1704): de bona moneta nostra cremonensi.

37. Donazione alla chiesa di s. Alessandro a favore della quale il giorno di s. Martino saranno pagati argentum denarios bonos mediolanenses numero sex (Lupi, 2, 379). Già prima, cioè nel 972, in una locazione di beni fra l’Adda e l’Oglio, fatta da Radoaldo patriarca di Aquileja al nostro vescovo Ambrogio, è stabilito che si debbano annualmente pagare argenteos denarios bonos mediolanenses solidos quinque aut de Venetia solidos decem (ibid. 301).

38. In un affitto di fondi in Lomellina: in arientum denarios bonos papienses solidus tres boni (Hist. P. M. 13 col. 1670).

39. Et lino scosso ad statera iusta Mediolani libras octo (H. P. M. 13 col 621; Giulini, Mem. Stor. di Mil., 2 p. 63).

40. Omni grano bono ad insta mensura Mediolani (H. P. M. 13 col. 621); ann. 915 (ibid. col. 790): ad iustam mensuram mediolanensem modios octo. Abbiamo citato questi pochi esempi: ma basti vedere nel solo Du Cange sotto le voci Modius, Sextarium, Pertica ecc. a qual punto fosse giunto il caos delle misure in questi secoli. Pochi altri esempi sono recati nella Appendice III § 13.

41. Lupi, 2, 706. Sul peso di questi pani v. Nota 82.

42. Pergam. nella civ. Biblioteca, n. 503.

43. Lupi, 2, 865.

44. In una permuta di decime, fatta in quest’anno (1112) fra i Canonici di s. Alessandro e quelli di s. Vincenzo, questi ricevono anche totam illam terram — positam in loco et fundo Albigne unde solvitur fietus sex Modii et quatuor Sextarii grani ad Sextarium civitatis qui nunc currit (Lupi 2, 873); nella convenzione del 1122 fra il conte Alberto di Soncino ed alcuni suoi censuali di Ciserano è stabilito che questi debbano dare ogni anno sextaria quindecim de grano — ad sextarium currentem de civitate Bergamo (Lupi, 2, 911); in una investitura di [p. 81 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/81 [p. 82 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/82 [p. 83 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/83 [p. 84 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/84 [p. 85 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/85 [p. 86 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/86 [p. 87 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/87 [p. 88 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/88 [p. 89 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/89 [p. 90 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/90 [p. 91 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/91 [p. 92 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/92 [p. 93 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/93 [p. 94 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/94 [p. 95 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/95 [p. 96 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/96 [p. 97 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/97 [p. 98 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/98 [p. 99 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/99 [p. 100 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/100 [p. 101 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/101 [p. 102 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/102 [p. 103 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/103 [p. 104 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/104 [p. 105 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/105 [p. 106 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/106 [p. 107 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/107 [p. 108 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/108 [p. 109 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/109 [p. 110 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/110 [p. 111 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/111 [p. 112 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/112 [p. 113 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/113 [p. 114 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/114 [p. 115 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/115 [p. 116 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/116 [p. 117 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/117 [p. 118 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/118 [p. 119 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/119 [p. 120 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/120 [p. 121 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/121 [p. 122 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/122 [p. 123 modifica]Pagina:Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche.djvu/123 [p. 124 modifica]de media segia, dove è esattamente indicata la contenenza di questa Situla di rame, come si farebbe oggidì.

204. Stat. Novar. § 427 in H. P. M. 16, 1 col. 795. V. anche Stat. Novocom. 2 § 238 ibid. col. 187, dove quasi identiche espressioni vi hanno rispetto alla galeda, che però era di legno: v. Nota 187.