Sextarius Pergami saggio di ricerche metrologiche/Capitolo II

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Capitolo II - Le Misure dei liquidi

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I Note

[p. - modifica]==CAPITOLO II.==

Le Misure dei Liquidi.

§ 1. Coeva alla riforma, o, per meglio dire, allo stabile assetto delle misure degli aridi dev'essere stata anche la riforma delle misure dei liquidi. Per un'epoca anteriore al secolo undecimo noi non abbiamo alcuna notizia nei nostri documenti, e la menzione di «tres anforas vini», che si trova nella donazione inter vivos del vescovo Tachimpaldo fatta nel 806, cade appunto in un tempo, in cui non possiamo dire con tutta certezza (v. Nota 31), se qui si tratti ancora dell'antica anfora romana della capacità di litri 26,26 (v. Introd. $ 1.), oppure di un'anfora riformata secondo il nuovo sistema introdotto da Carlo Magno in tutto il suo impero (118). E neppure migliore luce si può avere dai documenti dei vicini contadi, perché da essi non possiamo trarre altra indicazione, se non che si erano, almeno fino al secolo decimo, scrupolosamente mantenuti gli antichi nomi romani (v. Nota 32), sebbene, e la conte[p. 39 modifica]nenza, e le suddivisioni di quelle misure avessero potuto subire non lievi modificazioni. Ma nel 1129, in una sentenza pronunciava da due Cardinali legati di papa Onorio II sulle controversie fra il vescovo Ambrogio ed i Canonici di S. Alessandro, troviamo quanto segue: «Producti sunt ex parte Canonicorum tres idonei testes Petrus Bertane Wilielmus Degastaldio Oddo de Crolla, quorum primus de tempore Ambrosii Attonis et Arnulfi, secandus de Attonis et Arnulfi tempore, tertius de tempore tantum Arnulfi testimonium protulerant se vidisse in vinea donica que est de iure episcopatus s. Alexandri duos Congios ad mensuram pergamensem a Canonicis pro sacrificio exigi (119).» Le date qui segnate per la esistenza della «mensura pergamensis» del vino ci trasportano indietro di oltre un secolo, poiché il primo vescovo Ambrogio copri la sede episcopale dal 1023 al 1057, Attone dal 1058 al 1075, Arnolfo dal 1078 al 1096 (120), per cui il primo dei testimonii chiamati in causa, colla sua deposizione a favore dei Canonici di S. Alessandro, ci serbava anche la preziosa notizia che, prima della metà del secolo undecimo, pei liquidi s'era già stabilita una misura propria a questa città. Per conseguenza non é a meravigliare se nei documenti posteriori troviamo espressioni identiche a quelle, che abbiamo vedute in uso per le misure degli aridi, e quindi nel 1181 abbiamo: «anno MCLXXXI die XV intrante Augusto in claustro s. Vincentii Adelardus Archidiaconus investivit in presentia et cum consenso fratrum suorum inter quos Arricus de Carceribus de Verona Rugalinum filium Petroboni Rogali de vinca posita ubi dicitur in Fon[p. 40 modifica]tana Bertelli — ad reddendum fictum tempore vindemiarum Concia quatuor vini ad Sextarium Civitatis Pergami (121):» in due investiture inedite del 1251: «Sextarios tres et Quartarium unum musti — mensurati ad Sextarium Comunis Pergami; Sextarios duos musti — mensurati ad Sextarium Comunis Pergami (122):» nella costituzione di una enfiteusi perpetua a favore del monastero di Astino fatta nel 1263 era stabilito che a questo si dovessero annualmente consegnare «Sextaria septem musti ad Sextarium Comunis Pergami (123).» Qui ci arrestiamo perché, come vedremo (v. sotto § 4), intorno a questo tempo si diede un' altra base alle misure di capacità del vino: ad ogni modo risulta dai citati documenti che il Congius del vino, al pari del Modius dei grani, era fondato unicamente sul nuovo Sextarius introdotto nel secolo undecimo.

§ 2. La analogia dovrebbe lasciarci ammettere a tutta ragione, che come pei grani fu preso a fondamento delle misure un recipiente, che contenesse esattamente un dato peso di frumento di buona qualità, così si debba aver proceduto anche col vino, ponendo il suo peso come base della capacità dei vasi, coi quali dovessi misurare. Quest'era stato il sistema romano fino dall'epoca del plebiscito Siliano (v. Introd. § 2), e che un tale sistema fosse conosciuto anche nelle età di mezzo, basterebbe a provarlo il Glossario od Elementario del lombardo Papias, il quale compì quest'opera appunto nel 1053 (124), più, l'esempio di Modena, dove nel 1249 troviamo già in pieno uso il Quartarium vini di 333 libbre di vino (125). Sfortunatamente, per il periodo che ab[p. 41 modifica]braccia l'undecimo, il duodecimo e, per lo meno, la prima mela del decimoterzo secolo, noi non abbiamo alcuna prova diretta per istabilire quale fosse il peso di una almeno delle misure del vino: crediamo tuttavia che la induzione, tratta dalle scarsissime notizie che ci fu dato di raccogliere, varrà a gettare qualche luce anche su questa oscurissima epoca. A Roma l'olio si misurava col Congius, col Sextarius e cosi via (126), anzi erasi introdotto l'uso di un corno trasparente, segnato con dodici cerchi corrispondenti alle dodici once metriche in cui esso era diviso, e la cui contenenza era pari a quella della Emina (127). Per quanto tempo siasi continualo questo costume, non sappiamo; certamente però all'epoca langobarda l'olio si pesava, poiché nella convenzione commerciale del 730 fra re Liutprando e quelli di Comacchio troviamo: «oleo libra una (128);» poco dopo quell'epoca, in una carta milanese del 777: «oleum libras duocenti — ut inluminentur ibique ex ipso oleo per cotidianas noctes cecendelas quatuor, et omnibus diebus cecendele uno (129),» in una nostra carta di precario del 828 un certo Agemundo di Tagliano si obbliga ogni anno nella festa di S. Alessandro di dare «oleo libras tres (130).» Tutto lascia presumere però, che quando nel secolo undecimo si stabilirono le nuove misure pei liquidi, anche l'olio vi venisse compreso, e se per la corrosione del documento non possiamo sapere, se l'olio si misurasse, oppure ancor si pesasse nel 1034 (131), in un atto però di donazione all'altare di s. Silvestro posto nella Cattedrale di s. Vincenzo, che fu scritto nel 1086, é stabilito che «persolvant — Sextarium unum de [p. 42 modifica]oleo datum et positura in labello posito prope in altario (132).» Nè questo è esempio isolato, poiché nello Statuto del 1204-48, dove si tratta dei dazii, si prescrive che non ne vada esente «oleum ultra Minam unam (133);» in un testamento del 1227, riportato in una quitanza inedita del 1304, certo Verdello Villano avea lasciato ai suoi eredi l'obbligo di pagare ogni anno ed in perpetuo all'ospitale di s. Lazzaro «Minam unam oley linosse (134).» Fino al 1304 le quitanze di questo legato nominano sempre una Mina, ma nella quitanza del 1305 vi ha: «dederat et solverat libras viginti olei linose fictuales; nel 1306 vi ha identica espressione; nel 1308, siccome si era lasciato passare il 1307 senza pagare questo canone, cosi vi hanno «libras quatraginta oley linose fictuales (135).» È troppo evidente che questa riduzione non sarà stata arbitraria, chè vi si opponeva l'interesse dell'una e dell'altra parte, ma avrà avuto per fondamento il peso, che era attribuito a ciascuna delle misure dei liquidi. Infatti, la notizia rivelataci da questi documenti, posta a confronto con quanto abbiamo già trovato per le misure degli aridi (v. sopra c. I. $ 5), ci porge il modo di determinare anche il valore delle misure del vino. Che queste fossero fondate sul peso, non vi può essere dubbio, ma che in pari tempo la Mina o Sextarius dell'olio servisse anche a misurare il vino, non è credibile, poichè la differenza di peso che vi ha fra l'uno e l'altro è troppo evidente (136), e se vedremo nel secolo decimoterzo basarsi il volume delle misure di contenenza del vino unicamente sul peso dell'acqua, appunto perché si era già scorta una troppo note[p. 43 modifica]vole differenza di peso fra gli stessi vini (137), con tutta ragione deve ammettersi, che l'apertissima differenza, qual è fra l'olio ed il vino, non fosse punto passata inosservata nell'epoca precedente. Piuttosto è a ritenersi, che a quel modo che 20 libbre, o 2 Pesi, di buon frumento ed altrettanti di sale servirono a costituire le rispettive Staja dei grani e del sale , così per riguardo ai liquidi 20 libbre di vino debbono aver costituita la Mina del vino, alla stessa guisa che 20 di olio formarono la Mina dell'olio, e così dicasi in proporzione di tutte le altre misure. Questa induzione si conferma con ciò, che quando il peso del vino non servì più di fondamento al volume dei vasi nei quali dovea essere misurato, ma gli si sostituì l'acqua, si cessò di misurare anche l'olio, e quindi si tornò a pesarlo come ne' secoli anteriori al mille, poiché invero, con questa riforma, l'antico sislema legale veniva ad essere abolito, e dovea quindi cadere in disuso. E questo era naturale, perché, come vedremo (v. sotto § 5), le misure di capacità stabilite dopo quest'epoca dal nostro Comune servirono unicamente pel vino (e per l'aceto), e non per l'olio, ed il diverso modo di determinarne la capacità, sia per essersi introdotto un peso differente, sia per essersi usata l'acqua invece del liquido stesso, che voleasi misurare, dovea togliere ogni ragione di essere anche alle misure speciali dell'olio, si che la legislazione punto non se ne occupò, né nei privati documenti dopo il 1304 non se ne fece più cenno. Queste induzioni assai ovvie, che, dedotte dal confronto dei fatti, dimostrano l'unico principio dal quale partirono i nostri avi nel determinare le [p. 44 modifica]misure di capacità dei liquidi e dei grani (il che prova anche più apertamente quanto esse induzioni sieno fondate), ci permettono di affermare, che il Sextarius dell’olio e del vino pesasse 40 libbre di olio o di vino, la Mina 20 libbre, il Quartarius 10 libbre. Ciascuna di queste misure veniva a contenere un numero di libbre di vino o d’olio doppio di quello di frumento o di sale, contenuto nelle misure degli aridi: e questo fatto lo vedremo anche confermato da posteriori ragguagli (v. sotto § 6).

§ 3. Il multiplo del Sextarius era il Congius. In un testamento inedito di Giovanni Camerario, scritto nel 1162, troviamo: «Ecclesie s. Salvatoris Congium unum vini in vinea mea de Canale omni anno relinquo et dono (138);» in una carta d’acquisto fatto nel 1202 di un pezzo di terra in Corno abbiamo: «dare debebat nomine mercati et solutionis unuis congii vini (139);» in altra di affitto del 1211: «reddendo fictum omni anno ipsi monasterio duos congios musti purati (140).» Che il Congio di quest’epoca non contenesse sei Staja, come l’antico Congius romano (v. Introd. § 1), è un fatto che fortunatamente possiamo stabilire coi nostri documenti; e a quella guisa che, dopo la riforma del secolo undecimo, vediamo per alcun tempo conservarsi l’antico nome di Modius, quantunque la primitiva capacita di questa misura fosse totalmente alterata, poi poco a poco entrare in campo nell’uso comune quello di Soma, poichè effettivamente sul peso di questa erano fondate le nuove misure, così vediamo pure pei liquidi mantenuto il nome di Congius, sebbene anch’esso verso la seconda metà del secolo decimo [p. 45 modifica]terzo fosse destinato a ritrarsi davanti a quello di Brenta, che presentava un concetto di gran lunga più determinato e nello stesso tempo più popolare. Mentre infatti nella definizione di certe questioni fra il vescovo Ambrogio ed i Canonici di S. Alessandro si sentenziò aver questi diritto per antica consuetudine di ricevere dal vescovado «duos Congios vini ad mensuram pergamensem (v. sopra § 1),» centrentott'anni di poi, cioè nel 1267 essendosi ridestate le identiche controversie, si ritrasse in campo la sentenza del 1159, ma non vi si parlò più di due Congi, sibbene di due Brente (141): il che indica ad evidenza che, rispetto al valore, la diversità fra il Congius e la Brenta stava solo nel nome. Nella prima metà del secolo decimoterzo non abbiamo una diretta menzione della Brenta, ma bensi dei Brentatori in questa ordinanza dello Statuto più vecchio: «Item stat. quod Rector teneatur facere iurare officiales qui super erunt officio faciendi iurare Beccarios et Tabernarios quod facient iurare omnes Brentatores Civitatis et Burgorum Pergami quod recte et iuste et bona fide mensurabunt vinum quod venerint ad mensurandum tam a parte vendentis quam a parte ementis ad veram et iustam mensuram sibi datam pro Comune Pergami. Et mensuram sibi datam postea non rumpent (142).» Esisteva già adunque quell'alto e stretto vaso di legno, che mediante due cigne portavasi sulle spalle dell'uomo e che era detto Brenta, d'onde Brentatori erano chiamati coloro che misuravano il vino e lo portavano ne' luoghi a loro destinati. E siccome la Brenta era appunto il vaso che conteneva esattamente un Congius, perciò il suo no[p. 46 modifica]me prevalse su quest'ultimo, pigliando il suo posto fra le misure (143). Ma la perfetta equivalenza fra il Congius e la Brenta dimostra anche che essi non doveano contenere più di due Sextarii. Lo prova il fatto che nella Valle Brembana, malgrado le varie riforme delle quali parleremo in seguito, e dopo un intervallo di oltre otto secoli, si calcola tuttodì che 80 libbre di vino formino una Brenta (144), come pure lo prova l'analogia con altre misure. Il Cavallo di vino corrisponde a due Brente (145): ora, due Brente di quest'epoca da due Staja ciascuna corrispondono esattamente a libbre 160 o Pesi 16, e, come vedremo (v. § 6), di poco, e se non per una necessità di ragguaglio, si discostano due Brente dello Statuto del 1331. Il carico di 16 Pesi è quasi normale da noi per esprimere quella quantità, che può essere portata a schiena di cavallo; la Soma di frumento è di 16 Pesi (v. sopra c. I. §§ 2, 3): quella della carta pure di 16 Pesi (v. sopra c. I § 2 e Nota 56): il cavallo di sabbia, secondo lo Statuto del 1453, dovea essere appunto di 16 Pesi (146), e se da questo peso normale se ne scostano le Some delle coti, del ferro, del rame, abbiamo procurato darne altrove una probabile ragione (v. Append. I § 4). - Oltre al Cavallo di vino vi era anche il Carro di vino. Nello Statuto più vecchio, dove si stabilisce il dazio sulla vendita del vino al minuto, la tariffa porta due soldi imperiali «de quolibet Carro vini (147).» Questo nome è sopravvissuto fino ad eggidi per indicare il carico di 6 Brente, ed infatti nello Statuto dei dazii del 1431 il «Carrum seu Planstrum vini» (che si fanno sinonimi) si trova ragguagliato a 6 [p. 47 modifica]Brente, né più ne meno di quello che lo sia oggidi (148). Probabilmente esistevano vasi di una speciale forma, e di questa esatta contenenza, che servivano al trasporto del vino su carri (149): ma a questo punto basti aver accennato, restando posto in sodo, che già a quest'epoca risale il Carro di vino, composto di 6 Congii o 3 Cavalli (150). — Come poi si suddividesse il quartarius da 10 libbre, non lo sappiamo: verisimilmente quando troviamo nello Statuto del 1331 che 16 Bozzole entravano nel quartarius (v. sotto § 4), non si fece che ripetere una vecchia divisione. Il nome di Bozzola ora quello che prevaleva a quest'epoca anche in contadi vicini (151), e la partizione sedicesimale la vediamo introdotta anche nelle misure dei grani dopo la riforma del secolo undecimo (v. sopra C. I § 6). In questo caso la Bozzola avrà contenuto Once 18 3/4 di vino. — Forse a quest'epoca nel commercio del vino al minuto esisteva un vaso, di non grande, ma indeterminata capacità, detto Stopa: la sopravvivenza di questo nome nel nostro dialetto ce ne offre una prova (152). Abbiamo già veduto come a quel tempo si usava dare il calmerio agli osti (v. Nota 125), e mentre ora la contenenza dei vasi é inalterabile, o solo il prezzo varia col variare delle condizioni del mercato, fin dopo la metà del, secolo decimolerzo invece mentre il prezzo restava fisso, si mutava per contro, il peso del vino ogniqualvolta occorresse, precisamente come col Calmerio del pane (v. App. IV). Ora, è probabile che la Stopa fosse il vaso col quale si distribuiva questa variabile quantità di vino, o che appunto per questo costume si trasmettesse di generazione in generazione [p. 48 modifica]nerazione il ridevole detto, averne addosso una buona Stopa, che equivale ad aver trincato più del dovere. Si vede di qui che, secondo questo sistema, le suddivisioni del Quartarius doveano avere una importanza affatto secondaria ed essere impiegate soltanto in quei rarissimi casi di smercio di vino all’ingrosso, in cui si fosse dovuto tener calcolo delle più piccole frazioni, mentre per lo smercio al minuto le relative misure non potevano per questi ordinamenti avere una contenenza fissa: una volta poi tolto il Calmerio del vino, la Stopa cadde in disuso (almeno come vaso da vino), e se non la consuetudine, la legislazione almeno si volse, a nuova guarentigia, poiché era stata abolita quella del peso, a delerminare esattamente la contenenza e la forma delle Bozzole e dei Claudi, come vedremo più innanzi (§ 4). — Coerentemente alle cose che abbiamo premesso, daremo il prospetto delle nostre misure di capacita del vino durante i secoli undecimo e duodecimo e per lo meno durante la prima metà del secolo decimoterzo. Per la riduzione dei pesi conosciuti nelle attuali misure metriche di capacita sono da aver presenti due avvertenze. E primamente, che non si può andare lungi dal vero nel tenere il peso del vino identico a quello dell’acqua distillata (153): in secondo luogo, che siccome i corpi crescono o diminuiscono di volume a seconda della più o meno alta temperatura, e siccome a quell’epoca le nostre misure saranno state verificate in qualunque stagione dell’anno, così non si può andare errati nel tenere la temperatura media di 13 gradi Centigr. (154) come quella che possa darci il più approssimativo volume [p. 49 modifica]dell’acqua distillata e conseguentemente anche del vino (155). Ritenendo quindi la libbra grossa pari a grammi 812,8221 (156), su questa base furono calcolate le misure di capacità del vino a quest’epoca: il Sextarius vini venne cosi trovato di litri 32,5321. — Rispetto alle misure degli olii ci siamo valsi delle Tavole pubblicate sul rapporto tra il peso ed il volume degli stessi a differenti temperature (157). Noi abbiamo dato il ragguaglio a 13 gradi C. tanto dell’olio di lino, quanto di quello di oliva, perché sebbene la differenza non sia molto rilevante, tuttavia il lettore possa avere i due estremi sui quali fondare i suoi calcoli. Abbiamo ammesso il Congius anche per gli olii, perché, quantunque i nostri documenti non ci dieno questa misura di conto, nullameno vediamo che anche a Brescia alla stessa epoca il prezzo dell’olio era basalo sulla maggiore misura, il Modius (v. Nota 133). Come poi fosse suddiviso il Quartarius dell’olio, neppure la induzione poté lasciarcelo supporre. Cosi abbiamo trovato pel Sextarius dell’olio di oliva litri 35,4017, e per quello dell’olio di lino litri 34,7211. Le riduzioni saranno date nella Tavola I.a, A, B, C. Ecco ora il prospetto delle misure del vino:

Congius 1

Sextarius 2 1

Mina 4 2 1

Quartarius 8 4 2 1

Bozzola 128 84 32 16

§ 4. Dopoché fu introdotto intorno al 1237 anche nella nostra città il Marco o la Marca a pesare i metalli preziosi (v. Append. II), si diede un novello [p. 50 modifica]assetto alle nostre misure di capacità del vino. Nello Statuto del 1331 troviamo prescritto quanto segue:

«Item ad eternam rei memoriam declaratur quad Sextarius Comunis Pergami qui est et a longo tempore stetit penes Bollatores est et esse debet Bozzolarum sexagintaquatuor, et Mina tregintaduarum, et Quartarius sedecim et Brenta nonaginta sex Bozzolarum seu Claudorum. Et Bozzola sive Claudus facto computo de aqua serena fontis Vaginis est et esse debet de ipsa aqua serena oncie vigintidue et tres quarterii pro qualibet Bozzola ad uncias argenti, seu cum quibus ponderatur argentum (158).» Tutti gli Statuti posteriori, fino a quello del 1453, non solo riportano letteralmente questa ordinanza, ma in certo modo la riconfermano, riducendo anche a peso di Marca il numero delle Bozzole e Chiodi ivi dato per ogni singola misura. Infatti vi leggiamo: «Item quod sedecim Claudi dicte aque faciunt et sunt unius Quartarius. Et sic onus Quartarius dicte ague Vazeni pensat seu poderat unzias trecentas sexaginta quatuor qui faciunt et sunt Marche quadragintaquinque et media ad dictam unziam, cum quelibet Marca sit et esse debeat unziarum octo (159). Et sic quelibet Mina dicte aque est et esse debeat Marche nonaginta una ad suprascriptam mensuram unziarum et Marcharum argenti . et sic ad ipsam rationem reperitur et est et esse debet quilibet Sextarius Marche centum octuaginta due ad dictam pensam. Et sic quelibet Brenta est, tres Mine et que tres Mine que faciunt Brentam sint et esse debeant Marche ducente septuaginta tres ad suprascriptam rationem et pensam argenti. Et sic quelibet [p. 51 modifica]Brenta est et esse debet Unziarum duomille centum octuaginta quatuor ad suprascriptam pensam et racionem. Et mensura vini debet esse secundum quod est et ascendit in plenitudine vasorum et impleret et ascendere aqua Vazeni ad predictas mensuras et pondera supra declarata . cum aqua Vazeni sit naturalis per se et non mixta cum aliis aquis. Et propterea non est habitus respectus ad pondus seu mensuram vini quoniam vinum seu visa sunt diversi ponderis unum ab altero (160).» Gli Statuti, che vengono dopo, ripetono questo speciale conteggio, non perché dal 1331 al 1353 si fossero cambiati i pesi dell’argento, ma unicamente per facilitare il computo. Se si toglie il Quartarius in cui entravano Marche 45 1/2, in tutte le altre misure, come la Mina, il Sextarius, la Brenta, le Marche entravano con numeri perfettamente intieri. Lo Statuto del 1331 definiva soltanto il peso della Bozzola, e lo altre misure erano basate sul numero delle Bozzole, che entravano a formarle: negli Statuti posteriori si sentì la necessità di definire anche il peso delle misure superiori alla Bozzola,col che ammisero la verifica diretta delle stesse, anziché la indiretta mediante la misura di infimo peso e d’infima contenenza. La riduzione poi fatta dagli Statuti in peso di marca di tutte queste misure prova che l’oncia dell’argento, sulla quale fondava i suoi calcoli lo Statuto del 1331, non era altro che l’oncia di Marca, della quale ci siamo occupati a parte (v. Append. II) perché nell’un caso o nell’altro il computo torna sempre lo stesso (161).

§ 5. Naturalmente i nostri avi prescelsero l’acqua [p. 52 modifica]del Vasine per istabilire la base delle loro misure di capacità, perchè essa godette sempre la reputazione di una sorprendente leggerezza. Infatti il nostro poeta, che tra il 1112 ed il 1120 cantava le lodi della sua città natale, osava asserire: «quest’acqua, priva com’è di gravità, s’infiltra per le viscere, ricrea le stanche membra, risana i corpi languenti. Ma perché tu non pensi che queste cose sieno dette a caso, potrai colla esperienza persuaderti che non sono prette invenzioni. Prendi quattro vasi ripieni di quest’acqua, tre di altra, poni gli uni e gli altri sopra una giusta bilancia e vedrai questa pendere, cosa meravigliosa dal lato in cui si trova la minore quantità di acqua. Che se brami lenire i furori di Bacca, piglierai due vasi d’ineguale capacità. Nell’uno verserai tre misure di altr’acqua, nell’altro quattro di quella del nostro fonte, e ti accorgerai che perde maggiormente del suo sapore quel vino, che fu unito alla minore quantità (162).» Naturalmente in queste asserzioni bisogna lasciare una larghissima parte alla immaginazione del poeta, che nella lontana Bisanzio richiamava al suo pensiero i giovanili ricordi del luogo natio (163): nullameno esprimeva un concetto non guari diverso anche lo Statuto quando notava, essersi prescelta l’acqua del Vasine « cum sit naturalis per se et non mixta cum aliis aquis (164).» — Questa riforma poi delle misure di capacità era stata fatta unicamente pel vino e conseguentemente per l’aceto (165), mentre per gli altri liquidi, a cagion d’esempio gli olii, si tornò all’antico sistema del peso: lo prova il fatto che l’olio fino al 1305 si misurò colla Emina e poi si pesò (v. sopra § 2), lo prova poi la [p. 53 modifica]stessa rubrica del capitolo dello Statuto del 1331 dove é scritto: «de modo et quantitate Sextariorum vini, brentarum et bozzolarum seu claudorum (166).» A quale epoca sia avvenuta questa riforma, non si può dire con certezza : con molta verisimiglianza si continuò abusivamente a misurare l’olio con qualche vecchia Mina, od a chiamare con questo nome il peso ad essa corrispondente, senza che si possa ugualmente dire che fino a quell’anno perdurasse il sistema dello Stajo da quaranta libbre anche pel vino, poiché la espressione dello Statuto: «Sextarius qui est et a longo tempore stetit penes Bollatores (v. sopra § 4)» rimanda ad un’epoca un po’ più remota di quella che darebbero i soli 26 anni corsi dal 1305 alla redazione dello Statuto del 1331 (167). D’altra parte non si può ammettere che sia dato far risalire quella riforma alla prima metà del secolo decimoterzo, perché il nostro Comune solo tra il 1217 ed il 1237 aveva riconosciuta la esistenza legale del peso di marco e nel 1254 in parte per la monetazione usava ancora l’oncia comune (v. Append. II § 2), e nel 1227 si trattava senza dubbio per l’olio di una Mina in pieno vigore (v. sopra § 2), se la vediamo durare ancora per quasi settant’anni. La riforma dev’essere succeduta nella seconda metà del secolo decimoterzo, e verisimilmente dopo il 1263, perché nello Statuto di quell’anno, ora perduto, non si sarebbe mancato di farne cenno, mentre tutto lascia presumere che su questo punto mantenesse il silenzio più assoluto (168). I dati forniti dallo Statuto sulla base nuovamente stabilita per le nostre misure di capacità del vino, per quanto sieno precisi, non [p. 54 modifica]sono tuttavia sufficienti per dare un esatto ragguaglio delle misure di capacità d’allora colle attuali. In primo luogo, per quanto pura sia stata l’acqua del Vasine, non avrà mai raggiunta la purezza dell’acqua distillata, o per lo meno della piovana: e questo non sarà difficile ad ammettersi quando si consideri, come in generale sieno cariche di sostanze minerali le acque, che nascono su questi colli, e come in particolare l’acqua di questo fonte sgorghi sotto la città e sotto di essa corra per un certo tratto (169). In secondo luogo non lievi divarii potevano essere portati dalle differenze di temperatura, dalla imperfezione delle arti nel costruire e i vasi, e le bilance colle quali se ne verificava la capacità (170), per cui si può agevolmente supporre, che il valore delle misure d’allora non sarà stato più prossimo al vero di quello lo possa essere per avventura il valore, che a noi è ora concesso di attribuir loro. E se consideriamo che quelle misure erano sempre fondate sovra un determinato peso di acqua, e che col mezzo di questo si procedeva alla loro verifica, e non già col mezzo di un campione costrutto con tutte quelle precauzioni e con tutta quella diligenza, che a quei giorni non si immaginava neppure che fossero per riuscire più utili all’uopo, crediamo non si commetterà un errore, che abbia a condurci appena sensibilmente discosto dal vero, nel ritenere, che la impurità dell’acqua del nostro fonte cittadino abbia potuto controbilanciare, e il peso dell’aria spostata, e insieme l’accrescimento del volume dell’acqua stessa dovuto alla temperatura (171): per il che, partendo dalla presupposizione, la quale sembraci abbastanza [p. 55 modifica]ragionevole, che ad un chilogrammo di acqua del Vasine abbia corrisposto il volume di un litro, noi assegniamo senza esitare al Sextarius il valore di litri 42,769344, basando sopra di questo il ragguaglio anche delle altre misure nella Tavola II.a D, E. Ecco ora il prospetto dei reciproci rapporti delle misure del vino fra loro quali risultano dallo Statuto del 1331:

Brenta 1

Sextarius 1 1/2 1

Mina 3 2 1

Quartarius 6 4 2 1

Bozzola o Claudus 96 64 32 16

§ 6. Tutto lascia supporre, che in questa riforma , avvenuta sulla fine del secolo decimoterzo, venissero coordinate fra loro le misure di capacità dei grani e quelle del vino. Come nell’epoca precedente 20 libbre di frumento di buona qualità costituivano il Sextarius dei grani, e 40 libbre, o il doppio, di vino costituivano il Sextarius del vino, così è a supporsi che ora si verificasse mediante l’acqua del Vasine lo Stajo dei grani e sul raddoppiato peso di acqua in esso contenuto venisse costituito quello del vino. È impossibile ammettere che sia affatto fortuita la corrispondenza che vi ha fra le une e le altre misure, e siccome lo Stajo del frumento, secondo il ragguaglio che ne abbiamo dato più sopra (c. I §§ 3 6) dovea contenere a un bel circa marchi 91 di acqua del Vasine (172), cosi fu stabilito che lo Stajo del vino contenesse il poso di 182 marchi, e su di esso [p. 56 modifica]vennero regolate anche le altre misure. Probabilmente poi in pari tempo al Sextarius vini di forma cilindrica fu data la base del diametro di Once 9 1/4 e l’altezza di Once 13 del Cavezzo (d’onde il nome volgare di Solio, che ebbe in seguilo, v. sotto § 8). La capacità veniva in tal modo ad esser doppia di quella dello Stajo dei grani (v. sopra Cap. I § 3), vale a dire, che, atteso il modo imperfetto con cui si costruivano questi vasi, il mastello di legno, che rispondeva al Sextarius vini, avrà avuto una contenenza non minore di Once cubiche 874 del nostro Cavezzo, ed in ogni caso sempre superiore a questa cifra, non foss’altro che in conseguenza della alterazione che la temperatura poteva portare sul volume dell’acqua, colla quale se ne verificava la esattezza. Con ciò si spiega anche la particolarità di vedere la Brenta formata da uno Stajo e mezzo, invece di due Staja, come il Congius dell’epoca precedente (v. § 3), o di sei come quello di Como (v. Nota 143) e l’antico romano (v. Introd. § 1). In questa riforma si era preso per unità fondamentale lo Stajo, e ne era stata aumentata la capacità in corrispondenza al peso di circa 40 marchi: ma per la Brenta un tale aumento non potevasi fare senza andar contro a pericoli, perché trattandosi del vaso col quale si misurava, ma insieme si portava attorno il vino, vi dovea essere un limite alla sua capacità ragguagliato alle forze dell’uomo, che dovea servirsene. Ora, l’antica Brenta da libbre 80 corrispondeva a poco più di marchi 276 once 5 di acqua del Vasine: lo Stajo e mezzo di questa riforma a marchi 273; colla lieve riduzione di quasi 4 marchi venivasi a mantenere l’antica Bren[p. 57 modifica]ta, con una alterazione quasi incalcolabile, la quale non dovea portare verso rilevante sconcerto nelle usuali contrattazioni, e, quel che é più, nella esigenza di canoni o diritti stabiliti nell’epoca precedente (173). Il silenzio assoluto che regna in tutta la nostra legislazione statutaria e nei molteplici documenti, che ci fu dato di compulsare, riguardo alle misure degli aridi, permette di credere, come già abbiamo ammesso, che rimanessero inalterate, e che quindi il campione mùnicipale, sul quale si basò il nuovo Sextarius del vino, avesse la identica contenenza di quello costrutto nel secolo undecimo, e il quale durò fino ai giorni nostri.

§ 7. La stabilità non fu uno dei pregi delle nostre misure del vino, che anzi, pare che nella prima metà del secolo decimoquinto vi sia entrata la massima confusione: ma in tanta scarsezza di documenti a noi non riesce agevole ricercarne le cagioni. Gli Statuti del 1353, del 1391 e del 1429 non danno notizia di alcuna alterazione (174), ma in quello del 1430, dopo essersi riportale alla lettera le due disposizioni, che riguardano le misure del vino (v. sopra § 4), vi ha questa aggiunta: «Salvo quod mensura consueta non diminuatúr nec diminuta esse intelligatur per aliquod contentum in suprascriptis (capitulis alias) statutis (175).» Dunque, di fianco alla legale, sussisteva un’altra misura consecrata dall’uso, e noi non mettiamo dubbio che questa non fosse ancora la misura stabilita nel secolo XI, dal momento che l’abbiamo veduta sopravvivere fino a questi dì nelle nostre valli (v. sopra § 3 e Nota 144). Ciò si conferma col fatto, che lo Statuto ordina che que[p. 58 modifica]sta misura consueta non venga diminuita al fine di farla concordare con quella stabilita nello Statuto del 1331; il che indica, che dovea essere a questa superiore, appunto come abbiamo precedentemente avvertito (v. sopra § 6), ma che in pari tempo la differenza non dovea essere molto grande, se la legislazione sancì la tolleranza di quell’antico modo di misurare il vino (v. Nota 173). — Un’altra variazione ci si presenta nello Statuto dei Dazii del 1431, dove trattando della vendita del vino al minuto, richiama le più antiche disposizioni riguardo alla forma delle misure colle quali effettuavasi quella vendita , ma aggiungendo: «et ipsis et aliis mensuris et eiusdem capacitatis utatur ad vendendum et non aliis sub pena soldornm viginti imper. pro quolibet et qualibet vice qua utetur alia mensura quam Claudo et Claudino ligni suprascripte forme, et tames sit mensura solum onziarum viginti et quarterum trium ut nunc sunt (176).» Il Claudus di questo Statuto non era più di once 22 3/4, ma sibbene di sole once 20 3/4 (177). Noi non possiamo dire come abbia potuto formarsi questa misura, che si scosta completamente per la sua capacità, e pel suo peso , dalle Bozzole, Claudi o Boccali, che furono in uso in tutti questi secoli fino a noi (178): probabilmente ciò avvenne per la identica causa, per la quale, come vedemmo, si trovò che coll’andare dei secoli il Boccale di Bologna avea diminuita la sua contenenza rispetto alla Quartarola, si che ne era rimasto in effetto alterato quel rapporto, che tuttavia si credeva comunemente esistesse fra queste due misure (v. Nota 170): ciononostante il Claudus del 1431 deve esser stato quello che de[p. 59 modifica]terminò l’ultima e definitiva riforma delle misure del vino. Se, come non vi ha luogo a dubitare, la contenenza della Brenta fu in questo tempo mantenuta ferma entro i limiti ad essa assegnati nel secolo undecimo e nel decimoquarto, era naturale che dovesse aumentare il numero di questi Claudi rimpiccioliti, che entravano a formarla. Quindi, mentre prima 46 Bozzole o Claudi formavano il Quartarius, 32 la Mina, 64 il Sextarius, 96 la Brenta , è assai verisimile che ora siasi fatto un ragguaglio approssimativo, il quale, se veniva ad alterare di alcun poco il valore della Brenta legale, nullameno ciò era entro limiti quasi affatto incalcolabili, sicché nella legislazione daziaria, i cui ordinamenti, perché fossero efficaci, non potevano fare astrazione dalla realtà dei fatti, si dovette riconoscere questa misura e in certo modo sancirla, nel medesimo tempo che negli altri Statuti si continuava ad ordinare che il Claudus dovesse contenere Once 22 3/4, come se una diversa misura non fosse già entrata in pieno uso. Il prospetto dei dati forniti dallo Statuto del 1331 e dei dati forniti da quello dei Dazii posti di fronte gli uni agli altri chiarirà in qual modo siasi potuto ottenere un rapporto quasi esatto fra la Brenta fondata sulla Bozzola o Claudus da Once 22 3/4, e quella basata sul Claudus da Once 20 3/4 (179), e in pari tempo mostrerà d’onde abbia preso le mosse la riforma del 1453. Ecco ora il prospetto: [p. 60 modifica]STATUTO DEL 1331

Misura legale

1 Bozzola Marchi 2 Once 6 3/4

16 Bozzole = 1 Quartarius " 45 " 4

32 " = 1 Mina " 91

64 " = 1 Sextarius " 182

96 " = 1 Brenta " 273

STATUTO DEI DAZII

Misura abusiva

1 Claudus Marchi 2 Once 4 Den. 18

17 2/3 Claudi 1 = Quartarius " 45 " 6 " 14

35 1/3 " 1 = Mina " 91 " 5 " 4

70 2/3 " 1 = Sextarius " 183 " 2 " 8

106 " 1 = Brenta " 274 " 7 " 12

La Brenta abusiva, fondata sul numero di 106 Chiodi da once 20 3/4 ciascuno, veniva a superare di once 15 1/2 la Brenta stabilita dallo Statuto del 1331 (v. Nota 179): ma qui vediamo un altro fatto, che ha una certa importanza nella nostra Metrologia: la Brenta, come l’unica misura nella quale entrava un numero esatto di Chiodi, dovea essere quella che pigliava il sopravvento e che dovea tendere a diventare l’unità fondamentale, sulla quale si formerebbero le inferiori misure, a scapito del Sextarius vini, di cui si perdette persino il nome fra noi (180). Questo avvenne più decisamente colla riforma delle nostre [p. 61 modifica]misure che ci è rivelata dallo Statuto del 1453 In esso leggiamo: «item ad eternam rei memoriam declaratur, quod Sextarius vini Comunis Pergami est et esse debet Claudorum septuaginta et duarum partium trium partium unius Claudi. Et Mina trigintaquinque et tertii unius. Quartarius decemseptem et medii et medii tercii unius Claudi. Et Brenta centum sex. Et Claudo facto computo de aqua serena fontis Vazeni est et esse debet de ipsa aqua Onciarum vigintiduorum et trium Quartariorum pro quolibet Claudo ad oncias argenti seu cum quibus ponderatur argentum (181).» Colla riforma segnata nello Statuto del 1453 si ritornò il Claudus al suo antico valore di once 22 3/4, ma si mantenne par la Brenta e per le sue suddivisioni il numero di Clandi che già fino dal 1431 era stato verisimilmente stabilito dalla consuetudine per far entrare nelle antiche misure il nuovo Chiodo di once 20 3/4. La Brenta poi venne ad avere aumentata la sua capacità, perché questa fu portata da 96 a 106 Claudi. Ecco ora il prospetto delle misure del vino secondo lo Statuto del 1453:

Brenta 1

Sextarius 1 1/2 1

Mina 3 2 1

Quartarius 6 4 2 1

Claudus 106 70 2/3 35 1/3 17 2/3

Colla riforma del 1453 il Sextarius vini perdette ogni importanza, e perché nuovi abusi non avessero ad introdursi, da quel punto la legislazione volle che ogni Comune del contado avesse una Brenta debita[p. 62 modifica]mente bollata, e in pari tempo si prescrisse che la misura del vino si effettuasse mediante la Brenta, escluso ogni altro vaso (182). D’altra parte si può tener per certo che d’allora le nostre misure del vino non abbiano più subita alcuna alterazione. La Brenta venne a contenere in peso di acqua del Vasine chilogrammi 70,8367: la stessa dalla Commissione creata per l’introduzione del sistema metrico fu trovata contenere di acqua distillata, alle note condizioni di temperatura e di pressione atmosferica, chilogrammi 70,6905 (183). La differenza è quasi incalcolabile, e noi basandoci su quest’ultimo valore, e tenendo presente che il Claudus era la 106ma parte della Brenta del 1453, crediamo di potergli attribuire la capacita di litri 0,66689 e su questo ragguaglio di calcolare nella Tavola IIa, G, H le altre misure date dallo stesso Statuto del 1453. — Quanto a quelle dello Statuto dei Dazii, teniamo per base, come per le misure del secolo undecimo, il peso del vino. È vero che lo Statuto dice soltanto che la Bozzola o Claudus dovea avere il peso di once 20 3/4, senza indicare se di vino o di acqua (184), ma in altri luoghi dello stesso Statuto vi ha: «quod vinum et stalathia (acquavite?) intelligatur esse venditum ad minutum cum fuerit venditum ad Claudum et Claudinum vel alio pondere Claudorum decem (185); « vendent ad Claudum et Claudinum ad minutum vel ad aliud pondus (486);» dal che si scorge quale rapporto si persistesse nella pratica a mantenere fra il peso ed il volume del vino, malgrado gli ordinamenti della legislazione municipale. Ma rispetto alla Brenta stabilita nel 1453, noi crediamo più ragionevole at[p. 63 modifica]tenerci al ragguaglio della Commissione del 1801. D’allora il peso divenne parte secondaria nella verifica, perché l’aver disseminato un campione della Brenta in tutti i Comuni del contado, indica che si riteneva la capacità legale del vaso come la più sicura guarentigia contro le frodi d’ogni sorta. Se quindi per indagare i valori delle misure precedenti, delle quali non un solo esemplare sopravvisse, dovemmo anche preoccuparci delle condizioni in mezze alle quali furono costrutte, la Brenta del 1453 costituisce per contro di fronte a noi uno stato di fatto, dal quale non possiamo dipartirci. Quali che fossero le condizioni dell’atmosfera o della temperatura quando fu costruito il campione ufficiale, il vaso rimase sempre lo stesso fino ai nostri dì, ed il volume solo fu quello che decise della esattezza dell’altre misure, quand’anche il peso esattamente non fosse raggiunto. Sulla base adunque da noi stabilita per le misure del secolo undecimo noi assegniamo al Claudus dello Statuto dei Dazii la contenenza di litri 0,60988, e su di esso verrà dato il ragguaglio dell’altre misure di maggior capacità nella Tavola IIa, F.

§ 8. Le suddivisioni del Sextarius vini o della Brenta si spingevano fino al Claudinus (187). Per quella tendenza che vi ha a sostituire ai nomi legali dei nomi popolari nelle nostre misure, si può tener per certo che il Claudinus, salvo la piccola differenza di capacità, corrispondesse al Mezzo, il cui nome ci compare per la prima volta nel 1487, e che durò fino ad oggidì ad indicare la metà del Boccale (188). Così l’antico nome di Bozzola nell’uso comune intorno al 1342 dovea aver già cessato di esistere, e [p. 64 modifica]vi si era sostituito quelle di Claudus (189), la piccola misura forse così chiamata, o dal cappello del chiodo che indicava fin dove avesse a giungere il vino nello smercio al minuto (190), o più probabilmente dai chiodi che all’interno del Quartarius segnavano le sue suddivisioni, e ciascuno dei quali corrispondeva alla sedicesima parte dello stesso, che é a dire alla Bozzola o Claudus. Ma già verso la metà del secolo decimoquinto accanto al Claudus vediamo pigliar piede il Boccale ed ottenere una legale esistenza mediante il bollo (191). Una ulteriore riduzione nelle suddivisioni della Brenta deve aver servito a conservare fino ad oggidì il Boccale con esclusione di tutte le altre misure. La incomoda divisione delle misure inferiori alla Brenta in numeri frazionarii di Claudi, come si era voluto mantenerla nella riforma fatta collo Statuto del 1453, dovea cadere, e cadde effettivamente, di fronte alla necessità di un più spedito conteggio: ai Claudi, che entravano per 17 2/3 nel Quartarius, per 35 1/3 nella Mina, per 70 2/5 nel Sextarins , si sostituì il Boccale, il quale mediante una leggera modificazione nella sua contenenza (= litri 0,65454 invece di litri 0,66689, che era la capacità della Bozzola o Claudus), entrò con numeri interi di 18, 36, 72 nelle precitate misure, o la Brenta per conseguenza, pur mantenendo inalterata la sua capacità, venne a contenere 108 Boccali invece di 106 Claudi (192). — Una misura, della quale non rimase più traccia fra noi, è il Solio. Questo nome non é forse che un’ alterazione dell’antico Dolium, che era un vaso di grande capacità nel quale si riponevano grani e liquidi (193): esso sopravisse [p. 65 modifica]anche nel nostro dialetto ad indicare un vaso di legno, più alto che largo, di grande ma indeterminata contenenza (Sòi mastello) e di uso affatto domestico (194). Nella tariffa dei Bollatori data dallo Statuto del 1353 subito dopo la Brenta vi ha il Solio, pel quale è stabilito un identico diritto di verifica (195), e collo Statuto del 1453, mentre si prescrisse a tutti i Comuni del contado l’obbligo di avere una Stadera, uno Stajo ed una Brenta, che fossero stati sottoposti a bollo, si proibì anche di misurare il vino mediante. un mastello in questi termini: «quod mensuratio vini quod vendetur non possit mensurari nisi cum Brenta bollata et non cum aliquo Solio (196).» Qui parrebbe che il nome sia stato usato genericamente, come lo è tuttora nel nostro dialetto, e si potrebbe presumere che nel nostro contado si fosse introdotta l’abitudine di usare misure di legno nè verificate, nè bollate, e che avessero una contenenza supposta a un di presso uguale a quella delle misure legali. Tuttavia il vedere nelle tariffe di bollo posteriori mantenuto il Solio (197), lascia ammettere con molta verisimiglianza che quella prescrizione fosse una conseguenza delle modificazioni introdotte nel 1453 nelle nostre misure di capacita dei liquidi, per le quali la Brenta, come vedemmo (§ 7), divenne la unita fondamentale delle stesse. Quindi, essendosi introdotta la Brenta in tutti i Comuni rurali, si volle che con questa, e con nessun altro vaso, si avesse a misurare il vino, tanto più che si avrà avuto cura di segnare all’interno di essa con cappelli di chiodi, o con altro consimile mezzo, le sue principali suddivisioni (198). Quale delle nostre misure fosse poi indicata [p. 66 modifica]col nome di Solio, non ci fu dato rinvenirlo in alcun documento: resterebbe la scelta fra ia Mina ed il Sextarius, ma a favore di quest’ultimo starebbe il fatto, che essendo stato per lunghissimo tempo la base delle misure di capacità del vino, a tutta ragione dobbiamo attenderci, che più a lungo ne sia durato anche l’uso appunto sotto la veste di un nome affatto volgare (199). — Così della Secchia, come misura del vino, troviamo una legale menzione per la prima volta nella tariffa dei bollatori del 1613 (200): la sua capacità era uguale a quella del Quartarius (201), e se vi sono documenti per dimostrare che anche nei tempi più remoti la Sicula (d’onde il nostro nome) era una misura del vino (202), non manca neppure una prova per ritenere che già nel 1342 il popolo indicasse col nome di Secchia (Sègia come oggidi) quella misura che la legislazione persisteva a chiamare Quartarius (203). — Non si può dire alcunchè di positivo rispetto alla Pinta, che forma la cinquantaquattresima parte della Brenta e della quale non abbiamo trovata alcuna menzione nei documenti dei secoli ai quali si riferiscono queste ricerche. La Pinta, a cagion d’esempio, la troviamo nominata negli Statuti di Novara del secolo decimoterzo come misura bensì, ma non come misura di unica capacità, poichè vi leggiamo: «qui vendunt et vendere volunt vinum ad minudulum teneantur et debeant habere et tenere pro mensuris ad mensurandum ipsum vinum Pinctas vitreas signatas signo Comunis Novarie, videlicet Pinctam de quartino sive pinctam de medio quartino et pinctam de terciolo et non alias mensuras (204).» Forse una tradizionale consuetudine, [p. 67 modifica]forse il bisogno di avere per gli usi quotidiani una misura che fosse di maggior contenenza della Bozzola, del Chiodo o del Boccale, fe’ introdurre anche da noi un vaso, che ebbe nome di Pinta ed al quale si attribuì la capacità di due Boccali. — Resta finalmente di accennare alla misura del vino che si mantenne fino ad oggidi nei Mandamenti di Zogno e Piazza: essa è fondata ancora sul peso della libbra grossa, come le nostre misure del secolo undecimo. Il vaso, che contiene due libbre grosse di vino, ora ha nome di Pinta, quello che ne contiene una sola ha nome di Boccale, e cosi si spinsero le divisioni di quest’ultimo fino alla mezza Zaina, precisamente come nel più recente sistema frazionario della nostra Brenta. Ma, quali che fossero i nomi portati da quasti vasi, è certo che, calcolandovisi tuttora la Brenta in 80 libbre di vino (v. sopra § 3), la Pinta avrà rappresentato la 40ma, il Boccale la 80ma parte della Brenta stessa. Quindi è chiaro che 20 Pinte avranno formato il Sextarius o Mastello, 10 la Mina, 5 il Quartarius o Secchia, divisa probabilmente in 10 misure da una libbra di vino ciascuna. Il ragguaglio della Pinta e Boccale e delle minori suddivisioni sarà dato sulla base delle misure del secolo undecimo (v. sopra § 3), perchè noi dobbiamo rapportarne la origine a quell’epoca remota, sebbene i nomi siano più recenti (v. Tavola IIa, I). — Cosi abbiamo veduto che, mentre la legislazione manteneva accuratamente i nomi di Claudus, Quartarius, Sextarius, il popolo usava quelli Boccale, Secchia, Solio, Pinta, i quali alfine prevalsero, come aveano già prevalso in epoche più lontane quelli di Soma e di Brenta sui classici [p. 68 modifica]nomi di Modius e di Congius. La Tavola IIª, L in fine di questo scritto darà anche la divisione delle misure del vino e il loro ragguaglio quali sono pervenute fino a noi.