Ricordi di Parigi/Parigi

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Parigi

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Emilio Zola Indice

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PARIGI


Per quanto si stia volentieri a Parigi viene un giorno in cui la città diventa antipatica.

Passata la febbre dei primi giorni, quando si comincia a entrare un po’ addentro a quella vita tumultuosa, si prova un disinganno, come al ve­dere la città la mattina per tempo, mentre è ancora scarmigliata e insonnita. Com’è brutta Pa­rigi in quell’ora! Quei boulevards famosi, così sfolgoranti poche ore prima, non sono più che uno stradone irregolare, fiancheggiato da case misere, alte e basse, sbiadite, annerite, sformate sulla sommità da un orribile disordine di camini [p. 292 modifica] altissimi, che paiono la travatura di edifizi non finiti; e ogni cosa essendo ancora chiusa e ve­lata da un po’ di nebbia, non si vede che un grande spazio solitario e grigio, nel quale non si riconoscono più, a primo aspetto, i luoghi più noti; e tutto pare invecchiato, logoro e pieno di pentimenti e di tristezze; a cui sem­bra che vogliano sfuggire le rare carrozze che passano rapidamente, come peccatrici sorprese dall’alba e dalla vergogna, dopo l’ultima or­gia del carnovale. — Son questi i boulevards? — si dice con un senso di rammarico, davanti a quel miserabile spettacolo. E così dopo qual­che mese di vita parigina si dice: — Questa è Parigi?


Ma i primi mesi sono bellissimi, in specie per i cambiamenti che seguono in noi. Si prova su­bito un raddoppiamento d’attività fisica per effetto del raddoppiamento di valore del tempo, e l’orologio, fino allora sprezzato, assume la [p. 293 modifica] direzione della vita. Tre giorni dopo l’arrivo, senza che ce n’accorgiamo, la cadenza abituale, del no­stro passo è già accelerata, e il giro del nostro sguar­do, ingrandito. Tutto, anche il divertimento, ri­chiede previdenza e cura; ogni passo ha il suo scopo; ogni giornata ci si presenta, fin dallo sve­gliarsi, divisa e ordinata in una serie di oc­cupazioni; e non ci rimane più alcuno di quei piccoli ozii, i quali, come in una marcia militare i riposi irregolari, infiacchiscono invece di risto­rare le forze. La più torpida pigrizia è scossa e vinta. La vita sensuale e la vita intellettuale si intrecciano così sottilmente, e ci allacciano la giornata in una rete così fitta di piaceri e di pensieri, che non è più possibile stricarsene. Una curiosità smaniosa di mille cose s’impadronisce di noi, e ci fa correre dalla mattina alla sera coll’interrogazione sulle labbra e colla borsa in mano, come affamati in cerca di alimento. Il delitto clamoroso, il re che passa, l’astro che si spegne, la gloria che sorge, la solennità [p. 294 modifica] scientifica, il libro nuovo, il nuovo quadro, il nuovo scandalo, le grida di stupore e le alte risate di Parigi, si succedono così rapida­mente che non c’è neppur il tempo di voltarsi a dare uno sguardo a ogni cosa; e siamo costretti a difendere faticosamente la nostra li­bertà di spirito, se vogliamo attendere a un qual­siasi lavoro. Tutto precipita e la menoma sosta produce una piena. Stiamo quarant’otto ore in casa; è come starci un mese in una città italiana. Uscendo, troviamo cento nuove cose nei luoghi soliti dove davamo una capatina, e cento nei discorsi del nostro crocchio d’amici; e torniamo a casa con una retata di noti­zie e d’idee, ciascuna già bollata d’un giudizio arguto, e come battuta in moneta spicciola, da potersi spendere immediatamente. In capo a pochi giorni ci troviamo nelle condizioni d’ogni buon «borghese» parigino: scambiamo cioè per dot­trina e per spirito nostro tutta la dottrina e tutto lo spirito che ci corre intorno, tanto [p. 295 modifica] sentiamo nel serra serra di quella moltitudine che si rimescola vertiginosamente, il calore e il pal­pito della vita di tutti. Per quanto si viva in di­sparte, la grande città ci parla nell’orecchio continuamente, ci accende il viso col suo fiato, ci costringe a poco a poco a pensare e a vivere a modo suo, e ci attacca tutte le sue sensualità. Dopo quindici giorni lo straniero più restio fa già la gobba, come il gatto, sotto la sua mano profu­mata. Si sentono come i fumi d’un vino tradi­tore, che salgono a grado a grado alla testa; un’irritazione voluttuosa, provocata dalla furia di quella vita, dallo sfolgorìo, dagli odori, dalla cu­cina afrodisiaca, dagli spettacoli eccitanti, dalla forma acuta in cui ogni nuova idea ci ferisce; e non è passato un mese, che quel ritornello eterno di tutte le canzonette, — la bella donnina, il teatro e la cenetta — ci s’è piantato nella testa tirannicamente, e tutti i nostri pensieri gli battono le ali dintorno. Abbiamo già dinanzi un altro ideale di vita, da quello che avevamo arrivando, più facile [p. 296 modifica] allo spirito, più difficile alla borsa, verso il quale la nostra coscienza ha già fatto, prima che ce n’accorgiamo, mille piccole transazioni codarde. Certo non bisogna avere in sè cagioni di grandi dolori, perchè è tremendo per chi è in terra sentirsi passare addosso quell’immensa folla che corre ai piaceri. Ma Parigi è per la gioventù, per la salute e per la fortuna, e dà loro quello che nessun’altra città al moifdo può dare. Certi stati d’animo, in fatti, brevi, ma deliziosi, sono specialissimi di quella vita; come è passare in carrozza per una delle strade più splendide e più rumorose, verso sera, sotto un bel cielo azzurro lavato di fresco da un temporale di primavera, pensando che ci aspetta dopo la corsa una bella mensa coronata di spalle bianche e tempestata di frizzi, e dopo la mensa, una nuova commedia dell’Augier, e poi un’ora in un crocchio d’amici colti ed amabili al caffè Tortoni, e in fine, a letto, un capitolo d’un nuovo romanzo del Flau­bert, tra riga e riga del quale penseremo già alla [p. 297 modifica] gita che faremo a Saint-Cloud la mattina se­guente. In nessun’ultra città si danno delle ore così piene zeppe di sensazioni e di aspettazioni piacevoli. Non l’ora, ma il quarto d’ora è pieno di promesse misteriose e d’indovinelli, che ten­gono l’animo sospeso nella speranza di qualche cosa d’ini preveduto: supremo alimento della vita. Abbiamo un amico al Giappone di cui non sappiamo nulla da anni? Mettiamoci davanti al Grand Café tra le quattro o le cinque: non è mica impro­babile che lo vediamo passare. Là abbiamo tutto di prima mano. Siamo all’avanguardia, tra i primi del­l’esercito umano a veder la faccia della nuova idea che s’avanza, le calcagna dell’errore che fugge, la nuova direzione del cammino dopo la svolta; e subito s’innesta sul nostro amor proprio una specie di vanagloria parigina, di cui ci spoglieremo alla stazione partendo; ma che s’impadro­nisce anche di coloro che detestano la città sin dal primo giorno. Ed è inutile tentar di fuggire a quel turbinio d’idee e di discorsi. La [p. 298 modifica] discussione ci aspetta a cento varchi, ci provoca col­l’arguzia, colla canzonatura, col paradosso, collo sproposito, e costringe l’uomo più apatico a farsi soldato in quella battaglia. Da principio si ri­mane sopraffatti, e per quanto si possegga la lin­gua, non si trova più la parola. Ai pranzi, in special modo, verso la fine, quando tutti i visi si colorano, non si ardisce slanciare il proprio in mezzo ai mille razzi matti di quelle conver­sazioni precipitose e sonore. Il sorriso canzona­torio della bella signora, che par che si serva di noi, nuovi a quel mondo, per fare i suoi espe­rimenti in anima vili, e la disinvoltura del gio­vanotto artisticamente pettinato, un po’ maligno, e sempre lì coll’arco teso per coglier a volo il ridicolo, ci troncano i nervi; e ci sentiamo tornar su gli ultimi resti della timidità e della zoticag­gine del collegio, e a dispetto di qualche ca­pello grigio, arrossiamo. Ma poi dalla cassettina dei liquori spiccia anche per noi uno zam­pillo dell’eloquenza argentina dei conviti, e [p. 299 modifica] un piccolo trionfo riportato là, in quella terri­bile arena, ci pare il primo trionfo legittimo della nostra vita. E ogni giorno sentiamo d’acqui­stare qualche cosa. La lingua si snoda, ed anche parlando il linguaggio proprio riusciamo a trovare di più in più facilmente, in quella conversazione che è sempre una gara di destrezza, la formola più breve e più lucida del nostro pensiero; lo scherzo s’affila, confricato come è sempre, come lama a lama, con uno scherzo rivale; il senso comico, continuamente esercitato, s’affina; e a poco a poco ci si attacca col riso parigino la fi­losofia allegramente coraggiosa del boulevardier, per cui il mondo comincia alla Porta Saint Mar­tin e termina alla Madeleine. Ma già il piccolo carico di cure e di rammarichi che avevamo por­tato da casa, c’è stato strappato via, appena arrivati, dalla prima ondata di quel mare enorme e non lo vediamo più che come un punto nero molto lontano da noi. Intanto la catena degli amici si allunga rapidamente; pigliamo delle [p. 300 modifica] nuove abitudini; tutte le nostre debolezze trovano la fossetta morbida in cui adagiarsi; allo sgo­mento che ci dava la grandezza di Parigi suc­cede l’allegrezza della libertà che deriva appunto da quella grandezza; lo strepito che ci frastor­nava da principio, finisce per accarezzarci l’orec­chio come il rumore di un’enorme cascata d’ac­qua; quella immensa magnificenza posticcia fini­sce per sedurci come la poesia maestrevolmente inorpellata d’un seicentista d’ingegno; il nostro passo comincia a sonare sul marciapiede dei bou­levards come dice lo Zola, avec des familiarités particulières; facciamo la mente al bisticcio, il palato alle salse, l’occhio ai visi imbellettati, l’orecchio ai canti in falsetto; si compie in noi a poco a poco una profonda e deliziosa depravazione di gusti; fin che un bel giorno ci accorgiamo d’essere Parigini fin nel midollo delle ossa. Eh! allora, durante quel primo tempo della luna di miele, si scusa tutto. La corruzione! Fanno ridere. Ac­corrono là gli scapestrati da tutte le plaghe dei [p. 301 modifica] venti, affamati di vizio, e ci fanno ira di Dio, rabbiosi che non ci si possa fare di peggio, e quando si son vuotati la borsa e le ossa, tornano nei loro paesi e gridano: — Che lupanare! — Ah sì, tocca davvero alle altre grandi città d’Europa a gridare allo scandalo: le ipocrite! E poi «la leggerezza!» È vero; ma «i gravi pensieri» di altri popoli ci rammentano un po’ i pensieri di quel tal poeta tedesco, canzonato dall’Heine; quei pensieri celibi, che si fanno il caffè da sè e la barba da sè, e vanno a cogliere dei fiori pel proprio giorno onomastico nel giardino di Brandeburgo. E poi «la blague!» Ma se già si è appiccicata a noi, stranieri, nel soggiorno d’un mese, e ne portan via tutti un pochino, per il proprio consumo, quando tornano nelle loro pa­trie modeste! Ma s’ha ben altro da fare che di­fender Parigi mentre ci agitiamo fra le sue braccia. Il tempo vola, non vogliamo perderne un’ora, ab­biamo mille cose da cercare, da studiare, da go­dere; ci piglia la furia di far entrar in ogni [p. 302 modifica] giornata, come il ladro nel sacco, tutta la ricchezza che vi può capire; un demone implacabile ci caccia a sferzate di salotto in salotto, dal teatro all’ac­cademia, dall’uomo illustre al bouquiniste, dal caffè al museo, dalla sala da ballo all’ufficio del gior­nale; e la sera, quando la grande città ci ha detto e dato tutto quello che le abbiamo domandato, sem­pre amabile e allegra; quando sediamo a cena co­gli amici, stanchi, ma contenti di sentirci la nostra preda nella testa e nel cuore, e ci co­minciano a scoppiettare intorno le arguzie e gli aneddoti, e il primo bicchiere di Champagne ci tinge di color d’oro tutti i ricordi della gior­nata; allora con che slancio d’entusiasmo salu­tiamo la grande Parigi, l’ospite amorosa e magni­fica, che a tutti apre le braccia, e profonde ri­dendo baci, oro ed idee, e rinfiamma in tutti i cuori col suo soffio giovanile il furore della glo­ria e l’amore della vita!


Ma dopo alcuni mesi, che cambiamento! [p. 303 modifica] Comincia a nascervi in cuore una piccola antipatia per una cosa insignificantissima; poi ve ne salta su ogni giorno una nuova; e in capo a un mese scappereste da Parigi mandandole il famoso sa­luto del Montesquieu a Genova:


Adieu.... séjour détestable;

Il n’y a pas de plaisir comparable

A celui de te quitter.



È davvero un rivolgimento d’idee stranissimo; ma segue, credo, a quasi tutti. Una bella mattina comincia per rivoltarvi uno scipitissimo calem­bourg, cento volte rifatto, del giornale che leg­gete tutti i giorni. La mattina dopo vi urta i nervi il sorriso rassegnato della padrona del vo­stro Hôtel che somiglia a tutti i sorrisi che vi si fanno a Parigi da per tutto dove andate a por­tar dei denari; e per la strada, osservate che è intollerabilmente brutta l’uniforme dei gendarmi. Poi via via, pigliate in tasca l’impiegatessa co­gli occhiali e coi baffi che vi domanda il nome, la patria e la professione per vendervi un [p. 304 modifica] biglietto pel Théâtre français; vi fa pizzicare le mani la goffa albagìa dei concierges, l’impertinenza di quei ridicoli camerieri in gonnella bianca, la brutalità dei fiaccherai, e la boria da grand’uomo di tout ce qui est un peu fonctionnaire. E quei dieci mascalzoni pagati, che in tutti i teatri; tutte le sere, vogliono farvi ammirare a suono d’applausi quel dato verso? E quelle eterne romanze, can­tate da voci di gallina spennata viva, che vi tocca a ingoiare in tutte le case? Poi vi ristucca quel desinare a bocconcini numerati e classificati, tutta quella esposizione di prezzi, a centesimi, quel non so che di gretto e di pedantesco, da collegio-convitto, mascherato d’un lusso di ba­racca da fiera; quell’eterno sacrifizio d’ogni cosa all’apparenza, quell’eleganza leccata e pretenziosa, quel puzzo perpetuo di marchand de vin e di co­smetici, quegli spicchi di case, quelle scalette a chiocciola, quelle scatole di botteghe, quelle stie di teatri, quellaréclame da saltimbanchi, quella pompa da bazar, la fontanella misera, l’albero [p. 305 modifica] tisico, il muro nero, l’asfalto fangoso; e appena fuori del centro, quei sobborghi immensi e uni­formi, quegli spazii interminabili che non sono nè città nè campagna, sparsi di casoni solitarii e tristi, e quei giardinetti da asilo infantile, e quei villaggi da palco scenico. Ed è questa la grande Parigi? Se un terremoto fa crollare tutte le ve­trine e una pioggia ardente cancella tutte le do­rature, che cosa ci resta? Dov’è la ricchezza di Genova, la bellezza di Firenze, la grazia di Ve­nezia, la maestà di Roma? Vi piace davvero quella vanagloriosa parodia di S. Pietro che è il Panteon, o quel tempiaccio greco-romano della Borsa, o quell’enorme e splendida caserma di cavalleria delle Tuileries, e la decorazione da Opéra comique della piazza della Concordia, e le facciate dei teatrini rococò, e le torri in forma di clarini giganteschi, e le cupole fatte sul mo­dello del berretto dei jokey? E questa è la città che «riassume» Atene, Roma, Tiro, Ninive e Babilonia? Gomorra e Sodoma, si, davvero. E [p. 306 modifica] non lo dite per la grandezza della corruzione, ma per la sua insolenza. Ognuno ha il suo im­piccato all’uscio, ci s’intende, ma est modus in rebus. In casa vostra almeno, come vi dice anche qualche francese, elles se conduisent bien. Ma dove si vede, fuorché là, una doppia fila di lupanari aperti sulla strada, colle belle esposte sul mar­ciapiede, che alzano lo stivaletto ad altezze....vertiginose, e mille restaurants, dove si gettano i mots crus da una parte all’altra della sala, o giocan di scherma coi piedi, sotto la tavola, col­l’amico del cuore, a puntate pericolose? E che «genere»! Andate alle Folies Bergère: vi par di sen­tir ridere delle macchinette; sembra che abbian fatto tutte un corso di civetteria dalla stessa maestra; non movono un pelo senza uno scopo; regolano l’arte della seduzione col termometro, per non sciuparla, e la fan salire d’un grado alla volta, e hanno una tariffa per grado. Il sangue, poi! «Tra due guancie impiastrate un mezzo naso.» La bellezza è tutta nelle carrozze chiuse o nei [p. 307 modifica] salotti inaccessibili; alla luce del sole non ci sono che le acciughe

Di lussuria anelanti e semivive


o i donnoni che scoppian nel busto, immobili dietro ai comptoirs, come grosse gatte, con quei fac­cioni antigeometrici, che non dicono il bellissimo nulla. E il sesso mascolino, dunque! Quel for­micolio di gommeux, mostre di uomini, con quei vestiti da modellini di sarto, da cui spunta la cocca del fazzoletto e la punta della borsina e il guantaio e il mazzettino; environnés, come dice il Dumas, d’une légère atmosphère de perruquier; senza spalle, senza petto, senza testa, senza san­gue, che paiono fatti apposta per essere scap­pellati con una pedata da una ballerina del ta­lentino! E che ragazzaglia tutti quanti, giovani e vecchi, di tutte le classi! Trecento «cittadi­ni» si affacciano alle spallette d’un ponte per veder lavare un cane; passa un tamburo, s’affolla [p. 308 modifica] mezzo mondo; e mille persone, in una stazione di strada ferrata, fanno un fracasso interminabile di battimani, d’urli e di risa perchè è caduto il cappello a un guardatreni; e guardatevi bene dal tossire, perchè possono mettersi a tossire tutti e mille insieme per.tre quarti d’ora. E che democratici! Oh questo sì; democratici nel san­gue, e fierissimi sprezzatori d’ogni vanità, come monsieur Poirier. Il vostro amico intimo, per de­sinare faccia a faccia con voi, in casa propria, si mette il nastro all’occhiello; il ricco nego­ziante di telerie vi annunzia col viso radiante, come un trionfo della casa, che avrà a pranzo un sotto prefetto dègommé; isergents de ville si pigliano impunemente, colla folla, delle licenze manesche di cui basterebbe una mezza, fra noi, a provocare un sottosopra; e il popolo sovrano, nelle feste pubbliche, è fermato a tutti i varchi a furia di sentinelle e di barricate, scacciato, mal­menato con una brutalità, che persino l’aristocra­tico Figaro, il giornale che concilia con tanto [p. 309 modifica] garbo la descrizione d’una santa comunione e l’aneddoto dell afille aux cheveux carotte, si sente in dovere di levare un grido d’indignazione. E dove s’è mai vista una letteratura più spasimante per il blasone; scrittori che si lascino venire cosi ingenuamente l’acquolina sulle labbra al suono di un titolo gentilizio, e che mettano più stemmi e più boria aristocratica nelle loro creazioni? Quando ci libereranno dai loro eterni visconti e dalle loro eterne marchese questi ostinati frusta-salotti? Non ce n’hanno ancora imbanditi abba­stanza di quei loro «protagonisti» nobili, gio­vani, belli, spiritosi, coraggiosi, spadaccini, irre­sistibili, che hanno tutti i doni di Dio «même une jolie voix de ténor?» E ghiotti di ciondoli, Dio buono! Quel povero Paul de Kock, che a settantaquattro anni scrive venti pagine per pro­vare che non gl’importa nulla di non aver rice­vuto la Legion d’onore, e ha quasi voglia di piangere! E dov’è un altro paese democratico, in cui gli scrittori coprano d’un ridicolo così [p. 310 modifica] sanguinosamente ingiurioso intere classi della cit­tadinanza, dove l’epiteto di bourgeois abbia assunto, in mente di coloro stessi a cui spetta, un signi­ficato più aristocraticamente sprezzante, e dove ba­sti un nome, solo perchè ha il suggello plebeo, a far scoppiare dalle risa una platea? Ma cos’è dunque questo bizzarro impasto di contraddizioni, il Parigino? Chi lo sa? Afferratelo; vi sguiscia di mano. Presentategli il bandolo d’una di quelle quistioni in cui si rivela un uomo, ed egli, astutamente, lo rimette in mano a voi con un colpo di mano da prestigiatore. Hanno spirito: ce lo cantano in tutti i tuoni, ed è vero. Ma fino a un certo se­gno. Hanno un ricchissimo corredo di proposi­zioni e di giri di frase, arguti, svelti, elasticis­simi, con cui se la cavano dalle strette più diffi­cili, e tagliano la parola a uno spirito più pro­fondo, ma meno destro. Ci sono molti Parigini, certo, che sono spiritosissimi; ma questi lavorano per tutti. La superiorità loro è che il grosso della popolazione è un eccellente conduttore di questa [p. 311 modifica] specie d’elettricità dell’ingegno, per cui il motto arguto detto da uno la mattina, girando con ra­pidità meravigliosa, diventa proprietà di mille la sera, e ciascuno è sempre ricco di tutta la ricchezza circolante. Ma che il gamin di Parigi sia proprio di tanto più arguto del vallione di Napoli e del becerino di Firenze? E come ci studiano! Si pre­parano per i pranzi, vanno alla conversazione col repertorio già scelto e ordinato, e conducono il discorso a zig zag, a salti, a giravolte, a sgam­betti, con un’arte infinita, per metter fuori, in quel dato momento, il gran tesoro d’una corbel­leria. E questi spiritosi di seconda mano si so­miglian tutti; sentito un commis voyageur, ne avete sentito mille. Ci son certi ingredienti e un certo meccanismo per distillare quello spirito, che una volta scoperti, è finita, come delle botte «di ri­serva» degli schermitori. Ma ci tengono! Fa pietà e dispetto davvero, vedere il vecchio ac­ciaccoso, affetto d’incipiente delirium tremens, che quando è riuscito, nella folla, a infilare un [p. 312 modifica] giochetto di parole che fa sorridere cinque grulli, rialza la fronte sfolgorante di gloria e di gioia, e se ne va beato per una settimana! E poi que­sta mania universale di faire de l’esprit che castra il pensiero, che fa dir tante goffaggini, e sacri­ficare così spesso la ragione, la dignità e l’amicizia a un succès di cinque minuti, è come un velo conti­nuamente sventolato davanti al pensiero, che intor­bida la vista delle anime. Potete mai sapere che cosa rimpiatti un uomo dietro quello scherzo eterno? Ma ci son ben altri veli tra il Parigino e voi. Il Pa­rigino «della buona società» sembra un uomo, come suol dirsi, alla mano; ma non lo è affatto. E raro che proviate con lui il piacere d’una con­versazione famigliarissima e liberissima. Preoc­cupato, com’è sempre, dal pensiero di essere un oggetto di curiosità e di studio per lo stra­niero, sta in guardia, regola il gesto e il sorriso, studia l’inflessione della voce, pensa continuamente a giustificare l’ammirazione che presup­pone in voi, e ha sempre un po’ della civetteria [p. 313 modifica] della donna e della vanità dell’artista. Ogni mo­mento vi vien la voglia di dirgli: — Ma levia­moci i guanti una volta! — La sua natura corrisponde al suo modo di vestire, che, anche quando è modesto, ha qualche piccolissima cosa che tra­disce la ricercatezza effeminata del bellimbusto. Egli è gentile senza dubbio, ma d’una gentilezza che vi tiene in là, come la mano leggiera d’una ragazza che non vuol essere toccata. Vada per lo Spagnuolo, il quale fa sentire la sua superiorità con una vanteria colossale, sballata tanto dall’alto, che vi passa al di sopra della testa. Ma il Pari­gino vi umilia delicatamente, a colpi di spilla con quel perpetuo sorriso aguzzo di chi assaggia una salsa piccante, facendovi delle interrogazioni sbadate, colorite d’una curiosità benevola delle cose vostre. Oh poveri Italiani, com’è conciato, a Parigi, il vostro povero amor proprio! Se non nominate proprio Dante, Michelangelo e Raffaello, per tutto il rimanente non ne caverete altro che un: — Qu’est ce que c’est que ça? Il deputato [p. 314 modifica] papista vi domanda se Civitavecchia è rimasta al Papa. Il buon padre di famiglia vede i briganti col fucile a tracolla che fumano tranquillamente un Avana davanti al Caffè d’Europa a Napoli. Il gentiluomo è stato in Italia, senza dubbio; ma per poter causer Italie colla bella signora, nel vano della finestra, dopo desinare; o per appen­dere il ciondolo Italia alla catenella delle sue co­gnizioni, e farlo saltellar nella mano nei mo­menti d’ozio, con quelle solite formule, che ogni Francese possiede, sul paesaggio, sul quadro e sull’albergo. Il famoso De Forcade diceva del Manzoni, a tavola: — Il a du talent. — Quasi vi domanderebbero: — Ma che proprio si può na­scere in Italia? — Quest’idea d’esser nato a Pa­rigi, d’aver avuto questo segno di predilezione da Dio, sta in cima a tutti i pensieri del Pari­gino, come una stella, che irradia tutta la sua vita d’una consolazione celeste. La benevolenza ch’egli dimostra a tutti gli stranieri, è ispirata in gran parte da un sentimento di commiserazione, e i [p. 315 modifica] suoi odii contro di essi non sono profondi, ap­punto perchè considera i suoi nemici abbastanza puniti dalia sorte, che non li fece nascere dove egli è nato. Perciò adora tutte le fanciullaggini e tutti i vizii della sua città, e ne va superbo, solo perchè sono fanciullaggini e vizii di Parigi, che per lui sta sopra alla critica umana. E si può dare una città capitale che sputi più auda­cemente in faccia al popolo della provincia, rap­presentato dai suoi scrittori come un ammasso di cretini? e scrittori che incensino la loro città con una impudenza più oltraggiosa, non solo per ogni altro amor proprio nazionale, ma per la di­gnità umana? E vi dicono in faccia, dal palco scenico, che i fumi dei suoi camini sono le idee dell’universo! Tutti sono prostrati col ventre a terra davanti a questa enorme cortigiana, madre e nu­trice di tutte le vanità; della vanità smaniosa di piacerle, prima fra tutte, di ottenere da lei, a qualunque costo, almeno uno sguardo; di quella va­nità vigliacca che spinge uno scrittore a [p. 316 modifica] dichiararsi, nella prefazione d’un romanzo infame, ca­pace di tutte le turpitudini e di tutti i delitti di Eliogabalo e di Nerone. Pigliate dunque sul se­rio le loro prefazioni piene di smorfie, di pueri­lità, di spacconate, di imposture. La vanità li ap­pesta tutti. Non c’è in tutta la letteratura con­temporanea uno di quei caratteri grandi, modesti, benevoli, logici, che uniscono allo splendore della mente la dignità della vita; una di quelle figure alte e candide, davanti a cui si scopre la fronte senza esitazione e senza reticenze, e il cui nome è un titolo di nobiltà e un conforto per il genere umano. Tutto è dominato e guasto dalla mania della pose: pose nella letteratura, pose nella reli­gione, pose nell’amore, pose anche nei più grandi dolori. Una sensualità immensa e morbosa costi­tuisce il fondo di tutta quella vita, e si rivela nelle lettere, nella musica, nell’architettura, nelle mode, nel suono delle voci, negli sguardi, persino nelle andature. Godere! Tutto il resto non è che un mezzo per arrivarci. Da un capo all’altro di [p. 317 modifica] quegli splendidi boulevards suona una enorme risata di scherno per tutti gli scrupoli e per tutti i pu­dori dell’anima umana. E viene un giorno, in­fine, in cui quella vita v’indigna; un giorno in cui vi sentite rabbiosamente stanchi di quell’im­menso teatro, impregnato d’odor di gaz di pasciulì, dove ogni spettacolo finisce in una canzo­netta; un giorno in cui siete stufi di bisticci, di blague, d’intingoli, di tinture, di réclame, di voci fesse, di sorrisi falsi, di piaceri comprati; e al­lora l’odiate, quella città svergognata, e vi pare che per purificarvi da tre mesi di quella vita, do­vreste vivere un anno sulla sommità d’una mon­tagna, e provate una smania irresistibile di cor­rere ai campi aperti e all’aria pura, di sentir l’odore della terra, di rinverginarvi l’anima e il sangue nella solitudine, faccia a faccia colla natura.

La sfuriata è fatta: sta bene. Facciamoci in là perchè passi, come dicono gli Spagnuoli. A [p. 318 modifica] Pa­rigi si può dire quello che si vuole: essa non ci bada più di quello che gli elefanti dei suoi giar­dini zoologici badino ai fanciulli che portano sul dorso nei giorni di festa. E poi non son queste le ultime impressioni di Parigi. Al periodo in cui si vede roseo e a quello in cui si vede nero ne succede un terzo che è un ritorno verso il primo; il periodo in cui si comincia a vivere pacatamente in un cerchio d’amicizie scelte e provate. E convien dirlo; l’amico trovato là, il buono e schietto Francese, vale veramente per due. In nessun altro Europeo trovate un’armonia più amabile della mente, del cuore e delle ma­niere. Fra l’amicizia più espansiva che profonda degli europei meridionali e quella profonda, ma chiusa, dei nordici, preferite la sua, calda e forte ad un tempo, e piena di giocondità e di delica­tezze. Com’è bello, quando s’è stanchi del tumulto della grande città, la sera, andare sull’altra riva della Senna, in una strada silenziosa, a ritrovare la piccola famiglia tranquilla, che vive come in [p. 319 modifica] una isoletta in mezzo a quel mare turbolento! Che care accoglienze vi ricevete, che schietta giovialità trovate a quella mensa signorilmente modesta, e come vi riposa il vostro spirito ! Pa­rigi stessa vi offre mille scampi ai suoi pericoli e mille rimedi alle sue febbri. Dopo le notti ar­denti vi slanciate con un piacere inesprimibile a traverso ai suoi bellissimi boschi, per i sobbor­ghi ridenti della Senna, dove trovate l’ allegria delle feste campagnole, e nei suoi vasti giardini, in mezzo a un formicolìo immenso di fanciulli, o per una di quelle sue avenues enormi e solita­rie, in cui il cuore e il pensiero s’allargano, e l’immagine trista della Babilonia dei boulevard vi appare infinitamente lontana. E per tutto tro­vate un popolo che più si studia, più rivela dei difetti; ma in cui ogni difetto ha per riscontro una qualità ammirabile. È un popolo frivolo, ma in cui una parola nobile e risoluta trova sempre un eco. C’è sempre una via aperta e sicura per arrivare al suo cuore. Non c’è alto sentimento [p. 320 modifica] o bella idea che non trovi presa istantaneamente nell’anima sua. La sua intelligenza agilissima rende mirabilmente facili e piacevoli tutte le co­municazioni del pensiero. La parola sfuggevole, la sfumatura, la mezza intenzione, il sottinteso, l’accento, il cenno; tutto coglie a volo. Mille per­sone riunite hanno un’anima sola per comprendere e per sentire. È impossibile non sentirsi presi da simpatia per quelle sue feste, per quelle tumultuose baraonde, in cui l’allegrezza eguaglia tutte le età e tutte le condizioni, e una folla innumerevole non è più che una sola immensa radunata di amici spensierati e felici. Il più cocciuto nemico bisogna che rompa in uno scoppio d’ilarità e che spalanchi il cuore alla benevolenza. Perchè sotto quella fanciullaggine del Parigino, in fondo, c’è necessariamente della bontà, come sotto una bella spuma un buon vino. Egli è naturalmente fran­co, anche se i suoi modi non lo paiono; non diffidente; più facile a essere ingannato che a in­gannare; inclinato a perdonare le offese, [p. 321 modifica] conciliante , sdegnoso dei rancori meschini e di tutte le piccole grettezze della vita. È costantemente, per sua natura, nello stato d’animo in cui si tro­vano tutti dopo un banchetto festoso, in cui il vino sia colato a profusione: disposto e pronto in egual modo a commettere un grosso, spropo­sito e una grande azione, ad abbracciare un ne­mico accanito e a provocare il vicino per una parola, a fare una enorme buffonata ritto sulla tavola e a impietosirsi per il piccolo mendicante che domanda un pezzo di pane alla porta. Uscito fuori dal piccolo cerchio della sua vita ordinaria, lo spettacolo della vita immensa di Parigi esalta tutte le sue facoltà e tutti i suoi sentimenti buoni e cattivi. Un effetto simile lo proviamo noi pure. L’ingrandimento delle proporzioni di tutte le cose ci dà a poco a poco un altro concetto delle cose stesse. La corruzione medesima, enorme e splen­dida, finisce per sedurci come un vasto e sva­riatissimo campo di studio, più di quello che ci respinga per la sua laidezza; e ci abituiamo a [p. 322 modifica] considerarla quasi come una forma utile della vita, come una grande e terribile scuola, che chiude un tesoro infinito d’esperienze e d’idee, e fa scattare la molla di mille ingegni potenti. Nelle sale del Bullier, in mezzo al turbinio di trecento ragazze, che ballano tutte insieme can­tando a una voce Perruque blonde, invece d’un grido contro la corruzione, ci esce dal cuore un inno ardente alla gioventù e alla vita. Stomacati dei paesi dove non c’è d’originale nemmeno il vizio e il suo linguaggio, là troviamo almeno la assenza della forma più schifosa e più vile della corruzione, che è la manìa di fingerla per vana­gloria, mentre non s’ha nè la forza nè il modo di goderla nella sua tremenda pienezza. E a poco a poco ci persuadiamo che molte che credevamo malattie colpevoli, non sono là che efflorescenze d’un sangue troppo ricco; mentre non sono che mancanza di vitalità certe virtù negative di cui menano vanto in faccia a Parigi altri popoli; ai quali si potrebbe dire come la Messalina del [p. 323 modifica] Cossa a Silio: — Siete tanto corrotti che non sopportate la grandezza del vizio. — E cosi in tutti campi della vita, trovate là con un sentimento misto di rammarico per voi e di ammirazione per Parigi, l’originale di mille cose di cui in casa vostra non avevate visto che il fac simile, ridotto a forma tascabile per la gente minuta. E vi sen­tite disposti a perdonar molto all’orgoglio, quando osservate da vicino le cose, e potete mettervi nei panni d’un popolo che si vede scimmiottato dal­l’universo; che vede raccolte e portate in giro le briciole della sua mensa, glorificate opere fatte coi ritagli delle sue; innalzati dei busti, in certi tempi e in certi luoghi, a gente che non ha al­tro merito che di essere abbonata alla Revue des deux Mondes; rubacchiata la sua lingua e rivomi­tata cruda in molte lingue straniere; messo a sacco il suo romanzo e il suo teatro; tesoreggiati tutti pettegolezzi della sua storia e della sua cronaca; conosciuta la sua città come la palma della mano; Tortoni più famoso di molti monumenti [p. 324 modifica] immortali; la Maison dorée in cima ai sogni dei dissi­pati di tutta la terra; contraffatti i suoi modi, ri­petute le sue risate, ricalcati i suoi scherzi, ado­rati i suoi capricci; e si capisce anche come si stizzisca quando qualcuno dei suoi più pedanti scolari gli tira il calcio dell’asino. Come stupirsi che non si occupi che di sè un paese cosi sfegatata­mente adulato, a fatti se non a parole? E non riesce tutto a danno suo od altrui questo difetto poiché deriva dal conoscere profondamente le cose proprie, dall’amarle anche d’un amore ec­cessivo, e dal credere che il mondo intero ne faccia la medesima stima, quel che di caldo, di colorito, di originale, di vitale, che mette in tutte le manifestazioni di sè stesso. Ha un minor campo da percorrere, come diceva di sè lo Schil­ler al Goethe; ma lo percorre perciò in minor tempo in tutte le sue parti. Quindi un inseguirsi e un congiungersi continuo d’idee e di sforzi di­retti al medesimo segno, una frequenza grande di attriti da cui esce luce e calore; ogni palmo [p. 325 modifica] di spazio disputato da mille contendenti; invece del cammino la corsa, invece della «controversia la mischia; e in questa mischia perpetua, buttato via tutto il bagaglio superfluo, tutto fatto arma di offesa e di difesa, sfrondato il pensiero, stretto il linguaggio, precipitata l’azione; arte e vita ugualmente ardite e rapide, e tutto incoraggiato dalla gran voce festiva della grande città, che parla ad acutissime note cristalline, intese da tutta la terra. E più ci s’addentra nello studio di quella vita, più si rimane meravigliati vedendo l’immenso lavoro che si fa sotto quell’apparenza di dissipa­zione universale; quanti lavoratori sudano nella solitudine; quanti si preparano alla lotta pubblica, nell’oscurità, con incredibili fatiche; come ogni maniera d’ingegno, non solo, ma qualsiasi par­zialissima facoltà appena più che mediocre, trovi là il modo d’esercitarsi con vantaggio proprio e comune; come a ogni ingegno si formi subito in tomo spontaneamente un cerchio d’intelligenze colte ed amiche che lo aiutano a estrinsecarsi e [p. 326 modifica] a salire; come ogni menoma promessa di riuscita nel campo dell’intelligenza, desti intorno a sè, in tutte le classi della cittadinanza, un sentimento gentile di curiosità e di rispetto, e strappi a tutti quel tributo anticipato di gloria, che concorre mi­rabilmente a farla diventare realtà; che impulso stra­potente sia alle forze umane la certezza dell’im­provviso e largo cambiamento di fortuna che produceva là il vero «successo»; come sia grande e ineb­riante in quella città il trionfo dell’ingegno, che appena salutato da lei, riceve saluti di ammira­tori ignoti e offerte e consigli da ogni parte del mondo; come all’uomo caduto sopra una via, ri­mangano aperte cento altre vie, solo che si ras­segni ad abbassare d’un piccolissimo grado le sue pretensioni alla gloria; come la natura obbliosa della grande città, che non lasciando ad­dormentar nessuno sopra un solo trionfo, obbli­ga tutti a ripresentarsi continuamente alla gara, produca quelle vite meravigliosamente operose, quelle vecchiaie ostinatamente battagliere, il cui [p. 327 modifica] esempio mette il furore; del lavoro nelle gene­razioni seguenti; e infine che enorme quantità si ritrovi là di lavoro non finito, di prove, di ab­bozzi, di materiale sciupato dagli uni, ma non inutile per chi verrà, e di creazioni pregevoli, in tutti i campi, ma condannate a morire dove sor­gono, perché schiacciate dall’abbondanza del me­glio. Quando s’è osservato tutto ciò, il soggiorno di Parigi riesce caro ed utile solo per veder la­vorare quella macchina immensa, per vedere come essa leviga, perfeziona, trasforma, spreme, stritola l’inesauribile materiale d’ingegno, di ricchezza, di gioventù, d’ambizione, di coraggio, che la Fran­cia e il mondo gettano continuamente fra le sue ruote formidabili, e come versa dalla parte op­posta grandi nomi, celebrità sventrate, capolavori? parole immortali, ossa rotte, armi, gemme e tra­stulli, che la Francia e il mondo s’affannano a raccogliere e a commentare. Fate dunque i censori addosso a questo colosso! Strillate contro i suoi operai perchè bevono l’assenzio e cantano in [p. 328 modifica] falsetto e hanno la donnina che li aspetta alla porta. Che pedanteria!


Ma non è neppur questa l’ultima impressione che si riceve da Parigi. Standovi lungo tempo, si passa ancora per la trafila di altri entusiasmi e di altri disinganni. Molte sere ritornerete a casa, fra quelle file interminabili di lumi, malinconici, uggiti a morte di tutto, con un rabbioso amor di patria nel cuore. Poi vi riconcilierete colla città in una bella giornata d’autunno, assistendo a una di quelle sue espansioni clamorose di gioia che rasserenano le anime più fosche. Un’altra volta una piccola umiliazione, uno stupido gioco di parole ripetuto da un milione di bocche, uno spettacolo d’un’oscenità stomachevole, un cielo chiuso e plumbeo che fa mutar aspetto a ogni cosa, vi risolleveranno dentro tutte le antipatie e tutte le stizze con una tale violenza, che vor­reste veder sparire quella città come un accampamento portato via da un uragano. Ma vi [p. 329 modifica] vergognerete improvvisamente di quell’odio un altro giorno, pensando all’ enormità del vuoto che vi rimarrebbe nella niente se ne uscisse a un tratto tutto ciò che quella città vi ci ha messo dalla vostra infanzia fino a quel giorno. Fino all’ulti­mo momento Parigi vi farà mille dispetti e mille carezze, come una bella donna nervosa, e voi proverete tutti gli alti e bassi d’una passione: oggi a’suoi piedi, umili; domani presi dal fu­rore di morderla e di insultarla, e poi daccapo a chiederle perdono, affascinati. Ma sentirete ogni giorno più stringersi il legame che v’unisce a lei. E si sente più che mai quando si parte, la sera che si passa per l’ultima volta , rapida­mente, in mezzo a quell’immenso splendore dei boulevards, a cui succede tutt’a un tratto la mezza oscurità lugubre d’una stazione enorme e nuda. Allora, per quanto si desideri di riveder la pa­tria, si è presi da una grande tristezza all’idea di ritornare in quel piccolo dormitorio di città da cui si è partiti, e si porge l’orecchio per l’ultima [p. 330 modifica] volta al tumulto lontano di Parigi con uno strug­gimento inesprimibile di desiderio e d’invidia. E dal fondo del vagone, al buio, rivedete la città come l’avete vista una bella mattina di luglio da una torre di Nôtre Dame: attraversata dall’enorme arco azzurro della Senna, coi suoi lontani orizzonti violacei, immensa e fumante, nel punto in cui dalla piazza sottoposta i tamburi d’un reg­gimento vi mandavano su un eco della battaglia di Magenta. Oh! bella e tremenda peccatrice — esclamate allora — io t’assolvo, e a rischio della dannazione dell’anima, t’amo!




fine.