Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799/Rapporto fatto da Francesco Lomonaco patriota napoletano al cittadino Carnot Ministro della guerra/Al cittadino Carnot

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Al cittadino Carnot, ministro della guerra, Francesco Lomonaco patriota napoletano rifuggito

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Al cittadino Carnot, ministro della guerra, Francesco Lomonaco patriota napoletano rifuggito
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AL


CITTADINO CARNOT


MINISTRO DELLA GUERRA


FRANCESCO LOMONACO


PATRIOTA NAPOLETANO RIFUGGITO


     Cittadino ministro,


Voi avete mostrato del dispiacere di non essere a giorno degli avvenimenti ch’ebbero luogo in Napoli dopo la partenza delle truppe francesi, e d’ignorare chi fu principalmente il perfido, il quale, dando gli ultimi colpi all’edificio eretto dal prode Championnet, scavò la tomba della libertá napoletana. Un tenente d’infanteria, il cittadino Bocquet, penetrato di patriotismo, ha fatto un ampio quadro di tali vicende, ed ha denunciato il colpevole, che, facendo alleanza colla perfidia degl’inglesi, ardí di mettere a traffico col loro metallo la piú bella delle cause, di esporre l’esistenza di un immenso numero di repubblicani al pugnale della tirannia, di far succedere le scene patetiche che han rivoltato l’umanitá e la natura, di denigrare il nome e la gloria della grande nazione francese.

Il colpevole è appunto il cittadino Méjan, o, per meglio dire, Méchant, il quale si dice essere stato educato nella scuola de’ Foissac-Latour. Questi è quel Méjan, il quale, colmo d’ignominia e di obbrobri, invece d’interdirsi volontariamente dal seno delle societá umane, osa calpestare ancora la terra sacra; osa, di piú, comparire innanzi all’areopago, che gli deve fulminare la sentenza di morte, per ispargere le ombre della piú nera calunnia sull’orizzonte della veritá. Ma invano, malvagio, invano ti sforzi di cangiare il delitto in virtú, la corruzione in magnanimitá, le maledizioni di un intero popolo in voce de’ tuoi privati affetti!... [p. 290 modifica]

L’apologia dí Méjan, che ha per oggetto di dare all’accusa di Bocquet il colorito della calunnia, è rimasta senza risposta. Sicché io, armato del santo zelo della veritá, imprendo a dimostrare la falsitá delle sue asserzioni. Non crediate, cittadino ministro, che nella breve storia de’ fatti, de’ quali farò l’analisi, io voglia improntare i fiori dell’eloquenza. Non farò altri sforzi che quelli di mettere in prospettiva, con franchezza e con coraggio, i reali e principali anelli della catena degli avvenimenti; e mi protesto innanzi al cielo ed alla terra che, conservando il posto di repubblicano, non mi avvilirò a profferire la menoma menzogna. È la lingua di Catilina traditore quella che vacilla e palpita innanzi al senato; ma Cicerone, agguerrito degli augusti sentimenti de’ quali è infiammato, è chiaro ed ardito nell’esporre le trame dell’empio parricida.

Si scusa in sulle prime Méjan di non aver potuto dare aiuto a’ patrioti napoletani, quando lottavano cogl’insorgenti, per essergli di ostacolo le istruzioni di Macdonald, che lo avea, secondo egli dice, incaricato della semplice e sola difesa del forte Sant’Elmo. Io non cerco di penetrare i segreti di Macdonald. So solamente che, quando questo generale partí di Napoli, assicurò il governo che la repubblica restava sicura sotto la salvaguardia de’ francesi. Abrial tenne lo stesso linguaggio; anzi soggiunse che, nel caso di un rovescio, i francesi avrebbero trasportati sulle loro spalle i repubblicani. Queste parole enfatiche confermarono vie piú tutti nella certa idea che, nel diluvio delle calamitá, l’arca della salute era affidata a Méjan.

Ma si ammettano in suo favore le intenzioni di Macdonald; io gli ricordo ch’egli trasgredí una volta le pretese istruzioni, quando, per mettere un pugno di francesi alla testa de’ patrioti, che andavano a spargere il sangue per la salute della patria, volle in prezzo del beneficio la somma di quattordicimila ducati. Perché non s’interessò per lo appresso a porgere la benefica mano ai repubblicani, precisamente allorché gl’insorgenti minacciavano le porte della capitale? La soluzione del problema è chiara. Non era la forza imponente del nemico quella che facea [p. 291 modifica]paura a Méjan. Questa era la spossatezza della repubblica, la quale, ristretta nel recinto delle mura della capitale, essendo ridotta all’orlo della miseria, non potea prestare nuovi alimenti all’ingordigia del piccolo Verre. Quale fu dunque l’origine della di lui criminosa apatia? Fu il superstizioso scrupolo di eseguire i comandi del generale Macdonald, o pure fu la mancanza dell’ oro, che non potè spegnere la sua sete inestinguibile?...

Si scusa, di piú, di non aver ben munito il forte Sant’Elmo, perché i governanti, i quali mancavano di energia, si erano opposti alle sue misure. Infame Clodio! osi calunniare i fondatori della libertá, i difensori de’ diritti del popolo! Vivi, non hai voluto proteggerli; morti, vuoi insultarli!... Vile insetto dell’aristocrazia! cessa di mordere quei cadaveri, che la stessa mano profana del dispotismo non ha il potere di turbare nel santuario dell’immortalitá. Come! Gli eroi che si erano gettati nel fuoco della rivoluzione, in mezzo a’ trasporti della gioia la piú sensibile; quei che, sacrificando i loro piú cari interessi privati, non si occupavano che della patria, non respiravano che per la patria; quei che negli ultimi momenti della loro esistenza non si dimenticarono, sotto la scure de’ carnefici, di essere i Timoleoni e i Trasibuli di Napoli, erano uomini freddi e senza energia! Come si può mai concepire che, trascurando eglino la causa pubblica, volessero a bella posta procurare il martirio di loro stessi, la distruzione delle loro case, l’esterminio delle loro famiglie, la perdita di tutto ciò ch’è piú caro a’ mortali?... Quale logica, eccetto che l’enormitá del tuo delitto, può mai farti cosí stranamente combinare le idee? Vedremo fra poco quale fu l’energia che tu spiegasti, quando si approssimò l’occasione in cui dovevi fare il proprio dovere. Vedremo come eseguisti le istruzioni di Macdonald.

Ma, dato che le autoritá costituite, immerse nel piú profondo letargo, non fossero concorse a munire, come conveniva, il forte; conceduta la bizzarria di questa ipotesi, che non può entrare nella linea de’ fenomeni umani, Méjan non potea destare il governo dal letargo, in seno di cui era seppellito? Non poteva, armata manu, provvedersi di un numero maggiore di [p. 292 modifica]cannoni, di òbizzi, di mortai, ecc., e rendere cosí Sant’Elmo un baluardo inespugnabile di difesa? Ma quali dati, qual’ipotesi io cerco ammettere! Chi non vede i miserabili sutterfugi della calunnia, i ripieghi della perfidia?... Se si volesse credere all’ amico di Foissac, bisognerebbe rinunciare a tutte le regole della critica, opporsi al buon senso, dare una direzione diametralmente opposta al pendio del cuore umano, insomma bisognerebbe rovesciare il mondo morale ed entrare nel caos dell’inverisimile.

Ma Méjan era necessitato di ricorrere a questi ripieghi, altrimenti non potea spiegare l’intero piano della sua condotta. Infatti, allorché i venti del regalismo, soffiando alle gole di Napoli, minacciavano il naufragio del vascello repubblicano; allorché il sacrilego cardinal Ruffo, accerchiato dalle orde selvagge della tirannia e colle fiaccole accese della religione, dopo di aver portato il ferro e ’l fuoco, la devastazione e l’eccidio ne’ dipartimenti a nome di un Dio di pace; dopo di avere innalzate innumerevoli ecatombi nelle Calabrie, nella Puglia e nella Campania; dopo di aver commesse le scelleraggini, che sono sconosciute anche da’ cannibali, ne’ luoghi i quali percorse; dopo di averli convertiti in vasti cimiteri; allorché questo boia inviato dal paradiso affrontò nelle pianure del ponte della Maddalena i patrioti, che non erano allora molto inferiori in numero, Méjan poteva mandare in soccorso loro almeno un pugno di francesi. Ma qual soccorso! Egli divenne inesorabile alle istanze le piú vive, alle premure le piú calde del governo. Di giá le sue mani, imbrattate del lucido fango degl’inglesi, di giá si disponevano ad ergere il trono sulla bara funebre ed insanguinata della repubblica... Truce idea! amara rimembranza!...

Nell’attacco essendo stati respinti i patrioti, i quali allora davano i primi passi nella carriera delle armi, i nemici ebbero campo ad entrare nella cittá ed occupare i forti del Carmine, di Pizzofalcone, di Posilipo. Sicché la plebaglia, per ordine dell’esecrabile Ruffo, si diede in preda al saccheggio, alle rapine ed a tutti gli eccessi dell’anarchia. Non si risparmiarono neppure le case de’ regalisti i piú forsennati. Tante sciagurate [p. 293 modifica]famiglie, ridotte all’orlo della disperazione, non trovarono ricovero che nelle grotte, nelle caverne e nelle stalle, in mezzo al letame. Molti volontariamente si diedero la morte per isfuggire il flagello. Si videro i padri ammazzare i figli, per non conservare loro un’esistenza penosa e miserabile; altri si gettò nel mare, volendo divenire piuttosto preda de’ pesci che de’ carnivori satelliti di Carolina.

Ciò non fu tutto: la vita di ogni onesto cittadino venne minacciata dalla spada dell’insorrezione. Mentre gli abitanti delle coste marittime, senza eccezione di etá, divenivano olocausti della ferocia inglese, armata di tutt’i suoi furori; mentre ad Ischia, a Procida, a Sorrento i repubblicani erano mutilati dal ferro liberticida o vivi venivano buttati nelle onde del mare; ne’ luoghi mediterranei un nemico di una spia o di un «crocesignato», un possessore, di qualunque partito si fosse, in mezzo alle battiture, alle ferite, agl’insulti, era menato in giudizio, dove gli oltraggi si moltiplicavano e dove il decreto di morte gli s’intonava in ogni istante. Ad un repubblicano conosciuto si strappava il cuore, le unghie, gli si cavavano gli occhi, gli si mutilavano le altre membra, e cosí a poco a poco gli si toglieva l’esistenza. Quelli, ch’erano meno a giorno nella sfera delle loro opinioni, erano spogliati ed esposti agli strazi i piú ignominiosi, semivivi venivano strascinati per gli luoghi i piú cospicui della capitale, e poscia confinati nelle fetide carceri, dove perivano senza punto scuotere le anime, che avevano impietrito il dolce sentimento della pietá. Che orrore!... che barbarie!...

Cosí le strade delle cittá, e massime quelle di Napoli, comparivano un letto di cadaveri, in cui si vedeva il figliuolo cadere esangue a’ piedi del genitore, la moglie prima violentata spirare tra le braccia del marito, l’amico in mezzo alle angosce della morte dare gli ultimi amplessi all’amico...; e, nella mischia spaventevole de’ sicari e delle vittime infelici accatastate, non si sentiva altro che

fremiti di furor, mormorii d’ira,

gemiti di chi langue e di chi spira.

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Allora Méjan poteva scagliare i fulmini della vendetta nazionale dalla cima di una ròcca, la quale domina Napoli; poteva, senza esser offeso, ridurre un mucchio di ceneri quelli posti che stavano sotto il tiro del cannone di Sant’Elmo. Ma Méjan, assiso sul letto delle delizie e delle rapine, offuscato da’ profumi del vino e de’ cibi i piú deliziosi, Méjan guardava col riso dell’impudenza i roghi, su’ quali fumavano le palpitanti membra de’ difensori della patria. Méjan, allo stridore delle ossa degl’incalcolabili martiri, a’ lamenti ed a’ singhiozzi delle loro famiglie, avea del tutto otturate le orecchie. Méjan non era affatto commosso all’aspetto tragico delle lagrime e del sangue, che aveva allagate le strade della cittá... La di lui anima di ferro non era alterata dallo spettacolo delle crudeltá rivoltanti e de’ tratti di barbarie, che il feroce nemico esercitava sulle mogli, sulle sorelle, sulle figlie de’ partigiani della gran causa. Questo mostro mi sembra Nerone, il quale, alla vista dell’incendio di Roma, suonava la cetra.

Oh cielo, oh dèi! a che soffrir quest’empii

fulminar poi le torri e i sacri tempii?

Conveniva però buttare un po’ di polvere agli occhi degli officiali probi, per nascondere la sua perfidia. La virtú ama la schiettezza, ma la perversitá vuole improntar la maschera, per non manifestare le sue bruttezze. Prima che Sant’Elmo fosse attaccato, spesso spesso Méjan facea discendere (troppo tardi se n’era accorto!), contro gli ordini di Macdonald, alcune numerose pattuglie nel cuore della cittá; sicché quei soldati, i quali, in circostanze meno critiche, a tempo proprio, potevano consacrarsi alla difesa della libertá, mentre le forze nemiche si erano raddoppiate, erano costretti dal loro capo a discendere nell’arena. Quale dovea essere il risultato? La morte de’ francesi ed il discapito della guarnigione. Ma questi sacrifici, questi macelli di carne umana sono calcolati da Méjan com’era calcolato il massacro di tante migliaia di uomini, che l’infamia di Scherer immolava alla ferocia delle tigri settentrionali dirette da Suwarow. [p. 295 modifica]

Consideriamo la tragedia da un altro lato. I patrioti, per non essere interamente inghiottiti dalla voragine, non potendo piú sostenere la patria agonizzante, che giá dava l’ultimo sospiro, si rinchiusero, insieme co’ rappresentanti, ne’ castelli Nuovo e dell’Ovo. Ogni individuo mise allora la sua fiducia ne’ soliti miracoli che opera la libertá. Chi non si sovvenne in quell’ istante de’ greci alle Termopili, de’ romani al Campidoglio, degli abitanti della Carolina al forte di Wilson?

Durante lo spazio di molti giorni essi operarono prodigi di valore, che gettarono lo spavento negli animi de’ turchi, de’ russi, de’ siciliani e degl’insorgenti; in maniera che costoro non si azzardarono ad assalire i deboli asili del patriotismo. Al fuoco perenne dell’artiglieria, che agiva di giorno, si aggiungevano le sortite notturne de’ patrioti. Ma, accortisi di un fermento del popolo fanatizzato, assicurati dall’avvicinamento di una flotta inglese e ridotti all’estremo delle munizioni, essi deliberarono d’intavolare una capitolazione onorevole. Si stipulò dunque il trattato sotto la garanzia di Méjan. I generali de’ despoti coalizzati lo sottoscrissero, e per la pronta e fedele esecuzione si diedero nelle di lui mani cinque ostaggi.

Allora fu che, secondo il principale articolo della negoziazione, nell’alternativa o di restare impunemente ne’ propri focolai o pure di essere gettati nudi e miseri sulle coste di Francia, ognuno, resistendo alle tenerezze della sposa, a’ gemiti ed a’ singhiozzi del fratello, del genitore, del figlio, alle attrattive de’ beni di fortuna, ognuno fece la ferma risoluzione di non vedere il funerale della repubblica, e gettarsi piuttosto in un oceano di calamitá, di miserie e di pene, deliberando di ritornare a tempo opportuno a sottrarre da’ ceppi l’incatenata patria...

Ecco i Pelopidi, che la sfrontatezza di Méjan accusa di cicisbeatura e d’imbecillitá. La stessa perfidia condanna all’obblio quei prodi del forte di Viglieno, i quali, sopraffatti dal torrente delle forze nemiche, diedero fuoco alla polvere, contenti piuttosto di essere divorati dalle fiamme e restar seppelliti sotto le rovine della patria che cadere nelle mani della schiavitú. Trecento spartani, che avete fissato il rispetto del genere umano [p. 296 modifica]e l’ammirazione de’ secoli, se a’ vostri tempi si fosse trovato un Méjan, egli non vi avrebbe coverti di disprezzo, come i bravi di Viglieno, vostri emuli?...

In vigore del trattato, i repubblicani furono menati sulle polacche; ma, invece di mettersi alla vela, restarono inchiodati nella rada di Napoli. E si vide il fenomeno, che una immensitá di persone, in maggior parte ignote fra loro, stavano unite insieme, dividendo le stesse angustie e soggettate alle stesse sofferenze, come se avessero scampato un tremuoto o qualche altra crisi della natura.

Allora Méjan dovea obbligare lo spergiuro Ruffo a far partire senza dilazione alcuna i capitolati. Dovea minacciare la distruzione di Napoli, se in un termine prescritto la loro partenza non si fosse effettuata, e se la capitolazione non si fosse eseguita in tutti gli altri articoli. Sant’Elmo potea essere per quella cittá ciocch’è il Vesuvio nelle sue eruzioni. Ma il perfido non prese alcun interesse per un affare di tanta importanza.

Sicché gli Ercoli della rivoluzione, carichi di ferri, vennero gettati nel fondo delle sepolture, che si chiamano «criminali», e tutti gli altri restarono su’ legni.

In questo stadio di tempo, Sant’Elmo fu assediato, e Méjan, pieno di quella energia di cui mancava il governo, si fa ergere le batterie nemiche a tiro di cannone, senza impedirne i travagli. A misura che l’attivitá del nemico si raddoppia, cosí la stessa sua energia cresce di giorno in giorno. Sicché, dopo lo spazio di poco tempo, si abbandona il castello in potere degli schiavi attaccati al carro della coalizione. Il moderno Dionigi viene a tempo a godere del dono di Méjan ed a nuotare colla famosa prostituta di Albione, lady Hamilton, in un mare di sangue, che sgorgava dalle ferite de’ repubblicani. Viene ad essere spettatore di una nuova tragedia, dopo di aver guardate con ciglio sereno le beccherie d’Ischia e Procida. Egli desidera che il repubblicanismo avesse una sola testa, per troncarla a un tratto. Tant’odio, tanta stizza contro gli amici dell’uomo annida ne’ cuori de’ re forsennati, che hanno la follia di credersi simulacri della divinitá, mentre sono esseri maligni vomitati dal Tartaro!... [p. 297 modifica]

Involata cosí innanzi a’ nostri sguardi la libertá, le lave vulcaniche della controrivoluzione allagano Napoli, i vapori della tirannia ingombrano da per tutto l’atmosfera di quella regione, e il sole della libertá italiana resta ecclissato. In questa lugubre catastrofe, qual eterna notte sopravviene per noi! Da quali dolori sono róse le nostre anime riempiute di lutto e di tenebre! Come il passato si desidera e non si ardisce di sperare! Come il presente ci opprime, l’avvenire ci spaventa!... Compagni! voi, che divideste i pericoli della patria e che ora siete a parte dell’infelice ma glorioso esilio, voi potete ricordarvi dell’ abbattimento e della desolazione che in quell’epoca agghiacciò i cuori di tutti noi. Voi che, inviluppati ne’ cenci della miseria, ad onta delle procelle del mare, dell’urto degli elementi, dell’ira dell’avversa sorte e dell’oppressione de’ potenti, non cessate di rinnovare sull’altare della virtú il giuramento della futura rivendicazione; voi vi potete sovvenire come la crisi fatale versò a piene mani nella tazza de’ nostri piaceri le amare angosce, che minacciavano gettarci nel regno della morte!...

Io non sono militare, cittadino ministro, per poter decidere sulla legittimitá della resa di Sant’Elmo. Queste ricerche appartengono al Consiglio di guerra. Io solo incolpo a Méjan la maniera con cui intraprese e continuò la difesa del forte. Io solamente fo il parallelo tra lui e ’l comandante di Ancona. Chi non sa che il coraggio, l’ostinazione, il fervore, con cui costui sostenne quella piazza, sono divenuti il patrimonio de’ fasti dell’eroismo, il deposito il piú sacro dell’immortalitá?

Ma, con tutte le risorse dell’astuzia di un ser Ciappelletti, quali scuse può ritrovare Méjan nell’antro della calunnia, quando di buona voglia libera i patrioti rinchiusi nel forte agli avoltoi del dispotismo, mentre ha presso di sé gli ostaggi? quando scovre anche quei che, vestiti da soldati e confusi co’ francesi, non erano conosciuti? quando consegna ancora due offiziali, i quali, benché napoletani, da piú anni stavano al servigio francese? Ombre di Vitaliani e Matera, voi ancora gridate dal fondo della tomba contro l’amico di Capeto, che vi liberò alle di lui furie... La vostra spoglia, ancora fumante di [p. 298 modifica]sangue, fará piú impressione alle future generazioni di quella che fece il cadavere di Lucrezia al popolo di Roma.

Quali armi di difesa può usare Méjan, allorché consegna gli ostaggi agli agenti del despota, contro le deliberazioni del Consiglio di guerra, e non fa istanze per l’esecuzione del trattato, per l’invio de’ patrioti in Francia? Per qual motivo, quando discende da Sant’Elmo, va a sedere nella mensa imbandita del tiranno, che lo colma di ringraziamenti e doni, i quali mettono il suggello alla sua depravazione? Come può ripetere la necessitá della resa del forte dalla penuria delle derrate, mentre le truppe nemiche, impadronitesene, per piú giorni vendono al popolo a vil prezzo una immensa quantitá di generi di ogni sorta? Perché si trovano le bombe da dodici e i mortai da nove? Questo giuoco fu opera del governo?... Veramente lo esigeva il suo interesse; il senso comune ci forza a crederlo.

Ma, traditore! non voglio piú stancarmi in disseppelire tutt’i minuti aneddoti de’ tuoi misfatti. Indarno cerchi nasconderli. Indarno cerchi di covrire la perfidia col velo della menzogna. Giá le fila della tua rea condotta sono nelle mani di tutto il mondo; i cammini della tua cospirazione sono aperti ad ognuno. Ognuno sa che la politica antisociale di Pitt, di questo disertore del genere umano, di questo schiavo ribellato contro la sovranitá de’ popoli, questa politica liberticida avea di giá nell’anno scorso attaccata la testa del colosso repubblicano ed alcune delle sue membra. Infelicemente per noi, uno di queste membra fosti tu; sí tu, che, corrotto dall’oro inglese, non ti facesti alcuno scrupolo di slanciare una repubblica sul cratere di un vulcano...

Scellerato! sei scomparso da Napoli, ma le vestigia de’ tuoi delitti sono restate impresse nella memoria di quella desolata popolazione, nel cuore di tutti gli amici della filosofia, che, carichi di ferri, nel fondo delle prigioni, bagnano col pianto l’ammuffito pane. Sei scomparso! ma l’infamia ti seguirá da per tutto su quella terra, che abbomina la tua presenza. Sei scomparso! ma il tribunale della storia esaminerá il processo delle tue azioni, e la posteritá, pronunciando il tuo nome, lo metterá accanto a quello di Erostrato, che per rendersi famoso incendiò il tempio di Delfo. [p. 299 modifica]

Da quest’abbozzatura, che io ho avuto l’onore di presentare a’ vostri sguardi, voi comprenderete, cittadino ministro, come Méjan nella sua apologia abbia immersa la penna nel fiele della calunnia la piú assurda, della satira la piú incoerente. Io dunque a ragione lo accuso innanzi alla vostra giustizia in nome della mia afflitta patria, dell’umanitá, della natura. Io son sicuro che, facendosi omaggio alla virtú di Bocquet ed al mio zelo, i delitti di Méjan non resteranno impuniti, l’intrigo non trionferá della giustizia. Io ne ho per garante, cittadino ministro, il vostro genio, quel genio che insegnò la strada della vittoria a quattordici armate ed incatenò il mostro della coalizione: ne ho per garante quella sublimitá di anima, quella fermezza di sentimenti che mostraste nel seno della Convenzione, quando gettaste le fondamenta dell’indipendenza nazionale e prendeste l’iniziativa della libertá del genere umano.

Dopo la partenza de’ francesi, suonò l’ora della distruzione de’ repubblicani. Il despota della Sicilia, non incontrando argini a violare, contro i principi del gius delle genti, la piú solenne delle capitolazioni, giacché gli ostaggi erano stati restituiti, disegnò, ad insinuazione del crudele Nelson e della Taide di Londra, di fare la Saint-Barthélemy, ed una Saint-Barthélemy la piú orribile, di tutti quei che aveano posto il dito nella coppa della rivoluzione; simile ad una bestia feroce, che ha nelle branche la preda su cui avea gettato lo sguardo, l’atterra, la sbrana e fa strage, scempio e rovina delle sue carni.

La Svizzera, l’Olanda, l’Inghilterra medesima, la Francia e tutte le nazioni civilizzate si raccapricciarono al racconto delle crudeltá e del terrorismo, che spiegò il mostro di Sicilia dopo il suo ritorno in Napoli. Fox e Sheridan, questi fermi avvocati della gran causa, fecero le piú acri invettive contro quel re insensato, e ne proposero l’accusa innanzi all’immensa assemblea del genere umano. Arena, Briot ed altri legislatori tuonarono sulla tribuna del Consiglio de’ Cinquecento in Parigi contro gl’istessi attentati. Ecco un pezzo dell’arringa:

E tu, re perfido e crudele, che segnali il tuo ritorno in Napoli con eccessi i piú inuditi, e che hai convertito il suo vasto [p. 300 modifica]recinto in un piú vasto feretro, trema per la seconda volta. I tuoi nuovi delitti, uniti a quelli che hanno reso famoso il troppo lungo corso del tuo regno, saran puniti ancora, senza che ti resti piú la speranza di rinnovare le tue vili proscrizioni ed i tuoi spietati massacri.

Allorché i tedeschi nell’anno scorso penetrarono nella Svizzera, istallarono a Zurigo la commissione del governo, i di cui membri essendo caduti nelle forze francesi, quando l’invincibil Massena sconfisse gli austro-russi, si disputò nel Consiglio elvetico sulla loro sorte. Un consigliere opinò che loro si togliesse la vita, citando l’esempio di Ferdinando, il quale avea trucidato i potestá costituiti da Championnet ed Abrial. — Come! — disse un altro, pieno di sorpresa — come si ardisce in questo santuario ricorrere all’autoritá di un empio, il quale, profanando le leggi divine ed umane e commettendo i delitti i piú atroci, è incorso nell’indignazione del cielo e della terra? il quale nella sua ferocia sorpassa gli orsi, le tigri e tutte le altre fiere del mondo? il quale recherá orrore a’ secoli a venire ed alla piú remota posteritá? — Queste parole, pronunciate con entusiasmo, fecero le piú vive impressioni negli animi de’ giudici; ed i governanti austriaci furono liberati.

Io non discenderò, cittadino ministro, a descrivere uno per uno gli orrori che si sono commessi su la piú bella contrada della terra, e a dettagliare le calamitá che son gravitate sulle teste di tant’infelici. La mano mi trema, ed il cuore non regge a questa pittura patetica. Basta dire che, dopo l’invasione de’ briganti regalisti, non si risparmiò né l’innocenza dell’infanzia, né l’impotenza della vecchiaia, né gl’incanti del sesso, né l’eminenza del merito e del talento. Basta dire che nel secolo decimottavo, Scotti, Ciaia, Caracciolo, Pagano, Cirillo, Conforti, Russo ed innumerevoli altri non meno celebri spirarono sotto i colpi del dispotismo, come i Gracchi, Barnevelt e Sidney, per oggetto della felicitá umana. Basta dire, in una parola, che in Napoli la tirannia andò a galla sul sangue di mezza generazione, e che una zona torrida racchiuse nel suo vortice infuocato l’intero territorio napoletano. [p. 301 modifica]

Mentre la capitale e le province, cadute in potere de’ nemici, presentavano lo spettacolo il piú tragico, esistevano ancora tre piazze, che formavano l’ultimo baluardo della libertá, simili a quelle colonne ed a quei macigni, che il passaggiero incontra tra i balzi e le rovine di un paese distrutto.

Capua, Gaeta, Pescara, che stavano in possesso de’ francesi, dopo la resa di Sant’Elmo continuavano a destare un raggio di speranza ne’ cuori desolati de’ figli della patria. La ricca provvisione di cui erano fornite, il numero sufficiente di soldati che ne sostenevano la difesa, non facevano all’in tutto scomparire l’idea della esistenza della repubblica. Ma quale idea! Noi eravamo allora degl’infermi, che, languenti nel letto della morte, si lusingano tuttavia di rinascere alla vita.

Reso Sant’Elmo, gl’insorgenti, diretti dal disleale Roccaromana, gl’inglesi ed i russi rivolsero le loro forze sopra Capua, il di cui comandante, benché avesse potuto fare una lunga resistenza, pure dopo lo spazio di pochi giorni apri le porte al nemico. I patrioti non furono compresi nella capitolazione: onde, per iscampare una sicura morte, si travestirono da cisalpini; ma, giunti in Napoli, furono scoverti e subirono il comune destino, cioè il destino della distruzione.

Quei che sono periti della tattica militare sanno che Gaeta è inaccessibile per la parte di terra, giacché non vi può agire il cannone. Ciò non ostante, gli anelli delle disgrazie si comunicavano; uno chiamava l’altro: Gaeta anche cadde. Cosi la cangrena, che aveva assalita la parte superiore dell’Italia, depascendo, giunse sino all’estremitá e la róse.

Non vi restava che Pescara. Questa è la piú debole di tutte e tre: eppure il prode Ettore Carafa, che la custodiva, la sostenne sin dopo aver esauriti tutti gli umani soccorsi, sin dopo aver impiegati tutt’i mezzi di difesa, in una parola, sino all’ ultimo respiro. Egli cedé, e cedé facendo una onorevole capitolazione. Ma come si può patteggiare colla perfidia? Gli agenti del despota, e fra gli altri Pronio, dopo di aver giurata fedeltá a Carafa, commettendo il piú vile de’ tradimenti, lo incatenarono e lo condussero in Napoli, dove fu decollato. Questa fu la fine di uno de’ Tesei della libertá napoletana. [p. 302 modifica]

Prima della caduta di codeste tre piazze, con mano tremante ed in mezzo a’ palpiti si eseguiva l’universale spoglio e carnaggio umano; ma dopo il regalismo alzò la fronte, e, non ondeggiando piú nel dubbio di una riazione, devastò tutto ciò che gli si parava d’innanzi, a guisa di quei soldati, i quali, prendendo di assalto una cittá, la mettono a saccomanno, e ad occhi chiusi dirigono i loro pugnali insanguinati contro tutti gli esseri a figura umana, non muovendosi a pietá a fronte dell’ innocenza, né rispettando la virtú.

Da una estremitá all’altra de’ dipartimenti si fece sentire la mania, che giá era divenuta epidemica; e non vi fu angolo di quelle contrade, che non fosse stato a parte della tragedia, la piú orribile di quelle che si siano rappresentate sul nostro emisfero. E Ruffo? Ruffo suggeriva, approvava simili orrori, e destinava, mediante le sue benedizioni, un luogo nell’Olimpo agli autori de’ mali.

Mentre a tale stato lagrimevole erano ridott’i dipartimenti, in Napoli i membri della Giunta di Stato, uomini quanto privi di nome e di fama, altrettanto colmi di turpitudine ed ignominia, facevano giuridicamente innalzare al patibolo dieci o dodici personaggi al giorno, non compresivi quelli che scannavano i barbari agenti di Carolina. In tal guisa la falce contrarivoluzionaria mietè le teste di tutt’i cittadini probi e virtuosi. In tal guisa il regalismo, simile all’idropico, piú ingoiava sangue umano, e piú ne accresceva l’ingordigia...

Il tribunale omicida attentò anche sulla vita di Vincenzio Troisi, personaggio distinto per gli talenti e per la morale. Un sí fatto delitto produsse il fremito e l’indignazione negli animi di tutto il popolo e de’ nemici i piú accaniti del sistema repubblicano. Nel momento dell’esecuzione essendo sopravvenuta una inaspettata pioggia accompagnata da tuoni e baleni, il volgo credè che la divinitá non avesse approvata una tal morte. Onde nella cittá vi fu una sorda esplosione d’ira e di sdegno contro i manigoldi della virtú. Si sospese dunque il martirio per alcuni giorni, ma poscia ricominciò con maggior vigore, senza rispettarsi né la volontá della nazione né il corruccio del cielo. Sicché [p. 303 modifica]la tavola necrologica degl’infelici napoletani divenne ben lunga. Io questa tavola di morte presento innanzi a voi, cittadino ministro, innanzi al genere umano, innanzi a’ secoli, affinché s’inorridisca al nome di «re», affinché si pesino sulla bilancia delle infelicitá umane le sciagure ed i mali che producono lo scettro e la corona.

Nel numero delle vittime, che giuridicamente sono state immolate dalla tirannia nella sola cittá di Napoli dal mese di messifero anno VII sino a nevoso anno VIII, si contano i seguenti:


Commissione esecutiva.


Oltre Ciaia, di cui si è fatta menzione, sono stati impiccati:

Ercole d’Agnese, cittadino francese, oriundo napoletano.

Giuseppe Luogoteta, dottissimo e virtuosissimo soggetto.

Giuseppe Albanese.

Giuseppe Abbamonte, a cui è stata accordata la bella grazia della commutazione della pena di morte in quella de’ perpetui ferri nella fossa della Favignana.


Commissione legislativa.


Oltre Pagano, Cirillo, Conforti, Russo, Scotti, de’ quali altrove si è parlato, si debbono annoverare:

Raffaele Doria.

Niccola Maglíano, uomo rischiarato.

Giovan Leonardo Palomba.


Ex-rappresentanti.


Prosdocimo Rotondo, ottimo avvocato.

Domenico Bisceglia.

Pasquale Baffi, eruditissimo e virtuosissimo soggetto, uno de’ primi grecisti del suo tempo.

Niccola Fasulo.

Leopoldo de Renzis.

Giovanni Riario, degli ex-nobili di prim’ordine.

Diego Pignatelli, ex-duca di Monteleone. [p. 304 modifica]

Vincenzio Porta, matematico.

A questi tre ultimi soggetti si è fatta l’istessa grazia della commutazione della pena di morte in quella della fossa della Favignana in vita.


Ministri.


Gabriele Manthoné, ministro della guerra.

Vincenzio de Filippis, ministro dell’interno ed insigne matematico.

Giorgio Pigliaceli, ministro di polizia generale, avvocato celebre.


Generali ed officiali.


Francesco Federici, antico maresciallo, uomo di genio, che all’elevatezza de’ talenti militari aggiugneva le cognizioni politiche, e che morí con la massima presenza di spirito.

Gennaro Serra, degli ex-duchi di Cassano.

Oronzio Massa.

Pasquale Matera, aiutante di campo di Joubert, al servizio francese.

Agamennone Spanò.

Giuseppe Schipani.

Carlo Mauri, ex marchese di Polvica.

Carlo Muscari.

Michele lo pazzo, capo di brigata al servigio francese.

Ferdinando Pignatelli, ex-principe di Strongoli.

Clino Roselli, letterato.

Niccolò Pacifico, gran botanico, matematico, letterato insigne ed uomo dotato di una rara probitá.

Niccolò Vitagliani, meccanico al servigio francese.

Giuseppe Riario, ex-nobile di prim’ordine.

Eleuterio Ruggiero.

Giuliano Colonna, figlio dell’ex-principe di Stigliano Colonna.

Francesco Grimaldi.

Francesco Guardati.

Niccola Fiani, di cui si racconta che, mentre stava per morire sul patibolo, alcuni stipendiati di Carolina si lanciarono addosso a lui, lo fecero in pezzi, gli strapparono il cuore, e portarono quindi in trionfo le membra per la cittá. [p. 305 modifica]

Luigi Bozzauti.

Domenico Pagano.

Niccola Ricciardi.

Giuseppe Cotitto e

Domenico [Perla], di lui cognato.

Gaetano de Marco.

Melchiorre Maffei.

Pasquale Battistessa, di cui si sa con certezza ch’essendo stato impiccato, fu portato in chiesa, dove diede segni di vita. Fu narrato l’avvenimento a Speciale, che ordinò che si fosse terminato di uccidere in chiesa stessa, come si eseguí.

Francesco Buonocore.

Michele Giampriani.

Gaetano Rossi.

Mario Pignatelli, fratello dell’ex-principe di Strongoli.

Colombo Andreassi.

Ignazio Falconieri, letterato.

Luigi Granalè, officiale di marina.

Raffaele Montemayor, officiale di marina.

Giambatista de Simone.

Andrea Mazzitelli.

Filippo Marini, ex-marchese di Genzano.

Giuseppe Cammarota.

Antonio Tocco.

Felice Mastrangelo, memorabile per la sua morte intrepida e coraggiosa.

Antonio Tremaglia.

Pasquale Assisa.

Vincenzio Ischia.

Giovanni Varanese.

Raffaele Iossa.

Impiegati civili ed altri patrioti.


Vincenzio Lupo, commissario del governo nell’alta commissione militare.

Onofrio Colace, ex-consigliere.

Luigi Rossi, giudice dell’alta commissione militare, felice ingegno e celebre poeta.

Gregorio Mattei, celebre letterato. [p. 306 modifica]

Antonio Sardella.

Niccolò Carlomagno, commissario del governo nella commissione di polizia.

Niccolò Palomba.

Niccolò Neri, letterato.

Gaetano Morgera.

Antonio e

Ferdinando Ruggi.

Antonio Avella, alias Pagliuchella.

Severo Caputo, ex-nobile, amministratore del dipartimento del Vesuvio.

Giuseppe Belloni, grande oratore, e virtuoso soggetto.

Eleonora Fonzeca-Pimentel, celebre letterata, compilatrice del Monitore.

. . . . . Morglies.

Antonio Perna.

[Michele] Natali, vescovo di Vico, dotto uomo e spregiudicato ecclesiastico.

Gregorio Mancini, avvocato.

Pietro Nicoletti.

Francesco Astore, giudice di pace, quanto ricco di cognizioni, altrettanto povero di beni di fortuna.

Niccola Maria Rossi.

[Niccola] de Meo.

Antonio Piatti.

Domenico Piatti.

Pasquale Syes, proconsole francese.

Niccola Fiorentino, letterato ed ottimo giureconsulto.

[Michele] Granata.

Francesco Bagno, cattedratico di medicina nell’universitá, uomo probo e disinteressato.

Niccola Mazzola.

Michelangelo Ciccone, poeta ed improvvisante celebre.

Giacomo Antonio Gualzetti, poeta.

Gennaro Arcucci, buon medico.

Niccola Lubrano, curato, pieno di dottrina e di probitá.

Andrea Fiorentino.

Bernardo Alberini.

Antonio Scialoia.

Antonio de Luca. [p. 307 modifica]

Aniello Calisi.

[Cesare Albano di] Spaccone.

Antonio Coppola.

Onofrio e

Salvatore Schiano.

Il figlio del castellano di Ponza.

Vincenzio Assanti.

Michele Castagliola.

Francesco Feola.

Giuseppe Cacace.

Leopoldo di Gennaro, aiutante del castello d’Ischia.

Giuseppe Vatilla.

Domenicantonio Ragni.

Gaspare Lucci.

[Antonio] Velasco. Essendo stato minacciato da Speciale di fargli depositare la vita sul palco, gli disse: — Non disporrai tu, vile carnefice, della mia esistenza, — si precipitò da una loggia e morí.

I seguenti condannati a morte hanno ottenuta l’istessa grazia della commutazione della pena di morte in quella della fossa della Favignana.

Emmanuele Borga.

Francesco Bassetti e

Annibale Giordano sono stati i soli vili che indultaronsi e scovrirono i patrioti occulti.

Pietro Mattia Grutther.

Giuseppe Laghezza.

L’ex-principe di Torella.

Gregorio Ciccopiedi.

Luisa Sanfelice.

Giuseppe Albarella.

Giuseppe Fasulo.

Giuseppe Poerio, giovane di gran talento ed ottimo oratore.

Rocco Lentini, modello di probitá e di virtú.

Vincenzio Pignatelli di Marsico.

Tutti costoro soffersero l’iniqua sentenza con coraggio e senza smentire il loro sistema: tanto il desiderio di essere utili alla patria era divenuto per essi un bisogno ed un sentimento [p. 308 modifica]indelebile! Tutti perirono sotto la scure del dispotismo, come quei quaranta cittadini de’ contadi occidentali di Scozia, i quali, disfatti a Pentland, vollero piuttosto morire col loro capo Mac-Cail che rinunciare alla costituzione.

L’opinione universale de’ popoli ha tanto declamato contro Cristierno, quando, dopo la fuga di Gustavo, impadronitosi della Svezia, trucidò tutt’i senatori ed i nobili di Stoccolma. La stessa opinione ha tanto biasimata la barbara condotta di Carlo secondo, che, salito al trono dell’Inghilterra, mandò a morte Arrigo Wane, il virtuoso generale Lambert, Harrison, Scrope, Hackes e pochi altri; fece disumare i cadaveri d’Ireton, di Cromwell e di Bradshaw, che ordinò di sospendersi al patibolo. Quanto codesto rispettabile censore dell’opinione, quanto la filosofia e la ragione debbono fremere contro le grandi stragi eseguite da Ferdinando, che non trovano un parallelo nelle memorie della tirannide umana, e che deporranno contro di lui sino alla fine del mondo? QuaL anima apata e sragionata, scorrendo la tavola luttuosa che io ho presentata, potrá far di meno a non bagnarla di copiose lagrime, e di lagrime di sangue? Io son sicuro che, se si strappa la lingua al genere umano, e ci resta un solo uomo che possa parlare, costui colmerá d’imprecazioni quel rettile coronato, e non cesserá mai di recitargli delle filippiche.

Credete forse, cittadino ministro, che i fulmini, i quali il braccio della tirannia scagliò sopra un intero popolo, dopo, l’epoca della catastrofe si fossero esauriti? Credete che il tempo avesse alquanto mitigata la ferocia di un mostro macchiato di sangue umano? No. Dopo un anno di flagelli e di vessazioni, dopo tante scene di mali e di sciagure, il territorio napoletano continua ad essere il bersaglio dell’ira di quella corte, il teatro degli orrori e della desolazione. Non ancora il Mediterraneo cessa di essere coverto di legni, che trasportano sulle coste della Francia tant’infelici, i quali sino al presente oltrepassano il numero di tremila. E chi in parte sono costoro? Vecchi, ragazzi, donne, persone che hanno semplicemente pensato in favore del nuovo sistema, e molti eziandio, che per imbecillitá e stupidaggine erano in un’assoluta nullitá. Tutti sono costretti ad andar [p. 309 modifica]raminghi di regione in regione, di lido in lido, fuggendo l’ira de’ re, degli aristocrati e de’ preti.

L’esistenza del ricco è tuttora esposta alle insidie della calunnia; il talento, la virtú, la probitá, sotto il colorito del giacobinismo, vengono pugnalate dal tribunale dell’Inquisizione, che si sforza di far retrocedere il secolo della filosofia e della libertá verso i tempi barbari ed omicidi de’ tre Giovanni, di Sisto quarto, Alessandro sesto, e di dare all’Europa risvegliata i ferri e ’l sopore dell’Asia.

I privilegi municipali, le prerogative, le quali da epoca remotissima la proprietá e la libertá civile del napoletano garantivano, sono state calpestate. La nobiltá, che aveva avuto l’eroismo di sacrificare il privato interesse al grand ’utile della patria, è del tutto perita; e per una metamorfosi politica si veggono i briganti, gli assassini, gli spioni, decorati delle insegne senatorie e patrizie, spiegare fasto e terrore.

L’amministrazione arbitraria, che strascina la piú dura delle servitú, è accompagnata da uno spoglio senza esempio, giacché il campo delle confiscazioni è interminabile, l’espiazione de’ pretesi delitti è la multa, il numerario viene esaurito, e tutto si versa nell’erario del dispotismo.

Da tutto ciò ne risulta che quella regione, su cui la natura avea profusi tutt’i suoi tesori, non presenta oggi che la faccia squallida della miseria, il pallore della fame. Ne risulta che la Campania e la Puglia, bagnate da’ sudori dell’agricoltore, non producono altro se non bronchi e spine, con cui la tirannia trafigge le carni degli abitanti, che riduce a scheletri. Ne risulta che non è un partito il quale si vuol combattere, ma è tutta la nazione, a cui si vuol fare una guerra di esterminio. Tali sono le mire della moderna Teodora.

E Giove? E Giove sí la guarda, e stassi
placido ancor su’ gran misfatti inulti,
e bada poi a incrudelir sui sassi!

Perché l’ignoranza assicuri il trionfo del dispotismo, le pubbliche cattedre son interdette, i collegi chiusi, gli studi privati [p. 310 modifica]proibiti. Sicché, se la mano riparatrice del fato non accorre al rimedio de’ mali, o se il coraggio della disperazione non produce una rivolta, la patria di Gravina, di Vico e di Filangieri sará per divenire la Tartaria.

Qual altro torrente di calamitá scorre da altra infetta sorgente? Tutt’i dipartimenti sono ingombri di una immensitá di «visitatori», i quali, colmi di rabbia, d’infamia e di delitti, come i bruchi alle biade, portano la devastazione alle campagne, che muggiscono e tremano sotto i loro passi. Per loro opera, i santuari dell’onore e della pudicizia sono profanati con istupri, adultèri ed incesti; i palagi spogliati, le capanne derelitte, le teste de’ cittadini pendenti da’ patiboli innalzati su tutt’i paesi...

In questo stato di cose, il figlio, strappato dalle mura domestiche, indarno domanda sull’esistenza dell’autore de’ suoi giorni. Inutilmente il padre cerca sapere se il pegno il piú caro delle sue affezioni ancora respiri. La sposa, errando nella regione de’ sogni, invano cerca l’oggetto de’ suoi amori: infruttuosamente l’immagine dell’idolo ch’ella adora si presenta alla di lei fantasia, alterata da timori, e panici e reali. Il fratello e l’amico ignorano la sorte del fratello e dell’amico, che o sono morti o spasimano in mezzo a’ tormenti, o pure, per iscampare la piú orribile delle persecuzioni, colle armi alla mano soggiornano ne’ boschi e nelle selve, o si sono volontariamente esiliati, seguendo la sorte de’ loro congiunti. In questo stato di violenza, la donzella è condannata a languire in seno ad una perpetua verginitá, giacché non vi ha piú chi possa stringere con lei il nodo dell’imeneo. Sicché gl’immensi vòti della popolazione restano irreparabili, e quelle contrade vanno a divenire un vasto deserto.

Lo spionaggio, ch’è proprio de’ governi illegittimi ed oppressori; lo spionaggio, ch’è il barometro dell’infelicitá de’ popoli, è cosí promosso in Napoli dal timido dispotismo, che cerca squarciare il velo del pensiero, penetrare le coscienze de’ cittadini, paralizzando le loro parole e le loro azioni, rendendo precaria la loro vita. Le notizie delle celebri vittorie di Biberach, di Stochach, di Memmingen, di Hochest e di Marengo, che, [p. 311 modifica]facendo epoca ne’ fasti della gloria, hanno sorpresa l’Europa, han fatto curvare sotto il peso di nuovi allori gli eroi francesi, che, mentre producono la conquista della pace, facendo prostrare l’Austria a’ piedi della repubblica, alimentano i desidèri ed i voti delle anime libere d’Italia; codeste notizie, riscaldando l’entusiasmo de’ napoletani, quanto sono state loro fatali! Innumerevoli persone, che hanno mostrato una segreta gioia ed ammirazione, comandata dalla grandezza stessa degli avvenimenti, sono state vittime delle denunzie, che loro hanno scavato l’abisso. Cosí quei che sopravvivono all’incendio di Napoli sono scottati dalle caustiche ceneri. Cosí un popolo pieno d’immaginazione ed espressivo è divenuto timido e muto; ed i disgraziati napoletani sono nel caso di dire con Tacito: «Certamente abbiamo dato un grand’esempio di pazienza, e, come l’etá vetuste videro il piú alto grado di libertá, cosí noi siamo giunti all’ultimo periodo della servitú. Le denunzie e lo spionaggio ci hanno tolta la dolcezza di ascoltare e di parlare, ed avremmo perduta la memoria colla voce, se fosse in nostro potere cosí il dimenticare come il tacere»1.

La tirannia, non contenta di aver fatto piovere da se sola tante calamitá sopra quella nazione, per moltiplicarne il numero ha chiesto aiuto alla sua sorella, la superstizione, la quale con un cenno sconturba ed agita l’universo. Il fanatismo, che, come ministro della divinitá, commette i piú grandi delitti ed i tratti della piú barbara ferocia, senza ispirarne l’orrore e senza dar luogo a’ rimorsi; che, tiranno de’ cuori e superiore a’ sogli, fa il sacrificio della virtú, non ascolta il grido dell’innocenza, ed oppone a’ diritti imprescrittibili della natura la volontá di Giove irritato; il fanatismo, producendo una vertigine nelle menti, ha sparsa l’idea che il sistema di libertá sia diametralmente opposto [p. 312 modifica]alle leggi divine, e che i fondatori delle repubbliche siano i giganti della favola, i quali vogliono far la guerra al cielo.

In tal guisa, l’ipocrita tirannia è riuscita a spargere il lievito della discordia e della guerra civile e ad armare i cittadini l’un contro l’altro. Ha procurato di ergere un muro di separazione tra gli esseri i piú cari, i quali univa l’amicizia e la parentela. Ha fatto degli sforzi i piú terribili per produrre una rivoluzione nella sfera del sentimento, a spiantare i primi princípi della sociabilitá, a confinare gli uomini nella notte dello stato selvaggio, nel caos della distruzione. Sotto i tropici si sono macchinati simili orrori?

Infelice Napoli! Per qual fatalitá tu sei cosí costretta ad essere il soggiorno del lutto e del pianto?... Per qual fatalitá i tuoi abitanti sono condannati a camminare su’ carboni accesi di tali e tante sciagure?... a temprare il parco cibo nell’assenzio e nel fiele?... a respirare l’aria appestata della morte?... Qual destino, mia cara patria, qual amaro destino è il tuo?... Tu ti vedi priva de’ figli i piú benemeriti, sulla di cui tomba non cessi di piangere al par di me. Tu ti rattristi all’eco lugubre de’ gemiti di quei che sopravvivono al furore del vandalismo, che ti ha lacerato le viscere. Sará vano il tuo dolore? No, nol credo; io getto con confidenza l’áncora della speranza nell’avvenire. Io riposo sul genio del ristauratore delle nazioni, del trionfatore degli eserciti, su quell’eroe, il di cui nome, disputato dalla storia delle scienze e degl’imperi, tanto risuona dall’oriente all’occidente, dal settentrione al mezzogiorno. I tuoi oppressori saranno puniti; altrimenti bisogna attendere che la natura intera si naufraghi e le sue leggi si sovvertano.

Voi siete curioso eziandio, cittadino ministro, di sapere qualche cosa sul carattere e la condotta di un tiranno, che oggi tanto figura negli annali del delitto. Per adempiere quest’oggetto si richiederebbe il pennello di Tacito, istorico filosofo, che ha saputo cosí bene analizzare il cuore umano e penetrarne gli abissi, nel dimostrare l’importante veritá, che la storia de’ despoti è il martirologio delle nazioni. Io intanto ve ne farò debolmente [p. 313 modifica]il ritratto, dietro l’idea che il mio spirito se ne ha formata. Eccolo in breve.

Fondete la sensualitá di Sardanapalo, la ferocia di Mezenzio, l’imbecillitá di Claudio, la viltá di Vitellio, la perfídia di Ferdinando il cattolico nella testa di un mostro, che ha le membra umane ed il taglio gigantesco, e voi avrete Ferdinando Capeto. Disgraziatamente per l’umanitá, un tiranno di questo calibro ha avuta in moglie la piú perversa e la piú disonorata delle figlie di Maria Teresa d’Austria. Questa donna unisce alle dissolutezze di ogni specie l’ambizione la piú smisurata di regnare: bigotta in apparenza, fredda atea nell’interno, dá continuamente il segnale della credulitá la piú cieca, e, ad imitazione di Anna di Montmorency, per gloria del cielo fa la guerra agli uomini i piú distinti nella sfera de’ talenti e delle virtú: bassa ne’ sentimenti, orgogliosa, intrigante, volubile, non ha della fermezza che nella crudeltá e nell’odiare tutto ciò che le dá ombra di sospetto.

La celebre ode, che si attribuisce al cittadino Laharpe, indirizzata alla famosa Antonietta, con maggior ragione si può adattare a Carolina, di lei germana sorella; la quale, continuando a vivere per nostra disgrazia, ha sorpassata la prima nella carriera delle scelleraggini e delle turpitudini2:

     Mostro, surto in mezzo al gelo,
scempio e orror del nostro cielo,
     la mia patria a quali serbi
nuovi affanni e strazi acerbi?
     Deh, ti appressa, indegna, e mira
come un popolo sospira
     negli abissi ampi e tremendi
de’ tuoi falli atroci, orrendi!

[p. 314 modifica]

     D’ira dunque estrema accesa,
per compir tua degna impresa,
     di vederci hai pur talento
l’un dall’altro ucciso e spento?
     Furie orribili e ferali,
che a te possan dirsi eguali,
     cerca invan la mia memoria
nell’antica e nuova istoria.
     Sí, piú prodiga ti veggio
di lei, ch’ebbe e scettro e seggio
     lá sul Nilo, e al vincitore
di catene avvinse il core;
     piú superba ed arrogante,
indegnissima regnante,
     io ti stimo d’Agrippina;
dell’istessa Messalina
     piú lasciva; e piú inumana
della Medici Toscana.

Aggiugnete a tutto ciò i consigli e l’amicizia di Acton; uomo che, dotato di tutti i talenti dell’intrigo, non ha una idea sublime nella testa, né un sentimento generoso nel cuore; ministro corrotto, perfido, adulatore; quanto avido di ricchezze e di potere, altrettanto indifferente alla gloria che sconosce, al merito ed alla virtú che deprime: aggiugnete questo vile Seiano, questa ridicola scimia del ministro britannico, e voi avrete un triumvirato piú funesto alla felicitá delle popolazioni, di quello di Ottaviano, Antonio e Lepido.

[p. 315 modifica]

Cosí riesce facile l’indovinare la condotta di quella corte relativamente a’ francesi nella luminosa carriera della loro rivoluzione. Infatti, all’apparir sulle rive della Senna l’alba della libertá, che riempí di gioia tutt’i cuori idolatri della virtú e della felicitá sociale; all’aspetto della nascente filosofia, che proclamava la risurrezione de’ popoli e l’esterminio della razza gotica de’ re, il despota della Sicilia concepí un odio inestinguibile contro il nome francese. La moderna Teodora, agitata dall’Eumenidi, divenne piú implacabile di Giunone, quando fu offesa da Paride.

Penetrata da quest’odio, si porta col marito a Vienna, ed entra ne’ trattati di Pavia e di Pilnitz, che definivano la lacerazione della Francia e l’eccidio della massima parte de’ francesi. La sua corte, che diviene l’officina degl’intrighi degl’inglesi e degli emigrati, spaventata dalla flotta del contrammiraglio Latouche, giura alla Francia neutralitá, per congiurarne meglio la perdita. La viola ben tosto apertamente coll’insulto dell’armi francesi e del ministro Makau, cui fa vilmente involare nella propria casa tutte le carte del di lui ministero. In séguito lo bandisce: proscrive tutt’i francesi con un proclama, in cui l’insulta co’ nomi di «scellerati» e di «sediziosi novatori».

Mette in piedi nel tempo stesso la terribile Giunta di Stato, e per mezzo della medesima imprigiona ed impicca coloro, che per qualsivoglia motivo avean trattato il ministro e ’l contrammiraglio, facendo dichiarare la Francia una «fetida laguna», e i francesi una «schiatta di vipere». Spossa frattanto lo Stato colle immense concussioni e furti di oro ed argento, che manda all’imperadore, onde poi n’è risultato il fallimento de’ pubblici banchi. Unisce una sua flottiglia a quella degl’inglesi, e manda delle truppe a Tolone, aringando il re stesso a’ soldati ed inculcando loro la strage de’ francesi, senza dar loro giammai quartiere.

Fuggono da Tolone le sue truppe, insieme con quelle degli alleati, colla stessa viltá colla quale l’avean conquistata; e Ferdinando entra a parte de’ ladronecci commessi in quegli arsenali, ed accorda asilo e protezione nella capitale a’ principali traditori [p. 316 modifica]di quel porto. Per nuocere maggiormente a’ francesi, manda Spanocchi, comandante di una sua fregata, contro la Francia, uomo venduto all’Inghilterra, in Toscana, e lo fa destinare da quel duca governator di Livorno. La rivoltante ed astiosa condotta di costui muovono Bonaparte a deporlo e a mandarlo imprigionato a Firenze, con una forte commendatizia a quel piccolo despota.

Si vede successivamente costretto a chieder la pace alla Francia. Bonaparte gliel’ accorda; ma, contro uno de’ principali articoli segreti, che ammetteva la tolleranza delle nuove opinioni politiche e la sicurezza de’ loro partigiani, non solamente gli occulti repubblicani, ma i semplici conoscenti de’ francesi sono deportati, gettati nelle bastiglie ed eseguiti. Promette il gastigo di coloro che aveano involate le carte a Makau; ma, invece di gastigarli, li occulta e li premia. Intanto congiura occultamente di far dichiarare la Svezia contro la Francia per mezzo del ministro Ampheld, cui si cercava di crear reggente di quel regno in luogo del zio del re, ch’era deciso per la neutralitá. A’ risentimenti di quella corte, fa scortare Ampheld dal marchese del Vasto fino all’Adriatico, facendolo ivi imbarcare per Trieste.

Conchiusa la pace colla Francia, ne viola in tutti gli articoli i trattati. Riceve ne’ porti, arma ed approvvisiona la flotta inglese comandata da Nelson; fa distruggere la francese nelle acque di Aboukir; ne accoglie con festa, musica ed illuminazione il distruttore; ristaura ne’ suoi cantieri i legni inglesi, che aveano molto sofferto nel combattimento; si collega colia Porta ottomana e colla Moscovia, stringendo nuovi legami di alleanza coll’imperatore e l’Inghilterra. Finalmente, sotto gli occhi del ministro francese e cisalpino, in seno della pace, si sforza di radunare le materie combustibili onde accendere il fuoco della guerra; mentre congiura col re sardo, col duca di Toscana ed il prete di Roma di suonare l’allarme in tutta l’Italia, sollevarne le popolazioni e produrre un nuovo vespro siciliano, piú micidiale e piú nero del primo.

Piú volte, ad imitazione del gabinetto di Saint-James, fa il mortorio di Bonaparte, mentre l’attivitá del di lui genio era [p. 317 modifica]ammirata da quaranta secoli nelle sabbie brucianti dell’Egitto, antica culla delle arti e delle scienze. Insulta e denigra il nome di colui che va ad appoggiare la libertá di Europa a quella dell’Asia, menando ivi la rivoluzione de’ lumi, dopo di aver prodotta la rivoluzione dell’eroismo in Italia.

Discaccia da Napoli Lacombe Saint-Michel, il quale, senza dilazione alcuna obbligato a sortirne, a bella posta si fa cadere, per opera di Carolina e di Acton, nelle mani de’ corsari turchi... E Dolomieu, che, contro tutte le leggi delle nazioni, si tiene ancora imprigionato col console Ribaud nella fossa di Messina, qual grido d’indignazione eleva contro quel re antropofago?... Dolomieu, che non ha potuto ottenere il favore di essere piuttosto fucilato che di menare una vita moribonda in mezzo a’ piú crudeli tormenti, qual terribile impressione deve fare ne’ cuori anche i meno suscettibili di sentimento? Se il governo francese si è protestato apertamente di fare espiare al senato di Amburgo il tradimento commesso contro il Bruto dell’Irlanda, Napper-Tandy, non dovrá lanciare il tizzone rivoluzionario su quella reggia, dove soggiorna il delitto con tutto il corteggio delle scelleraggini e de’ sacrilegi? Non dovrá punire severamente, ad istanza dell’ umanitá oltraggiata e della giustizia vilipesa, gli artigiani di tante calamitá?...

Accaduta la crisi di Roma, il re di Sicilia mordé la polvere, quando vide sulle rovine del Vaticano ristaurato il Campidoglio; si riempi di fremito all’aspetto de’ tribuni, de’ consoli, de’ senatori, che si sforzavano di risvegliare la libertá dopo il sonno di diciotto secoli; fu roso da gelosia nel guardare l’estensione della potenza gigantesca del gran popolo. Altronde la massa de’lumi, che per la loro forza espansiva penetravano fino all’estremitá della Bassa Italia, questa imponente massa feriva molto da vicino il dispotismo napoletano. Sicché si prepararono tutt’i modi di distruzione, in maniera che, all’improvviso e senza dichiarazione di guerra, si fece una irruzione nel territorio romano, e si stesero le braccia per iscannare la libertá de’ discendenti degli antichi legislatori dell’universo. Il general tedesco Mack, uomo di corte vedute, fu destinato capo delle truppe napoletane. [p. 318 modifica]Costui, di concerto colla furia infernale e coll’intrigante Acton, persuase l’imbecille Ferdinando ch’egli avrebbe invasa tutta l’Italia. Su questa fiducia penetrò nel territorio della repubblica romana, inviando al general francese la seguente lettera:


               Signor generale,

Io vi dichiaro che l’armata di S. M. siciliana, che ho l’onore di comandare, sotto la persona stessa del re, ha ieri passata la frontiera per mettersi in possesso dello Stato romano, rivoluzionato ed usurpato dopo la pace di Campoformio, e non mai riconosciuto e approvato da S. M. siciliana, né dal suo augusto alleato l’imperatore e re. Domando che facciate ritirare nella repubblica cisalpina, senza frapporre il piú piccolo ritardo, tutte le truppe francesi che si trovano nell’anzidetto Stato romano, e di evacuare tutte le piazze ch’esse occupano. I generali comandanti le diverse colonne di truppe di S. M. siciliana hanno ordine il piú positivo di non incominciare le ostilitá, se le truppe francesi si ritirano all’invito che loro ne verrá fatto; ma d’impiegare la forza, nel caso che resistano. Io vi dichiaro inoltre, signor generale, che riguarderò come un atto di ostilitá se le truppe francesi metteranno piede sul territorio del granduca di Toscana. Attendo la vostra risposta senza il menomo ritardo, e vi prego di rispedire il maggiore Reiscach, che v’invio, al piú tardi quattro ore dopo che avrete ricevuto questa mia lettera. La risposta dev’esser positiva e categorica, sí alla domanda dell’evacuazione dello Stato romano, come a quella di non mai metter piede sul territorio della Toscana. Una risposta negativa sará considerata come una dichiarazione di guerra, e S. M. siciliana saprá sostenere colla forza le sue giuste domande, che io v’indirizzo a suo nome. Ho l’onore, ecc.

Il piano di Mack, mal combinato, abortí. Egli, anziché concentrare le sue forze, le divise, e la divisione preparò i suoi rovesci, senza dargli il piacere di cogliere quelli allori ch’ai giá vedeva germogliare nel campo delle chimere.

La repubblica romana riposava sotto l’ombra della protezione francese. Sicché Championnet, dando un esempio che di rado si legge nelle pagine della storia, il bravo e valoroso Championnet, aiutato da Macdonald, colla rapiditá del fulmine disfece [p. 319 modifica]un esercito teatrale, composto di gente strappata a forza dall’aratro, dall’esercizio delle arti, dallo studio delle facoltá.

L’eroe francese, dopo aver fugato il despota, che, colmo di turpitudine e pieno di rabbia, simile ad un cinghiale ferito, si andò a nascondere negli antri dell’Etna, menando seco le immense ricchezze rapite alla nazione, alla quale avea rimasti i soli occhi per piangere; dopo di avere interamente liberato il territorio di Roma, penetrò nel regno di Napoli: ed, avendone occupate le piazze, tentò di accostarsi alle porte della capitale, ad invito di tutt’i nemici della tirannia, pubblicando il seguente proclama:

Il vostro tiranno, napoletani, ha da se stesso abdicato il trono, provocando la nazion francese, della quale sperimentato aveva la clemenza. Voi non avete piú re; rientrate ne’ vostri diritti, giá da tanto tempo usurpati. Avrete un governo libero e repubblicano, fondato sui princípi dell’eguaglianza: gli impieghi non saranno piú il patrimonio esclusivo de’ nobili e de’ ricchi, ma la ricompensa de’ talenti e delle virtú.

Ricevete i francesi come amici e liberatori, e respingete le istigazioni perfide di coloro che vorrebbero eccitare in voi la diffidenza ed il timore. Le vostre proprietá, il vostro culto sono sotto la garanzia della lealtá francese. Ormai un santo entusiasmo si è manifestato in tutt’i luoghi per dove siamo trascorsi, la coccarda tricolore è stata innalzata, gli alberi della libertá sono stati piantati, le municipalitá e le guardie civiche organizzate. I satelliti della tirannia fuggono dinanzi a noi, come la polvere spinta dai venti; e i patrioti, proscritti da lungo tempo, si radunano intorno alle nostre bandiere repubblicane. Dichiaratevi senza timore: organizzate legioni, create municipalitá, che sono le prime magistrature popolari; abbiate guardie nazionali, alzatevi per mantenere i vostri diritti. I destini dell’Italia debbono adempirsi, e voi ancora siete chiamati a godere i benefici del governo repubblicano.

                                                                                                    Championnet.

Allora fu che gli agenti di Capeto e della sua sgualdrina, mediante un ordine da essi ricevuto, ricorrendo a’ modi di distruzione, incendiarono i vascelli nazionali, commettendo il piú grave oltraggio alla maestá ed alla sovranitá del popolo; [p. 320 modifica]aguzzando i pugnali del fanatismo popolare, menarono i lugubri giorni dell’anarchia la piú esecrabile.

Ferdinando, profugo coll’intera famiglia, facendo uso de’ mezzi i piú orribili ed i piú disperati, lasciò Pignatelli in qualitá di suo agente in Napoli, colle nere istruzioni di organizzare il delitto e ’l brigantaggio e di suscitare i furori di una guerra civile, che avesse fatti distruggere l’un dall’altro tutt’i napoletani. — Tutto perisca, purché non vada in mano de’ francesi, — gridava Carolina qual baccante. Pignatelli, per guadagnar tempo ond’eseguire gli empi progetti, conchiuse un armistizio col generale Championnet, e, lungi di adempierlo, fuggí anch’egli in Sicilia, dopo aver armati gli assassini usciti fuor delle prigioni, i birri, i delatori, gli omicidi ed i facinorosi, lasciando Napoli in preda al disordine ed alla dissoluzione politica.

In cotesto stato di violenza, la punta del pugnale decise della vita, della libertá civile e della proprietá di ciascuno individuo. Fra innumerevoli altri, i due fratelli Filomarino e l’avvocato Scategna divennero le vittime de’ briganti prezzolati e fanatizzati. I dipartimenti furono del pari ravvolti nel vortice degli orrori. Gli uomini i piú probi caddero sotto i colpi degli empi organizzati dall’iniquo vicario. Gli albanesi, sulle rive dell’Adriatico, nel dipartimento del Sangro, avvezzi all’assassinio ed al contrabbando, per l’ésca del bottino formarono orde furiose, portando da per tutto l’infamia, la desolazione e la morte. I fratelli Brigida di Termoli, giovanetti forniti di virtú superiore alla loro tenera etá, strappati dal seno dell’infelice madre dal tribunale inquisitorio, seppelliti nel baratro delle carceri per quattro anni, appena riveggono la luce del giorno, appena co’ loro amplessi e co’ loro baci asciugano le lagrime dell’afflitta genitrice, che sono sbranati da questa infame masnada; ed un saccheggio, che non risparmia neanche le tegole e il pavimento della casa, corona il massacro. Che dirò di te, virtuosissimo Gennaro di Casacalenda? I tuoi talenti, la tua virtú senza esempio, il tuo disinteresse incomparabile non poté disarmare gli amici della fazione del delitto!. . Il tuo patrimonio non esiste piú; ed i tuoi figliuoli non hanno altra legittima che la rinomanza delle [p. 321 modifica]tue azioni e l’esempio di quelle grandi qualitá che caratterizzano gii eroi.

Intanto Championnet rapidamente si avanzò per sottrarre Napoli da sí fatta anarchia. I patrioti, tutte le persone dabbene ed amanti dell’ordine, colla direzione di Moliterni, che al presente è generale di divisione nelle armate francesi, gli facilitarono l’ingresso; e, benché i lazzaroni stipendiati e fanatizzati si accinsero a lottare coll’armata vittoriosa, pure l’arena restò allagata del sangue di cotesti automi. Sicché i francesi al di fuori, al di dentro i patrioti, che occupavano il forte di Sant’Elmo colla direzione dello stesso Moliterni, trionfarono degli ostacoli, e pervennero a rovesciare un trono che giá vacillava sotto il peso de’ delitti, a spiantare un governo, che, facendo guerra a’ diritti dell’uomo e del cittadino, era caduto nell’universale abominio e nell’odio sí del satrapo che sedea sul carro della fortuna come del meschino ch’era schiacciato sotto le ruote.

Il Direttorio approvò tutt’i passi di Championnet, sí nel rovesciare il soglio di Napoli che nel dichiarar liberi ed indipendenti gli abitanti. Macdonald ed Abrial assicurarono eziandio che la repubblica napoletana era garantita dalla gran nazione, e che i legami ed i rapporti scambievoli non erano punto differenti, dovendo per l’avvenire considerarsi sotto l’istesso punto di vista i francesi ed i napoletani.

La repubblica dunque, proclamata dall’intera nazione e riconosciuta dal Direttorio, aprí un campo delle piú soavi idee allo spirito, diede un nuovo slancio all’entusiasmo, impresse la piú viva commozione a’ sensi, e risvegliò nel cuore di tutti l’amor della patria, della libertá e della gloria. Il patriotismo che si spiegò in Napoli era degno de’ bei giorni di Sparta ed Atene. Né gli sconcerti e gli abusi, che sono inerenti ad una rivoluzione come le macchie negli astri, intiepidirono l’effervescenza della gioia e del piacere universale nel vedersi le nuove magistrature popolari, le nuove leggi, i nuovi diritti, per cosí dire, ed una totale rigenerazione politica.

Io qui lascio de’fatti, cittadino ministro, che potrebbero essere degni della vostra considerazione, ma che non entrano nel mio [p. 322 modifica]piano, giacché mi son proposto di dipingere le principali cose in miniatura. Solamente vi ricordo che i tesori, i quali Ferdinando avea rapiti alla nazione, servirono a fabbricare le catene al liberatore di Napoli. Il Direttorio, illuso dalla calunnia, richiamò Championnet, mentre stava progettando una discesa in Sicilia, e lo sprofondò in una carcere. Generale cittadino, guerriero filantropico! questo fu il prezzo che la venalitá ti decretò, quando le tue gesta rimbombavano dalle sponde del Tevere e del Sebeto sino al Volga ed al Tamigi. Tu fosti costretto a partire; ma la tua memoria, i tratti della tua clemenza restarono impressi negli animi riconoscenti di tutt’i figli di Partenope. Tu fosti soggettato a’ ceppi; ma la Gloria, sdegnata, percorse la terra, e sollevò l’opinione di tutt’i popoli contro i tuoi persecutori. Tu sei morto; ma l’urna, dove riposa la tua cenere sacra, sará bagnata di lagrime finché vi sará ombra di libertá in mezzo alle associazioni umane; il tuo nome viverá fino a quando non si vedranno annichilite la virtú, la giustizia e la veritá.

Gli stessi tesori, cittadino ministro, frutto delle rapine e de’ sacrilegi, servirono... Ma quali dure veritá mi si vogliono strappare di bocca?... Grazie siano rese al nostro concittadino, il gran Bonaparte, che, come una cometa, ricomparendo sull’orizzonte politico dell’Europa, ha fatto scomparire i mercanti de’ popoli, ha chiuse le porte della venalitá, ha ristaurato l’onore francese; e, menando l’aurora, la quale promette i giorni della felicitá nazionale, il godimento dell’indipendenza, sull’eliseo delle arti e delle scienze, combatte l’idra della coalizione, e strappa dalle sue fauci i pezzi della bella e disgraziata Italia; di quella Italia, il di cui nome risveglia l’idea di trenta secoli, per rannodare di nuovo il filo della sua libertá, e darle quell’unione e quell’ascendente, che un tempo fece impallidire il mondo.

Note

  1. «Dedimus profecto grande patientiae documentum, et sicut vetus aetas vidit quid ultimum in libertate esset, ita nos quid in servitute, adempio per inquisitiones et loquendi audiendique commercio, memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, sí tam in nostra potestate esset oblivisci quam tacere». Tacito, Vita di Agricola, 2.
  2.      Monstre èchappè de Germanie,
    le désastre de nos climats,
    jusqu’á quand cantre ma patrie
    commetteras-tu tes attentats?
         Apprôche, femme dètèstable,
    regarde l’abíme effroyable,
    où tes crimes nous ont plongès!
    Veux-tu donc, extrème en ta rage,

         pour consommer ton digne ouvrage,
    nous voir l’un par l’autre egorgès?
    En vain je cherche en ma mèmoire
    le nom des êtres abhorrès,
         je n’en trouve point dans l’histoire
    qui puissent l’être comparès.
    Oui, je te crois, indigne reine,
    plus prodigue que l’ègyptienne,
         dont Marc-Antoine fut èpris,
    plus orgueilleuse qu’Agrippine,
    plus lubrique que Messaline,
    plus cruelle que Mèdicis.