La Teseide/Libro ottavo

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Libro ottavo

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LA TESEIDE

LIBRO OTTAVO




ARGOMENTO


L’ottavo libro il fiero incominciare
     Ne mostra dello stormo primamente;
     Ed il crudele ed aspro adoperare
     Che fe’ ciascun de’ principi possente.
Di Teseo e de’ presi il riguardare
     Con laude di ciascuno combattente
     Seguita poi, e quindi il favellare
     D’Emilia seco tacito e dolente:
Poi finge Marte, in Teseo trasformato,
     In Arcita raccendere il furore,
     Che per riposo in parte era tirato:
Poi come Palemon con gran dolore
     Dal gran caval di Cromis fu pigliato:
     E quindi Arcita mostra vincitore.


1


Taceva tutto il teatro aspettando
     Il terzo cenno del sonar tirreno,
     In qua, in là, in su, in giù mirando,
     E or dell’uno e or dell’altro dicieno
     Ciò che nel cor ne givano stimando,
     E qua’ con questi e qua’ con que’ tenieno
     E mentre stavano attenti costoro,
     Subito udissi il terzo suon fra loro.

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2


Ora la Musa, a cui più di me cale,
     Per me versi componga, o per me canti,
     E noto faccia il giuoco marzïale
     Fieramente operato da’ due amanti
     Con compagnia ciascun di schiera eguale
     Di cavalieri valorosi e atanti:
     Ch’io per me non varria a far sentire
     Il duro scontro e l’amaro seguire.

3


Se il romore del gonfiato mare
     Da fieri venti forte stimolato,
     E quanto mai ne fanno nel pigliare
     Porto li marinar fosse adunato,
     E quello insieme che si dove’ fare
     Quando a Pompeo Cesare assembrato
     Si fu in Tassaglia, non fora d’assai,
     Quanto fu quel, che non s’udi più mai.

4


Nè saria stato, se giunto vi fosse
     Quel che Lipari fe’ o Mongibello,
     O Stromboli o Vulcan quando più cosse:
     O quando Giove più cruccioso il fello
     Tifeo di spavento più percosse
     Tonando forte: omai quanto fu quello
     Pensil ciascun che ha fiore d’intelletto,
     Forse ch’el sentirà qual’io ho detto.

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5


D’armi, di corni, nacchere e trombette,
     Di boci messe da popoli strani,
     Il qual dicon che ’n Corinto s’udette,
     Tanto nel ciel si dilatar sovrani:
     Ciascuno uccello di volar ristette,
     E temer tutti gli animai silvani;
     E qualunque era quivi non venuto
     Pensò parte del ciel fosse caduto.

6


E qual là dove Pachin da Peloro
     Tronchi si trovan per li venti avversi
     Gli alti marosi, per forza tra loro
     Romponsi e bianchi ritornan di persi;
     Sì giunsonsi le schiere di costoro,
     Con più veloci corsi, e più perversi,
     Che d’alto monte per subita piova
     Rabbioso il rivo il pian letto ritrova.

7


Così adunque le schiere animose
     Li gran destrieri urtaron con gli sproni,
     Senza aver lance co’ petti focose
     Insieme si fedir co’ buon roncioni:
     La polver alta tutti gli nascose
     In un nuvol: di sè e degli arcioni
     Usciron molti allor, che non montaro
     Più a caval, nè quindi si levaro.

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8


E’ si sostenner, nè poter passare
     Oltre fra lor, ma rincularsi indietro
     Per le percosse: e qual siccome fare
     Suol raggio in acqua percosso od in vetro,
     Che riflettendo, i raggi fa tornare
     Subitamente per lo cammin retro;
     E’ vigorosi spronar li destrieri,
     In sè tornando gli arditi guerrieri.

9


Nè credo quando più la fucina arse
     Di Vulcan nera ne’ regni sicani,
     O quando maggior fummo fuori sparse,
     Tale il facesse qual salivan vani
     Vapori al ciel, i qua’ dalle riarse
     Terre n’uscian dalli cavalli strani
     Premute, e dalle nari e da’ sudori
     Mossi degli spumanti corridori.

10


Nullo d’intorno alcun di lor vedea,
     Se non come per nebbia ne’ turbati
     Tempi si vede; e l’un non conoscea
     L’altro di loro, e gran colpi donati
     Erano indarno, che ciascun credea
     Dare a color cui avieno scontrati:
     Perchè Arcita, Pegaso a gridare
     Cominciò forte, e’ suoi a confortare.

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11


Ma Palemon sopra Asopo gridava,
     E con tal voce i suoi a sè raccolse,
     E di bene operar gli confortava:
     Poi ver gli avversi la testa rivolse
     Del suo cavallo, e la spada vibrava
     In ver di cui il buon Arcita volse,
     Avendo lui appena conosciuto,
     Per lo gran polverio che v’era suto.

12


E con gli sproni urtato il gran destriere,
     Li corse addosso colla spada in mano,
     E que’ ver lui come pro’ cavaliere,
     Corse feroce, e certo non in vano;
     Ma tal de’ petti in mezzo delle schiere
     Si riferiro e de’ corpi, ch’al piano,
     Insieme co’ cavai che rincularo,
     Amendue caddon senza alcun riparo.

13


Cremisso quivi in Elicona nato
     E Parmeron che l’onde d’Ismeneo
     Tutte sapeva, e con lor Polimato,
     Questo veggendo, incontro di Fegeo
     D’Antedon sceson ch’era dismontato,
     E con lui Teumesso e Alfelibeo,
     Per lo lor Palemon volere atare,
     E se potessono Arcita pigliare.

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14


E cominciar fra loro aspra battaglia
     Così appiè colle spade impugnate:
     E ciaschedun per lo suo si travaglia,
     Dando alla parte avversa gran collate,
     Sforzandosi per vincer la puntaglia;
     E ben mostravan lor gran probitate
     In mantenersi per ispazio molto
     Senza mai volger l’uno all’altro il volto.

15


Quivi rimase per misera sorte
     Artifilo Itoneo, il qual ferio
     D’una bipenne il buon Gremisso a morte:
     E mentre lui il suo fratello pio
     Volea levar, gli sopraggiunse il forte
     Eleno, che orgoglioso il perseguio,
     E lui uccise ancor similemente
     Allato al frate dolorosamente.

16


E innanzi si potesser riavere,
     Ciascun da’ suoi vi fur colpi assai dati,
     Perocchè l’uno l’altro ritenere
     Voleva, e dopo molto in ciò provati,
     Ed a ciascuno mancato il potere,
     Ammenduni a caval furon montati;
     Mercè di loro che gli aiutar bene,
     Oprando ciò ch’a tal cosa convene.

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17


La pressa grande e lo spesso fedire
     Tolse di sè a questi due la vista;
     E cominciaron per lo campo a gire,
     Dipartendo ove più la gente mista
     Si combattea, ciascuno con disire:
     E andare sen potea l’anima trista
     Agl’infernali Iddii, di cui giugneva
     Arcita, in saldo ta’ colpi traeva.

18


Il gran Minos il fiero Agamennone
     Presto nell’arme gì a riscontrare,
     E ’l buon Nestore scontrò Almeone:
     E Ida Peritoo nell’affrontare,
     Ed Evandro s’urtò con Sarpedone,
     Ma Radamante venne ad ovviare
     Il fiero Niso: e a petto a Castore
     Ancelado s’oppose con valore.

19


E ’ncontro Alimedon Peleo sen venne,
     E Menelao ferì contro ad Admeto,
     Nè il buon Ligurgo di correr si tenne
     In ver d’Ulisse, il qual non mansueto
     Andò ver lui: ma Diomede attenne
     Al buon Polluce d’ira assai repleto:
     Gli altri ciascun secondo che poteo,
     Nella battaglia più innanzi si feo.

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20


Chi passò innanzi, e chi rimase appresso
     De’ principi primai nella scontrata:
     Ciascun feriva, ed era ferit’esso,
     La battaglia tenendo lunga fiata;
     Ma per lo in qua e in là ferire spesso
     Tutta fu tosto insieme mescolata:
     Nè ordine servossi, anzi correa
     Ciascun colà dove me’ far credea.

21


E’ si scontrò Arcita in Almeone,
     E battaglia aspra insieme incominciaro;
     Nè di lor nullo pareva garzone,
     Anzi vendea ciascun suo colpo caro:
     E d’altra parte il fiero Palemone
     E ’l nobile Polluce si scontraro:
     Mostrò Polluce quivi apertamente
     Ch’egli era del ciel degno veramente.

22


El feria Palemon con tal valore,
     Che quasi a forza ritenuto l’ebbe;
     Se non che Ulisse buon combattitore
     Lasciò Ligurgo, sì di ciò gl’increbbe,
     E lui riscosse: e Polluce di core,
     (Tal contra Ulisse mal voler gli crebbe)
     Col buon Nestore insieme accompagnato,
     A forza fuor de’ suoi l’hanno tirato.

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23


Gli Laertin maravigliosa prova
     Mostrar di sè con Filoduce insieme
     In riscuotere Ulisse; ma non giova,
     Ciascun quantunque può sopra lor premeFonte/commento: Milano, 1964
     Certo egli era a veder cosa nuova
     Ciò che facea Learco ed Idrasteme
     Per lui riavere; ma Attaman Pisano
     Gli fece faticar del tutto in vano.

24


Col quale insieme era il buon Argileo
     Dell’ardir del fratel tutto focoso,
     E ’l buon Toas col suo fratel Cuneo,
     Ciascun nell’arme forte e poderoso;
     De’ quali ognun tanto per forza feo,
     Che indietro ognuno si tornò iroso
     Di que’ d’Ulisse, ed essi della spessa
     Turba lui trasser non con poca pressa.

25


Quivi trattegli l’arme, a riguardare
     Che fesser gli altri il mandaro a sedere.
     Fe’ dunque il dì assai di sè parlare
     Polluce, e fece assai chiaro sapere
     Che se e’ non l’avesse fatto andare
     Giove sì tosto il cielo a possedere,
     Che egli avrebbe per Elena a Troia
     Al grand’Ettor donata molta noia.

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26


Ma qual la leonessa negl’ircani
     Boschi per gli figliuoi che nel covile
     Non trova, sè con movimenti insani,
     Messa in oblio la sua ira gentile,
     Mugghiando corre per monti e per piani,
     Nè mai la fa, se non affanno, umìle:
     Cotal correndo Diomede andava,
     Vedendo Ulisse presso che si stava.

27


Nïuno aveva resistenza a lui;
     E’ ferì Crisso, e’ ferì Sicheo,
     Ed Alcion Sicionio, e con lui
     Molto aspramente l’Epidaurio Argeo
     Nè nulla aveva paura d’altrui;
     E ’n quello andare il buon Jolao Ianteo
     Preso da Niso, e da Almeone
     Atati, lui ritenner per prigione.

28


Poi ritornati valorosamente
     Alla battaglia, Cefalo scontraro,
     E lui ferir maravigliosamente:
     Cefalo fe’ a tal colpo riparo,
     Ma sua prodezza non valse niente:
     Alcidamas e lui insiem pigliaro,
     E dello stormo gli mandaron fuori;
     Sicchè non furo il dì più feditori.

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29


Agamennone di parte lontana
     Questo vedea tutt’ora combattendo;
     Perchè chiamando sua gente spartana
     In quella parte se ne gì correndo,
     E gridò forte: o Diomede appiana,
     Troppo ci vai di dannaggio facendo:
     E questo detto, in su ’l capo il ferio,
     Ond’egli a terra tramortito gio.

30


Prender lo volle allora Elinodoro
     E ’l buon Mefiso, ed eran dismontati,
     Ma ben vi fu chi contradisse loro,
     Arbato e Cidoneo quivi arrivati,
     Li quali a piè s’opposono a costoro,
     E tra lor fur di gran colpi donati:
     E Diomede tutto sanguinoso
     Fu tratto dello stormo per riposo.

31


Avea Niso ferito il buon Castore,
     E quasi già che stancato l’avea,
     Ove Argileo ancor con gran valore
     Mostrava ben tutto ciò che valea;
     Allor Minos con furia e con furore,
     Che assai vicino a sè questo vedea,
     Vi corse, e gli assaliti riscotendo,
     Giva aspramente in qua e ’n là ferendo.

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32


A questo venne correndo Peleo,
     Mostrando sè degno padre d’Achille,
     Ed in mezzo la pressa far si feo
     Vie più di luogo assai che se con mille
     Vi fosse giunto, e ’l figliuol di Perseo
     Con lui insieme; e’ parea che faville
     Gittasson d’ogni parte, sì ferventi
     Pervenner quivi con tutte le genti.

33


E ’ncontro al gran Minos Peleo si mise
     Con un bastone di ferro impugnato,
     Nè mai alcun per colpir gli divise,
     Sì parea ciascheduno inanimato:
     E tanto il buon Peleo si intramise
     Ferendo forte, e sostenendo armato,
     Che mal suo grado ebbe Minos prigione,
     Egli e co’ suoi lo buon Mirmidone.

34


Il qual riscuoter Ditteo operava
     Con quella forza che potea maggiore,
     E ’l Ciprian Rifeo forte l’atava,
     E ’l simile faceva il buon Mintore,
     Alli quali Astragone alto gridava:
     Deh riscotiamo il nostro gran signore:
     E Pirro, e Cenis, e Tricon sagace
     Ciaschedun sopra ciò quanto può face.

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35


Ma Telamone incontro resistenza
     Aspra facia con Foco suo fratello,
     E Fenice con loro a tale intenza
     Tarso Cidon, Parmesso, e ’l Gemello
     Arione con Alcon la lor potenza
     Dimostravan nell’armi a tal zimbello,
     Tra’ quali aspra battaglia ed angosciosa
     Fu certo grande e ’n parte dolorosa.

36


Quivi Rifeo fu da Telamone
     Ucciso, il qual gli avea morto davanti
     Miseramente il dolente Arione,
     Il qual parole e sangue e tristi pianti
     Ad un’ora nel sen del suo Alcone
     Alla morte vicin tra tutti quanti
     Gittava, e quivi l’anima rendeo,
     Perchè cacciata star più non poteo.

37


Ma al da sezzo dopo molti danni,
     Dopo gran colpi e morti dolorose,
     Dopo molti sudori e molti affanni,
     Menar sì Foco e Telamon le cose,
     Che gli uomini Gnossi, e gl’inganni
     Loro, e le forze e l’opre marvigliose,
     Quasi per vinti indietro rincularo,
     E lì preso Minos pur vi lasciaro.

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38


Quando l’Arcado Evandro di lontano
     Di tai campion si vide rimanere
     Sol, quasi l’ira il fe’ tornare insano;
     E senza più di sua vita temere,
     La bella spada recatasi in mano,
     In ver Sicheo corse, e con potere
     Sommo gli fece da presso sentire
     Come sapeva di spada fedire.

39


Ben si difese il giovinetto accorto,
     E ben l’ataro i suoi arditamente,
     Tal che Narizio Lesbio vi fu morto,
     E ben battuta d’una e d’altra gente;
     Ma alla fine Evandro bene scorto,
     Abbracciato Sicheo fortemente,
     Giù del cavallo il voleva tirare,
     Nè ’l potean colpi da lui separare.

40


Tenevasi Sicheo, ed abbracciato
     Aveva lui, e in qua e ’n là correndo
     Givan, ciascun dal suo destrier menato:
     Ultimamente ciascun pur tenendo,
     Fu dal cavallo in tal modo portato,
     Ched e’ votaron gli arcioni, e cadendo
     Si magagnaron di maniera tale,
     Che più non fero il dì nè ben nè male.

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41


D’intorno a loro era la pressa molta,
     Chi per pigliare e chi per ritenere;
     E sì di gente e d’arme v’era folta,
     Che fu più volte loro in dispiacere:
     E ciascun si provò più ch’una volta
     Di levarsi, ma non v’era il potere,
     Laonde il meglio che essi potieno
     Dalli menati colpi si coprieno.

42


Era lì Sifil di Menelao monte,
     E ’l forte Menfis nato in Cinosura;
     E d’Azan v’era il fiero Ginodonte,
     E di Partenio con vista sicura
     V’era Bricol, e con ardita fronte
     Creton vi stava, che giammai paura
     Non si crede che avesse; ed il Nifeo
     Nurilo, ed anche Trofilo Tegeo.

43


Questi volean Sicheo del tutto preso,
     Ed in ciò si sforzavan; ma e’ v’era
     Ben gente, dalla quale e’ fu difeso:
     Quivi Plessippo e Tosseno con fiera
     Vista si videro, ed Acasto acceso
     Di mal talento, il quale in tal maniera
     Croton, tegnente allor Sicheo, ferìo,
     Che morto a’ piè tramortito gli gìo.

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44


E con lor fu Linceo ed Eurizio,
     E ’l buon Fenice figliuol d’Amintore,
     Ed Ezïon e Pelopeo Narizio,
     Ciaschedun uom di non piccol valore;
     Ed ancora con loro era Caspizio;
     Li qua’ ben ch’essi avesser le lor ore
     Più messe in cacce, che nell’armi armati,Fonte/commento: OPAL
     Fer d’arme sì che ne furo onorati.

45


E ’l buon Sicheo lor compagno caro,
     Malgrado di Menfis, soavemente
     Fuor della calca fra’ suoi il menaro,
     Ed in riposo quivi pianamente
     Con li suoi disarmato lui lasciaro,
     Ed allo stormo tornar fieramente;
     E que’ d’Evandro fero il simigliante,
     Poi al fedir seguirò Radamante.

46


Non si ritenne per questo Peleo,
     Ma tra gli Arcadi fierameute messo,
     Quasi che ’ndietro rivoltar gli feo
     Senza signore, e fuvvi assai appresso:
     Al quale Alimedon quanto poteo
     Si fece ’ncontro, ed altri assai dopo esso,
     E sì d’una bipenne in capo il fiere
     Che appena si ritenne in sul destriere.

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47


Il quale il ne portò tutto stordito
     Del teatro di fuor forte correndo,
     Dove da Tarso e da Cidon seguíto
     Fu, che ’l ritenner, che giva dormendo:
     Ma nol ritenner pria che risentito
     Il re si fu, ed a caval credendo
     Essere ancora, voleva tornare
     Il colpo ricevuto a vendicare.

48


Ma nulla fu, poi si trovò smontato,
     Ed al ritondo teatro di fuore:
     Perchè conobbe ch’egli era privato
     Di combattere il dì: onde dolore
     Intollerabil ebbe, e non provato
     Da altrui mai; onde con tristo core
     Co’ suoi ch’eran con lui al suo ostello
     Se n’andò disdegnoso e tutto fello.

49


E quale degli armenti ancor bramoso
     Sol pien di sangue rimane il leone,
     Cotal Peleo tutto sanguinoso,
     Senza trovar nè bestie nè persone
     De’ già feriti, sen gì polveroso,
     Rodendosi sè in sè tutto fellone,
     Perchè non s’era ritornar potuto,
     Com’egli avrebbe volentier voluto.

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50


E Telamon, che nel vide portare,
     L’aveva richiamato più fïate,
     Credendol far gridando ritornare,
     Ma non eran le sue voci ascoltate
     Da lui, che non sapea dove s’andare,
     Sì le sue posse s’eran dileguate
     Pel ricevuto colpo duro e forte,
     Che forse ad altri avria data la morte.

51


Ammeto sopra Foleone ardito
     Del buon Sicheo seguitò la schiera,
     Con un baston d’acciaio chiaro e forbito
     Si fe’ conoscer qual nell’arme egli era;
     E ’l buon Apollo ben l’aveva udito,
     Quando gli porse l’umile preghiera:
     Perchè fra tutti aspramente correndo,
     Si fe’ far luogo col baston ferendo.

52


Esso ferìo d’Amintor Fenice,
     E l’abbattè, e l’ardito Linceo,
     E dopo lui Eurizio infelice,
     E dopo essi il dolente Pelopeo:
     E se ciò che l’antica fama dice
     È vero, Ditestio ferì e ’l buon Tideo:
     E ta’ cose facea, che ammirazione
     A chi ’l vedeva dava con ragione.

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53


E ’n poca d’ora tanto fatto avea,
     Che quasi in volta parte n’avea messi;
     Di che Arcita molto si dolea,
     E quasi che sconfitto allor vedessi:
     Ma nol sofferse, anzi ver là correa,
     Aspreggiando il caval con sproni spessi;
     E fier si mise ad Ammeto davanti,
     Che giva i suoi cacciando tutti quanti.

54


Quivi si cominciò l’aspra battaglia,
     E’ ferri eran mezzan della tencione,
     Ammeto colli suoi buon di Tessaglia
     Facevan franca e buona difensione:
     Nè mica dimostravan ch’a lor caglia
     Di rivedere o paese o magione,
     Anzi mostravan lor le morti care
     Pria che volessero indietro tornare.

55


Nè già Arcita dagli suoi Dircei
     Era peggio d’Ammeto seguitato;
     Onde di parte in parte fra’ Lernei
     Era di molto male adoperato:
     Quegli ’l sapieno, che gridando, omei,
     Cadevan sanguinosi d’ogni lato;
     E lungo ed aspro fra loro il ferire
     Fu più assai ch’io nol potre’ dire.

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56


Quivi era Aschiro al gran Chiron nipote,
     Che poi nudrì Achille piccioletto,
     Al qual, quantunque Iddii nell’alte rote
     Con Giove regnano, erano in dispetto,
     Costui con furia qualunque percuote,
     Nè ’l viver più non gli ha luogo rispetto,
     E del monte Ossa Filaro crudele
     Era con lui, e di Pindar Linfele.

57


Allo scontro de’ qua’ Cremisso venne,
     E vennevi Anfion sopra Permesso
     Nato, e ciascun per forza li ritenne:
     E ’l Parnaso Cirreo v’era con esso
     Del Calidone quanto si convenne
     Armato, e sì in quel bisogno espresso
     Adoperar, che la foga di quelli
     Ristette, e furo offesi alquanti d’elli.

58


Ma mentre in tal contasto si sudava,
     Ida leggier più ch’altro prestamente
     Del suo destriere in terra dismontava,
     E di dietro ad Arcita destramente
     Sopra la groppa armato si gittava,
     Credendo lui ritener fermamente;
     E sì faceva el, ma e’ fu corto
     L’avviso, perchè Arcita ne fu accorto.

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59


El s’avvisava di Arcita pigliare
     Di dietro per le braccia molto stretto,
     E il cavallo ad un’ora speronare
     Per portarnel tra’ suoi; ma ciò effetto
     Non ebbe, chè Arcita, nel montare
     Di lui, l’un braccio alzò, e poi ristretto
     Coll’altra mano il freno, il buon destriere
     Rivolger fe’ in ver delle sue schiere.

60


Sì ch’Ida dietro per iscudo gli era,
     Il qual, lui forte abbracciato strignendo,
     Volea tirar colla sua forza fiera
     In terra del caval, ma non potendo,
     E lui veggendo già nella sua schiera,
     Per iscampo di sè volle scendendo
     Fuggir di lì, e fra’ suoi ritornare:
     Ma non potè com’egli avvisò fare.

61


Perocchè l’un delli suoi sproni prese
     Del destrier la coverta ventilante;
     Sicchè col piè impacciato, quando scese,
     Rimase, e gire non potè avante,
     Ma in terra cadendo e’ si distese;
     Onde addosso gli furon tutte quante
     Le genti allor d’Arcita per pigliarlo,
     Ma i suoi si fero avanti per atarlo.

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62


Quivi era Archesto con altri Pisani,
     Li quali il preson per tirarlo a loro,
     Ed a caval riporlo; ma i Tebani
     Forte il tenean per lo busto fra loro:
     Onde co’ ferri vennero alle mani
     Sè percotendo agramente costoro;
     Altri il tiravan per lui riavere,
     Ed altri forte per lui ritenere.

63


E tal rissa era tra costor, qual venne
     Tra il gioviale uccello ed il serpente,
     Il quale i parvi nati di lei tenne:
     Quella di riavergli col tagliente
     Becco ricerca, aggiugnendoli penne;
     Questi solo a fuggire sta intendente
     Con essi, onde la briga cresce ognora,
     Mentre il serpente li presi divora.

64


Così era fra questi, ma Eleno
     Gridò: signori, se voi nol lasciate,
     Tra voi e noi qui lo straziereno:
     Ma non eran le sue boci ascoltate;
     Ond’egli insieme col fiero Parmeno,
     Gravanti scure nelle man recate,
     Feriro Archesto e Limaco sì forte,
     Ch’ad amenduo sentir fecer la morte.

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65


Gli altri per far di sè stessi difesa
     Lasciaron Ida quivi, e per vengiare
     De’ lor compagni la crudele offesa
     Cominciar colpi spietati a menare;
     Ma poco valse lor focosa impresa,
     Chè pure a Ida ne convenne andare
     Mal grado suo per prigione a posarsi
     Là dove gli altri lì vedeva starsi.

66


Poscia che Ammeto vide che scampato
     Quindi era Arcita maestrevolmente,
     E Ida per prigion n’era mandato,
     Turbato nell’aspetto fieramente,
     Inverso Dria co’ suoi ha speronato,
     Il quale la bandiera fortemente
     Tenea nel campo, e giusta suo potere
     S’ingegnò di volerla far cadere.

67


Ma ’l giovane con anima sicura
     Non si mutò, ma stretta l’abbracciava;
     E sostenendo la battaglia dura
     De’ colpi che Ammeto gli donava,
     A’ suoi gridava con solenne cura
     Che atasser lui, e gli rincoraggiava;
     Quivi Licurgo con gli suoi ardito
     Era a guardarla posto per partito.

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68


El tornò ’l suo caval verso d’Ammeto,
     E con lui fu il gran Pigmaleone:
     Nè alcuno si mostrò lì mansueto,
     Ma fiero più che mai alcun dragone;
     E dieron colpi assai, che pien di fleto
     Furono a chi sentì tale offensione;
     Nè si partì insieme la mislea,
     Per ciò che Ammeto pur fare intendea.

69


Quivi di spade e di baston ferrati
     Era sì grande la batosta e tale,
     Che molti ve ne furon magagnati,
     Nè stata v’era nel campo cotale:
     E’ Pegasei quasi erano avanzati,
     Perchè Ancelado corso a questo male,
     Co’ suoi raccolto, per costa ferío,
     E quasi quindi ciascun si fuggío.

70


Quivi rimase Anfiritós Nemeo,
     E Palerone che agli aspri cinghiari
     Già nelli boschi molta guerra feo;
     E tra gli sparti sangui negli amari
     Campi rimase il misero Nifeo,
     Ed altri ancora, non d’elli men cari:
     Ma non per tanto Ammeto non posava,
     Ma ’l suo proposto di far s’ingegnava.

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71


E’ ritornò ver Dria banderese,
     E solo abbattere il segno volea:
     Questi con forze e con diverse offese
     Verso Licurgo, che gliel difendea,
     Certava, di cui venne alle difese
     Peritoo tosto che questo vedea;
     E riscontrossi con Alimedonte
     Figliuolo stato di Eurimedonte.

72


E’ si feriron di tutta lor possa
     Su gli elmi colle spade, ed ispezzaro
     Parte di quegli: ma qual si move Ossa
     Per piccol vento, cotal si mutaro
     Di su i destrieri; ma quivi s’ingrossa
     L’ira, perchè più volte si toccaro;
     E fer maravigliar chi gli mirava,
     Tanto d’arme ciascuno adoperava.

73


Corsevi ancora Artofil Mirmidone
     Contra di Ammeto, ma il suo buon cavallo
     Gli mancò sotto, onde e’ fu prigione
     Dagli altri messo fuor senza intervallo;
     E gissene con esso Serpedone,
     Il quale aveva quivi lungo stallo
     Fatto, e abbattuto e scalpitato spesso
     Da qualunque ivi gli era andato presso.

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74


Questo vedendo Giapeto feroce,
     Che dall’alber fatale aveva tratta
     Forza durabil, pessima ed atroce,
     Poscia ch’Egina fu tutta disfatta,
     E di formiche si rife’ veloce,
     Com’ebbe a Eaco sua orazion fatta,
     Corse ferendo tanto furïoso,
     Quanto per piova è rivo ruinoso.

75


E Dromone il seguì, il qual solea
     Di Calidonia le grotte cercare;
     E Cinfalio con lui, e ’l buon Finea,
     E ’l fier Crisippo, credendosi fare
     Ciò che il loro poter non concedea,
     Ciò era il buono Artifil racquistare;
     Perchè incontro a loro Illariseo
     Uscì con molti armati con Doneo.

76


Aveva lungamente combattuto
     Peritoo e Ammeto, e veramente
     L’un di lor due sarie stato tenuto,
     Se e’ non fosse per la molta gente
     Che venne a dare a ciascheduno aiuto,
     Ma pure a Peritoo massimamente,
     Perch’era stanco, viepiù bisognava
     Che ad Ammeto, ch’ancor fresco stava.

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77


Lì venne il buon Leonzo Crimeone,
     E l’Epidaurio Doricone ancora,
     E ciaschedun di ferro un buon bastone
     Portava, e ben per sè ciascun lavora,
     E Amincor di Leleggia a ragïone
     Di Peritoo l’affanno ristora,
     E Fizïo, Filacido, e Sifero,
     Ch’alcuna lena a Peritoo renderò.

78


Così per lungo spazio combattendo
     Givano alcuni, ed altri, per vigore
     Maggior pigliar, si givan ritraendo:
     Fra’ quali Arcita, asciugando il sudore,
     Che sanguinoso gli gia trascorrendo
     Giù per lo viso, della calca fore
     Alquanto s’era tratto, e riprendea
     Un poco lena, siccome potea.

79


Ma mentre che prendeva tal riposo
     Così nell’armi, alquanto gli occhi alzati
     Gli venner là dove il viso amoroso
     Vide d’Emilia, e’ begli occhi infiammati
     Di luce tanto lieta, che gioioso
     Facien qualunque a cui eran voltati,
     E tutto in sè tornò quale in prim’era,
     Siccome fior per nuova primavera.

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80


E quale Anteo quando molto affannato
     Era da Ercol con cui combattea,
     Come alla Terra sua madre accostato
     S’era, tutte le forze riprendea;
     Cotal Arcita molto fatigato,
     Mirando Emilia, forte si facea:
     E vie più fiero ritornò a fedire
     Che prima, sì e’ lo spronò il desire.

81


Esso ferì tra la gente più folta,
     E colla spada si fece far via;
     E questo qua, e quello là rivolta,
     Costui abbatte, e quell’altro ferìa:
     E combattendo dimostra la molta
     Prodezza che Amor nel cor gli cria:
     E’ non ne giva nullo rispiarmando
     Ma come folgor tutti spaventando.

82


Egli abbattè Aschiro, e Piragnone,
     E dopo loro il ferigno Cefeo,
     E Letalo e Cheron di Pleurone,
     E ’l gran cavalcatore Eurimeteo,
     E Filon poi nipote a Palemone
     A cui doglia di morte sentir feo,
     Tal colla spada in sul capo gli diede,
     Che per morto sel fe’ cadere a’ piede.

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83


Poi sen gì oltre, e costui stordito
     Rimase in terra lì villanamente:
     Ma poi che fu di stordigione uscito,
     Con boce fioca dolorosamente
     Disse: va’ oltre, cavalier ardito,
     Col primo agurio della nostra gente,
     E cota’ baci Emilia ti dea spesso,
     Qual tu m’hai dato: e giù ricadde adesso.

84


Similemente Eurimeteo dicea,
     Il qual di sangue avea la faccia sozza;
     Ma le parole più rotte porgea,
     Perocchè era ferito nella strozza;
     Laonde forte seco si dolea,
     Tal di quel colpo sentiva la ’ndozza,
     Dicendo: se tuo padre t’aspettasse,
     Qual m’hai concio vorrei ti ritrovasse.

85


Maraviglie faceva il buono Arcita
     In qua in là per lo campo correndo,
     E con gran voci le sue schiere aita,
     Or questo or quello andando soccorrendo,
     E ciascheduno a bene oprare invita,
     Che vede lui così andar ferendo,
     E d’altra parte facea il simigliante
     L’ardito Palemon prode ed atante.

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86


Dopo il crudele e dispietato assalto,
     Orribile per suoni e per fedite,
     Lì fatto prima sopra il rosso smalto,
     Si dileguaron le polveri trite;
     Non tutte, ma tal parte, che da alto
     Ed ancora da basso eran sentite
     Parimente e vedute di costoro
     L’opere e ’l marzïale aspro lavoro.

87


Il sangue quivi de’ corpi versato,
     E de’ cavalli ancor similemente,
     Aveva tutto quel campo innaffiato,
     Onde attutata s’era veramente
     E la polvere e ’l fummo: imbragacciato
     Di sangue era ciascun destrier corrente,
     O qualunque uomo vi fosse caduto,
     Benchè a caval poi fosse rivenuto.

88


Ciascuno aveva i ferri sanguinosi,
     E ’l viso rotto e l’armi dispezzate:
     E’ più morbidi aspetti rugginosi
     Eran di vero, e le veste squarciate:
     E’ cavalli non eran orgogliosi
     Come solieno, e le schiere scemate
     Erano assai, e scemavano ognora;
     Tanto di cuore ognuno a ciò lavora.

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89


Miravagli ammirando il grande Egeo
     Con vista aguta del suo real loco;
     E ’l simile faceva ancor Teseo,
     Tutto nel viso rosso come foco,
     Tanto il disio del combatter poteo;
     Di che più volte si tenne per poco:
     Esso vedeva e conosceva aperto
     Qual di lor fosse più nell’armi sperto.

90


E similmente assai chiaro notava
     L’opere di ciascuno e ’l suo fedire;
     E chi la morte per onor cercava,
     E chi teneva per gloria ’l morire:
     E chi più arte alla battaglia usava,
     E chi aveva più o meno ardire,
     E chi schivava, e chi faceva niente,
     Tutto vedeva in sè tacitamente.

91


E spesso giudicava la dubbiosa
     Battaglia, e ’l fin di quella seco stesso:
     Ma non poteva fermo di tal cosa
     Giudicio dar, sì si mutava spesso
     Il caso d’essa, che non men noiosa
     Di lontano era che fosse da presso;
     E ’n general per prodi e per valenti
     Lodava seco tutti i combattenti.

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92


Egli avie seco li prigion chiamati,
     E de’ lor casi con lor si dolea;
     E come volle quivi disarmati
     Seco ciascun reverente sedea,
     Tenendo dell’affar diversi piati;
     Chi questi, e chi quegli altri difendea,
     Ma tututti dicean che alcun vantaggio
     Non vi vedean, ma eran d’un paraggio.

93


Ippolita con animo virile
     La doppia turba attenta rimirava:
     Nè già fra sè ne teneva alcun vile,
     Anzi d’alta prodezza gli lodava;
     E s’egli avesse il suo Teseo gentile
     Voluto, arme portarvi disiava,
     Tanto sentiva ancora di valore
     Di quella donna il magnifico core.

94


Emilia rimirava similmente,
     E conosceva ben fra gli altri Arcita,
     E Palemone ancora combattente;
     Ed attonita quasi ed ismarrita
     Fiso mirava quella marzial gente:
     E quante volte vedea dar fedita
     A nullo, o che e’ fosse in terra miso,
     Tante color cangiava il chiaro viso.

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95


E sempre in sè dimorava dubbiosa
     Non colui fosse Arcita o Palemone:
     E con voce soave assai pietosa
     Dava agl’iddii divota orazïone:
     Ciò che vedeva o udiva noiosa
     Nell’animo le dava mutazione,
     E tutta impalidita nell’aspetto
     Che ella non foss’essa avria l’uom detto.

96


Questa con seco talora dicea:
     Oimè, Amor, quant’hai male operato!
     I’ non ti vidi, e non ti conoscea,
     Nè costor similmente in alcun lato;
     Nè per lor venni, nè data dovea
     Esser a loro, e non l’avea pensato
     Teseo giammai: ma tu e la fortuna
     A tal m’avete recata qui una.

97


E se tu pur volevi il tuo ardore
     In altrui porre per la mia bellezza,
     Potevil fare, e con lieto colore
     Addomandarmi far da sua grandezza:
     Perocchè io non son di tal valore,
     Che per me si convenga ogni prodezza
     Mostrar che posson molti: oimè amara!
     Che da vender non fui cotanto cara.

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98


Deh quanto mal per me mi diè natura
     Questa bellezza, di cui pregio fia
     Orribile battaglia, rea e dura,
     Che qui si fa sol per la faccia mia;
     La quale avanti ch’ella fosse, oscura
     Istata sempre volentier vorria,
     Che tanto sangue per lei si versasse,
     Quanto qui veggio nelle parti basse.

99


Oimè Amore! con che agurio omai
     In camera di qualunque costoro
     Entrerò io, se non d’eterni guai?
     L’anime dolorose di coloro,
     Che a torto per me muoion, non fien mai
     Senza disio di mio dolore e ploro,
     E sempre attente mi spaventeranno,
     E faran festa di ciascun mio danno.

100


O quante madri, padri, amici e frati,
     Figliuoli ed altri me maladicendo
     Davanti all’are staranno turbati,
     Da’ loro Iddii i miei danni chiedendo!
     E fien da lor con diletto ascoltati
     Se gli averanno, e dell’altro piangendo
     Essi gl’iddii infesteranno forte,
     Che dannata sarò a crudel morte.

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101


Oh che duro partito è quello a ch’io,
     Misera, son venuta per amore,
     Di cui giammai non mi scaldò disio,
     E senza colpa ne sento dolore!
     O sommo Giove, deh diventa pio
     Di me, che sol nel tuo sommo valore
     I’ spero per soccorso del mio male,
     Più ch’altro grieve, se di me ti cale.

102


E s’io dovea pur per Marte donata
     Essere a sposo, vie minore affanno
     Che questo bisognava, ove assembrata
     Cotanta gente non è senza danno.
     Andromeda fu solo liberata
     Da Perseo, quando e’ l’ebbe senza inganno:
     Ed esso al mostro s’oppose marino
     Poi fu atato dal coro divino.

103


Borea sol n’andò in Etiopia
     Ed ebbe Ortigia, tanto seppe fare:
     E Pluto, che patia di moglie inopia,
     Sol se la seppe in Cicilia furare:
     Ed Orfeo della sua n’ebbe pur copia,
     Tanto sol seppe umilmente pregare:
     Ed Atalanta ancor fu guadagnata
     Da un, da cui fu nel corso avanzata.

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104


Io sola son con le forze di molti
     Chiesta da due, mentre ch’io son mia;
     E qui dinanzi a me gli veggio accolti,
     Ed iracondi la lor fellonia
     L’un verso l’altro con colpi disciolti
     Veggio mostrar, per la lor gran follia:
     Nè so ancor di chi esser mi deggia,
     Tanto di par mi par ch’ognun mi chieggia.

105


Ed or pur fosse la mia mente all’uno
     Col disio appoggiata e mi piacesse;
     Ma tanto è bello e nobile ciascuno,
     Ch’io non so qual di loro m’eleggesse,
     Sed e’ mi fosse detto da alcuno,
     Che qual volesse in isposo prendesse;
     Così in amorosa erranza posta
     Mi lascia Amor, perchè più non gli costa.

106


Io sto di ciascun d’essi sospettosa,
     E di ciascuno il mal temo e ’l dannaggio:
     E pur son certa che vittorïosa
     Fie l’una parte; e non so col coraggio
     Qual’io m’aiuti, o di qual io pietosa
     Diventi, o di qual fosse danno maggio
     Se la perdesse: l’uno e l’altro miro,
     E per ciascuno egualmente sospiro.

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107


Nè mi vien all’orecchie Pegaseo
     Alcuna volta dagli suoi chiamato,
     Ch’io non divenga qual si fa Rifeo
     Per le sue nevi dal sol riscaldato:
     Ed il gridar Asopo ancor mi feo
     Parer più volte col viso cangiato:
     Nè veggio nullo, e sia qual vuol, cadere
     Che non mi senta l’animo dolere.

108


Deh or gli avesse pur Teseo lasciati,
     Quando noi gli trovammo nel boschetto,
     Combatter soli: almen diliberati
     Sariensi in lor di me, e con diletto
     Avrebbe l’un gli abbracciar disiati
     Di me, tenendol nel suo cor distretto
     Senza scoprirsi; ed io non sentiria
     Per lor nè ira nè malinconia.

109


Così m’hai fatto, Amore, e più non posso,
     E senza amore innamorata sono:
     Tu mi consumi, tu mi priemi addosso,
     Per colpa degna certo di perdono:
     Tu m’hai il cor dolorosa percosso
     Con disusato e non saputo trono;
     Ed or fossi pur certa che campasse
     L’un d’essi due, e sposa men portasse.

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110


Così la giovinetta in sè dicea,
     Mirando fuor di sè le cose dire,
     Che l’un baron contra l’altro facea
     Nel campo, acceso di troppo disire:
     E l’altro popol che questo vedea,
     Chi gioia ne sentiva, e chi martíre:
     E ciasehedun con voci confortava
     Alto gridando quel che più amava.

111


La battaglia era a pochi ritornata,
     Chi qua chi là per lo campo scorrendo:
     E quasi già (sì la gente affannata
     Era l’un l’altro per forza ferendo)
     Che poco potien più, ma spessa fiata
     Di patto fatto si gien sostenendo:
     E quasi pari ciascun del partito
     Per istanchezza, si ristava attrito.

112


Ma Marte riguardava d’alto loco,
     E Venere con lui, i combattenti;
     Il qual poi vide intiepidire il foco
     Che facea prima gli animi ferventi,
     E le spade chetarsi a poco a poco,
     E stanchi vide i buon destrier correnti:
     Pieno d’ira e di cruccio lì discese,
     E con parole tali Arcita accese,

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113


In forma rivestito di Teseo:
     Ahi villan cavalier, falso e fellone,
     Quel codardia qui fermar ti feo?
     Non vedi tu combatter Palemone,
     E per dispetto nomarti Penteo,
     Dicendo ch’intendevi a tradigione
     Sott’altro nome Emilia possedere,
     La quale egli in aperto crede avere?

114


E detto questo, trascorse la schiera
     D’Arcita con parole accese d’ira,
     E sì focoso fe’ qualunque v’era,
     Che veder parve a tutti cosa mira,
     Ed Arcita infiammato come egli era,
     Ogni riposo lasciando, si tira
     Colla sua spada in man, mostrando ch’esso
     Non fosse quel che si posava adesso.

115


Agamennone il seguì animoso,
     E Menelao Polluce e Castore,
     E Peritoo appresso valoroso,
     E con Cromis ancora il buon Nestore:
     Nè cura avendo di nessun riposo,
     Ver Panto dirizzaro il lor valore;
     E lui per forza aspramente pigliaro,
     E la bandiera in braccio gli tagliaro.

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116


Ma loro uscì incontro Palemone,
     Fiero ed ardito con Ammeto a lato,
     Li qua’ seguiva il feroce Almeone,
     Ed Ancelado, e Niso trasmutato
     In ira di riposo: e Alimedone
     A quell’incontro fu forte piagato;
     E cominciar la battaglia sì fiera,
     Che tal non fu veduta qual quell’era.

117


E benchè fosson fieri ed animosi,
     Ed al morir più che a vergogna dati,
     Tacili alquanto, e ne’ cor paurosi
     Divenner, poi con lor si fur scontrati,
     Perchè augusti più e poderosi
     Parean lor gli avversarii ritornati:
     Ma nondimen durava la mislea
     Crudele e fiera quant’ella potea.

118


Combattea Palemone arditamente
     Con Menelao, e Cromis combattea
     Con Almeon, ciascuno assai possente,
     E Alimedon contra Nestor tenea:
     Ma ’l fiero Arcita valorosamente
     Vincere Ammeto per forza volea:
     Licurgo contro Niso avea ripresa
     Battaglia, ed e’ faceva gran difesa.

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119


E così insieme gli altri combattieno
     Tutti nel campo raccesi a battaglia,
     E lungo assalto tra lor mantenieno
     Ciascun di cacciar l’altro si travaglia;
     E mentre in guisa tal le cose gieno
     Cadde di Foleon quel di Tessaglia;
     E Peritoo pur vi fu abbattuto,
     E dagli Asopi forte ritenuto.

120


Cromis aveva sì stanco Almeone,
     Cile non poteva più, ma si tirava
     Indietro, ma di Cromis il roncione,
     Ch’ancora che solea si ricordava
     Gli uomin mangiar, pel braccio Palemone
     Co’ denti prese forte, e sì l’aggrava
     Col duol, che ’l fece alla terra cadere,
     Mal grado ch’e’ n’avesse, e rimanere.

121


E quale il drago talora i pulcini
     Dell’aquila ne porta renitenti,
     O fa la leonessa i leoncini
     Per tema degli aguati delle genti;
     Così faceva quel vibrando i crini,
     Forte strignendo Palemon co’ denti;
     Cui egli aveva preso in tal maniera
     Che maraviglia avea chiunque v’era.

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122


E se non fosse ched egli fu atato
     Da’ suoi avversi, il caval l’uccidea;
     A cui di bocca appena fu tirato,
     E tratto fuor della crudel mislea,
     E senza alcuno indugio disarmato
     Per Arcita, che l’arme sue volea
     Per offerirle a Marte, se avvenesse
     Ch’a lui il dì il campo rimanesse.

123


Se Palemone allora fu cruccioso,
     Soverchio qui saria a raccontare,
     E però di narrarlo mi riposo,
     Ottimamente il può ciascun pensare:
     Egli era alla sua vita invidïoso,
     E quasi si voleva disperare:
     E ben si crede del tutto perduta
     Aver d’Emilia la speranza avuta.

124


Essa a ciò riguardava assai dolente:
     E sappiendo qua’ patti eran fra loro,
     Già d’Arcita credendo veramente
     Esser l’animo suo, senza dimoro
     A lui voltò, e divenne fervente
     Dall’amor d’esso; e già per suo ristoro,
     Per lui vittoria pietosa chiedea,
     Nè più di Palemon già le calea.

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125


Così le fece, il subito vedere
     Di cui esser credea, pensier cangiare:
     Ciascun si guardi adunque di cadere,
     E del non presto potersi levare,
     Se non gli è forse caro di sapere
     Chi gli è amico, o chi amico pare;
     Colui che ’n dubbio davanti era amato,
     Ora con certo core è abbandonato.

126


Or loda seco Emilia la bellezza
     D’Arcita tutta e ’l nobil portamento;
     Or le pare più somma la prodezza
     Di lui, e troppo maggior l’ardimento;
     Or crede lui aver più gentilezza,
     Or più cortese il reputa l’un cento;
     Là dove prima le pareano eguali,
     Or le paion del tutto diseguali.

127


Ora preso partito, ed appagata,
     Dagl’iddii tiensi d’avere il migliore;
     E già d’Arcita si dice sposata,
     E già gli porta non usato amore
     Occultamente, e già spessa fïata
     Pregò gl’iddii per lo suo signore,
     E con nuovo disio il va mirando
     L’opere sue sopra tutto lodando.

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128


Già le rincresce il combatter che fanno
     Più lungo, e fine a quel tosto disia:
     E già con nuova cura teme il danno
     D’Arcita più che non faceva in pria:
     E di lui pensier nuovi al cor le vanno,
     Li qua’ davanti punto non sentia,
     E sol d’Arcita l’immagine prende,
     E sè lascia pigliar, nè si difende.

129


L’aspra battaglia stata infino allora,
     Poscia che vider preso Palemone,
     Ed Ammeto abbattuto in terra ancora,
     E sopra lor più fiero Agamennone
     Videro, e gli altri, ciascun si discora,
     E lievemente si dà per prigione:
     Nè valse a Palemone il suo gridare,
     Tenete il campo, che ’l volesson fare.

130


Laonde Arcita in poca d’ora prese
     Co’ suoi di quelli tiepidi pugnanti;
     Il che vedendo tutto si raccese,
     Siccome soglion far sempre gli amanti,
     Se dubbiosa speranza mai gli offese,
     Quando certa ritorna a’ disianti
     Secondo il lor disio, e valoroso
     Il campo circuiva vittorioso.

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131


E lieto i suol andava raccogliendo,
     Benchè pochi rimasi ve ne avesse,
     E colla spada in mano ancor ferendo,
     Se alcun vi fosse che contra dicesse
     Alla vittoria sua, e sì facendo
     D’allegrezza parea tutto godesse:
     E giù volea il cavallo ritenere,
     Avendo tutto vinto al suo parere.