La lettera di G. Boccaccio al Priore di S. Apostolo/Correzioni

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Al reverendissimo padre D. Marco Giovanni Ponta

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CORREZIONI


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Pag. 1. «Certo io mi doglio: perocchè non sempre ad onesto uomo si confà sparger quello ch’essa verità patirebbe, acciocchè non paia in istimolo aver rivolta la lingua, e mentre ch’egli dice il vero sia riputato maldicente.» Le parole ch’essa verità patirebbe non danno alcun senso: talchè parmi chiaro che qui è lezione errata e lacuna. Credo però che sia facile tanto di emendar la lezione, quanto di empiere la lacuna, scrivendo così: Perocchè non [p. 11 modifica]sempre ad onesto uomo si confà sparger quello ch’e’sa, e di cui alcuno per la verità patirebbe.

Ivi. «Ma perciocchè la innocenza si debba difendere, ed io sono offeso e accusato, ho da venire in parole.» Direi si debbe, avendo poi detto io sono.

Ivi. «Di quindi aggiugni, quasi adirato, ch’io sia subito.» Il di quindi è qui fuor di luogo, e dee dirsi quindi.

Pag. 2. «E benchè la pestilenza mi spaventi, o mi contrasti il caldo della state, utile tempo mi conforti ad aspettare: e per la tua fede affermi che al desiderio mio troverò ogni cosa apparecchiata.» Era il mese di giugno, e non ancor cessato nel regno lo spavento della pestilenza: e nondimeno il priore di s. Apostolo confortava il Boccaccio a mettersi in viaggio da Venezia, ove abitava ospite del Petrarca, dicendo esser quello appunto il tempo utile al suo ritorno in Napoli. Dunque si emendi: E benchè la pestilenza mi spaventi, e mi contrasti il caldo della state, più utile tempo mi conforti a non aspettare.

Ivi. «Oh se io volessi, ho che ridere, ho che rispondere.» Scrivasi: Ho, se io volessi, ho di che ridere, ho che rispondere.

Pag. 3. «Che diresti tu se, poichè queste cose son fatte, un anno grande fosse passato, conciossiachè non ancora il sole abbia perfettamente compiuto il cerchio suo? A Messina, in quei dì che il nostro re Lodovico morì, di questo mio infortunio si fece parola.» Dice qui il Boccaccio, che intorno alle cose, delle quali egli si lamentava, invano poteva il priore di s. Apostolo rispondere: Non me ne [p. 12 modifica]ricordo: perchè non sogliono le cosa fresche così subito cadere della memoria. E che diresti tu, gli aggiunge, se invece un anno grande (cioè un periodo di quattro anni) fosse passato, quando non ti ricorsi de’ fatti avvenuti non ancora compiuto un anno solare? La lezione adunque di questo passo è buona nel testo: e male ha fatto il Gamba a pentirsene nell’errata corrige a piè del libro, e di proporre di scrivere anzi così: Che diresti tu se, poichè queste cose son fatte, un anno grande fosse passato? Conciossiachè non ancora il sole abbia perfettamente compiuto il cerchio suo, a Messina, in quello dì che il nostro re Lodovico morì, di questo mio infortunio di fece parola. Buona è però l’emendazione in quello dì, invece d’in quei dì.

Ivi. «Oh buono Dio! ecco se, non sapendo io, del fiume di Lete assaggiasti (forsechè che n’assaggiasti); e se non n’assaggiasti, tu ti dovevi ricordare delle lettere di Sicilia a me scritte di mano del tuo messer Mecenate, egregio albergo delle muse, con quanta instanzia io sia in quelle chiamato, con quante promesse acciocch’io venga.» Il senso, come ognun vede, corre assai male nelle prime due righe: sicchè io proporrei (considerata l’incredibile bestialità de’ copisti che mostrasi in tutto il testo) di emendare così: Oh buono Dio! Ecco tu, e non io, del fiume di Lete assaggiasti. Forsechè n’assaggiasti? E se non n’assaggiasti, tu ti dovevi ricordare delle lettere di Sicilia a me scritte di mano del tuo messere Mecenate, egregio albergo delle muse, con quanta instanzia io sia in quelle chiamato, con quante promesse, acciocch’io venga. [p. 13 modifica]

Ivi. «Ma acciochè io, che so tutto, dica qualche cosa, confesso spontaneamente che io fui alquanto in pendente, leggendo le lettere tue.» Deve dir lettere sue, com’è chiaro dal senso.

Pag. 4. «Me nè la promessa, nè ’l venire i conforti tuoi sospinsono.» Sia pur lode questa volta al Gamba, che ottimamente ha corretto in nota questo non picciol guasto, proponendo di scrivere: Me non la promessa, ma al venire i conforti tuoi sospinsono.

Pag. 6. «Intra queste cosa risplendenti era ed è una breve particella, attorniata e rinchiusa da una vecchia nebbia, e di tele di ragnolo e di secca polvere disorrevole, fetida e di cattivo odore, e da essere tenuta a vile da ogni uomo quantunque disonesto.» Non particella, ma stimo doversi dir cella: e forse una breve e povera cella. Quanto a nebbia, credo esser qui dette metaforicamente in vece di muffa: e noi vedremo di qui a poco che disse anche bicchieri nebbiosi.

Ivi. «In questa io, siccome nella conceduta parte della felicità grandissima quasi nocivo, non come amico dalla lunga, sono mandato a’ confini.» Dopo grandissima vuol porsi virgola.

Ivi. «Per tuo comandamento fatto, già tenendo noi mezzo novembre, ed ogni cosa aggranchiata per l’aire fresca e contratta, e stante la pestilenza: ed intorno ogni cosa tenendo sopra il solaio di sasso uno letticciuolo pieno di capecchio, piegato e cucito in forma di picciole spere, ed in quell’ora tratto di sotto a un mulattiere, ed un poco di puzzolente copertoio mezzo coperto, senza piumaccio, in una cameruccia aperta di più [p. 14 modifica]buche, quasi a mezza notte, a me, vecchio ed affaticato, è assegnato, acciochè insieme col mio fratello mi riposassi.» Può darsi imbroglio maggiore? Ma tuttavia, se non erro, ecco la lezione se non certa, almeno più ragionevole: Per tuo comandamento (già tenendo noi mezzo novembre, ed ogni cosa essendo aggranchiata per l’aere fresco e contratta, e, stante la pestilenza, intorno ogni cosa temendo) sopra il solaio di sasso uno letticiuolo pieno di capecchio, piegato e cucito in forma di picciole spere ed in quell’ora tratto di sotto a un mulattiere, e d’un poco di puzzolente copertoio mezzo coperto ec., a me vecchio e affaticato è assegnato, acciocchè insieme col mio fratello mi riposassi.

Pag. 7. «Forsechè non più splendidamente ad Alba per addietro fu Perseo da’ romani, e da’ tiburzi Siface, per addietro chiarissimo re, allora prigioni, ricevuti sono.» Emenderei: Forsechè non più splendidamente ad Alba Perseo da’ romani, e da’ tiburti Siface, per addietro chiarissimi re, allora prigioni, ricevuti furono.

Pag. 8. «In questa medesima sentina al disorrevole letticciuolo si aggiugne l’ordine domestico de’ desinari.» Vuole il senso che scrivasi, si aggiunse.

Ivi. «A quelli che in quella casa reale entravano, tessuta di travi dorate, coperta di bianco elefante, (trista battaglia con le cose contrapposte al vedere, al gusto ed all’udito!) si vedeva in un canto una lucernuzza di terra con un solo lume mezzo morto; ed a quello con poco olio, della vita trista è continua battaglia!» Qui tutto è [p. 15 modifica]sproposito. Veggano i pratici di queste cose se la lezione per avventura potesse esser questa: A quelli che in quella casa reale entravano, tessuta di travi dorate, coperta di bianco elefante, trista battaglia con le cose contrapposte facevasi al vedere, al gusto e all’udito. Si vedeva in un canto una lucernuzza di terra con un solo lume mezzo morto, siccome quella ch’era con poco olio: della vista trista e continua battaglia.

Ivi. «Dall’altra parte era una tavoletta di grosso e putido canovaccio da’ cani ovvero dalla vecchiaia tutto roso, non da ogni parte pendente, e non pienamente coperta, e di pochi e nebbiosi ed aggravati bicchieri fornita.» Non so che sieno i bicchieri aggravati: quantunque abbia loro dato corso anche la crusca là dove al vocabolo nebbioso reca questo esempio. Forse dovrà dire aggravanti, o sia pesanti: o meglio gravosi, cioè che rendono mal odore (graveolentes); della qual parola il Cesari ed il Manuzzi non hanno trovato che la sola autorità dell’Alamanni. Il passo ci è anche dato dal Gamba con pessima ortografia, la quale emenderei così: Dall’altra parte era una tavoletta, di grosso e putido canovaccio (da’ cani, ovvero dalla vecchiezza, tutto roso, e non da ogni parte pendente) non pienamente coperta ec.

Ivi. «E di sotto alla tavola, in luogo di panca, era uno legnerello manco d’un piè; credo nondimeno che questo fosse fatto avvedutamente, acciocchè accordante in sul riposo di coloro che sedeano, con la letizia delle vivande agevolmente non si risolvessono in sonno.» Avrà forse saputo il Gamba che cosa dir voglia questo acciocchè [p. 16 modifica]accordante in sul riposo di coloro che sedeano. Quanto a me, confesso candidamente di non saperlo: e penso quindi che debba scriversi così: Credo nondimeno che questo fusse fatto avvedutamente, acciocchè, accordante niun riposo, coloro che sedeano nella letizia (detto ironicamente) delle vivande agevolmente non si risolvessero in sonno.

Pag. 9 «E posto che nel focolare nullo fuoco avesse intorno, il fummo della cucina e’l lesso della vivanda occupava ogni cosa.» Il Gamba nell’errata corrige in fine del libro ha congetturato, che in vece di lesso debba forse scriversi lezzo. E parmi ragionevolmente. Ma doveva anche avvedersi che la virgola era a porsi dopo avesse, e prima d’intorno.

Ivi. «E quello che m’era gravissimo al vedere e all’odorato, era, mentrechè le mezzine e i vasi del vino quinci e quindi portavano, ed alcune volte rompessono, il rotto suolo immollando, e la polvere e’l vino co’ piedi in fango convertissono, di fetido odore riempivano l’aria del luogo.» La casa, ove facevasi il convito del gran siniscalco, era reale, tessuta di travi dorate, coperta di bianco elefante: non sembrami dunque possibile che il suolo vi fosse rotto. Io emenderei tutto il passo così: E quello che gravissimo al vedere e all’odorato era, mentrechè le mezzine e i vasi del vino quinci e quindi portavano, e’alcune volte li rompessero, e, tutto il suolo immollando, la polvere e’l vino co’ piedi in fango consertissono, sicchè di fetido odore riempievano l’aria del luogo.

Ivi. «Dopo questo, il prefetto della reale casa, sucido, disorrevole e non in abito discordante dalla casa, pochi e piccolini lumi portando in mano, gli [p. 17 modifica]occhi lagrimanti per lo fummo, con roca voce e colla verga dà il segno della battaglia.» Parmi che debba essere la vera lezione, con gli occhi lagrimanti per lo fummo.

Pag.10 «Ma nel cospetto mio sozza ed incomposita turba ruinava, senza comandamento aspettare, dove la fortuna gli concedeva.» Deve dirsi le concedeva.

Ivi. «Ed a mio dispetto spessissime volte verso costoro io voltava gli occhi, i quali quasi tutti io vedeva co’ nari del naso umidi, con le gote livide, con gli occhi piangenti in gravissima tossa esser commossi, dinanzi a se e a me marcidi e rappresi umori sputare.» I nari sono tal cosa in lingua italiana, che niun vocabolario ha voluto loro dar corso. Nè può infatti ammettersi, colla sola autorità del copista della lettera al priore di s. Apostolo, la mostruosa licenza di far mascolino quello che tutti i secoli hanno costantemente fatto femminino, anche per la gran ragione dell’origine latina della parola. A me pare fuori di dubbio, che il Boccaccio, o chi altro è l’elegante autore di questo scritto, non debba aver potuto commettere un ircocervo di simil fatta: e perciò senza scrupolo emendo, colle nari del naso umide, e do a tutto il passo questa lezione: Ed a mio dispetto spessissime volte verso costoro io voltava gli occhi: i quali quasi tutti io vedeva colle nari del naso umide, con le gote livide, cogli occhi piangenti, in gravissima tossa esser commossi, e dinanzi a se e a me marcidi e rappresi umori sputare.

Ivi. «Mezzo vestiti, quasi tutti di sottilissimi e manicati pannicelli, presso al ginocchio nudi, e [p. 18 modifica]disorrevoli e tremanti, scostumati, affannati, a guisa di fiere trangugiavano le vivande poste loro innanzi.» E’ chiaro che dopo vestiti non dee porsi la virgola. Forse prima di presso al ginocchio manca un fino.

Ivi. «Che dirò de’ vasi boglienti per porre i cibi, simili a quelli del grande Antioco re d’Asia e di Siria? Forse lo penserebbe un altro tirato da falsa fama: io non ti posso ingannare, chè ogni cosa avevi apparecchiato.» Se non erro, il passo dee punteggiarsi così: Che dirò de’ vasi boglienti per porre i cibi? Simili a quelli del grande Antioco, re d’Asia e di Siria, forse li penserebbe un altro tirato da falsa fama.

Pag. 11. «E se alcuno ve n’era di legno, nero e umido, e che sapeva e sudava del grasso di ieri, erano posti innanzi.» Emendisi, erane posto innanzi.

Ivi. «Il proposto della sala (come appresso a certi nobili per addietro vidi per consueto cibi apparecchiati quasi con la voce del banditore a denunziare l’anno precedente, acciocchè io non dica il mese e’l dì) ti mostrava l’ordine del seguente, il quale dal cuoco era osservato.» Scriverei in vece: Il proposto della sala (come appresso a certi nobili per addietro vidi per consueto i cibi apparecchiati quasi con la voce del banditore a denunziare) l’anno precedente, acciocchè io non dica il mese e’l dì, ti mostrava l’ordine del seguente, il quale dal cuoco era osservato.

Pag. 12. «Così o troie spregnate, o colombi vecchi che arsi o mezzi cotti a’ cenanti si apparecchiavano, perchè, secondo l’autorità del re [p. 19 modifica]Ruberto, in nutrimento più forte si convertissono: ed oltre a questo, Esculapio, Apollo, ed ancora Ippocrate e Galeno queste interapeuticbe vivande non molto commendano, e spezialmente in questo pestilenzioso tempo.» Quell’ed oltre a questo non ha senso che qui corra bene. A me pare uno de’ soliti errori, e che debba dirsi, ad onta di questo, ch’Esculapio ec. E se alcuno arricciasse il naso all’avverbio ad onta, perchè nol trova con alcun esempio ne’ vocabolari della crusca e del mio egregio amico Manuzzi, sappia ch’è modo legittimissimo del trecento, ed è usato da fra Guido da Pisa ne’ Fatti di Enea, dove al cap. 45 del libro X si legge: La gente di Enea prese terra ad onta di Turno.

Ivi. «Io non aveva detto le quisquilie ed i picciolissimi pesciolini ancora a’ mendicanti lasciati, delli quali il dì del santo digiuno eramo pasciuti, cotti in olio fetido.» Parmi che dir debba, appena a’ mendicanti lasciati.

Pag. 13. «Perchè non dunque, se questo non era all’animo di Mecenate, non m’era negato l’andare?» Parmi che debba dirsi: Perchè dunque, se questo era l’animo di Mecenate, m’era negato l’andare?

Ivi. «Io non t’avrei chiesto vini di Tiro, ovvero di Pontico.» Scrivasi Ponto, i cui vini sono ricordati da Plinio.

Pag. 14. « Non le vivande degl’imperadori, non le piume di Sardanapalo, non i guanciali della reina Giunone, non il letto di porpora, non la casa d’oro di Nerone Cesare. » Qui la reina Giunone non parmi che possa stare: e stimerei doversi [p. 20 modifica]anzi dire la reina Didone, avendo forse in mente l’autore que’ versi del primo dell’Eneide:


Ivi. « Ma avrei io voluto quello che spessissimamente addomandai, cioè una casellina rimossa, dal romore de’ ruffiani garritori » Forse, e de’ garritori.

Pag. 15. « Confesso essere delle femmine le dilicatezze, e così essere degli animali bruti bruttamente vivere » Dicasi brutalmente.

Ivi. » Queste cose a me spesso promesse, perciocché solamente una volta non mi erano date, ed io quegli allettamenti sofferire non potessi, sono stato costretto di tornare ec.» Invece di non potessi scriverei forse non poteva.

Pag. 16. «Sai che, mentre quasi separato con l’ottimo giovane un pochetto mi ristorassi, con quante letteruzze e con quante ambasciate io fossi dal tuo Mecenate chiamato, acciocché insieme con tutt’i libri miei, quasi da parte, a lieto riposo alquanti dì divagassimo.» Credo che debba dirsi mi ristorava, anzichè mi ristorassi. Scrivo poi, senza niun dubbio: Acciocché insieme, con tutt’i libri miei quasi da parte, alquanti dì (seguo la miglior lezione del codice marciano) a lieto riposo vacassimo.

Ivi. « Tu ti puoi ricordare, non meno realmente quivi che nella Sentina io fussi ricevuto.» Manca assolutamente un come dopo ricordare: ed invece di realmente vuol dirsi forse reamente. [p. 21 modifica]Pag. 17. « Ed attorniato (il gran siniscalco) da una brigata di gentili uomini entrò nella mia cameretta, ogni abito della quale con uno agevole volgere d’occhio poteva ciascuno vedere: niuno ripostiglio era in quella, ogni cosa era in aperto.» Qui vuol dire il Boccaccio, che non essendo nella sua cameretta verun ripostiglio, poteva il gran siniscalco d’un solo sguardo vederne tutte le parti. Parmi dunque che non abito, ma sì debba scriversi alla latina adito, cioè la parte più riposta: comechè di questa significazione della voce adito non abbiasi esempio nel vocabolario della crusca.

Ivi. « Volesse Dio che almeno una delle lagrime da Cesare concedute al morto Pompeo avesse date: poichè esso vedeva quello ch’e’ desiderava: forse che arei io creduto, per pietà della indegna trattagione, essere suta conceduta, e più lungamente m’arebbe potuto schernire.» Scrivasi, se non erro, così: Volesse Dio che almeno una delle lagrime da Cesare concedute al morto Pompeo avesse date, poiché esso (Cesare) vedeva quello ch’e’ desiderava! Forse che arei io creduto, per pietà della indegna trattagione essere suta conceduta, e più lungamente m’arebbe potuto schernire.

Pag. 18. « E perchè di tuo officio era, non guattero, non fanticello alcuno vi rimase, che tu, apparecchiate le bestie (perchè il mare era tempestoso), non facessi molte sue cose portare » Parmi che debba dirsi: a chi tu, apparecchiate le bestie ec., non facessi molte sue cose portare.

Ivi. « A che dico io molte cose? tutte le masserizie furono portate via, infino ad uno sedile di [p. 22 modifica]legno ed uno orciuolo di terra.» Forse, e ad uno orciuolo.

Pag. 19. «Nè m’uscirà mai di mente, mentrechè io viverò, perchè tra noi mi sia doluto, me (quasi uno vile schiavo essere suto da te lasciato nel seno di Baia) primieramente essere suto chiamato di vetro.» Anzi scrivasi così: Nè m’uscirà mai di mente mentrechè io viverò, perchè tra noi mi sia doluto, me quasi uno vile schiavo essere suto da te lasciato nel seno di Baia, primieramente essere suto chiamato di vetro.

Pag. 20. « D’onde m’avevi tu ricolto? del loto o della feccia? D’onde m’avesti tu cavato? dalla prigione de’ servi? D’onde m’avevi tu tratto? de’ ceppi, o dalla puzza della prigionia?» La diligenza d’un editore avrebbe voluto che si scrivesse, della prigione de’ servi: della puzza della prigionia: e così anche: D’onde m’avevi tu cavato?

Pag. 21. «Per non mangiare il pane il quale si dovea dar a mangiare a’ figliuoli del mio oste cortese, e per non essere più straziato dal tuo Mecenate, conciossiacosachè più volte te l’avessi detto, con quella temperanza che io potei, al tuo grande domandata licenza, postochè dall’amico mio mi partissi, e partendomi, a Vinegia me ne venni, dove dal mio Silvano lietamente ricevuto fui.» Scrivasi: Con quella temperanza che io potei al tuo grande domandata licenza, tostochè dall’amico mio mi partii, a Vinegia me ne venni ec.

Pag. 22. Avverto che scrivesi indifferentemente nel libro schifiltà e schifeltà: secondo l’arbitrio de’ copisti. Io però porrei sempre schifiltà, non solo [p. 23 modifica]perchè di schifeltà non si ha altro esempio, ch’io sappia, ma perchè la prima è parola bella e comune.

Pag. 24. «Oltre a ciò non è a me, come a molti, sozzo ed abbominevole amore, fra gli omeri d’Atlante nel comportare ogni disonesta cosa.» Doveva il Gamba porre con sicurezza nel testo la correzione che ha posto in nota: Nè ho gli omeri di Atlante nel comportare ogni disonesta cosa.

Ivi. « A me è desiderio di onesta vita ed onore, al quale tolga Iddio che per così abbominevole scelleratezza io creda che si vada.» Scrivasi: A me è desiderio di onesta vita e di onore: al quale tolga Iddio che per così abbominevole scelleratezza io creda che si vada!

Pag. 25. «Ma dopo pochi dì, conciofussecosachè a Firenze fusse comparito, e domandando quelli che mandato lo avevano, che fusse cagione di sì subita tornata, disse ec.» Parmi che l’e prima di domandando sia d’avanzo.

Ivi. «Dirai ancora che io sia subito quasi ruinoso, e senza consiglio sia venuto a partirmi: e fai te dimentico, affermando te non sapere la cagione di esso.» Ragion vuole che debba scriversi così: Dirai ancora, che io sia subito, e quasi ruinoso e senza consiglio sia venuto a partirmi? E farai te dimentico, affermando te non sapere la cagione di esso?

Ivi. «E tu ora fingi di non sapere perchè partito mi sia, e chiamimi subito. Ma che è? Io farò ciò che tu vuoi, poichè più non posso esser ingannato.» Parmi che la vera lezione debba essere, se non erro: Io sarò ciò che tu vuoi, purché più non possa esser ingannato. [p. 24 modifica]Pag. 26. «Io non potea più patire i fastidiosi costumi del tuo Mecenate; se io dirò e’ tuoi, io non mentirò, nè il disonesto portamento.» Scrivasi: Io non potea più patire i fastidiosi costumi del tuo Mecenate (se io dirò e’ tuoi, io non mentirò) nè il disonesto portamento.

Ivi. «E se io non le scrivessi a te (le altre cose), veramente non le arei dette; tu nondimeno il serba teco.» Dicasi, le serba teco.

Ivi. «Se tu non perdessi al tutto con la coscienza la mente, tu il dovresti conoscere.» Dicasi, non perdesti.

Pag. 27. «Quante simili cose vuoi orribili occorrano in casa o fuori, non altrimente era da pietà mosso a’ miseri che’l servono d’aiuto, di consiglio, di parole o di fatti, che se eglino fussono o arabi, o indi, o bestie salvatiche.» Deve dire, non altrimente è da pietà mosso.

Ivi. « E quello ch’è segnale di più crudele animo, è, se esso vegga o senta gli amici infermi: non che gli aiuti, com’è usanza degli amici, o almeno di parole gli conforti; ma ec.» Correggasi: E, quello che segnale di più crudele animo è, se esso vegga o senta gli amici infermi, non che gli aiuti, com’è usanza degli amici ec.

Pag. 28. «E’ si dovrebbe ricordare Marco Marcello aver date lagrime alla infelicità de’ siracusani, e da questi pigliare, se a’ nimici dagli uomini chiari son date, quali siano dovute agli amici.» Dicasi da queste pigliare, cioè da queste lagrime.

Ivi. « Certamente per la clemenza nella fede e nel servigio si solidano gli animi degli amici, ed aumiliansi quelli de’ nimici: dove per la [p. 25 modifica]schezza e negligenza degli amici si partono.» Parmi che debba dire, gli amici si partono.

Pag. 29. «Per le quali (leggi) avviene che se alcuno » che con lui muoia ha alcuno avere, non ostante alcun testamento, esso solo erede si fa, schiusi ancora i creditori, se alcuni ne sono: affermando pure, che la necessità ’l richieggia; dover avere molto dal morto, benchè esso ancora debba dare al sepolto.» Direi: affermando, purchè la necessità il richieggia, dover avere ec.

Ivi. «E perchè se’ amico, e perchè ogni cosa si è nota, fedelmente il dirò.» Il senso vuole che scrivasi, sia nota.

Pag. 30. «Conciossiacosachè nulla al postutto faccia, se non fusse quello che per addietro di Domiziano cesare (che desiderava che le medesime cose di lui si dicessono ), cioè che con lo stile feriva le mosche.» Non ha dubbio che debba dirsi, che per addietro Domiziano cesare: e anche ferisce. E dopo pongo un punto, e non già due punti.

Ivi. «Ovvero che io creda piuttosto ec., che in guardaroba per suo comandamento si poneva una seggiola, e quivi, non altramente che nella sedia della sua maestà, vi sieda.» Deve dire, si pone, e si sieda.

Ivi. «E tra gli troppo discordevoli romori del ventre, ed il cacciar fuori del puzzolente peso delle budella, gran consigli si tengono.» Forse deve dir discorrevoli.

Pag. 3i. «Io mi ricordo, spesse volte, e molto più agevolmente (veggasi anche l’errata-corrige), e al sommo pontefice e a Carlo cesare e a molti principi del mondo avere avuto la entrata, e copia [p. 26 modifica]di parlare essermi conceduta, che appresso costui, per più ore, ponendo giuso il peso del ventre, e moltissimi uomini, per non dire degli altri, non poterono avere: veramente cosa abbominevole ed intollerabile troppo.» Emendo così: Io mi ricordo, spesse volte molto più agevolmente e al sommo pontefice e a Carlo cesare e a molti altri principi del mondo avere avuto la entrata, e quella copia di parlare essermi conceduta ec. Veramente cosa abbominevole ed intollerabile troppo!

Ivi. «Perocchè, mentre che esso crede che la usanza antica de’ re di Persia duri ancora, e pensa che per ascondersi dagli occhi degli amici, ovvero di lui bisognosi, ampliare la maestà del suo nome, guadagna la indignazione di molti.» Tutto sarà chiaro se si dirà, e pensa per ascondersi.

Pag. 32. «Ha costui così posto giù la memoria del suo primo stato, che egli non si ricorda quando mercatante venne a Napoli, d’uno fante solamente contento. E non fu questo ad Alba, fondando Ascanio, ovvero Silvio.» Dopo contento pongasi un punto interrogativo. Indi scriverei: E non fu questo ad Alba regnando Ascanio, ovvero Silvio: come a dire: Non fu questo in tempo che regnavano ad Alba Ascanio o Silvio suo figliuolo.

Pag. 33. «D’ond’è questa schifiltà intollerabili le da ogni uomo?» Lascio giudicare ad altri, se non sia meglio scrivere ad ogni uomo.

Ivi. «Non si ricorda questo tuo Mecenate avere letto, Xerse re di Persia avere coperta la terra di soldati e’l mare di navi per far guerra agli achei, da’ quali, rotto lui, tagliati e cacciati gli eserciti e per pestilenza consumali, il navilio distrutto, in [p. 27 modifica]una nave di pescatori presso al mare Ellesponto umilemente pregare i marinari che lo trasportassono di Europa in Asia?» Scrivasi così, e tutto diverrà chiaro in cotanta confusione di cose: Non si ricorda questo tuo Mecenate avere letto, Xerse re di Persia avere coperta la terra di soldati e ’l mare di navi per far guerra agli achei, da’ quali rotto, lui (tagliati e cacciati gli eserciti o per pestilenza consumati, e ’l navilio distrutto) in una nave di pescatori presso al mare Ellesponto umilemente pregare i marinari che lo trasportassono di Europa in Asia?

Pag. 33. « Non si ricorda avere letto di Policrate di Samia, che volendo non si poteva fare adirata la fortuna, per subita mutazione delle cose nel colle del monte Midalense d’Oriente, prefetto del re Dario, essere in croce confitto, ed in essa putrire?» Veramente grandi errori! Ma che colla ragione e con qualche pratica di lingua e di storia possono con certezza emendarsi così: Non si ricorda avere letto, Policrate di Samo (che volendo non si poteva fare adirata la fortuna) per subita mutazione delle cose nel collo (cioè nella sommità) del monte Micalense (o meglio Micale) da Orete, prefetto del re Dario, essere in croce confitto, ed in essa putrire? Ho lasciato stare prefetto del re Dario, perchè alcuni hanno creduto così: ma è certo, per l’autorità di Erodoto, che Orete, governatore di Sardi, fece crocifigger Policrate regnando Cambise.

Ivi. « Non si ricorda d’avere letto, per addietro il re di Bitinia, posta giù la maestà reale, ne’ covaccioli delle fiere, umile e pauroso con un solo [p. 28 modifica]servo nascondersi?» Chi cercherà fra i re di Bitinia, non troverà certo colui che cadde nella grande sciagura, la quale qui raccontasi dal nostro autore. Ma il troverà bene fra i re di Numidia: ed in esso riconoscerà Massinissa, la cui fuga dopo l’infelice battaglia con Siface, e la cui occultazione in una spelonca, ci è narrata da Livio così nel libro XXIX, 32: Masanissa in spelunca occulta cum verbis curaret vulnus, duorum equitum latrocinio per dies aliquot vixit. Anzi ci è narrata pure dal Boccaccio nella lettera a Pino De’ Rossi con queste parole: «Esso larghissimo donatore (cioè Dio) similmente permise che Massinissa, cacciato ed in quel punto condotto, che rinchiuso nelle segrete spelonche de’ monti, delle radici d’erbe procacciategli da due servi, che rimasi gli erano de’ molti eserciti, non essendo ardìto di apparire in parte alcuna, sostentasse la vita sua.» Sicchè considerando la notissima istoria, ed il modo altresì che tiene quasi costantemente l’autore nell’indicare i re antichi: come per esempio a carte 7, dove dice Perseo e Siface per addietro chiarissimi re, e poco dopo Ecuba per addietro de’ troiani reina chiarissima: e a carte 42, Erode di Antipatro per addietro re de’ giudei; credo che qui debba il testo regionevolissimamente emendarsi così: Non si ricorda d’avere letto, Massinissa per addietro re di Numidia, posta giù la maestà reale, ne’ covaccioli delle fiere umile e pauroso con due soli servi nascondersi?

Ivi. «Ma a che conduco io in mezzo gli antichi esempli, conciossiacosachè egli abbia dinanzi agli occhi de’ freschi, quasi innumerabili, degli [p. 29 modifica]mini grandissimi il cadere?» Scrivasi: conciossiacosachè egli abbia dinanzi agli occhi, da freschi quasi innumerabili (cioè da quasi innumerabili esempi recenti), degli uomini grandissimi il cadere?

Ivi. «Il che se questo savissimo pensasse, appena credo che non che i più chiari di se con sì pronta audacia schernisce, ma i minori non terrebbe da poco, anzi porrebbe modo alle cose, e lieto, rimossi i supercigli gravi, con piacevole favella visiterebbe ciascuno: la qual cosa, poichè gli è a se stesso uscito di mente, schifa di fare.» Nell’errata-corrige ha saviamente il Gamba emendato schernisce in schernisse. Ma doveva pure emendare il poiché gli è a se stesso uscito di mente, in poich’egli è a se stesso uscito di mente.

Pag. 35. « É in lui, siccome io potei comprendere, cupidità sì grande di nome e di fama lunga, che niuna cosa è maggiore: e posto che ottimamente e’ sappia per qual via a questo si pervenga, e niuna cosa fatta sia nuova a lui, certo egli stima per gli costumi suoi e per gl’inganni pervenire in quella, e co’ beni della fortuna, e non con sua operazione, pigliare lei.» Il testo citato dalla crusca dice: e posto che ottimamente e’ sappia per qual via a questo si pervenga, e niuna così fatta notizia è a lui ec. Chi non vede che nell’una e nell’altra lezione è parimente errore? Ma l’errore sarà tolto per avventura, se si scriverà: e tosto che ottimamente e’ sappia per qual via a questo si pervenga (e niuna così fatta notizia si è nuova a lui), certo egli stima ec.

Pag. 36. «Ma che! E’ fu mortale, purché [p. 30 modifica]vivuto e’ fosse, dicono alcuni. Lui a lui credulo arebbe dimostrato con non so che ragioni ch’egli è sommo in tutte, e per questo degno di perpetua fama, se i fatti suoi per lettere fussono commendati. Perocché chi è di sì forte petto che agevolmente non creda quello ch’e’ desidera? Conciossiacosachè, eziandio senza confortatore, molti al suo medesimo giudizio diano fede. Che male è questo ch’è così intorno a noi medesimi, i quali meglio conoscer dobbiamo?» Correggasi: Ma che? E’ fu mortale (cioè Coridone, o sia Zanobi da Strada, che aveva preso a scrivere i fatti del gran siniscalco). Purché vivuto e’ fosse, dicono alcuni, lui (caso retto, di cui trovansi altri esempi nel Boccaccio medesimo) a lui credulo arebbe dimostrato, con non so che ragioni, ch’egli è sommo in tutte: e per questo degno di perpetua fama, se i fatti suoi per lettere fussono commendati. Perocchè chi è di sì forte petto che agevolmente non creda quello ch’e’ desidera, conciossiacosachè, eziandio senza confortatore, molti al suo (invece di proprio, maniera usata da molti antichi) medesimo giudizio diano fede? Chè male è questo, ch’è così intorno a noi medesimi, i quali meglio conoscerlo dobbiamo.

Ivi. « Così veggio che colà si verrà, se singularmente non esaminerò i meriti di costui, ch’e’ si creda me avere tenuto l’indebito peso delle sue opere, anzi piuttosto aver dato modo alla pusillanimità.» Il Boccaccio ha detto addietro, ch’egli ben s’avvide d’essere stato chiamato a Napoli dall’Acciaiuoli per iscrivere de’ suoi fatti dopo la morte di Coridone, o sia di Zanobi da Strada: ma ch’egli non avea voluto brigarsi di lodare un uomo senza [p. 31 modifica]niun vero merito, e solo ambizioso di fama. Or qui aggiunge, che questo suo rifiuto sarà anzi creduto un timore ch’egli abbia avuto di soggiacere sotto il peso di tante preclare opere del gran siniscalco. Scrivasi dunque: Che e’ si creda me avere temuto l’indebito peso delle sue opere.

Pag. 37. « Ovvero pe’ conforti di Coridone, ovvero per sua opinione, egli vuole essere tenuto un egregio duca e capitano di guerra, a questo menando, per grande argomento, ch’esso sia preposto agli altri del regno di Sicilia.» Scrivasi: e questo menando per grande argomento, ch’esso sia ec.

Ivi. «Quasi non conosciamo, gli antichi campagnuoli essere suti sempre uomini oziosi, ed egli essere in questo soprannome così grande, non di comune consentimento, ma solamente d’uno re giovanetto » Il Boccaccio chiama in questa lettera l’Acciaiuoli indistintamente co’ soprannomi di Mecenate e di Grande: Grande cioè, perchè gran siniscalco del regno di Napoli. Direi dunque che dovesse e qui ed anche sei righe appresso scriversi soprannome di Grande, e non già soprannome così grande.

Ivi. «Dicalo egli, dicalo un altro, io niuna ne udii.» Dicasi, io nulla ne udii.

Pag. 38. «Se lui co’ Cincinnati, Curzi, Scipioni, con Epaminonda e con gli altri non mescolerò, invidioso mi diranno.» Giurerei quasi che debba dir Curii, e non Curzi.

Pag. 39. « Oltre a ciò gli ha il suo Coridone dato a credere, lui essere degno di perpetua loda e gloria, perchè egli abbia fatto uno munistero con [p. 32 modifica]parecchie mura.» Che sono queste parecchie mura? Credo che abbiasi a dire con vecchie mura, accusandosi qui, secondo il solito, di sordida avarizia il gran siniscalco, quasi nella fabbrica della Certosa di Firenze si fosse giovato di vecchi materiali.

Ivi. «Oh stultizia da ridere! Che è aver pensato questo, non che averlo a lui dato a credere, essendo una picciola frasca?» Scrivasi: O stultizia da ridere che è aver pensato questo, non che averlo a lui dato a credere, essendo una picciola frasca!

Ivi. « Tu nondimeno, che continuamente gli se’innanzi, e se’ fatto partefice di tutt’i suoi segreti, togli dagli occhi suoi questa nebbia, acciocché per innanzi non tolga e non tenga quello de’ poveri, per conferirlo dove non aggiugne, nè aggiugnerà dove desidera.» Credo che debba dire: per conferirlo dove non aggiugne nè aggiugnerà, com’è’ desidera.

Pag. 40. « Se sono gittati in terra, o tranghiottiti dalla terra, perisce con l’edificio la fama dello autore; ed a questo molte cose pongono aguati: i tremuoti, gli aprimenti della terra, le saette, gli ardori del sole, le piove, i ghiacci, le radici degli alberi; e se è gravità soprapposta, il venir meno la terra di sotto, gli odii degli uomini, e l’avarizia, e la vecchiaia non mollo di lunge.» Dopo la fama dello autore porrei un punto. Poi scriverei: le radici degli alberi, e, se è gravità soprapposta, il venir meno la terra di sotto, e gli odi degli uomini ec.

Ivi. « A’ quali se le dette cose pure perdonano, e promettono ch’elle pur perseverino in [p. 33 modifica]lunghissimo tempo, periscono nondimeno i nomi di coloro che edificano, gli edificii non salvando quelli.» Deve dirsi: e promettono ch’elli: cioè gli edifizi.

Ivi. «Guarda il tempio, siccome si crede, di Venere Baiana; guarda quivi medesimo l’oratorio di Silla, guarda gli edificii per addietro grandissimi e mirabili della samia Giunone, di Diana efesia e di Apolline delfico.» Al nominarsi qui l’oratorio di Silla pochi forse terranno le risa: ed io pure ho dovuto ridere. La cosa è non solo strana pel nome, ma anche contraria a ciò che intende dire l’autore: cioè che ancor veggonsi i fondamenti, le mura e le ruine di quegli edifizi, ma non si sa il nome del principe dell’opera di cotanta spesa. Or se uno di essi edifizi fosse chiamato l’oratorio di Silla, come non si saprebbe che fu edificato da quel famoso romano? Qui non l’oratorio di Silla, ma dee dirsi l’oracolo della Sibilla, presa la parola oracolo alla latina, per luogo proprio, anziché per indovinamento, predizione, o risposta degli dei. E gran lume, anzi dirò certezza, alla mia correzione dà quel passo del Boccaccio nella Fiammetta (cap. V), ove parlandosi come di là dal piacevole monte Falerno, in mezzo dell’antica Cuma e di Pozzuolo, sono le dilettevoli Baie sopra i marini liti: si aggiunge: Quivi gli oracoli della cumana Sibilla, il lago di Averno, e’l teatro, luogo comune degli antichi giuochi, e le piscine, e’l monte Barbaro, vane fatiche dello iniquo Nerone. Dov’è chiaro, che gli oracoli della cumana sibilla sono un luogo come il lago di Averno, le piscine e il monte Barbaro, ed un edificio come il teatro.

Ivi. «Stando ancora in piedi molti edificii, [p. 34 modifica]certamente molto magnifici, e’ nel suo ragguardare rendono testimonio della grandezza dell’animo di colui che gli edificò.» Direi, e’ nel solo ragguardare.

Pag. 41. «Ragguarda le stufe di Diocleziano, la casa di Antonio in mezzo la città di Roma, per avarizia come per negligenza de’ cittadini già divorate e peste, e quasi mutati i nomi e distrutti quanto alla gloria de’ componitori.» Credo che debba dire la casa di Nerone, cioè la casa così detta aurea: ed in vece di divorate, pongasi diroccate. Parmi anche errore quel componitori. I componitori di un edificio! Forse dirà de’ costruttori, ovvero de’ construitori.

Pag. 42. E se la fortuna avesse voluto conservarli (i nomi di Erode e di Nerone), per quello non lungamente sarebbono durati.» Dicasi per quelli, riferendosi ad edifici.

Ivi. «Stoltissima cosa è dunque da una povera casetta pensare a perpetua fama potere aggiugnere, » alla quale di grandissimi e nobili templi ed edificii veggiamo nobilissimi uomini e principi del mondo non avere potuto aggiugnere.» Dicasi, da grandissimi.

Ivi. «Perocchè io odo che Coridone gli aveva dato a credere, potere avere alcuni quelle che a letterato si appartiene, eziandio senza grammatica: conciossiacosachè quell’arte sia suta trovata non per crescere lo ’ngegno, o per dare allo ’ntelletto notizia delle cose, ma acciocché, come noi in diverse lingue parliamo il tedesco e ’l francioso, possa mediante la grammatica intendere quello che scrisse l’italiano.» Come in diverse lingue parlare il tedesco e il francese? Scrivasi: ma acciocchè, [p. 35 modifica]come noi in diverse lingue parliamo, il tedesco e’l francioso possa mediante la grammatica intendere quello che scrisse l’italiano.

Pag. 43. «Di quinci adunque per le già dette cose è manifesto con l’altrui lettere (conciossiacosachè con le sue non così compiutamente abbia fatto) nome perpetuo e fama desideri.» Correrà egregiamente il senso se dopo è manifesto si aggiunga un come, rimaso certamente sulla penna al copista.

Pag. 44. «E certamente egli è laudevole desiderio (quello d’ammaestrarsi nelle lettere), e non è dubbio ch’egli non sia da mandare innanzi agli altri che vengono meno.» Direi, che valgono meno.

Ivi. «Perocché quelli che sono valenti nella lettera, ciò che per addietro è fatto, hanno in cospetto. Le leggi della nostra madre natura e l’andamento del cielo conoscono e delle stelle, e sanno il circuito della terra e i liti del mare, e le cose che sono in quelli; e, quello ch’è molto da commendare, che non solamente fanno chiaro nelle lettere il nome degli altri, ma, scrivendo, nella eternità levano il suo.» Scrivasi: Perocché quelli che sono valenti nelle lettere, ciò che per addietro è fatto hanno in cospetto: le leggi della nostra madre natura e l’andamento del cielo conoscono e le stelle: sanno il circuito della terra e i liti del mare, e le cose che sono in quelli: e, quello ch’è molto da commendare, non solamente fanno chiaro nelle lettere il nome degli altri, ma, scrivendo, nella eternità levano il suo.

Ivi. «Vedi con quanta luce risplendono, e con quanta riverenza e ammirazione ancora dagli ignoranti sieno ricevuti i nomi, benché nudi sieno, di [p. 36 modifica]Museo, di Orfeo ec.; acciocchè io lasci quelli de’ santi uomini più degni di lode, perchè è altra operazione.» Quest’altra operazione non so qui spiegarla. Forse, alta operazione, cioè operazione celeste?

Ivi. «E a volere essere nobilitato di cosi fatti titoli (di quelli cioè, onde vennero in riverenza e ammirazione Museo, Orfeo, Platone, Aristotile, Omero ed altri) con molta fatica si fa quello, perchè si va nelle composizioni, dalle quali altri è nel chiaro lume condotto.» Altri di me più pratico correggerà questo passo, di cui non so dare veruna emendazione che mi soddisfi. Che mai vuol dire quel perchè si va nelle composizioni? Nol so davvero. Forse, che si ha in quelle composizioni?

Pag. 45. «Sento nondimeno, a lui essere una mirabile attitudine nella litteratura, a lui da natura stata conceduta.» Direi: sento nondimeno, a lui essere una mirabile attitudine nella litteratura da natura stata conceduta.

Ivi. «E checchè si dica il suo Coridone, le cose vulgari non possono fare uno uomo litterato; nondimeno dalla pigrizia vulgare possono alquanto separare uno uomo studioso, ed in alcuna agevolezza guidare a’ più alti studi; i quali avere levato questo uomo dalla feccia plebeia non negherò: a quelli che sono di fama degni essere condotto, non confesserò: perocchè in nullo santo studio lui mai avere studiato è cosa manifesta.» Parmi che debba dirsi, e con alcuna agevolezza; ed anche, a quelli che sono di fama degni averlo condotto. Ma avendo pronunciato il Boccaccio la gran sentenza, che le cose vulgari non possono fare uno uomo litterato: e che perciò l’Acciaiuoli erasi nelle lettere [p. 37 modifica]levato sì dalla feccia plebea, ma non innalzato fra’ degni di fama; non credo dubbia la correzione dell’ultimo membro del periodo, dove certo si accusa il gran siniscalco di non sapere latino: e quindi non mi terrò d’emendare: perocchè in nullo latino studio lui mai avere studiato è cosa manifesta.

Ivi. «Per la qual cosa, benchè di alcuna lode siano degne (le epistole volgari dell’Acciaiuoli), nondimeno non da molto le fo: nè tu. Scrisse ancora a Palermo, siccome dicono alquanti assai degni di fede, in mezzo il tumulto della guerra ec. uno volume.» Che è quel nè tu così staccato e fuor di grammatica? Se non erro, dee dire: nondimeno non da molto le fo. Nè tacerò che scrisse ancora a Palermo ec.

Pag. 46. «Scrisse in francesco de’ fatti de’ cavalieri del santo esercito in quello stile che già per addietro scrissono alcuni della tavola ritonda.» Nè il Biscioni nè il Gamba sanno indovinare chi siano i cavalieri del santo esercito: ed il primo congetturò ch’esercito tanto qui valga, quanto spedizione. Il codice marciano, in vece di esercito, ha spedito. Tutto ignoranza de’ copisti. Se si fosse letta la vita che del gran siniscalco scrisse Matteo Palmieri, si sarebbe trovato ch’egli fece per sua particolare divozione il viaggio del santo sepolcro l’anno 1351: cioè dodici anni avanti che fosse scritta questa lettera al priore di sant’apostolo. Or dunque qual cosa più chiara, che l’Acciaiuoli raccolse a Gerusalemme le notizie de’ fatti de’ cavalieri del santo sepolcro, e che poi ne scrisse un libro in francese?

Pag. 47. «Molte cose, oltre a queste, potrei [p. 38 modifica]aver dette, e me, se io temessi, avere renduto scusato:» Forse meglio, avrei renduto scusato.

Ivi. «Ma acciocchè di questa parte alcuna cosa rimasa non esaminata (oltra le cose che dal suo Coridone sono sute date a credere al tuo Mecenate) non resti, altro da molti gli è attribuito.» È curioso che il Gamba, nell’errata-corrige, ha tolto la virgola dopo non resti, e postala dopo altro.

Pag. 49. «La virtù abituata nell’animo, per la quale meritamente l’uomo è detto virtuoso, persevera, e non d’uno atto quasi compiuto usa l’ufficio suo.» Confesso che non intendo bene il valore di questa sentenza: ma l’intenderò, se in vece verrà emendata così: La virtù abituata nell’animo, per la quale meritamente l’uomo è detto virtuoso, persevera: e non, uno atto quasi compiuto, cessa l’ufficio suo.

Ivi. «Altri vogliono questo suo essere magnifico, perchè al nome suo paia rispondere la virtù, perciocchè lui chiamate Grande per cagione dello ufficio: la qual virtù non s’aggiugne a popolaresche spese, perocchè ella è piuttosto de’ grandissimi uomini che di altri.» Dee dirsi questo tuo, cioè questo tuo signore: e quindi scriverei così: Altri vogliono questo tuo essere magnifico, perchè al nome suo paia rispondere la virtù (perciocchè lui chiamate grande per cagione dello ufficio): la qual virtù ec.

Ivi. «Adunque, conciassiacosachè intorno alle cose di grande spesa solamente s’attenda, è cosa del magnifico, come tu sai, saviamente spendere grandi cose: e per cagione di bene, e con diletto grandissimi conviti spesseggiare, donare grandissimi doni, forestieri grandemente spendendo ricevere, [p. 39 modifica]dare retribuzioni; edilizi da durare lungamente, non cittadineschi, in alto porre, fare ornamenti splendidi, ed altre cose scritte dall’ordine de’ nostri maggiori.» Scriverei anzi così: Adunque (conciossiacosachè intorno alle cose di grande spesa solamente s’attenda) è cosa del magnifico, come tu sai, saviamente spendere grandi cose e per cagione di bene; con diletto grandissimi conviti spesseggiare, donare grandissimi doni, forestieri grandemente spendendo ricevere, dare retribuzioni, edifizi da durare lungamente, e non cittadineschi, in alto porre, fare ornamenti splendidi, ed altre cose scritte dell’ordine (cioè della consuetudine) de’ nostri maggiori.

Pag. 50. «Risponderanno questi piuttosto lusinghieri che consapevoli di magnificenza: Egli ha grandissimo numero come di cavalli.» Possibile che non siasi indovinato che dee dire, con se di cavalli?

Ivi. «E quantunque poco sia quello che nel vivere di costoro si spenda, nè è gran cosa, nè per cagione di bene fatto, anzi piuttosto con dolore e con una strettezza sì fatta che piuttosto di plebeo che di grande pare la spesa: e se la grandezza dell’ufficio suo nol richiedesse, tostamente sarebbe ridotto in uno picciolo numero.» Io credo che qui abbia errore. Come sta quel dir poco, e poi aggiungere inutilissimamente nè è gran cosa? Sicché scriverei: E quantunque poco sia quello che nel vivere di costoro si spenda, nè gran cosa per cagione di bene fatto (anzi piuttosto con dolore e con una strettezza sì fatta, che piuttosto di plebeo che di grande pare la spesa), se la grandezza [p. 40 modifica]dell’ufficio suo noi richiedesse, tostamente sarebbe ridotto in uno picciolo numero.

Pag. 51. «Di quinci seguita chi dirà: Egli dà molti doni, molte limosine a’ poveri, vestimenti a’ buffoni; manda insino in Francia pe’ tessitori che facessono le veste delle mura distinte da imagini; fece uno monasterio; e simili cose.» Non so che dir voglia, le veste delle mura distinte da imagini. Dee forse dire, le veste delle mura dipinte ad immagini.

Ivi. «Dopo queste cose dicono: Ch’egli va nobilemente vestito di porpora; non sapendo che cose di magnifico non sono in essere in se spenderecciò.» Il vocabolario della crusca, alla voce spendereccio, reca questo esempio, e saviamente scrive: Non sapendo che cose di magnifico non sono, essere in se spendereccio.

Ivi. «Dove sono adunque queste cose magnifiche? Vengono da vera e non da finta virtù?» Dee dirsi, o non da finta virtù?

Pag. 52. «Tito Quizio Flaminio.» È detto del romano famoso che restituì la libertà alla Grecia: e perciò scrivasi Flaminino.

Ivi. «E dicono se egli era magnifico.... il che a lui ragionando così sollecitamente rivedere la ragione delle pecunie spese, e con involgimento di parole gli amici, a’ quali egli sia obbligato, tirare in estrema povertà.» Qui vogliono gli editori, che dopo magnifico abbiasi una lacuna. Potrebbe essere. Ma potrebbe anche la lacuna scomparire, se, fatta ragione della solita bestialità de’ copisti, si scrivesse a un di presso così: E dicano (i suoi lusinghieri) s’egli era magnifico il dì che a lui [p. 41 modifica]ragionando così sollecitamente rivedeva la ragione delle pecunie spese, e con involgimento di parole gli amici, a’ quali egli si era obbligato, tirava in estrema povertà.

Pag. 53. «Assai è detto quello che io abbia tenuto, e perchè io mi sia partito: posto che niente ti sia occulto, stando ancora me costì.» Lo sproposito di tenuto, in vece di temuto, è tutto del Gamba: perchè il codice marciano ha temuto, e temuto ha la stampa del Biscioni. Credo che sicura possa esser anche la correzione: posto che niente ti fue occulto, stando ancora me costì.

Ivi. « Non sempre, non in ogni luogo si trovano pazzi, ed appresso a’ quali sia gran copia di ladroni (forse lodatori?) e povertà di consiglianti.» Quell’ed prima di appresso è certo un mal regalo de’ copisti.

Ivi. «Ma vegnamo dove è il desiderio, che nel sangue, che nella schiatta di Troia vede costui di nobiltà, più che nel suo, o in altro qual più gli piace.» Egregiamente il Gamba nell’errata-corrige ha emendato così: Ma vegnamo dov’è il desiderio. Che nel sangue, che nella schiatta di Troia vede costui di nobiltà, più che nel suo o in altro qual più gli piace? Ma non sarebbe forse meglio a dire, più che nella sua (cioè schiatta), o in altra qual più gli piace?

Pag. 54. «Crede ognuno che ha sana mente, ed io, da perfetto creatore le anime di tutti essere create perfette.» Forse può essere la vera lezione: Crede ognuno che ha sana mente, da Dio, perfetto creatore, le anime di tutti essere create perfette.

Ivi. « Ma de’ corpi, benchè da uno medesimo martello e da uno medesimo ordine sieno [p. 42 modifica]fabbricati, perchè da potenza a molti dal cielo e dalle stelle paiono compiuti, non è una medesima uniformità.» Gran guazzabuglio! Ma forse deve così essere scritto: Ma de’ corpi, benchè da uno medesimo martello e da uno medesimo ordigno sieno fabbricati, e benchè da potenza occulta del cielo e delle stelle paiano compiuti, non è una medesima uniformità.

Pag. 55. «E siccome per organi più larghi o più stretti, più lunghi o più brevi, e meno o più dirittamente o dalla natura o dall’artefice lavorasi, lo spirito che n’esce in voci più acute e più gravi, più dolci e più aspre, ovvero roche e suavi si converte; così dalla varietà de’ corpi prodotti varii appetiti veggiamo ed operazioni, benchè l’animo virile ad ogni cosa, ancorchè agevolmente, possa resistere.» Credo che debba correggersi: E siccome per organi più larghi o più stretti, più lunghi o più brevi, e meno o più dirittamente o dalla natura o dall’artefice lavorati, lo spirito che n’esce in voci più acute o più gravi, più dolci o più aspre, ovvero roche o suavi si converte; così dalla varietà de’ corpi prodotti vari appetiti veggiamo ed operazioni: benchè l’animo virile ad ogni cosa, ancorchè non agevole, possa resistere.

Ivi. « Adunque da queste attitudini de’ corpi predetti ubbidisce l’anima alla simplicità della prima natura.» Credo che dir debba: Adunque a queste attitudini de’ corpi predetti ubbidisce l’anima nella simplicità della prima natura.

Ivi. «Ma poichè quelle cose che sono seguitate da queste, per la potenza di maggiori meno dirittamente sono servate, avviene che quelli i quali [p. 43 modifica]meritamente si possono chiamare nobili, obbediscono a’ vili, i quali per la costituzione del cielo di nobili sono nati; come veggiamo che a’ nobili spesse volte nascono de’ villani.» Il passo è assai difficile, ed io non sono già sicuro della mia emendazione, la quale propongo solo a modo di dubbio: ed è questa: Ma poichè quelle cose, che sono seguitate da questi (nobili e plebei), per la potenza di maggiori (cose) meno dirittamente sono servate, avviene che quelli, i quali meritamente si possono chiamare nobili, obbediscono a’ vili, i quali per la costituzione del cielo di nobili sono nati, come veggiamo che anche i nobili spesse volte nascono da’ villani.

Pag. 56. «Gran cosa è, e la quale è avvenuta a molti.» Nel periodo antecedente ha detto l’autore: «Non gli basta, di qualunque e’ sia nato, con (forse in) grandigia avere avanzati i suoi maggiori, ed avere dato alcun principio di chiarezza dove molti hanno posto fine allo splendore de’ loro passati?» Parmi dunque che debba dirsi, non già che questa gran cosa è avvenuta a molti (chè certo non sarebbe lode da contentarsene un ambizioso), ma ch’è avvenuta a pochi.

Ivi. «Erano i Sergii nati da Sergio compagno di Enea, erano i Menii nati da Menisteo.» Bene ha il Gamba congetturato nella sottoposta nota, che i Menii nati da Menisteo debbono essere i Memmi nati da Mnesteo, citando all’uopo Virgilio nel V dell’Eneide v. 117:

Perchè dunque non ha corretto il grosso e certo [p. 44 modifica]errore nel testo? E perchè poi non si è avveduto, ch’era parimente un errore Sergio invece di Sergesto, come gl’insegnava esso Virgilio quattro versi dopo?


Pag.57. «Misero ed abbandonato ed uccellato dagl’inganni del suo Coridone, dal quale, poichè è fatto nobile degli altrui soprannomi, in prima perde il nome proprio, al quale conciofussecosachè alcuna lode si dovesse, è attribuita a’ soprannomi rimanendo lui vôto.» Ecco, se non erro la correzione: Misero! Che abbindolato ed uccellato dagl’inganni del suo Coridone, poichè è fatto nobile dagli ultimi soprannomi, in prima perdè il nome proprio, al quale conciofussecosachè alcuna lode si dovesse, è attribuita a’ soprannomi, rimanendo lui vôto!

Ivi. «Amiclate, povero pescatore, trovò chi il suo nome fece eterno: così Codro, così Aglao possessore del povero campicello. Costui, che con tanta fatica desiderava, trovò chi il suo sotto l’ombra degli altri involgesse in perpetue tenebre.» Desiderare una cosa con fatica, credo che non sia buon parlare nè scrivere. Forse la vera lezione potrebbe essere: Costui, che con tanta forza il desiderava.

Ivi. «Tu mi scrivi che io non doveva così subito il partire da Mecenate tuo, anzi la fuga arrappare.» Deve dirsi, così subito partire da Mecenate. La Crusca, alla voce arrappare, reca questo esempio così: Io non doveva così subito il partire, anzi la fuga del tuo Mecenate, arrapare. E male, come ognun vede: perciocchè arrappare non regge [p. 45 modifica]il partire, ma la fuga, com’è ben chiaro da due altri passi della lettera che io recherò qui appresso. Quindi si emendi anche alla pag. 1, dove si dice: Che io non doveva così subito il partire, anzi la fuga dal tuo Mecenate arrappare.

Pag. 58. «Ma dimmi? Può ragionevolmente essere detto partirsi di subito ed arrappare la fuga colui che domandata licenza, salutati gli amici, ancora dopo alquanti dì ordina le sue sommette, e quelle manda innanzi?» Non sommette, ma somette dee dirsi, cioè somelle, come egregiamente spiega la crusca che alla voce sometta reca questo esempio. Attendasi inoltre, in prova delle cose da mede dette nell’osservazione precedente, a quel partirsi di subito ed arrappare la fuga.

Ivi. «Di quindi rìpigliando il cammino, e conciofussecosachè io fussi pervenuti a Sulmona, da Barbato nostro uno dì con grandissima letizia della mente mia fui ritenuto e maravigliosamente onorato.» Tolgasi l’e prima del conciofussecosachè.

Pag. 59. «Volesse Dio che tu conoscessi l’errore tuo, che se altrimenti non ti fosse conceduta, arrapperesti quella.» Scrivasi: Volesse Dio che tu conoscessi l’errore tuo! Chè se altrimenti non ti fosse conceduto (manca certo la parola partire), arrapperesti quella, cioè la fuga.

Ivi. «Se io veggio non avere fatto a coloro a cui egli era tenuto, non debbo credere ch’egli facesse a me.» Par certo che debba dire: Se io veggio, nulla avere fatto a coloro ec.

Ivi. «Ma tolga Dio che, posta la libertà, io dia opera all’ira sua.» Scrivasi: Ma tolga Dio che, postò in libertà, io dia opera all’ira sua! [p. 46 modifica]

Pag.60. «E se a torto il farà (cioè se mi farà segno all’ira sua), io userò la sentenza di Marco Casenzio, detta da se a Gneo Carbone consolo. Se al grande sono molte coltella, e a me certamente sono altrettante, e forse più armi.» Il guasto è qui orribile, nè può dirsi che non v’abbia avuto parte la grande ignoranza di un fatto celebratissimo. Aprasi Valerio Massimo, e al cap. II del libro VI si troverà, che Marco Castrizio liberissimo vecchio, essendo sommo magistrato de’ piacentini, fortissimamente resistette al consolo Cneo Carbone, il quale chiedevagli ostaggi: Atque etiam dicenti, multos se gladios habere, respondit: Et ego annos. Correggasi dunque senza fallo così: E se a torto il farà, io userò la sentenza di Marco Castrizio detta di se a Gneo Carbone consolo: Se al grande sono molte coltella, e a me certamente sono altrettanti e forse più anni.

Ivi. «Due volte da queste promesse ingannato, due volte tirato in vano, due volte è suta superchiata la pazienza mia dalla svenenvolezza delle cose e da vane promesse, e costretto a partitmi.» La crusca reca questo esempio alla voce svenevolezza. Considerino però i nuovi compilatori del famoso vocabolario se qui in vece di svenevolezza abbia forse a leggersi sconvenevolezza, parola altre volte usata dal certaldese, il quale non sembra poi che usasse mai svenevolezza. Parmi anche doversi scrivere, due volte tornato in vano: e più sotto, e fui costretto a partirmi.

Pag.61. «In buona fè che se io fussi così volatile che la terza volta chiamato io tornassi, a niuno dubbio sarebbe di me argomento di [p. 47 modifica]leggerezza certissimo, ed agli altri a’ quali fu grave avere veduto me schernito da te e dal tuo grande.» Bene ha fatto la crusca a non curarsi del significato che dovrebbe qui darsi alla voce volatile, ch’io credo certo essere un errore, e doversele sostituire voltabile che tanto vale quanto volubile. Scrivasi anche: a niuno dubbio (cioè indubitatamente) sarebbe di me argomento di leggerezza certissimo agli altri (o meglio agli amici), a’ quali ec.

Pag. 62. «E per venire quando che sia al fine: io tengo certo alla breve ma asprissima tua lettera tu non avere aspettata sì lunga risposta.» Scrivasi: E per venire, quando che sia, al fine: io tengo certo, alla breve ma asprissima tua lettera te non avere aspettata sì lunga risposta.

Ivi. «Ma perocchè quella non sento dal tuo puro ingegno dettata, perchè io conosco le parole, conosco le malizie e la indignazione conceputa dall’altrui retà con la tua penna scritta, ogni concetto della mente mi parve da mandar fuori, il che fare non si poteva in poche lettere.» Forse verrà più chiaro il periodo, scrivendolo così: Ma perocché quella non sento dal tuo puro ingegno dettata (perchè io conosco le parole, conosco le malizie, e la indignazione conceputa dall’altrui retà con la tua penna scritta), ogni concetto della mente mi parve da mandar fuori: il che fare non si poteva in poche lettere.

Con siffatti errori non è maraviglia, illustre amico, se pochissimi vogliano legger e quest’antica scrittura, e se ella rimangasi quasi ignota fra le opere, non che legittime, ma pur solo supposte del Boccaccio. Potrà nondimeno riprendere, non senza alcun onore, il luogo [p. 48 modifica]che soprattutto le si conviene fra’ testi di lingua, quando siano fatte le correzioni che richiede necessarissime. Parecchie ne ho io proposte, come fin qui avete veduto: ed oso dire, che alcune sono anche certe. Ma chi sa di quante altre avrà ella bisogno! E chi sa pure s’io stesso sarò potuto sempre uscir salvo di Questa selva selvaggia ed aspra e forte! Di grazia giudicatene voi, dottissimo: ed intanto conservatemi nella cara vostra benevolenza: e facciavi il cielo fiorire lunghissimi anni alle cortesie e alle lettere insieme con que’ vostri confratelli ch’io sommamente amo, e da’ quali ben so d’essere riamato con uguale amore: voglio dire col Parchetti, col Morelli, col Buonfiglio, col Borgogno, col Giuliani, coll’Imperi, spiriti veramente elettissimi e tanto cari non meno al viver civile che alla religione. ― Di Roma ai 30 di agosto 1845.

Salvatore Betti.


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ESTRATTO DAL GIORNALE ARCADICO

Tomo CIV, settembre 1845.