Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VII/Libro III/Capo VI

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Cazpo VI – Eloquenza

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Capo VI

Eloquenza.

I. Un secolo che di leggiadri poeti, di eleganti storici e di scrittori colti di ogni maniera fu sì fecondo, ognun crederebbe che anche di eloquenti oratori dovesse vantare non picciol numero. Ma questa fu per avventura il genere d’erudizione di cui esso scarseggiò maggiormente. Nè è già che picciolo sia il numero delle orazioni nell’una e nell’altra lingua in questo secolo recitate, e poi date alla stampa. Ma fra tante orazioni, poche son quelle che si possono proporre a modello di vera e soda eloquenza. Io parlo singolarmente delle orazioni italiane, perciocchè quanto alle latine, esse sono in gran parte migliori, e si leggono con piacere e con frutto. Nè parmi difficile a indovinarne l’origine e la cagione. Pochi erano gli scrittori che nella lingua italiana ci avesser lasciate tali opere, sulle quali si potesse formar lo stile, e tra essi appena eravi cosa che appartenesse all’eloquenza; perciocchè le orazioni che in addietro soleansi recitare all’occasione di funerali, di nozze, e di altre somiglianti solennità, erano per lo più scritte in lingua latina. Il Decamerone era il miglior libro in prosa, quanto alla lingua, che si avesse allor tra le mani. Ma lo stile di esso, se può convenire a piacevoli e lieti novelle dette a trastullo della brigata, non può convenir certamente a grave e robusto oratore; e quel continuo ritondar de’ [p. 2315 modifica]TERZO 3315 periodi, e quel sì frequente uso di epiteti non può a meno che non renda languida l’orazione, nè lasci luogo a quella commozione di affetti che debb’essere il primario fine di un oratore. Nella lingua latina, al contrario, si avea innanzi agli occhi, oltre assai egregi esemplari, il padre della romana eloquenza; e benchè molti degli oratori di questo secolo pecchino in ciò che fu difetto allora comune a parecchi scrittori, cioè di por.mente più alla sceltezza delle parole che alla nobiltà e alla forza de’ sentimenti, ciò non ostante vedesi ancora in essi or più or meno felice l’imitazione di Cicerone. Della maggior parte di quelli che nel perorare nell’una o nell’altra lingua ottenner più fama, si è già detto nel decorso di questo tomo. Qui dunque ci basterà accennarne i nomi, e dire più stesamente d1 alcuni pochi de’ quali non si è ancor ragionato. Comincieremo dagli oratori italiani, indi passeremo a’ latini, e conchiuderemo per ultimo col favellare degli oratori sacri. II. Leonardo Salviati, Benedetto Varchi, Claudio Tolommei, Pietro Segni, Bernardo Davanzati, Lorenzo Giacomini, Bartolommeo Cavalcanti, Scipione Ammirato, e moltissimi altri, l’orazioni de’ quali si leggono o nelle Prose fiorentine, o nella Raccolta di Orazioni pubblicata dal Sansovino, sono scrittori che, quanto alla lingua, posson esser proposti a modello di purità e di eleganza. Ma essi non vanno esenti dal difetto poc’anzi accennato, il qual fa che a’ loro ragionamenti manchi quella forza che è il maggior pregio di un oratore. Ardirò io d’affermare che anche le si rinomate orazioni di [p. 2316 modifica]a3i 6 libro monsignor della Casa sarebbon migliori, se questo difetto medesimo non togliesse lor qualche parte de’ molti pregi di cui sono adorne? Non f)uò negarsi che questo illustre oratore, singolarmente nelle orazioni dette contro l’imperador Carlo V, non abbia una forza di espressioni e una vivacità d’immagini comune a pochi, e che la perorazione di quella per la restituzion di Piacenza, quanto a’ sentimenti, non possa stare al confronto di quelle de’ più famosi oratori. Ma a me sembra che quella troppo uniforme sonorità di periodo, e quella continua moltiplicità di epiteti sia lor dannosa, e ch’esse maggior commozione desterebbero negli uditori, se alquanto più preciso e vibrato ne fosse lo stile. Nè è già che io lodi un cotal laconismo di stile, che da alcuni si vorrebbe introdotto nella volgar nostra lingua, per cui quasi di ogni parola si formi un concetto, e si bandisca del tutto la pompa e lo sfoggio di una sciolta eloquenza. Ma a me sembra che convenga guardarsi ugualmente da’ due estremi, e che come un oratore troppo sonante e verboso fa spesso sbadigliare per noia chiunque l’ascolta, così un orator troppo pretto e conciso lo stanchi per modo, che dopo breve tratto di via nol possa seguir più oltre. Perciò fra le orazioni di questo secolo, io penso che quelle dello Speroni si possano annoverare tra le migliori; poichè egli è oratore che sa tenersi lungi e da una viziosa verbosità e da una troppo ricercata precisione. E quindi non è a stupire ch’ei fosse udito con quell’applauso che nel ragionare altrove di esso abbiamo osservato. [p. 2317 modifica]TERZO l3l7 III. Insieme colle orazioni dello Speroni possiam rammentare quelle di Alberto Lollio, che dee annoverarsi a ragione tra’ migliori e i più eloquenti oratori che avesse in questo secolo la lingua italiana. Di lui ha parlato a lungo il chiarissimo dottor Giannandrea Barotti (Mem. de’! Letter. ferrarr, t. 1, p. 2t)5), il quale con più argomenti dimostra che benchè egli per caso nascesse in Firenze, e ivi ancora fosse per qualche tempo allevato, fu nondimeno gentiluom ferrarese; e venuto a Ferrara in età ancor fanciullesca, ivi poi visse costantemente, spesso però ritirandosi, per coltivare più tranquillamente i suoi studj, ora ad alcune sue ville nel Ferrarese, ora alla terra di San Felice nel Modenese, ove pure avea suoi beni. Ebbe tra’ suoi maestri Marcantonio Antimaco e Domenico Cillenio anconitano; e benchè egli non trascurasse i più gravi studj della filosofia e della matematica, e coltivasse ancora con diligenza la lingua greca, l’eloquenza italiana però fu quella di cui compiacquesi singolarmente. Fu perciò destinato più volte a ragionare in pubblico; e queste sue orazioni, insieme con altre da lui per suo privato esercizio composte, furon da lui medesimo in numero di XII pubblicate in Firenze, aggiuntavi una sua lunga lettera in lode della X illa, e un’altra poscia ancora ne diè in luce in biasimo dell’Ozio. (Gli elogi di esse fatti da più uomini illustri, alla mentovata edizione premessi, e singolarmente una lettera di Giambattista Giraldi, ci fan vedere con qual plauso fossero allor ricevute. Ed esse, a dir vero, ne sono degne, perciocchè sono [p. 2318 modifica]i3l8 LIBRO scritte con nobiltà di pensieri, con eleganza di stile, con vivacità d1 immagini e con tutti que’ pregi che in un oratore son richiesti. Egli esercitossi ancora felicemente nella poesia italiana , e ne son pruova l’Invettiva contro i Tarocchi in versi sciolti, la Pastorale intitolata A refusa, la traduzion del Moreto attribuito a Virgilio, e degli Adelfi di Terenzio. Intorno alle quali e ad alcune altre opere del Lollio, e a molte che o son rimaste inedite, o si sono smarrite, si veggano le minute ricerche del soprallodato Barotti; il quale ancor cita gli elogi che di lui fecero molti scrittori, ed altri ancor se ne recano nelle Notizie dell’Accademia fiorentina (/;. 2 {2). Non pago il Lollio di coltivare le lettere, le promosse anche in altrui, e col mantenersi in casa alcuni uomini dotti, e col raccogliere in una sua villa le immagini de’ più illustri scrittori, perchè la lor vista eccitasse in altri desiderio di emulazione, e col fondare, o almeno col promuovere ed avvivare l’accademia degli Alterati, aperta in Ferrara. In questa città finì egli di vivere a’ 15 di novembre del 1568, in età di circa sessantanni, e, ancor morendo, volle alla sua patria lasciare un bel monumento del suo amore, ordinando nel testamento che, quando la sua discendenza venisse a mancare, i suoi beni fossero destinati all’erezion di un collegio di dodici scolari ferraresi, che nella propria sua casa dovesse fondarsi. IV. L’uso di perorare pubblicamente nella difesa de’ rei, che a’ tempi della romana Repubblica dava occasione a tanti illustri oratori di far pompa de’ lor talenti, all’introdursi della [p. 2319 modifica]terzo 2319 nuova forma di governo era del tutto venuto meno. Venezia fu la sola che in qualche modo lo conservasse; ed ivi infatti si udiron sempre e si odon tuttora tali oratori che nel Senato e nel Foro romano sarebbono stati con applauso ascoltati. Nel secolo di cui scriviamo, ebbe gran fama tra gli altri Pietro Badoaro , di cui cinque orazioni furono allor pubblicate in Venezia nel 1590, e poscia di nuovo han veduta la luce in Bologna nel 1744} ed(esse son veramente degnissime di essere lette, e attentamente ponderate da chiunque in quel genere d1 eloquenza dee esercitarsi; perciocchè sono scritte con quella robusta insieme e sciolta facondia che persuade e commuove, e sarebbe solo a bramare che ne fosse alquanto più purgato lo stile. Egli era figlio di Daniello Badoaro gentiluom veneziano, ma per difetto della sua nascita fu escluso dall’ordine de’ patrizj, e non ebbe che il grado di cittadino. Morì nel i5;)i, e fu encomiato con Orazion funebre, che si ha alle stampe, da Agostino Michele (V. Mazzucch. Scritt. it. t. 2 , par. 1 , p. 35). In questo genere esercitossi ancora Cornelio Frangipane d’antica e nobil famiglia di Castello nel Friuli, il quale in Vienna perorò innanzi ali’ iroperadore nel 1558 per Mattia Hovver, reo d’omicidio, e ne ottenne felicemente la liberazion da ogni pena. Questa orazione, e più altre dette dal Frangipane in diverse occasioni, che si hanno alle stampe, furono allora altamente lodate. Egli è noto ancora per la fontana detta Helice da lui formata in un suo delizioso giardino in Tarcento, e celebrata da molli poeti [p. 2320 modifica]2320 LIBRO friulani, le cui Poesie in lode di essa furono stampate nel 1556. Di lui più ampie notizie somministrerà, a chi le brami, il più volte lodato sig. Giangiuseppe Liruti (Notiz. de’ Letterati del Friuli , t. 2, p. 161). V. Più copioso e più scelto numero di oratori ebbe in questo secol medesimo la lingua latina per la ragione che si è poc’anzi accennata. Di molti abbiam già fatta menzione ragionandone ad altro luogo; e abbiam ricordato le orazioni del Maioragio , del Ricci, dell* Amasco , del Nizzoli, del Paleario, del Sigonio, del Robortello, del Vettori, di Vittor Fausto, di Sebastiano Corrado, del P. Benzi e di cento altri che o per natura del loro impiego, o per incarico loro affidato , perorarono pubblicamente in lingua latina; e abbiamo osservati quai siano i pregi e i difetti del loro stile. Sul principio di questo secolo e sulla fine del precedente ebbe giustamente la fama di eloquente oratore Francesco Cardulo da Narni, lodato da Leandro Alberti per la rara memoria di cui era fornito (Italia, p. 92). Oltre un’orazion da lui detta in Roma nel 1493 a’ 7 di febbraio in morte del Cardinal Ardicino dalla Porta vescovo di Aleria, detto il Cardinal di Novara, suo padrone, la quale è scritta con eleganza a que’ tempi non ordinaria, un’altra ancor più pregevole ne abbiamo alle stampe (Miscell Baluz. ed. Lucens. t. 1, p. 597), detta innanzi all1 imperador Massimiliano I e a’ principi d’Allemagna, per indurli a prender l’armi contro il re Luigi XII, e a togliergli dalle mani Lodovico il Moro da lui poc anzi fatto prigione. [p. 2321 modifica]TERZO 23ai Alla orazione si aggiungono due lettere, una di Leandro Pelagallo perugino, protonotario apostolico, con cui manda quell orazione al Cardinal Ascanio Maria Sforza (*) , l’altra dell’iinperador Massimiliano a Federigo re di Sicilia , in cui gli scrive che niuno avea finallora in Germania riscosso applauso uguale a quello del Cardulo, e che da questa orazione singolarmente erasi egli indotto a scendere armato in Italia. Belle ed eloquenti son quelle di Giulio Poggiano, da lui dette in Roma in diverse occasioni, e dal P. Lagomarsini inserite nella Raccolta delle Lettere di quel colto scrittore, di cui pure si è detto altrove. Gran fama di eloquente oratore ebbe in Venezia il celebre, e da noi altre volte lodato, Bernardo Navagero , che dopo aver servita con sommo onore e con uguale felicità la Repubblica in diverse ambasciate, e in quella fra le altre al gran signor Solimano, e dopo essere stato podestà di Padova, fatto poi vescovo di Verona nel i5(io, e cardinale nel 1562, fu presidente al concilio di Trento, e finì di vivere nel 1565. E una bella testimonianza della stima in cui era l’eloquenza del Navagero , è ciò che narra il Cardinal Valiero di lui nipote nella Vita che egli ne scrisse, cioè che il famoso doge di Venezia Andrea Gritti, il cui nome ne’ fasti della Repubblica è sì illustre, chiamato a sè il Navagero allor (*) La lettera del Pelagalio qui indicala non è stala pubblicata da monsig. Mansi, ma salo ieggesi aggiunta » un codice ms. dell’orazione del Cardino pi esso il eli. Mg. Lori Jacopo Morelli. [p. 2322 modifica]2Ò22 LI IlRO giovane, gli disse ch’ei, dopo morte, bramava di esser da lui lodato con orazion funebre, che perciò si accingesse tosto a comporla , e quando f avesse finita , venisse a leggergliela , e ogni anno gliene rinnovasse la lettura. Ubbidì il Navagero; e il buon vecchio all’udire le sue illustri imprese vivamente da lui descritte, ne provava una dolce e ben perdonabile compiacenza , e a certi tratti piangea per tenerezza. Questa orazione, che per oltre a due secoli si è giaciuta inedita, è stata di fresco pubblicata per opera del ch. sig. D. Jacopo Morelli (Codd, mss. Bibl. Nan. p. i ()J), ed ella ne era veramente degnissima, perciocchè è scritta con una robusta e vigorosa e insieme colta eloquenza, e ci scuopre abbastanza lo studio fatto dal Navagero sugli antichi scrittori , e il talento che dalla natura avea sortito per imitarli. Pregevoli son parimente le orazioni latine di Girolamo Negri di patria veneziano, che dopo essere stato più anni al servigio de’ cardinali Marco e Francesco Cornaro e Gasparo Contarini, morì in Padova, dove era canonico, nel 1557 , in età di sessantacinque anni. Il ch. sig. abate Vincenzo Alessandro Costanzi ha pubblicate di nuovo in Roma nel 1767 le orazioni e le lettere latine di questo elegante scrittore , in cui il Sadoleto ammirava e lodava la Tulliana gravità (Epist. famil. t. 1 , p. 312), e vi ha premesso un diligente ed esatto racconto della vita del Negri , a cui io rimetto chi voglia averne più distinta contezza. Anche di Giulio Gabrielli da Gubbio abbiamo un volume di orazioni e di lettere latine , [p. 2323 modifica]TERZO 33a3 stampate in Venezia nel i56c), e da lui dedicate a Scipione Gonzaga , che fu poi cardinale , e in queste lettere ei fa ancora menzione di varie traduzioni dal greco ch’egli avea fatte. Un bell’elogio di Giulio ha inserito ne’ Comentarj della sua Vita il detto Scipione, il quale narrando che il cardinale Ercole suo zio gliel diede a compagno e direttor ne’ suoi studj, lo dice: hominem Graecis et Latinis literis apprime imbutum, et qui summa vitae innocentia et morum gravitate summam Latinae scriptionis elegantiam conjunctam haberet VI. Voglionsi ancora accennare coloro che a promuovere e ad agevolare lo studio dell’eloquenza ci dieder recate nella nostra lingua le orazioni degli antichi scrittori greci e latini. E per lasciare in disparte alcune particolari orazioni, da diversi scrittori tradotte , noi rammenteremo solo , quanto a’ Greci, la traduzione delle undici Filippiche di Demostene fatta da Felice Figliucci, stampata in Roma nell’anno 1551, e dedicata a quel Cardinal del Monte, che disonorò il pontificato di Giulio III, il qual l’avea adottato in nipote; e la traduzione delle Orazioni d’Isocrate fatta da Pietro Carrario dottor padovano, e stampata in Venezia nel 1555. Niuna però di queste due traduzioni è tale che possa esserne pago chi vuol comprender la forza e l’eloquenza di que’ rinomati oratori. Maggior numero di traduttori ebbero le Orazioni di Cicerone; perciocchè oltre le molte versioni di una o più tra esse, fatte da Cornelio Frangipani, da noi poc’anzi Tiraboschi, Voi XIII. a3 [p. 2324 modifica]23?4 LIBRO lodato, da Girolamo Ragazzoni, da Giovanni Giustiniano, dal celebre Jacopo Bon fadio, di cui abbiamo un’assai elegante traduzione di quella in favor di Mi Ione, e da più altri, i cui nomi si posson vedere nelle Biblioteche de’ Volgarizzatori dell’Argelati e del P. Paitoni, abbiamo ancora due traduzioni di tutte le Orazioni, cioè quella di Sebastiano Fausto da Longiano che fu il primo a darla alla luce in Venezia nel 1556, e quella di Lodovico Dolce, stampata ivi nel 1562. Dobbiamo ad amendue saper grado del loro buon animo; ma non dobbiamo proporre le lor versioni come modello di somiglianti lavori. Perciocchè, ancorchè voglia concedersi, il che per aventura non sempre è vero, ch’esse sieno esatte e fedeli, troppo però son lungi dall’aver quella forza e quella maestà che tanto si ammira nel padre della romana eloquenza. Del Dolce si è detto ad altra occasione. Del Fausto, benchè si sia talvolta fatta menzione, non abbiamo però mai data particolar contezza; ed egli ne è degno, se non fosse altro, per le molte fatiche da lui sostenute a pro delle lettere, e per la dimenticanza in cui gli scrittori 1’ hanno comunemente lasciato. Ma io ancora non potrò darne che scarse notizie, perciocchè poche ho vedute delle opere da lui date in luce. Ei fu da Longiano castello tra Cesena e Rimini, ove parmi probabile ch’ei nascesse circa il principio del secolo. De’ primi studj da lui fatti negli anni suoi giovanili io non ho trovata memoria alcuna. Servì a molti signori, e forse il primo tra essi fu il co. Guido Rangone, a [p. 2325 modifica]TERZO 2325 cui nel i53a dedicò il suo Comento sul Canzonier del Petrarca, in cui alcuni l’accusano, senza ragione, come plagiario del Gesualdo (V. Zeno, Note al Fontan. t. 2, p. 23). Ad Argentina Pallavicina, moglie del conte Guido, dedicò ancora nel 1542 la sua versione italiana di Dioscoride, e nella dedica del suo Duello a Jacopo Appiano d’Aragona, dice di aver cominciata quell’opera in casa del conte Guido; e Tommaso Lancellotto nella sua Cronaca ms. di Modena, sotto il 1 di luglio del 1539(), nomina Fausto che allora era in Modena, e lo dice servitore del conte Guido. Ei fu ancora presso il conte Claudio Rangone, perciocchè Ortensio Landi lo dice maestro del conte Fulvio di lui figliuolo (Cataloghi, p. 5(>2). Tra le Lettere di diversi a Pietro Aretino, cinque ne abbiamo del Fausto, una delle quali cel mostra in Bologna nel dicembre dell’anno 1532 (t. 1, p. 207) , un’altra in Adriano sul Ferrarese nell’aprile dell’anno 1533: Giunto che fui a Ferrara , scrive egli (ivi), da parte di quei giovani Signori sono stato ricercato, s io voglio gradare V Accademia, che vogliono dirizzare adesso de la lingua volgare, et ogni giorno leggere una lezione del Petrarca et una de le regole volgari. Secondo l’offerta , che mi faranno , io risponderò. Adesso sono in luoco solitario lontano da Ferrara 35 miglia, et attendo la risoluzione di questi Accademici nuovi. Ma il progetto non si condusse ad esecuzione, perciocchè le altre tre lettere cel mostrano in Rimini nel 1534 (ivi* p• 202), nel qual anno fu più volte gravemente infermo. Nella prima [p. 2326 modifica]23a6 libro di esse ragiona il Fausto di due grandi opere di’ egli stava apparecchiando, e ne ragiona, a dir vero, più da saltimbanco, che da uom dotto: Ho tra questo tempo composto uri opera , la quale ci dà a conoscere la pecoraggine di quelli, che indegnamente s’usurpano questo venerando nome, di Poeta. Tutte queste cose contiene. Primo uno Dialogo della lingua Italiana a modo diverso dagli altri: lo principio de la corruttela de la lingua a modo nuovo, de la illustrazione, de la imitazione, de la Eloquentia, de le figure, del dire, del numero de la Oratione, et de li piedi corti, cosa non più da altri pensata. De la Poetica, de’ l’invenzione , cosa non più fatta; de le misure de’ versi diversamente da quelle degli altri; de la forma del dire, del decoro del verso, de gli vitii del verso, de le lettere de I alphabeto, cosa non mai più pensata, et più che necessaria; de le sillabe lunghe et brevi, cosa non più pensata, ec. Più pomposo è ancora l’elogio ch’ei fa dell’altra sua opera: Ho cominciato uri altra fatica, la quale è intitolata Tempio di verità, una fantastica faccenda. Sarà divisa forse in trenta libri. Ivi si leggerà la distruzione di tutte le Sette, altamente ripetendole da gli primi principii loro: le bugie degli Historici, le verità de’ Poeti; et in questi tratterassi de la facultade. Rhetorica et de la Poetica , ove sono introdotti Cicerone et altri a mostrare gli difetti loro; così Virgilio, così gli. volgari, et gli comentatori ancora. Voi sentirete gli vituperii di Cesare , <F Alessandro , et d Ottaviano; le lodi di Phalari, e di Nerone, [p. 2327 modifica]TERZO 2J27 e di Sardanapalo. Avicenna vi manifesterà i suoi errori, e Ptolomeo gli suoi in Astrologia: et io introduco uno Astrologo cornponere una nuova Astrologia contraria a quella degli altri , ec. Ma tutti i grandi elogi eli’ ei fa di queste sue opere, le quali per nostra buona sorte non sono mai venute alla luce, terminano in pregar l’Aretino che gli ottenga qualche impiego presso il duca d’Urbino. In questa lettera stessa fa il Fausto menzione di un suo fratello frate, il quale, se è vero ciò ch’ei ne narra, convien dire che fosse un predicatore di nuova foggia, poichè egli dice che, predicando in Cesena, nel fine di una sua Predica conchiuse y che a voler riformare la nazione umana , la natura e Dio non potrebbe ritrovare mezzo migliore , quanto produrre molti Pietri Aretini. Queste lettere non son certamente troppo onorevoli al Fausto; che chi parla con tai lodi di se medesimo, appena è mai che sia degno veramente di lodi. L’Aretino nondimeno , che rendeva volentieri fumo per fumo , esortava nel 1546 il Fausto a pubblicare le infinite opere composte dallo immenso sapere di esso, e si doleva che i negozj impostigli dal Gran Pallavicino non gliel permettessero (Lett. t. 3, p. 341). Infatti allora il Fausto già da alcuni anni era in casa di Girolamo Pallavicino marchese di Corte Maggiore, a cui nel 1544 dedicò la versione delle Tusculane di Cicerone (V. Argel. Bibl. de’ Volgarizz. t. 1, p. 256), protestando che qualunque opera che finallora avesse veduta la luce , o fosse in avvenir per vederla, era stata, o concetta, o [p. 2328 modifica]2328 LIBRO finita, o principiata sotto i suoi felicissimi tetti di Cortemaggiore, unico refugio d ogni virtù, bandita. Ma il Longiano usava facilmente di tali espressioni a riguardo di qualunque suo padrone, perciocchè egli cambiavalo assai sovente. Pare che nel 1556 ei fosse in Vicenza, poichè a quella accademia de’ Costanti dedicò in quell’anno il suo dialogo Del modo di tradurre; e nella lettera dedicatoria nomina tutti gli Accademici che la componevano , e rende lor grazie che ascritto f abbiano al loro numero. E innanzi a quest1 opera fa di nuovo menzione di quella sulla Lingua italiana, da noi già mentovata, e di un gran Dizionario eh’ei pensava di pubblicare. Verso il 1558 ei dovea essere in Ferrara, se è vero ciò che narrasi da Natal Conti (Hist. l. 10), ch’egli avesse parte in una trama ordita dal partito spagnuolo per occupare quella città, nella qual occasione il Conti parla assai male del Fausto, dicendolo uomo non solo nell’arte della guerra, di cui non avea fatta mai professione, ma nella gramatica ancora, cui aveva continuamente insegnata a’ fanciulli, del tutto rozzo e inesperto. Forse allora fu egli costretto a fuggir da Ferrara, e perciò verso il 1559 il veggiamo in casa di Jacopo VI Appiano di Aragona signor di Piombino, a cui nel detto anno dedicò la già mentovata opera del Duello, dicendo di averla cominciata già in casa del conte Guido Rangone, e finita in quella di Jacopo. Quest’opera gli diede occasione di una non leggera contesa col Muzio, che in materia di duelli era rimirato come F oracolo [p. 2329 modifica]TERZO 2J 2(J di tutta 1’Italia, e molti opuscoli uscirono dall’una parte e dall’altra, de’ quali si può vedere il catalogo nella Biblioteca del Fontanini colle Note d’Apostolo Zeno (t. 2, p. 366), e alcuni altri da sè pubblicati ne annovera lo stesso Fausto nella sua Difesa, stampata in Venezia nell1 anno i55<7 (p. 22). Nè io credo che i miei lettori sian molto solleciti eli1 io gli annoveri distintamente. Dal principio della suddetta Difesa raccogliesi che il Fausto poco innanzi era stato nell’isola di Corsica, e che di là era passato a Genova, per ragguagliar la Repubblica del felicissimo successo per opera del Conte Hieronimo di Lodrone Colonello e Capo principale in quell Isola, come in dieci giorni col senno e valor suo havea liberato la Bastia dall assedio de Francesi. Non molto dopo, quando il duca di Savoia Emanuel Filiberto ebbe ricuperato nel i5(3o i suoi Stati, il Fausto fu a quella corte chiamato. Io il raccolgo da una lettera del Muzio poco amico del Fausto al medesimo duca: Nè molto dapoi fu introdotto alla servitù di Lei. un altro medesimamente zoppo (vuol dire a questo luogo di Religione non ben sicura) Fausto da Longiano, che, per dire il vero , in cose di Cavalleria non Valeva me; et non haveva nè stilo nè cognizion di lingua nè latina nè volgare (Muzio, Lett. p. 207, ed. Fir. 1590). Su qual fondamento il Muzio accusi il Fausto di fede dubbiosa , non saprei dirlo. Il Fontanini ha adottata l’accusa , e ne reca in pruova il Tempio di verità ideato dal Fausto, di cui abbiam detto poc’anzi (/. cit. p. 20). Ma a me par [p. 2330 modifica]a33o libro che T idea che di quell1 opera ci dà il medesimo Fausto, cel rappresenti pazzo anzi che eretico. Il medesimo autore afferma che il Fausto fu anche pubblico professore di belle lettere in Udine (ivi, p. 366), ma non ci dice nè quando , ne per quanto tempo. E io pure non posso accertare nè fino a qual anno continuasse a vivere, ne ove morisse. Alle molte opere da lui composte, che già abbiamo accennate, più altre ancora si possono aggiugnere , come il libro Dell’Istruire un figlio d’un Principe dai x fino agli anni della descrizione; Il Gentilhuomo, opera da lui non compita (l. cit. p. 253 , ec.), il trattato Delle Nozze, in cui spiega i costumi in esse da tutti i popoli usati, e quel Degli Augurj, oltre la traduzione delle Lettere famigliari di Cicerone, e più altre versioni o dal latino , o dal greco, di cui non giova il far distinta menzione. Io accennerò solamente che degne sono d1 esser lette le riflessioni che fa Apostolo Zeno (l. cit. p. 26) per difendere il Fausto dalle tacce di plagiario , nel pubbicare la sua versione della Sforziade del Simonetta, e da quella d’impostore nello spacciar come scritta da Pietro Geraldo, scrittore contemporaneo, la Vita del celebre Ezzelino da Romano. Il Zeno sembra talvolta dolersi che alcuni abbian di troppo depresso e malmenato il Fausto, il quale per altro, dice egli, non è tale, che manchi di merito; alcune delle tante sue opere si sostengono ancora in riputazione. Non può negarsi però, che se le opere del Fausto non son senza i lor pregi, questi vengon non poco diminuiti e dall’arro[p. 2331 modifica]terzo a33i ganza con cui parla talvolta di sè medesimo, e dallo stile poco felice con cui sono scritte. VII. Rimane a vedere per ultimo qual fosse in questo secolo lo stato dell’eloquenza sacra. Poco, a dir vero, ha in ciò l’Italia di che vantarsi; e qual fosse il carattere de’ predicatori, singolarmente sul principio del detto secolo , non può meglio spiegarsi, che col riferire una risposta che, come narrasi da Ortensio Landi, diede il Bembo: Fu dimandato una volta, dice egli (Paradossi, l. 2, parad. 29), essendo io in Padova, a Mons. Bembo, perchè non andasse la Quaresima alle Prediche; e rispose egli incontanente: Che vi debbo io fare? perciocchè mai altro non vi si ode, che garrire il Dottor Sottile contra il Dottor Angelico, et poi venirsene Aristotile per terzo a’ terminare la quistione proposta. Questo abuso di riempir le prediche di scolastiche sottigliezze, e di affastellare insieme mille citazioni di scrittori sacri e profani , erasi introdotto, come a suo luogo abbiamo osservato, nel secolo precedente, e mantennesi ancora per qualche tempo sul principio di questo. Si conobbe poscia che non era quello il modo di declamare dal pergamo, e che altro frutto non se ne coglieva comunemente, che o una infinita noia degli ascoltanti, o una sterile ammirazione per la dottrina dell’oratore. Cominciossi dunque a cambiar metodo e stile, e ad annunciare la divina parola con quella maestà e insieme con quella forza che le conveniva. La storia ecclesiastica di questo secolo ci ha lasciata la memoria di molti che in ciò si esercitarono coli [p. 2332 modifica]2332 LIBRO somma loro lode non meno che con gran frutto dei loro uditori; e cose grandi si narrano principalmente degli ammirabili effetti che in molte città produssero i Cherici regolari de’ diversi Ordini a quel tempo fondati. Qui però ancora vuolsi ripetere ciò che parlando de’ predicatori del secoloxiii abbiamo avvertito (t. cioè che la santità de’ loro costumi e le ferventi loro preghiere avean più parte nel frutto che traevano da’ loro uditori, che la loro eloquenza. Di essi però sarebbe luogo più opportuno a parlare nella storia della Religione, che in quella della letteratura. Lo stesso dee dirsi ancora della gran commozione che colle sue prediche eccitò il troppo celebre F. Bernardino Ochino,di cui altrove si è detto; perciocchè egli l’ottenne più colla fama che seppe destramente acquistarsi d’uomo di santa ed austerissima vita, che colla forza del suo ragionare. Alcuni però furono avuti in conto di eloquentissimi predicatori; e le loro prediche furon credute degne della pubblica luce. E in essi veggiamo in fatti non già un ben tessuto e ordinato discorso, nè un raziocinio che stringa e incalzi l’uditore, nè gli dia scampo alcuno; ma una certa popolare eloquenza , fondata principalmente in una vivace immaginazione e in una robusta energia di favellare, che scuote e commuove gli ascoltatori, ed eccita in lor quegli affetti che l’orator si è prefisso di risvegliare. Di alcuni di essi direm qui brevemente; e farem principio da uno che in fama di eloquente oratore non fu inferiore ad alcuno al principio di questo secolo; benchè delle [p. 2333 modifica]terzo a333 prediche da lui dette al popolo non siacene rimasta pur una. Vili. Parlo del celebre Egidio da Viterbo , uno de’ più chiari lumi dell" Ordine agostiniano , e degno la cui vita si illustri più che non si è fatto finora, benchè pur molto ne abbiano detto gli scrittori di quell’Ordine, e singolarmente i PP. Gandolfi (De CC. Script. august) e Ossinger (Bibl. Script. august). Da essi adunque, ma più ancora da diversi scrittori di que’ tempi, e da’ monumenti che me ne ha cortesemente trasmessi il più volte lodato monsignor Giacinto dalla Torre, noi ne trarremo le più importanti notizie. Il Gandolfi si sforza a provarlo nato di ricchi e nobili genitori, e lo dice figlio di Antonio Canisio e di Maria del Testa viterbesi. Al contrario il Bembo, che gli era amicissimo , lo dice in povero e basso luogo nato (Letti t. 1, l. 12; Op. ti 3, p. 84), e lo stesso si conferma dal Giovio (Elog.p. 33). Lo stesso Egidio, in una delle sue lettere pubblicate dal P. Martene , ci agevola lo scioglimento della quistione, ma ci fa insieme conoscere che suo padre non Antonino chiamavasi, ma Lorenzo: Scribis mirari te, unde ortus sim , et cujus similitudinem (ducam, qui patre Laurentio et Maria inatre sin1 ere tris, honestis alioqui, probis ac prudentibus sane parentibus (Collect. ampliss. ti 3, p. 1249); col che sembra indicarci che i suoi genitori fossero di onesta condizione , ma forse de’ beni di fortuna poveri assai. Ei nacque nel ma non sappiamo ove intraprendesse i suoi studj, e ove dimorasse fino al 1488, nel qual [p. 2334 modifica]2(334 LIBRO anno, contandone egli 18 di età, entrò nell’Ordine di S. Agostino. Così egli stesso racconta, descrivendo poscia il soggiorno che per più anni fece in America, in Padova, nell1 Istria, in Roma, in Firenze, nel qual tempo attese principalmente allo studio della platonica filosofia, e ne sostenne le opinioni in una solenne disputa in Roma, riportandone in premio l1 onor della laurea (ib. p. ec.). Dopo avere per qualche tempo letta teologia in Firenze , fu chiamato a Roma a predicare innanzi al pontefice Alessandro VI, a cui egli piacque per modo, che ne ebbe il comando di fissar ivi il soggiorno. Era allora in Roma il celebre F. Mariano da Gennzzano generai dell1 Ordine , di cui abbiamo a lungo parlato nella storia del secolo precedente (t. 6, par. 3). Questi veggendo il raro talento di Egidio, sel prese a compagno; e quando nel 1498 fu inviato dal pontefice a Napoli, seco il condusse. Morì al fine dell1 anno stesso Mariano, ed Egidio fu egli ancora a gran pericolo della vita. Ivi frattanto avea egli fatto conoscere il raro suo talento nel predicare; e il Pontano, che pur non era l’uomo il più divoto del mondo, tanto ne fu rapito, che ad uno de’ suoi Dialoghi diede il titolo dal nome di Egidio; e dopo aver dette gran lodi non solo di Mariano , ma ancor di questo sì valoroso discepolo che avea formato, inserì in esso un discorso da Egidio detto dal pergamo (Dial. Aegid Op. pars 4, p• 166, ed. Fior. 1520). Questo discorso non ci dà , a dir vero, una grande idea dell’eloquenza di Egidio, ma è probabile [p. 2335 modifica]terzo a335 che il Fontano non ne raccogliesse che que’ sentimenti dei quali potè ricordarsi, e gli sponesse come gli parve meglio. Dopo essersi ritirato sul colle di Posilipo, e passati ivi due anni in continui esercizj di fervente pietà, fu dal re Ferdinando, che avealo in altissima, stima , inviato a predicar nella Puglia. Quindi si fece udire in diverse città d’Italia , e in tutte ottenne tal plauso , che venendo egli da ogni parte richiesto, nè sapendo come soddisfare ad ognuno, il pontefice Giulio II riserbò a se stesso la scelta dè luoghi ov’ei dovea predicare. Lo stesso pontefice seco il condusse due volte a Bologna , e non v’ebbe occasione di straordinaria solennità in cui non venisse dato ad Egidio l’incarico di ragionare pubblicamente. Tutti gli scrittori di que’ tempi esaltano fino alle stelle la rara eloquenza di questo sacro oratore. Il Giovio ne fa un magnifico elogio , anteponendolo a tutti di quella età (l. cit.); Paolo Cortese , che scriveva a quel tempo la sua opera De Cardinalatu, ne loda al sommo la soavità, la forza, l’eleganza del ragionare l.1, p. 103). Ma il Sadoleto singolarmente, che ben sapeva che fosse scrivere con eloquenza, mandando al Bembo l’orazione da Egidio detta nell’apertura del concilio Lateranense, che si ha alle stampe negli Atti di quel concilio (ed è l’unica cosa in genere d’eloquenza che siaci di lui rimasta), dopo aver detto che il Bembo ed egli soleano chiamare Egidio clarissimun hujus saeculi tamquam obscurascentis lumen, ne fa questo glorioso encomio, eli* io non posso a meno di non recare qui stesamente (Epist. [p. 2336 modifica]2336 LIBRO famil. t. i, p. 18): Sumus enim experti pluries illam hujus viri mule entem omnium aures atque animos eximiam eloquentiam, vernacula quidem lingua Hetruscorum , quae illi patria est, abundantem, sed ex uberrimis et Graecae et Latinae eruditionis fontibus deducram. Magno enim hic studio Theologiae ac Philosophiae altissimis artibus comites literam politiores adjunxit. Ergo illa in sacris concionibus divina semper et admiranda, flectere arbitrio suo hominum mentes, serenare incitatas, languentes accendere , vel infiammare potius ad virtutis , justitiae , temperantiae studium, summi Dei venerationem, sanctae Religionis observantiam , novit. Nec vero quidpiam interfuit, illo dicente, inter doctos homines et idiotas: non senex ab adolescente, vir a muliere, non princeps ab infimo homine potuit dignosci: sed omnes pariter vidimus praecipites ferri impetu animos audientium, quocumque eos Oratori impellere libuisset: tanta vis Orationis, tantum flumen lectissimorum verborum , pondus optimarum sententiarum ex eo ferebatur. Ex quo , quod semper evenire cernimus, jam plane intelligimus necessitate evenire , non casu , ut quotiescumque dicturus est, concursus maximi omnibus ex locis audiendi causa fiant, ec. Nel 1507, dopo essere stato inviato segretamente da Giulio II alla Repubblica di Venezia per ottenere la restituzion di Faenza, nel che egli non ebbe eloquenza bastevole a persuaderlo, fu eletto generale del suo Ordine, cui saggiamente governò per lo spazio di dieci anni, promovendo con sommo zelo la regolare osservanza, [p. 2337 modifica]TERZO 3 ÓD’J proccurando clic da ogni parte s’inviassero monumenti a Roma per compilar la Storia del suo stesso Ordine , e adoperando felicemente la sua eloquenza nel suddetto concilio, perchè ad esso e agli altri Ordini regolari fossero confermati gli antichi lor privilegi. IX. Fu frattanto innalzato alla cattedra di S. Pietro Leon X, e questo splendido mecenate de’ dotti fece tosto conoscere ad Egidio, in quanta stima f avesse. Nel 1515 inviollo suo nuncio all’imperadore Massimiliano per indurlo a far pace co’ Veneziani, e nella lettera perciò scritta a Cesare, parlandogli di Egidio: Is quoniam est, gli dice (Bembi Epist. Leon. X nom. l. 11, ep. i3), e orinila integri tate , religione , doc trina, onmiumque pene linguarum, quae ruma quidem excoluntur, usum atque scientiam, omnium bonarum artium disciplinas cognitas et exploratas habet. Ma niuna cosa meglio ci mostra, non dirò solo la stima, ma la tenerezza e l’amicizia che Leone avea per Egidio, quanto tre lettere dal pontefice scrittegli nell’anno 1517 (ib. l. 15, ep. 32, 35, 38), nelle quali, dimentico quasi dell’autorità pontificia, parla con lui , come farebbesi fra due uguali. Nella seconda di esse gli scrive che pensa di accrescer presto il numero de’ cardinali , e che vuole sceglierne alcuni che sieno ben atti a quella gran dignità. Volea il pontefice quasi scherzando fargli intendere eli’ egli sarebbe un d’essi; ma non avendo il modesto Egidio inteso lo scherzo , Leone apertamente gli scrive nell’ultima che vuol sollevarlo a quella dignità; e che perciò sia in Roma pel primo [p. 2338 modifica]2338 LIBRO di luglio del 1517, giorno a ciò destinato. Fu adunque Egidio in quel giorno con plauso di tutti i dotti annoverato tra’ cardinali; e l’anno seguente fu da Leone inviato in Ispagna a Carlo V per muoverlo alla guerra contro de’ Turchi; e nella lettera scritta perciò a quel sovrano, ei fa di nuovo un magnifico elogio del cardinale (ib. l. 15, ep. 16). Nel tornar dalla Spagna, giunto a Venezia, fu incontrato da tutto quell’augusto senato (ib. ep. 22), e accolto con somma magnificenza. Non cessava frattanto Egidio dal coltivare i suoi studj, e ritirandosi spesso in qualche solitario luogo , tutto ad essi si abbandonava. Doleansi però alcuni che di tante fatiche il pubblico non vedesse mai alcun frutto, e che niuna di tante opere da lui composte venisse a luce. Perciò il pontefice Clemente VII, in una sua lettera scrittagli nel i53o, che è riferita ancor dall’Ossinger, piena di elogi del vasto saper di Egidio , caldamente lo esorta a non defraudare più oltre le comuni speranze e la pubblica espettazione. E forse avrebbe egli prima ancor di quel tempo secondate le brame di questo pontefice, se in occasione del sacco di Roma non gli fossero stati involati tutti i suoi libri, perdita a cui più fu egli sensibile, che a quella di tutte le altre sue cose, che parimente divenner preda dei rapitori. Così raccogliam da due lettere di Lucillo Filalteo, una a lui stesso, l’altra al Cardinal Contarini (Philalt. Epist p. 40, ec.), nella quale aggiugne che il Bembo aveagli promesso di raccoglier per lui quanti più potesse libri ebraici, giacchè della perdita [p. 2339 modifica]TERZO 333^ di questi singolarmente doleasi Egidio versatissimo in quella lingua. Anche in queste lettere, e in uu’ altra pure a lui scritta (ib.p. 92), il Filalteo esalta con somme lodi la virtù, lo studio, l’erudizione del cardinale, la gran perizia ch’egli avea nelle lingue greca, latina ed ebraica, la grazia e la facondia eh’egli avea nel ragionare, e rammenta principalmente la versione in poesia latina di non so quale canzon del Petrarca, nel che era sì felicemente riuscito, che pareva aver superato l’originale. Dopo il sacco di Roma, fu il Cardinal Egidio in Padova per lo spazio di un anno quasi sempre infermo, come ci mostra una lettera a lui scritta dal Bembo (Famil. l. 5, ep. 28). Tornossene poscia a Roma, ove a’ 21 di novembre del 1532 finì di vivere. Di che scrivendo il Bembo al generale degli Agostiniani, Dio il sa, dice (Lett. t. 1, l.12, Op. t. 3, p. 84), e certo sono, che anche V. S. sel crede, che mi è grandemente doluto in morte del sig. Cardinale Egidio, il quale era e dotto, e amico de’ dotti e letterati, e grato e gentile, e sopratutto pieno di soavissima facondia, che addolciva gli animi di chiunque usava con lui. Pochissimo è ciò che di un uomo sì dotto abbiamo alle stampe; anzi oltre 1’orazione e le lettere già accennate, io altro di lui non trovo scritto in latino, che alcune lettere a Giovanni Reuclino, e un’altra a Pierio Vale» riano, da questo premessa al libro xvii\de’ suoi Geroglifici, nella prefazione al quale fa grandi encomj di Egidio, e rammenta che in Tiralo seni. Voi. XIII. 24 [p. 2340 modifica]2^4° LIBRO Roma interveniva egli pure alle Cene coriciane da noi altrove descritte. Ne abbiamo ancora alcune Rime sparse in diverse Raccolte, e singolarmente le stanze intitolate la Caccia di Amore, stampate in Venezia nel 1538, le quali se avessero eleganza di stile pari alla vivacità delle immagini, potrebbono annoverarsi tra le migliori della volgar nostra lingua. Grandissimo è poi il numero dell1 opere o inedite o smarrite di questo gran cardinale, di cui ci dà un lungo catalogo il P. Ossinger. Molte di esse appartengono o alla interpretazione de’ libri sacri, o alla illustrazione della lingua ebraica, di cui anche avea compilato un Vocabolario, o a trattati di platonica filosofia , o ad argomenti teologici e sacri. Fra esse avea egli cara singolarmente una sua Storia di xx secoli, che fu tra’ libri da lui perduti nel sacco di Roma; e comperata poscia dal Cardinal Marcello Cervini, passò indi alle mani del Cardinal Seripando, fra’ cui libri se ne conserva in Napoli i originale. Egli era dottissimo non solo nella lingua ebraica, ma ancor nell’arabica; e Giannalberto Widmanstadio, nella prefazione al N. Testamento in lingua siriaca, da lui fatto stampare in Vienna nel 1556, gli dà la lode di essere stato presso che il solo finallora tra i Cristiani a coltivare e a promuover lo studio di detta lingua. Io aggiugnerò finalmente a tutte l’altre opere del cardinale un’altra che da niuno si nomina, e di cui ci ha lasciata memoria Celio Calcagnini in una sua lettera a Jacopo Zieglero:Accedit, dice egli (Op p. ioi), uEgidius Cardina Lis vir singolari in tigri tate et [p. 2341 modifica]TERZO 234I nominis celebriate, qui Porphyrii my steri a et Procli Teologiam Latinam fedit. Is vero, Dii boni, quantum habet literarum, quantum ingenii ad eruenda totius vetustatis arcana (a)! X. A questo oratore, di cui sappiamo che fu stimato il più eloquente de’ tempi suoi, ma non abbiamo le prediche le quali ci mostrino se avesse giusto diritto a tal lode, aggiungiamone alcuni che veggiam similmente lodati come facondi oratori, e de’ quali ci son rimasti i sermoni che loro ottenner tal lode. Tra essi deesi annoverare don Callisto piacentino canonico regolare Lateranense, di cui parlando il Giuntini, che ne fissa la nascita a’ 18 d’aprile del 1484 lo dice Frater Callistus Placentinus Concionator inter primos sui tempo ris (Calendar. astrolog). Ne abbiamo alcuni volumi di prediche; e io ne ho alle mani la Sposizione di Aggeo profeta da lui detta nel duomo di Mantova nel 1537, e stampata in Pavia per opera del celebre Teseo Ambrogio da noi rammentato altrove. In que’ discorsi ei si mostra imitatore non infelice del Savonarola, di cui però come non uguaglia la soverchia libertà di parlare, così non adegua pur l’eloquenza. Leggesi in essi nondimen qualche tratto che ci fa conoscere quanto fosse allor lecito a’ sacri oratori il ragionare impunemente di tali cose, dalle quali par che il rispetto c (a) Il Cardinal Kgidio «la Viterbo fu anche coltivatore della latina poesia, e il sig. Michele Ardito produce chic versi di un’egloga che con pài altre cose mss. in prosa e in verso ei ne ha studiosamente raccolte (Di ivEpifania di gli Dei, p. 28). [p. 2342 modifica]23/f3 LIBRO la prudenza avrcbbeli dovuti tener lontani. Re. chiaraone un passo cavato dal sermone su quelle parole: Seminastis multam, et intulistis parum, in cui egli così ragiona della morte di Leon X, accaduta sedici anni prima: Povero Papa Leone, che s’aveva congregato tante dignitadi, tanti thesori, tanti palazzi, tanti amici, tanti servitori, et a quello ultimo passaggio del pertuso del sacco ogni cosa ne cadde fuori. Solo vi rimase Frate Mariano, il qual per esser leggiere (dì egli era buffone) come una festucca rimase attaccato al sacco: che arrivato quello povero Papa al punto di morte, di quanto e’ s* havesse in questo mondo, nulla ne rimase, eccetto Frate Mariano, che solo! l’anima gli raccomandava , dicendo: raccordatevi di Dio Santo Padre. E il povero Papa in agonia costituto, a meglio che potea, replicando dicea, Dio buono, Dio buono, o Dio buono! et così l anima rese al suo Signore. Vedi se egli è vero, che Qui congregat merces, ponit eas in sacculum pertusum. Hanno ancor pregio le Omelie di Lodovico Pittori che, secondo il Borsetti (Hist Gymn. Ferr. t. 2, p. 329)), è lo stesso che quel Lodovico Bigo Pittori da noi nominato tra’ poeti del secolo precedente, e i Sermoni di Giovanni del Bene (V. Mazzucch. Scritti ital. t. 2, part. 2, p. 805, ec.), le Prediche di Alessio Stradella da Fivizzano agostiniano , che intervenne al concilio di Trento , e fu poi vescovo di Sutri e di Nepi, le quali prediche furon da lui dette in Augusta alf imperadrice Maria d’Austria nel tempo della Dieta imperiale del 1556. Del Cardinal Girolamo Seripando e di Gabriello Fiamma [p. 2343 modifica]TERZO 2343 canonico regolare Lateranense, che furono parimenti tra’ più illustri predicatori di questo secolo , abbiam detto ad altra occasione. Grande ancora fu il nome di Francesco Visdomini ferrarese Minor conventuale, la cui eloquenza ebbe campo ancora di farsi conoscere nel concilio di Trento, e di cui si hanno alle stampe più tomi di prediche , altre in italiano, altre in latino. Di lui parlan più a lungo il P. Franchini (Bibl. di Scritt. francesc.p. 252, ec.) e il Borsetti (/. dtp. 1G0), che accennano ancora gli elogi che gli altri gli hanno renduti. Una Raccolta ancora di Prediche di diversi illustri teologi pubblicò nel 1566 Tommaso Porcacchi, nella quale, oltre lo Stradella, il Visdomini e il dal Bene, hanno luogo Angelo Castiglione genovese carmelitano, Giampaolo Cardello novarese, Girolamo Quaino padovano, Girolamo Franceschi veneziano, tutti e tre dell1 Ordin de1 Servi di Maria, Ippolito Chizzuola bresciano canonico regolare Lateranense , e Sisto da Siena domenicano, oltre S. Francesco Borgia generale poscia de’ Gesuiti, clic essendo spaglinolo non appartiene all’argomento di questa Storia. Ma noi di due soli ci ristringiamo a parlare alquanto più stesamente, perciocchè furono per avventura i più rinomati in quest’arte. XX II primo di essi è Cornelio Musso di patria piacentino, di cui ha scritta la Vita Giuseppe Musso, che per più anni gli fu famigliare ed amico. Essa va innanzi alle Prediche quadragesimali di Cornelio; e noi ne trarremo ciò che è più degno di risapersi, aggiugnendo ancora ciò [p. 2344 modifica]2344 unno che altronde ne abbiam potuto raccogliere (a). Francesco Maria Cervato de’ Mussi e Cornelia Volpi de’ Landi, amendue di nobil famiglia, furono i genitori di Cornelio che da essi nacque in Piacenza nel mese d’aprile del 1511. Ebbe al battesimo il nome di Niccolò, che cambiò poscia in memoria della madre in quel di Cornelio, quando in età di soli nove anni entrò nell’Ordine de’ Minori conventuali. Condotto ne’ primi anni a Carpi, ove venne istruito negli elementi della letteratura, cominciò a dare tali saggi di vivissimo ingegno, che Leonello Pio e Ridolfo di lui figliuolo, che fu poi cardinale, presero ad amarlo teneramente; e scorgendo Leonello il raro talento che dalla natura sortito avea per predicare, fece eli’ ci fosse inviato a Venezia. Qual dovette essere la maraviglia di quella illustre metropoli, quando udì il Musso giovinetto di diecinove anni nel 1530 predicare nel dì dell’Annunciazione in S. Marco (Prediche, l. 1, pred. 5o)l Un sì nuovo spettacolo e il singolar talento del Musso commossero ad alto stupore i principali senatori e patrizj accorsi ad udirlo, e fra gli altri il famoso Luigi Cornaro noto pel suo Trattato della Vita sobria l’ebbe indi in poi quasi in conto di figlio. Frattanto, perché alf ingegno si unisse in lui il corredo de’ buoni studj, fu inviato a Padova nel 1530, ove sotto (a) Merita «li esser letto l’articolo che intorno al Musso ri ha poi dalo 1’eruditissimo proposto Poggiali (Meni, per la Star, dì Pi ad t. 5, p. v.8, ec.), ove ancora si hanno più copiose notizie di I). Callisto da Piacenza da me nominato poc’anzi (ivi, p. 58). [p. 2345 modifica]TERZO 33/{5 1.1 direzione di valorosi maestri, c principalmente di Benedetto Lampridio, fece maravigliosi progressi nelle lingue greca e latina, e poscia ancor nell’ebraica e nella caldaica, nell’eloquenza, nella filosofia e nella teologia; nel qual tempo a questi suoi studj e alle pubbliche conclusioni da lui sostenute, dalle quali ebbe per frutto l’onor della laurea, aggiunse ancor la fatica di predicare più volte. Mandato a Milano all1 occasion di 1111 capitolo generale, e udito ivi ragionare e disputare pubblicamente, piacque per modo all’ultimo duca Francesco, che lo scelse a suo predicatore, e gli assegnò insieme la cattedra di metafisica nell’università di Pavia, ove ancora godeva egli talvolta di andarlo ad udire. Così l’autor della Vita. Ma se è vero che il Musso non cominciasse a leggere in quella università cbe l’anno 1 f>3—, come si indica nel Catalogo di que’ Professori aggiunto all1 Elenco degli Atti da noi più volte citato, il duca suddetto, morto nel 1535. non potè, certo nè assegnargli quella cattedra, nè colla sua presenza onorarlo. Dalla università di Pavia passò il Musso a quella di Bologna , tra’ cui professori di fatto l’annovera l’Alidosi, dicendo (Dott. forest di Teol. Ec. p. 18) che dal i53fino al 1540 fu lettore di teologia, e poscia di metafisica. Nè lasciò però in quel tempo di salir più volte sul pergamo, e molto più quando libero dall1 impiego di professore potè secondare più agevolmente i frequentissimi inviti che da ogni parte veniangli fatti. Nel febbraio del 1541 r mentre ei trovavasi in Roma, fu invitato da don Ferrante Gonzaga, allora [p. 2346 modifica]a346 libro viceré di Sicilia, a predicar la quaresima in Palermo. Ma egli se ne scusò per essergli troppo tardi giunto l’invito; e io ho copia della lettera da lui scritta in tale occasione, il cui originale conservasi nel segreto archivio di Guastalla. In Roma ei fu carissimo a Paolo III e a’ più dotti cardinali, dei quali era ivi allor sì gran numero; e il pontefice volea udirlo sovente ragionare alla sua mensa, e risponder poscia a’ quesiti che da’ circostanti gli venisser proposti; e il Musso ebbe in premio di queste sue fatiche nel 154 ■ il vescovado di Bertinoro, e poscia tre anni appresso quel di Bitonto. Intervenne al concilio di Trento, ove si mostrò ad un tempo e profondo teologo ed eloquente oratore. Egli diè principio a quella illustre adunanza con un suo ragionamento, di cui parlando col suo solito stile Ortensio Landi, che vi si trovò presente, Udemo, dice (Comm. delle cose notab. d Ital. p. 33), V Orazione di Mons. Cornelio .Vescovo di Betonto, piena di sottil artifizio , sparsa de’ rettorici colori, come se tempestata fusse di rubini et diamanti; egli vi bave a consumati dentro tutti i preziosi unguenti d Aristotile, d Isocrate, di M. Tullio, et tutti i savi precetti ci Ermogene. Che maraviglia è dunque s’egli ci puote insegnare, dilettare, et commuovere , spezialmente essendo dotato d una voce simile a quella del cugino? È veramente questo valenthuomo la gloria di Piacenza, l’honor delV Ordine Serafico, et il splendor deliP Episcopal Collegio. Quando il pontefice Pio IV volle riaprire e conchiudere il concilio medesimo, insieme con Marco d’Altaemps suo nipote inviò [p. 2347 modifica]TERZO nel i56o all’imperador Ferdinando il Musso, e le lettere che in questa occasione scrisse il Cardinal Ottone Truchses vescovo d’Augusta all’imperador medesimo, al Cardinal Osio e a più altri, raccomandando lor caldamente il Musso, son piene di elogi di questo famoso oratore (Poggiani Epist. t. 2, p. 62, ec.). Poichè egli fu ritornato dall’Allemagna, il pontefice, invece di mandarlo al concilio, il volle a’ suoi fianchi per valersene nello scioglimento de’! dubbj che spesso dal medesimo concilio si proponevano. Dopo la felice conclusione di esso, il Musso andossene alla sua chiesa di Bitonto, e per dieci anni la resse con sommo zelo, mostrandosi vero padre e pastore della sua greggia, e pascendola al tempo stesso colle sue istruzioni, e edificandola coll’esempio delle sue rare virtù. Sulla fine del 1573, tornato a Roma, e giuntovi poco dopo l’elezione di Gregorio XIII, mentre per ordin del nuovo pontefice ivi si trattiene, sorpreso da mortal malattia, e dispostosi alla morte con quegli atti di fervente pietà che sempre avea praticata vivendo, diè fine a’ suoi giorni a’ 9 di gennaio del 1575. Dieci sole prediche del Musso erano finallora state stampate in Venezia nel 1554, e ad esse erasi unito un discorso di Bernardino Tomitano, celebre professore di belle lettere da noi nominato a suo luogo, in lode dell’eloquenza di questo sacro oratore, nel qual discorso esaminando egli i pregi che sono proprj dell’eloquenza del pergamo , tutti li trova nel Musso, e ne adduce anche la testimonianza di due gran cardinali Contarini e Bembo, i quali udendo il Musso, eran soliti dire ch’egli non [p. 2348 modifica]a348 libro * parca loro nè filosofo, nè oratore, ma angelo che persuadesse il mondo. Anche il Casa fu grande stimatore del Musso, e indirizzando a lui un’Ode in lode dell’eloquenza , lui stesso ne propone come un perfetto modello (Op. t. 4, p. 30, ed. ven. 1728). Un’altra pruova dell’alto concetto di cui il Musso godeva, son quattro medaglie in onor di esso coniate, che si posson vedere nel Museo mazzucchelliano (t.. 1, p. 353). Furon poscia stampate in più tomi tutte le prediche del Musso, ed alcune di esse furono anche tradotte nelle lingue francese e spagnuola, di che e di qualche altra opera da lui pubblicata veggasi il citato P. Franchini (l. cit. p. 151, ec.). E veramente se si confronti il Musso cogli altri oratori che l’aveano preceduto, egli è in confronto ad essi come l’oro al fango. Sbandite le scolastiche speculazioni, le declamazioni ridicole e plebee, e se non ommesse del tutto, usate almeno più parcamente le citazioni degli autori profani, ei non fa uso per lo più che della sacra Scrittura, parla comunemente con quella gravità che a sacro orator si conviene, e non gli manca quel genere di eloquenza che consiste nella vivacità delle immagini, e nella facondia e nella forza dell1 espressioni. Ma ciò non ostante egli è ancor troppo lungi dal poter esser proposto come modello d’imitazione. Le prediche del.Musso sono sovente un continuo concatenamento di testi scritturali, non sostenuti e illustrati colla forza di un giusto e stringente discorso. L’ordine non è esatto; e chi volesse farne una giusta analisi, assai difficilmente, io credo, in ciò riuscirebbe. Ei non ha farle di [p. 2349 modifica]TF.RZO a34<) scoprir destramente i cupi nascondigli del cuore» (di svelarne gl’intimi sentimenti, e di eccitarvi quegli alleili che all’argomento convengono. Lo stile ancora non è molto elegante, ed è ancora diffuso e verboso oltremodo, e spesso vi si veggion tai sentimenti, che sembran quasi preliminari di quello stile ampolloso che tanto poi dominò nel secolo susseguente. Quindi non è a stupire se i dotti, avvezzi per lo più a non udire dal pergamo che o rozzi scolastici, o freddi declamatori, facessero altissimo applauso ai ragionamenti del Musso. Ma non è pure a stupire eli’ essi ora giacciono dimenticati. XII. Della fama del Musso nel ragionare da’ pergami fu successore in certo modo ed erede f Francesco Panigarola dell’Ordine de’ Minori osservanti, clic è il secondo de’ sacri oratori di cui mi son prefisso di ragionare. Oltre i molti scrittori che di lui parlano, io ho copia della Vita eli’ egli scrisse di se medesimo, tre anni soli innanzi alla morte, mentre era in Parigi, il cui originale si conserva in Milano nel convento di S. Angelo; e io ne son debitore al ch. P. Ireneo Affò, la cui erudizione e gentilezza io ho tante volte, e non mai abbastanza, lodata. Ella è scritta con una ammirabile sincerità, sì nell’esporre i difetti in cui cadde, come nel raccontare i pregi di cui fu adorno, e gli onori ai quali fu sollevato; e io perciò me ne varrò volentieri, sicuro di non poter trovare più certa guida: Nacque, così egli dice, Frate Francesco di Gabriele Panigarola (nobile milanese, e uom per prudenza e per senno rinomatissimo, e molto perciò [p. 2350 modifica]3 350 LIBRO adoperato dall’ultimo duca di Milano) et Eleonora Casata F anno 1548 la notte delli 6 di Gennajo, cioè un ìwra innanzi il giorno delV Epifania in Porta Vercellina di Milano in una delle più belle Case della Città, che anc hoggi è di suo nepote nella strada di S. Bernardino. Fu detto al sacro fonte Girolamo; e ne’ primi anni fu dato ad istruire a Natal Conti da noi nominato tra gli storici, che stavagli in casa, e ad Aonio Paleario, che allora insegnava in Milano. Fin dalla tenera età si scorse nel giovane Panigarola una rara memoria, un vivacissimo ingegno e un coraggio superiore agli anni, congiunto però con una sincera e fervente pietà. Parve che fin d’allora si disponesse ad esser grande oratore. Perciocchè, predicando allora in Milano il Musso, ed essendo questi un giorno invitato a pranzo da Gabriello, il giovinetto Girolamo ripetè con sì felice talento alcuni tratti della predica udita , che il Musso teneramente abbracciandolo, più e più volte glieli fece ripetere. Compiti i tredici anni, fu mandato a Pavia, perchè studiasse le leggi, e vi ebbe a maestri il conte Gasparo Visconte, poi arcivescovo di Milano, Cammillo Gallina, Giovanni Cefalo (quel desso di cui fa menzione (Op. t. 2, p. i o5, 131) Bartolommeo Ricci in due sue lettere) e Girolamo Tornielli. Ma qual fosse allora la sua condotta, udiamolo da lui medesimo che sinceramente la spone: A poco a poco così sviato divenne, che questione e rissa non si faceva, ove egli non intervenisse, e notte non passava, nella quale armato non uscisse di casa. Accettò di più iF essere Cavaliero e [p. 2351 modifica]terzo a35i Capo della sua nazione, che è offizio turbolentissimo , e amicatosi con huomini fattiosi della Città medesima di Pavia, più forma haveva ormai di soldato che di scolare. Nè però mancava di sentire in alcun giorno li suoi maestri... de’ (quali se bene poco studiava le lezioni, le asseguiva nondimeno con la felicità dell’ingegno , e le scriveva; e quando andava talhora a Milano, così buon conto ne rendeva al padre, che levava il credito alle parole di quelli, che per isviato l’haveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste brighe molte volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita, e fra gli altri trovandosi presso S. Francesco in una grossa zuffa fra’ Piacentini e Milanesi, ove fu morto un fratello del Cardinale della Chiesa, da molte archibugiate si salvò collo schermo solo d una colonna, ove pur anche ne restano impressi i segni. Ciò non ostante, anche fra tanto dissipamento pareva farsi più vivo in lui il desiderio che già da gran tempo nutriva di rendersi religioso, e l’avrebbe fin d’allora eseguito, se il timore d’affligger troppo suo padre non l’avesse consigliato a differire, finchè ei fosse morto. Ma frattanto avendo egli in una rissa ferito un gentiluomo pavese, il padre, per ordine del Senato, costretto a toglierlo (da quella università, mandollo a Bologna, acciocchè in casa del celebre Giannangelo Papio continuasse il suo studio. Il Panigarola, feroce guerriero in Pavia , divenne in Bologna gentile e vezzoso giovane, e più assai che nelle leggi, occupossi nelle danze, nel giuoco e nel corteggiare. In questo tempo, giuntagli la nuova [p. 2352 modifica]235 2 LIBRO che il padre giaceasi gravemente infermo, volò a Milano; ma trovollo già trapassato , ed egli fermo di eseguire la non mai cambiata risoluzione, tornossi a Bologna, ove, dopo aver passati tre altri mesi nello stesso tenor di prima, e dopo aver avuta gran parte in qualche pericolosa rissa, accettato nell1 Ordine ile1 Minori osservanti da f Luigi Pozzi detto il Borgonuovo piacentino, che ne era allor generale, e passato a Firenze , ivi prese L’abito in età di dicianove anni, a’ 15 di marzo del 1567, cambiando il suo nome in quel di Francesco, in memoria di un suo zio che col medesimo nome era già stato in quell’ordine, ed era stato egli pure predicatore assai rinomato, e ne abbiam pruova negli Annali mss. di Modena di Tommasino Lancellotto, ne’ quali si dice che nella quaresima del 1531 ei predicò in questo duomo, e si fanno grandissimi elogi della sua rara eloquenza. XIII. Quanto sincera fosse la risoluzione del Panigarola, presto conobbesi dal fervore con cui si diede alla pratica di tutti gli esercizj di pietà proprj del suo Ordine. Fatta il compier dell’anno la professione, fu inviato a Padova, ove Pietro Catena e Bernardino Tomitano, profes- j sori in quella università, andavano ogni giorno a dargli lezione, il primo di matematica, il secondo di logica. Nel 1569 passò a Pisa, ove frequentando le scuole di quella università vi ebbe fra gli altri a maestri Flaminio de’ Nobili e Andrea Cesalpino, da noi già mentovati con lode. Mentre ivi egli era nel 1570, il guardiano del suo convento, chiamato a predicare la quaresima a [p. 2353 modifica]TERZO *353 Sarzana, e caduto infermo a mezzo il corso delle sue prediche, volle che il Panigarola, giovane di ventiline anni, colà si recasse, e senza premettervi apparecchio di sorta alcuna, facesse le sue veci. In questo primo e sì arduo tentativo riuscì egli con tanta felicità, che nell’avvento dell’anno stesso vollero i cavalieri di S. Stefano che ei predicasse nella lor chiesa in Pisa , e l’anno seguente, per ordine del gran duca Cosimo, predicò la quaresima in Santa Maria del Fiore in Firenze con plauso tanto maggiore, quanto più era ammirabile in sì fresca età sì straordinaria eloquenza. Nel capitolo generale del suo Ordine, tenuto in Roma nell’anno 1571, fu ad esso chiamato, perchè ivi pur predicasse. Ma il santo pontefice Pio V, fattolo venire a sè, e con lui rallegratosi de’ rari talenti di cui Dio l’avea dotato, con consiglio veramente paterno , gli disse, che poichè non poteva ancora aver tanto studiato, che la dottrina fosse in lui pari all’eloquenza, e poiché in Italia non sarebbe omai stato possibile ch’ei fosse lasciato vivere in pace, voleva che passasse a Parigi a studiare profondamente la teologia. Ubbidì volentieri il giovane Panigarola, e nell’anno stesso si pose in viaggio, e dopo aver fatte nel suo passar per Lione ai mercatanti italiani alcune prediche, per le quali poco mancò che gli eretici nol togliesser di vita, giunse a Parigi. Ne’ due anni ch’ei si trattenne in questa città , a un continuo indefesso studio della teologia congiunse ancora l’esercizio della predicazione, e oltre l’aver ragionato talvolta privatamente innanzi alla reina Caterina de’ Medici, c l’aver [p. 2354 modifica]2354 LIBRO convertiti alla Religione cattolica parecchi Calvinisti di ragguardevole condizione, predicò una quaresima agl1 Italiani d’Anversa, un’altra a que’ di Lione. Tornato nel 1573 in Italia, per lo spazio di tredici anni ne corse le principali città, occupato insieme nel legger la teologia in diversi conventi del suo Ordine, e nel declamare dai pergami, udito sempre con tale applauso, che le più ampie chiese sembravano anguste alla folla che a lui occorreva, e sommamente onorato da tutti i principi, innanzi ai quali ebbe l’onore di favellare. E tale era la fama di lui sparsa per ogni parte, che ne’ suoi viaggi ei non poteva passare per alcun luogo, ove non fosse costretto a predicare; e talvolta appena appariva egli alle porte di una città, che tosto davasi il segno colla campana, per radunare il popolo ad ascoltarlo. Ei predicò nel duomo di Modena nel gennaio del 1580, e ce ne resta memoria nella Cronaca Carandini ms., ove, sotto i 10 gennaio del detto anno, si legge: Predicò nel Duomo di Modena Frate Francesco Panigarola huomo stupendissimo, della eloquenza et dottrina del quale rimase stupefatta la Città. S. Carlo Borromeo seco il volle in Milano negli ultimi due anni della sua vita, e in tale stima egli era nella città, che morto il santo arcivescovo, ei fu da molti bramato per successore. Ma egli tornato a Roma, ad istanza di Alfonso II duca di Ferrara, fu nel 1586 consegrato vescovo di Grisopoli, e nominato suffraganeo di Ferrara. Trasferitosi a quella città , non vi ebbe distinzione ed onore ch’ei non ricevesse dal duca. Ma presto si cambiò scena, [p. 2355 modifica]TERZO 2355 c dopo poco oltre a tre mesi, egli ebbe ordine di partire immediatamente dalla città e dallo Stato. Di queste sue vicende parla egli a lungo nella sua Vita, e ne attribuisce l’origine all’invidia di cui ardeva contro di lui un ministro del duca, il quale pe’ renderlo sospetto, e farlo cader dalla grazia del suo sovrano, persuase ad Alfonso che il Panigarola era in segreto commercio di lettere col Cardinal de’ Medici, a cui andava scoprendo ogni cosa di quella corte. E questo par veramente che fosse il motivo della disgrazia del Panigarola, benchè i suoi emuli ne spargessero tacitamente motivi più gravi, e alla fama del vescovo poco onorevoli. Così raccogliamo dagli Annali mss. di Ferrara di Filippo Rodi, ove all’anno 1586 si legge: A di 23 Luglio venne a Ferrara suffraganeo del Card. Luigi Fra Francesco Panigarola Zoccolante Francescano con provigione di 500 scudi l anno. A dì 6 Novembre il Duca mandò Giambattista Laderchio suo Secretario ad intimare al padre Panigarola suffraganeo del Card, suo fratello nel 7 escovado di Ferrara, che per tutto quel medesimo giorno dovesse levarsi dalla Città et suo Stato: et se bene, dichiarò, che la faceva per mancamento commesso contro i A. S. fu nondimeno detto, che lo fece per altre cause aromatiche et da non mettere in carta (a). Ma cbe (a) In questo ducale archivio segreto mi è avvenuto di trovar la lettera che il Panigarola scrisse al duca dop.» la sua partenza, e io volentieri qui la produco, perchè essa , benchè non ci dia chiara notizia del fatto per cui il Panigarola ne incorse lo sdegno, smentisce TlRABOSCtlI, Voi XIII. [p. 2356 modifica]2356 LIBRO ciò non fosse che effetto d’invidia, ne fu chiara pruova c 1’onorevole accoglimento clic feecgli perù la calunnia che contro di lui si sparse, come narra il Rodi, che fosse stato cacciato per gravi delitti. Anzi a me sembra che oscuramente vi si accenni che il motivo dello sdegno del duca fu per avventura l’avere il Panigarola fatto qualche passo segretamente per essere eletto vescovo di Ferrara. Lettera del vescovo Panigarola al Signor. Duca di Ferrara da poi che fu licenziato dal suo servigio. Io posso ragionevolmente credere, che Vostra Altezza come giustamente sdegnata contro di me , veduto il nome mio nella sottoscrizione, abborrirà di leggere il rimanente della lettera. Tuttavia spero anco tanto nella sua benignità, che forse mi farà gratta di riceverà quest* ultima importunità da me humilissimo suo servo. Il quale confesso d* haver fallato f et riconosco per giustissimo tutto lo sdegno di Vostra Altezza contro di me, ma ne chieggio perdono, nè voglio che questo perdono mi si dia , per ritornare a ricevere le solite gratie da Vostra Altezza , che questo non lo spero, nè sono sì ardito che lo domandi; ma una cosa sola vorrei, che m’ottenesse, cioè che Vostra Altezza si contentasse di credere , che quando io feci quello , che ora conosco che è errore, allora io non lo giudicava errore, nè mi sovvenne mai di poter con quella Scrittura offendere Vostra Altezza, che piuttosto mi sarei abbracciate le mani. Onde tanto più mi duole quello , che il Signor Imola m’ha detto, cioè che questa mia colpa sia da Vostra Atezza nominata infedeltà} non parendo a me d7 esser obbligato a secretezza di cosa, che da lei non haveva intesa, tanto più non mirand’io a pregiudirio d7 alcuno, ma solo a fomentare quel bene, che da Vostra Altezza mi veniva proccurato. Nel quale non è anche vero, eli7 io abbia mai saputo f con che ordine fossero nominati i tre: che in tal caso non havrei cercato d’avanzar gli anteriori; ma credendo , che tutti a lei fossero ugualmente cari, per gli interessi di me stesso mi lasciai muovere, et fallai, [p. 2357 modifica]TERZO 2357 il pontefice Sisto V, il qual volle che l’anno seguente predicasse in S. Pietro ili Roma, e l’impegno del duca di Savoia Carlo Emanuello, il quale, essendo vacalo il vescovato d’Asti , volle che al Panigarola fosse conferito. A’ i3 di dicembre dell’anno 1587 fece egli il suo solenne ingresso in quella città, e per due anni resse la chiesa a lui affidala con sommo zelo, cbe gli meritò la stima del duca non meno , cbe famore del suo popolo. Nel 158^, chiamato a Roma, fu da Sisto V mandato in Francia col Cardinal Gaetano (*), ed ei trovossi in et gravemente, Serenissimo Signore, che di nuovo lo confesso , ma non d? infedeltà, ne di malignità. Tuttavia cessino tutte le scuse , et a me resta il patir le pene della mia temerità , trattenendo però in eterno viva la mia divotione verso P’ostra Altezza, et perpetua la memoria et dei beni già havuti da Lei, et di quelli di più ch} era per farmi, se da me stesso non me gli havessi impediti, et le faccio humilissima riverenza. (*) Il Cardinal Arrigo Gaetano, che seco condusse in Francia il Panigarola col carattere di suo teologo, si può annoverare a ragione tra’ protettori delle lettere e de’ letterati che vissero sulla fine del secolo XVI e sul principio del seguente. Per ordine del Cardinal Niccolò suo zio fu dato ad istruire al celebre Marc1 Antonio Mureto , nel tempo medesimo in cui Cammillo di lui fratello era sotto la direzione di Paolo Manuzio , come l’ornatissimo monsig. Onorato Gaetani de’ duchi di Sermoneta mi ha avvertito raccogliersi da’ monumenti della sua illustre famiglia, dai quali ancora si trae che il Manuzio era perciò da quella famiglia splendidamente trattato , avendo , oltre più altri agi , lo stipendio di cinquanta scudi al mese. Il Cardinal Bellarmino ancora fu teologo del Cardinal Arrigo; e il Peranda , il Boccali ui ed altri uomini celebri nella letteratura furono alla corte di questo splendido cardinale. [p. 2358 modifica]2358 LIBRO Parigi al tempo del famoso assedio di cui quella città fu stretta da Arrigo IV, e colla sua eloquenza giovò non poco a sostenere il partito della lega, ch’egli credeva essere il partito della giustizia. Tornato in Italia e al suo vescovado nel 1590, continuò a darvi pruove del pastoral suo zelo per quasi quattro anni, finchè a’ 31 di maggio del 1594, in età di soli quarantasei anni, finì di vivere, non senza sospetto di veleno a lui dato da chi mal volentieri vedeva togliersi da lui gli abusi e i disordini della sua chiesa. XIV. Appena si crederebbe che un uomo vissuto non più di quarantasei anni, e tanto occupato nelle fatiche dell’apostolica predicazione e in tanti e sì lunghi viaggi, abbia potuto scrivere sì gran numero d’opere, quante il Panigarola ne scrisse. Oltre alcuni volumi di prediche e più altri discorsi detti in diverse occasioni, e separatamente stampati, ne abbiamo ancora dichiarazioni e parafrasi su alcuni libri della sacra Scrittura, il Compendio degli Annali del Baronio da noi rammentato altrove, le Lezioni contro l’eresia di Calvino, ed altre a spiegazione del Catechismo de’ Parrochi, un Trattato latino sulle sacre Stazioni, tre libri della Rettorica Ecclesiastica in latino, argomento che assai più ampiamente fu da lui illustrato nell’altra sua voluminosa opera intitolata Il Predicatore, ossia Parafrasi e Commento intorno al libro dell’eloquenza di Demetrio Falereo, nella quale a lungo ragiona di tutto ciò che è necessario a formare perfettamente un sacro oratore, opera la quale, se se nc togliesscr [p. 2359 modifica]TERZO 23f>9 più cose o inutili, o scritte secondo il gusto di quell1 età, potrebbe ancor leggersi non senza frutto , e che ci mostra ancora che il Panigarola avea fatto lungo ed attento studio non solo sulle opere de’ SS. PP. e degli scrittori ecclesiastici, ma anche su quelle degli autori profani; perciocchè assai spesso reca gli esempi del Petrarca, del Boccaccio, dell’Ariosto e ancora del Tasso. Aggiungansi a ciò moltissimi altri opuscoli ascetici, storici, morali e di ogni genere d’argomento, altri stampati, altri e in assai maggior numero inediti, che si conservano nella libreria di S. Angelo in Milano , e de’ quali ci ha dato un minuto catalogo l’Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 2, pars 1, p. 1029, ec.). Il grande applauso che colle sue prediche ottenne il Panigarola, non fu senza ragione. Egli è certamente il più eloquente predicatore che sia vissuto in quel secolo. Nè io dirò già ch’egli abbia nelle sue prediche quell’ordinato progresso di raziocinio che quanto più si avanza, tanto più stringe, n’è quella difficilissima arte di scoprire agli uditori gl1 interni lor sentimenti, e quindi di muoverne destramente, ove più piace, gli affetti. Ma in ciò che appartiene alla vivacità dell’immaginazione, alla forza e all’energia de’ sentimenti e delle parole, e a una grave e ubertosa facondia, ei può essere ancor rimirato, se non come modello d’imitazione, almen come fonte a cui si possa non inutilmente attingere ancor da’ moderni. È celebre singolarmente l’esordio della predica da lui fatta in Bologna in occasione del timor della peste: esordio efficacissimo a destar negli animi degli uditori un [p. 2360 modifica]salutare spavento, benchè poscia egli medesimo conoscesse die era troppo verboso e troppo ridondante di epiteti e di sinonimi (Il Prudi. cat. partic. 22). Che se all’eloquenza del Panigarola aggiungasi la voce dolce e sonora, il fianco robusto, e tutti gli altri esteriori pregi del portamento, che la accompagnavano, non si avrà a fare le maraviglie eh ei riscotesse sì grandi applausi, e che venisse rimirato e lodato come il più eloquente predicatore che mai si fosse udito da’ pergami.