Geografia (Strabone) - Volume 2/Libro I/Capitolo III

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
CAPITOLO TERZO

../Capitolo II ../Capitolo IV IncludiIntestazione 10 dicembre 2017 75% Da definire

Strabone - Geografia - Volume 2 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
CAPITOLO TERZO
Libro I - Capitolo II Libro I - Capitolo IV


[p. 101 modifica]

CAPO III.


Continuazione dell’esame del primo libro di Eratostene.


Nè in questo ancora ben si comporta Eratostene, ch’egli frequentemente fa menzione d’uomini indegni d’essere menzionati; o per confutarli, o per fondarsi invece sovr’essi, e valersene quai testimoni, come fa di Damaste e di altri di cotal fatta: i quali, poniamo che qualche volta dicano il vero, non si debbono però citare, nè cosa alcuna è da credere sulla loro fede. Ma soltanto degli uomini degni di stima dobbiamo valerci a tal uopo; perch’essi il più delle cose riferiscono esattamente, e se alcune ne omettono o dicono con poca [p. 102 modifica]precisione, nol fanno per trarre altrui in inganno. Ma chi cita Damaste non differisce punto da chi citasse il Bergeo1 o il messenio Evemero o quegli altri ch’Eratostene stesso ha menzionati censurandone le futilità. Ed egli medesimo cita una delle inezie d’Evemero, cioè l’aver lui creduto che il golfo Arabico fosse un lago; e «che Diotimo figliuolo di Strombico, capo di un’ambasceria di Ateniesi, rimontando il Cidno a traverso della Cilicia passasse nel Coaspi, il quale scorre appo Susa, ed arrivasse in quaranta giorni a quella città; dicendo che questo gli fu raccontato da Diotimo stesso. D’onde maravigliarsi come il Cidno attraversando l’Eufrate ed il Tigri potesse sboccar nel Coaspi».

Nè ciò solo è degno di essere notato, ma questo ancora, ch’ei dice sconosciuti al suo tempo certi luoghi, i quali erano tutti esattamente descritti; e mentre raccomanda altrui di non credere di leggieri a chi che sia, e reca in mezzo con lunghe parole le ragioni per le quali non si dee credere, egli medesimo poi, rispetto al Ponto ed all’Adria prestò fede al primo testimonio in cui si abbattè. Quindi credette che il seno Issico2 sia il punto più orientale del nostro mare; mentre la posizione di Dioscuria nell’estremità del Ponto è più orientale di circa tremila stadii, secondo la maniera sua propria di computare; e parlando poi dell’Adria e de’ suoi confini settentrionali ed estremi non si astiene da veruna favola. E credette a molte invenzioni favolose anche intorno alle cose al [p. 103 modifica]di fuori delle Colonne, nominando un’isola Cerna ed altri luoghi che non si veggono più in nessuna parte, e dei quali faremo menzione anche appresso. E dopo aver detto che i primi che navigarono o per ladroneccio o per mercanteggiare, non si spinsero in alto, ma costeggiaron la terra, siccome fece anche Giasone, il quale poi da Colco si addentrò nell’Armenia e nella Media abbandonando le navi; soggiunge che degli antichi nessuno aveva osato navigare l’Eussino, nè lungo la Libia, la Siria e la Cilicia. - Ma qualora egli per antichi intenda coloro che furono prima di ogni nostra memoria, a me non importa il dire se navigarono o no; quando invece alluda a coloro dei quali ci è rimasta ricordanza, nessuno potrebbe vergognarsi dicendo essere manifesto che gli antichi fecero e per terra e per mare viaggi più lunghi di quei che vennero dopo, se pure dobbiamo credere a quanto si dice. Perocchè si celebrano Dionisio, Ercole e quel Giasone che nominammo poc’anzi; poi Ulisse e Menelao menzionati da Omero. Ed è da credere che Teseo e Piritoo per avere compiuti lunghi viaggi lasciassero di sè quella fama la quale racconta che discesero all’Averno; e che per somigliante cagione i Dioscuri3 siano stati detti guardiani del mare, e salvatori dei naviganti. Ed è celebrata anche la possanza [p. 104 modifica]marittima4 di Minosse, e la navigazione de’ Fenicj; i quali cercarono i luoghi fuori delle Colonne d’Ercole e vi fondarono alcune città, e così anche in mezzo alla spiaggia di Libia, poco dopo le cose troiane. Enea poi e Antenore e gli Eneti e, per dir breve, tutti coloro i quali, scampati dalla guerra troiana, non si debbono forse porre nel novero degli uomini antichi? Perocchè nel tempo di quella spedizione accadde agli Elleni del pari che ai barbari di perdere quanto o possedevano nelle loro patrie od avevano in guerra acquistato: di qualità che dopo la catastrofe d’Ilio i vincitori si volsero al ladroneccio sospinti dalla miseria, e tanto più i vinti sopravvissuti alla guerra. È fama poi che da costoro fossero fondate moltissime città lungo tutta la costa fuor della Grecia, e qualcuna eziandio nelle parti mediterranee5.

Dopo aver detto quanto si procedette nella cognizione della terra abitata dai tempi di Alessandro fino a’ suoi, converte di subito il discorso alla figura; ma non già, alla figura della terra abitata (ciò che sarebbe stato più al proposito), bensì a quella di tutta la [p. 105 modifica]terra nella sua intierezza. E certo conveniva parlare anche di questa, ma non peraltro così disordinatamente. Premesso adunque che tutta quanta la terra è sferica, non già come se fosse lavorata al torno, ma con alcune irregolarità, soggiunge che molte mutazioni di figura che avvengono in alcune sue parti procedono dall’acqua, dal fuoco, dagli urti, dalle eruzioni e da altre cause consimili: e nemmanco in questa enumerazione non serba ordine alcuno. Perocchè l’essere sferica tutta la terra procede dalla disposizione dell’universo; nè le mutazioni di figura qui accennate possono punto alterare la terra tutta, essendochè dove trattasi di cose grandi dispaiono queste sì piccole: ma solo possono indurre qualche differenza nelle varie parti della terra abitata, e provengono tutte da cause loro prossime e particolari.

Dice poi Eratostene essere una grande quistione: «Come avvenga che a due mila ed anche a tre mila stadii dal mare in paesi mediterranei si veggono spesso conchiglie ed ostrache, e moltitudine di nicchi, e laghi di acque salse6. Così per esempio presso al tempio d’Ammone, e lungo la via di tre mila stadii che a quello [p. 106 modifica]conduce avvi grande abbondanza di nicchi sparsi, e vi si trova tuttora gran quantità di sale, e getti d’acqua di mare che zampillano in alto. Veggonsi inoltre colà rottami di navi marine, i quali si dice che furono gittati fuori dal fondo d’una voragine; e figure di delfini sovrapposte a colonne colla iscrizione: Dei Teori di Cirene7». E dopo di queste parole Eratostene cita l’autorità di Stratone il fisico, e di Xanto lidio.

Al dire di Xanto, sotto il regno di Artaserse v’ebbe una gran siccità per modo che s’asciugarono i fiumi, i laghi ed i pozzi. Egli poi affermava di avere veduto in luoghi lontani dal mare pietre configurate a guisa di conchiglie o di pettini o di ceramidi, poi un lago di acque salse fra gli Armeni, e nella Mattiana8 e nella Frigia inferiore. D’onde egli era persuaso che dove ora è terra sia stato altre volte mare.

Stratone poi addentrandosi maggiormente nell’etiologia9 sostiene: «Che l’Eussino non avesse da prima veruna bocca dalla parte di Bisanzio, ma che in processo di tempo i fiumi che in quello si gettano fecero forza ed apersero il varco, sicchè poi l’acqua andò a cadere nella Propontide e nell’Ellesponto. E che lo [p. 107 modifica]stessa sia accaduto del Mediterraneo; perocchè quivi pure essendo empiuto il mare dai fiumi si ruppe l’argine dove son le Colonne, e discorrendone l’acque rimasero all’asciutto i luoghi che prima erano paludosi». E ne adduce questa cagione: «Primamente che il letto del mare interno e quello del mare esterno si trovano a differente altezza; poi che anche al presente una specie di benda di terra allungasi sotto mare dall’Europa alla Libia10, quasi a mostrare che una volta non era già questo un pelago solo. Poi che ha pochissima profondità11; mentre per lo contrario profondissimi sono i mari di Creta, di Sicilia e di Sardegna: perocchè moltissimi fiumi e grandissimi scorrendo dal settentrione e dal levante empiono il Ponto di limo e così ne alzano il letto; dove gli altri rimangono invece profondi. Di qui poi il mar Pontico è più dolce di tutti gli altri12, e scorre verso que’ luoghi ai quali il suo letto declina». Stratone è inoltre di parere: «Che tutto il Ponto, continuando le alluvioni già dette, s’empirà di terra: e già nella sinistra sua parte impaludasi, come a dire la costa di Salmidessa, e que’ luoghi che i naviganti [p. 108 modifica]chiamano Stati13 e s’incontrano presso l’Istro e il deserto di Scizia. E forse anche il tempio d’Ammone che una volta era lungo il mare, dopo che le acque si apersero il mentovato passaggio rimase fra terra; e stima che appunto per essere stato sul mare quell’oracolo fosse tanto celebre e conosciuto, mentre se ne fosse stato sempre tanto discosto quanto al presente, è da credere che non avrebbe ottenuta mai tanta celebrità e tanta riputazione. Così anche l’Egitto, al parer suo, sarà stato anticamente coperto dal mare sino alle paludi presso Pelusio ed al monte Casio ed al lago Sirbonide14: d’onde anche oggidì quando nell’Egitto si scavano le miniere del sale trovansi banchi di sabbia e conchiglie fossili, come se il mare avesse coperto una volta tutto il paese, e tutto quel tratto di terra ch’è intorno al Casio ed alle così dette Gerre fosse stato una palude che andava a congiungersi col golfo dell’Eritreo. Ritraendosi poi il mare, questi luoghi furono discoperti dall’acque, e rimase soltanto il lago Sirbonide, il quale essendosi anch’egli aperta un’uscita [p. 109 modifica]si convertì in una palude. Così anche le rive del lago Almiride15 paion di mare anzichè di fiume».

Che in certi tempi gran parte delle terre continentali sia stata coperta dal mare, e poi lasciata di nuovo scoperta può essere conceduto; e così eziandio che tutta la terra presentemente sott’acqua sia nel suolo irregolare; come per verità in quella parte ch’è fuori del mare e dove noi abitiamo, si veggono tutte quelle mutazioni delle quali Eratostene parla. Sicchè al ragionamento di Xanto non si potrebbe apporre veruna assurdità. Ma rispetto a Stratone potrebbe dirsi che mentre v’hanno molte cagioni del fenomeno di cui parla, egli le omette per andarne cercando altre che non sussistono.

La prima cagione ch’ei reca si è che il mare interno e l’esterno non hanno nè uno stesso letto nè una stessa profondità. Ma se il mare talvolta s’innalza e talvolta si abbassa, e copre alcuni luoghi e da alcuni altri invece si ritrae, non n’è già cagione l’essere il [p. 110 modifica]fondo in qualche sito più basso e in qualche altro sito più alto; ma sì piuttosto l’essere soggetto il fondo stesso talvolta ad innalzarsi e talvolta invece ad abbassarsi, d’onde poi anche il mare cresce o decresce; e cresciuto copre i luoghi circonvicini, decresciuto si ritrae dentro i primitivi suoi limiti. Se la cosa fosse come dice Stratone bisognerebbe che ad ogni subito riempimento del mare tenesse dietro uno straripamento, come a dire quando accade il riflusso delle acque, o quando si gonfiano i fiumi, giacchè nel primo di questi casi le acque si muovono tutte verso una stessa parte, nel secondo sono accresciute. Ma nè gli accrescimenti cagionati dai fiumi hanno effetti subiti e frequenti, nè il riflusso, il quale non dura gran tempo ed è regolare, cagiona inondazioni nè nel Mediterraneo nè altrove. Resta dunque che se ne accagioni il suolo, o vuoi quello che sta sotto il mare, o vuoi quello che ne viene inondato; e pare più probabile accagionarne il primo, siccome quello ch’è più mobile, e per la sua umidità più suscettivo di mutazioni: perocchè quivi ha grand’efficacia il vento ch’è la principale cagione di tutti questi fenomeni. Ma come già dissi ciò che produce gli effetti accennati si è che il medesimo fondo di mare qualche volta s’innalza e qualche volta soggiace ad un abbassamento; e non già l’essere alcuni fondi più alti ed alcuni più bassi. Tuttavolta Stratone tenne quest’ultima sentenza credendo che quanto avviene dei fiumi arrivasse anche del mare, cioè che il discorrimento delle acque fosse da’ luoghi più elevati16; altrimenti non [p. 111 modifica]avrebbe recata al suolo la cagione della corrente presso Bizanzio; dicendo che quello dell’Eussino è più elevato di quello della Propontide e del mare ad essa contiguo17; della quale ineguaglianza soggiunge poi la seguente cagione: «Che pel limo portato dai fiumi l’Eussino si empie e diventa più angusto, e per questo le sue acque scorrono nei mari esteriori. Quindi trasporta questo ragionamento a tutto il Mediterraneo rispetto all’Oceano, supponendo che per la stessa cagione esso abbia un letto più alto che non è quel dell’Atlantico: perocchè anche il Mediterraneo è da molti fiumi riempiuto, e riceve perciò una corrispondente quantità di limo. Converrebbe pertanto che la corrente presso Bizanzio e quella fra le Colonne e Calpe18 fossero uguali. Ma questo si lasci in disparte; perocchè direbbero forse che anche in quest’ultimo stretto la corrente è uguale, ma viene contrastata, e nascosta allo sguardo dal riurtarsi dei due mari e dal flusso e riflusso. Questo per altro io domando: Che cosa impediva, quando non era per anco aperta la bocca presso Bizanzio, che essendo il fondo dell’Eussino più basso di quello della Propontide e del mare contiguo, e formando di già un mare od un lago (maggiore per altro della palude Meotide) non fosse riempiuto dai fiumi? E se questo concedesi, io domando di nuovo: La [p. 112 modifica]superficie dell’acque dell’Eussino e di quelle della Propontide, quand’esse trovaronsi ad uno stesso livello, non dovettero esercitare un’uguale pressione tra loro per modo che l’una non potesse essere necessitata a scorrere nell’altra? E quando levatosi l’Eussino ad un livello più alto, la piena soverchiò e proruppe, ed il mare di fuori si mischiò coll’interno (o ch’egli già fosse un mare, o che fosse un lago da prima e divenisse poi mare per la meschianza e preponderanza dei flutti marini), non avranno pigliata amendue una medesima superficie? E dove anche questo sia conceduto, non verrebbe ad esserne impedito il presente discorrimento, non potendo procedere nè dalla maggiore elevatezza del suolo nè dalla sia declività, come vorrebbe Stratone?

Questo raziocinio possiamo trasportarlo anche a tutto il Mediterraneo ed all’oceano Atlantico, e collocar la cagione della loro corrente non già nel suolo o nella declività, ma nei fiumi19; poichè non sarebbe incredibile, nemmeno secondo Stratone, che il Mediterraneo (quand’anche fosse stato da prima soltanto un lago) essendo riempiuto dai fiumi traboccasse finalmente al di fuori a traverso gli stretti delle Colonne, come da cateratte; e che in processo di tempo essendo poi sempre accresciuto il mare esteriore a cagione di questo traboccamento, sia venuto ad uno stesso livello col Mediterraneo, il quale per la prevalenza dell’altro acquistò anch’esso natura di mare. [p. 113 modifica]


Non è poi cosa da fisico nemmanco il far confronto del mare coi fiumi: perocchè quello giace senza alcuna declività; questi sono portati secondo il declivio del suolo. Lo scorrimento poi degli stretti succede per tutt’altra cagione, che per essere il fondo del mare rialzato dal fango deposto dai fiumi. Perocchè questi deponimenti succedono presso alle bocche dei fiumi, come sono intorno alle bocche dell’Istro gli steti già detti, e il deserto di Scizia, e Salmidesso, dove cooperano anche alcuni altri torrenti; alle bocche del Fasi la spiaggia marittima della Colchide, sabbiosa, bassa e molle; ed al Termodonte ed all’Iri tutta la Temiscira20, detta campo delle Amazoni, e la maggior parte della Sidene. Lo stesso poi accade anche alle bocche di altri fiumi. Perocchè tutti a somiglianza del Nilo convertono in continente il luogo opposto alle loro bocche, gli uni più, gli altri meno: meno quelli che trasportano non molto limo; più quelli che ne trasportano molto, e passano per un molle terreno, e ricevono in sè parecchi torrenti. Tale si è il Piramo21, il quale aggiunse alla Cilicia gran parte del suo terreno d’onde fu poi pronunciato quel detto: Questo avverrà ne’ tempi futuri, quando il Piramo ampio-scorrente spingendo sempre innanzi la costa, arriverà alla sacra Cipro. Perocchè il [p. 114 modifica]Piramo sboccando già navigabile di mezzo ai campi della Cataonia22, e discendendo fra gli stretti del Tauro nella Cilicia, mette foce nel mare che sta fra quella regione e Cipro. E la cagione del non vedersi progredire la terra portata dai fiumi nel mare si è che il mare, soggiacendo di sua natura al flusso e riflusso, la respinge addietro. Perocchè il mare somiglia agli animali, ed al pari di quelli continuamente inspira e respira anch’esso con un perpetuo moto di ritrarsi in sè stesso e di spandersi al di fuori: e questo apparisce a chi sta sul lido, dove il mare percuote: giacchè ora gli si coprono i piedi, ora gli si discoprono, con incessante alternare di moto. Per questa fluttuazione l’onda del mare si muove poi sempre, ed anche quando è placidissima conserva qualche impeto con cui getta sul terreno quanto ha in sè di estraneo, d’onde si sparge di molt’alga il lido23. Questo accade per certo più visibilmente allorchè trae vento marino; ma anche nella calma, e ne’ soffii che spirano dal continente ce ne accorgiamo. Perocchè l’onda portasi al lido anche contro que’ soffii, come s’ella seguitasse un certo moto proprio del mare. Questo esprime Omero dicendo che il flutto:

                             . . . . . . . intorno agli erti
                             Scogli s’arriccia, li sormonta e in larghi
                             Spruzzi diffonde la canuta spuma24.

[p. 115 modifica]Ed altrove:

                             . . . . . . Mugghian con vasto
                             Rimbombo i lidi.

Il giungere adunque dell’onda alla riva ha una certa forza che basta a rigettare quant’essa ha in sè di straniero; e questo è ciò che dicesi purgazione del mare, per la quale e i corpi dei morti e i rottami delle navi vengon portati sull’onda al terreno. Nel ritirarsi poi non conserva il flutto una forza eguale; sicchè non vale a portar seco di nuovo nè cadavere, nè legno, nè leggerissimo suvero, nemmanco dai luoghi più vicini. Così avviene che la terra e l’acque su cui stanno questi corpi siano dall’onda respinte addietro. Anche il peso del limo coopera a far sì ch’esso pricipiti nel fondo del mare prima che sia spinto molto addentro; perchè le correnti dei fiumi perdono la loro forza appressandosi al luogo dove mettono foce. Se poi le alluvioni dei fiumi fossero continue, ben si comprende che tutto il mare dovrebbe alla fine esserne pieno: e questo avverrebbe principalmente nel Ponto Eussino, quand’anche lo supponessimo più profondo che il mar di Sardegna, il quale per testimonianza di Posidonio si crede che sia il più profondo di quanti se ne misuraron finora, ed ha circa mille orgie25 di altezza. [p. 116 modifica]


Noi dunque non seguiremo già questa etiologia, ma sì piuttosto quella che fondasi sopra cose più manifeste, e vedute in certo modo ogni giorno. Perocchè i cataclismi, i tremuoti, le eruzioni, e l’improvviso gonfiarsi del letto del mare innalzano il mare istesso, come lo abbassano i subiti sprofondamenti del suolo. E nel fatto non è già vero che possano uscir del mare masse ed isole piccole, ma grandi no; ovvero isole, e non continenti: e così possono anche sprofondarsi i grandi terreni del pari che i piccoli. Però si dice che per tremuoti si apersero alcune voragini, le quali inghiottirono intiere regioni colle loro città, come Bura e Bizone26 ed altre parecchie. Nè alcuno può dire che la Sicilia sia uno smembramento d’Italia, piuttostochè un paese cacciato fuori dal fuoco dell’Etna, come anche le isole di Lipari e di Pitecusa27.

Eratostene poi è tanto singolare, che sebbene sia matematico, non sostiene però l’opinione di Archimede. Questi nel libro Dei corpi galleggianti afferma che la superficie di ogni liquido in istato di riposo è sferica ed ha un medesimo centro colla terra: e questa opinione è ricevuta da quanti abbiano pur toccate le matematiche discipline. Ma Eratostene stima che il mare interno, comunque per confessione sua propria sia tutto continuo, non sia però tutto compreso sotto una [p. 117 modifica]superficie sola, nemmanco in luoghi fra loro vicini. E chiama per testimoni di questa sua ignoranza gl’ingegneri; sebbene i matematici dimostrino che la scienza degl’ingegneri è una parte della matematica disciplina. Dice pertanto che Demetrio28 avendo intrapreso di tagliare l’istmo dei Peloponnesi per aprirvi la navigazione alle armate, ne fu poi distolto dal contrario parere degl’ingegneri; i quali dopo avere misurati que’ luoghi gli annunciarono essere il seno di Corinto più elevato che il mar di Cencrea, e affermarono che s’egli avesse tagliato il terreno frapposto, tutta la spiaggia ch’è presso ad Egina, ed Egina stessa e le isole circonvicine sarebbero state sommerse: oltrechè la navigazione non sarebbe forse riuscita di grande utilità29.

Di qui poi (secondo Eratostene) nascono le correnti degli euripi30; e quelle principalmente dello stretto della Sicilia, il quale si dice che va soggetto al flusso e riflusso dell’oceano: perocchè due volte ogni giorno vi [p. 118 modifica]si cambia la corrente in quella guisa che l’oceano due volte ogni giorno cresce e decresce. Al flusso poi dell’oceano corrisponde nel mar Tirreno quella corrente che appellasi discendente, e che si porta in quel di Sicilia come se venisse da un luogo più elevato; perocchè questa corrente comincia e finisce a un medesimo tempo col flusso del mare; cioè comincia verso il sorgere della luna o verso il suo tramonto, e finisce quand’essa tocca al meridiano superiore od inferiore alla terra. E così il muoversi opposto delle acque di quello stretto, cui chiamano risalente, corrisponde al riflusso; ed al pari di questo comincia quando la luna tocca all’uno od all’altro dei meridiani già detti, e finisce quand’essa o leva o tramonta.

Ma intorno al flusso e riflusso hanno parlato abbastanza Posidonio e Atenodoro; e in quanto a quello degli stretti, il quale procede anch’esso da una cagione tutta fisica, basterà al nostro intendimento il dire, che questi stretti non hanno tutti le loro correnti di un modo; perocchè altrimenti quel di Sicilia non cangerebbe direzione due volte ogni giorno, come dice Eratostene stesso, e sette volte quello di Calcide, e nè pur una quel di Bizanzio, il quale si muove sempre dal Ponto Eussino verso la Propontide; e se crediamo ad Ipparco rimane qualche volta sospeso31. Oltre di ciò [p. 119 modifica]quando bene il mondo col quale si muovono le acque degli stretti fosse uniforme, non per questo potrebbe ammettersi la cagione da Eratostene assegnata, cioè il diverso livello dei mari che si trovano a contatto. Perocchè questa diversità di livello non s’incontrerebbe nemmanco nei fiumi, se non avessero le cateratte: nè è vero che per cagione di queste vadano soggetti al riflusso, ma di continuo si muovono verso la parte più bassa; e questo avviene perchè hanno inclinato il letto e la superficie. Ma del mare poi, chi mai direbbe ch’esso ha la superficie inclinata? principalmente secondo quel sistema che suppone sferici i quattro corpi che noi diciamo elementari. Però non può dirsi che negli stretti l’acqua sia suscettibile non solo di un movimento alternato, ma ben anche di riposo e d’immobilità; massime se non è una sola la superficie, ma da una parte è più elevata e dall’altra più bassa. Perocchè non si vuol credere che siccome la terra, per essere di sua natura solida, può avere nella propria figura permanenti cavità e prominenze, così sia anche dell’acqua: mentre questa invece, pel movimento medesimo che le viene impresso dal suo peso, si diffonde sopra la terra, e prende quella superficie che Archimede le assegna.

Aggiunge poi alle cose già dette intorno ad Ammone e all’Egitto «parergli che il monte Casio fosse una volta circondato dal mare, e che tutto quel luogo dove ora sono le così dette Gerre fosse impaludato e toccasse al mar Rosso; e che quando il mare si unì32 [p. 120 modifica]rimanesse poi scoperto dall’acque.» Ma riesce anfibologico quel dire che fosse impaludato tutto il luogo che tocca al mar Rosso: perocchè toccare33 significa e l’essere vicino e l’esser congiunto; per modo che trattandosi di acque concorrano le une nelle altre. Io per me dunque intendo che le mentovate paludi si stendessero fin verso il mar Rosso per tutto quel tempo che lo stretto delle Colonne fu chiuso; e che quando poi questo fu rotto, avvenisse il ritiramento dell’acque per essere il nostro mare divenuto più basso a cagione dello sfogo ch’esso ebbe a traverso allo stretto. Ma Ipparco invece intendendo sotto l’espressione toccare, che il nostro mare fosse contiguo coll’Eritreo, domanda, come mai quando si aperse lo sfogo delle Colonne, ed il Mediterraneo vi discorse per mezzo, non trasse con sè anche l’Eritreo34 che gli era congiunto, ma questo invece rimase al suo livello di prima, nè s’abbasso? E nel vero, anche

[p. 121 modifica]secondo Eratostene, tutti i mari esteriori sono contigui, di modo che il settentrionale e l’Eritreo sono un mar solo. Dopo di ciò aggiunge Ipparco il corollario, che il mare al di fuori delle Colonne, e l’Eritreo e il Mediterraneo allora a questo contiguo, debbono avere una stessa altezza». Se non che Eratostene risponderebbe: «Non avere lui detto che il Mediterraneo per soverchia pienezza siasi congiunto coll’Eritreo, ma soltanto che gli si avvicinò; nè per essere un mare solo e continuo non ne viene di conseguenza ch’esso abbia tutto una stessa altezza ed una superficie sola: così la superficie del Mediterraneo non è certamente la stessa presso Lecheo e presso Cencrea35Ipparco stesso accenna questa risposta nel suo Trattato contro Eratostene: e sapendo che l’opinione di lui era siffatta, dovea recare in mezzo qualche cosa del proprio, e non già stabilire che colui il quale dice che il mar esteriore è uno solo, dice nel tempo che una sola n’è la superficie.

Dicendo poi Ipparco essere falsa l’iscrizione sopra i delfini – Dei teori cirenaici – ne assegna una non credibile prova: «Che la fondazione di Cirene si riporta a tempi dei quali abbiam ricordanza, eppure nessuno fa menzione che quell’oracolo fosse mai situato in sul mare». Ma che importa se niuno ne fa menzione, quando fra gl’indizii dai quali raccogliamo che questo luogo è stato una volta marittimo si trovano i delfini e l’ [p. 122 modifica]iscrizione – Dei teori cirenaici? – E mentre concede che il mare innalzandosi commisuratamente alla elevazione del suolo potesse coprire fino all’oracolo uno spazio di più che tre mila stadii, non concede poi ch’esso abbia potuto crescere a tanto da coprir tutto il Faro, ed il più dell’Egitto; come se quella elevazione che da lui viene ammessa già non bastasse ad inondar questi luoghi.

Dicendo inoltre Ipparco «che se il nostro mare si fosse elevato a quel segno a cui Eratostene afferma che giunse innanzi all’irruzione per lo stretto delle Colonne, tutta quanta la Libia e molte parti dell’Europa e dell’Asia ne sarebbero state coperte, soggiunge che anche il Ponto dovette essere in alcuni luoghi unito coll’Istro; perocchè questo fiume dividendosi ne’ luoghi vicini al Ponto, scorre nell’uno e nell’altro mare, siccome vuole la natura del terreno.» - Ma non è vero che l’Istro abbia le sue sorgenti dalle parti vicine al Ponto, sibbene per lo contrario dai monti al di là dell’Adria; nè scorre già in tutti e due i mari, ma solo nel Ponto; e si divide soltanto presso alle sue bocche36. E in questo Ipparco ebbe la stessa ignoranza di alcuni suoi precessori, i quali credettero esservi un fiume dello stesso nome che l’Istro, il quale uscendo di quest’ultimo andasse a finire nell’Adria; che da questo pigliasse il suo soprannome la gente degl’Istri, a traverso della quale discorre; e che Giasone navigasse in que’ luoghi nel suo ritorno dalla Colchide. [p. 123 modifica]

A togliere la meraviglia di quelle mutazioni che noi dicemmo avere prodotte le inondazioni e gli altri fenomeni dei quali parlammo, riguardanti la Sicilia, le isole d’Eolo e le Pitecuse, torna opportuno il registrarne qui alcune consimili che accadono o già sono accadute in altri luoghi. Perocchè molti di questi esempii raccolti e posti dinanzi agli occhi faranno cessare l’ammirazione. E se il vero qualche volta rende attoniti alcuni, costoro mostrano di non avere esperienza dei fenomeni e della forza della natura; come quando loro si parla o di ciò ch’è avvenuto nelle isole di Tera e di Terasia37, situate fra Creta e la Cirenaica, e delle quali Tera è metropoli di Cirene; o di quello che successe in Egitto e in molte parti dell’Ellade. Perocchè nel mezzo fra Tera e Terasia sbucarono fiamme dal mare per quattro giorni, sicchè tutto il mare n’arse e bollì; ed a poco a poco ne fecero uscire, non altrimenti che col soccorso di una macchina, un’isola composta di materie vulcaniche, avente dodici stadj di circonferenza. Quando poi quel fenomeno fu cessato, i Rodii allora padroni del mare, furono i primi che osassero navigare a quel luogo, e vi fondarono sopra un tempio a Nettuno Asfalico38. Posidonio racconta che nella Fenicia essendo avvenuto un tremuoto fu inghiottita una città fabbricata al di là di Sidone, e che in Sidone stessa [p. 124 modifica]quasi due parti delle mura ruinarono; non però a precipizio, sicchè non v’ebbe grande strage di abitanti. Un medesimo infortunio, sebbene con modici effetti, si stese a tutta la Siria, e passò ad alcune isole, come a dire le Cicladi e l’Eubea; di qualità che le sorgenti dell’Aretusa (fontana della Calcide) si otturarono, e molti giorni dopo l’acqua zampillò da un’altra bocca; nè l’isola poi cessò dall’avere in qualche sua parte tremuoti, finchè una voragine apertasi nella pianura di Lelanto non mandò fuori un torrente di lava infuocata.

E molti raccolsero esempj di somiglianti fenomeni; ma a noi basteranno quelli acconcissimi al nostro proposito che ci son posti innanzi da Demetrio scepsio. Perocchè ricordando quei versi:

                             . . . . . . . . . E già venuti
                             Son dell’alto Scamandro alle due fonti.
                             Calida è l’una, e qual di foco acceso
                             Spandesi intorno di sue linfe il fumo:
                             Fredda come gragnuola o ghiaccio o neve
                             Scorre l’altra di state;

non lascia che alcuno si meravigli se dura tuttavia la fonte dell’acqua fredda, e quella dell’acqua calda più non si vede; e reca questa mutazione all’essersi spenta la fonte calda. Ricorda inoltre alcuni fenomeni riferiti da Democle39, il quale racconta che alcuni grandi tremuoti v’ebbero anticamente in Lidia e nella Ionia, fino alla Troade; d’onde intieri villaggi furono inghiottiti, e [p. 125 modifica]Sipilo rovinò regnandovi Tantalo, e di alcune paludi si fecero stagni, ed il flutto coperse Troia. E Faro presentemente unita all’Egitto una volta era circondata dal mare, ed ora è in certo modo divenuta penisola: e questo avvenne anche di Tiro e di Clazomene40. E soggiornando io in Alessandria d’Egitto s’innalzò il mare presso a Pelusio ed al monte Casio, e coprendo la terra fece un’isola di quel monte; sicchè la strada che costeggiandolo mena alla Fenicia diventò navigabile. Non sarà quindi meraviglia se una qualche volta o rompendosi o sprofondandosi l’istmo che divide il mare Egizio dall’Eritreo si formerà uno stretto, per modo che il mare esterno discorra in quello interiore come si vede alle Colonne d’Ercole. Ma intorno a ciò abbiamo già dette nel principio del nostro libro alcune cose, le quali si debbono raccorre in uno, e fondare così una ferma credenza ai fenomeni della natura ed alle altre mutazioni avvenute nel mondo.

Dicono poi che il Pireo fosse da prima un’isola al di là41 dal lido; e che di qui anzi traesse il suo nome. Leucade per lo contrario, avendo i Corintii tagliato l’istmo, divenne isola, mentre da prima era congiunta col lido. E credesi che ne parli Laerte ove dice: Quando espugnai la ben munita città di Nerico sulla spiaggia dell’Epiro.

Qualche volta dunque si fanno di questi [p. 126 modifica]disgiungimenti dalla mano dell’uomo, e qualche volta invece essa unisce i luoghi disgiunti, sia col portar terra, sia col gittar ponti; siccome nell’isola posta rimpetto a Siracusa ora v’ha un ponte che la unisce col continente, mentre da prima eravi un rialto di pietre ammassate a cui Ibico dà il nome ecletto42. E Bura ed Elice disparvero; quella per una voragine, questa sommersa dai flutti. Presso a Metone nel golfo Ermionico sbucò fuori un monte di sette stadj per una eruzione di materie infuocate, e quel luogo di giorno non può appressarsi tanto pel calore, quanto per l’esalazione sulfurea, ma di notte ha buon odore, e risplende di lontano, e manda sì gran calore che il mare ne ferve per lo spazio di cinque stadj, e per lo spazio di ben venti è torbido, trovandosi in quel tratto macigni dirotti non punto minori di torri. Dal lago Copnide poi furono sommerse Arne e Midea, mentovate anche da Omero nella enumerazione delle navi, dicendo: Coloro che abitavano la pampinosa Arne e Midea.

Così pare che anche dal lago Bistonide e da quello che ora si dice Afnitide siano state sommerse alcune città della Tracia (v’ha chi dice anche alcune dei Treri perchè abitarono fra i Traci); e Artemita, già tempo una delle isole Echinadi diventò terraferma: e si dice che anche alcune altre isolette vicine all’Acheloo soggiacquero allo stesso accidente per le alluvioni del fiume; e questo accadrà anche delle rimanenti, siccome Esiodo43 afferma. V’hanno eziandio alcune sommità [p. 127 modifica]dell’Etolia che un tempo furono isole: e mutò condizione anche Asteria denominata Asteride da Omero:

                             Siede tra la pietrosa Itaca e Samo
                             Un’isola in quel mar, che Asteri è detta;
                             Pur dirupata, nè già troppo grande,
                             Ma con sicuri porti, in cui le navi
                             D’ambo i lati entrar ponno44:

ed ora non vi si potrebbe nemmanco gettar l’ancora comodamente. In Itaca non v’ha più nè l’antro nè il Ninfeo di cui parla Omero: ma gli è più ragionevole incolparne le mutazioni de’ luoghi, anzichè l’ignoranza del poeta, o attribuirgli il proposito di descrivere falsamente i luoghi per desiderio di favoleggiare. Ma non essendo ciò ben manifesto, lascio a chi vuole il farvi sopra le sue considerazioni. Anche Antissa fu da prima un’isola, come dice Mirsillo; e portava tal nome per essere rimpetto a Lesbo che allora chiamavasi Issa. Alcuni poi hanno affermato che anche Lesbo si staccò già dall’Ida, in quella guisa che Prochite e le Pitecuse staccaronsi dal capo Miseno, Caprea dall’Ateneo, la Sicilia dal territorio di Reggio, e l’Ossa dall’Olimpo.

Consimili mutazioni avvennero anche altrove. Il Ladone nell’Arcadia sospese una volta il suo corso. Duride afferma che le Ragadi45 della Media furon così nominate dall’essersi la terra aperta per cagione di un tremuoto presso le porte Caspie, per modo che molte città e molti villaggi furono ingoiati, e parecchi fiumi [p. 128 modifica]soggiacquero a varie mutazioni. Ed Ione nella sua tragedia di Onfale così parla dell’Eubea: L’onda del rapido Euripo disgiunse la terra euboica dalla Beozia, aprendosi una via verso il golfo di Creta.

Demetrio da Calati46 poi enumerando i tremuoti avvenuti nel volgere del tempo in tutta quanta la Grecia dice che molte parti delle Licadi e del Ceneo47 furono sommerse: che le sorgenti calde di Edepso48 e delle Termopili cessarono per tre giorni, poi diedero acqua di nuovo, ma quelle di Edepso però si apersero nuove sorgenti: che le mura di Orea lungo il mare, ruinarono con circa settecento case: che Echine, Falare ed Eraclea di Trachinia49 caddero anch’esse in gran parte, e Falare anzi rovinò dalle fondamenta: che lo stesso accadde anche a’ Lamiensi50 ed a’ Larissei; [p. 129 modifica]che Scarfia fu diroccata, e coperse sotto le proprie rovine non meno di mille e settecento cadaveri: che a Tronio ne perirono oltre alla metà di cotal numero: che il fiotto del mare straripando s’avventò tripartito sopra Scarfe e Tronio, sopra le Termopili, e lungo la pianura sino a Dafne nella Focide: che le sorgenti dei fiumi inaridirono per alcuni giorni: che lo Sperchio mutò letto, e fece navigabili le strade: che il Boagrio51 corse per tutt’altra valle; che molte parti d’Alope, di Cino e di Opunte sostennero gravi danni, ed il forte di Eone che sovrasta a quest’ultima città fu tutto rovesciato: che una parte del muro di Elatea52 si sfasciò: che celebrandosi le Tesmoforie ad Algone, venticinque vergini concorse a vedere in una delle torri del porto, ruinando la torre, caddero anch’esse nel mare. Dicono inoltre che per una irruzione l’isola Atalanta, posta rimpetto all’Eubea, divenne navigabile nel suo mezzo rimanendo coperti ben venti stadj di campi; e che una trireme strappata dal cantiere s’andò a fermar sulle mura.

E dobbiamo aggiungere anche le mutazioni che [p. 130 modifica]dalle trasmigrazioni dei popoli, se vogliamo sempre più apparecchiarci a quella ataumasia53 celebrata da Democrito e dagli altri filosofi tutti, siccome vicina all’intrepidità, alla calma ed all’imperturbabilità. Così gli Iberi occidentali si trasferirono nei paesi al di sopra del Ponto e della Colchide, i quali sono divisi dall’Armenia pel fiume Arasse, al dire di Apollodoro, o forse piuttosto pel Ciro54 e pei monti Moschici. Alcuni Egizii si trasferirono nei paesi degli Etiopi e dei Colchi55. Gli Eneti dalla Paflagonia si tramutarono all’Adria: e questo accadde anche alle popolazioni elleniche, come a dire ai Ionii, ai Dorii, agli Achei, agli Eolii. E gli Eniani che ora confinano cogli Etoli abitarono già presso Dozio e l’Ossa fra’ Perebei; e questi sono anch’essi popoli venuti d’altronde: e di consimili esempi è piena quest’opera che abbiam tolta a comporre. E molti sono alle mani di tutti; ma le trasmigrazioni dei Carii, dei Treri, dei Tecuri, dei Galati, non altrimenti che quelle di alcuni capi di popoli venuti da remote regioni (per esempio di Madio scita, di Tearco etiope, di Cobo da Trere, di Sesostri e di Psammetico egizii, o dei [p. 131 modifica]Persiani da Ciro fino a Serse) non sono del pari a cognizione di tutti. E i Cimmerii detti anche Treri56, o qualcuna delle loro popolazioni, spesse volte passarono sulla destra parte del Ponto e nei luoghi circonvicini, gettandosi ora sui Paflagoni, ora sui Frigi, quando è fama che Mida57 morì bevendo il sangue di un toro. Ligdami guidando i suoi sudditi si spinse fin nella Ionia, prese Sardi, e nella Cilicia morì. Spesse volte anche i Cimmerii ed i Treri fecero consimili spedizioni: ma all’ultimo poi si dice che i Treri e Cobo furono discacciati da Madio re dei Cimmerii. Questo peraltro ci basti aver detto di cose la cui storia appartiene a tutta intiera la terra: e ritorniamo a trattare per ordine quelle dalle quali siamo digressi.

Dicendo Erodoto che non vi sono Iperborei perchè non vi sono Ipernoti58, Eratostene dice «che questa proposizione somiglia al sofisma di chi dicesse che non vi sono Epicherecachi perchè non vi sono Epicheragati; e forse vi sono anche gl’Ipernoti; perocchè non già nell’Etiopia, ma nei paesi al di qua spira il Noto». - Certo [p. 132 modifica]sarebbe cosa mirabile se mentre in ogni clima soffiano i venti, e da per tutto chiamasi Noto quello che viene dal mezzogiorno, vi fosse qualche regione dove non facesse mai cotal vento. Ora per lo contrario non solamente l’Etiopia ha quello che presso di noi dicesi Noto, ma ben anche tutto il paese al di là, fino all’equatore. Se dunque in Erodoto v’era qualcosa da rimproverare doveva essere l’aver creduto che si dicano Iperborei quelli appo i quali il Borea non spira: perocchè sebbene i poeti ciò dicano per troppo amore del favoloso, gl’interpreti per altro che parlano dirittamente notano che si denominano Iperborei i popoli estremamente boreali. Il limite poi de’ paesi boreali è il polo, de’ meridionali è l’equatore; e questi sono i confini anche dei venti che portano questi nomi59.

Dopo di ciò Eratostene parla di coloro che raccontarono cose affatto inventate e impossibili, sia sotto forma di favola o sotto quella di storia: dei quali non conveniva ch’egli facesse menzione; come non era conveniente ch’egli in argomento di tanto rilievo si fermasse ad esaminare ciò che alcuni ciarlieri possono aver detto. Questa pertanto è la via da lui battuta nella prima parte delle sue Memorie.

    dalla parte di mezzogiorno, e presso a Scarfia era Tronio. - Bisogna poi distinguere Scarfia da Scarfe nominata non guari dopo, situata a trenta stadj da Tronio ed a dieci dal mare, e menzionata di nuovo da Strabone, lib. ix.

  1. Cioè Antifane nato a Bergea nella Tracia.
  2. Il golfo d’Alessandretta.
  3. Castore e Polluce, i quali tornando dalla spedizione degli Argonauti liberarono i mari di Grecia e l’Arcipelago dai pirati, e furono per ciò considerati come divinità tutelari dei naviganti. (G.)
  4. Non abbiamo una voce corrispondente al vocabolo greco θαλαττοκρατία, il quale significa dominazione-sul-mare. - I Fenicj menzionati subito dopo sono i Cartaginesi che circa mille anni av. l’E. V. spedirono Annone sulle coste occidentali dell’Africa per fondarvi alcune colonie.
  5. Nella Ediz. fr. trovasi una lunga enumerazione di tutte le città che furono fondate dopo la guerra di Troia dai Greci e dai Troiani.
  6. Il testo dice λιμνοθάλατται che potrebbe tradursi laghi-marini, o cogli editori francesi maree d’acqua di mare. Non somministrandomi la nostra lingua un vocabolo solo corrispondente al greco seguitai il Bonacciuoli, trovando che la voce λιμνοθάλατται dei Greci significava appunto quei laghi vicini al mare, i quali comunque siano affatto dal mare disgiunti hanno peraltro comune con esso la proprietà di avere le acque salate.
  7. Erano i Teori, personaggi deputati a sorvegliare nella celebrazione dei giuochi ed in altre feste pubbliche religiose.
  8. L’ordine col quale Strabone vien nominando questi paesi dimostra che la Mattiana qui accennata non è quella compresa nella Media, ma corrisponde a quella contrada abitata da’ Mattiani, che Erodoto colloca lungo il fiume Alis ond’erano separati dalla Frigia. (G.)
  9. L’etiologia è lo studio delle cagioni.
  10. Da Gibilterra a Ceuta: e forse questa striscia di terra era visibile ancora due mila anni addietro. (G.)
  11. Quest’asserzione in generale è verissima, sebbene poi il Ponto Eussino in alcuni luoghi sia immensamente profondo. Questi luoghi erano detti dai Greci τὰ βαθέα τοῦ Πόντου, le profondità del Ponto. (Casaub.)
  12. Ciò viene dall’esservi frammista gran quantità d’acqua di fiumi.
  13. La voce Στήθος significa il petto d’un uomo. I naviganti l’applicarono quindi a certi banchi di sabbia sporgenti alcun poco dall’acque, perchè rendono immagine d’un uomo che nuoti supino. - Del resto il Gossellin osserva che il riempimento dell’Eussino da Stratone accennato non potrebbe mai avvenire, e che gli accrescimenti di terra prodotti dai fiumi sono sì piccola cosa, che appena dopo moltissimi secoli si possono conoscere.
  14. È il lago Sabaki Bardoïl o lago di Baldovino, avendo ricevuto quest’ultimo nome da Baldovino I re di Gerusalemme.
  15. Il Casaubono proponeva che in luogo di τῆς Άλμυρίδος λίμνης si leggesse τῆς tοῦ Μύριδος λίμνης; e il Coray non dubitò di sostituire la lezione τῆς καλουμένης Μύριδος λίμνης proposta già dagli editori francesi. Tuttavolta hanno essi notato che Plinio (lib. vi, c. 24) chiama Almiride un lago formato, al parer suo, da un ramo dell’Istro al di sopra dell’imboccatura di questo fiume ch’è ad Istropoli, e corrispondente forse al lago detto ora dai Turchi Kara-sou: Che Strabone ha menzionato poc’anzi il deserto di Scizia in mezzo al quale trovavasi questo lago Almiride di Plinio: e che a questo per conseguenza potrebbe il nostro Autore aver fatta allusione.
  16. Cioè: dipendesse dalla inclinazione e declività del suolo.
  17. Val quanto dire che il letto del mar Nero è più elevato che quello del mar di Marmara e dell’Arcipelago.
  18. Strabone collocava una città di Calpe presso al monte di questo nome che costituiva una delle Colonne di Ercole. V. lib. iii.
  19. Cioè nei fiumi che mettono foce nel Mediterraneo.
  20. Il Termodonte oggi dicesi Thermeh, l’Iride è l’Iekilermak, e la Temiscira chiamasi Djanik, in cui è compresa anche la Sidene menzionata subito dopo. (G.)
  21. Il Gehioun. - Il vaticinio poi riferito poco appresso non si è avverato finora, nè v’ha indizio (dice il Casaubono) che sia per avverarsi.
  22. La Cataonia e la Cilicia furono poi comprese sotto il nome dell’Aladeuli.
  23. Il., lib. ix, 7.
  24. Il., lib. iv, 425: poi lib. xvii, 265.
  25. Secondo Erodoto (lib. ii, § 149) l’orgia era di sei piedi greci. Se dunque trattasi di piedi olimpici, le mille orgie sono 5700 piedi parigini ovvero 950 tese: ma non essendo verisimile che siasi mai pescato fino a tanta profondità, è da dire che Erodoto seguitasse le misure desunte dal piccolo stadio in uso a’ suoi tempi; e in tal caso le mille orgie equivalgono a circa 513 tese.
  26. Bura e Bizone. La prima era una città vicina al golfo di Corinto. L’altra era secondo alcuni nella Tracia, secondo altri nel Ponto, e forse più probabilmente nella Mesia inferiore sulla riva occidentale del Ponto Eussino.
  27. Lipari ed Ischia.
  28. Demetrio Poliorcete. Affermano poi Plinio, Svetonio, Dione Cassio ed altri, che anche Giulio Cesare, Caligola e Nerone tentarono di tagliar l’Istmo, ma non poterono condurre a buon fine l’impresa. - L’Istmo de’ Peloponnesi qui menzionato è più conosciuto sotto il nome di Istmo di Corinto; e i Greci moderni lo chiamano Έξαμίλιον, perchè tengono che sia largo sei miglia.
  29. Secondo una nota degli editori francesi la locuzione del testo καὶ μηδὲ τὸν διάπλουν ἂν γενέσθαι χρήσιμον potrebbe in questo luogo significare anche che la navigazione non sarebbe forse stata possibile. - Del resto fu un errore degl’ingegneri di Demetrio l’avere creduto che le acque dei due mari già detti avessero un diverso livello.
  30. Euripo significa lo stesso che Stretto.
  31. Queste sospensioni del corso dell’Eussino nella Propontide possono essere procedute talvolta da grandi siccità, le quali abbiano diminuita la massa delle acque che il Danubio, il Dnieper, il Don e gli altri fiumi vi portano. Oltrechè i freddi eccessivi e di lunga durata poterono qualche volta arrestare il corso di questi fiumi. (G.)
  32. Cioè quando l’Oceano ed il Mediterraneo si congiunsero. Il Coray per altro accetta la lezione συνενδούσης δὲ τῆς θαλάττης proposta anche dagli editori francesi in luogo della comune συνελθούσης; sicchè verrebbe a dirsi non quando il mare si congiunse, ma quando si ritirò: e questa variante è fatta probabilissima soprattutto dall’averla già usata Strabone parlando appunto di questi luoghi medesimi. Tuttavolta siccome questo ritirarsi del mare sarebbe accaduto, secondo il nostro stesso Autore, appunto quando l’Oceano si congiunse col Mediterraneo, perciò non credetti necessario di allontanarmi dall’ordinaria lezione.
  33. Il vocabolo greco è συνάπτειν.
  34. Il nome di Eritreo davasi non solo al golfo Arabico, ma sì anche al mare delle Indie, cioè al mare compreso fra le coste orientali dell’Africa e la penisola dell’India. (G.)
  35. Già si è detto che questa opinione nacque da un errore degl’ingegneri. - Lecheo era il porto occidentale della città di Corinto. Cencrea ora dicesi Kenkri. (G.)
  36. Si è già mostrata la falsità di questa opinione ricevuta da molti, che un ramo dell’Istro o Danubio sboccasse nel mare Adriatico.
  37. Tera è oggi Santorin. Rispetto a Terasia poi si crede che sia l’Aspronisi (od Isola bianca) dei Greci moderni. Del resto quelle isole non erano fra Creta e la Cirenaica.
  38. Asfalico, cioè non rovinoso, sicuro.
  39. Autore poco conosciuto, che visse ben quattro secoli innanzi all’E. V.
  40. Queste due città erano sopra piccole isolette che poi Alessandro unì alla terraferma.
  41. Al di là, in greco dicesi peran (πέραν), d’onde Pireo.
  42. Cioè: Raccolte insieme da ogni dove.
  43. È probabile che debba invece leggersi Erodoto.
  44. Odiss., lib. iv, v. 844.
  45. Il vocabolo greco Ῥάγάδες significa fessure, rotture.
  46. Calati, città della bassa Misia verso quel luogo ove trovasi ora Mankalia.
  47. Le Licadi sono isolette o piuttosto semplici scogli vicinissimi al Ceneo, promontorio occidentale dell’Eubea detto dai Greci moderni καβο Λιθάρι, e dagli Europei capo Litar, e Canaia, o Litada. Le antiche Licadi poi portano quest’ultimo nome. (Ed. fr.)
  48. Edepso, ora Dipso, sulla costa occidentale dell’Eubea. - Appartiene all’Eubea anche Orea che gli antichi dissero Istiea, ed i moderni chiamano Orio.
  49. Eschine era in Tessaglia tra Falare e Larissa. Eraclea di Trachinia era situata al mezzogiorno dello Sperchio, fiume che divideva l’antica Ellade dalla Tessaglia e che mette foce nel golfo Maliaco.
  50. Lamiensi (e non Lariensi) leggo co’ recenti editori. Lamia era una città della Tessaglia. - Scarfia era presso alle Termopili,
  51. Picciolo torrente che conserva tuttora lo stesso nome. - Alope, Cino ed Opunte erano tre piccole città de’ Locri Opunzii, che ricevettero questo nome dalla città di Opus. - Cino, che ora dicesi Kyno, era il porto di Opus. (G.)
  52. Una delle principali città della Focide. - In luogo di Algone poco appresso dovrebbe forse leggersi Alpone.
  53. Ataumasia (ἀθαυμασία) è la condizione di un animo a cui nulla rechi più maraviglia.
  54. Ora il Kur. - I monti Moschici erano il confine meridionale della Colchide, la quale ora si dice Mingrelia.
  55. Secondo Erodoto il solo re d’Egitto che dominasse nell’Etiopia fu Sesostri, e fu Sesostri eziandio colui che condusse un esercito nella Colchide: ma in qual tempo sia poi vissuto quel re non si può determinare. - Gli Eneti sono coloro che seguitarono Antenore dopo la guerra di Troia. (G.).
  56. La lezione comune è in questo luogo Treroni; ma perchè non si conosce alcun popolo di questo nome, gli Editori francesi sostituirono quella di Treri (Τρῆρας) sull’autorità anche di un buon manoscritto.
  57. Pare fuor d’ogni dubbio che molti principi di questo nome regnassero successivamente sopra la Frigia.
  58. Cioè oltre-australi; come iperborei si tradurrebbe oltre-boreali. - I vocaboli Epicherecachi ed Epicheragati che incontransi poco appresso significano uomini che si rallegrano del male, o del bene.
  59. Cioè i nomi di Borea e di Noto.