Geografia (Strabone) - Volume 2/Libro I/Capitolo II

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CAPITOLO SECONDO

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Strabone - Geografia - Volume 2 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
CAPITOLO SECONDO
Libro I - Capitolo I Libro I - Capitolo III


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CAPO II


Esame critico delle principali opere geografiche
pubblicate innanzi a quella di Strabone.


Rispetto poi all’aver noi intrapreso di scrivere cose intorno alle quali già molti ci han preceduti non [p. 30 modifica]potremo esserne censurati ragionevolmente, a meno che non ne parliamo nello stesso modo con cui gli altri ne hanno trattato. Ma noi portiamo opinione che mentre costoro in alcune parti hanno dirittamente parlato, lasciassero nondimeno in alcune altre non poco da fare: e dove noi potessimo aggiungere pur qualche cosa alle opere di chi ci ha preceduti, stimiamo che già basterebbe a giustificare la nostra impresa. Ora egli è certo che le conquiste dei Romani e dei Parti hanno di molto ampliate in siffatto studio le cognizioni degli uomini d’oggidì; siccome, al dire di Eratostene, avvenne a coloro che sono vissuti dopo la spedizione di Alessandro. Perocchè quel conquistatore ci discoperse molta parte dell’Asia, e tutto il settentrione dell’Europa fino all’Istro: ed i Romani poi ci hanno fatto conoscere l’occidente europeo sino al fiume Albi1 che divide scorrendo la Germania in due parti; oltre ai paesi che sono al di là dell’Istro sino al fiume Tira2. I luoghi che vengono appresso fino ai Meoti3, e la spiaggia che finisce nel paese de’ Colchi4 ce li fecero noti Mitridate soprannominato Eupatore, e i suoi generali. I Parti poi hanno fatto sì che noi conoscessimo meglio l’Ircania e la Battriana5, e gli Sciti abitanti al di là di queste regioni: luoghi tutti mal conosciuti prima di [p. 31 modifica]questa età: di modo che io posso dirne qualche cosa più che i miei predecessori. E questo vedrassi principalmente in que’ luoghi ne’ quali io piglierò a confutarli; meno, per verità, gli antichi, e più invece i successori di Eratostene, ed Eratostene stesso; giacchè quanto più costoro furono di varia dottrina forniti, tanto più riesce naturalmente difficile il discoprire, se mai in qualche parte hanno errato. E se qualche volta saremo necessitati di contraddire anche a costoro, ai quali poi ci accostiamo di preferenza nel corso dell’opera, ci si vuol perdonare: perocchè non ci siamo proposto di contraddire a tutti, ma sì invece di lasciarne molti in disparte, ai quali non sarebbe convenevole di tener dietro; e far poi giudizio di quelli i quali sappiamo che d’ordinario dissero il vero. Non è cosa degna di un filosofo il disputar contro tutti; ma bello è contendere con Eratostene, Posidonio, Ipparco, Polibio e cogli altri di cotal fatta.

Innanzi tutto adunque dobbiamo esaminare Eratostene, recando in mezzo anche la confutazione che ne ha fatta Ipparco. Non è peraltro Eratostene tanto spregevole, da poter dire ch’egli non abbia mai nè veduta pure Atene, come tolse a mostrar Polemone; e nemmanco è tanto credibile quanto si pensano alcuni, sebbene siasi incontrato a vivere, com’egli medesimo dice, con molti eruditi. «Perocchè ve n’erano (dice Eratostene) allora quanti forse non ne furono mai in uno stesso circuito di mura e in una stessa città, e fra gli altri Aristone ed Arcesilao e quelli che fioriron con loro.» Ma questa fortuna, al parer mio, non basta; [p. 32 modifica]dovendosi inoltre saper eleggere bene a quali principalmente di questi dotti convenga farsi scolari. Ora Eratostene pone come capi di coloro che fiorirono alla sua età Arcesilao ed Aristone: e nel suo giudizio sono gran cosa Apelle e Bione, che fu il primo (egli dice) a infiorare alcun poco la filosofia; sebbene per ciò appunto qualcuno avrebbe potuto dire di lui: Qual coscia il vecchio lascia vedere di sotto a’ suoi abiti6! E in questo egli mostra assai chiaro la debolezza del suo ingegno; perocchè dopo essere stato uditore di Zenone cizico in Atene, non ricorda nessuno de’ seguaci di lui, ma ci fa invece sapere che fiorirono in quella età coloro che tennero opinioni contrarie, e dei quali non è rimasta successione. L’opera poi ch’egli pubblicò Intorno ai beni, e le Meditazioni7, e qualche altra consimile, fanno conoscere qual fosse la sua educazione. Perocchè tenne quasi una via di mezzo fra il desiderio di filosofare, e il timore di non abbandonarsi a siffatto studio più di quello che può bastare per far conoscere di avervi atteso, o per giovarsene come sollievo e diversione dagli altri suoi enciclopedici studi. Qualunque poi sia l’argomento di cui tratta, egli tiene sempre uno stesso modo. Ma di queste cose ci basti quello che abbiamo [p. 33 modifica]detto; e piglieremo invece a parlare di quelle che potrebbero rettificare la geografia. E innanzi tutto ripigliamo ciò che abbiamo dinanzi interrotto.

Dice dunque Eratostene che il poeta dirige a dilettare e non ad istruire. – E per lo contrario gli antichi dissero la poesia essere una specie di primitiva filosofia che c’introduce da giovanetti nella vita, e dilettando governa i nostri costumi, gli affetti e le operazioni. Ed i nostri8 dicevan persino che il solo poeta è sapiente. Quindi le città della Grecia sogliono educare i fanciulli primamente nella poesia, non già per mero diletto, ma per virtuoso ammaestramento: nè ciò dee parerci strano, quando anche i musici, i quali insegnano a saltare ed a suonar di flauto o di lira, si arrogano questo vanto, ed affermano di essere maestri e correttori dei costumi. E queste cose possiamo sentirle non solamente de’ Pitagorici, ma le dice anche Aristosseno. Omero poi chiamò anch’egli maestri di virtù i cantori, qual era il custode di Clitennestra, ove dice:

                             . . . . . . . Clitennestra retti
                             Pensier nutria, standole a fianco il vate,
                             Cui di casta serbargliela l’Atride
                             Molto ingiungea quando per Troja sciolse.
                             Ma sorto il dì che cedere ad Egisto
                             La infelice dovea, quegli, menato
                             A un’isola deserta il vate in seno,
                             Colà de’ feri volator pastura
                             Lasciollo e strazio; e ne’ suoi tetti addusse
                             Non ripugnante l’infedel regina9.

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Oltre di ciò Eratostene contraddice anche a sè stesso. Perocchè poco prima di quella sentenza che noi abbiam riferita, dando principio al Trattato della geografia dice che «tutti gli antichi furono studiosi di recare in mezzo le geografiche loro cognizioni. Quindi Omero collocò nel suo poema tutto quanto egli seppe intorno agli Etiopi ed alle cose d’Egitto e di Libia. Rispetto poi alla Grecia ed ai luoghi circonvicini vi raccolse a grande studio quanto potè, dando a Tisbe il nome di altrice di colombe, ad Aliarto quello di erbosa, ad Antedone quello di estrema, e dicendo che Lilea è situata presso alle sorgenti del Cefiso: e nessuno di questi aggiunti è ozioso.» – Ma in questo volle il poeta dilettare o istruire? Senza dubbio, istruire. – «Se non che Omero scrisse forse con tale intenzione quelle cose soltanto che qui abbiamo accennate: ma quelle altre che risguardano luoghi men conosciuti, egli al pari degli altri le ha empiute delle mitologiche meraviglie.» - Dunque era da dire piuttosto: Che ogni poeta descrive le cose sue, in parte con animo di dilettare soltanto, in parte per istruire; ma Eratostene invece asserisce che il poeta cerca solo il diletto e non l’istruzione. E si studia di confermarlo domandando, che cosa contribuisce al valore di Omero, l’essere lui stato pratico di molti luoghi, della strategia, agricoltura, rettorica, e di quante altre cose alcuni sogliono studiarsi di attribuirgli? E veramente il volere trovar ogni cosa in Omero potrebbesi ascrivere a zelo eccessivo di magnificarlo. E chi (dice Ipparco) lodasse Omero di ogni scienza e di ogni arte, somiglierebbe a [p. 35 modifica]colui che attribuisse all’Iresione10 attica le mele e le pere ch’essa non può produrre. Fino a tal punto dunque può dirsi che tu parli dirittamente, o Eratostene; ma non così allorchè, togliendo al poeta quella tanta varietà di dottrina, mantieni che l’arte poetica consista in non so quale racconto di favole a modo che fanno le vecchierelle, e che a lei sia conceduta licenza d’inventare tutto ciò che le pare acconcio a produrre diletto. Dunque non gioverà nè eziandio agli uditori dei poeti, se questi saranno pratici di molti luoghi, o della milizia, agricoltura e rettorica, le quali, com’è naturale, s’imparano a forza di udire11? Il fatto si è che Omero attribuisce tutte coteste cose ad Ulisse, cui egli fra tutti gli eroi adorna di ogni virtù, dicendo:

                             Che città vide molte, e delle genti
                             L’indol conobbe . . . . . .12.

Egli è:

                             . . . . . . uom che ripieno
                             Di molti ingegni ha il capo e di consigli13.

[p. 36 modifica]Egli è detto sempre rovesciator di città, e colui che prese Ilio col senno, coll’eloquenza, e colle frodi di un’arte ingannatrice14. E di lui dice Diomede:

                             S’ei meco ne verrà, di mezzo ancora
                             Alle fiamme uscirem, cotanto è saggio15.

Oltre di che egli può vantarsi anche nelle opere di agricoltura, e sfidare Eurimaco o al mietere:

                             Se tra noi gara di lavor sorgesse,
                             E con adunche in man falci taglienti
                             Ci ritenesse un prato ambo digiuni
                             Sino alla notte, e non mancasse l’erba;

od all’arare, dicendo:

                             Vedresti il mio vigor, vedresti come
                             Aprir saprei dritto e profondo il solco16.

Omero è solo fra tutti di questo avviso; ma tutti gli uomini bene educati sono d’accordo con lui, e si valgono della sua testimonianza come non dubbia, a provare che la sperienza di tutte coteste cose concorre principalmente a formare il saggio. E la rettorica altro non è che una prudenza circa il parlare; della quale Ulisse fa mostra in tutto quanto il poema; nel tentare gli animi, nelle preghiere, e nell’ambasciata, rispetto alla quale si dice di lui:

                             Ma come alfin del vasto petto emise
                             La sua gran voce, e simili a dirotta

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                             Neve invernal piovean l’alte parole,
                             Verun mortale non avrebbe allora
                             Con Ulisse conteso17.

Chi poi sosterrà che un poeta il quale possa introdurre personaggi che parlino oratoriamente, che sappiano ben condurre gli eserciti, e mostrare in sè stessi gli altri uffici della virtù, sia un ciarliero, un venditore di meraviglie, capace soltanto d’ingannare e lusingare i suoi uditori, senza mai recar loro verun giovamento? O perchè non diremo piuttosto che la virtù del poeta consiste principalmente nell’imitazione della vita umana per mezzo della parola? Ma come potrebbe imitarla qualora non ne avesse nè pratica nè scienza? Perocchè non dobbiamo fare una medesima stima delle virtù dei poeti, e di quella de’ falegnami o dei fabbri; sendo che queste arti nulla hanno in sè di bello nè di onorevole, ma la virtù del poeta è congiunta con quella dell’uomo; e non può essere buon poeta chi prima non si è fatto buon uomo18. Il negar poi ad Omero l’arte oratoria gli [p. 38 modifica]è un pigliarsi giuoco di noi. Perocchè qual cosa è più oratoria e nello stesso tempo anche più poetica dello stile ornato? Ma qual mai stile è più ornato che quello di Omero? nessuno per certo. – Ma forse dirai che lo stile ornato poetico è diverso dall’oratorio. – E sia vero; ed anzi dentro i limiti stessi della poesia distinguonsi lo stil tragico e il comico, in quella guisa che nella prosa lo stile conveniente alla storia è distinto da quello che si adopera negli scritti giudiciarii. E non è forse lo stile un genere, di cui sono specie il metrico e quel della prosa? O forse dirai che lo stile universalmente considerato sia un genere, ma non così lo stile oratorio, non la dizione, non l’eloquenza? Ma nel vero lo stile della prosa, qualora esso sia ornato, è un’imitazione del poetico: perocchè innanzi tutto apparve l’artificio poetico e piacque; poscia Cadmo, Ferecide ed Ecateo imitando quell’artificio, sciolsero il metro, ma conservarono gli altri ornamenti poetici, e scrissero le loro istorie. Quelli che vennero dopo, levando sempre qualcosa da quel poetico stile, lo ridussero nella forma presente, quasi abbassandolo dalla primitiva sua altezza. Così potrebbe dirsi che la commedia pigliò l’essere suo dalla tragedia, abbassandone il linguaggio dalla tragica sublimità sino a quello che noi ora chiamiamo parlar familiare. E l’avere gli antichi detto cantare in vece di parlare ornatamente, fa testimonianza che il fonte e il principio dell’ornato parlare e della rettorica sia stato lo stile poetico. La poesia accompagnavasi sempre col canto ogniqualvolta faceva mostra di sè. Un canto (ode) non era altro poi che un discorso modulato, d’onde [p. 39 modifica]vennero i nomi di rapsodia, di tragedia e di commedia. Di sorte che poi essendosi usata primamente l’espressione di stile ornato a significare lo stile poetico, il quale va unito col canto, ne venne che in un medesimo senso gli uni dissero canto, gli altri stile ornato. Abusando poscia di questo modo di dire appellarono stile ornato anche la prosa, alla quale fu applicata perfino la denominazione di canto. Oltre di ciò l’uso che abbiamo di chiamare pedestre il discorso che non sia verseggiato, dimostra ch’esso è disceso da una certa altezza, e quasi da una specie di cocchio sul terreno.

Nè dice il vero Eratostene, affermando che Omero descrisse con esattezza soltanto i luoghi vicini e compresi nei limiti della Grecia; mentre si stese anche ai lontani e ne parlò meglio dei mitologi19 che vennero dopo di lui: nè ravvolge ogni cosa nel meraviglioso; ma qualche volta a bello studio v’intratesse alcune allegorie o per adornamento o per muovere gli animi, principalmente nelle peregrinazioni di Ulisse: sopra di che s’inganna Eratostene quando chiama vani ciarlieri gl’interpreti ed anche lo stesso poeta. Ma di ciò sarà bene discorrere alquanto più a lungo.

E primamente i miti non furono adottati soltanto dai poeti; ma sì anche dai fondatori di Stati20 molto prima, e dai legislatori, in grazia dell’utilità che in quelli [p. 40 modifica]trovarono, considerando come l’indole naturale dell’uomo è desiderosa di cognizioni, e come di queste suol essere cominciamento l’amor delle favole. Di qui dunque i fanciulli s’avvezzano primamente a prestare udienza ed a conversare. E n’è cagione l’essere le favole quasi un nuovo linguaggio, che non dice le cose che loro stanno dinanzi, ma tutt’altre e diverse: ciò poi che è nuovo ed ignoto diletta, e fa l’uomo avido di sapere: e quando vi s’aggiungono anche il maraviglioso e i portenti, diviene più intenso il piacere, ch’è un fascino onde siamo invogliati all’imparare. Da principio pertanto è necessario valersi di cotal esca; affinchè, cresciuta l’età, si possano guidare i giovani alla cognizione delle cose reali, quando l’intelligenza è già invigorita e non ha più bisogno di allettamenti. Ogni idiota poi, ogni uomo privo di educazione è in qualche modo fanciullo; e però ama le favole: e le amano anche quelli che sono mezzanamente istrutti; perocchè non essendo gran fatto valenti nel raziocinio prevale tuttavia appo loro l’abitudine della fanciullezza. Come poi il portentoso può essere non solamente piacevole, ma sì anche terribile, così serve all’uno ed all’altro fine pei fanciulli non meno che per gli uomini in età. Perocchè ai fanciulli poniamo innanzi le favole piacevoli affinchè servano loro di eccitamento al bene, e le terribili per rimoverli dal male, come sono le favole della Lamia, della Gorgone, di Efialte, e di Mormolice21. Questo medesimo accade [p. 41 modifica]nel più degli uomini fatti, ed uniti in società22: perocchè e’ sono mossi a virtù dalle favole dilettevoli, quando sentono i poeti raccontare favoleggiando virtuose geste (come a dire le fatiche di Ercole o di Teseo) e le ricompense a quelle dagli Dei concedute; o quando veggono pitture, statue, o plastiche, le quali rappresentano qualcuno di questi mitologici avvenimenti. E sono invece ritratti dal vizio quando o per racconti o per immagini non mai vedute conoscono o si persuadono che gli Dei puniscono, spaventano e minacciano. Perocchè la turba delle femmine e del basso popolo non può essere da filosofico ragionamento guidata, nè eccitata alla pietà, alla religione, alla fede; ma è d’uopo impiegare a tal fine anche la superstizione, la quale non è mai senza favole e senza portenti. Quindi sono favole il fulmine, l’egida, il tridente, le fiaccole, i draghi, i tirsi, armi degli Dei, e tutta insomma l’antica teologia; e queste favole vennero accolte da coloro che fondarono Stati, come tanti mormolici o spauracchi per gli uomini d’ingegno debole e fanciullesco. Poichè dunque la mitologia è siffatta che riesce profittevole alla [p. 42 modifica]società, alla politica forma del vivere ed alla verità, gli antichi tennero il modo della puerile istruzione anco negli anni maturi, e stimarono che ogni età potesse abbastanza istruirsi per mezzo della poesia. Col tempo si produssero poscia la storia e quella filosofia che ora possediamo. Ma questa pure appartiene a pochi; mentre la poesia ha un’utilità più popolare, ed è più acconcia ad empire i teatri23; e principalmente la poesia d’Omero. Oltre di che furono mitografi anche i primi storici ed i primi fisici.

Omero pertanto adoperando le favole a fine d’ammaestramento, ebbe in pensiero per la maggior parte la verità, alla quale frammischia poi qualche volta anche il falso, o per guadagnarsi, o per muovere e governare la moltitudine. E

                             Qual se dotto mastro . . . . . .
                             Sparge all’argento il liquid’oro intorno24;

così egli ai fatti veri intratesse la favola rendendo piacevole e ornata la dizione, e guardando a quel medesmo fine a cui guarda lo storico nel raccontare avvenimenti reali. Laonde avendo tolta a narrare la guerra iliaca, l’adornò poi coll’invenzione di molte favole; e così fece anche rispetto agli errori d’Ulisse: perocchè non sarebbe omerico il recare in mezzo vani portenti che non si collegassero con qualche verità. Quelle cose che l’uomo inventa riescono naturalmente più credibili [p. 43 modifica]se vi si frammischia qualche parte di vero; siccome afferma anche Polibio parlando degli errori d’Ulisse. Ed a ciò si conforma anche quel detto:

                             Così fingea, menzogne molte al vero
                             Simili proferendo25.

E nel fatto Ulisse nel suo racconto a Penelope disse molte cose false, ma non tutte; perocchè non sarebbero state simili al vero. Omero dunque tolse dalla storia i fondamenti de’ suoi poemi: perocchè anche la storia dice che Eolo regnò sulle isole circonvicine a Lipari; che dei paesi vicini all’Etna ed a Leontina furono abitatori certi Ciclopi e Lestrigoni, e che per cagione di costoro i luoghi presso allo stretto erano tali da non potervi approdare; che Cariddi e lo scoglio Scilleo erano da ladroni occupati: e così via via abbiamo nella storia notizie di tutti gli altri luoghi menzionati dal poeta. Sapendo che i Cimmerii abitavano il Bosforo cimmerio26, paese settentrionale e tetro, egli li trasportò in un luogo tenebroso e vicino all’Averno, in acconcio di una favola da lui inventata e introdotta negli errori d’Ulisse. Che poi egli li avesse conosciuti lo comprovano anche gli scrittori di annali, dicendo che o poco prima di Omero o proprio nella sua età i Cimmerii fecero un’escursione nell’Asia. Così anche, avendo saputo dei Colchi, e di Giasone che navigò ad Ea27, e ciò che fu scritto di [p. 44 modifica]favoloso e di storico intorno a Circe e a Medea, intorno alle venefiche loro arti ed alla conformità di tutti i loro costumi; il poeta v’aggiunse del proprio l’invenzione della parentela fra queste due donne disgiunte da tanta lontananza di luoghi (dacchè l’una stava nell’ultimo seno del Ponto e l’altra in Italia), e le collocò tutte e due nell’oceano esteriore. E forse Giasone si spinse ne’ suoi viaggi fino all’Italia; e si mostrano alcuni monumenti presso i monti Cerauni28, lungo il mare Adriatico, nel golfo Posidoniate, e nelle isole adiacenti alla Tirrenia29, che attestano il passaggio degli Argonauti. Anche le isole Cianee30, dette da alcuni Scogli Simplegadi, le quali fan malagevole il navigare per lo stretto di Bizanzio, suggerirono anch’esse qualche cosa al nostro poeta; perocchè sussistendo realmente una città di Ea, e le Simplegadi, e Cariddi e Scilla, diventarono verisimili tutte le favole intorno all’isola di Ea, agli [p. 45 modifica]scogli erranti, al pericolo che Giasone vi corse, al passaggio di Ulisse fra Scilla e Cariddi. In generale gli uomini di quella età credevano che il Ponto fosse un altro oceano, e che coloro i quali vi navigavano si allontanassero al pari di quelli che uscivano di gran tratto dalle Colonne. Perocchè era tenuto il massimo dei nostri mari, d’onde per eccellenza lo nominavano il Ponto31; come dicevano il poeta a significare Omero. E forse egli per questa cagione trasportò le cose del Ponto all’Oceano, sapendo che ciò sarebbe facilmente approvato per la opinione ricevuta a’ suoi tempi. Per un somigliante motivo mi penso che abitando i Solimi le sommità più eccelse del Tauro dalla Licia fino alla Pisidia32, ed essendo il loro paese il luogo più alto che si presenti verso il mezzogiorno a chi abita al di qua da quel monte (principalmente a coloro che stanno lungo la costa del mar Eussino), perciò egli seguendo una certa somiglianza abbia collocato un popolo di ugual nome anche presso all’oceano: e però così disse di Ulisse che navigava sopra una zattera:

                             Sin dai monti di Solima lo scorse
                             Veleggiar per le salse onde tranquille
                             Il possente Nettun33.

E fors’anco que’ Ciclopi da un occhio solo li trasportò [p. 46 modifica]dalla storia di Scizia; dacchè è fama che tali fossero certi Arimaspi, descritti da Aristeo Proconnesio nel suo poema degli Arimaspi.

Queste cose si devono premettere prima di considerare quello che dicano e coloro i quali mantengono che Omero fece navigare Ulisse intorno alla Sicilia e all’Italia, e coloro che hanno contraria opinione: e nel vero le parole del poeta si possono interpretare nell’uno e nell’altro modo; ma l’uno è diritto, l’altro errato. Diritto, qualora suppongasi che Omero, persuaso che Ulisse abbia viaggiato in cotesti luoghi, pigliasse questo fondamento di verità per adornarlo poscia poeticamente: perocchè questo può dirsi, trovandosi non solo in Italia ma fin anco nelle ultime parti d’Iberia alcune tracce del viaggio di quell’eroe, e di altri parecchi. Errato, qualora si considerino come storia gli adornamenti; mentre è manifesto che Omero frammischiò di portenti la descrizione dell’Oceano, l’Averno, i buoi del Sole, gli ospizii delle Dee, le metamorfosi, la grandezza dei Ciclopi e dei Lestrigoni, le mostruosità di Scilla, le lunghe navigazioni, ed altre cose non poche. Nè sarebbe pur degno di essere confutato chi accusasse in modo sì apertamente falso il poeta, come farebbe chi dicesse ch’egli spaccia per verità le circostanze da lui narrate nel ritorno di Ulisse in Itaca, l’uccisione dei proci, e la battaglia degl’Itacensi nel campo contro di lui: nè d’altra parte potrebbe aver luogo alcun giusto litigio con chi interpretasse coteste cose in modo conveniente a un poeta. Ma Eratostene malamente contrasta ad amendue queste interpretazioni: alla seconda perchè [p. 47 modifica]consuma lunghi ragionamenti per abbattere cose manifestamente false ed indegne di considerazione: alla prima, perchè accusa di frivolezza ogni poeta, e stima che la perizia dei luoghi e delle arti non ne accresca punto il merito. E poichè delle favole alcune si ascrivono a luoghi non finti34, quali sono Ilio, Pelio ed Ida; altre in luoghi finti, quali sono quei delle Gorgoni e di Gerione, Eratostene afferma che di quest’ultima sorta son quelli spettanti agli errori di Ulisse. E dice inoltre che coloro i quali sostengono non avere il poeta immaginati que’ luoghi, ma essersi valuto della cognizione che ne aveva, sono accusati falsi dalla propria loro discordanza. Perocchè collocano le Sirene35, gli uni presso al Peloro, gli altri a due mila stadii e più, verso le Sirenuse, le quali sono uno scoglio con tre vertici che divide il golfo Cumeo dal Posidoniate. Così Eratostene. – Ma lo scoglio di cui qui si parla, non che avere tre vertici, non ha sito alcuno nel quale ad alto si levi, spingendosi invece a guisa di un gomito lungo e stretto dai luoghi presso a Sorento fino allo stretto di Capria36, avendo da un lato ch’è [p. 48 modifica]montuoso il tempio delle Sirene, e dall’altro verso il golfo Posidoniate tre isolette adiacenti, deserte e petrose, le quali chiamano le Sirenuse; e nella punta ha l’Ateneo37 di cui porta il nome. Oltre di che, se coloro i quali ci han tramandata la descrizione di qualche luogo non sono in ogni punto d’accordo fra loro, non per questo conviene rigettarla tutta quanta; mentre qualche volta invece essa ne diviene anzi più degna di fede. Così per esempio chi cerca se gli errori di Ulisse furono intorno all’Italia ed alla Sicilia, domanda se in qualche parte di questi paesi si conoscono le Sirene. Ora colui che le colloca al Peloro e colui che le pone alle Sirenuse si contraddicono; ma nè l’uno nè l’altro poi differiscono da chi le colloca verso la Sicilia e l’Italia: che anzi gli accrescono fede, in quanto che, sebbene non accennino tutti e due uno stesso luogo, non si sono allontanati peraltro dall’Italia e dalla Sicilia. E se qualcuno aggiungesse che in Napoli mostrano un monumento di Partenope, la quale fu una delle Sirene, farebbe nascere vie maggior fede, sebbene recherebbe in mezzo un terzo luogo: perocchè stando anche Napoli in quel golfo che da Eratostene è detto Cumeo e ch’è formato dalle Sirenuse, tanto più diviene credibile che le Sirene siano state verso que’ luoghi. E certo nè il poeta cerca ogni cosa con esattezza, nè questa esattezza noi pretendiamo da lui: ma non dobbiamo peraltro supporre ch’egli contasse gli errori di Ulisse senza essersi punto informato nè del modo nè del luogo. [p. 49 modifica] Rispetto poi ad Esiodo, suppone Eratostene ch’egli abbia sentito parlare dei viaggi di Ulisse come avvenuti verso l’Italia e la Sicilia, e che prestando fede a tal fama, non solo abbia fatta menzione dei luoghi nominati da Omero, ma sì anche dell’Etna, di Ortigia isoletta vicina di Siracusa, e dei Tirreni: ma Omero (egli dice) nè conobbe cotesti luoghi, nè s’ebbe pur in animo di far errare Ulisse in paesi conosciuti. – Ma forse che l’Etna e la Tirrenia sono luoghi conosciuti; e tali non sono lo scoglio Scilleo e Cariddi e il Circeo e le Sirenuse? O forse non s’addiceva ad Esiodo l’inventar cosa alcuna, ma sì piuttosto seguitare in tutto le opinioni approvate; ed Omero invece avrà detto tutto ciò che gli veniva in pensiero o che gli suggeriva l’impertinente sua lingua? Ma lasciando anche in disparte ciò che abbiam detto intorno alla convenienza delle favole inventate da Omero, il gran numero degli storici concordi nel riferire quelle cose medesime, e la fama prevalsa ne’ luoghi da lui menzionati, possono dimostrare che queste non sono finzioni de’ poeti o degli storici, ma ricordanze di fatti e di uomini veri. E Polibio38 interpreta dirittamente ciò che risguarda gli errori d’Ulisse, dicendo: «Che Eolo per aver insegnato a navigare ne’ luoghi vicini allo stretto i quali sono tortuosi e difficili a navigarsi a motivo del flusso e riflusso, fu detto governatore dei venti e tenuto in conto di re. Di tal maniera Danao ed Argo, per avere dimostrato il primo alcune sorgenti nell’Argolide, il secondo il [p. 50 modifica]retrogrado corso del sole; di semplici indovini furono re proclamati; e i sacerdoti egiziani, i Caldei, i Maghi distinguendosi dagli altri per la loro sapienza ottennero presso i nostri maggiori imperio ed onore; e così anche ciascuno degli Dei fu onorato come inventore di qualche utile cosa.» Polibio pertando avendo premesse coteste osservazioni, non consente d’interpretare come favoloso tutto ciò che il poeta dice di Eolo o degli errori d’Ulisse; ma sostiene ch’egli v’abbia aggiunte solo alcune piccole parti di favolosa invenzione, siccome fece anche nella guerra di Troja: e che in generale vanno d’accordo con lui rispetto alla Sicilia tutti quegli scrittori che hanno parlato dei luoghi appartenenti all’Italia e a quell’isola. Nè loda punto quel motteggio di Eratostene, il quale dice che si troverà il luogo degli errori d’Ulisse quando si trovi colui il quale cucì l’otre dei venti.

«Così anche (aggiunge Polibio) tutto ciò che Omero dice intorno a Scilla ed alla pesca delle galeote s’accorda con ciò che accade intorno allo scoglio Scilleo. Egli dice che Scilla

                             Con la metà di sè nell’incavato
                             Speco profondo ella s’attuffa, e fuori
                             Sparge le teste, riguardando intorno,
                             Se Delfini pescar, lupi o alcun puote
                             Di que’ mostri maggior che a mille a mille
                             Chiude Anfitrite ne’ suoi gorghi e nutre39.

Perocchè i tonni che vanno a schiere lungo l’Italia [p. 51 modifica]quando entrano nello Stretto e sono tenuti lontano dalla Sicilia s’abbattono nei pesci di maggior mole, come sono i delfini, i cani e gli altri cetacei; e della costoro caccia ingrassano le galeote, le quali diconsi anche pesce spada, ed i cani. Ed accade quivi e negli straripamenti del Nilo e delle altre acque, ciò che suole accadere quando una selva sia incendiata: perocchè gli animali fuggendo a torme dal fuoco o dall’acqua diventano preda dei più vigorosi.»

Dopo di ciò descrive Polibio la caccia delle galeote, la quale ha luogo presso lo scoglio Scilleo. «Un osservatore comune dirige tutti i pescatori. Questi vanno a due a due in molte piccole barchette, e l’uno attende al remare, l’altro sta sulla prora armato di lancia. L’osservatore annunzia che la galeota è scoperta (questo animale solleva una terza parte del corpo al di sopra dell’acqua), e tosto come la barca le giunge vicino, colui ch’è armato le scaglia incontro la lancia. Appresso poi ne la ritrae, lasciandovi peraltro il ferro ch’è uncinato; il quale a tal fine suol essere leggermente attaccato all’asta, ed è invece legato ad una corda, che si allenta all’animale ferito finchè dibattendosi e sforzandosi di fuggire siasi spossato. Allora poi lo traggono a terra o lo sollevano nella barca, a meno che non sia di smisurata grandezza. E quand’anche succeda che l’asta cada nel mare, non va perduta: perocchè è fatta metà di quercia e metà d’abete; d’onde la parte di quercia è dal peso tirata all’ingiù, ma il restante come leggiero soprastà all’acqua, e può facilmente afferrarsi. Accade poi qualche volta che il rematore sia [p. 52 modifica]ferito anche a traverso della barca, tanto è lunga la spada delle galeote; e in generale questa caccia pel vigore della belva somiglia a quella dei cinghiali. Di qui, dice, può congetturarsi che secondo Omero gli errori di Ulisse furono intorno alla Sicilia; perchè egli attribuisce a Scilla la pescagione or ora descritta, la quale è propria specialmente dello scoglio Scilleo, e perchè quelle cose ch’ei dice rispetto a Cariddi sono conformi ai fenomeni che si osservano nello Stretto. Perocchè in quel verso:

                             Tre fiate il rigetta e tre nel giorno
                             L’assorbe, . . .

crede che per errore di scrittura o di osservazione sia stato scritto tre volte invece di due. Così anche quelle cose che si veggono nell’isola Meninge consuonano con quelle che il poeta dice dei Lotofagi: e se in qualche parte non sono concordi bisogna recarne le differenze o alla mancanza di cognizioni precise, od alla proprietà della poesia, che si compone di storia, di disposizione e di favola. Il fine poi della storia è la verità; come fece il poeta nell’enumerazione delle navi assegnando a ciaschedun lungo le qualità ad esso proprie, sicchè quale città disse pietrosa, quale ultima, quale abbondante di colombe, e quale vicina al mare. Della disposizione è fine l’evidenza, come quando introduce dei personaggi a combattere. E la favola finalmente tende al diletto ed alla meraviglia. Ora il fingere tutto non è nè credibile nè omerico: perocchè la poesia di lui è da tutti considerata come veramente filosofica, allontanandosi da Eratostene il quale comanda [p. 53 modifica]di non giudicare i poemi dal lato della ragione, nè cercare in esse la storia. . . Quando Ulisse dice:

                             Per nove infausti dì sul mar pescoso
                             I venti rei di trasportaro . . . .40

queste parole si debbono interpretare probabilmente di un viaggio non lungo (dacchè i venti rei o perniciosi non giovano al ben viaggiare), e non credere invece ch’egli sia uscito fuori sin nell’Oceano, come se l’aure gli fossero sempre soffiate in favore. Oltre di che poi, computando la distanza da’ Malei41 alla Colonne di ventidue mila e cinquecento stadii, se noi poniamo (dice Polibio) che lo abbia compiuto in un corso uniforme di nove giorni, dovremo dire che navigasse ogni giorno due mila e cinquecento stadii. Ma chi ha mai raccontato che dalla Licia o da Rodi qualcuno arrivasse ad Alessandria in due giorni42? A coloro poi i quali domandano come mai Ulisse venuto tre volte in Sicilia, nè una volta pure attraversasse lo Stretto, risponderemo, che anche dopo di lui evitarono tutti di navigarvi.»

Queste cose dice Polibio, ed altre ancora dirittamente: ma quando nega che Ulisse sia uscito fuori a navigar nell’Oceano, ed esamina il suo viaggio con un’accurata misura dei giorni e delle distanze, allora non [p. 54 modifica]sa evitare un’eccessiva incongruenza. Però egli cita il poeta ove dice:

                             . . . . . . . . . . . . Sul mar pescoso
                             I venti rei di trasportaro . . . . . .

e nel tempo stesso può affermarsi che non lo cita, giacchè Omero disse eziandio:

                             Poichè la nave uscì dalle correnti
                             Del gran fiume Oceano43. . . . .

e disse anche che nell’isola Ogigia è il centro del mare; e che quivi abita la figliuola di Atlante. E dei Feaci poi disse:

                             . . . . In sen dell’ondeggiante mare
                             Solitarj viviam, viviam divisi
                             Da tutto l’altro della stirpe umana44.

I quali versi alludono tutti manifestamente ad un uomo che navighi nel mar Atlantico45: ma Polibio dissimulando vorrebbe levar via ciò che il poeta dice apertamente; ed in ciò egli ha il torto. Ma rispetto però all’essere stati intorno alla Sicilia e all’Italia gli errori di Ulisse, in questo egli dice bene, e vien confermato anche da Omero. Altrimenti qual poeta od istorico avrebbe persuasi o i Napoletani a vantare il monumento della sirena Partenope; e quei di Cuma, di Dicearchia e del Vesuvio a celebrare il Flegetonte e la palude [p. 55 modifica]Acherusia e il Neciomanteo d’Aorno, ed alcuni dei compagni di Ulisse, come Baïo e Miseno46? E lo stesso dicasi rispetto alle Sirenuse, allo Stretto, a Scilla, a Cariddi, ad Eolo: le quali cose nè si debbono esaminar tutte minutamente, nè trascurarle come prive di radici e di fondamenti, e disgiunte perciò da ogni vero e da ogni utilità.

E lo stesso Eratostene, adottando siffatta opinione, dice, potersi credere che il poeta abbia voluto trasferire i viaggi di Ulisse nei paesi occidentali, allontanandosi da quelli a cui avrebbe dovuto assegnarli; in parte per non averne avuta esatta notizia, in parte perchè non credette di doverli preferire, volendo sollevar sempre ogni cosa al grande ed al portentoso. E in quanto a ciò che Omero fece egli toccò nel segno; ma del perchè poi abbia fatto così non reca in mezzo plausibil ragione; essendo che Omero non attese in questo al mero diletto, ma all’utile. Laonde si può giustamente riprendere Eratostene sì in questo proposito, come allorquando afferma che Omero finse in paesi lontani i portentosi avvenimenti ch’egli racconta, per essere più agevol cosa il mentire trattandosi di [p. 56 modifica]siti non conosciuti. Perocchè i portenti narrati di luoghi lontani sono pochissimi rispetto a quelli ch’ei dice avvenuti nell’Ellade o ne’ paesi circonvicini; quali sono le imprese d’Ercole e di Teseo, le invenzioni spettanti a Creta, alla Sicilia ed alle altre isole, al Citerone, all’Elicona, al Parnaso, al Pelio, a tutta l’Attica ed al Peloponneso47: nè alcun mai pigliò dalle favole occasione per accusare d’ignoranza chi le compose.

Oltre di che, siccome i poeti non creano un tutto favoloso, ma piuttosto ne aggiungono qualche parte al vero, e così fa Omero più che niun altro; perciò chi cerca qual cosa eglino aggiunsero di favoloso, non debbe indagare se queste parti favolose abbiano avuto una volta od abbian tuttora alcun fondamento di realtà, ma sì piuttosto investigare il vero di que’ luoghi e di quelle persone alle quali coteste favolose invenzioni dai poeti furono aggiunte: per esempio se Ulisse abbia viaggiato, ed in qual luogo.

In generale poi non è giusto di mettere a un fascio le poesie d’Omero con quelle degli altri, come nel resto così principalmente nelle cose che qui accennammo, cioè nella geografia. Perocchè quando bene mancasse ogni altra prova, chiunque scorra il Trittolemo di Sofocle, od il prologo delle Baccanti d’Euripide, poi consideri la diligenza d’Omero in siffatte cose, potrà facilmente conoscerne la differenza e la superiorità. [p. 57 modifica]Dovunque è mestieri di ordine nei luoghi ch’ei viene menzionando, Omero l’osserva, o che si tratti di paesi greci o di stranieri:

                             L’Ossa sovra l’Olimpo, e sovra l’Ossa
                             L’arborifero Pelio impor tentaro48.
                             . . . . . . . . . . . . . . . . Giuno
                             Frettolosa lasciò l’olimpie cime,
                             E la Pïeria sorvolando, e i lieti
                             Emazii campi, le nevose vette
                             Varco de’ Tracii monti, e non toccava
                             Col piè santo la terra. Indi dell’Ato
                             Superate le rupi, all’estuoso
                             Ponto discese . . . . . . . .49

Nella enumerazione delle navi non ricorda, a dir vero, per ordine le città (nè questo era necessario), ma sì peraltro le nazioni; e la sua attenzione è sempre la stessa anche rispetto ai luoghi lontani.

                             Cipri, vagando, e la Fenicia io vidi,
                             E ai Sidonj, agli Egizj, e agli Etiopi
                             Giunsi, e agli Erembi, e in Libia.

E questo fu notato anche da Ipparco. Ma Sofocle ed Euripide per lo contrario, sebbene l’ordine fosse per loro importante (dacchè questi introdusse a parlare Bacco dopo aver visitate parecchie nazioni, quello pone sulla scena Trittolemo che seminò le terre) nondimeno fanno esser vicini luoghi molto distanti, ed i vicini disgiungono. Lasciato l’aurifero suolo de’ Lidj e de’ Frigj, [p. 58 modifica]e la pianura della Persia irradiata dal Sole, e le mura di Battra, venni alla fredda terra dei Medi ed all’Arabia felice. Così dice Bacco, e così poi anche Trittolemo. Ed anche rispetto ai climi ed ai venti, Omero fa manifesta la sua molta perizia della geografia, parlandone spesse volte nella descrizione dei luoghi.

                             Dulichio, Samo e la di selve bruna
                             Zacinto. All’orto e al mezzogiorno queste
                             Itaca al polo si rivolge, e meno
                             Dal continente fugge50 . . . . . . .
                             . . . . . . . . . . . . . Due porte
                             Mettono ad esso. Ad Aquilon si volge
                             L’una e schiudesi all’uom: l’altra che Noto
                             Guarda ha più del divino51 . . . . .

Ed altrove:

                             Se volino alla dritta, ove il sol nasce,
                             O alla sinistra, dove muor52 . . . .

E considera come suprema delle sventure il non avere notizia di queste cose:

                             Qui d’onde l’Austro spira o l’Aquilone,
                             E in qual parte il sole alza, in qual declina
                             Noto non è53 . . . . . . . . . . .

Oltre di che mentre il poeta dice dirittamente: Quando Borea e Zefiro spirano dalla Tracia: Eratostene non avendolo ben compreso ne lo censura, come se avesse detto che ordinariamente Zefiro spira dalla Tracia. Ma [p. 59 modifica]questo non dice il poeta, ed accenna soltanto il caso in cui questi venti concorrono al golfo Melano54 nel mar di Tracia ch’è parte dell’Egeo. Perocchè la Tracia in quella parte dov’essa troncandosi si unisce alla Macedonia, si volge a mezzogiorno; e perchè si spinge addentro nel mare, perciò agli abitanti di Taso, di Lemno, d’Imbro e di Samotracia55 e di tutto il mare all’intorno si pare che i Zefiri spirino da quella parte: come agli abitatori dell’Attica sembra che spirino dalle rocce Scironie, dalle quali eziandio tutti i Zefiri, ma sopra tutti gli Argesti si chiamano Scironii. Questo non comprese Eratostene, sebbene avrebbe [p. 60 modifica]dovuto almen sospettarlo, poichè riferisce quel rivolgimento della Tracia del quale parlai: ma per avere interpretate in senso assoluto le parole del poeta lo accusò d’imperizia, osservando che il Zefiro trae dalle regioni occidentali e dall’Iberia, e che la Tracia non si stende fin là. Dunque Omero ignorò che Zefiro spira dall’occidente? eppure gli assegna il suo proprio luogo ove dice:

                             S’avventaro sul mar quasi in un groppo
                             Ed Euro e Noto e il celere Ponente,
                             E Aquilon che pruine aspre su l’ali
                             Reca, ed immensi flutti innalza e volve56.

O forse non seppe che la Tracia non si distende oltre i monti Peonici e Tessali57? Eppure egli conobbe le genti che vengono ordinatamente dopo la Tracia, sì le marittime, come le mediterranee, e le nominò. Tali sono alcuni dei Magneti, i Malii, gli Elleni tutti per ordine fino ai Tesproti, e così anche i Dolopi confinanti coi Peonii, ed i Selli che abitano presso a Dodona fino all’Acheloo58: nè fa punto menzione di Traci al mezzogiorno di queste nazioni. Più volentieri poi si trattiene a parlar del mare che gli era più presso e più conosciuto; come in que’ versi:

                             . . . . . . . . . . . A quella guisa

[p. 61 modifica]

Che dell’Icario mare i vasti flutti
                             Si confondono . . . . . . . . .59

E v’hanno alcuni eziandio i quali sostengono che due sono i venti principalissimi, Borea e Noto60, e che gli altri ne differiscono solo un cotal poco per una lieve declinazione nel loro corso; perocchè l’Euro viene dal levante estivo, l’Apeliote dal levante d’inverno; il Zefiro dal ponente d’estate, e l’Argeste da quello d’inverno. E dell’essere soltanto due i venti ne recano in testimonio Trasialce61 e lo stesso Omero, il quale unisce l’Argeste con Noto, dicendo dell’Argeste Noto, e il Zefiro con Borea ove dice: Quando Borea e Zefiro spirano dalla Tracia.

Ma Posidonio dice non essere stati mai distribuiti i venti così da nessuno di coloro che ne hanno maggiore sperienza, come a dire Aristotele, Timostene e Bione l’astrologo: giacchè tutti affermano che dal levante estivo soffia il Cecia, e diametralmente opposto ad esso, cioè dal ponente invernale, l’Africo; e l’Euro dall’oriente d’inverno, e dal termine opposto (cioè dal ponente d’estate) l’Argeste; e soggiungono che i due venti intermedii sono il Zefiro e l’Apeliote. In quanto poi al poeta il Zefiro violento essere quel medesimo che da noi chiamasi Argeste; l’Africo dal piacevole mormorio è il nostro Zefiro propriamente detto; e il Noto Argeste è il Leuconoto: perocchè questo è il solo che possa [p. 62 modifica]raccogliere alcune nubi, mentre tutti gli altri venti meridionali sono compresi fra gli Euri; e però ad esso risguardan que’ versi:

                             . . . . . . . . . . Come quando
                             Di Ponente il soffiar l’umide figlie
                             Di Noto aggira . . . . . . . .62.

Perocchè il poeta accenna qui il violento Zefiro che suol dissipare le leggiere nubi raccolte del Leuconoto, soggiungendo poi soltanto come un aggiunto del Noto il nome di Argeste. Così abbiamo rettificate le cose ch’Eratostene dice nel principio del primo libro di geografia.

Continuando poi nelle sue false opinioni intorno ad Omero dice anche questo, «Ch’egli non seppe nè che le bocche del Nilo son molte, nè il nome pur di quel fiume; mentre Esiodo invece lo seppe, e ne fa menzione63.» E in quanto al nome è probabile che nell’età di Omero non fosse per anco ricevuto: in quanto poi [p. 63 modifica]alle bocche, se fossero state poco illustri e da pochi si fosse saputo ch’esse erano molte invece di una sola, potrebbe concedersi che anche Omero l’avesse ignorato; ma se per lo contrario fra tutte le cose dell’Egitto la cosa più conosciuta e più degna di ammirazione e di ricordanza e di storia erano già fin d’allora come sono oggidì il fiume e le inondazioni e le bocche del Nilo, chi mai potrà credere che coloro i quali diedero al poeta contezza del fiume egizio, e del paese, e di Tebe egizia, e del Faro ignorassero poi queste cose, o che conoscendole non ne parlassero, se non forse per essere cose comunemente sapute? Ancor più incredibile poi sarebbe se Omero il quale parlò dell’Etiopia, dei Sidonii, degli Erembi, avesse taciuto dei paesi vicini e conosciuti. Ma s’egli non ne fece menzione, non è questo per certo un indizio della sua ignoranza: perocchè nè eziandio della sua patria fece menzione, nè di molte altre cose; e forse dee dirsi che non giudicò di dover ricordare le cose notissime a genti che ben le sapevano64. Nè con ragione gli [p. 64 modifica]rinfaccianoalcuni di avere asserito che l’isola di Faro è circondata dal mare65; come se questo avesse detto per ignoranza: mentre per lo contrario potrebbe di qui trarsi argomento a provare che dal poeta non fu ignorata nessuna di quelle cose le quali dissi testè dell’Egitto: e si potrebbe ragionare così: Vantatore è chiunque racconta i proprii viaggi; e tale si fu anche Menelao, il quale essendo risalito fino agli Etiopi ebbe contezza delle inondazioni del Nilo, delle alluvioni recate da quel fiume al paese, e di tutto l’accrescimento che il continente ne aveva già ricevuto: di qualità poi che tutto l’Egitto potè da Erodoto essere denominato dono del fiume: e veramente se non tutto quanto, è tale almeno quella parte ch’è al di sotto del Delta, e si nomina basso Egitto. Avendo saputo che Faro in antico era circondato dal mare, finse contro il vero che tale ancor fosse a’ suoi tempi. Ora chi fa parlare così Menelao è il poeta; e però di qui stesso possiamo raccogliere aver lui conosciute e le inondazioni e le bocche del Nilo. [p. 65 modifica]

Un altro errore somigliante si è quello di credere che Omero non avesse contezza dell’istmo fra il mar d’Egitto ed il Golfo d’Arabia66; e che falsamente dicesse:

                             . . . del mondo ai confini e alla remota
                             Gente degli Etiopi in duo divisa,

mentre per lo contrario ebbero il torto coloro che, venuti dopo di lui, gli rimproverarono questa espressione. Perocchè tanto è lungi dal vero ch’egli abbia ignorato quell’istmo, che io non solamente asserisco averlo lui conosciuto, ma ben anche manifestamente descritto, e che i grammatici non lo hanno inteso; cominciando da Aristarco e da Cratete, i corifei di quella dottrina. E nel vero dopo che il poeta ha detto:

                             . . . del mondo ai confini e alla remota
                             Gente degli Etiopi in duo divisa,

non sono d’accordo intorno al verso seguente: e dove Aristarco legge: Questi al levare, quelli al tramontar del sole; Cratete invece legge: O che l’uom vada a ponente, o ch’egli vada a levante; senza che questa diversità di lezione sia di veruna importanza rispetto alla tesi di ciascheduno di loro. Perocchè l’uno seguitando i matematici afferma «che la zona torrida è occupata dall’Oceano67; e che d’ambo i lati di questa zona [p. 66 modifica]ve n’ha una temperata, cioè la nostra e quella ch’è opposta a noi: e poichè noi chiamiamo Etiopi coloro i quali, sotto il clima del mezzogiorno, abitano lungo l’Oceano, e in tutta la terra abitata sono i più lontani da noi; così pare che, secondo lui, v’abbiano anche sulla spiaggia opposta di questo Oceano alcuni altri Etiopi, e che siano anch’essi la gente più lontana rispetto ai popoli dell’altra zona temperata, ed abitino lungo l’oceano; e perciò disse che gli Etiopi sono un popolo diviso in due dall’oceano. Omero poi aggiunge: O che l’uomo vada a levante, o ch’egli vada a ponente; perchè essendo lo Zodiaco celeste sempre verticalmente al di sopra del terrestre, e questo nella sua obbliquità non uscendo mai fuori delle due Etiopie68 bisogna di necessità immaginare che anche la rivoluzione del sole [p. 67 modifica]si compia in questo spazio medesimo, e che ivi siano compresi pei popoli di queste regioni i diversi punti del levarsi e del tramontare del sole, secondo i segni diversi nei quali esso si trova.»

Così egli; parendogli che questo ragionare fosse più conforme all’astronomia: ma avrebbe potuto dire più semplicemente, conservando anche l’opinione che gli Etiopi fossero divisi in due, ch’essi abitano dal levante al ponente lungo amendue le sponde dell’Oceano69. In che dunque differisce, rispetto al senso, il seguitare la lezione di Cratete, o piuttosto quella di Aristarco: gli uni al levare, gli altri al tramontare del sole? quando anche questa lezione viene a dire che al levante ed all’occidente dell’Oceano abitano gli Etiopi.

Ma Aristarco rigetta questa ipotesi, e al parer suo «Omero dice che sono divisi in due nazioni i nostri Etiopi, cioè quelli che sono pei Greci l’ultima gente dalla parte di mezzogiorno. Or questo popolo non è punto diviso in modo da esservi due Etiopie l’una a levante e l’altra a ponente; ma una sola ve n’ha al mezzogiorno dei Greci e vicina all’Egitto. Questo non fu saputo da Omero, al pari di molte altre cose notate da Apollodoro70 nella enumerazione delle navi; e però asserì falsamente parecchie cose insussistenti intorno a diversi luoghi.» [p. 68 modifica]

A confutar Cratete sarebbe dunque mestieri di un lungo discorso, e forse non punto giovevole al presente. Di Aristarco poi questo loderemo, ch’egli rigettò l’ipotesi di Cratete, suscettiva di molte obbiezioni, e sospettò che Omero abbia parlato della nostra Etiopia: ma conviene pigliare in esame ciò ch’egli soggiunge. E prima di tutto egli pure inutilmente discende a piccole mutazioni del testo, mentre anche la lezione ch’egli ricusa potrebbe adattarsi alla sua interpretazione. Perocchè qual v’ha differenza se dicasi: Due sono i popoli Etiopi a noi conosciuti; o se a questo si aggiunga: Gli uni verso levante, gli altri verso ponente? Appresso egli pone un falso ragionamento: giacchè poniamo pure che Omero abbia ignorato l’istmo (di Suez), e che abbia voluto alludere a quell’Etiopia ch’è vicina all’Egitto allorchè disse:

                             . . del mondo ai confini, e alla remota
                             Gente degli Etiopi in duo divisa;

ma non è forse quel popolo realmente diviso in due? come dunque il poeta si sarà espresso di questo modo soltanto per ignoranza? l’Egitto e gli Egizii, cominciando dal Delta fino a Siene non sono forse divisi in due dal Nilo, sicchè gli uni guardano a quella parte d’onde il sol leva, e gli altri a quella dov’esso tramonta? E veramente, qualora si eccettui l’isola formata dal fiume e bagnata dalle sue acque, che altro si può dire dell’Egitto, se non ch’esso è situato lungo il Nilo, a levante e a ponente71? L’Etiopia poi si distende nella [p. 69 modifica]direzione medesima dell’Egitto, e gli è conforme sì nell’essere adiacente al Nilo, come in tutte le altre condizioni dei luoghi. Perocchè al pari dell’Egitto è stretta, lunga, e soggetta alle inondazioni; e nelle parti più occidentali e in quelle più orientali, dove l’acqua non giunge, è deserta, riarsa, e solo in alcuni pochi luoghi abitabile. Come non si dirà dunque che l’Etiopia è divisa in due parti dal Nilo72? Oltrechè se per dividere l’Asia dalla Libia potè sembrare opportuno questo fiume Nilo, il quale si stende in lunghezza verso la parte meridionale più che dieci mila stadii ed ha sufficiente larghezza per abbracciare alcune isole con molte migliaia di abitanti, di cui la maggiore è Meroe, reggia e metropoli degli Etiopi; come non si dirà poi che esso basti a dividere in due parti l’Etiopia? E come ciò, se la maggiore obbiezione che soglia farsi a coloro i quali dividono per mezzo del Nilo i due continenti73 consiste appunto in questo, ch’essi debbono o partire l’Egitto e l’Etiopia, assegnandone un lato alla Libia e l’altro all’Asia, ovvero tralasciar di dividere que’ [p. 70 modifica]continenti, o rinunciare almeno di segnarne la divisione col mezzo del Nilo?

Ma quando bene si lascino in disparte coteste cose si può dividere l’Etiopia anche in un altro modo. Tutti coloro i quali navigando l’Oceano hanno costeggiata la Libia, e partendosi dal mar Rosso o dalle Colonne d’Ercole si sono per qualche tratto inoltrati, dovettero poscia dar volta, impediti da molti ostacoli; e così lasciarono in generale l’opinione che un qualche istmo attraversasse loro il viaggio; mentre per lo contrario il mare Atlantico non ha interrompimento di sorta, principalmente dalla parte di mezzogiorno. Tutti questi viaggiatori denominarono Etiopia i luoghi più lontani ai quali navigando pervennero, e con questo nome li hanno menzionati nelle loro relazioni. Or quale difficoltà ne impedirebbe di credere che anche Omero, guidato da questa fama, abbia divisi gli Etiopi in due, dicendo che gli uni si trovano verso il levante, gli altri verso il ponente? dacchè non si ha notizia di quelli di mezzo, se vi siano o no. Eforo poi riferisce un’altra antica tradizione, conosciuta probabilmente anche da Omero, secondo la quale narravano quei di Tartesso74 avere gli Etiopi discorsa la Libia fino alle sue parti occidentali; e gli uni essersi colà fermati, gli altri avere [p. 71 modifica]occupato gran tratto della spiaggia marittima: e questo confermasi anche dal trovarsi detto da Omero:

                             . . del mondo ai confini e alla remota
                             Gente degli Etiopi in duo divisa.

Questo dunque potrebbe dirsi contro Aristarco e contro i seguaci di lui: ed anche altre cose più comprovanti si potrebbero addurre a liberare Omero dalla taccia di una troppo grande ignoranza. Perocchè se guardiamo all’usanza degli antichi Greci, essi ebbero in costume di chiamare con un solo nome, cioè Sciti, o Nomadi secondo Omero75, tutti i popoli delle parti settentrionali di cui avevano cognizione; poi più tardi denominarono Celti od Iberi, o con nomi composti Celtiberi e Celto-Sciti quante nazioni conobbero nelle parti occidentali, mentre da prima per ignoranza comprendevano diversi popoli sotto una sola denominazione. E così chiamarono Etiopia tutti i paesi meridionali vicini all’Oceano. Però Eschilo nel Prometeo liberato76 dice: Vedrai la sacra corrente dell’Eritreo che volge sopra porporino terreno, e la palude scintillante di rame presso all’Oceano dove stanno tutti gli Etiopi, e dove l’onniveggente Sole lava sempre l’immortale suo corpo, e nei tiepidi flutti della molle [p. 72 modifica]onda dissipa la stanchezza de’ suoi corridori. Sapendo Eschilo che in tutta la parte meridionale della terra conosciuta l’Oceano si trova nella stessa condizione rispetto al sole e serve allo stesso fine, vi collocò da per tutto gli Etiopi. Secondo Euripide poi nel Fetonte, Climene fu data a Merope re di quella regione: la quale il Sole percote coll’aurea sua vampa prima d’ogni altra dalla sua quadriga; e i vicini dalla negra pelle la chiamano stazione dei cavalli della lucida Aurora e del Sole. Pare che qui il poeta assegni all’Aurora ed al Sole le stesse stazioni dei cavalli; ma ne’ versi poi che tengono dietro ai citati dice che queste stazioni sono vicine al palazzo di Merope; e in tutto il dramma suppone che quello sia il luogo della scena, nè parla specialmente dell’Etiopia vicina all’Egitto, ma sì piuttosto di tutta la spiaggia marittima ch’è volta a mezzogiorno.

Eforo poi ci riferisce nel modo seguente l’antica opinione che avevasi dell’Etiopia nel suo Trattato intorno all’Europa, ove dice che «lo spazio del cielo e della terra dividesi in quattro parti, delle quali gl’Indiani tengono l’Apeliote (levante), gli Etiopi quella di Noto (mezzogiorno), i Celti l’occidentale, e gli Sciti quella che è volta al vento Borea (settentrione). Aggiunge poi che l’Etiopia è più grande della Scizia; perocchè sembra, egli dice, che la nazione degli Etiopi si stenda dal levante al ponente d’inverno; e la Scizia è opposta a siffatta posizione77.» Ed Omero tenne appunto [p. 73 modifica]questa opinione, e lo fa manifesto anche nel collocare Itaca verso le tenebre, cioè verso il settentrione, dicendo poi che le altre stanno più alto, verso l’aurora e il sole; sotto le quali parole intende tutto il fianco meridionale. E lo manifesta anche quando dice:

              . . . Non curo degli augelli,
              Se volino alla dritta ove il sol nasce
              O alla sinstra, dove muor78 . . . .

ed altrove:

              Qui, d’onde l’Austro spira o l’Aquilone,
              E in qual parte il sol alza e in qual declina
              Noto non è.

Delle quali cose poi si parla più chiaramente dove trattasi d’Itaca79. Allorchè dunque dice:

              Perocchè jeri in grembo all’Oceano
              Fra gl’innocenti Etïopi discese
              Giove a convito . . . . . . . .

queste parole si vogliono interpretare in generale, cioè dell’Oceano che bagna tutta la spiaggia meridionale e gli Etiopi; perocchè in qualunque punto di quella spiaggia tu volga la mente, ti troverai dinanzi e l’Oceano e l’Etiopia. Quindi Omero dice anche:

              Sin dai monti di Solima lo scôrse
                             

[p. 74 modifica]

          Veleggiar per le salse onde tranquille
          Il possente Nettun, che ritornava
          Dall’Etiopia80 . . . . . . . .

invece di dire dalle parti meridionali. Perocchè nominando qui i Solimi, il poeta non volle già far intendere quelli della Pisidia, ma sì (come dissi d’innanzi) certi popoli da lui immaginati di ugual nome, e situati ugualmente fra Ulisse che navigava nel suo legno, ed i popoli meridionali di colà intorno, chiamati tutti col nome di Etiopi, in una posizione simile a quella in cui si trovavano i veri Solimi rispetto al Ponto e all’Etiopia situata al di là dell’Egitto.

Così parimenti intorno alle gru parlò in generale, dicendo:

          . . . . . . . . . . col romor che mena
          Lo squadron delle gru, quando del verno
          Fuggendo i nembi l’Ocean sorvola
          Con acuti clangori, e guerra e morte
          Porta al popol pigmeo81 . . . . . . .

Mentre non si può dire che dai luoghi dell’Ellade soltanto si veggano le gru volare alla volta di mezzogiorno, e non anche dalle regioni d’Italia e d’Iberia, dalle spiagge del Caspio e dalla Battriana. Il perchè, distendendosi l’Oceano lungo tutta la parte meridionale della terra, ed a quella recandosi da ogni dove le gru per fuggire l’inverno, dobbiamo credere che Omero abbia immaginato che lungo tutta quanta quella [p. 75 modifica]spiaggia abitassero i pigmei: e se i posteri ridussero gli Etiopi a quei soli che stanno al di là dell’Egitto, e così anche ciò che raccontasi de’ pigmei, questo non muta punto l’antica tradizione. Perocchè al presente non diciamo Achei nè Argivi tutti coloro che portarono l’armi contro Ilio; e nondimeno Omero tutti con questi nomi li chiama.

La stessa cosa poi vale rispetto alla divisione degli Etiopi in due parti; dovendosi interpretare che ciò sia detto di tutti coloro i quali abitano lungo tutta la spiaggia dell’Oceano, da dove nasce il sole fino a dove tramonta. Perocchè in questo senso gli Etiopi sono realmente divisi dal Golfo Arabico82, il quale occupa una [p. 76 modifica]parte considerevole d’un meridiano e somiglia ad un fiume, lungo circa mille e cinquecento stadii nè largo mai più di mille. E s’aggiunga, che tra l’ultimo seno di questo golfo ed il mar di Pelusio avvi un istmo lungo non più di tre o quattro giornate di viaggio83. In quella guisa pertanto che i più abili geografi, volendo dividere l’Asia dalla Libia, considerano il golfo [p. 77 modifica]come un confine più acconcio che il Nilo (perchè quello per poco non si distende da mare a mare, mentre il Nilo per lo contrario è molto distante dall’Oceano e perciò non separa tutta l’Asia dalla Libia); così io suppongo aver detto il poeta che tutte le parti meridionali della terra abitata sono divise in due da questo golfo. Or come mai potrebbe Omero non aver conosciuto l’istmo ch’è fra questo seno ed il mar d’Egitto? Certo sarebbe cosa del tutto assurda se Omero avesse avuta piena notizia di Tebe d’Egitto disgiunta dal nostro mare lo spazio di quasi cinquemila84 stadj, e non avesse poi conosciuto nè l’estremità del golfo Arabico, nè l’istmo che gli viene appresso, il quale non è lungo più di mille stadj. E molto più assurdo ancora parrebbe se Omero avesse conosciuto il Nilo, il quale portava il nome di una regione sì vasta com’è l’Egitto, e non avesse poi saputo il perchè di questa comune denominazione. Il che spiegasi principalmente con quello che da Erodoto è detto, cioè che essendo il paese un regalo del fiume, per questa cagione parve opportuno che ne portasse anche il nome. Oltre di che fra le particolarità di ciascun luogo soglion essere sempre più conosciute quelle che hanno in sè maggior meraviglia e che possono cadere sotto gli occhi di tutti: e tali sono appunto l’inondazione del Nilo e l’accrescimento di terra ch’esso fa verso il mare. E come coloro i quali approdano all’Egitto niuna cosa osservano in quel paese prima che la natura del Nilo (perocchè gli abitanti [p. 78 modifica]non hanno verun oggetto nè più nuovo nè più celebre da mostrare agli stranieri, e chi ha notizia del Nilo conosce tutto quanto il paese); così anche coloro i quali da lungi sentono parlare dell’Egitto, niuna cosa prima del Nilo sentono menzionare. A questo si aggiunga l’amore che Omero ebbe all’erudirsi ed al viaggiare, di che gli fanno testimonianza quanti scrissero la sua vita; e si possono trarre parecchi esempi da’ suoi proprii poemi. Quindi per molte prove si arguisce che Omero e seppe e disse espressamente quanto era da dire; e tacque le cose conosciute da tutti, o le accennò succintamente.

E dobbiamo meravigliarci di questi Egizii e Sirii contro ai quali è volto il nostro discorso85, perchè non avendo inteso il poeta ove parla di cose che sono presso di loro, lo accusano di un’ignoranza da cui il diritto discorso li dichiara invece ingombrati essi medesimi. Il non parlare affatto di una cosa non è indizio d’averla ignorata. Omero non fa menzione nemmanco delle svolte dell’Euripo, nè delle Termopili, nè di molte altre cose notissime ai Greci; nè per altro le ignorò. Ma enunciò anzi anche quello che certi sordi-volontarii mostrano di non intendere, sicchè costoro e non lui dobbiamo incolpare.

Il poeta chiama discesi da Giove tutti i fiumi; e non solo i torrenti, ma tutti in generale; perchè tutti dalle [p. 79 modifica]acque piovane86 sono ingrossati. Quello poi ch’è nome comune diventa particolare quando si applica per eccellenza ad un oggetto solo: però l’aggiunto di disceso da Giove applicato al torrente suona tutt’altra cosa da quando è applicato ad un fiume perenne: e rispetto al Nilo viene in certo modo ad esser detto con doppia forza particolare: perocchè siccome vi hanno alcune iperboli di iperboli, come chi dicesse che qualcosa è più lieve che l’ombra del sughero o che un uomo è più timido di una lepre frigia, o che un campo è più piccolo di una lettera laconica; così dando al Nilo il nome di disceso da Giove si viene a raddoppiare l’antonomasia. Il torrente a dir vero supera gli altri fiumi rispetto alla qualità di esser disceso da Giove; ma il Nilo vince poi anche i torrenti rispetto al suo grande gonfiarsi, alla copia delle acque, ed alla durata delle inondazioni. Laonde poichè la natura di questo fiume era nota al poeta, come noi difendendolo abbiamo provato, perciò quando egli adopera parlandone l’epiteto di disceso da Giove, non dobbiamo interpretarlo diversamente da quello che or ora abbiam detto. In quanto poi all’avere parecchie bocche che mettono in mare, è questa una qualità comune [p. 80 modifica]anche a più altri fiumi; sicchè Omero non la stimò degna di essere ricordata, massimamente perchè scriveva fra persone che già ne avevan contezza. Così anche Alceo non ne parlò; sebbene dica di essere stato egli stesso in Egitto. E per ciò che spetta all’accrescimento del terreno, potevasi argomentare dalle innondazioni, e da ciò che Omero dice di Faro. Certamente nè alcun testimonio oculare, nè il pubblico grido poterono persuadergli che Faro fosse allora disgiunto, com’egli dice, dal continente quanto una nave può correre in un giorno; perocchè questa menzogna non si sarebbe potuta allora propagare per esserne troppo conosciuta la falsità; ma è probabile che dell’inondazione e degli accrescimenti di terreno egli avesse sentito ciò che si diceva comunemente; d’onde poi avendo il poeta congetturato che l’isola al tempo di Menelao fosse divisa dal continente più di quello ch’era a’ suoi dì, per una poetica finzione v’aggiunse di proprio arbitrio una distanza molto maggiore. Ma le finzioni non nascono in grazia dell’ignoranza; e molte prove se ne hanno. Perocchè quello che i poeti fingono di Proteo, de’ pigmei, del poter dei veleni e di altre cose, nol fingono già per ignoranza dei luoghi e delle cose, sibbene per desiderio di piacere e dilettare. - «Ma come mai, essendo l’isola Faro senza acqua egli ne la dice fornita, affermando che v’ha un comodo porto d’onde mettono in mare le celeri navi dopo ch’esse hanno attinte le nereggianti acque?» - Ma nè è cosa impossibile che la sorgente dell’acqua sia venuta meno; nè Omero asserisce che l’acqua si attingesse proprio [p. 81 modifica]nell’isola, ma solo che quivi venivano a prenderla per la comodità del porto. E forse l’acqua era colà condotta da qualche luogo vicino; confessando in certa maniera il poeta colle sue stesse parole, di aver detto che Faro è circondato dal mare, non perchè così fosse nel vero, ma per iperbole e per finzione.

Ma poichè anche le cose dette da Omero intorno al viaggio di Menelao paion indurci a crederlo ignorante de’ luoghi, gli è forse pregio dell’opera esporre le difficoltà che si trovano ne’ suoi versi e chiarirle, giustificando così più pienamente il poeta. Menelao pertanto dice a Telemaco il quale ammirava gli ornamenti della reggia:

              . . . . . . . . . Io so che molti affanni
              Durati, e molto navigato mare,
              Queste ricchezze l’ottavo anno addussi.
              Cipri, vagando, e la Fenicia io vidi,
              E ai Sidonii, agli Egizj e agli Etïopi
              Giunsi, e agli Erembi, e in Libia . . . .

Ora domandano a quali Etiopi arrivò avendo salpato dall’Egitto? mentre nè nel nostro mare abitano Etiopi, nè a lui debb’essere stato possibile di superare le cateratte navigando a ritroso del Nilo87. Poi quali sono [p. 82 modifica]questi Sidonj? certo non quelli della Fenicia; perchè avendo menzionato già prima il nome generico, non è da credere che qui volesse poi introdurre quello della specie88. E finalmente chi sono questi Erembi, nome nuovo del tutto? Aristonico, grammatico de’ nostri giorni, ne’ suoi scritti intorno al viaggio di Menelao recò in mezzo le interpretazioni di molti sopra ciascuno dei punti da noi riferiti: ma a noi basterà il parlarne anche solo sommariamente.

Fra coloro i quali sostengono che Menelao giunse per mare nell’Etiopia, gli uni conducono la sua navigazione da Gadi fino al mar d’India, proporzionando così al tempo il viaggio, dacchè Menelao dice di averlo compiuto in otto anni; gli altri dicono che passò per l’istmo del golfo Arabico; altri per qualche canale89. Ma non è necessario di ammettere quella immensa navigazione che Cratete introduce: non già come impossibile, perchè non sono impossibili nemmanco gli errori d’Ulisse; ma perchè nè le ipotesi matematiche, nè la [p. 83 modifica]durata del viaggio ci sforzano ad adottarla. E nel vero egli fu trattenuto o contro sua voglia dalla tempesta, dicendo egli medesimo che di sessanta navi gliene rimasero cinque soltanto; o di sua propria volontà per desiderio di raccoglier ricchezze. Però Nestore dice:

                   . . . . . . . . . Menelao tra genti
                   D’altra favella s’aggirava, e forza
                   Vi raccogliea di vettovaglia e d’oro90.

E Menelao stesso

                   Cipri, vagando, e la Fenicia io vidi,
                   E ai Sidonii, e agli Egizii . . . . . .

Rispetto poi all’ipotesi secondo la quale avrebbe navigato a traverso dell’istmo, o per qualche canale, se ciò fosse detto da Omero potrebbe ascoltarsi a modo di favola; ma non essendo detto da lui verrebbe a introdursi come cosa oziosa e incredibile. E dico incredibile, perchè innanzi ai tempi troiani non v’ebbe colà nessuna canale; ed era fama che Sesostri, il quale ne aveva intrapreso uno, se ne fosse poi astenuto, sospettando che la superficie del mare fosse troppo elevata91. Nè ciò solo, ma nemmanco l’istmo era [p. 84 modifica]navigabile: e senza buona ragione Eratostene tenne la contraria sentenza. Perocchè egli crede che non fosse per anco seguita la irruzione delle acque a traverso delle Colonne d’Ercole, di modo che il mare esterno essendo sostenuto ad un livello più alto si congiungesse allora invece col Mediterraneo dalla parte dell’istmo, e lo coprisse: e che quando poi l’irruzione successe, l’oceano s’abbassasse, lasciando così scoperto il terreno vicino al Casio ed a Pelusio fino al mar Eritreo. Ma quale testimonianza storica abbiamo che la predetta irruzione non fosse avvenuta innanzi alla guerra di Troia? Diremo noi che Omero quando immaginò la navigazione di Ulisse a traverso di quello stretto per uscir nell’oceano, suppose già avvenuta l’irruzione; e che poi supponesse il contrario affinchè Menelao potesse colle sue navi passare dall’Egitto nell’Eritreo? Eppure quel poeta introduce Proteo a dire a Menelao:

                   Te nell’elisio campo ed ai confini
                   Manderan della terra i Numi eterni;

e quale poi sia questo luogo, cioè che sia nell’estremità occidentale, il chiarisce quel Zefiro di cui fa menzione appresso:

                   . . . . . . . . . Ma di Favonionota il dolce
                   Fiato che sempre l’oceano invia
                   Que’ fortunati abitator rinfresca.


92 [p. 85 modifica]Qui dunque ogni cosa sarebbe piena di enigmi93. E se poi Omero afferma che l’istmo un tempo fu coperto dalle onde, quanto maggiore credenza non daremo noi alla sua asserzione che gli Etiopi fossero in due parti divisi, dacchè trovavansi separati da tanto mare? Ma quale guadagno94 poteva trarsi dagli Etiopi abitanti fuor dello stretto e lungo le coste dell’oceano? mentre i compagni di Telemaco ammirano gli addobbi della reggia di lui, fan menzione

                   Di rame, argento, avorio, elettro ed oro95

ma di nessuna di queste cose, fuor l’ebano solamente, v’ha copia presso gli Etiopi, i quali sono per la maggior parte manchevolissimi di tutto ed erranti. - Sì certo; ma eran presso l’Arabia e i paesi che van fino all’India: e l’Arabia sola fra tutte le regioni si chiama felice: e l’India, sebbene non sia così espressamente denominata, viene peraltro creduta e descritta come felicissima. - Ma Omero non ebbe contezza dell’India; perocchè conoscendola l’avrebbe menzionata; e quell’Arabia che gli uomini d’oggidì chiaman felice non era già ricca a’ suoi tempi, ma sibbene manchevole d’ogni [p. 86 modifica]cosa; e nella maggior parte96 era composta d’uomini abitanti sotto le tende (sceniti): e piccola è quella che produce gli aromi, dalla quale poi il paese ha ricevuto quel soprannome; per essere quella merce rara presso di noi e perciò preziosa. E se al presente gli Arabi sono nell’abbondanza e arricchiscono n’è cagione l’assiduo e copioso commercio; ma allora non è probabile che così fosse. Col mezzo poi di questi aromi un mercatante o un guidator di cammelli avrebbe potuto arricchirsi: ma a Menelao bisognava invece o spogliare alcuni re e potenti od essere da loro presentato, trovando chi avesse che dargli, e volesse regalarlo per la sua celebrità e pel suo splendore. Ma gli Egizii invece e gli Etiopi e gli Arabi vicini non erano nè così pienamente poveri, nè così stranieri alla gloria degli Atridi, principalmente a cagione della ben riuscita guerra di Troia; sicchè Menelao poteva nutrire speranza del loro aiuto. Così troviamo detto della corazza di Agamennone:

                   . . . . . . . . . Una lorica al petto
                   Quindi si pon, che Cinira gli avea
                   Un dì mandata in ospital presente97.

Oltre di ciò si vuol dire che il maggior tempo del viaggio fu consumato da Menelao ne’ paesi della Fenicia, della Siria, dell’Egitto, della Libia, nelle spiagge di Cipro, e in generale lungo la nostra costa marittimae le nostre isole98. Perocchè quinci egli poteva ritrarre [p. 87 modifica]doni ospitali, e colla forza e col ladroneccio arricchirsi, principalmente sopra coloro che avevano guerreggiato a pro dei Troiani; mentrechè i barbari del mare esterno e lontani non gli lasciavano concepire così fatta speranza.

Quando pertanto si dice che Menelao andò nell’Etiopia s’intende ch’egli arrivò sino ai confini di quel paese verso l’Egitto; perocchè forse quei confini erano allora più presso a Tebe, di quel che non sono a’ dì nostri, non oltrepassando, ove più s’avanzano Siene e File99; delle quali città la prima appartiene all’Egitto, l’altra è stanza comune degli Etiopi e degli Egiziani. Ch’egli poi, pervenuto a Tebe, siasi inoltrato sin ai confini od anche fin nell’interno dell’Etiopia, giovandolo l’ospitale soccorso del re, non è cosa strana. Così anche Ulisse dice di essere stato nel paese dei Ciclopi, perchè dal mare n’andò fino all’antro, sebbene poi dica egli stesso che cotest’antro è situato sul primo ingresso di quel paese: e così dice di essere stato in Eolia e nel paese de’ Lestrigoni, e in quanti sono insomma que’ luoghi ai quali per caso approdò. Di questo modo adunque anche Menelao venne nell’Etiopia e nella Libia, perchè approdò in qualche parte di quelle regioni: d’onde anche il porto ch’è presso Ardania al di sopra di Paretonio chiamasi Menelao. Che poi dopo avere nominati i Fenicii nomini anche i Sidonii dalla loro metropoli, è [p. 88 modifica]questa una figura da Omero usitata; come: Accostò alle navi i Troiani ed Ettore; o: Perocchè già più non erano i figliuoli del magnanimo Oeneo, nè egli medesimo il padre; ed era morto il biondo Menelao; o: Ascesero l’Ida ed il Gargaro; o: Quelli che abitano l’Eubea, Calcide ed Eretria. Ed anche Saffo: Sia che ti trattenga Cipro o la portuosa100 Paffo.

Ma v’ebbe poi anche qualche altro motivo che lo indusse a questa speciale menzione de’ Sidonii dopo aver già nominata la Fenicia; ciò che alcuni andarono investigando. Perocchè ad enumerare per ordine i luoghi era sufficiente il dire: Navigando vidi Cipro e la Fenicia e l’Egitto e l’Etiopia: ma volendo farci conoscere che Menelao erasi trattenuto a lungo presso i Sidonii, il significa lodando la loro prosperità e l’industria ch’egli ottimamente conobbe o sentì raccontare; e l’ospitalità che trovarono presso di loro Elena ed Alessandro. E per questo poi dice che Alessandro possedeva molte delle costoro produzioni:

              . . . . . . . . Ed ella (Ecuba)
              Nell’odorato talamo discende,
              Ove di pepli istoriati un serbo
              Tenea lavor delle fenicie donne,
              Che Paride solcando il vasto mare
              Da Sidon conducea, quando la figlia
              Di Tindaro rapio101.

[p. 89 modifica]E così anche Menelao, il quale dice a Telemaco:

              . . . . . . . . . . . . Di quanto
              La mia reggia contien ciò darti io voglio
              Che più mi sembra prezioso e raro:
              Grande urna effigïata, argento tutta,
              Dei labbri in fuor, sovra cui l’oro splenda,
              Di Vulcano fattura. Io dall’egregio
              Fedimo, re di Sidone, un dì l’ebbi
              Quando il palagio suo me che di Troia
              Venia raccolse102.

Dove quell’espressione fattura di Vulcano è da intendersi usata iperbolicamente, come si dicono lavori di Minerva o delle Grazie o delle Muse le cose belle. Che i Sidonii poi fossero egregj artefici lo fa manifesto anche lodando il cratere che Euneo diede pel riscatto di Licaone:

              . . . . . . . . Un cratere ampio d’argento,
              Mezzo a rilievi, contenea sei metri,
              Nè al mondo si vedea vaso più bello.
              Era d’industri artefici Sidonii
              Ammirando lavoro, e per l’azzurre
              Onde ai porti di Lenno trasportato
              L’avean fenicii mercatanti103 . . .

Degli Erembi poi molte cose furono dette: ma i più credibili sono coloro i quali tengono che sotto questo nome s’intendano gli Arabi; e il nostro Zenone vorrebbe anzi leggere: Visitai gli Etiopi, i Sidonii e gli Arabi; [p. 90 modifica]ma non è necessario mutare l’antica lezione; e si vuole piuttosto incolparne il cambiamento de’ nomi frequente ed usitato in tutte le nazioni, ciò che alcuni autori stabiliscono sul confronto delle lettere104. E parmi che meglio di tutti parli Posidonio, derivando l’etimologia com’egli suole dall’affinità e da quanto han di comune le nazioni. Perocchè la gente degli Armeni, e quella dei Sirii e degli Arabi nel dialetto, nel modo del vivere e nei caratteri fisici si manifestano a molti indizii procedenti da un’origine sola, principalmente in que’ siti dove confinan tra loro. E n’è prova la Mesopotamia abitata da una meschianza di tutte e tre le dette nazioni, dove la somiglianza si fa manifesta in grado eminente; talchè sebbene a cagione del clima v’abbia qualche differenza principalmente tra quelli a settentrione e i meridionali, o fra questi e quelli dei luoghi di mezzo, vi predomina però sempre la comune somiglianza. Così anche gli Assiri, gli Ariani e gli Aramei hanno molta affinità tanto coi popoli già nominati, quanto gli uni gli altri fra loro. E Posidonio porta opinione che anche le denominazioni di questi popoli siano affini le une alle altre: perocchè quelli che da noi si chiamano Sirii danno a sè medesimi il nome di Aramei, al quale somigliano gli Armeni, gli Arabi e gli Erembi. E forse che i Greci anticamente denominarono gli Arabi di questo modo, persuadendoli a ciò la proprietà del vocabolo; perocchè molti dall’usanza di abitare sotterra (ἔραν ἐμβαίνειν) deducono il nome di Erembi, che i posteri per [p. 91 modifica]maggiore chiarezza cambiarono poi in quello di Trogloditi105. Costoro poi sono quegli Arabi che stanno su quella parte del golfo Arabico che confina coll’Egitto e coll’Etiopia, dei quali è probabile che Omero abbia fatta menzione; come anche che Menelao dicesse di esservi stato, in quello stesso modo che diceva di essere stato fra gli Etiopi. Perocchè anche i Trogloditi confinano colla Tebaide. E certo Menelao li menzionava non come genti fra le quali avesse mercanteggiato o fatto guadagno (chè non avrebbe potuto essere gran cosa), ma per ispacciarsi grande viaggiatore e per vanto: perocchè era cosa da gloriarsene, l’essere stato in paesi tanto lontani. Ed a gloria fu detto di Ulisse, ch’egli di molti uomini vide le città e conobbe i costumi; ed a gloria dice Menelao:

                             . . . . . . . . . Io so che molti affanni
                             Durati, e molto navigato mare,
                             Queste ricchezze l’ottavo anno addussi.

E troviamo che Esiodo nel catalogo106 dice: E la figliuola di Arabo, cui generarono l’impassibile Ermete, [p. 92 modifica]e Tronia figlia del re Belo. E lo stesso dice anche Stesicoro. Laonde possiamo congetturare nell’età di questi poeti quel paese si nominasse già Arabia, ma non così forse al tempo degli Eroi.

Coloro poi che degli Erembi fanno una nazione, e una seconda de’ Cefeni, e una terza de’ Pigmei ed altre infinite, saranno forse meno creduti; siccome quelli che non sono degni di fede, e confondono la storia col favoloso. Simili a costoro sono quelli che pongono i Sidonii ed anche i Fenici nel mare di Persia107, od altrove nell’oceano, sul quale poi vogliono che navigasse Menelao. Ma un argomento gravissimo per non prestar fede a costoro si ha nella contraddizione in cui cadono essi medesimi. Perocchè gli uni dicono che anche que’ Fenici e Sidonii i quali sono appo noi siano colonie partitesi da quei dell’oceano, soggiungendo che si chiamano Fenici dall’essere rosso il mare108. Altri invece sostengono che quei dell’oceano sono colonie dei nostri. Sono poi alcuni altri i quali trasportano l’Etiopia nella nostra Fenicia, e dicono che i casi di Andromeda successero in Ioppe: nè questo dicono per ignoranza de’ luoghi, ma piuttosto per una specie di favola, come quelle che trovansi in Esiodo e in altri; le quali Apollodoro espone, nè sa poi in qual modo concordarle con quelle di Omero. E recando in mezzo ciò che questo poeta dice del Ponto e dell’Egitto lo [p. 93 modifica]accusa d’ignoranza, perocchè volle dire il vero ma nol seppe, e però disse il falso in vece del vero per manco di esatte cognizioni. Ma nessuno apporrebbe mai questa taccia ad Esiodo per aver nominati gli Emicini, e i Macrocefali ed i Pigmei (chè nemmanco Omero è accusato dov’egli narra consimili favole, tra le quali evvi appunto anche quella de’ Pigmei); nè ad Alcmano pe’ suoi Steganopodi; nè ad Eschilo pe’ Cinocefali, Sternoftalmi e Monommati109. Perocchè non moviamo rimprovero nè anche ai prosatori che scrivono in forma di storia parecchie cose siffatte, comunque non dicano apertamente di favoleggiare: essendochè apparisce di subito ch’essi di loro volontà raccontano favole, non già per ignoranza del vero, ma per fingere cose impossibili e per amore del maraviglioso e del dilettevole: e se paiono mossi dall’ignoranza gli è perchè favoleggiano principalmente e in sul serio di luoghi oscuri e non conosciuti. Però Teopompo dice con grande schiettezza ch’egli frammetterà alle sue storie le favole meglio che non fecero Erodoto, Ctesia, Ellanico e coloro che han raccontato le cose dell’India.

Omero poi parla dei fenomeni dell’oceano a modo di favola; e questa è veramente la forma di cui debbe valersi il poeta: perocchè dal flusso e riflusso gli è suggerita la favola di Cariddi, la quale non è già in tutto [p. 94 modifica]invenzione di Omero, ma si compone di quelle cose che trovansi raccontate intorno allo stretto di Sicilia. E se il riflusso avviene due volte fra il giorno e la notte, ed Omero disse invece tre volte:

                      Tre fiate il rigetta e tre nel giorno
                      L’assorbe orribilmente;

può essere giustificato. Perocchè non debbe già credersi che questa differenza sia nata dall’ignoranza del vero, ma sì piuttosto dall’amore di quel non so che di tragico e di terribile che Circe introduce sempre in buon dato ne’ suoi discorsi anche a costo di frammischiarvi cose non vere, per rimovere Ulisse dal disegno di partirsi da lei. Laonde in que’ versi medesimi Circe soggiunge:

                        . . . . . . . . Or tu a Cariddi
                        Non t’accostar mentre il mar negro inghiotte:
                        Chè mal sapria dalla ruina estrema
                        Nettuno stesso dilivrarti.

E nondimeno Ulisse poi si trovò in quel discorrimento di mare nè vi perì, siccome dice egli stesso:

                        Tra la grotta di Scilla, e la corrente
                        Mi ritrovai della fatal vorago,
                        Che in quel punto inghiottia le salse spume.
                        Io slanciandomi in alto, a quel selvaggio
                        M’aggrappai fico eccelso, e mi v’attenni,
                        Qual vipistrello110:

e quivi stette aspettando gli avanzi del naufragio, li afferrò, e salvossi. Sicchè Circe esagerò descrivendo quel [p. 95 modifica]pericolo; e come in questo, così esagerò anche nel dire che il riassorbimento del mare succede tre volte al giorno invece di due sole. Oltre di che questa maniera d’iperbole è usitata ai poeti, i quali sogliono dire tre volte beati, tre volte miseri, e simili: ed Omero medesimo disse tre volte beati i Danai; e notte cara e tre volte bramata; e l’asta rotta in tre e quattro pezzi. E forse dall’ora111 indicata da Omero potrebbe congetturarsi ch’egli descrisse il vero: perocchè se il flusso e riflusso accade due volte e non tre nel volgere di un giorno e di una notte, ciò concorda assai meglio coll’essere stati lungamente sotto all’acqua gli avanzi della nave, i quali poi riapparvero così tardi, rispetto al desiderio di Ulisse sospeso ai rami dell’albero:

                   Là dunque io m’attenea, bramando sempre
                   Che rigettati dall’orrendo abisso
                   Fosser gli avanzi della nave. Alfine
                   Dopo un lungo desio vennero a galla.
                   Nella stagion che il giudicante, sciolte
                   Varie di caldi giovani contese,
                   Sorge dal foro e per cenar s’avvia
                    Dell’onde usciro i sospirati avanzi.

Tutte queste circostanze danno indizio di un tempo di notabil durata, principalmente dacchè il poeta lo prolunga fino alla sera, nè dice semplicemente quando il giudice sorge dal foro, ma v’aggiunge, sciolte varie di [p. 96 modifica]caldi giovani contese, affinchè s’intenda che sorge dopo una dimora non breve. Ed anche non sarebbe stato credibile che Ulisse avesse evitato il naufragio, qualora prima di essersi allontanato per uno spazio considerevole avesse potuto esser di nuovo respinto.

Apollodoro poi convenendo con Eratostene rimprovera Callimaco perchè, sebbene sia grammatico112, nondimeno contro l’ipotesi di Omero che pose nell’oceano i luoghi intorno ai quali dice che viaggiò Ulisse, fa menzione di Gaude113 e di Corcira. Ora se il viaggio di Ulisse non è punto avvenuto, ed è tutta invenzione di Omero, il rimprovero mosso a Callimaco è giusto: se poi quel viaggio sussiste, ma fu in tutt’altri luoghi, Apollodoro doveva soggiungere subito quali fossero questi luoghi per mettere in chiaro l’altrui ignoranza. Ma non potendosi, come dicemmo, credibilmente affermare che quel viaggio sia tutto finzione, nè indicandosi altri luoghi ai quali si possa credere che Ulisse abbia viaggiato, Callimaco rimane assoluto dalla censura.

Nè meglio ragiona Demetrio scepsio114, il quale anzi è stato cagione ad Apollodoro di alcuni errori. Perocchè per desiderio di contraddire a Neante cizico, sostiene che gli Argonauti in quella loro [p. 97 modifica]spedizione al Fasi ch’è attestata anche da Omero e da altri fondarono presso Cizico templi alla madre Idea115; e comincia dall’asserire che Omero non ebbe contezza di quel viaggio di Giasone al Fasi. Or questo non solamente contrasta colle cose dette da Omero, ma sì anche con quelle che dice egli stesso.

Omero dice che Achille depredò Lesbo116 ed altri luoghi circonvicini, ma si astenne da Lenno e dalle isole adiacenti, a motivo della parentela sua con Giasone e con Euneo figliuolo di lui, che allora dominava in quell’isola. Ora come mai il poeta seppe che Achille e Giasone furono o consanguinei o compatrioti o vicini od in qualsivoglia altra maniera famigliari (il che non venne se non dall’essere Tessali entrambi, l’uno di Jolco, l’altro dell’Acheide117 Ftiotide), ed ignorò poi come sia accaduto che Giasone tessalo e nativo di Jolco non abbia lasciato verun discendente nella sua patria, e stabilisse invece il proprio figliuolo principe di Lenno? Ed ebbe contezza di Pelia e delle Peliadi, e [p. 98 modifica]di Alceste bellissima fra tutte, e del figliuolo di lei Eumelo,

                       Germe caro d’Admeto, e la divina
                       Infra le donne Alcesti il partorio,
                       Delle figlie di Pelia la più bella118:

ma dei casi poi di Giasone e di Argo e degli Argonauti, intorno ai quali tutti sono d’accordo, non seppe cosa veruna? E finse la navigazione sull’oceano all’uscir del paese d’Eeta, senza pigliarne dalla storia verun fondamento?

Ma primamente, al dire di tutti, la navigazione al Fasi per comando di Pelia è credibile; e così anche il ritorno degli Argonauti, ed il possesso ch’e’ presero di molte isole alle quali approdarono. Poi i loro errori, non altrimenti che quelli di Ulisse e di Menelao, sono comprovati da monumenti che si mostrano e si credono ancora, e dalla voce di Omero. Perocchè presso al Fasi mostrano una città detta Ea119; e si crede che un Eeta regnasse già in Colchide, e questo nome è usitato agli abitanti di quel paese. Avvi in que’ luoghi la tradizione della maga Medea: e la ricchezza del sito proveniente dalle miniere d’oro, d’argento e di ferro suggerisce un probabil motivo di quella spedizione, pel quale motivo anche Frisso120 [p. 99 modifica]già prima aveva ordinato che fosse intrapresa. E v’ha monumenti di amendue quelle spedizioni; ciò sono Frissio sui confini della Colchide e dell’Iberia, e le Giasonie che trovansi da per tutto nell’Armenia, nella Media e nei luoghi a quelle vicini. Ed anche sulla spiaggia marittima sulla quale sta Sinope, e lungo la Propontide e l’Ellesponto, sino al territorio di Lenno si dice che v’hanno parecchi indizii delle spedizioni di Giasone e di Frisso. Che anzi rispetto a quella di Giasone e dei Colchi che l’han seguitato, se ne trovan segnali fin nel paese di Creta e nell’Italia e nell’Adria; e ne accenna qualcuno anche Callimaco, per esempio, Egleta ed Anafe vicina a Tere laconica, e dove comincia dal dire: Come alcuni eroi dal soggiorno d’Eeta si ricondussero navigando all’antica Emonia. Altrove poi ove parla dei Colchi dice: Tosto come cessarono di remigare sul mar d’Illiria, e lasciaronsi di gran tratto addietro il sepolcro della bionda Armonia trasformata in serpente, fondarono Astiro, che un Greco direbbe città de’ fuorusciti, ma nel loro linguaggio la nominarono Pola.

V’ha eziandio chi dice che Giasone rimontò l’Istro, o per gran tratto, come sostengono alcuni; o secondo altri soltanto fino all’Adria: e questo asseriscono per ignoranza de’ luoghi, o perchè credono che v’abbia un

[p. 100 modifica]Istro121, il quale uscendo dal gran fiume di questo nome va a gettarsi nell’Adria. Le quali cose non sono nè assurde nè incredibili.

Valendosi adunque di siffatti elementi Omero descrive alcune cose conformemente alla storia, ed altre ve ne aggiunge di sua finzione, seguitando il costume comune dei poeti ed il suo in particolare. Si conforma alla storia quando nomina Eeta e Giasone ed Argo, quando da Ea finge un’altra città nominata Eea, e colloca Euneo in Lenno, e suppone che quell’isola sia amica ad Achille, e sull’esempio di Medea immagina la maga Circe sorella germana del prudentissimo Eeta. V’aggiunge poi sue proprie invenzioni quando immagina che gli Argonauti ritornando da quella spedizione uscissero all’oceano esteriore.

Qualora pertanto queste cose siano ammesse, il poeta disse a ragione Argo da tutti vantata; essendochè la [p. 101 modifica]navigazione sarebbe avvenuta in luoghi conosciuti e popolosi. Ma se diamo fede a Demetrio che cita Mimnermo (il quale colloca sull'oceano il soggiorno d'Eeta, ed asserisce che Giasone fu da Pelia mandato alle parti orientali sopra quel mare, ne portò il vello), non può dirsi verisimile una spedizione in luoghi sconosciuti e senza celebrità per così fatta cagione; nè una navigazione per luoghi deserti, incolti, e tanto remoti da noi avrebbe potuto essere gloriosa e vantata da tutti. E la testimonianza di Mimnermo è questa: Non mai quegli Eroi, quando Giasone se ne portò il vello da Eea per difficile via, compiendo per comando del severo Pelia una malagevole impresa, non mai sarebbero pervenuti alle belle correnti dell'oceano. Poscia: La città d'Eeta dove i raggi del rapido sole riposano sopra un talamo dorato; lungo le rive dell'oceano a cui approdò già il divino Giasone.

    Omero cinque secoli e mezzo. È quindi ben naturale che avesse intorno ai popoli abitanti al di là dell’Egitto e lungo le coste orientali ed occidentali dell’Africa alcune cognizioni che quel poeta non ebbe. Ma questo passo di Eforo non giustifica punto l’opinione del nostro Autore.

  1. L’Elba.
  2. Il Dniester.
  3. Abitavano costoro alla palude Meotide chiamata presentemente mare d’Azof.
  4. La Mingrelia.
  5. Il Corcan ed il paese di Balk.
  6. Odiss., lib. xviii, v. 73. Ma presso Omero i proci ammirano la coscia bella e vigorosa che apparisce di sotto agli abiti miserabili di Ulisse: e qui invece Strabone vuol dire che Bione sotto ai fiori lodati da Eratostene non aveva poi nulla d’importante.
  7. Μελέται.
  8. Intendansi gli Stoici, de’ quali Strabone era seguace.
  9. Odiss., lib. iii, 267.
  10. Iresione. V. Plutarco nella vita di Teseo.
  11. V’erano presso i Greci certe scuole pubbliche, nelle quali alcuni professori particolarmente consacrati a questa maniera d’insegnamento, attendevano a spiegare le opere dei poeti, ed a farne sentire le bellezze od il merito. Gli scolari di tutte le età che intervenivano a questa specie di corsi si chiamavano uditori (ἀκροάται): e questa maniera d’istruirsi e di studiare i buoni autori chiamavasi ἀκρόασις che i Latini traducono auditio, e noi potremmo volgere in ascoltamento.
  12. Odiss., lib. i, 3.
  13. Iliad., lib. iii, 202; lib. ii, 278; lib. x, 246.
  14. Queste parole sono nel testo un verso, il quale però non appartiene ad Omero.
  15. Iliad., lib. x, 246.
  16. Odiss., lib. xviii, 367 e seg.
  17. Queste parole sono nel lib. iii dell’Iliade, v. 221; dove Antenore narra come Ulisse una volta fosse venuto a Troja con Menelao in qualità di ambasciadore per domandare che Elena si restituisse. La preghiera poi era anticamente il titolo del lib. ix, in cui Ulisse con Ajace e Fenice pregano, sebbene indarno, Achille a placarsi. In quanto al tentare gli animi, o come dicono gli editori francesi alla prova, allude l’autore al lib. ii, dove Ulisse contrasta alla divisata partenza dei Greci da Troja.
  18. L’esperienza ed il raziocinio dimostrano che questa proposizione dell’Autore non s’ha da pigliare com’essa suona letteralmente. Certo è che il poeta eccellente debbe conoscere la virtù per rappresentarla ne’ suoi personaggi; ma non è poi impossibile ch’egli nella sua condotta pratica sia malvagio.
  19. Sotto questo nome s’intendono in generale coloro che scrissero opere nelle quali erano raccontati i miti, cioè le storie favolose.
  20. Così cogli editori francesi interpreto la voce πόλεις del testo.
  21. Lamia significa un mostro colla testa di donna, del quale dicevasi che divorava i fanciulli. – La Gorgone era una donna anguicrinita, che uccideva col solo aspetto convertendo in pietra chiunque la riguardava. – Efialte è il nome di uno di que’ giganti, i quali tentarono di cacciar Giove dal trono: e questo nome vale quanto l’Incubo dei Latini. – I Mormolici finalmente erano i mani, le larve, gli spettri con cui si spaventavano i fanciulli.
  22. Mi è paruto di dover adottare la congettura espressa in una nota dagli editori francesi intorno al significato della frase usata qui da Strabone οἵ πολλοὶ τῶν τὰς πόλεις οἰκούντων.
  23. Strabone risguardava dunque i teatri come pubbliche scuole dove la moltitudine poteva istruirsi.
  24. Odiss., lib. vi, 232.
  25. Odiss., lib. xix, 203.
  26. Lo stretto di Zabacca.
  27. Città della Colchide sul Fasi.
  28. Oggidì monti di Chimera nell’Albania. – Il golfo Posidoniate è a noi il golfo di Salerno.
  29. Così i Greci chiamarono il paese detto poi Tuscia dai Latini, e da noi Toscana.
  30. Le Cianee sono piccole isolette, o piuttosto scogli, nel mar Nero sull’ingresso al Bosforo di Tracia od allo stretto di Bizanzio, detto al presente di Costantinopoli. Le sinuosità della navigazione in quello stretto fanno sì che le dette isole, vedute da varii punti, qualche volta paiano vicine, qualche volta lontane fra loro; e di qui è nata la credenza, o meglio la finzione, ch’esse fossero mibili e si urtassero l’una contro l’altra in modo da schiacciare le navi che ne tentassero il passaggio. Di qui poi il nome di simplegadi ossia urtantisi fra loro. (G.)
  31. Cioè: il mare; chè tanto suona il greco vocabolo Πόντος.
  32. La Licia e la Pisidia erano due province dell’Asia minore circondate al mezzogiorno dal Mediterraneo ed al nord dalla catena del Tauro. (G.)
  33. Odiss., lib. v, 282.
  34. Leggo col Coray ἐν τόποις οὐ πεπλασμένοις. La mancanza della negazione rende inintelligibili le precedenti edizioni. – Ilio poi è un nome dato a Troja da Ilo figliuolo di Troe. – Pelio è una montagna della Magnesia nella Tessaglia. – Ida è una montagna della Troade.
  35. Le Sirene sono tre piccole isolette vicine al capo Sirenusio, detto ora capo di Minerva.
  36. Capria ora dicesi Capri, ed è una piccola isoletta rimpetto al golfo di Salerno.
  37. Ateneo; tempio di Minerva.
  38. Il luogo qui citato appartiene alle cose di Polibio perdute.
  39. Odiss., lib. xii, 95.
  40. Odiss., lib. ix, 82.
  41. Il capo Maleo dell’antico Peloponneso, ora capo Malio nella Morea.
  42. In tutte queste misure Polibio non va pienamente d’accordo colle osservazioni più esatte dei moderni; ma la differenza però non è tale da togliere all’argomento il suo valore.
  43. Odiss., lib. xii, 1.
  44. Odiss., lib. vi, 204.
  45. Il Gossellin invece considerando le parole stesse di Omero, e i venti dei quali parla, e i luoghi e i popoli che sono menzionati da lui ha mostrato che qui Strabone s’inganna, e che il poeta non fece punto allusione all’Atlantico.
  46. Il Capo Miseno ricevette il suo nome da quel Miseno di cui Virgilio racconta la morte nel lib. vi dell’Eneide. Baïo compagno di Ulisse diede il proprio nome alla città di Baia. Al nord di questa città avvi il lago d’Averno od Aorno, dov’era un tempio destinato all’evocazione dei morti (chè tanto suona il greco vocabolo Νεκυομαντεῖον). La Palude Acherusia dicesi ora Mar Morto. Dicearchia è Pozzuolo: e Partenope fu detta primamente la città di Napoli.
  47. Il Peloponneso è la Morea. Il Pelio è un monte della Magnesia nella Tessaglia. Il Parnaso, l’Elicona ed il Citerone sono altrettante montagne, la prima nella Focide presso Delfo, le altre due nella Beozia. Creta poi è l’isola di Candia (G).
  48. Odiss., lib. xi, 314.
  49. Il., lib. xiv, 225.
  50. Odiss., lib. ix, 25.
  51. Odiss., lib. xiii, 109.
  52. Il., lib. xii, 236.
  53. Odiss., lib. x, 190.
  54. La descrizione che il nostro Autore avea scritta di questo golfo si è perduta. Erodoto ne parla nel lib. vii, cap. 58: e più ampiamente lo descrive Dionigi Periegeta, v. 538. – Ora dicesi Golfo di Saros. Il Mar Egeo poi è l’Arcipelago.
  55. Ora diconsi Taso, Stalimene, Imbro, Samotraki. – Le rocce Scironie menzionate poco appresso sono sul territorio di Megara fra questa città e l’istmo di Corinto. Del resto osserva il Gossellin che Strabone e il Casaubono nelle note a questo passaggio non hanno saputo ben difendere Omero. Tutta la difficoltà procede dal non essersi questi scrittori al par di Eratostene ricordati, che al tempo di Omero non sussisteva il nome di Macedonia, e che quel paese al quale fu poi attribuito apparteneva alla Tracia. Ciò posto ben si comprende come, trovandosi la Pieria, l’Emazia e la grande penisola di Calcidica dov’è il monte Atos, all’ouest e quasi alla stessa altezza della Troade, mentre quella parte di Tracia ch’è vicina all’Ellesponto è al nord di Troja, Omero ebbe ragione di dire che rispetto ai Greci, i quali erano situati di contro a questa città, Zefiro e Borea (cioè i venti dell’ouest e del nord) spiravano dalla Tracia tutti e due. (G.)
  56. Odiss., lib. v, 295.
  57. Accenna qui la parte occidentale della Tracia denominata poi Macedonia: essa aveva la Peonia dalla parte del nord, e la Tessaglia da quella di mezzogiorno. (G.)
  58. Oggi dicesi Aspro-potamo, od anche Fiume bianco, ed entra in mare dove comincia il golfo di Corinto.
  59. Il., lib. ii, 144.
  60. Cioè, il vento del nord ed il vento di mezzogiorno.
  61. Strabone lo dice anteriore ad Aristotele (lib. xvii).
  62. Il., lib. xi, 306. Il traduttore usa spesso il nome di Ponente in vece di Zefiro. - Il nome poi di Leuconoto, o vento bianco del sud lo composero i Greci a cagione delle nubi bianche e sottili ch’esso raccoglie.
  63. È naturale che Esiodo vissuto circa quarant’anni dopo Omero avesse in fatto di geografia più estese cognizioni di lui, portate verosimilmente in Grecia dai Cartaginesi. Oltre a ciò pare che la voce Nilo fosse un nome appellativo; e come tale si adopera tuttavia in molte parti dell’India invece di acqua. Ciò posto quello che nei tempi posteriori ad Omero fu detto Nilo d’Egitto non significò forse a’ suoi tempi se non l’acqua, il fiume d’Egitto, ovvero il fiume Egitto; ed è appunto sotto questo nome che Omero l’ha conosciuto. (G.)
  64. Osserva però giustamente il Gossellin che Omero descrisse più minutamente di ogni altra regione la Grecia, sebbene questa fosse per certo la parte del mondo più conosciuta dai Greci. Rispetto poi alla sua patria pare che Strabone, discordando già da Tucidide, non credesse di Omero l’inno ad Apollo che va sotto il nome di lui: perocchè egli in quell’inno si dice apertamente nativo di Chio. In questo proposito gli editori francesi dicono ch’essi non veggono per qual motivo si debba ricusare la testimonianza di Tucidide.
  65. Rispetto a quel luogo di Omero ove dice che l’isola Faro è distante dall’Egitto quanto si naviga in un giorno, vuolsi intendere per Egitto il fiume Nilo che allora portava cotesto nome. Il Wood che ha esaminato sul luogo il passo di Omero crede che ai tempi di quel poeta la maggior parte del Delta non sussistesse ancora, e che il sito da esso poi occupato presentasse allora un golfo dove il Nilo metteva foce. Quindi l’imboccatura del fiume visitata da Menelao poteva essere a un miglio da Faro. - Il Gossellin poi con erudite congetture avvalora questa opinione del Wood e giustifica sempre più Omero.
  66. L’istmo di Suez.
  67. Molti filosofi antichi furono d’opinione che i luoghi vicini all’equatore terrestre fossero occupati dall’Oceano, e che questo formasse colà una zona circolare che separava il nostro continente da quello ch’essi credevano si trovasse nell’emisferio australe. Davano poi agli abitanti di questo secondo continente il nome di Antictoni che non si vuole confondere con quello di Antipodi. Sono Antictoni quelli che abitano in uno stesso emisferio, ma in regioni opposte rispetto all’Equatore: sono Antipodi invece quelli che trovansi a distanze diametralmente opposte. Del resto, siccome l’Africa non è punto divisa dall’Oceano, così la spiegazione di Cratete cade di per sè stessa. (G.)
  68. In questa ipotesi le due Etiopie separate dall’Oceano che occupava le vicinanze dell’equatore trovavansi chiuse fra i tropici e quest’Oceano. Così d’estate il sole levava e tramontava nell’una, e d’inverno levava e tramontava nell’altra. Non potea dunque dirsi che l’una fosse a levante e l’altra a ponente; e però la correzione di Cratete non offeriva un senso esatto. Oltrechè la sua ipotesi era falsa, perchè sicurissimamente l’Oceano non penetra a traverso dell’Asia nella zona torrida. (G.)
  69. S’intende l’Oceano meridionale.
  70. Questo Apollodoro avea composti amplissimi commenti sopra Omero, dei quali si trova frequente menzione presso gli antichi scrittori.
  71. Il testo secondo la comune lezione è sospetto. Io ho seguitata la versione francese e il testo del Coray.
  72. I Greci concordano nel dire che prima di Psammetico nessuno straniero, e soprattutto poi nessun navigatore poteva inoltrarsi nell’interno dell’Egitto. Ora siccome questo principe fu posteriore ad Omero di due secoli e mezzo, così il poeta non potè avere notizia di quelle circostanze che Strabone qui viene menzionando per giustificare la sua interpretazione. (G.)
  73. Ai tempi di Erodoto ed anche di Pomponio Mela il Nilo serviva tuttora di divisione fra l’Asia (la Libia) e l’Africa. Ma egli è poi già gran tempo che questi due continenti sono invece divisi dall’istmo di Suez. (G.)
  74. L’isola di Tartesso era formata dai due rami del fiume Beti (Guadalquivir), uno dei quali si è poi disseccato, sicchè l’isola si trovò unita alla terra ferma. L’antica Tartesside costituisce ora una parte dell’Andalusia.
  75. Veramente non trovasi mai questa denominazione di Nomadi in Omero, il quale indicò con altri nomi i popoli a cui questo aggiunto competerebbe. Tali sono per esempio gli abitanti al di là della Tracia cui egli chiama ἀβίος, interpretati poi per ἀμαξοβίος e νομάδας. (Xil.)
  76. Una delle tragedie perdute. Lo stesso dicasi anche del Fetonte di Euripide citato poco appresso.
  77. Eforo visse 350 anni prima di G. Cristo, e però fu dopo
  78. Il., lib. xii, 239.
  79. Cioè nel lib. x.
  80. Odiss., lib. v, 282.
  81. Il., lib. iii, 3.
  82. La conclusione del nostro Autore, dice il Gossellin, si fonda sopra parecchie errori. Egli suppone coll’autorità di altri antichi, che l’Oceano occupi senza interrompimento in tutta la circonferenza del globo gran parte della zona torrida: Che vicino all’imboccatura del golfo Arabico l’Oceano divida il continente dell’Africa per tutta la sua larghezza da oriente ad occidente per modo che le sue coste riescano quasi parallele all’equatore: Che lungo queste immaginarie coste abitassero gli Etiopi visitati da Menelao: Che finalmente Omero abbia conosciuta benissimo la situazione di que’ popoli, dacchè seppe che il golfo Arabico separava le parti meridionali dell’Africa da quelle dell’Asia. Ma dobbiamo ricordarci, dice il Gossellin, che Omero appena ebbe contezza di un fiume nomato Egitto nel mezzogiorno del Mediterraneo. Circa tre secoli dopo di lui le coste settentrionali dell’Africa eran tuttora sì poco frequentate dai Greci, che la maggior parte dei navigatori ne ignoravan la via; sicchè quando nel 638 av. G. C. l’oracolo ordinò agli abitanti di Tera (una delle isole meridionali dell’Arcipelago) di andar a fondare una colonia nella Libia, ne tardarono ben sette anni l’esecuzione, perchè non conoscevano nè il nome nè la via di quel paese. Aggiungasi ciò che dicon gli storici, che innanzi al regno di Psammetico, posteriore ad Omero di circa due secoli e mezzo, nessun greco navigatore era stato ricevuto nell’interno dell’Egitto; e si vedrà se fu possibile che quel poeta conoscesse la figura del golfo Arabico, e gli Etiopi abitanti al di là di Siene a duecento leghe dalle rive del Mediterraneo. Però conchiude quell’erudito che invano Strabone si sforza di chiarire la proposta difficoltà. Egli poi è di parere che l’opinione di Eforo sarebbe più plausibile di tutte, qualora potesse credersi che Omero avendo avuta notizia della dispersione de’ Cananei e de’ Fenicj, i quali al suo tempo avevano già introdotta in più parti d’Europa la civiltà, la navigazione, il commercio, si fosse contentato di alludere con espressioni sì vaghe e sì oscure ad un avvenimento di tanta importanza. Io, dice, non me ne so persuadere; e quando il passo citato sia realmente di Omero, e non piuttosto una interpolazione di qualche rapsodo posteriore, confesso di non comprendere che cosa egli abbia voluto significare con quella sua divisione degli Etiopi in due popoli.
  83. Questa distanza è di circa 25 leghe in linea retta: ma Strabone parla qui del viaggio della carovana, che suol essere di sei o sette leghe per ciascun giorno. - Queste 25 leghe poi secondo Strabone corrispondono a circa 875 stadj; e però s’egli non guari dopo fa ascendere la lunghezza dell’istmo a 1000 stadj, comprende in questa misura la tortuosità delle strade.
  84. Leggasi quattro mila come dice anche nel lib. xvii.
  85. Cratete e Aristarco detti poi da Strabone sordi-volontarii. Quest’ultimo era d’Alessandria d’Egitto; Cratete era di Mallos città della Cilicia, e i Cilicii tenevansi come parte dei Sirii.
  86. L’epiteto διιπετέας dato ai fiumi da Omero ha le sue radici in Ζεὺς, Giove, Cielo, ed in πίπτω cadere, e perciò appartiene particolarmente ai torrenti che si formano dalle acque piovane, nè scorrono se non quando piove, siccome indica il greco nome χειμάῥῥοι. Poco dopo Strabone stesso dice che rispetto alla qualità di essere disceso da Giove o caduto dal cielo il torrente la vince sui fiumi.
  87. Vuol dire che le navi di Menelao non erano fatte in modo da potersi scommettere e trasportare a forza d’uomini, come sono quelle adoperate comunemente in que’ luoghi e delle quali poi Strabone medesimo parla nel libro xvii. Plinio, lib. ix, cap. 4, § 10, così le descrive: Ibi Æthiopiae conveniunt naves: namque eas plicatiles humeris transferunt quoties ad cataractas ventum est. (Casaub.)
  88. Omero ne’ suoi versi ha nominata già la Fenicia, fra’ quali i Sidonj sono compresi come la specie nel genere.
  89. La prima di queste spiegazioni non può ammettersi perchè nell’età di Menelao mancavano e le cognizioni ed i mezzi necessarii a così estesa navigazione. La seconda si fonda sull’opinione che l’istmo di Suez fosse coperto dal mare. La terza suppone che gli Egizii avessero scavati alcuni canali che dal Nilo mettessero nel golfo Arabico. - Il testo poi chiama periplo, lat. circumnavigatio, la navigazione supposta nella prima spiegazione, perchè in quella ipotesi Menelao avrebbe fatto tutto intiero il giro dell’Africa.
  90. Odiss., lib. iii, 301.
  91. Erodoto e Diodoro attribuiscono a Necos figliuolo di Psammetico, vissuto verso il 615 av. l’E. V., ciò che Strabone attribuisce a Sesostri. Circa un secolo dopo di Necos, anche Dario figlio d’Istaspe s’accinse a quest’opera, e la tralasciò per la falsa opinione che il golfo Arabico fosse più elevato del Mediterraneo; ma Tolomeo filadelfio dimostrò poi la falsità di quella opinione congiungendo il Golfo col Nilo senza che ne seguisse la temuta inondazione. Ai tempi di Traiano e di Adriano esisteva tuttora quella comunicazione; e fa meraviglia che nel secolo scorso il Divano del Cairo giudicasse impossibile il riaprirla, adducendo di nuovo quella immaginaria differenza di livello fra i due mari. (G.)
  92. Favonio; lo stesso che Zefiro.
  93. Se Menelao dal Mediterraneo in cui navigava doveva essere trasportato alle estremità occidentali, e lo stretto di Gibilterra fosse stato chiuso, come Eratostene afferma, ogni cosa era piena di enigmi.
  94. Omero ci fa intendere che Menelao ne’ suoi viaggi cercava que’ luoghi dai quali potesse commerciando ritrarre qualche vantaggio.
  95. Odiss., lib. iv, 73.
  96. Leggo col Coray ἡ πολλὴ αὐτῆς, invece della comune lezione ἡ πόλις.
  97. Il., lib. xi, 20.
  98. Intende le coste e le isole del Mediterraneo, che Strabone denomina spesso nostro mare.
  99. Siene dicesi ora Assuan od As-Suan. File era fabbricata sopra una piccola isola del Nilo che ora dicesi Hessa, o più esattamente El-Heïf. (G.)
  100. La congettura del Casaubono di sostituire alla lezione ἢ Πάνορμος l’altra ἢ πάνορμος, sicchè invece di un nome proprio si avesse un aggiuntivo di Paffo venne adottata dagli editori francesi e dal Coray.
  101. Il., lib. vi, 289.
  102. Odiss., lib. iv, 617.
  103. Il., lib. xxiii, 743.
  104. Cioè delle lettere radicali onde i nomi sono composti.
  105. Da τρώγλη caverna e da δύω entrare, abitare.
  106. È questa un’opera perduta di Esiodo, la quale dovette consistere in una enumerazione di donne illustri, sebbene non se ne conosca il nome preciso. — Osserva poi il Gossellin che l’etimologia adottata qui dall’Autore è incerta, quanto è incerto se sia mai vissuto questo Arabo, personaggio mitologico, di cui non si hanno notizie. Gli sembra molto più naturale il derivare il nome d’Arabia da Ereb che significa notte od occidente, supponendo che sia stato imposto a quel paese da un popolo che in tempi remotissimi occupava la Persia.
  107. Cioè: nel golfo Persico.
  108. Il nome di Fenici (Φοίνικες) in greco vale lo stesso che rossi, purpurei.
  109. Monommati: Uomini con un occhio solo. Sternoftalmi: Cogli occhi nel petto. Cinocefali: Colla testa da cane. Steganopodi: Che si coprono co’ loro piedi. Macrocefali: Colla testa lunga. Emicini: Semicani.
  110. Odiss., lib. xii, 431.
  111. I testi ordinarii leggono ἀπὸ τῆς χὥρας, ma il Coray sostituisce τῆς ὥρας, lezione già preferita nella versione francese, e indicata primamente dal Casaubono.
  112. Val quanto dire un interprete di professione.
  113. L’isola di Gozzi vicino a Malta. Forse invece di Corcira dee leggersi Corsura, corrispondente all’isola Pantellaria situata fra l’Africa e la Sicilia.
  114. Scepsi fu una città della Troade che ora più non sussiste.
  115. Cibele, detta Madre Idea perchè era madre degli Dei ed aveva un tempio sull’Ida. - Il Fasi, ora Fasz, attraversava la Colchide detta dai moderni Mingrelia.
  116. Lesbo, isola dell’Arcipelago rimpetto alla Troade, dicesi ora Mitileni da Mitilene sua città principale. - Lenno è ai moderni Stalimene.
  117. La Ftiotide era una parte della Tessaglia situata fra i golfi detti ora di Volo e di Zeitun. Acheo figliuolo di Xuto vi si trasferì circa 1400 anni avanti l’E. V., e le comunicò il nome di Achaia-Ftiotide. (G.)
  118. Il., lib. ii, 714.
  119. Disparve già da gran tempo. (G.)
  120. Frisso, figliuolo di Atamante re di Beozia, fuggendo l’odio d’Ino sua matrigna ricoverò nella Colchide presso Eeta suo zio con una parte dei tesori di suo padre. Dicesi che la spedizione degli Argonauti fosse intrapresa per ridomandare questi tesori. - Frissio poi è una città di cui parla Strabone nel lib. x, e che al tempo di lui chiamavasi Ideessa. - Di Giasonie, o città di Giasone, ne ricordano parecchie Strabone stesso, Giustino ed Ammiano Marcellino.
  121. L’opinione che l’Istro o Danubio avesse una delle sue foci nel golfo Adriatico è antichissima. Aristotele la riferisce come cosa conosciuta da tutti; e l’adottarono Teopompo, Ipparco, Apollonio rodio ed altri molti. Strabone la rigetta in questo libro medesimo, e poi anche nel settimo. Diodoro Siculo e Plinio l’annoverano tra le favole; e nel vero il Danubio è disgiunto dall’Istria lo spazio di oltre cinquanta leghe intersecate dalla catena delle Alpi e da molti grandi fiumi. È probabile che il nome d’Istria dato alla penisola situata in fondo al golfo Adriatico abbia originata l’opinione che quivi scorresse un ramo dell’Istro. O forse gli abitanti dell’Istria vennero dai paesi circonvicini all’Istro e diedero questo nome al nuovo territorio nel quale presero stanza. (G.)