La casa in collina

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Cesare Pavese

1948 Indice:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu La casa in collina Intestazione 28 gennaio 2021 25% Da definire


[p. 7 modifica]

La casa in collina

[p. 9 modifica] I.

Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era im luogo tra gli altri, ma im aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai bambino e adesso vivo: sempre un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni. Ci salivo la sera come se anch’io fuggissi il soprassalto notturno degli allarmi, e le strade formicolavano di gente, povera gente che sfollava a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle spalle, vociando e discutendo, indocile, credula e divertita.

Si prendeva la salita, e ciascuno parlava della città condannata, della notte e dei terrori imminenti. Io che vivevo da tempo lassù, li vedevo a poco a poco svoltare e diradarsi, e veniva il momento che salivo ormai solo, tra le siepi e il muretto. Allora camminavo tendendo l’orecchio, levando gli occhi agli alberi familiari, fiutando le cose e la terra. Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali.

Dalla finestra sul frutteto avrei ancora veduto il mattino. Avrei dormito dentro im letto, questo si. Gli sfollati dei prati e dei boschi sarebbero ridiscesi in città come me, solamente piò sfiancati e intirizziti di me. Era estate, e ricordavo altre sere quando vivevo e abitavo in città, sere che anch’io ero disceso a notte alta cantando o ridendo, e mille luci pimteggiavano la collina e la città in fondo alla strada. La città era come un lago di luce. Allora la notte si passava in città. Non si sapeva ch’era un tempo così breve. [p. 10 modifica]Si prodigavano amicizia e giornate negli incontri più futili. Si viveva, o cosi si credeva, con gli altri e per gli altri.

Devo dire - cominciando questa storia di una lunga illusione che la colpa di quel che mi accadde non va data alla guerra. Anzi la guerra, ne sono certo, potrebbe ancora salvarmi. Quando venne la guerra, io da im pezzo vivevo nella villa lassù dove affittavo quelle stanze, ma se non fosse che il lavoro mi tratteneva a Torino, sarei già allora tornato nella casa dei miei vecchi, tra queste altre colline. La guerra mi tolse soltanto Testremo scrupolo di starmene solo, di mangiarmi da solo gli anni e il cuore, e im bel giorno mi accorsi che Belbo, il grosso cane, era Tultimo confidente sincero che mi restava. Con la guerra divenne legittimo chiudersi in sé, vivere alla giornata, non rimpiangere più le occasioni perdute. Ma si direbbe che la guerra io l’attendessi da tempo e ci contassi, una guerra così insolita e vasta che, con poca fatica, si poteva accucciarsi e lasciarla infuriare, sul cielo delle città, rincasando in collina. Adesso accadevano cose che il semplice vivere senza lagnarsi, senza quasi parlarne, mi pareva im contegno. Quella specie di sordo rancore in cui s’era conchiusa la mia gioventù, trovò con la guerra una tana e un orizzonte.

Di nuovo stasera salivo la collina; imbruniva, e di là dal muretto sporgevano le creste. Belbo, accucciato sul sentiero, mi aspettava al posto solito, e nel buio lo sentivo uggiolare. Tremava e raspava. Poi mi corse addosso saltando per toccarmi la faccia, e lo calmai, gli dissi parole, fin che ricadde e corse avanti e si fermò a fiutare im tronco, felice. Quando s’accorse che invece di entrare sul sentiero proseguivo verso il bosco, fece im salto di gioia e si cacciò tra le piante. È bello girare la collina insieme al cane: mentre si cammina, lui fiuta e riconosce per noi le radici, le tane, le forre, le vite nascoste, e moltiplica in noi il piacere delle scoperte. Fin da ragazzo, mi pareva che andando per i boschi senza un cane avrd perduto troppa parte della vita e dell’occulto della terra.

Non volevo rientrare alla villa prima che fosse sera avanzata, giacché sapevo che le padrone mie e di Belbo mi attendevano al solito per farmi discorrere, per farsi pagare le cure che avevano di me e la cena fredda e l’affabilità, con le tortuose e sbrigative opinioni sulla guerra e sul mondo che serbavo per il prossimo. Qualche volta un nuovo caso della guerra, ima minaccia, una notte di bombe e di fiamme, dava alle due donne argomento per {{Pt|affron-|} [p. 11 modifica]affrontarmi sulla porta, nel frutteto, intorno al tavolo, e cianciare stupirsi esclamare, tirarmi alla luce, sapere chi ero, indovinarmi uno di loro. À me piaceva cenar solo, nella stanza oscurata, solo e dimenticato, tendendo Torecchio, ascoltando la notte, sentendo il tempo passare. Quando nel buio sulla città lontana muggiva un allarme, il mio primo sussulto era di dispetto per la solitudine che se ne andava, e le paure, il trambusto che arrivava fin lassù, le due donne che spegnevano le lampade già smorzate, l’ansiosa speranza di qualcosa di grosso. Si usciva tutti nel frutteto.

Delle due preferivo la vecchia, la madre, che nella mole e negli acciacchi portava qualcosa di calmo, di terrestre, e si poteva immaginarla sotto le bombe come appimto apparirebbe una collina oscurata.

Non parlava gran che, ma sapeva ascoltare. L’altra, la figlia, ima zitella quarantenne, era accollata, ossuta, e si chiamava Elvira.

Viveva agitata dal timore che la guerra arrivasse lassù. M’accorsi che pensava a me con ansia, e me lo disse: pativa quand’ero in città, e una volta che la madre la canzonò in mia presenza, Elvira rispose che, se le bombe distruggevano im altro po’ di Torino, avrei dovuto star con loro giorno e notte.

Belbo correva avanti e indietro sul sentiero e m’invitava a cacciarmi nel bosco. Ma quella sera preferii sofiermarmi su una svolta della salita sgombra di piante, di dove si dominava la gran valle e le coste. Così mi piaceva la grossa collina, serpeggiante di schiene e di coste, nel buio. In passato era uguale, ma tanti lumi la pimteggiavano, ima vita tranquilla, uomini nelle case, riposo e allegrie.

Anche adesso qualche volta si sentivano voci scoppiare, ridere in lontananza, ma il gran buio pesava, copriva ogni cosa, e la terra era tornata selvatica, sola, come l’avevo conosciuta da ragazzo.

Dietro ai coltivi e alle strade, dietro alle case umane, sotto i piedi, l’antico indifferente cuore della terra covava nel buio, viveva in burroni, in radici, in cose occulte, in paure d’infanzia. Cominciavo a quei tempi a compiacermi in ricordi d’infanzia. Si direbbe che sotto ai rancori e alle incertezze, sotto alla voglia di star solo, mi scoprivo ragazzo per avere im compagno, un collega, un figliolo.

Rivedevo questo paese dov’ero vissuto. Eravamo noi soli, il ragazzo e me stesso. Rivivevo le scoperte selvatiche d’allora. Soffrivo si ma col piglio scontroso di chi non riconosce né ama il prossimo.

E discorrevo discorrevo, mi tenevo compagnia. Eravamo noi due soli. [p. 12 modifica]Di nuovo quella sera saliva dalla costa un brusio di voci, frammisto di canti. Veniva dall’altro versante, dove non ero mai disceso, e pareva im richiamo d’altri tempi, una voce di gioventù.

Mi ricordò per im momento le comitive di fuggiaschi che la sera, come gitanti, brulicavano sui margini della collina. Ma non si spostava, usciva sempre dallo stesso luogo. Era strano pensare che sotto il buio minaccioso, davanti alla città ammutolita, im gruppo, una famiglia, della gente qualimque, ingannassero l’attesa cantando e ridendo. Non pensavo nemmeno che d volesse coraggio.

Era giugno, la notte era bella sotto il deio, bastava abbandonarsi; ma, per me, ero contento di non avere nd mid giorni im vero affetto né im impacdo, di essere solo, non legato con nessuno. Adesso mi pareva di aver sempre saputo che si sarebbe giimti a quella specie di risacca tra collina e dttà, a quell’angosda perpetua che limitava ogni progetto all’indomani, al risveglio, e quasi quasi l’avrei detto, se qualomo avesse potuto ascoltarmi. Ma soltanto un cuore amico avrebbe potuto ascoltarmi.

Bdbo, piantato sul dglione, latrava contro le vod. Lo strinsi per il collare, lo fed tacere, e ascoltai meglio. Tra le voci avvinazzate ce n’erano di limpide, e perfino ima di donna. Poi risero, si scompigliarono, e sali ima voce isolata di uomo, bellissima.

Stavo già per tornare sui mid passi, quando dissi a me stesso: «Sei scemo. Le due vecchie ti aspettano. Lascia che aspettino».

Nel buio cercavo d’indovinare il sito preciso dei cantori. Dissi: «Magari sono gente che conosci». Presi Belbo e gli fed segno verso l’altro versante. Mormorai sottovoce una frase del canto e gli dissi: - Andiamo là -. Lui spari con un balzo.

Allora, lasciandomi guidare dalle voci, m’incamminai per il sentiero. [p. 13 modifica] II.

Quando sbucai sulla strada e ascoltavo guardando nel buio, di là dalla cresta, quasi sommerso nelle voci dei grilli, suonava l’allarme. Sentii, come ci fossi, la città raggelarsi, il trepestio, porte sbattersi, le vie sbigottite e deserte. Qui le stelle piovevano luce. Adesso il canto era cessato nella valle. Belbo abbaiò, poco lontano. Corsi da lui. S’era cacciato in un cortile e saltava in mezzo a gente ch’era uscita da una casa. Per la porta socchiusa filtrava ima luce. Qualcuno gridò: - Chiudi l’usdo, ignorante, - e risero, vociando. La porta si spense.

Conoscevano Belbo, tra loro; qualcuno nominò con buon umore le due vecchie, mi accolsero senza chiedermi chi fossi. Andavano e venivano al buio; c’era qualche bambino, e si guardava tutti in su. - Verranno? Non verranno? - dicevano. Parlavano di Torino, di guai, di case rotte. Una donna seduta in disparte mugolava tra sé.

- Credevo che qui si ballasse, - dissi a caso.

- Magari, - fece l’ombra del giovane che per primo aveva parlato con Belbo. - Ma nessuno si ricorda di portare il clarino.

- Ce l’avresti il coraggio? - disse una voce di ragazza.

- Per lui, ballerebbe, con la casa che brucia.

- Sì, sì, - disse un’altra.

- Non si può, siamo in guerra. Italiani, - qui la voce cambiò, - questa guerra l’ho fatta per voi. Ve la regalo, voi siatene degni. Non si dovrà più né ballare, né dormire. Dovete solo fare la guerra, come me.

- Sta’ zitto, Fonso, se ti sentono.

- Che vuoi farci? si canta. [p. 14 modifica] E la voce intonò la canzone di prima, ma bassa, smorzata, quasi temesse di disturbare i grilli. Si unirono ragazze; due giovanotti si rincorsero nel prato. Belbo prese a latrare di furia.

- Sta’ buono, - gli dissi.

Sotto le piante c’era un tavolo con un fiasco e dei bicchieri. Il padrone, un vecchiotto, versò anche per me. Era una specie d’osteria, ma tutti più o meno parenti, e venivano da Torino in comitiva.

- Fin che dura, va bene, - diceva una vecchia, - ma col fango e la pioggia?

- Non abbiate paura, nonna, qui per voi c’è sempre un posto.

- Adesso è niente, è quest’inverno.

- Quest’inverno la guerra è finita, - disse un ragazzino, e scappò via.

Fonso e le ragazze cantavano, sempre a voce smorzata, sempre pronti a raccogliere un brusio, un rombo lontani. Anch’io, di minuto in minuto, tendevo l’orecchio sul coro dei grilli e, quando d’un tratto la vecchia riapri il battente della porta, anch’io esclamai che spegnesse.

C’era in quella gente, nei giovani, nel loro scherzare, nella stessa cordialità facile della compagnia e del vino, qualcosa che conoscevo, che mi ricordava la città d’altri tempi, altre sere, scampagnate sul Po, varietà d’osteria e di barriera, amicizie passate. E sul fresco della collina, in quel vuoto, in quell’ansia che manteneva all’erta, ritrovavo un sapore più antico, contadino, remoto. Seguivo d’istinto le voci delle ragazze, delle donne, e tacevo. Alle uscite di Fonso ridevo piano, di gusto. M’ero seduto a cielo aperto, con gli altri, sopra un trave.

Una voce mi disse: - E lei, che fa? è in villeggiatura?

Riconobbi la voce. Adesso, a pensarci, mi sembra evidente. La riconobbi, e non mi chiesi di chi fosse. Era una voce un poco scabra, provocante, brusca. Mi parve la tipica voce delle donne e del luogo.

Risposi scherzando che andavo a tartufi col cane. Lei mi chiese se dove insegnavo si mangiavano i tartufi. - Chi le ha detto che insegno? - feci sorpreso. - Si capisce, - mi disse nel buio.

C’era qualcosa di canzonatorio nella voce. O era il gioco di parlarsi come in maschera? In un attimo feci passare i discorsi di prima; non trovai che mi fossi tradito, e conclusi che quelli che [p. 15 modifica]conoscevano le vecchie, forse sapevano di me. Le chiesi se stava a Torino o lassù.

- Torino, - mi disse tranquilla.

Mi accorsi nell’ombra che poteva esser ben fatta. La curva delle spalle e delle ginocchia era netta. Sedeva stringendosi le ginocchia con le mani e abbandonava il capo all’indietro con aria beata. Cercai di scrutarla nel viso.

- Non vuole mica mangiarmi, - mi disse in faccia.

In quel momento si sentì il cessato allarme. Per un istante tutti tacquero increduli, poi scoppiò un gran baccano, e i ragazzi saltavano, le vecchie benedicevano, gli uomini diedero mano ai bicchieri e battevano il tempo. - Per stanotte è passata. - Verranno più tardi. - Italiani, l’ho fatta per voi.

Lei non s’era scomposta. Abbandonava sempre il capo oontro il muro, e quando le balbettai: - Lei è Cate. Sei Cate, - non mi dava più risposta. Credo che avesse chiuso gli occhi.

Mi toccò alzarmi, perché adesso rincasavano. Volli pagare per il vino ma mi dissero: «Storie». Salutai, strinsi la mano a Fonso e a un altro, chiamai Belbo e, per incanto, mi trovai solo, sulla strada, a guardare la smorta facciata.

Poco più tardi, ero rientrato nella villa. Ma intanto era notte, notte fonda e l’Elvira aspettava, quasi sugli scalini, con le mani in mano e le labbra cucite. Disse soltanto: - Stasera, l’ha preso l’allarme. Si stava in pensiero -. Scossi il capo e sorridendo nel piatto mi misi a mangiare. Lei mi girava intorno al lume, silenziosa, spariva in cucina, chiudeva gli armadi. - Fosse così tutte le sere, borbottai. Non disse nulla.

Masticando pensavo all’incontro, alla cosa accaduta. Più che di Cate m’importava del tempo, degli anni. Era incredibile. Otto, dieci? Mi pareva di avere riaperto una stanza, un armadio dimenticati, e d’averci trovata dentro la vita di un altro, una vita futile, piena di rischi. Era questo che avevo scordato. Non tanto Cate, non i poveri piaceri di un tempo. Ma il giovane che viveva quei giorni, il giovane temerario che sfuggiva alle cose credendo che dovessero ancora accadere, ch’era già uomo e si guardava sempre intorno se la vita giungesse davvero, questo giovane mi sbalordiva.

Che cosa c’era di comune tra me e lui? Che cosa avevo fatto per lui? Quelle sere banali e focose, quei rischi casuali, quelle speranze familiari come un letto o una finestra - tutto pareva il [p. 16 modifica]ricordo di un paese lontano, di una vita agitata, che ci si chiede ripensandoci come abbiamo potuto gustarla e tradirla così.

L’Elvira prese una candela e si fermò in fondo alla stanza. Era fuori dal cono di luce della lampada centrale e mi disse di spegnere quando sarei salito. Capii che esitava. Vicino all’interruttore della stanza c’era quello del lampione esterno e qualche volta mi sbagliavo e inondavo di luce il cortile. Dissi brusco: - Tranquilla. Spegnerò quello giusto -. Lei tossì con la mano sulla gola e fece per ridere. - Buona notte.

Ecco, mi dissi appena solo, non sei più quel ragazzo, non corri più i rischi di un tempo. Questa donna vorrebbe dirti di rincasare più presto, vorrebbe parlare con te, ma non osa, e magari si torce le mani, magari si stringe al cuscino e si palpa la gola. Non promette piaceri, e lo sa bene. Ma s’illude a vederti vivere solo e spera che la tua vita sia tutta qui dentro, nella lampada, nella camera, nelle belle tendine, nelle lenzuola che ti ha lavato. Tu lo sai, ma non corri più questi rischi. Cerchi non lei, ma tutt’al più le tue colline.

Mi venne da chiedermi se la Cate di un tempo si era illusa così. Ott’anni fa, cos’era Cate? Una figliola beffarda e disoccupata, magra e un poco goffa, violenta. Se usciva con me, se veniva al cinema o nei prati con me, se mi stringeva sottobraccio nascondendo le unghie rotte, non era detto per questo che sperasse qualcosa. Era l’anno che io affittavo una stanza in via Nizza, che davo le prime lezioni e mangiavo sovente in latteria. Da casa mi mandavano quattrini, tanto poco per allora bastavo a me stesso. Non avevo nessun avvenire se non quello generico di un giovane campagnolo che ha studiato e che vive in cità, si guarda intorno, e ogni mattina è un’avventura e una promessa. Vedevo molta gente in quei giorni, mi davo d’attorno e vivevo con molti. C’eran gli amici degli anni di scuola, c’era Gallo che poi mori di una bomba in Sardegna, c’eran le donne, le sorelle di tanti, e Martino il giocatore che sposò la cassiera, e i chiacchieroni, gli ambiziosi che scrivevano libri, commedie, poesie, se le portavano in tasca e ne parlavano al caffè. Con Gallo andavamo a ballare, andavamo in collina - era anche lui dei miei paesi -, parlavamo di aprire una scuola rurale, lui avrebbe insegnato l’agraria e io le scienze, avremmo preso delle terre, messo su dei vivai, rinnovata la campagna.

Non so come Cate capitasse tra noi; stava in barriera, [p. 17 modifica]sull'orlo dei prati che portano a Po. Gallo aveva combriccole diverse dalle nostre; giocava al biliardo in fondo a via Nizza; una volta che andammo in barca, passò a chiamare Cate in un cortile. Ci andai poi da solo con lei nell’estate.

Con Cate lasciavamo la barca tirata a riva, scendevamo sull’erba, e giocavamo a fare la lotta tra i cespugli. Molte donne m’intimidivano ma non Cate. Con lei si poteva facilmente imbronciarsi, senza perdere l’iniziativa. Era un po’ come all’osteria quando si è chiesto da bere: non si aspetta un gran vino, ma si sa che verrà. Cate sedeva e si lasciava carezzare. Poi le prendeva il batticuore che qualcuno ci vedesse. Tra noi le parole non erano molte, e ciò mi dava coraggio. Non occorreva che parlassi o promettessi. - Cosa c’è di diverso, - le dicevo, - tra fare la lotta e abbracciarsi? - Cosi d prendemmo sull’erba, una volta, due volte, malamente. Venne il giorno che già sul tram d dicevamo che andavamo a far l’amore. Un mattino che d colse un temporale appena giimti, rimpiangemmo, remando di furia, l’occasione perduta.

Una sera Cate salì le scale di casa mia per fumare una sigaretta tranquilli, e stavolta facemmo l’amore con più gusto sul letto e lei diceva com’è bello, quando piove o fa freddo, venirsi a trovare e stare insieme a discorrere e sfogarsi. Toccò i miei libri e li fiutò per gioco, e mi chiese se davvero potevo servirmi della stanza giorno e notte senza che nessuno venisse a darmi noia. Lei viveva coi suoi, sei o sette, in due stanze su un cortile. Ma quella fu l’unica sera che venne a trovarmi. Capitava invece nel caffè dove io vedevo gli amici, ma per quanto ci fosse Gallo e la salutassimo tutti, se ne stava seduta in soggezione e aveva perso la risata. Io poi combattevo tra la soddisfazione di averci la ragazza e la vergogna del suo tipo scalcagnato e inesperto. Mi diceva che avrebbe voluto saper scrivere a macchina, servire in un grande negozio, guadagnare per andare a fare i bagni. Le comperai qualche volta un rossetto che la riempi di gioia, e fu qui che mi accorsi che si può mantenere una donna, educarla, farla vivere, ma se si sa di cos’è fatta la sua eleganza, non c’è più gusto. Cate aveva il vestito ragnato e la borsa screpolata; commuoveva, a sentirla, tant’era il contrasto tra la sua vita e i desideri; ma la gioia di quel rossetto mi diede ai nervi, mi chiari che per me lei non era che sesso. Sesso sgraziato, fastidioso. E una pena, saperla tanto scontenta e ignorante. Si correggeva, a volte, ma aveva degli sciocchi entusiasmi, delle brusche [p. 18 modifica]resistenze e ingenuità che irritavano. L’idea di esserle legato, di doverle qualcosa, per esempio del tempo, mi pesava ogni volta. Una sera, sotto i portici della stazione, la tenevo a braccetto e volevo che salisse nella mia stanza. Erano gli ultimi giorni d’estate e il figliolo della mia padrona ritornava l’indomani dalla colonia; con lui per casa era impossibile ricevere una donna. La pregai, la supplicai di venire, scherzai, feci il buffone. - Non ti mangio, - le dissi. Non voleva saperne. - Non ti mangio -. Quella testarda ritrosia mi scottava. Lei si teneva stretta al braccio e ripeteva:

- Andiamo a spasso.

- Poi andremo al cinema, - le dissi, ridendo. - Ho dei soldi.

E lei imbronciata: - Non vengo con te per i soldi.

- Ma io sì, - le dissi in faccia, - vengo con te per stare a letto -.

Ci guardammo indignati, rossi in faccia tutti e due. Sentii più tardi la vergogna, credo che in seguito da solo avrei pianto di rabbia, non fossero stati l’orgoglio e la gioia che m’invasero perché adesso ero libero. Cate piangeva, le scendevano le lacrime. Mi disse piano:

- Allora vengo con te -. Arrivammo al portone senza parlare; lei mi stringeva e si appoggiava alla spalla con tutto il suo peso. Al portone mi fece fermare. Si dibatteva, disse: - No, che non ti credo, - mi strinse il braccio come una morsa, e scappò.

Da quella sera non la vidi più. Non pensai molto al nostro caso perché credevo ritornasse. Ma quando capii che non sarebbe tornata, il bruciore della mia villania s’era ormai spento. Gallo e gli amici eran di nuovo il mio orizzonte, e in sostanza mi godevo già quel piacere di rancore saziato, di occasione felicemente perduta, ch’è poi divenuto per me un’abitudine. Nemmeno Gallo me ne parlò piu, non ebbe il tempo di farlo. Andò ufficiale nella guerra d’Africa e non lo vidi per un pezzo. Quell’inverno scordai la sua agraria e la scuola rurale, divenni tutto cittadino e capii che la vita era davvero bella. Frequentai molte case, parlavo di politica, conobbi altri rischi e piaceri e ne uscii sempre. Cominciai qualche lavoro scientifico. Vidi gente e conobbi colleghe. Per qualche mese studiai molto e mi fingevo un avvenire. Quell’ombra di dubbio nell’aria, quella febbre di tutti, la minaccia, la guerra vicina, rendevano piu vive le giornate e più futili i rischi. Ci si poteva abbandonare e poi riprendere; nulla accadeva e tutto aveva sapore. Domani, chi sa.

Adesso le cose accadevano e c’era la guerra. Ci pensai nella [p. 19 modifica]notte, seduto nel cono della luce, e le mie vecchie dormivano, composte, patetiche e in pace. Che importano gli allarmi in collina, quando tutti sono rientrati e non trapelano fessure? Anche Cate dormiva, nella casa in mezzo ai boschi. Pensava ancora alla mia antica villania? Io ci pensavo come fosse ieri, e non ero scontento che il nostro incontro fosse stato così breve e così buio.

Per qualche giorno ci pensai, lavorando a Torino, camminando, rientrando la sera, discorrendo con Belbo. Una notte ero in frutteto, e suonò un altro allarme. L’antiaerea cominciò subito a sparare. Ci ritirammo nella stanza che tremava dai colpi. Fuori le schegge morte sibilavano tra gli alberi. L’Elvira tremava; la vecchia taceva. Poi venne il rombo dei motori e dei tonfi. Continuamente la finestra s’arrossava e s’apriva abbagliante. Durò più di un’ora, e quando uscimmo sotto gli ultimi spari isolati tutta la valle di Torino era in fiamme. [p. 20 modifica] III.

La mattina rientrai con molta gente in città mentre ancora echeggiavano in lontananza schianti e boati. Dappertutto si correva e si portavano fagotti. L’asfalto dei viali era sparso di buche, di strati di foglie, di pozze d’acqua. Pareva avesse grandinato. Nella chiara luce crepitavano rossi e impudichi gli ultimi incendi.

La scuola, come sempre, era intatta. Mi accolse il vecchio Domenico, impaziente di andarsene a vedere i disastri. C’era già stato avanti l’alba, al cessato allarme, nell’ora che tutti vanno tutti sbucano, e qualche esercente socchiude la porta e ne filtra la luce (tanto ci sono i grossi incendi) e qualcosa si beve, fa piacere ritrovarsi. Mi raccontò cos’era stata la notte nel nostro rifugio dove lui dormiva. Niente lezioni per quest’oggi, si capisce. Del resto anche i tram stavano fermi, spalancati e deserti, dove il finimondo li aveva sorpresi. Tutti i fili erano rotti. Tutti i muri imbrattati come dell’ala impazzita di un uccello di fuoco. - Brutta strada, non passa nessimo, - ripeteva Domenico. - La segretaria non si è ancora vista. Non si è visto Fellini. Non si può sapere niente.

Passò un ciclista che, pied’a terra, ci disse che Torino era tutta distrutta. - Ci sono migliaia di morti, - ci disse. - Hanno spianato la stazione, han bruciato i mercati. Hanno detto alla radio che torneranno stasera -. E scappò pedalando, senza voltarsi.

- Quello ha la lingua per parlare, - borbottò Domenico. - Non capisco Fellini. Di solito è già qui.

La nostra strada era davvero solitaria e tranquilla. Il ciuffo d’alberi del cortile del convitto incoronava l’alto muro come un giardino di provincia. Qui non giungevano nemmeno i fragori consueti, i trabalzi dei tram, le voci umane. Che quel mattino non ci [p. 21 modifica]fosse trepestio di ragazzi, era una cosa d’altri tempi. Pareva incredibile che, nel buio della notte, anche su quel calmo cielo tra le case avesse infuriato il finimondo. Dissi a Domenico di andarsene, se voleva, a cercare Fellini. Sarei rimasto in portieria ad aspettarli.

Passai mezza la mattina riordinando il registro di classe per gli scrutini imminenti. Facevo addizioni, scrivevo giudizi. Di tanto in tanto alzavo il capo al corridoio, alle aule vuote. Pensavo alle donne che compongono un morto, lo lavano e lo vestono. Fra un istante il cielo poteva di nuovo muggire, incendiarsi, e della scuola non restare che una buca cavernosa. Solamente la vita, la nuda vita contava. Registri, scuole e cadaveri erano cose già scontate.

Borbottando nel silenzio i nomi dei ragazzi, mi sentii come una vecchia che borbotta preghiere. Sorridevo tra me. Rivedevo le facce. Ne erano morti stanotte? La loro allegria l’indomani di un bombardamento - la vacanza prevista, la novità, il disordine - somigliava al mio piacere di sfuggire ogni sera agli allarmi, di ritrovarmi nella stanza fresca, di stendermi nel letto al sicuro. Potevo sorridere della loro incoscienza? Tutti avevamo un’incoscienza in questa guerra, per tutti noi questi casi paurosi si erano fatti banali, quotidiani, spiacevoli. Chi poi li prendeva sul serio e diceva - È la guerra, - costui era peggio, era un illuso o un minorato.

Eppure, stanotte qualcuno era morto. Se non migliaia, magari decine. Bastavano. Pensavo alla gente che restava in città. Pensavo a Cate. Mi ero fitto in testa che lei non salisse lassù tutte le sere.

Qualcosa in questo senso mi pareva di aver sentito nel cortile, e infatti da quella volta dell’allarme non avevano più cantato. Mi chiesi se avessi qualcosa da dirle, se da lei temessi qualcosa. Mi pareva soltanto di rimpiangere quel buio, quell’aria di casa e di bosco, le voci giovani, la novità. Chi sa che Cate quella notte non avesse cantato con gli altri. Se nulla è successo, pensai, stasera tornano lassù.

Suonò il telefono. Era il padre di un ragazzo. Voleva sapere se davvero non c’era lezione. Che disastro stanotte. Se i professori e il signor preside erano tutti sani e salvi. Se suo figlio studiava la fisica. Si capisce, la guerra è la guerra. Che avessi pazienza. Bisognava comprendere e aiutare le famiglie. Tanti ossequi e scusassi.

Da questo momento il telefono non ebbe più pace. Telefonarono ragazzi, telefonarono colleghi e segretaria. Telefonò Fellini, da casa del diavolo. - Funziona? - disse sorpreso. Sentii la smorfia [p. 22 modifica]di scontento che gli mangiò mezza la faccia. - Non c’è nessuno in portieria, cosa credi? che sia festa? Vieni subito a dare una mano a Domenico Chiusi. Uscii fuori. Non volli rispondere piu. Dopo ima notte come quella era tutto ridicolo.

Finii la mattina andando a zonzo, nel disordine e nel sole. Chi correva, chi stava a guardare. Le case sventrate fumavano. I crocicchi erano ingombri. In alto, tra i muri divelti, tappezzerie e lavandini pendevano al sole. Non sempre era facile distinguere tra le nuove le rovine vecchie. Si osservava l’effetto d’insieme e si pensava che una bomba non cade mai dov’è caduta la prima. Ciclisti avidi, sudati, mettevano il piede a terra, guardavano e poi ripartivano per altri spettacoli. Li muoveva un superstite amore del prossimo. Sui marciapiedi, dov’era avvampato un incendio, s’accumulavano bambini, materassi, suppellettili rotte. Bastava una vecchia a vuotare l’alloggio. La gente guardava. Di tanto in tanto studiavamo il cielo.

Faceva strano vedere i soldati. Quando passavano in pattuglie, con la pala e il sottogola, si capiva che andavano a sterrare rifugi, a estrarre cadaveri e vivi, e si sarebbe voluto incitarli, gridargli di correre, far presto perbacco. Non servivano ad altro, si diceva tra noi. Tanto la guerra era perduta, si sapeva. Ma i soldati marciavano adagio, aggiravano buche, si voltavano anche loro a sogguardare le case. Passava una donna belloccia e la salutavano in coro. Erano gli unici, i soldati, ad accorgersi che le donne esistevano ancora. Nella città disordinata e sempre all’erta, più nessuno osservava le donne di un tempo, nessuno le seguiva, nemmeno vestite da estate, nemmeno se ridevano. Anche in questo la guerra, io l’avevo prevista. Per me questo rischio era cessato da un pezzo. Se avevo ancora desideri, non avevo più illusioni.

In un caffè dove lessi un giornale - uscivano ancora i giornali tra gli avventori si parlava a bassa voce. Il giornale diceva che la guerra era dura, ma era una cosa tutta nostra, fatta di fede e di passione, l’estrema ricchezza che avessimo ancora. Era successo che le bombe eran cadute anche su Roma, distruggendo una chiesa e violando delle tombe. Questo fatto impegnava anche i morti, era l’ultimo di una serie sanguinosa che aveva indignato tutto il mondo civile. Bisognava aver fede in quell’ultimo insulto. Si era a un punto che le cose non potevano andar peggio. Il nemico perdeva la testa. [p. 23 modifica]Un avventore che conoscevo, uomo grasso e gioviale, disse che in fondo questa guerra era già vinta. - Mi guardo intorno, e cosa vedo? — vociava. - Treni pieni, commercio all’ingrosso, mercato nero e quattrini. Gli alberghi lavorano, le ditte lavorano, dappertutto si lavora e si spende. Oh qualcuno che cede, che parla di mollare? Per quattro case fracassate, una miseria. Del resto, il governo le paga. Se in tre anni di guerra siamo arrivati a questo punto, c’è da sperare che la duri un altro poco. Tanto, a morire nel letto siamo tutti capaci.

- Quel che succede non è colpa del governo, - disse un altro.

- C’è da chiedersi dove saremmo con un altro governo.

Me ne andai perché sapevo queste cose. Fuori finiva un grosso incendio che aveva danneggiato un palazzo sul viale. Dei facchini portavano fuori i lampadari e le poltrone. Sotto il sole, alla rinfusa, avevano ammucchiato mobilio, tavolini con specchi, grosse casse. Quelle cose eleganti facevano pensare a una bella vetrina. Mi vennero in mente le case di un tempo, le sere, i discorsi, i miei furori. Gallo era in Africa da un pezzo, io lavoravo all’istituto. Fu l'anno che credetti nella scienza come vita cittadina, nella scienza accademica con laboratori e congressi e cattedre. L’anno dei rischi grossi. Quando conobbi Anna Maria e la volli sposare. Sarei diventato assistente del padre. Avrei fatto dei viaggi. In casa sua si trovavano poltrone e cuscini, si parlava di teatro e di montagna. Anna Maria seppe prendermi dal lato contadino, disse ch’io ero diverso dagli altri, celebrò il mio progetto di scuole rurali. Solamente, parlando di Gallo, lo trattava di bestione antipatico. Con Anna Maria imparai a parlare, a non dir troppo, a mandar fiori. Tutto l’inverno uscimmo insieme, e in montagna una notte mi chiamò nella sua camera. Da quel momento mi ebbe in pugno e, senza darmi confidenza, pretese da me un abbandono servile. Ogni giorno cambiava capriccio e mi scherniva per la mia sopportazione. Quando venivano le scene - occhiaie minacciose e stravolte - si faceva anche lei taciturna e piangeva come una bimba. Diceva che non mi capiva e che le davo i brividi. Per farla finita, la volli sposare. Glielo chiedevo dappertutto, per le scale, nei balli, sotto i portoni. Lei si faceva misteriosa e sorrideva.

Durò tre anni e fui sul punto di ammazzarmi. Di uccidere lei non valeva la pena. Ma persi il gusto all’alta scienza, al bel mondo, agli istituti scientifici. Mi sentii contadino. Siccome la guerra non [p. 24 modifica]venne nell’anno (credevo ancora che la guerra risolvesse qualcosa), concorsi a una cattedra e cominciai questa mia vita. Adesso di fiori e cuscini mi tocca sorridere, ma i primi tempi che con Gallo ne parlai, pativo ancora. Gallo, in divisa un’altra volta, diceva:

- Sciocchezze. Tocca a tutti una volta -. Ma lui non pensava che, quel che ci tocca, non è per caso che ci tocca. In un senso, continuavo a patire, non mica perché rimpiangessi Anna Maria, ma perché ogni pensiero di donna conteneva per me quella minaccia. Se mi chiudevo a poco a poco nel rancore, era perché questo rancore lo cercavo. Perché sempre l’avevo cercato, e non soltanto con lei.

Questo pensai, sul marciapiede sotto il viale, davanti al palazzo sventrato. In fondo al viale, tra le piante, si vedeva la gran schiena delle colline, verdi e profonde nell’estate. Mi chiesi perché rimanevo in città e non scappavo lassù prima di sera. Di solito l’allarme veniva di notte; ma per esempio ieri a Roma era toccato a mezzogiorno. Comunque, i primi giorni della guerra non scendevo nel rifugio; mi costringevo a stare in aula a passeggiare e tremare. A quei tempi gli attacchi facevano ridere. Adesso ch’erano cose massicce e tremende, anche la semplice sirena sbigottiva. Se restavo in città fino a sera, non c’era un motivo. Tutta una classe di persone, i fortunati, i sempre-primi, andavano o se n’erano andati nelle campagne, nelle ville sui monti o sul mare. Là vivevano la solita vita. Toccava ai servi, ai portinai, ai miserabili, custodirgli i palazzi e, se il fuoco veniva, salvargli la roba. Toccava ai facchini, ai soldati, ai meccanici. Poi anche costoro scappavano a notte, nei boschi, nelle osterie. Dormivano poco. Ci bevevano sopra. Discutevano, dieci in un buco. Mi era rimasta la vergogna di non essere dei loro, e avrei voluto incontrarne per i viali, discorrere. O forse godevo soltanto quel facile rischio e non facevo proprio nulla per cambiare. Mi piaceva star solo e immaginarmi che nessuno mi aspettava. [p. 25 modifica]IV.

Quella sera rientrai sotto un’ombra di luna e chiacchierai dopocena in frutteto, come piaceva alle mie vecchie. Dalla villa vicina era venuta Egle, una studentessa quindicenne che l’Elvira proteggeva. Dicevano che le scuole dovevano chiudersi, ch’era un delitto trattenere ancora i ragazzi in città.

- E i professori. E i portinai, - aggiunsi io. - E i tranvieri.

E le cassiere dei bar.

I miei scherzi mettevano l’Elvira a disagio. Gli occhietti d’Egle mi frugarono.

- Quel che dice lo pensa, - mi chiese sospettosa, - o prende in giro anche stasera?

- Tocca ai soldati far la guerra, - disse la mamma di Elvira.

- Non si sono mai viste delle cose così.

- Tocca a tutti, - dissi. - A suo tempo gridavano tutti.

La luna cadeva dietro le piante. Tra poche notti era piena e avrebbe inondato cielo e terra, scoperchiato Torino, portato altre bombe.

- Hanno detto, - disse Egle a un tratto, - che la guerra finisce quest’anno.

- Finisce? - le dissi. - Non è ancora cominciata.

Mi fermai. Tesi l’orecchio e vidi gli occhi trasalire, l’Elvira raccogliersi, tutte tacere. - Qualcuno canta, - Egle proruppe, sollevata.

- Meno male.

- Che matti.

Lasciai Egle al cancello. Quando fui solo in mezzo alle piante, non trovai subito la strada. Belbo seguiva una sua pista e sbuffava [p. 26 modifica]tra i rovi. Andai vagamente, come si va sotto la lima, ingannato dai tronchi. Di nuovo, Torino, i rifugi, gli allarmi mi parvero cose remote, fantasie. Ma anche l’incontro che cercavo, quelle voci nell’aria, anche Cate era qualcosa d’irreale. Mi chiedevo che cosa avrei detto se avessi potuto parlarne, per esempio con Gallo.

Arrivai sulla strada che pensavo alla guerra, alle inutili morti. Il cortile era vuoto. Cantavano dal prato dietro la casa e, siccome Belbo era rimasto a mezza costa, nessuno s’accorse di me. Nell’ombra vaga rividi la griglia, i tavolini di pietra, la porta socchiusa.

A mezz’aria, da un balcone di legno pendevano pannocchie dell’anno passato. Tutta la casa aveva un’aria abbandonata, quasi rustica.

«Se Cate esce fuori, - pensai, - tutto può dirmi, per vendicarsi».

Fui sul punto di andarmene, tornare nei boschi. Sperai che Cate non ci fosse, che fosse rimasta a Torino. Ma un ragazzetto girò l’angolo correndo, e si fermò. Mi aveva visto.

- C’è nessuno? - gli dissi.

Mi guardava esitante. Era un bianco ragazzo, vestito alla marinara, quasi comico in quello scialbo di luna. La prima sera non l’avevo notato.

Andò alla porta e chiamò dentro. Disse - Mamma -. Uscì Cate con un piatto di bucce. In quel momento piombò Belbo di carriera, rotolandosi e schizzando nell’ombra. Il ragazzo si strinse alle gonne di Cate, impaurito.

- Scemo, - gli disse Cate, - non è niente.

- Siete ancor vivi? - dissi a Cate.

Lei s’era mossa verso la griglia per buttare le bucce. Si fermò a mezza strada. Girò la testa - era più alta di un tempo - riconobbi il sorriso beffardo. - Prende in giro? - mi disse. - Viene apposta per prendere in giro?

- Ieri notte, - dissi. - Non vi ho sentiti cantare e credevo che fosse rimasta a Torino.

- Dino, - disse al ragazzo. Gettò le bucce e lo mandò in casa col piatto.

Quando fu sola, non rideva più. Disse: - Perché non vai con gli altri?

- È tuo figlio? - le dissi.

Mi guardò senza aprir bocca. [p. 27 modifica]- Ti sei sposata?

Scosse il capo con forza - riconobbi anche questa - e disse:

- A te cosa importa?

- È un bel ragazzo, ben tenuto, - le dissi.

- Lo accompagno a Torino. Va a scuola, - disse lei, - torniamo su prima di notte.

Sotto la luna la vedevo bene. Era la stessa ma sembrava un’altra.

Parlava sicura di sé, mi parve ieri che l’avevo portata a braccetto.

Era vestita di una gonna corta, da campagna.

- Tu non canti? - le dissi.

Di nuovo quel sorriso duro, di nuovo quel gesto del capo. - Sei venuto a sentirci cantare? Perché non torni al tuo caffè?

- Sciocca, - le dissi col sorriso che una volta non avevo. - Ancora ci pensi a quei tempi?

Le vidi la bocca sensuale d’allora, ma più raccolta, solida. Uscì di nuovo in cortile il ragazzo, e Belbo prese ad abbaiare. - Qui, Belbo, - gridai. Dino passò, corse dietro alla casa.

- Tu non lo credi, - dissi a Cate, - ma la mia sola compagnia è questo cane.

- Non è tuo, - disse lei.

Allora le chiesi scherzando se di me sapeva proprio ogni cosa.

- Io di te non so niente, - le dissi. - Che vita hai fatto, come vivi adesso. Lo sai che Gallo è morto in Sardegna?

Cate mi disse: - Non è vero, - e restò male. Le raccontai com’era andata, e quasi piangeva. - È questa guerra, - disse poi, questo schifo -. Non era più lei. Guardava a terra, con la fronte aggrottata.

- E tu cos’hai fatto? - le dissi, - sei poi stata commessa?

Di nuovo storse la bocca e ribattè se m’importava. Eravamo di fronte. Le presi la mano. Ma non volevo che credesse ch’io giocavo sul passato. Le sfiorai appena il polso. - Non vuoi dirmi la vita che hai fatto?

Uscì una donna vecchia e tonda dicendo: - Chi c’è? - Cate le disse ch’ero io, la vecchia venne per discorrere; in quel momento la luna andò sotto del tutto.

- Dino è andato con gli altri, - disse Cate.

- Perché non gli cambi la marinara, - disse la vecchia. - Non sai che l’erba sporca il culo?

Cate disse qualcosa; io parlai della luna. C’incamminammo [p. 28 modifica]insieme verso il prato. Avevano smesso di cantare e ridevano. Nel breve tragitto imparai che la vecchia era nonna di Cate, che quella casa era un’osteria, le Fontane, ma con la guerra non ci passava più nessuno. - Se questa guerra non finisce, - diceva la vecchia, - tuo nonno vende e si va tutti sotto i ponti.

Dietro la casa erano in pochi stavolta: Fonso, un altro, due ragazze. Mangiavano mele sotto un albero. Le staccavano dai rami bassi. Mangiavano e ridevano. Dino era fermo sull’orlo del prato, li guardava.

Cate andò avanti e gli parlò. Io restai con la vecchia nell’ombra della casa.

- C’era più gente l’altra notte, - dissi. - Sono restati a Torino?

La vecchia disse: - Non tutti abbiamo l’automobile. C’è chi lavora fino a notte. I tram non vanno -. Poi mi guardò e abbassò la voce. - Chi comanda è gentaglia, - borbottò. - Gentaglia nera. Non ci pensano mica. In che mani ci hanno messo.

Salutai Fonso, a distanza. Mi aveva gridato qualcosa agitando la mano. Gridavano tra loro, tirandosi mele e correndo. Cate tornò verso di noi.

Dalla casa chiamarono. S’era aperta una porta buia e qualcuno diceva: - Fonso, è ora.

Allora tutti, le ragazze, i giovanotti, il bambino, ci corsero addosso, passarono, sparirono.

La vecchia sospirò. - Mah, - disse muovendosi. - Anche quelli.

Se si mettessero d’accordo. Tanto tra loro non si mangiano. Chi va di mezzo siamo noi.

Restai solo con Cate. - Non vieni a sentire la radio? - mi disse.

Fece un passo con me, poi si fermò.

- Non sei mica fascista? - mi disse.

Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano. - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista.

- Non è vero, - mi disse, - si aspetta il momento. Bisogna che finisca la guerra.

Era tutta indignata. Le tenevo la mano.

- Una volta, - le dissi ridendo, - non le sapevi queste cose.

- Tu non fai niente? Cosa fanno i tuoi amici? [p. 29 modifica]Allora le dissi che gli amici non li vedevo più da un pezzo.

Chi s’era sposato, chi trasferito chi sa dove. - Ti ricordi Martino? si è sposato in un bar.

Ridemmo insieme di Martino. - Succede a tutti, - continuai.

- Si passano insieme dei mesi, degli anni, poi succede. Si perde un appuntamento, si cambia casa, e uno che vedevi tutti i giorni non sai nemmeno più chi sia.

Cate mi disse ch’era colpa della guerra.

- C’è sempre stata questa guerra, - le dissi. - Tutti un bel giorno siamo soli. Non è poi così brutto. Lei mi guardò di sotto in su. - Ogni tanto si ritrova qualcuno.

- E che cosa t’importa? Tu non vuoi fare niente e vuoi star solo.

- Sì, - le dissi, - mi piace stare solo.

Allora Cate mi raccontò di sé. Disse che aveva lavorato, ch’era stata operaia, cameriera in albergo, sorvegliante in colonia. Adesso andava tutti i giorni all’ospedale, a fare servizio. La vecchia casa di via Nizza era crollata e morti tutti, l’anno prima.

- Quella sera, - le dissi, - ti eri offesa, Cate?

Mi guardò con un mezzo sorriso, ambigua. Io, per puntiglio, più che altro, dissi: - Dunque? Sei sposata, sì o no?

Scosse il capo adagio.

«C’è stato qualcuno più villano di me», pensai subito, e dissi:

- È tuo figlio il ragazzo?

- E se fosse, - lei disse.

- Ti fa vergogna?

Alzò le spalle, come un tempo. Credevo ridesse. Invece disse a voce rauca, piano: - Corrado, lasciamola lì. Non ho voglia. Posso ancora chiamarti Corrado?

In quel momento fui tranquillo. Capii che Cate non pensava a riprendermi, capii che aveva una sua vita e le bastava. Quel che avevo temuto era che facesse la violenta e l’umiliata di un tempo e volesse gridare. Le dissi: - Scema. Puoi chiamarmi come vuoi -. Mi venne Belbo sottomano e lo presi alla nuca.

In quel momento dalla casa buia uscivano tutti, chiacchierando e vociando. [p. 30 modifica] V.

Finì giugno, le scuole erano chiuse, stavo in collina tutto il tempo. O camminavo sotto il sole, sui versanti boscosi. Dietro le Fontane, la terra era lavorata a campo e vigna, e ci andavo sovente, in certe conche riparate, a raccogliere erbe e muschi, mia antica passione di quando ragazzo studiavo scienze naturali. A ville e giardini io preferivo la campagna dissodata, e i suoi margini dove il selvatico riprende terreno. Le Fontane era il luogo più adatto, di là comindavano i boschi. Vidi Cate altre volte, di mattina e di sera, e non parlammo di noi; conobbi Fonso, conobbi gli altri da vicino.

Con Fonso discutevo scherzando. Era un ragazzo, non aveva diciott’anni. - In questa guerra, - gli dicevo, - andremo sotto tutti quanti. Chiameranno te a vent’anni e me a quaranta. Come stiamo in Sicilia?

Fonso faceva il fattorino in una ditta meccanica; ogni sera arrivava con madre e sorelle, e la mattina ripartiva a rompicollo in bicicletta. Era cinico, burlone, si accendeva di colpo.

- Parola, - diceva, - se mi chiamano sotto, salta in aria il distretto.

- Anche tu. Se la guerra ti brucia. Si aspetta sempre che ci bruci, per svegliarci.

- Se tutti quelli che van sotto si svegliassero, - diceva Fonso, - sarebbe già bello.

L’anno prima, alle scuole serali, Fonso aveva preso gusto alle statistiche, ai giornali, alle cose che si sanno. Doveva averci colleghi, a Torino, che gli aprivano gli occhi. Della guerra sapeva tutto; non dava mai tregua; chiedeva qualcosa e già troncava la [p. 31 modifica]risposta con un’altra domanda. Discuteva con foga anche di scienza, di principi.

Chiese a me, che parlavo, se fin che restavo borghese ero pronto a svegliarmi.

– Bisogna avere la mano svelta, – gli risposi, – esser più giovani. Cianciare non conta. L’unica strada è il terrorismo. Siamo in guerra.

Fonso diceva che non era necessario. I fascisti tremavano. Sapevano di aver perso la guerra. Non osavano più mandar gente sotto le armi. Cercavano soltanto l’occasione di mollare, di sparire nel mucchio, di dire «Adesso fate voi». Era come un castello di carte.

– Tu credi? Hanno tutto da perdere. Soltanto morti molleranno.

Gli altri, le donne, la nonna di Cate, ascoltavano.

– Se ti dice che sono carogne, – intervenne l’oste, – puoi crederci. Lui lo sa, lascia fare.

Sapevano tutti alle Fontane ch’ero insegnante, scienziato. Mi trattavano con molto rispetto. Perfino Cate qualche volta si prendeva soggezione.

– Questo governo, – continuava il vecchio, – non può mica durare.

– Ma è per questo che dura. Tutti dicono «È morto» e nessuno fa niente.

– Tu, che dici? che cosa faresti? – chiese Cate, seria.

Tacquero tutti, e mi guardavano.

– Ammazzare, – dissi. – Levargli la voglia. Continuare la guerra qui in casa. Tanto quelli la testa non la cambiano. Soltanto se sanno che appena si muovono scoppia una bomba, resteranno tranquilli.

Fonso ghignava e stava per interrompere.

– Tu lo faresti? – disse Cate.

– No, – risposi. – Ci sono negato.

La vecchia di Cate ci guardava coi suoi occhi offesi. – Gente, – diceva, – voi non sapete quel che costa. Non serve a nessuno caricarsi la coscienza. Moriranno anche quelli.

Allora Fonso le spiegava che cos’era la lotta di classe.

Ci andavo ormai quasi ogni sera alle Fontane e ascoltavo la radio con gli altri. Le mie due vecchie non volevano saperne di [p. 32 modifica]prendere Londra. - Non è permesso, - diceva l’Elvira. - Si sentirebbe dalla strada -. Si lamentava che girassi per i boschi anche di notte, nell’ora delle incursioni. Ce ne fu un’altra su Torino, spaventosa. Le due trovarono l’indomani una scheggia in frutteto, tagliente e pesante come un ferro di zappa. Mi chiamarono a vederla. Mi scongiurarono di non espormi. Allora dissi ch’era pieno d’osterie, che dappertutto si trovava ricovero.

Capitare alle Fontane in pieno giorno mi dava un senso d’avventura. Sbucavo dal ciglione sulla strada solitaria, che un tempo era stata asfaltata. Ero a due passi dalla cresta e avevo intorno delle schiene boscose. Tornavano in mente le macchine, i viandanti, i ciclisti, che ancora l’anno prima frequentavano quel passo. Adesso era raro un pedone.

Mi trattenevo nel cortile a mangiar frutta o bere un sorso. La vecchia mi offriva il caffè, l’acqua e zucchero. Per poter pagare, comandavo del vino. A quell’ora non venivo lì per Cate, non venivo per nessuno. Se Cate c’era, la guardavo sfaccendare, le chiedevo che cosa si diceva a Torino. In realtà mi soffermavo soltanto per il piacere di sentirmi sull’orlo dei boschi, di affacciarmi di lì a poco lassù. Nel sole di luglio, selvatico e immobile, il tavolino familiare, i visi noti, e quell’indugio di commiato, mi appagavano il cuore. Cate una volta si affacciò alla finestra, disse - Sei tu - e non scese nemmeno.

Chi non mancava mai, nel cortile o dietro casa, era Dino suo figlio. Adesso, finite le scuole, era in mano della nonna, che lo lasciava gironzare, gli puliva la faccia con lo straccio e lo chiamava a far merenda. Dino non era più un ragazzo bianco e intontito, come quella notte. Adesso correva, tirava sassi, si rompeva le scarpe. Era magro e monello. Non so perché, mi faceva quasi pena.

Pensavo, guardandolo, all’antico scontento di Cate, al suo corpo inesperto, alla vergogna di quei giorni. Doveva essere stato nell’anno di Anna Maria. Cate, sola e umiliata, non aveva saputo difendersi; c’era caduta chi sa come, a qualche ballo o in un prato, con chi disprezzava, un poveretto, un bellimbusto. O magari era stato un amore, un caldo amore che l’aveva trasformata. Me l’avrebbe mai detto? Se quella sera alla stazione non ci fossimo lasciati, chi sa, questo bimbo poteva non nascere.

Dino aveva i capelli negli occhi e una maglietta rattoppata. Con me si vantò molto della scuola e dei suoi quaderni colorati. Gli [p. 33 modifica]dissi che non studiavo come lui tante materie, ma che anch’io ai miei tempi avevo fatto i disegnini. Gli raccontai come avevo copiato pietruzze, nocciole, erbe rare. Gliene feci qualcuna.

Quel giorno stesso mi segui sulla collina, a raccogliere i muschi. Scoprendo i fiori della Veronica, fu felice. Gli promisi che l’indomani avrei portato la lente e lui voleva saper subito quanto ingrandisce.

— Questi granelli color viola, - gli spiegai, - diventano come rose e garofani.

Dino mi trottò dietro verso casa, e voleva venire alla villa per provare la lente. Parlava senza inciampi, sicuro di sé, come si fa tra coetanei. Mi dava del voi.

- Senti, - gli feci, - devi darmi del lei o del tu. Dammi del tu, come la mamma.

- Sei anche tu come la mamma, - disse brusco, - volete che si perda la guerra.

Gli dissi allegro: - Del voi me ne dànno già a scuola.

Poi dissi: - Ti piace la guerra?

Dino, contento, mi guardò. - Mi piacerebbe esser soldato. Combattere in Sicilia -. Poi mi chiese: - Faranno la guerra anche qui?

- C’è già, - gli dissi. - Degli allarmi hai paura?

Nemmeno per sogno. Era stato a vedere le bombe cadute. Sapeva tutto dei motori e dei tipi, e in casa aveva tre spezzoni. Mi chiese se sul campo di battaglia il giorno dopo si possono raccogliere pallottole.

- Le vere pallottole, - dissi, - vanno a cadere chi sa dove.

Sul campo rimangono soltanto i bossoli e i morti.

- Nel deserto ci sono gli avvoltoi, - disse Dino, - che sotterrano i morti.

- Li mangiano, - dissi. Lui rise.

- Lo sa la mamma che vorresti far la guerra?

Entrammo nel cortile. Cate e la vecchia erano sedute sotto gli alberi.

Dino abbassò la voce. - La mamma dice che la guerra è una vergogna. Che i fascisti hanno colpa di tutto.

- Vuoi bene alla mamma? - gli chiesi.

Alzò le spalle, come tra uomini. Le due donne ci guardavano venire. [p. 34 modifica]Non sapevo in quei giorni se Cate approvava che stessi con Dino. La vecchia sì - glielo toglievo dai piedi. Cate lo guardava sorpresa girarmi intorno, raccogliere fiori, strapparmi la lente di mano, e qualche volta lo richiamò vivamente, come si fa coi bambini che mancano di rispetto agli adulti. Dino taceva, s’aggobbiva, e continuava a bassa voce. Poi correva a mostrarle i disegni o le parti di un fiore. Le gridava che gli avrei portato un libro di piante. Cate lo prendeva, gli aggiustava i capelli, gli diceva qualcosa. Io quasi preferivo le volte che Cate era via.

Pensai che Cate era gelosa di suo figlio. Una sera la colsi che mi guardava con un’ombra di scherno. - Cate, ti faccio proprio schifo? - le dissi piano, canzonando. Si sentì presa alla sprovvista e abbassò gli occhi e la voce. - Perché? - balbettò, lei che di solito troncava quei discorsi.

- Eravamo ragazzi, - le dissi. - Le cose non si sanno mai a tempo.

Ma già lei rialzava la faccia e parlava attraverso il cortile.

Poco dopo mi disse: - Lo sanno le tue donne che ti abbassi a parlare con noi? Glielo dici tornando la notte che sei stato all’osteria? Com’è che si chiama quella storta che vuole sposarti? L’Elvira?

Le avevo raccontato queste cose scherzandoci. - Che ti piglia? - le dissi. - Vengo con te perché mi piace. Mi piacete tutti quanti. Giro i boschi e le strade. Sto bene con voi come sto bene in collina.

- Ma all’Elvira lo dici?

- Cosa c’entra l’Elvira?

- L’Elvira è la mamma del tuo cane, - disse adagio. - Non vuol sapere dove andate tutto il giorno?

- L’Elvira è una scema.

- Però ci stai bene. Come stai bene con noialtri.

- Sei gelosa, Cate?

- Di chi? Fammi ridere. Sono gelosa di Fonso?

- Ma Fonso è un ragazzo, - gridai. - Cosa c’entra?

- Per te siamo tutti ragazzi, - mi disse. - Siamo come il tuo cane.

Non le cavai altro, quella sera. Vennero Fonso, le ragazze, Dino.

Cianciammo, ascoltammo, qualcuno cantò. C’erano facce nuove.

Una coppia di sposi sinistrata - conoscenti di Fonso -, si bevette [p. 35 modifica]qualcosa. Poi, quando fu l’ora, Cate rincorse Dino che scappava, per portarlo a letto. Tutti lo pigliavano e nel buio qualcuno disse Corrado. - Corrado, - dicevano, - chi si chiama Corrado, ubbidisce. [p. 36 modifica] VI.

Appena Cate usci di nuovo nel cortile, le andai incontro. Lei non si era accorta di nulla. Forse credeva che volessi riparlare dell'Elvira e mi fece gli occhiacci e si fermò.

- Si chiama Corrado, - le dissi.

Mi guardò interdetta.

- È il mio nome, - le dissi.

Lei volse il capo, in quel suo modo baldanzoso. Guardò quegli altri, ai tavolini, nell’ombra. Susurrò spaventata: - Va’ via, che ci vedono.

Mi volsi anch’io, per venirle a fianco. S’incamminò e disse scherzando: - Non lo sapevi ch’è il suo nome?

- Perché gliel’hai messo?

Alzò le spalle e non rispose.

- Quanti anni ha Dino? - e la fermai.

Mi strinse il braccio e disse: - Dopo. Sii buono.

Chiacchierarono a lungo di guerra e di allarmi, quella sera. L’amico di Fonso era stato ferito in Albania e raccontava quel che tutti sapevano da un pezzo. - Ho provato a sposarmi per dormire dentro un letto, - diceva, - e adesso anche il letto è partito -. E la sposina: - Dormiremo nei prati, sta’ bravo -. Io m’ero seduto vicino alla vecchia, e tacevo, sbirciavo il profilo di Cate. Mi pareva quella notte che l’avevo ritrovata, che le parlavo e non sapevo chi era. Ogni volta più cieco, ero stato. Un mese mi c’era voluto per capire che Dino vuol dire Corrado. Com’era la faccia di Dino? Chiudevo gli occhi e non riuscivo a rivederla.

Mi alzai di botto, per camminare nel cortile. - Mi accompagni là dietro? - disse Cate, e si alzò subito. M’incamminai con un senso [p. 37 modifica]di nausea. Da quel momento la mia vita rovinava. Ero come in rifugio quando le volte traballano. «Potevo fare tante cose», uno grida tra sé.

Andavamo nel buio. Cate taceva nel silenzio. Mi prese a braccetto incespicando e saltando leggera e disse piano: - Tienmi dritta -. L’afferrai. Ci fermammo.

- Corrado, - mi disse. - Ho fatto male a dare a Dino questo nome. Ma vedi che non conta. Non lo chiamiamo mai cosi.

- Allora perché gliel’hai dato?

- Ti volevo ancora bene. Tu non lo sai che ti ho voluto bene?

«A quest’ora, - pensai, - me l’avrebbe già detto». - Se mi vuoi bene, - dissi brusco e strinsi il braccio, - di chi è figlio Corrado?

Si liberò, senza parlare. Era robusta, più di me. - Stai tranquillo, — mi disse, - non avere paura. Non sei tu che l’hai fatto.

Ci guardammo nel buio. Mi sentivo spossato, sudato. Lei nella voce aveva avuto un’ombra di sarcasmo.

- Cos’hai detto? - mi fece, sollecita.

- Niente, - risposi, - niente. Se mi vuoi bene...

- Non te ne voglio più, Corrado.

- Se gli hai dato il mio nome, come hai potuto fare subito Tamore con un altro, quell’inverno?

Nell’ombra dominai la mia voce, mi umiliai, mi sentii generoso. Parlavo alla Cate di un tempo, alla ragazza disperata.

- Tu l’hai fatto l’amore con me, - disse tranquilla, - e di me t’importava un bel niente.

Era un’altra questione, ma che cosa potevo risponderle? Glielo dissi. Lei disse che si può far l’amore e pensare a tutt’altro. - Tu lo sai, - ripetè, - non vuoi bene a nessuno eppure avrai fatto l’amore con tante.

Di nuovo dissi, rassegnato, che da un pezzo non pensavo a queste cose.

Tornò a dirmi: - L’hai fatto.

— Cate, - m’irritai, - dimmi almeno chi è stato.

Di nuovo sorrise, di nuovo non volle saperne. - Ti ho già raccontato la mia vita di questi anni. Ho sempre faticato e battuto la testa. I primi tempi è stato brutto. Ma avevo Dino, non potevo pensare a sciocchezze. Mi ricordavo di quello che mi hai detto una [p. 38 modifica]volta, che la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno...

Anche questo le avevo insegnato. La frase era mia. «Se ti chiede per chi vivi tu, - mi gridai, - cosa rispondi?»

- Allora, non mi detesti, - balbettai sorridendo, - qualcosa di buono tra noi c’è stato? Puoi pensare a quei tempi senza cattiveria?

- A quei tempi tu non eri cattivo.

- Adesso sì? - dissi stupito. - Adesso ti faccio ribrezzo?

- Adesso soffri e mi fai pena, - disse seria. - Vivi solo col cane. Mi fai pena.

La guardai interdetto. - Non sono più buono, Cate? Anche con te, non sono buono più che allora?

- Non so, - disse Cate, - sei buono cosi, senza voglia. Lasci fare e non dài confidenza. Non hai nessuno, non ti arrabbi nemmeno.

- Mi sono arrabbiato per Dino, - dissi.

- Non vuoi bene a nessuno.

- Devo baciarti, Cate?

- Stupido, - disse, sempre calma, - non è questo che dico. Se io avessi voluto, mi avresti baciata da un pezzo Tacque un momento, poi riprese: - Sei come un ragazzo, un ragazzo superbo. Di quei ragazzi che gli tocca una disgrazia, gli manca qualcosa, ma loro non vogliono che sia detta, che si sappia che soffrono. Per questo fai pena. Quando parli con gli altri sd sempre cattivo, maligno. Tu hai paura, Corrado.

- Sarà la guerra, saranno le bombe.

- No, sei tu, - disse Cate. - Tu vivi così. Adesso hai avuto paura per Dino. Paura che fosse tuo figlio.

Dal cortile ci chiamarono. Chiamavano Cate.

- Torniamo, - disse Cate sommessa. - Stai tranquillo. Nessuno ti disturba la pace.

M’aveva preso per il braccio e la fermai. - Cate, - le dissi, - se fosse vera la cosa di Dino, ti voglio sposare.

Mi guardò, senza ridere né turbarsi.

- Dino è mio figlio, - disse piano. - Andiamo via.

Passai così un’altra notte come la prima quando l’avevo ritrovata. Stavolta l’Elvira era a letto da un pezzo. Adesso che stavo giorno e notte in collina, lei sapeva di avermi al sicuro e mi lasciava sbizzarrire. Mi burlava soltanto perché, con tutti i miei [p. 39 modifica]muschi e i miei studi campestri, non conoscevo per nome i suoi fiori del giardino, e di certi scarlatti, carnosi, osceni, non seppi dirle proprio nulla. Le ridevano gli occhi parlandone.

- I cattivi pensieri notturni, - le dissi, - diventano fiori. Non c’è nome che basti. Anche la scienza a un certo punto si ferma -. Lei rideva, abbracciandosi i gomiti, lusingata del mio gioco. Ci pensai quella notte perché nel mazzo sopra il tavolo c’era qualcuno di quei fiori. Mi chiesi se Cate vedendoli avrebbe apprezzato lo scherzo. Forse si, ma non detto in quel modo, non truccato così. Una cosa quella sera avevo scoperto, un’altra prova ch’ero stato scemo e cieco anche stavolta: Cate era seria era padrona, Cate capiva come e meglio di me. Con lei il tono d’un tempo, baldanzoso e villano, non serviva più a nulla. Ci pensai tutta la notte, e di notte nell’insonnia il suo sarcasmo ingigantiva. In questo trovavo una pace. Se Cate diceva che Dino era suo, non potevo non fidarmi.

Ci pensai fino all’alba; e l’indomani a colazione, quando l’Elvira ritornò da messa, mi dissi ridendo: «Se sapesse che cosa c’è in aria». Lei invece aveva sentito a Santa Margherita che la guerra non poteva durare più molto, perché il papa aveva fatto un discorso consigliando che tutti vivessero in pace. Bastava volerlo col cuore e la pace era fatta. Non più bombe né incendi né sangue. Non più vendette né speranze di diluvio. L’Elvira era inquieta e felice. Io le dissi che andavo a passeggio e la lasciai che sfaccendava intorno al fuoco.

Siccome era domenica, alle Fontane c’eran tutti dal sabato sera. Vidi alla finestra Nando lo sposo sinistrato, vidi le sorelle di Fonso, che gli gridavano qualcosa. Salutai le ragazze, chiesi se Dino era già andato per i boschi. M’indicarono il prato là dietro. Volli lasciare tutto al caso e dissi a Giulia che gli dicesse ch’ero andato alla fontana. Belbo, grosso e eccitato, s’infilava già nel bosco. Lo chiamai, lo accucciai sul sentiero, gli dissi di attendere Dino. Mi mostrò i denti con un ringhio.

Quando fui sulla costa e le voci si spensero, immaginai la corsa dei due in mezzo ai tronchi, la bella avventura. Chi sa se Dino fra vent’anni si sarebbe ricordato quell’ora, l’odore del sole, le voci lontane, i scivoloni sulla pietra? Mi giunse un ansito, un fruscio, e apparve Belbo. Si fermò e mi guardava. Era solo. Tesi il braccio e gli dissi: - Va’ via. Ritorna con Dino. Va’ via -. Si accosciò e appiatti il muso per terra. - Va’ via -. Mi chinai per raccogliere [p. 40 modifica]un sasso. Allora Belbo fece un salto e cominciò a latrarmi contro.

Presi il sasso. Belbo tornò per la sua strada, adagio.

Giunsi sotto alla fontana, nella conca di erbe grasse e fangose.

Tra le piante apparivano buchi di cielo e aerei versanti. C’era in quel fresco un odore schiumoso, quasi salmastro. «Cos’importa la guerra, cos’importa il sangue, - pensavo, - con questo cielo tra le piante?» Si poteva arrivare correndo, buttarsi nell’erba, giocare alla caccia o agli agguati. Cosi vivevano le bisce, le lepri, i ragazzi. La guerra finiva domani. Tutto tornava come prima. Tornavano la pace, i vecchi giochi, i rancori. Il sangue sparso era assorbito dalla terra. Le città respiravano. Soltanto nei boschi nulla mutava, e dove un corpo era caduto riaffioravano radici.

Dino arrivò col suo bastone, zufolando, preceduto da Belbo.

Disse che Giulia non gli aveva detto niente, che aveva capito da sé che l’aspettavo. Gli chiesi: - Cosa hai sulla faccia? - e tenendolo fermo, lo scrutai, lo toccai - gli occhi, le palpebre, il profilo.

Ma si può dire che un bambino rassomigli a un adulto? Ne avevo riso tante volte. Pagavo anche questa. Dino girava gli occhi inquieto, gonfiava le gote, sbuffava. Questo, se mai, questo ostentato riluttare, somigliava a qualcosa di me. Cercai di rivedermi bambino in quella smorfia. Pensai che anch’io avevo avuto un collo gracile così, quando giravo nelle vigne in questi paesi.

Poi ce ne andammo. - Stamattina arriviamo proprio in cima Gli raccontai di quando avevo pigiato l’uva ai miei paesi. - Tutti, gli uomini e i ragazzi, bisogna che si lavino i piedi. Ma chi va scalzo li ha già puliti, pili di noi.

- Anch’io dei giorni entro scalzo nei prati, - disse Dino.

- Tu vali poco, a pigiar l’uva. Pesi poco. Quanti anni hai, giusti?

Me lo disse. Era nato alla fine di agosto. Ma Cate, l’avevo lasciata in novembre o in ottobre? Non riuscivo a ricordarmi. Alla stazione quella sera c’era fresco. C’era nebbia, era inverno? Non riuscivo. Per me ricordavo soltanto le lotte nell’afa d’agosto fra i cespugli di Po.

Raggiungendo lo stradone sulla vetta, andammo spediti. Era il borgo del Pino. Di qui, dai balconi delle case che strapiombavano, s’intravedeva la pianura di Chieri, sconfinata, fumosa.

- Mio padre, - dissi a Dino, - faceva tutte le mattine prima [p. 41 modifica]di giorno una strada così. La faceva in biroccino per andare ai mercati.

Dino trottò senz’aprir bocca, menando il bastone sull’asfalto.

— Tu non l’hai conosciuto tuo padre? - dissi.

— La mamma, l’ha conosciuto, - rispose. - Dice che non si sono mai più visti.

— Non sai chi fosse?

Mi guardò fiducioso e impaziente. Era chiaro che non c’aveva mai pensato.

- Se non c’è dev’essere morto, - gli dissi. - Sulla pagella non c’è il nome di tuo padre?

Dino pensò, guardando avanti. - Dice solo la mamma, - rispose con una smorfia. - Sono orfano, io.

Mettemmo il naso nella porta dell’osteria. C’era un’aria domenicale. Sfaccendati che giocavano a biliardo d guardarono, tacquero. - Politica, - bisbigliai a Dino. - Vuoi pane e salame?

Dino corse al biliardo. Io girellai fino al finestrone di fondo. Di là si vedeva la pianura assolata. I giocatori, osservati da Dino, s’eran rimessi a giocare, parlottando. Si passavano accanto menando le stecche.

Parlavano d’altro. Eran ragazzi di campagna. Qualcuno aveva la camicia nera.

- Chi vuoi che sia? - disse un biondo, infagottato. - Per tutti è domenica.

Risero allegri, troppo allegri, a disagio. Ci pensai l’indomani, ci pensai d’improvviso: quella domenica di sole fu l’ultima volta che, arrivando un estraneo, bisognò cambiar discorso all’osteria. Fin che durò la breve estate, almeno. Ma nessuno di noi lo sapeva.

Dino adesso mordeva il suo pane e seguiva le stecche. Era entrato anche Belbo. Levarli di là fu difficile. Belbo fiutava sotto i tavoli. Dissi a Dino che andavo e lo lasciavo a ubbriacarsi. Mi raggiunsero correndo, quasi fuori del paese.

Quel pomeriggio venne l’Egle col fratello uffidale-pilota, un bel ragazzo magro e moro che dava la mano facendo l’inchino. Scesi dalla mia stanza, alle voci, e li trovai nel frutteto con le mie vecchie. Il giovanotto era seccato, disgustato; s’era messo in borghese; parlava di voli sul mare e di gabbiani. - Ditelo pure, - mi diceva, noi aviatori siamo i fessi. Siamo sempre di scena. Per poco la guerra non l’abbiamo voluta noialtri. [p. 42 modifica]- La fate soltanto voialtri, siete ingenui, - interruppe la sorella.

L’Elvira ascoltava, ammirata. - All’età di voialtri, - gli dissi, per noi la vita era im salotto, im’anticamera. Ci pareva di fare gran che a uscir di sera, a saltare sul treno in paese per tornare in città. Si aspettava qualcosa che non veniva mai.

Mi capì al volo, quel ragazzo. Disse: - Adesso il qualcosa è venuto.

Poi l’Elvira ci fece il tè. La vecchia chiese guardinga se, adesso che gli inglesi eran sbarcati, c’era pericolo che la guerra risalisse l’Italia.

- Per noi, - disse il giovane, - meglio combattere in Italia che sul mare o nel deserto. Così almeno sappiamo che cadremo in casa nostra.

- Nei vostri quartieri, - gli disse l’Elvira, - avete almeno pulizia e cibi caldi? Una tazza di tè come questo?

- Non capisco perché non ci vogliano in guerra, - disse l’Egle. - Potremmo fare tante cose nelle basi e in prima linea. Divertirvi, aiutarvi. Non soltanto come infermiere.

Il fratello apri la bocca e disse: - Certo.

Poi venne sera e, non so come, quella sera stetti a guardare il cielo nero. Ripensavo alla notte e al mattino, al passato, a tante cose. Alla mia strana immunità in mezzo alle cose. Ai miei sciocchi rancori. Di tanto in tanto nella notte mi giungevano canti, clamori lontani. Fiutavo l’odore dei boschi. Pensavo a Dino, all’aviatore, alla guerra. Pensavo che tanto ero vecchio e che avrd sempre continuato quella vita. [p. 43 modifica] VII.

L’indomani vennero le notizie. Fin dall’alba strepitarono le radio dalle ville vicine: l’Egle ci chiamò dal cortile; la gente scendeva in città parlando forte. L’Elvira bussò alla mia camera, e mi gridò attraverso la porta che la guerra era finita. Allora entrò dentro e, senza guardarmi ché mi vestivo, mi raccontò, rossa in faccia, che Mussolini era stato rovesciato. Scesi da basso, trovai Egle, la madre, ascoltammo la radio - stavolta anche Londra - non ebbi più dubbi, la notizia era vera. La madre disse: - Ma è finita la guerra?

- Rimincia adesso, - dissi incredulo.

Capivo adesso i clamori notturni. Il fratello dell’Egle era corso a Torino. Tutti correvano a Torino. Dalle ville sbucavano facce e discorsi. Cominciò quella ridda d’incontri, di parole, di gesti, d’incredibili speranze, che non doveva più cessare se non nel terrore e nel sangue. Gli occhi di tutti erano accesi, anche quelli preoccupati. D’or innanzi anche la solitudine, anche i boschi, avrebbero avuto un diverso sapore. Me ne accorsi a una semplice occhiata che gettai tra le piante. Avrei voluto saper tutto, aver già letto i giornali, per potermi allontanare fra i tronchi e contemplare il nuovo cielo.

Con un coro di grida e di richiami si fermarono al cancello Fonso, Nando e le ragazze. - C’è da fare, - gridava Nando, - i fascisti resistono. Venite con noi a Torino.

- La guerra continua, - disse Fonso. - Ieri notte vi abbiamo aspettato.

- Sembra che andiate a far merenda, - risposi. Scherzavamo così. Le ragazze dissero: - Andiamo. [p. 44 modifica]- Ammazzare. Levargli la voglia, - gridava Fonso. - C’è bisogno di noi.

Se ne andarono. Dissero che tornavano a notte, a pace fatta.

Restai lassù non perché avessi paura di qualche pallottola (era peggio un allarme), ma perché prevedevo entusiasmi, cortei, discussioni sfegatate. Egle mi volle suo accompagnatore a un’altra villa, dove andava a gridare la notizia e le voci. Passammo per una stradina fra gli alberi, che ci portò dietro la costa in un piccolo mondo ignorato di rive e di uccelli. «Hanno invaso le carceri». «C’è lo stato d’assedio». «Tutti i fascisti si nascondono». Torino era a due passi, remota. - Forse domani troveremo in questi boschi un gerarca fuggiasco, - dissi.

- Che spavento, - disse Egle.

- Mangiato dai vermi e dalle formiche.

- Se lo meritano, - disse Egle.

- Se non fosse per loro, - le dissi, - non saremmo vissuti tranquilli in collina per tanti anni.

Eravamo arrivati e già chiamava l’amica. Io le dissi che dovevo scappare. Fece una smorfia di dispetto.

- La signora Elvira, - tagliai, - non approva che andiamo a passeggio nei boschi.

Mi guardò con gli occhietti. Mi tese la mano come una donna, e scoppiò a ridere.

- Maligno, - disse.

L’amica venne alla finestra, una ragazza con le trecce. In distanza le sentii festeggiarsi. Avevo già preso la strada delle Fontane. M’accorsi che stavolta ero solo. «Belbo è scappato a Torino anche lui». Immaginavo l’osteria silenziosa, Dino nel prato, le due donne in cucina. «Adesso che la guerra finisce, forse Cate mi dirà la verità», pensai salendo.

Non fu necessario arrivare lassù. Cate scendeva sotto il sole, vestita a colori, saltellando.

- Come sei giovane, - le dissi.

- Sono contenta, - e si attaccò al mio braccio senza fermarsi, come ballasse. - Sono così contenta. Non vieni a Torino?

Si fermò e disse brusca: - Tu sei capace di non saper niente.

Magari stanotte dormivi. Nessuno ti ha visto.

- So tutto, - le dissi. - Sono contento come te. Ma lo sai che la guerra continua? Cominciano ora i pasticci. [p. 45 modifica]- E con questo? - mi disse. - Almeno adesso si respira. Qualcosa faremo.

Scendemmo insieme discutendo. Non lasciò che parlassi di Dino. Disse che adesso bisognava esser d’accordo - strillare, fare scioperi, imporsi. Disse che almeno per quei giorni non ci sarebbero più state incursioni, e bisognava profittarne, strappare al governo la pace. Sapeva già quel che valeva quel governo; - sono sempre gli stessi, - diceva. - Ma questa volta hanno paura, hanno bisogno di salvarsi. Basta dargli la spinta.

- E i tedeschi, - le dissi, - e quegli altri?

- L’hai detto tu che dobbiamo svegliarci e far piazza pulita...

- Cate, ci hai proprio la passione, - dissi a un tratto, - sei diventata rivoluzionaria.

Mi disse stupido e arrivammo al tram. Non riuscivo a parlarle di Dino. Faceva strano parlar tanto di politica ma sul tram tutti abbassavano la voce. Le colonne dei portici e i muri erano coperti di prodami. La gente sostava. Nelle strade incruente e festose si camminava stupefatti. C’era un formicolio e un daffare come dopo una grossa incursione.

Cate correva all’ospedale, e ci lasciammo. Mi disse che forse né lei né i ragazzi rientravano quella sera.

- E Dino sta solo?

- Dino è davanti con Fonso e con gli altri. Stiamo con loro questa sera.

Rimasi male. Mentre scherzavano al cancello, Dino nemmeno mi aveva parlato, non s’era mostrato. Cate mi disse: - Dove mangi?

Rimasto solo, girai per Torino. Davvero sembrava l’indomani degli incendi. Era avvenuto qualcosa di enorme, un terremoto, cui soltanto i vecchi crolli e le macerie disseminati per le vie e riparati alla meglio, facevano adatto teatro. Non si poteva né pensare né dir nulla che non fosse ridicolmente inadeguato. Passò una banda di ragazzi, trascinando uno stemma di latta legato a una fune. Urlavano al sole, e lo stemma sferragliava come una pentola. Pensai che Dino era un ragazzo come quelli, e ancora ieri immaginava di fare la guerra.

Davanti alla Casa del Fascio stazionava un cordone di soldati dello stato d’assedio. Portavano elmetto e fucile; sorvegliavano la strada cosparsa di carte strinate, le finestre rotte, il portone vuoto. [p. 46 modifica]I passanti giravano al largo. Ma i soldati si annoiavano e ridevano tra loro.

Su un angolo m’imbatto nel fratello dell’Egle. S’era messo in divisa, coi nastrini e il cinturone, e squadrava la strada, indignato.

- O Giorgi, - gli dissi, - finita la licenza?

- Quel che succede non doveva succedere, - disse. - Quest’è la fine.

- Cosa si dice nell’esercito?

- Niente si dice. Si aspetta. Nessimo ha il coraggio di venirci attaccare. Sono un branco di vigliacchi.

- Chi, vi deve attaccare?

Giorgi mi guardò, sorpreso e offeso.

- Tutti scappano, tutti hanno paura, - disse, - e hanno aspettato per vent’anni a vendicarsi. Mi sono messo in divisa, la divisa della guerra fascista, e nessuno ha il coraggio di venire a strapparmela. Siamo in pochi. Non lo sanno questi vigliacchi che siamo in pochi.

Allora gli dissi che il suo capo era il re e che il colpo veniva dal re. Lui doveva ubbidire.

Sorrise, con quell’aria di disgusto. - Anche voi. Non capite che siamo soltanto al principio? Che dovremo difenderci?

Se ne andò, con la bocca serrata. Gli tenni dietro con gli occhi, si perdé nella folla. Erano in molti come lui? Mi chiesi se tutti i Giorgi, tutti i bei ragazzi che avevano fatto la guerra, ci squadravano in quel giorno così.

«Sarà perduta ma non è finita, - brontolavo tra me, - ne devono ancora morire». E guardavo le facce, le case. «Prima che l’estate finisca, quanti di noi saranno a terra? Quanto sangue schizzato sui muri?» Guardavo le facce, le occhiaie, chi andava e veniva, il tranquillo disordine. «Toccherà a quel biondino. Toccherà a quel tranviere. A quella donna. Al giornalaio. A quel cane».

Finì che andai verso la Dora, dov’era la ditta di Fonso. Girai nei viali, dopo il ponte; avevo a destra la collina chiara e immensa. È un quartiere di grosse case popolari, e di prati, di muriccioli, di casette residue da quando qui arrivava la campagna. Il cielo era più caldo e più aperto; la gente - donnette, ragazzi - formicolavano tra i marciapiedi, l’erba e le botteghe. Grandi scritte sui muri, d’incauto entusiasmo, erano fiorite nella notte.

Dalla ditta di Fonso - un cancello e un capannone in fondo a un prato - veniva il cigolio e il cupo tonfo delle macchine. [p. 47 modifica]«Dunque lavorano, - mi dissi, - non è cambiato proprio niente». In quelle strade dove s’era più penato e sperato, dove al tempo che noi eravamo ragazzi s’era sparso tanto sangue, la giornata passava tranquilla. Gli operai, gli schiacciati, lavoravano come ieri, come sempre. Chi sa, credevano tutto finito.

Aspettando pensavo a Cate, alla logica di quella vita che tornava a riprendermi in un simile momento. Del gusto violento e beffardo che avevo condiviso con Gallo per la dura umanità delle barriere, dell’inutile rabbia con cui m’ero cacciato nel salotto di Anna Maria, non mi restava che vergogna e segreto rossore. Cosi futile era stata tutta quanta l’avventura, che ero ridotto a dirmi «Bravo. L’hai scampata».

Ma l’avevo davvero scampata? C’era la fine della guerra, c’era Dino. Per minaccioso che fosse l’imminente avvenire, il mondo vecchio traballava, e la mia vita era tutta impostata su quel mondo, sul terrore e rancore e disgusto che quel mondo incuteva. Adesso avevo quarant’anni e c’era Cate, c’era Dino. Non contava di chi fosse davvero figlio: contava il fatto che ci fossimo trovati in quell’estate dopo le assurde villanie di una volta, e Cate sapesse per chi e perché vivere, Cate avesse uno scopo, volontà d’indignarsi, un’esistenza tutta piena e tutta sua. Non ero futile e villano anche stavolta, che le giravo intorno tra smarrito e umiliato?

Nel cortile della fabbrica cominciò movimento. Altra gente aspettava come me, si formavano gruppi, qualcuno usciva - uomini validi, ragazze, giovanotti con la giacca sulla spalla. Cominciavano a chiamarsi e parlare forte. Riconobbi i miei uomini. Qui il sospetto sornione che regnava in città in mezzo al disordine e alla festa, era sommerso in ben altra franchezza, in un clamore ingenuo e ardito. Anche i solitari che gettavano occhiate e poi se ne andavano fischiando, avevano nel passo una loro baldanza. Più di tutti vociavano le ragazze. Si chiedevano e davano notizie, gridavano con gusto cose ancora ieri proibite.

Sotto il sole, scottava. Vidi Fonso fermo in un crocchio. Non mi mossi. Era proprio un ragazzo. Aveva accanto un uomo in tuta, gigantesco, e uno mingherlino. Ridevano. Speravo che Cate o qualcuno degli altri fosse venuto al cancello ma non vidi nessuno.

- Il professore, - gridò Fonso.

Entrai con loro. Discutevano sopra il giornale. - Il cavaliere [p. 48 modifica]Mussolini, - disse scattante il bassotto, mordendo la sigaretta, - il cavaliere... L’hai capita? Adesso se ne ricordano.

- Hanno paura dei tedeschi, - disse Fonso.

- Macché. Siamo merli noialtri, - ghignò l’altro. - Sai com’è? L’hanno capita tra loro gerarchi che la storia puzzava, e allora corrono dal re e gli fanno: «Senti. Ci devi mettere a riposo, levarci dalla merda. Tu intanto continui la guerra, gli italiani si sfogano, si fiaccano il collo, e noi domani ritorniamo a darti mano. Ci sei?»

- Lascialo dire, - brontolò il gigante in tuta. - Se non fa l’asino quest’oggi, quando vuoi che lo faccia? Ieri sera l’hai presa la sbornia?

- Quattro ne ha prese, - disse Fonso, divertito.

- E allora basta. Andiamo a casa.

- Vedrai che ritornano, - gridò il mingherlino.

Restai solo con Fonso e il gigante. Camminavamo in mezzo ai cenni e alle voci.

- Però Aurelio ha ragione, - disse Fonso. - Hanno riempito di soldati le caserme.

Il gigante, incuriosito, girò la faccia. - I soldati sono popolo, disse. - Sono popolo armato. Non si sa contro chi spareranno.

- Hanno paura dei tedeschi, - interruppi, - spareranno sui tedeschi.

- Una cosa alla volta, - disse l’altro adagio, - verrà la volta anche per loro. Non adesso.

- Macché, - disse Fonso. - Che sparino subito. È questa la guerra.

Il gigante scuoteva il capo.

- Voi non sapete che cos’è politica, - disse. - Lascia fare ai più vecchi.

- Vi abbiamo lasciato una volta, - disse Fonso.

Arrivammo davanti alla casa, che le radio cominciavano a gracchiare. Ci soffermammo; si fermarono tutti. - Il bollettino.

Silenzio -. Segui la notizia dello stato d’assedio, del buon ordine in tutta Italia, dei cortei di esultanza, della nostra decisione di combattere e farci onore fino all’ultimo sangue.

- Lascia fare a chi sa, - ripeteva il gigante a capo chino.

- È tutta merda, - disse Fonso, - evviva Aurelio.

Dietro alla casa la collina si stendeva nel delo, seminata di case e di boschi. Mi chiedevo chi la vedesse in quel momento, della [p. 49 modifica]gente che attendeva, rientrava, parlava. In quei paraggi, strano a dirsi, non c’erano case diroccate. Qiiesi a Fonso se stasera tornava lassù.

- C’è da fare a Torino, - mi disse, - c’è da tenere gli occhi aperti.

Il gigante approvò col capo.

- E le donne dove sono? - dissi. - Cate è rimasta all’ospedale?

- Rimanete con noi stasera, - disse Fonso. - Andiamo tutti alla riunione.

- Che riunione?

Fonso ghignò, come un ragazzo. - Riunione in piazza, o clandestina. Secondo. Con questo governo non si capisce più niente. Almeno, prima, la galera era sicura.

Mi feci dire dove potevo ritrovarli. Strinsi la manona dell’altro.

Me ne andai sotto il sole. Mangiai in un caffè del centro, dove si discorreva come niente fosse successo. Una cosa era certa - l’avevano detto anche le radio nemiche - per qualche giorno niente bombe dal cielo. Passai dalla scuola ma non c’era nessuno. Allora andai solo, per strade e caffè, sfogliai dei libri da un libraio, mi soffermai davanti a vecchie case che contenevano ricordi mai più rinvangati. Tutto pareva rinnovato, fresco, bello, come il cielo dopo un temporale. Sapevo bene che non sarebbe durata, e passo passo mi diressi all’ospedale, dove lavorava Cate. [p. 50 modifica] VIII.

La notte risalii in collina con Cate al braccio e Dino che mi trottava davanti assonnato. Avevamo cenato insieme, al quarto piano nell’alloggio di Fonso, con le sorelle, coi vicini, ridendo, ascoltando la radio, tendendo l’orecchio a ogni sospetto di sommosse o di cortei che salisse dalla strada. La sera estiva brulicante di sentori e di speranze mi diede alla testa. Poi eravamo scesi tutti in un cortile lastricato, nell’ombra - veniva gente, operai, coinquilini, ragazze - e ci fu un uomo, un giovanotto, che si issò sul balcone dell’ammezzato e parlò con calore tutt’altro che ingenuo del grande fatto di quei giorni, e del domani. Pareva un sogno, sentire quelle pubbliche frasi. L’entusiasmo mi prese. «Né propagande né terrore hanno toccato questa gente, - pensai. - L’uomo è migliore di quel che si crede». Poi altri parlarono, discussero a gran voce. Ricomparve il gigante di prima. Incitò alla prudenza. Lo subissarono d’applausi. - È stato in prigione, - mi dissero. - Ha fatto più scioperi lui... - Che il governo si spieghi, - gli gridavano. - Che lasci parlare noialtri -. Una voce stridula di donna intonò un canto: s’unirono tutti. Pensai che dalla strada le pattuglie ci sentivano e mi misi sul portone di guardia.

Adesso salivamo in silenzio con Cate, tenendoci il braccio come innamorati e tra noi camminava una speranza, un’estiva inquietudine. Avevamo traversato insieme Torino due volte quel giorno, e prima di cena, sullo spiazzo di Po davanti all’ospedale, m’ero accorto che proprio in quei luoghi avevo conosciuto Cate e che di là passavamo per andarcene in barca. La giornata finiva in una sapida freschezza, e tutto, l’aria trasparente, il nitore delle cose, ricordava altre sere, sere ingenue, di pace. Ogni cosa pareva [p. 51 modifica]risolta, promettente, perdonabile. Con Cate avevamo riparlato di Gallo, del suo vocione malinconico, della gente di allora. Quel che di nuovo c’era al mondo quella sera, cancellava durezze, rancori, difese. Quasi di nulla ci si vergognava. Potevamo parlare.

Cate scherzando non credeva al mio amore furioso per Anna Maria. - Doveva essere una furba, - mi disse, - di quelle che si fanno desiderare. Perché non vi siete sposati?

- Non mi ha voluto.

Corrugò la fronte. - Sei tu che non l’hai voluta, - disse. — Gliel’hai fatto capire. Perché non avrebbe dovuto sposarti?

- Ero troppo furioso. La volevo sposare per sfuggirle di mano. Non c’era altro modo.

- Vedi dunque. Sei tu. Non sei capace a voler bene.

- Cate, - le dissi, - Anna Maria era ricca e viziosa. Di chi fa il bagno tutti i giorni non fidarti. Ha un altro sangue. È gente che gode diverso da noi. Sono meglio i fascisti. Del resto, i fascisti li hanno messi su loro.

- Sai queste cose? - disse Cate sorridendo.

- Se Anna Maria avesse un figlio e l’avesse chiamato Corrado, scapperei come il vento.

Cate tacque, sempre allegra, corrugando la fronte.

- Dimmi, Cate, sei sicura che Dino...

Eravamo soli, tra le case, in attesa del tram. C’era di nuovo, per quella via Nizza, solamente qua e là un caseggiato rotto, come un buco in una gengiva. Le presi la mano.

- No, - lei mi disse. - Non c’è bisogno che fai finta. Non siamo più come una volta. Che cosa t’importa se Dino è tuo figlio? Se fosse tuo figlio mi vorresti sposare. Ma non ci si sposa per questo. Anche me vuoi sposarmi per liberarti di qualcosa. Non pensarci -. Mi strinse il bavero, carezzandomi. Mi guardò sorridendo. - Te l’ho già detto. Sta’ tranquillo. Non è tuo figlio. Sei contento?

— Non ci credo, Cate, - borbottai sulle sue dita. - Se tu fossi al mio posto, che faresti?

- Lascerei correre, - mi disse allegra. - Chi c’è più che voglia un figlio ai nostri tempi?

— Scema.

Cate arrossì e mi serrò il braccio.

- No, hai ragione. Ti caverei gli occhi. Butterei tutto in aria. Ma sono sua mamma, Corrado. [p. 52 modifica]Adesso, nel buio, salivamo la collina. Dino inciampava al nostro fianco. Dormiva. Rimuginando la dolcezza del colloquio di prima, camminavo con Cate, e speravo inquieto. Che cosa? Non so, la sua dolcezza, la fermezza con cui mi trattava, la tacita promessa di non serbarmi rancore - su queste cose contavo da un pezzo. Non potevo nemmeno indignarmi. Lei mi trattava come fossimo sposati.

Discorrevamo a bassa voce, benché Dino non potesse sentirci. Incespicava e già dormiva. Sbuffò come stesse sognando. Gli presi il cranio con la mano e lo sospinsi. Mi sentii sotto le dita me stesso ragazzo, quei corti capelli, la nuca sporgente. Cate capiva queste cose?

- Chi sa se Dino somiglia a suo padre, - le dissi. - Gli piace girare nei boschi, stare solo. Scommetto che quando lo baci si pulisce la faccia. Qualche volta lo baci?

- È un muletto, è una bestia testarda, - disse Cate. - Strappa tutto. À scuola fa sempre la lotta con tutti. Non è mica cattivo.

- A scuola studia volentieri?

- Fin che posso l'aiuto, - disse Cate. - Sono così contenta che un altr’anno cambieranno i programmi. Lui studiava e imparava anche quello che non doveva.

Disse questo imbronciata, mi fece sorridere.

- Non pensarci, - le dissi, - tutti i ragazzi voglion fare la guerra.

- Ma che bellezza, - disse Cate, - quel che è successo. Sembra di nascere quest’oggi, di guarire.

Tacemmo un poco, dascuno ai suoi pensieri. Dino sbuffò, grugnì qualcosa. Gli presi la mano, lo tirai al mio fianco.

- E finito un altr’anno, che scuole farà?

- Voglio che studi fin che posso, - disse Cate, - che diventi qualamo.

- Ma ne avrà voglia?

- Quando tu gli spiegavi dei fiori era felice, - disse Cate, - gli piace imparare.

- Non fidarti. In queste cose i ragazzi si divertono come a fare la guerra.

Mi guardò sorpresa.

- Prendi me, - le dissi. - Anch’io da ragazzo studiavo le scienze. E non sono diventato nessuno. [p. 53 modifica]- Cosa dici? Tu hai la laurea, sei professore. Vorrei saper io le cose che sai.

— Esser qualcuno è un’altra cosa, - dissi piano. - Non te l’immagini nemmeno. Ci vuole fortuna, coraggio, volontà. Soprattutto coraggio. Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. Non spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare degli anni, bisogna morire. Poi dopo morto, se hai fortuna, diventi qualcuno.

- Sei sempre lo stesso, - bisbigliò Cate. - Per non farle, ti rendi le cose impossibili. Io voglio soltanto che Dino abbia un buon posto nella vita, che non gli tocchi lavorare come un cane e maledirmi.

- Se davvero speri nella rivoluzione, - le dissi, - ti dovrebbe bastare un figliolo operaio.

Cate si offese e s’imbronciò. Poi mi disse: - Vorrei che studiasse e diventasse come te, Corrado. Senza scordarsi di noialtri disgraziati.

Quella notte l’Elvira mi aspettava al cancello. Non mi chiese se avevo già cenato. Mi trattò freddamente, come si tratta uno spensierato che si è messo nei pericoli e ci ha fatto penare. Non mi chiese che cosa avessi fatto a Torino. Disse soltanto che loro mi avevano sempre ben trattato e credevano di avere diritto a un riguardo, a un pensiero. Padrone di andarmene con chiunque, disse. Ma almeno avvertissi.

- Che diritti, - risposi seccato. - Nessuno ha diritti. Abbiamo quello di crepare, di svegliarci bell’e morti. Con quel che succede.

L’Elvira nel buio guardava oltre le mie spalle. Taceva. Mi accorsi con terrore che le guance le brillavano di lacrime.

Allora persi del tutto la pazienza. - Siamo al mondo per caso, dissi. - Padre, madre e figliuoli, tutto viene per caso. Inutile piangere. Si nasce e si muore da soli...

- Basta volere un po’ di bene, - mormorò lei, con quella voce autoritaria. [p. 54 modifica] IX.

Per molti giorni non discesi a Torino; mi accontentavo dei giornali e della nuova libertà di ascoltare e inveire. Da ogni parte fiorivano vod, pettegolezzi, speranze. Lassù nelle ville nessimo pensava a una cosa: il vecchio mondo non l’avevano schiacciato gli avversari, s’era ucciso da sé. Ma c’è qualcuno che si uccida per sparire davvero?

L’Elvira l’indomani era già calma; mi conosceva troppo bene. Solamente, vedendomi arrossiva. La madre provò a canzonarci insieme; risposi un così secco «Ci manca anche questa» che le cadde la voglia, e l’Elvira impietrì come una vedova in lutto. Poi mi diede degli sguardi da cane fedele, da sorella paziente, da vittima. Poveretta, non mentiva; soffriva, questo sì. Ma che farci? rimpiansi d’avere scherzato con lei su quei fiori: era questo che l’accaldava e le dava le smanie.

Mentre di notte si aggirava per la casa, io cercavo di captare tutte le radio possibili. Era ormai chiaro che la guerra continuava, e senza scopo. La tregua aerea era già finita; gli alleati annunciavano nuove incursioni. Aprivo una porta e trovavo l’Elvira, che mi chiedeva bruscamente le notizie del mondo. Era il suo grande sotterfugio per parlarmi; a questo patto avrebbe voluto che la guerra non finisse mai più; s’era accorta in quel giorno che, accennando le cose a cambiare, le sfuggivo di mano.

Il mio sollievo era di giorno, le Fontane - Cate e Dino. Non avevo nemmeno bisogno di presentarmi nel cortile: mi bastava aggirarmi per i sentieri consueti, sapere che Dino era là. Qualche volta riuscivo a tener Belbo accucciato, e non visto spiavo sopra la siepe. C’era il vecchio, l’oste, che sciacquava damigiane [p. 55 modifica]masticando la cicca. Era basso, tarchiato, entrava e usciva dalla cantina, soffermandosi a raccogliere un chiodo, a studiare la griglia, a raddrizzare un tralcio di vite sul muretto. A vederlo, pareva impossibile che ci fosse la guerra, che qualcosa contasse più del chiodo, del muretto, della campagna lavorata. Si chiamava Gregorio. La nonna di Cate, invece, levava sovente nel pomeriggio una voce stridula che pareva una gazza; s’irritava con Dino, coi vicini, con le cose del mondo. In quei giorni che Fonso e Nando e le ragazze passavano la notte a Torino, era quello l’unico segno di presenza alle Fontane, anche a sera quando Cate arrivava. Pareva un luogo abbandonato, senza vita, una parte del bosco. E come succede di un bosco, si poteva soltanto spiarlo, fiutarlo; non viverci o possederlo a fondo.

Quando chiedevo a Dino se disegnava ancora, lui alzava le spalle, e dopo un poco mi portava il quaderno. Allora parlavamo di uccelli, di cavallette, di strati geologici. «Perché, - mi chiedevo, - non posso fargli compagnia come prima, quando nemmeno immaginavo questa faccenda?» Se adesso Dino mi accettava senza molto entusiasmo, era perché gli stavo troppo alle costole, perché mi facevo suo padre. Strana cosa, pensai, coi bambini succede come succede con gli adulti: si disgustano a troppo accudirli. L’amore è una cosa che secca. Ma erano amore le smanie dell’Elvira per me, le mie chiacchiere con Dino e il farmi ragazzo per lui? Esistono amori che non siano egoismo, che non vogliano ridurre l’uomo o la donna al proprio comodo? Cate lasciava che facessi, che prendessi il suo posto accanto a Dino, che girassimo i boschi. Ci dava un’occhiata a sera arrivando, impenetrabile, canzonatoria, e ascoltava tranquilla le vanterie di Dino. A volte pensavo che anche lei ci trovasse il suo comodo. Dino imparava e profittava frequentandomi.

Una cosa che lo esaltava erano i mostri preistorici e la vita dei selvaggi. Gli portai altri libri illustrati, e giocavamo a immaginarci che in quella conca sul sentiero del Pino, tra i muschi e le felci, in mezzo agli equiseti, fosse la tana dei megateri e dei mammut. Lui propendeva per le storie di congiure scientifiche, di macchine infernali, di popolazioni meccaniche; le aveva lette sui suoi album settimanali. A Torino, in cortile, stava tuttora un suo amico di scuola. Cruscotto, che passava le giornate in cantina a ritagliare l’alluminio e la latta, e appendeva dei fili, attrezzava tutto un [p. 56 modifica]sistema sotterraneo per difendere il caseggiato. Erano in pochi, tutti scelti. Si parlava di Gordon, degli Uomini Gialli, del dottor Misteriosus. Al tempo dei primi allarmi avevano fatto esperimenti, tenuto consigli di guerra. C’era con loro anche Sybil, la ragazza dei leopardi, ma diverse bambine facevano Sybil e non c’era nemmeno bisogno di averle nel sotterraneo: i nemici rapivano Sybil e si doveva liberarla. Dino raccontò queste cose in presenza di Cate e della vecchia: si agitò, contraffece le voci e gli spari, ci prese in giro tutti quanti. Canzonava specialmente le scene con Sybil. Io sapevo il perché.

Quando andavamo noi due soli, era diverso. Dino di Sybil non parlava. Lo capivo. Tra uomini una ragazza è sempre qualcosa di indecente. Così era stato anche per me, una volta. Sbucavamo tra le piante, scrutandoci intorno. Dove per Dino era questione di tribù, d’inseguimenti, di colpi di lancia, io vedevo le belle radure, lo svariare dei versanti, l’intrico casuale di un convolvolo su un canneto. Ma una cosa avevamo comune: per noi l’idea della donna, del sesso, quel mistero scottante, non quadrava nel bosco, disturbava. A me che le forre, le radici, i ciglioni, mi richiamavano ogni volta il sangue sparso, la ferocia della vita, non riusciva di pensare in fondo al bosco quell’altro sangue, quell’altra cosa selvaggia ch’è l’amplesso di una donna. Tutt’al più i fiori rossi dell’Elvira, che mi facevano ridere. Anche Dino rideva - perché? - delle donne, di Sybil. Diventava goffo, alzava le spalle, si schermiva. Che cosa sapeva? Istinto o esperienza, eravamo gli stessi. Mi piaceva quella tacita intesa.

Gli allarmi e i passaggi d’aerei ricominciarono presto. Vennero i primi temporali, ma dal cielo lavato la luna d’agosto illuminava fin le bocche dei tombini. Fonso e gli altri ricomparvero. - Questi scemi d’inglesi, - dicevano. - Non lo sanno che basta un’incursione per guastare il lavoro dandestino di un mese? Quando brucia la casa ci tocca scappare anche a noi.

- Lo sanno benissimo. Non vogliono il nostro lavoro, - disse Nando. - Sono tutti d’accordo.

C’era tra noi, quella sera, anche il gigante dalla tuta. Si chiamava Tono. Disse: - La guerra è sempre guerra, - e scosse il capo.

- Fate ridere, - dissi. - Noi siamo un campo di battaglia. Se gli inglesi han demolito la baracca del fascismo, non è mica per [p. 57 modifica]farci una villa e darla a noi. Non vogliono ingombri sul campo di tiro, ecco tutto.

- Ma noi ci siamo, - disse Fonso, - e non è facile levarci di mezzo.

- Non è facile? Basta brudare le stoppie. Lo stanno facendo.

Disse Nando: - La guerra è un lavoro di talpe. Basta ficcarsi sottoterra.

- E fatelo allora, - gridai. - Nascondetevi e smettetela. Fin che in Italia c’è un tedesco, sarà inutile pensarci.

La Giulia - o un’altra, non ricordo - disse: - È arrabbiato il professore.

Disse Cate: - Chi ti chiede di muoverti?

Tutte le facce mi guardavano. Anche Dino.

Ogni volta giuravo di tacere e ascoltare, di scuotere il capo e ascoltare. Ma quel cauto equilibrio d’ansie, di attese e di futili speranze in cui adesso trascorrevo i giorni, era fatto per me, mi piaceva: avrei voluto che durasse eterno. L’impazienza degli altri poteva distruggerlo. Da tempo ero avvezzo a non muovermi, a lasciare che il mondo impazzisse. Ora, un gesto di Fonso e dei suoi bastava a mettere ogni cosa in forse. Ecco perché mi ci arrabbiavo e discutevo.

- Da quando è caduto il fascismo, - dissi, - non vi si sente piu cantare. Come mai?

- Su, cantiamo, - dissero le ragazze. Si levarono voci - vecchie canzoni di ieri Dino attaccò Bandiera rossa. Ne cantammo una strofa, inquieti, ridendo; ma già la discussione riprendeva. Disse Tono, il gigante: - Quando saremo alle elezioni, ci sarà da lavorare.

Fu in una di quelle sere che la vecchia di Cate, mentre in cortile aspettavamo che finisse un allarme, mi disse la sua. Avevo appena detto a Fonso: - Se gli italiani hanno da prendere sul serio le cose, ce ne vorranno delle bombe -. Disse la vecchia: - Venite a dirlo a chi lavora. Per chi ha la pagnotta e può stare in collina, la guerra è un piacere. Sono la gente come voi che ha portato la guerra -. Lo disse tranquilla, senz’ombra di rancore, come fossi suo figlio.

Lì per lì non patii. - Fossero tutti come lui, - diceva Cate. Io non risposi. - La pelle è la pelle, che storie, - entrò Fonso. [p. 58 modifica]- Anche noi, mamma, - disse Cate, - veniamo a dormire in collina.

La vecchia adesso borbottava. Io mi chiesi smarrito se sapeva quanto giusto e quanto a fondo mi avesse toccato. Non contavano le difese degli altri. C’era un senso in cui anch’esse mi avvilivano.

Disse Tono il socialista: - Tutti si cerca di salvarsi. Noi combattiamo perché tutti, anche i padroni, anche i nostri nemici, capiscano dov’è la salvezza. Per questo il socialismo non vuole piu guerre.

E Fonso subito: - Momento. Ma non dici perché tocca sempre alla classe operaia difendersi. I padroni mantengono il dominio con le guerre e il terrore. Schiacciandoci, tirano avanti. E tu t’illudi che capiscano. Han capito benissimo. Per questo continuano.

Allora rientrai nel discorso. - Non parlo di questo. Non parlo di classi. Fonso ha ragione, si capisce. Ma noialtri italiani siamo fatti cosi: ubbidiamo soltanto alla forza. Poi, con la scusa ch’era forza, ci ridiamo. Nessuno la prende sul serio.

- I borghesi no certo.

- Dico di tutti gli italiani.

- Professore, - esclamò Nando a testa bassa, - voi amate l’Italia?

Di nuovo ebbi intorno le facce di tutti: Tono, la vecchia, le ragazze, Cate. Fonso sorrise.

- No, - dissi adagio, - non l’Italia. Gli italiani.

- Qua la mano, - disse Nando. - Ci siamo capiti. [p. 59 modifica] X.

Notti dopo, Torino andò in fiamme. Durò più di un’ora. Ci pareva di avere sul capo i motori e gli scoppi. Caddero bombe anche in collina e nel Po. Un apparecchio mitragliò inferocito una batteria antiaerea - si seppe L’indomani che diversi tedeschi erano morti. - Siamo in mano ai tedeschi, - dicevano tutti, - ci difendono loro.

La sera dopo, altra incursione, più tremenda. Si sentivano le case crollare, tremare la terra. La gente scappava, tornarono a dormire nei boschi. Le mie donne pregarono fino all’alba, inginocchiate su un tappeto. Scesi a Torino l’indomani tra gli incendi, e dappertutto s’invocava la pace, la fine. I giornali si scambiavano ingiurie. Girava la voce che i fascisti rialzavano il capo, che il Veneto si riempiva di divisioni tedesche, che i nostri soldati avevano ordine di sparare sulla folla. Dalle prigioni, dal confino, sbucavano i detenuti politici. Il papa fece un altro discorso invocando l’amore.

Passò una notte tranquilla, in tensione paurosa (toccò a Milano, questa volta), poi di nuovo una notte di fuoco e di crolli. Le radio nemiche lo ripetevano ogni sera: «Sarà così tutte le notti fino all’ultimo. Arrendetevi». Adesso nei caffè, per le strade, si discuteva solamente del modo. La Sicilia era tutta occupata. «Trattiamo, - dicevano i fascisti superstiti, - ma che prima il nemico sgombri il suolo della patria». Altri imprecavano ai tedeschi. Tutti attendevano uno sbarco sotto Roma, sotto Genova.

Rientrando in collina, sentivo quanto fosse precario il rifugio lassù. Il silenzio dei boschi aveva l’aria di un’attesa. Anche il cielo era vuoto. Avrei voluto esser radice, essere verme, e sprofondare [p. 60 modifica]sottoterra. M’irritava l’Elvira funerea con quella voce e quelle occhiaie. Capivo bene la durezza di Cate, che queste cose non voleva più sentirle. Non era stagione d’amori, per noi non era mai stata.

Tutti gli anni trascorsi ci portavano qui, a questa stretta. Senza saperlo, a modo nostro, Gallo, Fonso, Cate, tutti, eravamo vissuti nell’attesa di quest’ora, preparandoci a questo destino. La gente che come l’Elvira s’era fatta sorprendere inerme m’irritava soltanto.

Preferivo Gregorio, che almeno era vecchio, era come la terra, come gli alberi. Preferivo Dino, grumo oscuro d’un chiuso avvenire.

La ragazza Egle mi diede la notizia che suo fratello era tornato a combattere. Anche questo era un giusto destino. Che cos’altro poteva fare quel ragazzo? Come lui ce n’eran molti, che non credevano alla guerra, ma la guerra era il loro destino - dappertutto era guerra, e nessuno gli aveva insegnato a far altro. Giorgi era un uomo taciturno. Aveva detto solamente: - Il mio dovere è lassù, - e ripreso a combattere. Non protestava, non cercava di capire.

Chi protestava, e non capiva lo stesso, erano i suoi. Lo seppi dall’Egle che ogni mattina passava davanti al cancello in cerca di latte, di uova, di chiacchiere. Si fermava a parlare con la vecchia o con l’Elvira, e nelle voci, nei bisbigli, sentivo l’eco del salotto dei Giorgi, del mondo ben noto, dello studio del padre possidente e industriale. Come andava la guerra? Peggio di prima. Che cosa avevano fatto i fascisti lasciandosi rovesciare? Un atto grande, generoso, un sacrificio per ridare concordia al paese. E in che modo rispondeva il paese? Rispondeva con scioperi, tradimenti e ricatti. Continuassero pure. C’era chi ci pensava. Tutto sarebbe andato a posto prima di quanto si credeva.

Così brontolava la madre di Elvira, così cominciò l’Egle, che vedeva tutti e sapeva ogni cosa di tutti. «Noialtri», diceva, e noialtri era il padre, era il salotto, era la villa. - Chi più di noialtri ha sofferto della guerra? La nostra casa di Torino è sinistrata. Il portinaio c’è rimasto. Ci tocca vivere quassù. Mio fratello è tornato a combattere. Da due anni si espone e combatte. Perché questi sovversivi ce l’hanno con noi?

- Che sovversivi?

- Ma tutti. La gente che ancora non capisce perché siamo in guerra. I teppisti. Ne conosce anche lei. [p. 61 modifica]Disse questa, strizzandomi gli occhi e reclinando il capo, com’era il suo vezzo.

- Non conosco teppisti, - tagliai, - conosco gente che lavora.

- Ecco, s’arrabbia, - mi guardò divertita. - Sappiamo che va all’osteria, sappiamo chi ci trova...

- Cose da pazzi, - tagliai corto, - e chi sarebbero i teppisti?

Egle tacque, e abbassò gli occhi con un’aria sostenuta.

- Di teppisti, - le dissi, - conosco soltanto quelli che ci hanno messo in guerra e che ancora ci sperano.

Mi fece gli occhiacci, ansimando. Pareva una scolara presa in fallo e inferocita.

- Suo fratello non c’entra, - le dissi. - Suo fratello è un illuso, che paga per gli altri. Ma almeno ha coraggio. Che quegli altri non hanno.

- Lei ne ha molto, - disse l’Egle, rabbiosa.

Cosi ci lasciammo. Ma la storia dell’osteria cominciava appena. Un giorno che entrai in cucina e l’Elvira sbatteva una panna (era il suo regno la cucina, e voleva sedurmi col dolce; ma la madre non vedeva di buon occhio lo spreco), le dissi: - Qui la fame non arriva.

Lei rialzò il capo. - Non si trova più niente. Né uova né burro, neanche a pagarli. Comprano tutto questa gente che prima mangiavano patate bollite.

- Ne avessimo sempre, - risposi.

L’Elvira andò al fornello, corrugando la fronte. Mi voltava la schiena.

- Comprano tutto le osterie dove si passa la notte a far baldoria.

- E si dorme per terra, - dissi.

- Io non voglio sapere, - sbottò l’Elvira voltandosi. - Ma non è gente come noi.

- Credo bene, - le dissi, - vale molto più di noi.

Si teneva la gola, con gli occhi indignati.

- Se è per le donne e per il vino, chieda a Belbo, - ripresi, - lui va d’accordo come me con questa gente. Non ci sono che i cani per giudicare il prossimo.

- Ma sono...

- Sovversivi, lo so. Meno male. Crede che al mondo non ci stiano che i preti e i fascisti? [p. 62 modifica]Perché dicessi queste cose, l’ho scordato da un pezzo. So soltanto che Cate non s’era sbagliata dicendomi ch’ero cattivo, superbo e che avevo paura. Aveva anche detto ch’ero buono contro voglia. Questo non so. Ma con ciascuno dicevo cose opposte, cercavo sempre di sembrare un altro. E sentivo che il tempo stringeva; che tutto era inutile, vano, già scontato. Quel mattino del battibecco con l’Elvira, ci fu un allarme repentino, a mezzogiorno. La collina, la valle, Torino in distanza, tutto zitti sotto il cielo. Ero fermo in frutteto. Mi chiesi quanti cuori in quell’attimo cessavano di battere, quante foglie sussultavano, quanti cani s’appiattivano al suolo. Anche la terra, la collina e la sua scorza, dovette rabbrividire. Capii d’un tratto quanto fosse sciocco e futile quel mio compiacermi dei boschi, quell’orgoglio dei boschi che nemmeno con Dino smettevo. Sotto il cielo d’estate impietrito dall’ululo, capii che avevo sempre giocato come un ragazzo irresponsabile. Che cos’ero per Cate altro che un bimbo come Dino? Che cos’ero per Fonso, per gli altri, per me?

Attesi un pezzo con tremore e ansia il ronzio dei motori. L’angoscia dei giorni, insopportabile in quell’ora, solamente un fatto grosso, irreparabile, poteva cacciarla. Ma non era questo il mio solito gioco, il mio vizio? Pensai a Cate, Fonso, Nando, ai disgraziati di Torino, che attendevano ammucchiati nei rifugi come in tante catacombe. Qualcuno scherzava, qualcuno rideva. - La pasta viene lunga, - dicevano.

Sangue e ferocia, sottosuolo, la boscaglia: queste cose non erano un gioco? Non erano come i selvaggi e i giornaletti di Dino? Se Cate morisse, pensavo, chi pensa a suo figlio? chi saprà più se è figlio suo o figlio mio?

Lo strepito di una pompa mi fece sobbalzare. Venne fuori l’Elvira e disse: - È in tavola.

Silenziosi - con l’allarme la radio taceva - ci sedemmo, l’Elvira di fronte, la vecchia a lato, come sempre. La vecchia si fece il segno della croce. Nessuno parlò. Snodare il tovagliolo, toccar le posate, mangiare, mi parve un gioco, un gioco futile. Verso l’una cessò l’allarme. Sobbalzammo, quasi sorpresi. L’Elvira mi mise nel piatto un’altra fetta di torta. [p. 63 modifica]XI, L’estate finiva. Si cominciavano a vedere contadine per i campi, c le scalette contro i tronchi dei frutteti. Adesso con Dino non uscivamo dal prato: c’eran le pere, c’era l’uva, c’era il campo di meliga. Venne la nuova dello sbarco in Calabria. La notte, discussioni accanite. Il fatto grosso, irreparabile, accadeva. Dimque proprio nessuno tentava nulla? Dovevamo finire così? L’otto settembre d sorprese che con Gregorio abbacchiavamo le noci. Prima passò sulla strada un autocarro militare, che ululava alle curve e levò un polverone. Veniva da Torino. Dopo un attimo, altro schianto e altro fragore: un secondo autocarro. Ne passarono cinque. La polvere giunse fin tra le piante, nell’aria limpida della sera. Q guardammo in facda. Dino corse in cortile. Sull’imbrunire giunse Cate. - Non sapete? - gridò dalla strada. - LTtalia ha chiesto oggi la pace. Alla radio la voce monotona, rauca, incredibile, ripeteva macchinalmente ogni cinque minuti la notizia. Cessava e riprendeva, ogni volta con uno schianto di minaccia. Non mutava, non cadeva, non aggiungeva mai nulla. C’era dentro l’ostinazione di un vecchio, di un bambino che sa la lezione. Nessimo di noi disse nulla If per 11, tranne Dino che batté le mani. Restammo sconcertati, come prima al passaggio dei cinque autocarri. Cate d disse che a Torino nei caffè e per le strade radio-Londra sbraitava e grandi crocchi applaudivano. C’era stato uno sbarco a Salerno. Si combatteva dappertutto. - A Salerno? non a Genova? - C’eran cortei, dimostrazioni. - Non si capisce cosa facciano i tedeschi, - disse Cate. - Se ne andranno, si o no? 63 Digitized by v^ooQle [p. 64 modifica]- Non sperarci, - le dissi, - neanche volendo non potrebbero.

- Tocca ai nostri soldati, - disse la vecchia, - tocca a loro adesso.

Il vecchio Gregorio taceva, senza perdermi di vista. Era anche lui come un bambino stupefatto. Mi lampeggiò la buffa idea che anche il vecchio maresciallo che quella sera ci buttava allo sbaraglio, anche i suoi generali, ne sapessero quanto Gregorio e stasera pendessero smarriti dalla radio come me e come lui.

- Ma a Roma, - dissi, - a Roma che cosa succede?

Nessuna radio ce lo disse. Cate aveva sentito in città che a quest’ora gli inglesi l’avevano occupata, che bastava un migliaio di paracadutisti per congiungersi coi nostri e far fronte ai tedeschi. - Saranno scemi, quei ministri, ma alla pelle ci tengono.

L’hanno previsto, sta’ sicuro, - disse Cate.

- E Nando e Fonso, - chiesi a un tratto, - non arrivano?

È questo che han sempre voluto. Saranno contenti.

- Non li ho veduti, - disse Cate. - Sono corsa a parlarvi.

Nando e Fonso non vennero quella sera. Venne Giulia ansimante. Disse che in fabbrica c’era stato comizio per raccogliere armi, che Fonso aveva fatto un discorso, che si parlava di occupare le caserme. In periferia s’eran sentite fucilate. Si sapeva che bande di borsari neri avevano saccheggiato un magazzino militare, che i tedeschi vendevano le divise ai fasdsti e scappavano travestiti.

- Torno a Torino, - disse Giulia. - Arrivederci.

- Di’ a quelle altre che vengano su, - gridò la vecchia. - Dillo a Fonso, a quei matti. Vanno a succedere dei brutti giorni.

- Non è niente, - disse Cate esaltata. - Questa volta finisce davvero. Basta resistere pochi giorni.

- Non ci saranno più incursioni, - dissi brusco.

Quando fui per andarmene a cena, Dino ci fece rider tutti.

- È finita la guerra? - domandò con un filo di voce.

L’indomani ero in piedi all’alba. Di Roma, nessuna notizia. La nostra radio trasmetteva canzonette. Dall’estero, i soliti bollettini di guerra. Lo sbarco a Salerno, lo specchio d’acqua brulicante di trasporti: l’operazione era tuttora in corso. L’Elvira ascoltò accanto a me, tesa e pallida. Facevamo gruppo, davanti alla radio.

Dissi a un tratto: - Non so quando torno, - e me ne andai.

Per riempire la vuota mattina presi la strada di Torino. [p. 65 modifica]Incontrai qualche raro passante, un ciclista che saliva affaticato. Tra i versanti, in fondo, Torino fumava tranquilla. Dov’era la guerra?

Le notti di fuoco parevano una cosa remota, già incredibile. Tesi Torecchio se si sentivano autocarri.

A Torino i giornali portavano in grossi titoli la resa. Ma la gente aveva l’aria di pensare ai fatti suoi. Negozi aperti, le guardie civiche ai crocicchi, i tram correvano. Nessuno parlava di pace. All’angolo della stazione un gruppetto di tedeschi disarmati caricava mobilio su un camion: sfaccendati assistevano al trasloco. «Non si vedono i nostri, - pensai. - Sono tutti consegnati in caserma per lo stato d’assedio».

Tendevo l’orecchio e sbirciavo negli occhi i passanti. Tutti andavano chiusi, scansandosi. «Forse è stata smentita la notizia di ieri e nessuno vuol ammettere di averci creduto». Ma due giovanotti sotto il portico del Cristallo gridavano in mezzo a un crocchio e accendevano un giornale spiegato che un cameriere voleva riprendergli.

Qualcuno rideva.

- Sono fascisti, - disse un altro, sull’angolo, tranquillo.

— Picchiateli, ammazzateli, - urlava una donna.

Le notizie le seppi sulla porta del bar. I tedeschi occupavano le dttà. Acqui, Alessandria, Casale erano prese. - Chi lo dice? - I viaggiatori in arrivo.

- Se fosse vero, non andrebbero i treni, - dissi.

- Non conosce i tedeschi.

- E a Torino?

— Verranno, - disse un altro ghignando, - a suo tempo. Fanno tutto con metodo. Non vogliono disordini inutili. I massacri li faranno con calma.

— Ma nessuno resiste? - dissi.

Sotto il portico crebbero gli urli e il tumulto. Uscimmo fuori.

Uno dei due, in piedi su un tavolino, arringava la gente, che assisteva beffarda o scantonava. Due si picchiavano contro un pilastro, e la donna strillando insolenze cercava d’intromettersi. - Il governo della vergogna, - gridava l’oratore, - del tradimento e della disfatta, vi chiede di consumare l’assassinio della patria -. Il tavolino traballava; dalla folla si levarono invettive.

— Venduto ai tedeschi, - gridavano.

C’erano dei vecchi, delle serve, dei ragazzi, un soldato. Pensavo a Tono e a quel che avrebbe detto lui. Urlai qualcosa all’ [p. 66 modifica]oratore anch’io, e in quel momento la folla ondeggiò e si scompose, qualcuno gridava: - Fate largo o vi ammazzo Rintronarono due colpi, fragorosi sotto il portico; la gente cadde, si squagliò; tintinnarono i vetri in frantumi; e lontano, in mezzo alla piazza, vidi ancora quei due che si davano calci, e la donna assalirli.

Quei due spari mi cantarono a lungo nel cervello. Mi allontanai per non farmi sorprendere ma adesso sapevo perché la gente non parlava e scantonava. Andai alla mia scuola, nella via tranquilla e vuota. Speravo di trovarci qualcuno, visi noti. «Fra un mese d saranno gli esami», pensavo. Il vecchio Domenico mise fuori la testa.

- Novità, professore? Ci portate la pace?

- La pace è un uccello. È già venuta e ripartita.

Domenico scosse la testa. Batté la mano sul giornale. - Non basta dirle certe cose.

Dei tedeschi non aveva sentito dir nulla. - Ci sanno fare, - disse subito, - ci sanno. Ma neh, professore, che tempi quando c’era quell’altro -. Abbassò la testa e la voce. - Avete sentito cosa dicono?

Che deve tornare.

Mi allontanai con quella nuova spina in corpo. C’era un’intesa tra me e Cate, che ogni giorno lei scendeva dal tram e si guardava intorno, se per caso fossi sceso a Torino. Mi misi sull’angolo e attesi. Passò l’ora e non venne. Sentii invece altri discorsi, e confermavano la voce che i tedeschi occupavano i centri e disarmavano i nostri. - Ma resistono i nostri? - Chi sa. A Novi c’è stata battaglia.

- Si capisce. Sono a Settimo. Un’intera divisione corazzata che avanza.

- Ma cosa fa il nostro Comando?

Un caffè accanto apri la radio e dopo molto raschiare si senti una canzone ballabile. Si formò un crocchio. - Prendi Londra, - gridavano.

Venne Londra, in francese; poi altri raschi esasperanti.

Una voce italiana, da Tunisi. Lesse eccitata un bollettino, sempre il solito. L’avanzata dei russi, lo sbarco a Salerno; l’operazione era tuttora in corso. - Cosa dicono a Roma? - gridammo. - Cosa succede in casa nostra? Vigliacchi.

- A Roma ci sono i fascisti? - strillò ima voce.

- Vigliacchi, venduti.

Sentii prendermi il braccio. Era Cate. Sorrideva il suo vecchio sorriso, Uscimmo dal crocchio. [p. 67 modifica]- Te ne sei ricordata, - dissi.

Traversammo la piazza. Cate parlava a voce bassa e sorrideva freddamente.

- La situazione è da matti, - disse. - È la giornata più tremenda della guerra. Il governo non c’è. Siamo in mano ai tedeschi.

Bisogna resistere.

Correvamo oltre Dora. - Cosa vuoi fare? - le dicevo. - È questione di giorni. Interessa agli inglesi far presto. Più che a noi.

- Hai sentito la radio tedesca? - disse Cate. - Trasmettono gli inni fascisti.

Arrivammo in quel cortile del comizio. Sembrava ieri, era passato più di un mese. Non c’era nessuno. Cate parlò con le vicine, dal balcone.

Finalmente arrivarono Giulia e la sposa di Nando. - Non sono tornati? - La sposa di Nando s’abbandonò contro la porta. - Sta’ tranquilla, - le dissero. - Vuoi che un uomo tomi a casa a far cosa quest’oggi? Era un po’ peggio in Albania.

Lei esclamò: - Sono ragazzi, sono matti.

Riaprimmo la radio. Nessuna notizia.

- Se si fanno arrestare, - gemeva la sposa, - poi i tedeschi li hann o in mano.

- Scema, - le gridò Cate, - non li hanno ancora presi.

Mi dissero allora che nella notte un pattuglione aveva rotto un comizio, e che Tono era stato arrestato. - Hanno voluto liberarlo, — disse Giulia, - vedrai.

Cate doveva ritornare all’ospedale. Mangiammo qualcosa, seduti sul letto.

- Vengo anch’io, - le dissi. Chi non mangiava era la sposa:

camminava in su e in giù nella stanza. «E sembrava la più coraggiosa, — pensai. - Non sono tempi da sposarsi. Meglio Cate che almeno non vuol bene a nessuno».

Andammo insieme verso il tram. Cate mi disse: - Torni a casa?

Poi guardandosi intorno: - Nessuno si muove. Nemmeno un soldato. Che schifo.

- Noi siamo un campo di battaglia, nient’altro. Non illuderti.

- Tu te ne infischi; - mormorò senza guardarmi, - ma hai ragione. Non hai mai visto far la fame né bruciare casa tua.

- Sono queste le cose che dànno coraggio? [p. 68 modifica]- Te lo diceva anche la nonna. Voialtri non potete capire.

- Voialtri non posso esser io, - tagliai. - Io sono solo. Cerco d’essere il più solo possibile. Sono tempi che soltanto chi è solo non perde la testa. Guarda la Nanda come stringe.

Cate si rabbuiò fermandosi. - No, tu non sei come la Nanda,

- disse. - Non ti scomodi, tu. Ci vediamo stasera.

- Torna presto, - gridai.

Di nuovo la strada, il frutteto, le donne. La collina fresca e tranquilla, i discorsi consueti. - Forse i tedeschi non verranno fin quassù, - dissi all’Elvira. Chiesi dell’Egle, se era sempre ficcanaso.

- Perché?

- Lo sappiamo bene, - dissi.

Con imo sforzo ascoltai radio-Monaco. I fascisti rialzavano la testa davvero. Voci rabbiose, minacciose. Incitavano il popolo.

- Sono ancora in Germania, è buon segno -. Che radio-Roma non parlasse, mi fece quasi piacere. Vuol dire che i nostri resistono, che i tedeschi non l'hanno ancora presa. La vecchia non diceva parola.

Ci guardava spaventata e scontrosa.

Alle Fontane trovai Cate che mi disse di Fonso e di Nando.

- Sono tornati, sono sani, - disse. - Ma non hanno potuto far nulla. Tono e gli altri sono chiusi alle Nuove.

Ma c’era anche un’altra notizia - che i nostri soldati scappavano, e nessuno si sognava di resistere.

68

Digitized by C^ooQle [p. 69 modifica]XII.

Alzai le spalle anche stavolta. Le alzavo sovente in quei giorni.

Il finimondo sempre atteso era arrivato. Era chiaro che Torino tranquilla in distanza, la solitudine nei boschi, il frutteto, non avevano più senso. Eppure tutto continuava. Sorgeva il mattino, calava la sera, maturava la frutta. M’aveva preso una speranza, una curiosità affannosa: sopravvivere al crollo, fare in tempo a conoscere il mondo di dopo.

Alzavo le spalle ma bevevo le voci. Se qualche volta mi tappavo le orecchie, era perché sapevo bene, troppo bene, quel che avveniva e mi mancava il coraggio di guardarlo in piena faccia. La salvezza appariva questione di giorni, forse di ore, e si stava attaccati alla radio, si scrutava il cielo, d si svegliava ogni mattina con un sussulto di speranza.

La salvezza non venne. Vennero, bisbigliate, le prime notizie di sangue. Ripensai a quell’osteria del Pino dove un giorno di luglio avevo sentito per l’ultima volta abbassare la voce, e ci tornai passo passo, guardandomi alle spalle. Giungendo in un luogo, spede nell’abitato, adesso ci si guardava alle spalle e si tendeva l’orecchio. Non erano ancora stati introdotti i posti di blocco, ma già la minaccia, l’imprevisto, pendevano ovunque. Le strade e le campagne formicolavano di fuggiaschi, di soldati infagottati in impermeabili, stracci, giacchette, scampati dalle città e dalle caserme dove tedeschi e neo-squadristi infuriavano. Torino era stata occupata senza lotta, come l’acqua sommerge un villaggio; tedeschi ossuti e verdi come ramarri presidiavano la stazione, le caserme; la gente andava e veniva stupita che nulla accadesse, nulla mutasse; non tumulti, non sangue per le vie; solamente, incessante, [p. 70 modifica]messa, sotterranea, la fiumana di scampati, di truppa, che colava per i vicoli, nelle chiese, alle barriere, sui treni. Altre cose strane accadevano. Lo seppi da Cate, da Dino, dai loro bisbigli e ammicchi d’intesa. Fonso e gli altri incettavano armi, svaligiavano magazzini e ripostigli; qualcosa nascosero anche alle Fontane. Nei sobborghi, abiti borghesi piovevano dalle finestre sui soldati in fuga. Dove finivano quelli scampati ai tedeschi? Chi ci arrivava, si capisce, a casa sua; ma gli altri, i lontani da casa, i siciliani e calabresi, i risucchiati dalla guerra, dove passavano i giorni e le notti, dove si fermavano a vivere? — Qui se la guerra non finisce subito, — dissi all’Egle e all’Elvira, — ci diamo tutti al brigantaggio — . Lo dissi cosî, per vederle agitate. E aggiunsi: — Gli sta bene alle case borghesi, alle ville dei generali che si son messi coi tedeschi — . Ma poi discorrendo con Cate lei mi disse di smetterla. Seppi da Dino, ch’era sempre in strada, che alle Fontane ci passava molta gente — qualcuno intravidi anch’io, arrivando in certe ore — barbuti, stracciati, affamati. Qui c’era sempre o la Giulia o la moglie di Nando stesso, e i fuggiaschi parlavano, confabulavano, sbocconcellavano pane. Dino giurò ch’era passato anche un inglese, un prigioniero di guerra, che sapeva soltanto dire ciao. Quel disordine ormai familiare, quel tacito dibattersi e franare di gente, era come uno sfogo, una brutta rivalsa alle notizie intollerabili della radio e dei giornali. La guerra infuriava lontano, metodica e inutile. Noi eravamo ricaduti, e questa volta senza scampo, nelle mani di prima, fatte adesso pit esperte e più sporche di sangue. Gli allegri padroni di ieri inferocivano, difendevano la pelle e le ultime speranze. Per noi lo scampo era soltanto nel disordine, nel crollo stesso di ogni legge. Essere preso e individuato era la morte. La pace, una pace qualsiasi, che nell’estate c’era parsa augurabile, adesso appariva una beffa. Bisognava affrontare quel nostro destino fino in fondo. Come sembravano lontane le incursioni. Cominciava qualcosa di peggio degli incendi e dei crolli notturni.

Sentii parlarne all’osteria del Pino, dove arrivavo di soppiatto perché era un luogo di passaggio. Tendevo l’orecchio se si fossero visti tedeschi o fascisti. Ci trovai un mattino un soldato — aveva ancora gli scarponi e le fasce — dal consunto impermeabile sul torso nudo. Era un ragazzo di Toscana, rideva dal fondo degli occhi. Parlava, cianciava con noialtri avventori, e raccontava la sua marcia dalla Francia, dieci giorni di fuga, nominava i compagni, [p. 71 modifica]rideva, sperava di arrivare in Valdarno. Non ci chiese da mangiare né da bere. Era pallido, semibarbuto, ma si doveva esser già inteso con la ragazza del locale che, infagottata e strabica, se lo covava con gli occhi da dietro il banco.

— Il fondovalle era guardato da quei bastardi, — diceva. — Mai passare in terreno scoperto. Sparavano. Ho veduto bruciare tanti paesi.

— Ma non c’è mica stata guerra su in montagna, — disse un tale.

— Che guerra. Rappresaglie, — disse un altro. — Un paese nasconde un soldato e i tedeschi gli dànno fuoco.

— Una notte, su un ponte... — raccontava il toscano, e sogguardava la ragazza.

Tutti ascoltammo, inghiottendo la saliva. Il toscano chiese una deca, divertito. Vennero altre storie. Ne raccontarono gli avventori, contadini pacati. Storie fredde, incredibili, arresti di donne e bambini per prendere l’uomo, bastonature finite con un salto dalle scale, raccolti devastati, estorsioni, cadaveri in piazza con la deca tra le labbra.

— Era meglio la guerra, — dicevano. Ma tutti sapevamo che la guerra era questa.

— Speriamo che il tempo si mantenga al bello, — disse il toscano.

Andai sovente da solo per le strade consuete, evitando le Fontane, Dino, Cate e i suoi discorsi; ma il discorso e l’affanno cui siamo ormai incalliti, rinascevano allora dappertutto, stimolati da un’ansia d’incredibilità, da una residua speranza, da un egoismo ancora lecito. Ora che anche quei giorni sembrano un sogno e salvarsi non ha quasi piú senso, c’è in fondo a tutti gli incontri e i risvegli una pace disperata, uno stupore di esser vivi ancora un giorno, ancora un’ora, che mette allegria. Non si hanno piú molti riguardi, né per sé né per gli altri. Si ascolta, impassibili.

Senza volerlo, mi svegliavo all’alba c correvo alla radio. Non ne parlavo con l’Elvira e con la madre. Scorrevo il giornale. Ogni notizia allontanava di mesi la fine. Torino in fondo alla valle mi faceva paura. Ormai nemmeno il fuoco e i crolli — che non vennero — bastavano piú a spaventarci. La guerra era scesa tra noi, dentro le case, per le vie, nelle prigioni. Pensavo a Tono, alla sua grossa testa china, e non osavo chiedermi cosa fosse di lui.

L’Elvira e la madre mi trattavano materne, un po’ torve, sommesse. C’era una pace, in quella casa, un rifugio, un calore come [p. 72 modifica]d’infanzia. Certe mattine, alla finestra, guardando le punte degli alberi, mi chiedevo fin quando sarebbe durato quel mio privilegio. Le tendine bianche, fresche, si aprivano sulle foglie profonde e sul versante lontano dov’era un prato in mezzo ai boschi e forse qualcuo dormiva all’addiaccio. Da quanti anni lo vedevo ogni mattina, verde d’erba o irrigidito nella neve? Sarebbero ancora esistite queste cose, dopo?

Cercai di studiare, di leggere libri. Pensai di mettermi con Dino e insegnargli le scienze. Ma Dino era anche lui parte del mondo stravolto; Dino era chiuso, inafferrabile. Mi ero accorto che stava più volentieri con Fonso o con Nando che con me. Dissi a Cate di mandarmelo alla villa ogni mattina, di non lasciarlo cosi solo sulle strade: seduto con me a un tavolo, si sarebbe applicato. Tanto le scuole non le avrebbero nemmeno riaperte.

— Ma si, — disse Nando, — te lo levi dai piedi. Che almeno studi, lui che può.

Faceva già fresco, quella sera. Stavamo in cucina, tra le pentole e il lavandino. Fonso non c’era e non c’erano le ragazze. Senza Fonso il discorso languiva. Più nessuno parlava per discutere, in quei giorni. Quando eravamo cosi insieme, nella luce, li sbirciavo di sottecchi — le smorfie di Dino, i silenzi delle donne — e la cosa più viva, più accesa, erano gli occhi baldanzosi di Nando, quegli occhi giovani che della guerra che avevano visto non serbavano traccia. Adesso sua moglie era incinta — c’eran riusciti, senza letto e senza casa — e in lui questa smania s’aggiungeva all’orgasmo della politica.

— Professore, farete scuola a mio figlio? — diceva ridendo, ma l’allegria, la speranza erano tese, disarmate; la moglie ci guardava imbronciata.

Me ne andavo al primo canto di grilli; il coprifuoco lassù non arrivava, ma tant’è quei sentieri mi scottavano sotto. Per le strade di Torino la notte crepitavano fucilate spavalde, i «chi va là» dei ragazzacci, dei banditi che tenevano l’ordine — anche il gioco e la beffa ormai sapevano di sangue. Pensavo a Tono, già caduto in quelle mani, al sorriso sornione di Fonso quando riparlava di lui. Fonso appariva d’improvviso alle Fontane, qualche volta anche di giorno; gli chiesi se l’orario all’offficina gliel’avevano ritoccato apposta. Lui strizzò l’occhio e tirò fuori un permesso bilingue da fattorino e guardiano notturno. Di tutti era il solo che non si [p. 73 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/77 [p. 74 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/78 [p. 75 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/79 [p. 76 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/80 [p. 77 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/81 [p. 78 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/82 [p. 79 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/83 [p. 80 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/84 [p. 81 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/85 [p. 82 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/86 [p. 83 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/87 [p. 84 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/88 [p. 85 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/89 [p. 86 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/90 [p. 87 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/91 [p. 88 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/92 [p. 89 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/93 [p. 90 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/94 [p. 91 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/95 [p. 92 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/96 [p. 93 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/97 [p. 94 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/98 [p. 95 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/99 [p. 96 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/100 [p. 97 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/101 [p. 98 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/102 [p. 99 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/103 [p. 100 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/104 [p. 101 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/105 [p. 102 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/106 [p. 103 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/107 [p. 104 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/108 [p. 105 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/109 [p. 106 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/110 [p. 107 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/111 [p. 108 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/112 [p. 109 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/113 [p. 110 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/114 [p. 111 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/115 [p. 112 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/116 [p. 113 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/117 [p. 114 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/118 [p. 115 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/119 [p. 116 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/120 [p. 117 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/121 [p. 118 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/122 [p. 119 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/123 [p. 120 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/124 [p. 121 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/125 [p. 122 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/126 [p. 123 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/127 [p. 124 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/128 [p. 125 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/129 [p. 126 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/130 [p. 127 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/131 [p. 128 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/132 [p. 129 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/133 [p. 130 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/134 [p. 131 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/135 [p. 132 modifica]Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/136