Saggio sulla rivoluzione/Capitolo V

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Capitolo V.

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Capitolo IV Avvertenza
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Capitolo Quinto



XVIII. Risorgimento d’Italia. — XIX. Educazione pubblica. — XX. Bandiera e formola.


XVIII. Nei primi capitoli di questo saggio abbiamo cercato quelle leggi di natura e quei principii, non già deduzioni d’un ragionamento basato su di arbitrarii accordi e strani supposti, ma attributi della natura stessa, effetti inviariabili dell’indole umana. Principii che una società non può riconoscere come veri, senza prima percorrere lunga, scabrosa ed intricata via, per cui il fugace utile immediato ed i pregiudizii, facendo ombra al suo intelletto, la costringono a serpeggiare. In seguito abbiamo discorso del cospirare, dell’insorgere, mezzi di cui si valgono le nazioni onde sgombrare con fremito il cammino dalle incomode rovine del passato. Non ho creduto proporre un modo nuovo di cospirare, e dar norma ai primi passi della rivoluzione, ma bensì fu mio proposito il dimostrare logori i mezzi sino ad ora usati, e determinare, non quale dovrebbe essere, ma quale inesorabilmente sarà lo sviluppo ed il modo di adoperare delle varie forze che possiede la società. E porto ferma opinione, che la vera rivoluzione, il vero trionfo della democrazia, che suona trionfo del proletariato, non si otterrà con altri mezzi se non con questi, né si conquisterà la libertà, che liberamente operando. [p. 210 modifica]

Il sottostare a forza maggiore è necessità; il rinunziare volontariamente ad una parte o a tutta la libertà, non è prova di spiriti liberi, ma d’inclinazione al servaggio. Chi vende i proprii convincimenti ha cuore depravato, ma più libero di colui che volontariamente li abdica. Quello rinunzia alla libertà per un guadagno, patteggia col nemico, questi per indole; l’uno, trovando il suo meglio, saprà riacquistarle e valersene, l’altro eziandio volendolo, nol potrà fare. È vano il dire che sarà cosa pregievole rinunziarvi per amor di patria, imperocchè il sommo bene della nazione altro non è che l’assoluta libertà, che essendo costituita non dai limiti imposti alla libertà individuale, ma dal pieno sviluppo di essa, rinunziare alla propria libertà per accrescere quella della patria, è lo stesso che mutilarlo, per renderla intera; è un assurdo. Agli Italiani è mestieri di educarsi a libertà; ma educatori e libertà sono materie eterogenee che si escludono affatto. La libertà non può apprendersi; essa è sentimento, e nessuno può darci sensazioni non nostre. Per educarsi a libertà bisogna vivere, per quanto possiamo, liberamente; in tal guisa ognuno, educando sè medesimo, educa tutti, e tutti compiono l’educazione d’ognuno. Da ciò risultano spontanee le cospirazioni, le congiure, ma senza idoli, senza patroni, senza padri; niuno pretenderà comandare, come niuno si piegherà ad ubbidire. Se la nazione devierà ancora dalla linea retta, se ancora non è abbastanza assennata dall’esperienza, potranno de’ strani connubii, delle strane combinazioni aver luogo, ma essa non raggiungerà con questi mezzi la sua piena libertà e la grandezza a cui è destinata.

Additate le piaghe della società, i diritti di chi soffre, le usurpazioni di chi gode; dimostrata la necessità di estirpare fin l’ultima barba della presente [p. 211 modifica]costituzione sociale, di sgombrare il suolo delle sterminate macerie dei pregiudizii, di leggi, di opinioni ammucchiate sul diritto di proprietà che gli serve di base, e che poggia a sua volta sugli omeri dell’immensa moltitudine de’ null’abbienti, come rivoluzionario, potrei far fine. La nazione penserà a ricostituirsi. Nondimeno sospingeremo lo sguardo in questo ignoto avvenire e procederemo in esso attenendoci strettamente a’ stabiliti principii.

«I tiranni..... scrive Mario Pagano, col progresso del tempo, dalle continue reazioni degli oppressi, debbono rimanere disfatti. La legge è immutabile, l’ordine è costante, la pena è certa; benchè col piè di piombo, giunge al fine.»

Ora che scrivo, la miseria cresce ogni giorno; i governi moderati, corruttori e codardi in putredine vanno consumandosi, la tirannide mostrasi, perchè minacciata, terribile ed ingorda, e così la sua azione affretta l’immancabile reazione. I popoli intolleranti dello stato presente, fremono, il movimento non tarderà; e non già, come pretendono i dottrinarii, il popolo più dotto e più incivilito, ma il più oppresso, darà il segnale della battaglia. La questione economica, quasi in tutta Europa prevale, non solo fra i dotti, ma nella plebe, la questione politica n’è stata quasi del tutto eclissata.

Cominciato lo sbaraglio, vedremo il popolo, da’ suoi dolori sospinto, con abbandonate redini precipitarsi nei pericoli, ma le sue prime orme saranno incerte, vacillanti; esso non saprà scorgere il vero nemico, nè colorire i suoi disegni. In questi momenti la riuscita, l’indirizzo della rivoluzione, dipenderanno da quella gioventù intelligente, che fornisce non dotti ma illuminati combattenti di cui il popolo naturalmente si fa testa. Se questi desiderano il vero bene della patria, dovranno senza far gruppi o sette, ma ognuno secondo [p. 212 modifica]le ispirazioni del proprio genio, darsi a tutt’uomo, non già a calmare, ma a sfrenare per quanto può le passioni del popolo, e dando forma ai suoi desiderii, additargli il nemico. Colui che dopo tanti tristi e sanguinosi casi, che i popoli, nel fare transazioni e contentarsi di rimedii mezzani, patirono, in luogo di mirare alla riforma completa degli ordini sociali, broglia per afferrare una carica, o per donare i poteri a qualche suo idolo, e tutto fede spera che un uomo compia la rivoluzione, ammorzando l’effervescenza popolare, presenti il dorso al bastone della tirannide, egli altro non è che vilissimo schiavo, mascherato col saio del repubblicano.

Ci faremo ora a compendiare quanto dicemmo del passato e del presente, dei mali sociali e de’ rimedii, delle usurpazioni della tirannide e dei diritti della democrazia. Così rileveremo le provvidenze da prendersi, le riforme d’adottarsi.

Son quasi quattro secoli di schiavitù; e durante quest’epoca quanti inutili tentativi, quanto sangue inutilmente sparso!!! I popoli a noi vicini, dopo grandissimi sforzi non sono riusciti a migliorare la loro condizione. È dunque inutile l’insorgere? No. È questo un fatale cammino che il popolo è costretto a percorrere, onde dalle sanguinose esperienze venga condotta alla scoverta degli errori. Raccogliamo adunque i frutti del passato lavoro; gioviamoci di que’ fatti, e sia questa rivoluzione principio d’êra novella, e non già nuova esperienza utile a’ posteri, a noi dannosa.

Che cosa ha fruttato la moderazione? Patibolo, carceri, esilio. I nostri nemici sono inesorabili, ingordi; ad ottenere due gradi di libertà (se la libertà si ottenesse per gradi), e ad ottenerla intera ci è forza sostenere la lotta medesima. Perchè dunque arrestarci ai primi passi? La moderazione ci ha fruttato, forse, la [p. 213 modifica]protezione di qualche altra potenza? Mai no; tutti i governi stranieri apertamente, o con l’inganno, sonosi coalizzati alla nostra rovina. Confidiamo adunque nelle sole nostre forze, e miriamo alla completa distruzione del nemico senza arrestarci alla minaccia; essa altro non è che un’arma nelle mani del minacciato.

Guai se la plebe, contenta di vane promesse, farà dipendere dall’altrui volere le proprie sorti! Essa vedrà molti di coloro che si dicono liberali, umili negli atti, larghi in promesse, con dolci parole adularla, come costumano adulare i tiranni e carpirne il voto. Divenuti onnipotenti ed inviolabili pensano al loro meglio e ribadiscono le catene di lei; ed alla richiesta di pane e lavoro, rispondono come l’assemblea francese rispose nel 48, col cannone. Finchè la società verrà composta da molti che lavorano e da pochi che dissipano, e nelle mani di questi pochi sarà il governo, il popolo deriso col nome di libero e di sovrano, i molti non saranno che vilissimi schiavi.

Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta imperocchè le istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio. Voi, plebe, allorchè crederete avvicinarvi alla meta, ne andrete invece più lontano. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete, gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il suffragio universale è un inganno. Come il vostro voto può esser libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle concessioni del proprietario? Voi indubitatamente voterete, costretti dal bisogno, come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se la miseria vi condanna a perpetua ignoranza, e vi toglie ogni abilità per giudicare degli uomini e de’ loro concetti? Come può dirsi libero un uomo la cui esistenza dal capriccio d’un altro uomo dipende? [p. 214 modifica]

La miseria è la principale cagione, la sorgente inesauribile di tutti i mali della società; voragine spalancata che ne inghiottisce ogni virtù. La miseria aguzza il pugnale dell’assassino; prostituisce la donna, corrompe il cittadino; trova satelliti al despotismo. Conseguenza immediata della miseria è l’ignoranza che vi rende incapaci di governare i vostri particolari negozii, non che quelli del pubblico, e corrivi nel credere tutte quelle imposture che vi rendono fanatici, superstiziosi, intolleranti. La miseria e l’ignoranza sono gli angeli tutelari della moderna società, sono i sostegni sui quali la sua costituzione s’innalza, restringendo in picciol giro l’ampio cerchio dell’universale cittadinanza. Il delitto e la prostituzione, conseguenze inevitabili, sgorgano dal seno di questa società. Bagni e patiboli sono le sue opere, vôlte a punire con raffinata ipocrisia i frutti medesimi delle sue viscere. La statistica, scienza moderna, che mostra come indissolubilmente si legano le varie istituzioni sociali, ha già registrato come la miseria e l’ignoranza non scompagnino mai dal misfatto. Finchè i mezzi necessarii all’educazione e l’indipendenza assoluta del vivere non saranno guarentigia d’ognuno, la libertà è promessa ingannevole.

I nemici che dobbiamo debellare sono molti, è vano l’illudersi; se tutti vorremo combattere da liberi cittadini, vinceremo. Cerchiamo penetrare con lo sguardo attraverso l’atmosfera che i pregiudizii ci hanno addensato intorno, in questo istante che trovasi distrutta la gerarchia sociale, quanto siano mostruose le usurpazioni del ricco, e quanto grandi le miserie del popolo!!... Con qual diritto un ozioso proprietario scialacqua col prodotto di sudori del fittaiuolo, mentre questi appena potrà offrire un pane alla sua povera e laboriosa famiglia? Con quale diritto, in un’officina in cui cento lavorano, uno solo oltre ogni stima arricchisce, non [p. 215 modifica]avendo gli altri, non dico assicurato l’avvenire, ma neanche la benchè minima guarentigia del presente, bastando il capriccio di un solo per affamare centinaia di dipendenti? Distruggiamo codeste mostruosità, col garantire al contadino ed all’operaio il frutto del loro lavoro; e questi e quelli saranno contenti di lasciare per poco la vanga ed il martello ed impugnare il moschetto a difesa degli acquistati diritti. Se la vittoria assicura a tutti l’agiatezza, e la disfatta li ricaccia nella miseria, tutti saranno valorosi. Ecco il segreto di cui si valsero i nostri progenitori per soggiogare il mondo.

Nei passati rivolgimenti sonosi cangiati gli uomini e le forme del governo, ma il principio su cui esso poggia, l’autorità insomma, cangiando nome rimase. Come adunque potevano sparire i mali? Volete cogliere il frutto di tante pene? Diroccate l’antico edifizio sino alle fondamenta, sgomberate il suolo dalle ruine, e su nuove basi riedificate.

Le leggi a cui ubbidiamo sono quelle stesse, che da tredici secoli, da Giustiniano, i despoti ed un ordine privilegiato, quelli che posseggono, hanno create, svolte e curatane l’esecuzione sempre in danno della plebe; e queste leggi che hanno sì bene servita la tirannide, non possono certamente essere utili ad un popolo che vuole esser libero. E però la prima determinazione da prendersi è quella di annullarle tutte; una sola che ne rimanga basterà per dare alla rivoluzione un falso indirizzo, o almeno per ritardarne il naturale progresso.

La forza è l’alto cardine sul quale poggia la tirannide. Qualunque siasi il nome del governo, Dittatore, Triumvirato, Congresso, se esso dispone di forza materiale, saremo schiavi. Non bisogna mai conferire ad altri la facoltà di nuocere. Gli uomini, buono o tristo sia lo scopo a cui tendono, sono o prepotenti, o deboli; questi inetti al governo, quelli oppressori; i primi avendone la forza, opprimono i secondi; ci [p. 216 modifica]abbandoneranno ai loro satelliti. Ognuno, in buona fede, crede che le proprie idee riescano di gran beneficio al paese; e però se avrà la forza d’imporle le imporrà. Lasciamo a tutti libertà di proporre i proprii pensieri, ed a nessuno facoltà d’imporli. L’uomo creato indipendente e libero non dovrà mai servire un altro uomo, ma solo la propria natura, ed il proprio meglio; e se in virtù di questa legge nelle specialità, conviengli alla direzione de’ migliori sottoporsi, non dovrà mai, in forza della legge medesima, lasciare che altri stabilisca i rapporti della società di cui fa parte, e dia norma a tutto il suo vivere. I diritti di ognuno limitano di fatto la sfera d’azione de’ diritti altrui, le naturali inclinazioni ne distribuiscono le incombenze, e da questa libertà che altri limiti non conosce che l’altrui libertà, ne risulta l’armonia sociale. Chiunque pretende governarmi, chiunque pretende che io mi uniformi alle sue idee, alle sue abitudini, è uno stolto tiranno. Ad ottenere ciò dovrebbe trasfondere in me la sua sensibilità, le sue idee.

Or dunque, considerando questi veri come i punti di riscontro del nostro avvenire, verremo traducendoli m pratica esponendo le provvidenze, che sul retto sentiero indirizzeranno la rivoluzione, assicurando sin dai primi istanti il suo magnifico e semplicissimo procedere:

1.° Tutte le leggi, i decreti, le cariche, le incombenze insomma, tutte le esistenti istituzioni sociali, rimangono da quest’istante annullate.

a) Ogni contratto il quale non sussiste per la libera volontà delle due parti contrattanti, è sciolto;
b) Le tasse ed ogni specie di gravezze, imposte dal passato governo, sono annullate. Non vi sarà che un’imposta unica sulla ricchezza, da un congresso italiano ripartita sui comuni, dai consigli comunali ripartita sui cittadini.
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Questa prima provvisione spezzando le ritorte da cui eravamo avvinti ci ridona la piena libertà delle membra, indispensabile a sostenere la gran lotta in cui dovremo impegnarci. Nè la vittoria sarà mai possibile, se combatteremo impastoiati fra leggi ed istituzioni volte a sgagliardirci e toglierci qualunque libertà di operare. Nè qui finiscono gli effetti di tale provvedimento; l’abolizione delle tasse, ecc. produrrà, cosa indubitata, un ribasso sul prezzo degli oggetti di prima necessità, ed il minuto popolo sentirà, dal nuovo ordine di cose, immediatamente sgravarsi dalle tante imposizioni da cui era oppresso, e quindi troverà cosa importantissima il difenderle ed assicurarle in avvenire. In tal guisa con un semplice decreto avremo ridonato al popolo tutta la sua forza, e creato il movente, che unificandone eziandio la volontà, lo sospinge alla difesa della patria.

Inoltre, se il concedere altrui il governo assoluto della cosa pubblica ci ricaccia nella miseria, e ci abbandona al dispotismo, il disordine conduce parimente alle conseguenze stesse; e però alla rivoluzione bisogna assegnare un fine così ampio ed incontrastabile da essere certi che nessuno possa durar fatica a riconoscerlo, o nessuno rinnegarlo. Quindi stabilire come punti di riscontro, come limiti e guarentigie della libertà, le leggi inviolabili della natura, le quali daranno norma, e determineranno tutte le provvisioni volte ad organare e dirigere le forze della nazione al conseguimento del fine prefisso. I due seguenti decreti basteranno per tradurre in fatti le idee esposte.

2.° Il fine che si propone la rivoluzione è quello di sgomberare l’Italia da’ stranieri, qualunque lingua essi parlino, e da tutto ciò che viola l’indipendenza, la libertà individuale. La guerra sarà protratta per forza finchè questo fine non sia compiutamente conseguito. [p. 218 modifica]

I principii da noi espressi nel terzo capitolo di questo saggio, resi di pubblica ragione sino dai primi istanti della rivoluzione, verranno presentati, in ogni comune, all’accettazione del popolo; che riconoscendoli come base del nuovo patto sociale, dichiarerà reo di lesa nazione chiunque attenterà di violarli. Se un tale decreto verrà bandito dal popolo, la rivoluzione da quell’istante sarà assicurata, la libertà e la grandezza d’Italia indubitata. Se poi uno solo di questi principii è rigettato, o ristretto, la rivoluzione non si compirà, verrà conseguito qualche cangiamento di forme, ed il popolo s’incamminerà, meritamente, in un nuovo corso di miserie, di dolori e di vizi.

Ridonata al popolo la sua piena libertà, creato il movente delle sue imprese, determinato il fine da conseguirsi, stabiliti i limiti dell’autorità, le guarentigie ed i diritti del popolo, la rivoluzione, senza tema d’essere fuorviata, potrà procedere nel suo corso, e poche e semplicissime provvidenze basteranno ad assicurare il suo progresso energico ed ordinato.

1.° Tutti i cittadini, qualunque ne sia il sesso, l’età, pongono sè medesimi e le loro sostanze a disposizione della patria, finchè non siasi ottenuto la prima vittoria sui nemici di essa.

2.° Ogni comune verrà amministrato da un consiglio comunale formato da un numero di consiglieri stabilito dai cittadini medesimi. I consiglieri verranno eletti a suffragio universale, e saranno revocabili dagli elettori e soggetti al loro sindacato. Il consiglio, affinchè i comandamenti del popolo siano mandati ad effetto con la massima energia possibile, trasmetterà il proprio mandato ad un individuo che eleggerà nel suo seno, riserbandosi in ogni tempo, il diritto di revoca, e di sindacato. [p. 219 modifica]
a) La podestà politica e la giudiziaria risiederanno sul popolo del comune. L’ultima potrà conferirsi ad un certo numero di cittadini eletti dal popolo, che non cesserà di essere il supremo tribunale, al quale i giudicati potranno appellarsi.
b) La speciale incombenza del consiglio comunale è quella di raccogliere ed apparecchiare nel comune tutte le risorse materiali, richieste dal nazionale congresso.

3.° Il congresso nazionale verrà eletto coi principi medesimi; cioè suffragio universale e diritto di revoca e di sindacato agli elettori. Come i consigli comunali, questo congresso potrà trasmettere il proprio mandato ad uno solo eletto dal proprio seno, riserbandosi sugli eletti i medesimi diritti accennati pei consiglieri comunali.

a) Le incombenze di questo congresso saranno di rappresentare l’Italia verso le potenze straniere; potrà conchiudere trattati, ma essi non avranno effetto senza previa approvazione del popolo.
b) In forza de’ principi stabiliti come base del patto sociale, questo congresso non avrà sui comuni altra autorità, fuor quella di determinare ed esigere da essi la porzione contingente in uomini e denari, con cui dovranno concorrere alla guerra; inviare queste risorse ove l’esercito indicherà; accusare al cospetto della nazione quel comune, o quell’individuo che violasse il patto espresso dalle leggi di natura.

4.° L’esercito eleggerà i propri capi e sarà l’esecutore supremo de’ voleri della nazione.

Sono questi semplicissimi provvedimenti che potranno attuarsi da qualunque città o borgo che sarà sgombro dal nemico. Il popolo di questo borgo, che darà cominciamento alla rivoluzione, annullerà tutte le leggi esistenti, tutte le gravezze; bandirà i principî [p. 220 modifica]che dovranno essere la base del nuovo patto sociale, eleggerà il consiglio comunale, i deputati al congresso nazionale; e tutti i cittadini, con le norme che daremo nel quarto saggio, formeranno i battaglioni e si eleggeranno i capi. In tal guisa si procederà conformemente al naturale corso degli eventi, e la nazione da sè, senza crearsi padroni, senza concedere ad una città autorità o ascendente maggiore che alle altre, raccoglierà successivamente le proprie forze, e le adoprerà al conseguimento del fine che si propone, conservando la sua prima libertà.

Il popolo non avrà nulla a temere dagli errori, in cui per ignoranza o per intrigo d’altri, potrà incorrere nello eleggere questi diversi maestrati; imperocchè non sono inviolabili nè irrevocabili, e non dispongono di alcuna forza materiale. Essi non comandano, ma propongono. Il popolo con pochissima pena potrà francamente eleggere coloro che desiderano tali incombenze, trattandosi di crearsi servi e non padroni; quelli che volontariamente si offrono saranno i migliori. Negare questa verità, ricorrere a’ ripieghi, è negare la rivoluzione; è lo stesso che restringere l’utile universale a quello d’una fazione; è una questione di semplice forma che non vale il pregio d’essere discussa.

Durante la guerra il congresso nazionale si occuperà a risolvere il problema sociale, e cercherà stabilire l’avvenire della nazione. Il congresso terrà ai fittaiuoli il seguente discorso: «Il provvedimento preso di sospendere il pagamento delle rendite vi ha sostituito ai proprietari, bene grandissimo per voi stessi e per la società; voi produttori per eccellenza ritenete e godete giustamente il frutto delle vostre fatiche, e la società si è sgravata da quella classe di oziosi digeritori, che, per sostenere il loro lusso, producevano l’incarimento dei viveri. Ogni cittadino soffriva per cagion [p. 221 modifica]loro; ad ogni poverello veniva tolto un pezzo del suo pane per impinguare i cani ed i cavalli di questi proprietari; ed oltre questi vantaggi evidenti, quelli oziosi, costretti ora a lavorare per vivere, hanno accresciuto eziandio il prodotto sociale. Ma fa d’uopo riflettere che, quali voi oggi siete, tali essi furono, e l’esperienza, varie volte ripetuta, ha dimostrato, che, eziandio ripartendo ugualmente la terra, dopo qualche tempo vi sarà tra voi chi per maggior forza, solerzia, od ingegno ingrandirà all’altrui spese; e così a poco a poco sorgerà di nuovo la classe dei proprietari che avete annientata. Inoltre, il medesimo diritto che avete voi sulla terra, lo ha ognuno; la medesima ingiustizia che voi pativate, la patiscono i vostri giornalieri, e voi usurpate ad essi quel frutto dei loro lavori, che i già proprietari vi usurpavano. Finalmente rimanendo la vostra condizione tale quale ora è, i principî da voi stessi banditi sarebbero violati, il patto sociale sarebbe ingiusto come lo era prima, ed i vostri figli si troverebbero in una società non diversa da quella che ora vogliamo riformare.»

La cagione di questi mali futuri è evidente; la proprietà ha cangiato possessore, ma è rimasta illesa. È dessa che bisogna abbattere; è il principio che bisogna mutare; e perciò è necessario occuparci della situazione del problema. Impedire che i proprietari rinascano; questo è il problema, che, unito agli altri riguardanti l’industria ed il commercio, formerà l’oggetto delle nostre cure.

Per riuscire nel nostro proposito non basta seguire i suggerimenti dell’istinto che ci trarrebbero di via, ma bensì giovarci dell’esperienze che la storia registra. Le attinenze degli innumerevoli fatti consacrati nelle sue pagine hanno portato materia a studio profondo, da cui risultò una serie di proposizioni che formano la [p. 222 modifica]filosofia civile: la quale scienza universale, ove la seguiamo con attenta osservazione, traendoci dalla via fallace che il volgo per abitudine frequenta, in quella magistrale e permanente ci conduce; questa materia darà norma alle nostre ricerche.

Inoltre il nuovo patto sociale, che verrà stabilito dalla costituente, non sarà come le passate costituzioni, imposto agli Italiani, ma proposto; e la costituente, non disponendo di veruna forza materiale, non potrebbe operare diversamente; quindi il cuore, la fede, le intenzioni di coloro che dovranno comporla, in questo caso, non hanno importanza di sorte alcuna; queste qualità impossibili a ritrovarsi, perchè mutabili secondo l’utile individuale, queste qualità sempre cercate, nè mai trovate dal popolo, oggi non debbono tenersi in verun conto; l’ingegno e la dottrina sono necessarie; eziandio i più perversi saranno utili; ma il popolo non potendo discernere queste qualità, la costituente sarà nominata dal congresso nazionale, che ammetterà in essa tutti coloro che volontariamente si offrono di farne parte. Questo sarà il campo ove la scienza, non avendo altri limiti che le medesime leggi di natura da cui essa risulta, potrà elevarsi dalle inutili astrazioni alla pratica, e stabilirà la felicità della nazione.

Questo congresso di scienziati dichiarato Costituente, determinerà e proporrà il nuovo patto sociale, le cui basi saranno quei principi dal popolo dichiarati inviolabili ed il fine quello di guarentirne l’inviolabilità per l’avvenire. Compito il lavoro, e reso di pubblica ragione, rimarrà esposto alla pubblica censura; e tutti i dubbi e tutte le considerazioni espresse per mezzo della stampa saranno accuratamente raccolte da coloro che presiedono all’amministrazione di ogni comune, ed inviate alla costituente, che, nel più breve tempo possibile, dovrà modificare, o rispondere a tutte le [p. 223 modifica]osservazioni fatte dal pubblico. Dopo questa prova, il patto, sottoposto in ogni comune alla finale approvazione del popolo, avrà effetto. Noi adombreremo questo nuovo patto sociale senza presumere d’aver risoluto un problema che dovrà risolvere l’intera nazione. È nostro proposito sgomberare il suolo, e scavare le fondamenta, non già riedificare.

I.

Le siepi e quanto serve di chiusura o limite ai poderi si abbatteranno. Il suolo italiano verrà ripartito secondo le diverse specie di cultura a cui mostrasi atto. Una porzione di terra proporzionata alla popolazione verrà assegnata ad ogni comune, e coltivata da coloro che si dedicano all’agricoltura, i quali formeranno una società, che stabilirà essa medesima la sua costituzione in caso che non volesse accettare quella che la costituente le proporrà. Ma questa costituzione dovendo essere conforme a que’ principii che formano la legge universale ed immutabile della nazione, non potrà essere molto diversa dalla seguente. Un amministratore ed un direttore eletti e soggetti al sindacato di un consiglio amministrativo, e di un consiglio di tecnologia dirigente. Tutte le altre incombenze distribuite secondo le inclinazioni e le attitudini di ognuno. Il guadagno netto, diviso egualmente fra tutti. In tal guisa, con grandissimo ed universale vantaggio, la proprietà fondiaria sarà distrutta.

Il compartimento del suolo determinato dal genere di coltura e non dal caso; stimolo al lavoro, non già la fame, ma un maggior guadagno; una società di uomini agiati, tutti dediti, ognuno secondo le proprie attitudini, ad un medesimo lavoro, dovranno indubitatamente produrre un accrescimento grandissimo delle ricchezze sociali. Sosterrebbero gli economisti, che [p. 224 modifica]l’agiatezza degli agricoltori, la mancanza dei proprietari che consumano senza produrre, facciano languire o scemare la produzione? Sosterrebbero che le facoltà d’una società numerosa ed agiata sieno inferiori a quelle d’una misera famiglia, capace appena di quel lavoro che serve a pagare il vistoso tributo al proprietario e comperare per sè un affumicato pane? Tutto può sostenersi col sofisma; ma esso perde la sua forza quando il minuto popolo non può più sopportare i suoi mali, e rovescia la soma che soverchiamente lo grava. Queste proposte non vengono fatte a congreghe di digeritori, di persone dedite all’usura e al monopolio ovvero di proprietarii, di banchieri, di trafficanti, ma ad una società in cui la forza ha già distrutto la preponderanza di queste classi. Con la spada bisogna adeguare alle moltitudini i più sublimi: quindi la legge stabilisce l’ordine e l’eguaglianza.

II.

Il capitale, come già dicemmo, essendo proprietà collettiva, non può appartenere ad un uomo; l’appropriarsi il capitale è un’usurpazione, non così manifesta, ma simile a quella della proprietà fondiaria; tutti i capitali verranno dichiarati proprietà della nazione; il denaro potrà in parte involarsi, ma le fabbriche, le macchine rimarranno. Tutti gl’impiegati, in ogni stabilimento d’industria, comporranno una società, alla quale la nazione affida il capitale tolto al capitalista, e questa società potrà reggersi con una costituzione identica a quella stabilita per gli agricoltori.

Così trasformata e ricostituita l’agricoltura e l’industria, i mercanti che vendono in grosso si riverseranno nei depositi delle stesse società e saranno membri di esse; e soci a ciò espressamente delegati saranno i merciaiuoli che vendono al minuto. [p. 225 modifica]

III.

I trafficanti, intermedii fra i produttori ed i consumatori, a cui la miseria de’ primi permette di speculare a scapito del popolo, verranno eziandio trasformati in società, composte ognuna del già capitalista sino all’ultimo facchino, marinaio, carrettiere che trasporta le merci.

IV.

Tutti gli edifici saranno dichiarati proprietà nazionale, e gli edili eletti dal popolo, e soggetti al suo sindacato, destineranno ad ognuno secondo il bisogno l’abitazione. In tal guisa più non si vedranno spaziosi appartamenti deserti e destinati a semplice lusso, mentre a breve distanza dalle loro mura, in oscuri e malsani tugurii, giacciono ammucchiate le famiglie dell’infelice proletario, con danno manifesto della pubblica salute e del pudore.

V.

Il testamento, mostruoso diritto, che oltre l’epoca dalla natura stessa prescritta prolunga la volontà dell’uomo, abolito. I risparmii accumulati da ognuno appartengono di diritto, dopo la sua morte, alla società di cui essa faceva parte, ed al comune ove erasi domiciliato, se il defunto esercitava una professione singolare, come architetto, medico od altro.

VI.

In ogni comune vi sarà un banco di scambio, che porrà in relazione vari comuni dello Stato ed i vari stabilimenti d’industria e dirigerà le derrate ove maggiore è il bisogno. Questi banchi assorbiranno e faranno sparire i trafficanti. [p. 226 modifica]

VII.

Ogni cittadino, il quale trovasi isolato e privo di lavoro, ha il diritto di essere ammesso come socio in quella società di agricoltura e d’industria che da lui medesimo verrà scelta. La forza dell’intera nazione garantisce ad ogni italiano un tale diritto, diritto che rende impossibile la miseria, e forma il cardine principale del nuovo patto sociale.

VIII.

Stabilita la costituzione economica, la politica non offre alcuna difficoltà. Un Consiglio in ogni Comune, un congresso per l’intera nazione, eletti con suffragio universale, amministreranno il paese. Questo e quello saranno sempre revocabili dagli elettori, e soggetti al sindacato del popolo. Il congresso stabilirà la relazione con le altre potenze, avrà cura degli affari stranieri, rappresenterà la nazione, dovrà sopraintendere ai lavori, agli stabilimenti militari e di pubblica educazione, alle milizie (e di queste discorreremo minutamente nel 4° saggio) in quella parte che non riguarda direttamente ai Comuni. Determinerà le spese, e quindi le gravezze le quali dovranno pagarsi dalla nazione per questi vari rami della pubblica amministrazione. Non avrà ingerenza alcuna nella politica interna e polizia; questa e quella non avranno altra norma che i principii da noi stabiliti come base del patto sociale. Il Congresso denunzierà alla nazione quel comune, quel magistrato, quel cittadino, che violerà o tenterà di violare questi principii.

Il Consiglio ed il Congresso potranno, pel pronto spaccio degli affari, delegare o distribuire i loro poteri a persone elette dal proprio seno, che saranno sempre da essi revocabili e soggette al loro sindacato. [p. 227 modifica]

IX.

Tutti i pubblici magistrati saranno eletti dal popolo, revocabili dal popolo e soggetti al suo sindicato. Niuno percepirà stipendio; ma l’associazione di cui esso faceva parte sarà obbligata a considerarlo e retribuirlo come socio presente. Lo stesso dicasi dei consiglieri comunali e dei deputati al congresso.

X.

L’unica gravezza sarà un’imposta progressiva sulla rendita netta di ogni associazione.




Adombrato il nuovo patto sociale, ci faremo ad esaminare gli effetti, onde conoscere se i mali, i quali ora minacciano di annientare la presente società, spariranno.

È un fatto dimostrato ad evidenza, che la concorrenza, le macchine e la divisione del lavoro, mentre accrescono immensamente il prodotto, accrescono eziandio il numero de’ miseri, ed avviliscono l’operaio peggiorandone la condizione. Esaminiamo se col nuovo patto sociale si produrrebbero i medesimi effetti.

Concorrenza. — Supponiamo due stabilimenti d’industria in concorrenza, uno composto da numerosa e cospicua associazione, l’altro meschino. Questo sarà costretto a smettere, non potendo sostenere la concorrenza con quello, e gli operai, come accade oggigiorno, rimarranno privi di lavoro; ma siccome la nazione guarentisce loro il diritto di essere ammessi in una società a loro scelta, questi operai, naturalmente, sceglieranno e dovranno essere ammessi come soci in quella società, e in quella società da cui sono stati soperchiati; e però questa, se distruggesse tutte le sue [p. 228 modifica]rivali, sarebbe sopraccaricata da un numero esorbitante di operai. Per evitare il male, troverà il suo conto associandosi, piuttosto che distruggendo, le sue rivali. In tal guisa la concorrenza, che nella presente società arricchisce uno a discapito di molti, col nuovo patto sociale promuoverebbe l’associazione, e spanderebbe egualmente il profitto sugli operai dell’arte medesima.

Con le macchine e la divisione del lavoro ottenendosi il prodotto medesimo con un numero assai minore di operai, nei quali non richiedesi alcuna speciale attitudine, si ribassano i salarii, e ne risulta la miseria. Col nuovo patto sociale, il numero degli operai non è quello che semplicemente è necessario all’arte, ma di quanti se ne rinvengono nel comune, nella città, nella nazione, che si dedicano a tale lavoro; il salario non è proporzionato alla loro abilità, ma al prodotto; quindi le macchine e la divisione del lavoro saranno la vittoria dell’ingegno umano sulla materia, e gli operai, giovandosi di tali ritrovati, in poche ore di facile lavoro, guadagneranno moltissimo. Inoltre, come conferma della giustissima legge dell’uguaglianza di salario, le diverse incombenze si andranno pareggiando.

Inoltre, siccome crescendo il numero delle persone dedite alla medesima arte scema il guadagno, ne risulta, che il diritto riconosciuto ad ognuno, di essere ammesso come socio in uno stabilimento di sua scelta, è la legge la quale stabilisce l’equilibrio fra le diverse diramazioni dell’industria nazionale.

Le ardite intraprese, l’esattezza del lavoro, la varietà, il buon mercato che si richieggono in un’arte, sono qualità che non possono sperarsi dai piccioli capitali, i quali s’impiegano con la speranza di ottenere utili immediati e grossi. Solo dai vistosi capitali, che anticipano le spese e con piccolo profitto sull’unità della merce guadagnano sul grande numero di esse unità, [p. 229 modifica]possono ottenersi tali risultamenti. D’altra parte, i grandi capitali fermandosi con accumulare in poche mani le ricchezze sociali, ne risulta come legge inesorabile, nella presente società, che il perfezionamento dell’industria s’ottenga a prezzo della quasi universale miseria; laddove, col nuovo patto sociale, la formazione dei grandi capitali si avrà, non già colla distruzione de’ piccoli, ma con l’associazione, che sarà la legge regolatrice della pubblica economia, come ora è la concorrenza.

Il bisogno che hanno i produttori di smaltire al più presto possibile la loro merce, la mancanza del denaro necessario alle spese di deposito e di trasporto, hanno fatto sorgere l’avida classe dei trafficanti, i quali lucrano ed arricchiscono a spese dei produttori e dei consumatori.

Questo bisogno del produttore di vender subito fa opportunità a costoro d’esercitare il monopolio, di affamare una città e procacciarsi vistosi lucri sul pane che i poverelli comprano col sudore della fronte. La concorrenza è quella che più d’ogni altra cosa favorisce l’incettatore; l’associazione l’uccide. Col nuovo ordine di cose le diverse società produttrici facoltosissime, non han bisogno di vendere prontamente le merci, e potranno avere magazzini, vascelli e giovarsi di ogni sorta di veicolo, onde, da sè medesime, o col solo mezzo del Banco di scambio, provvedere allo spaccio dei loro prodotti; e così con vantaggio grandissimo della società, spariranno i trafficanti, e con essi il monopolio.

Nella presente società gli incettatori comprano il grano ove abbonda e lo spediscono ove scarseggia, quindi in quel mercato ove essi comperarono, crescendo il prezzo del grano, il pane incarisce. Questo fatto protesta contro la libertà del commercio. Ma, vi rispondono i propugnatori del libero scambio: «s’introiterà [p. 230 modifica]maggior danaro, l’agricoltore che ha guadagnato, avrà molto danaro da spendere; il che torna in vantaggio dell’industria, non che di qualunque altro prodotto. Nè qui finiscono i vantaggi; gli operai se pagheranno più caro il pane, prosperando l’industria, crescerà il loro guadagno, e spenderanno pochissimo per l’acquisto di altri generi di cui fanno uso.» Cosi gli economisti, con raffinata ipocrisia, fanno generali alcuni vantaggi che si restringono a pochissimi.

Non è l’agricoltore che ricava profitto dal caro del grano, ma son gl’incettatori, i quali accrescono i loro capitali, volti ad affamare le città; non è l’operaio che sente il vantaggio della prosperità dell’industria, ma il capitalista; e quelle derrate, i cui prezzi per la libertà del commercio scemeranno, sono oggetti di lusso, che non usano nè il povero contadino, nè l’operaio; quindi il libero commercio, come tutte le altre leggi e tutti gli altri ritrovati che aumentano il prodotto sociale, altro non fa che vantaggiare i ricchissimi con danno manifesto de’ poverelli. Per contro, rimessa la società secondo le leggi di natura, i vantaggi del libero commercio saranno evidenti per tutti. Reso impossibile il monopolio, sarà l’agricoltore che godrà del guadagno, il quale, come ora diremo, troverà maggior vantaggio nello spendere i suoi danari che nel conservarli; quindi prosperità dell’industria, di cui godranno tutti gli operai sui quali egualmente è distribuito il lucro; ed infine, contadini ed operai, vivendo agiatamente, faranno uso di molti generi di cui ora neppur conoscono i nomi, e sentiranno il vantaggio di acquistarli a pochissimo prezzo.

Non è il solo aumento del prodotto che accresce la prosperità, ma questo, per riuscire veramente utile, deve accompagnarsi con l’aumento de’ consumatori. Nella società presente cresce continuamente il [p. 231 modifica]prodotto, ma il numero de’ consumatori, per la crescente miseria, scema. Pochissimi possessori di sterminate ricchezze, fra le miriadi di affamati, è il fine verso il quale inesorabilmente ci avviciniamo. Abolite la proprietà, supponete che la società abbia subito le proposte riforme, ed al crescere delle ricchezze, ugualmente sparse su tutti, crescerà per conseguenza il numero dei consumatori.

In ultimo, poniamo il caso che un capitalista coi suoi milioni venga in mezzo a una nazione così costituita, ed esaminiamo in che modo possa impiegare il suo danaro. Non potrà acquistar terre, perchè la nazione è la sola padrona, ed essa non vende e non riconosce il diritto di proprietà; fabbricare palazzi nemmeno, perchè la nazione, padrona di tutti gli edifizii, se ne impadronirebbe; affidare i suoi capitali ad una delle tante società in cui è ripartita la nazione sarebbe perderli, perchè i capitali di esse sono proprietà nazionali, ed egli non potrebbe sperare altro guadagno che quello di essere ammesso come semplice socio, ed aver la sua parte al lavoro ed al lucro, come tutti gli altri operai; stabilire un lavoro, un negozio per proprio conto nol può, perchè non troverebbe operai in uno stato ove tutti fanno parte di società; onde trovarli potrebbe forse giovarsi di operai stranieri, e così col suo stabilimento far concorrenza alle arti nazionali? Ma, appena fosse per cominciare il suo lavoro, il governo interviene, riunisce gli operai e dice loro: «Voi, per le leggi dello Stato, avete facoltà di amministrarvi e reggervi come meglio credete; tutti avete uguale diritto al godimento del guadagno, il capitale non può appartenere a nessuno, ma allo Stato, e voi ne sarete gli usufruttuarii, ed il capitalista con voi, se gli conviene.» — Una tale sentenza, senza esservi bisogno dell’intervento del fisco, e dei birri, gli operai [p. 232 modifica]medesimi la porrebbero in atto. Dunque in una società, costituita nel modo indicato, chi riuscisse ad accumulare vistose somme, non potendo impiegarle in modo alcuno, nè potendo disporne dopo la morte, troverà il suo miglior partito spendendole e godendosele; e così il nuovo patto sociale, non solo abolisce la miseria e la rende impossibile, ma bandisce eziandio l’avarizia, e mantiene il denaro in una continua circolazione.

A coloro, i quali riconoscendo i vantaggi di un tal sistema oppugnassero la rivoluzione asserendo che la società, senza scossa veruna, ma con un successivo progresso, potrà trasformarsi, noi risponderemo che eglino disconoscono gli effetti inevitabili delle leggi di economia pubblica, applicate alle presenti condizioni dei popoli, che eglino disconoscono i fatti, che ogni giorno si compiono sotto i loro occhi. Le numerose associazioni di operai che spontaneamente sorgono, mostrano la tendenza della società verso un avvenire che comincia a presentirsi, ma non migliorano perciò le loro condizioni. A queste associazioni si opporranno quelle dei capitalisti e quelle, con maggiori danni, dovranno soccombere nella concorrenza. Pretendere che possano sussistere e prosperare istituzioni di utile universale, in una società costituita da forze tra loro riluttanti, che vicendevolmente si distruggono, ed il cui sistema è volto a favorire l’utile individuale a danno del pubblico, è pretendere una cosa impossibile, è pretendere che un picciolo rigagnolo segua il corso medesimo di un torrente senza venir travolto e confuso fra le sue onde. La condizione del proletario, senza una completa e violenta rivoluzione, non solo non può cangiarsi ma nè pure migliorarsi, anzi è forza che essa continuamente peggiori.

Non ci restano ora che due altri punti a prendere in considerazione; uno è di esaminare se manca lo [p. 233 modifica]stimolo al lavoro, l’altro di vedere se mai siavi nel sistema il nocivo intervento del governo.

Il lavoro non è attraente, come asserisce Fourier, ma nemmeno ributtante; senza necessità non lavorasi, ma esistendo la necessità ed armonizzando il lavoro con le proprie inclinazioni, tutto ciò che in esso è penoso sparisce. Quale lavoro sarà più proficuo, quello del proletario che ha il solo stimolo della fame, il cui salario è invariabile, e le cui forze sono logorate dalla miseria; oppure quello di un agiato cittadino, che ha scelto il lavoro secondo la propria inclinazione, ed il cui guadagno cresce al crescere del prodotto? Gli infingardi esistono, ma essi riconosciuti come tali dalla società di cui fanno parte, verrebbero assoggettati ad una multa all’epoca della divisione dei lucri.

Il governo interviene nel solo caso, che osserva la violazione di quei principii stabiliti come base del nuovo patto sociale. Prima che la nazione sia costituita, egli dice agli oziosi proprietarii: «Voi non avete diritto alcuno sulla terra; se volete vivere, lavorate; ai contadini: la natura non ha concesso a nessuno la proprietà della terra, tutti sono padroni di coltivarla, e la nazione garantisce loro il frutto de’ lavori; per far ciò con ordine, associatevi. Si rivolge al capitalista e gli dice: tu non sei che un usurpatore delle altrui fatiche, il capitale è proprietà nazionale, a te altro non ispetta che una porzione uguale a quella degli operai, e devi, secondo le tue attitudini, lavorare come essi lavorano.» Il governo non farà che bandire leggi semplicissime e chiarissime, che nessuno avrà bisogno di aiuto per comprendere; e lascierà ai contadini ed agli operai la cura di porle in atto. Proporrà la costituzione delle varie società, che la Costituente, Congresso di scienziati, avrà compilato, rimanendo ai cittadini piena libertà di respingerli, o modificarli, purchè [p. 234 modifica]rimangano inviolati i principii. Queste leggi, questi consigli verranno pubblicati dal governo, non già quando la mente è ottenebrata ed il senso comune pervertito dai pregiudizii, ma quando la spada della rivoluzione ha già rimosso gli ostacoli, quando i contadini e gli operai avranno rotto l’incanto, che li mantiene tra i fragili ceppi del proprietario e del capitalista. Il governo non dovrà sospingere a fare cosa impossibile ai governi, ma frenare alquanto, indirizzare, dirigere le passioni che la rivoluzione ha sfrenate.

Fin qui della parte economica.

Ora faremo un’osservazione, che riguarda la politica. Il governo rappresentativo è screditato in Europa; l’assemblea eletta a rappresentare i diritti del popolo, ad altro non serve che a convalidare e vestire con una maschera di legalità e di giustizia le usurpazioni della tirannide. Non havvi principe, dittatore o ministro, il quale non faccia decidere secondo le proprie intenzioni il Congresso che la nazione ha eletto a guarentigia de’ proprii diritti. Queste assemblee sovente sono d’impaccio al pronto operare, senza mai essere di ostacolo al male; nascono dalla corruttela, e vivono finchè la forza crede dover subìre il loro importuno garrito; odiose al tiranno, come che accarezzate, sono sprezzate dalla nazione. Questo triste fatto, che sembra conseguenza di loro natura, è l’effetto del modo come oggi sono regolati i rapporti sociali: l’utile privato essendo in opposizione col pubblico, produce una diversità di mire, di desiderii, di speranze; e quindi la irreconciliabile discordia delle idee e delle opinioni, e di più, il potere che ha il principe, il dittatore, il ministro di concedere cariche, distribuire oro ed onori, fanno sì che le tante opinioni riluttanti, trovando l’utile su di una via comune, si accordano nel vendersi ad un padrone, e cospirano verso il fine che da esso viene loro [p. 235 modifica]indicato. Invece, se il governo non avrà doni da distribuire, nè pene da infliggere, se l’utile d’un cittadino dipende dal guadagno della società di cui fa parte, e la prosperità di questa dalla prosperità dell’intera nazione, vi sarà in tutti unità di mire, di desiderii, di speranze, e quindi concordia nelle idee e nelle opinioni. Ma quantunque il nuovo patto sociale deva ridurre all’assemblea quella forza, di cui ora manca, pure egli è cosa interessante di non perdere di mira una verità, che dalla stessa natura umana risulta. Le assemblee, capacissime nel sindacare, sono incapaci di concepire e di eseguire: quindi, per conservare la necessaria energia, nelle intraprese del governo, bisognerà sempre (adattando alle circostanze il principio) affidare ad uno solo l’incarico di concepire il disegno e di effettuarlo; quindi unità ed energia nell’azione, riserbandosi l’assemblea un perpetuo ed illimitato sindacato. Non altrimenti governavasi il Senato di Roma; e finchè nella repubblica non vi furono poveri per vendersi, nè ricchi per comprarli, ed ogni cittadino era soldato, la libertà non corse mai rischio nessuno. Per contro negli Stati moderni, non v’è potere, per limitato che sia, il quale non tenti e non riesca ad usurpare. Ciò dipende dalla condizione economica della società, ed ogni rimedio, finchè non si cangia il patto, è vano.

Molti osserveranno, che, per attuare una simile trasformazione, sarà necessario far violenza ai proprietari ed ai capitalisti. E noi risponderemo che sì; e ciò in forza di quel diritto medesimo, che hanno gli oppressi di abbattere la tirannide, che ha la società presente contro i ladri.

Finalmente, se in cotesta trasformazione, certo meno violenta di quello che molti si vanno immaginando, molti interessi privati soffriranno, e moltissimi cadranno nella lotta, noi risponderemo che le rivoluzioni in cui [p. 236 modifica]tutti si salvano, esistono solo nella mente dei dottrinanti e degli utopisti. La rivoluzione è sempre una lotta di oppressi contro una classe di oppressori. Quindi se vi sarà vittoria, vi sarà eziandio disfatta; scacciare un re dal trono non è rivoluzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono poggiava, si cangiano.

Conchiudiamo, ripetendo agli economisti le medesime loro parole: «Non si giunge, senza perdite, sulla breccia. Nè possiamo tener conto delle vittime, che il carro del progresso schiaccia nel suo corso.» Ed usando il medesimo linguaggio di Malthus diremo: «La natura ha prescritto all’uomo di lavorare per vivere; l’ozioso non ha posto nel banchetto della vita; la natura gli comanda d’andarsene, nè tarderà dare ella medesima esecuzione alla sua sentenza

XIX. La filosofia della storia prova ad evidenza, che l’umano istinto, come è sua natura, considerando la sola apparenza e l’effetto immediato delle cose, senza riflettere sulle conseguenze che ne risultano, va soggetto ad un continuo errore; quindi la pubblica educazione, che ferma l’attenzione e sviluppa il pensiero, non solo è dovuta di diritto ad ognuno, ma è il cardine principale della libertà.

Il Filangieri, col suo naturale splendore, lungamente ha ragionato di ciò; ma, suo malgrado, soggiacque ai pregiudizî ed alle opinioni dell’epoca. Egli richiede la prosperità universale come una condizione indispensabile alla felicità di uno stato. «Che può dirsi ricco e felice, egli scrive, solo quando, ogni cittadino, con un lavoro discreto di alcune ore, può comodamente supplire ai suoi bisogni ed a quelli della sua famiglia». Nell’epoca in cui visse l’autore, l’accrescimento continuo del prodotto faceva credere come cosa possibile, che la prosperità potesse un giorno non [p. 237 modifica]ugualmente ma equamente spandersi su tutti; non ancora l’esperienza avea dimostrato il contrario e disingannato gli illusi; non ancora la ragione aveva sentenziato che: l’universale miseria e l’opulenza di pochissimi è il risultamento inevitabile del presente patto sociale.

Il Filangieri adattò il suo sistema d’educazione ad una società composta di due classi, ricchi e non ricchi; destinava i primi a servire la società con la mente, i secondi con le braccia, e quindi due metodi diversi di educazione. Per impedire che sorgesse un gran numero di semi-dotti, che ora si vedono, i quali senza utile della scienza privano il lavoro di braccia, fece in modo che la dottrina fosse accessibile, per le spese che richiedeva, ai soli ricchi. Ma cotesta base, sulla quale poggiano le diverse parti del suo sistema, egregie tutte, è erronea.

La diversità delle incombenze, cioè: servire la società con la mente e con le braccia dal sistema del Filangieri era resa ereditaria, ed il popolo sarebbe stato diviso in due classi, non solo separate dal caso, distributore delle ricchezze, ma dalle leggi, che non per diritto, ma di fatto accordavano ai soli ricchi il monopolio della scienza. Nè il vendere a caro prezzo la dottrina avrebbe minorato il numero de’ semi-dotti, anzi ciò l’avrebbe accresciuto oltre misura. La vera dottrina è raggiunta solo da quelli che la natura predispone a ciò, concedendo loro le necessarie facoltà per conseguirla; ed a questa predisposizione, che sola non basta, fa d’uopo che si aggiungano de’ gagliardi moventi, che gli avvenimenti, a cui la società va soggetta, creano; e tanto l’una, come gli altri, difficilmente si riscontrano, raramente operano fra il giro ristrettissimo dei ricchi, a cui l’abbondanza, il lusso inflacidiscono le fibre, e più all’ozio che alla solerzia li [p. 238 modifica]predispongono; i ricchi non sarebbero che semi-dotti, e divenuta la dottrina un privilegio da ottenersi a prezzo d’oro, i semi-ricchi, per far comprendere i loro figli fra coloro che debbono servire lo stato con la mente, ovvero comandare, farebbero qualunque sacrificio, ed il numero dei semi-dotti, verrebbe accresciuto in immenso. Inoltre ne seguirebbe lo scadimento, l’avvilimento del lavoro e di coloro che dai ristretti mezzi sarebbero condannati a servire la patria con le braccia. Così ogni legge, che per impedire un male qualunque, pregiudica la libertà e l’eguaglianza, produrrà sempre un effetto diverso da quello che si propone il legislatore.

Gli uomini sono naturalmente inclinati al lavoro delle braccia. Si giovano delle facoltà mentali, per agevolare il lavoro di quelle; la dottrina, l’astrazione non è naturale all’uomo. Ma, i governi d’oggi, che per intervenire in ogni cosa creano un numero strabocchevole di salariati: la faraggine di leggi oscure e contraddittorie d’onde pullulano a sciami i curiali, come dalla putredine gli insetti; e salariati e curiali impinguandosi a spese di coloro che lavorano, hanno diviso la società in scorticatori e scorticati, ed avvilito il lavoro. Ognuno, se sa leggere, potendo farsi comprendere fra i primi, crede avvilirsi se adopera la marra, o conduce l’aratro. Ma allorchè sarà data al lavoro la considerazione che merita, nessuno l’abbandonerà per una semi-dottrina, che non potrà fruttargli nè considerazione, nè lucro. Lasciamo a tutti aperta la via che mena alla scienza, ed essa sarà percorsa, volontariamente, solo da coloro che la natura ha destinato a sublimarsi in essa. Questo è il principio generale sul quale bisogna basare il sistema d’educazione, nei particolari, egregiamente svolto dal Filangieri; e però noi non faremo che accennare poche idee senza dilungarci su d’un argomento ampiamente trattato da altissimi ingegni. [p. 239 modifica]

Sino all’età dei sette anni, le cure materne sono indispensabili, sono prescritte dalla natura. Raggiunta questa età, lo sviluppo fisico è pienamente assicurato, l’educazione del fanciullo verrà affidata allo Stato.

Ogni comune avrebbe il suo ginnasio ove si troverebbero tutti i mezzi necessarii allo sviluppo completo delle facoltà fisiche e morali. Nè dovrebbe trascurarsi la sublime idea del Campanella, di adornare le pareti con dipinti che tutte le scienze rappresentassero.

Non dovrebbero i convittori vivere in comune, imperocchè per ottenere l’unità nazionale bisogna riserbare integra ogni individualità, ed il vivere sempre insieme forma sette, quindi i giovanetti sarebbero tutti alunni esterni.

L’educazione in questi ginnasii durerebbe sino all’età di quindici anni, nel qual tempo ogni alunno apprenderebbe un’arte di suo gradimento. Dai quindici ai sedici tutti sarebbero obbligati di assistere ad un corso di filosofia civile ed origine di tutti i culti, onde ognuno imparasse i diritti di cittadino e potesse garantirsi dalla superstizione. Ai sedici anni le naturali inclinazioni sono pienamente sviluppate, ogni giovane dichiara la sua volontà, e sceglie l’arte o la professione alla quale vuol dedicarsi. Lo Stato gli accorda altri due anni d’istruzione nella specialità da esso prescielta, e queste scuole di tecnologia si troverebbero nelle principali città d’Italia. A diciotto anni la tutela della nazione cessa, ed il giovane, avendo il diritto di entrare in un’associazione di sua scelta, è dichiarato cittadino e milite, e deve da sè procacciarsi da vivere.

Ragioneremo ora dell’educazione delle donne e di ciò che ad esse riguarda, con la brevità medesima che ci siamo imposti in questo ramo della costituzione sociale. Sarebbesi lasciata una lacuna troppo significante, tacendo della più bella parte del genere umano, [p. 240 modifica]depositarla dei più vivi ed ardenti piaceri. La natura ha dato loro fibre più delicate e più sensibili delle nostre, e però le loro sensazioni vivissime, non possono essere che fugaci; elleno non possono sopportare lungamente l’impero d’una passione, che deve in loro ammorzarsi con la rapidità medesima con cui si desta. Capaci di quelle azioni ove il decidersi e l’eseguire succedonsi rapidamente, sono poi incapaci di sopportare a lungo dolori e mirare al conseguimento di un fine con attenzione profonda e prolungata; brillano sì, ma non grandeggiano.

L’amore nelle donne ha un carattere diverso che nell’uomo; l’uomo s’accende delle bellezze della donna e desidera fortemente; la donna invece è presa dall’amore che inspira, non desidera, ma brama di essere desiderata. Dante, parlando di Francesca, ha espresso questa idea:


               Amor che a nullo amato amar perdona
               Mi prese del costui piacer sì forte,


di quì il pudore, che accresce in altri il desiderio. Epperò la preponderanza dell’amore sulle altre passioni, aggiunte alle cure ed agli incomodi di dovere esser madre, la rendono inabile al governo ed alla milizia; quindi essa non potrebbe aver voto nelle cose pubbliche. Ma, d’altra parte, la natura, avendo create le donne abili a procacciarsi il vivere, le ha dichiarate, perciò, indipendenti e libere; e tale dovrà essere la loro condizione sociale. Esse saranno educate come gli uomini con i riguardi e le modificazioni nel metodo, che si debbono alla gentilezza del sesso. Al pari degli uomini, con eguali diritti, dovranno esser ammesse in quelle società che prescelgono. Probabilmente i lavori da sarto, da crestai, le belle arti, si eserciterebbero da donne. [p. 241 modifica]

Tutte le leggi sono scaturite dalle dipendenze che la violenza e l’ignoranza stabilì fra gli uomini; ed in tal guisa il matrimonio risultò dai ratti, che i più forti fecero delle più belle, per usurparne il godimento. La natura, per contro, sottopone l’unione dei due sessi alla sola legge dell’amore, e se un’altra regola, qualunque siasi, interviene, l’unione cangiasi in contratto, in prostituzione. La meretrice che senza amore vende il suo corpo, la donna che senza amore sottoscrive ad un contratto matrimoniale, si prostituiscono ugualmente. La prima vi è costretta dal bisogno perchè, vendesi per breve tempo, l’altra è più spregevole, perchè senza bisogno, vendesi per sempre; quella non promette amore nè si obbliga a rinunziarvi, questa lo promette per sempre quasi premeditando lo spergiuro. L’amore adunque, nel nostro patto sociale, sarà la sola condizione richiesta a rendere legittimo il congiungimento di due sessi. Se manca l’amore, la volontà, la libertà diventa prostituzione.

La comunanza delle donne non è naturale, l’amore è esclusivo; quasi tutti gli animali non si accoppiano che ad una sola femmina; le varie coppie si formeranno da sè, l’unione durerà finchè dura l’amore. Cessato questo, l’unione è sciolta di fatto.

L’uomo deve provvedere alla sussistenza della sua compagna finchè i doveri di madre le impediscono di lavorare. I figli rimarranno con la madre, alla quale per legge di natura appartengono. Sino ai sette anni essa provvederà, con l’aiuto del padre, che dovrà concorrere alle spese necessarie per essi con una somma proporzionata ai suoi lucri. Dai sette anni ai diciotto la nazione ne assume la tutela e l’educazione; ai diciotto sono liberi affatto e provvedono a sè medesimi.

Non essendovi testamenti, nè le altre mostruose leggi, che verrebbero rendere ereditario finanche il [p. 242 modifica]merito, il formarsi e lo sciogliersi delle coppie non ha ostacoli, nè impaccio di sorte alcuna.

Quì finisco, ed avendo misurato le vele col vento ed il timone con l’onde, non mi sono imposto l’obbligo di risolvere il problema sociale. Il mio proposito è stato di mostrare la profondità delle piaghe, e l’inefficacia d’ogni rimedio, finchè non venga estirpato il diritto di proprietà e la serie delle sue conseguenze; e questo proposito credo d’averlo compito. Spetta all’intera nazione di stabilire, dopo aver tolto gli ostacoli che ho additati, la sua nuova costituzione, e se ho cercato d’indicarne i punti principali, l’ho fatto solo per rintuzzare la stupida risposta; è impossibile vivere altrimenti. Il rinvenire in questo cenno degl’inconvenienti non sarà difficile, ma saranno certamente molto minori dei mali sotto cui l’umanità geme oppressa; mali che fatalmente, senza tregua, ingrandiscono; mali, che la prepotente forza dell’abito fa credere inevitabili, e perciò vengono con pazienza sofferti.

Nella ricerca della nuova costituzione sociale ho seguito il metodo semplicissimo, che il corso naturale degli avvenimenti additavami: distruggere il presente, e creare il nuovo patto sociale, basandolo sui principii che le leggi magistrali della natura c’insegnano. Ho svolto poi i vantaggi del sistema dimostrando che le tendenze funeste della presente società, vengono completamente a cangiarsi.

Conchiudo con rammentare ai conservatori, che la rivoluzione sociale non sarebbe affrettata neppur di un’ora, eziandio se tutto il mondo riconoscesse attuabile un nuovo ordinamento sociale. Questa crisi della società dipende da cagioni assai più terribili e fatali. Essa dipende dalle tendenze che inesorabilmente, in progressione geometrica, si manifestano. Potete voi, non già estirpare la miseria, ma evitare che cresca? Potete voi [p. 243 modifica]negare che la forza materiale è dalla parte di coloro che soffrono? E se le tradizioni e l’inerzia formano il solo fascino per cui la società presente non crolla, in un istante impreveduto può rompersi l’incanto.

XX. Senza accordare importanza soverchia ai colori d’una bandiera ed alla formola scritta su di essa, esporremo la nostra opinione su di ciò, poichè trattasi dì cosa che richiede pochissima fatica; opinione di cui ci faremmo i propugnatori in un’assemblea, se mai potesse capitarne l’occasione.

Fintanto che la nazione non sarà perfettamente libera, ed avrà completamente debellati i suoi nemici, non bisogna nè discutere, nè porre in dubbio, quale dovrà essere la bandiera che ci condurrà alla battaglia. Il vessillo tricolore è da tutti riconosciuto, e ciò basta. Ove sventola, ei rannoda dei guerrieri intorno a sè, questi guerrieri combattono pel trionfo della rivoluzione italiana, e nessun rivoluzionario può astenersi dal seguirli. Ma se su tale bandiera, scorgesi un simbolo od una formola, allora ognuno ha il diritto di dire: quella causa non è causa che mi riguarda, e per la quale io combatto; proporre formole, è un dissolvere e dissolvere per puerile soddisfazione personale.

Terminata la guerra, ricostituita l’Italia, conserverà essa il tricolore vessillo, e adotterà un’altra bandiera? Pare che le opinioni potrebbero dividersi su tale argomento. Alcuni sosterrebbero con ragione che la nuova costituzione sociale non ammettendo divisione di potere, ma leggi, la loro esecuzione, il loro sindacato, tutto trovandosi nel popolo, la pluralità de’ colori, che precisamente accenna, è assurda, e quindi diranno: «sia qual si voglia il colore della bandiera, ma sia uno solo». Altri invece potranno sostenere che il vessillo tricolore, intorno a cui si saranno vinte tante battaglie, è troppo caro, è troppo ricco di gloriose reminiscenze, [p. 244 modifica]per abbandonarlo, perchè non trovisi perfettamente d’accordo con la logica. Noi saremmo tra questi ultimi, proponendo solo, che il berretto frigio ne sormonti l’asta, escludendo ogni altro simbolo di autorità e di conquista, e che sul mezzo di esso, l’archipendolo indichi come l’uguaglianza sia il patto fondamentale di nostra costituzione.

Rimane ora a discutere quale sarà la formola che adotterà la nazione. Noi trascriveremo il ragionamento sensatissimo, che troviamo nell’opera di Ausonio Franchi: La Religione del secolo XIX, in cui si fa paragone tra la formola francese: Libertà, Eguaglianza, Fratellanza e la formola di Mazzini: Dio e Popolo.

«Esaminiamo le differenze radicali, finora poco avvertite, e nondimeno importanti, che Mazzini scorge fra una formola e l’altra. La francese è essenzialmente storica, ricapitola in certo modo la vita dell’umanità nel passato, accennando poco definitivamente al futuro». Questo giudizio, nè quanto al passato, nè quanto al futuro, non parmi esatto. La formola: Libertà, Eguaglianza, Fratellanza, non può dirsi che ricapitoli la vita reale dell’umanità nel passato; perchè non può ricapitolarsi quello che non è ancora esistito; e Mazzini per fermo non saprebbe indicarci nessun’epoca della storia, in cui già regnasse la libertà, l’eguaglianza e la fratellanza universale. Onde egli stesso, tracciando l’ordine e lo sviluppo con cui si vennero elaborando i tre elementi della formola, parla sempre dell’idea, non mai del fatto. E però se la formola teoricamente è la ricapitolazione del passato, praticamente è la legge del futuro; legge non poco definita, ma così chiara, che non ha mestieri d’alcuna spiegazione; così vasta che abbraccia tutte le condizioni private e pubbliche della vita; così progressiva che nemmeno col pensiero si può oltrepassare la [p. 245 modifica]perfezione, che prefigge qual meta alla carriera dell’umanità.

«La formola italiana (così appella Mazzini la sua) è invece radicalmente filosofica; accettando le conquiste del passato, guarda risolutamente al futuro e tende a definire il metodo più opportuno allo svolgimento progressivo delle facoltà umane». Confesso che tutto questo periodo è per me un enigma. In qual senso può mai chiamarsi filosofica l’espressione: Dio e Popolo? Nessuno di questi due termini ha qualche relazione particolare con la filosofia: non Dio, perchè è concetto religioso, anzichè scientifico; non il Popolo, perchè è concetto empirico, anzichè razionale. E come può dirsi, che quella formola accetti le conquiste del passato?Dio nè il Popolo sono principii, che l’umanità abbia conquistato; ma l’uno è il simbolo di un sentimento connaturale allo spirito umano, e l’altro, per sè, non è che un fatto materiale. Come può dunque guardare al futuro? Come tendere a definire un metodo qualsiasi per lo svolgimento delle umane facoltà? Ho un bel ripetere a me stesso: Dio e il Popolo; io non ritrovo in queste due parole nè passato, nè futuro; non ci veggo nè definitone, nè metodo di sorta; non ci sento nè progresso, nè svolgimento di nessuna facoltà: scientificamente non ci trovo nulla; perchè Dio è un’incognita, e il Popolo è un fenomeno di storia naturale.

«La prima esprime compendiato un grande fatto; la seconda scrive sulla bandiera un principio. La primo definisce, afferma il progresso compiuto; la seconda costituisce lo strumento del progresso: il mezzo, il modo per cui deve compirsi». A me sembra tutto il contrario. La formola francese non esprime un fatto ma un pricipio, perchè i suoi elementi sono idee, sono verità che hanno ancora da incarnarsi e realizzarsi nella storia. Essa adunque afferma bensì un [p. 246 modifica]progresso compiuto nell’ordine del pensiero, ma determina insieme la legge del progresso da compiersi nell’ordine dell’azione. All’incontro, la formola di Mazzini non significa nè il progresso compiuto, nè quello da compirsi; nè la verità d’un principio, nè la legge d’un fatto; e l’ingegno il più acuto ed analitico del mondo non arriverà giammai a scoprire in quelle due voci la costituzione di uno strumento, di un mezzo, di un modo quale che sia di progresso.

Ben ve lo scorge Mazzini, lo so; ma ve lo scorge mediante un commento, che dà ai due termini un senso tutto suo proprio. Egli continua infatti: «Una formola filosofica-politica, per aver dritto e potenza d’avviar normalmente i lavori umani, deve racchiudere due sommi termini: la sorgente e la sanzione morale del progresso; la legge e l’interprete della legge».

Questa nozione della formola politica, a mio avviso, è falsa. Una formola scientifica non è altro che l’espressione chiara e concisa, e quasi la riduzione ai minimi termini di una legge. Ora che cosa sono, nel linguaggio filosofico, le leggi? Sono i rapporti naturali e necessari degli esseri. Ma per determinare questi rapporti non fa d’uopo di assegnare la sorgente; e nessuna legge fisica, matematica, metafìsica e morale si fa dipendere in alcuna guisa dal concetto della sua causa. Dunque il primo termine, che Mazzini prescrive alla formola, non le appartiene.

E non le appartiene neppure il secondo, che è, giusta la sua dottrina, la sanzione o l’interpretazione della legge. In primo luogo perchè la sanzione d’una legge non ha che fare con la sua interpretazione: identificare l’una con l’altra, è distruggerle entrambe. In secondo luogo, perchè la formola d’una legge è affatto diversa ed indipendente dalla sua interpretazione e dalla sua sanzione; le sono quistioni d’ordine e di [p. 247 modifica]natura al tutto differente: confonderle in una, è renderle insolubili tutte.

La formola politica adunque non deve esprimere altro, che la legge sociale, ossia i rapporti naturali e necessarii de’ cittadini verso la nazione, e delle nazioni verso l’umanità. La sorgente poi e la sanzione di questa legge sono due problemi a parte, gravissimi e importantissimi quanto si voglia, ma indipendenti dalla formola. Dunque allorché Mazzini soggiunge: «Questi due termini mancano alla formola francese; costituiscono l’italiana,» pronuncia senz’accorgersene il più grande elogio di quella, e la più severa condanna della sua.

«La sorgente, la sanzione morale della legge sta in Dio, cioè in una sfera inviolabile, eterna, suprema, su tutta quanta l’umanità, e indipendente dall’arbitrio, dall’errore, dalla forza cieca e di breve durata. Più esattamente Dio e Legge sono termini identici.» Con questo commento, lungi dallo spiegare la sua formola, Mazzini la immerge in un pelago di nuove difficoltà e di nuovi misteri. Se Dio e Legge sono termini identici, la sua tesi, che la sorgente, la sanzione della legge sta in Dio, equivale precisamente a queste altre: la sorgente della legge è la legge; — la sanzione della legge è la legge; — la sorgente di Dio è Dio; — la sanzione di Dio è Dio; — la legge è legge; — Dio è Dio. — E che senso daremo noi a questo gergo? Inoltre se la legge è Dio, convien dunque sapere che cos’è Dio, per conoscere che cosa sia la legge E il Dio di Mazzini qual’è? Ecco il nodo della quistione. L’accennare come egli fa ad una sfera inviolabile, eterna, suprema non è definire; poiché a tutte quante le religioni e le sette possono appropriarsi quelle belle parole; ma sono parole! Avanti d’accettare la sua formola, dobbiamo chiedergli, che ci dica una buona [p. 248 modifica]volta, senz’ambagi e senza tropi, che cos’è Dio? Ovvero fra varii Dei presentemente nati in Europa, qual’è il suo? Teologicamente noi possiamo annoverarne quattro, assai diversi fra loro: il Dio degli Ebrei, il Dio de’ Cattolici, il Dio de’ Maomettani, e il Dio dei Protestanti. Filosoficamente poi li Dei possono contarsi a centinaia.

Ciascuno de’ molti sistemi di panteismo, di materialismo, di spiritualismo, d’idealismo, ecc. ecc., ha un suo Dio particolare, che è sempre la negazione del Dio di ciascun altro. Or bene; fra questa turba di Dei, qual’è il Dio che Mazzini adora e che vuol farci adorare? Da’ suoi scritti non mi venne mai fatto di raccapezzarlo; poiché ci sono frasi per tutti; ce n’è per il Dio del Papa, per quello di Lutero, per quello di Maometto, per quello di Socino, per quello di Rousseau, per quello di Spinosa... Non è dunque possibile che la sua formola abbia un valore, finchè il primo e massimo elemento non è ben definito.

«L’interpretazione della legge fu problema continuo all’umanità. — La formola italiana affida l’interpretazione della legge al popolo, cioè alla nazione, all’umanità collettiva, all’associazione di tutte le facoltà, di tutte le forze coordinate ad un patto.» — Qui abbiamo una certa definizione; ma siccome è arbitraria, così non vale a costituire nè legge, nè formola veruna. Chi abbia già del Popolo la sublime idea, che a Mazzini venne inspirata dal suo nobile cuore, dirà come lui, certamente; ma i termini d’una formola, di una legge sociale, devono portare in sè stessi il loro valore, e non ritrarlo dall’arbitrio e dall’intenzione dello scrittore. Fra i due termini Dio e Popolo, non è espresso alcun rapporto; dunque o bisogna supporre che l’unico rapporto possibile sia quello di Mazzini; o altrimenti la sua formola non significa nulla [p. 249 modifica]perchè non determina nulla. Il primo caso non è ammissibile, dacchè ripugna egualmente alla logica ed alla storia, dunque sta il secondo.

«La formola italiana, intesa a dovere, sopprime dunque per sempre ogni casta, ogni interprete privilegiato, ogni intermediario per diritto proprio tra Dio, padre e inspiratore dell’umanità, e l’umanità stessa.» Ma perchè possa produrre tanti bei frutti la formola va intesa a dovere, cioè nel senso di Mazzini; chè altrimenti, preso ciascun termine come suona, non ha senso alcuno determinato. E questa clausola sola non prova abbastanza la completa nullità della formola mazziniana? La francese all’incontro sopprime ogni casta, ogni interprete privilegiato, senza bisogno di chiose, che ne la facciano intendere a dovere; ma semplicemente in virtù del senso naturale, ordinario e vulgarissimo delle parole. Dovunque sia libertà, eguaglianza e fratellanza, ivi è impossibile fino il concetto di casta e di privilegio; laddove Dio e il Popolo sono dappertutto, e pure dappertutto regna il privilegio e la casta.

«La formola italiana, generalizzata da una nazione all’associazione delle nazioni, dichiarata fondamento d’una teoria della vita: Dio è Dio, e l’umanità è suo profeta.» Non so capire come un apostolo del progresso abbia potuto tenere questo linguaggio, che odora così forte di musulmano. Oh! Mazzini dovea lasciarlo a quei devoti e fanatici settarii, i quali credono tanto più fermamente una cosa, quanto più è incomprensibile ed assurda; ma egli parla ad uomini civili del secolo XIX, e sa meglio di me, che costoro non sono disposti a credere, se non quello che intendono. O spera forse d’aver loro tolto ogni dubbio e chiarita ogni difficoltà con quella strana definizione. Dio è Dio? E quando avranno imparato che Dio è Dio, conosceranno [p. 250 modifica]poi davvero cos’è Dio? Quando pure gli concedano che l’Umanità è Profeta di Dio, potranno persuadersi di aver trovato il fondamento d’una teoria della vita? Una teoria non può assumere per fondamento se non un principio certo ed evidente; e Mazzini vuol fondare la teoria della vita sopra un giuoco di parole, sopra un’incognita?

«La formola italiana è dunque essenzialmente, inevitabilmente, esclusivamente repubblicana, non può uscire che da una credenza repubblicana, non può inaugurare che repubblica.» Ed anche questa conclusione è fallace. La formola Dio e Popolo non è, e non può dirsi nè esclusivamente, nè inevitabilmente repubblicana, poichè è essenzialmente indeterminata, ossia nulla. Essa riceve il suo significato dal carattere di chi la proclama; ed è repubblicana sulla bandiera di Mazzini, come sarebbe teocratica su quella di Pio IX.

«La formola francese, non accennando alla sorgente eterna della legge, ha potere per difendere con la forza, col terrore, non con l’educazione, alla quale manca la base, le conquiste del passato; è muta, incerta, malferma su l’avvenire.» V’ha qui un gruppo di metafore, in cui non veggo lume da nessuna parte. Accusare una formola di non potersi difendere! Mescolare insieme formola e forza; formola e terrore, formola ed educazione! O che? la formola dev’essere dunque un esercito o una fortezza, una scuola o una accademia? E la formola di Mazzini ha dunque il potere di educare? A crederlo però aspetteremo di vederla salire in bigoncia, e di ascoltare le sue pedagogiche lezioni! — Del resto che la francese non accenni alla sorgente della legge, è appunto il suo pregio e il suo merito principale; e che sia muta, incerta, malferma su l’avvenire, non può sostenerlo, se non chi ignori o voglia affatto dimenticare il senso più ovvio delle parole libertà, eguaglianza, fratellanza. [p. 251 modifica]

Il rimanente del suo discorso dovrei dire, se non si trattasse di Giuseppe Mazzini, che offende troppo il senso comune: «La formola francese non definendo l’interprete della legge, lascia schiuso il varco agli interpreti privilegiati, papi, monarchi o soldati. Quella formola potè nascere dagli ultimi aneliti d’una monarchia, sussistere ipocritamente in una repubblica, che strozzava la libertà repubblicana di Roma; soccombere sotto il nipote di Napoleone, che dichiarava: io sono il migliore interprete della legge, io sarò tutore alla libertà, all’eguaglianza, alla fratellanza de’ milioni.» Come! Mazzini trova modo di associare insieme questi concetti: libertà e privilegio, eguaglianza e Papa, fraternità e monarca o soldato! Ma se questi non sono concetti rigorosamente, evidentemente, palpabilmente contraddittorii, c’insegni un po’ che cosa sia ripugnanza e contraddizione; giacchè se mi permette di ragionare con la sua logica, io gli convertirò tutti gli assurdi in altrettanti assiomi. — Inoltre, quel rimprovero ch’esso rivolge alla formola francese, mi fa nuovamente dubitare, ch’egli esiga proprio dalle formole l’officio degli schioppi, dei cannoni e delle bombe.

Ma non è una stranezza, a dir poco, l’imputare ad una formola le iniquità di un governo! quelle iniquità erano forse una conseguenza legittima e necessaria di quella formola? Questo governo era forse fedele al suo principio? A chi mai farà credere Mazzini, che se in luogo delle parole: liberté, égalité, fraternité, fosse stato scritto in fronte ai pubblici monumenti: Dio e Popolo, l’assemblea francese non avrebbe decretato la spedizione di Roma, nè Bonaparte avrebbe fatto il colpo di Stato? Le parole Dio e il Popolo ben erano scritte sulle bandiere di Roma; e perchè non fecero il miracolo di salvarla? Perchè Mazzini non isconfisse i battaglioni francesi, non disperse le artiglierie tedesche, non [p. 252 modifica]mantenne saldi ed incolumi i bastioni italiani, col suo magico grido: Dio e Popolo? — In verità, io arrossisco di dover discutere argomenti così stravaganti. No, Napoleone non commise la follia di dichiararsi tutore della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza dei milioni. Egli fu assai più consentaneo a sè stesso: «giù la libertà, egli disse, giù l’eguaglianza e la fratellanza! Io sono il vincitore e comando; il popolo è vinto e obbedisca.» — E quella povera formola, che Mazzini stima conciliabile di fatto col dispotismo, Napoleone non la giudicò compatibile, nè pur di solo nome, col suo potere: la cancellò dappertutto! Ma invece quale è la formola, che trovò bella e fatta per lui? E quella di Mazzini: in nome di Dio e del Popolo (par la grace de Dieu et la volontè nationale)....

Ed è la storia, non io, che dà una smentita così franca e solenne a quell’altra singolare asserzione: «Nè papa nè re potrebbero assumere coi repubblicani italiani linguaggio siffatto. La formola inesorabile gli direbbe: non conosciamo interpreti intermediarii privilegiati tra Dio e popolo: scendi ne’ suoi ranghi, ed abdica

Sì, Bonaparte ha assunto linguaggio siffatto co’ repubblicani; e la formola di Mazzini si mostrò, non mica inesorabile, ma la più compiacente e pieghevole creatura del mondo. Essa non solamente stette cheta e si tacque; ma fece assai più, ed assai peggio. Si presentò lesta lesta al Bonaparte e gli disse: «Tu cerchi un’insegna per la tua bandiera, ed un’iscrizione pei tuoi decreti: eccomi qua, nata, fatta per te. Grida sempre: Dio e Popolo, e fa quel che vuoi: tu avrai sempre ragione.» — Oh! Mazzini é tornato in mal punto a celebrare la sua formola. Doveva almeno purgarla dal fango, di cui l’ha contaminata Bonaparte! e assolverla dall’infanzia, onde l’hanno coperta i bonapartisti! [p. 253 modifica]

Ho cominciato a trascrivere questa splendida confutazione della formula mazziniana, col proposito di sceverarla de’ periodi meno interessanti; ma, fatta eccezione di alcune parole, nel principio ed alla fine, le une che servono di legame con quello di cui precedentemente ragiona l’A. e le altre che riguardono lui personalmente, non ho trovato nulla che ridondi, che non interessi, che non piaccia; perciò interamente e fedelmente l’ho trascritta. Aggiungo ora le mie osservazioni.

Le condizioni alle quali deve soddisfare una formola politica, ottenendosi alle opinioni medesime del Mazzini e del Franchi, sono che: deve esprimere la verità d’un principio, la legge d’un fatto; un principio, che, base del patto sociale, determini i rapporti dei cittadini fra loro e con la società, ed accenni eziandio la legge che darà norma al progresso futuro. E tutto ciò, leggendo la formola, deve presentarsi chiaro, immediato, consueto alla mente d’ognuno, senza aver bisogno d’interpreti o di commenti.

A me pare che la formola francese non soddisfi a queste condizioni. Il suo merito altro non è che non contraddirle. Libertà non può esistere senza eguglianza; quindi una di queste due parole è superflua; se tutti sono eguali non potranno essere che liberi, nè potranno dirsi liberi i cittadini fra cui non siavi eguaglianza; e la fratellanza poi, come che accenni il fine a cui tende la nazione, il patto che lega i cittadini, è una ipocrisia, perchè non esiste in natura, e se i cittadini vivranno come fratelli, perchè tali li rendono gl’interessi tutti cospiranti al bene pubblico, non perciò saranno tali. Inoltre da questa parola viene l’odore del cristianesimo a mille miglia.

Non comprendo come sia sfuggita alla mente di tutti la formola semplicissima e chiarissima, già titolo [p. 254 modifica]d’un savio giornaletto che pubblicavasi in Genova: libertà ed associazione!

Questa formola, evidente per sè medesima, non ha bisogno nè d’interpreti, nè di commenti; essa è un principio, ed è quello appunto su cui deve basarsi il patto sociale; la libertà esprime il diritto d’ogni italiano, l’associazione la sola legge a cui si sottopongono, il solo patto che li unisce, l’unico rapporto sociale e sotto questa unica legge, eziandio, deve svilupparsi l’indefinito progresso sociale.

Come Ausonio Franchi, dico che per noi deve essere: «nostrale ogni verità, straniero ogni errore;» ma in parità di circostanze preferisco ciò ch’è italiano a ciò ch’è straniero. E quando ad una formola adottata da un’altra nazione io trovo di sostituirne altra uguale o migliore, non dubito un istante; perchè l’imitazione, non è mai scompagnata da qualche cosa di servile. Sono umanitario; ma innanzi tutto italiano; e come in una nazione non può costituirsi il nuovo patto fra i cittadini, se ognuno di essi non acquisti piena ed intera la sua individualità, così non vi sarà fratellanza o meglio associazione di popoli, se prima ogni popolo non ottenga la sua completa autonomia; e come è impossibile sorgere a libertà prima che ognuno senta ed operi liberamente, del pari il primo passo che dobbiamo fare noi Italiani, onde avviarsi alla soluzione del problema umanitario, è quello di sentirci e di costituirci esclusivamente italiani. Come dalla libera manifestazione del pensiero d’ognuno, risulta il vasto concetto nazionale; dalla libertà ed esistenza propria ed assoluta d’ogni nazione, può risultare il patto umanitario. Chi ammette supremazia di nazione, astri e satelliti, nega la rivoluzione verso cui aspiriamo.


Fine.