Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo IV/Libro I/Capo II

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Capo II – Favore e munificenza de’ principi verso le lettere

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Capo II – Favore e munificenza de’ principi verso le lettere
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Capo II.

Favore e munificenza de’ principi nel fomentare gli studi.

I. Era di questi tempi l’Italia, come sopra si è dimostrato, divisa in varie provincie, altre delle quali reggevansi con governo repubblicano, altre aveano principi che o per antico diritto, o per libera elezione de’ popoli n’erano signori. Gl’ imperadori, benchè per la pace di Costanza avessero in gran parte ceduto a’ lor diritti sopra essa, serbavano nondimeno l’alto dominio, e volean mostrare di esserne ancora arbitri e sovrani. I re di Sicilia aveano il loro regno composto di molte ed ampie provincie di qua e di là dal Faro. Aveano il loro stato i romani pontefici, di cui per le donazioni de’ Cesari eran signori. Molte finalmente delle altre città che diceansi libere, si soggettavano spontaneamente al comando di alcuno de' più potenti e [p. 22 modifica]22 LIBRO autorevoli cittadini, e già avean cominciato a formarsi que' diversi dominii che si renderon poscia così ragguardevoli e forti. Molti eran dunque coloro che poteano col lor favore proteggere e fomentare le scienze, e molti di l'atto furono tra essi a cui molto dovette la letteratura italiana di questi tempi. Veggiamo ciò che di essi ci han tramandato le antiche Storie, e seguiam l’ ordine stesso che abbiamo or or divisato. II. Federigo I appena appartiene a quest’epoca; e di lui già abbiam detto abbastanza nel tomo precedente. Arrigo, che gli succedette, non lasciò all'Italia troppo gradita memoria di se medesimo e le diede bensì più pruove della sua ferocia e della sua crudeltà, ma di favore e di protezione per le lettere non diede saggio di sorta alcuna. Noi il vedremo altrove cavalcare di mezzo a due celebri giureconsulti, e ad un di essi donare quel destriero medesimo cui egli montava. Ma questo onore renduto alla giurisprudenza non ebbe origine che dal suo interesse, e dal piacere di udirsi da colui adulato. Ottone IV ancora non fece cosa per cui debba aver luogo ne’ fasti dell’italiana letteratura. Ma Federigo II, se fu all'Italia funesto pelle guerre con cui di continuo la travagliò, molto ancora giovolle pel singolar favore di cui onorò le lettere, e ne promosse lo studio. Se il luogo della nascita si può avere in conto di patria, possiam con ragione affermare che Federigo II fu italiano. Egli nacque l’anno 1 ip4 io Jesi», ove allor trovavasi la reina Costanza sua madre. Così espressamente afferma Riccardo da [p. 23 modifica]PRIMO u3 S. Germano scrittore contemporaneo. Tunc imperatrix Exii Ch’itale Marchiae filium peperit nomine Frideric. me. De. in festo S. Stephani (Cht'on. ad an. 1194, Script. Rer. ital. vol 7, p 976). E l’Anonimo casinese, benchè non nomini Jesi, dice nondimeno egli pure che nacque nella Marca di’Ancona (CI ir on. ad an. 11 <p, ib. vol 5, p. 73). Le quali testimonianze a me sembra che debbano avere assai più forza, c!ie non quelle di altri assai più recenti autori, allegate da alcuni scrittori siciliani, e singolarmente dal Mongitore (Bibl. Sic. t. 1, art. Freder. II), a provar ch’ ei nacque in Palermo. Egli fu ben colà trasportato l'an 1198, ed ivi trattennesi fino all’an 1212 in cui passò in Germania, e quindi può la Sicilia arrogarsi a giusta ragione il vanto di avergli data quella sì colta educazione che lo rendette coltivatore insieme e fomentatore de’ buoni studi. IH. E veramente tutti gli antichi storici ci parlano di Federigo, come di uno de’ principi più amanti della letteratura, che mai sedesser sul trono. Ricordano Malespini, che pur non gli si mostra troppo favorevole nelle sue Storie, dice ch’egli fu uomo ardito e franco, e di grande valore e scienza, e di senno naturale fu savissimo, e seppe lingua latina, e il nostro parlare, e’l tedesco, francese, greco, saracinesco, e fu copioso, largo c cortese (Star, fiorent r. 112, vol 8 Script. Rer. ital. p. 953). E similmente nella Cronaca di Francesco Pipino di lui si dice, ch era principe satis literatus, Ungi tarum doctus, omnium artium mechanicanan, cjuibus animi un (lederai, arti/ex perilus (Cfiron. [p. 24 modifica]a4 LIBRO c. 11, vol. 9 Script. rer. ital. p. 661). Giovanni Villani ancora, che deesi contarsi tra gli scrittori nulla parziali di Federigo, ripete nondimeno quasi le stesse parole che sopra abbiam riferite di Ricordano, dicendo che fu savio di scrittura, e di senno naturale, universale in tutte le cose, seppe la lingua latina et la nostra vulgare, et tedesco, francesco, greco, et saracinesco (l. 6, c. 1). Queste testimonianze di autori che non posson dirsi panegiristi di Federigo, ci rendon più facile a credere il grande elogio che ne fa un encomiatore di questo monarca, cioè Niccolò di Jamsilla, scrittore egli ancora contemporaneo. Egli ci narra di Federigo che fu assai studioso della filosofia, e che ne stese lo studio per tutto il regno che quando egli prese a regnare in Sicilia, appena vi avea in quelle provincie alcun letterato; ma ch’egli vi aprì pubbliche scuole delle scienze e delle arti tutte; che da ogni parte del mondo vi trasse celebri professori, assegnando del suo proprio erario e stipendio ad essi e mantenimento a’ poveri giovani, perchè agiatamente potessero coltivare gli studi; ch’egli stesso per ultimo, poichè più che di ogni altra cosa piacevasi della storia naturale, scrisse un libro della Natura e del Governo degli Uccelli, in cui diè a vedere quanto fosse in tale scienza versato (Script. rer. ital. vol. 8, p. 495, ec.). E questo libro di Federigo conservasi ancora stampato in Colonia l’an 1596, con alcune giunte fattevi dal re Manfredi di lui figliuolo. Noi parleremo altrove della poesia italiana, in cui ancora esercitossi questo monarca, c di cui [p. 25 modifica]piiimo a5 si crede da alcuni ch’ei fosse il più antico scrittore. Così non avesse egli a questi giovevoli studi congiunto ancora quello della’ astrologia giudicaria, di cui fu cieco seguace e credulo ammiratore. Ma questo fu comun difetto de' più grandi uomini e de’ più potenti signori di questa ^età. IV. Un principe che in mezzo alle cure difficili del governo, e tra le fiere procelle in cui fu di continuo avvolto, pur seppe sì felicemente coltivare le scienze, non è maraviglia che ne fosse insieme splendido protettore. Io non debbo a questo luogo cercare ciò che debb’ essere l argomento di altri capi, e perciò non rammenterò io qui nè le pubbliche scuole da lui fondate, nè i libri di Aristotile e di altri antichi filosofi da lui fatti recare in latino, nè altri utilissimi provvedimenti con cui egli adoperossi a promuovere i buoni studi. Riferirò qui solo il sentimento di Dante, il quale cercando per qual ragione a’ suoi tempi ciò che scrivevasi in lingua italiana, si dicesse scritto in lingua siciliana, afferma ciò aver avuto origine da’ tempi di Federigo II e di Manfredi, amendue re di Sicilia, i quali, essendo principi liberali al sommo e cortesi, allettavano a venir presso loro tutti i più colti ingegni di quell’età, per tal maniera che qualunque cosa essi dessero alla luce, pubblica vasi primieramente nella lor corte; e perchè essa era in Sicilia, siciliano diceasi tutto ciò che ivi scriveasi in italiano; la qual maniera di favellare, conchiude Dante (De vulgari eloq. c. 12), usiam noi pure, nè i nostri posteri potran cambiarla giammai. Nel che però IV. Protezione da lui accordata alle scienze. [p. 26 modifica]26 LIBRO ni non è stato troppo felice profeta. Era dunque a quei tempi la corte di Federigo quasi un luminoso teatro in cui i più belli spiriti italiani si radunavano, e all’ombra della regal protezione esercitavansi nei’ più ameni e nei’ più nobili studi. Qual frutto ne avrebbe tratto l’Italia, se più pacifico e più lieto fosse stato il regno di questo monarca! V. Da lui non dee disgiungersi il suo fido cancelliere e ministro Pier delle Vigne, da cui venne probabilmente in gran parte il fervore e l’impegno con cui egli avvivò e promosse le scienze. Fu questi un de’ più celebri uomini di quella età, che per le cariche illustri a cui dall umil sua condizione fu sollevato, per le gloriose ambasciate che per Federigo sostenne, pel suo sapere in poesia, in eloquenza, in leggi e in altri studi, per la destrezza nel maneggio dei’ più ardui affari, e finalmente per le sinistre vicende a cui fu soggetto, diede grande argomento a’ discorsi degli uomini e alle penne degli scrittori di questi tempi. E nondimeno, benchè appena vi abbia chi non parli di lui, niuno però tra gli antichi ci ha lasciata un’ esatta contezza della vita di questo sì famoso ministro. Matteo Paris e Guido Bonatti che gli furono coetanei, Francesco Pipino e Benvenuto da Imola, autori del secolo xiv, sono i soli che alquanto più stesamente.ne abbiano favellato, come or ora vedremo. Ciò ch è più strano, si è che ancor tra’ moderni, benchè tre edizioni si sian fatte delle Lettere di Pier delle Vi gne, ninno però ha preso a scriverne con qualche diligenza la Vita. E anche ne’ grandi [p. 27 modifica]primo 37 Lessici del Bayle, del Marchand, del Chausepiè, non vedesi cenno alcuno di questo grand’uomo. Solo nel Giornale de’ Letterati stampato in Firenze ho io veduto intorno a lui (Li, par. 1, p. 60) un articolo in cui con singolare esattezza e con vastissima erudizione si esaminano le più importanti notizie che ce ne han lasciato gli antichi scrittori, e i difetti non piccioli dell’edizioni sinora fatte delle sue Lettere. Mi sia lecito dunque il fare qualche ricerca su questo argomento che non è punto alieno dallo scopo di questa Storia, e il raccogliere ciò che intorno a Pier delle Vigne mi è avvenuto di ritrovare, benchè con qualche fatica, presso i più antichi e i più accreditati scrittori. VI. L’abate Tritemio ci narra intorno a Pier delle Vigne la più leggiadra novella del mondo. Egli (Chron. Hirsaug. ad an. 1229), dopo aver detto che Pietro era tedesco, e natio di Svevia, e dopo aver ragionato del molto ch’egli operò a favor di Federico contro la Chiesa, soggiugne, che avendo incorso per qualche motivo lo sdegno del suo signore, fu per ordin di lui acciecato, e chiuso in un monastero, ove egli passò più anni in un’ amara contrizione delle sue colpe. Dopo alcun tempo, siegue a narrare il Tritemio, essendo Federico scomunicato, e vedendosi da ogni parte assalito da’ suoi nimici, e impotente a difendersi, fu costretto a ricorrere all’ antico suo cancelliere, e andò perciò al monastero in cui Pietro viveva rinchiuso; ed ivi, dopo avergli chiesto perdono del crudel trattamento usatogli, il pregò di consiglio nella estremità a cui era condotto. Pietro Vi. Favola che 11«» narra il Trilemio. [p. 28 modifica]VII. Notizie di esso; suo gran favore presso Federigo li. 38 LIBRO allora esortollo a togliere tutti i vasi d’oro e d’argento ch’erano nelle chiese, e a valersene a batter moneta, e a radunare soldati, e quindi ad assalire con terribile esercito i suoi nimici. Federigo seguì il reo consiglio, che certo non era degno d’uom penitente, quale, secondo il Tritemio, era allor Pietro. Ma ei ne venne a stato sempre peggiore, per modo che finalmente nel Concilio di Lione fu solennemente deposto. Ciò intesosi dall’abate del monastero di Pietro, egli l’interrogò perchè avesse dato a Federigo sì malvagio consiglio; ed ei candidamente rispose, che appunto per trarne vendetta; sapendo ben egli che se l’imperadore l’avesse seguito, avrebbene da Dio ricevuto severo gastigo. Così il Tritemio. Or chi crederebbe che in tutto questo racconto, se sene tragga 1*accecamento di Pietro, non v’abbia ombra di verità? E nondimeno, perchè la narrazion del Tritemio ha dello strano e del romanzesco, ella è stata con piacere adottata da altri scrittori, ai’ quali sembra che tanto più debban pregiarsi i racconti, quanto più sono maravigliosi. Io spero che a’ miei lettori sarà più gradito il piacere che arreca la veduta di un vero, benchè semplice, oggetto, che quello che in noi produce l’illusione de’ sogni. VII. Pier delle Vigne adunque primieramente non fu tedesco, come il Tritemio afferma senza alcun fondamento, ma fu italiano, e nativo di Capova, come raccogliesi, oltre altri certissimi monumenti, da una lettera scritta in lode di lui, mentre ancora vivea, da un cotal Niccolò, e inserita tra le Lettere del medesimo Pietro [p. 29 modifica]PRIMO 2Q (/. 3, c. 45) j ove si chiama Capova felice, per aver dato alla luce un tal uomo. Il Toppi (Bibl. Napol. p. 258) lo dice nato di nobil famiglia. Ma egli soffrirà in pace che noi crediamo anzi a due antichi scrittori che ci assicurano ch’ ei nacque di bassa stirpe, cioè a Francesco Pipino che vivea il principio del XIV secolo, e che racconta ch’egli era di vilissima condizione, infimissimo genere ortus (l. 2 Chron. c. 39, Script. Rer. ital. vol. 9, p. 660), che il padre di lui era uomo affatto sconosciuto, e la madre povera donnicciuola che sostenea sè e il figlio coll accattare il pane; e a Benvenuto da Imola, che ripete quasi le parole stesse di Pipino (Excerpta in Comoed. Dantis ap. Murat. Antiq. Ital. t. 1, p. 1051), se non che cambia l'infimissimo in infimo. Anzi lo stesso Pietro in una sua lettera (Martene, Vet. Script, vol. 2, ep. 38) ringrazia Dio che con averlo condotto alla corte di Federigo gli abbia aperta la via a sollevar la miseria della povera sua madre, e di una sua ugualmente povera sorella. Tutte le circostanze suddette confermansi ancora più chiaramente da un passo del celebre astrologo Guido Bonatti che vivea a quel tempo medesimo. Fuit, dic egli (Astronom, p. 220, ed. Basil. 1550), quidam de regno Apuliae, natione vilis, nomine Petrus de Vinea, qui, cum esset scholaris Bononiae, mendicabat, nec habebat quid comederet. La sua povertà dunque non lo distolse dal coltivare gli studi in Bologna | e il fece con sì felice successo, che condotto a caso innanzi a Federigo, questi ne fu rapito per modo, che gli diè ricetto nella [p. 30 modifica]3o LIBRO sua corte, ove proseguendo negli intrapresi suoi studi, divenne sì esperto nell uno e nell altro diritto, e formò uno stile sì elegante per quei tempi nello scriver lettere, e nel distender carte d’ogni maniera, che Federigo giunse a conferì gli le cariche di protonotario della sua corte, di giudice, di consigliere, e a farlo intimo confidente di tutti i suoi disegni (Pipin. et Benven. l. c.). I giornalisti fiorentini, avendo veduto in una carta dell'an 1212 sottoscritto Pietro notaio e cancelliere, ne hanno tratto per conseguenza che fin da quell anno godesse Pier delle Vigne il favor di Federigo (l.c. p.(67 ec.). Io non ho ragioni di negarlo. Ma parmi che l identità del nome non basti a provarlo. Anzi al vedere che di lui non trovasi nelle Storie menzione alcuna fino all an 1232, si rende difficile a credere che sin da ventanni addietro ei fosse accetto a questo monarca. Ma checchesia del tempo in cui egli ottenne la grazia di Federigo, è certo pur che l ottenne; e giunse in essa tanto oltre, che, come narrano il Pipino e Benvenuto di Imola, vedeasi nel Palazzo di Napoli una pittura in cui era espresso Federigo assiso sul trono, Pietro sedente sopra una cattedra, e il popol tutto prostrato innanzi a Federigo, in atto d implorare giustizia con questi versi che ivi erano scritti: Caesar amor legum, Friderice piissime Regum, Caussarum telas nostras resolve querelas: A cui Federigo sembrava rispondere, addittando Pietro, con questi versi: Pro vestra lite Censorem juris adite: Hic est: jura dabit, vel per me (lauda rogabil: \ ine» cognomeu, Petrus Judex est sita uoiiicu. [p. 31 modifica]PRIMO 3l In fatti. al dire di Benvenuto, egli era consapevole di tutti i segreti di Federigo, e gli faceva o abbracciare, o abbandonare un partito, come più gli piacesse, ed ogni cosa reggeva a suo talento. E qual fosse la maraviglia ch’egli col suo sapere in tutti destava, scorgesi singolarmente dalla sopraccennata lettera di quel Niccolò, in cui si danno a Pietro sì grandi elogi, che maggiori non furon mai dati ad alcuno • perciocché ivi si dice che la natura avea in lui solo raccolti tutti que’ pregi che divider soleva in molti che la sapienza, dopo aver lungamente cercato dove posarsi, erasi finalmente trasfusa in lui; ch’egli era un altro Mosè nell’imporre le leggi, un altro Giuseppe nel goder della grazia del suo sovrano; anzi paragonandolo all’Apostolo S. Pietro, sopra lui ancora viene esaltato; e finalmente conchiudesi che Tullio stesso non avrebbe eloquenza pari al merito e alle virtù di Pietro. Grandi cose ci narra ancora il suddetto Guido Bonatti intorno al potere di cui Pietro godea presso di Federigo, e dice (l. c.) che credeasi beato colui cui egli onorasse del suo favore; che Federigo approvava tutto ciò che faceasi da Pietro; e che Pietro stesso annullava le cose fatte da Federigo; che questi gli conferì il dominio, cioè, come sembra doversi intendere, il governo della Puglia; e che Pietro ammassò tai tesori, che solo in oro avea, dice, 10000 libras angustanensium. (a) (il) Agostnri o agostani erano una moneta «Toro di J'cdengo 11, die equivaleva a un lioriuo d? oro e un [p. 32 modifica]3a libro \ III. La stima in cui Federigo avea il suo cancelliere, si fece ancora palese negli ardui affari e nelle onorevoli ambasciate che gli commise. Due volte fu da lui mandato al pontefice Gregorio IX per trattar delle cose della Lombardia sconvolta dalle guerre, cioè l’an 1232 insiem con Arrigo da Muro, con Pietro da S. Germano, e con Benedetto da Isernia (Richard de S. Germ. in Chron. ad an. 1232, vol. 7 Script. Rer. ital); e l’an 1237 insieme col gran maestro dell’ Ordine teutonico (Id. ad an. 1 iZ'j). Ma assai più glorioso per Pietro fu l’an 1239. Era Federigo entrato con grande accompagnamento in Padova, ove que' cittadini aveanlo ricevuto con festa e pompa solenne. Nel dì delle Palme radunato tutto il popolo nel prato detto della V alle, Federigo vi comparve assiso su alto trono, e avendo Pietro eloquentemente parlato alla moltitudine accorsa, vi si strinse amichevole alleanza tra il popolo padovano e l’imperadore (Rolandin. de factis in Marchia Tarvis. l. 4, c. 9). Quand’ecco giungere avviso che Federigo era stato da Gregorio IX nel giovedi santo scomunicato pubblicamente. Federigo temendo da ciò sconcerto e sollevazione nel popolo, radunò tosto i cittadini nel palazzo del pubblico, e stando egli seduto sul solio, levossi Pier delle Vigne, dice lo storico (ib. c. 10), giudice imperiale, e uomo fornito di molta quinto in circa. Par dunque che voglia dire il Bonetti o che Pietro avea il valore di dieci mila lire in tanti agostani, o che avea dieci mila libbre d'oro in tanti agostani. La prima spiegazione panni la più vcrisiuiile. [p. 33 modifica]PRIMO 33 letteratura saera e. profana, e nella letteratura de' poeti versato assai; e ¡ire.se per tema del suo ragionamento que’ versi d’Ovidio: Leniter ex merito ifuitlquid paliate, tei cintimi est: Quae venit indigne poena, dolenda venit. Quindi adattando queste parole alla presente occasione, persuase al popolo ch essendo Federigo sì cortese signore e sì amante della giustizia, che dopo Carlo Magno niun altro a lui uguale avera retto l’impero, potevasi a ragione doler della Chiesa: che egli non isdegnavasi di protestare al popolo tutto, che se per giusto motivo fosse stato scomunicato, era pronto a sottomettersi in ogni modo al pontefice ma perchè era questa un pena ingiusta, non era perciò a stupire ch’ egli ne facesse querela. Così proseguì Pietro a perorare in favore di Federigo, e ottenne almeno che i Padovani non si sollevassero contro di lui. Non molto dopo trovandosi Azzo Vii, marchese d’Este, al campo di Federigo, e avendo, per un cenno fattogli, sospettato che l’imperadore pensasse a togliergli la vita, ritirossi tosto in un castello. Federigo, a cui premeva di non averlo nimico, inviò a lui Pietro, dalla cui eloquenza si promettea ogni cosa, perchè lo allettasse a tornare. Ma questa volta ei non fu abbastanza efficace; e il marchese si stette fermo nella sua risoluzione (ib. c. 13). Nello stesso anno per ultimo Pietro recatosi a Verona, vi ricevette il giuramento di fedeltà che quel popolo prestò a Federigo e a Corrado di lui figliuolo (Cron. Ver. ad an. 1 a3j), Script. rer. ital. vol. 8). Più altre TlRABOSCiU, Voi. IV. 3 [p. 34 modifica]34 LIRRO ambasciate sostenne Pietro negli anni seguenti presso il pontefice Innocenzo IV a nome del suo signore. L’anno i:?43 bi a lui inviato con Taddeo da Sessa per trattar della pace (Ricard. de S. Germ. Chron. voL 7, Script. rer. ital. p. 1057); e nel seguente di nuovo collo stesso Taddeo e col conte di Tolosa pel medesimo fine, e poscia un altra volta nel medesimo anno insiem con Gualtero da Sora (Nicol, de Curbio in Vita Innoc. IV, § 1 o, 12, t. 3, pars 1 Script. rer. ital.); ma sempre senza effetto, non sembrando a Innocenzo che l’imperador procedesse con quella sincerità che ad una stabil pace si conveniva. Nell’anno stesso veggiamo Pier delle Vigne aver parte in un altro fatto, che benchè non si facesse per ordine di Federigo, questi però col dissimularlo mostrò chiaramente approvarlo. Questo fu l’arresto di S. Tommaso d’Aquino, allorquando essendo egli entrato nell Ordine de’ Predicatori, e andando da Napoli a Roma col maestro general dell’ ordine Giovanni Teutonico, fu da un suo fratello fermato a forza, e chiuso in un castello. Tolomeo da Lucca scrittore contemporaneo, e confidente del Santo, afferma che Pier delle Vigne si unì a tal fine con Reginaldo fratello di S. Tommaso: Et unus germanus Fratris Thomae... dictus dominus Reginaldus... statim ut sensit fratrem suum advenisse, Federico dissimulante... cum Petro de Vineis et suis famulis germanum suum subtraxit praedicto magistro, impositoque in equo, violenta manu cum bona comitiva ipsum in Campaniam misit ad quoddam castrum ipsorum vocatum Sancti Joannis (Hist. [p. 35 modifica]PRIMO 35 cccl l- 23, c. 30, Scri/Jt. Rei', ilal. voi. n, p. 1151)• IX. Giunse finalmente l’an 1245, in cui Innocenzo radunato in Lione un generale Concilio, vi scomunicò di nuovo l1 impera dorè, e il dichiarò caduto della sua dignità. Pier delle Vigne v intervenne mandato da Federigo a perorar la sua causa, come espressamente affermano Ricordano Malespini (Istor.fior. c. 142) e Rolandino (l. 5,c. 14) scrittori contemporanei, e dopo loro Giovanni Villani che in questo luogo lo chiama (l. 6, c. a-'j) savio cherico, e aggiugne ch’ egli col gran maestro dell’ Ordine Teutonico adoperossi, ma inutilmente, per frastornare il pontefice dalla presa risoluzione. Federigo, poichè ebbe di ciò avuto avviso, per mezzo del fedel suo Pietro scrisse a S. Luigi re di Francia una lettera in sua discolpa, ch è riferita da Francesco Pipino (Chron. c. 34) e da Matteo Paris che la dice indirizzata a’ prelati e a’ signori d’Inghilterra (Hist Angl, ad an. 1246), e vedesi anche inserita Tra le lettere dello stesso Pietro (l. 1, c. 3). D allora in poi non troviamo che Pietro fosse dall’ imperadore adoperato in alcuno affare, ed è probabile perciò che non molto dopo il Concilio di Lione ei cominciasse a decader dalla grazia del suo signore, e che poscia gli venisse in odio, per modo che fosse da lui fatto acciecare. Per qual ragione ciò avvenisse, e quai ne fosser gli effetti, non è facile ad accertare; si varii sono e sì contrarii tra loro i racconti degli storici antichi. Veggiam ciò ch essi ne dicono, e esaminiamo a cui debbasi maggior fede. ix. Trovasi al Concilio ili Lcouc. [p. 36 modifica]36 lì uno X. Ricordano Malespini, che fu contemporaneo a Pietro, così ne dice (Istor.fior. c. 131); Dopo alquanto tempo l imperadore fece ambasciata al savio uomo maestro Pietro delle Vigne, il buon dittatore, apponendogli tradimento, ma ciò gli fa J'atlo per invidia del suo grande stato, per la qual cosa il maestro per grande dolore si lasciò morire in prigione, e chi disse ch'egli medesimo si tolse la vita. Le quali parole stesse furono poi copiate da Giovanni Villani (Istor. l. 6, c. 22). Qui non veggiamo che Pietro si faccia reo di alcun delitto; e la disgrazia in cui cadde, si attribuisce solo all’altrui invidia. Anzi qui non si fa parola di acciecamento. Nella Cronaca di Piacenza pubblicata dal Muratori (vol. 16 Script, rer. ital. p. 465) questo si asserisce, ma senza recarne alcun motivo: Anno Christi MCCXLVIII Fredericus Imperator fecit excaecari Petrum de Vineis suum Cancellarium Rhetoricae eloquentiae mirabilem. Così pure Guido Bonatti altro non dice (l. c) se non che Pietro venne a miseria sì grande, che l’imperadore il fe’ acciecare, e ch’egli per disperazione, urtando il capo ad un muro, come credeasi comunemente, si uccise (a). Più assai (a) Anelie Fra Salimbene attribuisce la disgrazia di Pier delle \ igne alla condotta da lui tenuta, quando l’anno 1245 fu dall’inipei udor Federigo II mandato al pontefice Innocenzo V. Sed Imperator, dic’egli a pagina 293, nullius amicitiam conservare sciebat.... Patuit hoc in Petro de Vineis, qui in Curia Imperatoris maximus et consiliarus et dictator fuit, nec non ab Imperatore appellatus est Logothea; et tamen eum de pulvere exaltaverat, et in eudem pulverem eum postmodum fecit reca ti. Fani radicati verlt incanì cantra [p. 37 modifica]PRCttO 31? diffusamente ne parlano Francesco Pipino e Benvenuto «la I'»ola- H primo narra (Chron. c 39)) che per accusa di tradimento, come alcuni dicono, fu dall’impera dorè chiuso in carcere ed acciecato; e che ivi fra lo squallore finì la vita. Aggiugne che correva voce ch’ei .si fosse condotto male nella discordia tra ’l papa e l’imperadore; che altri dicevano che Pietro lo avesse tradito, sdegnato contro di lui, perchè Federigo, perduti avendo per quella discordia i suoi tesori, aveagli tolte le ricchezze da lui radunate; e che altri finalmente credevano ch’ei si usasse della moglie di Federigo, Somiglianti diverse voci che correvan fra gli uomini intorno alla disgrazia e alla morte di Pier delle Vigne, si annoverano da Benvenuto eum, nec non et calumnìam.... Calumnìa aulem Imperatori.s conira Petrum de Vinca fuil hujusmodi. lmperator miserai Jndirem Tadetim et Petrum de Vinea... et quosdam alios Lugdunum ad Papani ìnnocenlium IV, ut impedirent Papam, ne festìnarel ad deposilionem ipii us...et praeceperat eis, quod nullus cum Papa sine alio vel niii presentìbus aliis loqueretur. Postquam aiiiem reversi sant, accusavcrunt Sodi Petrum de Vinea, quod pluries sine eis familiare colloquium babai s set. Misit igilur imperniar, et fedi eum rapi, et mala morte mori. Quale fra tanti racconti che della disgrafia e della morte di Pier delle Vigne ci sono stati lasciati dagli scrittori di cjue’ tempi, sia il più verisimile, chi può accertarlo? Quello di F. Salimbene potrebbe ammettersi come non improbabile, se non avessimo una carta dell’anno 1, e perciò posterior di tre anni alla spedizione di Pietro, la qual ci mostra che questi era tuttora in quell'anno al seguito di Federigo II. Essa b stala pubblicata dal eh. sig. proposto lìeposati (Ideila Zecca di Gubbio, t. 1, pug. /}o \). [p. 38 modifica]38 MURO «la Imola, il qual però ne reca per principal cagione l’invidia de’ cortigiani. La troppa felicità, dic’egli (in Exceptis, l. c), eccitò contro di lui l invidia c Podio di molti; perciocchè gli altri cortigiani e consiglieri veggendosi tanto più abbassati, quanto più ei levavasi in alto, cominciarono ad apporgli falsi delitti. Altri dicevano ch’egli era divenuto più ricco dclFimperadore medesimo; altri, che si arrogava la gloria di tutto ciò che facevasi da Federigo; altri, che scopriva i segreti al romano pontefice; altri, altre cose. Di che sdegnato l imperadore, il fece acciecare, e chiudere in carcere. Ed egli non soffrendo trattamento sì indegno, da se stesso si uccise. Aggiugne che alcuni scrivono che condotto insieme con Federigo per la Toscana, ed ivi chiuso nel castello di S: Miniato, diè del capo nella parete, e cadde morto; ed altri narrano che stando egli in un palagio che avea in Capova sua patria, mentre di colà passava l’imperadore, gittossi dalla finestra. Ma checchè ne dicano altri, conchiude Benvenuto, io penso ch’ ei si uccidesse in prigione, perchè non parmi verisimile che l’imperadore, dopo averlo acciecato, il traesse seco, o gli lasciasse la libertà, potendo a ragion temere che egli, comunque cieco, non macchinasse vendetta contro di lui. XI. Da tutte le cose fin qui riferite parmi che si possa raccogliere probabilmente che Pier delle Vigne non fu veramente reo d’alcun delitto, ma che l’invidia de’ cortigiani il trasse in rovina; che Federigo da essi ingannato il fe’ acciecare; e che Pietro disperatamente si diè [p. 39 modifica]primo 3 g da se stesso la morte. La diversità medesima de’ sentimenti degli autori di quei’ tempi intorno al vero motivo della disgrazia di Pietro mi sembra che renda probabile la mia opinione; perciocchè se Pietro fosse stato reo di grave {’allo contro di Federigo, questi non avrebbe lasciato di pubblicarlo, e ne sarebbe rimasta tra’ posteri certa fama. Dante, che pone l'anima di Pier delle Vigne all’Inferno nascosta entro di un tronco, ne parla in modo, che anch’egli sembra persuaso ch’ei fosse innocente, perciocchè lo introduce a ragionar per tal modo di se medesimo: V son colui che tenni ambo le chiavi Del cuor di Federigo, e che le volsi Serrando, e disserrando, sì soavi, Che del segreto suo quasi ogni uom tolsi. Fede portai al glorioso ufizio, Tanto ch' i’ ne. perde’ le vene e’ polsi. La meretrice che mai dall’ ospizio Di Cesare non torse gli occhi putti, Morte comune e delle corti vizio, Infiammò contro me gli animi tutti, E gl’infiammati infiammar sì Augusto, Che i lieti onor tornaro in tristi lutti. L’animo mio per disdegnoso gusto, Credendo col morir fuggir disdegno, Ingiusto fece me contra me giusto. Inf. canto 13. Egli è vero che Benvenuto accenna alcune lettere scritte dal medesimo Pietro intorno alla sua sventura, nelle quali ci sembra riconoscersi reo. Ma lo stesso Benvenuto afferma che cotai lettere gli eran supposte: Ipse Petrus in quibusdam epistolis, quas fecit de infelici late sua., profitetur se nocentem. Dico breviter, quod [p. 40 modifica]40 LIBRO Ulne cpistolae non fuemnt siine, licei v'uleantnr Imbeve conformitaiem cimi stjlo suo; c aggiugite clic ancorché da ini fossero state scritte, ei dovette usare di quelle espressioni per placar l’animo di Federigo. E quindi è chiaro che presso i più antichi scrittori del XIII secolo e del seguente fu opinione comune che Pier delle Vigne non dovesse la sua rovina che al troppo invidiato suo esaltamento. XII. Non dobbiam però dissimulare il rac> conto assni diverso che di tal morte ci ha la! sciato un altro scrittore contemporaneo a Pietro, cioè Matteo Paris (Hist. ad an. 1249)). Ecco ciò ch’ei ne narra. Giaceasi Federigo ammalato in Puglia, quando Pier delle Vigne pe' donativi d’Innocenzo IV pensò di valersi di questa opportuna occasione a tradirlo. Sedotto perciò un medico, fe’ porre il veleno in un medicamento che Federigo dovea bere. L’imperadore ne fu avvertito quando già era per appressare la tazza alle labbra; e rivoltosi a Pietro e al medico che gli stavan dappresso, Spero io bene, lor disse, che voi non vorrete darmi il veleno. Pietro finse gran maraviglia del timore di Federigo, quasi con esso oltraggiasse la lor fedeltà. Ma Federigo rivoltosi con torvo aspetto al medico, gli porse la tazza, e gli ordinò che egli prima per metà la bevesse; di che il medico atterrito, fingendo di sdrucciolare, lasciolla cadere a terra. Comandò allora l’imperadore che raccolto ciò che nella tazza era rimasto, si desse a bere ad alcuni dannati a morte, ed essi in poco d’ora rimasero estinti. Fu dunque palese il tradimento del medico e di Pietro. [p. 41 modifica]PRIMO 4» Federigo, condennato a morte il primo, fi-’ abbacinar Pietro, ordinando ch’ei fosse dato in balia de’ Pisani che erano suoi nemici. Ma Pietro per sottrarsi a sì grande infamia, urtando improvisamente il capo a una colonna, si diè la morte. Così Matteo, il cui racconto è stato adottato ancor dal Giannone (Stor, di Napol. l 17, c. 3, par 1), forse perchè una circostanza di esso tornava bene al suo intento. Ma, a dir vero, oltre una cotal aria di favoloso che a me par di scorgere in questo racconto, io non veggo perchè debbasi maggior fede a Matteo, che a tanti altri storici. Ricordano Malespini fu egli pure scrittore contemporaneo a Pietro; Dante e Francesco Pipino non ne furon molto lontani; e nondimeno di un tal delitto non fan parola. Il solo Matteo Paris, scrittore contemporaneo, è vero, aggiugniamo ancora, se così si voglia, scrittore esatto, ma che finalmente vivea nell’Inghilterra, e non poteva perciò essere troppo bene istruito degli affari d’Italia; egli solo, dico, ci dà notizia di questo fatto. Le leggi di buona Critica a chi ci consigliano di dar fede? XIII. Di Pier delle Vigne abbiamo sei libri di Lettere, altre scritte in suo nome, altre, e le più, in nome di Federigo, intorno a che un non leggero errore ha commesso il Marchand (Dict, Hist p. 313, note 7), per cui si direbbe quasi ch ei non sapesse troppo ben di latino, perciocchè rapportando un passo di un autor tedesco, il qual dice che queste Lettere furono scritte da Pietro per la maggior parte non ex sua sed ex imperatoris sui Friderici persona, [p. 42 modifica]4 3 tlMO ne raccoglie che l imperador medesimo è autore della maggior parte di queste Lettere. Esse, dopo due più antiche edizioni, sono state di nuovo date alla luce per opera di Gian Ridolfo Iselio in Basilea l’an 1740 Ma i giornalisti fiorentini si dolgono, e a gran ragione, che questa edizione sia assai meno esatta che non parea doversi aspettare. Le Lettere di Pier delle Vigne sono uno de’ più bei monumenti del secolo XIII, e sarebbono sommamente giovevoli ad illustrarne la storia. Ma a ciò fare converrebbe ch’esse fossero distribuite secondo l’ordine cronologico, che diligentemente fossero confrontate co’ diversi codici mss. che ne hanno alcune biblioteche, che ad esse si aggiugnessero tutte quelle che o sono state già pubblicate da diversi autori, o si giacciono ancora inedite e che si separassero quelle che furono scritte da Pietro, da (quelle che in niun modo gli si possono attribuire. Or la recente edizione di Basilea non ha alcuno di questi pregi. Le lettere sono confuse senza alcuna distinzione di tempo; vi s’incontrano infiniti passi oscuri ed intralciati, per modo che non se ne ritrae alcun senso; non solo non si sono aggiunte le molte lettere inedite, trattene tre sole, ma non si è pure pensato ad inserirvi quelle che da alcuni altri scrittori, e singolarmente da’ PP. Martene e Durand (Collect. Vet. Script, vol. 2) sono già state date alla luce j e finalmente molte sono le lettere delle quali non si può credere autore Pier delle Vigne, perciocchè furono scritte molti e molti anni dacchè egli era già morto. Io tralascio di sconvolgere più ampiamente, e di recar [p. 43 modifica]PRIMO 4^ le prtiove di che affermo, perchè innanzi a me già l’han fatto con singolar diligenza i sopraddetti giornalisti, i quali aggiungono ancora come converrebbe cond si a darne una pregevole edizione. Alcune ne vediamo promesse V Fabr. Bibl. lat. mcd. et inf.ae.tat. L 5,p. 284), Josideriam sommamente che qualche uomo erudito insieme e diligente si accinga una volta a quest’ opera che ad illustrare la storia recherà ajuto e lume non ordinario. XIV. Oltre le Lettere, raccolse Pier delle \ igne e distese le Leggi del regno di Sicilia, come dallo stesso lor titolo si raccoglie. Il Tritemio (DeScript, eccl. c. 434) gli attribuisce un libro intorno alla Podestà imperiale: il Volterrano (Anthropol. l.23) un altro intitolato Della Consolazione da lui scritto a imitazione di Boezio. Di alcune poesie italiane da lui composte ragioneremo altrove. Ma non vuolsi tacere di un altro libro, famoso non meno per la sua empietà che per l’incertezza della sua esistenza, di cui credesi da alcuni autor Pier delle Vigne. Egli è questo il celebre Libro De tribus Impostoribus, su cui tanto si è disputato, e tuttavia si disputa, e disputerassi forse ancora per lungo tempo, se mai sia stato al mondo, benchè pur siavi qualche libro che di qualche empio moderno scrittore è stato con tal titolo pubblicato, e siavi ancora chi creda che un libro di somigliante argomento, ch è corso non ha molt’anni, sia uscito dalla penna di un autore recente troppo famoso per la sua empietà, non meno che pel suo ingegno. Io non voglio a questo luogo cercare se ne’ tempi addietro [p. 44 modifica]44 LIBRO sia inai stato composto e pubblicato un tal libro, di che si offrirà più opportuna occasione, ove dovrò trattare di Pietro Aretino, a cui questo libro da alcuni si attribuisce. Qui mi basterà il mostrare chè nè Pier delle Vigne, nè Federigo II, come da alcuni si dice, non ne furono autori; e parmi che ciò possa mostrarsi con quell argomento medesimo di cui alcuni si son valuti ad affermarlo. Mentre Federigo vivea, corse voce ch’ egli avesse empiamente asserito tre impostori essere stati al mondo, che co loro raggiri l’avevan sedotto, Mosè, Gesù Cristo, e Maometto. In una lettera scritta da Pier delle Vigne in nome del suo padrone a tutti i prelati (l. 1, c. 31) l’imperadore si duole che Gregorio IX con tal calunnia lo avesse infamato; e in una nota dall’editore aggiunta alla medesima lettera si narra sull’autorità di un’antica Cronaca della Turingia, che il langravio di questa provincia fu in ciò l’accusatore di Federigo. E pare che tale accusa ottenesse fede; perciocchè veggiamo che il Cardinal di’Aragona fa reo Federigo di sì atroce delitto (Script. rer. ital, t. 3, par 1, p. 585); e Gregorio IX in una lettera scritta all’arcivescovo di Cantorberì, e a’ prelati di lui suffraganei!, in cui reca i motivi della scomunica da lui fulminata contro di Federigo, e ch è riferita da Matteo Paris, questo ancor esprime: Iste Re.x peslilentiae a tribus Baratatoribus, ut ejus verbis utamur, Christo Jesu, et Moyse, et Mahometo, ioti un mundum fuisse deceptum, ec. (Hist. ad an. 1239()); e lo stesso Matteo Paris afferma che di ciò correva voce: Fertur eumdem Fridericunt [p. 45 modifica]PRIMO 45 Impcratorem dixisse, licet non sit recitili ile, tres praestigiatores callide et versute, ut dominarentur in mundo, totius populi sibi cmtemporanei universitatem seduxisse, videlicet Moysen, Jesum, et Mahometum (ad an. 1238). Il che pure raccontasi da più altri autori di quel tempo citati dal Marchand (Dict. hist. Art. Impost, note B). Era dunque sparsa la voce di questa orrenda bestemmia pronunciata da Federigo; ma questa voce medesima ci fa veder, s’io non erro, che nè Federigo nè il suo cancelliere non iscrisser su ciò alcun libro. Perciocchè gli storici mentovati, e lo stesso Gregorio IX dicon bensì che dalla bocca di Federigo uscisse sì brutale empietà; ma chè su essa o egli, o alcun altro pubblicasse un libro, niuno il dice. E sembra nondimeno che se fosse corso un tal libro per le mani degli uomini, nè gli storici, nè molto meno Gregorio IX, l’avrebbon dissimulato. Federigo nella sopraccitata lettera si protesta di non aver mai proferita cotal bestemmia, e fa, per così dire, una solenne professione di fede intorno alla divinità di Cristo e alla santità di Mosè; e tali probabilmente erano i veri suoi sentimenti, e l’accusa contro di lui divolgata non avea forse bastevole fondamento. Ma poichè pure correva allora tal voce, presso molti essa dovette ottener fede; e quindi quando si pubblicò veramente, o si credette che fosse pubblicato un libro di tale argomento, potè facilmente credersi da alcuni che o Federigo medesimo, o il suo fido Pier delle Vigne ne fosse stato [p. 46 modifica]4^ LIBRO l’autore (*). 11 suddetto Marchand ha fatta su questo argomento una lunga non meno che (*) M. de la Monnoye ha aggiunta all’edizione della Menagiana fatta in Amsterdam, in quattro volumi una dissertazione diretta a provare che il libro De tribus Impostoribus non è altro che una chimera, la qual non ha mai avuta esistenza. A questa fu contrapposta un’altra dissertazione stampata all’Aja nel 1716, in cui per distruggere l’opinione di m. de la Monnoye l’autor anonimo parla a lungo di un codice da lui veduto nel 1706 in Francfort sul Meno, scritto in carattere antico e assai difficile a leggersi, senza frontespizio, ma che avea in principio questa direzione: Othoni Illustrissimo Amico meo charissimo F. I. D. S., e cominciava con queste parole: (Quod de tribus famosissimis deceptoribus in ordinem jussu meo digessit doctissimus illevir qui, quicum sermonem de illa re in Museo meo habuisti, escribi curavi, atque Codicem illum stilo aequo vero ac puro scriptum ad te ut primum mitto, ec. Egli dunque pretende che quelle parole F. I. D. S. voglian significare Fridericus Imperator Dicit Salutem; che quell’ Ottone a cui egli scrive, sia Ottone duca di Baviera, e che l’uom dottissimo ivi nom.n itn sia probabilmente Pier delle Vigne. Ma a farci meglio conoscere l’autorità di questo codice, sarebbe stato necessario l’esaminar bene, e il descrivere esattamente la forma de’ caratteri, per conoscere a qual secolo esso appartenga; e inoltre il riportarne qualche notabil frammento, perchè si potesse meglio ravvisarne lo stile. Certo la pruova tratta dalle accennate lettere iniziali, e dal nome di Ottone, è troppo debole e incerta. Io ho confrontato il breve estratto che di quest’opuscolo ci dà il suddetto autore col codice recente di un altro opuscolo col medesimo titolo, che ha questa biblioteca Estense, il quale è tratto dalla rarissima edizione fattane colla data del 1598, di cui si è parlato in questo Giornale di Modena (t. 7, p. 199, ec.). E i due opuscoli sembran del tutto diversi l’uno dall’altro. Di un’altra edizione di un libro dello stesso argomento fatta nel i 533 diremo altrove (t. 7, par. 2; t. 8). Ma di niuna si può provare che contenga un’opera deil’imperador Federigo. [p. 47 modifica]più ¡no 47 erudita dissertazione, in cui annovera tutti quelli che di ciò hanno scritto, e raccoglie quanto essi ne han detto. Egli ancora confessa che non si può attribuire un tal libro nè a Federigo II, nè a Pier delle \ igne. Ma come mai ha egli potuto scrivere (l. c nota F) che i giornalisti fiorentini da noi mentovati poc'anzi hanno adottata la contraria opinione? Essi dicono (l. c. p. 76), è vero, che questo libro si suole comunemente attribuire a Pier delle Vigne. Ma se il Marchand avesse continuata per poco la lettura del lor Giornale, avrebbe veduto che non molto dopo essi soggiungono: Noi però stimiamo che nè Vimperador Federigo, neper ordine del medesimo Pietro delle Vigne componesse un libro di tale argomento. Ma di questo celebre cancelliere basti aver detto fin qui, e ripigliamo omai il ragionamento intorno ai’ sovrani che in questo tempo promossero c fomentarou gli studi. XV. Rodolfo, Adolfo e Alberto, che l’un dopo l’altro dopo la morte di Federigo II furono re de’ Romani, ma non presero mai la corona imperiale, poco o niun pensiero ebbero delle cose d’Italia, e molto meno dell’italiana letteratura. Ma nel regno di Sicilia Federigo ebbe per successore Manfredi, che prima la governò col titolo di reggente, poscia ne prese l assoluto dominio, come nel precedente capo si è detto. Niccolò di Jamsilla ne fa un elogio sì luminoso (Script. Rer. ital vol. 8, p. 497)> clic del più saggio principe non potrebbe farsi maggiore; nè egli lascia di fregiarlo di quegli ornamenti che ■ a quel tempo dovean parere [p. 48 modifica]48 LIBRO ammirabili, cioè col ricercar sottilmente diverse etimologie del nome di Manfredi, e coll’additare in esse le più ampie lodi del suo eroe. Or, fra le altre cose, egli esalta lo studio della filosofia, a cui anche in età fanciullesca ardentemente si volse, seguendo gli esempii del suo genitor Federigo. Somigliant i encomii ne fa Saba Malaspina, scrittore egli ancora contemporaneo, dicendo (Hist L 1, c. 1, ib. p. 787) che fece grandi progressi nelle arti liberali, talchè sembrava ammaestrato nelle più celebri scuole, e che coll’ assidua applicazione acquistossi un incredibil sapere. Io non dubito punto che in cotali elogi non vi abbia esagerazione oltre il bisogno. Ma nondimeno non può negarsi ch’ei non fosse sollecito del lieto stato della letteratura. Noi vedremo nel capo seguente ciò ch’egli adoprò a vantaggio delle pubbliche scuole di Napoli, che da lui furono riformate, e poste in più perfetto sistema; ed altrove vedremo ch’egli fece continuare la traduzione delle Opere di Aristotele, cominciata per ordine di Federigo. Qui basti l’accennare una lettera da lui scritta all’ occasion del mandare ch’ei fece a Napoli un professore di diritto canonico, la quale è stata pubblicata da’ PP. Martene e Durand (Collect. Vet Script, t. 2, p. 1218). Perciocchè in essa egli ben dà a vedere quanto desiderasse che gli studi fossero con ardor coltivati, dicendo che tra gli altri ornamenti di cui va glorioso il suo regno, ei brama che le arti liberali e le scienze vi fioriscano felicemente, acciocchè que’ popoli che dal clima stesso natio sortita aveano agli studi la più [p. 49 modifica]PRIMO 4$ felice disposizione, siano in essi opportunamente istruiti Corrado ancora fratel di Manfredi, a cui, come a figliuol legittimo di Federigo, di r a rione toccava il regno, e che in fatti prima divini ne fu per qualche tempo signore, pensò a giovare alla letteraria educazion di que’ popoli colle pubbliche scuole ch’ egli rinnovò e riformò in Salerno, come vedremo nel capo seguente. Così il regno di Sicilia ebbe a questi tempi la sorte di aver sovrani che volendo provveder saggiamente alla felicità de’lor sudditi, si adoperarono a rinnovar quell’ardore nel coltivamento de’ buoni studi, per cui i Siciliani si eran renduti sì celebri nelle antiche età, e per cui in questo secolo ancora salirono in gran fama, come dovrem vedere trattando de’ poeti italiani. XVI. Carlo I d’Angiò, e Carlo II di lui figliuolo, che signoreggiaron quel regno di qua il.il Faro, non furono meno splendidi protettori delle scienze e de’ dotti, come vedremo singolarmente nel favellar delle scuole di questo regno. Di Pietro e di Jacopo d’Aragona, che furon sovrani in Sicilia, non leggiamo che accordassero alle scienze protezione ed onore; e le guerre quasi continue che dovettero sostenere, non l’avrebbe probabilmente loro permesso, quando pure l’avesser voluto. E come queste furono egualmente fatali anche al regno di Napoli, così è probabile che in queste parti ancora la munificenza de’ dotti principi non ottenesse quel lieto effetto che poteva sperarsene. Ben cominciò allora a rivedersi in Italia il lusso e la mollezza, che la barbarie dell’età Tirahoschi, Voi. lì. \ [p. 50 modifica]5o LllìRO precedenti n’avea sbandito. La descrizione che Saba Malaspina ha inserita nelle sue Storie (l.5, c. 4) delle solenni feste celebrate da Carlo I in Napoli, poiché l’u paciiico possessor di quel regno, ci danno una tale idea di magnificenza e di pompa che appena sembra potersi immaginar lusso e sfoggio maggiore. Se ciò recasse giovamento all’Italia, io lascierò che il decidano i moderni politici trattatori di tale argomento. XX IL 1 romani pontefici di questa età si adoperarono essi ancora e come sovrani delle provincie loro soggette, e come capi e pastori della Chiesa di Cristo, perchè gli studi non si giacessero trasandati, e quelli in particolar modo che agli ecclesiastici son più necessarii Per isfuggire la lunghezza, io parlerò di alcuni solo tra loro che nel coltivare e nel fomentare le lettere si renderon più illustri, e recarono alla Chiesa maggior giovamento. Innocenzo III, che tenne la santa sede dall an 1198 fino al 1216, era uomo, come si narra da un antico scrittore della sua Vita pubblicata prima dal 13aluzio (AntiiEpistlnnoc.HI) e poscia dal Muratori (Script. Rer. itaL t. 3, pars 1, p. 486), di acuto ingegno e di profonda memoria, dotto nelle sacre non meno che nelle profane scienze, ed eloquente nel ragionare, o egli usasse la lingua del volgo, o quella de dotti. Avea egli atteso agli studi, come soggiugne il medesimo autore, prima in Roma, poscia in Parigi, e finalmente in Bologna, e così nella filosofia come nella teologia, si era lasciati addietro i suoi condiscepoli; il che si scuopre ne’ libri ch’egli in diversi tempi compose. Perciocché [p. 51 modifica]PRIMO. DI innanzi al pontificalo egli scrisse i libri della Miseria della condizione umana, del Mistero della Messa, e de quattro Generi di nozze. Fatto poscia pontefice scrisse sermoni e lettere decretali, le quali mostrano quanto nel divino e nell umano diritto ei fosse versato. Così il suddetto .autore. Abbiamo in fatti tuttora le opere sopraccennate di questo pontefice, giacchè quella ancor delle Nozze è stata pubblicata dal dottissimo P. ab. Trombelli ne suoi Aneddoti; e più altre ancora ne abbiamo che si annoverano dagli scrittori delle ecclesiastiche Biblioteche (V. Cave Hist Script, eccl.), e le quali ci mostrano veracemente che Innocenzo III fu uno de’ più dotti uomini del suo secolo. Ma nelle leggi era egli per singolar maniera versato, e ben il dava a vedere nelle frequenti occasioni che gli si offerivano. Tre 'volte ogni settimana, come narra il medesimo sopraccitato scrittore (l. c. p. 601), ei radunava pubblico concistoro, il che da lungo tempo non si era usato. In esso, udite le parti, ei commetteva ad altri le cause minori, serbava a se le maggiori, e di esse disputava con ingegno e con dottrina sì grande, che tutti ne faceano le maraviglie; e molti dottissimi uomini e celebri giureconsulti venivano a Roma sol per udirlo; e più istruivansi in tai concistori, che non avrebber fatto nelle pubbliche scuole; e allora singolarmente che udivanlo proferir le sentenze; perciocchè con sottigliezza ed eloquenza sì grande egli arringava, che ciascheduna parte credevasi vincitrice, quando l udiva allegare le sue ragioni, nè alcun sì dotto avvocato gli venne mai innanzi, che non temesse [p. 52 modifica]Ò-J libro l’averlo contrario. Nel sentenziare poi era egli sì amante del giusto, che non mai ebbe riguardo a persona, nè mai si distolse dal diritto sentiero. Quindi da ogni parte del mondo tante e sì importanti cause venivano al tribunal d’Innocenzo, che ugual numero non aveanne avuto tutti insieme i pontefici di molti secoli addietro. Molte in fatti a questo luogo ne annovera lo stesso scrittore, che dalle più lontane provincie d’Europa furon trasmesse a Roma, perchè il pontefice ne giudicasse. E veramente le Lettere e le Decretali d’Innocenzo cel mostrano uomo nelle divine al pari che nelle umane leggi profondamente versato. Ma di esse noi dovrem ragionare a luogo più opportuno. XVIII. Il solo esempio di un sì dotto pontefice bastar poteva ad avvivare il fervore nel coltivamento degli studi. Egli però vi aggiunse innoltre il promuoverli con ogni sorta di mezzi più opportuni. Vedrem nel capo seguente gli onori con cui distinse l'Università di Bologna. Quella ancor di Parigi riconosce da lui in certa maniera il suo stabilimento; perciocchè le più antiche leggi di essa, che ancor ci rimangono, son quelle che l’an 1215 prescritte furono da Roberto di Courçon legato d’Innocenzo in Francia (Crevier Hist de l’Univ. de Paris, t. 1, p. 296); e più altre Bolle ancor egli le indirizzò, accordandole privilegi, e prescrivendole regolamenti (Bulaeus Hist. Univ. Paris, t. 3, p. 23,60, ec.; Crevier, t.1, p. 28268, 315, ec.). Ma ei non fu pago di provvedere al vantaggio d’alcune scuole; e a tutta la Chiesa rivolse le premurose sue sollecitudini. Quindi, avendo [p. 53 modifica]PRIMO 53 radunato l’unno i 215 il quarto Concilio lateranese vi fe’ pubblicare alcune leggi opportunissime per' diradar sempre più le tenebre della ignoranza del clero non ancora ben dissipate, e per condurre a più fiorente stato la Chiesa. Il dotto P. Tomassin le ha unite insieme (De Eccles. discipl. t. 1, l. 1, c. 10, n. 1). In esse rinnovansi quelle che già da altri sinodi erano state prescritte, e che da noi ancora si sono a’ luoghi loro accennate; ma che forse non si osservavano esattamente; e insieme alcune altre nuove se ne prescrivono. Si ordina adunque che il vescovo insieme col capitolo in ogni chiesa cattedrale nomini un precettor di gramatica ad istruzione de’ chierici; che in tutte le altre chiese ancora si faccia lo stesso, ove le rendite siano a ciò sufficienti; che nelle chiese metropolitane innoltre v’abbia un teologo, il quale al clero e ad altri ancora spieghi la sacra Scrittura, e gli istruisca in tutto ciò che alla cura dell’anime è necessario; che i gramatici e i teologi godano ciascheduno di una prebenda, acciocchè abbian di che vivere onestamente; e che ove la povertà della chiesa metropolitana non le permetta di assegnare a tal fine ad amendue i professori una prebenda, essa l assegni al teologo, e qualche altra chiesa o della città, o della diocesi l’assegni al gramatico. Così Innocenzo provvedea saggiamente all’istruzione del clero, da cui poscia il popol tutto do vea essere istruito. XIX. Onorio III, successor dTimocenzo III, dall’an 1216 fino al 1227, perchè più facilmente si potessero eseguire le leggi del suo [p. 54 modifica]■Jl\ LIBRO antecessore, ordinò che i capitoli mandassero alle pubbliche università alcuni.giovani canonici che in esse si venisser formando agli studi lor proprii; e acciocchè avesser più agio a ben istruirsi, così a’ chierici che studiavano, come a’professori di teologia, accordò l’esenzione dalla residenza, intorno a che abbiamo una Bolla di questo papa pubblicata da’ PP. Martene e Durand (Collect Vet. Script, vol. 1, p. 1146). E ben died’egli a vedere quanto gli stesse a cuore che il clero non si giacesse nell ignoranza; perciocchè, come abbiamo da un’antica Cronaca, un vescovo fu da lui deposto, solo perchè era rozzo nella gramatica: Deposuit episcopum, (qui Donatum non legerat (Memorial. Potest. Regiens. vol. 8 Script. rer. ital. p. 1083). Per l’Università di Parigi ei non fu meno sollecito del suo predecessore, e molte furon le Bolle da lui spedite o ad accrescerne il lustro, o a toglierne gli abusi, le quali son rammentate dal Du Boulai (Hist. Univ. Paris, t. 3, p. 9.3, 96, ec.) e dal Crevier (Hist. de TUniv. de Paris, t. 1, p. 287, 291. 316, 331, ec.). Nè minore fu l’impegno che egli ebbe per l’Università di Bologna, di che dovrem ragionare nel capo seguente. Credesi finalmente ch’ ei fosse l istitutore della carica del maestro del sacro palazzo, e che a questo ufficio prima d’ogni altro nominasse S. Domenico. Di questo santo racconta Giovanni Colonna, scrittore contemporaneo (V. Acta SS. t. 1, Aug. in D'ila S. Domili. § 29), che essendo in Roma, e spiegando nelle pubbliche scuole le Pistole di s Paolo, gran folla d’uomini accorreva ad udirlo, [p. 55 modifica]pntwo 55 fi a' quali vedevansi ancora molti prelati; e che da tutti ei veniva appellato maestro. Or di qua scrivono parecchi antichi autori citati dai’ PP Quetif e Echard (Script.. Ord. Praed. t. 1, p 21)e da’continuatori degli Atti de’Santi (l. c), che prendesse origine la carica mentovata, e che S. Domenico fosse da Onorio III chiamato alla sua corte, acciocchè egli, eque1 clic poscia gli succederono, vi tenesser lezioni di sacra Scrittura e di altri somiglianti argomenti; il che fu a que’ primi tempi, per detto de’ mentovati dottissimi scrittori domenicani, il principale impiego de’ maestri del sacro palazzo. XX. Gli elogi che il Cardinal d" Aragona fa del pontefice Gregorio IX, successore di Onorio. dall’an 1227 fino al 1241, potranno forse sembrare esagerati alquanto; perciocchè egli il dice fornito di perspicace ingegno e di vasta memoria, egregiamente istruito così nell arti liberali come nel sacro e nel civile diritto, e fiume di tulliana eloquenza (Script. rer. ital, t. 3 7 pars 1, p. 575). Ma le cose da lui operate a pro degli studj ci mostrano chiaramente ch egli aveali in pregio, e conosceane l’ utilità e l’importanza. Il Corpo del Diritto canonico per ordin di lui raccolto ne’ cinque libri delle Decretali è certa pruova della sollecitudine con cui egli ebbe a cuore di promuovere e il perfezionar questa scienza. L’Università di Parigi, per le domestiche turbolenze venuta quasi al nulla l an 1229;), non ebbe altro sostegno, per usar le parole di M. Crevier (Hist. de l’Univ. de Paris, t. 1, p. 343)), eh e presso il papa. Egli xx. K rgil pure ftreRorio IX. [p. 56 modifica]56 udrò adoperossi con sommo impegno presso la corte di Francia, perchè ella l'osse ristabilita; egli acchetò le discordie e le dissensioni per cui essa minacciava rovina; egli prescrisse opportuni regolamenti perchè ella salisse di nuovo all antico onore (ib., ec.; Bulaeus Hist Univ. Paris. t. 3, p. 135, ec.). L’Università ancorili Bologna fu da lui sommamente onorata coll'indirizzare che ad essa fece la Collezione delle Decretali per ordin di lui data alla luce, come suo luogo vedremo. E non è a dubitare che molto più non avrebbe fatto egli e gli altri romani pontefici di questi tempi, se le turbolenze continue in cui essi vissero, singolarmente a’ tempi di Federigo II, non gli avesser costretti a volgere altrove il pensiero. XXI. Innocenzo IV, che dopo il brevissimo pontificato di Celestino IV fu eletto pontefice l’an 1243, e visse fino al 1254, fu uno de più dotti uomini che allor vivessero, nel diritto canonico; e di lui però, e delle opere di lui scritte su questo argomento, e delle pubbliche scuole di giurisprudenza da lui erette in Roma, e dell’Università da lui fondata in Piacenza, riserbiamo ad altri luoghi il parlare. Io passo ancora sotto silenzio i privilegi che da lui furono conceduti alle Università di Tolosa e di V alenza in Ispagna (Rainald. Ann. eccl. ad an. 1246, n. 76). Qui osserverem solamente che per riguardo alla’Università di Parigi egli, per usar le espressioni del moderno storico della medesima, superò ancora tutti i suoi predecessori nel beneficarla (Crevier, t. 1, p. 360); ed essendo egli stesso amator delle scienze c [p. 57 modifica]pniMo 5 7 Jotlo giureconsulto, recavasi a dovere Tonorarla di singoiar protezione (ib. p. 363). Veggansi da lui accennate, e stesamente riferite dal Du Boulay (t. 3, p. 195, 241, ec.), le molte Bolle promulgate a vantaggio della medesima. E tanto era l’impegno d’Innocenzo IV nel fomentare gli studi, che ovunque ei si trovasse, stabiliva nel suo palazzo medesimo quasi una compita università. In secundo anno sui pontificatus, dice Niccolò di Curbio suo cappellano e seguace in tutti i suoi viaggi, apud Lugdunum in sua curia generale studium ordinavit tam de theologia, quam de dee re tis, decrei alibus pariter et legibus ad eruditionem videlicet rudium, ec. (Script. Rer. ital. t. 3, pars 1, p. 592). E parlando di Napoli, ove Innocenzo erasi trasferito e ove anche morì, ubi, dice, generale studium theologiae, decretalium, decreto rum atque legum in palatio suo. sicut ubique fecerat, ordinavit (ib. p. 592) ». Assai men favorevoli si mostrano i due suddetti scrittori ad Alessando IV, il quale dopo la morte d’Innocenzo resse la Chiesa fino all’an 1261, perciocchè egli nelle lunghe ed ostinate contese che si risvegliarono in Parigi tra quella’ Università e i Mendicanti, dichiarossi per questi, e costantemente sostenne i loro diritti. A me non appartiene nè l’esaminar nè’l decidere tal controversia che nulla monta all’italiana letteratura Giova sperar nondimeno che l'Università stessa possa in qualche modo placare il suo sdegno contro questo pontefice, al ricordarsi ch’egli mandò due suoi nipoti allo studio della teologia in Parigi (Bulaeus, t. 3. p. 3o~), [p. 58 modifica]XXII. Diverse università erette dj Niccolo IV. 58 I.1BRO mostrando così qual conto ei facesse di que’ dottissimi professori. Io rammento volentieri tutti questi contrassegni di favore e di stima che diedero i nominati pontefici, tutti italiani di nascita, all’Università di Parigi, perchè torna in lode ancor dell'Italia il vedere che un corpo si ragguardevole avesse tra noi quella fama che ben gli era dovuta, e che gl’italiani stessi contribuisser non poco ad accrescergli onore e nome. Ma spero che i Francesi medesimi non si sdegneranno di confessare che agl’italiani debbono in qualche parte la gloria a cui quella celebre Università giunse fin da quei’ tempi, e che ha sempre poscia non sol conservata, ma renduta ancora più grande e più luminosa. E noi pure confesseremo con sincera riconoscenza di esser molto tenuti al pontefice Urbano IV, francese di nascita, che nel breve suo pontificato dall’an 1261 al 1264 adoperossi con sommo impegno perchè gli studj filosofici risorgessero a migliore stato fra noi, come vedremo ove ragionando di essi produrremo un bel monumento finora inedito tratto dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, da cui si scuopre quanto a lui debbano i detti studi. XXII. Niccolò IV ancora, che sedette sulla cattedra di S. Pietro dall’an 1288 fino al 1292, a varie straniere provincie fece conoscere quanto gli stesse a cuore che le scienze vi fossero coltivate. Egli eresse in pubblica università le scuole che già da alcuni secoli erano in Montpellier; all’Università di Lisbona fondata dal re Dionigi accordò privilegi ed onori; e permise la fondazione di una nuova Università ¡11 [p. 59 modifica]primo;»9 Grav nella contea di Borgogna, di che si veggano i monumenti presso il Rinaldi (Ann. eccl, ad an. 1289, n. 51; ad an. 1290, n. 52; ad an. 1291 n 62), e nelle Note del ch. P. Antonfelice Mattei Conventuale alla Vita di questo .pontefice scritta da Girolamo Rossi (p. 88). Più altre pruove potrei a questo luogo arrecare della munificenza di questi e di altri pontefici col fomentare gli studi; leggi a tal fine promulgate, scuole ed università erette, uomini dotti chiamati alla corte, e onorati della lor protezione; ed altri simili monumenti della loro sollecitudine. Ma molti di questi fatti ci si offriranno a esaminare ne’ capi e ne libri seguenti; e il saggio che qui ne abbiam dato, basta, s’io mal non avviso, a mostrare che tra tutti i’sovrani che furono di questi tempi in Italia, i romani pontefici in singolar maniera si segnalarono nell’usar di ogni possibile mezzo per toglier gli uomini dall’ ignoranza in cui giaceansi comunemente. E molto più avrebbon essi probabilmente operato, se l’avesse loro permesso la troppo rea condizione de’ tempi, la quale ancor fu cagione che dalle industrie da essi per ciò usate non raccogliessero quell’ampio e copioso frutto che in più felici tempi avrebbon raccolto. XXIII. Nelle altre parti d’Italia o ancor non v’erano sovrani che avessero ampio e stabil dominio, o se ve n’avea alcuni, questi occupati comunemente o in estendere sempre più la lor signoria, o in difenderla contro i domestici e contro gli esterni nimici, ben altro aveano in che occuparsi, che in coltivare o in promuover [p. 60 modifica]6o LIBRO gli studi. L’astrologia giudiciaria trovò presso molti di essi ricetto e favore, come altrove vedremo, perchè essi la giudicavano efficace a prevedere, e fors’anche a prevenire le sinistre vicende di cui erano minacciati. « Più lodevole fu il favore con cui alcuni di essi, come altrove vedremo, fomentarono lo studio della poesia provenzale, che di questo tempo avea molti seguaci in Italia ». E di uno singolarmente tra’ principi italiani di questa età sappiamo che fu splendido protettore dei’ poeti provenzali, che allora erano i più famosi. Fu questi Azzo VII d’Este marchese di Ferrara, di cui in una manoscritta Raccolta di Poesie provenzali scritta l’an 1254, che conservasi in questa biblioteca Estense, si dice che riceveva e trattava magnificamente nella sua corte i suddetti poeti che in gran numero colà si recavano. Questo bel monumento è stato già pubblicato dal Muratori (Antich. estens. par. 2, c. 1), e noi ne parleremo più stesamente, ove dovremo ragionare della poesia provenzale. Qui basti averlo accennato, per dimostrare che gli augusti principi estensi erano già da cinque secoli addietro protettori e mecenati amplissimi delle bell’ arti, e davano in certo modo a’ lor discendenti quei’ luminosi esempii di liberalità e di magnificenza che questi dovean poscia non solo emulare, ma superare ancor di gran lunga ne secoli avvenire. XXIV. Ma qui non deesi ommettere una riflessione che dalle cose fin qui riferite discende naturalmente. Il monumento or or mentovato, da cui comprovasi quanto splendido proteltor [p. 61 modifica]primo 61 delle lettere fosse il marchese Azzo VII d’Este, giacevasi in questa biblioteca, e niuu saprebbe che gli si dovesse tal lode, se esso non fosse stato dato alla luce. Di Urbano IV ancor noi non sapremmo che si fosse adoperato a far risorger lo studio della filosofia, se non mi fosse venuto alle mani il monumento poc’anzi accennato. Or chi sa quanti altri di tai monumenti si giaccian polverosi e negletti nelle biblioteche, i quali se fossero dissotterrati, nuove e rare notizie verrebonsi probabilmente a scoprire, e ad accrescer con ciò di assai la gloria dell’italiana letteratura? Molto si è già scoperto, molto si è pubblicato in questi ultimi anni. Ma pur sappiamo che molti tesori si stanno ancora nascosti in alcune biblioteche. Possiamo noi sperare che il pubblico possa finalmente goderne? A me sembra certo che sia questa una delle più utili fatiche in cui un uom dotto possa occuparsi.