Wikisource:Collaborazioni/SBM/testi/Nostre fanciulle Bisi Albini

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PARTE PRIMA " INCONTRO ALLA VITA „ Collana diretta da GIOVANNI BERTACCHI

SOFIA BISI ALBINI

Le nostre fanciulle

NORME E CONSIGLI

(Libro postumo)

Con profilo dell’autrice a cura di ELISA MAJER RIZZIOLI

MILANO - ANTONIO VALLARDI - EDITORE - VIA STELVIO, 2

MILANO GENOVA ROMA NAPOLI TRIESTE Margherita,9 P.F.e Marose,14 Corso V.E.,35 Via Roma,37-38 S. Nicolò,27 PER SALIRE

1)

....come la fiamma ch’ è nata a salire....

Voi che giungete ora nella vera vita non sapete come essa sia mutata da qualche anno a questa parte. L’orizzonte si è meravigliosamente allargato, continuamente si sale con lo spirito e con la coscienza verso altezze che erano, anni fa, avvolte in brume paurose. La coltura diffusasi e cresciuta con una rapidità incredibile, ci mostra ora come fosse falsa l’opinione ch’essa potesse aumentare l’orgoglio, e mettere armi di combattimento nche mani d’inetti e di corrotti. Certamente vi è sempre nel fondo d’ogni cosa in fermento una massa oscura, che, lottando per liberarsi dalla feccia che la trattiene e poter venire in su,

1) Sono queste le ultime pagine scritto da Sofia Bisi Albini. Esse costituiscono il testamento educativo e spirituale del1’ Eletta Donna. (Nota dell’Editore). Milano. Coi tipi dello Stabilim .dell’Editore ANTONIO VALLARDI. 2 -I-1922 (cgnn). verso la parte pura, sommuove la prima e l’intorbida; ma l’aspirazione a inalzarsi in un modo o nell’altro, e uscire dall’oscurità, è sempre un movimento che onora l’uomo più del vivere in una bestiale ignoranza, obbedendo solo a istinti o a voleri altrui. Lo studio è veramente come un gran faro che rischiara gli angoli più oscuri così della scienza come della coscienza, e ormai non v’è chi non senta che uno dei doveri, più urgenti, è di diffondere più ch’è possibile l’istruzione, per vincere quel brutale nemico dell’umanità: l’ignoranza. Guardiamo un poco al mondo femminile, figliole, per comprendere il beneficio della coltura. Ora essa è più diffusa: molte donne hanno potuto trarsi fuori dal morbido e scivolante terreno della frivolezza e della mondanità, da quello, meno viscido, ma non meno pericoloso, dei sogni, delle sentimentalità, delle morbose malinconie; da quello così sassoso delle meschine materiali fatiche, esaurienti, e così spesso inutili, per assurgere a una vita di lavoro a cui l’arte pone il suo suggello di bellezza; SOFIA B1SI ALBINI LA SUA VITA E LA SUA OPERA


a Giuseppina Robecchi Gagliardi, squisita amica di Sofia Bisi Albini.

Ancora un libro di Sofia Bisi Albini? Ecco: la sua cara voce si fa udire... Noi ci voltiamo più ridenti che meste poichè il mistero della morte non esiste tra Sofia Bisi Albini e noi, le sue figliuole spirituali. Troppo ci ha lasciato di se. Noi la ritroviamo dovunque: e nelle ore di lotta e nelle ore di passione: e quando tremiamo di noi e quando di noi sorridiamo, persuase. Anche fisicamente ella non morirà del tutto finchè non moriremo tutte noi che custodiamo nella vigile memoria — sacro arazzo intessuto di fili infrangibili. — la sua figura, espressiva di grazia muliebre e di virile volontà, e la sua voce indimenticabile, e il suo sorriso, che non era che suo. Una voce salda, armoniosa, nutrita di dolore e di pensiero ha una potenza incalcolabile: e tale era la sua. Ma il sorriso di chi ha lottato e sofferto, di bellezza; a doveri d’educazione e d’esempio, nei quali nessuno può sostituire la madre; di aiuto spirituale e di collaborazione, nei quali nessuno deve sostituire la moglie. Guardiamo insieme alle donne migliori che abbiamo intorno e ditemi se i libri le hanno guastate, o se esse invece non devono all’abitudine di un nutrimento intellettuale sano e forte la loro laboriosità, la loro serenità, la grazia che le avvolge e fa della loro casa un centro di luce. Dite se non sono esse che diffondono forza morale, che infondono l’amore della vita, la fiducia nell’avvenire dell’umanità, la fede nei destini di questa nostra anima così assetata di luce,

“ fiamma ch’è nata a salire ”. 

Guardiamo sempre a citi è in alto, in quell’altezza spirituale che, come quella delle cime elevate, dà un senso di purezza e non lascia più sentire il peso del corpo, ma quasi un batter d’ali della nostra anima che sente Dio vicino. Beate voi figliole, che ancora avete davanti chi ha seppellito e creato, di chi, inestinguibilmente, si è effuso verso altre creature, è una luce che rivela le anime alle anime: e tale era il suo sorriso. Quando nel nitido salotto rosso, vivificato da disegni e sculture di Emilio Bisi, Sofia parlava, con lo sguardo invincibilmente attratto verso la finestra, sulla china testina di Jetta, seduta vigile ai suoi lavori, era il poema della vita che fluiva dalle sue labbra. C’era in lei un equilibrio perfetto tra arte e vita pratica. Riavvicinava le cose più alte e quelle più semplici e umili nobilitava e faceva amare. Io che fui una ragazzetta nutrita di studi e di sogni, soltanto dalla sua chiara voce mi lasciai fermare accanto alla realtà della vita e soltanto per lei cessai di sprezzare, insieme con tante altre cose, anche la scopa e il piumacciolo da spolverare. Ma quando Sofia Bisi Albini aveva finito di parlare e noi, con improvviso terrore, ci incolpavamo mentalmente di averle rubato troppo tempo, essa ci congedava con un ultimo dono prezioso : quel suo sorriso che era conclusione e saluto, tacita promessa e sigillo d’amicizia. Noi venivamo via assorte una lunga vita e vedrete sempre più allargarsi intorno a voi il cielo luminoso e crescere lo stuolo delle donne e degli uomini che sanno raggiungere simili altezze. Che ognuna di voi si sforzi di salire: ogni nostro passo deve sempre essere volto verso la luce. Non credete a chi vi dice continuamente che il mondo è triste, che la vita è dolorosa e faticosa : lo è per chi è debole e non vede lontano, ma voi dovete pensare a farvi robuste di salute, d’intelligenza, di anima, per trarvi fuori dalle ragnatele che i disinganni, le debolezze, i dolori, gli scoraggiamenti tentano di tessere intorno a ogni debole anima femminile. Benedite però sempre il dolore. Le donne che più noi ammiriamo, la cui vita è un tessuto di opere belle e buone, hanno conosciuto il dolore; esso dà una nobiltà che non hanno le donne felici. Vi sono anime accasciate dalla sventura le quali comunicano un tremore di sgomento; queste invece, che alzano ancora il viso calmo, e tendono le loro mani pronte a chi vive, ci attraggono come se ci dicessero che in fondo alla voragine paurosa hanno intravveduto lontane serenità che danno assorte in un oscuro lavorio interno, avendo sempre a fiore del pensiero il timore di non fare abbastanza per esser degne di lei. Sofia Bisi Albini fu non soltanto la nostra mamma spirituale, ma, quale i tempi nuovi la domandavano, innovatrice feconda nel campo dell’educazione femminile italiana.

  • * *

Per comprendere la sua opera bisogna pensare alla condizione della donna italiana della borghesia e anche dell’aristocrazia quaranta e anche soltanto trent’anni fa. (Non parliamo poi della donna del popolo). C’erano per lei tre fasi immutabili; la prima giovinezza fatta di passività verso i genitori o il tutore; lo stato maritale che le apriva subitamente il varco all’amore e al dolore — suoi — alla figliuolanza e ai doveri di società, senza che le fosse stato dato altro bagaglio che una dose di buona creanza e di studi ornamentali : la pena di zitellona, condizione infrangibile di ignorante e di subalterna nella casa e di paria dell’amore. Come veniva rispecchiato questo stato di cose il coraggio dell’attesa. Benedite il lavoro, figliole, quanto più esso è imperioso; macchina che molte fra noi non possono arrestare sotto pena di veder tutto travolto il loro avvenire, ma che bisogna benedire. E’ un ventilatore che lancia lontano i miasmi e le scorie: la vita ne rimane purificata e rinfrescata così da attirare con simpatia le allume altrui e far a noi stessi sentire una gioia rinnovantesi ogni giorno. Benedite l’amore, figliole; questo sole che sorge su tutte le giovinezze. La madre che crede la sua figliuola non turbata da nessun sogno ha dimenticato d’essere stata fanciulla. Nessuna giunge a vent’anni senza aver almeno coltivato nel segreto un piccolo sogno nutrito d’illusione e di chimere, simile a certi meravigliosi fiori della Florida, appesi con un filo a qualche ramo d’albero ad essi straniero. Oh i dolorosi disinganni fatti di nulla! Oh le profonde, struggenti malinconie indefinibili! Il mondo ne sorride, ma noi madri sappiamo che i presentimenti di dolore danno spasimi quasi più acuti sei dolori stessi: noi sappiamo anche che si passa di lì, da questi sogni sognati dal gruppo nascente delle moderne scrittrici italiane? Se riguardiamo alla pleiade femminile non ancora del tutto trascorsa, troviamo Luisa Anzoletti e la Gualberta Beccari che seriamente se ne preoccupavano: ma Luisa Anzoletti, così grande speculatrice, latinista insigne, studiosa di storia e di religione, che il Fogazzaro riconobbe come una delle più generose anime femminili d’allora e Gualberta Beccari, la fondatrice del giornale “ La Donna ” apparivano come due « femministe » e molti le ostacolavano. Tutte le altre prosatrici e poetesse seguivano la via dei sogni o di quel successo più omogeneo alla loro inclinazione spirituale: Vittoria Aganoor, delicata anima femminile viveva nell’astrazione della sua meravigliosa poesia, come Rachele Botti Binda e Alinda Brunacci Brunamonti, la prima forte, la seconda dolcissima. E la marchesa Colombi scriveva e scriveva, così facilmente, come l’estro le detava: e Tommasina Guidi inteneriva coi suoi romanzi Casa mia e La mia casa e i miei figli. Ma la più grande popolarità toccava alle due che erano agli opposti vertici : Matilde Serao e Carolina Invernizio e che di femminismo non se ne curavano certo. Questa rimescolante i soliti pepati argomenti ad occhi aperti, da queste larve di amore, da questi ardenti desideri di devozione e d’abnegazione, per giungere alla luce serena di un amore vero, alla coscienza di reali doveri e di reali sacrifici. Ma sappiamo pure che quei sogni e quelle speranze sono pericolosi quando non sopravviene più tardi il sentimento vero a realizzarli. Per questo vi diciamo di sfuggire il pericolo di una vita eternamente sognante e infiacchita dall’inutile desiderio di un nido proprio, proponendovi uno scopo, dandovi una mèta di lavoro. Molte fanciulle anche in Italia lo sanno oramai: gruppo eletto di anime coraggiose, che mostrano coll’esempio quanta gioia si può trovare nell’attività; come si possa in una vita di dedizione, avere un compenso alla mancata maternità. Oggi molte mamme e molti babbi ignorano il tormento di non trovare un marito alle loro figliole e provano delle compiacenze sconosciute ai genitori di una volta : quello di avere intorno delle figlie che non si preoccupano dell’avvenire, fanciulle operose e contente che non saranno un giorno di peso ai fratelli e non si troveranno infelici a beneficio dei teneri amanti delle appendici; quella fantasiosa e virile, prodiga di ingegno e di vitalità, grande sopra tutte per l’inesausta facoltà di dar piacere ai lettori. Cordelia intanto rendeva taluni pensosi delle condizioni della donna col suo romanzo Catene che ebbe un vivo successo e Neera fissava magistralmente in Teresa il tipo della donna che soffre di tutte le menomazioni che le impone la società senza aver la forza di vincerle. Sofia Bisi Albini avrebbe potuto, a mio parere, essere una romanziera. superiore a tutte quelle della sua età. Le mancò la vanità di esserlo; le mancò di ottemperare a quell’ozio sacro agli evocatori della penna: a quel distacco da tutto ciò che all’arte non sia attinente: a quel disdegno d’ ogni cura materiale che isola l’artista in un’ atmosfera come di serra, favorevole ai delicati fiori di pensiero. Ma su tutte le scrittrici della sua epoca Sofia Bisi Albini spiccherà per la comprensione di tutti i problemi sociali e specialmente sulla condizione della donna: ed essa non vorrà essere soltanto una narratrice, ma col suo duplice valore di romanziera e giornalista giungerà alle vette del più chiaro ed elevato insegnamento. a struggersi di rimpianto. Belle vie serene di lavoro sono aperte a voi, figliole; e, credetemi, gli uomini, se hanno l’aria di guardare a quelle fra voi che meglio vestono e più incontrano nei luoghi di ritrovo, in realtà seguono però col pensiero, attenti e ammirati, quelle che sanno avviate coraggiosamente per una via di lavoro, senza paura della solitudine; così belle e interessanti e dignitose esse sono! Ogni fanciulla intelligente d’Italia, finto il suo corso di studi, oggi si domanda: che posso fare? E non sa pensare di dover rimanersene a far la signorina di casa in attesa di un marito... che potrebbe non arrivare. Le ricche si dedicano a qualche istituzione benefica, le altre, parecchie anche agiate, ma che sanno quale buona cosa sia il denaro, a un lavoro utile anche a sè stesse. Quante, quante vie sono aperte davanti a voi! Quante ve ne dovete aprire! E’ istintivo nella donna il bisogno di creare, ed io vi dirò che vedo la gioia più intera in fanciulle le cui mani, guidate dall’ingegno, creano cose belle, o che, guidate dal cuore, Non la più breve pagina sarà iniziata da lei senza un preciso scopo di bene: assumendo il suo lavoro intellettuale con un senso di austera responsabilità, nutrita della più larga comprensione dell’anima giovanile, essa le si rivolgerà con un meraviglioso equilibrio di chiarezza, di persuasione, parlandole sempre in nome del più gioioso dovere. Sofia Bisi Albini è stata una fata che ha trasformato la parola dovere in gioia: per questo la gioventù l’ha ascoltata ed amata. Ma chi non sa di lettere non può immaginare la doppia fatica intellettuale della nostra scrittrice. Scrivere un romanzo o una novella è facile quando si lascia andare la penna dietro il ritmo del pensiero, non avendo nessuna barriera intorno. C’è un magico complotto tra il nostro io e la penna: le immagini filano giù senza una fatica apparente, quasi nuove a noi stesse, dandoci il piacere di fissarle per gli altri. La nostra costante preoccupazione è che i personaggi riescano interessanti e lo stile piacevole ed elevato: il resto lo dirà il pubblico. Ma quando si deve coprire di rose un duro quesito, quando dalla ricca fioritura dell’ingegno si vuole sfrondare tutto il superfluo, con cauta misura raffrontando le parole alle anime educare le figlie dei nostri coltivatori per modo che esercitino la pratica giustamente, e giustamente pensino e calcolino, e si facciano guidare dal retto giudizio nella loro missione. La donna non è solo la conservatrice dei beni che si possiedono e la educatrice dei bimbi; essa è anche chiamata ad adoperarsi perchè si aumenti la vitalità nell’azienda; essa ha perciò bisogno di un’istruzione bastevole, e di essere impratichita nel ben dirigere la cucina, la latteria, l’allevamento degli animali domestici, la pollicoltura, l’orticoltura. Occorre poi soprattutto che l’educazione sia diretta a ben chiarire e determinare la missione sua futura, per guisa da farne, nei tempi difficili, una compagna fedele e una collaboratrice del suo uomo. Essa deve comprendere la necessità di sostenere materialmente e moralmente la posizione di questo ». Una compagna fedele e una collaboratrice del suo uomo! In queste parole così piane, vi è tutto un programma di educazione femminile nobilmente intesa, di lavoro gioioso, di sicura felicità. Mi si risveglia un ricordo della mia giovinezza. giovinezza. Antonio Caccianiga, scrittore simpatico e appassionato agricoltore aveva scritto un articolo che fece a me, fanciulla, e alle mie sorelle una vivace e profonda impressione. Era, in fondo, l’apologia dei giovanotti laureati alla Scuola, allora nuova, di agronomia, e combatteva certe antipatie e certi pregiudizi, facendo un tal quadro della vita campagnola, di quei giovani scienziati in lotta colla filossera, col calcino, colle nebbie e coi geli; descriveva così caldo e gaio certo salottino nelle sere d’inverno, nell’ampia campagna coperta di neve, da far pensare che vita più simpatica e marito più ideale non era possibile trovare che nei campi e fra i laureati della Scuola d’agronomia. Che fra gli agricoltori vi fossero uomini ideali, lo sapevo bene io. La mamma mi raccontava di un signore che a ventisett’anni, elegante e colto dottore in legge, passeggiando con suo padre, grande proprietario di terre lungo un sentiero fra i campi, credette di fargli cosa gradita ammirando il magnifico frumento che ondeggiava davanti a loro. -- Frumento! Ha il coraggio di chiamarlo frumento! ma è segale! — Venti anni dopo quel giovane era uno dei più distinti agronomi di Lombardia e passeggiando con le sue figliole fra i campi, nelle serene e fredde giornate di novembre cercava dolcemente di far loro intravvedere quanto simpatico e interessante sarebbe stato un inverno in campagna. Una delle ragazze, la più vivace, gli si buttava contro il petto, alzando tutte e due le mani per chiudergli la bocca: « Ah, no! papà, papà! non dirlo! non dirlo! » e scoppiava in pianto mentre le sorelle ridevano e il babbo la stringeva sorridendo con una tenerezza indulgente. Si rammentava della sua gioventù? Certo quando confondeva il frumento con la segala, non avrebbe voluto passar l’inverno in campagna. Passata la prima giovinezza piena di sogni, quella fanciulla comprese l’amore della campagna, e con che entusiasmo faceva per l’Italia Agricola i sunti delle conferenze che valenti professori, invitati dal babbo, venivano a tenere nella villa e nei dintorni! L’amicizia di un vecchio ed illustre professore d’agricoltura e di un giovane apprezzatissimo professore professore di chimica agraria, aiutarono a risvegliare in lei la curiosità di quella scienza così varia che si lega all’agricoltura. Come aveva già preordinato la sua vita, anche senza il laureato d’agronomia, nel grande studio di suo padre, pensando di mettersi seriamente a studiare tutto ciò che a lui interessava per poterlo aiutare nelle sue faccende! Ma quando meno lo si aspetta, il sognato arriva... e quando si sogna un dottore in agronomia... arriva un artista. Se ciò non accadeva, vi sarebbe stata in Italia una Rivista per le Signorine di meno, e forse un Giornale d’agricoltura di più. Ma la signorina fatta donna torna spesso col cuore alla campagna anche l’inverno, e oggi più che mai pensa : “ Oh, poter trasportare in campagna un po’ di questa attività così agglomerata nelle grandi città dove si muore d’anemia e ci si urta così duramente da provocare scintille livide di odio, di invidie, d’amarezze, di brutale egoismo ” . Se si potesse trovar modo d’allargarsi, di far spazio, disperdendosi un poco nelle campagne, cercando in una vita più semplice, più libera, meno costosa, a contatto della natura quella pace che è quasi impossibile avere nella vita febbrile, affannata, strozzata della città! Quante questioni sociali ribollenti, quante tragiche situazioni famigliari, si scioglierebbero così, come un gonfio torrente ostruito da una frana, che trova finalmente un’uscita e s’acqueta dilagando in un nuovo più ampio letto! PARTE SECONDA LA CASSETTA DELLE RINUNCE

Oh, se bastassero due ali a far di un sogno una realtà! Ma non v’è invece da temere che le ali aiutino a disperdere nell’aria certe buone idee? Vedete un po’ come siamo tutte pronte ad accoglierle con entusiasmo, con che calore approviamo chi le sa lanciare al pubblico, con che orrore parliamo di egoismo e di apatia. Ma poi? Chi ci impedisce di fare? Molte cose: siamo ancora una gente ingranchita da qualche secolo di neghittosità e di ignoranza. Siamo ancora legate, incatenate, schiave di piccole abitudini, di ridicoli rispetti umani, di sciocche convenienze, di colpevoli tolleranze, di meschine idee. « Se si potesse — mi scrive un’amica mia — far godere un po’ d’aria libera e buona, un po’ di verde o di mare non soltanto ai bambini malaticci, ma anche a tutti gli altri che non escono mai dalle strade di una città; dar loro soprattutto un po’ di dolcezza, procurare una sosta, fisica e morale, in una vita ove tutto urta e ferisce: nervi, sensi, anima. Pensiamo alle migliaia di bambini che crescono senza conoscere nemmeno un giorno di questa gioia! Eppure sarebbe cosa facile ad ogni fanciullo, ad ogni signorina fortunata di procurarla a uno almeno di quei poveri esseri ». Sì, vediamo, cara amica, di dar, non ali, ma gambe per camminare sul terreno della praticità, a questo tuo bel sogno.

  • * *

Alcuni anni fa, una povera maestra di campagna iniquamente perseguitata da uno strapotente Provveditore agli studi, ammalava... di fame, dentro una lurida stanza in una grande città d’Italia, lei e il suo bambino. Il bambino era ischeletrito, così che non si osava toccargli le braccia, le spalle, non si osava sollevarlo per timore che si rompesse: mai vidi un corpo distrutto dalla miseria come quello. Alcume giovani amiche mie mi aiutarono a sfamare, rivestire quella madre malata e senza lavoro, e ridotta in tale stato da non poter trovarne; una mia sorella s’incaricò del bimbo e se lo portò in campagna. La prima idea fu di tenerselo in casa, ma non si può imporre a una numerosa famiglia, ai propri ospiti, lo spettacolo pietoso di un esserino tutto occhi, bocca e orecchie, che faceva pensare a una rana, a un ragno, a molte bestie, poverino, fuorchè a quello squisito, delizioso, caro esserino ch’è di solito, che dovrebbe essere sempre, un bambino. E’ triste dire quel non si può, ma è così. E’ un problema serio quello di prendersi in casa un povero bambino — antipatico di aspetto e di maniere — quando si è molti in famiglia e non tutti d’accordo sull’opportunità di una simile carità. Vi sono molte volte le persone stesse di servizio che fanno il broncio e se occorre dispetti alla provera creaturina; l’invidia umana è così grande! Ricordo che mia sorella, non so se per queste od altre ragioni, forse solo perchè trovò compiono opera di bene. Ancora non è realizzato in Italia il mio grande sogno di una scuola per le signorine veramente informata ai bisogni della società moderna e alla elevazione della donna. Da essa non uscirebbe fanciulla senza il possesso di un’arte. La società moderna ha tanto bisogno di donne intelligenti e pratiche, laboriose e insieme piene di grazia, le cui mani siano pronte ed abili ad ogni più prosaico lavoro così come a delicate creazioni artistiche! Donne che avvicinando dolori e confortando miserie fuori della loro casa, sappiano ancor più intensamente amare il loro nido, godervi d’ogni più piccola gioia, farne un tempio sacro a promesse indistruttibili, una scuola di letizia e di coraggio, di pensiero e d’azione. Dissi “ di letizia ” perchè in essa io credo risieda il gran segreto di allevare figli atti alla vita. E dico anche a voi figliole: siate gaie. Studiare, prepararsi seriamente a una vita di lavoro, non vuol dire diventar gravi e immusonite: non ho mai trovato tanta sincera letizia che devono suadere, oh! Allora, lo scrivere non è soltanto un magistero darte, ma un faticoso magistero di vita. Chi non sa di lettere non può immaginare come lo scrittore egoisticamente si nutra di ogni atteggiamento altrui e di ogni sensazione per nutrir la sua arte: avendo per quanto succede nel mondo, più che un interesse fraterno, una curiosità di artista. Anche ultimamente in un libro perfetto di donna, che misura in esso la propria giovinezza, noi troviamo uno squisito temperamento artistico, rapace di ogni elemento bellezza e di vita che trasforma subitamente in arte, come il nepente che l’umidità dell’atmosfera assorbe per farne una limpida riserva sua. Eppure questa donna sensibilissima è incapace di amare gli altri; perfino l’amore alla madre, immenso, non è che egoismo non amando in lei che le radici di sè stessa. Anna Vivanti direbbe: “ Così sono i divoratori ” Ah! sì: così sono. Ma se incastonata nella vita, mutevole come una continua combinazione chimica, l’arte va intesa come una serie di fenomeni psicologici — trasmissioni di valori oscuramente vissuti in valori d’arte — benedetti quelli autori meglio per il bambino stesso che non pigliasse abitudini signorili, fors’anche perchè altri doveri domestici e sociali reclamavano parte del suo tempo, lo affidò a una brava e coscienziosa contadina che abitava a pochi passi dalla villa, e che, promettendo di nutrirlo di latte e ova fresche e di tenerlo pulito, se lo prese in pensione per appena due lire al giorno; sessanta lire il mese. Mia sorella gli portava il pane bianco, una scodellina di brodo e una buona fetta di carne. Il bambino in due mesi mutò viso, le sue ossa si ricopersero, e quando sua madre lo rivide, stentò quasi a riconoscerlo. Ora domando: quale signorina non può fare il sacrificio di alcuni fronzoli per sessanta lire il mese? Certo, se prese all’improvviso ci si chiedono per una colletta cinquanta lire rimaniamo un po’ sbigottite, e troviamo ch’è una somma superiore alle nostre forze. Ma badando bene, se in fin di un giorno calcoliamo tutti gli inutili soldi che spendiamo per un tram, per una pasta, per una cartolina illustrata, per una limosina data a un povero in strada — che forse non la merita e che la spenderà all’osteria e che, certo, ne avrà preso da altri, — di un frutto a tavola, ecco subito le due lire che possono dare la salute e la felicità a una povera creatura. Noi, non pensiamo mai abbastanza a tutte le economie che si possono fare per il bene altrui, e al modo semplice e pratico di essere utili agli altri. Una mia amica che, cresciuta nell’agiatezza era poi piombata nell’estrema povertà (vi parlai di lei nel capitolo su Serenità) mi rivelò quanti e quali espedienti ingegnosi si possono trovare per far risparmiar spese, e sapeva così inspirare alle sue amiche dei doni semplici, che non costavan nulla, e come accoglieva tutto festosamente, la cara donna, dicendosi felice di dare qualche cosa a chi le voleva bene! Offrire l’ospitalità a una giovane sartina anemica che si goda la campagna e che, solo per un paio d’ore si dedichi a riordinare i nostri vestiti; a un’operaia, che dia, occorrendo, una mano ai domestici; a una maestra che tenga per un paio d’ore occupati i figlioli, è una cortesia fatta molto a buon mercato, non vi pare? E ad invitare i bambini di un’amica, le cui condizioni non permettono la campagna... Quando poche ci pensano! Eppure si può farlo, anche fissando una piccolissima pensione — tre lire il giorno — tanto da poter pensare, noi e l’amica, che l’ospite non pesa intieramente sul bilancio della nostra famiglia. Io mi domando spesso: è possibile rinunciare a quella gioia veramente divina di dedicarsi a una famiglia infelice e studiare tutti i modi di esserle utile? Modi naturalmente misurati alla borsa e alla limitata libertà d’agire di chi non è ricco, ma quanto, quanto potrebbe fare ognuno di noi! Avete voi mai pensato, per esempio, che dei vasetti vuoti di Liebig potessero tornar buoni come bicchieri da tavola? Che il manico di uno spazzolino inservibile da denti, ben lisciato, può servire per scioglier zucchero in un bicchiere o come spatola per distender burro sul pane? E non è che un piccolo esempio dell’ingegnosità, delle virtù d’adattamento di quella creatura, cresciuta nell’agiatezza, che aveva più tardi conosciuto anche la vera ricchezza, e a cui l’intelligenza e la coltura servivano a mettere in pratica quel popolare proverbio che “ tutto vien a taglio, fin le unghie per pelar l’aglio ”. E se quest’esperienza le ha servito a sopportare quell’epoca burrascosa della sua vita, quanto le serve ora (che col suo coraggio e il suo lavoro ha potuto uscirne) per conoscere e sollevare le miserie altrui! Tardi si è decisa a lasciare il quartiere operaio ove si era ridotta, perchè lì poteva meglio esercitare l’opera sua benefica che quando non poteva esplicarsi in aiuto, si esplicava in parole. E le sue parole sono, ve l’assicuro, un vero squillo di tromba risvegliante l’energia e letizia. Cattolica fervente, ella porta però nel suo sangue la fede dei suoi avi puritani, tanto più serena e attiva, e fatta non solo per morire, ma anche per vivere con coraggio ed apprezzare le gioie della vita. Oh, se Dio mandasse a creature come questa una grande fortuna, quanto bene potrebbero fare, e che insegnamento per gli altri ricchi! Ditemi, quando mai le signore o le signorine che hanno carrozza, pensano di offrirla a un’amica convalescente per una breve trottata, a una vecchia amica che passa la sera alla finestra finestra in una via stretta a respirare un fil d’aria e che le vede passare a trotto, avviate all’aperto, ai viali freschi e ariosi? Ditemi, quando mai una signora (forse solo la Regina nostra) fa fermare la sua automobile per raccogliere un operaio ferito, uno vecchio preso da malessere? Se sapeste, se sapeste, figurine altere, che passate nelle vetture eleganti e credete di destar sul vostro passaggio soltanto ammirazioni, che cosa vi vien lanciato dietro dalla miseria, dalla debolezza, dalla vecchiaia, di cui voi non vi curate lungo la vostra strada! Certo rabbrividireste, e vi rimpiattereste vergognose della vostra ricchezza che godete egoisticamente, che possedete senza merito vostro, e di cui non sapete fare buon uso. O voi che dovete la vostra fortuna all’attività, all’intelligenza del babbo vostro, voi non sapete quanto siete osservate in tutti i vostri atti e in tutte le vostre parole. Voi non sapete che la vostra posizione vi impone obblighi sociali grandissimi; voi non sapete che oggi la ricchezza è cosa così grande e così sacra che bisogna prepararvisi per esserne degni. Una volta non esistevano che ricchi per tradizione, si sarebbe detto per volere divino, e poveri di razza, rassegnati e ignoranti. Oggi no: oggi vi sono i ricchi per il lavoro, ma ancor più per favore del caso, per sfruttamento del lavoro altrui, per furberia e per... ruberie. E poveri per sfortuna, per carattere timido, per persecuzione del caso, per onestà. La ricchezza rappresenta dunque un vero deposito; credere di poter goderne fino alla sazietà, di non aver altro dovere che di spenderla pur che sia, è un calcolo di malafede. Gioia grande, invidiata, che supera qualunque altra è quella di poter chiedersi: come posso spendere bene questo danaro? Sono ricca! E poter andar alla ricerca, non di quelle miserie che tutti sanno, ma di quelle che nessuno soccorre: leggere nella cronaca di un giornale: « il tale si è suicidato per miseria, lascia nella casa desolata una moglie e dei bambini », e accorrere. Chi non trasalisce a quel grido di un uomo che si uccide? Io udii una volta un padre di famiglia senza lavoro, discutere freddamente se non era il caso di uccidersi per destare la pietà del pubblico sopra i suoi bambini che avevano fame! Noi diciamo che chi si uccide è un pazzo. Ma non pensiamo che cosa ha sofferto un uomo prima di arrivare a quel punto. Non sappiamo gli strazi delle viscere di chi non ha mangiato da due giorni: le angosce, i turbamenti di spirito, il lamento di una madre, il pianto disperante dei bambini... E muoiono nelle vostre case, in quelle case che rendono a voi di che sfoggiare automobili e begli abiti! Oh, come sento, figliole, le vostre anime che si sporgono a me, chiedendo: « Che possiamo fare? » Io vi rispondo: Limitate le vostre spese, innanzi tutto. Molte di voi mi dicono: “ E’ vero, il babbo ci dà per i nostri abiti, 400, 600, 1000 lire al mese, ma nella nostra posizione, con obbligo di ricevimenti, non si può spender meno ” . Figliole mie, se vi dicessi che una signorina americana a cui il babbo passava trenta mila lire l’anno per vestirsi, mi dimostrava che non le era possibile non far debiti! Infatti, soltanto in dieci giorni di una corsa a Parigi ne aveva speso dodici mila, senza quasi far nulla. Guardate: Guardate: due cappellini (cominciava la primavera e due cappellini non son troppi!) l’uno cinquecento, l’altro ottocento lire, che fanno mille e trecento. Un mantello: mille lire; due abiti da tennis a cinquecento lire l’uno, che fanno altre mille. Una racchetta nuova duecentocinquanta lire. Un vestito da sera a duemila, un altro da visita mille e quattrocento. Il regalo a un’amica sposa, due mila lire. Vediamo un po’... Ottomila novecento cinquanta, se non sbaglio. Con altri regalucci e piccole spese, aveva toccato le dodicimila. Appena il necessario, vi pare? A che punto d’ignoranza si può arrivare quando si è chiusi in quel meschino cerchio che dà la ricchezza! Quella signorina non avrebbe mai saputo pensare, per esempio, che il vestito, affatto somigliante al suo, di flanella rigata, che ammirava alla sua giovane compagna di gioco, trovandolo forse in qualche cosa più carino del suo, costasse centocinquanta lire invece di cinquecento, nè che una signorina avesse fatto copiare da una giovane modista il cappello ch’ella sfoggiò al « five o’ clok » spendendo cinquanta lire invece di cinquecento. cinquecento. Poichè, vedete, queste spese non hanno neppure la scusa di far lavorare operaie! Le giovani lavoranti dei grandi sarti o delle grandi modiste, non hanno aumentata la loro mercede facendo di questi costosi lavori; e neppure le nastraie o le piumaie. Tutto va nelle tasche di un solo sfruttatore, un uomo che sarà tra poco un altro di questi ricchi che sfoggeranno insolentemente o egoisticamente, giungendo alla ricchezza prima di rendersene degni coll’educazione. Non fate dunque delle spese irragionevoli, care figliole, e non create difficoltà alle vostre economie. La nostra vita è già così complicata per molte altre ragioni! Tutti ci siamo creati intorno, pur troppo, un cumulo di necessità, e non dico che non ci voglia dell’energia per sbarazzarsene; ma tanta maggior soddisfazione ne proveremo. Finchè non sapremo aiutarci noi stessi, come potremo aiutare gli altri? Tutti oggi siamo serrati fra esigenze e spese superiori spesso alle nostre entrate, e non sappiamo da che parte rifarci a cominciar le economie. Semplificare, semplificare! ecco quale dev’essere il grido di tutte le madri, di tutte le mogli. Bisogna aver il coraggio di tagliar nel vivo, di buttar a mare senz’altro abitudini, gusti troppo costosi. Ma pur troppo esse dilagano invece, e ciò che era cinquant’anni fa uso della nobiltà e della vecchia borghesia, diventò a poco a poco della nuova, della piccola, perfino del popolo. E se almeno volesse dire diffusione di educazione! ma non sempre, anzi pur troppo, quasi mai. Oggi in Italia, il giovane o la fanciulla che hanno fatto certi studi, si credono in obbligo di avere certe abitudini di vita, come se le loro entrate fossero già triplicate. Quante commedie, quante farse, ma soprattutto quanti piccoli drammi si potrebbero scrivere sui passi più lunghi delle gambe che tutti facciamo oggi, senza accorgercene. Ebbi occasione recentemente di studiare un poco la gente che viaggia (questi studi di persone sono uno dei miei grandi godimenti quando viaggio). Incontrai a una stazione un professore di ginnasio, una persona tanto simpatica, con la moglie, quattro figlioli e la domestica. Si ciarlò mentre eravamo in fila; lui davanti, letizia, come gli uomini di scienza e pensiero. Schiaparelli, il celebre astronomo, austero e misantropo, leggeva con piacere racconti per bambini ed era di una serenità e di una semplicità di fanciullo. Nessuno scrittore nostro possedeva più schietto umorismo del Fogazzaro la cui conversazione era tutta una gaiezza. Gaetano Negri, il filosofo, era meraviglioso di spirito frizzante e di buon umore. A Luigi Cremona, il matematico celebre in tutto il mondo, negli anni in cui era più immerso negli studi, bastava di trovarsi colle sue figlie e con le loro piccole amiche a passeggiare nei campi per diventare allegro come un ragazzo. Pasquale Villari, lo storico geniale, era la delizia dei suoi intimi, dei salotti ove passava le sue serate. Lo spirito arguto di Alessandro d’Ancona era un incanto (oh! la nostra ultima conversazione in una mattinata di sole sul Lung’Arno di Pisa!). Angelo Mosso, il fisiologo illustre, rivelava anch’egli, nell’intimità, una semplicità meravigliosa. Di Giuseppe Giacosa bastava udire il saluto festevole per prevedere ore incantevoli di conversazione. Emilio Treves, il colto editore, sprizzava da ogni parola che dal crogiuolo delle anime traggono il bene per la gioia e il male per la luce: non arte per arte ma arte per vita. Benedetti quelli autori che vissero la loro arte: pane sudato di lavoro, fatica costante di pensiero. E se nessuno può raggiunger l’altezza del genio vivente di nostra stirpe, che visse, combattuto da un mondo intiero e ostacolato dalla sua patria, un’epopea più grande d’Omero, grandeggiano però davanti ai nostri occhi inumiditi gli spiriti immacolati del Fogazzaro, che vinse in sè stesso le passioni, prima di vincerle sulla carta: di Giovanni Cena, che depose la penna per metterla nelle manottine dei piccoli ciociari, che non sapevano impugnare che lo zufolo: e di Sofia Bisi Albini che fu pensosa di ogni elemento di educazione e lo nutrì di sè stessa, del suo tempo e del suo calore spirituale, per darlo tutto ravvivato alle fanciulle italiane. Questi autori meritano di essere vissuti: non certi altri che ci dettero versi snodati e prose rilucenti per un’ora di tedio. davanti, io dietro, ad aspettare il nostro turno per prendere il biglietto. A un tratto la moglie si fa largo fra la gente e viene a dirgli una parola piano, all’orecchio. Io vidi lui aggrottare le sopracciglia, confabulare un poco, poi ella se ne tornò alle sue sacche e ai suoi bambini; ed io m’accorsi che egli non ripigliava più il discorso di prima ed era preoccupato. Poi aperse il portafogli che teneva stretto con una mano e aggiunse un biglietto da cinquanta alle cento lire che già teneva sotto il pollice. Capii -- e quanta pena ne provai, non ve lo so dire -- che sua moglie si vergognava che io lo vedessi prendere biglietti di terza classe! Ci vergogniamo dunque di far un’economia, come se fosse un’azione degradante! Non ci vergogniamo però di prendere biglietti di prima e quindi di far pensare ai conoscenti che spendiamo più di quel che dovremmo. Non è la più madornale, la più ridicola delle sciocchezze? Un professore di ginnasio guadagna in Italia meno di molti operai, e per farsi credere di una classe superiore, ha proprio bisogno di far simili sacrifici? togliere, si può dire, ai propri figli, il danaro che occorre per “ far bella figura? ” Che cosa potevo fare quel giorno per impedire un simile sproposito che mi sarebbe costato un rimorso? Io avevo una tessera su cui era già scritto seconda classe e non aveva bisogno che di una controfirma; non potevo dunque dirgli che viaggiavo in terza. “ Perchè, perchè vergognarsi? ” avrei voluto dire a quel professore, e lo fissavo nel collo quasi per fargli penetrare il mio pensiero e lo vedevo inumidirsi di sudore, credo più per i pensieri lottanti in quel momento nel suo cervello, che per il caldo. Perchè vergognarsi? Non mi sono io trovata centinaia di volte, con amiche e amici, avviata in piacevoli conversazioni, e non li ho io salutati disinvolta al momento di salire in vagone, dicendo: Addio, io viaggio borghesemente in seconda? E non avevo anch’io viaggiato indifferentemente in terza classe nelle nostre gite sulla Riviera, lieta dell’economia fatta, mostrando a ’ miei figlioli come si viaggia meglio d’estate sui banchi di legno e come ci siano in Italia dei bellissimi vagoni di terza che dànno dei punti a quelli della Svizzera e della Germania? Educare i figlioli a parole soltanto, a che serve? Vale più mostrare coi fatti come si debba e si possa adattarsi a tutto: dar loro maniere fini perchè sappiano star bene e con disinvoltura fra la gente più alta nella scala sociale, educare la loro intelligenza a comprendere e gustare tutto ciò che è bello e puro, ma abituarli ad aver bisogno di poco, ad adattarsi a qualunque caso. Allora la signora o il giovane che montano nel vagone di terza classe non scandalizzeranno più nessuno: desteranno ammirazione per il loro buon senso e la loro dignitosa disinvoltura, come ne destano in noi italiani gli inglesi per quelle che noi, forse per non ammirarli troppo, chiamiamo eccentricità. — Viaggiando in terza classe noi potremo fare sette escursioni nei dintorni, quest’estate; viaggiando in seconda non ne potremo fare che tre. — In terza ! in terza ! — era la risposta pronta dei miei figlioli. Ricordo che per non abbandonare me e la mia brigatella, un illustre amico, professore di Università, assessore municipale d’una delle più grandi città del Regno, insieme alla sua signora e a sua cognata, care amiche mie, appartenenti alla più pura nobiltà lombarda, mi seguirono valorosamente lungo la Riviera in un vagone di terza classe, e ammisero che la mia idea era eccellente, e dava un senso di soddisfazione... al borsellino e alla coscienza. In Isvezia e Germania, del resto, la così detta gente per bene viaggia quasi sempre in terza classe (è vero che vi è una quarta). Avvertiti di ciò, trovandoci a viaggiare in quei paesi, noi prendemmo un biglietto circolare di terza; però, da buoni italiani, schiavi sempre del rispetto umano, sapendo che a Dresda avremmo trovati il Console e altri conoscenti che forse sarebbero venuti o ci avrebbero accompagnati alla stazione, prendemmo per l’ultimo tratto biglietti di seconda classe. “ Me ne rallegro — ci disse quel caro barone Locella, colla sua simpatica scioltezza veneta — io rappresentante del Governo viaggio in terza, e voi, sudditi, vi date il lusso della seconda! ” Eppure, guardate un poco, come certi pregiudizi s’annidano nel sangue. Anch’io ebbi una volta, a subire una lotta interna punto piacevole. Ve la racconto? Le cose vissute, insegnano più delle prediche. Ecco qua. Ero a Venezia, per il Congresso dell’Educazione femminile, quando mi viene rimandata da casa una cartolina in cui, con una scrittura molto primitiva, ma parole tanto sentite, mi si diceva che la balia delle mie bambine — creatura d’oro, Santa di nome e di fatto -- aveva dovuto subire una gravissima operazione nell’ospedale di Vittorio. Vittorio! a poco più di quattro ore da Venezia. Che cosa sono quattro ore in confronto delle diciotto che mi separavano abitualmente da quella cara? E da sette anni non la rivedevo, e forse mi desiderava. Ma prima che coll’orario, dovevo far i conti col mio borsellino. Se io volevo portare a quella povera madre di quattro bambini non soltanto una consolazione morale, occorreva far economie da altra parte. Rinunciai a portar regali ai miei figlioli e decisi di far il viaggio in terza classe. Quando fui dunque a Mestre, mi presentai allo sportello e... feci la dura domanda. Era il tornare da quella città sfarzosa? era il fresco ricordo della mia autorità presidenziale e di tutti gli onori di cui avevano voluto circondarmi a Venezia, il fatto è che lo sforzo per chiedere il biglietto fu così grande da darmi uno spasimo nelle viscere. Persino un senso di cattiva ribellione, ebbi! Come! viaggiano in prima classe tanti farabutti e dovrò io viaggiare in terza? Ormai era fatta, e sperai che la prova fosse superata, ma uscita sotto la tettoia ecco gente ad aspettare. Due eleganti sfaccendati mi guardarono ed io entrai nel caffè. Non c’era da ridere? eccomi obbligata a prender qualcosa e buttar via danaro... Così si fa spesso, spensieratamente. Il treno arrivò. Uscii e mi parve vi fosse più gente di prima. Stetti a pensare se era meglio salire mentre vi era folla e ognuno era occupato a cercarsi posto, oppure aspettare in ultimo. In quel momento qualcuno passò, e mi salutò. Mi parve il conte Pellegrini, assessore dell’Istruzione di Venezia, egli che poche ore prima era là con me sul palco presidenziale, nell’elegante ridotto della Fenice. Le fiamme mi salirono al viso: fui sul punto di tornar indietro a prendere il biglietto di seconda classe, ma mi ribellai a questa vigliaccheria e cercai posto nei vagoni di terza. Mi affacciai a uno pieno zeppo. Una signorina col viso tutto acceso, quasi vergognoso, mi disse con voce timida: — Oh signora, questa è terza, vada laggiù. — Era una maestra reduce dal Congresso. — Peccato non ci sia posto, sarei venuta volentieri con lei. — Oh signora, com’è buona! — Che ipocrisia! perchè non le risposi francamente: — Ho anch’io il biglietto di terza? — Un maestro abruzzese, tanto gentile e premuroso, mi rincorse: Signora contessa, venga qui; il vagone di prima è qui. — Non vado in prima: ma non mi chiami contessa, la prego, glielo dissi già, io non sono punto contessa. — Mi prese la valigietta, mi prese la busta delle ombrelle, mi aperse uno sportello e — perchè non confessarlo? — entrai... in un vagone di seconda classe. .... Alla prima stazione discesi, chiesi un bicchier d’acqua e rimontai in terza classe, tutta affranta da una stanchezza morale quale mai avevo sentito: avvilita, umiliata della mia mancanza di coraggio che mi rendeva irriconoscibile a me stessa. Come? siamo schiavi a questo pulito dell’opinione altrui, e di un’opinione che non tocca il nostro onore, ma la nostra borsa solamente? Quel conte veneziano, quel maestro abruzzese, non avrebbero forse tenuta più alta nella loro stima la signora Sofia Bisi se l’avessero veduta viaggiare in terza classe? L’elegante Ministro che aveva presieduto così brillantemente e così galantemente il Congresso, non mi avrebbe più fatto il suo inchino lusinghiero se mi avesse veduta? Fradeletto sarebbe forse rimasto deluso dall’aver invitato ad inaugurare il Congresso una signora che viaggia in terza classe? No, no: la società è migliore di quel che crediamo: se certe frivole donne, se certi sciocchi uomini fingerebbero di non riconoscerci (dandoci così la misura del loro valore morale) duecento altri ve n’è, per i quali restiamo sempre noi, e cinquanta per i quali forse diventiamo qualche cosa di più. Briciole, quisquilie, ma questa è la vera, la santa emancipazione per la quale tutte dobbiamo combattere e che ci condurrà a quell’equilibrio morale ed economico tanto agognato: rinunciare al superfluo. E, ripeto: certi atti che sembrano umili, compiuti con disinvoltura, con dignità, non possono che accrescere intorno a noi la stima e la fiducia. Liberiamoci dunque da quel senso di vergogna, da quel timore di essere considerate da meno di quel che siamo; mostriamo francamente che non siamo ricchi come forse il mondo ci crede. Questo pregiudizio ci lega, ci impedisce nell’esercizio della libera volontà, del libero pensiero. E facciamo questi sacrifici d’amor proprio anche se non sono necessari a noi stessi: facciamoli col pensiero che ci rendono possibile di aiutare gli altri.

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Per tornare alla praticità di quel sogno benefico della buon’amica mia, vediamo che in ogni casa, ove sono bambini e fanciulle vi sia la cassetta delle rinuncie ove ogni bambino possa mettere subito il soldo risparmiato con un proprio sacrificio. Quante di queste economie essi possono fare! Un ragazzo di quattordici, quindici anni, comincia ad avere la smania delle camicie inamidate : mostrategli come tre camicie la settimana fanno tre o quattro lire di stiratura, ovvero dieci o sedici lire il mese, che potrebbero essere dati a profitto di una qualche istituzione, o di qualche fanciullo, e vedrete se non si adatterà per i mesi d’estate a portare di nuovo la sua camicia molle o la maglia alla marinara. Ma non bisogna imporre, nè insistere; anzi, coi ragazzi bisogna variare e far scoprire ad essi nuove fonti di economia. Un mese, per esempio, di rinuncia ai panini e vedrete come troveranno più saporito il pan grosso. Un’altra volta, punto caffè o cacao: latte solo ogni mattina. Oppure sospensione delle frutta, sacrifici di gite in tram, di un oggetto che desiderano comperare; ma quei centesimi, quelle lire, è giusto darle loro subito, perchè tocchino con mano quale valore ha il loro sacrificio. Questo abituarli a calcolare la più sottile, mordace e insieme benevola arguzia, di una piacevolezza indicibile. Vi nomino alcuni ch’io stessa conobbi e mi furono amici. Se appena avessi il tempo di pensarci, quant’altri ve ne potrei citare! Siate allegre, siate la nota gioiosa della vostra casa, sempre. E’ una compiacenza grande di sentire il babbo e la mamma dire: “ Oh, questa mia figliola, è l’allegria della casa; quando lei non c’è, la casa è un convento ”. Gioventù dev’essere sorriso, come la primavera e i fiori. Una primavera piovosa è un vero tradimento, a cui non ci sappiamo rassegnare, non è forse vero? Abbiamo bisogno di gaiezza come del sole, e voi non dovete negarla a noi che invecchiamo, e abbiamo tanto più bisogno di calore e di luce. Sofia Bisi Albini nacque a Milano il 26 febbraio 1656, nel palazzo Melzi in via Manin, da Antonio Albini e da Antonietta Fioretti, appartenenti a quell’ “ alta borghesia ” lombarda che aveva dell’aristocrazia tutta la signorilità e della classe lavoratrice il senso di responsabilità e di fattività. Fu la terza della gioiosa schiera di dieci figliuoli, allevati in quella meravigliosa villa di Robbiate, dove, accanto al papà, gentiluomo intenditore di terre e uno dei primi famosi bachicoltori lombardi, Sofia si educò alla comprensione dell’agricoltura presa come la più nobile delle arti, origine e meta di ogni poesia, come di ogni prosperità nazionale. Ereditò dalla madre, che ebbe sempre una benefica influenza su di lei, le sue doti di carattere, di intelligenza e di squisita sensibilità. Anche quella spregiudicatezza di pensiero che farà brillare di luce inusitata nella letteratura italiana la piccola donna Conny. Vivacissima tra dieci fratelli e sorelle, accordandosi al loro chiasso, essa va conoscendo tutta la gamma della sensibilità infantile, ch’essa riporterà sui suoi libri: squisitamente intuitiva, trovandosi quanto una data cosa costi è anche, io penso, molto educativo. Essi stessi pensano, studiano che cos’altro si possa fare per mettere nella cassetta qualche moneta di più: faranno progetti di lavori, di vendite, di guadagni, semplificheranno essi stessi la loro vita. Molte volte i bambini danno senza volerlo lezioni d’economia a babbo e a mamma. E non credete che se tutti i fanciulli sani e felici avessero questa cassetta delle rinuncie si riuscirebbe l’estate a mandare tutti i gracili e i poveri alle Colonie marine ed alpine? Quanti bimbi gracili sono rifiutati oggi da queste Colonie! Il denaro manca e bisogna essere crudeli. Ma non lasciamolo mancare! diano i figlioli sani, i bambini che hanno la loro villa, che vanno ai monti o al mare, diano essi il denaro per i bimbi che languiscono di caldo nelle città, che languiscono d’un vano desiderio di verde, di aria, di sole, di libertà. Perchè no? perchè non un grandioso plebiscito d’amore dei bambini agiati viaggianti tutti in terza classe, per poter tirarsi dietro altri treni tutti pieni dei loro pallidi fratellini anemici, anemici, inebbriati di gioia? Perchè no questa bella rinuncia? questa bella vittoria. d’amor proprio, che rimarrebbe indimenticabile, che un giorno essi racconterebbero ai loro figli, benedicendo alle loro madri? LE SIGNORINE...

Se non mi decido ad aggiungervi il vecchie. o almeno il mature, non c’intendiamo più, poichè non v’è altra parola italiana che voglia significare la fanciulla che quasi arriva o che ha passata la trentina, a meno che non si ricorra alla zitellona, una parola da lasciare ai nipoti impertinenti e che col tempo non si troverà nel vocabolario che come ricordo di un tipo scomparso. La ragazza che ha oggi trent’anni, non la riconoscereste se la incontrate per la strada, e v’accade, vedendola in un salotto, di chiederle di suo marito: poichè la zitellona d’oggi, la vecchia signorina chiamiamola con queste due parole che si correggono l’un l’altra — la vecchia signorina del giorno d’oggi conserva un’aria giovanile anche al di là dei trent’anni, e quando eroicamente s’è liberata d’ogni speranza speranza d’amore, piglia l’aria di una giovane signora, dignitosa e sicura di sè. Non vantatevi, signorine, di avere più spirito delle vostre zie: ringraziate i tempi che, sono mutati.

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Una volta non erano un’eccezione le mammine di diciott’anni. A venticinque, la fanciulla non maritata era considerata matura, la mamma cominciava a disperare ed essa guardava spaurita al suo avvenire. Un triste avvenire, una povera vita era: da bambinona sempre passiva, fasciata come una mummia da mille pregiudizi che chiamavano convenienze. L’avere quarant’anni non era punto una ragione per uscir sola: bisognava essere accompagnata dalla mamma o dalla cameriera, o anche da una nipote di diciott’anni... maritata. Notate che allora vi era anche una grande diversità nel modo di vestire della signora e della signorina, sì che questa portava sul vestito il suo brevetto di disponibilità. Alla sposa il cappellino bianco colle piume, di una foggia particolare; lo scialle turco, le pelliccie, il crépe de la Chine, i velluti, le trine e i gioielli; alla zitella gli abiti freschi di mussolina o di lana, e i nastri svolazzanti: non gioielli; tutt’al più dei braccialettini... di velluto o di capelli intrecciati, o un Dieu vous garde smaltato sull’argento. Una toletta che ci fa pensare a molt’altre cose semplici e fresche che non ci sono più; ma che era però uno de ’ tratti che segnavano la figura della zitellona. Non essendoci la via di mezzo, essa era obbligata a darsi le arie di giovanetta cogli abitini chiari, quando già il suo viso era patito e la persona aveva perduto tutte le morbidezze de ’ vent’anni e, quando proprio diventava ridicolo, non c’era che rifugiarsi nella semplicità senza colore e senz’arte che accentuava ancora di più le linee dure e le magrezze ascetiche. E nella vita morale quant’altre proibizioni! L’amicizia con una signora maritata non era considerata come possibile dalle mamme di allora: l’occuparsi molto de ’ nipotini, specialmente se maschi, era pure agli occhi di certune certune una cosa sconveniente; non parlo dell’occuparsi di letteratura, di impiegarsi, o di frequentare le Università, di viaggiare. Chi l’avrebbe pensato allora? V’erano delle restrizioni perfino nella musica! Certe opere e certe romanze bisognava proprio che una ragazza avesse i capelli grigi prima di udirle e la voce fessa prima di cantarle: e nella pittura, lo studio non andava più in là della testa e delle mani. Mille cose infine le erano proibite perchè ragazza, mille altre perchè vecchia, e la sua vita diventava così un gioco di parole, una ridicola altalena fra gl’inconvenienti di due età opposte, senza che potesse mai fermarsi in quel mezzo giusto e sereno ch’era il privilegio delle maritate. E finiva lei stessa per diventare una caricatura, di quelle che fanno sorridere ma che piangono, esse.

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Non c’era pericolo che alcuno, vedendola non capisse che essa era una zitellona, e che almeno per isbaglio le arrivasse un complimento: complimento: la sua ingenuità vera o impostale dalle convenienze, la sua ignoranza delle cose del mondo, finivano col darle una leggera tinta di fatuità che era oggetto dei sorrisi pietosi o delle burle dei nipoti birichini, ed essa, comprendendo, diventava ritrosa o ardita, sempre sgraziata, sempre tale da allontanare, da togliere a un uomo, qualsiasi idea di farle la corte. Se era timida, spesse volte si trovava isolata anche nella sua propria famiglia, nel circolo de ’ suoi amici, in quel mondo che viveva e sentiva come ella non doveva vivere e sentire. Di qui, o le creature tranquille e rassegnate che si fossilizzavano sui telai da ricamo, o quelle che s’attaccavano alla divozione con tutta la sterile passione del loro cuore e versavano per i dolori di Cristo tutte le lacrime lungamente represse di un loro proprio segreto dolore. C’erano però anche quelle che non perdevano le illusioni, e continuavano a pettinar alla bambina i loro capelli radi e a stringersi ne’ lunghi busti attaccando le stringhe alla maniglia dell’uscio. Esse seguitavano a ridere infantilmente infantilmente a un complimento fatuo, nascondendo modestamente gli occhi sotto la manica bianca dal ditino prepotente che se ne stava sempre vezzosamente ritto, e a mettersi in crocchio colle giovinette, dicendo “noi ragazze” . E la loro giornata era tutto uno sbadiglio, con una sola ora interessante: la passeggiata nei luoghi più frequentati, di fianco alla vecchia mamma, con un’aria ubbidiente e composta di signorina ammodo che potrebbe benissimo trovar un marito per la strada. Le ragazze di spirito erano i granatieri: ma purtroppo lo spirito veniva un po’ in ritardo, verso la cinquantina; il più delle volte uno spirito liberato dalla morte della madre. oppure una reazione dopo lunghi anni di sommissione... non sempre sottomessa. Ah! eccole a cinquant’anni padrone del mondo finalmente! di godersi la propria libertà passeggiando per le vie, portando orologio d’oro e pelliccie di martora! Dragoni addirittura diventavano quelle che potevano amministrare un patrimonio, sfogando tutta la propria attività nel mostrare alle maritate che si sta molto meglio senza l’imbarazzo l’imbarazzo di un marito e di figlioli.

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I tempi sono mutati. La parola signorina, entrata ormai nell’uso comune, conserva l’illusione di giovinezza molto più in là di quel che non fosse una volta. Noi non osiamo però, come i francesi, chiamar signorina una ragazza... di settant’anni; parrebbe una mezza canzonatura, un ricordare indiscretamente il marito che non c’è, un supporre quasi che essa stia aspettandolo ancora. Ed esitiamo a dirlo a una maestra o a una direttrice di scuola, anche se giovane, quasi che le scemasse autorità. E’ però certo che quel signorina, fino a una certa età è una cortesia; e l’illusione che può procurare ha, in questo caso, tanta influenza sulla realtà da potersi dire un beneficio. C’è anche questo: che la maggior parte delle fanciulle ora si marita dopo i vent’anni, e fino allora sono così occupate de ’ loro studi da non avere il tempo di sognare: arrivano così ai venticinque anni con apparenza così giovanile da far strabiliare il pubblico curioso che s’affolla, avido delle età, nella sala municipale de ’ matrimoni. Gli anni passano così veloci! Non si ha tempo di pensare che se ne vanno; la vita è così interessante che la ragazza spesse volte non si accorge che è passato il giorno in cui ha compito i trent’anni. Trent’anni! quand’era bambina lei le parevano vecchione le ragazze di trent’anni! Ora ella si guarda nello specchio e non si ritrova punto stecchita o sgraziata, no, no; non ha l’aria nè di beghina nè di granatiere. Se ripensa a dieci anni fa, si trova è vero più indonnita, ma non si dice da tutti che la trentina è la più bella età della donna? E in fondo al cuore ella non ha perdute tutte le speranze... .... A buon conto però è meglio accomodarsi la vita come se il marito non ci capitasse più... Esce sola, va a prendere a scuola i nipotini, fa visite a parenti e a amiche, si gode conferenze e concerti, s’occupa di opere benefiche, legge i capolavori non più nei volumi ad uso della gioventù, e si fa condurre alle più belle commedie. LA PREPARAZIONE

Nella mia giovinezza, già parecchie signorine, finita la Scuola Superiore, la quale era frequentata a Milano dalle fanciulle della borghesia ricca (che allora si diceva borghesia alta, perchè, avendo da parecchie generazioni raggiunta la ricchezza, aveva anche acquistate tutte quelle doti e quelle abitudini di vita, non solo esteriori, ma intrinseche, che sono proprie dell’aristocrazia, e viveva ormai in comune con essa), parecchie signorine, dicevo, facevano poi coraggiosamente un anno di pratica nelle Scuole pubbliche e si presentavano agli esami per avere la patente di Maestra. — Impara l’arte e mettila da parte — dicevano allora molti babbi. — Si sa come si nasce, ma non si sa come si muore. — E pareva cosa stupefacente di modernità quel presentarsi di signorine appartenenti a famiglie ricche ad dintorno, così nel palazzo Melzi di Milano come nella villa di Robbiate, tutta la Milano intellettuale d’allora, si forma un’intelligenza sicura, una coltura soda e varia, insieme ad una signorilità di espressione che accompagneranno per tutta la vita la sua dirittura morale. Più tardi essa rammentò sempre con nostalgico piacere le conversazioni di casa sua, dove gli elementi più disparati si fondevano armonicamente e le discussioni politiche venivano alternate a soluzioni di problemi di vita pratica e sulle testine giovanili come sulle gravi teste d’argento la poesia pioveva a tratti il suo ristoro fatto di calma e di desio. Col candeliere in mano ospiti e visitatori si soffermavano ancora nell’anticamera o sotto le stelle al cancello del giardino a discutere di politica, a parlare di piccoli e grandi contemporanei e il congedo reciproco era un’ode dell’Aleardi o una tirata dei schietti versi del Fusinato. Quel suo caro mondo d’allora, con la figura dominante del padre, con lo sfondo della sua villa, che sempre rimase nel suo pensiero come un’oasi di felicità, essa lo descriverà più tardi in pagine profonde di verità e di indagine psicologica: pagine che avrebbe potuto intitolare: a Piccolo mondo * * * La signorina, anche quella che non ha bisogno di lavorare per vivere, ha al giorno d’oggi una vita intellettuale e morale molto più libera di quel che non abbia la donna maritata. Checchè si dica, ora la signora si occupa molto più della sua casa e de ’ suoi bambini di quel che non facesse una volta. Le nostre mamme ballavano e si divertivano più di noi, fidandosi nelle persone di servizio molto più di quello che — con ragione — non ci fidiamo noi. La casa seguita a diventare più confortable e ad acquistare attrattive da soddisfare ogni natura femminile, e la signora vi si piace e, se è madre, nel suo piccolo mondo regna l’incessante attività che domina in tutto il grande: e non è che ne’ ritagli di tempo ch’essa può scrivere o leggere, suonare o riprendere i pennelli. La maggior parte delle signorine invece, quando ha messo in ordine la sua stanzina e badato alle proprie robe, riordinati i cassetti di un fratello, se c’è, ha poi tutto il tempo libero per l’amicizia e per occupazioni piacevoli. Quella dolce amicizia colla donna maritata, che riesce così utile alla fanciulla! Ella può confidare i suoi sogni, le idee tristi, le fantasticherie, senza pericolo che trovi chi gliel’accarezzi troppo: essa stessa, davanti alla vita pratica e più prosaica della sua amica, si accorge che le sue idee sono sogni e che la vita va compresa diversamente.

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Esse non hanno tempo d’annoiarsi: per esse è la letteratura, la musica e la pittura, il ricamo, i lavori d’intaglio e di ceramica ; ogni giorno s’inventa per esse un nuovo genere di lavoro d’ago, una nuova occupazione artistica. E non ci sono restrizioni. Nell’arte possono versare tutta la passione che ribocca dalla loro anima e trovare così squisite e profonde soddisfazioni da non farle accorgere della loro vita senza amore. Per esse infine è la beneficenza. Certo, ci sono fanciulle che vorrebbero ma non hanno tempo da dedicarsi a occupazioni piacevoli in casa o utili fuori... La famiglia è numerosa, oppure di quella modesta agiatezza cui l’arte pare un lusso, e bisogna agucchiare, tener in ordine la casa, essere l’aiuto anche dei fratelli e delle sorelle maritate, la infermiera delle cognate, la bambinaia de ’ nipotini. Creature buone che non pensano mai a loro stesse, neppure per contare i loro anni. Signorine ignoranti e vuote, che non sapranno pensare che al loro vestito nuovo e sospirare un marito, ce ne saranno sempre; ma l’istruzione che si dà oggi alle fanciulle fortifica la loro mente ed educa il loro cuore. Non maritate, ora non sono messe in disparte, ma sanno quasi divenire il perno della loro famiglia; sono esse che fanno camminar la vecchia casa mantenendovi, per così dire, giovane e attiva la circolazione, portandovi grazie alle loro relazioni col di fuori una vita intellettuale che rallégra i vecchi e rende la casa piacevole ai fratelli. Osserviamo come le nonne d’ora, che non hanno più la cuffia e gli occhiali e non si imbacuccano negli scialli, abbiano anche meno sussiego; nonne, mamme e signorine, come hanno press’a poco lo stesso taglio di vestito, così nella vita si somigliano e s’accomunano in una confidente intimità. Per questo le signorine, invecchiando, non si fossilizzano in ingenue intolleranze; comprendono il mondo, e sanno essere all’occasione il medium fra i vecchi che hanno dimenticato d’essere stati giovani, e i giovani che non pensano che diventeranno vecchi. Esse conoscono le burrasche, i drammi della vita coniugale; sanno che anche nei matrimoni più felici ci sono nubi e sacrifici: sanno quali atroci sofferenze costa spesso alla madre la vita della sua creatura; quante cure, quante fatiche, e così spesso quanto strazio morale costa l’allevar figlioli, e se capita loro di maritarsi non accettano ad occhi chiusi: ci pensano.

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Ci pensano: perchè oggi non c’è più la signorina che possa dire: non ho scopo nella vita e mi faccio una famiglia per averlo. Oh, quanto lavoro, che grande, che vasta, che santa missione chiama tutte le persone indipendenti! Io vorrei fossero a preferenza per le giovani senza marito i posti d’impiegata e di maestra, che sono spesso per le maritate a danno della scuola o della famiglia. Vorrei fossero per esse le cariche di ispettrici di asili e di scuole, di visitatrici di ospedali e di amministratrici d’istituti di beneficenza, che adempirebbero con maggior assiduità, portandovi tutto l’affetto che non possono versare in una famiglia propria. Simpatiche, colte, operose signorine... di trent’anni, mi passano davanti alla mente, in questo momento, e vorrei fermarle qui perchè tutte le giovinette vedessero che care donnine punto infelici si può essere anche senza marito, quando si ha l’amore di studi seri, quando si ha l’animo aperto a tutte le dolci ed alte cose e il carattere preparato ad opere utili e buone. A nessuno è possibile oggi il chiudere egoisticamente il mondo fuor dell’uscio di casa propria. Il farlo è una colpa: freme e geme di fuori una triste fiumana, e barricare la propria casa perchè non venga allagata, è accrescere il male degli altri; ciascuno di noi ha dei doveri verso quel prossimo che molta gente non s’accorge quanto spesso ci sia vicino. La felicità perfetta diventa sempre più un sogno: essa s’allontana dalla vita sempre più... se ne va al di là ad aspettarci. Poichè anche quando fra le pareti della nostra casa tutto ci sorride, i dolori e le miserie crescenti del di fuori entrano a portare la loro ombra alla nostra tavola, a farci accorti che v’è del superfluo; vengono ad appannare il nostro specchio, quasi a rimproverarci le nostre vanità, vengono a scoterci in un momento di ozioso riposo quasi a chiederci conio del tempo perduto. Chi non ha danaro, dia il suo tempo agli altri. Noi che abbiamo una famiglia nostra, siamo molte volte prese da un senso di dolore di non poterlo trovare per i mille altri doveri che la coscienza ci addita intorno. Signorine, essi sono per voi! LE SIGNORINE E IL LORO SERVIZIO SOCIALE

Nella sala del Gran Consiglio a Berna si riunì il Congresso dell’Alliance Nationale des femmes suisses, sotto la presidenza di Madame Campionier; e la signora Hilficher, che due anni fa aveva esposto la sua idea sui giornali di Zurigo e su Vita Femminile Italiana, presentò una proposta concreta riguardo il servizio sociale che dovrebbero prestare le signorine. Molte, troppe fanciulle della classe agiata, finiti gli studi, passano anni in quello che si chiamò ozio occupato, cioè perdendo il tempo in meticolose e monotone cure per la casa che potrebbero essere sbrigate in un’ora, quando sapessero che nella giornata le attende un lavoro più interessante; oppure sciupando la loro intelligenza in un dilettantismo artistico senza profitto e che non eleva il loro spirito; o tutte prese da una vita frivola che le lascia scontente. Questa loro posizione di aspettatrici è infatti, non sappiamo se più ridicola o dolorosa. Le migliori energie si sfibrano; le attitudini e le facoltà buone si esauriscono in una vita senza scopo. Tra l’approvazione simpatica delle donne svizzere la signora Hilficher propose dunque che, come i giovani sono chiamati al servizio militare, il quale, ella disse « educa soprattutto quelli della classe agiata a sane discipline sociali mettendoli in stretti rapporti con cittadini d’altre classi, economicamente e socialmente inferiori », così “ le fanciulle fra i diciotto e i vent’anni debbano essere obbligate almeno per un anno a un servizio sociale, cioè in opere filantropiche, in cura dei malati, assistenza ai poveri, in scuole di bambini, in amministrazioni di istituti di beneficenza, secondo le attitudini ». « Non sarebbe bene, dice la signora Hilficher, che lo Stato approfittasse di queste forze non utilizzate, per l’adempimento dei tanti obblighi che per alto costo di mano d’opera non possono essere compiuti del tutto o soltanto insufficientemente? Mentre i figli della patria compiono il loro dovere di cittadini come soldati, non potrebbero le figlie prestare le loro forze allo Stato come aiuto nell’assistenza pubblica? » Chi ha dapprima sorriso, udendo la proposta del servizio obbligatorio per le signorine, si fa pensoso man mano che la signora Hilficher svolge la sua idea e tutta una luce nuova rischiara la questione che si era dapprima presentata come un paradosso. Nulla svilupperebbe infatti meglio il senso del dovere e dell’ordine nella fanciulla, nulla potrebbe meglio giovare a infonderle fermezza di propositi, energia ed attività, e a renderla capace di diventare nella sua casa un membro veramente utile, anche se non potrà crearsi il suo nido. Noi ci chiediamo però se sia veramente necessario farne un servizio obbligatorio e se tutta la bellezza di spontaneità, che ha ogni lavoro compiuto dalla gioventù con entusiasmo, non arrischi di esserne sciupata. Sia permesso a chi va da parecchi anni facendo una simile propaganda fra le signorine italiane, di dire come esse infatti sappiano organizzarsi e compiere un serio lavoro senza bisogno d’una legge speciale. Il pubblico maschile colto e lavoratore, comincia ad accorgersi di questo magnifico fiorire d’intelligenze e di buone volontà femminili. Vi sono babbi che guardano e ascoltato con stupore e con fierezza le loro belle figliole che sanno tracciarsi un, programma di vita operosa, il quale non impedisce loro di essere eleganti e carine. Un soffio nuovo d’attività, d’altruismo, d’idealità, entra per merito loro nelle case della borghesia agiata e della vecchia nobiltà. Io le vedo aumentare ogni anno di numero, queste donnine forti e buone, e intorno a me esse formano ormai un reggimento. Ancora pochi anni fa la mia scrivania traboccava di lettere che avrebbero destato il più grande stupore degli uomini se io le avessi pubblicate tutte. Alcune apparvero nelle pagine di una mia Rivista ; le avevo intitolate “ Saluto delle anime ” ed erano le più tristi pagine di tutto il fascicolo. Poteva sembrare una posa, ed era la verità : quelle anime nuove alla vita, di fanciulle di diciotto o vent’anni, esami magistrali. In realtà, quelle patenti servirono a poco. Nuovi regolamenti portarono la necessità di altri esami per concorrere a posti governativi e municipali e si trovò difficile sottoporvisi; quando sono passati molti anni, purtroppo si dimentica tutto ciò che pedanti programmi scolastici insegnano. Alcune signorine però, con quel diploma, poterono più facilmente avere posti di istitutrici private; una, per mezzo di alti appoggi, ottenne un posto di ispettrice governativa. Intanto i tempi diventarono più difficili; ciò che le signorine fecero allora con un sentimento di previdenza che faceva sorridere, divenne necessità. Tutto un febbrile sviluppo di industrie, di speculazioni, di guadagni improvvisi e ingenti, fece prospera una modesta e operosa borghesia o dei popolani intelligenti e audaci. La vecchia borghesia, riguardosa e onesta fino allo scrupolo, incapace di ardimenti, si trovò inabile a lottare con gli animosi e spesso poco scrupolosi metodi moderni; le sue rendite rimasero stazionarie mentre tutto rincarava, e i timidi tentativi di maggior guadagno mondo antico » e che al capolavoro fogazzariano esponente le condizioni di casta e di politica di cinquant’anni fa, si sarebbero degnamente accompagnate per la descrizione delle prevenzioni e delle utopie sociali d’allora. Ma queste pagine meravigliose, sintesi della vita e dell’opera di Sofia Bisi Albini. non ebbero la parola fine: troppe angosce e travagli la percossero negli ultimi anni. Ci elettrizzava quando noi domandavamo: quando quando terminerà “ Il libro di una spettatrice ” ? Ma il lavoro rimane incompiuto e sepolto in un’annata di quella “ Vita femminile italiana ” che non ebbe tempo a diffondersi come meritava. Ma chi ancora frequenta il salotto di donna Antonietta, la gentildonna amica che Sofia descrive in quelle pagine con inimitabile espressione, le amiche rimaste della dolce cerchia allentata da morti precoci, sospirano su quelle fresche pagine che hanno tutto il movimento e ahimè! non la misura del capolavoro.

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Se la nostra vita s’accorda in tono maggiore o minore alle prime note degli anni giovanili. Sofia Bisi Albini trasse dall’inizio felice della sua vita la vibravano di un dolore tanto più intenso perchè senza causa apparente, e quindi tenute gelosamente nascosto per paura che fosse incompreso. Anime solitarie malgrado fossero circondate da famiglie numerose; volontà scoraggiate da ostacoli tradizionali che impedivano loro di esplicarsi, virtù che si ripiegavano con un senso d’inutilità, occulte e frementi ribellioni di caratteri schietti e forti. Che facciamo? Che siamo? E’ così che si deve vivere, a vent’anni? nell’età degli entusiasmi e della fioritura d’ogni dono più bello che Dio concesse all’umanità? — No, — dissi io, madre, a quelle fanciulle. — No, non è così che dovete vivere ! E bastò così poco per dar ali a tutte quelle buone volontà prigioniere! In poche pagine che intitolai: Il vostro salario, dissi della necessità, del dovere che ogni fanciulla nata, senza alcun suo merito, in una posizione agiata, ricambiasse alla società in altrettanto amore per i diseredati, in lavoro utile ad essi, il salario che aveva ricevuto dalla Provvidenza. Inoltre dissi della reciproca diffidenza che tiene separate le giovanette della classe agiata dalle giovanette lavoratrici, e come dovessero avvicinarsi per conoscersi, aiutarsi, e simpatizzare. E’ così che si fondò a Milano il primo Circolo di signorine che la domenica si riuniscono a operaie per leggere insieme, far musica e divertirsi. A poco a poco quella Società si trasformò in un mutuo soccorso e in una scuola, e ora inaugurò persino una villetta, ove le lavoratrici stanche ed anemiche vanno l’estate a riposarsi, e le signorine per turno tengono loro compagnia. Dalla Grigna e dalla cima del Resegone, io ricevo le loro fotografie, in cui le vedo unite come sorelle, con i visi ridenti, ombreggiati dai grandi cappelli di paglia. Quali sono le signorine senza una professione? Quali le lavoratrici? Non si distinguono, le prime sono fiere quand’io le chiamo lavoratrici anch’esse. Dietro quel primo Circolo altri ne sorsero, nelle grandi e nelle piccole città. Non è lavoro sociale? In ogni città d’Italia si vedono signorine dirigere Patronati per operaie, Istituti e Opere a cui qualche anno fa si sarebbe creduta incapace anche una madre; ed esse entrano in Comitati di beneficenza, in Consigli di opere di protezione per le giovani, di asili infantili e ne sono anzi le vere lavoratrici. Sono sorte in Italia Società di fanciulle che lavorano per i poveri, e che hanno compreso come ben poco merito vi è nello starsene sedute sur una poltroncina o sdraiate in giardino a far saltare il filo di lana sull’uncinetto, ma come sia necessario conoscere coi propri occhi i poveri bimbi che rivestiranno. E’ così che il Natale vede ai lettini degli ospedali le fresche figurine delle giovanette chinate sorridenti a far ballare le marionette davanti ai malatini. E non basta, esse hanno compreso che occorre sapere come si possano medicare, curare queste povere creaturine malate. Fare il corso di infermiera è ormai entrato nelle abitudini delle signorine italiane. Ecco dunque che senza bisogno di leggi, esse compiranno tutte il loro servizio sociale: e con tanto maggior cuore ed entusiasmo, perchè non obbligatorio. Ed anche — pare — con tanto maggior merito. LE METICOLOSE

Stavo per scrivere « miopi » perchè veramente la meticolosità somiglia al difetto fisico che impedisce di veder lontano e restringe l’orizzonte a chi ne soffre. Ma le piccole meticolose tanto lodate da certe mamme, che trovano in esse il desiderato aiuto a tener in ordine la casa, sono proprio dotate di una virtù, o non piuttosto dell’eccesso di una buona qualità come è quella dell’ordine? Tutto ciò che passa la misura diventa, cogli anni, una mania, lo sapete. In quanti vecchi romanzi inglesi (ricordo in questo punto uno della Gaskel) noi troviamo questo tipo di meticolosa che è uno di quelli che più si prestano alla comicità! Vecchie fanciulle che hanno sempre il cencio della polvere in mano, e non possono vedere un filo sul tappeto, e si buttano buttano carponi sul pavimento per lucidare dove un’amica appena uscita lasciò il segno delle sue suola; chi di noi non ne conosce? Con gli anni esse diventano così esagerate nella loro passione dell’ordine e della nettezza, che non trovano più tempo per null’altro. Il loro orizzonte, come disse una scrittrice americana, termina al tappetino del loro uscio. La meticolosità è uno di quegli astringenti che tolgono ai caratteri ogni succo vitale e li inaridisce così da non renderli più capaci di nessun grande sentimento. Essa conduce dritto dritto alla pedanteria, all’avarizia, all’egoismo e all’intolleranza. Badiamo, una donna ordinata è una fortuna per una casa perchè l’ordine è bellezza, ed è la prima e più sicura economia. Com’è dolce vivere in una casa ordinata! Bisogna educare all’ordine le fanciulle che non possiedono di natura questa virtù; poichè, lo sapete che si nasce ordinati o no. Nella stessa famiglia, allevate allo stesso modo, vissute sempre insieme, dormendo nella medesima camera, vestendosi con abiti eguali, voi vedrete due sorelle, una tutta precisione e l’altra trascurata. Quest’ultima è generalmente la più vivace e geniale e, pur ammirando sua sorella, invidiandole la sua simpatica aria assestata, i suoi cassetti in ordine, i suoi stivaletti che sembrano sempre nuovi, non saprà imitarla. Se per forza di volontà ci riesce, non saprà però essere costantemente ordinata; sino alla fine della sua vita ci saranno giorni in cui non saprà esserlo, o cose che non saprà fare con regolarità. Ma le appassionate dell’ordine arrischiano di diventar schiave della loro virtù. Quante donne io conosco, le quali non hanno tempo che di pulir vestiti e rifregare e rilucidare là dove la domestica ha già fregato e lucidato. Esse sono troppo affannate da pensare a quei corpi che sono negli abiti dei loro figlioli. Che poi essi abbiano un’anima che si va magari insudiciando, certe meticolose non hanno punto il tempo di curarsene. Come volete che una donna la quale ogni giorno deve macchinalmente rifare tutto il minuzioso lavoro di ordine fatto il giorno prima, e preoccuparsi delle gambe delle seggiole e della polvere che può entrare nel fondo di un vaso, possa interessarsi a ciò che accade di là dal famoso stuoino, in quel mondo che esercita un’influenza sui figlioli e dove essi dovranno trovar simpatie e lavoro? Per meticolose siffatte, non esiste più altra soddisfazione che di darsi tutte alla passione della pulizia e dell’ordine. Conosco una vecchia signorina, di larga condizione sociale, la quale possiede un quartierino ch’è un amore, messo con buon gusto e con ordine naturalmente incantevole. Il suo piccolo giardino ha aiuole che sembrano dipinte, e vialetti cosparsi di una ghiaia così fine e uguale che vi dà l’impressione che nessuno vi cammini. Generalmente riceve davanti al suo tavolino da lavoro, ed ecco che discorrendo le sue mani aprono il cassettino ove tutta una sfumatura di rocchetti di seta vi seduce coi suoi bei colori, e vedete uno scomparto di piccole scatoline di celluloide su cui è scritto : osso, madreperla, gancini bianchi, gancini neri, aghi, spilli, e un piccolo battaglione di uncinetti messi in ordine di statura. Un cassetto che desta vera invidia e che vi suggerisce molti buoni proponimenti. Ma mentre ella parla, le sue mani istintivamente istintivamente si occupano di dare una simmetria, se è possibile più perfetta, agli scatolini, o di passare delicatamente la pezzuola sulle sete, o di voltare verso sinistra un indisciplinato uncinetto che, chi sa come, aveva voltato il suo beccuccio a destra. Tutto è così nuovo e lucido là dentro, che vi viene il dubbio che per paura di sciupare nulla sia adoperato. Mentre state discorrendo di una cosa molto interessante, ecco un: «scusi! », ed ella si alza per raddrizzare una fotografia sulla parete, per passar la mano sul piano di uno stipo, per tirar nel centro di un tavolino un vaso che forse non lo era perfettamente. Fin qui, piccole manie che fanno sorridere. Ma la vecchia signorina ha una sorella con cinque bambini che potrebbero essere il sorriso della sua vita solitaria. Se non che, pensate quale elemento di disordine è in una casa un bambino! Un giorno la balia andò da lei, col primo bimbo maschio, l’orgoglio, il tesoro, l’aspettato! Evidentemente per poter curiosare un poco per la casa, la balia lo pose sul divano. Sapete bene, i bimbi! un momento dopo... Basta dire che la povera signorina rimase tutta la sera in ginocchio, a passare uno scaldino sul divano per riuscire ad asciugarlo. Vi pare che si possa sopportare una simile sudiceria in una casa? Un’altra volta, a un’altra bambinaia viene in mente di svenire sulla poltrona (era un’impertinente che si permetteva sempre di starsene in salotto). Il suo spillone di filigrana si impigliò nel velo della spalliera che era un ricamo su rete, regalato da poco alla zitellona, (poichè, come vi dissi, malgrado tutte le sue provviste di sete, uncinetti e aghi d’ogni misura, ella non trova mai il tempo di dedicarsi a un lavoro). Mentre le facevano odorare i sali, quella sciocchina si mise a scuotersi, ad agitar la testa in modo che lo spillone si ruppe, e pazienza lo spillone, ma anche una maglia della rete ! Da quel giorno quella bambinaia non mise più piede nella sua casa naturalmente, e non fu più designata nei discorsi con la sorella che con l’epiteto: “ quella tua stupida ! ” Un’altra volta la bimba, la bella bimba di due anni, fu invitata dalla zia a pranzo, ma quando tornò a casa sua: “ Mamma — disse — io dalla gia non ci vollo pù andare a pancio, pecchè ghida sempe ». « Ma che cosa hai fatto, Ninì? » « Ho lovesciato il ciettino delle calte! » Rovesciare un cestino di carta straccia! Ma pensate che quelle carte vengono messe in ordine a pacchetti. Sul fondo i giornali ritagliati a foglietti larghi un palmo... che possono servire a qualche cosa, e vengono legati, non so se a cinquanta o cento per volta, con un cordoncino. Poi un piccolo sacchetto con lettere lacerate a pezzettini minuti, perchè la cuoca curiosa non possa prender conoscenza della sua corrispondenza che è, del resto, molto insignificante. E non potete credere come questi ritagli di lettere vengano buoni per accendere il carbone. Poi ci sono pacchetti di vecchie buste, da cui però sono state accuratamente ritagliati i francobolli per riscattare i piccoli negri. Torno torno al famoso paniere, esternamente, corre un’altra tasca ove la signorina tiene i cordoncini: divisi secondo i colori e legati come matassine: rossi, greggi, azzurri, tricolori; una cosa ammirevole, non c’è che dire, ma guadagno fallirono. E’ legge di natura che il più forte per poter vivere distrugga il debole, e non v’è un successo nostro che non voglia dire sacrificio di altri. Chi gode di aver vinto lascia sempre dietro a sè altri che piangono la loro sconfitta. Quante amare, cocenti lagrime videro e vedono i nostri tempi! Quali drammi nel segreto di famiglie che il mondo non sospetta angustiate dalla difficoltà del vivere! Quante miserie larvate ancora da un’apparenza di ricchezza, che lentamente scompare! Bisogna preparare i nostri figliuoli alla possibilità di un rovescio di fortuna; forti, coraggiosi, ben temprati alla lotta; e bisogna combattere in essi la timidità, come una delle più pericolose cause di insuccesso e di infelicità. Chi oggi è circondato dagli agi, deve pensare che storicamente popoli e individui segnano una parabola, e che nulla è più incerto della ricchezza; non si deve abbandonarsi alla dolcezza del navigare su una barca manovrata dagli altri, ma si deve imparare ad esser pronti a prendere all’occorrenza remi e timone. Quante famiglie io vidi, sbalestrate come facoltà di credere nella gioia e di poterne dare. Però io non credo che questo divino dono ch’essa ebbe di lumeggiare ogni più oscuro cantuccio di vita, di trovare la nota attirante in ogni più pedestre argomento e di recar la speranza ai cuori più travagliati fosse soltanto una sua naturale disposizione. Io credo fosse di più: fosse uno squisito atteggiamento da lei riconosciuto come l’unico capace di conquistare tutte quelle anime femminili, per le quali la morale presa come significato di rinuncia e la bontà come equivalente di inerzia non possono essere tollerate. Ed ecco che a distanza di tempo si delinea un parallelo tra lei e un’altra grande educatrice che col pseudonimo di Tecla Ruelli pubblicò di recente un libro che mette la rivoluzione nella vecchia morale. Tecla Ruelli va però molto più lontano di Sofia Bisi Albini. Essa si domanda se l’amore non sia più forte del dovere e se la donna che ama di un completo amore l’uomo di un’altra, non abbia diritto di toglierglielo, per la sua propria felicità quando questa felicità sarebbe anche quella di lui. Sofia Bisi Albini, candida fino all’estremo della sua vita, affronta tutti i problemi, ma vorrebbe risolverli che ogni tanto le porta via una buona ora di tempo, un’ora di vita...! E dire che questa vita è così breve che non basta per compiere tutti i doveri che abbiamo verso gli altri e verso noi stessi! Quasi non ci lascia neppure il tempo di renderci conto di tutte le interessanti cose che ne circondano cosicchè, giunti al tramonto, siamo colpiti da verità che ancora non avevamo scorto, malgrado il nostro continuo guardarci intorno. Le meticolose fanno gli uomini pigri ed egoisti. Lasciarsi spazzolare, che è per certuni una cosa tanto irritante, finisce col diventare per i mariti di queste donne, una voluttà ; sentire un’unghia ostinata che ricerca invisibili nidi di polvere nel velluto del bavero; una mano che trattiene una gamba che si decideva al passo, per dare un’ultima spazzolatina all’orlo dei pantaloni; delle dita che scoccano un ultimo colpetto sulla tesa del cappello, quando già la testa è fuori dell’uscio, pare sia una cosa molto piacevole. Io ho osservato che molti di questi uomini, i quali hanno la soddisfazione di avere in casa una moglie perfetta (che non s’interessa cioè di nulla fuori della casa e non trova il tempo neppure di leggere il giornale perchè ha sempre da smacchiare e spolverare) sono quelli che appena giunti in strada s’arricciano i baffi, e fanno gli occhi dolci alle donnine che hanno l’aria invece di divertirsi molto a passeggiare. Un marito che tornando a casa ritrova sempre sua moglie fra due imposte d’un guardaroba, si abitua a pensare che una brava donna di casa non può far di meglio; ma è questo che dobbiamo evitare. Dobbiamo mostrare quanto di più e di meglio si possa fare, e quanto questo meglio giovi alla famiglia, soprattutto all’educazione dei figlioli. Io vidi dei risvegli tardivi di donne che si sono credute per molti anni perfette nella loro virtù di massaie meticolose. Il loro compagno si era, è vero, adagiato beatamente nel benessere della casa scrupolosamente ordinata, ma i figli crebbero senza idealità; divennero uomini e donne più che comuni, il cui animo non palpita per nessuna grande idea e non s’aperse a nessuna bellezza spirituale. Altre madri s’accorgono che i figli diventano estranei a loro, quando la loro intelligenza intelligenza o qualche atavica disposizione li porta in un mondo di idee e di lavoro largo, nobile ed alto. Esse si guardano allora intorno smarrite, comprendendo di essere discese senza accorgersi giù giù, in una piccola valle chiusa e solitaria ove manca aria e luce, invece di salire come è dovere di ogni umana creatura. E i loro figli sono lassù ed esse non sanno più raggiungerli. Come vedete, vi sono virtù che somigliano a piccole volgari monete di rame, le quali finiscono a insudiciare le dita, a ingombrare i cassetti e a dare alla casa un’aria di miseria. Non è forse meglio scambiarle con poche monete d’oro o d’argento, terse e lucenti? Le meticolose fanno, a parer mio, degli spiccioli di una virtù preziosa. IL LUSSO

La questione è una delle più complesse e gravi di quella scienza che chiamano economia politica, e che insegna il modo con cui la ricchezza si produce e si consuma da ognuno di noi a vantaggio della società. Vediamo un poco che cosa è il lusso. Il vocabolario ci dice senz’altro che « è la superfluità del trattamento di vita », mentre gli economisti tutti, premettono che è molto difficile definirlo, perchè per uno è lusso ciò che per un altro è necessario. E’ vero: ma quando si dice superfluità, non è forse facile immaginare che, pur mutando secondo i tempi, i paesi e le circostanze, rimane però sempre: «ciò che è al di là del bisognevole o del conveniente? » I guanti sono un lusso per l’operaia mentre per noi sono una necessità; il letto elastico è d’uso generale nell’Alta Italia, mentre non lo è in Sardegna; gli spazzolini da denti e da unghie sembrano inutili al contadino, mentre sono oggetti indispensabili per le persone educate. E in quanto ai tempi: chi non sa che i nostri nonni passavano l’inverno ne’ vasti saloni senza tappeti e senza stufe, ed ora il più piccolo bottegaio si riscalda almeno la stanza ove desina? E il cappellino, non era una volta il privilegio delle donne agiate? Il bisogno di maggior comodità nella vita va sempre più diffondendosi, e le abitudini di eleganza si propagano come un contagio; ciò che una volta era riserbato ai ricchi, diventa a poco a poco d’uso popolare: le tende di mussola alle finestre, le poltrone, i portaritratti, le coperte di stoffa sui letti; il velo bianco, le carrozze nuziali, le corone di fiori e i monumenti funerari, la villeggiatura, sono ormai diventati una necessità, anche per gente di condizione umile. Ma gli è, dicono tutti, che la ricchezza è cresciuta... E’ proprio vero? Non è piuttosto invece che la spensieratezza è diventata dote comune? Il non preoccuparsi delle proprie risorse, il non crucciarsi pensando all’avvenire è infatti così comodo! E a questo modo si pensa al superfluo e al piacevole prima che al necessario; si pensa anzi — lo diceva anche Franklin — prima di tutto agli occhi degli altri. Poichè il più delle volte è un lusso d’apparato, d’ostentazione più che di vero godimento e di comodità propria. Frédéric Passy racconta di un vecchio il quale diceva a un giovane: “ Mio caro, io ti darò una lezione di morale, che non è poi tanto severa. Anzi, forse non lo è abbastanza, ma tal quale è, potrà esserti utile. Non fare che quelle sciocchezze che avrai davvero voglia di fare; non farne per gli altri e vedrai che finirai col farne poche ” . Invece molte ne facciamo, tutti, anche quelli che più si vantano di aver buon senso; tutti ci rammarichiamo ogni tanto della quantità di piccole spese che si potevano evitare e che assorbono metà delle nostre risorse: alla fine di ogni mese ogni padrona di casa, rivedendo le proprie spese, fa dei seri proponimenti, e ogni mese trova d’avervi dovuto rinunciare purtroppo, con la scusa che non si poteva tralasciar tralasciar di far questo per il mondo, che non si poteva a meno di far quell’altro per gli occhi della gente. Ed è appunto questo lusso, che non appaga in fondo chi lo fa, che non dura e non lascia traccia che nel bilancio, e non è che pompa e sciupio, è questo, che l’economia, come la morale, condannano. “ Ma come ! — si dice comunemente : — Se i ricchi non spendessero, i poveri morirebbero di fame; sono le prodigalità dei ricchi che fanno vivere i poveri; il lusso e la moda tengono in piedi le industrie ” . Quante frasi fatte, e come è facile udirle anche sulla bocca di gente istruita ! Eppure basta rifletterci un poco per accorgersi che quelle frasi hanno un senso volgare che “ fermandosi alla corteccia, non penetra nel midollo dei fatti ” , come disse il Minghetti. Poichè occorre avanti tutto guardare a che e a chi è utile questo lusso, e se i ricchi non spendono più di quello che i poveri non mangino. E’ facile vederlo; una gran parte di ciò che si spende in lusso è precisamente sciupato; è profumo che delizia e svapora, e non appaga — quando appaga — che noi stessi; serve a comodo comodo e piacere individuale momentaneo, e non è di utilità a nessun altro. Non pigliamo la società nel suo complesso: diamo un’occhiata vicino a noi, e, ripeto, guardiamo come ciascuno di noi spreca improduttivamente delle somme che, risparmiate, potrebbero poi essere spese in un modo utile, con un risultato durevole, impiegate cioè in acquisti produttivi, in spese di educazione e di cultura, a pagare salari, ad aumentare davvero il benessere di chi lavora per noi o quello della nostra famiglia. La moda, che alcuni chiamano la legge del lusso, e che io chiamerei invece il disordine del lusso, passa come un vento capriccioso sul bisogno di spendere, e fa spendere affrettatamente e male, in cose inutili che pochi mesi dopo non serviranno e non piaceranno più. Essa impedisce così il lusso artistico dei tempi andati, in cui si spendeva, è vero, un piccolo capitale in un abito, ma quell’abito passava da una generazione all’altra; in cui si facevan dipingere le pareti da artisti, ma quelle pareti noi le ammiriamo ancora, e sono il godimento intellettuale di milioni d’uomini. La moda è invece spesso infeconda, perchè oggi favorisce un’industria che domani dovrà lasciare posto ad un’altra; o butta a terra improvvisamente queste due per crearne una affatto nuova, attirando ad essa denaro e lavoro: molte volte a danno di altre che sarebbero più serie e più utili a maggior numero di persone. Ed è quindi naturale che non s’impieghi in questi lavori che devono aver una vita di pochi mesi un materiale durevole e una importanza artistica che sembrerebbero sciupate.

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Per un grande matrimonio americano, due o tre anni fa, furono spese, a quanto raccontarono i giornali, centinaia di migliaia di lire in fiori, per ornare il palazzo, lo scalone, l’atrio, la chiesa, le carrozze. E’ vero che lavorarono squadre di uomini per raccoglierli e collocarli nelle cassette e nelle paniere, e lavorò la ferrovia per trasportarle, e altra molta gente per ornare il palazzo e la chiesa; ma fu un lavoro tutto precario, una spesa vana. Se quei denari fossero stati impiegati, supponiamo, a creare un giardino, ecco che gli uomini avrebbero ugualmente lavorato, e gli alberi crescendo, sarebbero diventati un valore, oltrechè intiere generazioni avrebbero goduto del vantaggio morale di un luogo ameno; non vi pare? “ Non sono da reputarsi improduttive, ma al contrario utilissime quelle spese che rallegrano e ingentiliscono la plebe ”, scrisse ancora il Minghetti ricordando i divertimenti pur così fastosi dei ricchi del Rinascimento d’Italia, ch’erano sorgente di piacere al popolo. Volete un altro esempio? Le corse di cavalli, questa chiassosa e insolente ostentazione di abitudini signorili e di lusso, è scusata da certuni colla parola: è tutto commercio. Commercio utile? commercio benefico? commercio nazionale? no, perchè nulla rimane, no perchè demoralizzante, no perchè fra bardature, cavalli, fantini, bookmakers e premi, sono centinaia di migliaia di lire che vanno all’estero. E’ quindi uno dei lussi che costano più che non producano, uno di quelli incomprensibili per l’economista come per il moralista. foglia al vento da improvviso mutamento di fortuna! Quante donne io vidi, rimaste vedove, impacciate, desolate della loro inettitudine! Quante fanciulle invidiare i loro uomini, che potevano dalle loro mani, dal loro cervello cavar lavoro e guadagno, e prendere deliberazioni dolorose ma salutari, — come quella dell’emigrare -- per strapparsi a tutti i legami di convenzioni, di pregiudizi, di riguardi familiari che così spesso ostacolano il libero slancio di gente che deve rinunciare a una vita oziosa per mettersi a lavorare. Vi sono vecchie famiglie, viventi ora in campagna, che languiscono in un’oziosità che le annienta. O tu, coraggiosa figliola che porti un gran nome, e che dal tuo antico storico castello del Piemonte mi scrivi lettere così desolate, tu sapresti dire meglio di quel che io possa che cosa sia la vita di una madre con cinque figliole ridotte alla solitudine, ivi una crescente miseria, incapaci di uscirne, vendendo a uno a uno gli antichi quadri e gli antichi mobili, così da rimanere nello squallore di una grande casa quasi vuota. Cinque figliole che hanno tutte un’intelligenza risolverli rimanendo nella legge. E non vuoi arrivare alle ultime conseguenze per provvedere, ma vuoi prevenire. Quindi sconfigge usanze e pregiudizi quando essi limitano la libertà d’azione della donna, specialmente nel periodo della prima giovinezza; nel quale essa vuole che possa prepararsi da sè la propria felicità, senza dover poi calpestare la legge per conquistarla. La Ruelli e la Bisi si ritrovano quando l’una e l’altra, infaticate lavoratrici, onestamente ammettono che il lavoro è un dovere, un conforto prezioso, un legame di solidarietà fraterna tra gli umani, ma la molla dell’esistenza, che troppe volte si deve reprimere in sè stesse, è la felicità. Il dualismo tra il dovere e la sete di gioia Sofia Bisi Albini lo descrive rapidamente in questa pagina che tolgo dal “ Libro di una spettatrice ”: « Ed ecco svolto in un’altra antica strada nella quale abbondano pure vasti giardini ed ortaglie, e conventi e ricoveri si alternano a ospedali e case di salute. No, non sono in vie gaie. Al di sopra dei muri scavalcati dalle glicinie passano con profumi deliziosi di fiori vampate di odor d’acido fenico e di jodoformio, e mi sento umiliata del senso opprimente ch’io provo, della tentazione Paul Leroy-Beaulieu, scrive: “ Lo scopo della ricchezza non è il lusso. Può essere un accessorio perfettamente lecito, legittimo, anche onorevole se volete, a parte gli abusi, ma non si deve diventare ricchi unicamente, nè principalmente, per vivere con sontuosità, delicatezza ed eleganza. La fortuna, vale a dire la ricchezza, concentrata in grado elevato nelle mani di un uomo, ha una missione, una funzione sociale che tiene della sua natura stessa, e che da sola ha il potere di ben adempiere ” . Ben disse dunque un altro economista francese, il Droz: “ L’economia politica è il più potente ausiliario della morale ” . Ma senza bisogno di citare i francesi, ascoltiamo ciò che lasciò scritto uno dei nostri più grandi economisti, Luigi Cossa: “ L’economia politica dimostrando il vantaggio anche materiale che deriva dall’esercizio di certe virtù, come sono l’operosità, la previdenza, il risparmio, ed accennando inoltre i danni economici di certi vizi, come sarebbero l’ozio, l’imprevidenza, la dissipazione, e quelli ancora maggiori che provengono da alcune istituzioni che ripugnano alle leggi della morale (la schiavitù, il servaggio, la guerra, ecc.), viene ad aggiungere un argomento praticamente assai persuasivo ed efficace sull’animo di coloro che non sono sufficientemente convinti dei principi filosofici, nè si sentono bastevolmente inclinati ad obbedire al sentimento del dovere ” . Certo è difficile il giudicare la prodigalità come un difetto e l’economia come una virtù: la prima è molto più simpatica, poichè il prodigo mette a parte gli altri de’ suoi godimenti. Noi lo giudichiamo anzi generoso, mentre non è che un egoista socialmente parlando. Chi risparmia — perfino l’avaro stesso tanto antipatico — ha, agli occhi dell’economista, il merito di non distruggere. « Il non uso di certi beni, dice il Cossa, è un male minore della distruzione ». E Adamo Smith anch’egli ha severe parole per il prodigo e lo chiama : « ...l’erede indegno che getta al vento le ceneri de ’ suoi padri e leva di bocca ai suoi contemporanei gli alimenti preparati per essi dalla previdenza de ’ suoi antenati ». * * * Poichè abbiamo parlato dei rapporti dell’economia politica colla morale, vediamo un poco se non c’è qualche cosa che interessi specialmente le signorine. Già altre volte ebbi occasione di dire dell’immoralità ch’è tutta quell’esposizione di ben di Dio o più esattamente, degli uomini, — nelle vetrine dei negozi, e di quella del lusso delle signore per la strada — un vero insulto alla miseria, alla nudità, alla fame. Una signora veramente per bene, non fa sfoggio per la strada di colori e di stoffe costose: lascia questa volgare ostentazione a chi non ha educazione pari alla ricchezza: lo sfarzo nelle signorine è poi, per altre ragioni, poco morale. Alcune lo sentono nella loro delicatezza senz’essersene mai reso conto; elevate e fini, comprendono che v’è qualcosa di più squisito della ricchezza e hanno trovato modo di vestirsi con suprema eleganza attingendone il segreto alla semplicità e alla linea artistica. In molte, il sentimento che le fa vestire così ha radice nel fondo d’onestà che rende loro repugnante repugnante il fare sfoggio di un lusso che non costa loro nessuna fatica, ma costa invece ai loro babbi lavoro e preoccupazioni. Nulla di più giusto di un bel vestito nuovo che una ragazza si acquista col frutto del suo lavoro; nulla di più umiliante dello sfarzo di quella che non ha dato il minimo di fatica per meritarselo. Non c’è bisogno di lavorare materialmente per riuscirvi; molte fanciulle dànno oggi l’esempio del come si possa e si debba usare della posizione fortunata nella quale si trovano, e possono dire con che maggior gaiezza si abbandonano ai godimenti che procura loro il denaro, poichè hanno acquistata la coscienza di non essere una ruota inutile della società. I privilegiati — si chiamano oggi i ricchi — e davvero è grande e degno d’invidia il privilegio di poter creare il benessere di molt’altra gente, di poter, fra molti piaceri della vita, scegliersi i migliori, i più elevati, i più nobili. Cesare Beccaria, in un suo giovanile studio di economia pubblica, poco conosciuto, esalta la bontà intrinseca della ricchezza e la mette a paro a quella della libertà e dell’istruzione: tutte e tre pericolose però, se disgiunte dalla moralità. La ricchezza bene adoperata, aumenta il valore degli uomini e delle nazioni, educa il popolo al rispetto dell’altrui fortuna, diffonde l’ammirazione della bellezza, porta le nazioni a una prosperità reale e le eleva moralmente. DUE FANNO UNO

E’ il titolo di un simpatico articolo di Charles Wagner, l’autore conosciutissimo di Jeunesse, di Vie Simple, ecc., il quale ha tanto contribuito al risveglio dell’anima in Francia, parlando alla gioventù con semplice e calda eloquenza, di giustizia, di verità, di solidarietà; svegliando volontà addormentate e rivelando una meta alle inquiete aspirazioni di molti. Già in Vie Simple vi sono pagine mirabili sulla bellezza semplice e sulla vita domestica, ma le pagine scritte per giovinette alla vigilia di avere una famiglia loro, mi suscitano uno sciame d’idee che sento il bisogno di formulare e raccogliere. Due fanno uno: il giovane e la fanciulla che si uniscono per formare il loro nido, e confondono i loro destini. I loro destini sì, ma purtroppo, noi sempre i loro desideri, le loro volontà, tutti i loro interessi. Non bisogna però essere pessimisti: vi sono molti, e soprattutto molte — donne oneste — che par si compiacciano di credere il mondo peggiore di quel che non sia. Quante volte accade di sentire: “ Oh al giorno d’oggi è così difficile trovare un matrimonio felice! Aver delle figliole oggi è uno spavento! meglio non maritarle! ” Ogni volta io stupisco di queste esclamazioni. E’ una mia fortuna particolare di vedermi intorno tanti matrimoni fortunati? La statistica di Paola Lombroso sulla felicità delle donne mi suggerì di fare io pure la mia statistica, e la conclusione della esperienza mia è appunto questa: che la società è piena di brave donnine e che il mondo promette di migliorare sempre più. La così detta buona borghesia, che è diventata quasi un’aristocrazia dove l’onestà femminile è tramandata di madre in figlia da parecchie generazioni — come la vita agiata ma semplice, nella quale i godimenti intimi e intellettuali non lasciano posto nè desiderio a divertimenti chiassosi — mi sembra un vero vivaio di donne sane moralmente, cresciute a quell’equilibrio delle facoltà intellettuali e morali che dà sicuramente la felicità. Badate, per felicità intendo non l’ebbrezza, ma quella serenità in cui l’animo, non turbato dalle esaltazioni, pare così ben preparato a ricevere e gustare ogni più delicata bellezza, ogni più lieve armonia, ogni più sottile profumo, sia della natura, sia dello spirito e degli affetti. La felicità coniugale è così preziosa cosa che bisogna che la donna sia o molto depravata o molto sciocca se non fa di tutto per ottenerla e conservarla: e se dissi ch’io penso che le donne oneste e quindi felici, aumenteranno sempre più, è perchè sono convinta che la coltura dello spirito, diffondendosi, non può che illuminare ed elevare. Certo, la prima cosa da esigere è l’affinità di educazione. Dopo, lo studio reciproco deve essere di comprendersi in tutte le sfumature del carattere e in tutti i giorni della vita che non si vissero insieme. Certe abitudini, certi dolori, certe felicità infantili spiegano l’indole del carattere presente, e ci fanno compatire certi difetti, ci inteneriscono inteneriscono sino nel profondo dell’animo e ce li rendono interessanti. Le intolleranze sono causa di discussioni e di malumori che possono essere la rovina della felicità domestica. Il saper dire a tempo: sì sì, hai ragione! chiudendo la bocca severa con un bacio, oh come raddolcisce l’uomo più irritato! come subitamente nell’animo suo la questione prende un nuovo aspetto! E se è leale e buono, otto volte su dieci egli troverà modo di dire quel giorno, o forse il giorno dopo: “ vedi, tu mi devi compatire, ieri mi ero irritato... ” Oh, non afferrate però al volo quel ravvedimento per insuperbirne: il vostro amore palpita gioioso, ma la vostra generosità non deve permettervi che egli, il compagno vostro, faccia intero un atto di pentimento... Oh la dolcissima ora che è questa per due che si amano: come davvero sentono che due fanno uno! Il difficile, — voi direte — è che bisogna essere in due a conoscere queste verità; ma io dico che, come persona a cui fu mutilata la destra acquista maggior agilità nell’altra mano e si abitua a servirsene perfettamente, così l’amore vero, grande, intelligente può reggere e guidare quel complicato meccanismo che è la pace coniugale, anche quando uno dei suoi membri, il più forte, non se ne cura. Ho conosciuto più di un matrimonio in cui la donna, con una inalterabile festosità, con un amore incrollabile, generoso, affinato al punto da indovinare a un movimento, al suono del passo, l’umore del marito, e da studiare in ogni ora del giorno ogni propria parola, ogni atto, tutta intesa a rendere la casa e sè stessa piacevole a lui, è giunta a conquistare, a gioventù finita, quel cuore che non era stato tutto suo; a mutare e trasformare quel carattere che aveva avuto molte durezze e malumori. Una di queste creature sante — che il mondo non capisce e non sa — mi rispondeva: “ Dici che ho sofferto? che sono stata brava? non ricordo. Mi pare, ora, di essere sempre stata così felice... ” E un’altra disse a me, fanciulla, queste parole che non ho mai dimenticate: “ Per conquistare la felicità domestica, occorre illudere sempre sè stessi e il mondo che si è felici; allora, molte contrarietà non le rileviamo perché un’intelligenza e due mani e un’anima vibrante, e che i pregiudizi materni tengono incatenate nell’ozio più completo. “ Quando si ha un nome come quello che voi portate, non si può disonorarlo col lavoro! ” dice quella madre nell’anno di grazia 1914, nella nostra Italia, nel forte, laborioso e civilissimo Piemonte! Pensate poi in altre regioni meno evolute! Eppure quale magnifico esempio danno tante altre fanciulle! Ebbi l’inverno scorso la visita di una deliziosa signorina che si era fatta precedere dal biglietto di una mia cugina, la quale mi presentava la marchesina B. Deliziosa! è la parola, per dire la sua bellezza fine, la sua eleganza fatta di semplicità di linee e di distinzione, ma soprattutto per esprimere il fascino dalla sua serena, e coraggiosa sincerità. — Noi non siamo più ricchi: i miei fratelli lavorano o studiano per prepararsi a lavorare; la nostra casina a Roma, ove siamo venuti a stabilirci per l'impiego di mio fratello maggiore, è piccina come una scatola! Mamma può attendervi senza fatica, con l'aiuto di una domestica tentazione di fuggir lontano. Quante donne sono invece lì dentro, accanto a letti di malate, dalla mattina alla sera, tutta la vita, volontariamente escluse da tutto ciò che è salute. serenità, bellezza... Ebbi ad un tratto la rivelazione di qualche cosa a cui non avevo mai pensato. La saggezza che io mi studio di acquistare e nella quale Antonietta ha l’aria di credere, non è in fondo che un formidabile egoismo. Io sono una cercatrice di felicità nè più nè meno: con l’istinto di una lucertola che ha bisogno di sole, di un fiore che ha bisogno di humus, io vado in cerca del posticino caldo del mondo, del terreno ove io possa prender radici e ove possano svolgersi pienamente le mie facoltà. Lo chiameremo individualismo per usar una parola nuova, bisognerà bene che ci rifletta se è proprio la via più buona per arrivare a quella missione che sogno ». Aiutare la gioventù femminile italiana ad armonizzare la saggezza con la ricerca della propria felicità, raggiungere l’equilibrio tra il proprio io e gli altri, prefiggersi una meta e raggiungerla col fervore delle opere e la serenità dello spirito ecco il programma di tutta la vita di Sofia Bisi Albini. non vogliamo rilevarle e scopriamo centomila piccole soddisfazioni che ci sfuggirebbero ” . Questo ho sempre pensato: che vi dev’essere nell’abnegazione qualche cosa di grandemente confortante, se noi vediamo intorno a noi delle unioni tranquille malgrado i disinganni: ma è curioso anche, che, mentre molte donne sarebbero pronte ad affrontare una vita di sacrifici per estranei, sanno poi così difficilmente sottomettersi e rassegnarsi all’infelicità domestica!

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Parecchie di voi diranno, turbate: « Come! la felicità è dunque uno studio? Ma quando si ama, tutto vien da sè; è naturale il compatimento, perchè tutto ci appare bello in lui, come lui trova tutto da lodare in noi ». “ Credo che si rende un cattivo servizio alla gioventù nascondendole la vita vera. Questa vita con tutte le sue complicazioni è più bella e meno insipida dell’idillio fantastico ” fu scritto. Io penso però che il bisogno d’illudersi è istintivo e invincibile nella gioventù; tutte le fanciulle sognano, anche se hanno nella loro casa, nel loro babbo e nella loro mamma lo spettacolo quotidiano di una vita coniugale infelice. Se l’esempio non è edificante esse sperano d’esser più fortunate. Ma anche quando la pace e la serenità regnano nella casa loro, esse non si possono figurare babbo e mamma giovani, e dal loro tranquillo carattere presente, giudicano impossibile che siano stati come saranno lei... e lui. Ma non togliamo alle fanciulle le illusioni e i sogni; sarebbe come tagliar le ali alla farfalla; badiamo invece di coltivar nel nostro giardino i fiori più belli e profumati perchè le sue ali non s’insudicino, perchè le sue papille non succhino veleni, e non sia tentata d’andar vagando di là del muro. Noi siamo destinati a troppo alta dimora perchè ci si tolgano le ali : non riducete la donna eccessivamente pratica e positiva : la vita del sentimento è ancora la nostra più grande felicità, ed essa s’alimenta soprattutto di poesia. Illuminiamo le fanciulle sulla verità della vita, ma educhiamole anche a dare più che a ricevere, a non esiger troppo dagli altri, a tener calcolo anche delle briciole di felicità, a mantenersi serene e forti nelle burrasche... e soprattutto a non abbandonarsi alla viziosa abitudine di veder nero. Paola Lombroso giudica necessario alla felicità il maritarsi giovani. A me pare che appunto perchè è l’età in cui si ha cieca fede nell’eternità della luna di miele, si corre maggiormente il rischio di essere infelici; e l’impreparazione alle difficoltà, la scarsa conoscenza dei caratteri maschili, fanno spesso di una giovane donna — se è innamorata — una vittima sottomessa o una ribelle disgraziata. Alla fanciulla che ha passato i vent’anni, cui il cuore sfiorato da una simpatia portò a sognare una casa sua, e che in un giorno malinconico pensa con rimpianto: — Eppure lo avrei reso felice! — a quella, il velo delle illusioni lentamente si squarcia da sè, e questa aurora della conoscenza della vita, ancora tanto misteriosa da certi lati, ma così illuminata in altri, ha la bellezza delle aurore della natura, quando il primo raggio di sole mette in fuga in un lampo le tinte lievemente azzurre azzurre dell’alba e accende di rosa i picchi immacolati, mentre ancora giù la valle è avvolta nell’ombra fredda. La realtà appare in particolari che erano sfuggiti, e la fanciulla si sorprende a studiare il modo di superare e vincere le difficoltà di una vita domestica che ancora non vive. La maggior occasione di conoscere caratteri di uomini, la rende avvertita come le differenze d’abitudini, di lavoro, di pensiero, devono nella convivenza creare ostacoli alla vita ideale che aveva sognata a sedici anni, e obbligare a reciproche indulgenze, a concessioni, a condiscendenze. Wagner lo dice nel suo articolo che ha ispirato queste mie pagine: “ L’accordo di due volontà non è facile, nè rapido. Non si dà coll’anello di fidanzata, nè coi doni di sposa; si impara e si conquista come tutto ciò che ha qualche valore. Come le facoltà artistiche e l’energia morale, esso richiede d’essere costantemente coltivato e, in mancanza di cure, può diminuire e perdersi anche presso quelli che l’ hanno una volta posseduto ” . E in altro punto: « La vita in due s’alimenta nella larghezza di spirito e nel perpetuo dono di sè stesso. Dopo aver detto io dal principio della vita, bisogna imparare a dire noi. Dopo aver camminato sola con un’andatura personale, bisogna abituarsi a camminare al passo di un altro ». LE PICCOLE VIRTU’

CONFESSIONI DI UNA FANCIULLA “ DI QUARANT’ ANNI FA ”

Un giorno, avevo sedici anni, frugando nella libreria del babbo trovai un opuscoletto con la copertina bigia, scolorita, coll’orlo delle pagine ingiallito. Lo annusai; sapeva di muffa. E il titolo: Sopra le virtù piccole, trattatello dell’abate Giambattista Conte Roberti, uh! come sapeva di sacrestia, e come era ridicolo quell’abate che, scrivendo delle piccole virtù, commetteva la piccola debolezza di non dimenticare d’essere conte! Guardai in fondo al frontespizio: Milano, coi tipi di Boniardi e Pogliani — una ditta editrice che c’è ancora — Contrada dei nobili, 3993, una via che non c’è più, o almeno il nome ne fu mutato. MDCCCXLII, 1842! Vecchio, vecchio, troppo vecchio! Pure lo apersi; cominciava: « San Francesco di Sales nelle opere sue, ecc., ecc. ». Volto la pagina: « S. Paolo dice... » volto ancora: “ E S. Gerolamo consigliò... ” e nella facciata di contro: « San Gregorio Magno scrisse... » Ho capito! e misi l’opuscolo a far da fondo ai volumi del Vasari. Che nessuno lo sappia! Qua e là, fra i nomi di quei santi, avevo visto abbastanza per capire che si parlava di parecchie virtù che io non possedevo, e a sedici anni non si ha voglia di sentir correzioni. Ma non dimenticai più il titolo di quell’opuscolo, nè il nome dell’abate conte, e neppure il piano della libreria dove lo avevo relegato. E tre o quattro anni dopo lo andai a cercare. Qui bisogna che confessi una colpa, anzi due: prima di tutto, che lo nascosi fra i miei quaderni e lo leggevo di soppiatto, per non sentirmi dire dalla mamma : « Ah, brava, è appunto il libro che ci vuole per certe signorine di mia conoscenza », e poi di non aver detto al babbo che dalla sua vecchia biblioteca esso era venuto ad abitare nella nova casa della sua figliola. E pensate che oggi è ancora qui sulla mia scrivania, quest’opuscolino di trent’otto pagine, che non sa più di muffa, e — cosa anche più strana — neppur di sacrestia; ora provo una venerazione per questo abate conte Roberti che ha saputo far soggezione alla fanciulla di sedici anni, e diventare per quella di venti, e rimanere poi sempre, come un piccolo prezioso vangelo.

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Le piccole virtù, che cosa sono? E’ facile figurarselo: saranno quelle della gente piccina : di certe sorelle di prevosti che si mummificano ne’ corridoi dei presbiteri senza sole e senza voci di bimbi; di certi scrivani, vecchi prima d’esser giovani, che passano le loro giornate chini su un registro, colle maniche di cotonina nera infilate sulla giacchetta consunta e la penna del ronde nell’orecchio; di certe povere ragazze brutte, grulle, destinate a non saper far nulla da sè e a rimaner bamboccione fino a ottant’anni. Qualcosa di bene su questa terra tutti dobbiamo fare: non potendo esercitare la virtù in grande, que’ poveretti, e molti altri, dovranno contentarsi di fare le piccole buone azioni. Sono per loro, oh, non c’è dubbio, per loro, le virtù piccole... Per gli altri invece, privilegiati da Dio, che hanno salute, indipendenza, ingegno e cuor largo, per gli altri sono i grandi sacrifici, le alte virtù ! Ah, come fa piacere di ritornar un momento fanciulle, di ripensare ciò che allora si pensava, di riveder la vita come la si vedeva allora! Par di respirare una boccata d’aria più pura e vibrata: si pensa come dev’essere stata bella l’infanzia dell’umanità, quante cose grandi debbono aver compiuto gli uomini in que’ tempi primitivi, nella ignorante presunzione, nell’imprudenza generosa, nella beata ingenuità di quell’età senza esperienza. Vi è un tempo nella vita della fanciulla — quando più ella sente prepotente il bisogno di agire — in cui non sa figurarsi una felicità completa, una più perfetta soddisfazione che nell’intiero sacrifizio di sè, della propria gioventù, delle proprie aspirazioni, de’ propri affetti. In certe giornate piovose del novembre, in certe fredde notti d’inverno, di ritorno dal teatro dove s’è udita una musica triste, in certi soffocanti pomeriggi di estate, o prima che nella casa s’accendano i lumi passano, come vampate calde nella testa, profonde invidie per le suore che vanno lontano in paesi barbari a portar la carità e la fede; ci sorprendiamo a sognare d’essere una povera mamma su in una soffitta, che veglia tutta la notte agucchiando per guadagnare il pane al suo bambino, addormentato lì accanto, nella culla di vimini; e si provano delle indicibili tenerezze, de’ ferventi desideri di dedicar tutta la vita a un giovane malato di cui s’è intravvista la faccia pallida i e melanconica dietro i vetri di una finestra... Ma quando diventa caro il libriccino ammuffito dell’abate conte, è segno che siam mutate in molte cose. E’ segno che in fondo a ciò che una volta ci pareva generosità, abbiamo visto un po’ di egoismo; è segno che troviamo più meritorio non strappare il cuore alla mamma e al babbo, e star tranquille a casa nostra ed aver cura di loro, piuttosto che andare in paesi lontani a far le suore di carità senza vocazione. domestica che viene solo dalla mattina alla sera. Non è giusto che io faccia la signorina, quando i miei fratelli lavorano. Vede: ho salute, sono smaniosa di trar profitto dalla mia attività! Mi vuole consigliare?- Oggi questa cara signorina – sempre marchesa dalla punta dei suoi capelli alla punta delle sue scarpine – dà lezioni d’italiano a signorine americane e inglesi, che passano l’inverno nei grandi alberghi di Roma. L’arte industriale ha oggi aperto nuove vie di lavoro e parecchie signorine in Italia, avendo coltivato seriamente il loro gusto artistico, ne traggono guadagno. A Roma, a Torino, a Milano signorine dell’aristocrazia si dedicarono alla pittura su ceramica, copiando le antiche maioliche che si conservano nei Musei. Ciascuna si fece una specialità di un dato stile, perfezionandosi in modo da destar l’ammirazione degli intenditori ed hanno sempre commissioni anche di interi servizi da tavola. Un’altra signorina si fece una specialità delle miniature su pergamena, creando piccole scatole e cornici ricercatissime. Un’altra illustra libri e almanacchi, anche per case Essa ha diciassette anni e sorridendo prende in mano la penna.

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Prende in mano la penna per gli altri. Per se, per i suoi compiti di scuola aveva già scritto, fin dagli undici anni piccole cose deliziose che Luigi Rossari, l’illustre pedagogista, allora ispettore delle scuole di Milano, portava al Manzoni; i due nobili vegliardi compiacendosi insieme di quella fresca aurora che sorgeva accanto al loro maestoso tramonto. Frequentando poi la Scuola Superiore, la piccola Sofia ebbe a guida preziosa Giovanni Rizzi, professore e critico di molta maggior levatura che non poeta. Egli ebbe per lei una cura paterna, insieme ad una severità che ebbe il merito grandissimo di agire sullo svolgimento delle sue forze intellettuali senza comprimere nè lo stile, nè la visione della materia che la piccola artista avrebbe fatta sua. I suoi primi personaggetti furono subito delle ragazze vivaci, ansiose di gioia, come api di fiori, vibranti come delle canne, armonio se e semplici come steli di prato. E’ segno che, riconoscenti a Dio di non averci fatte nascere nella miseria, e godendo di figurarci il nostro bambino ben nutrito e calduccio nella sua culla foderata d’azzurro, sappiamo comprendere tutte le pene delle madri che vorrebbero poter dare alle loro creature qualche cosa più del pane. E il giovane malato d’etisia di cui avremmo voluto diventare la compagna? oh, no, no, no! benedetta la salute che dà forza, giocondità e voglia di lavorare. La famiglia è come un albero che va piantato in terreno buono. Dio ci chiederà conto della salute di chi verrà dopo di noi. Oh, la ragione, che fredda, che crudele anatomista sembra quando non si hanno ancora vent’anni! Ma più tardi, come benefica ci appare in molti casi; quando al posto di una felicità immaginaria porta un bene reale, quando, dando la via alle spensierate allegrezze, vi lascia una profonda, consapevole serenità, e, fugando le ardite presunzioni, ci fa ritrovare una tranquilla fiducia; quando infine si sgombra dinanzi tutte le nebbie, i miraggi, i fuochi fatui, e ci mostra diritta e chiara la nostra strada. Guardiamo, guardiamo pure col cannocchiale, anche col telescopio, se volete: è inutile! non vi si scorge neppure l’ombra di una grande virtù; è una strada di pianura, fiancheggiata dai paracarri: piccole virtù, che a volerle saltare s’arrischia di fare un capitombolo.

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Dunque, nessun eroismo. La maggior parte degli uomini e quasi tutte le donne sono destinate alla mediocrità. Orazio la chiama aurea, e non vorremo credere a Orazio? “ Non invidiamo le alte cime de’ pini — egli dice — che sono agitate dal vento; nè le torri eccelse che ruinano con fragore. Il fulmine colpisce le sommità ”. Bisogna dunque tenersi contente della propria strada di pianura e pensare con l’abate Roberti che: “ passa la vita di molti senza che una villania gli trafigga, e senza che una calunnia gli travolga nell’infamia. Chi, perciò, aspettasse l’acerbità di tali infortuni per esercitare la sua virtù, aspetterebbe troppo ”. Non aspettiamoli; consoliamocene, anzi, e guardiamoci intorno per vedere in che modo possiamo essere buone, diventare sempre più buone, sfogare questo nostro desiderio d’essere utili, di far qualche cosa di bene che ci contenti il cuore. Alla prima occhiata, che mare morto ci pare il circolo de’ conoscenti fra i quali siamo destinate a passar la vita! No, non c’è pericolo di tempeste, nè che sorgano sull’orizzonte astri fulgenti. Ma se osserviamo bene, quante, quante piccole burrasche in quelle insenature, in que’ porti che sono le varie famiglie! Come se ne trovano poche di quelle in cui le navi riparate non si urtino, anche involontariamente, le une contro le altre. Qualche volta i colpi di vento dal di fuori le buttano tutte insieme a picco, ma non sono i momenti più difficili: la sventura comune le unisce più strettamente. Ciò che è più malagevole, è il tenersi alla riva quando l’onda vorrebbe portare al largo, lo stare saldi al fluttuare di sotto, il cercar di evitare gli urti e il sapersi tirare indietro a tempo per lasciar posto a chi vuole farsi innanzi ad ogni costo... Ah, se non ci fossero le piccole virtù!

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Ma quali, quali sono le piccole virtù? Ecco, ce lo dice l’opuscoletto dell’abate Roberti, ma io ve lo ripeto con parole più semplici: Essere indulgenti per le colpe altrui. Mostrare di non accorgersi delle debolezze degli altri e molto meno cercar di scoprire quelle che si nascondono. Comprendere e partecipare alle tristezze di chi soffre, e appropriarsi con una certa giocondità i piaceri dei felici. Accogliere senza ritrosia le buone idee nate in mente al compagno o alla compagna, benchè non prima avvertite: e godere senza invidia delle sue scoperte. Essere solleciti nel prevenire i bisogni, per risparmiare agli altri il rossore di averli e l’umiliazione di dover chiedere soccorso. Possedere una generosità volonterosa, che fa sempre ciò che può, e che, anche facendo poco, vorrebbe sempre poter far molto. Ascoltare gl’importuni senza apparente noia ed istruire, con un’affabilità tranquilla, gli ignoranti senza offenderli. E avere una gentilezza di maniere che non sia una finzione leggiadra, come si usa nel mondo, ma sia una schietta cordialità. C’è di che spaventarsi! Queste piccole virtù hanno l’aria d’esser molto più difficili delle grandi. Qual’è quella ragazza che non inciampa in una di esse, senza dire: “ ahi? ” Perchè sono proprio in opposizione con la petulante franchezza di certi quindici, sedici, e anche diciott’anni. E’ una tentazione così grande quella del disubbidire, del contraddire a ciò che vogliono gli altri, o anche a ciò che ci suggerisce il nostro buon senso, la nostra educazione e la nostra coscienza! Ci sentiamo così forti della nostra schiettezza, quando ci rimproverano certe scortesie, certe antipatie, certe intolleranze e certi malumori! Ma dopo, come siamo malcontente di noi! Come vorremmo non aver usato quello sgarbo, non aver detto quelle cattive parole, non aver contristato col nostro broncio! Ma come si fa? come si fa? La nostra natura si può mai vincerla? E si hanno degli sconforti così grandi, si invidiano certe compagne istintivamente dolci e gentili che non sanno far soffrire un moscerino, e sopportano tutte le contrarietà con rassegnazione. Oh, i brutti momenti! E con che verità ce li descrive l’abate Roberti! « L’anima langue e quasi si ammala: arrivano dei giorni foschi, o almeno de’ foschi quarti d’ora, in cui par che nel mondo non abiti dappertutto, sotto vari aspetti, che la noia: e la incontriamo, tal noia, sin dietro di noi, divenendo così molesti a noi stessi. La languidezza abbatte il corpo, l’accidia snerva lo spirito, il fervore è spento, il cuore « freddo... » Oh, non c’è bisogno di dircelo; questo è uno dei momenti peggiori, quello in cui meno sappiamo esercitare le piccole virtù. Ci vuol troppa fatica per reagire contro quel languore, ed è così comodo incolparne la nostra natura, e pensare che chi è buono lo è perchè Dio l’ ha fatto così, e non ci ha nessun merito!... Sì: ammettiamo che siamo antipatiche a noi stesse e agli altri; ma perchè non lasciarci alle nostre indolenti fantasticherie, alle nostre , intolleranze, ed ai nostri capricci? Perchè obbligarci obbligarci a fare una cosa che non possiamo soffrire, o ad occuparci di una persona che ci è antipatica? Come si fa, dico, a non rispondere con un : « Auf! eccomi! » sgarbato, o anche con una spallucciata a una persona seccante? Come si fa a pretendere che si vada a tavola col viso allegro, o si ascolti con interesse un racconto inconcludente, o si sorrida a una grulleria? Eppure... eppure c’è chi lo fa, e non per bontà istintiva : c’è chi, appunto in quei momenti, e anche in altri di più seri e più gravi tristezze, dà una risposta mite, fa un atto cortese o china il capo in silenzio a lasciar passar la bufera. Perchè non lo faremo anche noi? Se è tanto difficile, come è degno di una creatura intelligente, forte e buona lo studiare per riuscirvi!

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Ma vediamo ancora che cosa dice l’opuscoletto. “ Le piccole virtù si esercitano come contro voglia ” — oh, lo sappiamo noi! — « perchè non bisogna credere che si esercitano intieramente qualora si prestano dei buoni uffizi e si fanno delle carezze a persone amabili e amate: allora si segue piuttosto la naturale inclinazione ed il genio amichevole. L’esercizio loro più verace è sopportare gli spiacevoli e gl’ingrati, benchè in petto ne fremano talvolta tutte le nostre passioncelle! Tanto è vero che non si seconda in esse la volontà propria, che il fiore più bello di tali virtù, è riposto appunto nel coprire l’antipatia; la molestia, l’ira e la discordia interna dell’anima. Nella pratica di esse è lecito il fingere e divien lodevole una non so quale ipocrisia. Per fingere intendo il dissimulare una disattenzione, uno sgarbo, un dispregio che si riceve, quasi fossimo senza occhi e senza orecchie. Per ipocrisia lodevole intendo mostirare la calma sul viso, mentre il cuore è in procella ; pronunziare fredde le parole, mentre le affezioni son calde; tacere affatto; mentre si avrebbe il maggior stimolo al garrire. Lo studio poi più da raccomandarsi, è di serbare in tali sforzi una piena naturalezza, onde non appaia al di fuori quanto succede succede al di dentro: e la perfetta sapienza vuole che nella fronte non sorga, o certo non si addensi, nuvolo di tristezza ». Non si può far a meno di pensare, che san Francesco di Sales, il quale queste per il primo chiamò piccole virtù, fosse ben grande, se trovava facile quel che è l’abnegazione d’ogni volontà, il sacrifizio dell’amor proprio.

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E l’abate Roberti seguita : “ Le occasioni di praticar le nostre virtù usuali si hanno senza cercarle e si hanno sempre. Le virtù convengono, non solamente a tutte le stagioni della vita, in tutti i giorni dell’anno, in tutte le ore del giorno, ma anche in tutte le condizioni e a tutte le persone. E’ difficile poter proporre un caso in cui dalle circostanze sia escluso, almen per tempo notevole, l’esercizio di qualcuna delle piccole virtù... Esse si possono praticare anche allora ch’è interdetto l’esercizio di molte altre virtù, anche allora che uno è infermo ” Io ho dinanzi il dolce e intelligente viso di mia Madre che mi sorride dal suo ritratto e mi dice come ciò sia vero. La rivedo, la nostra cara, sofferente di una malattia che appariva agli occhi di tutti e destava un senso di pietà intorno a lei. Eppure ella sorrideva così tranquilla e serena, dava così poca importanza al suo male — un enorme tumore interno che le sformava tutta la persona, una volta così agile e bella, — da mutare il senso di pietà in quello d’ammirazione. Ma non era questo che ella voleva : ella così modesta e semplice, voleva invece, e ci era quasi riuscita, abituare chi viveva intorno a lei, suo marito, i suoi figli, i nipotini, a non crucciarsi, a non preoccuparsi di lei. Non si mitigano le proprie sofferenze parlandone, partecipandole: certo, fa bene al nostro cuore il vederci guardati da visi ansiosi e compassionevoli, il veder spiati con amore i nostri dolori: ma quando chi li spia sono i nostri cari, quelli che noi vorremmo veder sempre felici, perchè farlo? In certi momenti uno spasimo contraeva la sua fisionomia, in certi giorni si trascinava a stento, ma non lo confessava che l’indomani, quando il male era passato, e anche allora lo estere, e i suoi bimbi sono diventati celebri ormai in tutto il mondo come quelli di Kate Greenway. Molte altre sono vere pittrici, espongono e vendono. Altre ricamano o fanno trine che vendono alla Cooperativa delle Industrie Femminili Italiane, o alle esposizioni di lavori femminili che ovunque si tengono ogni anno. Parecchie riuscirono a fondare veri laboratori, insegnando a fanciulle povere a ricamare a mano o a macchina, e traggono per esse e per loro stesse un guadagno decoroso. Quante piccole industrie si potrebbero così fondare in paesi di campagna, di oggetti i più svariati! Conosco una signorina che con l’aiuto di un modesto ma intelligente falegname sta impiantando una piccola fabbrica di mobili antichi e moderni, e già ne trae guadagno. Una volta le fanciulle sfiorivano sognando un marito; oggi che il maritarsi è diventato più difficile, le fanciulle devono sognare il modo di trar dalla loro vita tutto quel bene e quell’utile che è possibile nel caso che non potessero avere il loro nido. Nessun fratello d’oggi, con le cresciute esigenze, L’ Ester, scapata e impulsiva, ma tutta affetto e sincerità riempie di sè due novelle: « Nel vano della finestra » e « Il dottor Edmondo Fog ». L’ Ester e l’Alberta della « Scacchiera della rosa » sono le prime di una serie di donne in bocciolo che si affacciano alla vita con l’intenzione di capirla tutta, separando con le loro mani delicate il loro diritto di libertà e d’azione dal vecchiume di tutte le restrizioni sociali dell’epoca. Sofia Bisi Albini apre fin dalla sua prima novella quelli che parevano gli intangibili cancelli intorno al chiuso giardino, tutto edera e bosso, della vita muliebre d’allora. Vi metterà rose a profusione e rovesci di gelsomini per le anime innamorate: ma esse non potranno andare ad occhi socchiusi soffocate dal profumo dei fiori, sperdute sotto il mite raggiar della luna, perchè si deve procedere ben caute e calme nel giardino che non ha più i larghi viali incolti, ma è tutto diviso in alterne aiuole di cavoli e di begonie, d’insalatina e di giacinti, di viole e di fragole. C’è di tutto ed è così bello perchè possiede l’armonia. Ecco dai cari libri venirci incontro, ancora fresche e suadenti, donna Conny, Sandra Luisa e Itala, tre tocchi armoniosi di uno stesso liuto: la signorina raccontava sorridendo: «Ma se è passato! » diceva, “ consoliamoci che è passato...! ” Chi entrava in casa non aveva tempo di chiederle conto della sua salute, perch’ella, sempre cordiale, s’interessava alle gioie e ai fastidi degli altri e alla salute di chi stava meglio di lei. Non c’è che dire, queste piccole virtù sono in fondo ben grandi e non fanno pompa di sè, non si mettono innanzi a svergognar nessuno, non hanno l’impetuosità un pochino sfacciata delle virtù grandi, ma un non so che di dignitoso, di ammodo, che impone rispetto e attrae. « Qui tutto passa in silenzio tra la coscienza « e Dio » dice il mio libretto, e come è vero quel che aggiunge più in giù: « Chi è presente neppure si accorge talvolta perchè si sia detta una parola, perchè se ne sia taciuta un’altra: non penetra ai pensieri per comprendere come si è di opinione diversa: non penetra al cuore per sentire come si ha un’affezione contraria. E poi la pratica delle nostre virtù piccole si compie spesso tanto velocemente, che la vanagloria non ha nè tempo, nè agio di sorprenderle. Con un’occhiata, con un gesto, con un vocabolo, l’atto di virtù è già compiuto ». Oh, beati quelli che se ne sono fatto un’abitudine! per i quali questi atti sono come gli oggetti di uso che una persona ordinata trova sempre al loro posto, alla portata della mano, e che adopera senza far rumore e senza scomodar nessuno.

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Se ci si bada bene, tutte queste piccole virtù si possono riassumere in una sola: la tolleranza, una virtù così ragionevole, poichè con le nostre impazienze, coi nostri risentimenti, coi nostri dispetti, nuociamo più a noi stessi che agli altri. Ma dove andiamo a finire?... Vediamo di dove abbiamo cominciato, e lo capiremo. Da principio — verso i quindici o i sedici anni, siamo intolleranti di un viso antipatico, di un’abitudine di casa che più non ci garba, di una correzione ripetuta, di una visita che ci pesa, di una lezione noiosa, della petulanza di un fratello. E’ l’epoca delle grandi baruffe, degli scoppi d’ira, dei pianti irrefrenabili. Un po’ più tardi sono le opinioni di un fratello, il tono ironico di una sorella, o l’insistenza della mamma a voler correggerci di una cattiva abitudine; sono certe assurde convenienze sociali, o il falso viso di un’amica di casa, o certe idee piccine, certe meschine pusillanimità... E’ l’età delle superbe risposte, dei grandiosi ideali. E sempre più tardi, diventate donne, ma non ancora madri, è l’età dei grandi stupori, dei magnanimi sdegni, delle tristi delusioni. Come! c’è chi manca al proprio dovere? e c’è chi sorride alle persone oneste come alle disoneste? Oh le festose accoglienze fatte a una persona spregevole, l’impudenza di chi ha sulla coscienza una colpa, certi lusinghieri giudizi della società su persone che nell’intimità non hanno che bassezze e debolezze, le mille ignoranze colpevoli, le mille miserie non soccorse e le mille ingiustizie sociali, come sdegnano, come sdegnano! Accade a tutti quelli che sentono vivamente, di non saper sempre trattenersi dall’esprimere un’impressione e di non misurar le parole colle quali palesano il loro pensiero. Se ci sdegna un’ingiustizia, se ci offende una malignità, una diffidenza o una villania, sentiamo qualche cosa dentro che si gonfia torbido, preme, trabocca. Il proposito d’essere calme molte volte non giova ; non bastano in certi casi a trattenere l’impeto che ci trascina neppure il pensiero dell’età nostra non più giovanile, della nostra posizione che c’impone dignità. In altri momenti è un bisogno di dire la verità che somiglia a un bisogno di respiro, quasi che ciò che ci appare falso ci soffochi, ci opprima : ed ecco che quello che si pensa esce fuori dandoci la superba illusione di un dovere compiuto. Ma un momento dopo si risveglia in noi la coscienza delle parole violente o severe che pronunciammo o scrivemmo, e passato qualche tempo, calmato lo sdegno o la pena esse ci riappariscono in tutta la loro cruda e sconveniente esorbitanza. Sentiamo che l’aver detto la verità non è una scusa alla ferita cagionata ad altri, e che l’averla questi meritata non è una scusa alla nostra arroganza di giudice. Coi nostri sdegni, coi nostri atti di protesta e di ribellione non possiamo mettere un argine alle debolezze e alle cattiverie del mondo; noi non riusciamo che a non saper sopportare gli altri, non solo, ma a renderci noi stessi insopportabili. No, no; sarebbe troppo umiliante! Impariamo ad essere calme e serene in mezzo a tutto questo sballottìo di caratteri e di opinioni; davanti a tutte le cecità e le ingiustizie umane, e compiamo noi, tranquille, i nostri doveri, ricordando che “ esigere molto e dare poco è il modo di trovarsi male con sè stessi e con gli altri ” . La mia mamma scrisse su un mio quadernetto quand’ero bambina: « Quando tu sarai buona, ti accorgerai che tutti sono buoni con te ». IL NOSTRO SALARIO

Ecco si risveglia in me tutto uno sciame d’idee che molti anni fa scambiammo, la contessa Maria Pasolini e io, e dovrei dire anche Vernon Lee, poichè fu a proposito di un libro dell’illustre scrittrice inglese, che si cominciò a parlarne. In quel libro Vernon Lee domandava a una signorina, perchè mai la mattina la sua finestra venga aperta, il suo fuoco acceso, i suoi abiti spazzolati, il suo the preparato, da un’altra donna giovane, da Sara, la cameriera. La risposta non c’era, ma la si indovinava : “ Perchè sono ricca ” . Ma Vernon Lee continuava -imperturbabile, senza commenti, il suo interrogatorio: « Perchè è Sara che apre la vostra finestra? che accende il vostro fuoco, spazzola i vostri abiti, prepara il vostro the? A voi che avete press’a poco la stessa età, o siete più giovane e più forte di lei? » E pareva di udire la risposta data con un sorriso franco, con lo sguardo sereno e sicuro, col tono di chi dice la cosa più ovvia, più giusta del mondo: “ Ma perchè è Sara la cameriera ! ” Ah, se quegli occhi appartengono a una fanciulla intelligente, come devono sbattere in faccia alla luminosa verità, come si devono chinare mortificati di non averla vista bene! Sara, o Teresa, o Maria, o Linda, comunque si chiamino, chi sono, che cosa sono? delle ragazze anch’esse, obbligate per la loro condizione sociale a cercarsi un salario per vivere, dando in cambio il loro lavoro, il loro tempo, la loro indipendenza, rinunciando a ogni esigenza della loro mente, del loro corpo e del loro cuore. Oh, voi lo sapete che dolce cosa sia l’indugiarsi nel calduccio del letto una mezz’ora di più, la mattina, o il corrervi più presto la sera dopo una giornata faticosa (ma di che gradevoli fatiche!); come sia comodo il farsi agganciare e sbottonare gli abiti in simili momenti di stanchezza; il trovarsi i vestiti puliti, i bottoni attaccati, pronta ogni cosa di cui si ha bisogno e subito accontentate in ciò che si desidera ! Naturalmente la vostra cameriera non sa che cosa sia tutto questo; essa v’aspetta la sera fin tardi, stanca e infreddolita, con le ossa rotte, mentre voi state a divertirvi, fresche e allegre, dopo una giornata occupata in preparativi piacevoli. Naturalmente nelle soffocanti giornate d’agosto essa stira per delle ore, sfatta dal caldo, e non deve trascurare tutti gli altri servigi, sino a sera, coi piedi gonfi, mentre voi siete giù nel salotto fresco e buio a sentir passare le ore con un ricamo inutile; oppure passeggiate in giardino al chiaro di luna chiacchierando e ridendo. Naturalmente essa ha abbandonato la sua casa, la sua famiglia, e le è difficile o impossibile di pensare a farsene una nuova, sua... E’ così. E’ il suo destino, e deve sottomettersi senza lamentarsi, compiendo esattamente, senza svogliatezze e senza stanchezze, il suo dovere. Altrimenti noi la sgridiamo, vero? e le facciamo sentire o le diciamo apertamente, che la paghiamo per questo e che se non fa quello che ci accomoda la mettiamo alla porta ; il numero d’anni del suo servizio, le prove d’affetto e di fedeltà dateci in molte occasioni, sono cose passate che non si calcolano più: l’abbiamo pagata. E le nostre parole non devono offendere. Ma vi pare?! mancherebbe altro che si dovesse subire per un giorno intero un viso rannuvolato, delle labbra increspate con amarezza. La dignità, la suscettibilità, gli scoramenti, le malinconie sono il nostro privilegio, perchè noi siamo le padrone. Le padrone! Che cosa vuoi dire? Pensiamoci un poco. La schiavitù non esiste più, dunque non si può più dire che chi ci serve ci appartiene; è cosa nostra. Vuol dire soltanto che paghiamo un salario perchè ci si serva (signorine mie, quale delle due funzioni è più dipendente: il servizio o il dover aspettare di essere serviti? Quale più umiliante per la dignità umana?). Dunque siamo padrone. Vuol proprio dire che abbiamo soltanto dei diritti e non dei doveri? Lasciamo da parte i doveri di bontà verso le persone che ci servono; non è questione di gentilezza d’animo da parte nostra, è questione di giustizia. Parliamo di altri doveri. Che cosa abbiamo noi fatto per meritarci nel mondo un posto così privilegiato, una vita così facile e così comoda? Se una di queste donne, più intelligente di noi, ce lo domandasse, che cosa risponderemmo noi? Quale turbamento, quale malessere proveremmo nel non saper trovare una ragione! Noi dunque — pensiamoci bene — godiamo, come si dice, a scrocco; se una servente rimanesse in casa nostra pigliandosi il salario, mangiando a nostre spese e non lavorando, che ne diremmo noi? Ma noi facciamo peggio, perchè noi pure siamo salariate, e come profusamente! e che cosa facciamo per la società che ci paga? Ah! vedete che direzione nuova prende il nostro pensiero e il nostro sentimento solo a scrutare da vicino in quella coscienza sociale di cui ci ha parlato Maria Pasolini. Molte di voi, chi non lo sa? sentono già umanamente riguardo ai loro inferiori, ma credono che basti riconoscere i loro meriti e i loro sacrifici e trattarli con affetto; non hanno mai pensato in che posizione si trovano rispetto ad esigenze, potrebbe tirarsi dietro il peso di una sorella, e pensiamo se è possibile che una creatura sana, che sa pensare e volere, possa sottostare oggi a una vita inutile. Tante povere donne ignoranti sanno guadagnarsi il pane e non lo deve fare una donna che ha studiato e che è educata? -- Io sono una stupida — mi disse una volta una signorina. — Creda, non ho disposizione a nulla. Ella stava in quel momento aggiustandosi un paio di guanti di pelle con una precisione meravigliosa e io le osservai come avesse un’abilità che poche donne possiedono. Ricordo anzi, d’aver indicato allora questa modesta via di lavoro: aggiustar guanti, o, meglio ancora, rammendar calze; e ancora oggi sono sicura che se signorine si offrissero alle famiglie per rammendar bene le calze, troverebbero costantemente lavoro. Quasi nessuna cameriera oggi lo sa fare (non parliamo poi delle domestiche che fanno tutto, le quali non sanno neppure dare un punto) e con le cresciute esigenze, anche degli uomini, per il loro vestiario, il non rimediare a tempo a punti signorina Zeta, Carla e tante altre creature di vita, appassionate e dolci, fragranti nell’impulso dell’anima giovanile, ciascuna portando un poco della sua vita e del suo mondo. Il suo secondo lavoro fu « Cose vecchie e impressioni nuove » un piccolo aureo libro su Venezia. Poi scrisse il primo romanzo « Donnina forte » e non aveva ancora vent’anni. In esso si rivelò di colpo artista provetta, e prese il suo posto definitivo nel mondo dell’arte. Le resero gli onori tutti i letterati d’allora e tra i romantici che tramontavano e i veristi che, molto contrastati, sorgevano, il libro di Sofia Albini dominò col suo candore e con la sua sagacia: facendo forse pensare al Barrili. al Farina, al Rovetta ed a tanti altri che nessuno di loro aveva ancora studiato e colto dal vero un’anima di giovinetta. Bisogna forse venire fino al Niccodemi per trovare nella piccola “ Scampolo ” della strada l’anima onesta e radiosa dell’aristocratica “ donna Conny ” . Donna Conny non è un’eroina e nemmeno un salice ripiegato sotto la sferza del destino: è una figuretta vera, che sa tenere il suo piccolo posto nel mondo, che scruta sè e gli altri: è donnina esse, non hanno mai provato un senso di vergogna della propria vita inutile e oziosa, o vana e gaudente, davanti a questi intimi spettatori, a queste spettatrici la cui vita è invece un lavoro senza interruzione, un dovere compiuto ad ogni ora, in pagamento di un salario che non permette loro un po’ d’agiatezza neppur nella vecchiaia, dopo cinquant’anni di vita sacrificata e sottomessa. Non vi è mai balenata l’idea che noi pure siamo delle salariate, in certo modo, della società, e che, quanto più siamo favorite dalla fortuna, tanto più dobbiamo un lavoro corrispondente, proporzionato al pagamento che riceviamo? « Se le classi superiori — mi scriveva 1a contessa Pasolini, — si pigliano agi e godimenti senza dar nulla in cambio, certe voci sinistre che ci risonano all’orecchio si faranno sempre più forti e numerose ». Se la serva non fa il suo dovere, la padrona non alza forse la voce? La società, o fanciulle, è la padrona invisibile che manifesta il suo malcontento e il suo rancore contro quelli che si godono i privilegi senza meritarseli, e minaccia di toglierli se si ostinano a rimanere inoperosi. Charles Gide , in un notevolissimo discorso tenuto ai laureati dell’ Università di Montpellier «  sulle professioni liberali e il lavoro manuale » disse qualche cosa che si applica anche al nostro caso. “ Voi dovete dire che siete, per grazia, o per fortuna, sfuggiti al lavoro manuale, e che, per conseguenza, avete da pagare questo vostro ricatto. Voi dovete impegnare il vostro onore a fornire una somma di lavoro almeno equivalente al lavoro fornito da quelli che abitudine chiama, con una denominazione veramente umiliante, non per essi, ma per noi “ i lavoratori ” ; a costoro, che vi hanno rimpiazzati nei servigi obbligatori che impone la natura e portano in vece vostra il peso della giornata e producono il pane quotidiano per essi e per noi; per voi prima, per essi dopo, se ne resta ». E proseguendo, disse anche questo: « Avete voi pensato che i vostri compagni del lavoro manuale non conoscono nella loro vita alcuna vacanza, e per dir meglio, essi non le conoscono e non le desiderano, anzi le detestano detestano troppo, queste vacanze, che per essi, per una amara ironia si chiamano giornate senza pane, stagioni morte?... Da essi a voi misurate la differenza ! pensate che il lavoro che vi si domanda, non è che il prezzo, il giusto prezzo, del vostro privilegio; pagatelo senza mercanteggiare ». E per pagarlo, per conto vostro, cominciate, signorine, col prendere parte al lavoro manuale che esige la vostra casa e la cura della vostra persona; esso non è per nulla più umile del lavoro intellettuale, è una ginnastica come già vi dissi, che ritempra le forze, che elimina gli umori cattivi, rende più fresca e alacre la mente; dopo un alacre affaccendarsi per la casa, ci si mette alla scrivania, alla tavolozza o al pianoforte con una serenità e un vigore nuovo. I moderni educatori intravvedono come soluzione al grande problema sociale, come ponte sull’abisso che separa i vari membri della società, l’unione del lavoro manuale col lavoro intellettuale; gli uomini non credono d’abbassarsi consacrando una parte del loro tempo o della loro giovinezza a qualche occupazione manuale. Gli anglo-sassoni, sempre, nella loro educazione diedero un alto valore al lavoro manuale. Ma noi possiamo dire a tutti quelli che lo sognano (Tolstoi lo praticò), come quest’unione del lavoro manuale col lavoro intellettuale sia già in fatto compiuto per le donne della borghesia, le quali alternano le faccende più umili di casa cogli studi più seri, i libri colle pentole, la penna col ferro e coll’ago: Il lavoro manuale può dare delle vere soddisfazioni: non soltanto “ la gioia di vedere la propria opera realizzata sotto una forma concreta, e che nel suo genere può essere veramente perfetta ” ma la gioia, diciamo noi, di aver compiuto un lavoro la cui utilità è immediata, evidente per noi e per gli altri, e se non altro ci dà la soddisfazione, spesso inconscia, che la fatica che ne risentiamo è stata risparmiata ad altri. Lasciate che ancora citi Charles Gide: " Sì, il giorno in cui il lavoro intellettuale ed il lavoro manuale si saranno riconciliati, abbracciati, sposati, il genere umano avrà fatto un gran passo verso la gioia; gioia morale, quella cioè che risulterà dal sentimento di solidarietà solidarietà con i nostri simili, realizzata in un comune lavoro e in un comune destino! gioia fisica anche, quella che deriverà dall’armonia delle funzioni e dalla pienezza della vita ” . Comune lavoro e comune destino! Applicandolo al nostro soggetto, quanto fa pensare! Se v’è destino e lavoro comune è precisamente questo di gente che, ai tempi remoti, — lo vediamo nella Bibbia, — erano chiamati famigliari e che noi, malgrado tanta civiltà, chiamiamo ancora servitori. Gente che abbandona la propria casa, la propria famiglia, per venire a vivere sotto il nostro tetto, per essere spettatori e partecipi delle nostre gioie e dei nostri dolori. Nessun amico, nessun congiunto di sangue viene a conoscere i nostri caratteri, i nostri interessi e perfino i nostri pensieri più delle persone che ci servono: attori che non parlano, ma che tutto vedono, tutto odono, tutto indovinano, tutto giudicano. Non parliamo male di loro, come si usa; parliamo invece male dei padroni. Guardiamoci intorno, e vedremo che la fedeltà, il rispetto, la devozione affettuosa, si ritrovano là dove è l’onestà, l’attività, la purezza dei costumi costumi e dei discorsi, l’educazione vera dei padroni. L’ozio, la maldicenza, la vita di piaceri, corrompono non soltanto noi stessi ma chi è intorno a noi. Non basta non fare nulla di male, bisogna fare il bene, se vogliamo che l’atmosfera di casa nostra rimanga pura; deve partire da noi l’esempio dell’attività, dell’ordine, della abnegazione. Se noi non fossimo egoisti, se si vedesse che l’agiatezza c’impone dei doveri, che l’istruzione ricevuta viene impiegata in un lavoro utile, che gli svaghi non sono che una vacanza meritata in una vita tutta dedicata al bene altrui, come s’acquieterebbero a poco a poco le ire e i rancori che vanno accumulandosi e impaurendoci! Come si accorgerebbero, i diseredati, che tutti siamo servi di qualcuno, che la società, quest’ente invisibile, è per i ricchi un padrone esigente e severo e che la ricchezza non è per essi che un salario che li obbliga a un proporzionato lavoro!

FINE sfuggiti, vuol dire una vera distruzione. Udii una donna del popolo dire, pochi giorni fa : -- Oggi non conviene più perder tempo ad aggiustarle! Costano tanto poco! meglio portarle fin che vanno, e poi buttarle via! — Ma noi sappiamo che non è vero: ogni settimana otto o dieci paia di calze ben riordinate, in una famigliuola, rappresentano una sommetta risparmiata, anche se si dovesse spendere due lire a farle rammendare. Vi sono signorine che in campagna si dedicano con intelligenza e passione all’agricoltura. E io vorrei vederne molte. Nella Lombardia e nel Veneto sono parecchie quelle che si occupano con profitto dei bachi da seta, altre allevano polli, api o sviluppano la coltivazione delle piante da frutta e si dedicano alla confezione di conserve che mettono in commercio, ritraendone un bel reddito.

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Avrete certamente osservato come io non accenni alle innumerevoli professioni nelle quali oggi si sono messe tante giovinette; professioni forte perchè rifiuta un amore contaminato.

Tra la pubblicazione di “ Donnina forte ” avvenuta nel 1876 e la pubblicazione di un nuovo forte libro Sofia Albini lascierà passare otto anni, ch’essa riempirà di un’attività grandissima e già non più soltanto letteraria, con grande dolore di Emilio Treves che voleva fare di lei una colonna della sua casa nascente, con gran dolore del Giacosa, del Rovetta, del De Marchi e del Verga, tutti suoi amici carissimi. Ma Sofia Albini scrivendo d’arte non solo ma di questioni sociali nei più reputati giornali d’allora, nella famosa Perseveranza, nel Corriere della Sera, appena trasformato dal Torelli Viollier dal vecchio Pungolo; e pur così giovane già nominata ispettrice degli Asili prima e poi delle scuole elementari, sentiva quanto era più necessaria l’opera sua a favore dell’educazione della donna, della protezione dell’infanzia, dell’elevazione del popolo. E a tutte queste opere si dedicò con quell’entusiasmo e quello spirito di ottimismo ch’erano soltanto suoi. che le obbligano a una vita sedentaria in ambienti ove devono stare a contatto con uomini, troppe volte volgari. Gli è che tutte quelle ragazze mi destano un senso di profonda pietà. Esse hanno rinunciato a ciò che forma tanta parte della felicità femminile l’amore della casa -- il governo del proprio nido. Hanno rinunciato a quella indipendenza spirituale che dà il saper vivere solitarie, quando si sa riempire la propria solitudine di ricordi cari, di nobili aspirazioni e di pensieri elevati. Vi sono oggi migliaia di donne che non possono più vivere che in pubblico; abituate come sono negli uffici, nei laboratori, nelle fabbriche, esse si annoiano, non sanno più che fare delle loro ore, quando sono in casa. Esse non sanno vivere se non sono guardate, e non spendono che per ornarsi. Nelle campagne, le contadine che vanno negli opifici; nelle città molte giovani lavoratrici, molte commesse e contabili, non capiscono come il danaro possa servire a rendere più comoda e più bella la propria casa, a procurare ai propri vecchi un dolce riposo e qualche godimento. E’ un dilagare spaventevole di vanità e di egoismo. Intanto la sua giovinezza veniva illuminata da un grande amore, che fu l’unico per tutta la sua vita: e nel 1882, si sposava con Emilio Bisi figliuolo di Luigi Bisi presidente dell’accademia di Brera ed erede di nove generazioni d’artisti. Una dinastia più lunga di quella famosa dei Sacchi della Certosa di Pavia. Fu un matrimonio perfetto tra il sorriso dell’arte e dell’amore. Ma se tutta Milano d’allora e tutte le personalità d’Italia passarono nei salotti di casa Bisi, respirando il balsamo dell’ineffabile armonia che la governava. anche i pochi fidati amici delle ore tristi poterono assicurarsi che quel vincolo d’amcore non si dissipò nella gioia e non si allentò nelle traversie della vita. Gustando pienamente di tutte le possibiltà di bene, serena nelle disgrazie, Sofia, sempre ottimista, fu l’ ispiratrice del marito, l’educatrice dei suoi quattro bambinetti: non soltanto la squisita amica di artisti e letterati e la donna delle rapide trasformazioni in tema di beneficenza e di educazione. Ma quanto lavorò! Mancavano libri di testo adatti alle prime classi? E subito ne fece due: “ Il primo scalino ” e Sì; vi sono delle carriere che portano le fanciulle fuor della casa e che pure io incoraggio: per esempio, la carriera di insegnante e la carriera d’infermiera, perchè esse sono veramente femminili e rivelano un sentimento generoso di altruismo, e perchè penso che possono dare profonde soddisfazioni a cuori che troppo dolorosamente sentono la mancanza di amore. Ma la scala del lavoro adatto alle donne è lunga e varia: ve n’è per le ragazze d’ingegno e ve n’è per quelle di limitata intelligenza, per le ardite e per le modeste; per quelle che vogliono una completa indipendenza e per quelle che non saprebbero vivere staccate da ogni legame di sangue e di affetto. Che ognuna studi le proprie attitudini, le coltivi seriamente, le viluppi, rendendosi capace di produrre utilmente. Non ponetevi con illusioni a un lavoro, senza prima esservi informate se e come renderlo proficuo. E’ triste per me di vedere, per esempio, come sia diffusa nelle signorine l’illusione che col lavoro della penna si possa vivere. La penna dà oggi profitto in Italia a pochissime scrittrici, e più per la loro opera teatrale, « Omini e donnine » I). Tutti due sono fioriti dal suo sentimento materno e hanno una deliziosa spontaneità insieme ad una consumata perizia di educatrice. Non aveva che ventisei anni quando li scrisse e un bambino di un anno, Gigi, che giocava sotto la tavola mentr’ella scriveva. Poco dopo per « Il giornale dei fanciulli » diretto da Ferdinando Martini essa scrisse « La storia di un Omone » Che soltanto più tardi, pubblicata in volume, ebbe il titolo definitivo « Il figlio di Grazia » I) . Con questo libro Sofia Bisi Albini è già al suo vertice di scrittrice. La pienezza dell’ingegno, il soffio animatore dell’arte, la consapevolezza materna, una fluidità come d’acque di luci e di nuvole trascorrenti, un senso grandioso di altezza d’anime e di cime, insieme ad una adorabile semplicità di particolari ne fanno un capolavoro. Qualche anno dopo con la stessa misura d’arte scrisse “ Una nidiata ” Che libro meraviglioso! così semplice che un bambino di otto anni lo può prendere in mano e goderne; così profondo, nel suo fine ultimo, che oggi, rileggendolo a tanta distanza che per i loro romanzi o i loro versi. I grandi giornali hanno, è vero, uno scelto personale di redattori fissi che pagano bene, ma il loro lavoro febbrile ed esauriente non potrebbe essere sopportato da nessuna donna. Se vi dicessi che cosa guadagna in Italia per ogni suo romanzo una delle più feconde scrittrici, ne avreste i brividi.

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Quante volte, rattristata dalla processione di distinte signorine, la maggior parte laureate, che vengono da me a chiedermi consiglio, a pregarmi di trovar loro appoggio di editori, o lezioni, o lavoro purchessia, io ho penato all’inerzia di tante donne ricche, che si credono benefiche e mai non pensano a tutta questa crescente folla di giovani che, volonterose e dignitose, chiedono lavoro! La loro pietà è tutta per quelli che hanno abiti laceri; e non sanno indovinare quali strazi si nascondano sotto i paltoncini bene spazzolati, quante mani si stringono convulsamente, fredde e supplichevoli nei manicotti, quando, in tono glaciale, esse rispondono distanza d’anni, ne provo commozione e conforto. Come si sente che sono i suoi ricordi, la sua famiglia che rivive col fresco riso dei bambini e la tenera voce della mamma! E’ uno di quei libri vissuti che parlano all’anima. Anche in questa chi domina è una ragazzetta, gioiosa, senza romanticherie, ma con un fascino suo, fatto di spontaneità e di vivacità, che l’avvicina a tutte le creature e le fa amare ad uno stesso modo francescano l’acqua le piante e gli animali. Io ho ancora vivo in me quel senso di resurrezione spirituale che mi dette, giovinetta, la lettura dei due maggiori libri della nostra autrice. Per curioso contrasto li lessi dopo che per un anno intero mi ero falsificata coi libri infernali della tedesca Werner. Dico infernali perchè sembrando inoffensivi, anzi moralissimi, contengono invece una crudele inverosimiglianza di vita, tutta basata sull’ineluttabile amore: scene d’amore, tragedie d’amore, odio che si cambia in amore, il tutto aggravato dalla cocciutaggine tedesca che sembra saper piegare soltanto all’amore. E pensare che di questi romanzi, male tradotti, c’è stata una invasione in Italia e “Una nidiata ” non arriverà forse mai alla loro tiratura. rispondono alle timide richieste di lavoro. Eppure domani le loro figliole potrebbero trovarsi in tale situazione! Oggi io penso appunto a tutte queste fanciulle che, conquistato un diploma, nutrite di seri studi di pedagogia e di psicologia, invano cercano lavoro nel quale realizzare i loro ideali. Io dico loro: fate ciò che io avrei voluto fare, se altri lavori e doveri familiari non mi avessero trattenuta: — fate ciò che i nuovi tempi reclamano in Italia. Unitevi fra voi, due o tre amiche colte, scaldate da una stessa fiamma di bene e desiderose di conquistarsi una posizione indipendente; fondate piccoli collegi all’uso inglese e svizzero, in campagna ; attuandovi tutto quel programma di educazione nuova che i tempi richiedono. Pensate quale magnifico lavoro sia questo! Aiutare a formar la nuova generazione di donne operose, serene, istruendole di ciò che veramente occorre alla vita e fa le coscienze, preparandole sane e serene perchè siano un giorno madri intelligenti e amorose di figli propri o dei figli degli altri. Mai vi fu un momento più opportuno per Ridiciamo la frase antica che in questo tempo di sconvolgimento sociale risuona ancora più amara: Diffondiamo tra il popolo le buone letture... Approfittiamo del desiderio di lettura svegliatosi così improvviso e impetuoso nei soldati d’Italia, che soltanto durante la guerra, nell’ozio forzato delle soste, ebbero modo di amare il libro: approfittiamo di questo momento eccezionale per diffondere nella classe operaia e nei contadini i libri di sana e onesta e dilettevole lettura. Pensate: se in ogni dimora delle nostre montagne ci fosse « Il figlio di Grazia »! Sarebbe un’opera di educazione automatica che si compirebbe per il bene di tutti. I libri di Sofia Bisi Albini dovrebbero essere in ogni casa e in ogni biblioteca: tutti. Dalle prime novelle pubblicate col titolo “ Aprile ” e via via “ Donnina forte ” , « Omini e donnine », « Il primo scalino ». «Il primo libro di preghiere», “ Una nidiata ” , « Il figlio di Grazia », “ Voci di campanili ” , « Fu così..» « Il libro dell’avvenire », « La Regina della nuova Italia » e “ Il nido di Ichs e di Zeta » pubblicato nella « Rivista delle Signorine » fino alle sue due meravigliose traduzioni dall’inglese «Incompreso » della Montgomery e « Mia la creazione di tali convitti di famiglia, e quante ville potrebbero essere ben presto trasformate in piccoli collegi! Badate, però, che chi sceglie questo lavoro deve esserne degno. Non è una speculazione che io suggerisco, è una missione in cui si può, si deve trovare anche il proprio tornaconto. Bisogna quindi intraprenderla con una serissima preparazione, dopo aver passato qualche mese nei migliori Pensionnats dell’estero, a studiarne l’organizzazione pratica e i fini educativi. Che ogni fanciulla, sia essa ricca o di condizione modesta, mediti su queste mie pagine, scritte da una madre che ha veduto in questi anni molte vicende di famiglie, ha assistito a rovesci e a rialzi di fortuna, ha combattuto essa stessa coi suoi cari una lotta coraggiosa e instancabile. Oggi, per affrontare le difficoltà della vita, occorre un’energia e un’attività quale non si poteva neppur supporre appena una diecina di anni fa. Non tutte le donne hanno una vita riposante e senza preoccupazioni, la maggioranza non può dedicare il suo tempo a meditare moglie ed io » della Beecher-Stowe. Molti, prima di me, hanno parlato dei libri di Sofia Bisi Albini. A me verrebbe voglia di fare come fece Matilde Serao, a Milano, lo scorso anno: che, tenendo una conferenza su Neera, parlò di tutto quanto la concerneva, fuor che dei suoi libri. - Quelli — disse agli uditori — avete l’obbligo di leggerli e giudicarli da voi. — C’è fra un autore e il suo lettore appassionato uno stato di grazia che nessun critico può rilevare perchè è la risultante di un incontro spirituale, che l’ora il tempo e la più o meno dolce stagione varia all’infinito. Ma il critico acuto ed arguto resta sempre il traguardo dove ogni libro segna la sua potenzialità: e i lettori amano il critico dei loro autori preferiti, perchè egli sa dire speditamente quanto essi sentono confusamente, ed è lo scandaglio che li precede e il termine di raffronto al loro piacere spirituale. A proposito dei romanzi di Sofia Bisi Albini nessuno ancora ha detto che il loro merito principale sta nell’aver spostato l’asse di quella linea impugnata da quasi tutti gli autori come l’unica degna di dar vita ad un racconto, e cioè la linea risultante meditare sui problemi spirituali; non tutte hanno tracciato il loro quieto e bel lavoro di semplice governo della casa, senza bisogno di economie e di guadagno proprio; anche se mogli e madri devono cooperare a mantenere la loro famiglia: molte giovani vedove con bambini si trovano sole e sprovviste, a dover guadagnar la vita per se e per loro; molte che non possono oggi essere mogli e madri, hanno bisogno anche moralmente di dedicarsi a un lavoro attivo e assorbente, che procuri loro alte soddisfazioni. Per aiutarvi a studiare le vostre attitudini e a sviluppare in voi stesse questo sentimento del dovere di una preparazione, a essere creature buone a qualche cosa, io vorrei che ognuna di voi si ponesse innanzi questo questionario: — Se improvvisamente foste obbligate a guadagnare da vivere, che cosa fareste? — Vi siete preparate a questa eventualità? — Che cosa vi sentireste capaci di fare? Avete pensato come praticamente trarre profitto dal vostro lavoro? risultante dai rapporti tra la bellezza muliebre e l’amore, tra la forza d’amore e i suoi tre codicilli peggiori: il libero amore, l’adulterio e il divorzio. Sofia Bisi Albini non soltanto va contro questi tre spaventosi motivi di dissoluzione sociale, ma volutamente non tiene conto dell’elemento bellezza nelle sue eroine. Di tutte le sue eroine soltanto la Sandra è dichiarata e descritta come sommamente bella: ma soltanto perchè le giovinette capiscano com’è vana la bellezza fisica senza la spontaneità dell’animo. Le altre saranno tutte creature di bellezza, ma di quella che viene dall’armonia dello spirito coltivato e dall’animo pronto: dalla cura di sè stesse e dalla vivacità e spontaneità di azione che sole affascinano per tutta la vita. I libri di Sofia Bisi Albini si possono paragonare a quelli del Dickens: così profondi nella loro apparente semplicità, soffusi di quell’umorismo che conquista il lettore, per nessun modo ricercati, eppure così nuovi in ogni loro episodio e particolare, da dare continuamente al lettore la gioia di sensazioni nuove. Quando Luisa raschia coll’unghia una macchia di cera dal tappeto per riempire con qualche cosa una piccola pausa penosa: quando l’ltala, ad una ATTIVITA’ SANA

Io penso che, come non è possibile durar tutta la vita a nutrirsi d’erbe, oppure unicamente di carne, così il lavoro se è solamente manuale o solamente intellettuale, non dà all’uomo i suoi preziosi doni. E’ necessario alternarli perchè l’uno e l’altro diventino un godimento. Rallegriamoci, noi donne, della fortuna di aver una casa da governare, le nostre mattinate, tutte prese dalla pulizia delle stanze a finestre spalancate. E’ l’ora veramente igienica, tutta di lavoro allegro. Diventa una noia soltanto per chi ha la... sfortuna di dover mangiar polvere e guardar lavorare le persone di servizio; o si vede relegata in salotto fino a lavoro compiuto. Ma chi di voi, anche fra le più ricche, non ebbe almeno un giorno la tentazione di afferrare ingiuria di Emilio, rimane attonita, col viso paonazzo, domandando a Luisa: — Che cos’ ha detto, che cos’ha detto? — con l’aria spaurita di chi ha sfuggito un pericolo, ma non sa ancora quale: quando Bernardone, a Grazietta, che l’ ha rimproverato di pensare soltanto all’oca arrosto nella notte di Natale, risponde serenamente: — Tu mi eredi un eretico. Io colla bocca ho parlato dell’oca, ma col cuore ti giuro che ho pensato alle tre messe di Natale —, sono sprazzi d’anima che la scrittrice ci rivela, indagine psicologica finissima che tocca rapidamente il fine senza mostrarcene i mezzi. Ah! se le normaliste studiassero i libri della Bisi invece di quelli di certi insigni pedagogisti! Che rapporto di valori troverebbero tra l’educazione a base di libertà e di responsabilità di sé stessi con la rapida formazione dei caratteri: tra l’infanzia felice e la serenità degli anni seguenti: tra la conoscenza della vita seriamente intrapresa fin dalla prima giovinezza e la purezza di costumi. Vorrei che le normaliste in ispecie, ma anche tutte le fanciulle rileggessero quello spigliato, franco e giulivo racconto che s’ intitola “ Il nido di Ichs e di Zeta ” la storia di una giovinetta allevata nella ricchezza e che sposando un ufficiale deve accontentarsi afferrare la granata o di far correre lo spazzolone impiombato sul pavimento? Ah, quanto bene farebbe quella ginnastica ai muscoli di certe esili braccia giovanili; come si riscalderebbero certi corpi freddolosi nelle giornate d’inverno! Quale benessere correrebbe per le vene di certe donnine sfibrate! Ditelo voi, fanciulle, a cui la mamma impone che la pulizia della vostra camera sia fatta tutta da voi; ditelo come, sedendo poi allo specchio per spolverarvi i capelli, non potete a meno di osservare il bel colore rosato del vostro viso e il gaio scintillio dei vostri occhi. Una mattina vissuta così, dà diritto poi a parecchie ore di libertà spirituale, a lavori in cui l’intelligenza abbia la parte migliore: tanto più che non c’è come un cencio o una spazzola agitantesi nelle mani, mentre un bel sole entra nella stanza con buffate d’aria fresca e cip-cip di passerini, per svegliare ricordi lieti e presentimenti di gioia, e versi armoniosi di poeti, e pensieri buoni e belli, e sogni alati e puri. E’ proprio una buona e sana preparazione a lavori geniali, a idee e propositi serii. Ed eccovi accontentarsi di una vita nomade e modesta. Ma a quella che è la signorilità delle sue abitudini: l’abitudine del bagno giornaliero, l’abitudine di vedersi intorno cose belle e fiori e libri: l’abitudine di avere d’attorno una camerierina destra e gentile non può rinunciare. E allora? Allora bisogna leggere il libro per imparare il modo di destreggiarsi abilmente tra la larghezza dei nostri desideri e la ristrettezza del bilancio: per ricavare motivi di gioia e di benessere materiale dagli elementi più modesti e godere di una casa artistica e attraente senza possedere salotti in istile impero e camere stile trecento. « Il nido di Ichs e di Zeta » Si trova in un’annata della « Rivista delle signorine ». Perchè non viene ripubblicato in volume? E « Voci di campanili » lo studio storico-artistico di tutti i campanili di Milano, illustrato con rara finezza da Emilio Bisi, e introvabile ora, perchè non viene ripubblicato? Onoriamo Sofia Bisi Albini come essa fu onorata all’estero. Ricordiamoci che « Il figlio di Grazia » non soltanto fu tradotto in tedesco e in ungherese, ma in Ungheria è libro di testo nelle scuole! Mentre da noi, seppure riconosciuto come eccovi felici al vostro tavolino da studio, al vostro pianoforte o al vostro cavalletto. Dite, quando si credeva che studiare volesse dire andare a scuola, e che terminate le scuole si fosse finito di studiare!... (Osservate come le fanciulle svogliate e incapaci di felicità, siano quelle che credono d’aver finito di studiare quando sono uscite dal collegio). Oh, la malinconia di vite che ogni giorno ripetono lo stesso lavoro materiale, senza affrettarsi per un lavoro gioioso che le attenda più tardi! Dal cencio della polvere all’ago, dall’ago alle spazzole e al cencio... null’altro! Rabbrividisco ancora ricordando un certo salotto ove una mia amica d’infanzia, uscita da un collegio di suore, trovò ad aspettarla la madre vedova, triste e amareggiata, seduta con la nonna ad un bel tavolo di mogano, davanti alla finestra, sul cui orlo erano appuntati, l’uno in faccia all’altro, due cuscinetti rotondi di velluto verde. — Quello è il tuo posto, vedi? ti ho fatto fare un cuscinetto come il mio. — Quello fu il gran dono materno alla giovinezza di quella figliola che fino allora non aveva conosciuto che il collegio, che non doveva il suo capolavoro non ha ancora nella letteratura giovanile italiana il posto che si merita. Se «Pinocchio» è inimitabile nella sua arguzia e meravigliosamente adatto in ogni sua parola alla fanciullezza : se il « Cuore » conduce la fresca puerizia ad un orizzonte illuminato dalle più pure idealità umane: « Il figlio di Grazia» raggiunge per la prima giovinezza, assetata d’ignoto, la vetta della serenità, verde e amichevole come le vette delle Alpi dove si snoda il racconto. « Pinocchio » “ Cuore” e « Il figlio di Grazia » hanno valori equivalenti e sono le tre note dominanti tra i libri italiani offerti alla giovinezza. A completare la personalità d’artista e di educatrice di Sofia Bisi Albini gioverebbe non soltanto la pubblicazione dei due libri già accennati, ma anche di “ Orietta scopre l’Italia ” libro forse non completamente finito e che essa prediligeva. Una cara promessa ci è stata fatta da Maso Bisi, la raccolta delle lettere che Sofia Bisi Albini scrisse ai suoi due figliuoli alla fronte, durante quattro anni di guerra. E io vorrei fosse ripubblicato in volume anche « Il libro di una spettatrice » che per me rimane come l’esplicazione più alta del suo intelletto d’amore. Esso avrebbe lo stesso valore affettivo doveva conoscere che tristezze, rampogne... e la morte, a diciott’anni. Non un libro accanto a quel cuscinetto: non altri visi giovanili attorno a quella tavola: non la finestra spalancata sul giardino, ove quella fanciulla potesse liberamente godersi i fiori, il sole, la gioia di correre, di cantare, di ridere, di pensare, di elevar l’anima a modo suo verso le stelle. Oh quelle madri che dimenticano d’aver giocato e riso e sognato; che dimenticano di averlo desiderato se a loro non fu concesso; che dimenticano il diritto di ogni natura umana alla gioia; il dovere ch’esse hanno di sviluppare nelle loro creature tutti i germi d’intelligenza e di bontà che Dio ha posto in esse! Madri infelici perchè a sè stesse negano una delle soddisfazioni più grandi della maternità. Voi tutte, lettrici mie, che avete la fortuna di avere madri intelligenti le quali, anche colpite da dolori, sanno comprendere le aspirazioni e i desideri della vostra età, ringraziate Dio ogni giorno, e quando avrete figli vostri imponetevi di assomigliarle. Primo dei vostri doveri è quello di comprenderli, e mantenervi che ha per noi un altro frammento, il “ Senza bussola ” dell’immortale Gallina. Ma tutto questo nel campo dei desideri. Una vivida realtà è la raccolta degli articoli che formano materia a questo volume. Ricavati da quella miniera inesauribile che è la «Rivista delle signorine» essi ci riportano a quel tempo gioioso in cui la sua penna scorreva rapida per noi e i cari occhi splendenti si levavano dai fogli per accoglierci con uno sguardo materno.

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La “ Rivista delle signorine ” fu il campo smisurato che assorbì tutte le possibilità di lavoro di Sofia Bisi Albini. La fondò da sola, senza aiuti di sorta nel 1892 e la condusse, attraverso immensi sacrifici di tempo e di denaro, fino alla sua morte. Se noi riguardiamo a certi autori moderni, che, per aver rimestato con la stilografica d’oro in ogni più obbrobrioso letamaio umano, hanno guadagnato centinaia di migliaia di lire, che angoscia e che tristezza non ci prendono per questa donna alta e pura e sdegnosa, che nessuno aiutò, nessuno giovani e serene di spirito per non gettare ombra sulla loro vita. Ancora, sapete, in certe famiglie eccessivamente pie e nelle piccole città, vi sono giovinezze che sfioriscono senza aver conosciuta la primavera: tutte piegate sui rammendi e i ricami, con nessuna altra distrazione che le funzioni religiose e qualche serata famigliare fra gente ugualmente posata e malinconica, o letture ad alta voce intorno alla tavola di lavoro. Io ricevo tratto tratto lettere che mi rivelano drammi intimi strazianti: ebbi anche due visite furtive di fanciulle (una tornava con la cameriera dalla chiesa, un’altra trovò modo di farsi accompagnare da un’amica). Mi si buttarono nelle braccia, mi baciarono il vestito tutte turbate e con gli occhi umidi; avevano visto da un’amica qualche numero della Rivista per le Signorine, quindi sapevano che io amo le fanciulle, che le capisco, e affrettatamente vollero dirmi quanto fossero sventurate. Oh triste, triste a dirsi! Io chiesi: « Non ha più la mamma forse? » “ Oh, no, c’è; sta bene ” . « Ha il babbo... ” “C’è c’è, sta bene ». Ah, v’è dunque un’ infelicità che eguaglia ricompensò e morì per aver dato troppo alla patria e alla società: una sostanza di famiglia avita e tutta l’energia di un’anima indomabile e i palpiti di un cuore che si fermò, per aver troppo amato e sofferto. La « Rivista delle Signorine » fu il mercato dell’intellettualità e delle aspirazioni femminili italiane. Non vi turbi questa così pedestre parola « mercato ». Immaginate, per esempio, piazza delle Erbe di Verona, il più singolare mercato italiano, dove tra fantastici palazzi, tra l’azzurro sempre nuovo del cielo e il roseo pallore degli affreschi antichi, tra il chiacchiericcio della fontanina quattrocentesca e quello delle bellissime veronesi, l’offerta e la compera della verdura, della frutta e dei fiori assume il più completo significato di vita. Sofia Bisi Albini fu una raffinata e una democratica nello stesso tempo e dette la sua impronta alla rivista, ch’era come lei alta e schiva e sincera; misuratrice ardente e prudente di tutte le tendenze; espansionista così che si impossessava di tutte le innovazioni straniere: ma così italiana, così fieramente italiana, da dare a noi, lettrici, un senso di continua responsabilità e di continua vigilanza su noi stesse per essere degne della patria adorata. quella di non aver più nè babbo nè mamma?!.. Io sto raccogliendo osservazioni sulle tirannie domestiche, tutte studiate dal vero, che mostreranno a quante preziose giovinezze è impedita ogni aspirazione a una utile vita operosa; quante altre sono lanciate in una vita di vanità e di svaghi mentre in esse palpita un ardente desiderio di serio lavoro, di abnegazione e di vita ben altrimenti serena. Cercatele intorno a voi queste malinconiche compagne vostre, e pensate quanto bene potete far loro se saprete ispirare con la dolce franchezza del vostro carattere, coll’esempio della vostra vita occupata seriamente eppur tanto gaia, la fiducia nelle loro madri, così che permettano alle loro figliole di essere vostre amiche. Lentamente esse s’avvedranno come l’intelligenza coltivata sia la migliore salvaguardia contro i sogni della fantasia e le malinconie morbose; come l’operosità in casa deve essere animata da un lavoro particolar mente geniale e simpatico che dia soddisfazione e come sia necessario uscire dal chiuso della casa, interessarsi al di fuori, per quel bisogno di espansione e di abnegazione ch’è innato C’era in fondo ad ogni numero della Rivista la « piccola posta » tra Sofia Bisi Albini e le abbonate. Sprazzi di luce che leggevamo ansiosamente: saluti, sgridatine, consigli a scrittrici giovinette, lampi d’insegnamento, ritagli della sua vita: parole scritte rapidamente ma col suo stile, con la sua vivacità, col suo potere di persuasione. Poi cercavamo il suo articolo o la sua novella, la lettura dei quali ci lasciava sempre pensose e pervase da un soffio ammiratore. Anche le sue novelle, con a capo « Cristina » come le vorrei ripubblicate! Venivano quindi gli articoli vari di tutte le altre scrittrici, parecchie delle quali mantenevano vive con Sofia Bisi Albini discussioni sui più svariati argomenti. Era un mercato, ripeto, ma così attirante che anche le signorine più rafforzate nel sussiego della loro aristocrazia dovevano decidersi a snodare membra e pensiero per scendere a comperare qualche frutto di amabilità, e le giovinette più umili o timide finivano col persuadersi di essere dotate della volontà e del diritto di espandere la loro vita nel sole. Sofia Bisi Albini non si valse mai della propria rivista per elevare un trono a sè stessa: non conobbe innato nella gioventù e la contenta e la rasserena, perchè le dà in certo modo la misura delle sue forze. E a quelle fra voi che colpite da qualche grave dolore si sentono infiacchite e indifferenti a ogni lavoro, io dico: figliole care, le terre lungamente soleggiate, che non conoscono le pioggie, inaridiscono: il dolore è il grande, benefico fecondatore dell’anima ; il grande ispiratore di ogni più alta poesia, il grande eccitatore d’ogni più santo eroismo. Ma perchè ciò sia, non dobbiamo lasciarlo colar lento sin nel profondo del nostro essere e impietrirvisi a chiudere ogni fonte di energia. Ricordate il Pascoli? la sua giovinezza conobbe un’orribile tragedia domestica, eppure “ l’uomo che da quel nero ha oscurata la vita, chiama e benedice la vita che è bella, tutta bella ”. Ma soggiunse: « se noi non la guastassimo a noi e agli altri ». Sì, figliole, la vita è seminata di molte gioie,sta a voi di raccoglierle. Le testine dritte, il cuore in alto, andate incontro all’avvenire, belle di quella serenità che rivela la purezza dei vostri ideali. E chiedete all’attività varia, conobbe vanità, nè amor proprio e tanto meno quel tarlo che rode la maggior parte degli artisti : la gelosia. Ah! non lei per la morte di una collega avrebbe scritto ciò che un’altra scrisse di lei: « Si poteva e si può ancora leggere quei volumi (intendeva i due maggiori) a qualunque età con un certo piacere: vivi, spigliati, scritti in italiano non manierato, anzi schietto e di buona vena ». Ah! l’usura di quelli elogi banali, che potevano essere già troppo e furono prudentemente falcidiati da quella frase perequatrice « con un certo piacere ». Sofia Bisi Albini tenne poco posto per far posto alle altre; non ebbe mai uno di quei gesti, gentili e perfidi, che l’invidia traccia rapidamente e sbadatamente per ricacciare nell’ombra un nascente ingegno, ma tese la mano a tutte le scrittrici giovinette! Se essa presentò Ada Negri al pubblico italiano aprendole d’improvviso insieme al Barbiera quella corrente d’ammirazione che ben meritava, ma che da sè sola chissà quanto tempo ancora avrebbe dovuto lottare per attirarsela, per molte scrittrici fu la prima ispiratrice e la prima editrice. Grazia Deledda pubblicò nella « Rivista delle geniale e instancabile, la salute del corpo e dello spirito. Mani e cervello lavorino; lavorino il cuore e lo spirito per casa vostra, per gli altri fuori, e come ogni timore malsano esce dal corpo col movimento, così ogni morbosità se ne andrà dall’anima vostra col lavoro. E scrivete sul vostro taccuino queste parole che un giorno mi disse un giovane di molto ingegno e di mirabile attività e abnegazione, che a ventitrè anni rimase unico aiuto di una numerosa famiglia: “ I fastidi e i crucci in un uomo attivo sono come il nevischio sul mantello di chi cammina lesto: non vi si fermano ” . Era l’onorevole Raimondo. signorine » quello squisito romanzo famigliare che è «Anime oneste »: Sofia Vaggi Rebuschini le sue prime novelle, di un’intonazione delicata: Anita Zappa quel suo bozzetto teatrale « Lucciole per lanterne » degno preludio a lavori di maggior mole. E Carolina Rispoli pubblicava «Ragazze da marito» lavoro che fu poi pubblicato anche in volume ed è un fervidissimo studio delle condizioni della donna nel meridionale. E Mara Antelling squillava la diana con articoli sobri e lumeggiati di verità e Camilla Bisi e Maso sorgevano quietamente accanto alla Mamma. « Vita femminile italiana » fu il secondo periodico fondato da Sofia Bisi Albini. Lo sostenne per due anni, con suo gravissimo danno finanziario, sperando, invano, dargli tempo di essere amato e ricercato dalla intellettualità femminile... Era bellissimo di carta e formato, ciascun numero adorno di un disegno di Emilio Bisi, ricco di articoli dei più reputati nostri scrittori e scrittrici: di Innocenzo Cappa, Luigi Luzzatti, Scipio Sighele, Ettore Zoccoli valorosissimo critico d’arte, di Jolanda e Dora Melegari. Amelia Rosselli e Aurelia Josz l’ideatrice del movimento pro agricoltura. Queste due riviste di Sofia Bisi Albini furono il ORE GAIE

Giovinezza senza letizia è giovinezza profondamente malata, fisicamente o moralmente. Come non v’è albero sano che non dia frutto, così la giovinezza non può dar frutti buoni senza ore gaie. Dal fondo dell’essere qualche cosa esala sempre attraverso gli strati dolorosi che le tragiche circostanze della vita possono aver accumulato, attraverso le ossa o la carne spasimanti; e la giovinezza sorride e canta. A volte basta un’inezia, un gesto comico, la nota di una musica allegra, la rapida visione di una cosa bella per tramutar le lagrime di una creatura giovine in sorriso, la sua tristezza o la sua serietà in un’improvvisa serenità o in una infantile gaiezza. Noi ci sorprendiamo di udir ridere a volte da letto a letto di Ospedale delle giovinette e pane spirituale di due generazioni di donne che da lei impararono a staccarsi da ogni convenzionalismo per assurgere a vita dignitosa e feconda : non tutte, non moltissime, ma bastevoli per aprire nuovi cicli di progresso civile e bastevoli anche a sostenere l’immane flagello della guerra. Infermiere, direttrici di opere pie, le sorelle dei nidi, le seminatrici di coraggio, tutte tutte sono state alimentate dal suo ardore e dalla sua dirittura morale e pratica.

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Le istituzioni dei « Nidi pei bambini dei soldati» e delle « Seminatrici di coraggio » le dobbiamo completamente a lei. Furono le nostre due prime manifestazioni di solidarietà sociale, ponti gettati da lei con mano maestra, tra il popolo e le classi superiori, tra la giovinezza femminile e i combattenti e unirono in una fusione meravigliosa la fronte di guerra e la fronte interna. Donne e giovinette, sotto il suo impulso, combatterono giorno per giorno contro lo scoramento delle famiglie dei soldati, contro il bolscevismo infiltrantesi per mille vie subdole, contro le malattie fisiche e dei ragazzi che il giorno prima subirono operazioni dolorose e giacciono immobili con le membra fasciate. Noi trasaliamo nell’udir ridere nelle prigioni. A volte il trillo di una risata ci offende in un camposanto, in una casa ove c’è un essere caro ammalato, o tutta una famiglia vestita a lutto. Ma è la natura che reclama un suo diritto: il diritto alla gioia di chi è giunto da poco nella vita, di chi possiede freschezza di impressioni, di chi spera e crede, di chi non può pensare che la vita sarà tutta una battaglia senza vittorie, e che la lunga strada che ha innanzi a sè sia il cammino verso la morte. Il dovere di noi, che già ci avviamo al tramonto, è di rispettare le illusioni e la gaiezza dei giovani; mostrarcene intolleranti è ingiusto e crudele. Dirò di più; dovere di noi madri è di mantenere viva questa preziosa lampada della letizia nelle anime giovani, perchè essa rischiari le ore buie della vita, a sè e agli altri. Noi dobbiamo elevarvi, fanciulle, al disopra di tutto ciò che è futile e vano, illuminarvi sui vostri doveri domestici e sociali, darvi l’amore degli studi seri, farvi sentire la compiacenza morali del popolo. Ogni donna, ogni giovinetta era un piccolo argine dove un pianto di vedova si acquietava, una testina di orfano veniva addormentandosi, una parola vile cadeva e un’anima tiepida ritrovava forza e serenità. Sofia Bisi Albini fu la prima nostra seminatrice di coraggio. Già ammalata, scarnita, col suo abito più dimesso per insegnare la semplicità e l’economia, tenne mille conferenze. scrisse articoli su tutti i giornali, animò della sua presenza tutti i nidi e tutte le associazioni patriottiche. Ada Negri la chiamò l’Instancabile. Pensate: instancabile per gli altri e per la patria mentre Gigi e Maso erano alla fronte: per quattro lunghi anni...

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Ancora un battito alle ali del desiderio e risaliamo a ritrovare Lei. Fu bellissima nella persona che si mantenne sdutta e giovanile fin negli ultimi anni : naturalmente elegante che prestava signorilità ai vestiti suoi, più volutamente dimessi, come li portò nel tempo di guerra, inutile esempio alle mogli degli ch’è nell’unirsi per compiere del bene. Ma non dobbiamo rendervi austere. Una grande virtù è nella serenità; voi avete il dovere vostro d’essere giovani davvero, di saper godere di tutto ciò che canta e scalda e brilla, nella natura di cui Dio ci ha circondato, e nell’arte ch’egli seppe inspirare agli uomini di genio. Dissi che la mancanza di gaiezza nella gioventù è segno di malattia fisica o morale. Sì; la gaiezza è veramente il segno infallibile di salute ed è il raggio di sole dell’anima, quello che feconda e matura i suoi frutti migliori. Oggi la vita si è fatta grave per tutti, grave anche per molte fanciulle intelligenti e buone. Il vivere continuamente la vita di babbo e mamma, il vedere e conoscere molti fatti che una volta erano ai giovani quasi ignoti; la maggior istruzione, la maggiore indipendenza, il partecipare a tutte le preoccupazioni familiari, danno un’esperienza che vi rende gravi, e spegne in voi l’allegria spensierata, come ha distrutto l’ingenuità, ch’era una volta una caratteristica della giovinetta. Noi madri, se ci sentiamo meno preoccupate delle madri di un tempo riguardo l’avvenire degli arricchiti troppo presto ed alle popolanine in calze di seta. Aveva in viso marcato di lineamenti, con un naso vigilante che il fulgore degli occhi e il sorriso delle labbra facevano subito dimenticare. Una vita intensa splendeva dal suo volto e da tutta la sua persona subitamente sfolgoranti quand’ella sembrava svolgere sè stessa nell’impeto del discorso, che sapeva condurre maestrevolmente, con un’agilità di pensiero e una grazia di linea che non si imponevano, ma conquistavano. Parlava come scriveva, con signorilità innata, allargando un argomento in tutte le sue possibilità di efficacia, trovando ragioni che nessuno aveva trovato mai e paragoni di una semplicità elementare: faceva vedere le cose che spiegava. In lei una particolarità mi ha sempre vivamente colpita: il moto sdegnoso delle sue spalle che pareva quasi un battere di remi contro ogni acqua sudicia, un distacco orgoglioso da tutte le cose morte, una forza possente contro ogni maleficio. Avendo ancora il peso corporeo Sofia Bisi Albini raggiava come un’anima nuda: e la sua forza e la sua purezza erano segni visibili al nostro delicato amore. l’avvenire delle nostre figliole, perchè le vediamo attive, occupate di studi seri e di opere buone e belle; perchè le vediamo desiderose di sviluppare nobilmente la loro propria personalità e armate di una simpatica e dignitosa fierezza contro ogni volgarità o vanità, proviamo però momenti di dolore pensando quanta maggior allegrezza e ottimismo era in noi fanciulle, e vorremmo per voi, per noi, per le famiglie che avrete un giorno, vedervi più liete. L’ottimismo e il buonumore giovanile non si spengono mai malgrado dolori o disinganni, e lo spirito si mantiene sempre giovane in chi fu allegro da fanciullo: le buone risate, i ricordi lieti di sani divertimenti goduti in giovinezza, preparano la buona provvista di serenità per la malattia e la vecchiaia. Alcune fanciulle sono oggi troppo serie, troppo aliene da tutto ciò che è godimento. L’austerità, come la malinconia, ha il suo fascino — fascino pericoloso, che chiude a poco a poco le anime in un’intransigenza presuntuosa ed egoista, e attutisce le sensibilità più preziose. Voi dovete avere almeno un’ora gaia ogni * * *

Conobbi Sofia Bisi Albini una sera che nella mia Venezia tenne una conferenza sul Giacosa. C’era Maria Pezzè Pascolato, anzi la Bisi era sua ospite e c’era Anita Zappa tra le due amiche fedeli; e, confusa nella folla, c’ero anch’io, con la mia importanza di abbonata alla Rivista : e non avevo altro al mio attivo. Ma io ero esultante: la Donna che parlava con vibrante armoniosa parola era anche un po’ mia. Mai, di simile tenerezza avevo amato i miei sommi, Omero, Dante e Leopardi. Il rispetto e l’ammirazione me li tenevano ad una distanza enorme, in un olimpo dal quale io arrivavo alle soglie, genuflessa. Ma «lei» era viva e vicina, col suo sguardo sorridente volto alle nostre faccette di adolescenti intente: ed era per noi ch’essa penetrava nel divino mondo dell’arte. Quella sera capii Giacosa attraverso le sue parole e « Tristi amori » e « Come le foglie » mi apparvero in tutta la loro tragica potenza. Poi la rividi al Congresso delle maestre ch’essa venne a presiedere e del quale parla in uno dei capitoli di questo libro, a proposito dell’episodio della gita in terza classe a Vittorio Veneto, dov’era giorno. –E’ una finestra spalancata a bere aria pura e vibrata, a salutare il sole. Pensate che la vostra allegria è più che una carezza al cuore del babbo e della mamma o dei vecchi nonni. E’ meglio che una predichina morale per i vostri fratelli e per le sorelline. La vostra voce che canta, i trilli di una vostra risata, il vostro viso rosato e illuminato di gioia quando rientrate da una partita di piacere dicono: “ Sto bene, sono contenta! ” Quattro parole che non significherebbero molto in una casa ove le fanciulle non sono occupate che a pensare al proprio benessere e a divertirsi, ma sono tutta una rivelazione di bontà espansiva e veramente suggestionante quando la fanciulla è nella casa la donnina laboriosa e seria, quando è una personalità attraente. L’ora del divertimento, ripeto dev’essere per voi la ginnastica necessaria a salvare lo spirito vostro dal pericolo di irrigidirsi, di stagnare, di atrofizzare in voi quelle doti di costante serenità di spirito, di fiducia nella vita, di godimento di tutte le piccole gioie, di praticità, così necessarie per essere veramente felici, ma soprattutto per far felice chi ci vive vicino, dov’era la balia di uno dei suoi figliuoli. Io la seguii, come un’ombra, in tutte le sedute del congresso e nelle gite all’estuario, ultima della schiera di amiche e ammiratrici che contava anche Anita Canal, la nostra preziosa educatrice veneziana e Gisella Foianesi Rapisardi. Ma del turbinio di quei giorni un momento radioso è rimasto fissato per sempre nel mio ricordo. Eravamo a prua del battello che girava lento tra S. Giorgio, l’isola dei sogni, e la punta della Salute, divina messaggera del Longhena, verso il palazzo dogale, tutto roseo nel tramonto. E il poema delle pietre sacre, dell’acqua verdognola disciolta per ogni rio, dell’eterna bellezza della Dominante venivano ancora una volta rilevati dalla voce possente di Antonio Fradeletto. Sofia Bisi Albini, ritta accanto a lui, palpitante di emozione, ascoltava. Ma di momento in momento alzando il viso verso Gigi, snello snello che già la superava in altezza, pareva dirgli: “ Vedi? Senti? ” .

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Un’altra visione e l’ultima. Cielo e mare e aranci fioriti. quel nostro mondo veramente nostro, così spesso trascurato per prodigar fuori dei tesori di bontà — ciò clic pure soddisfa maggiormente F amor proprio, ma non certamente la coscienza. Adorate Dio in laetitia, amate in laetitia, studiate, lavorate e beneficate in laetitia. La giovinezza deve spargere rose intorno a se, per consolazione dei vecchi che stanno dietro, per l’allegrezza dei piccoli che le vengono innanzi. Tre donne segnate dall’aspro pollice della morte si ritrovano insieme per l’ultima volta. Sono state tre alimentatrici della fiaccola della vittoria. A guerra finita si ritrovano sorridenti ed esaurite: una respira male, un’altra ha il volto acceso e i malleoli gonfi. Sofia è terrea. Passa su loro un’ora dolcissima : le parole dette hanno mite significato, ma quelle non dette splendono intorno alle loro teste reclinate verso la terra. Si salutano pianamente, sapendo che non si vedranno mai più. Due saranno fieramente contese alla morte. L’una per vivere in olocausto di sè, sorridente e passiva, avendo per sempre misurati i passi, i respiri, le parole: mito vivente, come la Bella addormentata del bosco. L’altra ricaricata nelle molle del suo organismo da un medico possente, sempre con la morte accanto, sarà ributtata ferocemente nella vita per un suo nuovo aspro dovere. Sofia riprende il treno, per ritornare a San Michele di Pagana. L’attendono gli ultimi fogli che essa scriverà contendendoli alle sofferenze. L’attende anche un’ultima gioia. Nel lettino accanto al suo, nella sua medesima camera, Maso, il figliuolo Tre donne segnate dall’aspro pollice della morte si ritrovano insieme per l’ultima volta. Sono state tre alimentatrici della fiaccola della vittoria. A guerra finita si ritrovano sorridenti ed esaurite: una respira male, un’altra ha il volto acceso e i malleoli gonfi. Sofia è terrea. Passa su loro un’ora dolcissima : le parole dette hanno mite significato, ma quelle non dette splendono intorno alle loro teste reclinate verso la terra. Si salutano pianamente, sapendo che non si vedranno mai più. Due saranno fieramente contese alla morte. L’una per vivere in olocausto di sè, sorridente e passiva, avendo per sempre misurati i passi, i respiri, le parole: mito vivente, come la Bella addormentata del bosco. L’altra ricaricata nelle molle del suo organismo da un medico possente, sempre con la morte accanto, sarà ributtata ferocemente nella vita per un suo nuovo aspro dovere. Sofia riprende il treno, per ritornare a San Michele di Pagana. L’attendono gli ultimi fogli che essa scriverà contendendoli alle sofferenze. L’attende anche un’ultima gioia. Nel lettino accanto al suo, nella sua medesima camera, Maso, il figliuolo figliuolo che le assomiglia tutto, farà la convalescenza della grave malattia con la quale ha chiuso la sua vita di soldato. Per tutte le ore del giorno e della notte sarà suo quel figliuolo diletto: le parlerà di Gigi e della guerra ma soprattutto del suo prossimo avvenire di lavoro e di serenità. Complottano mamma e figliuolo, fanno progetti di lavoro. Maso non s’accorge che mentre egli risale verso la pienezza delle sue forze la mamma è sempre più lieve, più pallida e più stanca. Ma se scrive ancora? se guarda gioiosamente Jetta, guarita anche lei, che è diventata la sua infermierina, e Maso e il papà che è stato preoccupato per tutti e ora vuoi essere sereno? Sarebbero tutti sereni se ci fossero anche i due lontani che darebbero più rapide forze alla mamma. Ma viene un giorno in cui l’Indomabile confessa: “ Non ne posso più... ” E’ il crollo. Crisi cardiache la squassano angosciosamente, vuotandola alle fonti della vita. Poi, dolcemente scivola nel letargo. Per otto giorni ancora i suoi cari la sentiranno, bianca e sognante, ripetere l’ultimo nome che le è rimasto sulle labbra: Maso... Maso... Maso... Poi anche la voce si estingue. Non respira più. E’ già lontana... in


[p. 43 modifica]indifferenti al passar delle ore e al crescere della spesa. Non si parlano: attendono, seduti scomodamente, ma la noia è diffusa sui loro volti. Pare però che si confortino pensando che così fermi, quelli che sfilano sui marciapiedi, li vedono bene. E non s’accorgono che essi criticano invece i loro cappelli, le positure, le espressioni cretine dei loro volti.

Il pubblico che va a piedi è spietato per chi va in carrozza e capisce inferiore a sè per educazione. Si afferrano nella folla osservazioni di una causticità e di una comicità da fare la fortuna di dieci umoristi.

Guardare la domenica sfilare in un passeggio pubblico tutta quella gente che s’illude di divertirsi, è trovare un tal campo a osservazioni di ordine morale, sociale ed estetico da rendere fecondo anche lo scrittore più inaridito, e far sprizzare spirito anche dall’osservatore più imbecille. In mezzo a quella festa e a quell’ozio, quale tristezza e quanta somma di lavoro!

È infinito il numero delle donne che vivono tutta la settimana per prepararsi a quella passeggiata domenicale; e non sono soltanto [p. 44 modifica]signorine vecchie o giovani, che sperano di piacere a qualcuno, conosciuto o sconosciuto: ci sono anche delle brave donne, che hanno il loro bravo marito e i loro figli ma per le quali il vestirsi bene, alla moda, è la più grave delle preoccupazioni, e che crederebbero di disonorarsi portando per due anni lo stesso abito, o almeno fatto allo stesso modo, e non raffazzonandosi a nuovo un cappellino ogni mese. Esse credono in buona fede di essere delle donne econome perchè non ricorrono che raramente a una sarta, ma se osservate, sono esse che affollano i negozi ove si fanno liquidazioni di stoffe e guarnizioni. Il buon mercato quanto danaro fa spendere! In certe famiglie la macchina da cucire è sempre in moto, ma non per fare biancheria, quella è roba che non si vede e si può portare anche rattoppata o lacera, ma per far continuamente vestiti.

È curioso che queste donne non osservino come in una folla sfarzosa, la figurina attillata nel suo abito tailleur, privo affatto d’ornamenti, è sempre quella che spicca con una nota di suprema eleganza; e come i bambini dei veri signori — i principini stessi — siano [p. 45 modifica]sempre, dai tre ai tredici anni, vestiti alla marinara, sempre con la stessa stoffa e lo stesso taglio, e il berretto tondo, crescendo così senza alcuna idea di vanità.

Oh che risparmio di lavoro e di danaro sarebbe per certe donne se soltanto osservassero e riflettessero un pochino! Come sarebbero più felici esse e farebbero più felici i loro cari!

Quanti mariti, tornando a mezzogiorno per desinare, trovano ancora i letti sfatti, le stanze e le tavole ingombre di ritagli di stoffa e di modelli di carta. Presto, presto, la tavola messa come Dio vuole e quel po’ di lesso mal cotto vien mangiato accanto a mia moglie spettinata, che non pensa che al vestito che deve finire.

Brave donne sono, in fondo; che fanno economia su tutto, che, non chiedono mai di andare a un teatro, che non farebbero mai un torto al loro marito; ma che cos’è per esse l’unione coniugale? Che cos’è la maternità? Passeggiare la domenica in lusso, a braccio di un uomo che è il padre legittimo dei loro figli e lavora tutto l’anno per vestirli alla moda, bene infagottati in velluto e guarnizioni di pelo, e [p. 46 modifica]trionfanti con nastri e piume: questo il gran pensiero di tutta la settimana.

Escono perchè il mondo li veda, e sono tutti già stanchi prima di scendere le scale; lei per l’affanno del preparare sè e i bambini, lui seccato di tutto quell’affanno, del piagnucolio dei bimbi che non volevano lavarsi, che hanno le scarpine strette e le dita appaiate nei guantini di lana. Ma s’illudono sempre di uscire a divertirsi: poveri cervelli che non pensano, non meditano, non ricordano mai ciò che hanno provato una settimana fa. Sballottati dal così fanno gli altri, non s’accorgono che le ammaccature non sono gli altri che le buscano.

Se le mogli sono belline, e il marito ha il danaro da condurle a teatro e a qualche ballo di società, quella loro mania di vestirsi alla moda troppo spesso diventa il gorgo che ingoia a poco a poco la dignità della famiglia e l’onore degli uomini.

I sotterfugi a cui ricorrono certe donne per avere danaro e per nascondere al marito i debiti fatti, nessun uomo onesto li può immaginare. Ve ne sono che fanno figurare delle spese di cucina non mai fatte: se dovessimo [p. 47 modifica]chiedere a certi uomini il costo di certe cose ci sentiremmo rispondere delle somme favolose. Ci sono signore che fingono smarrimenti di borsellino, furti in tram o della domestica, che impegnano la biancheria, vendono roba. Quando non è più possibile nascondere al marito i loro debiti, dopo aver con bugie avuto danari da amiche o da vecchi amici fidati, perdono la testa... e vendono se stesse. E vi è chi crede di scusarsi, quasi avesse salvato così onore dei marito!

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Ieri vidi in un negozio di oggetti casalinghi una signora, — non so se tedesca, o inglese, o svizzera — bionda e bianca, in un semplice vestitino di lana bleu, con un cappellino tondo, un po’ fuori di moda, con un’aria per bene di persona che non chiede di esser guardata e sa dignitosamente ciò che le piace. Aveva lasciato fuori, sul marciapiede, una bella carrozzina con un bimbo da latte che stava succhiando il suo biberon, e una bella bambina che faceva la guardia al fratellino e a un paniere elegante [p. 48 modifica]elegante appeso al manubrio della carrozzina, dal quale spuntava un mazzo di sedani e dei fiori. La signora aveva già scelto fra alcune saliere di cristallo e ora stava esaminando un tritacarne.

Io mi domandai se la maggioranza delle nostre donne della borghesia mediocremente agiata pensano ad acquistare oggetti per la casa, a mantenere a nuovo i servizi da tavola e da cucina, a stare al corrente di tutte le nuove invenzioni per il buon governo di una casa, o non piuttosto a sprecar danaro in piume, in velette e in guarnizioni. Quanta maggior felicità per quelle donne che mettono la loro vanità nell’abbellire la casa! Quanto maggior senso di benessere per chi la abita, e quale fiducia e stima si conquistano queste saggie governatrici del denaro che i loro mariti guadagnano lavorando! Vi è un’educazione tutta da fare. E non bisogna accusare di mania chi ogni momento cita ad esempio gli stranieri: vi sono abitudini di civiltà che la massa del popolo italiano ignora perchè nessuno mai gliel’ha insegnate, e io ripeto, ciò che già dissi altra volta, che i nostri maestri saranno fra poco [p. 49 modifica]i poveri operai che vanno a lavorare nella Svizzera, in Germania o nel Belgio.

Un muratore incontrato sul lago di Ginevra, mi diceva: «Creda, signora, noi ci siamo già molto educati da dieci anni a questa parte. Prima, scusi, ci conoscevano subito dall’odore; quei nostri abiti di fustagno, tagliati giù senza forma, erano come la livrea della miseria; senza cravatta, colle mani incrostate di sudiciume anche la domenica, non era possibile non riconoscerci. La gente si fermava a guardarci quando si mangiava nelle osterie tenute da italiani, nei cantieri su dei tavoli senza tovaglie.

— Non si asciugano neppur la bocca dopo aver mangiato dicevano. — Guardate, guardate! s’è asciugato i baffi con la lingua! — Cose, signora, che a pensarle ora ci si sente morir di vergogna».

Infatti, non v’è contadino, Don v’è operaio che nella Svizzera non distenda una tovaglia sulla sua tavola, e una tovaglia a disegni colorati, rossi e bleu, che dà un’aria gaia alla stanza ed è economica, perchè non lascia veder troppo le macchie. I più poveri mettono, se non [p. 50 modifica]altro, una tela cerata a disegni, tenuta sempre pulita con una spugna e in ogni modestissima casa c’è il suo tagliere di legno per affettare il pane e non si saprebbe pensare di spezzarlo, strapparlo, come da noi, con le mani, lasciandolo sulla tavola sbocconcellato, quasi fosse un cibo spregevole.

L’intelligenza e le attitudini artistiche o meccaniche di uomini e donne si esplicano tutte, nel popolo, per la maggior comodità della casa. Così ogni finestra è un piccolo giardino, ogni oggetto ha il suo posto; non v’è stanza che non abbia in qualche parte appese certe scatole dipinte o pirografate per il cencio della polvere che deve servire per quella stanza e non per un’altra: la cucina è un miracolo di ingegnosità per far che acquisti un aspetto simpatico, e sia eliminato tutto ciò che è sudicio. Non abbiamo ragione dunque di dire che da noi è tutta un’educazione da fare? E se ce ne mostriamo impazienti, è perchè siamo persuasi che da lì solo può scaturire un benessere sociale a cui tutti possono giungere e, per il mondo femminile, una felicità che potrà soddisfare tutte le sue speciali tendenze. [p. 51 modifica]

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Dissi come l’osservare le passeggiatrici domenicali sia cosa triste. Le fatiche, le vanità, le incoscienze che non fruttano se non amarezze hanno diverse forme. Vi sono le varie aspettatrici dell’amore che muovono a pietà. Passano come fiori inariditi con pretese di freschezza e di ingenuità, i capelli con fiori e nastri inutili, i visi incipriati e un po’ di belletto sulle labbra e sulle guance. Le bocche semiaperte lasciano vedere i denti che cominciano a ingiallire.

A volte sono due sorelle, a braccetto, vestite ugualmente, unite dalla stessa ansia, divise da un’inconfessata gelosia. Sono donne timide, nella cui vita non c’è una macchia e che mai commetterebbero un atto men che onesto, eppure sembrano delle audaci e delle impure.

Esse non sanno rassegnarsi a non aver un marito, non sono nulla perchè sono senza un uomo. Esse ridono di questo femminismo di cui odono qualche volta parlare, e non sanno che esso è una nobile e onesta battaglia per salvare le donne che non trovano un compagno da una [p. 52 modifica]condizione così miserevole e ridicola come la loro; è per dare il modo, a donne che non possono avere una casa loro, di conquistare un dignitoso posto nella società, una felicità nel lavoro per sè o nell’opera a pro degli altri; è per dare alle donne sole un’indipendenza che non inspiri alcun sospetto; è per renderle capaci di dedicare la loro attività e il loro entusiasmo a ideali altrettanto alti e sacri quanto quelli dell’amore e della maternità.

E tutto questo senza perdere nulla della grazia femminile. Noi vediamo giovani donne inglesi o americane che viaggiano sole mezzo mondo, trovandosi sempre a contatto cogli uomini migliori e andando esse a cercarli, ma che nessun sospetto mai osò sfiorare.

Semplicemente perchè nei loro paesi si educa la gioventù femminile a cercare, studiare, sviluppare una propria vocazione, a formarsi una personalità, a dedicare la propria intelligenza e la propria operosità a qualche cosa che dia vere e proprie soddisfazioni e sia utile a qualcuno.

Ricordiamoci che noi italiani possediamo doti tutte speciali, spontanee, d’intuizione, di [p. 53 modifica]ingegno, di entusiasmo che sono veramente un privilegio della razza latina. Ricordiamoci che noi siamo maestri di civiltà e di coltura a tutto il mondo, e non dobbiamo cedere il primo posto ad altri. Poniamoci dunque al lavoro; educhiamoci, riformiamo le nostre scuole.

Noi dobbiamo abolire quelle poche scuole professionali che ora esistono — pentoloni ove si vogliono far bollire insieme insegnamenti che non rendono atte le fanciulle a nulla — per crearne molte altre.

Le scuole di governo della casa, di vita pratica, devono essere istituzioni a sè, a cui le ragazze devono essere ammesse dopo che hanno imparato a scrivere correttamente e hanno l’istruzione sufficiente a potersi muovere senza timidità nella vita. L’arte decorativa e applicata all’industria non deve ricevere per sole due ore le allieve, le quali escono da una lezione di geografia ed entreranno dopo nella classe di taglio. È così che si formano ragazze che sanno fare un po’ di tutto ma nulla di perfetto, incapaci soprattutto di trar profitto dallo studio, di esercitare bene una professione. Se vi sono scuole che vogliano specializzarsi, sono [p. 54 modifica]precisamente queste, che devono formare abili e sicure lavoratrici e dare la possibilità alle donne di condizioni modeste, anche a quelle che si faranno una famiglia, di contribuir alle spese di casa guadagnando con piccole industrie esercitate in modo perfetto.

Tutti conoscono ormai in Italia un’artista (Gugù) la contessina Eugenia Rasponi, che s’è fatta una specialità del disegnar bambini e oche. Se essa facesse un po’ di tutto, non sarebbe così conosciuta, così abile, così ben retribuita. Vi è un’altra signorina che non dipinge che piccole squisite cornici, piccole scatole coperte di pergamena: sono pagate a prezzo alto. Tutti sanno che sono di Maria Rizzi — è una firma che ha ormai un valore, e così a Torino v’è una signorina con un gran nome antico che non dipinge che ceramiche imitazioni del Vecchio Savona e una a Milano che non imita che il Vecchio Lodi. Chi desidera servizi artistici sa a chi rivolgersi, e quelle signorine non arrivano a tempo a contentar tutti.

Questa dello specializzarsi in un’arte, in una industria, è così capito dalle signore di gusto [p. 55 modifica]che anche nei laboratori delle Industrie femminili da esse creati in piccoli paesi per lavori di ricamo o di trine, non si lasciano mai tentare a portarvi innovazioni. Si tengono alle semplicissime tecniche, ai primitivi disegni a cui si sono esercitate le mani delle nonne.

Solo quando avremo creato scuole professionali che rispondano veramente al programma di dare a ognuno un’arte o una professione, vedremo sparire quel pietoso stuolo di donne inutili a sè e agli altri, che si logorano in una vana attesa, e di quelle altre che sfogano il loro bisogno di lavoro ed anche un certo talento artistico, nel farsi i vestiti, ingolfandosi nei debiti. Esse lavoreranno a produrre qualche cosa di veramente proficuo e nella quiete della loro casa, accanto ai loro figli, proveranno la grande soddisfazione di essere collaboratrici del loro compagno per il bene della loro nidiata. [p. 56 modifica]

LA GIOIA DEL LAVORO

Ieri sentii più vivamente del solito il piacere che dà una giornata di intenso lavoro, e venuta finalmente l’ora della quiete i miei muscoli si distesero in una sensazione di caldo benessere; e la mia mente, distaccatasi da ciò che l’aveva avvinta fino allora, se ne andò, senza meta, liberamente, con un gaudioso sentimento di meritato riposo.

Mi è sempre parsa una delle menzogne convenzionali il parlare del tedio, del peso di dover riprendere ogni giorno il proprio compito di operosità. Siamo sinceri, e confessiamo invece che senza di esso la vita sarebbe ben vuota e priva di piacere.

Svegliarsi e pensare: — Oggi devo fare la tal cosa: il tal lavoro mi aspetta, — è una molla che fa scattare in noi tutte le più buone energie: è un vero riattivarsi di tutti i più [p. 57 modifica]minuti congegni della nostra macchina. Che cosa vi è infatti di più piacevole del sentirsi strumenti non inutili del grande opificio domestico e sociale?

Il lavoro è una funzione naturale e necessaria al corpo umano, tanto è vero che chi non vi è obbligato, cerca in qualche altro modo di esercitare i propri muscoli e il proprio cervello. Guardate quelli che abitualmente oziano, come si trasformano se hanno qualche cosa da fare, sia pure un’occupazione non di utilità, ma di piacere! Essi si danno l’aria affaccendata e importante con l’ingenua serietà dei fanciulli che riescono a imitare i grandi. I grandi in questo caso sono i lavoratori veri; l’uomo perfetto è dunque quegli che più lavora.

Il piacere di questa ginnastica dello spirito e dei muscoli è uno dei più intensi; ed è infatti uno dei pochi che si rinnovano continuamente, con la stessa intensità, e che spesso aumenta con gli anni, perchè con gli anni cresce in noi la coscienza del suo beneficio.

Quanti uomini operosi abbiamo noi tutti conosciuti che, pur potendo concedersi anni di [p. 58 modifica]riposo, continuarono a lavorare instancabili Quanti dicono: «Se non lavorassi sarei un uomo morto»; e infatti, chi di noi non vide subitamente infiacchire, intristire e morire forti lavoratori, quando credettero di trovar nel riposo la felicità?

E ogni giorno noi abbiamo pure occasione di avvertire come questo lavoro così calunniato — chiamato sacrificio o schiavitù, anche quando non lo è, — sia un bisogno della vita e un godimento. Un giorno di riposo è per l’operaio e per lo scolaro una festa: ma al secondo già appaiono sui loro visi i primi lievi segni di una noia inconfessata: al terzo le braccia pendenti del lavoratore sembrano già stanche e vergognose dell’ozio: e sulle labbra del fanciullo viene la frase pronunciata con voce supremamente annoiata: «Oh, mamma, che cosa facciamo oggi?»

Si può dire, senza tema d’errare, che tutte le più nobili qualità vengono all’uomo dal lavoro: la dignità, la forza d’animo, il coraggio, l’onestà, la serenità.

Noi donne ora abbiamo capito come esso aiuti i nostri uomini a sopportare anche i [p. 59 modifica]dolori più strazianti, a consolare dei piccoli crucci giornalieri. Portati forzatamente per molte ore fuori della cerchia dolorosa, il loro spirito si riposa, e la loro fibra rinvigorisce. Perchè noi ci dovremmo invece logorare in rimpianti? accasciarci sotto il peso di ogni difficoltà, strette e chiuse in un piccolo circolo di occupazioni e di crucci tutti materiali, quando, mettendo in moto le facoltà che Dio ci ha dato, potremmo essere tanto più forti e felici, ed allevare i nostri figlioli in un ambiente più vivo e sereno? E chi può negare che non sia una forma nobile e purissima di aspirare alla felicità. questa che porta le donne moderne a un’operosità anche fuor dello spazio circoscritto dalle tradizionali occupazioni casalinghe?

Quanto benefico esso sia, lo prova appunto la maggior forza d’animo, dirci anche la prolungata giovinezza di spirito di queste donne, in confronto di quelle che, con nessun altro pensiero che la propria casa, hanno però in realtà tante ore oziose. Se son donne leggere trovano troppo facilmente il tempo per la vanità, i pettegolezzi e la galanteria; se sono buone e amorose finiscono a esagerare il loro [p. 60 modifica]compito, e lasciarsi opprimere dal peso di infinite faccende in cui non sanno mettere nessuna idealità.

Non ricordo in quale libro americano, lessi che molte donne credono che la Provvidenza abbia messo il tappetino davanti al nostro uscio per segnare il confine dei loro doveri.

Se noi fossimo tutte ben persuase, non dico del dovere, ma almeno del piacere di una più larga operosità, che dia profitto a noi e agli altri; del godimento che si prova nel far fruttare le proprie facoltà di pensiero e d’azione, chi vorrebbe rinunciarvi?

Ma rallegriamoci, che per le Alpi traforate ridiscesero abitudini di attività e di coltura femminile ch’erano emigrate, poichè l’Italia del cinquecento ne aveva dato a tutto il mondo esempi luminosi. Dall’Alta Italia, va propagandosi ora nelle altre città una buon’aria ossigenata che guarirà certo molte anemie morali e intellettuali delle donne italiane. [p. 61 modifica]

* * *

Io credo fermamente che la gioia sia in fondo ad ogni sforzo umano, e che solo cause estranee la nascondano, l’appannino, la deturpino. La fatica eccessiva, non proporzionata al compenso o alla salute dell’individuo, la tirannia di chi comanda, l’impossibilità del risparmio, il non poter vedere alla fine di una dura vita che l’ospedale per sè e la fame per i propri cari, devono rendere il lavoro un vero, ingiusto castigo, e si capisce come possano ribellarsi ad esso uomini che sentono di non essere men degni di tanti che non faticano e se la godono. Ma, ripeto, non è il lavoro stesso una pena.

Molti uomini ricchi che dedicano la loro intelligenza all’arte o alla beneficenza, vi mettono un’instancabilità che ci dice come abbiano finalmente trovato, lavorando, una felicità cercata invano oziando e godendo. Operosissime dame, messesi alla testa di laboratori artistici e industriali, vi apportano ora un ardore, una costanza di lavoro, una così palese gaiezza che una vera rivelazione, non [p. 62 modifica]solamente per loro stesse, ma anche per gli operai e le operaie che le vedono al lavoro.

Si dirà che vi sono lavori così ingrati e umilianti i quali saranno sempre un’ingiusta pena, e lo diventeranno maggiormente quando l’istruzione sarà più diffusa. Ma tutto sta, mi pare, nel vantaggio che l’uomo vi può trovare. Noi vediamo che per sport si affrontano fatiche e pericoli inauditi; su per cime ritenute inaccessibili, attraverso paesi e fra popoli selvaggi, nell’Oceano, fra le tenebre e i ghiacci del Polo, fra i venti e le nubi.

Perchè pensare dunque che il penetrare e lavorare nelle viscere della terra, o sotto le acque, o fra macchine rombanti e pericolose, non abbia un fascino per uomini sani e coraggiosi, soprattutto quando li animasse il pensiero che con questo lavoro procurano il benessere alla loro famiglia?

Ecco che un grave problema, lentamente, fatalmente, si è avanzato. Noi lo vedemmo venire sul gran mare della vita, come una nave tutta bianca e lieta, con le vele gonfie e crepitanti, che sognammo piena soltanto di doni preziosi. Ma via via che si avvicina noi scorgiamo i suoi [p. 63 modifica]fianchi che portano segni di lotte con terribili elementi, noi vediamo il ponte insudiciato, le punte degli alberi fulminate e le vele rappezzate.

La letizia non è più che nella bandiera sventolante in alto, e sui visi dei passeggieri e degli uomini di comando che di sul ponte guardano la terra che s’avvicina, il porto sicuro che li aspetta. Ma sotto, sotto, quante creature umane faticano senza sapere come e dove vanno; sballottate in uno stretto spazio senza luce e senz’aria, essi che alimentano il gran motore che porta la nave attraverso l’Oceano della vita!...

Oh, diamo il giusto compenso a chi deve faticare, perchè il lavoro non sia per esso una condanna; mostriamo la nostra stima e la nostra simpatia a chi s’affatica per quanto umile uomo esso sia; mettiamo in luce il piacere ch’è in ogni lavoro compiuto con buon volere, e daremo coraggio e serenità a tante creature scoraggiate e malcontente! [p. 64 modifica]

* * *

Un grande mistico, vivente in un ingrato paese ove terra e cielo, miseria e governo alimentavano ribellioni e pessimismi feroci, Leone Tolstoi, — lo sprezzatore, non so se più accanito del danaro o dell’amore — vide la beatitudine e la giustizia umana in un lontano futuro, nel quale tutti vivranno del loro lavoro in un’ascetica austerità. Egli proclamò il dovere del lavoro.

Un grande materialista, vissuto in mezzo al popolo più vivo e più gaio, — conoscitore profondo di tutte le forme di lavoro e di dolore — lo Zola, vide invece la perfezione umana nell’uso fecondo di tutte le più sane energie, nella larga e lieta benevolenza di una società ove siano sconosciuti l’egoismo, la prepotenza e la superbia. Egli cantò la gioia del lavoro.

Non è strano? l’uno, il cristiano purissimo distrugge con le gioie della vita la vita stessa. L’altro, il materialista, l’ateo, vuol che crescano e moltiplichino le ragioni di benedizione di questa vita, sembrandogli che solo nel benessere e nel lavoro fecondo, possa l’uomo [p. 65 modifica]esplicare le sue virtù.

Come ha ragione il Brémond, l’autore di profondi libri religiosi, di dire che in ogni materialista, la cui vita sia informata a un’alta moralità, vi è inconsciamente e immutabilmente un profondo sentimento religioso!

Infatti, chi di noi non sente quanto più sacro rispetto dell’umanità, quanta vera e alta ammirazione della creazione vi sia nell’inno di Zola al lavoro e alla fecondità, più che non ve ne sia nel pessimismo e nell’antiumana austerità del Tolstoi, che pur credette mostrarci, lavorando egli stesso manualmente, il suo rispetto al lavoro?

Nessuno può pensare in buona fede che la ricchezza possa in un giorno lontano essere e durare divisa equamente nel mondo; ma il lavoro compensato con giustizia e ugualmente stimato non vorrà già dire forse la fine di molti rancori e di molte miserie?

Le città, le nazioni che più hanno progredito sono quelle che più lavorano e maggiormente tengono in pregio i lavoratori. Pensiamo ai fiorenti comuni italiani e alla dignità di ogni uomo che lavorasse. Chi voleva prender parte [p. 66 modifica]parte al Governo del Comune, fosse nobile o ricco, doveva essere ascritto a un’arte. Tutti i mestieri si chiamavano allora arti, e nelle feste del maggio i ricchi gonfaloni degli artigiani sventolavano avanti a quelli del Comune.

A Venezia, quel poeta del lavoro che fu il Ruskin con grande meraviglia e gioia scoperse nelle sculture dell’archivolto centrale di San Marco, un bassorilievo ove sono scolpite, non già le corporazioni religiose e i capi del Comune in corteo di cerimonia, ma i semplici artieri: i mestieri e negozi che richiedono l’opera manuale, a cominciare dal costruttore di navi, giù giù fino al vinaio e al fornaio, per terminare col legnaiolo, col fabbro, col pescatore.

Gli artisti si aggrappavano infatti allora fraternamente coi più modesti tagliapietra e coi decoratori della medesima società o scuola (allora che si era più grandi e più umili così si chiamavano) poichè tutti animava lo stesso desiderio della prosperità della patria, lo stesso culto del bello.

Ma non tutto ciò ch’era buono è scomparso. Tradizioni di lavoro e di fratellanza non si spensero mai in certe famiglie patrizie. In [p. 67 modifica]Toscana, ove i nobili facevano una volta mettere in vendita il vino delle loro terre nelle cànove al pianterreno dei loro palazzi, ancora i più fieri e antichi nomi e gli stemmi gloriosi sono oggi su frontoni di fabbriche, su avvisi affissi nelle strade e nelle locande. Così nel Piemonte; e la biscia viscontea in Lombardia è diventata insegna di tessiture e di filature che danno lavoro a migliaia d’operai.

I nuovi arricchiti invece raramente capiscono queste nobili ambizioni: essi cercano di dimenticare e far dimenticare in qual modo fecero la loro fortuna, anche quando essa fu fatta onestamente. Ben diversi in questo dal miliardario americano il quale ci tiene a far sapere che ha conosciuto la miseria, che ha fatto il barcaiolo, il facchino, magari il lustrascarpe, e che a furia d’attività, di sacrifici e soprattutto di risparmio e di sobrietà ha potuto formarsi un coltura e salire alla fortuna.

Dal piccolo libretto di Beniamino Franklin, come dal grosso volume di Carnegie noi vediamo trapelare la gioia del ricordare tutte le lotte e la gloriosa riuscita; un generoso, prepotente bisogno di propagare il loro esempio, [p. 68 modifica]per attirare a godere la vita come essi hanno fatto, lottando e lavorando, il maggior numero di giovani possibile.

Il Mosso, in un suo libro sommamente interessante e che dovrebbe essere letto da tutti gli insegnanti e gli educatori, dice che «il fine che si propongono gli americani nell’educazione è affatto diverso dal nostro. I popoli latini fanno convergere le occupazioni della giovinezza verso il riposo e il vivere quieto di un impiego, senza rischi ed emozioni e senza grandi fatiche... gli americani invece desiderano e ammirano il lavoro duro.

«Anche i più ricchi sono educati in modo da sapere e poter lottare se una catastrofe arriva; pronti sempre a una professione o a un’arte da cui trarre un guadagno per vivere».

«In America, la gloria — ripeto le parole del Mosso — «è nella lotta e nel lavoro per conquistare la fortuna; non nel premio che può dare l’operosità, o nella ricchezza che si guadagna senza merito anche dagli audaci inetti».

Gli italiani che dimorano negli Stati Uniti, tornando dopo molti anni in Europa si [p. 69 modifica]stupiscono di vedere nelle città francesi e italiane passeggiare uomini e donne in giorni non festivi, invece di camminare lesti a una meta. Laggiù non si conosce quasi il flaneur che va su e giù per un boulevard o per un corso o se ne sta delle ore a oziare sui marciapiedi o alle porte di caffè, come in molte città d’Italia. L’ozio, questa ruggine del corpo, — come fu chiamato — essi non lo comprendono neppure nel divertirsi, che è per essi soltanto un mutamento d’occupazione, il darsi a un energico lavoro dei muscoli o dell’intelligenza.

Ma, come è vero che per goder bene bisogna essere educati, l’uomo rozzo non sa che farne delle sue ore di riposo, e spreca in bagordi salute e danari, credendo sia questo il modo di godere il proprio guadagno e di svagarsi dopo la fatica. Nei grandi centri, ove l’istruzione è più diffusa fra i lavoratori, noi vediamo invece i teatri pieni la sera di operai o commessi di negozio, a godersi la bella musica, le belle commedie, le buone conferenze.

Se ogni uomo che lavora ha in America uguali diritti, è perchè ha educazione uguale; non per nulla gli operai delle grandi città [p. 70 modifica]depongono nelle officine i loro abiti da lavoro ed escono puliti in abiti da persone ammodo. Mi diceva un signore che dall’officina in cui egli era impiegato tutti uscivano in tuba, tranne lui. Ma gli operai nelle grandi città americane voi li potete veder arrestarsi ai banchi di libri e tornarsene a casa con grossi volumi sotto il braccio, perchè il loro salario permette di avere una stanzina messa a salotto, ove i libri rilegati in rosso e oro fanno così bella figura sul tavolino, e dove è così piacevole passare le domeniche piovose. Ben retribuito e bene istruito quell’operaio apprezza veramente tutto ciò che il progresso gli procura.

La società nord Americana non ha avuto dietro di sè secoli di civiltà in cui abbiano messe radici abitudini che bisogni mutare; intiere classi di gente secolarmente oziosa, o secolarmente oppressa. Sorta dal lavoro, guidata nel suo cammino della praticità, essa non ha davanti a sè che esempi di gente che col lavoro arrivò alla potenza, che col lavoro si procura i suoi godimenti.

Noi stiamo invece coltivando un’antica terra che già diede frutti meravigliosi, ed era [p. 71 modifica]diventata arida appunto perché aveva molto prodotto. L’opera è più dura e più difficile che non sia dar fuoco a una foresta vergine e dissodare un terreno nuovo; tutto è da rimuovere dal fondo; ma come vengono alla luce antichi tesori d’arte ogni volta che ci mettiamo a scavare nelle nostre città, e terra nera e feconda nelle nostre campagne, inaridite alla superficie, così tradizioni d’ingegno e di virtù grandi risuscitano in noi, e daranno certo, come nell’antichità, frutti più succosi e più belli che altrove. [p. 72 modifica]

SERENITÀ

«Tutti abbiamo delle parole preferite, che ci ritornano sulle labbra senza che noi lo avvertiamo. Tu hai, per esempio, la parola serenità che usi con evidente predilezione», dice il mio compagno.

E ha ragione. Ma quando inconsciamente si prende una via piuttosto che un’altra è perchè il cuore ci attira.

Quand’ero ragazza dicevo: «Se diventassi mamma vorrei chiamare mio figlio Franco; mia figlia Serena». Due qualità, la franchezza e la serenità, che mi sembravano allora, e mi sembrano ancora, indispensabili per compiere nel miglior modo la propria missione d’uomo o di donna.

Come accade, riguardi di famiglia mi obbligarono poi a scegliere altri nomi i quali, ora che i cari vecchi sono scomparsi, mi divennero [p. 73 modifica]sacri e doppiamente cari, ma attraverso gli anni, i dolori e le difficoltà non mutò l’opinione germogliata nella mia vita di fanciulla, la più serena, la più felice che si possa immaginare.

Qui veramente sta il segreto. Solamente una allegra fanciullezza può mettere le radici dell’albero magico che perpetuamente fiorisce malgrado il gelo delle sventure: l’albero della gioia. Solamente un’infanzia felice può far scaturire la linfa sana del buonumore, che non inaridisce che con la morte.

«L’umor giocondo è il bel tempo del cuore» disse lo Smiles.

Il bel tempo! Nulla di più incostante, diranno alcune. Quante giornate piovose o nebbiose nell’animo, quanti uragani nella stagione più bella e più calda! Fin gli alberi più robusti si piegano e si spezzano, fino i monti ruinano.

Sì, ma il sole ritorna, ma là dove tutto è sgretolato il vento porta semi, e crescono piccoli arbusti che diventano alberi ancora.

Pur troppo però, molte anime si rifiutano a questo rinnovamento che la natura vuole, a [p. 74 modifica]questo inevitabile rigermogliare. Si ribellano alla nuova energia, al bisogno istintivo di lottare e di sperare.

La già pigra e chiusa
mente, le porte dell’avvenir spalanca,

dice anche Severino Ferrari nella sua Primavera.

Ma vi è chi, serrata la porta della gioia, dice: «Non si riapre più!» E non s’accorge di tenersi rigido con le spalle contro di essa perchè non si riapra.

La tristezza perenne è spesso un’inerzia dello spirito e del corpo. Osservate se prima che il dolore le colpisse, quelle persone così accasciate oggi, non fossero lente nell’operare, poco disposte alla gioia, facili a veder nubi e a sgomentarsene. Il dolore le butta a terra e ad esse non trovano la forza di rialzarsi.

Eppure ne’ momenti più difficili e paurosi, chi lotta prova quasi un’intima, inconfessata allegrezza. Non vi è accaduto di provar l’impressione d’ingannare gli amici quand’essi vi circondano della loro pietà? Quando siete sole [p. 75 modifica]e guardate sinceramente nella vostra anima, vi chiedete: «Perchè lascio che si abbia una così grande pietà di me? Non sento io, nel mio profondo, una ribellione contro questo dolore che mi vorrebbe schiacciare?» E già in Voi s’agita un’impazienza di vita nuova, la coscienza di una forza dapprima ignota. Ed è di laggiù che viene; da quella provvista di piccole gioie sane, accumulate nella lontana fanciullezza felice.

«Noi pensiamo — mi diceva un’educatrice straniera — che è dovere di procurare ai bambini una vita felice: quand’essi hanno conosciuto la felicità crescono forti, coraggiosi e fiduciosi: sanno che essa esiste nel mondo e, se verranno giorni tristi, potranno sperare che torneranno i lieti; mentre chi soffre nell’infanzia e non conosce amore e allegrezze, cresce pauroso, timido o scettico: non sa che cosa sia la felicità e non può pensare di ritrovarla nella vita».

Oh, se sapeste come l’anima mia consentì a quest’idea che ebbi sempre dentro di me, e che l’esperienza della vita non fece che rendere sempre più tenace! Quando io sento dire [p. 76 modifica]che bisogna abituare i fanciulli alle lotte, ai disinganni, ai dolori che li aspettano poi, con un’educazione severa e rigida, io osservo che non è mai una madre quella che lo dice. Oh, una madre sente il bisogno di mettersi lei fra il dolore e suo figlio perchè non troppo presto egli lo conosca, perchè non troppo presto la sua bella serenità, la sua fiducia nella vita e negli uomini si appanni.

Conobbi una madre che, cresciuta in una famiglia di principi rigidi, un po’ fredda di natura essa stessa, allevò le sue prime due figlie con un’inflessibilità e un’austerità di cui intorno a lei si parlava con ammirazione.

«Vedeste come sa educare le sue bambine! Non si sentono! tutto cammina nella sua casa con un orario infrangibile: sono due donnine di un giudizio e di un’ubbidienza meravigliosa...»

Il fatto è che crebbero silenziose, timide, quasi spaurite come alberetti cresciuti senza sole. Dopo dieci anni Dio mandò a quella madre altri due figliuoli: una bambina e un bambino; e, fosse che gli anni le avessero tolta la primitiva energia, fosse, io penso, l’aver [p. 77 modifica]riflettuto sinceramente sulla riuscita degli altri, il vero è che ella mutò affatto sistema d’educazione; e non vi so dire che simpatici figlioli riuscirono quei due ultimi: aperti, espansivi, vivaci d’intelligenza, caldi di cuore, persino più robusti di corpo. fisiologicamente non c’era nessuna ragione che riuscissero così diversi, questi figli di un padre e di una madre quasi cinquantenni; ma io sono persuasa che essi lo dovettero all’aver trovata una mamma sorridente, pronta alla fiducia, tollerante delle vivacità infantili, che lasciò liberi corpo ed anima di muoversi e di espandersi.

La figlia maggiore, ora maritata da parecchi anni e con figlioli, è sempre una povera creatura senza energia e senza volontà, incapace di rendere felice suo marito, di dar gaiezza alla sua casa; senza facoltà di godere di nulla essa stessa, perchè sempre stanca e sfiduciata.

Un’altra, la seconda, è in casa con un’aria di vecchia a trent’anni, senza aver mai avuto un barlume di simpatia per nessuno, senza amiche. Una nullità nella sua casa, e, quel che è peggio, un’infelice.

L’ultima nata è lì a provare che cosa voglia [p. 78 modifica]dire un’infanzia, allegra: se si mariterà sarà certo per amore: ma se anche rimanesse in casa, ella non sarà certo un peso per nessuno, perchè la sua anima è aperta ad ogni gioia. Essa è la compagna di studio di suo fratello che le somiglia; e tutti e due sono l’allegrezza del vecchio babbo e della vecchia mamma, che non si crucciano pensando che possano rimanere presto soli perchè li sanno robusti in tutti i sensi e ben agguerriti per la vita.

Così è: la serenità è la buona salute dello spirito. Si possono fare delle gravi malattie, ma se ne guarisce, e la convalescenza è una pace deliziosa, nella quale tutto si rigusta come nuovo, tutto sembra rinfrescato, si scoprono bellezze nella vita, che prima s’ignoravano.

La tristezza rovina il corpo, avvelena l’organismo, e coltivarla con amore come alcuni fanno, è davvero una colpa. Se guardiamo bene, l’eccesso del dolore ha una sorgente non buona: è un rancore, dopo tutto. Non si sa perdonare, non si sa rassegnarsi alla sventura. È un veleno che fa la bocca amara.

Chi rimpiange senza tregua una felicità perduta, invidia, senza accorgersi, chi la possiede [p. 79 modifica]ancora, trova ingiusto di non averla più, rinnega affetti e altre consolazioni nella vita, non riconosce altri doveri, chiude il perchè della vita nel proprio io. Il mondo s’impietosisce per queste infelici... e spesso le chiama virtuose.

Misera virtù, inutile a tutti, che fa più male agli altri, a mio avviso, di quanto ne possa fare una spensieratezza schiettamente colpevole. Pensiamo quanto sia più dignitoso sollevare la testa al di sopra delle sciagure e guardar coraggiosamente a tutto il lavoro che rimane a fare. Quanta più sincera fede nel ricordare i cari perduti come se fossero ancora fra noi, nell’essere forti e coraggiosi come essi volevano, come sapevano essere quando soffrivano e non volevano turbare colla loro tristezza la pace di chi avevano vicino.

La serenità è energia. Quando si soffre profondamente, quando ci si sente straziati, quando l’avvenire ci si presenta inaspettatamente pauroso, buttarsi coraggiosamente nella lotta, lavorare fino alla stanchezza, abbandonarsi con tutte le forze dell’intelligenza e del cuore ai nuovi doveri, tremare di non aver tempo e [p. 80 modifica]cuore e forze a tutto, invocar Dio e sentire il suo aiuto, è provare un senso così gaudioso di liberazione dalle catene dolorose, che sembra, non già di aver trascurato il proprio dolore, ma di avergli reso onore ed eretto un altare.

Io immagino, io so quanto l’ora del tramonto sia triste per la giovinezza che ancora non sa che cosa l’aspetta nell’avvenire, e come in quell’ora, scoraggiamenti, sogni, paure, assalgano il vostro spirito. Ma l’abbandonarsi a pensare a una povera famiglia che ci interessa, che ha bisogno d’aiuto, che manca spesso di tutto; studiando di procurarle in modo delicato oggi un oggetto, domani un altro; di raccomandarla a un personaggio per ottenere lavoro al capo di casa, di dare una gioia a un bimbo, di far un lavoro per l’altro... oh, come rende luminosa quell’ora buia, che gioiosa impazienza del giorno che succederà a quella notte di sogno per il bene altrui! Auguro a ognuna di voi la fortuna che io ebbi d’incontrare alla vostra età un’amica come io l’incontrai: l’anima più pura e più nobile che mente umana possa pensare, la quale, caduta dall’agiatezza nella miseria, seppe, direi quasi, [p. 81 modifica]poetizzarla. Ella diede alla mia giovinezza una visione nuova che influì su tutta la mia vita.

Noi tutti ci si impietosisce della gente crucciosa, che piange e si lamenta e recrimina, io dovetti persuadermi che l’abbattersi nelle sventure è una debolezza, è anzi una colpa; e che tutto si può sopportare con la forza d’animo quando ci lasciamo portare sulle ali della fede. Io vidi quella madre, con una bambina al petto, lasciarsi succhiare le ultime gocce di latte, con due altre creaturine sedute accanto a lei — suo marito senza lavoro — mancanti di tutto. Ma la finestra era aperta su un gran giardino, e sui folti alberi cinguettavano gli uccelli; il cielo era sereno e l’aria fresca dava brividi al seno nudo; a un tratto ella ruppe il racconto delle loro sofferenze e gli occhi e la bocca le si riempirono di una dolcezza che non si può descrivere: «Senti gli uccelli!» E rivolto il viso a quel verde, alzati gli occhi a quel cielo sereno: «È possibile, dimmi, lamentarsi, quando Dio ci dà questo cielo, tutta questa bellezza di primavera?... Zitto! come canta l’usignolo!... tu lo sentissi la mattina: io apro la finestra, tutti dormono, e [p. 82 modifica]giungo le mani. Non prego, sai, prega l’usignolo per me... oh come Dio ci è vicino, come lo sento in quell’ora!»

E tutte le pene erano sparite: non parlava più che di pace, di gioia, cercava e ritrovava nella sua vita dolcezze che la facevano dire: «dopo tutto...» e mille ragioni di speranza per l’avvenire.

Oh figliole mie, aveste sentito il tono allegro con cui ella diceva, per esempio: «Se tu sapessi che cosa vuol dire essere abituati allo spazzolino da denti e dover contentarsi di fregarseli con un lembo dell’asciugamani!» O ritrovarla nell’inverno intenta a far il bucato con tutta la roba distesa nella stanza ad asciugare, al tenue calore di una piccola stufa, e sentirla dire sorridendo: «Quante cose s’imparano ad essere poveri! ecco qua, noi rimproveriamo ai poveri il loro sudiciume. Come se la pulizia non costasse! ma la pulizia è un lusso anch’essa, sai? Guarda come sono signora oggi! colla lezione che ho dato, ho preso mezzo chilo di sapone, e due chili di legna, abbastanza da fare un bucatino delle cose più necessarie: per il resto, Dio ci penserà». [p. 83 modifica]

Sì, quell’anima buona dell’amica mia, che il tenace lavoro e il sereno coraggio riportarono al benessere, m’insegnò anche di quale aiuto sia l’educazione per sopportare con energia, con serenità, con dignità una posizione che parrebbe disprezzante e degradante!

«Non pensate continuamente a voi, e voi non sarete mai solo al mondo» dice il Lubbock.

«Non pensate a voi». Come dirlo a certe poseuses del dolore? Anche felici avrebbero sempre trovato modo di lagnarsi: colpite da un disinganno se ne fanno una voluttà, portano intorno per tutta la vita il loro malinconico, pallido sorriso che attira sempre l’interesse di qualcuno: dei nuovi conoscenti quando i vecchi ne sono stanchi.

Io penso sempre quale pesante catena esse trascinano; io ho l’impressione di veder dei ciechi che brancolano nel buio. Oh aprir loro gli occhi, mostrar loro tutta questa bella natura, queste cime azzurre; portarle sulla spiaggia, là davanti al sonante mare! Quale anima resiste davanti alla bellezza gioconda della natura? come non rizzarsi con un grido di gioia [p. 84 modifica]e di benedizione? E l’arte! quanti e quali puri e schietti godimenti ci dà! E i bambini, la gioventù che s’avanza così baldanzosa e serena verso la vita! E il lavoro! il lavoro non è esso solo una felicità? [p. 85 modifica]

L’AMORE DELLA CAMPAGNA

Quando arriva la primavera, alle prime foglioline che spuntano, al primo soffio d’aria tiepida, noi siamo prese da una smania infantile di verde. Il giorno in cui si ripone il manicotto per portare il parasole, camminiamo con una certa baldanza, quasi avessimo spiegata la vela ed il vento ci spingesse all’aperto, verso i giardini, verso le piazze dove ci sono alberi ed aiuole: e ce ne ritorniamo col mazzolino di violette comperato dalla bambina sudicia, dai piedi scalzi, che veniva proprio dalla campagna, lì fuor dei sobborghi. Ai primi caldi, quando su gli angoli delle strade le rose si vendono a panieri e sui terrazzi rimettiamo i tendoni, la nostalgia del verde segna sui nostri visi un’inquietudine malinconica.

Si direbbe che siamo creature nate in campagna e che ogni giorno dell’anno aspiriamo [p. 86 modifica]a tornarvi. I ragazzi fanno gli esami, le scuole si chiudono, i mariti — quelli che lo possono — si pigliano la loro vacanza e tutti prendono il volo, finalmente!

Chi mai al giorno d’oggi non va in campagna?

Una maestra, l’ottobre scorso, all’apertura delle scuole, domandò ai suoi scolarini:

— Chi di voi è stato in campagna? — Tutti alzarono la mano. Un bambino, figlio di operai, disse:

— Io sono stato quindici giorni a Greco! — che è a dieci minuti fuori di porta. E un’altro: — Io sono stato un mese al Cimitero! — Perchè il suo nonno n’è guardiano. E un terzo: — Io sono stato una settimana sul Corso, dal mio zio calzolaio! —

Vedete dunque che non c’è più alcuno che non vada in campagna, o almeno non abbia l’illusione d’andarvi...

Ogni alberghetto, ogni quartierino a un miglio dalla città ha la sua famigliola pigiata, che si delizia della campagna fra mosche e pulci, passeggiando sulle larghe strade accecanti di sole e di polvere. Oh, il divertimento di [p. 87 modifica]tornarsene a casa sfigurati dal caldo, molli di sudore, colle giacchette sul braccio, i colletti sbottonati, coi cappelli e le scarpe bianche come quelle dei mugnai! Questo si chiama sudare!

Tutti i malanni se ne vanno fuori dei pori, capite? Altro che bagni a vapore!

Un giorno dell’estate passata, ero in montagna e leggevo all’ombra di un magnifico bosco di castagni, quando fui disturbata dall’apparizione di uno strano alpinista. Indossava un largo e lucido impermeabile, sebbene a parecchi giorni di pioggia fosse succeduto il più splendido sereno; e le sue tasche erano così rigonfie da parer due sacchi appesi ai fianchi.

Era fermo con aria risoluta, un piede avanti: poi afferrò un binoccolo da teatro e si mise a guardare... Io chiusi il libro e mi rizzai: quelle due lenti s’erano puntate su me, almeno mi parve, e mi sentii tutta scossa da un brivido d’imbarazzo.

— C’è! — esclamò ad un tratto con un vocione rauco; e quello strano uomo s’arrampicò vivamente in su, verso di me, col suo nero impermeabile svolazzante che gli dava un’aria tragica. [p. 88 modifica]

Io indietreggiai. — Scusi, signora, ma c’è! — E l’uomo si chinò, s’allungò, e strappò, fra mezzo all’erica ed alle foglie secche che coprivano la terra, un grosso fungo. Io non potei trattenere un sorriso.

— Lei ride, signora! ride, è vero? — esclamò col suo vocione sempre più rauco, ma negli occhi scuri un lampo ridente che mi tranquillò.

— Vede, io mi godo la campagna davvero! sempre a caccia, vado. Senza fucile, intendiamoci, perchè non so tirare ed anche perchè ho il cuore tenero e far male ad una bestia mi mette sossopra le viscere. Ma vado a caccia di fragole, quand’è il tempo delle fragolette selvatiche; di more, quand’è il tempo delle more, ed ora di funghi. — E mi mostrò le tasche piene.

— Mia moglie, a casa, seguita tutto il giorno a far conserve, far seccar frutta e pelar funghi. La sera io l’aiuto; non abbiamo figlioli e in qualche modo bisogna bene impiegare il tempo. Se vedesse! come soldatini li metto là sul terrazzo. E’ un gusto vederli, gliel’assicuro.

— Scusi, — dissi — va a cercar funghi col [p. 89 modifica]cannocchiale?

— Certo, signora. Per non essere ingannato. Vede, io camminavo per delle ore. Si sa, le passioni sono passioni: vedessi un biglietto da cinque lire lì sull’erba, non mi darebbe il piacere che mi dà lo scorgervi a un tratto un fungo. Io andavo dunque, su, giù, come una capra, per certi posti che a pensarci dopo... basta! Finalmente ecco, lassù, non c’era dubbio, un fungo, e che fungo! presto, m’attacco ai rami, mi trascino, soffio, sudo e su! a momenti ci arrivo: ci sono! Corpo d’una saetta! il fungo non è fungo: è una foglia secca di castagno appoggiata con aria vezzosa su un’altra foglia ritta. Ah sì? Aspetta che te la faccio! mi porto il mio bravo cannocchiale e non c’è burla che tenga! tiro, guardo... Sei o no, un fungo? E’ un fungo. Su, coraggio, e non si sbaglia più... Oh, ma guardi, signora, come trovano ancora modo di burlarmi... Veda un po’, proprio qua, sotto il mio piede ne ho uno! Oh, pezzo d’asino! non potevi dirmi: guarda che son qua? — E lo raccolse delicatamente, tutto schiacciato, e se lo ripose in una tasca a parte, come se fosse una bestiola ferita. [p. 90 modifica]

—Ma, perdoni, che ne fa di tanti funghi?

— Gliel’ho detto: li faccio seccare. Ne ho già riempito un sacco. Capisce bene: s’arriva in città, viene un parente a trovarvi, se ne piglia tre, quattro manciate, se ne fa un cartoccio: «To’, sono i funghi della mia campagna! li ho proprio colti io, li abbiamo fatti seccare noi», si sa, è una cosa che fa piacere a lui e a me. —

Prima di lasciarmi, si credette in dovere di dirmi ch’era stato un negoziante all’ingrosso, e che ora lui e sua moglie si godevano i loro guadagni, e passavano quattro mesi all’anno nella loro villetta di montagna.

Ogni tanto io penso a quella donna, occupata per quattro mesi a sbucciare e seccar frutta e funghi, e rido di quello strano modo di goder la campagna. Ma posseder la villetta! qual’è quel bottegaio arricchito che non si lascia prendere dall’ambizione della villetta? Non v’è oste o salumaio, macellaio o sarto che, fatti denari, non si comperi o non si fabbrichi la villa, sui laghi o in collina.

Tutta gente che va a goder la campagna, ma non l’ama. [p. 91 modifica]

Siamo noi che l’amiamo? Forse. Noi vi arriviamo con le narici dilatate per aspirarne gli odori girando gli occhi su tutti gli alberi, e risalutiamo ogni cespuglio con un senso di commozione.

Oh, il delirio di felicità di quando eravamo bambine! Come subito si girava tutta la casa, dal granaio al torchio, dall’orto alla vigna: con che cordialità risalutavamo contadini, bestie e cose! La sera ci si addormentava felici coi pugni chiusi e ci si risvegliava il mattino con un grido di piacevole sorpresa ritrovandoci in campagna.

Anche ora, il primo mattino in campagna è delizioso, non è vero? Risentir scricchiolare i sassolini del viale sotto i nostri piedi, riveder l’ombra verde, aspirare i profumi dei tigli e riudire il gorgheggiar del capinero su nel folto degli alberi!

Mamme e signorine inaugurano beate la loro vacanza godendosi il fresco delle ampie stanze, dove ci son pochi gingilli da spolverare, grandi vasi in cui poter mettere i fiori a bracciate; cominciando ricami all’ombra del giardino, nei lunghi pomeriggi, cullate dal [p. 92 modifica]monotono frinire delle cicale.

La campagna per molti finisce però spesso al muricciolo del giardino. I campi di là dalla siepe della strada, questi antipatici campi inquadrati dalle varie coltivazioni non esistono per essi. Lì si lavora, lì si lotta, lì vive gente che ci procura il pane quotidiano, ma noi donne non ce ne interessiamo; noi visitiamo con un certo piacere un’officina, sorprese di veder lavorare le macchine, noi guardiamo con pietoso interesse gli operai; e quanto ci fa pensare, quasi fosse un essere vivente malato, una macchina arrestata improvvisamente da un guasto! Ma un campo di grano dalle foglie abbruciate dal brusore, ma una vite insecchita dalla peronospora, ma un oliveto guastato dalla mosca olearia, ma un prato invaso dalla gramigna, ma un gelso rovinato dalla brina non destano nessun’eco pietosa nel nostro cuore. Molte signore e signorine vanno al letto delle loro contadine malate e mandano brodo e vino alle puerpere, e prima di rientrare in città fanno il giro delle stalle a salutare i loro contadini, attraversando coraggiosamente i cortili nei quali corre l’acqua fetida che si porta via [p. 93 modifica]il sugo dei letamai e la spazzatura di sull’uscio delle stalle... Ma poi il nostro amore della campagna non arriva fino al punto di farci accorte ch’è nostro dovere di portare in una stanza più igienica quella famiglia annidata colle mucche e col maiale. Noi tratteniamo il respiro mente visitiamo un malato, ma di rado abbiamo il coraggio di spalancar le finestre. Noi sappiamo che gli uomini e i ragazzi che non vanno più a scuola, l’inverno fanno una vita da talpe lavorando poco e annoiandosi e dormendo molto, ma non pensiamo a iniziar nel paese qualche piccola industria che li tenga occupati e dia loro un po’ di guadagno nella stagione morta.

Noi pensiamo che i contadini sono in fondo gente felice, indipendente, che vive bene e non ha esigenze; che ha la fortuna di stare all’aperto e non sa star pulita. Noi mandiamo ad essi le nostre calze vecchie, i giubbini di lana peri bimbi; recitiamo e balliamo se occorre per fondar l’asilo infantile, ma occuparci veramente, seriamente, della loro educazione, sorvegliare che nelle scuole si dia un insegnamento pratico, sradicare i loro [p. 94 modifica]pregiudizi, procurare il modo di guadagnare nei lunghi mesi dell’inverno, questa è opera di poche donne, che appaiono agli occhi del pubblico delle innovatrici.

Così è: manca nella donna italiana l’amore della campagna per la campagna, essa è semplicemente un lusso per noi, il divertimento dei mesi di vacanza. Vengono le giornate piovose, le rose si sfogliano, fioriscono i crisantemi e le fanciulle cominciano — oh lo ricordo, sapete! — cominciano a guardare malinconicamente fuori dei vetri, alle foglie secche turbinate dal vento e s’avviluppano le spalle nello scialletto di lana, prese da un brivido profondo, molto più morale che fisico.

Il di fuori ha una così grande influenza su noi! È un bisogno della nostra natura l’allegria delle giornate serene, del verde, delle folate di vento tiepido. Nel nord, dove le giornate splendide sono l’eccezione, ci si fa un’abitudine del tempo piovoso e nebbioso, delle settimane bloccate dalla neve, e si sa vivere ed esser felici senza guardar fuori, al cielo. Noi abbiamo invece l’intolleranza delle nuvole, e tutto l’accompagnamento di un tempo [p. 95 modifica]melanconconico ci dà un senso d’uggia, un cattivo umore che soltanto il dovere di non lasciarsene sopraffare ci aiuta a vincere.

La campagna spoglia, gli alberi secchi, i giorni piovosi coi carrettieri imbacuccati e infangati, i cavalli stracchi e fumanti che tirano enormi barrocci sulle strade inghiaiate, i rossi ombrelli sgangherati e gocciolanti, non hanno poesia per noi. Il novembre ci fa anelare alla città colla stessa impazienza colla quale abbiamo anelato alla campagna nella primavera.

Ciò che soprattutto fa rabbrividire le fanciulle è il diradarsi di amiche e parenti, il pensare all’isolamento a cui le condannerebbe la neve. Certo, ne hanno colpa le nostre ville fatte per l’estate con le ampie stanze senza stufe, coi terrazzi e i portici aperti. Ne hanno colpa la scarsità e l’incomodità delle comunicazioni coi grandi centri, e i viaggi costosi che rendono impossibile l’andirivieni dei ragazzi dalle ville alle scuole di città e quello degli amici che vengono a visitarci. Lo stabilirsi in campagna è infatti da noi spesso sinonimo di ammuffire e fossilizzarsi; vuoi dire perdere a poco a poco conoscenze simpatiche e non essere più al [p. 96 modifica]corrente delle abitudini cittadine. Forse tutto questo ci apparirebbe meno grave se si avessero in campagna abitudini campagnole; Se, come in città ci dilettiamo di tutto quello che accade intorno: dei concerti, delle conferenze, delle esposizioni, delle feste, qui ci si occupasse della coltivazione dei bachi, così interessante, della semina, della mietitura, della vendemmia, delle scuole, dell’orto, del pollaio, dei fiori. Ma in Italia manca pur troppo la signora campagnola, vale a dire la persona istruita che sorvegli con l’intelligenza, che veda col cuore, che trovi nuove risorse e studi innovazioni, e arrivi là dove il marito occupato di altre cose, o delle faccende più importanti dell’agricoltura, non arriva anche volendo.

Che io sappia nessuna signorina ancora in Italia frequenta le scuole superiori d’agricoltura. Eppure pensiamo che bello, attraente, utile studio e adatto alle abitudini femminili sia questo più di molti altri che obbligano poi le fanciulle a una vita sedentaria fuor della loro casa a contatto continuo di soli uomini.

E per signorine che hanno il babbo che possiede o dirige campagne, e quindi probabilità [p. 97 modifica]di sposare un proprietario o un affittuario campagnolo, quale dote sarebbe un’istruzione agricola!

I collegi delle città dell’alta e media Italia sono ormai frequentati soltanto dalle figliole di agiate famiglie di campagna le quali ne escono generalmente con una visione di eleganze e di svaghi non mai sognati nell’infanzia e con un’istruzione superficiale che rende poi loro insopportabile l’isolamento nella campagna ove ritornano.

Nei primi mesi, questa fanciulla che sa suonare, il cui disegno o l’acquerello fatto in collegio è esposto nel salotto, questa signorina che sa vestirsi bene e incipriarsi con arte, dà delle compiacenze non tutte fini e nobili, al babbo, il quale se la porta fiero, in calesse quando se ne va ai mercati nelle piccole città o nelle borgate all’intorno. E la figliuola gode nei primi tempi di questi suoi piccoli trionfi, e della libertà e di non aver l’uggia degli studi; ma a poco a poco come si fa oziosa, vuota e scolorita la sua giornata, e come intristisce il fiore tutto fresco e fragrante arrivato poco prima dalla città! Che si fa dunque nella vita quando [p. 98 modifica]si ha vent’anni?

Si aspetta un maritino. Anche babbo e mamma cominciano a pensarci: «Già, le figliole non sono per noi: il loro destino è di andarsene». E fanno la rivista di tutti i conoscenti dei dintorni che hanno in casa un giovanotto. Ma come arriccia il naso la signorina! «O Dio, un Campagnolo!». Ella non intravvede possibilità d’esser felice che in una città. Ma le trattative s’iniziano. Oh, i tristi matrimoni combinati fra due che si videro appena! quali tragedie si preparano spesso in quelle allegre, rumorose e ricche feste di nozze da cui una fanciulla, che del mondo non conobbe che il collegio, e le vie splendenti di negozi eleganti nelle quali passeggiava una volta la settimana, va tutta spensierata e gaia incontro all’amore e alla vita!

Che cosa porta essa nella sua nuova casa a un compagno lavoratore, o allo spensierato che avrebbe tanto maggior bisogno di una donnina assennata? Capirà ella che cosa sacra e grande sia la maternità che le si prepara? Noi vediamo ogni giorno quante vanità, quante esigenze, quali malumori, quali scandali nelle case ove [p. 99 modifica]la sposa entra per trovarvi la libertà, gli svaghi, l’eleganza, non per compiere una missione sacra d’amore e di bene.

Le grandi città sono oggi invase da questi ricchi campagnoli presi dal disprezzo delle loro campagne, i quali vengono a far pompa, rumorosamente, del loro danaro e a spenderlo volgarmente. E la colpa è delle donne che non furono educate ad amare la terra, a comprendere la natura, a non apprezzare quella miniera di alte e simpatiche soddisfazioni che procura la campagna.

Una parte di colpa della scarsa produzione agricola dell’Italia in confronto delle altre nazioni, scrisse Aurelia Iosz, la valorosa fondatrice della prima scuola agraria femminile in Italia, è nell’inerzia delle donne campagnole, nella mancanza assoluta d’istruzione e d’educazione agraria.

Nella Prussia esistono 42 scuole agrarie femminili, frequentate da duemila alunne. Io non dimentico la commozione provata quando lessi il rapporto ufficiale tedesco più eloquente di qualunque discorso.

— Le scuole agrarie femminili mirano ad