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Storia dei fatti de' Langobardi/Libro III

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DEI FATTI

DE’ LANGOBARDI


LIBRO III.


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CAPO I.

Come i duchi dei Langobardi andarono a depredare la Gallia.

Ciò fatto, alcuni dei duchi Langobardi con un possente esercito entrarono nelle Gallie. La venuta dei quali un profeta di Dio chiamato Ospizio, che stava ritirato a Nicea, 1 per rivelazione dello Spirito Santo molto tempo innanzi previde; e quindi pronosticò agli abitatori di quella città i mali che lor sovrastavano. Quest’uomo di grande astinenza e di specchiatissima vita, andava cinto le carni di catene di ferro, vestivasi di cilicio, e cibavasi di solo pane con pochi datteri. Nei giorni poi della quaresima non altro alimento prendeva fuorchè scarse radici d’erbe Egiziane, solita vivanda degli eremiti che erano a lui offerte dai mercatanti. Per mezzo di lui degnossi il Signore d’operare i grandi prodigi, che sono descritti nei libri del venerabile uomo Gregorio vescovo [p. 116 modifica]Turonense2. Laonde il detto Santo nel seguente modo la venuta de’ Langobardi nelle Gallie predisse: Verranno ei diceva, nelle Gallie i Langobardi, e devasteranno sette città, poichè è colma la misura della loro malizia al cospetto di Dio Signore. Tutto il popolo è dedito agli spergiuri, inclinato ai ladroneccj, intento alle rapine, abituato negli omicidj, nè si vede in esso frutto alcun di giustizia. Non si pagano le decime, non si pasce il poverello, non si veste il nudo, nè si dà ospitale ricovero al pellegrino. Perciò la predetta piaga verrà ad affliggere questo popolo. Indi parlò ai suoi monaci così dicendo: Partitevi da questo luogo, trasportando seco voi tutte le cose vostre; già s’appressa la gente che v’ho predetto. Cui avendo essi risposto: Noi non ti abbandoneremo, o santissimo Padre; egli soggiunse: Non abbiate timore per me: perchè avverrà bensì, che essi mi colmeranno d’ingiurie; ma non mi daranno la morte. [p. 117 modifica]

CAPO II.

Di un Langobardo, che volea uccidere il beato Ospizio.

Partiti che furono i monaci, ecco l’esercito dei Langobardi, che ogni cosa mettendo a sacco giunse anco al luogo dove il Santo stavasi ritirato: ed egli dalla finestra della torre mostrossi ai soldati: i quali girando all’intorno della torre stessa in cerca d’una porta per entrarvi dentro, nè potendola trovare, due di loro aggrappatisi fino al tetto, lo discopersero: e vedendo quell’uomo cinto di catene, e vestito di cilicio dicono: Costui è un malfattore che per aver ammazzato qualcheduno è ritenuto legato con queste catene. Onde chiamato un interprete3, lo interrogano quale delitto abbia commesso per essere tormentato con tale supplizio. Ma quegli medesimo confessò d’essere omicida, e reo di ogni genere di misfatti. Allora avendo un di loro sguainata la spada per troncargli la testa, la sua de[p. 118 modifica]stra nel colpo s’inaridì, talchè non potè più a se ritirarla: e la spada abbandonata cadde per terra. A tal vista i suoi compagni alzarono un grido al cielo, scongiurando il Santo per pietà a insegnar loro quello che dovessero fare. E quegli, fattovi sopra il segno della croce, restituì quell’inaridito braccio in salute. Per lo che il Langobardo risanato convertissi alla fede di Cristo, subito si fece chierico, e finalmente divenuto monaco, in quel medesimo luogo rimase al servigio del Signore fino al termine della sua vita. Avvenne poi che annunziando il beato Ospizio la parola di Dio ai Langobardi, due duchi, che l’ascoltarono con venerazione, tornarono sani e salvi alla patria, ed altri che si fecero beffe de’ suoi insegnamenti, in quella stessa provincia miseramente finirono.


CAPO III.

Come Amato Patrizio intimata guerra ai Langobardi
sia stato da essi superato ed ucciso.

Devastando i Langobardi le Gallie, Amato Patrizio della provincia, il quale obbediva a Guntranno re dei Francesi, si [p. 119 modifica]mosse con un esercito contro di loro; ma venuto a battaglia voltò le spalle, e cadde ammazzato sul campo. E tanta strage fecero i Langobardi dei Borgognoni4, che non si potè raccogliere il numero degli uccisi. Per lo che arricchiti d’immenso bottino fecero ritorno in Italia.


CAPO IV.

Come i Langobardi rientrati nelle Gallie furono vinti
dal Patrizio Mummulo.

Partiti costoro, Ennio detto Mummulo, chiamato dal re, meritossi l’onore del Patriziato. Ma facendo i Langobardi nuova scorreria nelle Gallie, accostatisi a Mustiascalmes5, luogo prossimo alla città Ebredunense6, Mummulo mosse l’esercito, e colà si volse coi Borgognoni; dove avendo circuiti i Langobardi colle milizie, e fatte delle tagliate ne’ sentieri de’ boschi7 piombò sopra di loro, ne mise a pezzi un [p. 120 modifica]gran numero, ed altri ne fece prigionieri, e gl’inviò al suo re Guntranno. Dopo tali avvenimenti i Langobardi superstiti si restituirono nell’Italia.


CAPO V.

Come i Sassoni già venuti in Italia coi Langobardi,
fatta una irruzione nelle Gallie furono respinti.

Passate queste cose i Sassoni, i quali erano venuti in Italia coi Langobardi, entrarono nelle Gallie, e si accamparono nel territorio Regense8, cioè presso la villa Stablone, scorrendo pei contadi delle vicine città9, predando, facendo prigioni, e tutto mettendo a sacco. Il che venuto a cognizione di Mummulo, precipitò loro addosso con tutto l’esercito, ne uccise un grandissimo numero, nè mai si fermò, finchè la notte non venne a metter fine alla strage: stantechè egli li avea colti all’impensata, senza che nulla avessero presentito di tuttociò che era [p. 121 modifica]a lor per succedere. Ma poichè venne il mattino, i Sassoni raccozzarono l’esercito, preparandosi coraggiosamente alla battaglia: sè non che andando e tornando i messaggi fu fatta la pace: e regalato Mummulo, lasciati i prigioni e tutto il bottino, tornarono di bel nuovo in Italia.


CAPO VI.

Come i Sassoni colle loro mogli e coi loro figliuoli rientrarono nelle Gallie.

Poichè dunque i Sassoni tornarono nell’Italia, raccolte le mogli i figliuoli e tutti i loro averi, deliberarono nuovamente di passar nelle Gallie, colla speranza di essere accolti dal re Sigisberto, e di poter col suo ajuto ripassare alla patria. Certo è però, che questi Sassoni erano venuti in Italia colle famiglie per piantar domicilio; ma da quanto si può conoscere essi non vollero sottostare al dominio dei Langobardi; e dall’altro canto dai Langobardi stessi non fu loro permesso di stabilirvi un proprio governo10; per la qual cagione si crede aver essi [p. 122 modifica]rivolti i passi alla patria. Costoro dunque essendo per entrare nelle Gallie si divisero in due corpi11, l’uno de’ quali entrò per la città di Nicea, l’altro per Ebreduno, ritornando per quella stessa via, che l’anno precedente aveano tenuto. E siccome era allora il tempo della raccolta, mietevano e battevano il frumento, mangiando essi e dandone a mangiare ai loro animali. E rubavano i bestiami, e abbruciavano i luoghi per dove passavano. Arrivati al fiume Rodano, per trasferirsi, passato quello, al re Sigisberto12, si fece loro incontro Mummulo con un esercito poderoso. Ed essi allora grandemente impauriti all’aspetto di quello, gli presentarono per loro salvezza una grande quantità di monete d’oro13, per lo che furon lasciati passare il Rodano. I quali poi, mentre s’incamminavano a Sigisberto, [p. 123 modifica]ingannarono molti nel viaggio, mercanteggiando certe lamette di rame, che erano in una tal maniera colorite14, che aveano tutta la sembianza di oro puro e affinato. Onde non pochi illusi da tale fallacia, dando oro per rame, furono ridotti in miseria. Arrivati finalmente al re Sigisberto, fu loro permesso di tornare al luogo d’onde erano usciti. [p. 124 modifica]

CAPO VII.

Come i Sassoni giunti alla loro patria guerreggiarono cogli Suevi ed altre genti, che ivi erano trapiantate.

Giunti i Sassoni alla loro patria, la trovarono occupata dalli Suevi e da altri, come abbiamo di sopra fatto memoria, contro i quali avventandosi cercarono di sperderli ed annientarli. Ma quelli offersero loro la terza parte del paese dicendo: Noi possiamo vivere insieme; e senza venire alle mani abitare in comune. Al che non volendo i Sassoni in alcun modo accomodarsi, gli altri loro esibirono la metà, e poi due porzioni, riserbando unicamente a se stessi la terza. Alla qual cosa non pure volendo assentire, offerirono col terreno anco tutto il bestiame purchè solamente tralasciassero di far guerra. Ma non acquetandosi i Sassoni nemmeno a tale proposta vogliono risolutamente la guerra, e prima di venire alle mani stabiliscono in che modo debbano ripartirsi le mogli delli Suevi. Ma la faccenda andò diversamente da quello ch’essi aveano pensato, poichè datasi la battaglia, ventimila [p. 125 modifica]di loro restarono morti sul campo: e degli Suevi perirono solo quattrocento ottanta, rimanendo gli altri padroni della vittoria15. Se non che seimila Sassoni, i quali sopravvissero a quella strage, fecero voto di non recidersi mai più barba, nè crine16, se degl’inimici Suevi non si fossero vendicati. Laonde questi tornando nuovamente a battaglia furon disfatti, e così la guerra finì.


CAPO VIII.

Come i tre duchi Langobardi, Amone, Zabano e Rodano furono vinti da Mummulo.

Dopo questi fatti, tre duchi Langobardi, A. D. 576. cioè Amone, Zabano e Rodano assaliron le Gallie. Ed Amone prendendo la Ebredunense s’innoltrò fino a Macone17; il qual [p. 126 modifica]luogo Mummulo dalla munificenza del re si avea meritato, ed ivi piantò gli alloggiamenti. Zabano poi calando per la città Diense18 giunse fino a Valenza. Rodano finalmente andò ad assaltar Grazianopoli19. Amone intanto espugnò la provincia Arelatense20 colle città circostanti, ed avanzandosi fino al campo di pietra prossimo alla città di Marsiglia, saccheggiò tutto quanto potè ritrovare. Oltre a ciò minacciava di stringer d’assedio gli Aquensi21, ma ricevute invece ventidue libbre d’argento di là si scostò. Parimente Rodano e Zabano sterminarono cogl’incendj e colle rapine i paesi pei quali passarono. Le quali cose giunte all’orecchio di Mummulo, mosso un poderoso esercito prima di tutto azzuffossi con Rodano, che premeva Grazianopoli, e fatta strage di gran numero de’ suoi, ferì lui stesso con la sua lancia, e lo astrinse a salvarsi sulle cime delle montagne. Costui con soli cinquecento uomini, che gli eran rimasti, aprendosi il [p. 127 modifica]passo pei tramiti delle selve, sbucò fuori presso Zabano, che allora assediava la città di Valenza, e gli narrò tutti i disastri avvenuti. Quindi unitisi insieme s’innoltrarono, tutto mettendo a sacco, fino alla città Ebredunense: ma ecco Mummulo con un esercito innumerevole vien loro incontro, ed appiccatasi la battaglia, restano costoro sconfitti. Allora Zabano e Rodano rivoltisi verso l’Italia giunsero a Segusio22. La qual città, Sisinnio allora maestro dei soldati, teneva a nome dell’imperatore. Onde a costui giunse un famigliare di Mummulo con lettere scrittegli dallo stesso, dicendo esser egli per arrivare fra poco23. Il che saputosi da Zabano e da Rodano, partirono sollecitamente verso i proprj paesi. Amone poi venuto a cognizione di questi fatti, radunò tutte le rapite spoglie, e s’incamminò per l’Italia, ma ostandovi le nevi, dovette abbandonare la più gran parte della sua preda; e appena potè co’ suoi [p. 128 modifica]sbucare dalle gole delle alpi, e ritornarsene in patria.


CAPO IX.

Come i Franchi presero Anauni, castello dei Langobardi, e come il conte Ragillo fu ucciso dal loro duca Crannichi.

In questi medesimi giorni sopravvenuti li Franchi s’arrese loro il castello d’Anauni24, posto sopra Trento al confine dell’Italia. Per la qual cosa un conte de’ Langobardi di Lagare25 per nome Ragillo, venendo ad Anauni lo depredò. Costui dunque, ritornando col suo bottino, incontrò nel campo Rotaliano26 Crannichi duca de’ Franchi, da cui ivi fu ucciso con molti de’ suoi. Il qual Crannichi non molto tempo venne a Trento e lo mise a sacco. E costui pure fu inseguito da Euino duca di Trento, e [p. 129 modifica]raggiuntolo in un luogo, che si chiama Salurni27 lo tagliò a pezzi con tutta la sua caterva, e trasportò seco tutte le spoglie che quegli aveva predate; e così espulsi i Franchi riconquistò tutto il territorio Trentino.


САРО Х.

Della morte di Sigisberto re de’ Franchi, e delle nozze del duca Euino.

A questo tempo Sigisberto re de’ Franchi fu ucciso per tradimento di suo fratello Ilperico, col quale avea guerra. Onde allora prese a governare quel regno Childeberto suo figliuolo ancor giovinetto, sotto la tutela di sua madre Brunechilde. Ed Euino duca delli Trentini, del quale abbiamo parlato, prese in moglie la figliuola di Garibaldo28 re de’ Baioari. [p. 130 modifica]

CAPO XI.

Della morte di Giustino minore.

A. D. 578.In questi tempi regnava in Cotantinopoli Giustino minore, come sopra fu scritto, uomo avarissimo, nemico de’ poveri, e spogliatore dei senatori. Costui era talmente stimolato dall’ingordigia delle ricchezze, che faceva fare le arche di ferro onde ammassare tutti i talenti d’oro da esso rubati. Fra le altre cose, dicesi anche esser lui stato infetto dell’eresia Pelagiana. E siccome egli sempre avea chiuso il cuore alle divine ammonizioni, per giusto giudizio di Dio, perduto l’uso della ragione, impazzi. Però aggiunse all’impero Tiberio Cesare29, [p. 131 modifica]affinchè governasse il palazzo e tutte le provincie30: uomo giusto, utile, valoroso, savio, caritatevole, equo nel giudicare, chiaro nelle vittorie, e, quello che a tutte le prefate cose prevale, veracemente cristiano. Avvenne, che dispensando egli ai poverelli gran parte di quei tesori, che Giustino avea [p. 132 modifica]accumulato, l’imperatrice Sofia spesso lo rampognasse dicendo: Questo è un impoverir la Repubblica: Tutto quello che io ho ragunato in tanti anni, tu in poco tempo disperdi. E quegli: Io confido nel Signore, che non manchi mai moneta all’erario, finchè i poveri ricevano elemosina, e finchè si rediman gli schiavi: perchè dice il Signore, che questo è veramente un far grande tesoro. Accumulatevi i tesori pel cielo, dove nè la ruggine nè la tignuola li guasta, e dove i ladri non li scavano, e non li rubano. Di quelle cose adunque, che ci dona il Signore, facciamo tesori pel cielo, e il Signore degnerà d’aumentarcele sulla terra31. Intanto Giustino, dopo undici anni di regno, finì di vivere in quella pazzia nella quale era caduto. Or diremo, che le guerre da noi anticipatamente narrate, intraprese da Narsete patrizio contro i Goti ed i Franchi, ai tempi di costui sono accadute. Finalmente, travagliata Roma dalla fame ai giorni di Papa Benedetto, per le devastazioni dovunque fatte dai Langobardi, Tiberio diresse colà sulle navi dell’Egitto molte migliaja di moggi di frumento32, e così [p. 133 modifica]per cura della sua misericordia quella città fu ristorata.


CAPO XII.

Del principato di Tiberio Costantino, e delle sue buone azioni.

Morto Giustino, Costantino, re cinquantesimo dei Romani, assunse l’impero. Essendo questi, come abbiamo detto di sopra, governator del palazzo, e facendo quotidianamente molte elemosine, Dio lo rimunerò con grandissima copia d’oro. Perchè, camminando egli su e giù pel palazzo, adocchiò nel pavimento della casa un quadro di marmo, su cui era scolpita la croce di Cristo; e disse: Noi dobbiamo munire la fronte e il petto colla croce del Signore, e qui invece la conculchiamo coi piedi 33. Detto questo, comandò sull’istante, che fosse tolto di là quel quadro. Staccato dunque quel pezzo [p. 134 modifica]di marmo, e rizzatolo, se ne trovò sotto un altro col medesimo segno, che pure egli comandò di levare. Ed essendosi questo levato ne trovarono un terzo: onde per suo comando rimosso ancor questo, trovarono un gran tesoro, che conteneva più di mille centinaja d’oro. Perciò trasportatolo da quel luogo, continuò a far elemosina ai poveri con ancor maggiore liberalità di quello che prima era solito fare. È da sapersi che Narsete patrizio d’Italia, possedendo un gran palazzo in una certa città dell’Italia stessa, sen venne alla sopra mentovata città34 con molti tesori: ed ivi nell’interno della sua casa fece scavare segretamente una grande cisterna, nella quale nascose molte migliaja di centinaja d’oro e d’argento. Indi ammazzati tutti coloro che erano consapevoli, ad un solo vecchio35, dopo d’aversi fatto dar giuramento, confidò questa cosa. Morto poscia Narsete, il sopra detto vecchio36 venne a Tiberio Cesare, e disse: Se potessi sperarne qualche bene, o Cesare, io ti direi [p. 135 modifica]una gran cosa. Cui quegli: Di’ pure; e se hai qualche cosa di buono da raccontarmi, ciò ridonderà di vantaggio anche a te. So, disse, dove è nascosto il tesoro di Narsete; ed io ridotto all’estremo della mia vita non posso tenerlo occulto. Rallegratosi allora Tiberio Cesare, ordinò ai suoi servi d’andar sopra luogo; i quali attoniti seguitarono il vecchio che li precedeva; finchè arrivati alla cisterna, la discopersero, ed entrati in quella trovarono tanta copia d’oro e d’argento, che appena in molti giorni si potè tutto trasportar dai facchini. Ond’egli quella immensa somma secondo il suo costume quasi tutta con larghissima distribuzione compartì ai poverelli. Essendo per ricevere la corona imperiale, mentre il popolo, conforme al consueto, lo attendeva allo spettacolo del circo, colla mira di fargli un tradimento, e di sublimare alla dignità imperiale Giustiniano nipote di Giustino37, [p. 136 modifica]egli andò prima a far visita ai luoghi santi, poi, chiamato a se il pontefice della città, fece il suo ingresso nel palazzo, accompagnato dai consoli e dai prefetti, vestito di porpora, coronato di diadema; e sedutosi sul trono imperiale con immensi applausi fu confermato nella gloria del regno. La qual cosa udita da’ suoi avversarj, e nulla potendo nuocere a lui, che avea in Dio riposta la sua speranza, furono essi coperti di vergogna e di confusione. Onde passati pochi giorni sen venne Giustiniano, e si prostró a’ piedi dell’imperatore, offerendogli, per ottener grazia, quindici centinaja d’oro. Ed egli secondo il costume di sua clemenza lo accolse, o lo fece suo assistente di palazzo38. Ma l’imperatrice Sofia, obbliando la promessa, che altra volta avea fatto a Tiberio, macchinò un’insidia contro di esso. Onde mentre si partia per ricrearsi nei trenta giorni della vendemmia, giusta l’usanza imperiale39, ella chiamato segretamente [p. 137 modifica]Giustiniano, tentò d’innalzarlo al trono. La qualcosa penetratasi da Tiberio corse rapidamente a Costantinopoli; e colta l’imperatrice, la spogliò di tutti i tesori, lasciandole soltanto il quotidiano alimento per vivere40. Poi segregata da tutti i suoi servidori, la circondò di altri sulla cui fede egli potea riposare, vietando che nè pur uno dei primi a lei potesse avere l’accesso. Quanto a Giustiniano lo rimproverò solamente con parole, anzi in appresso gli prese tanto amore, che promise al figliuolo di lui la sua figlia, e pel proprio figlio la figliuola dell’altro chiese per moglie. Ma questa cosa, non so per qual motivo, non fu mandata ad effetto. L’esercito di Tiberio da questi capitanato41 sconfisse valorosamente i Persiani, e [p. 138 modifica]tornando vincitore trasportò uno smisurato bottino con venti elefanti, tanto che si crede che l’umana cupidità potesse rimaner soddisfatta.


CAPO XIII.

Dei regali d’oro, che l’imperatore mandò ad Ilperico, e del beato Gregorio.

Avendo Ilperico re de’ Franchi mandato ambasciatori al detto imperatore, ricevette da esso molti ornamenti, ed anco alcuni danari d’oro, i quali aveano da una parte l’immagine di Tiberio, ed inscritto all’intorno: TIBERII · CONSTANTINI · PERPETVI · AVGVSTI; dall’altra parte eravi una quadriga ed un uomo sedutovi sopra con questo motto: GLORIA ROMANORVM. A questi giorni, il beato Gregorio Diacono, il quale dopo fu papa, essendo apocrisiario42 in quella regia città scrisse i suoi libri morali, e in una disputa fatta alla presenza [p. 139 modifica]dell’imperatore confutò gli errori di Eutichio, vescovo della medesima città, intorno alla Resurrezione. A questo tempo ancora Faroaldo primo duca di Spoleti assalì Classi43 con un esercito di Langobardi, e spogliata quella opulenta città di tutte le sue ricchezze, lasciolla del tutto ignuda44.


CAPO XIV.

Della morte del patriarca Probino.

Morto poi in Aquileja il patriarca Probino, A. D. 579. il quale avea governato un solo anno la Chiesa, fu eletto in suo luogo Elia sacerdote45. [p. 140 modifica]

CAPO XV.

Della morte di Tiberio, e dell’impero di Maurizio.

Tiberio Costantino, dopo aver governato l’impero per sette anni, sentendo avvicinarsi il giorno della morte, uniformandosi al consiglio dell’imperatrice Sofia, elesse all’imperio Maurizio di Cappadocia, uomo valorosissimo, ed abbigliata la propria figliuola cogli ornamenti reali a lui consegnolla dicendo: Io ti cedo il mio impero con questa donzella: fanne buon uso: ricordati sempre di amare l’equità e la giustizia. Ciò detto passò da questa luce alla patria eterna, lasciando i popoli in gran lutto per la sua morte46. Uomo di somma bontà, caritatevole, giusto, nel giudicar [p. 141 modifica]prudentissimo, di niuno sprezzante, ma tutti con benevolenza accogliendo, tutti amando, fu egli pure amato da tutti. Dopo la morte di lui, Maurizio vestito della porpora, e coronato del diadema, s’avviò verso il circo e fra le lodi e gli applausi, colmando di doni il popolo47, primo della stirpe de’ Greci, confermato fu nell’imperio48.


CAPO XVI.

Del re Autari, e della tranquillità del suo regno.

Ma i Langobardi, dopo d’essere stati per dieci anni sotto il dominio dei Duchi, finalmente di comune consenso costituirono loro re Autari figlio di Clefone, del qual [p. 142 modifica]principe di sopra si è ragionato. Questi a motivo della sua dignità fu chiamato Flavio, del qual cognome usarono felicemente in appresso tutti i re Langobardi. A’ giorni di lui, stante la restaurazione del regno, i duchi, ch’erano allora, offerirono ad uso della corona49 la metà delle proprie sostanze; affinchè sì il re, che i suoi ministri, e coloro che erano addetti al suo servigio ne’ diversi uffizj, avessero con che sostenersi50. Ma i popoli, aggravati dagli ospiti Langobardi, furon ripartiti fra quelli51. Per altro ciò che fa meraviglia si è, che nel regno dei detti [p. 143 modifica]Langobardi non vi fossero violenze, nè si macchinassero frodi di sorte. Non v’era chi ingiustamente angariasse52 o spogliasse alcuno: non eranvi furti, non rapine, talmentechè ciascheduno sicuro e tranquillo andava liberamente dovunque voleva53.


CAPO XVII.

Dell’ingresso di Childeberto in Italia, e della partenza di lui dopo la pace.

In quel tempo Maurizio imperatore mandò per mezzo d’uno de’ suoi ambasciadori cinquantamila danari54 a Childeberto re de’ Franchi, affinchè piombasse col suo [p. 144 modifica]esercito sui Langobardi, e gli sterminasse via dell’Italia55. Costui adunque improvvisamente entrò in Italia con una moltitudine innumerevole di Francesi: ma i Langobardi fortificatisi nelle città, facendo precorrere ambiasciatori, ed offerendo regali, hanno potuto conchiudere la pace con Childeberto. Il quale restituitosi nelle Gallie, ed essendo giunto a cognizione dell’imperator Maurizio, aver esso contratta alleanza coi Langobardi, si mise questi a ripetere i denari, che a lui avea dati per la guerra56 coi Langobardi predetti. Ma Childeberto, fidando nella possanza delle proprie forze, non degnò neppure di dargli risposta.


CAPO XVIII.

Della presa di Bressillo, e della fuga del duca Droctulfo.

Finite queste cose, il re Autari meditò di prender d’assalto Bressillo57, città [p. 145 modifica]posta sulla riva del Po, in cui erasi ritirato Droctulfo duca dei Langobardi, che s’avea gettato dalla parte dell’imperatore, ed associatesi alcune falangi di Langobardi opponeva una forte resistenza all’esercito. Costui oriundo dalla nazione degli Suavi, ossia Alemanni, era stato allevato fra i Langobardi; e come era di bella presenza58 meritò l’onore del ducato. Ma poichè gli nacque l’occasione di vendicarsi della sua prigionia, insorse subito contro l’armi dei Langobardi. Ed essi contro lui sostennero penose guerre, finchè superatolo coi soldati de’ quali era in ajuto59, lo sforzarono a ritirarsi a Ravenna. Onde presa Bressillo la distrussero eguagliandone le mura al suolo. Dopo di che il re Autari fece la pace, che durò tre anni, con Smaragdo Patrizio, il quale allora governava Ravenna. [p. 146 modifica]

CAPO XIX.

Della morte di Droctulfo.

Coll’ajuto dunque di questo Droctulfo, del quale abbiamo parlato più volte, i soldati de’ Ravennesi pugnarono coi Langobardi. Onde, allestita un’armata navale, scacciarono dalla città di Classe i detti Langobardi, dei quali era in potere. Essendo poi Droctulfo giunto al termine della vita, gli fecero un onorevole sepolcro dinanzi alla porta di s. Vitale martire, e celebrarono le sue lodi con un epitafio60. [p. 147 modifica]

CAPO XX.

Del papato di Pelagio, e dell errore del patriarca Elia.

Finalmente dopo la morte di papa Benedetto, A. D. 578. Pelagio fu ordinato pontefice della Romana chiesa senza il comandamento del principe61, e ciò perchè i Langobardi stringeano talmente Roma d’assedio, che non potea alcuno uscire da quella. Questo Pelagio mandò una lettera importantissima ad Elia vescovo aquilejese, che non volle accogliere tre capitoli del Concilio Calcedonese; la qual lettera fu scritta dal beato Gregorio, mentre ancora era Diacono 62. [p. 148 modifica]

CAPO XXI.

Della guerra di Childeberto contro gli Spagnuoli.

Intanto Childeberto re de’ Franchi portò le armi contro gl’Ispani, ed in una battaglia li superò. La cagione della guerra fu la seguente. Il re Childeberto avea dato in moglie sua sorella Ingunde ad Ermenegildo, figliuolo di Levigildo re degl’Ispani. Il quale Ermenegildo per la predicazione di Leandro vescovo d’Ispale63, per l’esortazioni della propria moglie, dalla Arriana eresia, della quale era infetto suo padre, s’era convertito alla fede cattolica; per lo che il predetto empio padre nel santo giorno di Pasqua con un colpo di scure l’aveva ammazzato. Ingunde poi dopo l’uccisione del marito fuggendo dalle Spagne, mentre tentava di rientrar nelle Gallie, incappando in un corpo di milizie, che erano accampate sul confine per difenderlo dagl’Ispani e dai Goti, fu presa con un suo figliuolino, e tradotta in Sicilia, dove finì la sua vita: e il [p. 149 modifica]figliuolo fu inviato in Costantinopoli all’imperatore Maurizio.


CAPO XXII.

Della venuta dell’esercito de’ Franchi in Italia.

Ora l’Imperatore Maurizio mandò nuovamente ambasciate a Childeberto, sollecilandolo a dirigere un esercito in Italia contro dei Langobardi. Credeva Childeberto che sua sorella vivesse ancora a Costantinopoli; onde condiscese ai legati di Maurizio, e colla speranza di riavere la detta sorella sua, inviò di nuovo verso l’Italia contro i Langobardi un esercito di Francesi. Ma mentre le milizie de’ Langobardi si affrettavano ad affrontarli, nata una rissa fra gli Alemanni ed i Franchi, costoro senza alcun pro se ne tornarono in patria.


CAPO XXIII.

Di un diluvio d’acqua venuto in Italia.

In quel tempo le provincie della Venezia, e della Liguria, anzi tutte le regioni A. D. 589. [p. 150 modifica]d’Italia furono inondate da tale diluvio, che da Noè in poi credesi non esservi stato l’eguale. Si convertirono in lavine64 le ville e i poderi, e fu grande mortalità d’uomini e d’animali: furono disfatti i sentieri, dissipate le strade65: e il fiume Adige per tal modo gonfiossi, che l’acqua giunse a toccare le finestre della Basilica di s. Zenone martire, la quale è situata fuori della città di Verona: contuttociò ( [p. 151 modifica]come scrisse il beato Gregorio) non una sola goccia dell’acqua stessa entrò nella chiesa. Ed anco le mura della stessa città di Verona in alcune parti furono da questa improvvisa inondazione ruinate. La quale inondazione avvenne nel dì sestodecimo delle Calende di novembre66. Fuvvi poi tanta [p. 152 modifica]frequenza di lampi e di tuoni, quanta appena esser ve ne può nella state. Finalmente dopo due mesi, la predetta città in gran parte fu da un incendio abbruciata. Nella estensione poi di questo diluvio crebbe talmente il Tevere in Roma, che le sue acque [p. 153 modifica]sormontarono le mura e grandissimi tratti di paese allagarono. Allora pel letto dello stesso fiume un dragone di enorme grandezza, con una gran moltitudine di serpenti, passò per mezzo della città, e discese nel mare. E questa inondazione incontanente fu seguitata da una fierissima peste, detta inguinaria67, la quale fece tanta strage di gente, A. D. 590. che d’una incredibile moltitudine pochissimi sopravvissero. La qual pestilenza primo di tutti colpì il papa Pelagio, ed estinse in breve ora quel venerabile personaggio. Da poi, tolto di vita il pastore, quel morbo si diffuse nel popolo. [p. 154 modifica]

CAPO XXIV.

Del Pontificato del beato Gregorio, e come furono ordinate le litanie.

A. D. 590.In cotanta tribolazione, il beatissimo Gregorio, che era allora Levita, dal comun voto fu eletto Pontefice68. Il quale avendo ordinato che si facesse una settiforme Litania, nello spazio di una sola ora, mentre tutti imploravano l’ajuto del Signore, ottanta di loro improvvisamente caddero a terra, ed esalaron lo spirito. La Litania poi fu chiamata settiforme, perchè il popolo della città, che dovea far preci al Signore, fu dal beato Gregorio in sette parti diviso. Nel primo coro adunque eravi tutto il clero, nel secondo gli abati, coi loro monaci, nel terzo le abbadesse colle loro congregazioni, nel quarto tutti i fanciulli, nel quinto tutti i laici, nel sesto tutte le vedove, nel settimo tutte le maritate. Ora noi omettiamo di più dire del beato Gregorio, poiché alcuni anni sono, coll’ajuto di [p. 155 modifica]Dio, abbiamo tessuta la vita di lui: nella quale tutte le cose che erano da narrarsi, per quanto ci hanno permesso le nostre deboli forze, abbiamo descritte.


CAPO XXV.

Come il beato Gregorio ha convertito gl’Inglesi.

In questo tempo lo stesso beato Gregorio mandò in Britannia Agostino, Mellito, e Giovanni, con altri molti monaci, timorati di Dio, per la predicazione de’ quali gl’Inglesi furono convertiti alla fede di Cristo.


CAPO XXVI.

Della morte del patriarca Elia, e del sacerdozio di Severo.

A questi medesimi giorni morì Elia patriarca Aquilejese, dopo quindici anni di sacerdozio; ed a lui successe Severo nel governo di quella chiesa. Ma, venuto da Ravenna a Grado Smaragdo patrizio, lo strascinò colle proprie mani fuori della Basilica, e violentemente lo condusse dall’Istria a [p. 156 modifica]Ravenna con altri tre vescovi, cioè Giovanni Parentino, Severo, e Vindemio; A. D. 587. unitamente ad Antonio, già vecchio difensore di quella chiesa69. Ai quali costui minacciando l’esilio, ed usando violenza, li costrinse a conferire con Giovanni vescovo Ravennate, condannatore dei tre capitoli, il quale al tempo de’ Papi Vigilio e Pelagio erasi separato dal consorzio della chiesa Romana70. Se non che trascorso un anno, furono lasciati tornare da Ravenna a Grado. Ma nè la plebe volle più comunicare con loro, nè gli altri vescovi li vollero accogliere. Intanto Smaragdo patrizio, meritamente dal Diavolo castigato71, dovette ricevere per successore un patrizio Romano, e tornarsene a Costantinopoli. Passate poi queste cose, fu fatto in Mariano72 [p. 157 modifica]un sinodo di dieci vescovi, dove fu ricevuto Severo patriarca Aquilejese, il quale presentò la ritrattazione del suo errore, per aver comunicato in Ravenna coi [p. 158 modifica]condennatori dei tre capitoli. I nomi di quei vescovi, che si preservarono da questo scisma furono Pietro di Altino chiarissimo73, Ingenuino di Sabione, Agnello di Trento, Giuniore Veronese, Orunzio Vicentino, Rustico di Trevigi, Fontejo Feltrino, Agnello d’Acilio74, Lorenzo Bellunese75. Col patriarca poi comunicarono questi vescovi: Severo Parentino, Giovanni Patrizio, Vindemio, e Giovanni76. [p. 159 modifica]

CAPO XXVII.

Come il re Autari mandò un esercito in Istria, e come i Langobardi presero l’isola Comacina.

A questo tempo il re Autari inviò un esercito in Istria, del quale fu scelto capitano Euino duca di Trento. Costoro dopo d’aver predato e incendiato per un anno intero, fatta la pace, recarono al re grande quantità di denaro. Intanto altri Langobardi assediavano nell’isola Comacina77 Francione maestro de’ soldati, il quale fu uno de’ partigiani di Narsete, ed ivi si mantenne pel corso di venti anni. Francione, dopo sei mesi d’assedio, consegnò l’isola ai Langobardi, e poi, giusta il suo desiderio, licenziato dal re, se n’andò colla moglie e coi bagagli a Ravenna. In quella isola si [p. 160 modifica]trovarono molte ricchezze, le quali ivi da tutte le città erano state depositate.


CAPO XXVIII.

Come il re Autari chiese in moglie la sorella di Childeberto.

Ma il re Flavio Autari mandò ambasciadori a Childeberto, chiedendo d’unirsi in matrimonio con sua sorella. E Childeberto, poichè ebbe ricevuto i regali dagli ambasciadori dei Langobardi, gliela promise in isposa: ma intanto essendo venuti dalle Spagne altri legati dei Goti, siccome egli avea saputo che quella nazione erasi convertita alla fede cattolica, ad essi pur la promise.


CAPO XXIX.

Come i Francesi entrando in Italia furono rotti dai Langobardi.

Intanto Childeberto mandò un’ambasciata all’imperatore Maurizio, significandogli che, ciò che non avea fatto prima, ora moverebbe guerra contro la nazione de’ [p. 161 modifica]Langobardi, e col consiglio di lui li caccierebbe via dall’Italia. Perciò detto fatto diresse il suo esercito in Italia a debellar questa gente. Ma il re Autari e le schiere dei Langobardi rapidamente van loro incontro; e per la difesa di lor libertà valorosissimamente pugnando afferrano la vittoria, talchè gran numero di Franchi restò sul campo, altri furono presi, e moltissimi sottrattisi colla fuga, appena poterono tornar salvi alla patria. In fatti la rotta dell’esercito de’ Franchi ivi fu tanta che non s’ha memoria in altro luogo esservi stata l’eguale. Ed è ben maraviglia, che Secondo78, il quale scrisse alcune cose intorno ai fatti de’ Langobardi, abbia taciuto di questa grande loro vittoria; mentre ciò che noi abbiamo narrato della sconfitta de’ Franchi, leggesi nella loro storia quasi colle medesime parole descritto.


CAPO XXX.

Come il re Autari andò in Baioaria per veder la sua sposa.

Ciò fatto il re Flavio Autari mandò ambasciadori in Baioaria a domandare per [p. 162 modifica]moglie la figliuola del loro re Garibaldo; il quale benignamente li accolse, e fidanzò sua figlia Teodolinda al re Autari. Onde ritornati gli ambasciadori ad Autari con questo annunzio, invogliandosi egli di vedere co’ proprj occhi la sposa sua, presi con se pochi ma bravi de’ suoi Langobardi, e fra questi un fedelissimo e quasi anziano79, andò senza indugio in Baioaria. Ed essendo tutti, secondo l’usanza degli ambasciadori stati introdotti dinanzi al re Garibaldo, poichè colui ch’era venuto quasi anziano ebbe proferite le parole di salutazione, giusta il costume, Autari, incognito a tutti di quella gente, si avvicinò al re Garibaldo, e gli disse: Il re Autari mio signore mi mandò qui a bella posta80 a vedere la vostra figliuola sua sposa, che deve essere la nostra padrona, affinchè io possa della bellezza di lei dare al detto mio signore un sincero ragguaglio. Il che udendo il re fece venir la figliuola; ed Autari avendola contemplata tacitamente, e vista la leggiadria delle sue forme, tutto compiaciutosi in cuore, così parlò al re: Ora che tale vediamo essere la persona di vostra figlia, affinché ci sia permesso, come desideriamo, [p. 163 modifica]di salutarla per nostra regina, se ciò piace alla potestà vostra, vorremmo ricevere dalla sua mano un bicchiere di vino, siccome a noi ella sarà per fare in appresso. Onde il re a ciò avendo annuito, ella, preso un bicchiere di vino, lo porse prima a colui, che di tutti sembrava l’anziano. Indi, avendone porto ad Autari, ch’ella ignorava essere lo sposo suo, da poi che quegli bebbe, nel renderle il nappo furtivamente con un dito le toccò la mano, e nell’atto stesso fece si che la destra di essa dalla fronte di lui passasse a toccargli il naso e la faccia. Ond’ella di questo arrossando raccontollo alla sua nutrice. E la nutrice rispose: Se costui non fosse il re che deve esser tuo sposo, non avrebbe certamente avuto l’ardir di toccarti. Ma intanto taciamo; che non venga a saperlo tuo padre. Per vero dire egli è un personaggio degno di possedere un regno e di divenir tuo marito. Era allora Autari nel fiore dell’età giovanile, di debitamente proporzionata statura, sparso di bionda zazzera81 e di assai bella presenza. Costoro, preso il commiato dal re, s’incamminano verso la patria, e si allontanano [p. 164 modifica]prestamente dai confini de’ Norici. Questa provincia, abitata dalla nazione de’ Baioari, a levante ha la Pannonia, a ponente la Suevia, a mezzogiorno l’Italia, ed a settentrione il fiume Danubio. Autari adunque, essendo giunto presso i confini d’Italia, ed avendo ancor seco i Baioari che lo scortavano, levossi quanto più potè sul cavallo, su cui era montato, e di tutta quanta avea forza affisse ad un albero vicino una piccola scure82, che teneva in mano, ed ivi lasciolla affissa, [p. 165 modifica]aggiungendo queste parole: Tale ferita83 Autari suol fare. Ciò detto, conobbero i Baioari, i quali lo accompagnavano84, che quegli era lo stesso re Autari. Ma al quanto tempo dopo, essendo nata al re Garibaldo una grande agitazione per la sopravvenienza de’ Franchi, la figliuola di lui Teodolinda, preso seco un suo fratello di nome Gondoaldo, fuggi nell’Italia, facendo preceder nunzj allo sposo Autari della sua venuta. Cui egli subitamente andò incontro con grande pompa per celebrar le nozze nel campo di Sardi85, il quale trovasi sopra Verona, dove fra le universali allegrezze alle Idi di Maggio86 la fece sua moglie. A. D. 589. Ivi era, fra gli altri duchi de’ Langobardi, Agilulfo duca della città de’ Torinesi. Quando improvvisamente [p. 166 modifica]conturbatosi il cielo, un albero, situato dentro i reali cancelli, fra un immenso fragore di tuoni, fu colpito da un fulmine. Agilulfo avea seco un certo giovine de’ suoi aruspici 87, il quale per arte diabolica conosceva ciò che presagisce di futuro il colpo della saetta. Costui adunque, che allora trovavasi celato collo stesso Agilulfo per soddisfare a certi naturali bisogni, così gli disse: La donna che or ora maritossi col nostro re, fra breve tempo diverrà tua moglie. La qual cosa egli ascoltando, minacciò di troncar a colui la testa, se di ciò avesse osato mai più d’aprir bocca. E quegli: Io, disse, posso essere ucciso, ma non potrà perciò cangiarsi il destino; perchè è certissimo, che questa donna venne alla nostra patria per esser congiunta con te in matrimonio. Il che [p. 167 modifica]veramente accadde in appresso. In questo medesimo tempo (incerta n’è la cagione) Ansul cognato del re Autari fu ammazzato in Verona.


CAPO XXXI.

Come nuovamente l’esercito de’ Franchi venne in Italia.

Nella stessa stagione, essendo reduce da Costantinopoli Grippone legato di Childeberto re de’ Franchi, ed avendo riferito allo stesso re ch’era stato onorevolmente accolto dall’imperatore Maurizio, e che questi gli avea data parola di vendicare88 a tutta soddisfazione di Childeberto le ingiurie che avea ricevute in Cartagine89, il [p. 168 modifica]detto Childeberto senza indugio mandò di bel nuovo in Italia un esercito di Franchi, con venti comandanti, a sterminare la gente de’ Langobardi. Di questi comandanti i più segnalati furono, Andualdo, Olone, e Cedino. Ma Olone essendosi temerariamente90 approssimato al castello di Bilitone91, ferito da un dardo al di sotto di una mammella, morì. Gli altri Franchi poi scorrendo qua e là per predare erano in ogni luogo dai Langobardi, che da tutte le parti loro piombavano adosso, distrutti. Se non che Andualdo, con sei capitani de’ Franchi, volgendosi verso la città de’ Mediolanensi, piantò in alquanta distanza92, in un luogo campestre, gli alloggiamenti. In questo [p. 169 modifica]luogo giunsero ai Franchi i legati dell’imperatore annunziando, esser lì pronto un esercito in loro soccorso, e dicendo: Fra tre giorni noi qui saremo con voi; ed ecco il segnale che vi daremo: Quando vedrete ardere le case della villa posta su quella montagna, e il fumo dell’incendio sollevarsi al cielo, conoscerete che verrà l’esercito che vi promettiamo. Ma avendo aspettato i duci de’ Franchi per sei giorni, giusta lo stabilito, non videro arrivare un sol uomo di quelli che dagli ambasciadori dell’imperatore furono loro annunziati. Cedino poi entrato con tredici capitani93 dalla sinistra parte d’Italia94, prese cinque castelli, dai quali si fece giurare obbedienza. Indi per la via di Piacenza l’esercito de’ Franchi passò a Verona, ed atterrò molte castella consegnate dopo la pace, e dietro la fede del giuramento, che s’aveano arreso senza sospetto d’alcuna frode. Il nome dei castelli distrutti nel territorio Trentino sono Tesana, Maleto95, Semiana96, Appiano97, Fagitana, [p. 170 modifica]Cimbra98, Vitiano, Brentonico, Volene99, Ennemase, due in Alsuca, ed uno in Verona100. Disfatti i predetti castelli dai Franchi, tutti i cittadini furono da costoro condotti prigioni. Ma al castello di Ferruge per intercessione dei vescovi, Ingenuino di Savione101 e Agnello di Trento fu concessa la redenzione al prezzo di seicento soldi per ogni testa di uomo. Intanto l’esercito de’ Franchi, per estraordinaria alterazione [p. 171 modifica]dell’aere102 (essendo la stagion dell’estate) cominciò ad essere gravemente travagliato da una fiera dissenteria, per cui gran parte di quello perì. Che più? Dopo che le genti di questo esercito andarono vagando nell’Italia per tre mesi continui, senza poter attaccare i nemici, i quali si erano in luoghi fortissimi riparati, e senza poter giungere il re su cui esercitar la vendetta, per essersi esso fortificato nella città Ticinense, come dicemmo, estenuati finalmente dall’intemperie dell’aria e dalla fame angustiati, deliberarono di restituirsi al proprio paese. Ma nel tornare alla patria tanta carestia di vettovaglia hanno patito, che prima di giungere al suolo natio furono necessitati a vendere le proprie vestimenta, e poi fin anco l’armi per comperar l’alimento.


CAPO XXXII.

Come il re Autari andò a Benevento.

Intorno a questi tempi credesi accaduto un fatto che si racconta del re Autari. È [p. 172 modifica]dunque fama, che questo re per la via di Spoleti giugnesse a Benevento, e di là passasse fino a Reggio ultima città d’Italia prossima alla Sicilia. E siccome colà si afferma che fosse piantata fra le acque del mare una certa colonna, vuolsi che il re seduto sul suo cavallo fino a quella guadasse, e toccatala colla punta dell'asta dicesse: Questo sarà il confine dei Langobardi. La qual colonna si asserisce sussistere anco al dì d’oggi, e chiamarsi la colonna d’Autari103. [p. 173 modifica]

CAPO XXXIII.

Di Zottone primo Duca dei Beneventani.

Il primo Duca de’ Langobardi in Benevento fu uno di nome Zottone, il quale dominò in quella città pel corso di venti anni104.


CAPO XXXIV.

Come Autari mandò ambasciatori a Guntranno, e della sua maravigliosa visione.

Intanto il re Autari mandò un’ambasciata con parole pacifiche a Guntranno re dei Franchi, zio del re Childeberto; da cui i legati stessi furono lietamente accolti, e poscia inviati a Childeberto, che era figliuolo di un suo fratello, affinchè secondo la sua volontà si sottoscrivesse la pace colla [p. 174 modifica]nazione de’ Langobardi. Questo Guntranno, di cui parlammo, era un re pacifico, e tutto pien di bontà. Del quale a noi piace inserire brevemente nella storia nostra un fatto maraviglioso, tanto più che sappiamo che nella storia dei Franchi non si trova descritto. Questi adunque, in un certo tempo essendo andato alla caccia in un bosco, dispersi qua e là, come suol farsi, i compagni, ed essendo egli rimasto con un solo suo fedelissimo, oppresso da gravissimo sonno, chinò il capo sulle ginocchia di quel suo fedele, ed ivi s’addormentò. Quando dalla bocca di lui uscito fuori un piccolo animale a guisa di rettile, si mise a far prova di passare uno stretto rigagnolo, che scorrea da vicino105. Allora quegli, nel cui grembo il re riposava, tratta la spada dal fodero, la poggiò a traverso del predetto rigagnolo; sicchè sopra di quella passò il rettile all’altra parte. Il quale da poi che non lunge entrò in una certa buca del monte, tornatosene fuori ripassò sulla stessa spada il rigagnolo, e di nuovo s’introdusse nella bocca di Guntranno, da cui n’era uscito. [p. 175 modifica]Dopo questo, Guntranno svegliato dal sonno disse di aver vedụto una maravigliosa visione. Raccontò adunque, essergli apparso in sogno un certo fiume che passava sotto un ponte di ferro, il qual fiume entrava in una montagna, dove egli avea veduto una grande quantità d’oro. Che più? scavato quel luogo, si trovarono immensi tesori, che ivi ab antico erano stati riposti. Onde di quell’oro il re subito fece fare un ciborio106 massiccio di mirabil grandezza, e oltremodo pesante; e adornatolo di molte preziosissime gemme deliberò di trasmetterlo in [p. 176 modifica]Gerusalemme al sepolcro di Cristo. Ma ciò non avendo potuto eseguire, lo fece invece collocare sopra il corpo del beato Marcello martire, il quale fu sepolto nella città di Cabillono107, dove quel re avea la sua sede, ed ivi ancora al dì d’oggi si trova: nè avvi altra opera formata d’oro, che a questa si possa paragonare. Ma noi, toccate brevemente queste cose che degne erano da notarsi, riprendiamo ora il filo della nostra storia.


CAPO XXXV.

Della morte det re Autari, e del regno di Agilulfo.

A. D. 590.Ma intanto che gli ambasciadori d’Autari erano in Francia, questo re morì, per quanto si dice, avvelenato in Ticino, alle none di settembre108, dopo d’aver regnato sei anni109. Perciò immediatamente i [p. 177 modifica]Langobardi mandarono un’ambasciata a Childeberto re de’ Franchi per annunziargli la morte del re Autari. Il che avendo egli udito, accolse bensì quei legati, ma la pace riserbò ad altro tempo. Nondimeno, alcuni giorni dopo, promessa la pace ai prefati ambasciatori, li licenzió. Ma i Langobardi, i quali erano assai affezionati alla regina Teodelinda la lasciarono in possesso della dignità reale, insinuandole eziandio a scegliersi per marito quello che più le piacesse fra i Langobardi, purchè fosse tale da saper utilmente governare il regno. Ed ella, richiesto il consiglio de’ più prudenti, scelse per marito e per re de’ Langobardi Agilulfo duca de’ Torinesi. E invero era questi uomo gagliardo, bellicoso, e sì d’aspetto come di animo attissimo al reggimento del [p. 178 modifica]principato. Onde la regina, invitatolo a venire a lei, tosto gli andò incontro fino alla terra di Lomello110. Appena ivi giunto, proferite ch’ebbe la regina alcune parole, ordinò ella che si versasse del vino, ne bebbe prima, e poscia diede a bere ad Agilulfo il restante: il quale ricevuta la coppa, le baciò rispettosamente la mano; ed ella con dolce sorriso misto ad onesto rossore gli disse: Tu non devi baciare la mano a colei, a cui hai diritto di baciare la bocca. Indi sollevandolo a cogliere un bacio, dichiarò di averlo scelto per marito, e di volerlo innalzare alla dignità di re. Che più? si celebrano con grande allegrezza le nozze; ed Agilulfo, già cognato del re Autari, sul cominciar di novembre fu nominato alla real dignità: ma poscia nel mese di maggio unitisi in assemblea i Langobardi, fu egli dall’assenso universale confermato re nella città di Milano111. [p. 179 modifica]

Note

  1. Ora Nizza.
  2. Di Tours. Tutti questi fatti delle Gallie il Diacono li trasse dal detto Gregorio Turonense.
  3. Il nostro testo: vocatoque interprete. Altri vocatumque in partem interrogant. Questa lezione sembra più chiara, per quel che segue nella narrazione.
  4. Il testo: Burgundionibus.
  5. Altri Mustiamscalmes, o Musciam Scalmes.
  6. Anticamente Eborodonum, ora Embrun.
  7. Il testo: factis concisis per devia silvarum. La qual cosa è così descritta da Gregorio Turonense l. IV. cap. 22. actisque codicibus per divortia silvarum.
  8. Di Riez.
  9. Il testo: per villas urbium vicinarum.
  10. Il testo: in proprio jure. I Sassoni vollero abbandonare l’Italia piuttosto che perdere il nome della loro nazione, ciò prova che i popoli della Germania aveano un gran senso di nazionale libertà. (Ved. la not. 1. al cap. V. del lib. 1.).
  11. Il testo: duos ex se cuneos faciunt.
  12. L’originale, ut transmeato eo regno se Sigisberto conferrent. Se non si deve leggere regno se Sigisberti conferrent, convien tradurre: per trasferirsi, oltrepassato quel regno, al re Sigisberto: e in fatti dal contesto della narrazione apparisce che il regno per cui eran passati apparteneva a Guntranno.
  13. L’originale auri numismatibus.
  14. Il nostro testo: regulas aeris, quae ita nescio quomodo erant colorotae, ut auri probati, atque examinati speciem simularent. Altri: bracteas et laminas aereas, pro aureis: erant enim nescio quo fuco coloratae. I Francesi diedero veramente prova di grande buona fede, e di ancor più grande ignoranza in questo baratto. Per altro essi pagarono la lezione in modo, che in avvenire dimostrarono di aver superato i maestri. È poi da esaminarsi, se i Sassoni abbiano portato con se dalla loro patria l’arte d’indorare con tanta illusione il metallo, oppure che quegli oggetti fossero stati da loro presi in Italia, dove si sa che, quantunque lontane dalla greca leggiadria, pur sussistevano tutte le arti. Se al tempo di Carlo Magno, cioè due secoli e mezzo dopo quest’epoca, si parla del ferrum deaurare, e del quomod eramen in colore auri transmutetur (son parole d’uno scritto antico pubblicato dal Muratori), è da presumersi che ancor meglio ciò si eseguisse al tempo della venuta dei Sassoni (Vedi la Dissert. 24. delle antich. Ital.). Nondimeno è osservabile che quei Francesi, che erano in tanta vicinanza dell’Italia, e che da tanto tempo comunicavano colla medesima, se non altro per via della guerra, non avessero alcuna cognizione di sì eleganti lavori.
  15. Per l’uno e l’altro di questi fatti si comprova che è grande imprudenza il ridurre gli uomini all’estrema disperazione.
  16. Questo voto era comune ai Germani, dai quali lo hanno preso i Catti: aliis Germanis usurpatum, rara et privata cujusque audentia, apud Cattos in consensum vertit, crinem barbamque submittere, nec nisi hoste caeso exuere votivum obligatumque virtuti oris habitum. Tacit. ibid. 30.
  17. Il nostro testo Machovillam. Altri Machone. Ora Macon.
  18. Ora Dijon.
  19. Ora Grenoble.
  20. Arles.
  21. Il nostro testo Aquinensibus. Altri Aquensibus. La città è ora Aix in Provenza: Aquae Sextiae; così dette da C. Sestio Calvino, e dalle acque calde di quel paese.
  22. Susa.
  23. Il testo: ad quem puer Mummulus adveniens, literas ei directas a Mummulo porrexit, eumque citius adventare dixit. Altri: ad quem puer a Mumamulo missus literas pertulit, Mummulum adventare significantes. La qual lezione è più naturale.
  24. Il testo Anagnis. Altri Magnos. Il nome vero è Anaunium, o Anonium, detto volgarmente Caslel Nan o Non (Ved. Cluv. Introd. ad Geograph. lib. III. cap. 24.).
  25. Il Beretti citato, intende che debba leggersi: de Lacu Gardae, non de’ Lagare.
  26. Il campo Rotaliano è una pianura fra Anauni e Trento, dove il fiume Noce va a scaricarsi nell’Adige: ora Val di Ral (Beretti Dissert. Chorograph. pag. 136.).
  27. Salurno è alla sinistra dell’Adige presso Bolzano.
  28. Il nostro testo Garibaldi, altri Gondobaldi.
  29. Qualche volta un’azione dell’uomo, se non fa obbliare gli errori della passata vita, fa almeno vedere il trionfo della verità e della virtù sui pravi abiti acquistati della natura. Il Discorso di Giustino al momento di conferire il potere a Tiberio, riportato da Evagrio (lib. 5. cap. 13.), e più diffusamente da Teofane, e dalla Cronica Alessandrina, è una vera lezione di morale per chi è destinato a regnare. Due sono le maniere d’istruire; l’una di additare l’effetto delle buone azioni, l’altra di rappresentare le triste conseguenze delle malvagie; ma se ben si consideri l’indole del cuore umano, si troverà la ragione per cui la seconda maniera lasci una più viva e più profonda impressione. Ecco le parole di Giustino a Tiberio: Vedi quest’abito imperiale, e questa dignità? Non io, ma Dio le li ha dati. Onora tua madre, che finora fu tua padrona. Ricordati che prima le fosti servo, ed ora le sei figliuolo. Non rallegrarti mai dello sparso sangue; e bada di non rendere male per male. Guardati da imitar me nel prendere inimicizie. Come uomo in ciò io ho peccato, e come peccatore ho portata la pena de’ miei trascorsi. Coloro però che mi hanno fatto commettere questi mali compariranno dinanzi al tribunale di Dio. Non ti insuperbire, come io una volta faceva, di questo abito. Abbi tanta cura de tuoi sudditi, quanta n’hai di te stesso. E ricordati bene chi tu fosti prima, e chi sei di presente. Tutti questi ti sono ben servi; mu trattali da figliuoli. Ti sieno a cuore le milizie, ma non le amar troppo: so per prova quello che io dico. Lascia, che ognuno goda de’ proprj beni, e verso i poveri fatti conoscere liberale.
  30. I Governatori del Palazzo (Curaepalatii) erano poco meno che re di fatto. Di essi Corippo, De Laudib. Justini lib. 1.
         Cum magni regeres divina palatia patris
         Par extans curis, solo diademate dispar,
         Ordine pro rerum vocitatus cura palalii.
  31. Il testo in saeculo.
  32. Il testo ha solamente multa millia frumenti.
  33. Tertulliano de corona militis cap. 4. nota, che a tutte le azioni dovea precedere il segno della croce. Quanto alla figura della medesima sul pavimento, prova questa come allora fosse in grand’uso l’arte de mosaici in Costantinopoli, dalla qual città nei secoli posteriori furono chiamati in Italia gli artefici di questo genere.(Ved. Murat. alla cit. Dissert. 24.).
  34. Per quel che segue dee intendersi a Costantinopoli.
  35. Il nostro testo sene, altri puerulo.
  36. Supradictus senex: Altri supradictus puer jam senex effectus.
  37. Il testo ad dignitatem imperatoriam sublimaret. Corippo (lib. 2.) così descrive questo rito:
         Quatuor ingentem clypeis sublimius orbem
         Adtollunt lecti juvenes, manibusque levatus
         Ipse ministrorum supra stetit.
    E Liutprando (lib. VI.): Miro ornatu, miroque apparatu susceptus ab eodem summo pontifice, unctionem suscepit imperii.
  38. Il testo: ubi palatio adsistere jussit.
  39. Dell’uso delle ferie al tempo della vendemmia, si parla da quelli che scrissero le vite degl’imperatori. Queste ferie poi facevansi non solamente al tempo della vendemmia, ma ancora a quello della raccolta delle messi, cioè nel luglio. Nel codice Teodosiano lib. 2. così leggesi a tale proposito: Omnes dies jubemus esse juridicos, illos tantum manere feriarum dies fas erit, quos geminis mensibus ad requiem laboris indulgentior annus accepit, aestivis ardoribus mitigandis, et autumni foetibus decerpendis.
              Stazio nel libro 4. delle Selve:
         Certe jam Latiae non miscent jurgia leges,
         Et pacem piger annus habet, messesque reversae
         Dimisere forum, nec jam tibi turba reorum
         Vestibulo, querulique rogant exire clientes.
    Minuzio Felice nell’Ottavio: Ad vindemiam feriae judiciariam curam laxaverant. Era pur costume di far ferie anche dopo l’elezione dell’imperatore.
  40. Altri testi victum quotidianum et amictum.
  41. Il testo non è abbastanza chiaro, ma pare che il senso debba essere quello della versione: Hujus exercitus ab eo directus Persas potentissime debellavit. Altri Hujus exercitus in Persidem missus Persas etc.
  42. Era quel ministro che noi oggi chiamiamo Nunzio apostolico (Murat. ibid. p. 504, Dufresne. alla detta voce).
  43. Questa città era situata tre miglia distante da Ravenna, fra mezzogiorno e levante. Augusto l’avea edificata ivi mantenere una flotta, onde difendere il mare Adriatico; dal che appunto fu essa chiamata Classes (Ved. Veget. 4. 3., e Murat. ibid. p. 506.). Ora Chiassi.
  44. In questo ducato si compresero la capitale Spoleti, Norcia, Rieti, Ameria, Città di Castello, Gubbio, Nocera, Fuligno, Assisi, Terni, Todi, Narni. Da lì a qualche tempo tutta l’Umbria settentrionale, con Camerino capo della medesima, fu unita al predetto Ducato e signoreggiata dai Langobardi (Murat. loc. cit.).
  45. Questi celebrò un concilio nell’isola di Grado, coi vescovi suoi suffraganei, nel quale fu determinato, che la sedia metropolitana d’Aquileja fosse in appresso stabilita a Grado: perchè i Langobardi possedeano Aquileja, e Grado apparteneva all’imperatore. (Murat. ibid. 504.).
  46. Tutti gli Storici si accordano nelle lodi verso questo veramente adorabile imperatore. Merita d’esser letto il ritratto che fa di esso il Gibbon al c. 45. della sua storia. Io dirò solamente che la umanità, la giustizia, la temperanza, la fortezza lo pareggiano ai più virtuosi imperatori gentili, ma la sua carità lo qualifica per lo specchio dei principi del Cristianesimo.
  47. Acclamatisque sibi laudibus. Altri laudibus et plausibus. In queste acclamazioni il popolo sanciva la elezione dell’imperatore, il che si esprime colle parole del testo acclamatisque sibi laudibus in imperio confirmatus est. Vero è per altro, che tuttociò era una mera illusione. L’imperatore era già circondato dalle sue guardie, e assicurato dalla milizia, e il popolo non avea altro diritto che quello di gridare e di batter le mani.
  48. Questo facevasi per due giorni nell’elezione dell’imperatore da un personaggio dell’ordine Senatorio; ed era un buon preparativo per la conferma dei plausi popolari.
  49. Il testo regalibus usibus.
  50. Fu gran tratto di virtù di quei duchi il dare la metà delle loro sostanze pel mantenimento del re e de’ suoi uffiziali. Ma ciò teneva agli antichi usi Germanici. Tacito nell’opera citata cap. 15. dice che le città usavano spontaneamente di dare a’ principi armenti e frutti, il che offerto per onore, sovveniva anche ai bisogni: Mos est civitatibus, ultro ac viritim conferre principibus, vel armentorum, vel frugum, quod pro honore acceptum, etiam necessitatibus subvenit.
  51. II Muratori nota a questo passo: “Pare, che accenni, che ai popoli Italiani fu addossato il peso di mantenere i soldati Longobardi, e però li compartirono fra di loro”. Allora converrebbe fare una diversa interpunzione nel testo; il quale è così nella nostra edizione: Populi autem aggravati, per Langobardos hospites partiuntur. Converrebbe porre la virgola prima di aggravati.
  52. Angariare vale impor pesi o tributi alle persone o ai terreni; da angaria. Vedi nel Dufresne i tanti esempi dell’uso di questa voce, che ora è comune ai nostri italiani dialetti.
  53. È questa quella bonaccia che suol quasi sempre succedere alle tempeste politiche. La storia ci dimostra di continuo, che anco i distruttori delle nazioni si saziano del sangue, e si stancano delle stragi e delle violenze. È naturale che da uno stato di avidità e di ferocia, cessati che siano gli ostacoli alla soddisfazione di queste passioni, cerchi l’animo umano di comporsi alla quiete. Se a ciò avesse pensato il Card. Baronio, anzichè chiamar l’elogio fatto da Paolo ai Longobardi una adulazione e una falsa lode, avrebbe trovato motivo di giudicar sincera la sua narrazione.
  54. Solidos. Intorno al diverso valore di questi denari è da vedersi il Dufresne alla detta voce. Dalla voce solidus è derivato l’italico soldo.
  55. De Italia exterminaret.
  56. Ob Langobardorum detrimentum.
  57. Brexillum, o Brixellum, città situata alla sinistra della via Emilia a retta linea di Modena, da settentrione a mezzodì.
  58. Idoneus forma. La bellezza della statura fu sempre riputata presso le nazioni non civili un titolo di dominio.
  59. Quos juvabat.
  60. Ho pensato di collocare qui sotto l’epitafio nel suo originale, affinchè il lettore possa avere un’idea della latinità poetica di quel secolo. Oltre a ciò di niun onore ridonderebbe alla poesia italiana il possedere un così barbaro carme.
    Clauditur hoc tumulo, tantum sed corpore Droctulf,
         Nam meritis tota vivit in urbe suis.
    Cum Bardis fuit ipse quidem, nam gente Suavus;
         Omnibus et populis inde suavis erat.
    Terribilis visu facies, sed mente benignus,
         Longaque robusto pectore barba fuit.
    Hic et amans semper Romana et publica signa,
         Vastator gentis adfuit ipse suae.
    Contemsit caros, dum nos amat ille, parentes,
         Hanc patriam reputans esse Ravenna suum.
    Hujus prima fuit Brexelli gloria capti;
         Quo residens cunctis hostibus horror erat.
    Qui Romana potens valuit post signa juvare
         Vexillum primum Christus habere dedit.
    Inde etiam retinet dum Classem fraude Feroaldus,
         Vindicet ut Classem, classibus arma parat.
    Puppibus exiguis decertans amne Badrino
         Bardorum innumeras vicit et ipse manus.
    Rursus et in terris Avarem superavit Eois,
         Conquirens Dominis maxima palma suis.
    Martyris auxilio Vitalis fultus ad istos
         Pervenit, victor saepe triumphat ovans.
    Cujus et in templis petiit sua membra jacere,
         Haec loca post mortem bustis habere juvat.
    Ipse sacerdotem moriens petit ista Joannem,
         His reddit terris cujus amore pio.
  61. Cioè dell’imperatore.
  62. Il Muratori mette questa lettera sotto l’anno 586.
  63. Ora Siviglia.
  64. Lavine e slavine son dette ancora nel dialetto Trevigiano quelle fenditure che si fanno nel terreno per cui rimane un vacuo profondo: ma più particolarmente così chiamasi quello smuoversi che fa la terra in pendio cadendo nel basso; perciò del terreno che si fende e minaccia staccarsi dall’alto e cadere al basso dicono i contadini: quel terren va de slavina. Onde quei glossatori, che dicono lavina da labina terra aquosa et mobilis ragionano secondo l’idea che è intesa dal popolo che fa uso di questa parola. Ma il Dufresne forse meglio s’addentra nel termine pensando che derivi dal vocabolo Retico Lowin, significante quei massi di neve che si staccano e piombano dalla sommità delle alpi. Quindi alterandosi la voce, si disse dai Francesi Lavine e Ravine. Di fatto anco i nostri Trevigiani pedemontani dicono a quei massi di neve che cadono dalle cime de’ monti levine o revine. Anzi un villaggio posto al cominciar dell’erta di un monte vicino a Serravalle del Trivigiano, presso cui al di dietro ed ai fianchi cadono spessissimo tali massi or di terra or di neve, si chiama, propriamente Ravine, o Revine.
  65. L’originale Destructa sunt itinera, dissipatae sunt viae.
  66. Presentemente è opinione generale che le grandi inondazioni dei fiumi nell’Italia settentrionale derivino dalle tagliate de’ boschi nelle alpi. La pioggia (si dice) nel cadere, quando è arrestata dai rami e dalle frondi degli alberi, scola lentamente pei tronchi sul terreno, dove ancora trattenuta dallo strame, dai cespugli e da tutti quegl’inciampi, di cui sono piene le selve, parte si disperde, e parte con tardo moto si dirige all’alveo de’ fiumi e de’ torrenti; i quali per conseguenza raccolgono un minor volume di acqua, e scorrono con minore velocità di quello che non farebbero se le pioggie giungessero loro rapidamente dal declivio dei monti, senza il freno dei predetti ostacoli: onde dalle dette tagliate de’ boschi si ripetono i grandissimi danni apportati dai torrenti e dai fiumi alle nostre sventurate campagne. Io parlo specialmente col linguaggio de’ popoli che sono terribilmente minacciati dal Tagliamento, il quale pur troppo tiene in continue palpitazioni il cuore degl’industri abitatori delle sue sponde. Ma all’occasione di questa straordinaria inondazione, descritta dal nostro autore, mi vien d’osservare, che se mai vi fu un tempo in cui non solo i monti, ma eziandio le grandi pianure fossero coperte di densissimi boschi, lo fu certamente ne’ secoli barbari. Basti il leggere quanto dice il Muratori nella Dissert. 21 delle Antich. Ital., dove si troveranno quanti documenti storici si vogliono della selvatichezza fisica dell’antica Italia. “Veggansi (dice il Muratori stesso) le vecchie carte Italiane: vi si troveranno innumerabili selve, delle quali più non rimane vestigio”. Citerò con esso lui un passo di Sidonio Apollinare Epist. V. lib. 1. dove si trova che anco le stesse rive de’ fiumi erano tutte munite di boschi. Egli dice d’aver veduto caeruleum Addam, velocem Athesim, pigrum Mincium etc., quorum ripae, torique passim quernis acernisque nemoribus vestiebantur. E molti paesi accenna il sempre lodato Muratori piantati di determinati alberi, i nomi de’ quali durano tuttora, come Cereto, Laureto, Rovereto, Saliceto, Albareto, Persiceto, Frassineto ec., ed anco nel Friuli, per portar un esempio, v’ha più d’un villaggio che chiamasi Nogareto. Ora se fra tanta moltitudine di selve nell’alto e nel piano, la storia parla di tali inondazioni, di cui presentemente (a fronte dei nostri gravi disastri) non ne abbiamo mai conosciute di somiglianti, come si potrà asserire che le ruine annuali prodotte dai fiumi nell’età nostra, debbano ripetersi dalle tagliate dei boschi? Io non saprei che rispondere come fisico; ma se io alle teorie de’ fisici oppongo fatti, attendo io stesso dalla loro scienza una ragionevole e convincente risposta. Chiuderò col partecipare ai lettori, che il sig. Cattinelli colonnello pensionato della Gran-Bretagna, il quale occupossi ultimamente di prendere il livello di tutti i fiumi del Friuli, mi comunicò di aver in idea di stendere la storia di tutte le grandi inondazioni avvenute in Italia dalla fondazione di Roma fino a nostri giorni. Se ciò egli eseguisce si offeriranno gran materiali all’esame de’ chiari intelletti, che al nostro tempo portando ad un sì alto punto di elevazione le scienze fisiche, e in particolare l’idraulica, bene meritarono non solamente della loro patria, ma eziandio di tutto il mondo civile.
  67. Rivedi la nota 1, al cap. 26. del lib. 2.
  68. Il testo a cunctis generaliler electus est. In questo voto concorsero il clero, il senato ed il popolo. (Murat. ibid.) pag. 530.
  69. Severo era vescovo di Trieste, e Vindemio di Ceneda.
  70. È chiaro che dopo quell’epoca di cui si parla, questo arcivescovo deve aver abbiurato il suo errore.
  71. Qui Paolo mostra di essersi dimenticato dell’errore, in cui era caduta la chiesa Aquilejese. Probabilmente per una simile osservazione in parecchi testi mss. della nostra Storia furono omesse queste parole a Daemonio non injuste correctus.
  72. Il concilio Mariano ha posto in imbarazzo il Padre Beretti. Porta egli in campo le opinioni di altri scrittori sull’erroneità della lezione del testo. V’ha chi suppone doversi leggere Maniacum (Maniago) invece di Marianum; ma i migliori critici pensano che debba leggersi Maranum; luogo prossimo ad Aquileja, posto sul mare a circa 20. miglia di distanza da Udine, che avea un’antica celebrità sotto Roma, e che si sa essere stato conquistato e tenuto in gran conto da Attila, dove stanziò per tre anni durante l’assedio d’Aquileja, ritraendo le vettovaglie pel suo esercito dai luoghi dell’Istria, che avea precedentemente occupati (Jacop. Valvason Stor. del Friuli mss.). A Marano adunque, dicono alcuni, ed anco senza esitanza il Muratori, essersi tenuto questo concilio. Di fronte però a tali dottissimi uomini io devo porre il seguente periodo tratto dalla sopra citata storia mss. del Valvason, lasciando alle altrui cognizioni un definitivo giudizio. Ecco il periodo. “Severo di Ravenna, dopo Elia fu assonto al pontificato, il quale raunò un concilio nazionale di X. vescovi, Pietro d’Altino, Clarissimo di Sabione, Angelo di Trento, Junio di Verona, Ortensio di Vicenza, Lorenzo di Belluno, Rustico di Trevigi, Fonteio di Feltre, Angelo di Ceneda, Massenzio di Castro Giulio, ed Adriano di Pola, in città Nova, terra dell’Istria, allora detta MARANENSE, e dagli antichi AEMONIA, dov’ egli si ritrattò ec. Da quella terra Maranense, non potrebbe forse esser detto quel concilio Mariano? Dall’indicazione poi di Severo, come Ravennate, si spiega il motivo per cui l’esarca Smaragdo venne a Grado a farlo prigione, sul qual motivo stette in forse lo stesso Muratori (ibid. pag. 522.); ed è, perchè essendo sacerdote di quella città, avea aderito ad uno scisma riprovato dalla fede dei Ravennesi.
  73. Il nostro testo: Petrus de Altino clarissimus; ma altri intende che debba essere scritto: Petrus de Altino, Clarissimus ec. E ciò forse per voler trovare il numero di dieci personaggi, legando coi dieci vescovi sopra accennati.
  74. Secondo il Beretti Asolo.
  75. Il nostro testo de Lunensis; altri Velunensis, la quale ultima lezione uniformandosi a Belunensis per l’antica promiscuità delle lettere B, e V, deve essere preferita.
  76. Questo capitolo presenta un senso molto contorto. Non si conoscono chiaramente i primi vescovi indicati col numero di dieci. I secondi poi, de’ quali son riferiti i nomi, essendo essi pure in numero di nove o dieci riprovatori di quello scisma, aggiunti agli ultimi nominati, formerebbero il numero degli assistenti al concilio maggiore di quello che è sopra annunziato. Se poi si vogliono ritenere come intervenuti i soli ultimi, allora, in iscambio di dieci, i vescovi non rimangon che cinque. Qui certamente v’è qualche incaglio nato per mala cura degli scrittori de’ testi. Il passo del Valvason, da me riportato in nota nella pag. antecedente deve essere valutato per molto rischiaritivo del presente capitolo; tanto più che ajuta eziandio l’opinione del Muratori (ibid.), il quale mostra di non credere la ritrattazione dei predetti vescovi, perchè quelli di Sabione, Belluno, Concordia, Trento, Verona, Vicenza e Trevigi si dichiararono piucchè mai pertinaci propugnatori di quello scisma.
  77. Il nostro testo Amacina, ma è da preferirsi Comacina. Quest’isola era un luogo forte nel lago di Como.
  78. Fu vescovo di Trento.
  79. L’originale senior.
  80. L’originale proprie.
  81. Il nostro testo: candido crine perfusus. Altri flava caesarie.
  82. Questa piccola scure richiama il passo di Tacito intorno all’armatura dei popoli della Germania: frameas gerunt augusto et brevi ferro (ibid. 6.). I commentatori disputarono della forma di quest’arme detta con vocabolo germanico framea. Isidoro così la definisce: framea gladius ex utraque parte acutus, quam vulgo spatham vocant. Ipsa est et romphaea. Ma nulla resta più da congetturarsi da poi che fu trovata la framea nel tesoro sepolcrale Merovingico presso Verdun, nell’anno 1740., e che fu trasportata nel Museo Schoepfliniano. Nella descrizione del Museo alla p. 146. è indicata la differenza che passa fra l’asta e la framea; la quale ultima è uno stromento, della forma di quello che oggi in lingua germanica chiamasi Pfriem. Io opino che la securicula di Paolo sia appunto la stessa framea, non già una piccola scure; stantechè il re dovea tenere in mano uno strumento guerriero del costume della sua nazione: la forma dovea essere in qualche modo a guisa d’asta; il che si desume dalle immagini espresse nel testo da me seguito: securiculam .... fixit, eamque fixam reliquit.
  83. Il nostro testo feritam: altri ictum seu feritam: ed altri ancora feritatem. Per ferita nelle leggi Longobarde Tit. III. 5. e Tit. X. 3. s’intende pluga, ossia ictus. Ognuno sa che questa voce in tutta la sua integrità passò alla lingua italiana.
  84. Il nostro testo eum comitabantur: altri cum eo erunt et comitabantur.
  85. Il campo di Sardi (campus Sardis) nella carta del Beretti è posto alla metà circa di distanza fra Verona e Trento.
  86. Cioè il giorno 15.
  87. Altri aruspicinae peritum. I Germani, più che verun’altra nazione, osservavano gli auspicj e le sorti: Auspicia, sortesque ut qui maxime observant (Tacit. ibid. 10.). Ma ne’ loro costumi stava più di tutto l’osservare i nitriti e i fremiti de’ cavalli bianchi, alimentati nelle selve e intatti da ogni mortale fatica, come si può vedere in Tacito all’articolo sopra citato. È qui da notarsi, che l’aruspice di Agilulfo fece il presagio secondo la divinazione degli antichi Romani, cioè osservando la caduta del fulmine: il che prova che sì nella religione, come anco nella superstizione, alle opinioni de’ Barbari a poco a poco si conglutinavano quelle de’ popoli conquistati.
  88. Ultum iri: altri se ulturum.
  89. La ingiuria ricevuta fu la seguente: Childeberto mandò a Maurizio Bodegesillo, Evanzio e Grippone. Questi essendo approdati a Cartagine, avvenne che un servo di Evanzio tolse a un mercatante un monile. Questo mercatante non avendo potuto ricuperare il suo colle preghiere, prese violentemente quel servo e l’uccise. Saputosi l’omicidio dal prefetto venne agli ambasciadori scortato da buon numero di milizia, e nata una rissa fra esso e i detti ambasciatori, Bodegisillo ed Evanzio furono uccisi da quei soldati. Allora Grippone ricorse all’imperatore lagnandosi della violazione del diritto delle genti e dei trattati di pace; onde per questo motivo Maurizio promise a Childeberto di vendicare la morte de’ suoi legati (Ved. Murat. Rer. Italic. l 1. pag. 450.).
  90. Il testo importune.
  91. Del castello di Bilitone scrive il Claverio (Ital. antiqua lib. 1. cap. 14.) essere quel medesimo, che è situato alle radici dell’alpi Retiche sopra il lago Verbano (che volgarmente dagli abitatori dicesi Lago maggiore); e che con vocabolo un poco più alterato ora chiamasi Belizona e Belinzona. Poichè il suono della voce lo indica, si deve ritenere la nostra lezione Bilitonis, in confronto dell’altra Libitionis.
  92. Il nostro testo emiņus: altri omnes.
  93. Tredecim ducibus: Altri tredecim millibus.
  94. L’origin. laevam Italiam. Cedino passò pei castelli dei Grigioni Coira e Chiavenna.
  95. Maletum. Altri Maletunum, e Sermosanum.
  96. Altri Sermosana, o Sermiana.
  97. Appianum: Altri Api panii.
  98. Altri Cumbra, Britianum, o Brixianum.
  99. Volenes: Altri Belones, Bulonesene, Mase, Volaernes.
  100. Il Cluverio (Ital. antiqu. lib. I. cap. 15.) congettura che debba leggersi Volenes, o Malsesene, castello che anche oggi si vede in riva del Benaco fra Brentino, e Brentonico, si chiama appunto Malsesene. Lo stesso Cluverio (cap. 16.) confessa di nulla poter dire di Cimbra. Tesana poi è quello che volgarmente si dice Tessina fra Feltre e Trento. In mezzo di questi sta Viviano, non Vitiano, come male si legge nel testo. Appiano posto sopra Trento ora si chiama Altiano. Semiana poco distante da Feltre presso al fiume Cismone chiamasi al presente Meàn. Fagitana è forse il villaggio oggi detto Faiàn presso Feltre; Volene è un altro villaggio sull’Adige sopra Verona vicino alla Chiusa, detto ora Volagne, e Volargne. Ferruge finalmente, forse Verruca, è, secondo il medesimo Cluverio, Castel della Pietra.
  101. Sabione o Savione, di cui si parla al c. 26. di questo libro, è oggi un piccolo castello lontano circa dieci miglia da Brixen, e che chiamasi volgarmente Saben (Cluver. loc. cit.).
  102. L’originale aeris incommoditatem.
  103. Il Muratori (Rerum Italic. ibid. pag. 451.) porta un tratto di una dissertazione di Camillo Pellegrino sul tempo della istituzione del ducato di Benevento, nella quale dietro alcune riflessioni è scartato come favola il racconto di Paolo. Per altro il Muratori (ibid.) alle obbiezioni del Pellegrino soggiunge: At haec, utcumque optimi judicii minime Paulo fidem abrogant. Il Gibbon conferma la sussistenza della predetta colonna, chiamata dai Geografi antichi columna rhegina, e sanziona pur col suo assenso, appoggiato a parecchi documenti storici, la narrazione del nostro autore.
  104. Lottano i cronologisti sull’anno della fondazione del ducato di Benevento. Il Caraccioli (In Propilaeo ad 4. Chronolog.) la pone nell’anno 571. e a ciò aderisce il Muratori (ibid. pag. 452.), che adduce alcuni fatti anteriori, dai quali apparisce che i Langobardi aveano corso per l’Italia Trausteverina molto tempo prima di quello che Paolo, per le narrazioni popolari, ne sia stato persuaso.
  105. Propter discurrebat. Altri qui prope; ed è più netta lezione.
  106. Il ciborio qui descritto, a mio credere, non è il vaso nominato da Orazio (lib. 2. od. 7.), come vogliono alcuni interpreti di questo luogo di Paolo
                             Obliviosa laevia Massico
                   Ciboria exple
    Il qual arnese era fatto a guisa di foglie di colocasia, o come vuole il Vossio a modo di fave d’Egitto. Nel lessico latino-barbaro, alla detta voce, è citato un glossario di storia ecclesiastica, da cui apparisce, che per ciborio nel medio evo intendeasi un coperchio sostenuto da quattro colonne, sotto cui eravi l’arca e i cherubini, come si fa in molti luoghi sopra i corpi de’ santi. Anche Gregorio di Tours fa cenno di questo (lib 1. de mirac. c. 28.): Habet enim quatuor (columnas) in altari praeter illas, quae ciborium (s. Petri) sustentant. È da osservarsi nella configurazione di tali lavori, la novella fisonomia che avea impresso alle arti il costume cristiano.
  107. Il nostro testo Cavallonno. Ora Chalon sur Saone. Questa città fu edificata dallo stesso Guntranno.
  108. Cioè il dì 5.
  109. Qui ebbe principio l’Indizione nona, sotto cui v’ha una lettera di s. Gregorio papa a tutti i vescovi d’Italia, dalla quale si conosce un empio editto del re Autari fatto poco prima della sua morte. Nella detta lettera si leggono le seguenti parole: Il nefandissimo Autarit nella prossima passata solennità Pasquale proibì che si battezzassero nella fede cattolica i figliuoli dei Langobardi; onde per questa colpa sua Divina Maestà lo fece morire (Murat. Rerum Italic. ib. p. 453.). Il citato Muratori (Annal. d’Ital. tom. cit. ibid. p. 537.) osserva circa il titolo di nefandissimo dato ad Autari, che i Romani così parlavano dei Longobardi, perchè troppe offese aveano ricevute: e che quantunque anche i Goti fossero Arriani, tuttavia di loro discorreano diversamente, perchè erano sudditi di essi.
  110. Da questo prese nome il paese della Lomellina, alcune miglia lungi da Pavia (Murat. Annal. ib.).
  111. In proposito delle virtù di Teodelinda, e dell’arbitrio che la nazione de’ Longobardi le lasciò di dichiarare per suo marito, e per re colui che più le piacesse, il Gibbon espone la seguente riflessione: Questo fatto dimostra che i Longobardi quantunque possedessero la libertà di eleggere il loro sovrano, aveano il buon senso di non usare ad ogni volta di questo pericoloso privilegio (Stor. della Decadenza ecc. cap 45.). A questo medesimo luogo lo storico inglese si unisce al Giannone (Stor. civ. di Nap. I. I. pag. 263.), nel biasimare il Boccaccio, per aver nella novella seconda della terza Giornata, senza motivo, o pretesto, contro ogni verità presentata la regina Teodelinda nelle braccia d’un palafreniere. Io non mi farò ad encomiare il troppo lubrico racconto del nostro maggior prosatore; ma dirò col ch. ab. Colombo nell’osservazioni istoriche sopra il Decamerone (vol. 3. pag. 4. Parma 1813.) che il fallo da messer Giovanni immaginato, anche essendo vero, non macchia per nulla l’onestà di quella Lucrezia, essendochè egli descrive la detta regina nella piena fede di non aver conosciuto altri che suo marito. Basti qui addurre la testimonianza che fa lo stesso Boccaccio di lei, dicendo che fu bellissima donna, savia et onesta molto, ma male avventurata in amadore.