Italiani illustri/Appendice D

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Appendice D

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Appendice C Barnaba Oriani

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APPENDICE D (pag.125)


L’Istituto Italiano e la Crusca.

Il solo nome di Vocabolario della lingua eccita idee di rissa, di cavillo, di quistioni che avrebbero il difetto di essere sterili, se non avessero la colpa di essere irritanti; e in Lombardia principalmente ricorda litigi, rinnovatisi a più riprese, e combattuti da paladini spesso robustissimi, di rado cortesi. Mi guarderò bene dal ridestare queste sciagurate guerrieciuole, nelle quali, se anche l’intelletto si affina e acquista pieghevolezza, il carattere s’inacerbisce, e spesso l’animo si deprava. Ma poichè non ho mai compreso che cosa guadagnino le buone cause col rimpiccinire e avvilir i loro avversarj, riconobbi non inopportuno il narrare come, in occasione della Proposta di aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca, sottigliandosi sulle frasi come si suole nei dissensi, afferraronsi quelle del Monti, ove diceva il lavoro suo essere stato “favorito in ogni modo ed eccitato, anzi pur comandato dal Governo”. Persone in gran fama di liberalità ne dedussero che il Governo austriaco avesse a bella posta sollecitato il Monti a quell’opera, affine di seminar zizzania tra le provincie italiane1. Questa nota metterà il vero in luce, e mostrerà una volta di [p. 164 modifica]più che i partiti non sogliono discernere fra le armi con cui ledere il nemico.

È notissimo che l’Accademia della Crusca, originata dalla Fiorentina, parlò primamente nel 1591 d’un vocabolario, e nel 1606 l’avea quasi compito; nel 1612 era stampato, ristampato poi nel 1623, nel 91, nel 1729-38.

Il granduca Leopoldo I aggregò alla Crusca l’Accademia Fiorentina e quella degli Apatisti, sotto il nome complessivo di Fiorentina; ordinando due deputazioni di venti accademici ciascuna, una delle quali attendesse alla storia della legislazione e pubblica economia, l’altra alla lingua toscana. Tutto ciò fu sommerso nel vortice della Rivoluzione; poi col decreto 2 settembre 1808 fu creata ancora un’Accademia Fiorentina, divisa in tre classi, del Cimento, del Disegno, della Crusca. È perchè l’esser la Toscana aggregata all’Impero Francese non desse a credere verrebbe negletta la lingua del sì, fu decretato un premio di 500 napoleoni, da conferirsi, a giudizio dell’Accademia, ad opera di merito sublime, scritta da letterato italiano; o in difetto, si dividerebbe tra i migliori concorrenti in prosa e in verso.

L’amor di guadagno e di gloria e la facile presunzione del proprio merito fecero presentare al concorso ben sessanta opere: e il premio andò diviso tra L’Italia avanti il dominio de’ Romani del Micali, la Polissena di G. B. Niccolini, e le Nozze di Giove e Latona del Rosini: concedeasi onorevole menzione a tragedie del Malachisio di Como, al Pagnini e al Regis torinese per la traduzione delle Epistole d’Orazio e della Ciropedia; al Camedo per la Storia letteraria ai posteri; al Cesari pel Dialogo delle Grazie, e al Botta per la Storia della guerra dell’indipendenza. Queste due ultime opere salvaronsi dall’obblio che inghiottì il più delle altre, ma è memorabile come la Crusca sgradisse la storia del Botta pel sovrabbondarvi di riboboli e di vecchiume, di cui taluni la suppongono invece propagatrice2.

Milano, metropoli del bello italo regno, allora aspirava al primato su tutta la penisola; e i lauti impieghi e il favore de’ ministri vi chiamavano quantità di letterati, che spalleggiantisi in poderosa consorteria, imponeano la propria opinione. Cominciarono essi a tacciar la Crusca di municipalismo, perchè a tre toscani avesse decretato il premio, e massime contro il Rosini sollevarono tale opposizione, che non gli fu confermato quell’onore3. [p. 165 modifica]

Gli offesi strillarono; rinfacciarono ai nostri che verun lombardo di quei che andavano per la maggiore, avea concorso; che de’ concorrenti erasi [p. 166 modifica]tenuto conto, fossero di qualunque paese4: ma i Milanesi aveano voce più grossa, il che ne’ litigi vai meglio che l’averla più giusta: sapeano già [p. 167 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/177 [p. 168 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/178 [p. 169 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/179 [p. 170 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/180 [p. 171 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/181 [p. 172 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/182 [p. 173 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/183 [p. 174 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/184 [p. 175 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/185 [p. 176 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/186 [p. 177 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/187 [p. 178 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/188 [p. 179 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/189 [p. 180 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/190 [p. 181 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/191 [p. 182 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/192 [p. 183 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/193 [p. 184 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/194 [p. 185 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/195 [p. 186 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/196 [p. 187 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/197 [p. 188 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/198 [p. 189 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/199 [p. 190 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/200

  1. Oltre l’atrabiliare Niccolini e socj, nel giornale di Firenze La Gioventù del 31 ottobre 1862 leggo: — Dorrà sempre all’Italia che V. Monti, che capitanava quella guerra sleale, il facesse per fini non troppo onesti, come apparisce dalla lettera (così non l’avesse scritta) ch’egli, ecc. ». Alludesi alla lettera sua del 6 agosto 1826 al marchese Trivulzio, ove vecchio e apopletico lo pregava ottenergli dal Governo austriaco la pensione di storiografo, e, fra altri argomenti, volea facesse sentire a S. M. «che il miserabile stato in cui sono caduto procede, a giudizio de’ medici che mi hanno curato (e giuro che non s’ingannano), da soverchio sforzo di applicazione nell’attendere per otto anni continui, con tanto consumo di mente, ad un’opera dal Governo medesimo comandata, senza alcuna rimunerazione, e senza altro frutto per me che la intima convinzione d’aver reso colla Proposta un gran servigio all’italiana letteratura, e fatto onore alla suprema autorità che l’ha comandata. E se facesse duopo una dichiarazione dell’Istituto, che il peso a lui imposto direttamente, la riforma cioè del Vocabolario, scaricò tutto sulle mie povere spalle, anche questa dichiarazione si otterrà, e apparirà sempre più chiaro che, per zelo di servire con lodi alle superiori intenzioni, io vi ho rimesso la vita».
  2. Nell’edizione della Storia dell’indipendenza americana fatta a Milano (Ferrari 1819), furono poste da 500 correzioni di lingua, principalmente levandone molti francesismi, per cura del prof. Antonio Maria Robiola, piemontese, e accettate dall’autore, come appare da lettere di esso Botta che stanno nella raccolta del Trinchera. Quanto agli arcaismi, sono strane le ragioni che il Botta ne adduce nell’avvertimento anteposto ad essa edizione. Fatto è che, nell’edizione fattane dal Bettoni, si dovette metter in fondo una lunga lista di parole antiquate, colla loro spiegazione neppur sempre certa.
  3. Il prof. Giovanni Rosini che, quando scriveva, non valea nulla più di noi, era uno dei più felici parlatori, e raccontava vivacissimamente un’infinità d’aneddoti sopra i letterati nostrali e avveniticci, che avea conosciuti nella lunga sua vita. Io l’eccitai più volte a stendere le sue Memorie, che sarebbero valse ben meglio de’ suoi romanzi. Ho molte lettere sue, da cui levo alcune particolarità appunto di battibecchi letterarj.
    — Nel 1809 dovei scrivere l’orazione d’apertura agli studj in una notte, perchè Elisa granduchessa la volle in italiano. Le piacque, e mi disse la sera ad una conversazione il granscudiere che la stampassi e gliela dedicassi. Nella lettera che precede la consigliai di dar opera alla formazione d’un nuovo Vocabolario italiano. Le piacque il consiglio: ne commise un rapporto, che io composi di concerto col suo secretano e il dottore Anguillesi, impiegato nella sua secreteria. Il rapporto andò al ministro Montalivet: egli sentì Ginguené e Botta, e l’imperatore ordinò 1° la ripristinazione della Crusca in Firenze per formare il Vocabolario; 2° stabilì un premio di 20,000 franchi annui da darsi in Firenze a un’opera d’un merito superiore o in poesia o in prosa; in mancanza di essa, ordinò che si dividesse il premio in tre parti: due per due opere in versi, una per una in prosa. La granduchessa aprì subito il concorso, e prima della nomina definitiva dei dodici membri della Crusca, elesse una Commissione, composta del Mozzi presidente dell’Accademia fiorentina, Fiocchi peritissimo nella lingua, Zannoni bibliotecario della Magliabechiana, Lessi e Baldelli assai istrutti, e Furia bibliotecario della Laurenziana. Sessanta furono le opere mandate al concorso. Le due di maggiore importanza erano L’Italia avanti i Romani del Micali, e La Storia d’America del Botta: ma nessuna delle due fu giudicata degna del premio intero. In questo venne a Firenze il Bossi, colle istruzioni di riferire alla conversazione del Paradisi, la quale aveva già stabilito di far sì che il premio di 20,000 franchi fosse dato per distribuirsi all’Istituto di Milano, e aveano concertato che, qualunque fossero le opere, avrebbero fatto la guerra ai giudici e premiati.
    «Io intanto aveva scritto il canto delle Nozze di Giove e Latona e mandato al Monti, come da scolaro a maestro, e più come al compare di mia figlia, perchè me ne dicesse il parer suo; e intanto avea scritto il 2°, 3° e 4° canto che mandai al concorso. Il Bossi tornò da Firenze, ed annunziò il nome dei tre premiati, Micali, Niccolini ed io, all’unanimità. Il Monti (chi lo crederebbe?) diede l’esemplare del 1° canto al Lampredi, dichiarato Argillano di quella rivolta, per farlo strapazzare in una gazzetta: e non contento di ciò, sapete come ne scrisse al Tambroni. Il bello però fu che il Lampredi, in Milano e sempre ai crini del Monti, biasimava il principio,

    Era già cheto il rimbombar del tuono,

    non ricordandosi il principio della Bassvilliana,

    Già vinta dell’inferno era la pugna.

    «Il Lampredi scrisse un libretto senza senso comune; quindi tre articoli nel Poligrafo; il Paradisi due libelli, il Lamberti la famosa lettera di Clevaste Parnesio, e sino quel buffone di Rossi di Reggio una parodìa del 1° canto. Dal libretto del Lampredi e da una gazzetta di quel tempo apparisce che quei signori voleano esser premiati senza concorrere. E la cabala e l’influenza del’ Paradisi sull’Aldini ministro a Parigi poterono tanto, che ottennero dall’imperatore un vero giuoco di bussolotti, con un decreto che portava: «Vista l’opinione del giurì di Firenze, che propone 10,000 franchi, ecc., se ne rimette il giudizio definitivo all’intero Istituto di Firenze» (che era stato nominato in quel tempo da Cuvier, Degerando e Janet).
    «Or qui cominciali le dolenti cose. Il Micali con quattro tomi e l’Atlante, paragonati a due librettini come era il mio poemetto e la Polissena del Niccolini, ci volse le spalle per tentare se al nuovo giudizio otterrebbe il premio intero: e l’avvocato Collini (che avea mandato al concorso una sua opera di legislazione, la quale non aveva ottenuto neppur la menzione onorevole), eletto dell’Istituto, per vendicarsi ritirò l’opera e si assise giudice de’ suoi vincitori. Fu concertato tra i Milanesi e lui che si cercherebbe di persuadere i nuovi giudici di non dar nulla a nessuno. Voi vedete, conoscendo gli uomini, qual era il nostro pericolo. Io, per prepararmi alla catastrofe più che probabile, stesi il piano d’una farsa, intitolata Primo e secondo giudizio, in due atti e in versi; e di cui, per farvi ridere, voglio trascrivere un terzetto. Al Micali, allora amico, io aveva detto che, in questo affare, non ci erano di solido che i 3300 franchi, il resto era fumo. Divenuto nemico, si serviva di questo scherzo per dir male di Niccolini e di me. Ecco che cosa gli ponevo in bocca:

    Micali e due bidelli dell’Accademia della Crusca.

    Micali.

    Quello poi che più mi stomaca
    È il trovarmi in concorrenza
    Di poeti con un paro
    Senza fama nè decor,
    Che più stimano il denaro
    Della gloria e dell’onor.

    Un Bidello.

    Oh sublimi sensi e bei
    Di chi presta al trentasei,
    E col pegno nelle man!

    L’altro.

    Sempre peggio è degli ebrei
    Se ti scortica un Cristian.

    Per varj mesi fummo in preda alle male arti, che infine soggiacquero alla giustizia

  4. Nel concorso del 1813 si premiarono il Mengotti per l’opera Sulle acque correnti; il Pindemonti pei discorsi aggiunti all’Arminio; il Colombo pel trattatello Sulle doti d’una colta favella. Nel premiare il Mengotti l’Accademia gli scriveva che «se in vigor della sua istituzione, apprezzar doveva ogni libro che disteso fosse in bello e purgato stile toscano, ragion volea che più estimasse quelli che, in un col pregio della lingua, si avessero l’importanza dell’argomento, e manifestassero sommo ingegno ne’ loro autori».