Il libro del Cortegiano/Libro quarto

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro Quarto

../Libro terzo ../Varianti IncludiIntestazione 2 gennaio 2022 75% Da definire

Libro terzo Varianti

[p. 240 modifica]

IL QUARTO LIBRO DEL CORTEGIANO

del conte baldesar castiglione

A MESSER ALFONSO ARIOSTO


I. Pensando io di scrivere i ragionamenti che la quarta sera dopo le narrate nei precedenti libri s’ebbero, sento tra varii discorsi uno amaro pensiero che nell’animo mi percuote e delle miserie umane e nostre speranze fallaci ricordevole mi fa1; e come spesso la fortuna a mezzo il corso talor presso al fine rompa i nostri fragili e vani disegni, talor li summerga prima che pur veder da lontano possano il porto. Tornami adunque a memoria che non molto tempo dapoi che questi ragionamenti passarono. privò morte importuna la casa nostra di tre rarissimi gentilomini, quando di prospera età e speranza d’onore più fiorivano. E di questi il primo fu il signor Gaspar Pallavicino, il quale, essendo stato da una acuta infirmità combattuto, e più che una volta ridutto all’estremo, benché l’animo fosse di tanto vigore che per un tempo tenesse i spiriti in quel corpo a dispetto di morte, pur in età molto immatura fornì il suo natural corso: perdita grandissima non solamente alla casa nostra ed agli amici e parenti suoi, ma alla patria ed a tutta la Lombardia. Non molto appresso morì messer Cesare Gonzaga, il quale a tutti coloro che aveano di lui notizia lasciò acerba e dolorosa memoria della sua morte; perché, producendo la natura così rare volte come fa tali omini, pareva pur conveniente che di questo così tosto non ci privasse; chè certo dir si può, che messer Cesare ci fosse a punto ritolto quando cominciava a mostrar [p. 241 modifica] di sè più che la speranza, ed esser estimato quanto meritavano le sue ottime qualità; perchė giả con molte virtuose fatiche avea fatto buon testimonio del suo valore, il quale risplendeva, oltre alla nobilità del sangue, dell’ornamento ancora delle lettere e d’arme, e d’ogni laudabil costume; tal che, per la bontà, per l’ingegno, per l’animo e per lo saper suo non era cosa tanto grande, che di lui aspettar non si potesse. Non passó molto, che messer Roberto da Bari esso ancor morendo molto dispiacer diede a tutta la casa; perchè ragionevole pareva che ognun si dolesse della morte d’un giovane di buoni costumi, piacevole, e di bellezza d’aspetto e disposizion della persona rarissimo, in complession tanto prosperosa e gagliarda quanto desiderar si potesse.

II. Questi adunque se vivuti fossero, penso che sariano giunti a grado, che ariano ad ognuno che conosciuti gli avesse poluto dimostrar chiaro argomento, quanto la Corte d’Urbino fosse degna di laude, e come di nobili cavalieri ornata; il che fatto hanno quasi tutti gli altri, che in essa creati si sono; chè veramente del Caval Trojano non uscirono tanti signori e capitani, quanti di questa casa usciti sono uomini per virtù singolari, e da ognuno sommamente pregiati. Chè, come sapete, messer Federico Fregoso fu fatto arcivescovo di Salerno; il conte Ludovico, vescovo di Bajous; il signor Ottaviano, duce di Genova; messer Bernardo Bibiena, cardinale di Santa Maria in Portico; messer Pietro Bembo, secretario di Papa Leone; il signor Magnifico al ducato di Nemours ed a quella grandezza ascese dove or si trova; il signor Francesco Maria Rovere, prefetto di Roma, fu esso ancora fatto duca d’Urbino: benchė molto maggior laude attribuir si possa alla casa dove nutrito fu, che in essa sia riuscito cosi saro ed eccellente signore in ogni qualità di virtù come or si vede, che dello esser pervenuto al ducato d’Urbino; nė credo che di ciò piccol causa sia stata la nobile compagnia, dove in continua conversazione sempre ha veduto ed udito lodevoli costumi. Però parmi che quella causa, o sia per ventura o per favore delle stelle, che ha così lungamente concesso ottimi signori ad Urbino, pur ancora duri, e produca i medesimi effetti; e però sperar si può che ancor [p. 242 modifica] la buona fortuna debba secondar tanto queste opere virtuose, che la felicità della casa e dello stato non solamente non sia per mancare, ma più presto di giorno in giorno per accrescersi: e già se ne conoscono molti chiari segni, tra i quali estimo il precipuo l’esserci stata concessa dal cielo una tal signora, com’è la signora Eleonora Gonzaga, duchessa nuova; che se mai furono in un corpo solo congiunti sapere, grazia, bellezza, ingegno, maniere accorte, umanità, ed ogni altro gentil costume: in questa tanto sono uniti, che ne risulta una catena, che ogni suo movimento di tutte queste condizioni insieme compone ed adorna. Seguitiamo adunque i ragionamenti del nostro Cortegiano, con speranza che dopo noi non debbano mancare di quelli che piglino chiari ed onorati esempii di virtù dalla Corte presente d’Urbino, così come or noi facciamo dalla passata.

III. Parve adunque, secondo che ’l signor Gasparo Pallavicino raccontar soleva, che ’l seguente giorno, dopo i ragionamenti contentuti nel precedente Libro, il signor Ottaviano fosse poco veduto; perchè molti estimarono che egli fosse retirato, per poter senza impedimento pensar bene a ciò che dire avesse: però, essendo all’ora consueta ridottasi la compagnia alla signora Duchessa, bisognò con diligenza far cercar il signor Ottaviano, il quale non comparse per buon spazio; di modo che molti cavalieri e damigelle della corte cominciarono a danzare ed attendere ad altri piaceri, con opinion che per quella sera più non s’avesse a ragionar del Cortegiano. E già tutti erano occupati, chi in una cosa chi in un’altra, quando il signor Ottaviano giunse quasi più non aspettato; e vedendo che messer Cesare Gonzaga e ’l signor Gaspar danzavano, avendo fatto riverenza verso la signora Duchessa, disse ridendo: Io aspettava pur d’udir ancor questa sera il signor Gaspar dir qualche mal delle donne; ma vedendolo danzar con una, penso ch’egli abbia fatto la pace con tutte; e piacemi che la lite o per dir meglio il ragionamento del Cortegiano sia terminato così.— Terminato non è già, rispose la signora Duchessa; perch’io non son così nemica degli uomini, come voi siete delle donne; e perciò non voglio che ’l Cortegiano sia defraudato del suo [p. 243 modifica] debito onore, e di quelli ornamenti che voi stesso jersera gli prometteste; - e così parlando, ordinò che tutti, finita quella danza, si mettessero a sedere al modo usato: il che fu fatto; e stando ognuno con molta attenzione, disse il signor Ottaviano: Signora, poichė l’aver io desiderato molt’altre buone qualità nel Cortegiano si batteggia2 per promessa ch’io le abbia a dire, son contento parlarne, non già con opinion di dir tutto quello che dir vi si poria, ma solamente tanto che basti per levar dell’animo vostro quello che jersera opposto mi fu, cioè, ch’io abbia così detto piuttosto per detraere alle laudi della Donna di Palazzo, con far credere falsamente che altre eccellenze si possano attribuire al Cortegiano, e con tal arte fargliele superiore, che perchè così sia; però, per accommodarmi ancor all’ora, che è più tarda che non suole quando si dà principio al ragionare, sarò breve.

IV. Così, continuando il ragionamento di questi signori, il qual in tutto approvo e confermo, dico, che delle cose che noi chiamiamo buone sono alcune che semplicemente e per sè stesse sempre son buone, come la temperanza, la fortezza, la sanità, e tutte le virtù che partoriscono tranquillità agli animi; altre che per diversi rispetti e per lo fine al quale s’indrizzano son buone, come le leggi, la liberalità, le ricchezze, ed altre simili. Estimo io adunque, che ’l Cortegiano perfetto, di quel modo che descritto l’hanno il conte Ludovico e messer Federico, possa esser veramente buona cosa, e degna di laude; non però semplicemente nė per sè, ma per rispetto del fine al quale può essere indrizzato: chè in vero se con l’essere nobile, aggraziato e piacevole, ed esperto in tanti esercizii, il Cortegiano non producesse altro frutto che l’esser tale per sé stesso, non estimarei che per conseguir questa perfezion di Cortegianìa dovesse l’uomo ragionevolmente mettervi tanto studio e fatica, quanto è necessario a chi la vuole acquistare; anzi direi, che molte di quelle condizioni che se gli sono attribuite, come il danzar, festeggiar, cantar e giocare, fossero leggerezze e vanità, ed in un uomo di grado piuttosto degne di biasimo che di laude: perchè queste attilature, imprese, motti, ed altre tai cose che appartengono ad intertenimenti di donne e d’amori, [p. 244 modifica] ancora che forse a molti altri paja il contrario, spesso non fanno altro che effeminar gli animi, corromper la gioventù, e ridurla a vita lascivissima; onde nascono poi questi effetti, che ’l nome italiano è ridotto in obbrobrio, nė si ritrovano se non pochi che osino non dirò morire, ma pur entrare in un pericolo. E certo infinite altre cose sono, le quali, mettendovisi industria e studio, partoririano molto maggior utilità e nella pace e nella guerra, che questa tal Cortegianía per sẻ sola; ma se le operazioni del Cortegiano sono indirizzate a quel buon fine che debbono e ch’io intendo, parmi ben, che non solamente non siano dannose o vane, ma utilissime e degne d’infinita laude.

V. Il fin adunque del perfetto Cortegiano, del quale insino a qui non s’è parlato, estimo io che sia il guadagnarsi, per mezzo delle condizioni attribuitegli da questi signori, talmente la benivolenza e l’animo di quel principe a cui serve, che possa dirgli e sempre gli dica la verità d’ogni cosa che ad esso convenga sapere, senza timor o pericolo di dispiacergli; e conoscendo la mente di quello inclinata a far cosa non conveniente, ardisca di contradirgli, e col gentil modo valersi della grazia acquistata con le sue buone qualità per rimoverlo da ogni intenzion viziosa, ed indurlo al cammin della virtù; e così avendo il Cortegiano in sė la bontà, come gli hanno attribuita questi signori, accompagnata con la prontezza d’ingegno e piacevolezza, e con la prudenza e notizia di lettere e di tante altre cose: saprà in ogni proposito destramente far vedere al suo principe, quanto onore ed utile nasca a lui ed alli suoi dalla giustizia, dalla liberalità, dalla magnanimità, dalla mansuetudine, e dall’altre virtù che si convengono a buon principe; e, per contrario, quanta infamia e danno proceda dai vizii oppositi a queste. Però io estimo che come la musica, le feste, i giochi e l’altre condizioni piacevoli son quasi il fiore, così lo indurre o ajutare il suo principe al bene, e spaventarlo dal male, sia il vero frutto della Cortegianía. E perchè la laude del ben far consiste precipuamente in due cose, delle quai l’una è lo eleggersi un fine dove tenda la intenzion nostra, che sia veramente buono; l’altra il saper ritrovar mezzi [p. 245 modifica] opportuni ed atti per condursi a questo buon fine designato: certo è che l’animo di colui, che pensa di far che ’l suo principe non sia d’alcuno ingannato, nė ascolti gli adulatori, nè i maledici e bugiardi, e conosca il bene e ’l male, ed all’uno porti amore, all’altro odio, tende ad ottimo fine.

VI. Parmi ancora che le condizioni attribuite al Cortegiano da questi signori, possano esser buon mezzo da pervenirvi; e questo, perchè dei molti errori ch’oggidì veggiamo in molti dei nostri principi, i maggiori sono la ignoranza, e la persuasion di sè stessi; e la radice di questi dui mali non è altro che la bugia: il qual vizio meritamente è odioso a Dio ed agli uomini, e più nocivo ai principi che alcun altro; perchè essi più che d’ogni altra cosa hanno carestia di quello di che più che d’ogni altra cosa saria bisogno che avessero abondanza, cioè di chi dica loro il vero e ricordi il bene: perchè gli inimici non son stimolati dall’amore a far questi officii, anzi han piacere che vivano sceleratamente nè mai si correggano; dall’altro canto, non osano calunniargli publicamente per timor d’esser castigati: degli amici poi, pochi sono che abbiano libero adito ad essi, e quelli pochi han riguardo a riprendergli dei loro errori così liberamente come riprendono i privati, e spesso, per guadagnar grazia e favore, non attendono ad altro che a propor cose che dilettino e dian piacer all’animo loro, ancora che siano male e disoneste; di modo che d’amici divengono adulatori, e, per trarre utilità da quel stretto commercio, parlano ed oprano sempre a compiacenza, e per lo più fannosi la strada con le bugie, le quali nell’animo del principe partoriscono la ignoranza non solamente delle cose estrinseche, ma ancor di sè stesso; e questa dir si può la maggior e la più enorme bugia di tutte l’altre, perchė l’animo ignorante inganna sè stesso, e mentisce dentro a sè medesimo.

VII. Da questo interviene che i signori, oltre al non intendere mai il vero di cosa alcuna, inebriati da quella licenziosa libertà che porta seco il dominio, e dalla abondanza delle delizie, sommersi nei piaceri, tanto s’ingannano e tanto hanno l’animo corrotto, veggendosi sempre obediti e quasi adorati con tanta riverenza e laude, senza mai non che [p. 246 modifica] riprensione ma pur contradizione, che da questa ignoranza passano ad una estrema persuasion di sè stessi, talmente che poi non ammettono consiglio nė parer d’altri; e perchè credono che ’l saper regnare sia facilissima cosa, e per conseguirla non bisogni altr’arte o disciplina che la sola forza, voltan l’animo e tutti i suoi pensieri a mantener quella potenza che hanno, estimando che la vera felicità sia il poter ciò che si vuole. Però alcuni hanno in odio la ragione e la giustizia, parendo loro che ella sia un certo freno ed un modo che lor potesse ridurre in servitù, e diminuir loro quel bene e satisfazione che hanno di regnare, se volessero servarla; e che il loro dominio non fosse perfetto nè integro, se essi fossero constretti ad obedire al debito ed all’onesto, perchè pensano che chi obbedisce non sia veramente signore. Però andando drieto a questi principii, e lasciandosi trapportare dalla persuasion di sè stessi, divengon superbi, e col volto imperioso e costumi austeri, con veste pompose, oro e gemme, e col non lasciarsi quasi mai vedere in publico, credono acquistar autorità tra gli uomini, ed esser quasi tenuti Dei; e questi sono, al parer mio, come i colossi che l’anno passato fur fatti a Roma il dì della festa di piazza d’Agone3, che di fuori mostravano similitudine di grandi uomini e cavalli trionfanti, e dentro erano pieni di stoppa e di strazzi. Ma i principi di questa sorte sono tanto peggiori, quanto che i colossi per la loro medesima gravità ponderosa si sostengon ritti; ed essi, perchè dentro sono mal contrapesati, e senza misura posti sopra basi inequali, per la propria gravità ruinano sè stessi, e da uno errore incorrono in infiniti; perchè la ignoranza loro, accompagnata da quella falsa opinion di non poter errare, e che la potenza che hanno proceda dal lor sapere, induce loro per ogni via, giusta o ingiusta, ad occupar stati audacemente, pur che possano.

VIII. Ma se deliberassero di sapere e di far quello che debbono, così contrastariano per non regnare, come contrastano per regnare; perchè conosceriano quanto enorme e perniciosa cosa sia, che i sudditi, che han da esser governati, siano più savii che i principi, che hanno da governare. Eccoyvi che la ignoranza della musica, del danzare, del [p. 247 modifica] cavalcare non nuoce ad alcuno; nientedimeno, chi non è musico si vergogna nėè osa cantare in presenza d’altrui, o danzar chi non sa, e chi non si tien ben a cavallo di cavalcare; ma dal non sapere governare i popoli nascon tanti mali, morti, destruzioni, incendii, ruine, che si può dir la più mortal peste che si trovi sopra la terra; e pur alcuni principi ignorantissimi dei governi non si vergognano di mettersi a governar, non dirò in presenza di quattro o di sei uomini, ma al cospetto di tulto ’l mondo; perchė il grado loro è posto tanto in alto, che tutti gli occhi ad essi mirano, e però non che i grandi ma i piccolissimi lor difetti sempre sono notati: come si scrive che Cimone era calunniato che amava il vino, Scipione il sonno, Lucullo i convivii. Ma piacesse a Dio, che i principi di questi nostri tempi accompagnassero i peccati loro con tante virtù, con quante accompagnavano quegli antichi; i quali, se ben in qualche cosa erravano, non fuggivano però i ricordi e documenti di chi loro parea bastante a correggere quegli errori, anzi cercavano con ogni instanza di componer la vita sua sotto la norma d’uomini singolari; come Epaminonda di Lisia Pitagorico, Agesilao di Senofonte, Scipione di Panezio, ed infiniti altri. Ma se ad alcuni de’ nostri principi venisse inanti un severo filosofo, o chi si sia, il qual apertamente e senza arte alcuna volesse mostrar loro quella orrida faccia della vera virtù, ed insegnar loro i buoni costumi, e qual vita debba esser quella d’un buon principe, son certo che al primo aspetto lo aborririano come un aspide, o veramente se ne fariano beffe come di cosa vilissima.

IX. Dico adunque che, poi che oggidì i principi son tanto corrotti dalle male consuetudini, e dalla ignoranza e falsa persuasione di sè stessi, e che tanto è difficile il dar loro notizia della verità ed indurgli alla virtù, e che gli uomini con le bugie ed adulazioni e con così viziosi modi cercano d’entrar loro in grazia: il Cortegiano, per mezzo di quelle gentil qualità che date gli hanno il conte Ludovico e messer Federico, può facilmente e deve procurar d’acquistarsi la benivolenza, ed adescar tanto l’animo del suo principe, che si faccia adito libero e sicuro di parlargli d’ogni cosa senza esser molesto; e se egli sară tale come s’è detto, [p. 248 modifica] con poca fatica gli verrà fatto, e così potrà aprirgli sempre la verità di tutte le cose con destrezza; oltra di questo, a poco a poco infondergli nell’animo la bontà, ed insegnargli la continenza, la fortezza, la giustizia, la temperanza, facendogli gustar quanta dolcezza sia coperta da quella poca amaritudine, che al primo aspetto s’offerisce a chi contrasta ai vizii; li quali sempre sono dannosi, dispiacevoli, ed accompagnati dalla infamia e biasimo, così come le virtù sono utili, gioconde e piene di laude; ed a queste eccitarlo con l’esempio dei celebrati capitani e d’altri uomini eccellenti, ai quali gli antichi usavano di far statue di bronzo e di marmo, e talor d’oro, e collocarle ne’ lochi publici, così per onor di quegli, come per lo stimolo degli altri, che per una onesta invidia avessero da sforzarsi di giungere essi ancor a quella gloria.

X. In questo modo per la austera strada della virtù potrả condurlo, quasi adornandola di fronde ombrose e spargendola di vaghi fiori, per temperar la noja del faticoso cammino a chi è di forze debile; ed or con musica, or con arme e cavalli, or con versi, or con ragionamenti d’amore, e con tutti que’ modi che hanno detti questi signori, tener continuamente quell’animo occupato in piacere onesto, imprimendogli però ancora sempre, come ho detto, in compagnia di queste illecebre, qualche costume virtuoso, ed ingannandolo con inganno salutifero; come i cauti medici, li quali spesso, volendo dar a’ fanciulli infermi e troppo delicati medicina di sapore amaro, circondano l’orificio del vaso di qualche dolce liquore4. Adoprando adunque a tal effetto il Cortegiano questo velo di piacere in ogni tempo, in ogni loco ed in ogni esercizio conseguirà il suo fine, e meriterà molto maggior laude e premio, che per qualsivoglia altra buona opera che far potesse al mondo; perchė non è bene alcuno che così universalmente giovi come il buon principe, nė male che così universalmente noccia come il mal principe: però non è ancora pena tanto atroce e crudele, che fosse bastante castigo a quei scelerati cortegiani, che dei modi gentili e piacevoli e delle buone condizioni si vagliono a mal fine, e per mezzo di quelle cercan la grazia dei loro principi, e per [p. 249 modifica] corrompergli e disviargli dalla via della virtù ed indurgli al vizio; chè questi tali dir si può, che non un vaso dove un solo abbia da bere, ma il fonte publico del quale usi tutto ’l popolo, infettano di mortal veneno. —

XI. Taceasi il signor Ottaviano, come se più avanti parlar non avesse voluto; ma il signor Gasparo, A me non par, signor Ottaviano, disse, che questa bontà d’animo, e la continenza e l’altre virtù, che voi volete che ’l Cortegiano mostri al suo signore, imparar si possano; ma penso che agli uomini che l’hanno siano date dalla natura e da Dio. E che così sia, vedete che non è alcun tanto scelerato e di mala sorte al mondo, nè così intemperante ed ingiusto, che essendone dimandato confessi d’esser tale; anzi ognuno, per malvagio che sia, ha piacer d’esser tenuto giusto, continente. e buono: il che non interverrebbe, se queste virtù imparar si potessero; perchè non è vergogna il non saper quello in che non s’ha posto studio, ma bene par biasimo non aver quello di che da natura devemo esser ornati. Però ognuno si sforza di nascondere i difetti naturali, così dell’animo come ancora del corpo; il che si vede nei ciechi5, zoppi, torti, ed altri stroppiati o brutti; chè benchè questi mancamenti si possano imputare alla natura, pur ad ognuno dispiace sentirgli in sė stesso, perchè pare che per testimonio della medesima natura l’uomo abbia quel difetto, quasi per un sigillo e segno della sua malizia. Conferma ancor la mia opinion quella fabula che si dice d’Epimeteo, il qual seppe così mal distribuir le doti della natura agli uomini, che gli lasciò molto più bisognosi d’ogni cosa che tutti gli altri animali: onde Prometeo rubò quella artificiosa sapienza da Minerva e da Vulcano, per la quale gli uomini trovano il vivere; ma non aveano però la sapienza civile di congregarsi insieme nelle città, e saper vivere moralmente, per esser questa nella ròcca di Jove guardata da custodi sagacissimi, i quali tanto spaventavano Prometeo, che non osava loro accostarsi; onde Jove, avendo compassione alla miseria degli uomini, i quali non potendo star uniti per mancamento della virtù civile erano lacerati dalle fiere, mandò Mercurio in terra a portar la giustizia e la vergogna, acciò che queste due cose [p. 250 modifica] ornassero le città, e colligassero insieme i cittadini; e volse che a quegli fosser date non come l’altre arti, nelle quali un perito basta per molti ignoranti, come è la medicina, ma che in ciascun fossero impresse; e ordinò una legge, che tutti quelli che erano senza giustizia e vergogna fossero, come pestiferi alle città, esterminati e morti. Eccovi adunque, signor Ottaviano, che queste virtù sono da Dio concesse agli uomini, e non s’imparano, ma sono naturali.

XII. Allor il signor Ottaviano, quasi ridendo, Voi adunque, signor Gasparo, disse, volete che gli uomini sian così infelici e di così perverso giudicio, che abbiano con la industria trovato arte per far mansueti gl’ingegni delle fiere, orsi, lupi, leoni, e possano con quella insegnare ad un vago augello volar ad arbitrio dell’uomo, e tornar dalle selve e dalla sua natural libertà volontariamente ai lacci ed alla servitù: e con la medesima industria non possano o non vogliano trovar arti, con le quali giovino a sè stessi, e con diligenza e studio faccian l’animo suo migliore? Questo, al parer mio, sarebbe come se i medici studiassero con ogni diligenza d’avere solamente l’arte da sanare il mal dell ungie, e lo lattume dei fanciulli, e lasciassero la cura delle febri, della pleuresia, e dell’altre infermità gravi; il che quanto fosse fuor di ragione, ognun può considerare. Estimo io adunque, che le virtù morali in noi non siano totalmente da natura, perchė niuna cosa si può mai assuefare a quello che le è naturalmente contrario; come si vede d’un sasso, il qual se ben diecemilia volte fosse gittato all’insù, mai non s’assuefaria andarvi da sè: però se a noi le virtù fossero cosi naturali come la gravità al sasso, non ci assuefaremmo mai al vizio. Nė meno sono i vizii naturali di questo modo, perchè non potremmo esser mai virtuosi; e troppo iniquità e sciocchezza saria castigar gli uomini di que’ difetti, che procedessero da natura senza nostra colpa; e questo error commetteriano le leggi, le quali non dànno supplicio ai malfattori per lo error passato, perchè non si può far che quello che è fatto non sia fatto, ma hanno rispetto allo avvenire, acciò che chi ha errato non erri più, ovvero col mal esempio non dia causa ad altrui d’errare; e così pur estimano [p. 251 modifica] che le virtù imparar si possano: il che è verissimo; perchė noi siamo nati atti a riceverle, e medesimamente i vizii, e però dell’uno e l’altro in noi si fa l’abito con la consuetudine, di modo che prima operiamo le virtù o i vizii, poi siamo virtuosi o viziosi. Il contrario si conosce nelle cose che ci son date dalla natura, che prima avemo la potenza d’operare, poi operiamo: come è nei sensi; chè prima potemo vedere, udire, toccare, poi vedemo, udiamo e tocchiamo; benchè però ancora molte di queste operazioni s’adornano con la disciplina. Onde i buoni pedagoghi non solamente insegnano lettere ai fanciulli, ma ancora buoni modi ed onesti nel mangiare, bere, parlare, andare, con certi gesti accommodati.

XIII. Però, come nell’altre arti, così ancora nelle virtù è necessario aver maestro, il qual con dottrina e buoni ricordi susciti e risvegli in noi quelle virtù morali, delle quali avemo il seme incluso e sepolto nell’anima, e come buono agricoltore le coltivi e loro apra la via, levandoci d’intorno le spine e ’l loglio degli appetiti, i quali spesso tanto adombrano e soffocan gli animi nostri, che fiorir non gli lasciano, nė produr quei felici frutti, che soli si dovriano desiderar che nascessero nei cori umani. Di questo modo adunque è natural in ciascun di nọi la giustizia e la vergogna, la qual voi dite che Jove mando in terra a tutti gli uomini; ma siccome un corpo senza occhi, per robusto che sia, se si muove ad un qualche termine spesso falla, così la radice di queste virtù potenzialmente ingenite negli animi nostri, se non ajutata dalla disciplina, spesso si risolve in nulla; perchė se si deve ridurre in atto, ed all’abito suo perfetto, non si contenta, come s’è detto, della natura sola, ma ha bisogno della artificiosa consuetudine e della ragione, la quale purifichi e dilucidi quell’anima, levandole il tenebroso velo della ignoranza, dalla qual quasi tutti gli errori degli uomini procedono: chè se il bene e ’l male fossero ben conosciuti ed intesi, ognuno sempre eleggeria il bene, e fuggiria il male. Però la virtù si può quasi dir una prudenza ed un saper eleggere il bene, e ’l vizio una imprudenza ed ignoranza che induce a giudicar falsamente; perchè non eleggono mai gli uomini il [p. 252 modifica] male con opinion che sia male, ma s’ingannano per una certa similitudine di bene. —

XIV. Rispose allor il signor Gasparo: Son però molti, i quali conoscono chiaramente che fanno male, e pur lo fanno; e questo perchè estimano più il piacer presente che sentono, che ’l castigo che dubitan che gli ne abbia da venire: come i ladri, gli omicidi, ed altri tali.— Disse il signor Ottaviano: Il vero piacere è sempre buono, e ’l vero dolor malo; però questi s’ingannano togliendo il piacer falso per lo vero, e ’l vero dolor per lo falso; onde spesso per i falsi piaceri incorrono nei veri dispiaceri. Quell’arte adunque che insegna a discerner questa verità dal falso, pur si può imparare; e la virtù, per la quale eleggemo quello che è veramente bene, non quello che falsamente esser appare, chiamar vera scienza, e più giovevole alla vita umana che alcun’altra, perchè leva la ignoranza, dalla quale, come ho detto, nascono tutti i mali. —

XV. Allora messer Pietro Bembo, Non so, disse, signor Ottaviano, come consentir vi debba il signor Gasparo, che dalla ignoranza nascano tutti i mali; e che non siano molti, i quali peccando sanno veramente che peccano, nè si ingannano punto nel vero piacere, nè ancor nel vero dolore: perchè certo è che quei che sono incontinenti giudican con ragione e dirittamente, e sanno che quello a che dalle cupidità sono stimolati contra il dovere è male, e però resistono ed oppongon la ragione all’appetito, onde ne nasce la battaglia del piacere e del dolore contra il giudicio; in ultimo la ragion, vinta dall’appetito troppo possente, s’abbandona, come nave che per un spazio di tempo si difende dalle procelle di mare, al fin, percossa da troppo furioso impeto de’ venti, spezzate l’ancore e sarte, si lascia trapportar ad arbitrio di fortuna, senza operar timone, o magisterio alcuno di calamita per salvarsi6. Gl’incontinenti adunque commetton gli errori con un certo ambiguo rimorso, e quasi al lor dispetto; il che non fariano, se non sapessero che quel che fanno è male, ma senza contrasto di ragione andariano totalmente profusi drieto all’appetito, ed allor non incontinenti, ma intemperati sariano; il che è molto peggio: però la si può [p. 253 modifica] incontinenza si dice esser vizio diminuto, perchė ha in sè parte di ragione; e medesimamente la continenza, virtù imperfetta, perchė ha in sè parte d’affetto: perciỏ in questo parmi che non si possa dir che gli errori degli incontinenti procedano da ignoranza, o che essi s’ingannino e che non pecchino, sapendo che veramente peccano.

XVI. Rispose il signor Ottaviano: In vero, messer Pietro, l’argomento vostro è buono; nientedimeno, secondo me, è più apparente che vero, perchė benchė gl incontinenti pecchino con quella ambiguità, e che la ragione nell’animo loro contrasti con l’appetito, e lor paja che quel che è male sia male, pur non ne hanno perfetta cognizione, nė lo sanno così intieramente come saria bisogno: però in essi di questo è più presto una debile opinione che certa scienza, onde consentono che la ragion sia vinta dallo affetto; ma se ne avessero vera scienza, non è dubio che non errariano: perchè sempre quella cosa per la quale l’appetito vince la ragione è ignoranza, nè può mai la vera scienza esser superata dallo affetto, il quale dal corpo, e non dall’animo, deriva; e se dalla ragione è ben retto e governato, diventa virtù, e se altrimenti, diventa vizio; ma tanta forza ha la ragione, che sempre si fa obedire al senso, e con maravigliosi modi e vie penetra, pur che la ignoranza non occupi quello che essa aver dovria; di modo che, benchè i spiriti e i nervi e l’ossa non abbiano ragione in sé, pur quando nasce in noi quel movimento dell’animo, quasi che ’l pensiero sproni e scuota la briglia ai spiriti, tutte le membra s’apparecchiano, i piedi al corso, le mani a pigliar o a fare ciò che l’animo pensa: e questo ancora si conosce manifestamente in molti, li quali, non sapendo, talora mangiano qualche cibo stomacoso e schifo, ma così ben acconcio che al gusto lor pare delicatissimo; poi, risapendo che cosa era, non solamente hanno dolore e fastidio nell’animo, ma ’l corpo accordan sì col giudicio della mente, che per forza vomitano quel cibo.—

XVII. Seguitava ancor il signor Ottaviano il suo ragionamento; ma il Magnifico Juliano interrompendolo, Signor Ottaviano, disse, se bene ho inteso, voi avete detto che la continenza è virtù imperfetta, perchè ha in sè parte [p. 254 modifica] fetto; ed a me pare che quella virtù la quale, essendo nell’animo nostro discordia tra la ragione e l’appetito, combatte e dà la vittoria alla ragione, si debba estimar più perfetta che quella che vince non avendo cupidità nė affetto alcuno che le contrasti; perchè pare che quell’animo non si astenga dal male per virtù, ma resti di farlo perchè non ne abbia volontà. — Allor il signor Ottaviano, Qual, disse, estimareste voi capitan di più valore, o quello che combattendo apertamente si mette a pericolo, e pur vince gl’inimici, o quello che per virtù e saper suo lor toglie le forze, riducendogli a termine che non possan combattere, e così senza battaglia o pericolo alcun gli vince? Quello, disse il Magnifico Juliano, che più sicuramente vince, senza dubio è più da lodare, pur che questa vittoria così certa non proceda dalla dapocaggine degli inimici.— Rispose il signor Ottaviano: Ben avete giudicato; e però dicovi, che la continenza comparar si può ad un capitano che combatte virilmente, e, benchė gl’inimici sian forti e potenti, pur gli vince, non però senza gran difficoltà e pericolo; ma la temperanza libera da ogni perturbazione è simile a quel capitano, che senza contrasto vince e regna, ed avendo in quell’animo dove si ritrova non solamente sedato ma in tutto estinto il foco delle cupidità, come buon principe in guerra civile, distrugge i sediziosi nemici intrinsechi, e dona lo scettro e dominio intiero alla ragione. Così questa virtù non sforzando l’animo, ma infondendogli per vie placidissime una veemente persuasione che lo inclina alla onestà, lo rende quieto e pien di riposo, in tutto eguale e ben misurato, e da ogni canto composto d’una certa concordia con sè stesso, che lo adorna di così serena tranquillità che mai non si turba, ed in tutto diviene obedientissimo alla ragione, e pronto di volgere ad essa ogni suo movimento, e seguirla ovunque condur lo voglia, senza repugnanza alcuna; come tenero agnello, che corre, sta e va sempre presso alla madre, e solamente secondo quella si move. Questa virtù adunque è perfettissima, e conviensi massimamente ai principi, perchè da lei ne nascono molte altre.—

XVIII. Allora messer Cesar Gonzaga, Non so, disse, quai virtù convenienti a signore possano nascere da questa [p. 255 modifica] temperanza, essendo quella che leva gli affetti dell’animo, come voi dite: il che forse si converria a qualche monaco o eremita; ma non so già come ad un principe magnanimo, liberale e valente nell’arme si convenisse il non aver mai, per cosa che se gli facesse, nè ira nė odio nè benivolenza nė sdegno nė cupidità nè affetto alcuno, e come senza questo aver potesse autorità tra popoli o tra soldati. – Rispose il signor OTTAVIANO: Io non ho detto che la temperanza levi totalmente e svella degli animi umani gli affetti, nė ben saria il farlo, perchè negli affetti ancora sono alcune parti buone; ma quello che negli affetti è perverso e renitente7 allo onesto, riduce ad obedire alla ragione. Però non è conveniente, per levar le perturbazioni, estirpar gli affetti in tutto; chè questo saria come se per fuggir la ebrietà, si facesse un editto che niuno bevesse vino, o perchè talor correndo l’uomo cade, si interdicesse ad ognuno il correre. Eccovi che quelli che domano i cavalli non gli vietano il correre e saltare, ma voglion che lo facciano a tempo, e ad obedienza del cavaliero. Gli affetti adunque, modificati8 dalla temperanza, sono favorevoli alla virtù, come l’ira che ajuta la fortezza, l’odio contra i scelerati ajuta la giustizia, e medesimamente l’altre virtù sono ajutate dagli affetti; li quali se fossero in tutto levati, lasciariano la ragione debilissima e languida, di modo che poco operar potrebbe, come governator di nave abbandonato da’ venti in gran calma. Non vi maravigliate adunque, messer Cesare, s’io ho detto che dalla temperanza nascono molte altre virtù; chè quando un animo è concorde di questa armonia, per mezzo della ragione poi facilmente riceve la vera fortezza, la quale lo fa intrepido e sicuro da ogni pericolo, e quasi sopra le passioni umane; non meno la giustizia, vergine incorrotta, amica della modestia e del bene, regina di tutte l’altre virtù, perchè insegna a far quello che si dee fare, e fuggir quello che si dee fuggire; e però è perfettissima, perchè per essa si fan l’opere dell’altre virtù, ed è giovevole a chi la possede, e per sè stesso, e per gli altri: senza la quale, come si dice, Jove istesso non poria ben governare il regno suo. La magnanimità ancora succede a queste, e tutte le fa maggiori; ma essa sola star non può, perchè chi non ha [p. 256 modifica] altra virtù, non può esser magnanimo. Di queste è poi guida la prudenza, la qual consiste in un certo giudicio d’elegger bene. Ed in tal felice catena ancora sono colligate la liberalità, la magnificenza, la cupidità di onore, la mansuetudine, la piacevolezza, la affabilità, e molte altre che or non è tempo di dire. Ma se ’l nostro Cortegiano farà quello che avemo detto, tutte le ritroverà nell’animo del suo principe, ed ogni dì ne vedrà nascer tanti vaghi fiori e frutti, quanti non hanno tutti i deliziosi giardini del mondo; e tra sè stesso sentirà grandissimo contento, ricordandosi avergli donato non quello che donano i sciocchi, che è oro o argento, vasi, veste e tai cose, delle quali chi le dona n’ha grandissima carestia e chi le riceve grandissima abondanza, ma quella virtù che forse tra tutte le cose umane è la maggiore e la più rara, cioè la maniera e ’l modo di governar e di regnare come si dee; il che solo bastaria per far gli uomini felici, e ridur un’altra volta al mondo quella età d’oro che si scrive esser stata quando già Saturno regnava.

XIX. Quivi avendo fatto il signor Ottaviano un poco di pausa come per riposarsi, disse il signor Gaspare: Qual estimate voi, signor Ottaviano, più felice dominio, e più bastante a ridur al mondo quella età d’oro di che avete fatto menzione, o ’l regno d’un così buon principe, o ’l governo d’una buona republica? - Rispose il signor Ottaviano: Io preporrei sempre il regno del buon principe9, perchè è dominio più secondo la natura, e, se è licito comparar le cose piccole alle infinite, più simile a quello di Dio, il qual uno e solo governa l’universo. Ma lasciando questo, vedete che in ciò che si fa con arte umana, come gli eserciti, i gran navigii, gli edificii ed altre cose simili, il tutto si riferisce ad un solo, che a modo suo governa; medesimamente nel corpo nostro tutte le membra s’affaticano e adopransi ad arbitrio del core. Oltra di questo, par conveniente, che i popoli siano così governati da un principe, come ancora molti animali, ai quali la natura insegna questa obedienza come cosa saluberrima. Eccovi che i cervi, le grue e molti altri uccelli quando fanno passaggio, sempre si prepongono un principe, il qual segueno ed obediscono; e le api quasi con discorso di ragione e con tanta [p. 257 modifica] riverenza osservano il loro re, con quanta i più osservanti popoli del mondo; e però lutto questo è grandissimo argomento, che ’l dominio dei principi sia più secondo la natura che quello delle republiche. —

XX. Allora messer Pietro Bembo, Ed a me par, disse, che, essendoci la libertà data da Dio per sapremo dono, non sia ragionevole che ella ci sia levata, nè che un uomo più dell’altro ne sia partecipe: il che interviene sotto il dominio de’ principi, li quali tengono per il più li sudditi in strettissima servitù; ma nelle republiche bene instituite si serva pur questa libertà: oltra che e nei giudicii e nelle deliberazioni più spesso interviene che ’l parer d’un solo sia falso che quel di molti; perchè la perturbazione, o per ira o per sdegno o per cupidità, più facilmente entra nell’animo d’un solo che della moltitudine, la quale, quasi come una gran quantità d’acqua, meno è subjetta alla corruzione che la piccola. Dico ancora, che lo esempio degli animali non mi par che si confaccia; perchè e li cervi e le grue e gli altri non sempre si prepongono a seguitare ed obedir un medesimo, anzi mutano e variano, dando questo dominio or ad uno or ad un altro, ed in tal modo viene ad esser più presto forma di republica che di regno; e questa si può chiamare vera ed equale libertà, quando quelli che talor comandano, obediscono poi ancora. L’esempio medesimamente delle api non mi par simile, perchè quel loro re non è della loro medesima specie; e però chi volesse dar agli uomini un veramente degno signore, bisognaria trovarlo d’un’altra specie, e di più eccellente natura che umana, se gli uomini ragionevolmente l’avessero da obedire, come gli armenti che obediscono non ad uno animale suo simile, ma ad un pastore, il quale è uomo, e d’una specie più degna che la loro. Per queste cose estimo io, signor Ottaviano, che ’l governo della republica sia più desidarabile che quello del re. —

XXI. Allor il signor Ottaviano, Contra la opinione vostra, messer Pietro, disse, voglio solamente addurre una ragione; la quale è, che dei modi di governar bene i popoli tre sorti solamente si ritrovano: l’una è il regno; l’altra il governo dei buoni, che chiamavano gli antichi ottimati; l’altra [p. 258 modifica] l’amministrazione popolare: e la transgressione e vizio contrario, per dir cosi, dove ciascuno di questi governi incorre guastandosi e corrompendosi, è quando il regno diventa tirannide, e quando il governo dei buoni si muta in quello di pochi potenti e non buoni, e quando l’amministrazion popolare è occupata dalla plebe, che, confondendo gli ordini, permette il governo del tutto ad arbitrio della moltitudine. Di questi tre governi mali certo è che la tirannide è il pessimo di tutti, come per molte ragioni si poria provare; resta adunque che dei tre buoni il regno sia l’ottimo, perchè è contrario al pessimo: chè, come sapete, gli effetti delle cause contrarie sono essi ancora tra sė contrarii. Ora, circa quello che avete detto della libertà, rispondo, che la vera libertà non si deve dire che sia il vivere come l’uomo vuole, ma il vivere secondo le buone leggi: nė meno naturale ed utile e necessario è l’obedire, che si sia il comandare; ed alcune cose sono nate, e così distinte ed ordinate da natura al comandare, come alcune altre all’obedire. Vero è che sono due modi di signoreggiare: l’uno imperioso e violento, come quello dei patroni ai schiavi, e di questo comanda l’anima al corpo; l’altro più mite e placido, come quello dei buoni principi, per via delle leggi ai cittadini, e di questo comanda la ragione allo appetito: e l’uno e l’altro di questi due modi è utile, perchè il corpo è nato da natura atto ad obedire all’anima, e così l’appetito alla ragione. Sono ancora molti uomini, l’operazion de’ quali versano solamente circa l’uso del corpo; e questi tali tanto son differenti dai virtuosi, quanto l’anima dal corpo, e par per essere animali razionali tanto partecipano della ragione, quanto che solamente la conoscono, ma non la posseggono nè fruiscono. Questi adunque sono naturalmente servi, e meglio è ad essi e più utile l’obedire che ’l comandare. —

XXII. Disse allor il signor Gaspar: Ai discreti e virtuosi, e che non sono da natura servi, di che modo si ha adunque a comandare? Rispose il signor Ottaviano: Di quel placido comandamento regio e civile; ed a tali è ben fatto dar talor l’amministrazione di quei magistrati di che sono capaci, acciò che possano essi ancora comandare, e [p. 259 modifica] governare i men savii di sè, di modo però che ’l principal governo dependa tutto dal supremo principe10. E perchè avete detto, che più facil cosa è che la mente d’un solo si corrompa che quella di molti, dico che è ancora più facil cosa trovar un buono e savio che molti; e buono e savio si deve estimare che possa esser un re di nobil stirpe, inclinato alle virtù dal suo natural instinto e dalla famosa memoria dei suoi antecessori, ed instituito di buoni costami; e se non sarà d’un’altra specie più che umana, come voi avete detto di quello delle api, essendo ajutato dagli ammaestramenti e dalla educazione ed arte del Cortegiano, formato da questi signori tanto prudente e buono, sarà giustissimo, continentissimo, temperatissimo, fortissimo e sapientissimo, pien di liberalità, magnificenza, religione e clemenza; in somma sarà gloriosissimo, e carissimo agli uomini ed a Dio, per la cui grazia acquisterà quella virtù eroica, che lo farà eccedere i termini della umanità, e dir si potrà più presto semideo che uomo mortale: perchė Dio si diletta, ed è protettor non di que’ principi che vogliono imitarlo col mostrare gran potenza11 e farsi adorare dagli uomini, ma di quelli che oltre alla potenza per la quale possono, si sforzano di farsegli simili ancor con la bontà e sapienza, per la quale vogliano e sappiano far bene ed esser suoi ministri, distribuendo a salute dei mortali i beni e i doni che essi da lui ricevono. Però, così come nel cielo il sole e la luna e le altre stelle mostrano al mondo, quasi come in specchio, una certa similitudine di Dio, così in terra molto più simile imagine di Dio son que’ buon principi che l’amano e reveriscono, e mostrano ai popoli la splendida luce della sua giustizia, accompagnata da una ombra di quella ragione ed intelletto divino; e Dio con questi tali partecipa della onestà, equità, giustizia e bontà sua, e di quegli altri felici beni ch’io nominar non so, li quali rapresentano al mondo molto più chiaro testimonio di divinità che la luce del sole, o il continuo volger del cielo col vario corso delle stelle.

XXIII. Son adunque li popoli da Dio commessi sotto la custodia de’ principi, li quali per questo debbono averne diligente cura, per rendergline ragione, come buoni vicarii al [p. 260 modifica] suo signore, ed amargli ed estimar lor proprio ogni bene e male che gli intervenga, e procurar sopra ogni altra cosa la felicità loro. Però deve il principe non solamente esser buono, ma ancora far buoni gli altri; come quel squadro che adoprano gli architetti, che non solamente in sè è dritto e giusto, ma ancor indrizza e fa giuste tutte le cose a che viene accostato. E grandissimo argomento è che ’l principe sia buono quando i popoli son buoni, perchė la vita del principe è legge e maestra dei cittadini, e forza è che dai costumi di quello dipendan tutti gli altri; nè si conviene a chi è ignorante insegnare, nè a chi è inordinato ordinare, nè a chi cade rilevare altrui. Però se ’l principe ha da far ben questi officii, bisogna ch’egli ponga ogni studio e diligenza per sapere; poi formi dentro a sè stesso ed osservi immutabilmente in ogni cosa la legge della ragione, non scritta in carte o in metallo, ma scolpita nell’animo suo proprio, acciò che gli sia sempre non che familiare ma intrinseca, e con esso viva come parte di lui; perchè giorno e notte in ogni loco e tempo lo ammonisca e gli parli dentro al core, levandogli quelle perturbazioni che sentono gli animi intemperati, li quali per esser oppressi da un canto quasi da profondissimo sonno della ignoranza, dall’altro da travaglio che riceveno dai loro perversi e ciechi desiderii, sono agitati da furore inquieto, come talor chi dorme da strane ed orribili visioni.

XXIV. Aggiungendosi poi maggior potenza al mal volere, si v’aggiunge ancora maggior molestia; e quando il principe può ciò che vuole, allor è gran pericolo che non voglia quello che non deve. Però ben disse Biante, che i magistrati dimostrano quali sian gli uomini: chè come i vasi mentre son vòti, benchè abbiano qualche fissura, mal si sono conoscere, ma se liquore dentro vi si mette, subito mostrano da qual banda sia il vizio; così gli animi corrotti e guasti rare volte scoprono i loro difetti, se non quando s’empiono d’autorità; perchè allor non bastano per sopportare il grave peso della potenza, e perció s’abbandonano, e versano da ogni canto le cupidità, la superbia, la iracondia, la insolenza, e quei costumi tirannici che hanno dentro; onde senza [p. 261 modifica] risguardo perseguono i buoni e i savii, ed esaltano i mali, nè comportano che nelle città siano amicizie, compagnie, nè intelligenze fra i cittadini, ma nutriscono gli esploratori, accusatori, omicidiali, acciò che spaventino e facciano divenir gli uomini pusillanimi, e spargono12 discordie per tenergli disgiunti e debili; e da questi modi procedono poi infiniti danni e ruine ai miseri popoli, e spesso crudel morte o almen timor continuo ai medesimi tiranni: perchè i buoni principi temono non per sè ma per quelli a’ quali comandano, e li tiranni temono quelli medesimi a’ quali comandano; però, quanto a maggior numero di gente comandano e son più potenti, tanto più temono ed hanno più nemici. Come credete voi che si spaventasse e stesse con l’animo sospeso quel Clearco, tiranno di Ponto, ogni volta che andava nella piazza o nel teatro, o a qualche convito o altro loco publico? che, come si scrive, dormiva chiuso in una cassa; ovver quell’altro Aristodemo Argivo? il qual a sè stesso del letto aveva fatta quasi una prigione: chè nel palazzo suo tenea una piccola stanza sospesa in aria, ed alta tanto che con scala andar vi si bisognava; e quivi con una sua femina dormiva, la madre della quale la notte ne levava la scala, la mattina ve la rimetteva. Contraria vita in tutto a questa13 deve adunque esser quella del buon principe, libera e sicura, e tanto cara ai cittadini quanto la loro propria, ed ordinata di modo che partecipi dell’attiva e della contemplativa, quanto si conviene per beneficio dei popoli.—

XXV. Allor il signor Gaspar, E qual, disse, di queste due vite, signor Ottaviano, parvi che più s’appartenga al principe? - Rispose il signor Ottaviano, ridendo: Voi forse pensate, ch’io mi persuada esser quello eccellente Cortegiano che deve saper tante cose, e servirsene a quel buon fine ch’io ho detto; ma ricordatevi, che questi signori l’hanno formato con molte condizioni che non sono in me: però procuriamo prima di trovarlo, chè io a lui mi rimetto e di questo, e di tutte l’altre cose che s’appartengono a buon principe. Allora il signor Gaspar, Penso, disse, che se delle condizioni attribuite al Cortegiano alcune a voi mancano, sia più presto la musica e ’l danzar e l’altre di poca importanza, [p. 262 modifica] che quelle che appartengono alla instituzion del principe, ed a questo fine della Cortegianía. — Rispose il signor Ottaviano: Non sono di poca importanza tutte quelle che giovano al guadagnar la grazia del principe, il che è necessario, come avemo detto, prima che ’l Cortegiano si aventuri a volergli insegnar la virtù; la qual estimo avervi mostrato che imparar si può, e che tanto giova, quanto nuoce la ignoranza, dalla quale nascono tutti i peccati, e massimamente quella falsa persuasion che l’uom piglia di sè stesso: però parmi d’aver detto a bastanza, e forse più ch’io non aveva Allora la signora Duchessa, Noi saremo, disse, promesso. tanto più tenuti alla cortesia vostra, quanto la satisfazione avanzerà la promessa; però non v’incresca dir quello che vi pare sopra la dimanda del signor Gaspar; e, per vostra fè, diteci ancora tutto quello che voi insegnareste al vostro principe s’egli avesse bisogno d’ammaestramenti, e presupponetevi d’avervi acquistato compitamente la grazia sua, tanto che vi sia licito dirgli liberamente ciỏ che vi viene in animo.—

XXVI. Rise il signor Ottaviano e disse: S’io avessi la grazia di qualche principe ch’io conosco, e li dicessi liberamente il parer mio, dubito che presto la perderei; oltra che per insegnarli bisogneria ch’io prima imparassi. Pur poichė a voi piace ch’io risponda ancora circa questo al signor Gaspar, dico che a me pare che i principi debbano attendere all’una e l’altra delle due vite, ma più però alla contemplativa, perchè questa in essi è divisa in due parti: delle quali l’una consiste nel conoscer bene e giudicare; l’altra nel comandare drittamente e con quei modi che si convengono, e cose ragionevoli, e quelle di che hanno autorità, e comandarle a chi ragionevolmente ha da obedire, e nei lochi e tempi appartenenti; e di questo parlava il duca Federico quando diceva, che chi sa comandare è sempre obedito: e ’l comandare è sempre il principal officio de’ principi, li quali debbono però ancor spesso veder con gli occhi ed esser presenti alle esecuzioni, e secondo i tempi e i bisogni ancora talor operar essi stessi; e tutto questo pur partecipa della azione: ma il fin della vita attiva deve esser la contemplativa, come della guerra la pace, il riposo delle fatiche. [p. 263 modifica]

XXVII. Però è ancor officio del buon principe instituire talmente i popoli suoi e con tai leggi ed ordini, che possano vivere nell’ozio e nella pace, senza pericolo e con dignità, e godere laudevolmente questo fine delle sue azioni che deve esser la quiete; perchè sonosi trovate spesso molte republiche e principi, li quali nella guerra sempre sono stati florentissimi e grandi, e subito che hanno avuta la pace sono iti in ruina e hanno perduto la grandezza e ’l splendore, come il ferro non esercitato: e questo non per altro è intervenuto, che per non aver buona instituzion di vivere nella pace, nè saper fruire il bene dell’ozio; e lo star sempre in guerra, senza cercar di pervenire al fine della pace, non è licito: benchè estimano alcuni principi, il loro intento dover esser principalmente il dominare ai suoi vicini, e però nutriscono i popoli in una bellicosa ferità di rapine, d’omicidii e tai cose, e lor dànno premii per provocarla, e la chiamano virtù. Onde fu giả costume fra i Sciti, che chi non avesse morto un suo nemico non potesse bere ne’ conviti solenni alla tazza che si portava intorno alli compagni. In altri lochi s’usava indrizzare intorno il sepolcro tanti obelisci, quanti nemici avea morti quello che era sepolto; e tutte queste cose ed altre simili si faceano per far gli uomini bellicosi, solamente per dominare agli altri: il che era quasi impossibile, per esser impresa infinita, insino a tanto che non s’avesse subjugato tutto ’l mondo; e poco ragionevole, secondo la legge della natura, la qual non vuole che negli altri a noi piaccia quello che in noi stessi ci dispiace. Però debbon i principi far i popoli bellicosi non per cupidità di dominare, ma per poter difendere sè stessi e li medesimi popoli da chi volesse ridurgli in servitù, ovver fargli ingiuria in parte alcuna; ovver per discacciar i tiranni, e governar bene quei popoli che fossero mal trattati, ovvero per ridurre in servitù quelli che fossero tali da natura, che meritassero esser fatti servi, con intenzione di governargli bene e dar loro l’ozio e ’l riposo e la pace: ed a questo fine ancora debbono essere indrizzate le leggi e tutti gli ordini della giustizia, col punir i mali, non per odio, ma perchė non siano mali ed acciò che non impediscano la tranquillità dei buoni; perchė in vero è cosa enorme [p. 264 modifica] e degna di biasimo, nella guerra, che in sè è mala, mostrarsi gli uomini valorosi e savii; e nella pace e quiete, che è buona, mostrarsi ignoranti e tanto da poco, che non sappiano godere il bene. Come adunque nella guerra debbono intender i popoli nelle virtù utili e necessarie per conseguirne il fine14, che è la pace; così nella pace, per conseguirne ancor il suo fine, che è la tranquillità, debbono intendere nelle oneste, le quali sono il fine delle utili: ed in tal modo li sudditi saranno buoni, e ’l principe arà molto più da laudare e premiare che da castigare; e ’l dominio per li sudditi e per lo principe sarà felicissimo, non imperioso, come di padrone al servo, ma dolce e placido, come di buon padre a buon figliolo. —

XXVIII. Allor il signor Gaspar, Volentieri, disse, saprei quali sono queste virtù utili e necessarie nella guerra, e quali le oneste nella pace. – Rispose il signor Ottaviano: Tutte son buone e giovevoli, perchè tendono a buon fine; pur nella guerra precipuamente val quella vera fortezza, che fa l’animo esento dalle passioni, talmente che non solo non teme li pericoli, ma pur non li cura; medesimamente la costanza, e quella pazienza tolerante, con l’animo saldo ed imperturbato a tutte le percosse di fortuna. Conviensi ancora nella guerra e sempre aver tutte le virtù che tendono all’onesto, come la giustizia, la continenza, la temperanza; ma molto più nella pace e nell’ozio, perchė spesso gli uomini posti nella prosperità e nell’ozio, quando la fortuna seconda loro arride, divengono ingiusti, intemperati, e lasciansi corrompere dai piaceri: però quelli che sono in tale stato hanno grandissimo bisogno di queste virtù, perchè l’ozio troppo facilmente induce mali costumi negli animi umani. Onde anticamente si diceva in proverbio, che ai servi non si dee dar ozio; e credesi che le Piramidi d’Egitto fossero fatte per tener i popoli in esercizio, perchè ad ognuno lo essere assueto a tolerar fatiche è utilissimo. Sono ancor molte altre virtù tutte giovevoli, ma basti per or l’aver detto insin qui; chè s’io sapessi insegnar al mio principe, ed instituirlo di tale e così virtuosa educazione come avemo disegnata, facendolo, senza più mi crederei assai bene aver conseguito il fine del buon Cortegiano. — [p. 265 modifica]

XXIX. Allor il signor Gaspar, Signor Ottaviano, disse, perchė molto avete laudato la buona educazione, e mostrato quasi di credere che questa sia principal causa di far l’uomo virtuoso e buono, vorrei sapere se quella instituzione che ha da far il Cortegiano nel suo principe deve esser cominciata dalla consuetudine, e quasi dai costumi cotidiani, li quali, senza che esso se ne avvegga, lo assuefacciano al ben fare; o se pur se gli deve dar principio col mostrargli con ragione la qualità del bene e del male, e con fargli conoscere, prima che si metta in cammino, qual sia la buona via e da seguitare, e quale la mala e da fuggire: in somma, se in quell’animo si deve prima introdurre e fondar le virtù con la ragione ed intelligenza, ovver con la consuetudine.— Disse il signor Ottaviano: Voi mi mettete in troppo lungo ragionamento; pur acciò che non vi paja ch’io manchi per non voler rispondere alle dimande vostre, dico, che secondo che l’animo e ’l corpo in noi sono due cose, così ancora l’anima è divisa in due parti, delle quali l’una ha in sè la ragione, l’altra l’appetito. Come adunque nella generazione il corpo precede l’anima, così la parte irrazionale dell’anima precede la razionale: il che si comprende chiaramente nei fanciulli, ne’ quali quasi subito che son nati si vedeno l’ira e la concupiscenza, ma poi con spazio di tempo appare la ragione. Però devesi prima pigliare cura del corpo che dell’anima, poi prima dell’appetito che della ragione; ma la cura del corpo per rispetto dell’anima, e dell’appetito per rispetto della ragione: chè secondo che la virtù intellettiva si fa perfetta con la dottrina, così la morale si fa con la consuetudine. Devesi adunque far prima la erudizione con la consuetudine, la qual può governare gli appetiti non ancora capaci di ragione, e con quel buon uso indrizzargli al bene; poi stabilirgli con la intelligenza, la quale benchė più tardi mostri il suo lume, pur dà modo di fruir più perfettamente le virtù a chi ha bene instituito l’animo dai costumi, nei quali, al parer mio, consiste il tutto. —

XXX. Disse il signor Gaspar: Prima che passiate più avanti, vorrei saper che cura si deve aver del corpo, perchė avete detto che prima devemo15 averla di quello che [p. 266 modifica] dell’anima.— Dimandatene, rispose il signor Ottaviano ridendo, a questi, che lo nutriscon bene e son grassi e freschi; che ’l mio, come vedete, non è troppo ben curato. Pur ancora di questo si poria dir largamente, come del tempo conveniente del maritarsi, acció che i figlioli non fossero troppo vicini nė troppo lontani alla età paterna; degli esercizii e della educazione subito che sono nati e nel resto della età, per fargli ben disposti, prosperosi e gagliardi. — Rispose il signor Gaspar: Quello che più piaceria alle donne per far i figlioli ben disposti e belli, secondo me saria quella communità che d’esse vuol Platone nella sua Republica, e di quel modo. — Allora la signora Emilia ridendo, Non è ne’ patti, disse, che ritorniate a dir mal delle donne. — Io, rispose il signor Gaspar, mi presumo dar lor gran laude, dicendo che desiderino che s’introduca un costume approvato da un tanto uomo.— Disse ridendo messer Cesare Gonzaga: Veggiamo se tra li documenti del signor Ottaviano, che non so se per ancora gli abbia detti tutti, questo potesse aver loco, e se ben fosse che ’l principe ne facesse una legge.— Quelli pochi ch’io ho detti, rispose il signor Ottavian0, forse porian bastare per far un principe buono, come posson esser quelli che si usano oggidì; benchè chi volesse veder la cosa più minutamente, averia ancora molto più che dire. Soggiunse la signora Duchessa: Poichè non ci costa altro che parole, dichiarateci, per vostra fè, tutto quello che v’occorreria in animo da insegnar al vostro principe. —

XXXI. Rispose il signor Ottaviano: Molte altre cose, Signora, gl’insegnarei, pur ch’io le sapessi e tra l’altre, che dei suoi sudditi eleggesse un numero di gentiluomini e dei più nobili e savii, coi quali consultasse ogni cosa, e loro desse autorità e libera licenza, che del tutto senza risguardo dir gli potessero il parer loro; e con essi tenesse tal maniera, che tutti s’accorgessero che d’ogni cosa saper volesse la verità, ed avesse in odio ogni bugia; ed oltre a questo consiglio de’ nobili, ricordarei che fossero eletti tra ’l popolo altri di minor grado, dei quali si facesse un consiglio popolare, che communicasse col consiglio de’ nobili le occorrenze della città appartenenti al publico ed al privato: ed in tal modo si [p. 267 modifica] facesse del principe, come di capo, e dei nobili e dei popolari, come di membri16, un corpo solo unito insieme, il governo del quale nascesse principalmente dal principe, nientedimeno partecipasse ancora degli altri; e così arìa questo stato forma di tre governi buoni, che è il Regno, gli Ottimati e ’l Popolo.

XXXII. Appresso, gli mostrarei, che delle cure che al principe s’appartengono, la più importante è quella della giustizia; per la conservazion della quale si debbono eleggere nei magistrati i savii e gli approvati uomini, la prudenza de’ quali sia vera prudenza accompagnata dalla bontà, perchè altrimenti non è prudenza ma astuzia; e quando questa bontà manca, sempre l’arte e sottilità dei causidici non è altro che ruina e calamità delle leggi e dei giudicii, e la colpa d’ogni loro errore si ha da dare a chi gli ha posti in officio. Direi come dalla giustizia ancora depende quella pietà verso Iddio, che è debita a tutti, e massimamente ai principi, li quali debbon amarlo sopra ogni altra cosa, ed a lụi come al vero fine indrizzar tutte le sue azioni; e, come dicea Senofonte, onorarlo ed amarlo sempre, ma molto più quando sono in prosperità, per aver poi più ragionevolmente confidenza di domandargli grazia quando sono in qualche avversità: perchè impossibile è governar bene nė sè stesso nè altrui senza ajuto di Dio; il quale ai buoni alcuna volta manda la seconda fortuna17 per ministra sua, che gli rilievi da gravi pericoli; talor la avversa, per non gli lasciar addormentare nelle prosperità tanto che si scordino di lui, o della prudenza umana, la quale corregge spesso la mala fortuna, come buon giocatore i tratti mali de’ dadi col menar ben le tavole. Non lasciarei ancora di ricordare al principe che fosse veramente religioso, non superstizioso, nè dato alle vanità d’incanti e vaticinii; perchè, aggiungendo alla prudenza umana la pietà divina e la vera religione, avrebbe ancora la buona fortuna, e Dio protettore, il qual sempre gli accrescerebbe prosperità in pace ed in guerra.

XXXIII. Appresso direi, come dovesse amar la patria e i popoli suoi, tenendogli non in troppo servitù, per non si far loro odioso; dalla qual cosa nascono. le sedizioni, le [p. 268 modifica] giure e mille altri mali: nė meno in troppo libertà, per non esser vilipeso; da che procede la vita licenziosa e dissoluta dei popoli, le rapine, i furti, gli omicidii, senza timor alcuno delle leggi; spesso la ruina ed esizio totale della città e dei regni. Appresso, come dovesse amare i propinqui di grado in grado, servando tra tutti in certe cose una pare equalità, come nella giustizia e nella libertà; ed in alcune altre una ragionevole inequalità, come nell’esser liberale, nel remunerare, nel distribuir gli onori e dignità secondo la inequalità dei meriti, li quali sempre debbono non avanzare ma esser avanzati dalle remunerazioni; e che in tal modo sarebbe nonchė amato ma quasi adorato dai sudditi; nė bisogneria che esso per custodia della vita sua si commettesse a forestieri, chè i suoi per utilità di sè stessi con la propria la custodiriano, ed ognun volentieri obediria alle leggi, quando vedessero che esso medesimo obedisse, e fosse quasi custode ed esecutore incorruttibile di quelle; ed in tal modo, circa questo, darebbe così ferma impression di sè, che se ben talor occorresse contrafarle in qualche cosa, ognun conosceria che si facesse a buon fine, e ’l medesimo rispetto e riverenza s’aría al voler suo, che alle proprie leggi: e così sarian gli animi dei cittadini talmente temperati, che i buoni non cercariano aver più del bisogno, e i mali non poriano; perchė molte volte le eccessive ricchezze son causa di gran ruina18; come nella povera Italia, la quale è stata e tuttavia è preda esposta a genti strane, sì per lo mal governo, come per le molte ricchezze di che è piena. Però ben saria che la maggior parte dei cittadini fossero nė molto ricchi nè molto poveri, perchè i troppo ricchi spesso divengon superbi e temerarii; i poveri, vili e fraudolenti; ma li mediocri non fanno insidie agli altri, e vivono securi di non essere insidiati: ed essendo questi mediocri maggior numero, sono ancora più potenti; e però nė i poveri nè i ricchi possono conspirar contra il principe, ovvero contra gli altri, nė far sedizioni; onde per schifar questo male è saluberrima cosa mantenere universalmente la mediocrità.

XXXIV. Direi adunque, che usar dovesse questi e molti altri rimedii opporluni, perchė nella mente dei sudditi non [p. 269 modifica] nascesse desiderio di cose nuove e di mutazione di stato; il che per il più delle volle fanno o per guadagno o veramente per onore che sperano, o per danno o veramente per vergogna che temano19; e questi movimenti negli animi loro son generati talor dall’odio e sdegno che gli dispera, per le ingiurie e contumelie che son lor fatte per avarizia, superbia e crudeltà o libidine dei superiori; talor dal vilipendio che vi nasce per la negligenza e viltà e dappocagine de’ principi: ed a questi dui errori devesi occorrere con l’acquistar dai popoli l’amore e l’autorità; il che si fa col beneficare ed onorare i buoni, e rimediare prudentemente, e talor con severità, che i mali e sediziosi non diventino potenti20; la qual cosa è più facile da vietar prima che siano divenuti, che levar loro le forze poi che l’hanno acquistate: e direi che per vietar che i popoli non incorrano in questi errori, non è miglior via che guardargli dalle male consuetudini, e massimamente da quelle che si mettono in uso a poco a poco; perchè sono pestilenze secrete, che corrompono le città prima che altri non che rimediare, ma pur accorger se ne possa. Con tai modi ricorderei che ’l principe procurasse di conservare i suoi sudditi in stato tranquillo, e dar loro i beni dell’animo e del corpo e della fortuna; ma quelli del corpo e della fortuna per poter esercitar quelli dell’animo, i quali quanto son maggiori e più eccessivi, tanto son più utili; il che non interviene di quelli del corpo nè della fortuna. Se adunque i sudditi fossero buoni e valorosi, e ben indrizzati al fin della felicità, saria quel principe grandissimo signore; perchè quello è vero e gran dominio, sotto ’l quale i sudditi son buoni, e ben governati e ben comandati. —

XXXV. Allora il signor Gaspar, Penso io, disse, che picciol signor saria quello sotto ’l quale tutti i sudditi fossero buoni, perchė in ogni loco son pochi li buoni. – Rispose il signor Ottaviano: Se una qualche Circe mutasse in fiere tutti i sudditi del re di Francia, non vi parrebbe che piccol signor fosse, se ben signoreggiasse tante migliaja d’animali? e per contrario, se gli armenti che vanno pascendo solamente su per questi nostri monti divenissero uomini savii e yalorosi cavalieri, non estimareste voi che quei pastori che [p. 270 modifica] gli governassero, e da essi fossero obediti, fossero di pastori divenuti gran signori? Vedete adunque che non la moltitudine dei sudditi, ma il valor fa grandi li principi.—

XXXVI. Erano stati per buon spazio attentissimi al ragionamento del signor Ottaviano la signora Duchessa e la signora Emilia, e tutti gli altri; ma avendo quivi esso fatto un poco di pausa, come d’aver dato fine al suo ragionamento, disse messer Cesare Gonzaga: Veramente, signor Ottaviano, non si può dire che i documenti vostri non sian buoni ed utii; nientedimeno io crederei, che se voi formaste con quelli il vostro principe, più presto meritareste nome di buon maestro di scola che di buon Cortegiano, ed esso più presto di buon governatore che di gran principe. Non dico già che cura dei signori non debba essere che i popoli siano ben retti con giustizia e buone consuetudini; nientedimeno ad essi parmi che basti eleggere buoni ministri per eseguir queste tai cose, e che ’l vero officio loro sia poi molto maggiore. Però s’io mi sentissi esser quell’eccellente Cortegiano che hanno formato questi signori, ed aver la grazia del mio principe, certo è ch’io non lo indurrei mai a cosa alcuna viziosa; ma, per conseguir quel buon fine che voi dite, ed io confermo dover esser il frutto delle fatiche ed azioni del Cortegiano, cercherei d’imprimergli nell’animo una certa grandezza, con quel splendor regale e con una prontezza d’animo e valore invitto nell’arme, che lo facesse amare e reverir da ognuno di tal sorte, che per questo principalmente fosse famoso e chiaro al mondo. Direi ancor che compagnar dovesse con la grandezza una domestica mansuetudine, con quella umanità dolce ed amabile, e buona maniera d’accarezzare e i sudditi e i stranieri discretamente, più e meno, secondo i meriti, servando però sempre la maestà conveniente al grado suo, che non gli lasciasse in parte alcuna diminuire l’autorità per troppo bassezza, nè meno gli concitasse odio per troppo austera severità; dovesse essere liberalissimo, e splendido, e donar ad ognuno senza riservo, perchė Dio, come si dice, è tesauriero dei principi liberali; far conviti magnifici, feste, giochi, spettacoli publici; aver gran numero di cavalli eccellenti, per utilità nella guerra e [p. 271 modifica] per diletto nella pace; falconi, cani, e tutte l’altre cose che s’appartengono ai piaceri de’ gran signori e dei popoli: come a’ nostri di avemo veduto fare il signor Francesco Gonzaga marchese di Mantua, il quale a queste cose par più presto re d’Italia che signor d’una città. Cercherei ancor d’indurlo a far magni edificii, e per onor vivendo, e per dar di sè memoria ai posteri: come fece il duca Federico in questo nobil palazzo, ed or fa Papa Julio nel tempio di san Pietro21, e quella strada che va da Palazzo al diporto di Belvedere, e molti altri edificii: come faceano ancora gli antichi Romani; di che si vedeno tante reliquie a Roma ed a Napoli, a Pozzolo, a Baje, a Cività Vecchia, a Porto, ed ancor fuor d’Italia, e tanti altri lochi, che son gran testimonio del valor di quegli animi divini. Così ancor fece Alessandro Magno, il qual, non contento della fama che per aver domato il mondo con l’arme avea meritamente acquistata, edificò Alessandria in Egitto, in India Bucefalia22, ed altre cittă in altri paesi; e pensò di ridurre in forma d’uomo il monte Atos23, e nella man sinistra edificargli una amplissima città, e nella destra una gran coppa, nella quale si raccogliessero tutti i fiumi che da quello derivano, e di quindi traboccassero nel mare: pensier veramente grande, e degno d’Alessandro Magno. Queste cose estimo io, signor Ottaviano, che si convengano ad un nobile e vero principe, e lo facciano nella pace e nella guerra gloriosissimo; e non lo avertire a tante minuzie, e lo aver rispetto di combattere solamente per dominare e vincer quei che meritano esser dominati, o per far utilità ai sudditi, o per levare il governo a quelli che governan male: chè se i Romani, Alessandro, Annibale e gli altri avessero avuto questi risguardi, non sarebbon stati nel colmo di quella gloria che furono.

XXXVII. Rispose allor il signor Ottaviano ridendo: Quelli che non ebbero questi risguardi, arebbono fatto meglio avendogli; benchė, se considerate, trovarete che molti gli ebbero, e massimamente que’ primi antichi, come Teseo ed Ercole: nė crediate che altri fossero Procuste e Scirone, Cacco, Diomede, Anteo, Gerione, che tiranni crudeli ed empii, contra i quali aveano perpetua e mortal guerra [p. 272 modifica] questi magnanimi Eroi; e però per aver liberato il mondo da cosi intolerabili mostri (che altramente non si debbon nominare i tiranni), ad Ercole furon fatti i tempii e i sacrificii e dati gli onori divini; perchè il beneficio di estirpare i tiranni è tanto giovevole al mondo, che chi lo fa merita molto maggior premio, che tutto quello che si conviene ad un mortale. E di coloro che voi avete nominati, non vi par che Alessandro giovasse con le sue vittorie ai vinti, avendo instituite di tanti buoni costumi quelle barbare genti che superò, che di fiere gli fece uomini? edificò tante belle città in paesi mal abitati, introducendovi il viver morale; e quasi congiungendo l’Asia e l’Europa col vincolo dell’amicizia e delle sante leggi: di modo che più felici furono i vinti da lui, che gli altri; perchè ad alcuni mostrò i matrimonii, ad altri l’agricoltura, ad altri la religione, ad altri il non uccidere ma il nutrir i padri già vecchi, ad altri lo astenersi dal congiungersi con le madri, e mille altre cose che si porian dir in testimonio del giovamento che fecero al mondo le sue vittorie.

XXXVIII. Ma, lasciando gli antichi, qual più nobile e gloriosa impresa e più giovevole potrebbe essere, che se i Cristiani voltassero le forze loro a subjugar gl’infedeli? non vi parrebbe che questa guerra, succedendo prosperamente, ed essendo causa di ridurre dalla falsa setta di Maumet al lume della verità cristiana tante migliaja d’uomini, fosse per giovare così ai vinti come ai vincitori? E veramente, come già Temistocle, essendo discacciato dalla patria sua e raccolto dal re di Persia e da lui accarezzato ed onorato con infiniti e ricchissimi doni, ai suoi disse: Amici, ruinati eravamo noi, se non ruinavamo; così ben poriano allor con ragion dire il medesimo ancora i Turchi e i Mori, perchė nella perdita loro saria la lor salute. Questa felicità adunque spero che ancor vedremo, se da Dio ne fia conceduto il viver tanto, che alla corona di Francia pervenga Monsignor d’Angolem24, il quale tanta speranza mostra di sè, quanta, mo quarta sera, disse il signor Magnifico; ed a quella d’Inghilterra il signor don Enrico, principe di Waglia25, che or cresce sotto il magno padre in ogni sorte di virtù, come [p. 273 modifica] tenero rampollo sotto l’ombra d’arbore eccellente e carico di frutti, per rinovarlo molto più bello e più fecondo quando fia tempo; chè, come di là scrive il nostro Castiglione, e più largamente promette di dire al suo ritorno, pare che la natura in questo signore abbia voluto far prova di sė stessa, collocando in un corpo solo tante eccellenze, quante bastariano per adornarne infiniti. Disse allor messer Bernado Bibiena: Grandissima speranza ancor di sè promette don Carlo26, principe di Spagna, il quale non essendo ancor giunto al decimo anno della sua età, dimostra già tanto ingegno e così certi indizii di bontà, di prudenza, di modestia, di magnanimità e d’ogni virtù, che se l’imperio di cristianità sarà, come s’estima, nelle sue mani, creder si puỏ che ’l debba oscurare il nome di molti imperatori antichi, ed aguagliarsi di fama ai famosi che mai siano stati al mondo.

XXXIX. Soggiunse il signor Ottaviano: Credo adunque che tali e così divini principi siano da Dio mandati in terra, e da lui fatti simili della età giovenile, della potenza dell’arme, del stato, della bellezza e disposizion del corpo, a fin che siano ancor a questo buon voler concordi; e se invidia o emulazione alcuna esser deve mai tra essi, sia solamente in voler ciascuno esser il primo e più fervente ed animato a così gloriosa impresa. Ma lasciamo questo ragionamento, e torniamo al nostro. Dico adunque, messer Cesare, che le cose che voi volete che faccia il principe son grandissime e degne di molta laude; ma dovete intendere, che se esso non sa quello ch’io ho detto che ha da sapere, e non ha formato l’animo di quel modo, ed indrizzato al cammino della virtù, difficilmente saprà esser magnanimo, liberale, giusto, animoso, prudente, o avere alcuna altra qualità di quelle che se gli aspettano; nė per altro vorrei che fosse tale, che per saper esercitar queste condizioni: chè sì come quelli che edificano non son tutti buoni architetti, così quegli che donano non son tutti liberali; perchė la virtù non nuoce mai ad alcuno, e molti sono che robbano per donare, e così son liberali della robba d’altri; alcuni dànno a cui non debbono, e lasciano in calamità e miseria quegli a’ quali sono obligati; altri dànno con una certa mala grazia e quasi dispetto, tal [p. 274 modifica] che si conosce che lo fan per forza; altri non solamente non son secreti, ma chiamano i testimoni e quasi fanno bandire le sue liberalità; altri pazzamente vuotano in un tratto quel fonte della liberalità, tanto che poi non si può usar più.

XL. Però in questo, come nell’altre cose, bisogna sapere e governarsi con quella prudenza, che è necessaria compagna a tutte le virtù; le quali, per esser mediocrità, sono vicine alli dui estremi, che sono vizii; onde chi non sa, facilmente incorre in essi: perchè così come è difficile nel circolo trovare il punto del centro, che è il mezzo, così è difficile trovare il punto della virtù posta nel mezzo delli dui estremi, viziosi l’uno per lo troppo, l’altro per lo poco, ed a questi siamo, or all’uno or all’altro, inclinati: e ciò si conosce per lo piacere e per lo dispiacere che in noi si sente; chè per l’uno facciamo quello che non devemo, per l’altro lasciamo di far quello che deveremmo; benchè il piacere è molto più pericoloso, perchè facilmente il giudicio nostro da quello si lascia corrompere. Ma perchè il conoscere quanto sia l’uom lontano dal centro27 della virtù è cosa difficile, devemo ritirarci a poco a poco da noi stessi alla contraria parte di quello estremo al qual conoscemo esser inclinati, come fanno quelli che indrizzano i legni distorti; chè in tal modo s’accostaremo alla virtù, la quale, come ho detto, consiste in quel punto della mediocrità: onde interviene che noi per molti modi erriamo, e per un solo facciamo l’officio e debito nostro; così come gli arcieri, che per una via sola dànno nella brocca, e per molte fallano il segno. Però spesso un principe, per voler esser umano ed affabile, fa infinite cose fuor del decoro, e si avvilisce tanto che è disprezzato; alcun altro, per servar quella maestà grave con autorità conveniente, diviene austero ed intolerabile; alcun, per esser tenuto eloquente, entra in mille strane maniere e lunghi circuiti di parole affettate, ascoltando sė stesso tanto, che gli altri per fastidio ascoltar non lo possono.

XLI. Sì che non chiamate, messer Cesare, per minuzia cosa alcuna che possa migliorare un principe in qualsivoglia parte, per minima che ella sia; nė pensate già ch’io estimi che voi biasmiate i miei documenti, dicendo che con [p. 275 modifica] quelli piuttosto si formaria un buon governatore che un buon principe; chè non si può forse dare maggior laude nè più conveniente ad un principe, che chiamarlo buon governatore. Però, se a me toccasse instituirlo, vorrei che egli avesse cura non solamente di governar le cose già dette, ma le molto minori, ed intendesse tutte le particolarità appartenenti a’ suoi popoli quanto fosse possibile, nė mai credesse tanto nė tanto si confidasse d’alcun suo ministro, che a quel solo rimettesse totalmente la briglia e lo arbitrio di tutto ’l governo; perchè non è alcuno che sia attissimo a tutte le cose, e molto maggior danno procede dalla credulitả de’ signori che dalla incredulità, la qual non solamente talor non nuoce, ma spesso sommamente giova: pur in questo è necessario il buon giudicio del principe, per conoscere chi merita esser creduto e chi no. Vorrei che avesse cura d’intendere le azioni, ed esser censore de’ suoi ministri; di levare ed abreviar le liti tra i sudditi; di far far pace tra essi, ed allegargli insieme de’ parentati; di far che la città fosse tutta unita e concorde in amicizia, come una casa privata; popolosa, non povera, quieta, piena di buoni artefici; di favorir i mercatanti, ed ajutarli ancora con denari; d’esser liberale ed onorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso i religiosi; di temperar tutte le superfluità: perchė spesso per gli errori che si fanno in queste cose, benchė pajano piccoli, le città vanno in ruina; però è ragionevole che ’l principe ponga mèta ai troppo sontuosi edificii dei privati, ai convivii, alle doti eccessive delle donne, al lusso, alle pompe nelle gioje e vestimenti, che non è altro che un argomento della lor pazzia; chè, oltre che spesso, per quella ambizione ed invidia che si portano l’una all’altra, dissipano le facoltà e la sostanza dei mariti, talor per una giojetta o qualche altra frascheria tale vendono la pudicizia loro a chi la vuol comperare.

XLII. Allora messer Bernardo Bibiena, ridendo, Signor Ottaviano, disse, voi entrate nella parte del signor Gaspar e del Frigio. — Rispose il signor Ottaviano, pur ridendo: La lite è finita, ed io non voglio già rinovarla; però non dirò più delle donne, ma ritornerò al mio principe. — [p. 276 modifica] Rispose il Frigio: Ben potete oramai lasciarlo, e contentarvi ch’egli sia tale come l’avete formato; chè senza dubio più facil cosa sarebbe trovare una donna con le condizioni dette dal signor Magnifico, che un principe con le condizioni dette da voi; però dubito che sia come la republica di Platone, e che non siamo per vederne mai un tale, se non forse in cielo. – Rispose il signor Ottaviano: Le cose possibili, benchė siano difficili, pur si può sperare che abbiano da essere; perció forse vedremolo ancor a’ nostri tempi in terra: chė benchė i cieli siano tanto avari in produr principi eccellenti, che a pena in molti secoli se ne vede uno, potrebbe questa buona fortuna toccare a noi. Disse allor il conte Ludovico: Io ne sto con assai buona speranza; perchė, oltra quelli tre grandi che avemo nominati, dei quali sperar si può ciỏ che s’è detto convenirsi al supremo grado di perfetto principe, ancora in Italia si ritrovano oggidì alcuni figlioli di signori, li quali, benchè non siano per aver tanta potenza, forse suppliranno con la virtù; e quello che tra tutti si mostra di meglior indole, e di sè promette maggior speranza che alcun degli altri, parmi che sia il signor Federico Gonzaga28, primogenito del marchese di Mantua, nepote della signora Duchessa nostra qui; chè, oltra la gentilezza de’ costumi, e la discrezione che in così tenera età dimostra, coloro che lo governano di lui dicono cose di maraviglia circa l’essere ingenioso, cupido d’onore, magnanimo, cortese, liberale, amico della giustizia; di modo che di così buon principio non si può se non aspettare ottimo fine. Allor il Frigio, Or non più, disse; pregheremo Dio di vedere adempita questa vostra speranza.—

XLIII. Quivi il signor Ottaviano, rivolto alla signora Duchessa con maniera d’aver dato fine al suo ragionamento, Eccovi, Signora, disse, quello che a dir m’occorre del fin del Cortegiano; nella qual cosa s’io non arò satisfatto in tutto, bastarammi almen aver dimostrato che qualche perfezion ancora dar se gli potea oltra le cose dette da questi signori; li quali io estimo che abbiano pretermesso e questo, e tutto quello ch’io potrei dire, non perchè non lo sapessero meglio di me, ma per fuggir fatica; però lasciarò che essi [p. 277 modifica] vadano continuando, se a dir gli avanza cosa alcuna. —Allora disse la signora Duchessa: Oltra che l’ora è tanto tarda, che tosto sarà tempo di dar fine per questa sera, a me non par che noi debbiam mescolare altro ragionamento con questo; nel quale voi avete raccolto tante varie e belle cose, che circa il fine della Cortegianía si può dir che non solamente siate quel perfetto Cortegiano che noi cerchiamo, e bastante per instituir bene il vostro principe; ma, se la fortuna vi sarà propizia, che debbiate ancor essere ottimo principe: il che saria con molta utilità della patria vostra. Rise il signor Ottavian0, e disse: Forse, Signora, s’io fossi in tal grado, a me ancor interverria quello che suole intervenire a molti altri, li quali san meglio dire che fare.

XLIV. Quivi essendosi replicato un poco di ragionamento tra tutta la compagnia confusamente, con alcune contradizioni, pur a laude di quello che s’era parlato, e dettosi che ancor non era l’ora d’andar a dormire, disse ridendo il Magnifico Juliano: Signora, io son tanto nemico degl’inganni, che m’è forza contradir al signor Ottaviano, il qual per esser, come io dubito, congiurato secretamente col signor Gaspar contra le donne, è incorso in dui errori, secondo me, grandissimi: dei quali l’uno è, che per preporre questo Cortegiano alla Donna di Palazzo, e farlo eccedere quei termini a che essa può giungere, l’ha preposto ancor al Principe, il che è inconvenientissimo; l’altro, che gli ha dato un tal fine, che sempre è difficile e talor impossibile che lo conseguisca, e quando pur lo consegue, non si deve nominar per Cortegiano. — Io non intendo, disse la signora Emilia, come sia cosi difficile o impossibile che ’l Cortegiano conseguisca questo. suo fine, nė meno come il signor Ottaviano l’abbia preposto al principe. — Non gli consentite queste cose, rispose il signor Ottaviano, perch’io non ho preposto il Cortegiano al principe; e circa il fine della Cortegianía non mi presumo esser incorso in errore alcuno. Rispose allor il Magnifico Juliano: Dir non potete, signor Ottaviano, che sempre la causa per la quale lo effetto è tale come egli è, non sia più tale che non è quello effetto; però bisogna che ’l Cortegiano, per la instituzion del quale il principe ha da esser di tanta [p. 278 modifica] eccellenza, sia più eccellente che quel principe; ed in questo modo sarà ancora di più dignità che ’l principe istesso: il che è inconvenientissimo. Circa il fine poi della Cortegianía, quello che voi avete detto può seguitare quando l’età del principe è poco differente da quella del Cortegiano, ma non però senza difficoltà, perchè dove è poca differenza d’età, ragionevol è che ancor poca ve ne sia di sapere; ma se ’l principe è vecchio e ’l Cortegian giovane, conveniente è che ’l principe vecchio sappia più che ’l Cortegian giovane, e se questo non intervien sempre, intervien qualche volta; ed allor il fine che voi avete attribuito al Cortegiano è impossibile. Se ancora il principe è giovane e ’l Cortegian vecchio, difficilmente il Cortegian può guadagnarsi la mente del principe con quelle condizioni che voi gli avete attribuite; chè, per dir il vero, l’armeggiare e gli altri esercizii della persona s’appartengono a’ giovani, e non riescono ne’ vecchi, e la musica e le danze e feste e giochi e gli amori in quella età son cose ridicole; e parmi che ad uno institutor della vita e costumi del principe, il qual deve esser persona tanto grave e d’autorità, maturo negli anni e nella esperienza, e, se possibil fosse, buon filosofo, buon capitano, e quasi saper ogni cosa, siano disconvenientissime. Però chi instituisce il principe estimo io che non s’abbia da chiamar Cortegiano, ma meriti molto maggiore e più onorato nome. Sì che, signor Ottaviano, perdonatemi s’io ho scoperto questa vostra fallacia, chè mi par esser tenuto a far così per l’onor della mia Donna; la qual voi pur vorreste che fosse di minor dignità che questo yostro Cortegiano, ed io nol voglio comportare.

XLV. Rise il signor Ottaviano, e disse: Signor Magnifico, più laude della Donna di Palazzo sarebbe lo esaltarla tanto ch’ella fosse pari al Cortegiano, che abassar il Cortegian tanto che ’l sia pari alla Donna di Palazzo; chè già non saria proibito alla Donna ancora instituir la sua Signora, e tender con essa a quel fine della Cortegianía ch’io ho detto convenirsi al Corlegian col suo principe; ma voi cercate più di biasimare il Cortegiano, che di laudar la Donna di Palazzo: però a me ancor sarà lecito tener la ragione del [p. 279 modifica] Cortegiano. Per rispondere adunque alle vostre objezioni, dico, ch’io non ho detto che la instituzione del Cortegiano debba esser la sola causa per la quale il principe sia tale; perchė se esso non fosse inclinato da natura ed atto a poter essere, ogni cura e ricordo del Cortegiano sarebbe indarno: come ancor indarno s’affaticaria ogni buono agricoltore che si mettesse a coltivare e seminare d’ottimi grani l’arena sterile del mare, perchè quella tal sterilitả in quel loco è naturale; ma quando al buon seme in terren fertile, con la temperie dell’aria e piogge convenienti alle stagioni s’aggiunge ancora la diligenza della coltura umana, si vedon sempre largamente nascere abondantissimi frutti; nè però è che lo agricoltor solo sia la causa di quelli, benchè senza esso poco o niente giovassero tutte le altre cose. Sono adunque molti principi che sarian buoni, se gli animi loro fossero ben coltivati; e di questi parlo io, non di quelli che sono come il paese sterile, e tanto da natura alieni dai buoni costumi, che non basta disciplina alcuna per indur l’animo loro al diritto cammino.

XLVI. E perchè, come già avemo detto, tali si fanno gli abiti in noi quali sono le nostre operazioni, e nell’operar consiste la virtù, non è impossibil nė maraviglia che ’l Cortegiano indrizzi il principe a molte virtù, come la giustizia, la liberalità, la magnanimità, le operazion delle quali esso per la grandezza sua facilmente può mettere in uso e farne abito; il che non può il Cortegiano, per non aver modo d’operarle; e così il principe, indotto alla virtù dal Cortegiano, può divenir più virtuoso che ’l Cortegiano. Oltra che dovete saper che la cote che non taglia punto, pur fa acuto il ferro29; però parmi che ancora che ’l Cortegiano instituisca il principe, non per questo s’abbia a dir che egli sia di più dignità che ’l principe. Che ’l fin di questa Cortegianía sia difficile e talor impossibile, e che quando pur il Cortegian lo consegue non si debba nominar per Cortegiano, ma meriti maggior nome: dico, ch’io non nego questa difficoltà, perchè non meno è difficile trovar un così eccellente Cortegiano, che conseguir un tal fine; parmi ben che la impossibilità non sia nè anco in quel caso che voi avete allegato: perchè [p. 280 modifica] se ’l Cortegian è tanto giovane, che non sappia quello che s’è detto ch’egli ha da sapere, non accade parlarne, perchè non è quel Cortegiano che noi presupponemo, nè possibil è che chi ha da sapere tante cose, sia molto giovane. E se pur occorrerà che ’l principe sia così savio e buono da sè stesso, che non abbia bisogno di ricordi nė consigli d’altri (benchè questo è tanto difficile quanto ognun sa), al Cortegian basterà esser tale, che se ’l principe n’avesse bisogno, potesse farlo virtuoso; e con lo effetto poi potrà satisfare a quell’altra parte, di non lasciarlo ingannare, e di far che sempre sappia la verità d’ogni cosa, e d’opporsi agli adulatori, ai maledici, ed a tutti coloro che machinassero di corromper l’animo di quello con disonesti piaceri; ed in tal modo conseguirà pur il suo fine in gran parte, ancora che non lo metta totalmente in opera: il che non sarà ragion d’imputargli per difetto, restando di farlo per così buona causa; chè se uno eccellente medico si ritrovasse in loco dove tutti gli uomini fossero sani, non per questo si devria dir che quel medico, sebben non sanasse gl’infermi, mancasse del suo fine: però, siccome del medico deve essere intenzione la sanità degli uomini, così del Cortegiano la virtù del suo principe; ed all’uno e l’altro basta aver questo fine intrinseco in potenza, quando il non produrlo estrinsecamente in atto procede dal subjetto al quale è indrizzato questo fine. Ma se ’l Cortegian fosse tanto vecchio, che non se gli convenisse esercitar la musica, le feste, i giochi, l’arme, e l’altre prodezze della persona, non si può però ancor dire che impossibile gli sia per quella via entrare in grazia al suo principe; perchè se la età leva l’operar quelle cose, non leva l’intenderle, ed, avendole operate in gioventù, lo fa averne tanto più perfetto giudicio, e più perfettamente saperle insegnar al suo principe, quanto più notizia d’ogni cosa portan seco gli anni e la esperienza: ed in questo modo il Cortegian vecchio, ancora che non eserciti le condizioni attribuitegli, conseguirà pur il suo fine d’instituir bene il principe.

XLVII. E se non vorrete chiamarlo Cortegiano, non mi dà noja; perchè la natura non ha posto tal termine alle dignità umane, che non si possa ascendere dall’una all’altra: però [p. 281 modifica] spesso i soldati semplici divengon capitani, gli uomini privati re, e i sacerdoti papi, e i discepoli maestri, e così insieme con la dignità acquistano ancor il nome; onde forse si poria dir, che ’l divenir institutor del principe fosse il fin del Cortegiano. Benchè non so chi abbia da rifiutar questo nome di perfetto Cortegiano, il quale, secondo me, è degno di grandissima laude; e parmi che Omero, secondo che formo dui uomini eccellentissimi per esempio della vita umana, l’uno nelle azioni, che fu Achille, l’altro nelle passioni e toleranze, che fu Ulisse, così volesse ancora formar un perfetto Cortegiano, che fu quel Fenice, il qual, dopo l’aver narrato i suoi amori, e molte altre cose giovenili, dice esser stato mandato ad Achille da Peleo suo padre per stargli in compagnia, e insegnargli a dire e fare: il che non è altro, che ’l fin che noi avemo disegnato al nostro Cortegiano. Nė penso che Aristotele e Platone si fossero sdegnati del nome di perfetto Cortegiano, perchè si vede chiaramente che fecero l’opere della Cortegianía, ed attesero a questo fine, l’un con Alessandro Magno, l’altro coi re di Sicilia. E perchè officio è di buon Cortegiano conoscer la natura del principe e l’inclinazion sue, e cosi, secondo i bisogni e le opportunità, con destrezza entrar loro in grazia, come avemo detto, per quelle vie che prestano l’adito securo, e poi indurlo alla virtù: Aristotele così ben conobbe la natura d’Alessandro, e con destrezza così ben la secondò, che da lui fu amato ed onorato più che padre; onde, tra molti altri segni che Alessandro in testimonio della sua benivolenza gli fece, volse che Stagira sua patria, già disfatta, fosse reedificata; ed Aristotele, oltre allo indrizzar lui a quel fin gloriosissimo, che fu il voler fare che ’l mondo fosse come una sol patria universale, e tutti gli uomini come un sol popolo, che vivesse in amicizia e concordia tra sè sotto un sol governo ed una sola legge che risplendesse communemente a tutti come la luce del sole, lo formò nelle scienze naturali e nelle virtù dell’animo talmente, che lo fece sapientissimo, fortissimo, continentissimo, e vero filosofo morale, non solamente nelle parole ma negli effeltti; chè non si può imaginare più nobil filosofia, che indur al viver civile i popoli tanto efferati [p. 282 modifica] come quelli che abitano Battra e Caucaso, la India, la Scizia, ed insegnar loro i matrimonii, l’agricoltura, l’onorar i padri, astenersi dalle rapine e dagli omicidii e dagli altri mal costumi, lo edificare tante città nobilissime in paesi lontani, di modo che infiniti uomini per quelle leggi furono ridotti dalla vita ferina alla umana; e di queste cose in Alessandro fu autore Aristotele, usando i modi di buon Cortegiano: il che non seppe far Calistene, ancorchè Aristotele glielo mostrasse; che, per voler esser puro filosofo, e così austero ministro della nuda verità, senza mescolarvi la Cortegianía, perdė la vita, e non giovo anzi diede infamia ad Alessandro. Per lo medesimo modo della Cortegianía Platone formò Dione Siracusano; ed avendo poi trovato quel Dionisio tiranno, come un libro tutto pieno di mende e d’errori, e più presto bisognoso d’una universal litura che di mutazione o correzione alcuna, per non esser possibile levargli quella tintura della tirannide, della qual tanto tempo già era macchiato, non volse operarvi i modi della Cortegianía, parendogli che dovessero esser tutti indarno. Il che ancora deve fare il nostro Cortegiano, se per sorte si ritrova a servizio di principe di cosi mala natura, che sia inveterato nei vizii, come li ftisici nella infermità; perchè in tal caso deve levarsi da quella servitù, per non portar biasimo delle male opere del suo signore, e per non sentir quella noja che senton tutti i buoni che servono ai mali.—

XLVIII. Quivi essendosi fermato il signor Ottaviano di parlare, disse il signor Gaspar: Io non aspettava giả che ’l nostro Cortegiano avesse tanto d’onore; ma poi che Aristotele e Platone son suoi compagni, penso che niun più debba sdegnarsi di questo nome. Non so già però s’io mi creda, che Aristotele e Platone mai danzassero o fossero musici in sua vita, o facessero altre opere di cavalleria. — Rispose il signor Ottaviano: Non è quasi licito imaginar che questi dui spiriti divini non sapessero ogni cosa, e però creder si può che operassero ciò che s’appartiene alla Cortegianía, perchè dove lor occorre ne scrivono di tal modo, che gli artefici medesimi delle cose da loro scritte conoscono che le intendevano insino alle medolle ed alle più intime radici. Onde non è da dir [p. 283 modifica] che al Cortegiano o institutor del principe, come lo vogliate chiamare, il qual tenda a quel buon fine che avemo detto, non si convengan tutte le condizioni attribuitegli da questi signori, ancora che fosse severissimo filosofo e di costumi santissimo, perchė non repugnano alla bontà, alla discrezione, al sapere, al valore30, in ogni età, ed in ogni tempo e loco. —

XLIX. Allora il signor Gaspar, Ricordomi, disse, che questi signori jersera, ragionando delle condizioni del Cortegiano, volsero ch’egli fosse inamorato; e perchè, reassumendo quello che s’è detto insin qui, si poria cavar una conclusione, che ’l Cortegiano, il quale col valore ed autorità sua ha da indur il principe alla virtủ, quasi necessariamente bisogna che sia vecchio, perchè rarissime volte il saper viene inanzi agli anni, e massimamente in quelle cose che si imparano con la esperienza: non so come, essendo di età provetto, se gli convenga lessere inamorato; atteso che, come questa sera s’è detto, l’amor ne’ vecchi non riesce, e quelle cose che ne’ giovani sono delizie, cortesie ed attilature tanto grate alle donne, in essi sono pazzie ed inezie ridicole, ed a chi le usa partoriscono odio dalle donne, e beffe dagli altri. Però se questo vostro Aristotele, Cortegian vecchio, fosse inamorato, e facesse quelle cose che fanno i giovani inamorati, come alcuni che n’avemo veduti a’ di nostri, dubito che si scorderia d’insegnar al suo principe, e forse i fanciulli gli farebbon drieto la baja, e le donne ne trarrebbon poco altro piacere che di burlarlo. — Allora il signor Ottaviano, Poichè tutte l’altre condizioni, disse, attribuite al Cortegiano se gli confanno ancora che egli sia vecchio, non mi par già che debbiamo privarlo di questa felicită d’amare. — Anzi, disse il signor Gaspar, levargli questo amare è una perfezion di più, ed un farlo vivere felicemente fuor di miseria e calamità. —

L. Disse messer Pietro Bembo: Non vi ricorda, signor Gaspar, che ’l signor Ottaviano, ancora ch’egli sia male esperto in amore, pur l’altra sera mostrò nel suo gioco di saper che alcuni inamorati sono, li quali chiamano per dolci li sdegni e l’ire e le guerre e i tormenti che hanno dalle lor [p. 284 modifica] donne; onde domandò, che insegnato gli fosse la causa di questa dolcezza? Però se il nostro Cortegiano, ancora che vecchio, s’accendesse di quegli amori che son dolci senza amaritudine, non ne sentirebbe calamità o miseria alcuna; ed essendo savio, come noi presupponiamo, non s’ingannaria pensando che a lui si convenisse tutto quello che si convien ai giovani; ma, amando, ameria forse d’un modo, che non solamente non gli portaria biasimo alcuno, ma molta laude e somma felicità non compagnata da fastidio alcuno, il che rare volte e quasi non mai interviene ai giovani; così non lascieria d’insegnare al suo principe, nè farebbe cosa che meritasse la baja da’ fanciulli. — Allor la signora Duchessa, Piacemi, disse, messer Pietro, che voi questa sera abbiate avuto poca fatica nei nostri ragionamenti, perchè ora con più securtà v’imporremo il carico di parlare, ed insegnar al Cortegiano questo così felice amore, che non ha seco nė biasimo nè dispiacere alcuno; che forse sarà una delle più importanti ed utili condizioni che per ancora gli siano altribuite: però dite, per vostra fè, tutto quello che ne sapete. — Rise messer Pietro, e disse: Io non vorrei, Signora, che ’l mio dir che ai vecchi sia licito lo amare, fosse cagion di farmi tener per vecchio da queste donne; però date pur questa impresa ad un altro.— Rispose la signora Duchessa: Non dovete fuggir d’esser riputato vecchio di sapere, sebben foste giovane d’anni; però dite, e non v’escusate più.— Disse messer Pietro: Veramente, Signora, avendo io da parlar di questa materia, bisognariami andar a domandar consiglio allo Eremita del mio Lavinello.— Allor la signora Emilia, quasi turbata, Messer Pietro, disse, non è alcuno nella compagnia che sia più disobediente di voi; però sarà ben che la signora Duchessa vi dia qualche castigo.— Disse messer Pietro, pur ridendo: Non vi adirate meco, Signora, per amor di Dio; che io dirò ciò che voi vorrete. — Or dite adunque, — rispose la signora Emilia.

LI. Allora messer Pietro, avendo prima alquanto taciuto, poi rassettatosi un poco, come per parlar di cosa importante, cosi disse: Signori, per dimostrar che i vecchi possano non solamente amar senza biasimo, ma talor più [p. 285 modifica] felicemente che i giovani, sarammi necessario far un poco di discorso, per dichiarir che cosa è amore31, ed in che consiste la felicità che possono aver gl’inamorati; però pregovi ad ascoltarmi con attenzione, perchė spero farvi vedere che qui non è uomo a cui si disconvenga l’esser inamorato, ancor che egli avesse quindici o venti anni più che ’l signor Morello. — E quivi, essendosi alquanto riso, soggiunse messer Pietro: Dico adunque che, secondo che dagli antichi savii è diffinito, Amor non è altro che un certo desiderio di fruir la bellezza32; e perchè il desiderio non appetisce se non le cose conosciute, bisogna sempre che la cognizion preceda il desiderio: il quale per sua natura vuole il bene, ma da sè è cieco e non lo conosce. Però ha così ordinato la natura, che ad ogni virtù conoscente sia congiunta una virtù appetitiva; e perchè nell’anima nostra son tre modi di conoscere, cioè per lo senso, per la ragione e per l’intelletto: dal senso nasce l’appetito, il qual a noi è commune con gli animali bruti; dalla ragione nasce la elezione, che è propria dell’uomo; dall’intelletto, per lo quale l’uom può communicar con gli angeli, nasce la volontà. Così adunque come il senso non conosce se non cose sensibili, l’appetito le medesime solamente desidera; e così come l’intelletto non è vòlto ad altro che alla contemplazion di cose intelligibili, quella volontà solamente si nutrisce di beni spirituali. L’uomo, di natura razionale, posto come mezzo fra questi dui estremi, può, per sua elezione, inclinandosi al senso ovvero elevandosi allo intelletto, accostarsi ai desiderii or dell’una or dell’altra parte. Di questi modi adunque si può desiderar la bellezza33; il nome universal della quale si conviene a tutte le cose o naturali o artificiali che son composte con buona proporzione e debito temperamento, quanto comporta la lor natura.

LII. Ma, parlando della bellezza che noi intendemo, che è quella solamente che appar nei corpi e massimamente nei volti umani, e muove questo ardente desiderio che noi chiamiamo amore: diremo, che è un flusso della bontà divina34, il quale benchè si spanda sopra tutte le cose create, come il lume del sole, pur quando trova un volto ben misurato e composto con una certa gioconda concordia di colori distinti, ed [p. 286 modifica] ajutati dai lumi e dall’ombre e da una ordinata distanza e termini di linee, vi s’infonde e si dimostra bellissimo, e quel subjetto ove riluce adorna ed illumina d’una grazia e splendor mirabile, a guisa di raggio di sole che percota in un bel vaso d’oro terso e variato di preziose gemme; onde piacevolmente tira a sè gli occhi umani, e per quelli penetrando s’imprime nell’anima, e con una nuova soavità tutta la commove e diletta, ed accendendola, da lei desiderar si fa. Essendo adunque l’anima presa dal desiderio di fruir questa bellezza come cosa buona, se guidar si lascia dal giudicio del senso incorre in gravissimi errori, e giudica che ’l corpo, nel qual si vede la bellezza, sia la causa principal di quella, onde per fruirla estima essere necessario l’unirsi intimamente più che può con quel corpo; il che è falso: e però chi pensa, possedendo il corpo, fruir la bellezza, s’inganna, e vien mosso non da vera cognizione35 per elezion di ragione, ma da falsa opinion per l’appetito del senso: onde il piacer che ne segue esso ancora necessariamente è falso e mendoso. E però in un de’ dui mali incorrono tutti quegli amanti, che adempiono le lor non oneste voglie con quelle donne che amano: chè ovvero subito che son giunte al fin desiderato non solamente senton sazietà e fastidio, ma piglian odio alla cosa amata, quasi che l’appetito si ripenta dell’error suo, e riconosca l’inganno fattogli dal falso giudicio del senso, per lo quale ha creduto che ’l mal sia bene; ovvero restano nel medesimo desiderio ed avidità, come quelli che non son giunti veramente al fine che cercavano; e benchè per la cieca opinione, nella quale inebriati si sono, paja loro che in quel punto sentano piacere, come talor gl’infermi che sognano di ber a qualche chiaro fonte, nientedimeno non si contentano nè s’acquetano. E perchè dal possedere il ben desiderato nasce sempre quiete e satisfazione nell’animo del possessore, se quello36 fosse il vero e buon fine del loro desiderio, possedendolo restariano quieti e satisfatti; il che non fanno: anzi, ingannati da quella similitudine, subito ritornano al sfrenato desiderio, e con la medesima molestia che prima sentivano si ritrovano nella furiosa ed ardentissima sete di quello, che in vano sperano di posseder perfettamente. Questi tali [p. 287 modifica] inamorati adunque amano infelicissimamente37, perchè ovvero non conseguono mai li desiderii loro, il che è grande infelicità; ovver, se gli conseguono, si trovano aver conseguito il suo male, e finiscono le miserie con altre maggior miserie; perchè ancora nel principio e nel mezzo di questo amore altro non si sente giammai che affanni, tormenti, dolori, stenti, fatiche: di modo che l’esser pallido, afflitto, in continue lacrime e sospiri, il star mesto, il tacer sempre o lamentarsi, il desiderar di morire, in somma l’esser infelicissimo, son le condizioni che si dicono convenir agl’inamorati.

LIII. La causa adunque di questa calamità negli animi umani è principalmente il senso, il quale nella età giovenile è potentissimo, perchè ’l vigor della carne e del sangue in quella stagione gli dà tanto di forza, quanto ne scema alla ragione, e però facilmente induce l’anima a seguitar l’appetito; perchè ritrovandosi essa sommersa nella prigion terrena, e, per esser applicata al ministerio di governar il corpo, priva della contemplazion spirituale, non può da sè intender chiaramente la verità; onde, per aver cognizion delle cose, bisogna che vada mendicandone il principio dai sensi38, e però loro crede e loro si inchina e da loro guidar si lascia, massimamente quando hanno tanto vigore che quasi la sforzano; e perchè essi son fallaci, la empiono d’errori e false opinioni. Onde quasi sempre occorre che i giovani sono avvolti in questo amor sensuale in tutto rubello dalla ragione, e però39 si fanno indegni di fruir le grazie e i beni che dona amor ai suoi veri soggetti; nė in amor sentono piaceri fuor che i medesimi che sentono gli animali irrazionali, ma gli affanni molto più gravi. Stando adunque questo presupposito, il quale è verissimo, dico che ’l contrario interviene a quelli che sono nella età più matura; chè se questi tali, quando già l’anima non è tanto oppressa dal peso corporeo, e quando il fervor naturale cominecia ad intepidirsi, s’accendono della bellezza e verso quella volgono il desiderio guidato da razional elezione, non restano ingannati, e posseggono perfettamente la bellezza: e però dal possederla nasce lor sempre bene; perchè la bellezza è buona, e [p. 288 modifica] conseguentemente il vero amor di quella è buonissimo e santissimo, e sempre produce effetti buoni nell’animo di quelli, che col fren della ragion correggono la nequizia del senso; il che molto più facilmente i vecchi far possono che i giovani.

LIV. Non è adunque fuor di ragione il dire ancor, che i vecchi40 amar possano senza biasimo e più felicemente che i giovaņi; pigliando però questo nome di vecchio non per decrepito, nè quando giả gli organi del corpo son tanto debili, che l’anima per quelli non può operar le sue virtù, ma quando il saper in noi sta nel suo vero vigore. Non tacerò ancora questo; che è ch’io estimo che, benchè l’amor sensuale in ogni età sia malo41, pur ne’ giovani meriti42 escusazione, e forse in qualche modo sia licito; chè se ben dà loro affanni, pericoli, fatiche, e quelle infelicità che s’è detto, son però molti che per guadagnar la grazia delle donne amate fan cose virtuose, le quali benchè non siano indrizzate a buon fine, pur in sè son buone; e così di quel molto amaro cavano un poco di dolce, e per le avversità che sopportano in ultimo riconoscon l’error suo. Come adunque estimo che quei giovani che sforzan gli appetiti ed amano con la ragione sian divini, così escuso quelli che vincer si lasciano dall’amor sensuale, al qual tanto per la imbecillità umana sono inclinati: purchė in esso mostrino gentilezza, cortesia e valore, e le altre nobil condizioni che hanno dette questi signori; e quando non son più nella età giovenile, in tutto l’abbandonino, allontanandosi da questo sensual desiderio, come dal più basso grado della scala per la qual si può ascendere al vero amore. Ma se ancor, poi che son vecchi, nel freddo core conservano il foco degli appetiti, e sottopongon la ragion gagliarda al senso debile, non si può dir quanto siano da biasimare; chè, come insensati, meritano con perpetua infamia esser connumerati43 tra gli animali irrazionali, perchè i pensieri e i modi dell’amor sensuale son troppo disconvenienti alla età matura. —

LV. Quivi fece il Bembo un poco di pausa, quasi come per riposarsi; e stando ognun cheto, disse il signor Morello da Ortona: E se si trovasse un vecchio piủ disposto e gagliardo e di miglior aspetto che molti giovani, perchè non vorreste voi che a questo fosse licito amar di quello amore [p. 289 modifica] che amano i giovani? — Rise la signora Duchessa e disse: Se l’amor dei giovani è così infelice, perchè volete voi, signor Morello, che i vecchi essi ancor amino con quella infelicità? ma se voi foste vecchio, come dicon costoro, non procurareste così il mal dei vecchi. — Rispose il signor Morello: Il mal dei vecchi parmi che procuri messer Pietro Bembo, il qual vuole che amino d’un certo modo, ch’io per me non l’intendo44; e parmi che ’l possedere questa bellezza, che esso tanto lauda, senza ’l corpo, sia un sogno. — Credete voi, signor Morello, disse allor il conte Lupovico, che la bellezza sia sempre così buona come dice messer Pietro Bembo? — Io non già, rispose il signor Morello; anzi ricordomi aver vedute molte belle donne malissime, crudeli e dispettose; e par che quasi sempre così intervenga: perchè la bellezza le fa superbe, e la superbia crudeli. — Disse il conte Ludovico, ridendo: A voi forse pajono crudeli perchè non vi compiacciono di quello che vorreste; ma fatevi insegnar da messer Pietro Bembo di che modo debban desiderar la bellezza i vecchi, e che cosa ricercar dalle donne, e di che contentarsi; e non uscendo voi di que’ termini, vederete che non saranno nè superbe nè crudeli, e vi compiaceranno di ciò che vorrete. — Parve allor che ’l signor Morello si turbasse un poco, e disse: Io non voglio saper quello che non mi tocca; ma fatevi insegnar voi come debbano desiderar questa bellezza i giovani peggio disposti e men gagliardi che i vecchi.—

LVI. Quivi messer Federico, per acquetar il signor Morello e divertir il ragionamento, non lasciò rispondere il conte Ludovico, ma interrompendolo disse: Forse che ’l signor Morello non ha in tutto torto a dir che la bellezza non sia sempre buona, perchè spesso le bellezze di donne son causa che al mondo intervengan infiniti mali, inimicizie, guerre, morti e distruzioni; di che può far buon testimonio la ruina di Troja: e le belle donne per lo più sono ovver superbe e crudeli, ovvero, come s’è detto, impudiche; ma questo al signor Morello non parrebbe difetto. Sono ancora molti uomini scelerati che hanno grazia di bello aspetto, e par che la natura gli abbia fatti tali acciò che siano più atti ad [p. 290 modifica] ingannare, e che quella vista graziosa sia come l’esca nascosa sotto l’amo. — Allora messer Pietro Bembo, Non crediate, disse, che la bellezza non sia sempre buona. — Quivi il conte Ludovico, per ritornar esso ancor al primo proposito, interruppe e disse: Poichè ’l signor Morello non si cura di saper quello che tanto gl’importa, insegnatelo a me, e mostratemi come acquistino i vecchi questa felicità d’amore, che non mi curerò io di farmi tener vecchio, pur che mi giovi. —

LVII. Rise messer Pietro, e disse: Io voglio prima levar dell’animo di questi signori l’error loro; poi a voi ancora satisfarò. — Così ricominciando, Signori, disse, io non vorrei che col dir mal della bellezza, che è cosa sacra, fosse alcun di noi che come profano e sacrilego incorresse nell’ira di Dio: però, acciò che ’l signor Morello e messer Federico siano ammoniti, e non perdano, come Stesicoro45, la vista, che è pena convenientissima a chi disprezza la bellezza, dico che da Dio nasce la bellezza, ed è come circolo, di cui la bontà è il centro46; e però come non può esser circolo senza centro, non può esser bellezza senza bontà: onde rare volte mala anima47 abita bel corpo, e perciò la bellezza estrinseca è vero segno della bontà intrinseca, e nei corpi è impressa quella grazia più e meno quasi per un carattere dell’anima, per lo quale essa estrinsecamente è conosciuta, come negli alberi, ne’ quali la bellezza de’ fiori48 fa testimonio della bontà dei frutti; e questo medesimo interviene nei corpi, come si vede che i Fisionomi al volto conoscono spesso i costumi e talora i pensieri degli uomini; e, che è più, nelle bestie si comprende ancor allo aspetto la qualità dell’animo, il quale nel corpo esprime sè stesso più che può. Pensate come chiaramente nella faccia del leone, del cavallo, dell’aquila si conosce l’ira, la ferocità e la superbia; negli agnelli e nelle colombe una pura e semplice innocenza; la malizia astuta nelle volpi e nei lupi, e così quasi di tutti gli altri animali.

LVIII. I brutti adunque per lo più sono ancor mali, e li belli buoni: e dir si può che la bellezza sia la faccia piacevole, allegra, grata e desiderabile del bene; e la bruttezza, la faccia oscura, molesta, dispiacevole e trista del male49; e se considerate tutte le cose, trovarete che sempre quelle che [p. 291 modifica] son buone ed utili hanno ancora grazia di bellezza. Eccovi il stato di questa gran machina del mondo, la qual, per salute e conservazion d’ogni cosa creata è stata da Dio fabricata. Il ciel rotondo, ornato di tanti divini lumi, e nel centro la terra circondata dagli elementi, e dal suo peso istesso sostenuta; il sole, che girando illumina il tutto, e nel verno s’accosta al più basso segno, poi a poco a poco ascende all’altra parte; la luna, che da quello piglia la sua luce, secondo che se le appropinqua o se le allontana50; e l’altre cinque stelle, che diversamente fan quel medesimo corso. Queste cose tra sè han tanta forza per la connession d’un ordine composto così necessariamente, che mutandole pur un punto, non poriano star insieme, e ruinarebbe il mondo; hanno ancora tanta bellezza e grazia, che non posson gl’ingegni umani imaginar cosa più bella. Pensate or della figura dell’uomo, che si può dir piccol mondo; nel quale vedesi ogni parte del corpo esser composta necessariamente per arte e non a caso, e poi tutta la forma insieme esser bellissima; tal che difficilmente si poria giudicar qual più o utilità o grazia diano al volto umano ed al resto del corpo tutte le membra, come gli occhi, il naso, la bocca, l’orecchie, le braccia, il petto, e così l’altre parti: il medesimo si può dir di tutti gli animali. Eccovi le penne negli uccelli, le foglie e rami negli alberi, che dati gli sono da natura per conservar l’esser loro, e pur hanno ancor grandissima vaghezza. Lasciate la natura e venite all’arte51. Qual cosa tanto è necessaria nelle navi, quanto la prora, i lati, le antenne, l’albero, le vele, il timone, i remi, l’ancore e le sarte? tutte queste cose però hanno tanto di venustà, che par a chi le mira che così siano trovate per piacere, come per utilità. Sostengon le colonne e gli architravi le alte loggie e palazzi, né però son meno piacevoli agli occhi di chi le mira, che utili agli edifici. Quando prima cominciarono gli uomini a edificare, posero nei tempii e nelle case quel colmo di mezzo, non perchè avessero gli edificii più di grazia, ma acciò che dell’una parte e l’altra commodamente potessero discorrer l’acque; nientedimeno all’utile subito fa congiunta la venustà, talchè se sotto a quel cielo ove non cade grandine o [p. 292 modifica] pioggia si fabricasse un tempio, non parrebbe che senza il colmo aver potesse dignità o bellezza alcuna.

LIX. Dassi adunque molta laude, non che ad altro, al mondo, dicendo che gli è bello; laudasi, dicendo: Bel cielo, bella terra, bel mare, bei fiumi, bei paesi, belle selve, al‘peri, giardini; belle città, bei tempii, case, eserciti. In somma, ad ogni cosa dà supremo ornamento questa graziosa e sacra bellezza; e dir si può che ’l buono e ’l bello, a qualche modo, siano una medesima cosa, e massimamente nei corpi umani; della bellezza de’ quali la più propinqua causa estimo io che sia la bellezza dell’anima, che, come partecipe di quella vera bellezza divina, illustra e fa bello ciò ch’ella tocca52, e specialmente se quel corpo ov’ella abita non è di così vil materia, ch’ella non possa imprimergli la sua qualità; però la bellezza è il vero trofeo della vittoria dell’anima, quando essa con la virtù divina signoreggia la natura materiale, e col suo lume vince le tenebre del corpo. Non è adunque da dir che la bellezza faccia le donne superbe o crudeli, benchè così paja al signor Morello; nè ancor si debbono imputare alle donne belle quelle inimicizie, morti, distruzioni, di che son causa gli appetiti immoderati degli uomini. Non negherò già che al mondo non sia possibile trovar ancor delle belle donne impudiche, ma non è già che la bellezza le incline alla impudicizia; anzi le rimove, e le induce alla via dei costumi virtuosi, per la connession che ha la bellezza con la bontà; ma talor la mala educazione, i continui stimoli degli amanti, i doni, la povertà, la speranza, gl’inganni, il timore e mille altre cause, vincono la costanza ancora delle belle e buone donne; e per queste o simili cause possono ancora divenir scelerati gli uomini belli. —

LX. Allora messer Cesar, Se è vero, disse, quello che jeri allegò il signor Gaspar, non è dubio che le belle sono più caste che le brutte. — E che cosa allegai? disse il signor Gaspar. — Rispose messer Cesare: Se ben mi ricordo, voi diceste che le donne che son pregate, sempre negano di salisfare a chi le prega; e quelle che non son pregate, pregano altrui. Certo è che le belle son sempre più pregate e sollecitate d’amor che le brutte; dunque le belle [p. 293 modifica] sempre negano, e conseguentemente son più caste che le brutte, le quali non essendo pregate pregano altrui. — Rise il Bembo, e disse: A questo argomento risponder non si può. — Poi soggiunse: Interviene ancor spesso, che come gli altri nostri sensi, così la vista s’inganna, e giudica per bello un volto che in vero non è bello; e perchè negli occhi ed in tutto l’aspetto d’alcune donne si vede talor una certa lascivia dipinta con blandizie disoneste, molti, ai quali tal maniera piace, perchè lor promette facilità di conseguire ciò che desiderano, la chiamano bellezza: ma in vero è una impudenza fucata, indegna di così onorato e santo nome. — Tacevasi messer Pietro Bembo, e quei signori pur lo stimolavano a dir più oltre di questo amore, e del modo di fruire veramente la bellezza; ed esso in ultimo, A me par, disse, assai chiaramente aver dimostrato che più felicemente, possan amar i vecchi che i giovani; il che fu mio presupposto: però non mi si conviene entrar più avanti. — Rispose il conte Ludovico: Meglio avete dimostrato la infelicità de’ giovani che la felicità de’ vecchi, ai quali per ancor non avete insegnato che cammin abbian da seguitare in questo loro amore, ma solamente detto che si lascin guidare alla ragione; e da molti è riputato impossibile, che amor stia con la ragione. —

LXI. Il Bembo pur cercava di por fine al ragionamento, ma la signora Duchessa lo pregò che dicesse; ed esso così rincominciò: Troppo infelice sarebbe la natura umana, se l’anima nostra, nella qual facilmente può nascere questo così ardente desiderio, fosse sforzata a nutrirlo sol di quello che le è commune con le bestie, e non potesse volgerlo a quella altra nobil parte che a lei è propria; però, poichè a voi pur così piace, non voglio fuggir di ragionar di questo nobil soggetto. E perchè mi conosco indegno di parlar dei santissimi misterii d’amore, prego lui che muova il pensiero e la lingua mia, tanto ch’io possa mostrar a questo eccellente Cortegiano amar fuor della consuetudine del profano volgo; e così com’io insin da puerizia tutta la mia vita gli ho dedicata, siano or ancor le mie parole conformi a questa intenzione, ed a laude di lui. Dico adunque che, poichè la [p. 294 modifica]natura umana nella età giovenile tanto è inclinata al senso, conceder si può al Cortegiano, mentre che è giovane, l’amar sensualmente; ma se poi ancor negli anni più maturi per sorte s’accende di questo amoroso desiderio, deve esser ben cauto, e guardarsi di non ingannar sè stesso, lasciandosi indur in quelle calamità che ne’ giovani meritano più compassione che biasimo, e per contrario ne’ vecchi più biasimo che compassione.

LXII. Però quando qualche grazioso aspetto di bella donna lor s’appresenta, compagnato da leggiadri costumi e gentil maniere, tale che esso, come esperto in amore, conosca il sangue suo aver conformità con quello; subito che s’accorge che gli occhi suoi rapiscano quella imagine e la portino al core, e che l’anima cominci con piacer a contemplarla, e sentir in sè quello influsso che la commove ed a poco a poco la riscalda, e che quei vivi spiriti che scintillan fuor per gli occhi tuttavia aggiungan nuova esca al foco: deve in questo principio provedere di presto rimedio, e risvegliar la ragione, e di quella armar la ròcca del cor suo; e talmente chiuder i passi al senso ed agli appetiti, che nè pet forza nè per inganno entrar vi possano. Così, se la fiamma s’estingue, estinguesi ancor il pericolo; ma s’ella persevera o cresce, deve allor il Cortegiano, sentendosi preso, deliberarsi totalmente di fuggir ogni bruttezza dell’amor volgare, e così entrar nella divina strada amorosa con la guida della ragione; e prima considerar che ’l corpo, ove quella bellezza risplende, non è il fonte ond’ella nasce, anzi che la bellezza, per esser cosa incorporea, e, come avemo detto, un raggio divino53, perde molto della sua dignità trovandosi congiunta con quel subjetto vile e corruttibile; perchè tanto più è perfetta quanto men di lui partecipa, e da quello in tutto separata è perfettissima54; e che così come udir non si può col palato, nè odorar con l’orecchie, non si può ancor in modo alcuno fruir la bellezza nè satisfar al desiderio ch’ella eccita negli animi nostrì col tatto, ma con quel senso del qual essa bellezza è vero objetto, che è la virtù visiva. Rimovasi adunque dal cieco giudicio del senso, e godasi con gli occhi quel splendore, quella grazia, quelle faville amorose, i risi, i modi e [p. 295 modifica] tutti gli altri piacevoli ornamenti della bellezza; medesimamente con l’audito la soavità della voce, il concento delle parole, l’armonia della musica (se musica è la donna amata); e così pascerà di dolcissimo cibo l’anima: per la via di questi dui sensi, i quali tengon poco del corporeo, e son ministri della ragione, senza passar col desiderio verso il corpo ad appetito alcuno men che onesto. Appresso osservi, compiaccia ed onori con ogni riverenza la sua donna, e più che sè stesso la tenga cara, e tutti i commodi e piaceri suoi preponga ai proprii, ed in lei ami non meno la bellezza del l’animo che quella del corpo; però tenga cura di non lasciarla incorrere in errore alcuno, ma con le ammonizioni e buoni ricordi cerchi sempre d’indurla alla modestia, alla temperanza, alla vera onestà; e faccia che in lei non abbian mai loco se non pensieri candidi ed alieni da ogni bruttezza di vizii: e così seminando virtù nel giardin di quel bell’animo, raccorrà ancora frutti di bellissimi costumi, e gustaragli con mirabil diletto; e questo sarà il vero generare ed esprimere la bellezza nella bellezza55, il che da alcuni si dice essere il fin d’amore. In tal modo sarà il nostro Cortegiano gratissimo alla sua donna, ed essa sempre se gli mostrerà ossequente, dolce ed affabile, e così desiderosa di compiacergli, come d’esser da lui amata; e le voglie dell’un e dell’altro saranno onestissime e concordi, ed essi conseguentemente saranno felicissimi. —

LXIII. Quivi il signor Morello, Il generar, disse, la bellezza nella bellezza con effetto, sarebbe il generar un bel figliolo in una bella donna; ed a me pareria molto più chiaro segno ch’ella amasse l’amante compiacendol di questo, che di quella affabilità che voi dite. — Rise il Bembo, e disse: Non bisogna, signor Morello, uscir de’ termini; nè piccoli segni d’amar fa la donna, quando all’amante dona la bellezza, che è così preziosa cosa, e per le vie che son adito all’anima, cioè la vista e lo audito, manda i sguardi degli occhi suoi, la imagine del volto, la voce, le parole, che penetran dentro al core dell’amante; e gli fan testimonio dell’amor suo. Disse il signor Morello: I sguardi e le parole possono essere e spesso son testimonii falsi; però chi non ha [p. 296 modifica] miglior pegno d’amore, al mio giudicio, è mal sicuro: e veramente io aspettava pur che voi faceste questa vostra donna un poco più cortese e liberale verso il Cortegiano, che non ha fatto il signor Magnifico la sua; ma parmi che tutti dui siate alla condizione di quei giudici, che danno la sentenza contra i suoi per parer savii. —

LXIV. Disse il Bembo: Ben voglio io che assai più cortese sia questa donna al mio Cortegiano non giovane, che non è quella del signor Magnifico al giovane; e ragionevolmente, perchè il mio non desidera se non cose oneste, e però può la donna concedergliele tutte senza biasimo; ma la donna del signor Magnifico, che non è così sicura della modestia del giovane, deve concedergli solamente le oneste, e negargli le disoneste: però più felice è il mio, a cui si concede ciò ch’ei dimanda, che l’altro, a cui parte si concede e parte si nega. Ed acciò che ancor meglio conosciate che l’amor razionale è più felice che ’l sensuale, dico che le medesime cose nel sensuale si debbono talor negare, e nel razionale concedere, perchè in questo son disoneste, ed in quello oneste; però la donna, per compiacer al suo amante buono, oltre il concedergli i risi piacevoli, i ragionamenti domestici e secreti, il motteggiare, scherzare, toccar la mano, può venir ancor ragionevolmente e senza biasimo insin al bascio, il che nell’amor sensuale, secondo le regole del signor Magnifico, non è licito; perchè per esser il bascio congiungimento e del corpo e dell’anima56, pericolo è che l’amante sensuale non inclini più alla parte del corpo che a quella dell’anima; ma l’amante razionale conosce che, ancora che la bocca sia parte del corpo, nientedimeno per quella si dà esito alle parole, che sono interpreti dell’anima, ed a quello intrinseco anelito che si chiama pur esso ancor anima; e perciò si diletta d’unir la sua bocca con quella della donna amata col bascio57, non per moversi a desiderio alcuno disonesto, ma perchè sente che quello legame è un aprir l’adito alle anime, che tratte dal desiderio l’una dell’altra si trasfondano alternamente ancor l’una nel corpo dell’altra58, e talmente si mescolino insieme, che ognun di loro abbia due anime, ed una sola di quelle due così composta regga quasi [p. 297 modifica] dui corpi: onde il bascio si può più presto dir congiungimento d’anima che di corpo, perchè in quella ha tanta forza, che la tira a sè, e quasi la separa dal corpo; per questo tutti gl’inamorati casti desiderano il bascio, come congiungimento d’anima; e però il divinamente inamorato Platone dice, che basciando vennegli l’anima ai labri per uscir del corpo. E perchè il separarsi l’anima dalle cose sensibili, e totalmente unirsi alle intelligibili, si può denotar per lo bascio, dice Salomone nel suo divino libro della Cantica: Bascimi col bascio della sua bocca, per dimostrar desiderio che l’anima sua sia rapita dall’amor divino alla contemplazion della bellezza celeste di tal modo, che unendosi intimamente a quella abbandoni il corpo, —

LXV. Stavano tutti attentissimi al ragionamento del Bembo; ed esso, avendo fatto un poco di pausa, e vedendo che altri non parlava, disse: Poichè m’avete fatto cominciare a mostrar l’amor felice al nostro Cortegiano non giovane, voglio pur condurlo un poco più avanti; perchè ’l star in questo termine è pericoloso assai, atteso che, come più volte s’è detto, l’anima è inclinatissima ai sensi; e benchè la ragion col discorso elegga bene, e conosca quella bellezza non nascer dal corpo, e però ponga freno ai desiderii non onesti, pur il contemplarla sempre in quel corpo spesso preverte59 il vero giudicio; e quando altro male non ne avvenisse, il star assente dalla cosa amata porta seco molta passione, perchè lo influsso di quella bellezza, quando è presente, dona mirabil diletto all’amante, e riscaldandogli il core risveglia e liquefà alcune virtù sopite e congelate nell’anima, le quali nutrite dal calore amoroso si diffondono, e van pullulando intorno al core, e mandano fuor per gli occhi quei spiriti, che son vapori sottilissimi, fatti della più pura e lucida parte del sangue, i quali ricevono la imagine della bellezza60, e la formano con mille varii ornamenti; onde l’anima si diletta, e con una certa maraviglia si spaventa e pur gode, e, quasi stupefatta, insieme col piacere sente quel timore e riverenza che alle cose sacre aver si suole, e parle d’esser nel suo paradiso.

LXVI. L’amante adunque che considera la bellezza [p. 298 modifica] solamente nel corpo, perde questo bene e questa felicità subito che la donna amata, assentandosi, lascia gli occchi senza il suo splendore, e conseguentemente l’anima viduata del suo bene; perchè, essendo la bellezza lontana, quell’influsso amoroso non riscalda il core come faceva in presenza, onde i meati restano aridi e secchi, e pur la memoria della bellezza move un poco quelle virtù dell’anima, talmente che cercano di diffondere i spiriti; ed essi, trovando le vie otturate, non hanno esito, e pur cercano d’uscire, e così con quei stimoli rinchiusi pungon l’anima, e dannpole passione acerbissima, come a’ fanciulli quando dalle tenere gingive cominciano a nascere i denti: e di qua procedono le lacrime, i sospiri, gli affanni e i tormenti61 degli amanti, perchè l’anima sempre s’affligge e travaglia, e quasi diventa furiosa, finchè quella cara bellezza se le appresenta un’altra volta; ed allor, subito s’acqueta e respira, ed a quella tutta intenta si nutrisce di cibo dolcissimo, nè mai da così soave spettacolo partir vorria. Per fuggir adunque il tormento di questa assenza, e goder la bellezza senza passione, bisogna che ’l Cortegiano con l’ajuto della ragione revochi in tutto il desiderio dal corpo alla bellezza sola, e, quanto più può, la contempli in sè stessa semplice e pura, e dentro nella imaginazione la formi astratta da ogni materia; e così la faccia amica e cara all’anima sua, ed ivi la goda, e seco l’abbia giorno e notte, in ogni tempo e loco, senza dubio di perderla mai; tornandosi sempre a memoria, che ’l corpo è cosa diversissima dalla bellezza, e non solamente non l’accresce62, ma le diminuisce la sua perfezione. Di questo modo sarà il nostro Cortegiano non giovane fuor di tutte le amaritudini e calamità che senton quasi sempre i giovani, come le gelosie, i sospetti, li sdegni, l’ire, le disperazioni, e certi furor pieni di rabbia, dai quali, spesso son indotti a tanto errore, che alcuni non solamente batton quelle donne che amano, ma levano la vita a sè stessi; non farà ingiuria a marito; padre, fratelli o parenti della donna amata; non darà infamia a lei; non sarà sforzato di raffrenar talor con tanta difficoltà gli occhi e la lingua per nonbn scoprir i suoi desideri ad altri; non di tolerar le passioni nelle partite, nè delle assenze: chè chiuso nel core si porterà sempre [p. 299 modifica] seco il suo prezioso tesoro; ed ancora per virtù della imagimazione si formerà dentro in sè stesso quella bellezza molto più bella che in effetto non sarà.

LXVII. Ma tra questi beni troveranne lo amante un altro ancor assai maggiore, se egli vorrà servirsi di questo amore come d’un grado per ascendere ad un altro molto più sublime; il che gli succederà, se tra sè andrà considerando, come stretto legame sia il star sempre impedito nel contemplar la bellezza d’un corpo solo; e però, per uscir di questo così angusto termine, aggiungerà nel pensier suo a poco a poco tanti ornamenti, che cumulando insieme tutte le bellezze farà un concetto universale63, e ridurrà la moltitudine d’esse alla unità di quella sola, che generalmente sopra la umana natura si spande: e così non più la bellezza particolar d’una donna, ma quella universale che tutti i corpi adorna, contemplarà; onde, offuscato da questo maggior lume, non curerà il minore, ed ardendo in più eccellente fiamma, poco estimerà quello che prima avea tanto apprezzato. Questo grado d’amore, benchè sia molto nobile, e tale che pochi vi aggiungono, non però ancor si può chiamar perfetto, perchè per esser la imaginazione potenza organica, e non aver cognizione se non per quei principii che le son somministrati dai sensi, non è in tutto purgata delle tenebre materiali; e però, benchè consideri quella bellezza universale astratta ed in sè sola, pur non la discerne ben chiaramente, nè senza qualche ambiguità, per la convenienza che hanno i fantasmi col corpo; onde quelli che pervengono a questo amore sono come i teneri augelli che cominciano a vestirsi di piume, che, benchè con l’ale debili si levino un poco a volo, pur non osano allontanarsi molto dal nido, a commettersi a’ venti ed al ciel aperto.

LXVIII. Quando adunque il nostro Cortegiano sarà giunto a questo termine, benchè assai felice amante dir si possa64 a rispetto di quelli che son sommersi nella miseria dell’amor sensuale, non però voglio che si contenti, ma arditamente passi65 più avanti, seguendo per la sublime strada drieto alla guida che lo conduce al termine della vera felicità; e così in loco d’uscir di sè stesso col pensiero, come [p. 300 modifica] bisogna che faccia chi vuol considerar la bellezza corporale, si rivolga in sè stesso per contemplar quella che si vede con gli occhi della mente, li quali allor cominciano ad esser acuti e perspicaci, quando quelli del corpo perdono il fior della loro vaghezza66: però l’anima, aliena dai vizii, purgata dai studii della vera filosofia, versata nella vita spirituale67, ed esercitata nelle cose dell’intelletto, rivolgendosi alla contemplazion della sua propria sostanza, quasi da profondissimo sonno risvegliata apre quegli occhi che tutti hanno e pochi adoprano, e vede in sè stessa un raggio di quel lume che è la vera imagine della bellezza angelica a lei communicata, della quale essa poi communica al corpo una debil’ombra68; però, divenuta cieca alle cose terrene, si fa oculatissima alle celesti; e talor, quando le virtù motive del corpo si trovano dalla assidua contemplazione astratte, ovvero dal sonno legate, non essendo da quelle impedita, sente un certo odor nascoso69 della vera bellezza angelica, e rapita dal splendor di quella luce comincia ad infiammarsi, e tanto avidamente le segue, che quasi diviene ebria e fuor di sè stessa, per desiderio d’unirsi con quella, parendole aver trovato l’orma di Dio, nella contemplazion del quale, come nel suo beato fine, cerca di riposarsi; e però, ardendo in questa felicissima fiamma, si leva alla sua più nobil parte, che è l’intelletto; e quivi, non più adombrata dalla oscura notte delle cose terrene, vede la bellezza divina; ma non però ancor in tutto la gode perfettamente, perchè la contempla solo nel suo particolar intelletto, il qual non può esser capace della immensa bellezza universale. Onde, non ben contento di questo beneficio, amore dona all’anima maggior felicità; che, secondo che dalla bellezza particolar d’un corpo la guida alla bellezza universal di tutti i corpi, così in ultimo grado di perfezione dallo intelletto particolar la guida allo intelletto universale. Quindi l’anima, accesa nel santissimo foco del vero amor divino, vola ad unirsi con la natura angelica, e non solamente in tutto abbandona il senso, ma più non ha bisogno del discorso della ragione; che, trasformata in angelo, intende tutte le cose intelligibili, e senza velo o nube alcuna, vede l’ampio mare della pura bellezza divina, ed in sè lo riceve, e gode [p. 301 modifica] quella suprema felicità che dai sensi è incomprensibile.

LXIX. Se adunque le bellezze, che tutto di con questi nostri tenebrosi occhi vedemo nei corpi corruttibili, che non son però altro che sogni ed ombre tenuissime di bellezza, ci pajon tanto belle e graziose, che in noi spesso accendon foco ardentissimo, e con tanto diletto70, che reputiamo niuna felicità potersi agguagliar a quella che talor sentemo per un sol sguardo che ci venga dall’amata vista d’una donna: che felice maraviglia, che beato stupore pensiamo noi che sia quello, che occupa le anime che pervengono alla visione della bellezza divina! che dolce fiamma, che incendio soave creder si dee che sia quello, che nasce dal fonte della suprema e vera bellezza! che è principio d’ogni altra bellezza, che mai non cresce, nè scema: sempre bella, e per sè medesima, tanto in una parte, quanto nell’altra, semplicissima; a sè stessa solamente simile, e di niuna altra partecipe; ma talmente bella, che tutte le altre cose belle son belle perchè da lei partecipan la sua bellezza71. Questa è quella bellezza indistinta dalla somma bontà, che con la sua luce chiama e tira a sè tutte le cose; e non solamente alle intellettuali dona l’intelletto, alle razionali la ragione, alle sensuali il senso e l’appetito di vivere, ma alle piante ancora ed ai sassi communica, come un vestigio di sè stessa, il moto, e quello instinto naturale delle lor proprietà. Tanto adunque è maggiore e più felice questo amor degli altri, quanto la causa che lo move è più eccellente; e però, come il foco materiale affina loro, così questo foco santissimo nelle anime distrugge e consuma ciò che v’è di mortale, e vivifica e fa bella quella parte celeste, che in esse prima era dal senso mortificata e sepolta. Questo è il Rogo, nel quale scrivono i poeti esser arso Ercole nella sommità del monte Oeta, e per tal incendio dopo morte esser restato divino ed immortale; questo è la ardente Rubo di Moisè, le Lingue dipartite di foco, l’infiammato Carro di Elia, il quale radoppia la grazia e felicità nell’anime di coloro che son degni di vederlo, quando, da questa terrestre bassezza partendo, se ne vola verso il cielo. — Indrizziamo adunque tutti i pensieri e le forze dell’anima nostra a questo santissimo lume, che ci mostra la [p. 302 modifica] via che al ciel conduce; e drieto a quello, spogliandoci gli affetti che nel descendere ci eravamo vestiti, per la scala che nell’infimo grado tiene l’ombra di bellezza sensuale ascendiamo alla sublime stanza ove abita la celeste, amabile e vera bellezza, che nei secreti penetrali di Dio sta nascosta, acciò che gli occhi profani veder non la possano: e quivi trovaremo felicissimo termine ai nostri desiderii, vero riposo nelle fatiche, certo rimedio nelle miserie, medicina saluberrima nelle infermità, porto sicurissimo nelle torbide procelle del tempestoso mar di questa vita.

LXX. Qual sarà adunque, o AMOR santissimo, lingua mortal che degnamente laudar ti possa?72 Tu, bellissimo, buonissimo, sapientissimo, dalla unione della bellezza e bontà e sapienza divina derivi, ed in quella stai, ed a quella per quella come in circolo ritorni. Tu dolcissimo vincolo del mondo, mezzo tra le cose celesti e le terrene, con benigno temperamento inclini le virtù superne al governo delle inferiori, e, rivolgendo le menti de’ mortali al suo principio, con quello le congiungi. Tu di concordia unisci gli elementi, muovi la natura a produrre, e ciò che nasce alla succession della vita. Tu le cose separate aduni, alle imperfette dai la perfezione, alle dissimili la similitudine, alle inimiche l’amicizia, alla terra i frutti, al mar la tranquillità, al cielo il lume vitale. Tu padre sei de’ veri piaceri, delle grazie, della pace, della mansuetudine e benivolenza, inimico della rustica ferità, della ignavia, in somma principio e fine d’ogni bene. E perchè abitar ti diletti il fior dei bei corpi73 e belle anime, e di là talor mostrarti un poco agli occhi ed alle menti di quelli che degni son di vederti, penso che or qui fra noi sia la tua stanza. Però degnati, Signor, d’udir i nostri prieghi, infondi te stesso nei nostri cori, e col splendor del tuo santissimo foco illumina le nostre tenebre, e come fidata guida in questo cieco labirinto mostraci il vero cammino. Correggi tu la falsità dei sensi, e dopo ’l lungo vaneggiare donaci il vero e sodo bene; facci sentir quegli odori spirituali che vivifican le virtù dell’intelletto, ed udir l’armonia celeste talmente concordante, che in noi non abbia loco più alcuna discordia di passione; inebriaci tu a quel fonte inesausto di [p. 303 modifica] contentezza che sempre diletta e mai non sazia, ed a chi beè delle sue vive e limpide acque dà gusto di vera beatitudine; purga tu coi raggi della tua luce gli occhi nostri dalla caliginosa ignoranza, acciò che più non apprezzino bellezza mortale, e conoscano che le cose che prima veder loro parea non sono, e quelle che non vedeano veramente sono; accetta l’anime nostre, che a te s’offeriscono in sacrificio; abbrusciale in quella viva fiamma che consuma ogni bruttezza materiale, acciò che in tutto separate dal corpo, con perpetuo e dolcissimo legame s’uniscano con la bellezza divina, e noi da noi stessi alienati, come veri amanti, nello amato possiam trasformarsi, e levandone da terra esser ammessi al convivio degli angeli, dove, pasciuti d’ambrosia e néttare immortale74, in ultimo moriamo di felicissima e vital morte, come già morirono quegli antichi padri, l’anime dei quali tu con ardentissima virtù di contemplazione rapisti dal corpo e congiungesti con Dio.

LXXI. Avendo il Bembo insin qui parlato con tanta veemenza, che quasi pareva astratto e fuor di sè, stavasi cheto e immobile, tenendo gli occhi verso il cielo, come stupido; quando la signora Emilia, la quale insieme con gli altri era stata sempre attentissima ascoltando il ragionamento, lo prese per la falda della roba, e scuotendolo un poco, disse: Guardate, messer Pietro, che con questi pensieri a voi ancora non si separi l’anima dal corpo. — Signora, rispose messer Pietro, non saria questo il primo miracolo, che amor abbia in me operato. — Allora la signora Duchessa e tutti gli altri cominciarono di nuovo a far instanza al Bembo che seguitasse il ragionamento: e ad ognun parea quasi sentirsi nell’animo una certa scintilla di quell’amor divino che lo stimolasse, e tutti desideravano d’udir più oltre; ma il Bembo, Signori, soggiunse, io ho detto quello che ’l sacro furor amoroso75 improvisamente m’ha dettato; ora che par più non m’aspiri76, non saprei che dire: e penso che amor non voglia che più avanti siano scoperti i suoi secreti, nè che il Cortegiano passi quel grado che ad esso è piaciuto ch’io gli mostri; e perciò non è forse licito parlar più di questa materia. —

LXXII. Veramente, disse la signora Duchessa, se ’l [p. 304 modifica] Cortegiano non giovane sarà tale che seguitar possa il cammino che voi gli avete mostrato, ragionevolmente dovrà contentarsi di tanta felicità, e non aver invidia al giovane. — Allora messer Cesare Gonzaga, La strada, disse, che a questa felicità conduce parmi tanto erta, che a gran pena credo che andar vi si possa. — Soggiunse il. signor Gaspar: L’andarvi credo che agli uomini sia difficile, ma alle donne impossibile77. — Rise la signora Emilia, e disse: Signor Gaspar, se tante volte ritornate al farei ingiuria, vi prometto che non vi si perdonerà più. — Rispose il signor Gaspar: Ingiuria non vi si fa, dicendo che l’anime delle donne non sono tanto purgate dalle passioni come quelle degli uomini, nè versate nelle contemplazioni, come ha detto messer Pietro che è necessario che sian quelle che hanno da gustar l’amor divino. Però non si legge che donna alcuna abbia avuta questa grazia, ma sì molti uomini, come Platone, Socrate e Plotino e molt’altri; e de’ nostri tanti santi Padri, come san Francesco, a cui un ardente spirito amoroso impresse il sacratissimo sigillo delle cinque piaghe; nè altro che virtù d’amor poteva rapire san Paolo apostolo alla visione di quei secreti, di che non è licito all’uom parlare; nè mostrar a san Stefano i cieli aperti. — Quivi rispose il Magnifico Juliano: Non saranno in questo le donne punto superate dagli uomini: perchè Socrate istesso confessa, tutti i misterii amorosi che egli sapeva essergli stati rivelati da una donna, che fu quella Diotima78; e l’angelo che col foco d’amor impiagò san Francesco, del medesimo carattere ha fatto ancor degne alcune donne alla età nostra. Dovete ancor ricordarvi, che a santa Maria Magdalena furono rimessi molti peccati perchè ella amò molto, e forse non con minor grazia che san Paolo fu ella molte volte rapita dall’amor79 angelico al terzo cielo; e di tante altre, le quali, come jeri più diffusamente narrai, per amor del nome di Cristo non hanno curato la vita, nè temuto i strazii nè alcuna maniera di morte, per orribile e crudele che ella fosse; e non erano, come vuole messer Pietro che sia il suo Cortegiano, vecchie, ma fanciulle tenere e delicate, ed in quella età nella quale esso dice che si deve comportar agli uomini l’amor sensuale. — [p. 305 modifica]

LXXIII. Il signor Gaspar cominciava a prepararsi per rispondere; ma la signora Duchessa, Di questo, disse, sia giudice messer Pietro Bembo, e stiasi alla sua sentenza, se le donne sono così capaci dell’amor divino come gli uomini, o no. Ma perchè la lite tra voi potrebbe esser troppo lunga, sarà ben a differirla insino a domani. — Anzi a questa sera, disse messer Cesare Gonzaga. — E come a questa sera? disse la signora Duchessa. — Rispose messer Cesare: Perchè già è di giorno; — e mostrolle la luce che incominciava ad entrar per le fissure delle finestre. Allora ognuno si levò in piedi con molta maraviglia, perchè non pareva che i ragionamenti fossero durati più del consueto; ma per l’essersi incominciati molto più tardi, e per la loro piacevolezza, aveano ingannato quei signori tanto, che non s’erano accorti del fuggir dell’ore; nè era alcuno che negli occhi sentisse gravezza di sonno: il che quasi sempre interviene, quando l’ora consueta del dormire si passa in vigilia. Aperte adunque le finestre da quella banda del palazzo che riguarda l’alta cima del monte di Catri, videro già esser nata in oriente una bella aurora di color di rose, e tutte le stelle sparite, fuor che la dolce governatrice del ciel di Venere, che della notte e del giorno tiene i confini; dalla qual parea che spirasse un’aura soave, che di mordente fresco empiendo l’aria, cominciava tra le mormoranti selve de’ colli vicini a risvegliar dolci concenti dei vaghi augelli. Onde tutti avendo con riverenza preso commiato dalla signora Duchessa, s’inviarono verso le lor stanze senza lume di torchi, bastando lor quello del giorno; e quando già erano per uscir della camera, voltossi il signor Prefetto alla signora Duchessa, e disse: Signora, per terminar la lite tra ’l signor Gaspar e ’l signor Magnifico, veniremo col giudice questa sera più per tempo che non si fece jeri. — Rispose la signora Emilia: Con patto che se ’l signor Gaspar vorrà accusar le donne, e dar loro, come è suo costume, qualche falsa calunnia, esso ancora dia sicurtà di star a ragione, perch’io lo allego sospetto fugitivo. —




Note

  1. [p. 355 modifica]Questa introduzione è imitata dal principio del terzo libro De Oratore.
  2. [p. 355 modifica]batteggia. Così per battezza trovasi scritto in tutte le antiche edizioni, compresa la prima del Dolce (1556); la quale forma crederei derivata piuttosto da vezzo o da idiotismo di pronunzia, che non dall’aver forse l’autore, come sospetta il Volpi, voluto alquanto contraffare per riverenza il verbo battezzare. Il Dolce nell’edizione del 1559 mutò ad arbitrio patteggia. La stessa scrittura batteggiare troviamo presso il nostro autore nelle Lettere di Negozii 129 e 288. Similmente, come nota il Volpi, nelle note al Canto II del Paradiso di Dante fatte dagli Accademici della Crusca si legge particulareggiare per particularizzare.
  3. [p. 355 modifica]In essa si facea un’annual festa a’ tempi dell’autore. Gaetano Volpi.
  4. [p. 355 modifica]Tratto da quel celebre passo di Lucrezio, De Natura Deorum, lib. III, v. 11-17:

    Nam veluti pueris absinthia tetra medentes
    Quum dare conantur, prius oras pocula circum
    Contingunt mellis dulci flavoque liquore,
    Ut puerorum ætas improvida ludificetur,
    Labrorum tenus; interea perpotet amarum
    Ab inthi laticem, deceptaque non capiatur,
    Sed potius tali facto recreata valescat.

    Leggiadramente imitato dal Tasso in quei versi, Gerusalemme Liberata, Canto I, st. 3:

    Così all’egro fanciul porgiamo aspersi
    Di soave licor gli orli del vaso;
    Succhi amari, ingannato, intanto ei beve,
    E dall’inganno suo vita riceve.

  5. [p. 355 modifica]si vede nei ciechi. Così le Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547; quelle del 1528, 1533, 1545, si vede dei ciechi.
  6. [p. 356 modifica]delle cupidità. Non male le Aldine degli anni 1541 e 1547, della cupidità.
  7. [p. 356 modifica]renitente. Con manifesto errore le Aldine del 1541 e del 1547, retinente.
  8. [p. 356 modifica]modificati. Non è da sprezzare la lezione delle Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547, mondificati.
  9. [p. 356 modifica]Lo stesso giudizio porta Cicerone in varii luoghi, e particolarmente nel cap. xxxv del lib. I De Republica. Al regio tuttavia antepone il governo composto e temperato dei tre, regio, degli ottimati e popolare: Quartum quoddam genus reipublicae maxime probandum esse sentio, quod est ex his, quae prima dixi, moderatum et permixtum tribus. De Rep. 1, xxix. Simile opinione, solo forse fra gli scrittori del secolo XVI, espone il nostro autore sotto la persona di Ottaviano Fregoso nel cap. 51 del presente libro.
  10. [p. 356 modifica]dal supremo principe. Meno bene le due prime Aldine e quella del 1545, da supremo principe.
  11. [p. 356 modifica]ed è protettor non di que’ principi che vogliono imitarlo col mostrare gran potenza. Preferiamo questa lezione delle Aldine degli anni 1541 e 1547, a quella delle altre Aldine, che meno corrisponde al contesto, ed è protettor di que’ principi che vogliono imitarlo non col mostrare gran potenza.
  12. [p. 356 modifica]spargono. Meno bene, a parer nostro, spargano le Aldine del 1538, 1541 e 1547.
  13. [p. 356 modifica]in tutto a questa. Male le Aldine degli anni 1528, 1533 e 1545, in tutto questa.
  14. [p. 356 modifica]per conseguirne il fine. Le Aldine degli anni 1541 e 1547, per conseguire il fine.
  15. [p. 356 modifica]devemo. Così fra le Aldine la sola del 1545: le altre deveno.
  16. [p. 356 modifica]come di membri. Così le Aldine degli anni 1558, 1541 e 1547; meno bene le altre come de membri.
  17. [p. 356 modifica]A questo passo così nota il Volpi: «Quivi più che in altro luogo spiega l’autore il suo concetto intorno alla Fortuna. Questo passo (che lasciò il Ciccarelli intatto) se si fosse da lui, prima di spurgare il libro, ben avvertito, ne avrebbe lasciati molti altri pure intatti. Vedi la nostra Protesta avanti il [p. 357 modifica]Cortegiano.» Questa Protesta od avviso, bastantemente prolisso, e che credemmo inutile di qui rapportare, espone le opinioni di alcuni antichi autori e riferisce il noto passo di Dante sulla Fortuna; e contiene la dichiarazione, che vediamo apposta a molti libri stampati circa quel tempo in Italia, che l’autore fu buon catolico, e che se talora parlò della Fortuna secondo l’uso popolare, e alla foggia de’ poeti e degli altri scrittori gentili, sapeva per altro, non darsi altra fortuna che la Divina Provvidenza, ec. — Difficilmente si troverà cosa più strana ed insipida delle mutazioni introdotte dal Ciccarelli ovunque il Castiglione nominò la fortuna: spesso fu pago di sostituire a questa voce alcun sinonimo, e con un giro di parole fuggire il nome e non la cosa.
  18. [p. 357 modifica]Conviene avvertire, che questa ed alcune altre regole di buon governo dettate dal Castiglione convengono forse a piccoli stati, quali tuttora a quel tempo erano molti nell’Italia superiore: ne’ grandi stati, soli oramai possibili, la ricchezza dei cittadini è ricchezza e potenza dello stato intero.
  19. [p. 357 modifica]sperano..... temano. Così tutte le edizioni; si emendi o sperano ..... temono, ovvero sperino..... temano.
  20. [p. 357 modifica]non diventino potenti. Così corresse il Dolce; le Aldine e le altre antiche hanno non diventano potenti.
  21. [p. 357 modifica]Vedi la lettera 6 fra quelle di diversi al Castiglione, dove Rafaello d’Urbino parla di questa grande opera, della quale da papa Giulio II gli era stata commessa la cura.
  22. [p. 357 modifica]Bucefalia, città dell’India, edificata da Alessandro in memoria di Bucefalo suo dilettissimo cavallo. Gaetano Volpi.
  23. [p. 357 modifica]Atos, monte posto fra la Macedonia e la Tracia, detto ora Monte Santo. Dinocrate (come afferma Vitruvio nella prefazione del libro II) ovvero Stasicrate (al dir di Plutarco nella Vita d’Alessandro, e nel libro che scrisse Della virtù e fortuna dello stesso) diede per consiglio ad Alessandro di ridurre il detto monte in figura d’un uomo, e di edificargli nella sinistra un’amplissima città capace di dieci mila abitatori, e nella destra una gran coppa, nella quale si raccogliessero tutti i fiumi che da quello derivano, d’onde poi sboccassero in mare. Si compiacque Alessandro di sì bella e magnifica idea; ma quando intese che una tal città sarebbe senza territorio, e che dovrebbe’alimentarsi colle sole provisioni d’oltre mare, ne abbandonò affatto il pensiero, comparando una tal città a un fanciullo che non può crescere per iscarsezza di latte nella sua balia. Gaetano Volpi.
  24. [p. 357 modifica]Fu poi Francesco I re di Francia. Gaetano Volpi.
  25. [p. 358 modifica]Fu poscia Enrico VIII, autore del Scisma d’Inghilterra. Il magno padre quivi indicato è Enrico VII, presso il quale poco prima il Castiglione era stato mandato ambasciatore dal duca Guidubaldo.
  26. [p. 358 modifica]Questi fu poi Carlo V, e quivi gli vien pronosticato l’imperio. Gaetano Volpi.
  27. [p. 358 modifica]dal centro. L’Aldina del 1541 del centro.
  28. [p. 358 modifica]Di lui, che fu marchese e poi duca di Mantova, avremo a parlare più volte nelle Annotazioni alle lettere del nostro Autore.
  29. [p. 358 modifica]Allude a quello di Orazio, De Arte poetica, v. 304, 305:

    . . . . . . . . funqar vice cotis, acutum
    Reddere quæ ferrum valet, exsors ipsa secandi.

  30. [p. 358 modifica]al valore. Forse è da preferirsi la lezione delle Aldine del 1541 e del 1547, al valere.
  31. [p. 358 modifica]Quanto discorre il Bembo nel restante di questo libro in materia d’amore (eccetto l’ultimo tratto, dove parla di Dio, Spirito Santo, Amor sustanziale), è in massima parte derivato da Platone e da’ suoi commentatori, come appare anche dalle annotazioni, che conserviamo, del Ciccarelli.
  32. [p. 358 modifica]Il Ficino, nel quarto capitolo sopra il Convito di Platone, dice, tutti i filosofi concordarsi in questa diffinizion d’amore. Ciccarelli.
  33. [p. 358 modifica]Si raccoglie tutto ciò da’ Platonici, i quali sogliono dire, la bellezza esser cosa universale, e dividersi in tre specie: l’una è quella degli animi; l’altra dei corpi, tanto dalla natura quanto dall’arte fatti; la terza delle voci e suoni. La prima con la mente, la seconda con gli occhi, l’ultima con le orecchie dicono godersi. Ciccarelli.
  34. [p. 358 modifica]Vogliono i Platonici, che il volto della divina bontà risplenda nell’angelo, nell’anima e nel corpo: in quello, come a esso più vicino, chiaramente; in questa con minor chiarezza; ma nel corpo un picciol raggio se ne veda, il quale da loro vien domandato la bellezza del corpo: il che più si scopre in quel corpo, le cui parti sono tra loro debitamente proporzionate. Ciccarelli
  35. [p. 358 modifica]mosso non da vera cognizione. Meno bene le Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547, mosso da non vera cognizione.
  36. [p. 358 modifica]quello. Le Aldine degli anni 1538, 1541, 1547, questo.
  37. [p. 359 modifica]Qui si biasima con efficaci parole l’amor sensuale, siccome anco ciò si fa in molte altre parti di questo Dialogo. Questo istesso concetto è stato spiegato da Giovan Boccaccio nel suo Labirinto, dicendo: Vedere adunque dovevi, Amore essere una passione accecatrice dello animo, disviatrice dell’ingegno, ingrossatrice anzi privatrice della memoria, dissipatrice delle terrene facultati, guastatrice delle forze del corpo, nemica della giovinetta, e della vecchietta morte, generatrice de’ vizii, abitatrice de’ vacui petti, cosa senza ragione e senza ordine e senza stabilità alcuna, vizio delle menti non sane, e sommergitrice dell’umana libertà. Vien teco medesimo le istorie antiche e le cose moderne rivolgendo, e guarda di quante morti, di quanti disfacimenti, di quante ruine ed esterminationi questa dannevole passione sia stata cagione. Ciccarelli.
  38. [p. 359 modifica]Quanto sieno fallaci i sensi, e come spesso ci empiano di false opinioni, lo dimostra Socrate appresso Platone nel Fedone. Ciccarelli.
  39. [p. 359 modifica]ragione, e però. Le Aldine’ del 1541 e del 1547, ragione: però.
  40. [p. 359 modifica]che i vecchi. Così il Dolce; le Aldine hanno che vecchi.
  41. [p. 359 modifica]sia malo. Così le Aldine del 1528, 1533, 1545; forse alcuno preferirà la lezione delle altre Aldine, sia male.
  42. [p. 359 modifica]meriti. Tutte le edizioni merita.
  43. [p. 359 modifica]connumerati. Male le Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547, commemorati.
  44. [p. 359 modifica]non l’intendo. Le Aldine degli anni 1541 e 1547, non intendo.
  45. [p. 359 modifica]Platone nel Fedro riferisce, che Stesicoro perdè la vista per aver biasimato la bellezza di Elena; la quale lodando poi, ricuperò la perduta luce. Ciccarelli.
  46. [p. 359 modifica]Gli antichi filosofi posero nel centro la bontà, e nel circolo la bellezza; la bontà in un centro solo, ma in quattro circoli la bellezza. Questo centro dissero esser Dio; i quattro circoli dissero esser la mente, l’anima, la natura, e la materia. Ciccarelli.
  47. [p. 359 modifica]mala anima. Cioè indole; ed è ciò che forse intende il Savio nella Sapienza al cap. VIII, v. 19, col dire: Sortitus sum animam bonam. Gaetano Volpi.
  48. [p. 359 modifica]de’ fiori. Così corresse il Dolce; le edizioni Aldine hanno di fiori.
  49. [p. 359 modifica]Il Ficino, nel sesto libro della prima [p. 360 modifica]Enneade di Plotino, dice che gli animi nostri seguitano il bello e fuggono il brutto, poiché la bruttezza è una orrida faccia del male, e la bellezza è un volto lusinghevole del bene. Ciccarelli.
  50. [p. 360 modifica] se le allontana. Forse se ne allontana.
  51. [p. 360 modifica]Tutto tolto da Cicerone. Dolce.
  52. [p. 360 modifica]Plotino, nel sesto libro della Enneade prima, dice che l’anima essendo cosa divina e bella, tutto quello che tocca e sopra che essa signoreggia lo abbellisce, secondo la capacità della natura delle cose. Ciccarelli.
  53. [p. 360 modifica]I Platonici affermano, che la bellezza è un raggio di divinità; di maniera che di qui dicono nascere che gli amanti, ancorché alcune volte più potenti siano delle cose amate, nondimeno prendono terrore e riverenza dall’aspetto di esse. Ciccarelli.
  54. [p. 360 modifica]Maniere poetiche tolte da Platone; delle quali abonda quel gran filosofo. Gaetano Volpi.
  55. [p. 360 modifica]Diotima, nel Convito appresso Platone, dice ch’Amor è un appetito, col quale ciascheduno desidera che ’l bene sia sempre seco: di qui nasce ch’Amore sia un desiderio d’immortalità; e perchè non si può in questa vita conseguir immortalità, se non per via della generazione, quindi ne avviene che amore abbia per fine di generare il bello nel bello, cioè il buono nel buono. Ciccarelli.
  56. [p. 360 modifica]. . . . Opinione de’ Platonici, che vogliono convenirsi nell’amor divino il bacio, in quanto è segno della congiunzion degli animi. Ciccarelli.
  57. [p. 360 modifica]Questa è bella dottrina in teorica; ma non dee ridursi alla pratica, per lo pericolo che in quell’atto l’amor ragionevole non diventi sensuale. Anzi, quanto generalmente pericoloso sia questo amore, vien toccato dall’Autor nostro per bocca del Bembo in principio della seguente facciata. Gaetano Volpi.
  58. [p. 360 modifica]Allude a quello che dicono i filosofi, che Amore è una forza che congiunge e unisce. Ciccarelli.
  59. [p. 360 modifica]preverte. Probabilmente perverte.
  60. [p. 360 modifica]Dicono i Platonici, che l’occhio e lo spirito che ricevono l’effigie della cosa bella sono a guisa di specchi, che per la presenza de’ corpi ritengono l’imagine, e per la assenza la perdono; e però gli amanti che amano solo la bellezza del corpo, nell’assentarsi della cosa amata s’affliggono. La miglior parte di queste cose si raccolgono da Ficino, nel capitolo sesto dell’Orazion sesta che egli fa sopra il Convito di Platone. Ciccarelli.
  61. [p. 361 modifica]l’accresce. Meglio così le Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547; quelle del 1528, del 1533 e del 1545, le accresce.
  62. [p. 361 modifica]Diotima presso Platone nel Convito insegna, che si deve ascendere dalla bellezza d’un corpo alla bellezza universale di più corpi. Ciccarelli.
  63. [p. 361 modifica]Diotima presso Platone nel Convito insegna, che si deve ascendere dalla bellezza d’un corpo alla bellezza universale di più corpi. Ciccarelli.
  64. [p. 361 modifica]possa. Le Aldine, tranne quella del 1545, ed altre antiche, poesia; e forse così scrisse l’autore.
  65. [p. 361 modifica]passi. Meno bene le Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547, si passi.
  66. [p. 361 modifica]Socrate nel Convito appresso Platone. Ciccarelli.
  67. [p. 361 modifica]nella vita spirituale. Le Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547, e le edizioni a queste affini, comprese quelle del Dolce e del Ciccarelli, omettono la parola vita.
  68. [p. 361 modifica]Dicono i Platonici, che la bellezza del corpo è una ombra della bellezza dell’anima, e quella dell’anima è ombra di quella dell’angelo, e questa è ombra della bellezza divina; nella maniera che alcuni sogliono dire, che la luce del sole ch’è nell’acqua è ombra di quella che è nell’aria, e quella dell’aria è ombra a rispetto dello splendore del fuoco; il quale parimente è un’ombra in comparazione della infinita luce che nel corpo solare si vede. Ciccarelli.
  69. [p. 361 modifica]nascoso. Le Aldine degli anni 1541 e 1547, nascosto.
  70. [p. 361 modifica]Diotima appresso Platone nel suo Convito dice, che se gli uomini mentre mirano un bel corpo sogliono rendersi molto maravigliosi, e, se possibil fosse, per contemplarlo sempre, eleggerebbono starsi senza alcuna sorta di cibo: quanto più felice e maraviglioso dobbiamo creder che sia il vedere l’istessa bellezza sincera, pura, intera, semplice, non contaminata da carne o da color umano, nè d’altra sorte di mortal sordidezza macchiata? Ciccarelli.
  71. [p. 361 modifica]Platone nel suo Convivio. Ciccarelli.
  72. [p. 361 modifica]Ragiona il Castiglione in fine di questo IV libro, per bocca di messer Pietro Bembo, di molti amori tra sè diversi: come del sensuale, ch’egli disapprova, e massime ne’ vecchi, a’ quali più che a’ giovani si disdice; del depurato dai sensi, del quale tra’ Gentili fu gran maestro Platone, le cui dottrine volentieri segue, e le cui maniere di esprimersi bene spesso usurpa il nostro [p. 362 modifica]Autore, singolarmente in questo luogo (e di ciò potrà di leggieri accorgersi chiunque nella lettura de’ Dialoghi di quel Filosofo anche mezzanamente versato sia); poscia dello spirituale, così propriamente detto, ovvero divino; all’ultimo del sostanziale, cioè di Dio Spirito Santo, del quale ben due volte dice apertamente il diletto Discepolo nel cap. IV della sua Ia lettera, che Charitas est.... Questo passo.... è uno de’ più belli del Cortegiano, e in cui gareggia la sublime eloquenza colla sincera religione di questo gran cavaliere e letterato. Gaetano Volpi.
  73. [p. 362 modifica]La bellezza, anche de’ corpi, si è un raggio, come di sopra dicemmo, benché tenuissimo, della divina bellezza. Ed è vero il concetto di Dante Alighieri là nel principio del suo Paradiso:

    La gloria di Colui che tutto muove
         Per l’universo penetra, e risplende
         In una parte più, e meno altrove.

    Giovanni Antonio Volpi.
  74. [p. 362 modifica]Per l’ambrosia e nettare qui s’intende la visione e fruizione divina. Ciccarelli.
  75. [p. 362 modifica]Ritorna di nuovo a ragionare secondo i Platonici, i quali pongono quattro sorte di furore: l’uno è delle poesie, l’altro dei misterii, il terzo de’ vaticinii, il quarto degli amori, più potente ed eccellente di tutti gli altri. Ciccarelli.
  76. [p. 362 modifica]ora che par più non m’aspiri. Preferiamo questa lezione delle Aldine del 1541 e del 1547, seguita dalla maggior parte delle antiche edizioni, a quella delle altre Aldine, restituita dai Volpi, e conservata nelle edizioni posteriori, ora che par che più non m’aspiri.
  77. [p. 362 modifica]È detto per burla, che alle donne sia impossibile il camminare per la strada che conduce alla felicità; e poco di sotto efficacemente si confuta. Ciccarelli.
  78. [p. 362 modifica]Diotima, fra l’altre cose amorose ch’insegnò a Socrate, come Platone riferisce, fu d’ascendere per grado dalla bellezza del corpo a quella dell’anima, e da quella alla bellezza angelica, donde poi alla somma bellezza divina si perveniva. Ciccarelli.
  79. [p. 362 modifica]dall’amor. Così corresse il Dolce; le Aldine e le altre antiche dell’amor.