Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio. Tomo II/Capitolo settimo

Da Wikisource.
Vai alla navigazione Vai alla ricerca
Capitolo settimo

../Allegorie del sesto capitolo ../Allegorie del settimo capitolo IncludiIntestazione 13 aprile 2017 75% Da definire

Allegorie del sesto capitolo Allegorie del settimo capitolo
[p. 133 modifica]

CAPITOLO SETTIMO


Pape Satan, pape Satan aleppe ec.

Nel precedente canto l’autore, siccome è chiaro ne’ passati, continuandosi alle cose precedenti, dimostra primieramente come nel quarto cerchio dell’inferno discendesse; e poi vicino alla fine del canto dimostra come discendesse nel quinto, discrivendo quali colpe e nell’un cerchio e nell’altro si puniscano. E dividesi questo canto in due parti principali: nella prima mostra l’autore esser puniti gli avari e’ prodighi, nella seconda mostra esser puniti gl’iracondi e gli accidiosi; e comincia la seconda quivi,

Or discendiamo omai a maggior pietà,

La prima parte si divide in tre; nella prima continuandosi alle cose precedenti, mostra come trovò Plutone, e come da Virgilio fosse la sua rabbia posta in pace: nella seconda dimostra qual pena avessero i peccatori nel quarto cerchio, e chi e’ fossero: nella terza dimostra che cosa sia questa che noi chiamiamo fortuna: la seconda comincia quivi: Così scendemmo: la terza quivi: Maestro, diss’io lui: dice adunque che avendo, come nella fine del precedente canto dimostra, trovato Plutone il gran nemico, che esso Plutone come gli vide, admirative cominciò a gridare, e ad invocare il principe de’ demoni [p. 134 modifica]dicendo, Pape: questo vocabolo è ad verbum admirandi e perciò quando d’alcuna cosa ci maravigliamo usiamo questo vocabolo, dicendo pape, e da questo vocabolo si forma il nome del sommo pontefice, cioè papa, l’autorità del quale è tanta, che ne’ nostri intelletti genera ammirazione, e non senza cagione, veggendo in uno uomo mortale l’autorità divina, e di tanto signore, quanto è Iddio, il vicariato. E i Greci ancora chiamavano i lor preti papas, quasi ammirabili; e ammirabili sono, inquanto possono del pane e del vino consecrare il corpo e il sangue del nostro signor Gesù Cristo: e oltre a ciò, hanno autorità di sciogliere e di legare i peccatori cbe da loro si confessano delle lor colpe, siccome più pienamente si dirà nel Purgatorio, alla porta del quale siede il vicario di san Piero: Satan. Satan e Satanas sono una medesima cosa, ed è nome del principe de’ demoni, e suona tanto in latino, quanto avversario, o contrario o trasgressore, perciocchè egli è avversario della verità, e nemico delle virtù de’ santi uomini; e similmente si può vedere lui essere stato trasgressore, in quanto non istette fermo nella verità nella quale fu creato, ma per superbia trapassò il segno del dovere suo: pape Satan: questa iterazione delle medesime parole ha a dimostrare l’ammirazione esser maggiore, e seguita, aleppe. Alep è la prima lettera dell’alfabeto de’ Giudei, la quale egli usano a quello che noi usiamo la prima nostra lettera, cioè a; ed è alep appo gli Ebrei adverbium dolentis; e questo significato dicono avere questa lettera, perciocchè è la prima voce la quale [p. 135 modifica]esprime il fanciullo come è nato, a dimostrazione che egli sia venuto in questa vita, la quale è piena di dolore e di miseria. Maravigliasi adunque Plutone, siccome di cosa ancora più non veduta, cioè che alcuno vivo uomo vada per l’inferno; e temendo questo non sia in suo danno, invoca quasi come suo aiutatore il suo maggiore; e acciocchè egli il renda più pronto al suo aiuto si duole in più dire, seguendo le poetiche divisioni, Plutone ricordandosi, che Teseo con Piritoo vivi discesero in inferno per rapire Proserpina reina di quello, e poi dopo loro Ercole; e questo essere stato in danno e del luogo e degli uficiali di quello; veggendo l’autore vivo, nè temer de’ demoni, si maraviglia e teme, e sta admirative, e dolendosi, chiama il principe suo: Cominciò Pluto, supple, a dire, o a gridare, con la voca chioccia, cioè non chiara nè espedita, come il più fanno coloro i quali da subita maraviglia sono soprappesi. E oltre a ciò, cominciò Pluto a gridare per ispaventar l’autore, siccome ne’ cerchi superiori si sono sforzati Minos e Cerbero nell’entrata de’ detti cerchi; acciocchè per quel gridare il ritraesse di procedere avanti, e dal dare effetto alla sua buona intenzione. Ma innanzi che più innanzi si proceda, è da sapere, che secondochè i poeti dicono Plutone il quale i latini chiamano Dispiter1, fu figliuolo di Saturno e di Opis, e nacque ad un medesimo parto con Glauco. E secondochè Lattanzio dice, egli ebbe nome Agelasto: e secondo dice Eusebio in libro [p. 136 modifica]temporum, il nome suo fu Aidoneo. Fu costui chiamato dagli antichi re d’inferno, e la sua real città dissero essere chiamata Dite, e la sua moglie dissero essere Proserpina. Leon Pilato diceva essere stato un altro Pluto, figliuolo di Jasonio e di Cerere; de’ quali quantunque qui siano assai succintamente le fizioni descritte, se elle non si dilucidano, non apparirà perchè l’autore qui questo Pluto introduca: ma perciocchè più convenientemente pare che si debbano là dove l’altre allegorie si parranno, quivi le riserberemo, e diffusamente con la grazia di Dio l’apriremo.

E quel savio gentil che tutto seppe,

cioè Virgilio il qual veramente quanto all’arti e scienze mondane appartiene tutto seppe i perciocchè oltre all’arti liberali, egli seppe filosofia morale e naturale, e seppe medicina e oltre a ciò, più compiutamente che altro uomo a’ suoi tempi seppe la scienza sacerdotale, la quale allora era in grandissimo prezzo.

Disse, per confortarmi, non ti noccia

La sua paura, la quale egli o mostra d’avere in sè, o vuol mettere in te di sè; e dove della paura di Plutone dica, vuol mostrare l’autore perciò esser da Virgilio confortato; perocchè generalmente ogni fiero animale si suol muovere a nuocere più per paura di sè, che per odio che abbia nella cosa contro alla qual si muove: e deesi qui intender la paura di Plutone essere quella della quale poco avanti è detto, che poter ch’egli abbia,

Non ti terrà lo scender questa roccia,

[p. 137 modifica]cioè questo balzo. Poi si rivolse a quella enfiata, superba, labbia, cioè aspetto,

E disse: taci maladetto lupo,

perciò il chiama lupo, acciocchè s’intenda per lui il vizio dell’avarizia, al quale è preposto; il qual vizio meritamente si cognomina lupo, siccome di sopra nel primo canto fu assai pienamente dimostrato:

Consuma dentro te con la tua rabbia,

la quale continuamente, con inestinguibile ardore di più avere, ti sollecita e infesta: Non è senza cagion l’andare, di costui, al cupo, cioè al profondo inferno vedendo: Vuolsi, da Dio ch’egli vada, nell’alto, cioè in cielo, là dove Michele, Arcangelo,

Fe la vendetta del superbo strupo,

cioè del Lucifero, il quale come nell’Apocalisse si legge, fu da questo angelo cacciato di paradiso, insieme co’ suoi seguaci. E chiamalo strupo, quasi violatore, col suo superbo pensiero, della divina potenza, alla quale mai più non era stato chi violenza avesse voluto fare; perchè pare lui con la sua superbia quello nella deità aver tentato, che nelle vergini tentano gli strupatori. Quali, qui per una comparazione dimostra l’autore, come la rabbia di Plutone vinta cadesse, dicendo che, Quali dal vento, soperchio, le gonfiate vele, cioè che come le vele gonfiate dal vento soperchio, Caggiono avvolte e avviluppate, poichè l’alber fiacca, cioè l’albero della nave fiacca per la forza del vento impetuoso

Tal cadde a terra la fiera crudele,

cioè Plutone, Così scendemmo. Qui comincia la [p. 138 modifica]seconda parte della prima di questo canto, nella quale l’autore dimostra, qual pena abbiano i peccatori, i quali in questo quarto cerchio si puniscono, e chi e’ si sieno, e dice, Così, vinta e abbattuta la rabbia di Plutone, scendemmo nella quarta lacca, cioè parte d inferno, così dinominandola per consonare alla precedente e alla seguente rima:

Pigliando più della dolente ripa,

cioè mettendoci più infra essa, che ancora messi ci fossimo; e acciocchè di qual ripa dica s’intenda, segue, Che ’l mal, cioè le colpe e i peccati, dell’universo, di tutto il mondo, tutto insacca, cioè in sè insaccato riceve; ed esclamando segue:

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa

Nuove travaglie, vuolsi questa lettera intendere interrogative, e con questo ordine. Ahi giustizia di Dio, Chi stipa, cioè ripone, tante nuove travaglie? e pene, cioè diversi tormenti e noie, quante io viddi? in questo luogo. E perche, cioè per le quali, nostra colpa, cioè il nostro male adoperare peccando, se ne scipa, cioè se ne confonde e guasta, e attrita, o in noi vivi temendo di quella pena, o ne’ morti dannati che quella sostengono. E vuole in queste parole mostrare l’autore di maravigliarsi per la moltitudine, poi per una comparazione ne dimostra, che maniera tengono in quel luogo i peccatori nel tormento loro dato dalla giustizia, e dice, Come fa l’onda, del mare, là sovra Cariddi, cioè nel far di Messina; intorno alla qual cosa è da sapere, che tra Messina e Cicilia è una punta di Calavrìa, ch’è di rincontro ad essa, chiamata Capo di volpe, non guari lontana ad una terra [p. 139 modifica]chiamata Catona, e a Reggio, è uno stretto di mare pericolosissimo, il quale non ha di largo oltre a tre miglia, chiamato il fare di Messina: e dicesi fare, da Pharos, che tanto suona in latino quanto divisione; perchè molti antichi credono che già l’isola di Sicilia fosse congiunta con Italia, e poi per tremuoti si separasse il monte, chiamato Peloro di Cicilia, dal monte Appennino, il quale è in Italia, e così quella terra ferma si facesse isola: e sono de’ moderni alcuni li quali affermano ciò dovere essere stato vero: e la ragione che a ciò inducono è, che dicono vedersi manifestamente in quella parte di questi due monti che si spartì grandissime pietre, nelle rotture loro essere corrispondenti, cioè quelle d’Appennino a quelle che sono in Peloro, ed e converso. E come di sopra è detto, questo mare così stretto è impetuosissimo e pericolosissimo molto: e la ragione è, perciocchè quando avviene che venti marini traggano, come è libeccio e ponente, e ancora maestro che non è marino, essi sospingono il mare impetuosamente inverso questo fare, e per questo fare verso il mare di Grecia. E se allora avviene, che il mare di verso Grecia, per lo fiottare del mare Oceano, il quale due volte si fa ogni dì naturale, che sospignendo la forza de’ venti marini il mare verso la Grecia, ed il mare per lo fiotto si ritragga in verso il mare Mediterraneo, così scontrandosi questi due movimenti contrarii, ivi con tanta forza si percuotono e rompono, che quasi infino al cielo pare che le loro rotte onde ne vadano: e qual legno in quel punto vi si abbattesse ad essere, niuna speranza si può aver [p. 140 modifica]della sua salute: e così ancora sospignendo i venti orientali, cioè greco levante e scirocco, il mare di Grecia verso il fare, e per quello verso il mare Tirreno, e il fiotto mettendosi, avvien quel medesimo che dinanzi è detto. E questo è quello che l’autore vuol dire, come fa l’onda,

Che si frange con quella in cui s intoppa,

e’ sono in questo mare due cose mostruose, delle quali l’una ciò che davanti le si para trangugia, e questa si chiama Scilla, ed è dalla parte d’Italia; l’altra si chiama Cariddi, e questa gitta fuori ciò che Scilla ha trangugiato; ma secondo il vero questa Cariddi, la quale è di verso Cicilia, è il luogo dove di sopra dissi l’onde scontrarsi insieme, le quali levandosi in alto per lo percuotersi, par che sieno del profondo gittate fuori da coloro che non veggiono la cagione della elevazione. Dice adunque l’autore che in quella guisa, che di sopra è mostrato, le due onde di due diversi mari si scontrano, così convenirsi qui due maniere di diverse genti o peccatori convenirsi scontrare: e questo intende in quanto dice: Così convien che qui, cioè in questo quarto cerchio, la gente riddi, cioè balli, e volgendo come i ballatori incerchio vengano impetuosamente a percuotersi, come fanno l’onde predette. , nel quarto cerchio, vid’io gente, più ch’altrove, troppa, e di questo non si dee alcun maravigliare, perciocchè pochi son quegli che in questo vizio che quivi si punisce non pecchino: e poi dice a qual tormento questa gente è dannata, dicendo,

E d’una parte, e d’altra con grand’urli,

[p. 141 modifica]cioè a destra e a sinistra miseramente per la fatica e per lo dolore urlando, siccome appresso più chiaro si mostrerà: Voltando pesi, gravissimi, per forza di poppa, cioè del petto, ponendo qui la parte per lo tutto: Percotevansi incontro, cioè l’un contro all’altro con questi pesi, i quali per forza voltavano, e poscia, che percossi s’erano, pur lì, cioè in quel medesimo luogo,

Si rivolgea ciascun voltando a retro

, cioè per quel medesimo sentiero che venuti erano, in questo voltare, Gridando, quegli dell’una parte incontro all’altra: perche tieni? e incontro a questa gridava l’altra, e perche burli? cioè getti via. Così tornavan, come percossi s’erano, e avean gridato, per lo cerchio tetro: appare per queste parole che il viaggio di costoro era circolare, e che venuta l’una parte dal mezzo del cerchio nella parte opposita, scontrava l’altra parte, la quale, partitasi dal medesimo termine che essi, era già giunta, e quivi percossisi, e dette l’un contro all’altro le parole di sopra dette, ciascuna parte si rivolgeva indietro, e veniva al punto del cerchio donde prima partita s’era; e quivi ancora con l’altra, che in una medesima via vi pervenia, si percotevano, e quelle medesime parole l’un contro all’altro dicevano; e così senza riposo continuavano questa loro angoscia volgendosi, per lo cerchio tetro, cioè logoro per lo continuo scalpitio. Da ogni mano, da destra e da sinistra, nella guisa detta andavano, all’opposito punto, del cerchio, a quello onde partiti s’erano, Gridandosi anco, come usati erano, in loro ontoso, vituperevole, metro, cioè, [p. 142 modifica]perche tieni, e perche burli? il quale l’autore chiama metro, non perchè metro sia, ma largamente parlando, come il più volgarmente si fa, ogni orazione o breve o lunga, misurata o non misurata, è chiamata metro: e dicesi metro da metros graece, che in latino suona misura; e quinci propriamente parlando, i versi poetici sono chiamati metri, perciocchè misurati sono da alcuna misura, secondo la qualità del verso: Poi si volgea ciascun, di questi che voltavano i pesi, quand’era giunto, al punto del mezzo cerchio, come di sopra è detto, Per lo suo mezzo cerchio, cioè per quel mezzo cerchio il quale a lui era dalla divina giustizia stabilito, all’altra giostra, cioè percossa: e chiamala giostra, perciocchè a similitudine de’giostratori s’andavano a ferire e a percuotere insieme:

Ed io ch’avea lo cor quasi compunto,

di compassione, la quale portava a tanta fatica e a tanto tormento, quanto quello era il quale nel percuotersi sofferivano; e oltre a ciò, aveva la compunzione per lo vermine della coscienza, il quale il rodeva, cognoscendosi di questa colpa esser peccatore; il che esso assai chiaramente dimostra nel primo canto dove dice, il suo viaggio essere stato impedito dalla lupa, cioè dall’avarizia. E in questo è da comprendere, invano esser da noi conosciuti i vizii e’ peccati, se sentendoci inviluppati in quegli, o poco o molto, noi non abbiam dolore e compunzione: nè osta il dire, come avea l’autore compunzione dell’essere avaro, che ancora, come nelle seguenti parole appare, non sapea chi essi si fossero; perocchè [p. 143 modifica]qui usa l’autore una figura chiamata preoccupazione: Dissi: maestro mio, qui domanda l’autore Virgilio, che gente questa sia, e per qual colpa dannati, dicendo, or mi dimostra, Che gente è questa, la quale è qui così dolorosamente afflitta: e dopo questo gli muove un altro dubbio dicendo, e oltre a quel che domandato t’ho, mi di’, e se tutti fur cherci,

Questi chercuti, alla sinistra nostra.

Chercnti gli chiama, perciocchè aveano la cherica in capo, e da questo ancora comprendeva loro per quello dovere esser cherici. Ed egli a me: qui Virgilio primieramente generalmente di quegli che erano così a man destra, come a man sinistra determma; e poi distinguendo risponde alla domanda fattagli dall’autore, e dlcegli oltre a ciò per qual colpa dannati sieno, primieramente dicendo: tutti quanti, cioè quanti tu ne vedi a destra e a sinistra, fur guerci, cioè con non diritto vedere, come color ci paiono, i quali non hanno le luci degli occhi dirittamente come gli altri uomini poste negli occhi, il qual difetto talora avviene per natura, e talora per accidente: per accidente avviene per difetto le più delle volte delle balie, le quali questi cotali essendo piccioli fanciulli hanno avuti a nudrire, ponendo loro la notte un lume di traverso, o di sopra a quella parte ove tengon la testa; o esse medesime, come spesse volte fanno, stando loro sopra capo, gl’inducono a guatarsi indietro; e i fanciulli vaghi della luce, torcono gli occhi, e sì in quella parte dove il lume veggono, e non potendosi muovere, si [p. 144 modifica]sforzano e torcono le luci al lume; ed essendo tenerissimi, agevolmente rimuovono la luce, o le luci, dal lor natural movimento, in quello accidentale, e divengon guerci. Questa spezie d’uomini, quantunque non sia del tutto reputata giusta, non ha pertanto tanta di malizia quanta hanno coloro i quali guerci nascono, i quali per quegli che fisonomia sanno sono reputati uomini astuti, maliziosi e viziati, e il più si credono non altrimenti avere il giudicio della mente lor fatto, che essi abbiano gli occhi; e però dice, tutti quanti fur guerci Sì della mente, così perverso e malvagio giudicio ebbero nella mente loro intorno alle cose temporali, in la vita primaia, cioè in questa,

Che con misura nullo spendio ferci,

in questa vita: e ciò fu, che o essi strinsero troppo le mani là dove esse eran da allargare, o essi l’allargaron troppo là dove eran da strignere; e così nè nell’una parte nè nell’altra serbarono alcuna misura, liberalmente spendendo, dove e come e quanto e in cui non si convenia,

Assai la voce lor chiaro l’abbaia,

cioè il manifesta, quando dicono perche tieni, e perche burli? Usando questo vocabolo abbaia nell’anime de’ miseri in detestazion di loro, il quale è proprio de’ cani,

Quando vengono a’ due punti del cerchio,

mostrati di sopra, dove si dicono perchè tieni, e per che burli,

Ove colpa contraria gli dispaia,

cioè gli divide, facendogli tenere contrario [p. 145 modifica]cammino, siccome nelle colpe furon contrarìi. Le quali colpe vuole l’autore che sien queste, avarizia e prodigalità, delle quali l’una appresso egli apre, e l’altra per l’aver detto contraria vuol che s’intenda, e dice, Questi son cherchi, che non han coperchio Peloso al capo, perciocchè la cherica, la quale è rasa, è nella superior parte del capo. E vogliono alcuni, i cherici portare la cherica in dimostrazione e reverenza di san Piero, al quale dicono questi cotali, quella essergli stata fatta da alcuni scellerati uomini in segno di pazzia; perciocchè non intendendo, e non volendo intendere la sua santa dottrina, e vedendolo ferventemente predicare dinanzi a’ principi e a’ popoli, i quali quella in odio aveano, estimavano che egli questo facesse come uomo che fuor del senno fosse: altri vogliono, che la cherica si porti in segno di degnità, in dimostrazione che coloro i quali la portano, sieno più degni che gli altri che non la portano: e chiamanla corona, perciocchè rasa tutta l’altra parte del capo, un sol cerchio di capegli vi dee rimanere, il quale in forma di corona tutta la testa circonda, come fa la corona. E chiamansi questi cotali, che questo cerchio portano, clerici da cleros, graece, che in latino suona, quanto uomini la sorte de’ quali sia Iddio, e papi e cardinali, è il papa in terra vicario di Cristo, dal quale, mediante san Piero, hanno l’autorità grandissima, la quale santa chiesa ne predica; della quale autorità, e in Purgatorio e in Paradiso, siccome in luogo dove più convenientemente il richiede la materia che qui, si [p. 146 modifica]dirà, e perciò qui più non mi stenderò: onde questo nome papa venga, è poco avanti stato mostrato. Cardinali è sublime nome di dignità, e comechè oltre alla chiesa di Roma, abbiano la chiesa di Ravenna, quella di Napoli e alcune altre cherici i quali si chiamano cardinali, non sono però in preeminenza, nè in oficio nè in abito da comparare a quegli della chiesa di Roma; perciocchè questi per eccellenza portano il cappello rosso, e hanno a rappresentare nella chiesa di Dio il sacro collegio de’ settantadue discepoli, li quali per coaiutori degli apostoli furono primieramente instituiti: e il cardinalato di Roma è il più alto e il più sublime grado, appresso il papa, che sia nella chiesa: e perciocchè a loro s’appartiene, insieme col papa, a diliberare le cose spettanti alla salute universale de’ cristiani, e ogni altra cosa contingente alla chiesa di Dio, appare che sopra la loro diliberazione si volga il si e il nò delle cose predette. E sono chiamati cardinali da questo nome, cardo cardinis, Il quale ne significa quella parte del cielo sopra la quale tutto il cielo si volge, per altro nome chiamata polo o poli, perciocchè sono due, e così da cardo vien cardinale; o secondochè alcuni altri dicono, da quella parte della porta, sopra la quale si volge tutto l’uscio: In cui, cioè ne’ quali, usò avarizia il suo soperchio. È avarizia, secondo Aristotile nel quarto della sua Etica, la inferiore estremità di liberalità, per la quale oltre ad ogni dovere ingiuriosamente si desidera l’altrui, o si tiene quello che l’uomo possiede: della quale più distesamente diremo, dove descriveremo l’allegorico senso della parte [p. 147 modifica]presente di questo canto. Questo vizio dice l’autore usare il suo soperchio, cioè il desiderare più che non bisogna, e tenere dove non si dee tenere, ne’ cherici, ne’ quali tutti intende per queste due maggiori qualità nominate: la qual cosa se vera è o nò, è tutto il dì negli occhi di ciascuno, e perciò non bisogna che io qui ne faccia molte parole. E avendo qui l’autore dichiarato qual sia in parte quel vizio che in questo quarto cerchio si punisca, cioè avarizia, vuol che s’intenda per le parole dette di sopra,

Ove colpa contraria gli dispaia,

con questo vizio insieme punircisi l’opposito dell’avarizia, cioè la prodigalità, la quale è il superiore estremo della liberalità: e come l’avarizia consiste in tenere stretto quello che spendere bene e dar si dovrebbe, così la prodigalità è in coloro i quali danno dove, e quando, e come non si conviene; benchè poco appresso l’autore alquanto più apertamente dimostri, sè intender qui punirsi questi due vizii.

Ed io: maestro, tra questi cotali,

che tu mi di’ che furon cherici, e ancora tra gli altri,

Dovre’io ben riconoscere alcuni,

perciocchè furono uomini di grande autorità, e molto conosciuti, come noi sappiamo che sono i papi, e i cardinali, e i signori e gli altri che in questi due peccati peccano: o vogliam dire, perciocchè l’autor peccò in avarizia, e l’un vizioso conosce l’altro, Che furo, vivendo, immondi, cioè brutti e macolati, di cotesti mali, cioè d’avarizia e di prodigalità . Ed egli a me: vano, cioè superfluo, pensiero aduni, [p. 148 modifica]cioè con gli altri tuoi raccogli, e incontanente gli dice la cagione seguendo: La sconoscente vita, cioè senza discrezione menata, che i fe’ sozzi, di questi due vizii, e per conseguente indegni di fama, Ad ogni conoscenza, ragionevole, or gli fa bruni, cioè oscuri e non degni d’alcun nome.

In eterno verranno alli due cozzi,

cioè a’ due punti del cerchio, i quali di sopra son dimostrati, dove insieme si percuotono: Questi, cioè gli avari, i quali appare essere dall’un de’ lati, risurgeranno del sepolcro, il dì del giudicio universale, Col pugno chiuso, testificando per questo atto la colpa loro, cioè la tenacità, la quale per lo pugno chiuso s’intende; e questi, cioè i prodighi, co’ crin mozzi, per i quali crin mozzi similmente testificheranno la loro prodigalità. E la ragione perchè questo per gli crin mozzi si testifichi è questa: intendono i dottori moralmente, per i capelli le sustanze mondane, e meritamente, perciocchè i capelli in sè non hanno alcuno umore, nè altra cosa la quale alla nostra corporal salute sia utile; sono solamente alcuno ornamento al corpo, e per questo ne son dati dalla natura: e così dirittamente sono le sustanze temporali, le quali per sè medesime alcuna cosa prestar non possono alla salute dell’anime nostre, ma prestano alcuno ornamento a’ corpi; e perciò dirittamente sentono coloro, i quali intendono per i capelli le predette sustanze: risurgeranno adunque i prodighi co’ crin mozzi a dimostrare, come essi stoltamente e con dispiacere a Dio diminuissono le loro temporali ricchezze. Mal dare, la qual cosa fanno i prodighi, [p. 149 modifica]e mal tener, il che fanno gli avari, lo mondo pulcro, cioè il cielo, nel quale è ogni bellezza, Ha tolto loro, siccome appare, poichè in inferno dannati sono, e hannogli gli due detti vizii, posti a questa zuffa, cioè di percuotersi insieme co’ pesi i quali volgono, e col rimproverarsi l’una parte all’altra le colpe loro: Quale ella sia, la zuffa di costoro, parole non ci appulcro, cioè non ci ordino, e non ci abbellisco dicendo, quasi voglia dire, che assai di sopra sìa stato dimostrato. Or puoi, figliuol, veder. In questa parte continuando Virgilio le parole sue, gli mostra quanto sia vana la fatica di coloro, i quali tutti si danno a congregare o adunare di questi beni temporali, e apregli la cagione e dice: adunque, Or puoi, figliuol, veder, in costoro, la corta buffa, cioè la breve vanita, De’ ben, cioè delle ricchezze e degli stati, che son commessi alla fortuna, secondo il volgar parlare delle genti, e ancora secondo l’opinion di molti, Perchè, cioè per i quali beni, l’umana gente si rabbuffa. Il significato di questo vocabolo rabbuffa, par ch’importi sempre alcuna cosa intervenuta per riotta o per quistione, siccome è l’essersi l’uno uomo accapigliato con l’altro, per la qual capiglia, i capelli sono rabbuffati, cioè disordinati, e ancora i vestimenti talvolta; e però ne vuole l’autore in queste parole dimostrare le quistioni, i piati, le zuffe, le guerre e molte altre maleventure, le quali tutto il dì gli uomini hanno insieme per gli crediti, per l’eredità, per le occupazioni, e per i mal regolati desiderii; venendo quinci a [p. 150 modifica]dimostrare, quanto sieno le fatiche "vane che intorno all’acquisto delle ricchezze si mettono, e dice,

Che tutto l’oro ch’è sotto la luna,

cioè nel mondo,

O che fu già, di queste anime stanche,

in queste fatiche del circuire, che di sopra è dimostrato,

Non poterebbe farne posar’ una,

non che trarla di questa perdizione. Appare adunque in questo, quanto sia utile e laudabile la fatica di questi cotali, che in ragunare tesoro hanno posta tutta la loro sollecitudine, quando per tutto quello che per la loro sollecitudine s’è acquistato, non se ne puote avere non che salute, ma solamente un poco di riposo in tanto affanno, in quanto posti sono. Le quali parole udite da Virgilio, muovono l’autore a fargli una domanda dicendo:

Maestro, dissi lui, or mi di’ anche.

Qui comincia la terza parte della prima principale di questo canto, nella quale l’autore scrive, come Virgilio gli dimostrasse che cosa sia fortuna, e però dice, maestro, or mi di’ anche, quasi dica, tu m’hai detto, che tutto l’oro del mondo non potrebbe fare riposare una di queste anime, e per questo m’hai mostrato, quanto sia vana la fatica di coloro i quali, posta la speranza loro in questi beni commessi alla fortuna, intorno all’acquistarne e all’adunarne si faticano: ma dimmi ancora:

Questa fortuna, di che tu mi tocche,

dicendo de’ beni che le son commessi, Che è? cioè [p. 151 modifica]che cosa è? che i ben del mondo ha sì tra branche? cioè tra le mani e in sua podestà. E quegli a me, rispose dicendo: o creature sciocche,

Quanta ignoranza e quella che v’offende!

credendo come voi non dovete credere, cioè che i beni temporali sieno in podestà della fortuna come suoi; conciosiacosachè essa sia ministra in distribuirgli, e non donna in donargli, siccome appare nelle parole seguenti:

Or vo’ che tu mia sentenza ne’ mbocche,

cioè, che tu ne senta quello che ne sento io: e dice ne’ mbocche, cioè riceva, non con la bocca corporale, la quale quello che riceve manda allo stomaco, ma con la bocca dell’intelletto, il quale rugumando ed esaminando seco quello che per li sensi esteriori e poi per l’interiori concepe, quel sugo fruttuoso ne trae spesse volte che per umano ingegno si puote. E quinci seguita Virgilio a dichiarare che cosa è quello che egli senta della fortuna dicendo,

Colui, lo cui saver tutto trascende,

cioè Iddio, il quale è somma sapienza, e appo il quale ogni altra sapienza è stoltizia, Fece li cieli, nella creazion del mondo, e diè lor chi conduce; e in questo sente l’autore con Aristotile, il quale tiene che ogni cielo abbia una intelligenza, la quale il muove con ordine certo e perpetuo: e che 1’autore questo senta, non solamente qui, ma in una delle sue canzone distese, dimostra dicendo:

Voi, che ’ntendendo il terzo del movete ec.

E queste cotali intelligenze muovono i cieli loro commessi da Dio, Sì ch’ogni parte, della lor [p. 152 modifica]potenza, ad ogni parte, mondana e alta a ricevere, splende, cioè, splendendo infonde.

Distribuendo egualmente la luce.

Dice egualmente non in quantità, ma secondo la indigenza della cosa che quella luce o influenza riceve: egualmente, cioè con eguale affezione e operazione distribuiscono nelle creature la potenza loro. E poi segue, che come Domeneddio ha queste intelligenze preposte a conducere i cieli, e a distribuire i loro effetti ne’ corpi inferiori, così

Similemente agli splendor mondani,

cioè alle ricchezze, e agli stati, e alle preeminenze del mondo,

Ordinò general ministra e duce,

Che permutasse a tempo, cioè di tempo in tempo, li ben vani, cioè le ricchezze e gli onori temporali, i quali chiama beni vani, perciocchè in essi alcun salutifero frutto non si trova nè stabilità; e volle che questa cotal duce, cioè ministra, tramutasse questi beni vani Di gente in gente, cioè d’una nazione in un’altra, siccome noi leggiamo essere infinite volte avvenuto ne’ tempi passati nelle gran cose non che nelle minori. Noi leggiamo il reame e l’imperio degli Assiri esser trapassato ne’ Medii, e de’ Medii ne’ Persi, e de’ Persi ne’ Greci, e de’ Greci ne’ Romani; e lasciando star gli antichi, de’quali di molti altri regni e signorie si potrebbe dire il simigliante, noi abbiamo veduto ne’ nostri di la gloria e l’onore dell’armi e della magnificenza de’ Franceschi esser trapassata negl’Inghilesi e quivi non è da credere che ella debba star ferma, ma come in coloro è stata [p. 153 modifica]trasportata, così ancora in breve tempo si trasmuterà in altrui; e segue, e d’uno in altro sangue, la sentenza delle quali parole, quantunque una medesima possa essere con la superiore, nondimeno volendola a più breve permutazione e di minor fatto deducere, possiam dire d’una famiglia in un’altra, inquanto, d’un medesimo sangue si tengono quegli che d’una medesima famiglia sono; siccome, acciocchè le cose antiche pospognamo, abbiam potuto vedere e veggiamo nella citta nostra piena di queste trasmutazioni. Furon de’ nostri dì i Cerchi, i Donati, i Tosinghi e altri in tanto stato nella nostra città, che essi come volevano guidavano le piccole cose e le grandi, secondo il piacer loro, ove oggi appena è ricordo di loro; ed è questa grandigia trapassata in famiglie, delle quali allora non era alcun ricordo; e così da quegli che ora son presidenti, si dee credere che trapasserà in altri, e questo senza alcun fallo addiviene,

Oltre la difension de’ senni umani.

Alla dimostrazione della qual verità si potrebbono inducere infinite istorie, e mille dimostrazioni; ma perciocchè assai può a ciascuno esser manifesto i senni degli uomini non valere a potere gli stati temporali fermare, si può fare senza più stendersene in parole; e per queste permutazioni avviene, Che una gente impera, signoreggiando, e l’altra langue, servendo; e ciò avviene, Seguendo, i mondani beni, il giudicio di costei, cioè di questa ministra; il qual giudicio, Che sta occulto, e’ sensi umani, come in erba l’angue. Anguis è una spezie di serpenti, la [p. 154 modifica]quale ha la pelle verde, e volentieri, e massimamente la state, abita ne’ prati fra l’erbe e perciocchè egli è con l’erbe d’un medesimo colore, rade volte fra quelle è prima veduto, che toccato e sentito: e così dice l’autore, il giudicio o il consiglio di questa ministra, è sì occulto a’ sensi umani, ch’egli non può prima esser conosciuto che sentito: ed oltre a questo, roborando ancora l’autore la predetta ragione, seguita,

Vostro saver non ha contasto a lei:

quasi voglia in queste parole pretendere, che ancorachè noi, o per industria o per chiara dimostrazione conoscessimo, o vedessimo a quello a che il giudicio di questa ministra s’inchina, non pare che per nostro sapere o ingegno possiamo a quello contrastare, o opporci in guisa che valevole sia: e questo essere vero, s’è già per molte manifeste cose veduto. Creso re di Lidia vide in sogno essergli tolto Atis suo figliuolo da Ferrea, ec. Mostrò Iddio ad Astiage re de’ Medi in due sogni, che il figliuolo, il quale ancora non era generato di Mandane sua figliuola, il dovea privare dello imperio d’Asia; nè gli giovò il maritarla ad uomo non degno di moglie nata di real sangue, nè il far poi gittare il figliuolo natone alle fiere, che quello non avvenisse, già nel consiglio di questa ministra fermato. Non poterono l’avere cacciato del regno d’Alba in villa Numitore, d’avere ucciso Lauso suo figliuolo, d’aver fatta vergine vestale Ilia sua figliuola, adoperare che Amulio non fosse del regno gittatovi, nè stituitovi Numitore: infiniti sarebbono gli esempli, che ad approvar questo si potrebbero mostrare, lasciandoci tirare all’attitudine dataci [p. 155 modifica]da’ cieli: ma se noi vorremo essere prudenti, e seguire il consiglio della ragione, con la forza del libero arbitrio che noi abbiamo, noi contrasteremo a lei, siccome dice Giovenale, Nullum, Numen ec. perciocchè il seguir noi il desiderio concupiscibile, ne fa rimaner vinti da’ movimenti di questa ministra, ec. e perciò segue: Ella, cioè questa ministra e duce, provvede, giudica e persegue Suo regno; e dice provvede, inquanto provvedute paiono quelle cose le quali da ordinato e discreto fattore prodotte sono, siccome son queste terrene da ordinato movimento de’ cieli produtte, secondo la potenza de’ quali esse si permutano, non altramente che se da giudicio dato si movessero; e così par questa ministra da singulare ed occulta diliberazione proseguire quello che giudicato pare, cioè le cose commesse a lei, come il loro regno, gli altri Dei, cioè l’intelligenze delle quali di sopra è detto. E in questa parte l’autore quanto più può, secondo il costume poetico parla, li quali spesse volte fanno le cose insensate non altrimenti che le sensate parlare e adoperare, ed alle cose spirituali danno forma corporale: e che è ancora più, alle passioni nostre approprian deità, e danno forma come se veramente cosa umana, e corporea fossero; il che qui l’autore usa mostrando la fortuna aver sentimento e deità; conciosiacosachè come appresso apparirà, questi accidenti non possano avvenire in quella cosa la quale qui l’autore nomina fortuna, se poeticamente fingendo non s’attribuiscono: dalle quali fizioni è venuto, che alcuni in forma d’una donna dipingono questo nome di fortuna, [p. 156 modifica]e fascianle gli occhi, e fannole volgere una ruota, siccome per Boezio, de consolatione, appare: ma chi le fascia gli occhi, non intende bene ciò fa, perciocchè come appresso apparirà, ogni permutazion di costei va a diterminato e veduto fine; e se l’effetto di quella non segue, non è per ignoranza de’ causatori della permutazione, ma per lo libero arbitrio di colui in cui si dirizza, il quale avvedutamente quella schifa; Le sue permutazion, che questa ministra fa de’ beni temporali, non hanno triegue, cioè intermissione alcuna, siccome coloro che guerreggiano hanno ne’ tempi delle triegue; e perciocchè nelle sue permutazioni non è alcun riposo, può apparire che

Necessità la fa esser veloce,

e in queste parole vuole intendere l’autore i movimenti di questa ministra continui, essere di necessità: le quali parole non bene intese, potrebbon generare errore, il quale con la grazia di Dio si torrà via qui appresso, dove esplicato il testo a questa ministra pertenente, dimostrerò quello che intendo essere questa fortuna: Sì spesso vien, il suo permutare, nel quale ella appare esser veloce, che vicenda consegue, cioè che gli pare questo suo permutare vicendevolmente seguire, inquanto alcuna volta veggiamo uno medesimo uomo, di quale che stato si sia, essere e felice e misero più volte nella vita sua. Questa, cioè fortuna, è colei, che tanto è posta in croce, dalle bestemmie e da’ rammarichii,

Pur da color che le dovrian dar lode,

siccome uomini ben trattati da lei,

Dandole biasmo a torto, e mala voce,

[p. 157 modifica]cioè ne’ loro rammarichii dicendo sè esser male trattati da lei, dove sono trattati bene, e molto meglio che essi non son degni.

Ma ella s’è beata, cioè eterna, e ciò non ode,

cioè le bestemmie e’ rammarichii, Con l’altre prime creature, cioè co’ cieli e con le intelligenze separate, lieta, Volge sua spera, cioè sua ruota, per la quale si descrivono le sue veloci circunvoluzioni delle sustanze temporali, e beata si gode, non curando di queste cose. Ora avanti che più oltre si proceda, è da vedere che cosa sia questa fortuna, della qual qui l’autore domanda Virgilio: quantunque molte cose in dimostrarlo n’abbia dette l’autore, e conchiudendo mostri di volere lei essere una ministra di Dio, posta sopra il governo delle cose temporali; dalla qual conclusione non è mia intenzion di partirmi, ma di dilucidarla alquanto più, secondochè iddio mi presterà: e come che molti per avventura abbian creduto o credano, io estimo questa ministra de’ beni temporali, non essere altro se non l’universale effetto de’ varii movimenti de’ cieli, i quali movimenti si credono esser causati dal nono cielo, e il movimento uniforme di quello esser causato dalla divina mente; e per conseguente dato da essa amministratore e ordinatore de’ beni temporali, de’ quali essi movimenti de’ cieli sono causatori; e dicesi dato ministro, piuttosto a dimostrazione, che cosa possa essere questo nome fortuna attribuito a questi mutamenti delle cose, che perchè alcun ministerio è di bisogno, se non essa medesima operazion de’ cieli: e perciocchè di questo effetto sono [p. 158 modifica]propinquissima causa i cieli, e sia opinion de’ filosofi, il causato almeno in certe parti esser simile al causante, siccome le più volte suole esser simigliante il figliuolo al padre, pare che seguir debba, che se i cieli sono in continuo moto, che l’universale loro effetto intorno alle cose inferiori e temporali similmente debba essere in continuo movimento: e se l’universale effetto è in movimento continuo, le sue particularità similmente in continuo movimento saranno; e cosi seguirà, le cose governate essere convenienti e conformi alla cosa che le governa, causa e dispone; e per conseguente quelle ottimamente dover seguire la disposizione data dal governante: e perciocchè egli non par possibile cosa, che gl’ingegni umani comprendano le particularità infinite di questo universale effetto de’ cieli, siccome noi possiam comprendere nelle continue fatiche, e le più delle volte vane degli strologi; li quali quantunque l’arte da sè sia verace, e da certi fondamenti fermata, nondimeno non paiono gl’ingegni umani essere di tanta capacità, che essi possan comprendere ogni particularità di così gran corpo, come è il cielo; nè ancora pienamente le rivoluzioni, congiunzioni, mutazioni e aspetti de’ corpi de’ pianeti; e per conseguente cognoscere, nè quello che il cielo dimostra dover producere, nè quello che a ciò seguire o fuggire, per avere o per fuggire quello che s’apparecchia, sia sofficiente nè bastevole: e però ottimamente dice l’autore, i consigli umani non poter comprendere nè contrastare alle occulte, quanto è a noi, operazioni di questo effetto: ed esso effetto non è altro che permutazioni delle [p. 159 modifica]cose prodotte da’ cieli, le quali non avendo stabilità, coloro da’ quali causate sono, nè esse similmente possono avere stabilità: e se i movimenti de’ cieli son veloci, e le cose causate da loro seguono la similitudine del causante, sarà di necessità questo loro effetto universale esser mobile e di veloce moto, come essi sono; e seguiranne quello che noi continuamente nelle cose temporali veggiamo, cioè le revoluzioni continue, e le permutazioni, e delle gran cose e delle minori. Non osta quello che per avventura alcuni potrebbon dire, cioè di vedere alcune cose non muoversi mai, o muoversi di rado e con difficultà, siccome sono le città e simili cose, le quali lungo tempo consistono: intorno alla qual cosa è da Intendere, le revoluzioni de’ cieli adoperare secondo la disposizion delle cose, le quali esse operazioni de’ cieli ricevono. Domeneddio creò la terra stabile e perpetua, e però non è atta ad alcun moto per sè medesima; ma se dalle mani degli uomini ella è mossa in alcuna opera, e tratta della sua stabilità, adoperano i cieli sopra questa materia tarda e grave tardamente: ma nondimeno, quantunque tardo e rado sia il movimento, pur la muovono, e però le città, che di materia terrea paion composte, non senza gran cagioni si muovono tardamente: e nondimeno in suo tardo movimento, considerata la natura della cosa che si muove, si può dire veloce ec. Ora hanno gli uomini a questo effetto posto nome fortuna a beneplacito, come quasi a tutte l’altre è stato posto; e secondochè le cose secondo i nostri piaceri o contrarie n’avvengono, le chiamiamo buona fortuna e mala fortuna, e’ [p. 160 modifica]furono in tanta semplicità, anzi sciocchezza i gentili, che non avendo riguardo alla sua origine, la stimarono una singular deità, in cui fosse potenza di dar bene e male, secondo al beneplacito suo; e per averla benivola, le feciono templi e ordinarono sacerdoti e sacrificii, seguendo per avventura, più che la verità, la sentenza di questi versi, Si fortuna volet, fies de rhetore consul: si volet haec eadem, fies de consule rhetor etc. E se alcune genti furono che intorno a questa bestialità peccassero, i Romani più che altri vi peccarono. Nondimeno quantunque di necessità paia, come detto è, questa fortuna nelle sue amministrazioni esser veloce, non è questa necessità imposta, se non sopra i movimenti delle cose causate da’ cieli, delle quali l’anime nostre non sono, perciocchè sopra i cieli sono create da Dio, e infuse ne’ corpi nostri, dotate di ragione, di volontà e di libero arbitrio; e perciò niuna necessità in noi può causare in farci ricchi o poveri, potenti o non potenti contro a nostro piacere; il che in assai s’è potuto vedere, in Senocrate, in Diogene, in Fabbrizio, e in Curzio e in altri assai, il che chiaramente Giovenale il dimostra nel verso preallegato dicendo,

Nullum Numen abest si sit prudentia, sed te
Nos focimus fortuna Deam, Coeloque locamus.

E questo avviene per la nostra sciocchezza, seguendo piuttosto con l’appetito la sua volubilità, che la forza del nostro libero arbitrio, per lo quale n’è conceduto di potere scalpitare, e aver per nulla ogni sua potenza. Adunque questo effetto universale de’ [p. 161 modifica]movimenti de’ cieli e delle loro operazioni, secondo il mio piccolo conoscimento, credo si possa dire essere quella cosa la quale noi chiamiamo fortuna, e la qual noi vogliamo esser ministra e duce de’beni temporali: e in questa opinione, se io intendo tanto, mi par che fossero que’ poeti, i quali sentirono che l’una delle tre sorelle chiamate Parche, o fate, che vogliam dire, cioè Cloto, Lachesis e Atropos, alle quali la concezione e il nascimento di ciascun mortale, e similmente la vita e la morte attribuiscono, fosse questa fortuna; e quella di queste tre vogliono che sia Lachesis, cioè quella la quale dicono che, nascendo noi, ne riceve e nutrica in varii e molti mutamenti, infino al dì della morte, e questa secondo la qualità della vita di ciascuno, al parer degli uomini seguitando, dicono essere buona e malvagia fortuna: e perciocchè, come detto è, in essa vita consistono le revoluzioni e’ mutamenti di ciascuno, assai appare ciò non essere altro che l’universale effetto di tutti i cieli, da’ quali questi movimenti, quanto al corpo, son causati in noi. E questa fortuna chiama l’autore dea, poeticamente parlando, e secondo l’antico costume de’ gentili, i quali ogni cosa la qual vedeano che lungamente durar dovesse, o esser perpetua, deificavano siccome i cieli, le stelle, i pianeti, gli elementi, i fiumi e le fonti, i quali tutti chiamavano dei: e però vuol l’autore sentire per questa deità la perpetuità di questo effetto, Il quale tanto dobbiam credere che debba durare quanto i cieli dureranno, e produceranno gli effetti i quali producer veggiamo. Ora che che io n’abbia detto [p. 162 modifica]intorno a questa fortuna, intendo che in questo, e in ogn’altra cosa, sempre sia alla verità riservato il luogo suo.

Or discendiamo omai a maggior pieta:

Qui comincia la seconda parte del presente canto, nella quale l’autore fa tre cose: prima dimostra come discendesse nel quinto cerchio dell’inferno, dove dice trovò la palude chiamata Stige: nella seconda dimostra, in questo quinto cerchio esser tormentati due spezie di peccatori, iracondi e accidiosi: nella terza scrive, come per lo cerchio medesimo procedesse avanti. La seconda comincia quivi: Ed io, che di mirar. La terza quivi: Così girammo. Dice adunque; Or discendiamo omai, quasi dica: assai abbiamo ragionato della fortuna, e però discendiamo, a maggior pieta, cioè a maggior dolore; e mostra la cagione per la quale il sollecita allo scendere, dicendo:

Già ogni stella scende, che saliva

Quando mi mossi, nelle quali parole l’autore descrive che ora era della notte, e mostra che egli era passata mezza notte; perciocchè ogni stella, la quale sovra l’orizzonte orientale della regione cominciava a salire in su il farsi sera, come era quando si mossono, ed egli stesso il dimostra, dicendo, Lo giorno se n’ andava, era salita infino al cerchio della mezza notte; donde, poichè pervenute vi sono, cominciano, secondando il cielo il suo girare, a discendere verso l’orizzonte occidentale: e fatta questa descrizione dell’ora della notte, quasi per quella voglia dire aver mostrato loro essere stati molto, soggiugne la seconda [p. 163 modifica]cagione per la quale il sollecita a discendere, dicendo, e il troppo star si vieta, cioè m’è proibito da Dio, per lo mandato del quale io vengo teco. Noi ricidemmo il cerchio, cioè pel mezzo passammo, e andammone, all’altra riva, cioè all’altra parte opposita: e quivi pervennero, Sovr’una fonte che bolle, per divina arte, e riversa, l’acqua così bogliente,

Per un fossato che da lei diriva,

cioè si fa dell’acqua che essa fonte riversa. L’acqua, la qual questa fonte riversa, era buia, cioè oscura, assai vie più che persa. È il perso un colore assai propinquo al nero, e perciò se questa acqua era più oscura che il color perso, seguita che ella doveva esser nerissima. Pigliano l’acque i colori, i sapori, i calori e l’altre qualità nel ventre della terra, ut pontica,2 quasi nera per lo luogo che ha a dar quel colore: Altheana, quasi lattea, perchè passa per luoghi piombosi; (l’olio petroio dalla.... l’acque da Volterra, l’acque d’Umbria, l’acqua da santa Lucia di Napoli). E noi, Virgilio e io, in compagnia dell’onde bige, cioè lunghesso l’acque bige, come i compagni vanno l’uno lunghesso l’altro per un cammino: e chiama quest’acqua oscura, e nera bigia, non volendo però per questo vocabolo mostrarla men nera, ma largamente parlando, lo intende per nero: e così andando per queste onde bige,Ut puta qui nera, perchè passa per il luogo che ha a dar quel colore. Così legge il MS:, il quale non ha i tre versi che seguono posti fra due parentesi, che sembrano un’invenzione dell’editore napoletano• [p. 164 modifica]Entrammo giù, discendendo, per una via diversa, cioè malvagia. Poi segue,

Una palude fa, c’ha nome Stige,

Questo tristo ruscel: e vuolsi questa lettera così ordinare, Questo tristo ruscel: cioè rivicello, fa una palude ragunandosi in alcuna parte concava del luogo, donde l’acqua non aveva così tosto l’uscita, c’ha nome Stige, e quinci dice quando questo ruscello fa la palude, cioè, quando è disceso, correndo,

Al piè delle malvage piagge grige,

le quali in quel cerchio sono. Di questa palude chiamata Stige molte cose si scrivono da’ poeti, la quale essi dicono essere una palude infernale, ed essere stata figliuola del fiume chiamato Acheronte e della Terra: e secondochè dice Alberico nella sua poetria, questa Stige fu nutrice e albergatrice degli iddii del cielo, e per essa giurano essi iddii, e non ardiscono, quando per lei giurano, spergiurarsi, siccome dice Virgilio,

— — — — Stigiamque Paludem,
Dii cujus jurare timent, et fallere numen etc.

E la cagione per la quale essi temono, giurando per Istige, di spergiurarsi, è per paura della pena, la quale è, che quale Iddio avendo giurato per Istige si spergiura, sia privato infino a certo tempo del divino beveraggio, il quale i poeti chiamano nettare, cioè dolcissimo e soave: e questa onorificenza vogliono esserle stata conceduta, perciocchè la Vittoria, la quale fu sua figliuola, fu favorevole agl’iddii quando combatterono co’ figliuoli di Titano, e vollesi [p. 165 modifica]piuttosto concedere a loro, che a’ detti figliuoli di Titano. L’allegoria di questa favola, quantunque non paia del tutto opportuna al proposito, pure perchè in parte e qui e altrove potrà essere utile la scriverò. Questo nome Stige è interpetrato tristizia, e perciò è detta figliuola d’Acheronte, il qual, come davanti è detto, viene a dire senza allegrezza. Pare ad Alberigo, che colui il quale è senza allegrezza, agevolmente divenga in tristizia, anzi quasi par di necessità che egli in tristizia divenga; e così dall’essere senza allegrezza nasce la tristizia, Che ella sia figliuola della Terra par che proceda da ragion naturale, perocchè conciosiacosachè tutte 1’acque procedano da quello unico fonte mare Oceano, e di quindi venire per le parti intrinseche della terra, infino al luogo dove esse fuori della terra si versano, pare assai conveniente dovere essere detto figlluol della Terra ciò che esce del ventre suo, come l’acqua fa che è in questa palude. Che ella sia nutrice e albergatrice degl’iddii, non vollero i poeti senza cagione: intorno al qual senso è da sapere, che sono due maniere di tristizia; o l’uomo s’attrista perciocchè egli non può a suoi dannosi desiderii pervenire, o luomo s’attrista cognoscendo che egli ha alcuna o molte cose meno giustamente commesse. La prima spezie di tristizia non fu mai nutrice nè albergatrice degl’iddii, anzi è loro nimica e odiosa, intendendo gl’iddii per 1anime de beati; ma la seconda fu ed è nutrice degl’iddii, cioè di coloro i quali divengono iddii, cioè beati; perciocchè il dolersi e l’attristarsi delle cose men che ben fatte, niuna altra cosa è che [p. 166 modifica]prestare alimenti alla verità, per la quale i gentili andarono nelle lor deità, secondochè le loro storie ne mostrano; e noi cristiani per l’attristarci de’ nostri peccati n’andiamo in vita eterna, nella quale noi siamo veri iddii e non vani. Queste due spezie di tristizia, mostra Virgilio d’avere ottimamente sentito nel sesto del suo Eneida, là dove egli manda i perfidi e ostinati uomini in quella parte dell’inferno, la quale esso chiama Tartaro, nella quale non è alcuna redenzione e gli altri i quali hanno sofferto tristizia e pena per le lor colpe, mena ne’ campi elisii, cioè in quello luogo ove egli intende che sieno le sedie de’ beati. O vogliam dire quello che per avventura piuttosto i poeti sentirono, gl’iddii, i quali costei nutrica e alberga, essere il sole e le stelle, le quali alcuna volta ne vanno in Egitto; e questo è nel tempo di verno, quando il sole essendo rimoto da noi, è in quella parte del zodiaco, la quale gli astrologi chiamano solstizio antartico; perciocchè oltre agli Egizii meridionali, in quelle parti abitanti, esso fa quello che gli astrologi chiamano Zenit capitis; e in questo tempo sono nutriti il sole e le stelle dalla palude di Stige, secondo l’opinione di coloro i quali estimarono, che i fuochi dei corpi superiori della umidità de’ vapori surgenti dall’acqua si pascessero; e appo questa palude di Stige, mentre nel mezzo dì dimorano, stanno e albergano. Che questa palude di Stige, secondo la verità, sia sotto la plaga meridionale, il dimostra Seneca in quel libro il quale egli scrisse delle cose sacre d’Egitto, dicendo che la palude di Stige è appo coloro che nel superiore [p. 167 modifica]emisperio sono; mostrando appresso, che non guari lontano da Siene, estrema parte d’Egitto, verso il mezzodì, essere un luogo il quale è chiamato da’ poeti fiale, il quale è tanto a dire quanto amiche; e appo quel luogo essere una grandissima palude, la quale conciosiacosachè a trapassarla sia molto malagevole e faticoso, perciocchè è molto limosa, e impedita da’ giunchi, i quali essi chiamano papiri, è appellata Stige, perciocchè è cagion di tristizia, per la troppa fatica a’ trapassanti. Che gl’iddii giurino per questa palude di Stige, può esser la ragion questa: noi siamo usati di giurare per quelle cose le quali noi temiamo, o per quelle le quali noi desideriamo; ma chi è in somma allegrezza, non pare che abbia da desiderare, quantunque abbia che temere; e questi cotali sono gl’iddii, i quali i gentili dicevano esser felici: e perciò non avendo costoro che desiderare, resta che giurino per alcuna cosa la quale sia loro contraria, e questa è la tristizia: e che chi si spergiura sia privato del divin beveraggio, credo per ciò essere detto, perciocchè coloro, i quali di felice stato son divenuti in miseria, solevan dire essersi spergiurati, cioè men che bene avere adoperato; e così essere divenuti dalla dolcezza del divin beveraggio, cioè dalla felicità, nell’amaritudine della miseria. Costei esser madre della Vittoria, si dice pertanto che delle guerre non s’ha vittoria per far festa, mangiare e bere, ballare o cantare, nè ancora per fortemente combattere, ma per lo meditare assedio, e faticarsi intorno alle cose opportune, in far buona guardia, in ispiare i mutamenti e gli andamenti [p. 168 modifica]de nemici, in por gli aguati, in prendere i vantaggi e simili cose, le quali senza alcun dubbio hanno ad affligger l’uomo, e a tenerlo almeno nel sembiante tristo.

Ed io, che di mirar mi stava inteso.

Qui comincia la seconda parte della seconda principale di questo canto, nella quale dimostra essere tormentati in questa palude bogliente gl’iracondi e gli accidiosi; dice adunque, Ed io, che di mirar, in questa palude, mi stava inteso, cioè sollecito,

Vidi genti fangose in quel pantano,

cioè in quella palude; e dice fangose, perciocchè le paludi sono generalmente tutte nelli lor fondi piene di loto e di fango, per l’acqua che sta oziosa, e non mena via quel cotal fango, come quelle fanno che corrono, e perciò chi in esse si mescola, di necessità è fangoso,

Ignude tutte, e con sembiante offeso,

per lo tormento sì del bollor dell’acqua, e sì ancora delle percosse che si davano. Questi, fangosi, si percotean, non pur con mano, battendo e offendendo l’un l’altro, e sè medesimi, Ma con la testa, cozzando luno contro all’altro, e col petto, un contro all’altro impetuosamente scontrandosi, e co’ piedi, dandosi de’calci, e Troncandosi co’ denti, le membra e la persona, a brano a brano, cioè a pezzo a pezzo. Lo buon maestro disse. Qui gli dichiara Virgilio chi costor sieno che così si troncano, e dice: Figlio, or vedi,

L’anime di color cui vinse l’ira:

mentre vissero in questa vita: [p. 169 modifica]

Ed anco vo’ che tu per certo credi,

Che sotto l’acqua, di questa palude, ha gente che sospira, cioè che si duole, E, sospirando, fanno pullular quest’acqua al summo, noi diciamo nell’acqua pullulare quelle gallozzole o bollori, le quali noi veggiamo fare all’acqua, o per aere che vi sia sotto racchiusa, e esca fuori, o per acqua che di sotterra vi surga, Come l’occhio, cioè il viso, ti dice u’ che s’aggira: e così mostra in queste parole, la palude esser piena di questi bollori, e per conseguente dovere essere molta la gente la quale sotto l’acqua sospirava o si doleva. Fitti nel limo, limo è quella spezie di terra, la qual suole lasciare alle rive de’ fìumi l’acqua torbida, quando il fiume viene scemando, la qual noi volgarmente chiamiamo belletta: e di questa maniera sono quasi tutti i fondi de’ paludi: dice adunque, che in questa belletta nel fondo del palude sono fitti i peccatori i quali, dicon: tristi fummo

Nell’aer dolce, che del sol s’allegra,

cioè si fa bella e chiara, Portando dentro, nel petto nostro, accidïoso fummo, cioè il vizio dell’accidia, il quale tiene gli uomini così intenebrati e oscuri, come il fummo tiene quelle parti nelle quali egli si ravvolge: poi segue: e perciocchè noi fummo tristi nell’aer dolce, qui Or ci attristiam, cioè piagnamo e dogliamci, nella belletta negra, in quel fango di quella palude, l’acqua della quale è di sopra mostrata essere nera, e perciò conviene che la belletta sia negra altresì, in quanto ella suole sempre avere il color dell’acqua sotto la quale ella sta, e che la [p. 170 modifica]mena. Quest’Inno, gl’inni son parole composte di certe spezie di versi, e contengono in sè le laudi divine, siccome appare nello innario il quale compose san Gregorio, e che la chiesa di Dio canta ne’suoi uffici; ma in questa parte scrive l’autore il vocabolo, ma non l’effetto di quello, perciocchè dove l’inno contiene la divina laude propriamente, quello che questi peccatori piangendo e dolendosi dicono in modo d’inno contiene la lor miseria e la lor pena, si gorgoglian nella strozza, la strozza chiamiam noi quella canna la qual muove dal polmone, e vien su insino al palato, e quindi spiriamo e abbiamo la voce, nella quale se alcuna superchia umidita è intrachiusa, non può la voce nostra venir fuori netta ed espedita; e sono allora le nostre parole più simili al gorgogliare, che fa talvolta alcuno uccello, che ad umana favella; e perciocchè questi peccatori hanno la gola piena del fango e dell’acqua del palude, è di necessità che essi si gorgoglino questo lor doloroso inno nella strozza, perciò

Che dir nol posson con parola integra,

perchè è intrarotta dalla soperchia umidità. Così girammo. Qui comincia la terza parte di questa seconda parte principale, nella quale l’autore dimostra il processo del loro andare, e dove pervenissero dicendo, Così, riguardando i miseri peccatori che nella palude si offendevano, e ragionando, girammo della lorda pozza Grand’arco, cioè gran quantità volta in cerchio, a guisa d’un arco; e chiamala pozza, il quale è proprio nome di piccole ragunanze d’acque; e questo, come altra volta è detto, è conceduto a’ poeti, cioè [p. 171 modifica]d’usare un vocabolo per un altro, per la stretta legge de’ versi, della quale uscir non osano: e quinci dice che egli girarono, tra la ripa secca, alla quale non aggiugneva l’acqua del palude, e il mezzo, del palude,

Con gli occhi volti a chi del fango ingozza:

cioè a’ peccatori, i quali erano in quel palude:

Venimmo al piè d’una torre al dassezzo,

cioè poichè noi avemmo lungamente aggirato.

  1. Così ha il MS:, credo però doversi leggere Dis.
  2. Ut puta qui nera, perchè passa per il luogo che ha a dar quel colore. Così legge il MS:, il quale non ha i tre versi che seguono posti fra due parentesi, che sembrano un’invenzione dell’editore napoletano.