Il romanzo della fanciulla/Nella lava

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Nella lava

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NELLA LAVA

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I.

Una voce interna, lontana, rude, di marinaio rauco, superando il rumore delle onde contro il legno, gridò:

— Chiamate! —

Subito, un signore giovane, grasso e biondo, dalla pelle lucida di sudore, dalla camicia di colore, col goletto molto aperto, senza sottoveste, dalla giacchetta di lustrino, dalla pretensiosa cintura di seta rossa, che gli reggeva i calzoni bianchi estivi, sospese il dondolamento della sua sedia di paglia, all’ingresso del corridoio dove stava scritto: donne, e rivoltosi verso il salone, gridò con voce stentorea:

— Trentasette! —

Un certo movimento si fece nel salone, gremito di gente. Eugenia Malagrida e sua madre, seguite dalla serva, cercavano di farsi strada sino al corridoio che conduceva ai camerini delle donne, essendo le posseditrici del numero trentasette. Ma Eugenia e sua madre erano grasse, piccole, tozze, avevano quell’andatura vacillante e ridicola delle oche; la madre, meno male, non avendo più pretese, non era troppo fasciata [p. 130 modifica] in un vestito di lanetta scura e aveva serena la faccia; ma Eugenia era stretta come in una morsa, in un busto di seta cruda che l’affogava e la ingrossava per la sua tinta chiara, e le scarpette erano troppo piccole, pel piede grasso e rotondo. La serva dietro, poi, era carica di sacche, di ombrellini, di ventagli, di ciambelle infilate alle dita; e sotto l’ascella aveva anche una bottiglia di Marsala, per riconfortare gli spiriti delle padrone dopo il bagno. Quando le tre donne ebbero attraversata la sala, il movimento dei ventagli ricominciò, il chiacchiericcio femminile si elevò di nuovo, più forte del rumore del mare, mentre la brezza agitava le grandi tendine di tela cruda, bordate di azzurro, e il signor Canavacciuolo, proprietario dello stabilimento, il signorotto biondo che chiamava i numeri, si passava un fazzoletto di seta gialla, sulla fronte sudata.

Elvira Brown, la bellissima fanciulla napoletana, maritata a un vecchione di origine inglese, parlava sommessamente con Margherita Falco, la sua futura cognatina, la fidanzata di suo fratello. Avevano il numero sessantadue, loro: erano le dieci, giammai si sarebbero sbrigate prima dell’una: ed Elvira Brown si crucciava; quel vecchio sospettoso, rabbioso, cattivo di suo marito le avrebbe fatto una scena di gelosia, al ritorno. Margherita Falco, una creatura gentile, sottile, con un par di occhi pensierosi e un sorriso di dolcezza, l’ascoltava, cercando di consolarla, dicendo che Brown non era poi irragionevole, malgrado la cocciutaggine naturale dei vecchioni, che esse gli avrebbero spiegato....

— Tu non sai, tu non sai — mormorava, crollando [p. 131 modifica] la bellissima testa Elvira Brown, facendo scintillare i suoi grossi orecchini di brillanti.

Sì, per quanto Margherita vedesse e intendesse, ella non poteva misurare la gelosia malvagia di quel vecchione, dalla parrucca rossastra, dalla dentiera falsa, dalle mani rosse e bitorzolute pei geloni, che aveva voluto la moglie giovane e bella, che la copriva di stoffe sontuose e di brillanti e la torturava coi suoi capricci schiattosi di vecchio maligno e testardo. Oh, Elvira lo sapeva bene, quello che le toccava, tornando a casa e sogguardava malinconicamente il cartoncino col numero sessantadue, mentre il signor Canavacciuolo, ubbidendo alla voce interna del marinaio che gridava: chiamate, rivolto verso la sala, gridava: — Trentotto! —

Invece Annina Manetta, quieta quieta, con la sua aria tranquilla, era profondamente soddisfatta di avere il numero sessantaquattro. Il suo innamorato, Vincenzino Spano, non era ancora giunto; sua madre, che era contraria a quest’amore, sbuffava e fremeva d’impazienza; la sorellina Adelina, una furba indiavolata, ridacchiava e mangiava ciambellette col pepe; Annina, sicura che avrebbe visto Vincenzino, conservava la sua calma di fanciulla ostinata, che nulla vale a vincere.

Due volte sua madre, nervosa e annoiata, aveva mandato in giro Adelina, la minore, per cercare di barattare il numero, volendone uno più basso, per entrare più presto, ma Adelina aveva gironzato per la sala, aveva bevuto dall’acquaiuola un bicchiere d’acqua ferrata col limone ed era tornata a mani vuote: in realtà, ella era complice della sorella, che voleva aspettare. [p. 132 modifica]

La sala si stipava sempre più: erano le dieci e mezzo. Erano giunte le due sorelle De Pasquale con la madre, le due filodrammatiche bionde e incipriate che raccoglievano applausi e allori di dilettanti, nei teatrini privati e anche in quello solitario, abbandonato, lontano di San Ferdinando, dove i filodrammatici hanno preso dimora: esse fanatizzavano il pubblico nel Giorgio Gandi, nella Marcellina, nei Nostri buoni villici, nel Padiglione delle Mortelle, consumavano tempo, salute e quattrini, erano sempre circondate di ammiratori, ma non trovavano marito, e dalla scena avevano trasportato, nella vita, molta cipria nei capelli e sul viso, un po’ di rosso sulle labbra, e certe occhiate oblique di prima attrice giovane.

Le Galanti, tre sorelle, tutte brune, simpatiche, dagli occhioni neri, dalle forme esuberanti, robuste troppo, ma coi mustacchi come la madre, un donnone che sembrava lei il generale della rivoluzione di cui era vedova, avevano un circolo di ufficiali e di giovanotti eleganti, chiacchieravano e ridevano, mostravano i denti bianchi, un po’ selvaggie nella loro simpatia, specialmente Riccarda che aveva i mustacchi e le labbra grosse e rincagnate come una mora. Avevano una dote, le Galanti, erano state educate nel nobile collegio dei Miracoli e avevano un certo disdegno per le De Pasquale, miserelle, bionde, che si affannavano a esprimere la passione nella Gerla di papà Martin e non pescavano un cencio di fidanzato, da cinque anni e ne avevano venti. I due gruppi fingevano di non guardarsi, ma le Galanti erano indispettite che quell’elegante giovanotto, il marchesino Girace, fosse sempre [p. 133 modifica] attaccato alle gonnelle di Elena De Pasquale, la più carina delle due sorelle: le De Pasquale erano invidiose pei grossi orecchini di corallo di Riccarda Galanti e pel braccialetto d’oro, eternel, di Emilia Galanti.

— Chiamate! Chiamate! — urlò, di dentro, il marinaio.

— Trentanove, quaranta! — strillò il signor Canavacciuolo, facendosi aria con un ventaglio cinese di carta, da cinque soldi.

Caldissimo batteva il sole di agosto, sulla copertura di legno del salone di aspetto. Era piuttosto una grande loggia coperta, poggiata su grosse travi che le onde non arrivavano a scuotere, legata alla spiaggia da un corridoio di legno che scricchiolava sotto i passi delle persone. Era una loggia sfinestrata, dalle tende che battevano al vento fresco di ponente e che lasciavano vedere il gran mare azzurro e scintillante, il gran mare, poetico, giovane e fragrante: anzi quando si sollevava una mezza tenda, a sinistra, si vedeva il Vesuvio, di un bigio delicato, impennacchiato mitemente di bianco. Enrichetta Caputo entrò, seguìta dalla madre: e i begli occhi della fanciulla, ammiccavano, cercando qualcuno. Era semplicemente vestita di tela cruda, con un colletto alla marinara, molto aperto, che lasciava vedere il collo bianco, con le scarpette di copale e le calze azzurre: ma il vestito valeva venti lire, le scarpette dieci e le calze erano di cotone, un insieme poverello, poverello, con cui ella riusciva ad esser carina e simpatica.

Dietro di lei la madre, una donna piccola e gonfia, sciamannata, vestita come una serva, con un [p. 134 modifica] cappello disfatto e certe scarpaccie gialle di cuoio. Enrichetta restava sulla soglia, un po’ incerta, stringendo nelle mani una sacchetta di pelle, tutta sdrucita: le Galanti, che erano buonine, la chiamarono. Vi fu uno strepitoso baciucchiamento.

— Cercavo Eugenia Malagrida..., — disse, dopo, Enrichetta Caputo.

— È già entrata — rispose Riccarda Galanti.

— Eppure mi aveva detto che mi aspettava.... — mormorò Enrichetta.

Si guardarono, la madre e lei, un minuto, interdette. Povere come erano, una vedova, l’altra orfana di un capitano morto a Capua, nel 1860, da valoroso, stentando a vivere con la magra pensione, si attaccavano istintivamente alle ragazze ricche o meno povere, che Enrichetta aveva conosciute nel collegio, dove la munificenza governativa le aveva accordato un posto. Enrichetta viveva metà della sua vita in casa di Eugenia Malagrida, la grassona brutta e ricca, facendole da satellite, carezzandola, adulandola, pettinandola, vestendola, purchè costei, ogni tanto, la portasse a teatro, la invitasse a pranzo, la conducesse in carrozza.

La povertà, il desiderio di farsi vedere, per trovare marito, la inducevano a una esistenza umiliante che spesso, in solitudine, le traeva le lacrime dagli occhi. Assolutamente non poteva fare i bagni di mare, Enrichetta, non avendo quattrini e si avvinghiava disperatamente a Eugenia Malagrida, perchè la portasse seco. Ma dovevano venire a piedi, essa e sua madre, dal Padiglione del Divino Amore, nella vecchia Napoli, [p. 135 modifica] un convento senza monache, che il governo dava per abitazione alle vedove dei militari: venivano a piedi sotto il sole, sino alla Villa e accadeva loro, talvolta, di giungere troppo tardi. Eugenia Malagrida era già entrata nel camerino, scordandosi, con la noncuranza delle persone felici, che la sua amica non avrebbe potuto prendere il bagno senza lei.

Così quella mattina erano restate in asso, madre e figlia, avendo in tasca solo un pezzo da dieci centesimi: e già guardavano, con scambi di saluti e di sorrisi, la signora Brown e Margherita Falco, calcolando di aggrapparsi a loro, per farsi condurre in un camerino, erano due donne sole e cortesi tanto! Ma in quel momento Elvira Brown che tremava sempre di giungere troppo tardi, era arrivata a barattare il suo numero, con quello di un giovanotto che lo aveva preso per la famiglia della sua innamorata, la quale non giungeva ancora; e come chiamavano il numero quarantatrè, Elvira Brown e Margherita Falco si mossero per andare. Ora l’occhiata fra Enrichetta Caputo e sua madre fu desolante: come prendere il bagno? E restavano ancora a chiacchierare con le Galanti, madre e figlia, col forzato sorriso delle persone che soffrono, e non si movevano, non andavano a comperare il biglietto, come dimentiche del loro scopo: tanto che Riccarda Galanti, la morettona, se ne accorse, e nella sua bontà, disse a Enrichetta Caputo:

— Perchè non vieni nel camerino nostro?

— Siete già in molte, darei incomodo, — disse quella, mordendosi le labbra per non piangere. [p. 136 modifica]

— Ma che! abbiamo il camerino doppio, staremo benissimo, vieni, te ne prego. — Subito, il volto simpatico di Enrichetta si rischiarò: sua madre, la grassa serva dal volto macchiato di lentiggini, rassicurata, si alzò, trascinando gli scarponi gialli, e andò a comperare due soldi di ciambelle. Erano le undici e mezza, non vi erano più sedie disponibili nel salone, i giovanotti restavano in piedi, nei leggieri ed eleganti vestiti estivi, col cappellino di paglia buttato indietro sulla fronte, dondolando la borsettina d’incerato gialla, sospesa a un cordoncino, facendo ala o circondando le ragazze. Il caldo diventava insopportabile, i ricciolini artefatti si discioglievano sulle fronti sudate, le mamme, le vecchie parenti, si facevano vento rumorosamente. Caterina Borrelli, dalle due grosse trecce buttate giù per le spalle, dal vestito di percallo troppo corto sul davanti, con gli occhiali bizzarramente inforcati sul naso, dal sorriso ironico, si sventolava con un numero del Piccolo piegato a ventaglio, dondolandosi maschilmente sulla sedia, ridendo sottovoce con la sua amica, Annina Casale.

Erano due alunne della Scuola Normale, che avevano superati gli esami felicemente e si davano bel tempo nelle vacanze, passando mezza giornata al bagno, rientrando in casa alle tre, con una fame da lupo, dormendo dopo pranzo, come tutte le fanciulle borghesi napoletane, in estate.

Fra le due, Caterina Borrelli era sempre quella che aveva qualche liretta in tasca e le consumavano insieme, in paste, in ciambelle, in biscotti, mangiando prima, dopo e durante il bagno; erano famose, nello stabilimento, [p. 137 modifica] pel loro appetito. Diceva loro il signor Canavacciuolo, napoletano arguto:

— Santa Lucia vi salvi la vista, signorine mie, perchè l’appetito va bene. —

Ora, al pianoforte un giovanotto scarno, pallido, dalle tempie vuote, dal soprabito stinto si era seduto e suonava una polka. Il pianoforte era scordato e la polka strideva: ma quelle ragazze, tutte, erano prese dal brivido del ballo. Enrichetta Caputo crollava il capo in misura, scordandosi la sua povertà. Riccarda Galanti canticchiava il motivo della polka, le De Pasquale, le biondine incipriate, si riversavano sulle sedie, prese da un certo entusiasmo. Caterina Borrelli, faceva ballare le sue lenti, intorno al suo dito indice.

Tutte quelle ragazze si lasciavano andare alla passione giovanile pel ballo, a quel formicolìo fisico e morale a cui nessuna di loro resiste, la più brutta, la più storta. Financo Maria Jovine, la pallida e bruna fanciulla zoppa, tutta elegante, tutta profumata, piena di merletti, coi guanti che le salivano sino al gomito, con l’ombrellino dal manico di avorio scolpito, col grande ventaglio dipinto da un pittore, la povera zoppina che aveva centomila lire di dote e che non trovava marito, financo Maria Jovine, seduta accanto a sua madre, una bella donna ancora giovine, batteva la misura col ventaglio sulle dita, ella, la misera zoppina che non poteva ballar mai. A un tratto la musica finì: tutte quelle testine, quelle mani frementi, quei piedini in moto, si arrestarono. Il suonatore, pagato dal signor Canavacciuolo, per rallegrare la società, si era levato e sembrava più meschino, più rattrappito, in [p. 138 modifica] piedi: andò a bere un bicchiere di acqua solfurea, in cui non lasciò mettere neppure il limone, per pagarlo solo due centesimi. Ma nessuno più si occupava di lui: una voce era corsa:

— Le Altifreda, le Altifreda! —

Tutte si piegarono a guardare verso la spiaggia, su quella grande zona di arena scura che divideva il mare da quella verdezza ombrosa che è la Villa. La curiosità scoppiava, vivacissima. Le Altifreda erano due belle e sdegnose ragazze: arrivavano in carrozza propria, a due cavalli, con la cameriera e la maestra di nuoto, il servitore che portava le sacche, le cinture di salvataggio, un paniere con la colazione. Vestite con un gusto eccezionale, ombreggiando le belle faccie sotto certi larghi cappelli originali, con una grazia fiera che incantava, esse attraversavano lo stabilimento, sempre a mezzogiorno, senza fermarvisi mai, dandosi il lusso di un camerino proprio, che le aspettava, non guardandosi intorno, parlando fra loro, come se il resto del mondo non esistesse. Nell’acqua esse avevano un costume di flanella ricamato tutto di rosso, le scarpette di paglia per non guastarsi i piedini, dei cappelloni eleganti; e si allontanavano, con la maestra di nuoto, ritornavano dopo un’ora di esercizio, tutte fresche e rosee.

Le altre ragazze dello stabilimento invidiavano, odiavano quelle antipatiche e superbiose Altifreda, che erano così ricche, così belle, così eleganti, così fiere: e ne inventavano delle terribili sul loro conto. Già, con le loro pretese, diceva Enrichetta Caputo, non [p. 139 modifica] troverebbero mai un pazzo abbastanza pazzo da sposarle: non avevano dote, diceva Riccarda Galanti, il padre spendeva per loro tutto quello che aveva, per farle figurare: erano dipinte, dicevano le De Pasquale, mordicchiandosi le labbra miniate: sarebbero diventate due otri, quando si fossero maritate, diceva Caterina Borrelli che pretendeva sempre di fare delle osservazioni profonde, alla sua amica Annina Casale: in quanto ad Annina Manetta, ella era immersa nel buddismo completo dell’amore. Il suo Vincenzino Spano era giunto, sedeva dirimpetto a lei, si guardavano continuamente, malgrado i rabbuffi della madre. Le Altifreda passarono, in mezzo a un gran silenzio: dietro di loro un nuovo mormorìo sorse, il signor Canavacciuolo che non si alzava mai, si era levato per lasciarle passare.

Anche le Galanti, con Enrichetta Caputo, si avviarono per prendere il bagno, poichè era libero il doppio camerino; e di nuovo lo strimpellatore di pianoforte preludiò sulla tastiera giallastra. Si trattava di canto adesso. Cantava una femmina alta, scarna, bruna, dalla pelle lucida, come unta, dai grossi denti gialli come i tasti del pianoforte, dal sorriso amabile: era vestita o piuttosto coperta da un gramo vestito di seta nera, tutto liso e rosso sulle cuciture, senza goletto bianco, con un corno di corallo rosso per ornamento; sui capelli radi, tinti, di una tinta color marrone, un cappello di paglia nera, con una penna rossa, tutta strigliata e cascante; senza guanti. Doveva essere la madre del pianista: e stava presso il pianoforte, in una posa romantica di cantante espressiva, con la testa un po’ [p. 140 modifica] arrovesciata, un sorriso estatico sulle labbra. Con una voce flebile, falsa, ella incominciò a gemere una vecchia romanza di Ciccillo Tosti:

penso alla prima volta

· · · · · · · ·

Caterina Borrelli, che non capiva la musica, si mise subito a ridere: ma Annina Casale, sentendo il sentimentale ritornello:

Ma tu, tu l’hai scordato
Dici che un sogno fu....

divenne tutta pensosa. La cantante socchiudeva gli occhi, bruttissima, sudicia, ridicola: e gorgheggiava come un canarino vecchio e stonato. Ora, malgrado l’apparenza sudicia, l’aria ridicola e la voce falsa della cantatrice, il sentimentalismo musicale della romanza tostiana, faceva immalinconire le ragazze del salone. Annina Casale pensava a uno studente di legge di Cassino, che le aveva scritto centoventi lettere di amore, in quaranta giorni, dedicato una quantità di sonetti e di canzoni libere e che l’aveva piantata per sposare in provincia, la figlia di un negoziante di cuoio; e la sua amica Caterina Borrelli, che faceva la donna forte, si sentiva presa da una malinconìa indefinita, essa che non era mai stata tradita, nè mai aveva tradito.

Annina Manetta, la grande martire dell’amore, quella che pigliava quotidianamente degli schiaffi dalla madre, per causa di Vincenzino, guardava il suo innamorato, con gli occhi pieni di lacrime; la Jovine, la zoppina, pensava a un cugino che era andato lontano, che l’aveva amata prima che ella avesse quella [p. 141 modifica] disgrazia della gamba e che anche lui l’aveva scordata, come quello della romanza di Tosti. Elena De Pasquale, che aveva ventotto anni e quattro fidanzamenti andati a male, aveva di che rattristarsi: e la sorella minore, Ida, gonfiava le labbra, come per piangere, con una smorfia che le veniva dalla recitazione delle parti d’ingenua.

Ma quello più attento, era un gruppo di ragazze che se n’erano state fino allora a chiacchierare vivamente in un angolo del salone; al principio della musica esse avevano drizzato il capo, tacendo, con un’aria di conoscitrici scontente. Erano le due sorelle Fusco, due ragazzette gemelle, quindicenni, che da un anno cantavano al teatro Nuovo, nella Bella Elena, la particina dei due Ajaci, che vengono in iscena, tenendosi a braccetto cantando una strofetta, salutano, cavandosi l’elmo e si ritirano in fondo, per poi vagolare attraverso l’operetta, come comparse; e siccome erano carine, quasi sempre applaudite per la loro grazietta giovanile, avevano tutte le arie di prime donne che guadagnino milioni, cantando a Londra o a Pietroburgo.

Era Elisa Costa, una fanciulla lunga e magra dalla carnagione color polmone, afflitta da un ventre rotondo e prominente, per cui tutti la prendevano per una signora incinta, cosa che l’affliggeva molto; Elisa Costa che studiava da dieci anni il canto drammatico, essendovi destinata per la sua figura e per inclinazione, come ella diceva, e che non arrivava mai a scritturarsi, malgrado che declamasse con una grossa voce stridente: Ecco l’orrido campo nel Ballo in maschera, e il Pace, pace mio Dio, nella Forza del destino, a tutti [p. 142 modifica] gl’impresari, agenti teatrali e segretari di agenzie teatrali in Napoli. Era Gelsomina Santoro, che studiava il canto al Conservatorio, che appena appena sapeva leggere e non sapeva scrivere affatto, che aveva solo un filo di voce, che non capiva nulla della grammatica musicale, ma che certo avrebbe fatto carriera, visto la sua bellezza. Questo gruppo ascoltava la musica, con le sopracciglia spianate e l’aria assorbita delle persone importanti; le Fusco compativano la povera cantante, ridotta a quel mestiere, mentre, forse, avrebbe potuto avere miglior fortuna, la Costa faceva moto di disprezzo con le labbra e Gelsomina Santoro aveva sempre il suo aspetto sereno, di stupidona soddisfatta e seducente. La cantante finì, senza che nessuno l’applaudisse: stette un momento indecisa, poi andò attorno con un piattello di stagno. Cercava, sorridendo, ma senza guardare in viso la persona, voltando la testa dall’altra parte; e aveva un contegno fra scettico e umile, come se fosse sicura di raccogliere poco. Infatti, fra tanta gente, raccolse solo cinque soldi. Li buttò in tasca senza superbia, ma senza guardarli: fece una crollata di spalle e andò a sedersi in un angolo, aspettando a cantar di nuovo.

Due soldi glieli aveva dati proprio una delle sorelle Cafaro, certe ragazze provinciali, di Picinisco, in Terra di Lavoro, che passavano a Napoli cinque o sei mesi dell’anno. Erano ricche, tanto ricche, trecentomila lire di dote per ognuna e poi delle eredità, che nessuno in paese, nè nella provincia, osava di chiederle.

Correva voce che avessero pretensioni enormi, niuno osava presentarsi: esse si maturavano, la più grande [p. 143 modifica] aveva trent’anni, la seconda venticinque, la terza ventidue, erano belle, eleganti, educate benissimo, ma il vederle tutte tre insieme, zitelle un po’ emancipate, che amministravano la propria fortuna, che avevano un certo fare virile, che si accentuavano in certe acconciature esagerate, che sfoggiavano brillanti, i fidanzati sparivano. Esse erano generose e buone, ma certo invidiavano qualche povera ragazza senza un soldo che si maritava a diciotto anni: spendevano largamente, ricevevano, non avendo madre, ma non riuscivano. Era con loro Matilde Cipullo, maritata Tuttavilla, la grande impresaria di matrimoni: una bella donna borghese che era scappata con un nobilotto spiantato e che vivucchiava maluccio, ma andava nell’aristocrazia. E così, per gusto, per bontà, per ozio, per furia di pettegolezzo, ella si occupava alacremente di matrimoni, ella ne aveva sempre due o tre imminenti, combinati da lei, tre o quattro in progetto, ella fantasticava di maritare tutte le ragazze di sua conoscenza, con tutti i giovinotti che conosceva e non conosceva. Le ragazze e le mamme l’adoravano: ella passava la giornata in colloqui, correva da una casa all’altra, rappattumava le coppie che si portavano il broncio, si buttava fra tutte le madri, assaliva ferocemente tutti i celibi. Ora, ella voleva maritare le sorelle Cafaro, che erano della sua provincia, ma non ci riusciva, non aveva da offrire dei partiti rispettabili, quelle ragazze erano troppo ricche: mentre una poveretta, come si collocava facilmente con uno spiantato, e dopo, dopo si trovava sempre mezzo di andare innanzi! E tutte la conoscevano Matilde Tuttavilla, tutte la salutavano, ella si era [p. 144 modifica] fermata qualche minuto in tutti i gruppi, aveva parlato sottovoce con due o tre mamme, tutta sorridente, tutta affaccendata.

Il ponente rinfrescava: era l’una; un acuto odore salino, il cosidetto odore di scoglio, veniva dal mare nella sala: il movimento andava diminuendo, molte famiglie erano andate a fare il bagno, qua e là si vedevano dei vuoti. Il signor Canavacciuolo si era ritirato in fondo a un suo camerino, dove lo si vedeva, da una tendina sollevata, mangiare allegramente un piatto di maccheroni al sugo di pomidoro, rossi, appetitosi: un suo fratellino teneva il suo posto, chiamando i numeri, i quali non correvano. Le De Pasquale erano andate, Caterina Borrelli e Annina Casale, anche, le due Fusco con la Costa e la Santoro si apprestavano: solo Annina Manetta restava ancora, avendo un numero altissimo, con sua profonda soddisfazione: la madre le aveva già dato due pizzicotti nel braccio, non potendo fare altro; ella li aveva presi senza lagnarsi: la sorellina mangiava delle telline, buttando i gusci nel mare. Le tende battevano al ponente, poca gente arrivava, l’acqua doveva essere caldissima, dei giovanotti si attardavano ancora, aspettando le signorine che finivano la loro toilette, dopo il bagno: e gli appuntamenti per trovarsi alla Villa, nella serata, si sentivano. La Brown e la Falco avevano portate via, in carrozza, Enrichetta Caputo e la madre, felici di farsi trascinare, dopo essere venute a piedi; le Altifreda erano ripassate, tutte felici dal loro bagno, coi bei capelli disciolti sulle spalle, con certi scialletti-asciugatoi di cotone, turchi, elegantissimi, sulle spalle, prendendo [p. 145 modifica] tutti i loro comodi, facendo arrabbiare tutte le altre. A quell’ora, litigando fra loro, strillando, tutte scalmanate, arrivarono le sorelle Sanges: cinque sorelle, figlie di un impiegato municipale, più o meno brutte, straccione, chiassose, coperte di gioielli falsi, di vesticciuole ritinte, di merletti fatti a mano, di cappellini quattro volte rimodernati, le scarpette tinte con l’inchiostro, per nascondere le screpolature. Ed erano tutte innamorate, furiose, si rubavano i fidanzati, litigavano come tante serve, odoranti di cipria grossolana, senza guanti, danzatrici ardenti, pettegole atroci, del resto poverissime. In fine dei conti, quando furono a comperare il biglietto, nessuna aveva i quattrini: dopo essersi insultate fra loro, tutte e cinque andarono a parlamentare fragorosamente, col signor Canavacciuolo, che le lasciò entrare, nella sua bonarietà di napoletano.

II.

Dolcissima ai sensi, soavissima al cuore era scesa sopra Napoli la sera di settembre. Alte, nitide, con un tremolìo vivo scintillavano le stelle: dalle finestre spalancate sull’ombra, dai balconi dove qualche ombra bianca contemplava la sera, fiotti di luce uscivano: dalle terrazze venivano suoni amorosi di chitarre e di mandolini e voci cantanti con lunghe nenie sentimentali: per tutto era un odore acuto, penetrante, di fiori nascosti, di piante germoglianti nell’ombra, di erbe [p. 146 modifica] odorifere; per tutto un soffio tepido, carezzevole che pareva l’alito di persona amata. E dalle otto, per le vie di Toledo, di Chiaia, del Chiatamone, fra le vetrine tutte fulgide di gioielli, di ventagli piumati, di cappellini eleganti o lungo la riva del mare poetico su cui sfrusciavano i platani del Chiatamone, era un lento movimento di gente, che si avviava alla Villa. Due file di carrozze scendevano in giù, come due fiotti rotolanti; il tram carico, ogni minuto passava correndo e fischiando attraverso piazza San Ferdinando, portando sempre gente alla Villa; ma i marciapiedi erano fitti fitti di pedoni che mollemente, in quella sera di domenica, se ne andavano al grande ritrovo serotino napoletano.

Era una sfilata continua di abiti bianchi, o chiarissimi, su cui erano stati gittati, talvolta, più per grazia, che per ripararsi dal fresco autunnale, certi scialletti di lana azzurra o di un roseo molto tenero; una sfilata continua di visetti freschi, giovanili, con la frangetta di capelli bruni o di capelli biondi tagliata sulla fronte, in linea retta, come i cavalieri che si vedono nei quadri del Giorgione, con la treccia grossa raccolta sulla nuca, attraversata da uno spillone di tartaruga. Dietro venivano le mamme, i padri, le zie, le vecchie cugine, gli accompagnatori e le accompagnatrici rassegnate e pazienti, che trascinavano il passo: ma veramente la serata domenicale alla Villa, apparteneva alla gioventù, alle ragazze e ai giovanotti a cui basta un po’ di cielo sereno, un albero, una nota musicale allegra o triste, un’occhiata fugace, un piccolo sorriso, per essere profondamente felici. [p. 147 modifica]

E alla porta spalancata del grande giardino pubblico, che la gioventù napoletana adora e a cui deve tanto l’amore, il flutto della gente si disperdeva pei cinque viali diritti, fiocamente illuminati dai lumi a gas. Per l’ultimo viale a sinistra andavano gli esseri solitari, malinconici, che cercavano invano un’anima vibrante alla loro vibrazione di sentimento: pel secondo, gli idillii già cominciati e fiorenti, sotto i materni sguardi indulgenti, le coppie amorose che forse si sarebbero sposate, nevvero, tutto si fa in questa onesta intenzione, la questione è solo del tempo, intanto si è giovani ed è bello l’amarsi quando tanta è la dolcezza delle stelle e degli sguardi femminili.

Proprio, quel secondo viale, porta il nome di viale degli amanti, così naturalmente vi si avviano le coppie che amano di camminare piano, stringendosi ogni tanto la mano, scambiando quelle brevi parole sommesse, che equivalgono a un bacio, tanto dentro vi trema una emozione: e dietro le accompagnatrici o gli accompagnatori vanno chiacchierando fra loro, sorvegliando abbastanza, non molto, misurando saggiamente l’amore ai puri esseri innocenti che così poco rende felici. Nel grande viale di mezzo andavano le comitive, due o tre famiglie riunite, che si danno convegno da una domenica all’altra, che si ritrovano per via, che camminano per file, le ragazze con le ragazze, la mamme con le mamme, e i giovanotti dietro, con la tuba sulle ventitrè, il fiore all’occhiello, la mazzettina sotto il braccio: e queste comitive si seguono, senza fine, chiamandosi, rispondendosi, con le file che ogni tanto si arrestano, aspettandosi, riunendosi, avendo per [p. 148 modifica] questo bisogno di andarsene pel grande viale di mezzo, tutto scoperto, sotto la chiara luce delle stelle.

Nel primo viale a destra, dove è doppia la fila dei lampioni, andavano tutti quelli che volevano essere veduti: le ragazze più vanitose che sentimentali, più civettuole che amorose, le quali preferiscono l’ammirazione volgare di venti passeggiatori, all’amore di uno solo; le spose fresche che inalberano il loro primo vestito di seta chiara e il cappello con la piumetta tremolante; le vedove scaltre che un po’ vorrebbero riprendere marito e non si decidono, e intanto godono quello stato transitorio, così pieno di delizie per la vanità femminile; gli uomini che vogliono attirar l’attenzione e i personaggi che si credono importanti. Solo l’ultimo viale a destra, chiamato dei filosofi, piccolo, stretto, oscuro, un po’ sinuoso, era deserto, frequentato solo di giorno, quando il sole lo riscalda. E in tutti quattro i viali, fra gli alberi, fra le bianche statue di marmo, che coronano le fontane e da cui qualche sottile filo di acqua scorre, nella vasca sottoposta, fra il candore delle ninfee, fra i bianchi sedili di marmo già tutti occupati, continuava a sfilare quel biancheggiamento di vestiti, quella processione gentile di ombre femminili, che sono la nota predominante delle serate estive napoletane alla Villa. Nella mitezza dell’aria quelle donne, quelle bianche fantasime avevano qualche cosa di armoniosamente giovanile nel loro andare: e la poesia della notte, dell’estate, degli alberi, della giovinezza, della penombra, le circondava.

Ma il centro della Villa, dove tutte quelle persone [p. 149 modifica] erano dirette, era sfolgorante di luce. Sotto la statua di Giovan Battista Vico, il filosofo pensoso, dalla testa china, in un grande cerchio luminoso di candelabri fiancheggianti, stava la musica: e attorno attorno, a destra, a sinistra, a gruppi, tutta quella gente seduta, in piedi, prospettandosi, ammucchiandosi, secondo la simpatia, secondo le abitudini. E come al Parlamento, pareva che volontariamente i due grandi partiti opposti si fossero formati, ognuno mettendosi al suo posto; così, vi era alla Villa, la destra e la sinistra: la destra formata dalla gente più matura, dalle ragazze un po’ più antiche, molto eleganti, che già ricorrevano a qualche artificio dell’arte, per parere ancora fresche, dalle mogli mal maritate che venivano a consolarsi nella Villa della crudeltà coniugale, che le lascia senza villeggiatura nell’estate, dalle vecchie civette che ancora si vestivano di bianco, coi capelli tinti e le labbra sanguigne, dalle signore pretensiose che volevano tener circolo.

Invece la sinistra, un po’ più democratica, e fatta dalle ragazze sinceramente giovani e sinceramente belle, che ricorrevano a poche risorse di toilette, che aspettavano il fidanzato, o l’innamorato, o il corteggiatore, con la forte fiducia di chi crede nel destino; dalle signore che volevano ridere e scherzare e conversare alla buona; dagli studenti che andavano lì solo per vagheggiar la bella, e non per farsi vedere, e non fare ammirare il proprio nodo di cravatta, ma per dare, di nascosto, un fiore alla bella amata. La destra aveva l’aria orgogliosa e fingeva di non vedere la sinistra, invidiando in fondo le sue qualità di gioventù e [p. 150 modifica] di bellezza: la sinistra, contenta di sè, non guardava neppure la destra.

Il caffè di Mariano Vacca, un grande chiosco di vetri e di legno, a due piani, splendido di lumi, era posto al centro dei gruppi che appartenevano un po’ alla destra, un po’ alla sinistra: in mezzo camminavano gli osservatori, gli indecisi, gli increduli, gli sfaccendati di anima e di corpo.

· · · · · · · · · · · · · · ·

Il vecchio Brown se ne stava seduto accanto alla moglie, col soprabito abbottonato ermeticamente, il bavero alzato, il mento appoggiato al pomo del bastone e serbava il silenzio delle serate di malumore, in cui la moglie giovane invano gli rivolgeva delle occhiate supplichevoli, mutamente scongiurandolo a parlare, a sorridere, a mostrarsi socievole. Quella sera, il vecchio malvagio quando aveva inteso che Margherita Falco e il fidanzato, fratello della Brown, andavano alla Villa, aveva detto subito:

— Veniamo anche noi, così non si dirà che chiudo mia moglie in casa. —

E nella sua vanità di vecchio che aveva sposata una giovane, l’aveva obbligata a uscire, ella che si rifiutava, l’aveva obbligata a vestirsi di un abito bianco, tutto ricco di merletti, che la rendeva seducentissima, le aveva egli stesso messo alle orecchie certe boccole di smeraldi e brillanti, le aveva annodato le sciarpe leggiere di un cappellino, che era un amore. Ella lasciava fare, rassegnata quasi, diffidando a ragione di questa soverchia bontà. Difatti, appena furono sul viale grande e le persone si voltavano, in quella penombra, a [p. 151 modifica] guardare il bel volto della Brown, come prese da un fàscino, il vecchio fu preso da una gelosia nera, si chiuse in un silenzio profondo. Ella chinava il capo, pallida, mortificata, non avendo il coraggio di parlare: e guardava, invidiandoli, suo fratello e Margherita Falco che giovani, belli, innamorati e poveri, si sarebbero sposati e sarebbero stati felici. Le salivano le lacrime agli occhi, guardando la faccia arcigna di quel vecchione. Si erano seduti a destra, ella un po’ indietro, con gli occhi bassi, i due fidanzati più innanzi, sereni sereni, discorrendo placidamente, pieni della dolcezza di quella sera.

— Avete visto? avete visto? — diceva Filomena Sanges alle altre quattro sorelle — la Brown porta un altro paio di orecchini questa sera. Gesù! Gesù! quanto è felice quella femmina!

— Sì, ma quanto è schifoso quel vecchio! — osservò Carluccio Finoia, primo commesso in una banca privata e fidanzato di Carolina Sanges.

— Che fa! — disse Carolina, stringendosi nelle spalle — è ricco, tanto basta! —

Carluccio Finoia rimase un po’ male, egli che aveva cento lire al mese di paga e che doveva aspettare altri quattro anni per sposare Carolina. Giusto, quella sera egli si era mostrato splendido, pagando quattordici soldi di sedie, per le cinque sorelle, il fratellino e per sè.

Per le ragazze Sanges che ogni sera, a qualunque costo, andavano alla Villa, quello di sedersi era un grave problema, lesinavano i soldi della spesa, ma spesso non vi riuscivano e dovevano andare in cerca di qualche corteggiatore dovizioso: e anche quello, [p. 152 modifica] spesso non lo trovavano e allora giravano attorno attorno, tutta la sera, due per due, l’ultima col fratellino, come cavallucci di carosello, stanche, coi piedi indolenziti, dovendo anche fare il cammino a piedi sino a San Giovanni a Carbonara, dove abitavano.

Ma quella sera, Carolina aveva afferrato alla porta della villa Carluccio Finoia, il quale aveva dovuto fare il gran signore: e le cinque sorelle si pavoneggiavano, nella luce cruda delle fiammelle a gas, tutte pompose nei loro vestiti di percallo lavato e rilavato, stirato in casa, mostrando le scarpette sdrucite e le calze di cotone da quindici soldi il paio, infarinate di cipria, con le gole brune scoperte e l’aria sfacciata delle brutte che si credono belle. E come, verso le nove e mezza, la folla cresceva, cresceva sempre, mentre la banda suonava il pezzo di Strauss: Libera la via, le ragazze Sanges facevano la rivista critica, pettegola, spietata, a tutte quelle che passavano. Giusto le ragazze Galanti erano arrivate, allora allora, con certi abitini nuovi di percallo rosa, che stava benissimo con la tinta bruna del viso e gli occhioni neri: e avevano tutte e tre i capelli annodati con un nastro rosa.

— Sembrano delle mosche, in un gelato di crema e fragola — osservò Concetta Sanges, che era la più brutta di tutte.

— La più grande avrà almeno trentadue anni, — disse Chiarina, che ne aveva ventotto, — le sta bene portare il nastro nei capelli, come se fosse una bambina.

— Vanno al caffè, per prendere il gelato, vedete quanto sono scostumate, — mormorò Carolina che sarebbe stata felice di prendere lei il gelato. [p. 153 modifica]

— Sono tanto carine, specialmente quella coi ricci neri, — disse Carluccio Finoia, che si voleva vendicare della sua fidanzata.

Costei lo guardò ferocemente: da quel momento, per tutta la serata, Carluccio e Carolina non fecero che litigare, ora dicendosi delle ironie sanguinose, ora dandosi delle ingiurie gravi: le sorelle lasciavano fare, come se non ci fossero. Una di loro, intanto, Concettella, voltandosi verso il grande circolo che avevano le sorelle De Pasquale, credette aver fatto colpo su Pasqualino Jacobucci, un dottorino che forse, fra tre o quattro anni, quando avesse avuto una clientela, avrebbe sposato la più piccola delle De Pasquale: e Concettella, dai denti macchiati dallo scorbuto, dalla magrezza malaticcia, dalle tempie vuote di capelli, cominciò a fare la sentimentale, occhieggiando, appoggiando la testa alla mano, facendosi vento lentamente.

Le De Pasquale vestite di bianco, con dei nodi di velluto nero e certi cuffiotti alsaziani di velo bianco con nastri neri, con le sopracciglia tinte e le labbra sboccianti, rosse come il melagrano, erano carine e chiacchierando si rovesciavano sulle sedie; ridevano per far gonfiare la gola bianca, come facevano nelle commedie, mostrando i dentini. Giusto allora Giovanni Laterza, uno studente calabrese, pieno di quattrini, che quelle ragazze volevano a forza far recitare, malgrado la sua durissima pronuncia, per pompa aveva fatto venire, dal caffè di Mariano Vacca, le granite di amarena, per tutti quanti: e questa mostra di generosità faceva rivoltare tutti quelli che passavano. Le Sauges erano furiose, nessuno offriva mai loro un [p. 154 modifica] bicchiere d’acqua. Solo il circolo della Jovine, la simpatica zoppina, vestita di bianco, serbava un certo contegno serio, riprovando quella mancanza di convenienza; la Malagrida, che, quella sera, si era unita con la Jovine, affogava in un vestito di seta azzurra, tutta gonfia, col collo troppo corto, con un colletto troppo alto e troppo grosso, trovava anche lei, che i gelati si prendono al caffè e non in pubblico; ed Enrichetta Caputo, che aveva messo dei nastri azzurri, regalatile dalla Malagrida, sul suo vecchio abito bianco, era dello stesso parere, ella era sempre del parere di chi la conduceva con sè, in carrozza o al teatro.

La circolazione diventava difficile, la gente già arrivata non si stancava mai di girare attorno, quella che arrivava, non trovava più sedie, era una processione fittissima e lenta, sfilante fra le due siepi di sedie, intorno, intorno: i giovanotti occhieggiavano le ragazze buttando il fumo delle sigarette dalla parte dove rimaneva il loro cuore, le ragazze che si tenevano a braccetto, guardavansi intorno con quella meravigliosa potenza visiva di obliquità, che solo le fanciulle possiedono. La musica era adesso un pot-pourrì del Barbiere, un pezzo allegro, sbuffante allegria. Solo la Brown diventava sempre più malinconica, vittima bella e ingioiellata, pensando alla scena che le avrebbe fatto a casa, il taciturno marito. Da che si erano seduti, un ufficiale di artiglieria, dirimpetto a lei, non finiva di guardarla e il vecchio se n’era accorto e aveva tirato la sua sedia, in modo da coprire il capo di sua moglie: subito, l’ufficiale aveva cambiato posto: la Brown, senza levare gli occhi, tremava come una colpevole, [p. 155 modifica] voleva andarsene e non osava dirlo, suo fratello e la sua fidanzata erano così felici! E non volendo guardare intorno, per non dare sospetti al vecchione, fissava un punto rosso fra gli alberi, che ora si faceva pallido, ora pareva divampasse, come l’alenare alternato di un soffio infiammato: la piccola, solita eruzione del Vesuvio, di cui nessuno si occupa in Napoli.

La musica, adesso, suonava uno dei soliti pezzi concertati, un miscuglio di variazioni sopra tutte le arie della Jone di Petrella; e il movimento della folla che girava, pareva regolato in cadenza, sulla passione di Glauco o sul lamento desolato di Nidia. La dolcezza della sera aveva persuaso alla passeggiata, una quantità di persone che non appaiono quasi mai: e le più schive famiglie borghesi di via Salvator Rosa, di Sant’Eligio, di via Garibaldi, della Carriera Grande e del Largo Barracche si erano lasciate trascinare, laggiù, fra i platani e le fiammelle a gas, fra le sedie di ferro e la banda municipale. Le persone sedute finivano per perdere la visuale, non contemplando altro che un fittissimo corteo di altra gente, che si accalcava sempre più e sempre più andava piano.

Matilde Cipullo, trascinantesi dietro il nobile ma spiantato marito, nonchè due altri giovanotti che ella doveva ammogliare, era seccata di quel ritardo: si tirava dietro il cavaliere Arturo Ajello, un impiegato di prefettura, bel giovanotto che ella voleva sposare con Enrichetta Caputo, una buona azione, proprio una carità finita; Giovanni Pasanisi, un proprietario di Salerno, che ella destinava a una delle Cafaro, le riccone, la seguiva fedelmente. E arrivata nel gruppo [p. 156 modifica] dove erano riunite Eugenia Malagrida, la Jovine, Enrichetta Caputo, dopo un grande sbaciucchiamento, fra i saluti e gli abbracci, ella sedette un momento, tanto per poter consegnare Arturo Ajello alle Caputo, madre e figlia: ma costui per non aver l’aria di niente, si mise a parlare con Eugenia Malagrida, la grassona goffa, sul cui viso lucido una grande soddisfazione si diffuse, tanto era difficile che un giovanotto si occupasse di lei. Dopo dieci minuti, non potendo reggere, Matilde Cipullo si levò su, andò via, portandosi Giovannino Pasanisi, cercando dappertutto le Cafaro. Le Sanges si rodevano, esse avevano litigato con la Cipullo da quando ella era zitella, giammai ella aveva voluto far la pace con loro, le trovava troppo ineducate, troppo straccione, le sarebbe stato impossibile maritarle mai.

Le Cafaro erano sedute in spalliera, sotto la statua di Gian Battista Vico, tutte vestite di mussolina leggera bianca, degli abiti elegantissimi, un po’ troppo leggeri, forse, ma su cui certi grandi cappelli neri, piumati, un po’ strani, stavano benissimo. E avevano tutte le singolari cose che le zitelle mature, molto ricche si permettono: la catena e l’orologio d’oro, gli orecchini di brillanti, i guanti di camoscio troppo alti sulle braccia, sempre un po’ di rosso alle labbra e quell’aria di disinvoltura troppo spiccata. Una sola di esse discorreva con Peppino Sarnelli, un avvocato che guadagnava molti quattrini, ma che non aveva un soldo di capitale; e lui le faceva la corte, dolcemente, senza troppa ostinazione, innamorato forse, ma non audace, e Teresina Cafaro l’accettava, non si sa mai, consolata [p. 157 modifica] da quell’onda di amore, senza pensare all’avvenire: le altre due sorelle non intervenivano mai, come disinteressate, guardando la folla, senza neppur parlare fra loro, senza scambiare una parola con la vecchia dama di compagnia, che le accompagnava dovunque: tacevano, assorbite, con gli occhioni fissi su quelli che passavano, prese dal fachirismo delle zitelle che vogliono maritarsi.

E quando Matilde Cipullo giunse, tutta scalmanata, con Giovannino Pasanisi, di Salerno, la seconda sorella si tolse alla contemplazione ed entrò in conversazione, poichè era lei che avrebbe dovuto sposare Giovannino Pasanisi: e la terza sorella Cafaro, la più giovane, rimase isolata, silenziosa, guardandosi intorno con tutte le sue forze, sapendo bene che a lei ancora ventenne, nessuno avrebbe condotto un fidanzato, e che doveva trovarselo da sè, fidando solo sulle proprie risorse.

Non avendo potuto trovar sedie, Caterina Borrelli e Annina Casale, oltrepassata la rotonda luminosa, passeggiavano più innanzi, nel cosidetto boschetto della Villa, dove uno solo è il viale grande e cinquanta sono i piccoli viali sinuosi, fra le aiuole e i gruppi di olmi. Ivi la luce era fioca e il profumo delle erbe, dei gelsomini di notte, acutissimo; e vagavano in quella penombra di alberi, tutti coloro che desideravano fuggire la folla, desiderosi di silenzio, di frescura, di vie larghe dove si potesse respirare l’aria lieve e fine di quel giardino accanto al mare. Le coppie che s’incontravano non si guardavano neppure, ognuna occupata della sua conversazione, l’uomo chinato con amore verso la donna, portandosela a braccetto in quella grande [p. 158 modifica] bellezza armonica di cose, stringendola a sè come per protezione; la donna levando il capo, amorosamente, verso l’uomo, bevendo le sue parole, inebbriandolo col suo sorriso.

Tutto quel boschetto era pieno di questo sussurrìo di parole dolci, di questi sguardi innamorati, di queste luminosità di sorrisi; tutto il boschetto delle acacie frondose, dall’odore refrigerante, delle quercie alte e nere, era pieno di questo grande tremito d’emozione dell’amore. E Caterina Borrelli che fingeva di essere scettica, poichè aveva letto troppi romanzi, si lasciava anch’essa prendere dalla bellezza molle e serena di quella sera: e la tormentata fisonomìa, che l’occhialino sul naso rendeva più originale, si distendeva e diventava quasi piacente. Infarcita di cattiva letteratura e di poesia idealistica, ella andava ripetendo sottovoce dei versi di Prati, malinconici:

Ventiquattr’anni aveva quella gentile....

Annina Casale ascoltava, sospirando, pensando allo studente di legge che l’aveva tradita: ma dietro di lei un altro studente, questa volta di medicina, veniva passo passo, camminando piano, fumando un grosso sigaro, di cui Annina vedeva bruciare la punta, guardando un po’ di fianco; e il nuovo idillio si andava svolgendo con una certa lentezza. Annina non si voltava troppo; proprio allora Caterina Borrelli aveva finito di farle una predica piena di rettorica, sugli amori inutili.

Le Fusco, i due Ajaci del Teatro Nuovo, erano ferme presso il tempio di Virgilio, sedute sopra un [p. 159 modifica] sedile con due giovanotti corteggiatori che non mancavano mai di venirle ad applaudire, ogni sera, al teatro, dalle poltrone, e filavano, giovanissime ancora, ma già scaltrite, parlando dei loro trionfi teatrali, facendo le disgustate del matrimonio: e la madre, una vecchia rabbiosa e stizzosa, seduta al banco di rimpetto, fingeva di sorvegliarle e si faceva vento dispettosamente, sonnacchiosa, obbligata alle veglie continue. Mancava la Costa: — ma ella non usciva quasi mai di sera per paura di guastarsi la voce — e Gelsomina Santoro era alla rotonda, non amando di filare, preferendo l’ammirazione di tutti quelli che passavano, alla corte di uno solo. Fino alla loggetta, fino all’altra porta della Villa, su Mergellina, era un vagabondare d’amanti, il bell’amore semplice, ardente, bonario e poetico di Napoli, fatto tra i fiori, gli alberi, innanzi al mare, sotto le stelle, nelle indimenticabili serate create per quest’amore.

Solo alle undici, mentre la musica suonava l’ultimo pezzo, il famoso waltzer di Métra, che tutte le ragazze hanno ballato, la Vague, la folla cominciò a diradarsi: partivano prima le famiglie più borghesi, quelle che profittavano dell’omnibus, che va a porta San Gennaro, la sera di domenica, sino alle undici; quelle che abitando lontano, dovevano rientrare a piedi. E l’andare delle famiglie era lento, le ragazze cercavano di prolungare la loro serata amorosa, camminando piano: il padre e la madre venivano dietro, posatamente. Solo Maria Jovine, la simpatica zoppina dagli occhioni azzurri, andando via con la sua bella mamma, era uscita per la porta di mezzo, stancandosi a camminare, [p. 160 modifica] raggiungendo subito il loro equipaggio: essa non stava bene che seduta, nella carrozza, nelle feste e al teatro: tutte le gioconde attività giovanili le erano inibite, questo le dava una grande attrazione di malinconìa.

Elvira Brown, suo marito, il vecchione ingrugnato e nauseante, il suo bel fratello con la sua gentile fidanzata, Margherita Falco, se ne venivano via, i due amanti non dandosi il braccio, ma camminando allato, con le mani che si sfioravano: Elvira e il suo marito che le dava braccio, dietro, muti, il vecchione battendo forte il bastone sul terreno duro della Villa, preso da una profonda collera gelosa, poichè dietro di loro si udiva il ticchettìo della sciabola dell’ufficiale, che li seguiva.

— Non verremo mai più in questa Villa, — aveva borbottato il vecchio Brown, con la voce fischiante fra la dentiera falsa.

— Mai più, — aveva risposto sua moglie, umilmente, frenando le lacrime che le salivano agli occhi e la soffocavano.

E attraverso i viali, più rada ma continua, ricominciava la sfilata dei vestiti bianchi femminili. Annina Casale e Caterina Borrelli, che abitavano accanto alla Madonna dell’Aiuto, dopo aver comperato delle paste al Caffè di Napoli e aver bevuto dell’acqua con lo sciroppo d’amarena, per affogare la malinconia, venivano via anch’esse, dicendo insieme dei versi di Aleardo Aleardi, il Monte Circello, dove si parlava di Corradino di Svevia:

Un giovinetto pallido e bello....

tanto più che il nuovo studente di Annina, era un biondino smorto. Le Fusco, ritornate ai chiarori della [p. 161 modifica] rotonda, avevano ritrovata la loro amica, Gelsomina Santoro, la creatura bellissima dagli occhioni bigi e dai denti smaglianti, la stupidona per cui gli uomini cominciavano ad ammattire. E nell’andarsene, le due sorelle e l’amica, parlavano dei loro sogni teatrali, del Teatro Nuovo; per l’autunno si sarebbe allestito l’Orfeo all’inferno, una delle sorelle ambiva di fare la parte della Pubblica Opinione, l’altra sperava che le avessero assegnato la parte di Amore, ambedue dovevano cantare una sola strofetta, ma ambedue avrebbero avuto una tunichetta bianca e breve, un costume molto corto, e i due corteggiatori fremevano, presi dalla gelosìa che è nel sangue napoletano: Gelsomina Santoro sognava di essere scritturata al Teatro Italiano di Malta, dove cantano tutte le debuttanti belle e senza voce.

Le ragazze De Pasquale restavano ancora, tutte ridenti e fresche, abituate dal teatro a prolungare la veglia, senza curarsi della stanchezza della madre, vera figura scialba e amabile, di madre nobile da commedia: si poteva discutere ora che quella noiosa musica, sempre la medesima, era finita; a Pasqualino Jacobucci, a Giovanni Laterza; il contino Girace era venuto ad aggiungersi, con la sua aria scettica di giovanotto stanco di piaceri. E una discussione nasceva, sulla pizza, la focaccia tradizionale e popolare napoletana, che Pasqualino Jacobucci disprezzava, avendone preso una indigestione, che Giovanni Laterza ignorava, conoscendo solo lo scagliozzo, una specie di panino gravido di carne fritta e di provatura soffritta, che il contino Girace dichiarava ignobile, mentre la [p. 162 modifica] pizza esercitava sul suo stomaco atonizzato una strana attrazione. Le ragazze, parlandone,, facevano gli occhi dolci dolci e rovesciavano un po’ il capo: tanto che fu lì per lì deciso di andare dal pizzaiuolo, al vico Freddo a Chiaia: esse acconsentirono subito: queste piccole cene, queste scappatine notturne solleticavano la loro fantasìa di attrici da burla. La madre non diceva mai di no: le ragazze si buttavano sulle spalle certe mantelline di lana rossa, un po’ teatrali; il contino Girace, sempre corretto, offrì il braccio alla vecchia, i due giovanotti alle ragazze, e le tre coppie si avviarono nelle ombre molli della notte napoletana.

Concettella Sanges schiattava di dispetto, aveva creduto che Jacobucci la guardasse, si era lusingata di togliere il fidanzato a Elena De Pasquale; ma era stata una illusione. Ora; tutte le sorelle mormoravano contro le ragazze Galanti, che tutta la sera avevano tenuto circolo, mostrando le scarpette di pelle dorata, agitando e facendo tintinnire i braccialettini d’argento, tutte brune ma simpaticissime, specialmente Riccarda: Emilia Galanti aveva accanto il suo dottore in chirurgia che avrebbe sposato l’anno seguente: Riccarda più vivace, più spiritosa, ne teneva a bada due o tre, di corteggiatori, amandone forse un quarto, in segreto; e le Sanges, maliziose, avevano scoperto che Mariannina, la più piccola delle Galanti, filava con un piccolo tenente, appostato di rimpetto, che non la perdeva mai d’occhio. E le mormorazioni crescevano, Carolina massimamente, arrabbiata con Carluccio Finoia, era diventata implacabile. [p. 163 modifica]

— Che te ne importa? — soggiunse costui. — Le Galanti hanno la dote militare.

— Chi te l’ha detto? — strillò allora, — come lo sai? Ti sei informato, eh?

— Lo so, — rispose egli, brevemente.

Carolina lo guardò con tanta ferocia di sospetto, che egli chinò gli occhi, arrossendo. Il caffè di Mariano Vacca si vuotava, e ogni momento, una famiglia si alzava su dalle sedie e partiva; il noleggiatore via via andava rimettendo in fila le sue sedie. Nel levarsi le Galanti s’incontrarono con Eugenia Malagrida ed Enrichetta Caputo, che andavano via anche loro: ed essendo amiche fecero un po’ di strada insieme.

Le Galanti portavano certe cappine di merletto nero, per cui le Sanges impallidirono di invidia; Enrichetta Caputo si avvolse al collo una sciarpa di lana bianca, lavorata in casa, già lavata; ma Eugenia Malagrida aveva un mantelletto di lana ricamato d’argento, bellissimo, che la rendeva più goffa dell’usato; malgrado questo, per non far mostra di nulla, Arturo Ajello, l’impiegato che era là per Enrichetta Caputo, mentre sogguardava di soppiatto la bella ragazza povera, camminava accanto alla tozza grossolana, regolando il suo passo su quello di anatra di Eugenia. Era una lunga processione di donne: le tre madri, la Caputo, la Malagrida, la Galanti, venivano dietro, chiacchierando, la Caputo umile e volgare come una serva, trascinando il suo corpaccio disfatto, la Malagrida grassa, ma composta, con la bonarietà della mercantessa arricchita, la Galanti alta, forte, robustissima, [p. 164 modifica] con un po’ di mustacchio come sua figlia Riccarda, la voce grossa e il tono imperioso. Nel viale, Matilde Cipullo maritata Tuttavilla raggiunse la processione, si unì, guardò come stavano le cose fra Enrichetta Caputo e Arturo Ajello, le parve che andassero bene, e subito si mise a parlare alla signora Galanti di un matrimonio per Riccarda, un proprietario di Terra di Lavoro, che sarebbe capitato a Napoli la settimana entrante. La Galanti ascoltava, rideva, rispondeva che ella lasciava libere le sue figliuole, che Riccarda specialmente, aveva una testolina capricciosa, che non si sarebbe maravigliata di vederla restare zitella.

E le tre madri fecero un coro: se fosse stata da ricominciare, la loro vita, con la esperienza dell’esistenza che avevano, non si sarebbero mai maritate, lo predicavano sempre alle figliuole; ma costoro erano tante creature ostinate, volevano imitare le mamme, che cosa farci?

Le tre mamme crollavano il capo, ridacchiavano fra loro, mentre Matilde Tuttavilla si scandalizzava; che vi era di meglio del matrimonio, per le ragazze? E malgrado i suoi stenti col marito, nobile, ma povero, ella parlava del matrimonio piena di emozione e piena di entusiasmo, apostolo convinto, che ogni minuto cercava di far proseliti alla sua fede.

Le Cafaro rimanevano, sotto il gas, quasi dimentiche dell’ora; Teresina intenerita, scossa dalle dolcissime cose che Peppino Sarnelli, l’avvocato eloquente e pieno di avvenire, le andava dicendo, sentendo dileguarsi nell’anima, a quell’onda letificante di amore, [p. 165 modifica] tutti i sospetti che può avere una fanciulla ricca, contro un pretendente troppo povero; Gabriella ascoltava Giovannino Pasanisi, parlandogli, scrutando ogni sua intonazione, ogni sua intenzione, facendogli subire quel rigoroso esame in cui le donne esaminatrici sembrano amabili, ma sono, in fondo, senza pietà; Carmela, la giovane, tutta sola, silenziosa, già stanca, ma paziente, lasciando che le sorelle combinassero i loro affari di cuore, sapendo bene che ella traeva vantaggio dai loro matrimonii. Quando si alzarono per partire, ella infilò il suo braccio sotto quello della governante, lasciando andare innanzi le coppie, tranquilla nella sua aspettazione.

Sole, alle undici e tre quarti, le Sanges rimanevano, ostinate, malgrado la lassezza di una giornata passata a spazzare e spolverare, a cucinare, a stirare, non avendo serva, comprando la spesa del pranzo dalla finestra, con un panierino: e si litigavano ancora, a proposito delle Altifreda, di quelle belle e fiere ragazze che erano andate a passare l’estate in Isvizzera, quando tutte le altre ragazze della borghesia, ricche, agiate o povere, rimanevano in Napoli. Le Sanges si incocciavano a restare, il piccolo fratello borbottava, quando Carluccio Finoia, per fare pace con Carolina, ritrovandosi ancora una lira in tasca, propose di mangiare dei fichi d’India, tre un soldo, bianchi, rossi e gialli; li avrebbero trovati in piazza Municipio, andando verso la Strettola di Porto, dove le Sanges abitavano. E una furia le prese, poichè nessuno pagava loro i rinfreschi al caffè, di mangiare questi fichi [p. 166 modifica] d’India, e mentre le quattro sorelle litigavano tra loro, Carolina se ne andava con Carluccio, tutta gloriosa della magnificenza del suo innamorato.

Ora, a mezzanotte, la Villa era vuota: e l’accenditore del gas venne, spense le fiammelle, lasciandone una ogni otto, una luce fiochisima. La notte stellata, profonda, dolcissima, si allargava sul giardino degli amori; solo, nell’ombra, alenava il respiro del Vesuvio, ora di un rosso pallidissimo, ora infuocato, quasi divampante.

III.

Era un grande stanzone quadrato, senza parato, dipinto semplicemente di giallo smorto: sui mattoni grezzi, sempre polverosi, malgrado l’acqua che vi buttava sempre la signora Caputo, non vi era tappeto. Lungo la parete un divano di lana cremisi, sfiancato, le due poltrone anche di lana, cremisi, coperte di pezzi di merletto all’uncinetto, lavoro speciale di Enrichetta: due o tre scaffaletti di legno nero dipinto, vecchio, scrostato, su cui giacevano dei gingilli antichi e brutti, un albo di vecchie fotografie, certe scatolette di cartone coperte di conchiglie, certe bomboniere di raso stinto: un tavolino tondo in un canto, coperto di marmo bianco, già tutto macchiato di giallo, senza tappeto sopra, su cui erano posati due lumi: un pianoforte verticale, piccolino, con la spalliera di seta rossa tutta tagliuzzata e stinta: una quarantina di sedie di [p. 167 modifica] paglia scompagnate, più basse, più piccole, con la spalliera rossa, con la spalliera nera: ecco tutto il mobiglio. Per arrivare a questo stanzone dove si doveva ballare, bisognava attraversare un’anticamera che aveva per unico mobiglio un grande tavolone dove posare i soprabiti e i cappelli, un altro stanzone oscuro e smobiliato, diviso in due da una tenda, dietro la quale si nascondevano i due miseri letti della madre e della figliuola; l’anticamera era illuminata da un lume a petrolio sospeso al muro, fumoso, ignobile; lo stanzone di passaggio era perfettamente oscuro.

Tutta la potenza dell’illuminazione era concentrata nello stanzone da ballo, due lampade a petrolio sul tavolino, un lume a olio sopra uno scaffale, due steariche nei candelieri del pianoforte; ma le steariche erano spente, per non farle consumare tanto presto. Alle otto, dietro la tenda dello stanzone Enrichetta cuciva della trina lavata e stirata al suo vecchio corpetto di raso rosso e aveva ancora i capelli avvolti nelle cartine, era in sottanina bianca, una gamba accavalcata sull’altra e rispondeva acremente alla voce acre, al tòno brusco di sua madre:

— Bisogna che si dichiari con me, hai capito? Io sono seccata di vedermelo per casa.

— Io anche, ti assicuro: mandalo via, se vuoi, che non me ne importa niente.

— Perchè va sempre dai Malagrida?

— Perchè vi sono io, dice lui.

— Che, che! Questo modo di agire mi dà sospetto: mi girano certe brutte idee pel capo!

— Che idee? [p. 168 modifica]

— Arturo ti pianta per Eugenia.

— Eugenia è troppo brutta.

— Ma ha i denari, ha i denari, ha i denari — cantò su tre tòni la vecchia, cercando di allacciarsi un busto troppo sgangherato.

Enrichetta chinò il capo a quella parola, destinata a schiacciarla per tutta la vita. Bussarono alla porta: le due donne si guardarono, imbarazzate, erano seminude, nessuna delle due poteva andare e la serva non ce l’avevano. Temevano che fosse già qualche invitato premuroso.

— Sarà forse la colonnella, — borbottò la vecchia — le manca sempre qualche cosa. — E si rassegnò, si avvolse in un vecchio scialle, trascinando le ciabatte, andò ad aprire. Enrichetta si pettinava lentamente, guardandosi in uno specchietto verdastro, con una cera da ragazza annoiata della parte che rappresenta: quelle feste settimanali del sabato, in quella casa sporca e nuda, che la pietà del governo elargiva alla vedova e all’orfana dell’ufficiale, in quel grande caravanserraglio che è il padiglione del Divino Amore, la tormentavano, poichè mai come in quella sera sentiva la sua miseria. Sua madre ritornò borbottando.

— Che voleva la colonnella? — chiese la ragazza.

— Voleva le quattro sedie che mi ha prestate, ha delle visite.

— Brava! Le sedie saranno poche; dove si siederà la gente?

— I giovanotti non hanno bisogno di sedersi, — [p. 169 modifica] rispose la madre, appuntandosi una camelia di battista nei capelli.

— E il petrolio nei lumi, ce l’hai messo, mamma?

— Ce l’ho messo, ma ce ne vorrebbe ancora; non sono pieni.

— E se si smorzano?

— Si smorzano, si smorzano!... A mezzanotte mando via la gente, io!

— E, allora, lascia di far ballare....

— No, cara; ogni settimana si balla da Galanti, da Malagrida e da Falco; io non voglio restare indietro, capisci?

— Ma costoro hanno denari, — mormorò la ragazza, incipriandosi la gola scoperta.

Era il ritornello eterno, che la madre buttava in faccia alla figliuola, che la figliuola ributtava in faccia alla madre, periodicamente. Ciò le inaspriva, rendeva le loro conversazioni intime, una guerra continua. Enrichetta si guardava nello specchio, soddisfatta di essere più bianca delle Galanti, più snella della Malagrida, più colorita della Falco, più piacente della Borrelli, più alta della Casale, più bella insomma, di tutte le ragazze che venivano a ballare da lei, il sabato.

— Gaetanino Ceraso ti fa la corte? — chiese a un tratto la madre.

— Un poco: non me la fa di più, per soggezione di Arturo.

— Arturo, Arturo!... bisogna liquidare questo affare di Arturo, ne parlerò stasera a Matilde Tuttavilla.... [p. 170 modifica]

— E il pianoforte, chi lo suona? Io, per me, non mi ci accosto, lo sai, mamma.

— Suonerà Ciccillo De Marco, il gobbo, l’ho invitato apposta: gli dirai delle cose amabili, egli se ne andrà in solluchero e suonerà per tutta la sera. —

Dopo un’ora, già lo stanzone da ballo era pieno di gente: le mamme, la Galanti, la Malagrida, la Falco, la Borrelli sedevano sul divano d’onore, e sulle due poltrone, facendosi vento, tessendo ognuna l’elogio delle proprie figliuole. Le ragazze stavano invece l’una accanto all’altra, in fila, tutte composte ancora, perchè non si ballava, si faceva un po’ di musica prima, e i giovanotti restavano in piedi, dietro le sedie delle ragazze, parlando loro sottovoce, mentre donna Candida Scoppa, incinta di sei mesi, enorme, con una faccia estenuata di donna gravida, cantava la romanza Giulia di Denza, parlando di una ragazza morta. La Malagrida, figliuola, quella sera aveva inaugurato un vestito di velluto nero, che la faceva sembrare meno grassa, meno brutta: e l’avvenimento era la finezza della sua cintura; certo doveva portare un busto di Parigi, aveva portato sempre settanta centimetri di giro, quella sera non ne aveva più di cinquantotto; è vero che stava dura dura, come un tronco pietrificato, e impallidiva, ogni tanto, non potendo respirare. Enrichetta Caputo si era un po’ rattristata, vedendola così elegante: in fondo, ella voleva bene ad Arturo Ajello e le sarebbe dispiaciuto di perderlo, così. Ma si era distratta, dovendo ricevere le sue amiche, togliendo loro le mantelline e le sciarpe, portandole sul suo letto, instancabile, cercando di far dimenticare la povertà, la mancanza delle [p. 171 modifica] sedie, col suo sorriso di bella ragazza che non ha altro. E nessuno pareva accorgersene di quella miseria: ragazze, giovanotti, venuti là solo per divertirsi e per amarsi, per ballare, essi che avrebbero ballato in una piazza e al suono di un piffero.

Crepavano dalle risa al canto di Gaetanino Ceraso, che cantava o declamava una scena in dialetto, La mano della signora, in cui un giovanotto innamorato, seguendo l’innamorata nella chiesa, nella penombra afferra la mano della madre, invece di quella della figliuola, e la vecchia gli si offre per moglie, subito. Gaetanino Ceraso, un ingegnere di ponti e strade, coltivava il canto buffo con grande successo, nei ballonzoli settimanali, ma questo gli impediva di fare delle conquiste, le ragazze amavano i giovanotti malinconici, o almeno seri, quelli che non facevano ridere la società: anche Enrichetta Caputo pensava così, ella preferiva la serietà di Arturo Ajello e l’aria ineffabile con cui si passava la mano tra i capelli. Rideva finanche la povera Enrichetta Brown, che quella sera aveva messo un vestito di broccato rosso nuovo ed un paio di orecchini di rubini, bellissimi; accanto a lei il vecchione geloso aveva una parrucca rossa, nuovissima, e la dentiera luccicava nella sua cornice d’oro: finchè non si ballava, il vecchione si divertiva, tenendosi accanto la moglie: quella sera spingeva la tenerezza sino a tenerle la mano, ella chinava il capo umiliata e confusa, non osando guardare in volto le persone.

Ella sentiva, sì, sentiva in coloro che la incontravano, la pietà, la curiosità fredda, il biasimo, il disprezzo; sentiva sopra di sè il vario giudizio della [p. 172 modifica] gente, ella che bella, giovane e povera, volontariamente aveva voluto sposare un vecchione schifoso e ricco, e i più benevolenti la compativano, sì, ma non la trovavano poi tanto infelice, con tutti quei quattrini, e i più severi l’accusavano d’ingordigia, la ritenevano per una venduta del matrimonio. Ella sapeva bene che lo aveva fatto per pietà della propria famiglia, immersa in una decente ma crescente miseria, pei suoi fratelli pieni d’ingegno che avevano bisogno di denaro per prendere le professioni onorevoli e lucrose: ma a chi raccontare tutto questo? E anche, perchè raccontarlo? Lasciava che la gente la tenesse per la più venale delle donne, datasi ad un cadavere, per i gioielli e le stoffe di cui la copriva; e il nobile sacrifizio della sua vita lo compiva nel silenzio, nel giudizio, ingiusto del pubblico.

Sulla soglia dello stanzone Arturo Ajello, era comparso, col soprabito chiuso delle domeniche, con un bottone di camelia bianca all’occhiello e guardava nella sala, per vedere chi ci fosse: astutamente, senza averne l’aria, Enrichetta Caputo era scivolata fra i gruppi per accostarsi a lui, mentre Federico Pietraroia, il filodrammatico, declamava il Pranzo in famiglia, di Arnaldo Fusinato.

— È per me quella camelia? — chiese sottovoce Enrichetta.

— È per te — disse lui, levandola dall’occhiello e dandogliela, ma non dopo una lieve esitazione.

Ella riattraversò la sala, questa volta gloriosamente, portando in trionfo la sua camelia: un rumorìo nasceva, le sedie erano respinte sino al muro, le ragazze [p. 173 modifica] e i giovanotti confabulavano vivamente, si cominciava a ballare. Gennaro Mascarpone, primo commesso della casa Maquay Hooker, che negozia in baccalà, dirigeva la sala e gridava da cinque minuti:

Waltzer, en place. —

Le coppie si formavano, prima due o tre, timide; poi sino a sei, sette, ritte, aspettando che tutto fosse all’ordine. Enrichetta Caputo era andata presso il gobbo, Ciccillo De Marco, e sorridendogli, lanciandogli l’occhiata assassina, cercava di convincerlo a suonare quel waltzer, solo quello, pochi giri, tanto per cominciare. E il gobbo maligno, si lasciava far la corte, si lasciava pregare, faceva lo scontento, crollava il capo, diceva di no: Enrichetta dovette promettergli di fare la quadriglia con lui, se no, non avrebbe suonato. Le prime note, stridule, del pianoforte scordato, esilararono le ragazze e i giovanotti che battevano la musica, agitavano il capo, presi dalla loro giovanile passione per la danza.

Waltzer, waltzer! — urlava Gennaro Mascarpone.

Enrichetta cercò con gli occhi Arturo per ballare con lui il waltzer, come era stabilito senza che lui pensasse più a invitarla; tutte le ragazze ballavano il primo ballo con l’innamorato o il fidanzato, era la regola. Emilia Galanti era al posto col suo dottore in chirurgia, Mariannina era appoggiata al braccio del suo tenentino che aveva fatta la domanda in regola, Margherita Falco ballava col fratello di Elvira Brown, Annina Casale con Federico Pietraroia, che le faceva la corte. Ma dov’era, dunque, Arturo Ajello? Certo, [p. 174 modifica] che egli cercava Enrichetta per aprire il ballo. E alla musica pestata dal gobbo sul pianoforte, le coppie si slanciarono, e Enrichetta vide che Arturo ballava con Eugenia Malagrida, senza mai guardare dalla sua parte, come vergognoso: vide che Eugenia avea nei capelli, un po’ radi, ma artificiosamente acconciati dalla pettinatrice, un bottone di camelia bianca, simile a quello che ella aveva tolto ad Arturo.

Un dolore acutissimo la fece impallidire, mentre insieme alle coppie che ballavano, facendo tremare il pavimento, con l’allegrezza della gioventù spensierata le pareva che tutta la sala girasse. Gennaro Mascarpone bel giovane, dalla pronunzia francese dolcissima, dall’aria pretensiosa, le offrì di ballare, egli era il direttore della sala, faceva il tiranno, si accaparrava le ragazze, ballava infine più degli altri: ella rifiutò col capo, non avendo la forza di parlare, guardando sempre girare Eugenia grossa e dura come un tronco, nel suo vestito nuovo di velluto nero, con Arturo Ajello, dall’aria malinconica che andava al cuore delle ragazze. Gaetanino Ceraso, l’ingegnere che cantava le canzonette buffe, ebbe un intuito di quel dramma intimo, arrivò sino a Enrichetta, le chiese a bassa voce:

— Perchè non girate il waltzer?

— Perchè non mi piace — rispose ella, indispettita.

— Via, via siate buona, fate un giro con me — soggiunse lui, dolcemente.

Ella lo guardò, commossa per un minuto secondo, intuendo che egli aveva indovinato: fu lì lì per accettare, per vendetta contro Arturo. Gaetanino aspettava: ma ella se lo rivide innanzi, come un momento [p. 175 modifica] fa, tutto lezioso, tutto ridicolo, far sbuffare di risa l’assemblea, cantando La mano della signora.

— No — disse — no, non voglio ballare. —

Rimase ritta, guardando quelli che ballavano; le Galanti tanto carine coi loro vestiti nuovi di lana verde cupo, Margherita Falco seducente nella sua tolettina semplice di lana bianca, Annina Casale che faceva svolazzare il suo breve strascico di seta nera, Caterina Borrelli tutta pomposa in un vestito di lana grigia a fascie di velluto nero, finanche Eugenia diventava sopportabile col suo busto di Parigi e il suo vestito di madame Ricco, tutte quante felici di ballare con la persona che amavano o che piaceva loro: ella sentì tutta la vergogna della sua vecchia gonnella di lana crema, del suo vecchio corpetto di raso rosso, delle sue trine lavate; sentì tutta la vergogna di quello stanzone vuoto, sporco, male illuminato, il tetto che è concesso per elemosina; sentì tutto l’isolamento, l’abbandono della miseria quotidiana, incessante, invincibile; un’onda di amarezza le sconvolse il sangue.

Le coppie passeggiavano in giro, per riposarsi; le madri avevano tirati indietro i piedi per non farseli calpestare, e sorridevano alle figliuole di cui erano soddisfatte: la madre Caputo parlava a Matilde Tuttavilla con molta enfasi, ed ella l’ascoltava, molto preoccupata. Enrichetta si dava da fare: aveva condotto Riccarda Galanti in cucina, per darle da bere: una cucinetta nuda, con parecchi arnesi, un piattino di maccheroni freddi sopra un tavolino e un pezzetto di cacio svizzero, la cena di Enrichetta: l’acqua era stata presa in un bicchiere di vetro verdastro, da un [p. 176 modifica] secchio posato per terra: Riccarda disgustata e impietosita non avrebbe voluto più bere, ma temette offendere Enrichetta. Poi, Emma Froggio, una biondona prepotente, aveva fatto saltare, ballando troppo, due bottoni del suo vestito: Enrichetta dovette condurla nello stanzone scuro, dietro la tenda, con una stearica tolta dal pianoforte e fra i due letti disfatti, le catinelle piene di acqua sporca, gli stracci buttati all’aria e le ciabatte consumate, trovare un ago, un ditale, del filo, per cucire i bottoni di Emma Froggio. Quando ritornarono nello stanzone, una quadriglia monstre si combinava; ben sedici coppie, come non se ne erano mai viste in casa Caputo. Gennaro Mascarpone si dimenava come un ossesso, brutalizzava i suoi amici, si abbandonava a una violenza feroce di temperamento. Ma, per fare queste sedici coppie, tre ne mancavano, la signora Galanti per far ballare queste creature, si era già levata su:

— Balli con me la quadriglia? — sussurrò Arturo Ajello a Enrichetta, mentre costei gli passava d’accanto.

— No, sono impegnata — rispose costei, senza neppure voltarsi.

E andò a scegliere il suo cavaliere. Mancava sempre una coppia: Gennaro Mascarpone, con la sfacciataggine del direttore di sala a cui nulla deve resistere, andò a invitare la signora Elvira Brown, quantunque sapesse che era il più cattivo complimento da farle; tutti conoscevano la gelosia del vecchione. E mentre lei, timida, resisteva debolmente, tre o quattro coppie la circondavano e la pregavano; senza lei non si [p. 177 modifica] sarebbe potuto ballare, il marito guardava in aria, come disinteressato, fingendo di non vedere le occhiate con cui ella gli chiedeva permesso di ballare — ed ella finì per cedere, si levò, tutta bella, al braccio di Gennaro Mascarpone trionfante, mentre il vecchione diventava verde dalla bile. In quel momento si vide che Ciccillo de Marco, il gobbo, mancava e che non vi era nessuno per poter suonare il pianoforte. Furono due o tre minuti di grande confusione, di disperazione. Mascarpone era furioso, borbottava che lui non era abituato a dirigere in case, dove non vi era neppure uno strimpellatore di pianoforte: infine, Matilde Tuttavilla per far divertire tutta quella gioventù si sacrificò, andò al pianoforte, gridò che si dovevano contentare di certi vecchi motivi aggiustati alla meglio per quadriglia. Ora si ballava: tutti e tutte, sottovoce, si meravigliavano di Enrichetta Caputo che ballava, con molta disinvoltura, con Cicalio de Marco, il gobbo.

· · · · · · · · · · · · · · ·

Le ragazze, alle undici e mezzo, avevano circondato Gennaro Mascarpone, pregandolo, scongiurandolo, perchè facesse far loro il cotillon: ma egli resisteva, diceva che era impossibile ballare il cotillon senza le cose che ci servono, i mazzolini di fiori, le sciarpe, le decorazioni. Le ragazze protestavano, non importava nulla che tutto questo non ci fosse, egli era pieno di fantasia, avrebbe inventato delle figure, esse si contentavano di tutto, purchè avessero ballato il cotillon: e soggiungevano, sottovoce, se non si ballava il cotillon, le mamme avrebbero subito voluto andar via, non si ostinasse nella sua cattiveria. Gennaro Mascarpone [p. 178 modifica] si lasciò piegare e andò a confubulare con la signora Concetta Caputo e con Enrichetta, per avere almeno qualche oggetto indispensabile.

Madre e figlia fingevano la disinvoltura, ma erano turbate: una sedia, appartenente alla suocera del maggiore era stata fracassata, in un giro di galop, e si sarebbe dovuta ricomprare, all’indomani, per restituirgliela: le steariche avevano soltanto due dita di altezza: i lumi a petrolio si affiochivano: Matilde Tuttavilla aveva spezzato due corde del pianoforte, per pestare troppo forte: e a mezzanotte, certamente, la vedova del colonnello si sarebbe messa alla finestra, a gridare contro tutto quel chiasso notturno, come aveva fatto l’altro sabato, che era dovuto andar da lei Arturo Ajello, per persuaderla a tacere. Pure le due donne fecero buona faccia a Gennaro che chiedeva loro un cuscino, uno specchietto, un candeliere con la candela accesa. Mentre si facevano i primi giri del ballo, Enrichetta cercò tutte quelle cose: portò prima a Gennaro una bugia di ottone opaco, con un mozzicone di candelotto. Due cavalieri erano presentati a una dama, con due nomi di fiori, rosa e gardenia: ella sceglieva la gardenia, ballava col cavaliere che portava questo nome, l’altro che aveva la rosa, portava la candela dietro alla coppia danzante, tutta la sala rideva alle sue spalle; egli stesso fingeva di ridere, per aver l’aria di persona spiritosa, ma lo sfortunato si rodeva per quella ingiustizia del destino. Gaetanino Ceraso, portando la candela dietro a Margherita Falco e al suo fidanzato che la sorte aveva riuniti, fece ogni sorta di lezii, di smorfiette per [p. 179 modifica] esprimere il suo rammarico; la sala crepava dal ridere; i giri di waltzer si moltiplicavano, Ciccillo de Marco suonava come un dannato, tutto felice di aver ballato la quadriglia, con la più bella ragazza della festa.

Dopo due o tre altre figure, Enrichetta portò a Gennaro Mascarpone un cuscino del suo lettino, sottile, con una foderetta di una dubbia bianchezza: e la interessante figura dell’inginocchiamento cominciò, fra il divertimento di tutti. Una dama che doveva ballare, portava innanzi a un cavaliere seduto, un cuscino, glielo metteva vicino ai piedi, sogguardandolo, e l’astuzia del cavaliere era d’inginocchiarsi d’un colpo solo per cadere sul cuscino, l’astuzia della dama era di tirare subito il cuscino, per far battere in terra le ginocchia del cavaliere. Era un’ansietà di tutti il vedere la doppia malizia, femminile e maschile, studiarsi, indovinarsi, giuocarsi: e il battere delle ginocchia a terra, con la smorfia di collera del cavaliere, il tonfo sordo di colui che trionfalmente cascava sul cuscino, la faccia indispettita della dama, erano uno spasso straordinario. Gennarino Mascarpone era dichiarato il Dio dei maestri di sala. Caterina Borrelli, maligna come una scimmia grassa, a cui rassomigliava un poco, fece cadere tutti i cavalieri e non ballò con nessuno; Federico Pietraroia arrivò a ballare con Elvira Brown; Eugenia Malagrida si rifiutò di portare in giro il cuscino, le dispiaceva di far cadere i cavalieri; Enrichetta era nervosa, perchè uno dei piattelli delle steariche era scoppiato, la candela finiva; Matilde Tuttavilla parlottava con la signora Malagrida ora, spianando le [p. 180 modifica] sopracciglia per qualche cosa di sorprendente che la grossa signora le diceva.

Enrichetta aveva adesso consegnato a Gennarino Mascarpone il suo specchietto verdastro, per la gran figura finale. Una dama sedeva nel centro della sala, tenendo in mano lo specchio e un fazzoletto: uno alla volta i cavalieri venivano a specchiarsi, la dama puliva lo specchio per colui con cui non voleva ballare; dava una spazzatina, come un frego, come una cancellatura; posava lo specchio, per colui con cui voleva ballare. Era la gran scelta finale in cui tutte le simpatie ingenuamente si manifestavano, le dichiarazioni di amore corrisposto, di affetto incipiente, la preferenza dichiarata in pubblico, chiaramente e semplicemente: e i cavalieri facevano gli scettici, non volevano venire a specchiarsi, si lasciavano trascinare. Agli amori conosciuti o sospettati, vi era un lieto mormorìo nell’assemblea, un riso indulgente di tutti, come un incoraggiamento amabile a volersi bene. Ma fu uno stupore profondo, in tutti, quando Eugenia Malagrida che aveva centocinquantamila lire di dote, era grossa, grossa, tozza e lucida, dopo aver dato una spazzatina a tutti i cavalieri, posò lo specchio per Arturo Ajello, il povero impiegato, ritenuto come il fidanzato ufficiale di Enrichetta Caputo. Tutti la guardarono, Enrichetta: ella rideva, nervosamente, il piattello dell’altra stearica si era spezzato.

· · · · · · · · · · · · · · ·

Nella cucina, al chiarore fumoso del lume di anticamera, donna Concetta Caputo si lamentava da un quarto d’ora, per tutti i guasti accaduti quella sera, [p. 181 modifica] col solo risultato di far saltare quattro pettegole che poi avrebbero detto male di loro, andandosene: enumerava la sedia rotta, le corde spezzate, il petrolio consumato, i piattelli scoppiati, borbottava, senza fine, Enrichetta, portando ancora il suo vecchio busto di raso rosso, guardava il piatto di maccheroni freddi e unti con cui doveva cenare: e piangeva.

IV.

Il rombo vesuviano cominciò il giorno ventidue aprile 1872, all’una pomeridiana. Era un rumore sordo, sotterraneo, ma continuo, a cui si univa il tremore dei vetri, mai cessante. La giornata era purissima, di una grande dolcezza primaverile: i napoletani si affollarono in tutte le strade donde si vedeva il Vesuvio, salirono su tutti i terrazzi, si arrampicarono su tutte le soffitte, comparirono a tutti gli abbaini. Sul Vesuvio s’innalzava una lunga e fitta nuvola bianchiccia, della forma di un pino, lievemente colorata di rosa alla base, che posava sul cratere: altro non si vedeva. Ma non diminuiva il rombo, per cui pareva tremassero tutte le case napoletane, da Posillipo al Borgo Loreto, dalla collina del Vomero alla via di Porto; il boato pareva venisse dalle viscere della terra, sotto i piedi dei viandanti. Il direttore della Scuola Normale entrò nella seconda classe, dove erano anche [p. 182 modifica] Annina Casale e Caterina Borrelli, disse che per circostanze eccezionali, quel giorno la scuola si chiudeva all’una e non alle tre: andassero pure tutte a casa. Innanzi alla porta, nella via di Gesù, vi fu uno sbandamento di centottanta ragazze, che tornavano a casa, tutte stupite di quella vacanza; e si incontrarono con gruppi di studenti che venivano dall’Università, dove il rettore aveva sospese le lezioni, due ore prima dell’usato. Nella chiesa della Madonna dell’Aiuto, dove, essendo mercoledì, le sorelle Sanges sentivano la predica in onore di Maria Immacolata, il predicatore si fermò, abbreviò della metà almeno, il suo discorso, fece dire alle donne la preghiera in occasione di folgori e di terremoti, e rimandò a casa tutti quanti. Nel laboratorio di fiori artificiali, dove trenta fioriste lavoravano sotto gli ordini della signora Malagrida, si sparse il terrore: una delle ragazze aveva la madre a Sant’Anastasia, villaggio sotto il Vesuvio, gridava, piangeva, si dimenava, non fu possibile trattenere più le lavoranti, ebbero la mezza festa, andarono a casa; la signora Malagrida se ne tornò al suo appartamento in via dei Fiorentini, tutta sconcertata. Nella penombra del teatro San Ferdinando, le sorelle De Pasquale, Federico Pietraroia, Giovanni Laterza e altri filodrammatici stavano provando la Lucia Didier, ovvero Onore per onore, innanzi a mezzo teatro pieno di amici personali; ma al cominciare del rombo, molto pubblico uscì fuori, per sapere di che si trattasse; il teatro San Ferdinando è molto vicino al ponte della Maddalena, il rombo si sentiva più forte assai, le ragazze si sentivano affogare in quell’ombra, la prova fu [p. 183 modifica] sospesa. In casa Jovine, dalla simpatica zoppina, vi era ricevimento, quel mercoledì; essendo l’onomastico della nonna, vi si trovavano le belle sorelle Altifreda, vi arrivarono le Galanti, per un pezzo si scherzò sull’eruzione, sul rombo, sul terremoto, sulla pioggia di cenere, mentre giravano i gelati e giungevano ancora dei mazzi di fiori; ma a poco a poco la conversazione cadde, tutti prestavano orecchio, il tremolìo dei vetri urtava i nervi della zoppina, quasi quasi ella tremava al loro tremito; la società si diradò, tentando qualche ultimo scherzo, ma di mala voglia, ognuno desiderava ritrovarsi alla casa propria. Maria Jovine, quando tutti furono andati via, andò a mettersi a letto, col capo tra i cuscini, per non sentire il tremore dei cristalli. A tutte le persone, uomini d’affari, impiegati, lavoranti, oziosi, pareva venuta una grande furia di tornarsene a casa; per la strada si salutavano frettolosamente, si scambiavano qualche notizia breve breve, si lasciavano, con un cenno di addio, come se un grave affare li chiamasse altrove. Così gli uffici pubblici e i privati, quali volontariamente, quali per forza, rimasero deserti.

Il pomeriggio pareva lunghissimo, solo venendo la notte si poteva giudicare dei progressi della eruzione: circolavano cattive notizie, due nuove bocche s’erano aperte, i villaggi di Cercola e di {{Wl|Q72585|Sant’Anastasia{{ erano perduti, v’erano delle vittime imprudenti che la sera prima avevano voluto salire sul Vesuvio. Per la via Forcella, si mormorava, erano arrivate delle barelle coperte, dov’erano avvolti nelle lenzuola certi corpi umani terribilmente usti, ma viventi ancora, [p. 184 modifica] agonizzanti fra spasimi orribili: la campanella che è alla porta dell’ospedale dei Pellegrini, l’ospedale dei feriti, non fermava mai, in quel pomeriggio, annunciando sempre nuove sventure.

Alla sera tutta Napoli si riversò per le vie, si aggruppò sulle terrazze, sui balconi, sulle vie alte, donde il vulcano poteva essere visto. Tre grandi lave, di dimensioni mai viste, si riversavano dalla bocca del cratere: una d’esse cadeva sul versante opposto, minacciando il villaggio d’Ottaiano, e se ne vedeva il larghissimo sviluppo alle spalle del monte: essa illuminava lo sfondo del cielo. La seconda, in linea quasi orizzontale, discendeva verso il mare, tagliando il Vesuvio in tutta la sua larghezza, prendendo terreno a vista d’occhio. La terza amplissima, maestosa, si svolgeva magnificamente per la china del monte, si allargava nell’Atrio del Cavallo, discendeva come un fiume di fuoco; minacciava Resina, Portici, Napoli. La nuvola bianca s’era diradata completamente; il purissimo cielo stellato di quella sera di primavera era rosso, pel riflesso, sino allo zenit; il quietissimo mar Tirreno, dai due golfi di Castellamare e di Napoli, era rosso sino al forte Ovo. Tre incendi: la montagna, il mare, il cielo; e insieme una pace profonda delle cose, non un alito di vento, non un rumore di onde; anzi il mare era pieno di barche, immobili nel riflesso incandescente. Soltanto le viscere della terra, commosse, tremavano, non restavano mai di tremare.

Alla Marina, sul molo di San Vincenzo, che i napoletani chiamano la banchina, fra la folla, stavano le sorelle Sanges, estatiche, contemplando lo spettacolo [p. 185 modifica] meraviglioso, provando ogni tanto un brivido di terrore, quando fra la folla correva come un ritornello:

— La terza lava minaccia Napoli. —

Invano Carluccio Finoia e Rocco Marzolla le pregavano di andar via, ormai avevano visto abbastanza; invano offrivano loro, in due, con uno sforzo comune di borsa, di condurle al caffè di via Principessa Margherita, a prendere una granita: esse resistevano, prese da una grande stupefazione, dimenticavano di litigare fra loro, oppresse da quell’immenso bagliore. Correva fra la gente la storia delle vittime: una bella signora, un dottore, due fidanzati, e poi un gruppo di studenti, un gruppo di contadini, due guide. I nomi? I nomi non si sapevano, i giornali non erano ancora usciti.

Annina Casale e Caterina Borrelli erano appoggiate al parapetto di via del Gigante, fra la gente che restava ferma da due ore, a guardare i visibili progressi dell’eruzione: Annina Casale aveva un occhialino, vedeva finanche fiammeggiare, un minuto solo, gli alberi, come un fiammifero che si accende, prima ancora che la lava li toccasse: Caterina Borrelli recitava sotto voce un brano degli Ultimi giorni di Pompei, di Bulwer Lytton; ma anche esse avevano un principio di costernazione nell’anima, la frase era ripetuta continuamente intorno a loro:

— La terza lava minaccia Napoli. —

In casa di uno zio ricco, sopra un balcone del vicolo d’Afflitto, in linea retta della via Santa Brigida, donde si scopriva tutto il Vesuvio, era la famiglia Malagrida, padre, madre, figliuola, con Arturo Ajello, fidanzato di [p. 186 modifica] Eugenia; erano andati da quello zio, come a uno spettacolo teatrale, per vedere la montagna: ma la grandiosità del fenomeno, tutto quel fuoco che si ripercuoteva nel cielo e nel mare, ed il senso del pericolo avevano colpito quella famiglia di persone grasse e felici. Eugenia tenendo stretta la mano del suo fidanzato, chinava il capo, come compresa di malinconìa, ed egli le parlava sottovoce, per incoraggiarla: pericolo non ve ne era, e poi, non vi era lui, che le voleva bene, molto, da molto tempo, fino dalla estate scorsa, fino dalla prima sera che l’aveva conosciuta? La grassona, a cui nessuno mai aveva detto così dolci cose, tremava, il viso ardeva, le pareva di avere addosso tutte le fiamme dell’eruzione, non sentiva più le parole che si mormoravano, fra i vecchi di casa Malagrida:

— La terza lava minaccia Napoli: sarebbe bene di esporre San Gennaro. —

Sul grande terrazzo dell’Hôtel de Rome, a Santa Lucia, che da sul mare, una folla di invitati si accalcava; il padrone dell’albergo, uomo pratico, voleva profittare della réclame, che la montagna gli faceva. Il contino Girace aveva procurato dei biglietti d’invito alle De Pasquale, al loro sèguito, e le ragazze si erano installate in un angolo, sfoggiando certi cappuccetti mefistofelici di velluto nero, foderati di rosso: ma non avevano più gusto a ridere, ed a chiacchierare; quell’incendio le imbambolava: invano Jacobucci, Laterza, Pietraroia, cercavano di fare la burletta e di dare delle spiegazioni scientifiche, esse non ascoltavano, bianche bianche sotto la molta cipria che portavan sul volto, con gli occhioni tristi pieni di [p. 187 modifica] malinconìa, non pensando più nè alla recita, nè all’amore. A un certo momento, mentre si diceva di quella immensa terza lava che, con passo sicuro, inflessibile, scendeva verso Napoli, Ida, tutta tremante, mormorò:

— Perchè non si espone San Gennaro? —

Le ragazze della musica, le due Fusco, Elisa Costa, Gelsomina Santoro erano riunite in casa del maestro Pantanella, che voleva far cantare loro un coro buffo: ma la casa del maestro era al Ponte di Chiaia, in su, con un balcone donde si scopriva tutto il golfo: dal pianoforte attorno al quale erano riunite, con altre ragazze, si vedeva il bagliore immenso dell’eruzione, esse non potevano cantare, erano continuamente distratte, volevano correre al balcone, attirate, affascinate. Cantarono: ma le voci morivano nella gola; le Fusco avevano una cugina a Resina, la Costa compativa quel povero don Giuseppe Froio, la cui vigna di Ottaiano era rovinata, lo avevano incontrato nel pomeriggio, pallido, commosso, con le lacrime agli occhi, seguito da donna Franceschina che piangeva. E Gelsomina Santoro, sentendo che vi era pericolo per Napoli, domandava a tutte:

— Ma perchè non si espongono le reliquie di San Gennaro? —

Le Galanti erano sulla riva del Chiatamone, presso l’albergo Washington, insieme con Maria Jovine: l’avevano strappata di casa, dove era in continue convulsioni, dicendole che, dopo tutto, era meglio vedere. La circondavano, mentre ella abbassava il capo, paurosa, nervosa; e sua madre cercava di rassicurarla, ecco, se il pericolo cresceva, sarebbero partite [p. 188 modifica] l’indomani per Roma, per Firenze, che diamine, non si era mica ai tempi di Pompei, si poteva scappare. Anche le Galanti erano un po’ impressionate, dicevano anche esse di volersene andare un po’ in campagna, non per paura, ma via, Napoli non era piacevole, con quelle montagne traboccanti lava da tutte le parti. Ed erano tanto immerse in quella contemplazione, che non badarono a dir male delle Altifreda che passavano in carrozza, lentamente, pel Chiatamone, andando verso la Riviera, godendosi tutta la eruzione.

Sopra una finestrella di Capodimonte, Annina Manetta si torturava di impazienza, aspettando, per poter uscire, Pasqualino Spano che non veniva; nel padiglione del Divino Amore era arrivato il Pungolo con le notizie. Enrichetta Caputo ch’era febbricitante quella sera, lo aveva letto, aveva dato un grido ed era svenuta. La madre e Ciccillo de Marco la soccorrevano: il gobbo aveva letto il giornale, impallidendo, pensando che ormai Enrichetta era sua, per riconoscenza; egli le aveva impedito, la sera prima, di salire sul Vesuvio, con coloro che erano venuti a prenderla. E in una villa di Posillipo, i due sposi innamorati, Peppino Sarnelli e la primogenita delle Cafaro, belli, ricchi, buoni, guardavano l’eruzione, abbracciati, non avendo paura, poichè nulla spaventa gli amanti che si abbracciano.

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Il Pungolo dava la prima lista delle vittime: Pasqualino Spano, studente in medicina, ritrovato il corpo.

Tommaso Vanacore — guida — ritrovato il corpo.

Guido Castelforte — anni 24 — dottore in medicina [p. 189 modifica] — ritrovato il corpo, abbracciato con quello della sua fidanzata.

Margherita Falco — di anni 18 — come sopra. (L’uno dovette voler morire per non lasciare l’altro).

Elvira Brown Castelforte — di anni 25 — andava più avanti di tutti, non fu ritrovato il corpo. Trovato un pezzo d’oro liquefatto: forse il serracollo d’oro. Supponesi coperta dalla lava.