Storia segreta/Note

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Appendice Storia segreta


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NOTE

ALLA STORIA SEGRETA


CAPO I.


I.° Svida intorno ad Antonina dice: Indi essa, già madre di molti figliuoli, fu moglie di Belisario, e ben tosto infame per adulterio. Tra i figli avuti dal primo marito fu Fozio, di cui Procopio parlerà in appresso. A Belisario non partorì che una figliuola sola, la quale ebbe nome Giovannina.

2.° Antonina fu grande confidente di Teodora, moglie di Giustiniano: fu patrizia di dignità, dama principale in Corte, e preposta al vestimento e all’ornato della Imperatrice. Usò accompagnare Belisario in tutte le sue spedizioni. Quando, navigando verso l’Africa l’armata, l’acqua che serviva a questa, si guastò, Antonina sola poté conservarla intatta, facendo coprire con sabbia le amfore di vetro che la contenevano. Andò a Costantinopoli, onde ottenere dall’Imperadore rinforzi per l’esercito che Belisario comandava in Italia, ove le cose della guerra volgevano a rovescio. Fu donna, come dice Procopio, di acuto ingegno, attissima a sviluppare ogni affare più implicato, e a condurlo a fine. Fu essa, che per far grazia a Teodora, trovò colle sue cabale modo di ruinare Giovanni cappadoce, già console, e prefetto del pretorio. Sopravvisse a Belisario; né morì che sotto il regno di Giustino II. Decrepita riedificò in Costantinopoli il tempio di s. Procopio, che un incendio avea [p. 210 modifica]consumato. Vigilanza, sorella di Giustiniano, fu quella, che le persuase tale opera, e quel tempio si denominò poi di Vigilanza. Così abbiamo dall’Autore della Origine della città di Bizanzio.

3.° Del giovine Teodosio, di cui qui e in appresso parla Procopio può riferirsi la particolarità dal N. A. accennata nel lib. i. della Guerra vandalica; ed é, che appena da Epifanio, patriarca di Costantinopoli, battezzato, fu condotto sulla nave pretoria di Belisario con molte sacre cerimonie e preci, onde con fausti auspizii l’armata veleggiasse alla spedizione d’ Africa, a cui Belisario andava. Le parole di Procopio sono le seguenti. Qua venne Epifanio, vescovo della capitale, e fatte, com’era conveniente, preghiere a Dio, fece entrare nella nave il Milite, che poco anzi ricevuto il battesimo erasi fatto cristiano. Altrove Procopio lo chiama maggiordomo di Belisario, che sì in Africa, che in Italia lo adoperò in gravissimi affari, essendo giovine di sveltissimo ingegno.

CAPO II.

I.° Questo Costantino era grande scudiere dell’Imperadore, uomo chiaro negli officii civili egualmente che nelle cose della guerra. Procopio narra negli altri libri le imprese di lui nella Dalmazia, nella Liburnia, in Ravenna, e in Salona. Nel lib. 3 della Guerra gotica trovasi quanto appartiene all’affare de’pugnali e di Presidio, del quale si parlerà in appresso. Dall’autore dell’Appendice alla cronica di Marcellino sappiamo che Belisario lo fece uccidere nella Campania.

2.° Ad intelligenza di ciò, che appartiene a papa Silverio, al quale qui si allude, giova sapere, che da quanto scrive Procopio viene giustificato il pontefice Vigilio, da Liberato cartaginese dichiarato colpevole della morte di esso Silverio. Le parole di Liberato sono le seguenti. Vigilio, onde non essere cacciato della sede (romana) scrisse a Belisario: Consegnami Silverio; altrimenti non posso fare quanto tu mi chiedi. Così Silverio fu dato in mano a due officiali di Vigilio, e a’ servi di lui; [p. 211 modifica]e tratto all’isola Palmaria da costoro, sotto la custodia di essi morì d’inedia. Ma qui Procopio chiaramente nomina il sicario, di cui Antonina si servì; e dice Silverio morto, non d’inedia, ma o di ferro, o d’altro mezzo violento. Ed era certamente Procopio meglio informato, perché egli allora trovavasi in Roma, e presso Antonina. D’altronde Liberato può supporsi di animo avverso a Vigilio, come lo furono a quel tempo gli Africani a cagione ch’egli avea confermato il quinto concilio di Costantinopoli riguardante i famosi tre capitoli.

CAPO III.

I.° Nel lib. i della Guerra gotica Procopio dice di Fozio: Giovine ancora di primo pelo, naturalmente pieno di prudenza e di valore oltre quanto gli desse l’età. Egli fece la sua prima campagna in Italia, e seguitò Belisario in Persia. Narra di lui Liberato cartaginese, che quando sua madre Antonina per compiacere alla imperatrice Teodora volle ruinare papa Silverio, si servì di lui, il quale andò a trovare quel pontefice, che stava ritirato nella basilica della Sabina, ed assicuratolo con giuramento lo condusse nel palazzo. Teofane chiama questo giovine Fotino; e vedremo poi perché.

2.° In quanto a Teodosio si nota l’essersi fatto tagliare la chioma, poiché era questo il più manifesto segno di ritirarsi dal mondo. Ond’é, che Niceforo costantinopolitano, nella storia de’ Monaci disertori, per dimostrare che s’erano dati di nuovo alla vita mondana, dice di essi, che di tosati s’erano mutati in chiomati, all’uso de’ laici.

CAPO IV.

I.° Direbbesi facilmente, che il personaggio principale delle Storie di Procopio è Belisario. Egli militò da prima sotto gli ordini di Giustiniano, mentre questi era comandante generale dell’esercito romano; e fu suo aiutante. Di poi insieme con Sitta [p. 212 modifica]ebbe il comando di alcune coorti contro i Persiani a difesa degl’Iberii. In appresso fu tribuno de’soldati in Dara; quindi comandante supremo dell’esercito romano in Oriente. In fine fu collo stesso grado spedito in Africa, e in Italia. Egli era di un luogo situato tra l’Illirio e la Tracia, chiamato Germania, onde alcuni credettero, che fosse germano di nazione: il che non sussiste. Di codesta Germania, di cui Belisario era originario, o in cui fors’anche era nato, trovasi fatta menzione presso varii scrittori, e spezialmente presso quelli, che hanno trattato de’vescovi orientali, apparendo che quelli che risedevano in quella città, erano insigniti del grado metropolitico.

2.° Non é a cercarsi il nome di Fozio ne’ fasti consolari; e nondimeno Belisario diceva il vero dicendogli: ti alzai alla dignità consolare. E’ dunque a sapersi, che usarono gl’Imperadori di dare per diploma questo titolo onorevole a parecchi; e ciò viene anche da Procopio accennato nel lib. 3 della Guerra gotica, ove accenna alcuno console di puro titolo. Ciò era stato indicato prima da Seneca, il quale dice di sé: mi fece console non ordinario. Siffatti consoli chiamavansi anche onorarii, o codicillarii: noi li diremmo di carta pecora. Nella Corte di Costantinopoli erano detti Ipati. Furono dunque consoli di tale maniera que’Dogi veneti, che veggiamo distinti col titolo d’ Ipati?

CAPO V.

I.° Perciò che spetta alla Storia di Giovanni cappadoce, valga l’Appendice, che abbiamo premessa a queste Note. Fu questi uomo scelleratissimo, caro al solo Giustiniano, e tanto male allevato, che non avea nella scuola appreso se non ad assai rozzamente formare le lettere dell’alfabeto. Contuttociò costui fu il ministro supremo della giustizia, ed arbitro sommo de’ giudizii. Cento e più costituzioni di Giustiniano sono indirizzate a lui col titolo: A Giovanni gloriosissimo prefetto per la seconda volta de’ sacri pretorii d’Oriente, e console, e patrizio.

2.° Ciò che qui é detto dell’altro motivo che l’esercito romano, condotto da Belisario, ebbe per dolersi dell’ [p. 213 modifica]abbandonamento del bagaglio, si riferisce alla malattia, che avea contratta, come Procopio stesso ha accennato nel lib. 2 della Guerra persiana.

3.° L’Areta, di cui qui si parla, fu figliuolo di Gabala, re de’Saraceni, da Giustiniano investito del comando di una divisione dell’esercito, ed in appresso onorato anche del titolo di comandante supremo. Costui però fece la guerra per lo più assai male, lasciando in dubbio se per ignoranza, o per fellonia.

CAPO VI.

I.° Di questo Andrea, vescovo di Efeso, non si sa se non che succedette ad Ipazio nel reggimento della Chiesa efesina dall’antichità riguardata come apostolica; che intervenne al quinto Concilio di Costantinopoli, e che con altri vescovi fu mandato a chiamare il pontefice Vigilio. A que’ tempi, in cui l’asilo sacro tenevasi per inviolabile, l’azione di quel vescovo dovette considerarsi come una empietà, massimamente poi se nacque da corruzione.

CAPO VII.

I.° I filologi mettono una grande importanza in sapere quale veramente fosse questo, che qui si è interpretato interno santuario del tempio. Svida lo chiama mensa che accoglie i sacri misterii. Questa equivarrebbe al cosi detto Sancta sanctorum. I padri greci con altro nome lo dicono Luogo del divino lavacro: cosi sarebbe il Battisterio. V’è chi il vocabolo usato da Procopio spiega per Ricettacolo d’acque inservienti alla celebrazione delle cose sacre. Se con questa espressione non s’intende il Battisterio, penerebbesi ad aggiungervi un significato, non conoscendosi nella celebrazione delle cose sacre altr’acqua che quella che si aggiunge al vino nella consecrazione eucaristica: nè per questa vuolsi un ricettacolo, in cui alcuno possa nascondersi. Gregorio Magno nomina questo luogo cloaca. Pare che il traduttore latino di questa Storia arcana abbia seguita questa idea chiamando il luogo, ove Fozio si rifugiò, emissarium. Io credo bastare alla intelligenza della cosa l’interpretazione mia, che sotto una espressione generica abbraccia ogn’indicazione che vogliasi. [p. 214 modifica]2.° Del rimanente la Storia prova ad esuberanza la empietà di Teodora in violare gli asili sacri. Anastasio nella vita di papa Vigilio riferisce le parole, con cui essa ordinò ad Antemio di arrestare quel pontefice: esse sono queste: Alla sola Basilica di s. Pietro abbi riguardo: chè se troverai Vigilio o in Laterano, o in Palazzo, o in qualunque chiesa, mettilo sopra una nave, e menalo a noi. Diversamente io ti farò scorticar vivo. Vigilio fu tratto dal tempio di s. Cecilia in Roma, e da quello di s. Eufemia in Calcedonia.

3.° La morte di Teodosio, e la riconciliazione di Belisario con Antonina, furono forse le cagioni, per le quali Teodora non pensò più a Fozio, che abbiamo veduto fatto monaco in Gerusalemme. E qui é da dire perché Teofane lo chiami Fotino, essendo questo il nuovo nome che assunse allora, secondo l’uso antico, che pur continua anche tra noi, quando uno dal secolo passa a qualche istituto religioso. Questo Fotino col tempo diventò abbate del monastero; e sotto il regno di Giustino II fu mandato commissario imperiale per pacificare le Chiese dell’Egitto, e di Alessandria.

4.° La malattia, onde allora trovossi Giustiniano in pericolo, fu un’ulcere alla vescica. Si credette guarito per miracolo attribuito a certo Sansone, patrizio romano, uomo, nel libro degli Edifizii dal N. A. chiamato pio, e che il Metafraste ha riguardato come santo nella vita che ne ha scritta. Si parlerà in appresso di altra malattia di Giustiniano.

5.° E perché la diceria nel campo sparsa a proposito della supposta morte di Giustiniano interessò tanto Teodora, che ne prese sì crudele vendetta? Procopio non lo spiega: ma s’intende facilmente. Non avendo essa figli, che potessero succedere al trono, presumevasi che quella donna, finissima d’ingegno, e d’altronde avidissima di dominare, avrebbe cercato di far inalzare all’Imperio uno, il quale sposandola le conservasse l’influenza avuta fino allora. Onde ogni pensiero, che a quel suo segreto si opponesse, era per esso lei un affare gravissimo. Guai dunque a chi avesse in alcun modo messa lingua in tal cosa! Teodora [p. 215 modifica]avrebbe facilmente temuto che l’esercito proclamasse un Imperadore, sulla cui nomina essa non avesse influito.

6.° Buze, su cui sì fieramente inveì Teodora, era uno dei più distinti comandanti dell’esercito. Egli era nato nella Tracia: Giustiniano lo avea mandato in addietro contro gli Armeni: poscia era stato dato compagno a Belisario nelle spedizioni in Oriente; e finalmente ne avea avuto il posto supremo, quando Belisario era stato spedito in Italia contra i Goti.

7.° Merita di essere osservato il passo di questo capo in cui si dice che ad istanza dell’Augusta (Belisario) venne tolto di carica dall’Imperadore, dato in sua vece il comando dell’esercito d’Oriente a Martino ec. Fra noi Pietro Crinito, e Rafaele volaterrano, fidati sopra un libro greco di nessuna autorità, dissero che Belisario ebbe gli occhi guasti, e fu ridotto a cercar la limosina. La quale favola é poi stata ripetuta tanto, che é diventata una specie di proverbio. Ma nulla v’ha di più falso. E ben dee credersi a Procopio, ch’era testimonio delle cose, che intorno a Belisario racconta. Lo stesso Tzete nella III Chiliade, dopo avere accennata quella favola, rettifica il fatto, dicendo: Altri cronologi però dicono non essere egli stato acciecato, ma bensì spogliato della sua dignità, e di tutti gli onori; e poscia restituito alla gloria primiera. Se cosi non fosse stato, Procopio non avrebbe avuto più a dir nulla di Belisario. Ond’è inutile domandare perché non avrebb’egli fatta menzione di quella particolarità, quando a proposito di Giovanni cappadoce nel lib. I della Guerra persiana dice che mentre veniva condotto al luogo di esiglio, dai satelliti fu obbligato a cercar per la strada da chi incontrava un pane, od un obolo.

8.° Per ciò che riguarda la distribuzione, che Giustiniano fece tra gli eunuchi del palazzo de’soldati di varie armi di Belisario, é bene sapere, che a quel tempo i supremi comandanti usavano arruolare a loro conto, e mantenere del proprio un numero di soldati. Belisario, per ciò che pare, n’ebbe più che altri; e nel lib. 3 della Guerra gotica il N. A. dice ch’egli somministrava di sua famiglia sette mila uomini a cavallo. [p. 216 modifica]
CAPO VIII.

I.° La figliuola, per la quale Anastasio veniva ad essere nipote di Teodora, era l’unico frutto del matrimonio di lei con Giustiniano. Avea essa desiderato alcun maschio, ma invano; e dicesi, che avendo per ottenerlo pregato il sant’uomo Saba ad intercederlo a lei da Dio, quegli ricusò risolutamente di aderire alle sue istanze. Ciò viene raccontato da Cirillo di Scitopoli, contemporaneo di Procopio. Costantino Manasse ha lasciato scritto, che Giustiniano non avea né figlie, né figli, né razza alcuna da succedergli; ma in ciò egli si é ingannato. Presso Fozio patriarca, autore della celebre Biblioteca, lo storico Teofane bizantino fa menzione di un Teodoro soprannominato Ziro, chiamandolo figliuolo di Giustiniano. Potrebbe darsi, dice l’Alemanno, che lo avesse avuto da altra donna dopo la morte di Teodora: questi fu un bastardo avuto in fatti dopo la morte di Teodora; nè era probabile che Teofane fosse stato indotto in errore, come altri, fra i quali, parlando de’ nostri, possiamo annoverare il Volaterrano mentovato di sopra, e il Panvino, i quali dissero Giustino II nipote di Giustiniano per parte di figlia, quando lo fu per parte di Vigilanza sua sorella. Del matrimonio di Giovannina con Anastasio si parlerà in appresso.

2.° La libertà colla quale Procopio parla in questo libro, non fa meraviglia, poiché, conforme egli ha premesso nella Introduzione, lo ha scritto appunto per poter dire liberamente quello, che avea dovuto per prudenza tacere negli altri. Ma deve far meraviglia quello che negli altri, e segnatamente nel 3.° della Guerra gotica, di Belisario e della sua seconda spedizione in Italia scrisse e divulgò vivente ancora quel Capitano. Eccone le parole. Belisario vergognosamente si partì per Costantinopoli, dopo che per cinque interi anni non avea mai potuto metter piede in Italia, nè avanzare verso alcun luogo con cammino sicuro; ma in tutto quel tempo si stette fuggendo come di nascosto, e da un presidio marittimo passando coll’armata ad un altro: per lo che con più sicurezza i nemici soggiogarono [p. 217 modifica]Roma, e tutti gli altri luoghi. Egli abbandonò Perugia, città principale della Tuscia, stretta di crudelissimo assedio, la quale poi fu presa mentr’egli veleggiava verso Costantinopoli.

3.° Nello stesso lib. 3.° della Guerra gotica, con espressioni simili a quelle, che usa qui, Procopio parla della condotta tenuta da Belisario con Erodiano; ed in quel libro si può vedere più ampiamente quanto riguarda il passaggio di Erodiano a Totila, e la consegna di Spoleto fatta da lui a quel re.

CAPO IX.

I.° E’ bene sapere chi fosse Vitaliano, zio di questo Giovanni. Ne parla il N. A. in appresso; ma ne ha parlato di più nel lib. i della Guerra persiana. Fu costui scita di nazione, e figliuolo di uno che si chiamò Patriciolo. Servì nella milizia, e fu tra i capitani dell’esercito di Anastasio. Però ribellossi a questo Imperadore tentando di detronizzarlo. Giunto all’Imperio Giustino lo chiamò presso di sè, e lo fece maestro della milizia, e di poi console. Sotto Giustino ebbe grande influenza negli affari, così che il papa Ormisda non dubitò di scrivere a lui sopra gravissimi affari ecclesiastici. Ma quando fu da Giustino chiamato per la guerra che avea fatta ad Anastasio, non fidandosi, chiesto avea sicurtà; e Giustiniano non solo gliel’assicurò a nome dell’Imperadore, ma gli giurò fede fraterna sulla Mensa sacra, ciò prendendo insieme l’Eucaristia, com’era allora il rito de’ Cristiani in simili circostanze. Quindi nacque che Giustiniano in varii incontri lo chiamò fratello: il che fece credere poi ad alcuni, che fossero fratelli di sangue Giustiniano e Vitaliano; e perciò poi Germano e Giovanni fossero per sangue nipoti di que’ due. Ora Giovanni, figlio di Vitaliano, iniziatosi nella milizia, era riuscito un valente capitano, della cui militare virtù Procopio parecchie volte negli altri libri parla con lode. Nell’anno undecimo della guerra gotica egli fu da Belisario spedito a Giustiniano per avere rinforzi; e deve credersi che in quel tempo appunto venisse con Germano in accordo pel [p. 218 modifica]matrimonio, di cui qui si parla. E Procopio, che qui accenna il matrimonio concertato bensì, ma non conchiuso, e mostra Teodora tanto risolutamente contraria al medesimo, altrove chiamandolo genero di Germano viene ad indicare che infine quel matrimonio ebbe effetto. Il che può credersi succeduto, dopo che Teodora fu morta.

2.° Germano poi, padre di Giustina sposata da Giovanni, essendo nipote di Giustiniano, dovea naturalmente essere odioso a sì cattiva ed ambiziosa donna, qual’era Teodora. A proposito del quale non occorre qui dire altro, se non che per ambiguità di vocabolo usato dagli Scrittori greci, anche molti latini l’hanno diversamente chiamato, chi per parte di fratello, chi per parte di sorella, nipote di Giustiniano. Procopio però lo ha sempre indicato col vocabolo, che lo esprime figlio del fratello, avendo egli con eguale costanza usato costantemente il vocabolo che esprime il figlio della sorella, quando si trattava di nipoti per parte di questa.

3.° Rispetto a quanto si dice, che Teodora avea sempre impedito che Germano facesse alcun matrimonio degno del grado suo, possiamo aggiungere che rimasto vedovo della prima moglie, Giustiniano gli fece sposare una donna caduta prigioniera di guerra, di nome Matasueta, la quale però era nata della nobilissima famiglia gota degli Amali, figliuola della regina Amalasunta, e stata moglie del re Vitige dalla quale ebbe un figlio, chiamato Germano il postumo. Da Passara, che avea sposata prima, avea avuti due maschi, uno Giustino e l’altro Giustiniano di nome, ed una femmina, e questa fu appunto Giustina, della quale qui si é parlato.

4.° Sollecitavasi Teodora a far seguire il matrimonio di suo nipote Anastasio, veggendosi minacciata di finire presto la vita; e si fa conto che l’attentato qui esposto succedesse pochi mesi prima ch’ella morisse. Il che coincide nell’anno vigesimo secondo del regno di Giustiniano, in cui appunto cade e la morte di quella Imperatrice, e la venuta a Costantinopoli di Antonina, e l’andata in Oriente di Belisario dopo l’infelice sua seconda guerra d’Italia. [p. 219 modifica]Teodora morì nel mese di giugno per un cancro che da molto tempo l’andava divorando.

CAPO X.

I.° Bisogna leggere il libro 2 della Guerra vandalica per intendere pienamente quanto qui in compendio Procopio accenna. Qui basti avvertire, che tre furono i figliuoli di Bacco, stati alla impresa dell’Africa; cioé Ciro, Sergio, e Solomone il juniore. Questi è l’assassino di Pegasio. L’altro Solomone, la cui morte contribuì a disanimare l’esercito, siccome sul principio del capo Procopio indica, fu zio di costoro, guerriero violentissimo, che dopo Belisario debellò i Mauritani. Nel libro medesimo è parlato di Giovanni figliuolo di Sisiniolo.

2.° Areobinto fu senatore, di famiglia nobilissima, e marito di Projetta, figlia di Vigilanza, sorella di Giustiniano. Questa Projetta, ucciso in Africa Areobinto, sposò Giovanni, figlio di Pompeo, pronipote dell’ imperadore Anastasio. Areobinto era stato prefetto urbano, e prefetto del pretorio.

CAPO XI.

I.° Mentre Procopio, Teofane, Teodoro il lettore, e Vittore Tunnense, contemporaneo di Procopio, dicono che Giustino fu dell’Illirio, varii altri lo dicono di Tracia. Nè si deve pensare che si contraddicano, perciocchè Bederina, città al cui territorio Giustino apparteneva, era situata sul confine di quelle due provincie. Zonara aggiunge che Giustino fu guardiano di armenti e bifolco. Poca era la differenza; nè parmi che questo punto di storia meriti le glosse che vi hanno fatto gli Eruditi. Ma perché gli Eruditi hanno il privilegio di dire anche le meno fondate cose, non si è per parte di alcuno di essi mancato di dire, ch’egli era della nobilissima famiglia Anicia; e ciò sull’autorità di antiche monete, nelle quali è detto Anicio di soprannome. Ma in altre è detto anche Flavio, e Flavia pure Lupicina, la quale è [p. 220 modifica]certo che fu schiava comperata. S’egli fosse stato di una di quelle famiglie, é chiaro che non avrebbe potuto essere dell’altra. L’adulazione fece tutto; e non lo prova il solo fatto di Giustino.

2.° Molto gli Eruditi hanno detto ancora intorno a Bederina, gli uni affermando, gli altri negando, che di questa stessa città fosse nativo Giustiniano, giacchè Procopio lo dice espressamente di Tauresio, o Taurisio. Queste incertezze nacquero spezialmente dal corrotto testo di Procopio. L’ Alemanno ha rischiarata la cosa riportando il testo, ch’egli tiene per emendatissimo, del Codice Vaticano. Nel libro 4 degli Edifizii ecco adunque come si legge: Presso i Dardani europei, i quali abitano oltre i confini degli Epidamnii vicino al forte chiamato Bederiana stà la città di Taurisio. Di essa é nato Giustiniano, principe riparatore del mondo. Egli la circondò con un muro di figura quadrangolare, e ad ogni angolo vi piantò una torre; e così fece che potesse chiamarsi Quadriturrita, Presso a quel luogo poi fabbricò una città nobilissima, la quale chiamò la Prima Giustiniana: così ricompensando la patria che lo avea nudrito. Con che, dice l’Alemanno, chiaramente distingue il luogo, in cui nacque, che fu Taurisio, e quello, in cui fu allevato, il quale era Bederina, o Bederiana, che vogliasi dire.

3.° Non credo che abbiasi a tacere come Giustino divenuto imperadore ricordossi de’compagni della sua prima fortuna, e li onorò. Da un passo di Teofane si vede che Zimarco, uno di quelli, e che vivea anche sotto il regno di Giustiniano, fu conte dell’Oriente, e spedito a frenare i Severiani, i quali erano insorti contro gli Ortodossi, e ne aveano fatta strage. Fu anche gran maggiordomo di Placidia.

4.° Non é detto nè da Procopio, nè da altri qual fosse il delitto, per cui Giustino dovea subire pena capitale. L’Alemanno, perché non si imputi Procopio di calunnia, riferisce il seguente passo, tolto da un Codice Vaticano de’ Collettanei degli Storici: = Quello scellerato negoziatore e treccone, Giovanni, era uno de’soldati, che seguivano Giustino capo della brigata. [p. 221 modifica]Costui, pregò Giustino che gli volesse concedere alcun poco denaro, promettendo non solamente di restituirglielo, ma eziandio di somministrare i viveri alla compagnia. Adunque portatosi pe’ villaggi, ne’ quali nemmeno sapevasi il nome di buoi, andava dicendo essere giunto colà per comprarne, e ne dimandava ripetutamente, e mostrava il denaro con che pagarli. I miseri villani che non erano in caso di dargliene, raccolta qualche somma, con essa a stento ottenevano che senza oltre molestarli s’andasse via di là. Allora colui andava dove non erano camelli; e colà diceva essere venuto per comperarne. Con questi artifizii strappava denaro da tutti, ed ingiustamente si procacciava viveri. Giustino poi aveasi caro colui, poiché senza spesa lautamente lo convitava.

5.° Fu certamente meraviglioso il modo con cui Giustino, reo, può giustamente dirsi, di concussione, venne liberato dalla pena meritata. Ma é singolare ancora, che stando a quanto scrissero Zonara, Cedreno, Efrem, simile ventura gli succedesse una seconda volta. Il fatto raccontato qui da Procopio dovette avvenire sul principio del regno di Anastasio, giacché fu a quel tempo che Giovanni Gibbo fu spedito contro gl’Isaurii. Sul fine del regno di quell’imperadore Giustino era già fatto patrizio, senatore, e conte de’ pretoriani. Raccontano adunque quei tre scrittori come dall’imperadore Anastasio Giustino fosse insieme con suo nipote Giustiniano fatto cacciar prigione per accusa data loro di ribellione; e che mentre Anastasio stava per farli morire entrambi, gli apparissero in sogno i ss. martiri Sergio e Bacco. sommamente venerati dai Dardani, e dagl’Illirii, i quali lo avvertissero a rispettare la vita di que’ due uomini, perché Giustino e i suoi parenti, sono le parole usate da Cedreno, erano per essere vasi dalla Provvidenza divina destinati a’ servire ai consigli di essa, e l’uno e l’altro a fare al suo tempo quanto Dio avesse ordinato. Ciò che v’ha di certo pel primo fatto, si é la dichiarazione ripetuta di Giovanni Gibbo: pel secondo v’ha la edificazione di un superbo tempio ad onore dei SS. Sergio e Bacco, fatta da Giustino e Giustiniano presso [p. 222 modifica]la città di Scodra sul fiume Barbenna, attestata da Teofane, precettore di Giustiniano. Potrebbe essere però, che per tutt’altra ragione quel tempio fosse stato inalzato; e forse si fosse inventato il fatto di Anastasio per coprire quello di Giovanni Gibbo. La ribellione, se rispetto a questa fu alcunché di vero, potea avere qualche cosa di generoso: la concussione era effetto di una vile avarizia. Era poi facile ne’ tempi de’nominati Scrittori prestar credenza a siffatte visioni. Ma se vuolsi ammettere il caso di Giovanni Gibbo, che col corredo di quanto in questa Storia narra Procopio spiega alle anime pie il flagello mandato agli uomini in Giustiniano per mezzo dello zio, che lo portò all’Imperio; caso, che quantunque straordinario, pur non é tale che non abbia qualche esempio ne’ segreti della umana fantasia; si stenterà assai ad ammettere il secondo, massimamente nel senso bugiardo di Cedreno. Ma di ciò basti.

6.° Il passo che riguarda l’ignoranza di Giustino sì grande che non sapeva nemmeno formare le lettere dell’alfabeto, ricorda un errore intruso nella edizione di Svida in Milano diretta dal Calcondila, nella quale corse il nome di Giustiniano in vece di Giustino, come tutti i Codici di Svida, che sono nella Biblioteca vaticana, portano. Il che è qui detto per far vedere onde nascesse l’opinione dell’ Alciati, del Budeo, e forse di altri, i quali attribuirono a Giustiniano l’illetteratura, che Procopio dice essere stata propria di Giustino.

7.° Diremo piuttosto del questore Proclo, il quale regnando Giustino il N. A. accenna essere stato il maneggiatore di tutti gli affari pubblici. Il che viene confermato da un epigramma scolpito a piedi di una statua a lui eretta in Costantinopoli. Fu egli figliuolo di Paolo bizantino, e giureconsulto eccellentissimo, uomo giusto ed incorrotto. Narrasi di lui, che essendo Giustino disposto ad adottare Cosroe, figliuolo di Cabada, re di Persia, lo distolse da tal pensiero, facendogli sentire che così l’Imperio de’ Romani sarebbe passato a’ Persiani con tutte le funeste conseguenze che ne sarebbero derivate. Bisogna dire che questo Proclo non vivesse che pochi anni del regno di Giustino, [p. 223 modifica]poichè veggiamo in appresso Giustiniano alla testa degli affari. Procopio, che qui apertamente parla della stolidità di Giustino, la quale servì sì bene alla elevazione di Giustiniano, viene ad accennare la cosa con maggiore riservatezza nel libro i della Guerra vandalica, dicendo: Non era ancora giunto all’amministrazione dell’Imperio Giustiniano, ma però la esercitava con sovrana autorità, poichè Giustino, suo zio, era di decrepita età, ed onninamente inetto agli affari.

8.° Altri Scrittori hanno chiamata Eufemia la moglie di Giustino; e con ragione, perché divenuta imperatrice prese quel nome, come di altre mogli d’Imperadori greci si legge. Vittore Tunnense nella sua Cronaca dice: La moglie di Giustino chiamavasi Lupicina, la quale i Costantinopolitani poscia dissero Eufemia. Noi dobbiamo crederla donna di buon senso, poiché seppe opporsi costantemente a Giustiniano, come altrove Procopio dichiara, nel vituperoso suo pensiero di sposare Teodora.

CAPO XII.

I.° Questo Amanzio da Marcellino viene chiamato preposto del palazzo, da Evagrio è detto prefetto della camera dell’Imperadore. Narrasi che siccome essendo eunuco non poteva aspirare al trono imperiale, avea cercato che pervenisse all’imperio Teocrito, suo famigliare: che perciò come reo di ribellione fosse fatto mettere a morte da Giustino; ed è lo stesso che dire da Giustiniano, reggente le cose tutte, giacché lo zio decrepito ed inetto, non faceva nulla da sè. Marcellino attribuisce la morte di Amanzio all’essere manicheo, onde dai Tirii fu chiamato ribelle alla Trinità, e dai Costantinopolitani fu detto Zunama, nome di un manicheo famosissimo. Perché adunque Procopio attribuisce la cagione della sua morte a qualche indiscreta parola contro il patriarca Giovanni? L’Alemanno dice che forse si prese questo pretesto. Ma non ve n’era bisogno dacché o come cospiratore, o come eretico manicheo, era manifestamente reo di delitto capitale. Piuttosto direi, che la troppo differente [p. 224 modifica]cagione, che gli altri Scrittori hanno addotta; prova l’incertezza del titolo; e che è più da credere a Procopio, come meglio informato. Ed ha ben espresso il vero motivo, positivamente affermando non esservene stato alcun altro.

2.° Di Vitaliano si è parlato di sopra. Teofane, interessato a scemare i misfatti di Giustiniano, ha detto che il popolo di Costantinopoli fu quello che trucidò Vitaliano, pei molti, che quando prese le armi contro Anastasio avea uccisi. Ma che quel popolo volesse anzi bene a Vitaliano, e lo bramasse imperadore, lo comprovano le acclamazioni fattegli di viva Vitaliano patrizio molti anni! Molti anni a Vitaliano ortodosso! come riferisce Epifanio di Tiro. Teofane é poi anche contraddetto da Vittore Tunnense contemporaneo, il quale apertamente dice: Vitaliano dentro il palazzo, nel luogo, che i Greci chiamano il delfico, dicesi ucciso dalla fazione di Giustiniano patrizio. E se così dicevasi, come Teofane non travolse il fatto? Sembra poi manifesta nel carattere di Giustiniano la cagione di questa perfidia. Vitaliano era maestro della milizia; e morto lui Giustiniano fu designato capitano delle romane legioni. Per assumere questo sì importante comando avea bisogno che Vitaliano non vivesse.

3.° Erano assai antiche nell’Imperio le fazioni de’ Veneti e de’ Prasini. Questi distinguevansi col color verde: quelli col ceruleo. L’origine loro é riferita ne’ Collettanei citati di sopra. Ivi leggesi: Enomao fu il primo ad inventare i colori de’ Circensi, coi quali volle rappresentare quasi il contrasto della terra e del mare. Si gittavano le sorti: quegli a cui toccava di far le veci della terra combattendo, vestiva l’abito verde: e vestiva il ceruleo quegli che faceva le veci del mare. Questo combattimento fu da Enomao stabilito pel giorno ventiquattresimo di marzo. Se avesse vinto il color verde, tutti speravano la fertilità della terra: Se il ceruleo, aveasi fede che il mare sarebbe stato tranquillo per la navigazione. Delle sedizioni di queste due fazioni parlano ampiamente Evagrio, Marcellino, Teofane e Zonara. De’ Veneti, e de’ Prasini si fa menzione, siccome vedremo altrove da chi scrisse di Caligola e di Vitellio. [p. 225 modifica]4.° Non é Procopio solo, che riferisca i tanti delitti di queste due fazioni. Veggasi la descrizione che ne fa Gregorio Nazianzeno in tempi, ne’ quali non aveano il favore imperiale. E a quanto il N. A. dice della donna che si annegò per sottrarsi alla violenza de’ faziosi, può aggiungersi il fatto a Giustiniano rappresentato dai Vescovi della seconda Siria. Pietro di Apamea della fazione veneta stuprò la moglie di certo Psefa, la quale, dicono que’ Vescovi, non avendo potuto sottrarsi alla cupidigia di quello scellerato, un tragico rimedio usò contro l’infamia sua e del marito; e fu che si diede da sé stessa la morte.

5.° In quanto poi alle largizioni a que’ faziosi fatte da Giustiniano, Evagrio ne significa manifestamente il fine: ad oggetto, dic’egli, che di bel meriggio in mezzo della città potessero impunemente trucidare i loro avversarii; né perciò avessero a temere gastigo, ma anzi a rendersi degni di premii. Per la quale licenza si manifestamente accordata nasceva che non solamente venissero presi ed uccisi i supposti avversarii, ma ingiuriati e coperti di villanie e contumelie i Principi, Teodora Augusta e Giustiniano medesimo dalla più vile canaglia. Il che é ciò, a cui Procopio allude; ed é confermato dalla Cronaca Alessandrina. In essa si legge: Quindi dopo molti vituperii lanciatisi tra i due partiti, de’ Veneti e de’ Prasini, l’uno contro l’altro, e contro lo stesso Imperadore, i Prasini partironsi dal circo, lasciando colà allo spettacolo l’Imperadore, e i Veneti. Ma ciò sarà confermato anche meglio in appresso colla testimonianza di Teofane.

6.° Certo è intanto che, quantunque fosse d’altronde dalla natura fornito di svelto ingegno, tollerando tanti insulti personali non mostrò che una specie di stolidità, per la quale meritò d’essere assomigliato all’animal vile, che qui Procopio nomina. Né creda alcuno, che sì abbietta denominazione sia opera del N. A.: essa fu lo sfogo pubblico de’ Prasini in teatro, siccome attestano i Fasti Siculi, dicendo: altri gridarono: spergiuri, o Gaudare; vocabolo popolare greco, che equivale ad asino.

7.° Questa ultima parte del cap. XII, può considerarsi come [p. 226 modifica]una specie di riassunto dell’A. a cui egli è stato condotto dal confronto tra Giustino e Giustiniano. Siccome poi delle cose qui accennate tanto intorno alle sue profusioni ai Barbari, quanto intorno alle sue fabbriche, Procopio parla anche altrove, noi qui non aggiungeremo alcuna osservazione, ad altro luogo riserbando quanto su tali argomenti occorra dire.

CAPO XIII.

I.° Nella chiesa di s. Vitale in Ravenna havvi un superbo musaico rappresentante Giustiniano, che poco, o nulla si discosta da quanto e qui ed altrove Procopio dice di lui. Con Procopio pure consentono e Cedreno, e i Fasti Siculi. Ciò, che di particolare può osservarsi nel N. A. si è il caso che racconta della statua di Domiziano. Svetonio dopo aver detto che il senato fece pubblicamente levare tutti i titoli di quell’abbominato Imperadore, e ne volle abolita la memoria, in quanto alla sepoltura sua aggiunge che il cadavere di lui fu fatto seppellire da Fillide, sua nudrice, in una propria villetta suburbana sulla via latina, trasportato colà da becchini con una bara popolare. Di Domizia poi, sua moglie, non altro dicesi da quanti storici, latini e greci, parlarono di quell’Imperadore, se non che essa fu consapevole della cospirazione, per la quale quell’Imperadore venne tolto di vita, presumendosi che egli avesse deliberato di far morire anche lei, come parecchi altri. Nel racconto di Svetonio non v’è nulla, che si riferisca al fatto dal N. A. accennato: ma nemmeno v’è nulla che Io contraddica. Fillide poté farne trasportare il cadavere dopo che gli artefici ebbero fatto l’occorrente all’arte loro per servire Domizia. Io confesso però, che Svetonio sarebbe stato assai smemorato, se dopo aver detto che tutti i monumenti di Domiziano per ordine del senato erano stati tolti di mezzo, e la memoria di lui per pubblico decreto abolita, rimanendo in Roma in luogo pubblico una statua di quell’Imperadore, non avesse pensato a notarne l’eccezione. Quelli, che non hanno a Svetonio pienissima fede, possono per avventura diminuire alcun [p. - modifica] [p. - modifica] [p. 227 modifica]poco la forza della mia considerazione. Essi poi daranno tutta la forza alla considerazione seguente. Procopio, uomo di assai fino ingegno, e di giusto criterio, stato assai tempo in Roma, afferma che al suo tempo sussisteva quella statua, o ne indica il preciso luogo; e dicendo che ne rappresentava non solo la figura, ma anche la fortuna, viene a dimostrare che v’era pure unita una iscrizione. Se si fosse riportato al detto altrui, potrebbe essere stato ingannato. Ma riportavasi a’ suoi occhi. Ed è egli l’uomo che ne’ suoi libri della Guerra gotica tratto tratto descrive non solamente le mura, le porte, le cloache, le strade, gli edifizii di quella capitale del mondo romano, ma ancora le cose di essa più antiche; e se disse il vero parlando della statua del bue di Mirone, perché non avrà detto il vero parlando di questa di Domiziano?

2.° Più grave è l’argomento de’ vizii, che Procopio appone a Giustiniano; ed è giusto vedere s’egli abbia esagerato.

Del suo procedere bugiardo n’è prova il pubblico improperio allegato di sopra, e tolto dai Fasti Siculi: Spergiuri, Asino.

Dell’ardentissima sete dell’oro ne fa fede Evagrio, ove dice: In Giustiniano tanto insaziabile fu la bramosia del denaro, e sì turpe l’appetito suo per la roba altrui, che per l’amore dell’oro vendé tutti i beni de’sudditi a quelli che tenevano le magistrature, a quelli che raccoglievano i tributi, a quelli che senza ragione alcuna volevano attentare all’altrui vita. Poco diversamente parla Zonara. Avendo sempre bisogno di denaro, sono le sue parole, cercò di accumolarne con mezzi poco onesti; ed ebbe gratissimi coloro che gli suggerivano e modi di raccoglierne. Aggiungasi il fatto raccontato da Gregorio turonese. Certa Giuliana Anicia udendo come Giustiniano era fatto, avendole chiesto una grossa somma d’oro, la diede agli artefici dicendo: andate, e fattene tante lamine secondo la misura delle travi, ornatene la cappella del b. martire Polieutte, onde quest’oro sia salvo dalle mani di codesto avaro Imperadore.

Del genio sanguinario di Giustiniano, Teofane stesso, suo [p. 228 modifica]biografo, ne somministra la prova, riferendo le pubbliche grida de’Prasini, e del popolo di Costantinopoli: Avesse voluto Dio, che mai non fosse nato Sabbazio, chè certamente non avrebbe avuto te sanguinario! Simile fu il giudizio di papa Agapito. Io desiderai di venire dall’imperadore Giustiniano, e trovai invece Diocleziano. Simile fu quello di papa Vigilio. Non mi fecero venire a sè Giustiniano, e Teodora. ... per quello che io comprendo; ma oggi veggo che trovai Diocleziano ed Eleuteria.

Della pazza munificenza di Giustiniano, oltre Evagrio e Zonara, abbiamo Marcellino, e Teofane, che la comprovano. Ecco le parole di Marcellino, alludendo al primo consolato di lui: Giustiniano console solennizzò questo famosissimo suo consolato con una munificenza superiore a quella di tutti i consoli orientali. Imperciocchè spese dugento ottantotto mila soldi in oro in largizioni al popolo, in ispettacoli, ossia in macchine per gli spettacoli; e nell’anfiteatro espose venti lioni, trenta pardi, ed altre fiere. Nel circo espose numerosi cavalli, tutti ben bardati, che poi regalò agli Aurighi. Del suo secondo consolato parlando Teofane, dice: L’Imperadore diede al popolo il congiario, e fu sì munifico, che simile nol diede mai alcun altro Imperadore in pari occasione.

In altro luogo si parlerà delle sue profusioni ai Barbari.

CAPO XIV.

I.° Chi crederebbe mai che in calce di una Cronaca assai rinomata presso gli Eruditi, la Cassinense, si dichiarasse Teodora nata della nobilissima romana famiglia Anicia; si dicesse del sangue di uno de’ primarii patrizii romani, Tertullo; e di più nipote del martire s. Placido? Eppure così è scritto in certe lettere di un Pseudo-Gordiano unite a quella Cronaca. E’ facile immaginare, che Teodora pervenuta a tant’altezza di fortuna non avrebbe dimenticate le sue sorelle; e che l’opinione pubblica non agendo posto alcun ostacolo alla vergognosa esaltazione [p. 229 modifica]di lei, non sarebbe mancato chi si onorasse degli obbrobrii di Giustiniano. Non tutte si sono conservate le memorie riguardanti la fortuna delle sorelle di Teodora. Non si sa cosa accadesse della minore di esse, Anastasia, né a chi fosse data in isposa. Di Comitona però sappiamo, e ce lo dice Teofane, che l’Imperadore creò supremo comandante dell’esercito dell’Armenia Sitta, uomo bellicoso e valorosissimo, e gli diede in moglie Comitona, sorella di Teodora Augusta. Così quel biografo. Ma é incerto, se Sofia, moglie di Giustino II, fosse figliuola di Comitona, o di Anastasia, poiché non viene indicata da Vittore Tunnense che come nipote di Teodora. Cosi perfettamente ignorasi, se fossero di Anastasia, o di Comitona figli, Giovanni, che fu console onorario, e Giorgio, curatore dello spedale di Marina.

3.° Il Pseudo-Gordiano volle nobilitare Teodora: Aimoino nella sua opera delle Imprese de’ Franchi raccolse ogni diceria sparsa intorno a quella donna, e ad Antonina; e ne fece un romanzo. Ecco un passo suo. Giustiniano e Belisario, dic’egli, un certo giorno con alcuni loro coetanei andati in un lupanare veggono due donnette della stirpe delle Amazzoni, già schiave, ed ivi prostituite. Essi le traggono di là, e se le menano a casa. Una di esse avea nome Teodora, l’altra Antonina. Giustiniano sposò Teodora, e Antonina fu sposata da Belisario. Così si scriveva la storia allora!!

3.° Teodora, che Procopio dice essersi acerbamente condotta colle sue compagne di mestiere mentre era nella prima condizione, dovette pur vederne di buon occhio qualcheduna. Osserviamo infatti che due n’ebbe care, e le chiamò presso di sé in corte: queste furono Grisomalla, e Indara. Non é perita la memoria di ogni particolar caso di Teodora prima della sua elevazione. L’Autore delle Antichità di Costantinopoli racconta, che Teodora moglie del grande Giustiniano, dopo il suo ritorno di Paflagonia, abitò nell’Embolo, (porticato in città) ove per la povertà in cui era, filava la lana, di tal modo sostenendosi. Quando poi pervenne all’Imperio, essa in quell’abbietta [p. 230 modifica]casa fabbricò il tempio di s. Pantaleone. Dall’ Embolo, in cui dimoravano, le prostitute furono chiamate embolarie, come dal fornice de’ portici furono dette fomicarie.

4.° Se a Teodora imperadrice fosse stato permesso favorire una delle due fazioni, non potrebbesi attribuirle a colpa il favore da lei accordato ai Veneti. Era forse questo un compenso al benefizio avuto nella sua prima età, quando i Prasini cacciarono d’impiego sua madre, e la famiglia, siccome Procopio ha narrato. Ma quale scusa potrebbe avere Giustiniano, imitatore soltanto di cattivi Imperadori? Caligola, secondo che narra Dione, fu pei Prasini: Vitellio, dice Svetonio, ammazzò alcuni della plebe, i quali aveano dette ingiurie ai Veneti, credendo che avessero avuto lui di mira, che proteggeva quella fazione. Cosroe beffò assai bene Giustiniano, poiché trovandosi in Apamea, ed avendo inteso che l’imperadore Giustiniano pazzamente favoriva ai Veneti, egli si mostrò del partito contrario, e voleva che si desse la vittoria al colore prasino.

5.° Si é detto, che l’imperadrice Eufemia, quantunque nata di bassa condizione, erasi finché visse opposta al matrimonio di Giustiniano con Teodora; ma é giusto aggiungere che vi si oppose anche la madre di lui, di nome Bigleniza: e che ne morì di dolore quando vide il figlio a dispetto di lei coprirsi di tanta ignominia. Rimane a considerarsi che queste due donne furono quelle, le quali in tale occasione dimostrarono sentimento di onore. Non é poi attendibile quanto in contrario si legge in Aimoino, di sopra citato. Quel fatto, dic’egli, fu dal popolo, e da tutto il senato, veduto con orrore a segno che tutti gridarono nefanda cosa avere fatto l’Augusto unendosi in matrimonio con donna sì infamemente svigliaccata. Di che chiamandosi Cesare altamente punto, ordinò che la più parte dei senatori fosse posta a morte. E ciò spaventò tanto il popolo, che ognuno temendo per sé stesso, in appresso non si pensò più a menomamente opporsi agli attentati di lui. Aimoino non poteva di queste cose essere più informato di Procopio; ed egli scrisse sulla presunzione di ciò che poteva essere, non sulla verità di quello che veramente era stato. [p. 231 modifica]6.° Il N. A. dicendo espressamente che niuno de’ Vescovi alzò la voce sopra quell’obbrobrio, direttamente volle pungere Epifanio, allora patriarca di Costantinopoli, il quale, non solo impose le mani a Giustiniano e a Teodora, secondo che comportava l’uso, nella solenne loro inaugurazione all’Imperio, come Cirillo di Scitopoli spiega; ma è da credere che facesse anche la cerimonia delle nozze.

7.° Non posso poi convenire coll’Alemanno sul senso, in cui cerca d’intendere le parole di Procopio, niuno tra i Vescovi mostrò di rimanere dolente, veggendosi di doverla (Teodora) chiamare Signora, quasi quel titolo stesse male in bocca de’ Vescovi, non semplicemente perché si trattasse di darlo a sì abbietta donna, ma assolutamente e in generale, come se mal si addicesse al carattere degli ecclesiastici. Il qual suo pensiero più chiaramente risulta dal fatto che egli loda, di quel Leonzio, vescovo ariano, il quale chiamato dalla imperatrice Eusebia, moglie di Costanzo, con non più udita petulanza le scrisse: Se vuoi che io venga da te, verrovvi; ma quando tu voglia ricevermi colla riverenza che si deve ad un Vescovo. Tu adunque al por piede che io faccia sull’uscio della camera, discendendo dall’alto tuo soglio mi verrai incontro riverentemente, e abbasserai sotto le mie mani la testa per ricevere la mia benedizione: indi io sederommi, e tu vereconda ti starai ritta in piedi, né ti sederai se non quando, fattone segno, io tel comanderò. Se queste condizioni ti piacciono, io verrò a te: se altramente, non potrai tu nè dare, nè fare sperar tanto che c’induca a violare, posposto l’onore conveniente ai Vescovi, l’istituzione divina del sacerdozio. Si è già da molti osservato, che questi furono i semi, onde in appresso il clero si distaccò dallo Stato. Ma Gregorio Magno non ebbe difficoltà di chiamare costantemente suoi Signori Maurizio imperadore, e Costanza Augusta, sua moglie; nè fu il solo. A Costantino Augusto scriveva papa Agatone: Vi prego come se fossi personalmente prostrato innanzi a voi, e a vostri piedi steso. Essi intendevano che nel rispetto politico erano, e dovean mostrarsi i [p. 232 modifica]primi sudditi di chi avea l’Imperio. Rendevano a Cesare ciò che era di Cesare. Così i Vescovi dell’Oriente doveano e tenere, e riverire, e chiamare per Signori Giustiniano e Teodora, aventi l’Imperio, qualunque fosse l’abuso che costoro ne facessero, o le particolari loro indegnissime qualità.

8.° Parecchie erano le leggi antiche riguardanti il matrimonio de’senatori; ma cospicua sopra tutte quella di Costantino, il quale in un rescritto a Gregorio così si era espresso. I senatori, o prefetti, o quelli che nella città godono la dignità di Duumviri, o quelli che sono condecorati degli ornamenti del sacerdozio, cioè della Fenimarchia, o Siriarchia, a noi piace che subiscano la macchia d’infamia, e sieno fuori delle leggi romane o per proprio giudizio, o per virtù del nostro rescritto, se abbiano voluto avere come legittimi figli nati loro da ancella, a da figlia di ancella, se da liberta, o figlia di liberta, se da scenica, o figlia di scenica, se da taverniera o figlia di taverniera, o da vile, ad abbietta persona, o da figlia di lenone o arenario, o che pubblicamente presedette a’ mercimonii. Fu questa legge, che Giustiniano fece abolire a Giustino; e allora per la prima volta si udì nel mondo romano come venivano approvate le nozze di senatori con persone abbiette. Ma è da osservarsi, che la nuova legge di Giustino non parla che delle donne sceniche: cosi portando il caso di Giustiniano e di Teodora. Nell’appendice, che apporremo a queste Note, si vedrà la legge di Giustino, e se ne osserverà il tuono ipocrita, dettatura manifestissima di Giustiniano.

9.° E quella legge e le nozze precedettero di poco la proclamazione di Giustiniano in Imperadore. L’epoca di essa è annunciata da Marcellino di questa maniera. L’anno CXCVII dalla edificazione della regia città, Giustino imperadore, Giustiniano suo nipote per parte di sorella, già dianzi da lui dichiarato nobilissimo, creò partecipe del suo regno, e successore nel medesimo. Più specificatamente si annuncia su di ciò Evagrio. Egli dice: Avendo Giustino regnato otto anni, nove mesi e tre giorni, prese a collega nell’imperio Giustiniano, [p. 233 modifica]figliuolo di sua sorella, il quale fu dichiarato Cesare il primo giorno del mese Xantico, vale a dire il dì delle calende di aprile.

10.° Egli è ben giusto presumere, che di poco buona voglia fosse veduto dall’universale assicurato il trono a Giustiniano, essendo palese a tutti il suo carattere, l’abuso che fino allora avea fatto del potere, l’infamia delle sue nozze, e l’indole perversa di Teodora. Perciò, se Cirillo di Scitopoli dice che la elevazione di Giustiniano seguì coll’approvazione di tutto il senato, è da credere che non alludesse se non se ad una clausula di formalità, la quale nessuno ignora quale senso in molti incontri essa abbia. Ben dee far senso un passo di Vittore Tunnense, il quale dicendo che Giustino creò Giustiniano a supplicazione de’ senatori Cesare, aggiunge, che quell’imperadore fece tale cosa contro la propria volontà.

11.° Notando Procopio, che l’atto dell’adozione seguì il Giovedì santo, in cui, secondo il rito della chiesa greca, non è permesso augurar nè salute, nè pace ad alcuno, ha, giusta la opinione di que’ tempi, voluto indicare il mal augurio, onde quella funzione fu accompagnata, per le tante guerre, congiure, pestilenze, tremuoti, ed altri malanni sofferti sotto il regno di Giustiniano. Anche il Rituale latino alcuna cosa serba di quell’uso, in quanto nella Messa di quel giorno, quantunque celebrata con solennità in memoria della istituzione della Eucaristia, non dà la pace; ed inoltre si spogliano gli altari, si coprono le immagini, e si legano le campane per non suonarle più che nel sabbato susseguente. Del rimanente un passo di Teofane dimostra, che se l’atto dell’adozione seguì il Giovedì santo, Giustiniano e Teodora vennero nella nuova loro dignità salutati dal popolo il dì di Pasqua.

CAPO XV.

I.° Quello che qui dice Procopio della bellezza di Teodora, non é il tutto. Parlando nel lib. i degli Edifizii di una statua [p. 234 modifica]dai Costantinopolitani eretta a quella Imperatrice, si spiega la più risoluta maniera. Ecco le sue parole. È dessa invero (quella statua) l’immagine di una eccellente figura, ma è lontanissima dal riferire la bellezza dell’Augusta, perciocchè artifizio umano non può gli avvenenti tratti di lei nè dichiarare con parole, nè in simulacro esprimere. Leggonsi nell’ Antologia greca due epigrammi di Paolo Silenziario, illustre poeta vivente sotto il regno di Giustiniano, che parlano della bellezza di una Teodora, la quale comunemente si crede essere stata la moglie di questo Imperadore. Se può starsi al ritratto, che anche oggidì si vede in s. Vitale di Ravenna, calcolata la difficoltà dell’arte in quei tempi, è facile presumere, che e Procopio, e quanti parlarono di quella donna non esagerassero punto.

3.° Che Giustiniano e Teodora governassero in comune, egli medesimo lo ha attestato nella Novella ottava, dicendo: Tutte queste cose meditando, e sulle medesime ancora prendendo a parte della risoluzione quella che da Dio ci è stata conceduta piissima consorte. Perciò ebbe ragione Zonara di dire, che niente meno dell’Imperadore poteva la moglie, se per avventura non poteva di più. Quindi venne che coloro, i quali assumevano il governo delle provincie, o i magistrati, giuravano pubblicamente nelle mani dell’uno e dell’altra; all’uno e all’altra si dichiaravano debitori della ottenuta dignità; e d’entrambi si chiamavano servitori. Quando Belisario ne’ due suoi trionfi condusse a Costantinopoli il re de’ Vandali, Gelimero, e Vitige, re de’ Goti, li presentò solennemente a Giustiniano e a Teodora, sedenti sul medesimo trono. Procopio fa menzione nel libro i degli Edifizii del quadro in mosaico che di quel fatto Giustiniano fece fare. Nel quadro di mezzo, dic’egli, stanno l’Imperadore e Teodora Augusta in atto di tripudio e di esultanza pe’ vinti re de’ Vandali e de’Goti, che prigionieri vengono trionfalmente presentati ad essi. Così i nomi di entrambi erano sempre uniti nelle pubbliche iscrizioni. Cedreno riporta quella che fu posta al famoso tempio di s. Sofia; e l’ Alemanno ne ha pubblicata una trovata ne’ MSS. Vaticani, la [p. 235 modifica]quale fu posta da Giustiniano nel templo di s. Sergio, da lui edificato nel luogo, in cui era la casa abitata da esso mentre non era ancora se non che patrizio.

3.° Per rispetto alle cose cristiane, Giustiniano fu detto Conciliare, perché teneva dal partito degli aderenti al concilio calcedonese. Al contrario Teodora fu sempre segreta nemica di quel Concilio. Così afferma chiaramente Evagrio, aggiungendo queste parole: Sia dunque che così veramente sentissero, sia che appostatamente tra loro si accordassero a comparire differenti di sentimento, niuno cedeva all’altro. Le quistioni, che tra i Cristiani allora si agitavano, riducevansi a quattro, due delle quali erano insorte sotto gl’imperadori Zenone ed Anastasio, e due sotto Giustiniano medesimo. Le prime due erano, se il Concilio calcedonese si dovesse o no porre ne’ dittici, e se si dovesse o no rigettare l’aggiunta fatta al Trisagio. Le due seconde tendevano a sapere, se si dovesse condannare o no i tre capitoli proposti da Giustiniano, e se il corpo di Cristo fosse o no soggetto a corruzione.

4.° L’Alciato, ed altri giureconsulti ampiamente hanno dimostrato con quanta leggerezza Giustiniano mutasse le leggi dell’imperio. Che abrogasse le forme de’magistrati, lo confessa egli medesimo, e se ne vanta in parecchie delle sue Novelle. Nella 29 leggesi: Magistrati introdotti da noi, e in più ampia forma costituiti. Nella 192 dice: i proconsoli, i pretori, e moderatori, e la maestà di tali antichi nomi é stata da noi istituita. Nell’Editto IV dichiara espressamente, che di molte maniere egli contro l’antica consuetudine mutò quanto credé dell’interesse della Repubblica. A’ magistrati urbani aggiunse poi l’ inquisitore, e il pretore della plebe: di che Procopio parlerà in appresso. Molti volle che si chiamassero giustinianei; e nell’Appendice, di cui abbiamo parlato di sopra, vedrassi a quante cose applicò il suo nome. Nel che fin dove la vanità sua giungesse può conoscersi anche da questo, che levò da una superba colonna una statua d’argento di Teodosio il grande, e vi fece collocare in cambio una sua equestre, siccome abbiamo da Zonara. Fu [p. 236 modifica]vanità sua pur quella di darsi il nome di alemannico, di gotico, di francico, di germanico, di àntico, di alanico, di vandalico, di africano, come se di tutte quelle nazioni avesse trionfato, quando in vece a parecchie pagò tributo, le altre non vinse giammai. Ond’é che piccato di tale superbia Teodeberto, re de’ Franchi, mosse i Longobardi ed altri popoli a far guerra a quell’Imperadore, siccome narra Agazia. Cosroe ruinandone quanto poté a varie riprese le provincie orientali, a que’ vani titoli, di cui mal soffrì la pompa, scrivendogli, altri più pomposi ne assunse egli per sé medesimo, come abbiamo in Menandro protettore, onde rintuzzare il fasto di lui. Fu vanità, che tanto denaro gli fece consumare in una moltitudine di fabbriche, per le quali diceva di avere oscurata la gloria di tutti gl’Imperadori e Re stati prima di esso. Ma giunse al colmo quando finita che fu quella del tempio di s. Sofia, gridò di aver vinto Salomone; e fu vanità impudente l’aver fatta collocare in faccia a quel tempio la statua di quel re, in aria mesta, e colle mani afferrantesi le guance, come dolente che per l’ampiezza e bellezza di quel nuovo tempio il suo fosse stato superato. Abbiamo di ciò l’attestazione dell’Autore delle Origini di Costantinopoli.

5.° Qui ed altrove Procopio parla dell’oro profuso da Giustiniano ai Barbari, o consumato in fabbriche. Lo stesso é asserito da altri. Efrem nella sua Cronaca dice: masse d’infinito denaro d’oro e d’argento, in qualunque modo accumolati, cotidianamente gittò prodigo o ai Barbari, o in edifizii. Agazia, testimonio di vista, scrive: Il soldato di Zabergane diceva che non sarebbesi partito (di Costantinopoli) se prima non avesse avuto molto denaro, egualmente che il Curtigure. Laonde l’Imperadore tant’oro mandò agli uni e agli altri, quanto crede bastante perché fermata la pace se ne andassero dalle provincie invase.

6.° Dell’aizzare tra loro i Barbari, e metterli in guerra, che di Giustiniano qui narra Procopio, può vedersi ciò che nei Collettanei ne scrive Giovanni Antiocheno. Calcolando Giustiniano quanto spendevasi in tanta moltitudine di soldati, [p. 237 modifica]giudicò meglio essere con pochi doni eccitare tra loro i capi dei Barbari, che assai più denaro spendere in un esercito impiegato contro di loro, e avere il pensiero di una guerra viva. Intendeva di fare con ciò, che eglino stessi di propria mano si distruggessero. Fece dunque così cogli Unni che abitano sull’altra sponda dell’Istro. Imperciocchè scrisse ad uno dei loro capi: Mandai doni a quello de’ vostri che ha altissima fama; e come tu sei quello che io reputo superiore a tutti, a te li destinai spezialmente. Ora che intendo che un altro per violenza se li appropriò, dicendosi il maggiore di tutti, sarà tua cura il dimostrare quanto sii dappiù di tutti gli altri. Ripigliati dunque ciò che ti é stato tolto; e di colui prenditi la vendetta che ti conviene: che se nol fai, sarà chiaro presso tutti ch’egli vale più di te. E sappi intanto, che in tal caso noi saremmo a lui favorevoli; e tu sarai inoltre privato di ogni altro nostro dono. L’Unno udito questo si mise tosto in guerra co’suoi connazionali; e per tale maniera quella stirpe a forza di lunghe ed intestine guerre rimase distrutta. Ciò che fece cogli Unni, lo fece pure coi capi di altri Barbari. Il che, se fosse politica generosa, od inumana viltà, altri il diranno. Procopio ha esposto francamente l’opinione sua; nè alcun uomo dabbene dissentirà per certo da lui. Fa poi meraviglia, che nei libri stessi di Storia, che presentò da leggere a Giustiniano non dissimulasse questa stolta sua munificenza coi Barbari. Nel lib. 8 dice: Gli Unni dall’Imperadore ricevono ogni anno amplissimi doni, quantunque venuti al di qua dell’Istro continuamente scorrano sulle sue provincie, sempre alleati, e sempre nemici de’ Romani. Così in tutto il tempo del regnar tuo fu solito fare Giustiniano; e singolarmente poi quando cominciò a diventar vecchio. Agazia ne fa speziale menzione. Nell’ultimo periodo della sua vita, dic’egli, Giustiniano apertamente mostrò abborrimento ad ogni pensiero che lo affaticasse, preferendo più volentieri l’attizzare da una parte tra loro i nemici, e dall’altra il respingerli a forza di denaro, che fidare nella potenza dell’Imperio, ed esporsi a qualunque cimento: [p. 238 modifica]condotta questa chiarissimamente riputata per quella ch’essa era in sostanza da Menandro con queste significantissime parole: coi quali (Barbari) era munificentissimo contro quanto conveniva.

7.° Ma ciò, che accresce a tanta viltà maggiore turpitudine, si é il vederlo largheggiare in munificenza con que’ Barbari giunti a tal petulanza da’ domandare il premio delle rapine fatte nelle loro scorrerie. E l’ottennero. I Barbari, dice Agazia, riportarono in dono oro, come se fossimo noi che li avessimo derubati. E per questo aspramente s’irritò il popolo di Costantinopoli, che pubblicamente inveì contro l’Imperadore. Così amministrando Giustiniano l’imperio, chi meraviglierassi, se furonvi provincie più e più volte devastate? Basta ricordare quanto ebbe in que’ tempi a patire la sola città di Roma. Sessant’anni dopo ch’essa era stata presa da Odoacre, fu ricuperata da Belisario e la Storia parla chiaro abbastanza per comprendere che nello stato in cui essa e l’Italia trovavansi dopo il regno di Teodorico, fu per entrambe un vero flagello l’essere venuto Belisario a restituirle all’Imperio. Totila ripigliò Roma; e per la resistenza che gl’Imperiali vi fecero, quando un anno dopo v’entrò Belisario la trovò distrutta, e vuota di gente. L’avea Belisario ristaurata alcun poco; e Totila se ne insignorì ancora, e vi mise presidio. Non ritornò all’Imperio che quando Narsete ebbe debellato Totila. Gran parte d’Italia soffrì eguali vicende. Che diremmo di altre provincie e città massimamente dell’Oriente? Ma l’argomento principale del discorso di Procopio qui riguarda le profusioni di denaro fatte da Giustiniano coi Barbari.

8.° La pace con Cosroe costò tanto, che nel lib. 1 della Guerra persiana chiaramente Procopio dice avere Giustiniano fatto tributario de’ Persiani il romano Imperio. Giustino II, successore di lui, prese a far loro la guerra per lavare il nome romano di quell’obbrobrio. Lo attesta Giovanni Epifaniense scrittore di que’ tempi. Ecco le sue parole. L’imperadore Giustino ricusava di pagare ogni anno ai Persiani cinquecento libbre d’oro, al qual patto sotto Giustiniano si era stabilita una tregua; e ciò perché la repubblica romana non rimanesse perpetuamente tributaria di quella nazione. [p. 239 modifica]9.° Non meno vergognoso fu l’accordo, che Giustiniano fece cogli Avari, come può argomentarsi dal tuono che tennero gli ambasciadori di que’ Barbari andati a Costantinopoli. Menandro ne ha lasciate scritte le loro proposizioni arroganti; e Corrippo da vil cortigiano dà lode a Giustiniano per avervi aderito.


CAPO XVI.

I.° Teofane dice che a tutti quelli nel suo Editto compresi Giustiniano accordò tre mesi di tempo per abbandonare le loro sette religiose. Ciò è facile a credersi. Ma non parmi facile ad intendersi il passo, in cui dice, che levò agli Eretici tutte le loro chiese, e le diede agli Ortodossi, eccettuate quelle degli Ariani Essacioniti. Vuol egli dire, che le destinò ad altri usi, o le fece demolire, o le vendette? Questa interpretazione non si conforma nè allo spirito, nè al complesso del discorso di quello scrittore. Vuol egli dire, che eccettuò dal suo Editto gli Ariani Essacioniti? Erano questi una congrega di persone nobilissime, la quale gli Eruditi non ci hanno detto ancora, per quanto io sappia, nè come fosse formata, nè che speziale oggetto avesse, ma che si sa che sussisteva da assai lungo tempo. Di fatti è noto per la Cronaca Alessandrina che v’era appartenuto Teodorico prima della sua spedizione in Italia, giacchè quel Principe avea passata la sua gioventù in Costantinopoli. Ora non é egli manifesto, che lungi dall’aspettarsi gli Essacioniti da Giustiniano una tale eccezione, i titoli loro in ispezialita convenivano anzi al fine, che quell’Imperadore s’avea proposto Intollerante, sanguinario, e cupidissimo di ogni avere, egli che con ogni genere d’insidie ardentemente aggravava la mano sopra gli uomini del più alto grado, che motivo poteva avere mai per la eccezione supposta? Teofane non ne adduce veruno; e la Storia non supplisce in nissuna maniera al silenzio di lui.

2.° Del resto non deve far meraviglia quanto qui Procopio accenna delle prodigiose ricchezze delle chiese ariane, ove ricordisi essere stata la setta d’Ario estesa a segno, che s. Girolamo [p. 240 modifica]ebbe a dire che tutto il mondo era divenuto ariano. Per lo che, quantunque contro di codesta setta a varie riprese si fossero eccitate persecuzioni, nè fuvvene mai una sì universale, come questa di Giustiniano, nè alcuna di esse ebbe per principalissimo oggetto, come questa, la confiscazione di ogni sostanza, che o alla setta, o a’ particolari settarii appartenesse. Leggendosi la Storia facilmente si comprende che l’antico furore esercitato contra gli Ariani s’era in appresso rivolto contro d’altri settarii successivamente insorti. In Efeso si era gridato contro di Eusebio vescovo di Dorileo: prendi Eusebio, ed abbrucialo. - Ch’egli arda vivo! - Che sia tagliato per mezzo! e venga diviso siccome divise. L’Autore della Origine di Costantinopoli dice, che nella chiesa di s. Mocio, edificata da Costantino, e poscia occupata dagli Ariani, moltissimi furono trucidati al tempo del gran Giustiniano. Il che coincide con ciò, che Procopio ha detto.

3.° Non sono da confondersi colla legge, della quale qui si parla, altre Costituzioni fatte da Giustiniano contro i Samaritani. In queste viene loro ordinato, come agli altri settarii, di abbandonare la loro religione, comminato a chi ciò non facesse, tra le altre cose, che non avrebbe potuto lasciare i suoi beni né a’ parenti, né a’ figli: per lo che si alzarono nella Palestina i tumulti, che Procopio qui accenna. Una posteriore fu fatta ad istanza di s. Saba, deputato all’Imperadore dai Cristiani della Palestina per cercar rimedio ai danni loro inferiti dai Samaritani; e la sostanza della Costituzione fu, che si chiudessero le sinagoghe de’ Samaritani; che si rimovessero da gualunque officio dell’amministrazione pubblica; che non trasmettessero a’ loro (figli, e parenti) eredità alcuna, nemmeno a titolo di donazione; e che i principali tra loro, e i sediziosi si uccidessero. Con una terza rivocò questa seconda ad istanza di Sergio, vescovo di Cesarea, il quale naturalmente dovette accorgersi, che siffatte leggi non sono atte che ad accrescere i disordini.

4.° Che molti di que’ Samaritani per salvarsi dagli effetti della legge, di cui qui si tratta, si facessero cristiani senza altra [p. 241 modifica]vocazione che quella del terrore, lo comprova anche una Novella di Giustino II, nella quale si legge: Alcuni di costoro giunsero a tanta malizia, che anche dopo essere stati ammessi al salutare battesimo, di nuovo ritornarono al male, onde s’eran ritratti, e lo stesso rito seguirono de’ Samaritani, e dallo stesso furore si videro agitati. La Cronaca alessandrina aggiunge. Alcuni di loro presi da paura, cedendo alla urgente necessità si fecero cristiani: i quali furono ammessi al sacro fonte, ed oggi seguono l’una religione e l’altra: mentendo colle apparenze astutamente e perfidamente di essere cristiani, onde evitare la severità de’ Governatori. Quando poi trovano magistrati avari, e in fatto di religione rilassati, sono samaritani, odiatori acerrimi de’ cristiani; e vivono come se non conoscessero punto Cristo; e corrompono con denaro i procuratori delle provincie, onde sieno a’ Samaritani favorevoli.

4.° La natura del caso, in cui questi Samaritani per le accennate leggi furon messi, spiega facilmente la ribellione in cui si posero. Due distinte epoche però vengono dagli Scrittori indicate. Teofane la pone nell’anno secondo di Giustiniano: la Cronaca alessandrina la pone nell’anno quarto. Non é ben chiaro chi fra questi due fissi il preciso e vero tempo. La Cronaca suddetta nota, che avendosi i Samaritani creato un Re, e Cesare, fu loro mandato contro con esercito Ireneo, comandante della Pentadia, il quale ne uccise molti. Ma Teofane parla di un’altra ribellione de’medesimi e de’ Giudei, seguita in Cesarea l’anno vigesimo nono del regno di Giustiniano; i quali, dic’ egli, ad imitazione de’Prasini e de’Veneti diedero addosso ai Cristiani di quella città, ne ammazzarono molti, ne abbruciarono le chiese, e Stefano prefetto della città uccisero nel pretorio, e tutte le sue robe portarono via. La moglie di questo si recò a Costantinopoli dall’Imperadore a dar querela del fatto; e l’Imperadore ordinò ad Adamanzio, maestro della milizia, di recarsi in Palestina, e di far processo della uccisione di Stefano ec.

5.° E’ curiosa l’audacia di questo Giuliano (il Re e Cesare, dai [p. 242 modifica]Samaritani proclamato), il quale si appropriò tutti i titoli, e per fino il nome di Giustiniano. Se ne ha il documento nell’Editto vii. Colui adunque dicevasi: Imperadore Cesare Flavio Giustiniano, Alemanno, Gotico, Francico, Germanico, Anto, Alano, Vandalico, Africano, Pio, Felice, clito, Vittorioso, Trionfatore, sempre Augusto, Giuliano. Ma ciò non é tutto. Costui assunse anche il titolo di Messia, e si annunciò come un grande Conquistatore, il quale alla testa della sua nazione dovea colle armi distruggere tutto il popolo cristiano.

6.° Ha cercato l’Alemanno di diminuire l’odiosità, di cui Procopio carica Giustiniano, ove dice che senza alcun senso di umanità ordinò la riscossione dei tributi soliti, niun riguardo avendo alle devastazioni sofferte per tanti tumulti. Ma dopo avere allegata in contrario l’autorità di Cirillo di Scitopoli, che dice nella provincia detta la Palestina Prima, ove la sedizione de’Samaritani avea fatto maggiori ruine, essersi fatta remissione di un dodici per cento; aggiunge, che in Scitopoli, ove i danni sofferti erano stati minori, i Vescovi, i quali aveano avuto l’incarico di fissare la minorazione del tributo, aveanla ridotta all’uno per cento; che tali minorazioni erano fissate pe’ soli Ecclesiastici, e da Giustiniano negate risolutamente a tutti gli altri, pe’ quali pare che si fosse con gran calore adoperato presso di lui il sant’uomo Saba; e conclude che anche la minorazione del tredici per cento al clero, considerata la moltitudine delle chiese e de’ monasteri della Palestina, e i disastri calamitosi in quel paese sofferti, diveniva cosa ridicola. Egli medesimo adunque giustifica Procopio nel tempo stesso in cui avea creduto che avesse alquanto esagerato.

7.° Veggiamo ora quanto sia veridico Procopio per ciò che riguarda i Gentili. Teofane scrive che nell’anno terzo del suo regno Giustiniano imperadore fece una grande persecuzione contro i Gentili, e tutti gli Eretici, e ne confiscò le sostanze. E chi erano questi Gentili? Non i soli poveri abitanti di lontani villaggi, ma bensì i primarii uomini della Corte imperiale; ed Esichio, Teofane, Svida, e Procopio nostro altrove, nominano [p. 243 modifica]tra questi Triboniano questore, Tommaso maestro degli officii, Giovanni prefetto del pretorio, e Foca maestro della milizia, tutti da Giustiniano preposti alla compilazione del Codice, e tutti trattati come rei della superstizione pagana. A questi Teofane aggiunge Asclepiodoto prefetto de’ pretoriani, Macedonio referendario, e Pegasio patrizio di Eliopoli. È ben da presumere, che non fossero questi soli attaccati all’antica religione; e si è già veduto che in quella religione era nato e cresciuto Teodosio tenuto a battesimo da Belisario e da Teodora. È poi notabile che tra quelli, i quali vennero, come dice Procopio, sorpresi mentre celebravano i riti del paganesimo, fuvvi un Severo, da Teodora amato appassionatamente. Il che si raccoglie da una lettera scritta da certi monaci a Menna.

8.° Qui, come al cap. xv, Procopio promette di narrare quanto Giustiniano avea fatto contro i Cristiani Ortodossi. L’udremo fare la promessa medesima al cap. xxviii, ed ivi diremo ciò che a tale argomento appartiene. Seguiamolo intanto in ciò di che qui tratta.

9.° Al ragionamento, che Procopio fa sulle esecuzioni da Giustiniano ordinate contro i colpevoli del perverso vizio, del quale é proposito, può opportunamente servire di glossa ciò che Teodoreto riferisce di Costantino il grande. Diceva quell’Imperadore, che avrebbe del suo paludamento coperto quel vescovo, il quale egli vedesse stuprare la moglie altrui, onde non ne avessero scandalo quelli che potessero imbattersi in sì nefando spettacolo. Ed è tanto opportuno questo passo di Teodoreto, in quanto sappiamo da Teofane, come nel secondo anno del suo regno Giustiniano fu mosso a promulgare la legge, a cui Procopio allude. Ecco le parole di Teofane. In quest’anno Isaia vescovo di Rodi, ed Alessandro, vescovo di Diospoli nella Tracia, furono deposti dal loro grado, convinti d’essere corruttori di maschi, e dall’Imperadore severamente puniti. Imperciocchè fatte loro tagliare le parti virili, vennero condotti per tutta la città; e un araldo gridava: Voi, che siete vescovi, imparate a non disonorare dignità sì reverenda. Per lo [p. 244 modifica]che l’Imperadore contro i libidinosi promulgò leggi severe, e molti furono puniti capitalmente. Parlando Teofane di severità non rileva il giusto giudizio di Procopio sulla indecenza della pena. Cedreno aggiunge una esasperazione peggiore, dicendo che ad altri fece inserire acute canne entro il canale dell’uretra; ed abbiamo da Zonara, che ad uno, il quale gli rappresentava quanto ciò fosse detestabile, Giustiniano rispose: se costoro avessero commesso un sacrilegio, non s’ avrebbe dovuto tagliar loro le mani?

10.° Del rapire le sostanze de’Senatori per qualunque titolo, altrove ancora Procopio ha parlato. Rispetto al farsi Giustiniano erede con falsi documenti e pretesti, noi qui aggiungeremo soltanto il seguente passo di Agazia, che parla di Anatolio, curatore della casa imperiale, e che fu principale strumento di questo genere d’infami rapine: Uomo ingiustissimo costui, dice questo Scrittore, il quale di moltissimi portò via i beni, spesso attaccando o carta di titoli, o pezzi di porpora alle case dei ricchi; e predicando il loro animo benevolo verso Cesare, di questa maniera rubò ogni cosa, sfacciatamente violando, ed abolendo le volontà dei defunti, e calpestando le leggi, le quali vogliono che i figliuoli adiscano in eredita le sostanze paterne. Ed è a notarsi, che nella Novella 28 Giustiniano dichiarò a nissuno essere lecito attaccar titoli agli altrui fondi o case; questa essendo prerogativa del fisco, delle case imperiali, nostre e della piissima Augusta! ! Oltre Anatolio, fu di queste iniquità ministro non meno scellerato certo patrizio Elerio di nome, il quale, dice Evagrio, non omettendo alcun genere di calunnia, vivi e morti spogliò delle loro sostanze in nome della Corte imperiale, a cui, regnando Giustiniano, fu preposto.

11.° Seguono i nomi di alcune più distinte persone state vittime delle rapine di Giustiniano. Taziano fu ricchissimo uomo, e maestro degli officii, a cui veggonsi indirizzati rescritti sì da Giustino, che da Giustiniano medesimo. Demostene fu prefetto del pretono sotto entrambi questi Imperadori. Non si sa chi fosse Ilara. Basilio, e Giovanni suo figliuolo furono sì ricchi, [p. 245 modifica]che spesso vennero dati per ostaggi ne’ trattati di tregua ai Barbari, e volentieri da questi accettati. Basilio era stato in tale qualità dall’imperadore Anastasio messo in mano de’ Persiani, e Belisario consegnò loro allo stesso titolo Giovanni.

12.° Alla geografia antica appartiene la notizia, che Procopio nel lib. i della Guerra persiana ci dà della origine di Dara, ove qui dice essere stato trasportato il denaro che servir dovea al riscatto di Giovanni, e che Giustiniano si appropriò. Anastasio imperadore, dic’egli, di Dara, grosso e forte borgo della Mesopotamia sui confini de’ Persiani e de’ Romani, fece una città dal suo nome chiamandola Anastasiopoli, ed avendola cinta di mura, ed ornata di chiese, di granai, di cisterne, e di baluardi e torri, le diede i privilegii, che le città distinguono. Vuolsi, che traesse il nome dal re Dario, ivi sconfitto interamente da Alessandro il Macedone. Questo è ciò che dice Evagrio; ma noi possiamo dubitarne.

13.° Della sedizione de’ Vittoriati diffusamente parla Procopio nel lib. i della Guerra persiana ove dice, che per essa perirono in Costantinopoli trenta mila persone. Nell’Appendice che apporremo a questa Storia segreta, si riporterà un tratto di Teofane, dal quale si vedrà da che lieve scintilla venisse sì terribile incendio; e vedrassi qual fosse allora lo stato dell’Imperio, quali i costumi di Giustiniano, quale la licenza del circo, e del teatro: cose da Teofane dedotte da pubblici monumenti. Qui accenneremo soltanto essersi questa sedizione chiamata de’ Vittoriati dalla parola vinci, che fu presa per indice di convegno da quelli della fazione. In greco questa parola fu nika, la quale è l’equivalente del vinci nostro, o del vince latino. Al passo di Evagrio, che nell’Appendice si è premesso alla descrizione di Teofane, vengono dietro le seguenti parole: Altra volta Giustiniano, mutata affezione e parte, uccise gli uomini che prima avea favoriti, e diede in poter delle leggi anche coloro, ai quali innanzi avea all’uso de’ Barbari permesso di commettere nelle città ogni empio delitto. Termina poi soggiungendo. Ma per esporre in particolare queste cose nè ho tempo conveniente [p. 246 modifica]né forza: e quanto ne dissi potrà bastare per comprendere tutti gli altri suoi misfatti.

14.° Procopio, uno de’ principali personaggi dello Stato per l’eminenti cariche sostenute, e come dagli scritti suoi può ognuno vedere, dotto uomo, e di giusto criterio, non poteva non lasciar sentire l’interno commovimento, ond’era compreso, riferendo sì lunga serie di opere scellerate. Giudicando coi principii nostri parrà forse superstizioso ed insano, quando così seriamente dice a lui, e ai primarii uomini dell’Imperio, Giustiniano e Teodora essere apparsi, anzi che umane creature perverse, veri demonii. Ma poche osservazioni basteranno a farci vedere a che un simile modo di esprimersi si attenesse. Diremo primieramente, che de’ Sirii e de’ Palestini fu comune uso paragonare ai demonii gli uomini singolarmente iniqui. Ne abbiamo la prova negli Atti degli Apostoli, dove il Mago vien detto figliuolo del Diavolo: e nel Vangelo di s. Giovanni, ove riferisce che i Giudei dicevano di Cristo ch’egli era indemoniato, ed ove Cristo medesimo parlando di Giuda cogli Apostoli dice: uno di voi é il Diavolo. In secondo luogo veggiamo questa espressione medesima usata da Sinesio, il quale chiama in una delle sue Lettere Andronico Marzio demonio, di calamità insaziabile; e in un’altra. . . . de’ quali anche il più crudele dei demonii avrebbe avuta pietà; ma eccettuo Toante, e Andronico, i quali soli sono demonii implacabili. Non deve adunque far meraviglia, che tenesse Procopio in simile intendimento il linguaggio medesimo. In quanto a Teodora piace riferir qui un passo di Teofilo nella vita di Giustiniano, il quale spiega alquanto più estesamente perché la madre di Giustiniano si fosse, come altrove abbiamo detto, opposta al matrimonio di lui con quella donna. Teofilo dice così: Giustiniano sposò Teodora, giovine egregia, quantunque la madre di lui Bigleniza vi si apponesse, perciocché essa temeva l’indole di quella giovane, altronde acutissima e cultissima, ma d’ingegno troppo leggiero ed arrogante, come quella che potesse nuocere alla fortuna, e alla pietà del figlio. Molto più che certa vecchia indovina a [p. 247 modifica]Bigleniza che l’avea consultata, col mezzo delle sorti avea prodotto che Teodora sarebbe stata pel romano Imperio una Demonodora, e la rettitudine di Giustiniano avrebbe storta.

15.° Una donna barbara di nazione, qual’era Bigleniza, la quale, essendo sorella di Giustino, non potea avere avuta alcuna educazione liberale, non è da stupire, se dava fede a visioni di una immaginazione alimentata dai pregiudizii di una profonda ignoranza. Intorno poi a’Camerieri, de’quali parla Procopio é inutile cercare se superstizione, ignoranza, o simile cosa li traesse ai racconti riferiti, o se la troppo nota tristizie del loro Signore sorprendesse la loro fantasia. Il fatto del santo Monaco, che Evagrio chiama Sozimo, e dice essere stato spedito dalla Licia, non ha bisogno di singolare spiegazione.

16.° Di Sabbazio, marito di Bigleniza, e padre di Giustiniano non altro ci si é tramandato che il nome; ed é cosa naturale, poiché la sorella di un bifolco, o guardiano d’armenti, non poteva sposare che un uomo di condizione prossimo a lei. L’elevazione di Giustino mise in evidenza questa famiglia; e uomini insensati, o adulatori, scrissero che in quella razza villana dell’Illirio correva il saugue degli Anicii!! Nell’Appendice esporremo la genealogia di Giustino, e di Giustiniano.

CAPO XVII.

1.° Lungo commento vorrebbero i seguenti passi, ne’quali Procopio va brevemente esponendo le massime, le abitudini, il carattere in somma di questo tristissimo Imperadore, che quattrocento anni dopo ch’era morto, trovò in Giovanni, figliuolo di Calcedonio, e patriarca di Costantinopoli, un uomo preso da tale delirio, che lo pose sul ruolo de’ Santi. Avea prima trovato adulatore infame Triboniano; e ciò che di costui accenna Procopio, viene confermato da Esichio, il quale chiaramente dice: Triboniano adulando l’imperadore Giustiniano cercava di persuaderlo che non sarebbe morto, ma bensì assunto in cielo; poiché, aggiunge Esichio, Triboniano era gentile ed ateo. Ciò, [p. 248 modifica]dice Procopio, Triboniano asseriva riguardando alla singolare pietà di lui. Quello che pe’ suoi malvagi fini col labbro dicesse Triboniano, mentre tutt’altro certamente in cuor suo dovea sentire, non può fare sorpresa ad alcuno. Ben può farne l’impudente ipocrisia di Giustiniano, che dappertutto parlava di codesta sua pietà. In proposito di che ci limiteremo a riferire il discorso, che da lui Innocenzo, vescovo di Maronia, scrive avere udito colle proprie orecchie. Sono entrato, diceva Giustiniano, nell’oratorio del glorioso Arcangelo Michele, . . . ed ho pregato Iddio così: Se debbono unirsi a noi nella cognizione della verità, pungili, onde presto v’acconsentano .... E voi, (diceva ai Vescovi, ai quali parlava) voi vedeste con quante ragionevoli proposizioni e pacifiche, da noi con tutta la mansuetudine e pazienza espresse, il reverendissimo vescovo Filosseno rimase persuaso. Ipocrita furberia direbbesi questa: ma stolidità dirà ognuno quel suo appropriarsi gloria di pietà, traendone il titolo da Antonino, il quale, dic’egli nella Novella 78, dalla pietà trovò il nome, e dal quale lo splendore del nome medesimo giunse a noi. Ma della sua pietà, in quanto alle largizioni fatte alle chiese, parla giustamente Evagrio. Era sivveramente prodigo, e tanto, che altre infinite opere fece, pie per certo ed accette a Dio, quando però ed egli, e gli altri che fanno tali cose, le eseguiscano co’ loro proprii beni, e possano offerirle a Dio vuote di ogni macchia di scelleraggine. Così non era di Giustiniano.

2.° Procopio dice che sotto il regno di Giustiniano non si ebbe veruna ferma opinione, o fede di Dio, veruno diritto stabile, verun patto, od altra cosa costante. Per ciò che riguarda la credenza religiosa, non solamente presero maggior voga le sette, che prima del tempo di lui sussistevano, non ostanti i suoi editti, ma sotto i suoi occhi molte ne nacquero, come quelle de’ Monoteliti, de’ Severiani, de’ Teodosiani, dei Gaianiti, degli Agnoeti, de’ Teopaschiti, degli Aftanodociti. A questo proposito dice Vittore Tunnense, che Teodosio Sica tutto quasi il palazzo, e la massima parte della capitale avea [p. 249 modifica]macchiati della sua perfidia; cioè de’ suoi errori. E con ciò eransi poi fatte quasi tutte le eresie ardite a segno che non solo i Teodosianiti, ma eziandio i Gaianiti aveano piantati monasterii ed oratorii presso la stessa regia città. In quanto a lui, da prima era stato Eutichiano: poi diventò Aftartodocita, e morì tale dopo avere pubblicato un editto per istabilire quell’errore. Dal primo si era ritratto dopo molte dispute col papa Agapito; e cacciò in esiglio Eutichio, patriarca di Costantinopoli, che voleva ritrarlo dal secondo.

3.° Riguardo alla instabilità del diritto, o vogliamo dire delle leggi, non v’è bisogno di ricorrere a testimonii di altri Scrittori, per giustificare Procopio: basta consultare le Costituzioni di Giustiniano medesimo. Della sua incostanza ne’ patti, parla bastantemente la Storia.

4.° L’amministrazione della giustizia, per tutto ciò che in questo libro leggesi, ognuno può vedere quale fosse sotto Giustiniano; ma nemmeno le forme stabilite volle egli conservare. Perciò leggiamo anche in Teofane, che la plebe in pieno teatro glie ne fece alti rimproveri. Abbiamo, o Imperadore, una lite: veniamo qui ad esporla tutta, giacchè non veggiamo rimasta dignità alcuna nè di Curia, nè di Repubblica. E altrove: Palazzo, o Curia, non sappiamo ove sieno. Con che volevasi per avventura notare che Giustiniano avea tratti nel luogo di suo soggiorno i tribunali de’Prefetti del pretorio, e dei Questori, la residenza de’ Giudici, gli officii dei Referendarii, i banchi, e gli archivii de’ notai, onde aver tutto in suo arbitrio. Ciò risulta dal lib. i degli Edifizii, e da Agazia.

5.° Della poca cura, ch’egli ebbe della Maestà imperiale, basterà, fra le molte cose che potrebbonsi allegare, un fatto solo, da Procopio accennato nel lib. 2 della Guerra persiana, che pur diede da leggere a Giustiniano medesimo. Giustiniano, dic’egli, accolse e trattò Isdegune, ambasciadore di Cosroe, con tale cortesia ed onore, che mai di simil guisa accolto e trattato non avea alcun altro. Imperciocchè quando lo convitava, seco lui voleva che alla stessa tavola gli sedesse appresso [p. 250 modifica]Braducione, compagno ed interprete dell’ambasciadore: cosa a memoria d’uomini non mai per l’addietro usata; non essendosi mai veduto che un interprete si sedesse, non che con un Imperadore, ma nemmeno con un magistrato di ordine infimo. Ma ben ebbe da lui onorificenze oltre la condizione di ambasciadore più notabili Isdegune; e al venire ed all’andarsene; quantunque l’ambasceria sua non riguardasse, siccome già dissi, verun affare. Sì imprudente condotta di Giustiniano non fruttò infine a Braducione che d’essere fatto crocifiggere, a tal morte avendolo Cosroe condannato al suo ritorno in Persia, insospettitosi di tanta distinzione.

CAPO XVIII.

I.° Gl’Imperadori di Costantinopoli aveano diverse villeggiature sul Bosforo, delle quali gli Eruditi non hanno mancato di parlare colla dottrina, che si acquista notando quanto si va leggendo. Una di quelle era chiamata l’Ereo, che altro non vuol dire che il luogo de’ sepolcri. Non dispiacerà udire un passo di Teofane, in cui parla di un viaggio di Teodora fatto alle Terme dette dei Pizii. In quest’anno, dice quello Scrittore, cioé nel sesto del regno di Giustiniano, Teodora, piissima Augusta, andò alle terme de’ Pizii per fare i bagni caldi. L’accompagnarono Mena, patrizio e prefetto del pretorio, Elia, patrizio e conte delle largizioni, ed altri Patrizii, Cubicularii, e Satrapi; ed ebbe inoltre seco da circa quattro mila uomini. Possiamo da questo passo presumere la molta gente, ch’essa dovea avere seco all’Ereo. È poi curioso il cenno, che Procopio fa della balena, o altro cetaceo che fosse, che il popolo di Costantinopoli chiamò porfirione, e che dicevasi quasi ad ogni cinquant’anni farsi vedere all’una o all’altra bocca del Bosforo, cagionando ruina a’ naviganti, e a’ cittadini, siccome diffusamente narra Procopio nel libro 3 della Guerra gotica.

2.° Ne’ libri di questa guerra, vivendo Teodora, quando Procopio li pubblicò, non ardì narrare la trama di quella [p. 251 modifica]imperadrice per togliere di mezzo Amalasunta; e nel riferirla qui da una chiara prova d’ingenuità, dicendo non sapere come Pietro inducesse Teodato a far morire quella Principessa. Forse dubitò egli, che Teodato si prestasse veramente a quel misfatto, mentre era sicuro della insidia di Teodora, e della malvagità di Pietro. V’ha nelle Varie di Cassiodoro un passo, che sembra accusare quel re. Di quella persona, ivi é detto, della quale a noi pervenne certa lusinghiera parola, sappiate essere state ordinato quanto noi credemmo conforme alle intenzioni vostre: tale essendo il nostro desiderio, che voi nel nostro regno disponiate come nel vostro Imperio. Questo gergo diplomatico potrebbesi facilmente applicare a tutt’altra cosa, che alla iniquità, di cui si parla. E credo che chiunque voglia essere giusto, conoscendo Teodato e Cassiodoro, come la storia verace li rappresenta, converrà volentieri nel nostro dubbio. Mancava forse a Pietro coraggio ed arte per tanta scelleratezza? Forse il passo che si è riportato, allude alla impunità dalla Corte di Ravenna data a colui. Checché di ciò sia, Pietro ebbe il premio da Teodora promessogli, giacché fu promosso alla carica di Maestro degli officii; poi fu mandato ambasciadore in Persia a Cosroe. Costui scrisse una Storia, e un Trattato della Repubblica, delle quali opere fa menzione Svida; e lasciò un figlio di nome Teodoro, che nel trentesimo quarto anno del regno di Giustiniano fu accusato di ribellione.

3.° Il caso di Prisco é riferito eziandio da Teofane. In quest’anno, dic’egli, e parla dell’anno settimo del regno di Giustiniano, Prisco, console, e in addietro notaio dell’Imperadore, caduto in disgrazia di Teodora, confiscatigli tutti i beni, fu fatto diacono di Cizico per ordine dell’Imperadore medesimo. Fu assai comune presso gl’Imperadori d’Oriente l’uso di far entrare violentemente e a suo dispetto nell’ordine ecclesiastico chiunque non volessero più fra piedi, e di cui temessero i talenti, o l’influenza. Così avea fatto Teodora di Giovanni cappadoce, del quale si é già parlato. Se non che questi si astenne dall’esercitare il sacerdozio, onde ciò non gl’impedisse di ottenere l’ [p. 252 modifica]imperio, che vanamente ripromettevasi. L’ Alemanno cercando i primi esempi di questa pratica non risale che ai tempi di Teodosio II, il quale fece consecrare vescovo di Smirne Ciro, Prefetto del Pretorio, presumendo che aspirasse al trono per l’acclamazione fatta a questo personaggio eminente dal popolo, dicendogli: Altra vittoria ti attende, o Ciro. Ma poteva ricordarsi, che Costanzo imperadore avea cacciato per forza il giovinetto Giuliano a fare il cherico in una chiesa miserabile dell’Asia; e la età sola lo avea impedito dal farlo consecrare diacono, o prete, o vescovo. Nè furono poi i soli Imperadori di Oriente, che simile cosa facessero, sebbene più spesso forse ripeterono questa violenza scandalosa. La storia d’Occidente non manca di questi esempi. Si obbligavano i re, e principi al cappuccio di monaco.

4.° In mille storie abbiamo indicazioni di crudeli torture. Tacito ne accenna una, che parrebbe comprendere l’estremo dell’atrocità di un tiranno. Può unirvisi questa da Teodora usata, perciocchè non la fece essa praticare col solo Diogene, di cui qui Procopio parla. L’autore della Origine di Costantinopoli rammemora un Basso, patrizio, e un Carpiano, patrizio anche esso, da lei messi a questa prova crudelissima, per la quale uscirono loro gli occhi fuori di luogo. Essa era quella, che avea minacciato Antemio di farlo scorticar vivo se non conduceva papa Vigilio a Costantinopoli.

CAPO XIX.

I.° L’atroce scempio fatto di Callinico viene raccontato anche da Evagrio, il quale apertamente si vede non averlo tratto da Procopio, ma da altre memorie, giacché egli aggiunge i nomi dei due scellerati, che Procopio avea omessi. Ecco le parole di Evagrio. Callinico, prefetto di Cilicia, perché essendo stato assaltato da due cilici, Paolo e Faustino, entrambi omicidi, i quali aveano voluto ammazzarlo, li punì conforme comportava la legge, fu fatto mettere in croce: con questo supplizio trattato in premio della sua retta coscienza, e della osservanza delle leggi. [p. 253 modifica]2.° Fatta Teodora imperatrice, non avrebbe potuto meglio riparare agli scandali della passata sua vita, quanto che tenendo una modesta e morigerata vita in appresso, e portare il suo zelo ad aprire alle miserabili donne, che s’erano date alla prostituzione, un asilo di penitenza. E Procopio, che avuto l’incarico di scrivere sugli Edifizii da Giustiniano fatti erigere, accennando questo monastero, intitolato appunto Asilo di Penitenza, avea nella suddetta opera commendata la pietà di Giustiniano e di Teodora, riguardando all’oggetto della istituzione, qui espone la violenza usata a donne non disposte a porsi a miglior vita; la quale violenza guastava quanto di buono avesse potuto avere l’istituzione. Ma ciò che in appresso dicesi del padrocinio da Teodora preso per le dissolute mogli, abbastanza dimostra che pietà vera non la mosse nemmeno nella fondazione di quell’asilo.

3.° In proposito de’ corrotti costumi di quel tempo, abbiamo due curiosi racconti. Era in Costantinopoli fino dai tempi di Costantino il grande una statua di Venere, alla quale, secondo che narra l’autore della Origine di quella città, accostandosi le donzelle cadute, sospette di essere viziate, se fossero state illibate ne partivano sicure; ma alle corrotte scioglievansi i vestimenti, ed appariva in cospetto di tutti la loro nudità. Anche alle donne maritate che con clandestini adulterii si fossero contaminate, la stessa cosa accadeva; e dovettero confessare il loro fallo. La sorella della moglie di Giustino, che dopo la cura del palagio diventò Imperadore, fece mettere in pezzi quella statua di Venere, perché passandovi vicina, mentre cavalcando andava ai bagni di Blacheme dopo l’adulterio suo ebbe a vedersi svergognata col subito denudamento. Vedrà chiunque legga come possa spiegarsi un tal fatto, e cosa credersi di quella tradizione. Il secondo racconto é riferito conformemente da Teofane, da Anastasio, da Cedreno, dalla Storia miscellanea, e da Paolo diacono; ed é quello di un Cane da certo Andrea condotto d’Italia al tempo di Giustiniano, il quale indicava le donne adultere, e le donzelle viziate, prendendole per le vesti. Il che non é difficile attribuire ad una [p. 254 modifica]scandalosa ciarlataneria, sostenuta dalla ignoranza superstiziosa de’ tempi, e dalla corruzione de’ costumi.

4.° Del patrocinio delle donne afflitte assunto da Teodora Procopio avea parlato nel libro 3 della Guerra gotica, attribuendolo ad un certo istinto di natura: nè si può farne rimprovero allo Scrittore, che veridico nella esposizione del fatto lasciava intatto il giudizio di chi leggeva. Qui ha detta la cosa quale per lo più era in fatto; e ne ha già annunciato il perchè nella sua Introduzione. L’intelligenza giusta della cosa poteva aversi dai contemporanei; ma voleva essere comunicata ai posteri; e non poteva farsi ciò che con questa Storia segreta.

5.° Del capriccioso disporre, che Teodora si arbitrò delle più eminenti cariche civili, in molti luoghi Procopio dà prove. Per ciò che riguarda le ecclesiastiche, ne dà prove tutta la Storia. Basterà accennare le principali. Essa mise sulla sede patriarcale di Costantinopoli Antimo eutichiano: essa fu la protettrice di Teodosio patriarca di Alessandria, capo di una eresia, ch’ebbe nome da lui. Essa sostenne, e fece ristabilire nella sede patriarcale di Antiochia Severo, che l’avea invasa prima, e che erasi fatto antesignano degli Acefali. Essa coll’opera di Belisario e di Antonina, cacciato della sede romana Silverio, vi sostituì Vigilio, sperando che per mezzo di questo avrebbe potuto rovesciare il concilio calcedonese, e far ristabilire Antimo.

6.° Rispetto alla giurisdizione, che Teodora si arrogò sui matrimonii, giova ricordare fra gli altri anche il caso di Artabane, uomo consolare, e in altissime dignità costituito, il quale, siccome Procopio racconta nel libro 3 della Guerra gotica, essa violentò a riunirsi colla moglie che dianzi avea ripudiata; e fece sposare a Giovanni, figliuolo di Pompeo, Projetta, nipote di Giustiniano, fidanzata ad Artabane.

7.° Leonzio, Saturnino, Ermogene, Cirillo, furono tutti uomini di grado principalissimi. Leonzio era stato ambasciadore di Giustiniano al re Teodeberto, ed uno de’ compilatori dei Digesti. Ermogene era stato questore al tempo di Anastasio in servizio di Vitaliano, quando questi affettò l’Imperio; e poscia [p. 255 modifica]Maestro degli officii sotto Giustiniano; e veggonsi alcuni Rescritti da questo Imperadore diretti a lui. Anche Cirillo fu Maestro degli officii.

8.° In eminente posto era anche Saturnino, la cui dignità non voleasi certamente nè la violenza di sì turpi nozze, nè l’infamia di già guasta sposa. Che diremo poi della contumelia ignominiosa avuta per sì giusto riclamo? Vuolsi che Teodora fosse la prima ad immaginare sì acerba svergognatezza, e l’esempio da essolei dato ne fruttò una peggiore. Percioché leggesi in Niceforo qualmente Stefano, Prefetto dell’erario, come usano coi ragazzi i maestri, dic’egli, fece battere la madre di Giustiniano II.

9.° I casi di Giovanni cappadoce, le insidie, e la crudeltà di Teodora contro di lui, e la connivenza iniqua di Giustiniano abbiamo già detto come possono leggersi sul fine del libro i della Guerra persiana. Ivi è anche notato com’egli fu vescovo di Cizico sotto il nome di Eusebio.

CAPO XX.

I.° Basterebbe a provare la perfidia della Corte di Giustiniano l’osservare i ripetuti falsi sospetti di ribellione a carico di Belisario. La prima volta ciò fu, mentr’egli era coll’esercito in Persia, alla occasione che quell’Imperadore cadde gravemente ammalato. Oltre Procopio ne parla Marcellino. Belisario, dic’egli, richiamato dall’Oriente, incorse in grave pericolo, e fatto vittima della invidia, viene di nuovo mandato in Italia. La seconda accusa fu data a Belisario dopo ch’egli ebbe debellato Gelimero; ed é questa, che qui Procopio accenna, e più diffusamente racconta nel libro i della Guerra vandalica. La terza fu quando, divenuto già vecchio, trovavasi in Costantinopoli. Ecco com’è narrata la trama contro di lui rispetto a questa terza epoca: Indussero Sergio a dire che consapevoli della congiura erano Isaccio nummulario, e Belisario patrizio gloriosissimo, ed insieme a questi Vito, nummulario anch’esso, e Paolo, procuratore di Belisario medesimo. Questi furono [p. 256 modifica]catturati, e dati in mano di Procopio, Prefetto della città, accusarono il patrizio Belisario. Laonde adirato contro Belisario l’Imperadore, il quinto giorno di dicembre convocò il Senato, e chiamato il santissimo patriarca Eutichio ordinò che si leggessero le deposizioni di coloro: cosa che gravissimamente Belisario sopportò, spogliato già dall’Imperadore di ogni sua guardia, e detenuto sotto custodia. Nel seguente anno poi il giorno diciannovesimo di luglio Belisario fu riconciliato, e restituito nel primo suo grado. Finalmente nell’anno trentesimo ottavo di Giustiniano il tredicesimo giorno di marzo Belisario patrizio, muore in Costantinopoli, le cui sostanze furono applicate all’augusta casa Mariniana. Le stesse cose leggonsi e in una Cronaca anonima del Vaticano, e presso Zonara: onde può vedersi l’ignoranza profonda di coloro che scrissero, e ripeterono la favola di Belisario cieco e limosinante.

2.° Degli estimatori, mandati nelle ruinate provincie a coglierne gli avanzi con avidità spietatissima, e di tutti i disordini qui accennati, Procopio parlò nel libro 2 della Guerra vandalica. Così nel libro 2 della Guerra persiana parlò delle cagioni per cui Cosroe devastò tante belle città dell’oriente, e tra le altre Antiochia.

3.° Avremmo noi a parlare della smania furiosa da Giustiniano avuta di meschiarsi nelle quistioni teologiche, e di farsi disputatore di materie, nelle quali, se avuto avesse sentimento della imperiale maestà, non avrebbe dovuto mai metter lingua. La vanjtà sua lo trasse ad ambire il titolo di dottissimo; e il suo orgoglio a trattare superbamente e crudelmente i Vescovi della Chiesa, che non convenivano nelle sue opinioni. Dicesi, che da Teofilo, suo precettore, appresa avesse la inclinazione agli studii teologici; e fu certamente questo tempo perduto per lui, e ruinoso per l’Imperio che con altre arti volea esser governato. In vece adunque di applicarsi con zelo, e con sentimento di giustizia all’amministrazione pubblica, sappiamo da Procopio medesimo, siccome leggesi nel libro 7 della Guerra gotica, che continuamente sino a notte bene inoltrata, senza guardie, e senza [p. 257 modifica]officiali di corte, intrattenevasi nel museo con tutti i più vecchi sacerdoti, con grande studio investigando i misterii dei Cristiani: sicchè in quella situazione Artabane, e coloro che con lui aveano congiurato, speravano di sorprenderlo ed ucciderlo. E lo stesso conferma Eustazio nella vita di s. Eutichio, dicendo: Sapete tutti, e dovete ricordarvene, con quanta curiosità si occupasse Giustiniano nella investigazione dei dogmi divini; e come trasandate tutte le altre cure di giorno e di notte mai quella non intermetteva, unica sua e sola, di provocare a disputa tutti gli Eretici, mettendo in mezzo ragioni, colle quali sapeva prevalere, confutandoli ora con argomenti probabili, ora con dimostrazioni, ora col testo delle sante Scritture. E in tali cose, giusta ciò che ne dice Liberato, compiacevasi di dar giudizio, e trovava ecclesiastici, che lo adulavano, siccome furono que’Vescovi, i quali, morto papa Agapito prima di condannare Antimo, gli dissero avere Iddio trasferito all’altro mondo quel Pontefice per riserbare la consumazione dell’opera a lui. Dobbiamo noi credere non adulatore Agapito, diacono di Costantinopoli, ove nella sua Parenesi dice: A’ nostri tempi si é veduto un bell’esempio di prosperità pubblica, predetto da non so quale degli antichi, cioé da verificarsi o quando regnassero filosofi, o filosofassero i re. Imperciocchè filosofando foste conosciuti degni di regnare, o regnando non vi allontanaste dalla filosofia? Giustiniano e Teodora aveano certamente una commendevole filosofia!! Furono a quel tempo tenuti per filosofi tre Monarchi contemporanei, Cosroe, di cui in questo senso parla Agazia; Teodato, al quale danno quest’onore Procopio, e Cassiodoro; e Giustiniano, che Teodato chiamava Imperadore sapientissimo, e Principe dotto. Ma non credo io che questo Re goto, svelto d’ingegno e prudente, per la scienza teologica chiamasse con sì onorevoli titoli Giustiniano; ed alludesse piuttosto ad altri studii, che con qualche profitto sembra essersi fatti da quello Imperadore. Imperciocchè oltre aver potuto nella età sua meritare estimazione per la ordinata compilazione delle leggi romane, nella musica mostrò [p. 258 modifica]perizia, in quante mise in note un inno sacro, che anche oggi i Greci cantano nella solenne celebrazione della messa; e nell’architettura, avendo molti disegni fatto egli medesimo per varie di quelle grandiose fabbriche, le quali fece costruire. Sebbene possiamo facilmente sospettare noi, che facendo dar forma ed esecuzione ad alcun suo pensiero, in lui siasi supposta la perizia, che in sostanza non era che di quelli, della cui opera si serviva. Ma, o di fatto, o di comunicato pensiero che vogliamo parlare, parecchie opere teologiche sfortunatamente si sono riconosciute per sue, e non servono oggi che ad aggravare i suoi torti: perciocchè ognuno comprende che altri avea la Chiesa, e più convenienti espositori de’misterii, ove a questi ben corrispondessero le composizioni sue, le quali intanto gli levarono il tempo, che impiegar dovea agli officii del proprio stato; e che per quelle, che fece servire agli errori, la serie accrebbe de’ suoi misfatti. Per questa sua scienza in teologizzare venne in tanto orgoglio, che a papa Agapito, il quale sosteneva le due nature in Cristo contro l’errore dei Monofisiti da Giustiniano sostenuto, ardì dire: O convieni con noi, o ti farò deportare in esiglio. La stessa minaccia fece al patriarca Eutichio, e la eseguì, come risulta dal seguente passo di Eustazio che dice: L’Imperadore mise fuori un editto da essolui composto, in cui contenevasi il dogma blasfematorio della incorruttibile umanità del Signore dopo l’unione; ed avendolo letto a tutti volle obbligare Eutichio ad approvarlo, e a convenire con lui in quella bestemmia. Avendo Eutichio ricusato, l’Imperadore ordinò che fosse deportato. Gli altri Vescovi, che nelle dispute riguardanti materie di fede non si accordarono con lui, o imprigionò, o tormentò, od uccise. Vedremo altrove altre atrocità. La smania di teologizzare crebbe in Giustiniano cogli anni.

4.° Finiremo le Note a questo capitolo accennando il giudizio di Evagrio sul favore dato da Giustiniano alla fazione de’ Veneti, la quale, oltre i disordini da essa commessi, deve tenersi colpevole anche di quelli, che per naturale reazione commettevano i Prasini. Evagrio non ha dubitato di chiamare questo favore [p. 259 modifica]una demenza, ed una immane bestialità. Con che esuberantemente viene anche in questa parte giustificato quanto ne dice Procopio. Noi aggiungeremo allo stesso oggetto il giudizio pronunciatone da Giustino II, riferendo il seguente passo di Teofane. Finita la corsa degli aurighi, dice quello Scrittore, i faziosi tumultuavano tra loro: onde Giustino ad entrambe le parti fece fare per l’araldo questa minaccia: Voi, Veneti, dovete sapere che v’é morto Giustiniano; e voi, o Prasini, avete da tenere per fermo che per voi Giustiniano rimansi ancora vivo. La quale dichiarazione udita ch’ebbero, si quietarono tutti, e non altercarono più.

CAPO XXI.

I.° Nella così rapida dilapidazione del tesoro dell’imperadore Anastasio fatta da Giustiniano, questi può assomigliarsi a Caligola, di cui Svetonio, e Dione raccontano come in tre anni dissipò tutto l’immenso denaro, che Tiberio avea lasciato in cassa. Tra gli altri Barbari, a cui Giustiniano profuse denaro senza misura, fuvvi Ilderico, vandalo di nazione, e suo famigliarissimo. Di costui parla Procopio nel libro i della Guerra gotica in questo proposito.

2.° In quanto poi ai varii titoli, con cui Procopio dice, che Giustiniano cercò di far denaro, abbiamo in Evagrio un passo, che in compendio rafforza l’esposizione dell’autore della Storia segreta. In Giustiniano, dice Evagrio, tanta fu la cupidigia insaziabile del denaro, e sì turpe l’appetito de’ beni altrui, che per amore dell’oro vendette i beni di tutti i sudditi a quanti senza ragione alcuna vollero insidiare gli uomini. Molti, e dirò anzi innumerevoli, i quali assai sostanze possedevano, per false cause, e per bugiardi pretesti di tutte le loro fortune spogliò. Lo stesso Evagrio aggiunge: Che se qualche meretrice, buttando gli occhi sui beni di alcuno suppose di aver avuta alcuna pratica, od illecita congiunzione con lui, immantinente, purché si collegasse con Giustiniano per dividere il [p. 260 modifica]guadagno, i diritti e le leggi tutte si giacquero rovesciate; e tutte le facoltà di quell’uomo, a cui s’era apposto il falso delitto, furono trasportate in casa della medesima. Nè Svetonio, nè Tacito dissero mai tanto di Nerone.

3.° Tra i tanti o Principi, od ambasciadori di Principi barbari, andati a Costantinopoli al tempo di Giustiniano, e da lui e lautamente trattati, e caricati di regali doviziosissimi, non dispiacerà a chi legge udirne rammemorati in particolare alcuni. Nell’anno primo del regno di questo Imperadore andò a lui Grete, re degli Eruli, con grande comitiva de’suoi, fattosi battezzare insieme a dodici tra parenti e cortigiani principalissimi; e Giustiniano ne fu il padrino. Nell’anno stesso v’andò pure Gorda, re degli Unni soggiornanti sul Bosforo; e si fece battezzare anch’egli; e fatta alleanza co’Romani partì di Costantinopoli munificentissimamente regalato dall’Imperadore. Nell’anno ottavo del regno di Giustiniano si recò a Costantinopoli Zamanarso, re degl’Iberii, insieme con sua moglie e coi primati del suo regno, domandando alleanza. Giustiniano, dice Teofane, gradì molto questa cosa; e splendidissimamente regalò quel Re a que’ Principi. Teodora poi donò alla moglie di Zamanarso grande quantità di ornamenti tutti tempestati di gemme preziosissime. Nell’anno decimo terzo andò a Giustiniano il re dei Gepidi, Mundo di nome; e partì non solamente onorato dell’alleanza de’ Romani, ma carico di grande quantità di oro. Nell’anno trentesimo primo furono a Costantinopoli gli ambasciadori del re degli Avari; e questo fu pure ammesso all’alleanza romana, e i suoi ambasciadori vennero ricevuti, e regalati stupendamente. Di questi Teofane dice quanto a un dipresso leggiamo qui in Procopio. Entrò in Costantinopoli la gente degli Avari non vedutasi mai per l’addietro; e tutta la città accorse a quello spettacolo. Aveano coloro scendenti sulle spalle i capelli assai lunghi, legati, e ben uniti in trecce. Nel rimanente i loro abiti erano come quelli degli Unni. Nell’anno decimo sesto v’erano stati gli ambasciadori di Adad, re degli Azumiti; e furono licenziati anch’essi con magnifici doni, [p. 261 modifica]e fu con essi mandato il vescovo Giovanni, onde gl’iniziasse nella religione cristiana. Nell’anno trentesimo sesto vi furono gli ambasciadori del re degli Ermechii, e trattati non meno generosamente degli altri. È inutile dire delle ambascerie de’Persiani, che andavano e ritornavano quasi giornalmente. Le spese, dice Procopio, del solo ambasciadore Isdigiune, e i regali fattigli al suo partire, se alcuno volesse farne il canto, troverebbe l’importare più di dieci centinaia d’oro. Così egli nel lib. 2 della Guerra persiana. Ma questi non sono che cenni di cose assai più ampie.

4.° A nulla gioverebbe illustrare qui la memoria di tanti scellerati uomini, chiamati agli eminenti officii della pubblica amministrazione da Giustiniano per averli complici delle sue iniquità. Non vogliamo però omettere l’elogio, che il medesimo Imperadore impudentemente fa di Costantino, di cui abbiamo udito da Procopio qual fosse l’indole e l’animo. Giustiniano nella Costituzione, colla quale conferma i Digesti, lo chiama personaggio illustre, conte delle sacre largizioni, maestro dello scrigno de’ libelli, e delle informazioni segrete, il quale a noi sempre si rendé commendevole per la buona opinione, e per la gloria. Chi stesse alle parole crederebbe Giustiniano il migliore, e il più sapiente de’ monarchi. Ma la corte di Costantinopoli avea già da lungo tempo travolto il senso dell’umano linguaggio; e la greca fallacia sotto Giustiniano passò tutti i termini della più sfacciata ipocrisia. Ripetiamo divotamente i nomi di Foca e di Basso, la cui poca durata nella eminente carica, a cui erano stati assunti, certamente per errore, sta in luogo di ogni giusto elogio.

5.° Del rimanente perché niuno dubiti della veracità di Procopio in ciò che dice dell’appalto de’ grandi governi fatto da Giustiniano, odasi anche una volta Evagrio. Tutti i sudditi per aver denaro vendeva a quelli che amministravano le provincie. Così nel lib. 4, al cap. 39: i passi citati di sopra sono tolti dal cap. 29 del medesimo libro.

6.° Il passo, in cui abbiamo udito Procopio accennare la legge fatta da Giustiniano statuendo che quelli, i quali [p. 262 modifica]chiedessero magistrature e governi di provincia, avessero a giurare che non sarebbonsi macchiati di rapine, e non avrebbero né dato denaro per avere quelle dignità, né ne avrebbero ricevuto, e quelli che diversamente facessero, sarebbero, secondo l’espressione de’ maggiori, tenuti per sacrileghi, messo a confronto coi fatti deve naturalmente rivoltare ogni uomo di qualunque mediocre sentimento. Ma l’ipocrisia apparirà spinta all’ultimo grado di umana svergognatezza, considerando la solennità colla quale Giustiniano fece pubblicar quella legge, che é la Novella 8. Volle egli che venisse promulgata nelle feste di Pasqua, come cosa che dovea recare grande allegrezza al popolo: volle che fosse incisa in lapidi, e queste rimanessero in vista del pubblico esposte sotto i portici delle chiese: volle che un esemplare della medesima si conservasse insieme colle sacre suppelettili in tutte le chiese dell’orbe romano; e che si eccitassero tutti i popoli a rendere grazie di essa a Dio. Ciò non è tutto. In mezzo alle ampollose laudi che da a sé stesso per quella legge, la quale se fosse stata dettata di buona fede, non avrebbe fatto che provare la corruzione dominante; ed ogni provvidenza contro tale corruzione non avrebbe ecceduto per nulla i termini della più volgare giustizia; in mezzo, dissi, a tante ampollose parole aggiunge una manifesta calunnia a’suoi antecessori, dicendo, come ivi sta, che così sdegnava d’imitare quelli, che innanzi a lui imperarono, i quali per denaro conferivano le amministrazioni pubbliche. Teodosio, Marciano, Anastasio certamente non aveano mai commessa tale iniquità: anzi positivamente l’aveano con legge proscritta. Con questo complesso di calunnie, e di vanità, egli proclamava una legge, il cui principio avea già innanzi apertamente violato, e il cui testo avea in animo di violare costantemente, come fece finché visse. Dopo ciò la formula del giuramento da lui prescritto non addita più che il colmo della sua empietà. Essa porta queste parole. . . . e se non osserverò tutte queste cose nella conformità che ho detto, possa io ricevere e qui, e nel futuro secolo, nel terribil giudizio del grande Signore Iddio, e del salvator nostro Gesù Cristo, ed [p. 263 modifica]avere la parte con Giuda, la lebbra con Giezi, e il tremore di Caino.

7.° Mi rimane da dire, che come Evagrio ha confermato ciò che appartiene a’ magistrati, e governatori, a’ quali Giustiniano vendeva quelle cariche, lo stesso pur fu rispetto alla vendita dell’impiego di riscuotere i tributi. Tutti i sudditi vendeva per oro a quelli che raccoglievano i tributi: sono queste le parole di quello Storico.

CAPO XXII.

I.° Il fatto qui esposto, non avendo relazione né alle cose dette nel capo antecedente, né a quelle, che nel susseguente soggiungonsi, non poteva convenientemente far parte di nessuno di quelli. Perciò noi lo abbiamo messo a parte in conseguenza de’ principii, che ci hanno suggerita la divisione in capitoli di questo libro procopiano.

CAPO XXIII.

I.° Giovanni cappadoce era stato dieci anni prefetto del pretorio, quando fu mandato in esiglio. A Teodoto veggonsi dirette da Giustiniano alcune Novelle.

2.° Molti rescritti veggonsi pure diretti a Pietro Barsame. Di costui fa menzione l’autore della Origine di Costantinopoli, dicendo: l’antica chiesa di s. Pietro al tempo di Giustiniano il grande fu edificata da certo Pietro patrizio, siro, soprannominato Barsame, il quale allora esercitò molti magistrati. Fu prefetto del pretorio due volte, e due volte conte delle largizioni, come varii titoli di Novelle comprovano. Non é sola la storia del regno di Giustiniano, né quella dell’imperio greco, che presentino lo scandalo di affettata pietà in edificazioni di chiese per coprire l’empietà della vita. [p. 264 modifica]
CAPO XXIV.

I.° Da ciò che qui dice Procopio si è tentato a domandare quanti possidenti di terre sotto un sì crudele flagello di pesi fossero in istato di conservare i loro fondi; e dal complesso del reggimento di Giustiniano, per tanto tempo balordamente commendato dai giureconsulti ed eruditi, può vedersi facilmente l’orribile miseria, in che doveano essere caduti i popoli dell’Imperio. Il tributo dell’Annona, ossia la somministrazione militare, era antico nell’Imperio: ma non sì ruinosamente pei possidenti esatto. Abbiamo in Libanio un passo, che abbastanza lo comprova. I viveri pe’ soldati, dic’egli, che stanziavano in Callinico, raccolti dai sudditi il prefetto della Eufratesia faceva trasportare a quella piazza. Fu bene cosa diversa l’obbligare i possidenti stessi anche a trasportarli dove aveano a consumarsi, conforme sotto Giustiniano si fece.

2.° In quanto alla imposta, ecco come ne parla il Metafraste. La peste e la fame facevano nel tempo stesso orribile guasto in varie parti dell’Imperio romano: onde molte case, e borghi, e villaggi, toltene le intere famiglie, rimasti erano senza abitatori. Per lo che i curatori della Repubblica, e l’Imperadore medesimo, volendo provvedere che il pubblico Erario non restasse privo de’ tributi annui, che da quei mancati si pagavano, decretarono che dai vicini si esigesse ciò che avrebbero dovuto pagare i morti. E tal legge osservavasi per tutto l’Imperio; ed ogni vicino, qualunque fosse, era costretto a pagare i tributi pe’ suoi confinanti, fossero questi stati tolti di mezzo dalla peste, o dalla miseria, o dalla necessità tratti ad abbandonare i loro fondi, e andarsi altrove. Abbiamo da Cirillo di Scitopoli, che sulle rimostranze del santo uomo Saba l’imperadore Anastasio avea voluto abolire un iniquo modo d’ingiusto tributo, non però tanto universale, come questo da Giustiniano adottato; ma che ne fu distolto da Marino, prefetto del Pretorio. È degno d’essere qui riportato il seguente passo di questo Scrittore. Quelli, che nella Palestina aveano [p. 265 modifica]l’incarico di riscuotere i pubblici tributi, restando loro da riscuotere la somma di cento libbre d’oro, debito arretrato di persone povere, impotenti a pagare, furono forzati a caricarne i Gerosolimitani, proporzionatamente alle loro facoltà. Così adunque fatto, anche la chiesa della ss. Resurrezione, e gli altri venerabili luoghi, e i loro abitatori, vennero registrati sul ruolo di quelli che quella somma arretrata doveano pagare. Ma al tempo del pio imperadore Giustino, ad istanza del nostro padre Saba, e degli altri Egumeni (Abbati) dell’Eremo, la rata di quel tributo fu condonata; e finalmente l’altra parte fu dall’odierno imperadore Giustiniano condonata a preghiere di Eusebio prete. Questa grazia però non fu accordata che agli ecclesiastici di Gerusalemme: e veggonsi perentorie in contrario le ordinanze del prefetto del Pretorio.

CAPO XXV.

I.° Per ciò che riguarda l’alloggio de’soldati può notarsi che Giustiniano avea in contrario stabilito nella novella 130. Il fatto adunque accennato da Procopio conferma sempre più la contraddizione continua tra le leggi di quell’Imperadore, e gli atti della sua amministrazione.

2.° L’antecedente capo ha sofferta una lacuna nel suo fine; ed una più ampia ne ha sofferta nel suo principio il presente.

CAPO XXVI.

I.° Che l’avarizia, l’inerzia, il sistema concussionario di Giustiniano, e de’ suoi ministri, avessero ridotto la forza militare dell’Imperio a stato miserabile, se ne hanno argomenti di ogni genere. Vaglia per tutti il seguente passo di Giovanni antiocheno ne’ Collettanei. Sotto l’imperadore Giustiniano Zabergane con sette mila Unni, passato l’Istro, giunse fin sotto alla regia città, devastando tutto il paese interposto, poiché questo era spoglio di presidio militare. Egli fa quindi il confronto tra il [p. 266 modifica]numero de’ soldati tenuto dagli antecedenti Imperadori, e quello tenuto da Giustiniano, dimostrando come con questo non potevansi presidiare la Colchide, l’Armenia, l’Africa, il paese de’ Goti, e l’Italia. Più ampiamente poi si diffonde su questo argomento Agazia. Lo scarso numero, e la mancanza di disciplina, conseguenza delle cose da Procopio narrate, doveano necessariamente avere estinto il valor militare, onde in addietro il nome romano si era renduto formidabile. Al tempo appunto di Giustiniano l’Imperio incominciò a dirsi greco; e furono i Romani medesimi, che lo chiamarono così, vergognandosi, quantunque ridotti a politica impotenza, che l’antica gloria del loro nome fosse avvilita in faccia all’estere nazioni. Greco dovettero pur dirlo le nazioni confinanti, perché nella imperiale residenza e alla corte e nelle cerimonie religiose parlavasi la lingua greca. Ma questa denominazione non valeva più l’idea, che avea riferita a’ tempi di Milziade, di Temistocle, di Cimone, di Alcibiade, di Epaminonda. A chi considera questa parte della storia umana presentasi un pensiero, che non mi ricordo di aver veduto preso ad esame da nissuno de’ tanti valentissimi scrittori, che delle cose dell’Imperio greco hanno parlato; e che io qui non intendo che di accennar leggermente, e soltanto per invitare altri a svilupparlo.

Costantino non formò la sua corte, né popolò la sua nuova residenza di Greci. Il convoglio d’uomini, che come capo dell’Imperio menò seco, dovea essere composto di persone di ogni nazione, poiché da lungo tempo i nativi di tutte le provincie costituenti l’Impero erano stati dichiarati Romani. Antecedentemente la lingua del governo era la sola latina, e in tutte le provincie occidentali era essa consecrata nelle pubbliche relazioni, e in quelle di ogni colta persona. Più: non in altra lingua, che nella latina, si spedivano gli atti del governo in ogni provincia soggetta, qualunque fosse. Ma Bizanzio era stata colonia greca; e dopo Alessandro la lingua greca era fatta poco meno che comune in tutte le città dell’Oriente più cospicue. Diventò essa dunque ben presto in Costantinopoli la lingua della Corte; tanto [p. 267 modifica]poi, ch’essa nella Europa orientale, in Alessandria, e sul vastissimo lembo dell’Asia occidentale, serviva negli officii della religione. Così questa lingua, dominando in tutti i rispetti civili ed ecclesiastici, venne a dare il suo nome all’Imperio, a cui più non appartenevano nè l’Africa, nè la Spagna, nè le Gallie, nè l’Italia stessa, se pochi palmi se ne eccettuino in Ravenna e in Calabria, infine distaccatine anch’essi.

È fuori di proposito nostro dire che influenza avesse avuta la lingua latina sullo sptrito de’ popoli delle Gallie, della Spagna, e d’altri, presso i quali era stata introdotta fino dal tempo, che i Romani aveano conquistati que’paesi. Ma pare a me che manifestissima scorgasi l’influenza che la lingua greca ebbe sullo spirito della corte, e della Chiesa di Costantinopoli. Non era essa più veramente la interprete de’liberi sentimenti di Tucidide, di Senofonte, di Demostene. Il regno de’successori di Alessandro avea abbassati gli spiriti; e tolta loro da’ Romani l’autocrazia i Greci, che pure erano i discendenti de’ vincitori di Troia e di Serse, s’erano abbandonati all’ultimo compenso che un popolo immaginoso può trovare in mezzo alla servitù, quello cioé di volgersi all’amplificazione de’ concetti, che niuna tirannide può comprimere, impastando insieme i delirii di ogni filosofia, e la licenza de’ sofisti, colla vaghezza esagerata di un idioma, che assai copioso per sé stesso, dalla sottigliezza di ogni più ardita speculazione facevasi copioso anche di più. Noi lasciamo ai filologi la cura di notare le alterazioni, che nella bella lingua de’tempi di Alessandro i susseguenti Scrittori introdussero. Quando gli uomini non hanno più giuste e ferme idee; quando hanno perduto il nobile sentimento della loro dignità; quando educati nella bassezza del timore e dell’egoismo si avvezzano allo studio della vanità e della fraude, nè verità, nè virtù, nè sapienza essendo ne’ loro spiriti, l’ingegno loro necessariamente si volge ad una pompa di parole bugiarde; e una bastarda magnificenza di espressioni sottentra alle formule caste, che sono proprie de’ giusti sentimenti. Ma fatto abito nelle generazioni susseguenti questo deplorabile trascuramento del linguaggio, esso medesimo [p. 268 modifica]diventa il veicolo di una falsa logica; e dove da prima la falsità de’pensieri avea corrotto il candore dell’idioma, questo corrotto idioma si fa poscia prepotente maestro di pensieri fallaci. Io credo che questa sia la vera storia dell’Imperio greco, considerato nel complesso della legislazione civile del pari, che della ecclesiastica economia: perciocché non saprebbesi dire se que’ Greci più nell’una che nell’altra abbiano traviato, nella prima da Costantino fino agli ultimi suoi successori, e nella seconda da Ario sino a Michele Cerulario. Ciò certamente che non può dissimularsi da nessuno si é, che il regno di Giustiniano per ogni parte dimostra avverato il fatto di che ragioniamo, sia che si consideri l’orpello delle sue Costituzioni, sia che si volga l’occhio alle quistioni teologiche, che sconvolsero in que’tempi la chiesa greca. Ma ritorniamo a Procopio.

3.° Nel lib. 2 della Guerra persiana egli avea fatta menzione del presidio di Berrea, che disertò a Cosroe. Il vero motivo di quel fatto fu l’essere que’ soldati rimasti per parte della corte di Costantinopoli senza paga da molto tempo. In quanto alle guardie di palazzo, generica denominazione che comprendeva molti ordini, e gradi, illustreremo brevemente, e confermeremo con altre autorità quanto dal N. A. qui viene accennato. Avea egli detto nel lib. 8: i manipoli di soldati, destinati alla custodia del palazzo, si chiamano scuole; e perciò, scolari tutti complessivamente. Erano soldati esenti dall’andare alla guerra. Questi, dice Agazia, chiamansi soldati, e sono registrati sui ruoli militari; ma la più parte di essi abita in città, e godono del privilegio di portar l’uniforme del corpo: il che credo essere soltanto per pompa del Principe; e furono istituiti per servire alla maestà delle funzioni. Distinguevansi poi in varii ordini, e con nomi diversi. V’erano i soldati pretoriani, i custodi del palazzo, i custodi del corpo, gli escubitori, noi diremo le sentinelle. Di questi altri aveano stipendio, altri erano puramente onorarii; e ciò facilmente spiega come Giustiniano poté accrescerne tanto il numero. Tutta questa massa di gente adunque non valeva nulla pel servigio mililare. Zenone, secondo [p. 269 modifica]che narra Agazia, vi avea chiamati i suoi conoscenti e famigliari, affine di così onorarli. Si continuò dopo ad arruolarne, non per merito alcuno, ma per pura graziosità. Ma sotto Giustiniano non entrò più in que’ corpi che chi prima avesse pagata una somma d’oro.

A più nobil ordine appartenevano i domestici, i protettori, e i silenziarii, che Procopio nomina. I silenziarii erano da più di tutti, perché stavano nell’intimo gabinetto, ossia camera di riposo dell’Imperadore, chiamati perciò anche cubicularii. Un alto silenzio ivi tenevasi, dal quale traevano appunto il nome. Sono indicati da Cirillo di Scitopoli, ove dice, parlando, di persone ammesse alla udienza: i quali giunti al silenzio, dai silenziarii preposti all’uscio furono introdotti. Quel luogo chiamavasi anche il secondo velo, a differenza del primo velo, che era all’ingresso delle prime sale, le quali chiamavansi consistorio, perché ivi la moltitudine consisteva, cioè fermavasi, aspettando di poter essere presentata. Forse in quelle sale usciva tal ora il Principe per qualche pubblica funzione. Da ciò abbiamo tratto noi il termine concistoro, oggi usato per alcune funzioni della corte papale. La denominazione poi di primo o secondo velo equivale a prima o seconda porta: giacché un velo, o cortina, o portiera, che vogliam dire, chiudeva l’ingresso ne’ palazzi, e negli appartamenti, come si vede in un disegno del palazzo di Teodorico in Ravenna, riportato dal Zirardini. Il capo de’ silenziarii qualificavasi per gran silenziario; e l’ordine, a cui presiedeva, tenevasi di tanta dignità, che equiparavasi a quello de’ senatori, de’patrizii, e de’prefetti. Così abbiamo in Doroteo, che dice: Il senato, i patrizii, i prefetti, i silenziarii, milizie tutte onoratissime.

3.° Finalmente a quanto Procopio accenna di tacere rispetto alla cattiva maniera, con cui Giustiniano trattò la milizia, può supplire il seguente passo di Agazia: Giustiniano trascurò la ruina, e la corruttela degli ordini militari come se mai in avvenire non gli dovessero essere necessarii. Inteso questo Imperadore a tutt’altro, che a ben governare e proteggere i popoli [p. 270 modifica]soggetti al suo scettro, parve indifferente affatto alle calamità che dalle incursioni nemiche soffrirono. Come adunque, dirà tal’uno, poté egli intraprendere e sostenere tante guerre? Facevansi le leve al momento del bisogno. I capitani generali, a cui commetevansi le spedizioni, doveano procurare di disciplinar gli arruolati. Alla virtù di que’ capitani s’ebbe a riferire l’esito delle imprese, quando questo fu buono, e alla pazienza e al sangue de’ soldati. Giustiniano potevasi prendere cura del numero di questi miserabili che perivano?

CAPO XXVII.

I.° Di questo Addeo, messo da Giustiniano alla sopraintendenza del porto di Costantinopoli, e di altro insigne scellerato di nome Eterio, parla Evagrio nel lib. 5, cap. 3, in questa maniera. Non molto dopo Giustino (II.) fece tradurre in giudizio per certo delitto Eterio e Addeo, entrambi dell’ordine senatorio, i quali lungamente erano stati principali presso Giustiniano. Eterio confessò di avere avuto in animo di avvelenare l’Imperadore, e di avere avuto complice in quella trama Addeo. Addeo col più solenne giuramento asseriva di essere affatto ignaro di tale macchinazione. All’uno e all’altro fu tagliata la testa; e Addeo nell’atto, in cui fu per ricevere il colpo, disse ingenuamente essere falso quanto in quell’affare gli veniva imputato; giusto però, e ben meritato essere il supplizio, a cui era tratto da Dio conoscitore e vindice di ogni misfatto. Imperciocché egli avea tolto di vita con certi prestigii Teodoto, prefetto di corte. Se ciò sia vero, o non sia, io non posso di certa scienza affermare. So bene che l’uno e l’altro di costoro si fu uomo scellerato. Addeo era amator pazzo di ragazzi; ed Eterio, non risparmiando alcun genere di calunnia, spogliò vivi e morti a nome della corte imperiale, mentre regnava Giustiniano.

2.° Il passo di Procopio, che riguarda il monopolio, e la concentrazione in Costantinopoli dell’arte e vendita della seta, [p. 271 modifica]interessa molto gli Eruditi, che assai n’hanno detto fin qui, ed assai ne ripeteranno ancora. Noi ci limiteremo ad osservare, che dall’imperadore Aureliano a Giustiniano il prezzo della seta era abbassato. Vopisco dice che a quel tempo una libbra d’oro fu una libbra di seta; e nella legge rodia é detto similmente che tanto vale una libbra di seta ed una d’oro. Onde se al tempo di Giustiniano un’oncia di seta vendevasi sei monete d’oro, essa veniva a valere settantadue monete d’oro la libbra; quando al tempo di Aureliano ne valeva circa cento. La gran differenza poi del prezzo tra una qualità e l’altra di seta tinta, lasciate a parte tutte le inconcludenti ciarle fatte dagli Eruditi, nasceva dalla somma preziosità della tinta di porpora, per eccellenza detta il color regio.

CAPO XXVIII.

I.° Che Giustiniano levasse ai causidici le provvigioni loro solite a somministrarsi dal pubblico erario, se ne ha la prova dalla stessa Prammatica sanzione, colla quale le medesime si restituirono a’ causidici, medici e grammatici. Potrebbesi facilmente credere, che questa restituzione fosse stata ordinata dopo l’anno trentesimo secondo del regno di questo Imperadore, passato il qual anno non abbiam più da Procopio alcuna notizia di lui. Ma si fa luogo a dubitare che quella restituzione fosse bensì scritta, ma non già eseguita, poiché Zonara, e la Cronica dell’ Anonimo affermano positivamente quanto Procopio avea indicato. Ecco il passo di Zonara. Per consiglio del prefetto levò in tutte le città gli stipendii per lo addietro assegnati ai maestri delle arti liberali. Quello dell’Anonimo é il seguente. Giustiniano imperadore spedì messaggieri ad Atene, i quali proibissero l’insegnamento della filosofia e dell’astronomia. Egli avea ragione, se non voleva che gli uomini imparassero a ragionare: ma perchè non volere che sapessero far l’almanacco?

2.° Il passo che riguarda la creazione de’ due consoli, l’uno in Roma, l’altro in Costantinopoli, serve a spiegare perchè in [p. 272 modifica]varii scritti e documenti se ne trovi nominato un solo, e dell’altro aggiungasi, che s’ignorava, o che rimaneva a dichiararsi. Imperciocché può essere accaduto, che l’Imperadore nominasse prima il console di una delle capitali, riserbandosi di poscia dominare quello dell’altra; ed é facile vedere, che il documento, o lo scritto sieno stati fatti nel tempo, in cui il console della capitale più lontana dall’Imperadore non vi fosse stato ancora annunciato. In quanto poi, riguarda alla pratica di Giustiniano di trasandare la regolar creazione annua de’ consoli per non aver a dar loro i sussidii necessarii per le feste, e le largizioni in quella circostanza occorrenti, di ciò abbiamo una riprova in Corippo, il quale fa dire in cattivi versi a Giustino II. Non solamente io ordino che si dieno gli spettacoli nel Circo, ma darò ai popoli e premii splendidissimi, e copiosissimi doni. Avrebbe dunque Giustino fatto quello, che Giustiniano avea negato di fare.

3.° Non indica Procopio in quale anno del regno di Giustiniano rimanesse guasto l’acquidotto, onde il popolo di Costantinopoli traeva l’acqua necessaria a’ suoi usi. Si sa, che nel principio del suo regno egli l’avea fatto ristaurare. E’ dunque d’uopo supporre, che ad ogni modo fosse ristaurato di poi, essendosi un’altra volta guasto. Ma ognuno vede che la minima dilazione posta era di assai funeste conseguenze per gli abitanti di sì popolosa città. Questo acquidotto era opera di Adriano, da quel magnifico Imperadore fatto costruire per la benevolenza che portava ai Bizantini. Teofane non parla che di mancanza d’acqua avvenuta l’anno trentesimo sesto di Giustiniano, a cui non giunge la Storia segreta di Procopio. Nel mese di agosto, dic’egli tale fu la penuria d’acqua, che i pubblici bagni rimasero chiusi, e presso le fonti la gente si ammazzava- Poi: nel mese di novembre non s’ebbero piogge, e per la mancanza d’acqua molte zuffe succedettero presso le fonti.

4.° Procopio, che un’opera intera scrisse sugli edifizii fatti da Giustiniano, in questo libro replicatamente lo riprova per l’eccesso, in cui cadde, essendosi già nella Introduzione [p. 273 modifica]giustificato dell’apparente sua contraddizione. Per comprendere quanto fosse fondato ciò che dice qui, non solo riguardando le somme impiegate in cose di capriccio, quando i bisogni pubblici avrebbero richiesto che la passione dell’edificare si volgesse ad oggetti necessarii, ma considerando che il capriccio portavasi sopra mere superfluità, basterà accennare i varii palazzi, che la Corte imperiale avea e nella capitale, e ne’ luoghi suburbani, senza bisogno alcuno né di fabbricarne de’nuovi, né di ampliare i sussistenti. Prima di Giustiniano ne’ diversi rioni di Costantinopoli erano cinque reggie, che l’Autore della descrizione di quella città chiama palazzi. Poi v’erano sei case divine dette auguste; poi tre chiamate case nobilissime. Tra queste nel rione primo v’erano le così dette case di Placidia, e di Marina; ed erano celebratissime. Nel rione terzo vedevasi la casa di Pulcheria, ed un’altra dello stesso nome nel rione undecimo. Due case dette di Arcadia vedevansi, nel rione nono una e l’altra nel rione decimo; e in quest’ultimo era la casa di Eudocia. Tutte queste vengono dagli scrittori comunemente dette dominicali o signorili; e in alcune di esse tennero la loro dimora gl’Imperadori; in altre vi tennero i loro tesori. I prefetti delle medesime erano chiamati curatori, persone sempre scelte tra la più cospicua nobiltà. Sotto il regno di Giustiniano si trova curatore della casa di Placidia un Zimarco, antico commilitone di Giustino I; e della casa di Marina un Giorgio, parente di Teodora. Teofane narra che i beni di Belisario, dopo che fu morto, vennero applicati alla casa di Marina; il che, se debbesi, come pare, intendere tanto de’ mobili, quanto degli stabili, chiaramente dimostra, che a ciascheduna delle accennate case era annesso un certo patrimonio per le spese alle medesime occorrenti. Tanto era il lusso, e il dissipamento della Corte bizantina! A tutti questi palazzi, e case imperiali Giustiniano aggiunse le magnifiche reggie fabbricate nell’Ereo, e nel Jeocondiano, detto Giustiniano da lui, che corrisponderebbe al subborgo oggi detto di Galata.

5.° Delle iniquità di Alessandro Psallidio, soprannominato [p. 274 modifica]Forficula, il N. A. parla ampiamente nel principio del lib. 3, della Guerra gotica. Ebbe costui tal soprannome dall’essere tosatore di monete: forficula chiamato appunto dalla forbice in quella operazione adoperata.

6.° Procopio per ciò che dice della infame menzogna di Efesto riguardo alla supposta usurpazione degli Alessandrini circa il frumento, ha per sè l’attestazione del Concilio calcedonese, il quale querelò Dioscoro, patriarca di Alessandria, d’avere appropriato a sè il frumento dagl’Imperadori conceduto in sussidio de’ poveri sì forestieri, che della provincia.

7.° Or rimane a dire, in proposito di quanto qui promette Procopio di narrare, delle persecuzioni da Giustiniano, e da Teodora fatte ai Sacerdoti ortodossi. È questa la terza volta, che accenna un tale argomento; e in nissuna parte del libro si trova esso poi trattato quantunque pur fosse cosa importantissima. L’Alemanno è ito cercando onde ciò sia. Nulla è più facile a spiegarsi. O nel libro a noi pervenuto rimane una lacuna sopra questo argomento pel guasto che il tempo vi ha fatto; o di questo argomento Procopio intendeva trattare oltre l’anno trentesimo secondo, al quale anno la Storia segreta, qualunque ne sia stata la ragione, rimase sospesa. Noi sappiamo che Teodora diede ordine che si uccidesse papa Silverio, e che papa Vigilio fosse tratto colla corda al collo per le strade di Costantinopoli. Sappiamo che Giustiniano fece imprigionare moltissimi Vescovi dell’Africa; che cacciò delle loro sedi Eutichio patriarca di Costantinopoli, ed Anastasio di Antiochia. In Vittore Tunnense leggiamo queste, ed altre cose; e Liberato diacono aggiunge: Le altre cose, che susseguentemente Giustiniano fece contro i Vescovi, e contro la Chiesa cattolica, e come i Vescovi che acconsentirono alla condanna de’ tre capitoli da lui fossero con ampii doni arricchiti, come quelli che non acconsentirono a quella condanna, fossero deposti dalle loro sedi, mandati in esiglio, od obbligati alla fuga, a starsi nascosti, e morire in fine in angustie; essendo tutte queste cose notissime, io penso di doverle ora passare in silenzio. Certamente è da credere, che da Procopio avremmo particolarità di singolare importanza sopra tutte queste cose. [p. 275 modifica]
CAPO XXIX.

I.° Di Paolo, patriarca di Alessandria, Liberato parla in questi termini: Certo Paolo, il quale era uno degli abbati dei Monaci tabennensi, venne ordinato vescovo di Alessandria coll’intervento di Pelagio, apocrisario romano; ed era perfettamente ortodosso, ricevendo il Concilio calcedonese. Lo consacrò Menna in Costantinopoli, presente lo stesso Pelagio, responsario di Vigilio, e presenti pure gli apocrisarii di Efrem, patriarca antiocheno, e quelli di Pietro di Gerusalemme. Conferma poi lo stesso Liberato quanto il N. A. accenna intorno al fine per cui era stato alla sede di Alessandria nominato questo Paolo. E perciò, dic’egli, Paolo ebbe dall’Imperadore la facoltà della scelta de’ duci e tribuni, onde fossero rimossi gli eretici, e preferiti gli ortodossi. Siegue poi: Meditando Paolo di rimuovere Elia, maestro della milizia, certo diacono Psoe, economo della chiesa, ed amico di Elia, per mezzo di velocissimi camminatori a’piedi, che in Egitto chiamansi simmachi, spedì lettere ad Elia avvertendolo di ciò, che Paolo macchinava. Accadde intanto che Paolo trovò le lettere di lui scritte in lingua egizia, e le lesse; e temendo quanto di Proterio era avvenuto, presa a cuore la cosa obbligò Psoe a render conto dell’amministrazione della Chiesa, indi lo consegnò in mano del giudice, ed informò dell’occorso l’Imperadore. Era in quel tempo augustale in Alessandria Rodone, il quale tenendo Psoe in custodia fino a che giungessero gli ordini dell’Imperadore, per consiglio di certo priore della città, di nome Arsenio, avuto denaro, senza saputa, per quanto dicesi del vescovo, occultamente di notte tempo con tutte forze tormentatolo il fece morire. Ora i figli e i parenti di lui ricorsero all’Imperadore, informandolo di quale violenza fosse stato quell’infelice morto. Udito un tal fatto l’Imperadore chiamò Liberio, e fattolo augustale lo spedì in Alessandria per far processo della cosa. Giunto in quella città Liberio fece venire davanti a sé Rodone, e da lui cercò come avesse ucciso il [p. 276 modifica]diacono, ed egli rispose averlo fatto per ordine del vescovo, e diceva in proposito avere comando dell’Imperadore di eseguire onninamente quanto il vescovo gli commettesse. Ma negando il vescovo di avere dato un tale ordine, e dichiarando di non sapere nulla sull’avvenuto, quel priore della città, Arsenio, trovato autore del seguito omicidio, fu fatto morire, e il vescovo Paolo fu mandato in esiglio a Gaza, e Rodone col processo fattogli fu trasportato a Costantinopoli. Lettosi poi il processo al Principe dentro il palazzo, questi ordinò che Rodone fosse condotto fuori della regia città, e colà messo a morte. Lo stesso Liberato racconta pure, e cosi racconta anche Cirillo di Scitopoli,che il processo sulla morte del diacono Psoe fu bensì compilato in Alessandria coll’intervento de’Vescovi da Giustiniano aggiunti, come dice Procopio, a Liberio; ma che l’atto della deposizione di Paolo si fece in Gaza, luogo dell’esiglio, a cui era stato condannato.

Rimane a dirsi di Arsenio. Di lui dice Cirillo, poco anzi citato: Certo Arsenio, illustre per dignità, ebbe, non so per qual motivo, facile accesso all’Imperadore, e a Teodora Augusta; e costui con false informazioni li concilò contro i Cristiani, che in Palestina dimorano. E seguita narrando come il sant’uomo Saba ito a Costantinopoli per sostenere la causa dei Cristiani di Palestina, ebbe a temere anche per sé stesso a cagione della crudeltà del padre e del fratello di costui contro que’ Cristiani; e come entrambi finirono poi per quella ragione con un crudelissimo supplizio, essendo stati dai Cristiani in Scitopoli abbruciati. Cirillo ci fa conoscere il nome del padre di Arsenio, ch’era quello di Silvano.

2.° Arsenio perdette la grazia di Teodora, e se la fece nemica, unendosi al patriarca Paolo, e perciò mettendosi nel partito di quelli, che favorivano il Concilio calcedonese, di cui, come altrove si é detto, era gran protettore Giustiniano. Ma Teodora all’opposto condannava quel Concilio, ed era sostenitrice di Severo, degli Acefali, dei Monofisiti, dei Teopaschiti, e di altri settarii di quel tempo. Il che spiega Vittore Tunnense [p. 277 modifica]dicendo: La fazione di Teodora Augusta asserendo che uno della Trinità avea patito, non per un certo rispetto, ma in senso assoluto, con legge generale impose a tutti che così avessero da ritenere; e violentemente volle che questa dichiarazione si sottoscrivesse dai cherici e dai monaci. Per questo poi Saba eccitato da Teodora a pregare onde avesse prole maschile, costantemente vi si rifiutò, perché diceva egli, secondo che abbiamo dal medesimo Cirillo, anche i figli suoi non abbiano ad imbeversi dei dogmi di Severo; ed a turbare la Chiesa peggio di quello che fatto avea Anastasio. E Vittore già citato, riferisce che per quella pertinacia sua nell’errore Teodora fu scomunicata due volte, la prima da Agapito papa, la seconda da papa Vigilio. Onde, s. Gregorio detto il grande, ha lasciato scritto che papa Vigilio di buona memoria, trovandosi nella regia città avea promulgata sentenza di dannazione contro di Teodora Augusta, e contro degli Acefali. Non é detto però perché fosse scomunicata una seconda volta, se lo era stata già una prima, che bastava.

3.° Procopio anche qui promette di parlare in appresso di quanto Teodora si adoprò contro le definizioni del Concilio calcedonese; e manchiamo pure di questa parte di Storia segreta.

4.° Le particolarità riferite intorno a Prisco falsario offrono alla considerazione nostra più cose. Primieramente é da avvertire alla quantità di gente, che a’ tempi di Giustiniano si occupava in falsificare le scritture; poiché abbiamo una legge di quell’imperadore, ed é la Novella 73, emanata contro gli autori di tali falsificazioni, troppo, com’egli dice, cresciuti. In secondo luogo debbesi notare, che Giustiniano dovette rivocare la prescrizione centenaria, e toglierla affatto con un editto, a cagione de’ gravissimi inconvenienti che seco portava. Procopio non accenna questo fatto, perché dovette aver luogo dopo l’anno trentesimo secondo del regno di Giustiniano. In terzo luogo da quanto il N. A. dice delle varie sanzioni che Giustiniano, facendo e disfacendo, si permise intorno ’a materie ecclesiastiche, debbesi vedere l’origine del Nuovo Canone, compilato da Giovanni lo [p. 278 modifica]Scolastico, succeduto nel patriarcato di Costantinopoli ad Eutichio, che abbiamo detto mandato in esiglio. È questo Nuovo Canone una raccolta, distribuita in cinquanta titoli, di ogni regola stabilita o da concilii, o da patriarchi, o da antecessori di Giustiniano, o da lui medesimo, sopra oggetti in qualunque maniera appartenenti a persone, luoghi, e cose di chiesa. Questo Nuovo Canone è dunque il corpo di diritto canonico adottato da tutte le chiese d’Oriente, le quali hanno costantemente riconosciuta nelle cose disciplinari l’autorità suprema del Monarca, giusta la dichiarazione di Costantino il grande ai Vescovi niceni: voi siete vescovi entro la Chiesa, con ciò alludendo alla celebrazione de’misterii, e alla dottrina dei dogmi; ed io sono vescovo fuori; cioé in tutte le cose, che comprendonsi nella protezione, e direzione del potere sovrano. Il torto di Giustiniano fu non solo di voler mettere lingua ne’ dogmi, ma di sovvertire antiche regole ben meditate, ed in piena e stabile osservanza, e sostituirne capricciosamente altre, lontane dalla conveniente sapienza. Del resto se il Nuovo Canone de’ Greci ha dei difetti, dobbiamo ricordarci che molti anche ne vengono attribuiti dai nostri tanto al Decreto di Graziano, quanto alle Decretali compilate e guastate da Raimondo di Penafort, senza dire di quelle del falsario Isidoro Mercatore o Peccatore che fosse, giacché con questi due soprannomi lo veggiamo dagli scrittori indicato.

5.° Era sicuramente una vanità di falso zelo quella d’impedire agli Ebrei la celebrazione della Pasqua secondo i calcoli del loro calendario; ma fu una temeraria arroganza quella di sovvertire l’ordine della Pasqua de’Cristiani, argomento di tante e sì aspre quistioni al tempo di s. Cipriano, dacchè nemico degli astronomi, come l’abbiamo veduto, Giustiniano non avea nè pensiero, nè mezzi di procedere ad una riforma del calendario, come di poi fu eseguito da Gregorio XIII. L’attentato è riferito da Anastasio sulla fede di Teofane. Fu fatto, dic’egli, un sovvertimento della santa Pasqua. Il popolo incominciò ad astenersi dalle carni il giorno quarto di febbraio; e l’Imperadore ordinò che nell’altra settimana si facesse uso della [p. 279 modifica]carni; e i venditori ne uccisero, e ne esposero di ogni fatta; ma nessuno ne comperava, e ne mangiava. Si fece indi la Pasqua, siccome l’Imperadore comandò; e trovossi che il popolo avea digiunato una settimana di più.

CAPO XXX.

I.° Liberio, di cui nell’antecedente capo e in questo Procopio parla, fu patrizio romano, che Teodato, re de’Goti, mandò suo legato a Giustiniano; e che poscia ebbe molte cariche nell’Oriente da esso lui egregiamente sostenute. In fine fatto già vecchio, e tutt’altro essendo che uomo esperto nella guerra, fu mandato in Italia contro de’ Goti.

2.° Fu sì chiara ed abbominanda la rapina dell’altrui eredità da Giustiniano appropriatesi, che Giustino II, a lui succeduto, se diam mente a Corippo, ordinò che si restituissero agli eredi legittimi. E in quanto alla legge, colla quale ridusse il diritto degli eredi legittimi alla quarta parte, l’Anonimo nella Cronaca si spiega con queste parole: Giustiniano imperadore sotto apparenza di pietà fece cosa iniquissima: perciocchè non permise a’cognati di adire le eredità dei defunti, ma le applicò al fisco.


CAPO XXXI.

I.° Questo Maltane, di cui qui parla Procopio, trovasi nominato Martane nella Novella 142, e Martanio nella Lettera di Giustiniano, e negli Atti del Concilio di Mopsuestia, celebratosi contro Teodoro, al qual Concilio costui intervenne per ordine dell’Imperadore.


CAPO XXXII.

I.° I Veredarii degli antichi furono quelli che noi diciamo postiglioni, o corrieri; e le stalle, che qui Procopio accenna, erano come le nostre stazioni di posta. Augusto fece una legge, [p. 280 modifica]siccome leggiamo presso Svetonio, pel buon ordine di questo servigio pubblico, e Severo, secondo che abbiamo da Sparziano, levò di mano a’ privati questo ramo di servigio, e lo applicò per maggiore sicurezza al fisco. Valerio Massimo, Plinio, Plutarco, ne parlano; e da essi veggiamo che tutti gl’Imperadori posero somma cura perchè le stazioni fossero continuamente provvedute di cavalli, di carri, e di vetture di ogni fatta. Con questi mezzi in brevissimo tempo scorrevansi strade lunghissime. Procopio probabilmente non parla che di cavalli, poiché essendo notissimo come le stazioni fossero ordinate, non credette necessario fare più particolari indicazioni. Perché poi veggasi l’assurda disposizione di Giustiniano nella riforma del corso de’ Veredarii basterà indicare quali per l’addietro fossero le stazioni da Costantinopoli ad Elenopoli. La prima stazione passato il canale era nel Rufiniano, poi a Calcedonia, a Dacibiza, a Nicea, e di là ad Elenopoli.

2.° Ognuno riderà udendo avere Giustiniano sostituito nelle stazioni di posta asinelli a’ cavalli! !

CAPO XXXIII.

I.° Il borgo comprato da Evangelo crederassi gran cosa ove si sappia che vi risiedeva un vescovo; e trovasi memoria di due che vi furono al tempo di Giustiniano, un Teodoro, che si sottoscrisse ad una lettera del vescovo di Tiro, Epifanio; e un Cristoforo, intervenuto al Concilio di Costantinopoli convocato da Menna. Ma debbesi avvertire, che i Greci misero vescovi in ogni luogo alcun poco abitato. E di là venne la quantità dei loro vescovi. Mentre adunque in Occidente le sole città ne aveano uno, in Oriente ogni castello, terra, o borgo n’erano provveduti al pari delle città. Intanto è più facile citare il nome di qualche vescovo di Porfirione, che dire in che veramente consistesse la compera dal Causidico fatta di quel borgo. Tocca agli Eruditi trattare di questo argomento, che forse illustrerebbe la economia politica dell’Imperio orientale. Dalla somma capitale spesa può [p. 281 modifica]facilmente argomentarsi la rendita, che quel borgo era capace di dare. Ma in che la desse, questo é ciò che può desiderarsi di sapere.


CAPO XXXIV.

I.° Da che i Greci bizantini tanto esageravano nelle espressioni, e nel linguaggio legislativo de’ loro Imperadori tutto era sacro, tutto divino, quanto apparteneva alla Corte, non é meraviglia se molto si esagerasse anche negli atti di venerazione personale. Diocleziano fu il primo che introdusse l’uso di farsi baciare i piedi. Era certamente assai forte il baciare i piedi a Teodora, vedutasi pochi anni addietro in teatro, e ne’postriboli. Ma poiché era stata solennemente inaugurata Augusta, la superbia di lei fu almeno conseguente. Fu pur conseguente ancora nel prender parte nelle onorificenze diplomatiche, poscia che Giustiniano le permise tanta ingerenza negli affari; e volti entrambi sì palesemente alla tirannide, non è a stupire se spinsero il cerimoniale di Corte al segno, che da Procopio viene indicato.

Procopio non dice che anche gli ecclesiastici fossero obbligati allo stesso cerimoniale, probabilmente perché fu assai lontano dal pensare che altri ne dubitasse. In tutte le parti dell’Imperio non conoscevasi dignità che potesse per alcun verso farsi rivale di quella dell’Augusto regnante: onde in una lettera a Giustiniano di vescovi e monaci si legge: L’Arcivescovo della vecchia Roma Agapito, il quale é stato ammesso alle vestigia de’vostri pii piedi. E la verità vuole che si dica questo cerimoniale non essersi osservato soltanto al tempo di Giustiniano; ma bensì assai prima, poiché il sant’uomo Saba ad Anastasio imperadore diceva: io venni per adorare le vestigia della vostra pietà. Così Fozio, vescovo di Tiro, diceva a Marziano: Priego adunque prosteso a vostri piedi; ed Agatone papa avea scritto a Costantino: vi supplico, innanzi a voi prostato come se vi fossi presente, e a’ piedi vostri prosteso. Nè nuova era pure la denominazione di Signori all’Imperadore, e alla Imperatrice, poiché la veggiamo usata da s. Gregorio il grande, siccome si [p. 282 modifica]é accennato di sopra. Pare adunque che l’osservazione di Procopio miri a rilevare meno la materialità di questi formularii, che il sentimento superbo in essi posto da Giustiniano o da Teodora; e che il N. A. abbia insieme contemplato il complesso della loro condotta in queste cose, ove certamente appare la maligna vanità loro nel si mal trattare, siccome egli nota, chi non avesse preferito i titoli di Signori a quelli d’Imperadore e Imperatrice, e quello di servi all’altro di Principi. L’Alemanno che non ha potuto dissimulare i monumenti recati di sopra, quelli che riguardano i vescovi greci attribuisce ad adulazione e servilità; e a semplice formalità di uso quelli che riguardano i sommi Pontefici. Ma non è quistione della materialità di tali formule, ma bensi della ragione onde furono stabilite; e questa ragione chiaramente emerge dalla suprema autorità dell’Imperio, di cui gli Augusti, buoni o cattivi, erano investiti; e dalla considerazione al precetto di dare a Cesare ciò che è di Cesare. La quale considerazione non avendo potuto più aver luogo quando i romani Pontefici non furono più sudditi degli Imperadori, toglie di mezzo l’applicazione, di cui l’Alemanno in suo segreto forse temeva. E s’egli avesse badato al fatto di s. Gregorio il grande accennato da noi, sarebbesi facilmente tranquillato senza bisogno di ricorrere a ragionamenti troppo vaghi. Tale é quello, che intende dedurre dal passo di una lettera di papa Agapito a Pietro patriarca gerosolimitano, in cui dice: essendo pertanto giunti alla Corte del serenissimo Imperadore figliuol nostro ec., giusta espressione della religiosa carità del Pontefice nel caso in cui Agapito trovavasi scrivendo quella lettera, nella quale non era luogo ad officii alla persona dell’Imperadore diretti. Tale è pur l’altro, in cui dice che nessun vescovo o patriarca greco avrebbe chiamato figliuolo l’Imperadore, come Agapito in quella lettera lo chiamava; Imperciocchè per fondare il suo discorso l’Alemanno avrebbe prima di tutto dovuto riferire l’uso di quella denominazione alla persona stessa dell’Imperadore diretta; e il citato fatto di s. Gregorio il grande, come quello di Agatone dimostrano ben diversa cosa. In secondo luogo [p. 283 modifica]ogn’Imperadore ortodosso essendo figlio della chiesa, con tale titolo ne’ rispetti religiosi potevasi chiamare per tale, non solamente dal sommo Pontefice, ma dal Patriarca di Costantinopoli, il qual era l’immediato suo pastore. Dà singolar luce a questa nostra osservazione il passo ch’egli riferisce della lettera d’Innocenzo vescovo di Maronia a Temate; ed è il seguente. Il piissimo ed amante di Dio Imperador nostro, chiamato a sè il santissimo patriarca Epifanio, ci fece entrare con lui alla sua presenza, e dopo aver detto guanto Dio gl’inspirò, licenziolo, fatta, conforme l’uso, orazione secondo la sua pietà (secundum morem oratione facta pro ejus pietate). Imperciocchè, se giusto é il senso, che l’Alemanno dà a queste parole, come se significhino, che nel presentarsi a Giustiniano, e nel partirsi da lui il Patriarca era solito benedirlo (nel quale significato io però dubito che altri possa convenire), in ciò non contiensi che un atto di divozione religiosa, il quale in nessuna maniera esclude l’osservanza del cerimoniale stabilito; ed in ogni caso dimostra la riverenza dell’Imperadore al grado patriarcale, e allo spirituale ministero, per cui chiari sono i rispetti di padre nell’uno, e di figliuolo nell’altro. Distinguendosi adunque i caratteri di Pontefice, o Patriarca, e di suddito, tutto rimane esattamente spiegato.

2.° De’ tesori, che Procopio accenna ascosi da Giustiniano, se crediamo a Corippo, dobbiamo lodare il buon uso che ne fece Giustino suo successore, poiché con esso pagò i debiti che quell’Imperadore avea lasciati. Ma non si pagarono che i debiti comprovati con apoche. Nissuno pensò alla restituzione di quanto era stato ingiustamente rapito. Come sarebbesi potuto fare restituzione di tanto?

3.° Di questo terribil peso, e di quello di tante altre iniquità carico, morì Giustiniano sette anni dopo che Procopio avea condotto a questo punto la sua Storia segreta. Se sul fine della vita codesto Imperadore diventasse insensato, non è cosa certa, sebbene veggasi ripetuta da parecchi Scrittori. Questi però non sono sincroni; e i sincroni ne tacciono. Si aggiunge la probabilità, [p. 284 modifica]che siasi confuso il nome di Giustiniano con quello de’ due Giustini, uno che lo precedette, l’altro che lo seguì, entrambi pegli ultimi tempi di loro vita caduti in uno stato d’insensatezza. Abbiamo riportata da Svida una memoria di antico Scrittore, che dice: Giustiniano o per la decrepitezza, o per altra cagione, con mente certamente non sana, era disposto a turbare l’ortodossa credenza intorno a Cristo, se non fosse passato di questa vita. Ognuno però vede, che questo passo non determina lo stato fisico di demenza. Sul fine di lui Evagrio in ultimo del libro 4 dice avere Giustiniano terminata la vita percosso da occulto colpo; e nel libro 5 ha questo memorabil passo: Giustiniano, agendo ogni cosa empiuta di confusione e di tumulti, e in ultimo della sua vita riportata la mercede dovuta a tale sua condotta, andò per giusto giudizio di Dio a pagar nell’inferno i supplizii meritati. Tale è la fama, che lasciò di sè questo Imperadore.


FINE DELLE NOTE.