Volgarizzamenti da Platone/Il Timeo, ovvero della natura

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Il Timeo, ovvero della natura

../A Vito Fornari ../Specchietto del libro IncludiIntestazione 6 luglio 2017 75% Filosofia

A Vito Fornari Specchietto del libro
[p. 75 modifica]

IL TIMEO,

OVVERO

DELLA NATURA.


Le persone del dialogo sono: Socrate, Crizia, Timeo, Ermocrate.


Socrate. Uno, due, tre: e dov’è, caro Timeo, il quarto dei nostri convitati jeri, che oggi convitano?

Timeo. Non sta sano, o Socrate; che da sè non sarebbe mancato a questo convegno.

Socrate. Adunque spetta a te e a costoro, fare eziandio le parti di lui che manca?

Timeo. Certo, e faremo tutto il nostro potere; perchè tu ci donasti jeri come ad ospiti sì buone vivande, e non è giusto se noi altri, in ricambio, non ti convitiamo di cuore.

Socrate. Oh vi ricorda su quante e su quali, cose vi dett’io incombenza di ragionare?

Timeo. Parte sì, quello che no, ci sei tu e ce lo ricorderai tu: o se non t’è grave, riassumi le cose da capo, in breve, perchè si raffermino meglio nella nostra mente.

[p. 76 modifica]Socrate. Ecco, la sostanza de’ ragionamenti miei di jeri sopra la repubblica, era in qualche modo questa: in qual maniera e di quali uomini ella dovrebb’esser fatta, per essere a giudizio mio benissima.

Timeo. E questa esposizione fu in tutto secondo il cuor nostro, caro Socrate.

Socrate. Ora, per prima cosa, non separammo in essa gli agricoltori e tutti gli altri mestieri da quei che la devono difendere?

Timeo. Sì.

Socrate. E in quello che assegnavamo a ciascheduno un uffizio e un’arte speciale, accomodata alla sua natura, dicemmo che quegli che hanno da combattere per tutti, non hanno da essere che solamente custodi della repubblica contro a coloro che di fuora o da entro si muovano a farle male; e che devono giudicare con dolcezza i proprii soggetti, siccome amici nati, ed essere fieri nelle battaglie in qualunque nemico s’imbattano.

Timeo. Così per lo appunto.

Socrate. Imperocchè si disse, cred’io, che l’anima dei custodi è d’uopo che in modo eccellente sia di natura insieme iraconda, e insieme vaga della sapienza, per essere giustamente benigni verso gli uni, e verso gli altri fieri.

Timeo. Sì.

Socrate. E che cosa dell’educazione? non è mestieri che siano informati nella ginnastica, nella musica e in tutte l’altre discipline convenevoli?.

Timeo. Indubitatamente. [p. 77 modifica]Socrate. E, informati in tal modo, s’è detto che non devono stimar come proprio nè oro, nè argento, nè qualunque altra cosa; sibbene, come ajutatori, devono ricevere una mercede della guardia da quei medesimi ch’essi custodiscono, quanta basti a persone temperate; e spenderla in comune, e mangiare e vivere insieme volgendo tutte le cure alla virtù, e non s’occupando in altro.

Timeo. Così s’è detto.

Socrate. E s’è ancora fatta menzione, che ai custodi bisogna dare per compagne, donne che siano altresì adatte alla custodia; e che bisogna metterle con essi a parte di tutti gli uffizii della guerra e della vita.

Timeo. Così appunto.

Socrate. E che della procreazione de’ figliuoli? non è ella cosa che facilmente si ricorda per la sua novità stessa, che noi facemmo le nozze e i figliuoli comuni a tutti, ingegnando che nessuno giammai conoscesse i suoi figliuoli proprii, e tutt’insieme si riputassero come una famiglia; cioè come sorelle e fratelli, quei nati dentro un conveniente tempo, e quelli nati via via innanzi, parenti e progenitori dei parenti, quelli nati via via dopo, figliuoli e figliuoli dei figliuoli.

Timeo. Si ricorda facilmente, hai ragione.

Socrate. E perchè di buon’ora nascessero i fanciulli con disposizione quanto si può bellissima, ci rammentiamo che i governatori e le governataci devono appajare le nozze per via d’alcuno sorti, macchinando di soppiatto in modo, che i cattivi da una parte, e i buoni da un’altra, s’abbattino a [p. 78 modifica]congiungersi a femmine simili a loro; così non ne nascerebbe nessuno scandalo, perciocché di questi congiugnimenti essi n’accagionerebbero il caso.

Timeo. Ci rammentiamo.

Socrate. E non dicemmo pure che conviene educare i figliuoli dei buoni, e quelli de’ cattivi trameschiare nascostamente fra gli ordini inferiori dei cittadini? E a mano a mano che i primi e i secondi crescono negli anni, i rettori devono tener loro gli occhi, per accogliere novamente i giovinetti degni, e nel luogo loro tramutare quei che hanno presso di sè, e che non son degni.

Timeo. Così.

Socrate. Non abbiamo in fretta scorso per sommi capi tutto ciò che dicemmo jeri? o ancora, Timeo mio carissimo, ci desideri tu qualche cosa ch’io mi son dimenticato?

Timeo. No affatto, queste stesse cose furono appunto quelle che dicesti jeri, carissimo mio Socrate.

Socrate. Ora, sentite che cuore è il mio, quando guardo la repubblica di cui v’ho parlato. Avviene a me come ad uomo che, contemplando in qualche luogo degli animali belli, dipinti o veramente vivi, ma che si posano, invaghisce di vederli muovere e provare nella lotta quella vispa persona che par che abbiano. Tal è il caso mio: perché con desiderio vivissimo sentirei raccontare ad alcuno, come la mia repubblica onorevolmente faccia con le altre quei certami, ch’è decoroso di fare; e come, allorché entra in guerra, vi mostri a dirimpetto all’altre repubbliche cose degne di sua disciplina e gentilezza, [p. 79 modifica]vuoi coi fatti nelle battaglie, vuoi coi discorsi nei negoziamenti. In questo, mio caro Crizia ed Ermocrate, dispero io d’essere giammai capace a lodare debitamente repubblica e uomini siffatti. E di me non è meraviglia: io porto la medesima opinione sui poeti passali e i contemporanei, non perchè abbia la generazione dei poeti in dispetto; ma perchè luce agli occhi d’ognuno che la turba degl’imitatori imita molto agevolmente e benissimo le cose fra le quali fa allevata, laddove quello ch’è straneo all’educazione propria torna difficile ad imitare bene con le opere, e vie più con la parola. Quanto alla generazione dei sofisti, io gli stimo valenti in molti discorsi di diversa specie, ed in altre cose belle; ma ho paura ch’essi, come quegli che vanno continuamente attorno per le città, e non hanno proprie stanze in nessun luogo, non possano immaginare per congettura quanto farebbero nella guerra e nelle battaglie uomini filosofi e politici sia con le opere, sia con la parola, conversando. Restate dunque voi altri, che siete esperti di politica e filosofia, per natura e per educazione. Ecco qua Timeo, di Locri, repubblica di Italia ordinata a leggi eccellentissime, dov’egli non istà dopo a chicchesia per sostanze e per gentilezza di sangue, Timeo ha avuti i più notabili magistrati e onori del comune; ed è, da altra parte, salito a mio parere al sommo di tutta la filosofia. Quanto a Crizia, tutti di qua sappiamo bene, com’egli non è nuovo della materia che ora si tratta; e quanto a Ermocrate bisogna credere altresì che l’ingegno e l’istituzione sua sono accomodati a tutte coteste [p. 80 modifica]disputazioni, giacché molte persone ne fanno testimonianza. Pensando a questo, jeri quando mi dimandaste ch’io vi ragionassi della repubblica, v' ho contentati prontamente, certo che nessuno sarebbe meglio di voi acconcio a compire il discorso, se vi piaccia; infatti, tra i vivi, voi soli sapete rappresentar la repubblica che muove alle decorose guerre, e fornisce in tutto opere degne di lei. Io, sdebitatomi, commisi a voi questo soggetto, che v’ho appunto replicato ora. E voi già, per ricambiarmi, dopo deliberato in comune, risolveste di convitarmi oggi ad un vostro banchetto di ragionamenti. Eccomi, perciò mi sono messo io in assetto, e ho la più viva voglia che mai di sedermici.

Ermocrate. Caro Socrate, come ti disse Timeo, noi ti convitiamo con tutto il cuore, ne c’è scuse a non farlo. Jeri immantinenti usciti di qua* appena giunti da Crizia, nelle stanze dove ci allogia ed anche prima per la via, pensammo a queste ed esso ci raccontò un’istoria d’antica tradizione digliela, o Crizia, perchè ancora Socrate vegga se fa alla commissione sua, o pur no?

Crizia. La dirò, se così pare a Timeo.

Timeo. A me pare.

Crizia. Senti, Socrate, un’istoria meravigliosa oltremodo, ma tutta vera, come la raccontò una volta Solone, il sapientissimo dei sette sapienti. Egli era parente ed anche amico cordiale di Dropido il nostro proavolo, come dice sovente nelle sue poesie, e, in una certa occasione, narra a Crizia, al nostro avo, come quel dabben vecchio ci raccontò dipoi, che grandi [p. 81 modifica]e sovrammirabili furono le antiche opere della nostra repubblica, ottenebrate per il tempo eia distruzione degli uomini; e fra tutte una grandissima, che ora ci conviene rammemorare e per ringraziar te, e per lodare la Dea in una maniera vera e decente, e quasi inneggiandola, ora ch’ è la festa sua.

Socrate. Sta bene, ma qual’è quest’opera, non mentovata, e tuttavia fatta davvero dalla nostra repubblica anticamente, secondo la relazion di Solone?

Crizia. Io dirò quest’antica istoria che sentii da persona non giovine, perchè allora Crizia, come ci disse egli medesimo, era di presso a novant’anni, ed io già m’accostavo ai dieci: egli era appunto il terzo giorno delle Apaturie, detto dei Giovinetti. Quello che si suol fare ogni volta in questa festa, si fe’ altresì allora: i nostri padri ci posero premii a chi recitasse meglio delle poesie. Ne furono recitate molte, e di diversi poeti; ma, spezialmente, molti fanciulli cantammo quelle di Solone, perchè di quel tempo erano una cosa nuova. Un cert’uomo, della nostra tribù, o perchè gli pareva davvero, o per fare una cosa aggradevole a Crizia, disse che Solone pareva a lui non solo nelle altre parti il maggior sapiente, ma ancora nella poesia il più nobile di tutti i poeti. Il vecchio, lo vedo proprio cogli occhi, se ne fe’ lietissimo e, sorridendo, gli disse: O Aminandro, s’egli avesse coltivato la poesia non come per sollazzo, ma in sul serio come altri, e finito l’istoria che portò qua dall’ Egitto, che le sedizioni ed i mali trovati al ritorno lo sforzarono a mettere da parte, secondo la mia opinione [p. 82 modifica]EsiodoOmero nè qualunque altro poeta tu voglia sarebbe venuto in maggior grido di lui. Quegli domandò: Qual’era questa istoria, o Crizia? Risposegli: L’ azione più grande e giustamente degna di renomanza sovr’a tutte, e l’ha fatta questa repubblica; ma la sua memoria non bastò in fino a noi, per il tempo, e per la perdizione di coloro che la operarono. E quegli: Mi di’ da capo, che cosa ti raccontò Solone, e come? e chi la raccontò a lui dandogliela per una vera novella? E Crizia a lui:

In Egitto, nel Delta, alla cui punta si fende la corrente del Nilo, e l’intornia, c’è una provincia che si chiama Saitica; e la città più grande di questa provincia è Sais, dove nacque il re Amasi. Gli abitanti tengono per fondatrice della loro città una Dea, che s’addomanda Neit in egiziano, in greco, come asseriscono essi, Atene; e dicono che essi son molto amici degli Ateniesi, e che hanno in qualche maniera con questi qui communanza di sangue. Solone disse che andò là, e che vi ricevè grandissimo onore; e, dalle dimande fatte intorno alle istorie primitive a quei sacerdoti più esperti, in queste materie sì fu accorto che nulla, per così dire, ne sapevano egli, e gli altri Greci. Una fiata, tra le altre; desideroso di condurli a favellare delle cose antiche, si pone a discorrere delle cose di Grecia più antichissime, di Foroneo detto il primo, di Niobe e, dopo al diluvio, di Deucalione e Pirra come camparono: ed annovera le generazioni di questi, e cerca, rammemorando le epoche, calcolare gli anni degli avvenimenti di cui parla; ed ecco un certo dei sacerdoti [p. 83 modifica]molto attempato dirgli: O Solone, Solone, voi Greci siete sempre fanciulli; non c’è un Greco vecchio. A sentirlo, domandò: Tu come di’ questo? Rispose: Siete giovini d’anima, imperocché non ci conservate nessuna vecchia opinione di tradizione antica, e nessuna dottrina canuta per il tempo. La cagione di ciò è questa: ei ci sono state e saranno molte e diverse distruzioni, grandissime quelle per lo fuoco e per la acqua, minori quelle per le altre cause innumerabili. In fatti, quello che si dice da voi, Fetonte figliuolo del Sole attaccato una volta i cavalli al carro del padre e montatovi, non sapendone carreggiare la strada, avere arso ogni cosa sopra la terra, ed egli essere morto dalla folgore, questo, che ha forma di favola, è fondato su un vero, ed è lo dichinamento degli astri che si rivolvono per lo cielo attorno della terra, e la distruzione di tutte le cose sopra la terra per molto fuoco. Allora periscono piuttosto quei che abitano sovra le montagne, e in luoghi alti ed aridi, che quei che abitano d* accosto al mare od ai fiumi; ma quanto a noi, il Nilo che è ben pure nostro salvatore nell’altre distrette, ci campa ancora da cotesta sciogliendosi dalle ripe e inondando. E quando gl’Iddii diluviano la terra, si salvano quegli sovra le montagne, i bifolchi e i pastori, laddove gli abitatori delle vostre città sono straportati dai fiumi dentro il mare; ma nella nostra contrada nè allora nè le altre fiate le acque ruinano da sopra su la campagna, per lo contrario si lievano naturalmente da sotto, e si spandono sopra essa. Per ciò si dice che si conservano qui le memorie delle cose antichissime, [p. 84 modifica]essendoci qui stata sempre semenza umana; di fatto, ora più, ora manco, ce ne ha sempre in tutti i luoghi, dove vernate crude o caldi distemperati non la discacciano. Per questo, ogni cosa bella, grande o in qualunque maniera notabile, che intervenne da voi, o qua, od in altri luoghi che sappiamo per fama, tutto dall' età antica sta registrato qui e conservato nei templi. Ma gli avvenimenti vostri e degli altri sempre sono rassegnati di fresco nelle scritture e negli altri monumenti, che convengono ad una repubblica; e non passa guari, ai soliti intervalli di anni, come un morbo, il fiume celeste scoppia e si ruina giù sopra voi, e non ci lascia campare che solamente quei che sono selvaggi delle lettere e delle muse: talmentechè voi diventate di nuovo come giovini, non sapendo nulla di tutti gli avvenimenti di qua, nè de’ vostri proprii, che furono nei tempi antichi. Onde, o Solone, quello che hai narrato ora tu delle vostre generazioni, si differisce poco dalle novellette dei fanciulli; imperciocché voi non ricordate che un solo diluvio della terra, laddove avanti ve ne furono molti altri. Similmente, neppùre avete notizia che visse nella vostra terra la più bella e più buona generazione di uomini che si vedesse mai al mondo, da' quali siete usciti tu e tutta la tua gente, dal picciolo seme scampato; e le nuove vi mancano, per la cagione che molte generazioni di quelli superstiti morirono muti di lettere. Ah! un tempo, o Solone, avanti il paventosissimo scempio delle acque, questa medesima repubblica Atene, di ora, era eccellentissima nella guerra, e in tutto governata a leggi [p. 85 modifica]meravigliosissime; e di essa si narrano opere leggiadrissime, ed instituzioni bellissime sovra tutte quelle che il sol vide sotto il suo cielo e che sappiamo noi.

Ad udirlo, Solone raccontò che ne fu stupefatto; e con grande istanza prega i Sacerdoti di narrargli filo per filo tutte quante le azioni de’ suoi antichi. Il sacerdote gli disse: Non ne ho invidia, e lo fo per te e la tua terra e la Dea che ottenne in sorte la vostra città e la nostra, e le allevò e disciplinò tutte e due; la vostra mille anni prima, prendendo la semenza da Terra e Vulcano, la nostra dopo; e il tempo dell’ ordinamento di questa qua è segnato nelle nostre scritture col numero d’otto mila anni. Dei tuoi cittadini vivuti adunque nove mila anni fa, per ora ti dirò brevemente la più leggiadra azione di quelle che abbiano fatte; poi, quando n’avremo l’agio una altra volta, ragioneremo accuratamente di tutto pigliandoci in mano le scritture. Quant’è alle leggi, considera le nostre e fattene un concetto; poiché molte di quelle che allora furono da voi, qua sono ancora vive. Primieramente da noi la casta dei sacerdoti è separata dalle altre; altresì la casta degli artigiani, de’ quali ciaschedun ordine, senza meschiarsi ad altro, fa un suo proprio mestiere: e così anche i pastori, i cacciatori e gli agricoltori. E la casta de’ guerrieri hai visto già ch’è appartata pure da tutte l’altre; a cui è prescritto dalle leggi di non porre cura a nessun’altra cosa, tranne le faccende della guerra. Loro armadura è eziandio lo scudo, e loro arma la lancia; e noi ce ne provvedemmo i primi nell’Asia, giacché la Dea le insegnò a noi prima, come altresì [p. 86 modifica]fe' a voi nelle vostre contrade. Rispetto alla coltura della mente, tu vedi, senz’ alcun dubbio, la legge appo noi quanta sollecitudine ebbe sin da principio della scienza del mondo, in universale, in fino alla divinazione e alla.medicina che riguarda alla sanità; e com’ essa volse queste scienze divine a beneficio delle cose umane; e com’ essa pure fe’ conquista delle altre scienze che vi si collegano. Ora la Dea pose prima da voi tutto questo intiero ordinamento; e v’elesse per istanza la terra dove siete nati, scorgendo che, per essere posta a dolce guardatura del cielo, porterebbe uomini di mirabile prudenza. Adunque come quella ch’è bellicosa e vaga della sapienza, elesse ed allegrò prima d’abitanti appunto questa tale contrada che doveva portare uomini simigliantissimi a lei. E voi vivevate con le leggi sopraddette, ed ancora con molto stimabili istituzioni, entrando innanzi a tutti gli uomini in ogni virtù, come si conveniva proprio a rampolli e creature degli Dei. E molte e magnanime azioni della vostra repubblica son qui scritte, che destano meraviglia; ma una primeggia sopra le altre per la grandezza e la virtù sua. Narrano le scritture che la vostra terra debbellò un’oste molto formidabile, in quello che baldanseggiando si riversava contro «a tutta l’Europa e l’Asia, irrompendo fuora dal pelago Atlantico. Allora era navigabile quel pelago, stante che aveva un’isola innanzi alla bocca, che chiamate, come dite voi, colonne di Ercole; e P isola era più grande della Libia e della Asia insieme, di dove era passaggio alle altre isole ai navigatori di quel tempo, e dall' isole a tutto il [p. 87 modifica]continente a dirimpeto, che inghirlanda quel ’wero mare. Di fatto, quel tanto di mare che giace dentro dell’imboccatura della quale parliamo, sembra un porto con la entrata stretta; ma quell' altro si può dire molto propriamente il vero mare, e la terra che lo recigne si può altresì dire con la maggiore giustezza continente. Ora, in cotesta isola Atlantide, Sorse una possanza di re, grande e meravigliosa, che signoreggiavano in tutta l’isola, ed in molte altre isole e parti del continente; e, di qua dallo stretto, tenevano imperio sovra la Libia fino all’ Egitto, e sovra l’Europa fino alla Tirrenia. E tutta codesta possanza strignendosi in uno, tentò una volta, d’un impeto, ridurre in servaggio e la vostra terra, e la nostra, e tutte quante giacciono dentro alT imboccatura. Allora, o Solone, la cittadinanza vostra splendette per la bontà e bravura sua davanti a tutti gli uomini. Conciossiachè essendo ella oltre a tutti battaglierosa e molto dotta di guerra, parte condusse le arme dei Greci, parte combattè sola, costretta da necessità per essere stata abbandonata dagli altri; e, messasi ad estremi pericoli, abbattette gli assalitori, e levò trofei; e preservò dal servaggio quelli non ancora fatti servi, e noi tutti che abitiamo dentro dalle colonne d’Ercole rendette magnanima mente a libertà. In successo di tempo essendo terremoti grandi e diluvii, e sopravvenendo un dì e una notte orribile, tutta la vostra gente bellicosa sprofondò giù nella terra; e l' isola Atlantide simigliantemente nabissando dentro del mare, si sparve. Per questo ancora oggidì quel pelago giace [p. 88 modifica]innavigato ed inesplorabile, essendo d’impedimento il profondo limo, che si scommosse al nabissarsi dell’isola.

Ecco già tu hai in breve, o Socrate, le cose che disse il vecchio Crizia, secondo il racconto di Solone. Quando discorrevi jeri della repubblica e del suoi cittadini, mi meravigliai sovvenendomi di questa stessa istoria, notando che per un divino abbattimento tu eri quasi d’accordo con Solone in massima parte. Non volli parlare li per lì su due piedi, perchè erano cose per me vecchie, e non mi si ricordavano bene; e pensai, ch’era bisogno di ruminarle un po tra me stesso, pria di discorrerne. Ma subito accettai gl’incarichi che ci desti, considerando io che la maggiore difficoltà in tali cose, per noi noi non c’era, voglio dire la difficoltà di presentare un soggetto che soddisfi. E immantinenti usciti jeri di qua come ti disse Ermocrate, cominciai a dir loro qualche cosa di questa istoria così come mi veniva alla mente; e dopo lasciatili, pensandoci la notte, la ripigliai quasi filo per filo: tu sai il proverbio, che ciò che s’apprende nella puerizia si ricorda d’un modo meraviglioso. In fatti, dubito se mi potessi rammentare un’altra volta, le cose ch’io sentii jeri, e queste ch’io sentii da sì lungo tempo, farei le,maggiori meraviglie del mondo se me ne sfuggisse un motto. Pigliavo grandissimo, piacere di sentirle, proprio da fanciullo, e quel dabben vecchio me le insegnava con tutto il cuor suo, e mi faceva contento a tutte le dimande; in modo che da ultimo mi rimasero nella mente, come dipinture a fuoco, che non s’isvivano mai più. Questa stessa istoria io [p. 89 modifica]la ridissi altresì loro, stamattina per tempo, per aver tutti insieme una copiosa materia di parlare. Adunque Socrate mio, voglio dirti ch’io sono pronto di raccontartela non solo per sommi capi, ma come l’intes’io, per filo e per segno. La repubblica e i cittadini, che jeri ci adombrasti come in una favola, traslateremo nel vero, dicendo che questa repubblica nostra è appunto la tua; e che i cittadini concepiti dalla tua mente sono appunto quei nostri antichi dei quali parlò il sacerdote: essi s’accorderanno interamente, e non faremo dissonanza affermando ch’erano proprio quegli stessi. Quant’è alla fatica, noi ce la spartiremo in comune, e cercheremo con tutto il cuore di contentarti. Ora bisogna, Socrate, vedere se risponde alla tua mente questo discorso nostro, o se conviene in vece cercarne qualche altro.

Socrate. E quale, Crizia, piglieremmo in vece di questo, il quale fa benissimo al presente sacrifizio, ch’è ad onore della Dea, per la parentela del soggetto; e ha il grandissimo pregio di non essere una favola immaginata, ma una vera istoria? Come, e di dove ne troveremmo altri, se lasciamo questo? non è possibile. Via con la buona ventura pariate voi, ed io v’udirò in riposo, per compenso del discorso che fec’io jeri.

Crizia. Adunque guarda, Socrate, come t’abbiamo ordinate le vivande., Ci parve che Timeo, il quale fra noi vale tant’oro nell’astronomia, ed ha messo studio spezialissimo a conoscere la natura dell’universo, dovesse parlar prima, incominciando dalla generazione del mondo, e facendo fine alla [p. 90 modifica]natura degli nomini. Io, appresso, prendendo da lui gli uomini creati col discorso suo, e da te quelli che tu educasti così bene; io, tenendomi atta legge e all’ istoria di Solone, menerò questi innanzi a noi, come se fossimo noi giudici, per fargli cittadini di codesta repubblica, stante ch’ ei sono quegli stessi Ateniesi che i libri sacri di Egitto ci fecero aperti d’essere svaniti dalla terra; e così per ragionar poi di loro come di veri Ateniesi e cittadini nostri Socrate. Io veggo che voi mi volete ricambiare con un compito e splendido banchetto. Dunque come pare spetta dire a te, o Timeo, dopoché avrai invocati gl’ Iddii, com’ è onesta usanza.

Timeo. Ma, Socrate, tutti, pure quei che son poco savii, chiamano Dio sempre sul mettersi a ogni faccenda piccola o grande; e a noi che dobbiamo ragion pare dell’universo, se è generato ovvero se non è generato, se non siamo al tutto fuori di senno, conviene molto più pregare gl’ Iddii e le Dee che ci facciano parlare in modo, da piacere prima in ispezialità a loro, e poi anche a noi. E già ho pregati gl’ Iddii. Quant' è a noi, bisogna che ci preghiamo scambievolmente, perchè voi m’ intendiate con moltissimi faciltà, ed io renda con moltissima chiarezza il concetto mio sopra l’argomento proposto.

Bisogna, a mio avviso; distinguete dapprima queste due cose; che è quello ch’ è sempre, e non ha generazione; e che è quello che si genera sempre, e non è giammai. L’uno è ciò ch’ è comprensibile dall’ intelligenza e dalla ragione, imperroccehè è sempre il medesimo; l’altro, per contrario, è ciò [p. 91 modifica]ch’è opinabile dall’opinione per mezzo del senso irragionevole, imperrocchè si genera, perisce, e non è giammai davvero. Inoltre si deve notare che tutto quello che si genera, è necessità che si generi per alcuna causa, essendo impossibile che una cosa qualunque venga senza causa alla generazione. E si noti eziandio che quando l’artefice d’un’opera vagheggia quel ch’è sempre il medesimo, se ne giova per esemplare, e l’idea e la virtù di esso reca ad atto, tutto quello che fa è necessariamente bello; per contrario, non bello, se guarda in alcuna cosa generata, e adopera un esemplare generato.

Ora intorno all’intero cielo, o mondo, o se si vuole qualche altro nome, gli si dia pure, consideriamo primieramente, ciò che s’ha a considerare dapprima intorno a ogni cosa, cioè se esso fu sempre, senza verun principio di generazione, ovvero se fu generato, incominciando da qualche principio. Fu generato, imperrochè è visibile, tangibile, e ha un corpo; tutte le cose siffatte sono sensibili; e i sensibili, i quali si comprendono dall’opinione per mezzo del senso, apparve che si generano e sono generati. Inoltre si è pure detto che tuttociò che si genera, si deve generare per alcuna causa. Ma, è malagevole trovare il padre e il fattore di questo universo, e se pure lo trovi, è impossibile farlo manifesto a tutti.

La seconda cosa che bisogna considerare dello universo si è, il padre secondo qual’esemplare l’ha fatto, secondo quello ch’è sempre il medesimo, o secondo quello generato? Se questo mondo è bello, e se l’artefice suo è buono, allora è evidente che [p. 92 modifica]egli vagheggiò un esemplare eterno; laddove no, cosa pure nefanda ad uomo di profferire, uno generato. Ma è chiaro a tutti, che esemplare eterno, perchè questo mondo è la cosa più bella di tutte le cose generate, e il più buona di tutte le cause. Ed essendo generato così, fu fatto secondo un esemplare dalla ragione e dall’intelligenza, e ch’è sempre il medesimo. Dalle cose dette s’inferisce’ per necessità che questo mondo è il simulacro d’alcuno.

Noi dovendo parlare del simulacro, importando assai in tutte le trattazioni che si cominci in modo conveniente alla natura del soggetto, noi vogliamo distinguere dapprima, e netto, coteste due manie di discorrere, cioè quella che si confà al simulacro e quella che si confà all’esemplare giacchè dee ognuno avvertire che i discorsi hanno parentela con cui le cose di cui sono gl’interpreti. I discorsi, dunque che trattano di cosa stabile, ferma, che si manifesta all’intelletto, è ancora necessario che siano fermi immutabili e, per quanto vien fatto inespugnabili e immobili. Quei che trattano di cosa, ch’è immagine e simulacro di quella prima, basta soltanto che siano verosimili, e che al primo genere di discolpa corrispondano; poichè ciò ch’è l’essere in rispetto alla generazione, è la verità in rispetto alla fede. Non meravigliarti dunque, caro mio Socrate, se dopo che s’è parlato tanto e da tanti sopra gl’Iddii e la generamene dell’universo, non poss’io offerirti ragionamenti esquisiti, che in ogni parte concordino; [p. 93 modifica]e contentati se non sono i miei meno probabili di quelli di qualunque altro. Pensa ch’io che parlo, e voi, miei giudici, avendo una natura umana, ci bisogna accogliere in questa materia i discorsi verosimili, e non cercare oltre.

Socrate. Benissimo, o Timeo, bisogna accoglierli, come dici tu: e già abbiamo accolto con meraviglia il tuo proemio. Va, continuaci questo canto sino alla fine.

Timeo. Diciamo per quale cagione ordinò Iddio la generazione e questo universo. Era buono; in colui ch’è buono non nasce giammai e per nessuna cosa invidia; per tanto volle che tutte le cose, quanto potevano, gli fossero simili. Se persona accoglie da uomini sapienti questo, come il principio proprissimo della generazione e del mondo, ella accoglierà una sentenza giustissima. Di fatto, volendo Iddio che tutte le cose fossero buone e che, per quanto si poteva, nessuna fosse cattiva, pigliò tutto ciò ch’era visibile, che non istava in quiete, ma si commoveva sregolatamente e scompostamente, e lo condusse dal disordine all’ordine, giudicando questo migliore senza paragone. Al bonissimo non fu nè è lasciato giammai fare altro, se non ciò ch’è bellissimo. E ragionando in cuor suo, trovò che nessun’opera di natura visibile, priva d’intelletto, è affatto nell’intiero più speziosa di quella che ha intelletto; e che non può l’intelletto abitare in checohesia, senza, l’anima. Per tanto, compose l’intelletto in un’anima, l’anima in un corpo, e [p. 94 modifica]formò l’universo, per far così la più bella e più buona opera che si poteva. Secondo verosimiglianza si dee conchiudere dunque, che questo mondo è vivo, animato, intelligente, e davvero generato per provvidenza di Dio.

Seguita ora a dire, l’ordinatore a similtudine di qual’animale l’ha fatto. Noi certo non crederemo che l’abbia fatto a’ similtudine d’alcuno di quei che hanno ragione di parte, non potendo esser bello ciò che somiglia a cosa imperfetta; piuttosto affermiamo che esso è somigliantissimo a quell’animale, di cui sono parte gli altri pigliati singolarmente e ne’ loro generi; conciossiachè quello dentro di sè abracci tutti gli animali intelligibili, siccome questo mondo contiene noi e tutti gli animali visibili. E avendo Iddio voluto assomigliarlo al perfettissimo e bellissimo degli animali intelligibili, formò un animale unico, visibile, che s’accoglie in grembo tutti gli animali che gli son congiunti per natura. Ma abbiamo detto bene innanzi che uno è il cielo, o stava meglio dire molti e infiniti? Uno, ammesso che il cielo fu formato secondo il suo esemplare. In vero, quanto a quello che contiene tutti gli animali intelligibili, non ce ne possono essere, per mo’ d’esempio, due; altrimenti c’è bisogno di nuovo d’un altro animale che gli abbracci tutt’e due, e del quale questi sarebbero parti; ed allora non più a somiglianza di questi due si dee dire ch’è fatto il mondo, bensì, e più giustamente, a somiglianza di quello che li contiene. Adunque acciocchè fosse questo mondo, [p. 95 modifica]dal late dell’unità, somigliante all’amimale perfetto, il fattore non compose nè due nè infiniti mondi, bensì questo cielo fu generato uno e unigenito, ed è e sarà così tuttavia.

Ciò ch’è generato dev’essere corporale, visibile e palpabile. E nessuna cosa sarebbe mai visibile se fosse privata di fuoco, nè sarebbe palpabile senz’alcuna solidezza, nè vi sarebbe solidezza senza terra. Per questo, ponendo Iddio mano alla fabbrica dell’universo, mette dapprima insieme fuoco e terra. Ma due cose non possono ligarsi speziosamente senza una terza, la quale come legame è necessaria nel mezzo d’ambedue per congiungerle. Il più bello legame è quello che unifica’ ad alto segno sè e le cose che lega. E la proporzione lo fa in maniera bellissima; conciossiàchè quando di tre numeri, o corpi, o potenze quali si vogliano, il primo sia verso al medio, ciò ch’è il medio verso all’ultimo, e di nuovo ciò ch’è l’ultimo verso al medio, sia il medio verso al primo; allora il medio diventa primo ed ultimo, e l’ultimo e il primo diventano ambedue medii; ed essendo così diventati tutti medesimi fra di loro, ne deriva di necessità che tutti saranno uno. Ora se il corpo del mondo doveva essere solamente piano, e non avere alcuna profondità, un sol medio sarebbe bastato per colligarlo. Ma convenne che fosse solido; e i solidi non si armoneggiano mai per un sol medio, bensì costantemente per due. Perciò posto Iddio acqua e aria tra fuoco e terra, e proporzionatigli, quant’era [p. 96 modifica]possibile, d’una medesima maniera, in modo che quello che fosse il fuoco verso all’aria, fosse l’aria verso all’acqua, e quello che fosse l’aria verso all’acqua l’acqua fosse verso alla terra, colligò così e compose un cielo visibile e palpabile. Per la detta ragione e da codesti elementi, che son quattro di numero, fu generato il corpo del mondo; e tale, che esso è armonioso per la proporzione, e s’aduna con cotanto affetto da essere indissolubile a qualunque altra forza, tranne quell’istessa che l’ha colligato. La composizione del mondo ricevette tutto intiero ciascuno dei quattro elementi; di fatto, Iddio lo formò di tutto il fuoco, di tutta l’acqua, l’aria, la terra, non lasciando da fuori veruna parte o forza di veruno d’essi, con questa intenzione: prima, che il mondo fosse animale perfettissimo, composto eziandio di parti perfette; secondamente, che fosse uno, inquantochè non lasciava materia d’onde se ne potesse fabbricare un altro simile; ed ancora, che non fosse soggetto a vechiezza e a morbo, avvisando bene che il caldo, il freddo e tutte l’altre cose che hanno potenza grandissima, circondando da fuori i corpi e fuori tempo investendogli, li sciolgono e, generando malattie e vecchiezza, li fanno venire a morte. Per tal cagione e per tale ragionamento fe’ un tutto intiero, composto di parti eziando intiere, e franco di malattie e di vecchiezza. Quanto alla figura, gliene dette una decente e conforme alla natura di esso. Ora si conveniva all’animale deputato a contenere nel seno suo tutti gli altri animali quella [p. 97 modifica]figura, la quale comprende tutte le figure. Pertanto lo fece in forma di sfera, che dal centro dispandesi ugualmente agli estremi, ritondo, cioè a dire lo fece della figura più simile a sè stessa e più perfetta di tutte l’altre, giudicando il simile più bello infinite volte del dissimile. Di fuori lo fe’ per molte ragioni pulitissimo. Per modo d’esempio, il mondo non avea bisogno di occhi, poichè non c’era rimasta fuori alcuna cosa visibile; non d’orecchie, poichè non c’era rimasta fuori più alcuna cosa da udire; e nemmeno, non essendoci più aria, aveva bisogno di respirazione. Similmente, non gli bisognava alcun organo per ricevere il cibo e, dopo averlo patito, mandarne via il soperchio, perciocchè nè esso perde giammai cosa, nè se gli aggiugne cosa di dove che sia, non essendoci nulla fuori; e fu così generato dall’arte, ch’egli trae il nutrimento dalla sua stessa corruzione, e fa e patisce in sè e di per sè tutto, avendo pensato il formatore che il mondo sarebbe migliore bastando a sè stesso, anzichè avendo bisogno d’altri. Neppure credette che fosse bene appiccargli inutilmente mani, di cui non avea uopo ne per pigliare nè per respingere cosa alcuna; e neppure piedi, o che altro per servigio del camminare, avendo assegnato a lui un movimento proprio al suo corpo, cioè fra i sette quello che si conviene più alla intelligenza e alla mente. Di fatto lo mena intorno in una stessa maniera, in uno stesso spazio, in lui stesso, e lo fa volgere in cerchio, francandolo di tutte l’altre sei spezie di moti e dei loro vagamenti [p. 98 modifica]Adunque giacchè il mondo per questo suo rigirarsi in tondo non aveva bisogno di piedi, Iddio lo fa senza gambe e piedi.

Così il Dio ch’è sempre ragionò nel cuor suo intorno al Dio che avea da essere un tempo; e fabbricò un corpo liscio, uniforme, col mezzo distante ad uguali spazii dagli estremi, e intiero, perfetto, e composto di perfetti corpi. E messo l’anima nel mezzo, la distese per tutte le parti, e ancora ne fasciò da fuori il corpo tutto attorno, e fece così, un cielo, un cerchio che si volta in cerchio, unico, solo, solitario, ma che stassi per la virtù sua con sè, e non è bisognoso d’altri, e si conosce e s’ama a sufficienza; in somma generò un Dio beato.

Quantunque noi prendiamo ora a ragionare della anima dopo del corpo, Iddio però non la formò davvero più giovine del corpo, perciocchè egli che li collegò tutt’e due, non avrebbe giammai lasciato che il più giovine tenesse la signoria sul più vecchio. Ma noi siamo molto soggetti al caso, ed ecco perchè noi parliamo tal volta pure un po’ a caso. Ma la anima è prima, e più antica del corpo, per la nascita e per la gentilezza, siccome quella che dovea donneggiare; e fu fatta di questi principii, ed in questa guisa ch’io ora dirò. Contemperò Iddio della essenza indivisibile, ch’è sempre medesima, e di quella che si genera nei corpi divisibile, una terza spezie d’essenza, intermedia fra quelle due, partecipante della natura del medesimo e di quella dell’altro; e la pose fra l’essenza indivisibile e medesima, e quella che nei corpi si genera [p. 99 modifica]divisibile. Poi appresso pigliate tutt’e tre quest’essenze, le meschiò in una sola specie, armonizzando la natura dell’altro, indocile a meschianza, con quella del medesimo, per forza. E, meschiate coteste due nature (dell’altro e del medesimo) con la essenza (cioè quella intermedia fra esse), e fattane di tre una, divise di nuovo questo tutto in tante parti quantè convenne, talchè ciascuna era contemperata della natura del medesimo, di quella dell’altro, e dell’essenza. E cominciò a spartire in questo modo: dapprima leva una parte dal tutto; ne toglie poi una altra, il doppio di questa; e appresso toglie la terza, che era una volta e mezzo la seconda, e il triplo della prima; e appresso la quarta, il doppio della seconda; è la quinta, il triplo della terza; e la sesta, ch’era otto volte la prima; e la settima, ch’era ventisette volte la prima. Dopo questo, riempie gl’intervalli doppi e tripli (delle due progressioni che risultarono dalla divisione detta ora, delle quali una ha per ragione il due e l’altra il tre), perciocchè risecò ancora parti dal tutto, ponendole in quest’intervalli; in siffatta maniera ch’ei si trovava in ciascuno intervallo due medii. E l’un medio era così, cioè un estremo lo superava d’una frazion di se stesso, e l’altro estremo dell’egual frazion di se stesso era da esso superato; e l’altro medio era cosi, cioè egli superava un estremo del numero medesimo, del quale era dall’altro estremo superato, E da poi ch’ebbe messi questi medii negl’intervalli detti, ei nacquero nuovi intervalli, cioè d’uno e un mezzo, d’uno e un terzo, e d’uno e un ottavo. Egli riempie con [p. 100 modifica]l’intervallo d’uno e un ottavo tutti gl’intervalli d’uno o un terzo, lasciando di ciascuno d’essi una parte e codesta parte d’intervallo che fu lasciata porgeva in numeri, quella relazion ch’è tra dugencinquatasei e dugenquarantatrè. Cosi consumò Iddio tutta quelli mescolanza, dalla quale levato avea le parti sovraddette. Ora scinde tutta codesta composizione in due, per lo lungo; e adattando, proprio nel loro mezzo, l’una parte disopra all’altra, alla figura della lettera Chi (X), rincurva ciascheduna d’esse in cerchio, in tal modo che i capi dell’una parte si toccassero tra sè e con i capi dall’altra, dirimpetto al punto della commessura; e le involge attorno con un movimento, il quale ruota nello stesso spazio e nell’istessa maniera. E fa l’uno dei cerchi esteriore, l’altro interiore; e addimanda il movimento del cerchio di fuori, movimento della natura del medesimo, e quello del cerchio d’entro, movimento della natura dell’altro. E fa che il cerchio della natura del medesimo si rigiri verso’ destra, a direzione del lato (del parallelogrammo, ch’è inscritto nel meridiano che tocca i punti in cui l’ecclittica bacia i tropici, e ch’è determinato da questi stessi punti); e quello della natura dell’altro verso sinistra, a direzion della diagonale. Ma egli da’ la signoria alla rivoluzione del medesimo e simile perciocchè la lascia indivisa, e fende, per lo contrario, sei volte la rivoluzione interiore, e la sparte in sette cerchi d’un doppio ordine, ciascheduno di tre intervalli; e gl’intervalli dell’un ordine han per ragione il due, e quei dell’altro, il tre. E prescrive che i cerchi si volgano [p. 101 modifica]in verso opposto gli uni agli altri; e che tre cerchi si rigirino similmente veloci, e quattro dissimilmente e rispetto ai tre e fra di essi, però tutti quanti movendosi a ragione e a misura.

Terminato l’ordinatore di comporre l’anima secondo la mente sua; in seguito fabbricò dentro lei tutto ciò ch’è corporeo e, disposando centro a centro, l’addatò a lei armoniosamente. E l’anima dilatata dal centro fino agli estremi del cielo, lo fascia tutto intorno; e rigirando sè in sè comincia il divino principio d’una vita sapiente e incessabile per tutto il tempo. Il corpo del cielo si generò visibile, l’anima invisibile; però partecipando essa della ragione e armonia degli enti intelligibili e sempiterni, è la più buona fattura del più buono fattore. Siccom’essa era dunque contemperata di codesti tre principii, cioè della natura del medesimo, di quella dell’altro, e della essenza, ed era con proporzione spartita e colligata, e siccome per lo suo circulare sempre ritorna à sè stessa; tutte le volte ch’essa attinge obbietto di natura divisibile ovvero indivisibile dice movendosi tutta quanta, a quale cosa questo sia medesimo, e da quale sia diverso; e dice in che relazione principalmente, e come, e dove, e quando a ciascuna delle cose generate avvenga di esser così o così, ovvero di esser passionate così o così, e in rispetto all’altre cose generate, e in rispetto a quelle che restano sempre le medesime. Il logo (il discorso interno dell’anima) si genera parimenti verace o che versi intorno ad obbietto della natura del medesimo, ovveramente a obbietto della natura dell’altro; ed esso si rigira dentro [p. 102 modifica]quello che si muove da sè (cioè nell’anima) senza suono e voce. Il logo quando versa intorno a obbietto sensibile, e il cerchio dell’altro, girando regolatamente, lo divolga in tutta l’anima, allora si generano le vere opinioni e credenze; quando versa intorno a obbietto razionale, e il cerchio del medesimo, rotando bene, ne spande la nuova, allora si compiscono di necessità la intelligenza e la scienza. Or se persona addimanda con un qualche altro nome che anima questa, dove si generano le due dette maniere di conoscimento, essa dirà tutto prima che dica il vero.

Il padre che avea generato il mondo, come sel vede muovere e vivere questo generato simulacro degl’Iddii eterni, se ne allegra; e, per la letizia, pensa in cuor suo farlo tuttavia più simile all’esemplare. Questo essendo animale eterno, piglia a fare ancora tale quest’universo quanto si poteva. La natura dunque dell’animale, era eterna; ma non era possibile adattare al generato codesta cosa compitamente; e immagina di formare un simulacro mobile dell’eternità. E così, mentre egli metteva sesto al cielo, dell’eternità immanente nell’uno, fa un’immagine eterna che procede nel numero, appunto quella che chiamiamo noi tempo. Imperciocchè giorni, notti, mesi e anni non ce n’avea prima che fosse generato il cielo; e proprio in quello che compone il cielo, ordina la generazione di essi. E tutte queste sono parti del tempo; ed eziandio l’era e il sarà sono forme del tempo venute a generazione, le quali noi a torto, senza avvedercene, trasferiamo nell’essenza eterna; laddove di lei soltanto sta bene dire [p. 103 modifica]ch’è, e conviene riservare l’era e il sarà per le cose generate, che procedono nel tempo. L’era, infatti, o il sarà sono movimenti; e di quello ch’è immobilmente e sempre il medesimo, non è proprio che diventi per il tempo più giovine o più vecchio, ovvero che sia qualche volta diventato, nè che sia diventato ora, o che abbi a diventare dopo, nè in generale checchesia di tutto quello che generazione dà alle cose ohe si muovono e sottogiacciono al senso; bensì queste son forme generate del tempo, che imita l’eternità, e s’incerchia secondo numero. Simigliantemente siamo usati di dire: il diventato è diventato, il divenente è divenente, il da diventare è da diventare, il non ente è non ente; però non è accurata nessuna di queste locuzioni. Ma forse non sarebbe ora il caso di trattare con cura questa materia.

Adunque il tempo si generò con il cielo insieme, acciocchè generati insieme, ancora insieme si sciolgano, poniamo che avvenga mai alcuno scioglimento d’essi. E fu generato secondo l’esemplare della natura eterna, acciocchè il mondo le fosse, quanto poteva, simiglantissimo. L’esemplare è ente per tutta l’eternità, e il mondo perpetuamente per tutto il tempo è generato, essente, ed avente a essere. In conseguenza di questo pensiero e intenzione di Dio intorno al tempo, affinchè esso fosse generato, nacquero il sole, la luna, e cinque altri astri, che s’addomandano pianeti, per la custodia e la distinzione del tempo. Fatto Iddio i corpi di ciascuno d’essi, cioè sette, li messe nelle sette orbite, nelle quali si [p. 104 modifica]muove la rivoluzione dell’altro. Pose la luna nella prima orbita che inghirlanda la terra; e pose Lucifero e il pianeta che si dice sacro a Mercurio, in quelle orbite che si rigirano con velocità uguale a quella del sole, ma in verso contrario; in maniera che il sole e il pianeta di Mercurio e Lucifero ciascuno simigliantemente raggiugne l’altro, ed è da quello raggiunto. Se persona fosse desiderosa di sapere per dove abbia Iddio messi gli altri pianeti, e per che ragione, questa giunta porgerebbe più gran difficoltà che l’argomento stesso, in grazia del quale si è ora toccato di queste cose. Ma di questo soggetto se ne tratterà forse degnamente, quando se n’avrà l’agio, un altra volta.

Immantinenti che tutt’i pianeti che bisognavano per operare insieme la comparita del tempo, furono ciascuno entrati nelle proprie orbite, e i corpi loro legati con animati legamenti furono divenuti animali, ed ebbero appreso ciò che fu prescritto a essi; ecco, seguendo il movimento dell’altro, che si rigira obbliquo e per attraverso al movimento del medesimo da cui è signoreggiato, ecco, quale si messe a viaggiare per maggiore orbita, quale per minore; e quei che per orbite minori rivolgersi più veloci, quei che per maggiori, più tardi. Però, a cagione del movimento del medesimo, quei che si rivolgono velocissimamente sembrarono d’essere raggiunti da quei che si rivolgono più lenti, laddovechè in vero quelli raggiungono questi. La qualcosa avvenne perchè il moto del medesimo fè che tutte le orbite di questi pianeti disegnassero un spira e, perchè essi (cinque [p. 105 modifica]propriamente) si muovono insieme in una doppia direzione e opposta (siccome soggetti al moto diurno e al moto obbliquo dell’ecclittica, i quali son contrarii), ne derivò che il pianeta che si discosta più tardo dal moto del medesimo, ch’è velocissimo, paresse tenergli dietro più da vicino.

Ma, per esserci una misura chiarissima della lentezza e della velocità, con cui si fanno le otto rivoluzioni le une rispetto all’altre, Iddio accese luce nel secondo de’ cerchi che inghirlanda la terra, che ora chiamiamo sole, acciocchè lumeggiasse abbondantissimamente il cielo per ogni parte, e tutti quegli animali, a cui si convenia, partecipassero del numero apprendendolo dalla revoluzione del medesimo e simile. La notte e il giorno nacquero così e per questa ragione; e sono il giro della circulazione unica e intelligentissima. Il mese si fa quando la luna, girata per lo suo cerchio, arriva il sole; e l’anno, quand’il sole ha eziandio rigirato a tondo la sua strada. Le rivoluzioni degli altri pianeti, perciocchè gli uomini non le hanno capito, eccetto pochi fra molti, non le addimandano con nomi, nè le commisurano tra di esse calcolando per via di numeri, in maniera tale che, per dirla in un motto, non sanno che sono eziandio tempo i loro errori, d’una moltitudine che stordisce, prodigiosamente varii. Nondimeno si può capire che il perfetto numero di tempo allora colma il perfetto (e grande) anno, quando tutte le otto rivoluzioni, dopo terminata insieme la propria carriera che si misura dal cerchio del medesimo, che va uniformemente, sono rivenute al principio di dove pigliarono le [p. 106 modifica]mosse. Siffattamente per questa ragione nacquero tutti quegli astri che viaggiano per il cielo e fanno le svolte (nei tropici), acciocchè fosse questo mondo simigliantissimo quanto poteva all’animale perfetto e intelligibile nell’imitarne la natura eterna.

E già il mondo, in ogni cosa sua fino alla generazione del tempo, era fatto a simiglianza di quello in cui si copiava; ma se ne dissimigliava solamente in questo, che non contenea ancora generati nel grembo suo tutti gli animali. Iddio fa eziandio quest’altra parte che ci mancava; e la effigia altresì alla natura dello stesso esemplare. Or, come la mente vagheggia idee, che abitano nell’animale che è veracemente; cosi, Iddio pensò pure che il mondo ne dovesse abbracciare tali e tante nel seno suo, quante e quali sono quelle. E sono quattro; una è il genere celestiale degli Dei; un’altra è alata, e viaggia per l’aria; la terza è spezie acquatica; la quarta è pedestre e terrena. Egli fe’ in massima parte di fuoco la spezie degli Dei, per essere quanto poteva splendidissima e bellissima vedere; e, assimigliandola all’universo, la fe’ beatitonda, e la pose in communione dell’intelligenza del potentissimo (cioè del cerchio del medesimo che rapisce nel moto suo l’universo tutto quanto) facendola suo seguace; e la distribuì attorno per tutto il cielo, per farlo un mondo verace, in ogni parte adorno. E avvivò in ciascuno due movimenti, l’uno rotante nello stesso spazio e nell’istesso modo, siccome quei che sempre dentro se pensano l’istesso intorno a ciò che rimane sempre lo stesso: l’altro verso avanti, siccome quei che sono donneggiati dalla [p. 107 modifica]rivoluzione del medesimo e simile e gli fe’ immobili e fermi rispetto agli altri cinque movimenti, per far che ciascuno di loro fosse quanto poteva supremamente benissimo. Per tal ragione nacquero gli astri che non sono errabondi, che sono animali divini, ed eterni, e rimangono sempre rotando nella stessa maniera e nell’istesso luogo; ma quegli altri che si rivolvono e pellegrinano, furono generati come s’è detto sopra. La terra nostra nutrice, che si tiene arrotolata d’intorno all’asse disteso per l’universo, egli la ordinò guardiana ed artefice della notte e del giorno, essendo la più venerabile e più antica degli Dei generati nel cielo. Il dire le danze di tali astri, il concorrere che fanno, il rotare dei cerchi, lo avanzare; il dire, nei congiugnimenti, quali Dei sono accosti, quali sono a dirimpetto; il dire come e dietro a quali ciascuno si nascondono a noi e tra di loro, ed in che tempo, e come mandano, allorchè ricompajono novamente, paure ed annunzii di futuri eventi a quei che sono inabili a calcolare; il dir questo, senza aver sotto l’occhio un simulacro del cielo, è opera vana: onde contentiamoci di questo che se n’è detto, e finiamo qui il nostro discorso sovra la natura degl’Iddii visibili e generati.

Per gli altri Demonii, dire e capire la loro generazione è cosa che vince nostro intelletto; e bisogna credere a quei che ne hanno parlato prima di noi, i quali erano discendenti degli Dei, come dicevano, e sapeano un po’ bene i loro progenitori. Non si può non prestare fede a figliuoli degli Dei, quantunque parlano senza pruove probabili e necessarie, ma, [p. 108 modifica] perchè dicono fatti di loro casa, noi ci crediamo per seguir l’uso. Adunque, la generazione di questi Dei, come la raccontano essi, così sia, e così si racconti da noi. Di Gea e Urano furono figliuoli Oceano e Teti; di Oceano e Teti furono figliuoli Forci, Crono e Rea, e gli altri; da Crono e Rea nacquero Giove, Giunone e tutti quanti gli altri che sappiamo con il nome di loro fratelli e di loro discendenti.

Da poi ch’ebbero nascita tutti quegli Dei che si rivolvono visibilmente per il cielo, e quegli altri che appajono quando vogliono, il Generatore di questo universo dice a loro queste cose: O Dei figliuoli di Dei, le fatture di cui son io artefice e patre, che ho generato io, queste sono indissolubili, io volente. In verità tuttociò ch’è legato, è dissolubile; pure è da cattivo volere sciogliere un’opera bellamente armoneggiata e che sta bene. Laonde, se perciocchè siete generati, non siete immortali, nè indissolubili assolutamente, neppure sarete sciolti, nè v’incoglieranno i fati della morte: lo voglio io, e la mia volontà è legame più tenace e più potente di quei che vi legarono allorchè foste generati. Ora, imparate quel ch’io v’insegno con la parola. Rimangono tuttavia a generare tre spezie di mortali; e se non si generano, il cielo sarà imperfetto, non contenendo tutt’i generi d’animali; e pure è mestieri che li contenga, se dev’essere perfetto come si conviene. Se li genero ed avvivo io, essi agguaglieranno gl’Iddii; perchè dunque essi siano mortali, e questo universo sia universo davvero, mettetevi voi secondo la vostri natura a fabbricale gli animali, imitando quelli virtù [p. 109 modifica]ch’io generando voi feci aperta. E quanto a quella parte che dee abitare in loro, degna d’aver nome commune cogl’immortali, che sarà detta divina, che sarà duce in quei tali animali, i quali vorranno sempre essere seguaci vostri e della giustizia, ve ne porgerò io la sementa con la germoglia; e voi appresso intessendo la natura mortale alla natura immortale, formate e generate animali, e nutriteli, cresceteli, e, quando muojono, riceveteli novamente nel vostro grembo.

Detto questo, mischiò di bel nuovo nel primo vase dov’egli avea temperato e misto l’anima dell’universo gli elementi avanzati (alla formazione di essa); e vennero misti quasi nell’istesso modo, ma non erano così schietti, ma inferiori d’uno e due gradi. Fattone un tutto, lo spartì in tante anime, quante sono le stelle, assegnando un’anima ad ogni stella. E così messele li come in un cocchio, mostrò la natura dell’universo, e disse loro queste leggi predeterminate nella sua mente: Che la prima nascita sarà ordinata l’istessa per tutti (gli animali), perchè da lui nessuno fosse fatto inferiore agli altri; ch’esse disseminate ciascuna in uno strumento di tempo convenevole a lei, dovranno diventare l’animale più religioso; che essendo la natura umana doppia, sarà più eccellente quel sesso, che poi si chiamerà degli uomini; che, allorquando esse saranno per necessità piantate nei corpi, e ai corpi una cosa viene un’altra se ne va via, nascerà inevitabilmente in tutti gli animali uno stesso senso, disposato alla loro natura, fatto da violenti impressioni; [p. 110 modifica]appresso verrà l’amore, misto di piacere e dolose: e poi la paura, e l’ira e l’altre passioni che bob segnaci o contrarie a queste; che se essi le signoreggiano, viveranno nella giustizia, se ne sono signoreggiati, viveranno nell’ingiustizia; che chiunque, per il tempo segnato a lui, viva bene, tornerà,di nuovo nella stanza dell’astro predestinato, e goderà vita beata e corrispondente ai suoi costumi; per lo contrario, chi in questo falla, nella seconda nascita sarà trasmutato in natura di femmina; e se non paranco ristà dalla mala via, al modo che immalvagisce, così pure si dibasserà ogni volta in qualche natura simigliante di bestia; che le sue permutazioni e le sue ambasce non avranno triegua se pria seguendo la rivoluzione del medesimo e simile, non doma con la ragione la molta turba, generata a lui più tardi, di fuoco, di aria, di acqua e terra, turba schiamazzante e bestiale, e non rivenga nella sua prima onestà.

Bandite tutte queste leggi, per essere dipoi incolpabile delle future malvagità di ciascuno (animale) seminò le anime quali nella terra, e quali nella luna, e quali così via via negli altri stromenti del tempo. Ciò che seguia dopo la seminagione, lo commise, ai giovani Iddii, cioè di plasmare corpi mortali e fare quel tanto che si convenia ancora aggiugnere all’anima umana con tutte l’altre cose che si connettono ai corpi, e di correggere e governare a tutto potere bellissimamente ed ottimamente l’animale mortale, salvo s’egli stesso sarà cagione dei male suo.

E colui che ordinò tutte queste cose rimaneva nel suo costume secondo suo modo; e mentr’ei [p. 111 modifica]rimaneva, i figliuoli, capito l’ordine del padre, già ubbidivano. E, ricevuto il principio immortale dell’animale mortale, imitando il loro fabbro, s’improntarono dal mondo parti di fuoco, terra, acqua e aria, cose che gli si doveano rendere di nuovo, e le avviucolavano non con legami indissolubili, come quelli con i quali erano legati essi, bensì ribadendoli insieme con certi spessi chiavelli, invisibili per la picciolezza; e formando di questo tutto ciascun corpo, temperato in unità, legavano le rivoluzioni dell’anima immortale dentro il corpo agitato da effluvii e riffluvii. Esse legate dentro grosso fiume non erano vincenti nè vinte, ma violentemente con forza erano portate e portavano: in maniera sì fatta che tutto l’animale si muove, ma va sregolato, dove fortuna lo mena, e senza ragione da poi che ha tutt’i sei movimenti; erra avanti, addietro, a destra, a sinistra, e su e giù, per tutt’i sei versi. Conciossiachè l’impeto de1l’effluvio e del rifluvìo dell’onda ministra del nutrimento, era molto, ma era più molto il tumulto che a ciascuno faceano le impressioni cagionate da fuori, allorquando s’imbatteva in fuoco estraneo, o intoppava in rigida terra, o balenava tra i molli ondeggiamenti delle acque, o era avviluppato dal turbine dei venti mossi dall’aria, e allorquando i movimenti di tali cose, communicati per il corpo, investivano l’anima: i quali movimenti per questo si chiamarono poi appresso e si chiamano anche ora in generate sensazioni. Queste cagionando eziandio allora, nell’istante, moltissimo e grandissima moto con il perennefluente rivo, scommovendo e squassando le rivoluzioni [p. 112 modifica]dell’anima, fermarono interamente quella del medesimo, scorrendo contro di essa, e le impedirono di governare e di andare, e la rivoluzione dell’altro pure conquassarono, in manieratale, che esse, i tre intervalli di ciascun dei due ordini, di quello che ha per ragione il due e quello che ha per ragione il tre, ed i medii e i legami d’uno e un mezzo e d’uno e un terzo e d’uno e un ottavo, da poi chè non erano totalmente dissolubili se non da colui che gli legò, li scontorsero in tutti i modi, e cagionarono nei cerchi seni e dissagguaglianze quante potevano. Talmentechè i cerchi, tenendosi tra loro a mala pena, si movevano, ma si movevano senza ragione, ora contrarii, ora obbliqui, ora riversati, così come quando persona stia riversata, in cospetto d’altri, pontando il capo in terra, e gittando i piedi in su e poggiandoli a qualche cosa; in tale postura sua e degli spettatori, la destra di questi a lui, e la destra di lii a questi apparisce sinistra, e la sinistra destra. Or, le rivoluzioni patendo fieramente queste stesse confusioni ed altre somiglianti, quando s’abbattono in Obbietto esteriore della natura del medesimo ovvero dell’altro, allora appellandolo contro il vero,cioè, quel ch’è è medesimo a cosa,appellando altro e quel ch’è altro da cosa, medesimo, diventano fallaci e inintelligenti, e nessuna delle due revoluzioni fa da signora e Duce; ma se alcune sensazioni, ingenerate da fuori, investendo l’anima rapiscono a se tutta la sua interna essenza, allora le rivoluzioni, che in verità ancellano, sembrano donneggiare. E l’anima, per tutte queste passioni, e ora e al principio [p. 113 modifica]viene amente, appena ch’è legata in un corpo mortale; poi appresso quando l’onda della crescenza e della nutrizione invade men rigogliosa, e le rivoluzioni si tranquillano di nuovo e vanno per la loro via, pigliando con il volger del tempo sempre un migliore assetto, allora, da poi che tutt’i cerchi son tornati a lor modo sereno, le regolate rivoluzioni appellando dirittamente le cose fanno savio colui che le possiede. Se ancora viene in ajuto un buono nutrimento di educazione, l’uomo s’affranca dal morbo piè esiziale, e si fa perfettamente intiero e sano; ma se non ci badi, mena una vita sciancata, e poi, imperfetto ed inintelligente va di nuovo nell’inferno. Ma son cose d’appresso. Ma, il soggetto che ci sta innanzi ora, si dee trattar meglio; e prima trattiamo del corpo considerato nelle sue singole parti, e dell’anima, dicendo per quale cagione e per quale provvidenza degli Dei si generarono: e cammineremo nel nostro discorso, appigliandoci a quello ch’è più verosimile.

Gl’Iddii, imitando la forma dell’universo che’è ritonda, legarono le due rivoluzioni divine in un corpo, sferale, questo che ora chiamiamo capo, ch’è cosa divinissima e tiene la signoria sopra tutte le altre membra. E composero insieme il corpo, e glielo dettero per servigio suo, che capivano ch’esso dovrebbe partecipare d’ogni futuro movimento; e per non farlo andare ruzzoloni per la terra, la quale in ogni guisa dove si lieva, dove s’avvalla, e non farlo penare li a montar su, li a calar giù, l’adagiarono di questo cocchio. Per questo il corpo fu [p. 114 modifica]fatto lungo, e sporse fuori quattro membra distese e pieghevoli, per magisterio di Dio che fu il fabbro di questi stromenti del cammino, acciocchè con tali membra parte appigliandosi, parte puntandosi gli venisse fatto di andare per ogni luogo, portando su lo abitacolo della cosa nostra più divina e più santa.

Ecco, così, per questa ragione si diramarono dal corpo le gambe e le mani; ma gli Dei pensando che il d’avanti è più gentile e più fatto alla signoria che il di dietro per quel verso ci dettero lo andare nella massima parte. Occorreva dunque che l’uomo avesse il davanti contrassegnato e dissomigliante; per questo, intorno d’una parte del capo sottoponendo la faccia ei legarono organi per ogni provvedenza dell’anima, e ordinarono duce la faccia che è per natura sua volta avanti. Tra gli organi architettarono prima gli occhi, luciferi, e gli legarono lì valendosi della cagion ch’io dirò. Essi proccurarono che diventasse corpo quel fuoco, che non ha potenza di bruciare ma sì di dare questo dolce lume ch’è cosa propria del giorno, facendo nel seguente modo. Lasciarono che il fuoco sincero ch’è dentro noi, fratello di questo fuoco del giorno, scorresse per gli occhi, il limpido e il denso, in somma tutto; ma costrignendo gli occhi e principalmente la pupilla, fecero sì che alla parte più crassa fa rintoppo, e soltantanto alla più limpida lascia la via. E quando il lume del di è intorno al rivo della vista, allora il simile scappando verso il simile, questo lume di dentro e il lume raggiato dall’obbietto di [p. 115 modifica]fuori si mischiano intimamente e s’imparentano; e si fanno un corpo, secondo la direzion dell’occhio, e proprio li dove il primo s’abbatte e intoppa nell’altro. Questo corpo per la omogeneità e simiglianza delle partì sue s’impressiona tutto simigliantemente, e trasfonde i moti dei corpi, ch’esso tocca, o da cui è toccato, in tutt’il corpo fin all’anima, e genera quel senso per cui noi diciamo di vedere. Ma quando il fuoco del giorno, il parente suo, se ne va via nella notte, allora il ruscello della luce degli occhi è scisso, poichè uscendo fuori per entro un dissimile s’altera pur esso e spegne, non più avendo parentela con l’aria circostante, che non ha fuoco. Allora cessa di vedere, ed eziandio conduce il sonno. In fatti, quando si chiudono le palpebre che gli Dei formarono con industria per salvamento della vista, esse interchiudono la potenza del fuoco degli occhi, il quale dispande e uguaglia i moti interiori; e, uguagliati, nasce quiete; e se la quiete è molta, cala giù un sonno con lievi sogni; e se rimangono dei moti più vivaci, secondo, il lor modo e secondo i luoghi (del corpo) dove son rimasti, suscitano fantasmi, simiglianti a cose di dentro o di fuori che quando siamo desti si girano per la mente. Ancora la nascita delle immagini negli specchi, e generalmente nei corpi puliti e lucidi, non è punto una cosa difficile a spiegare; conciossiachè si fanno di necessità dalla communione del lume interiore (della vista) e quello esteriore (raggiato dall’obbietto), e dell’unione di essi sovr’alla superficie dello specchio in un solo corpo, il qual viene rimutato in molte guise: poni esempio che uomo [p. 116 modifica]guardi nello specchio la propria faccia, allora il lume che deriva dalla faccia si unifica con quello che deriva dagli occhi sovr’al polito e lucido specchio. E quel ch’è destro pare sinistro, perciocchè avvien che le parti della luce della vista si scontrino nelle parti corrispondenti della luce dell’obbietto, contr’al modo usato. Per contrario il destro pare destro, e il sinistro pare sinistro, quando la luce della vista si rivolve nell’atto che si mesce nell’altra luce (derivante dall’obbietto): questo incontra, se la polita superficie dello specchio sporge in fuori due coste (immagina un mezzo cilindro cavo e ritto in piedi) e ribatte il lume del lato destro dell’obbietto verso al lato manco del lume dell’occhio, e quello del lato manco vers’al lato destro. Un tale specchio se si colca sovra uno dei suoi lati, in rispetto alla nostra faccia (immagina il mezzo cilindro cavo volto orizzontalmente), allora la fa parere riversata, rimbalzando il di giù del lume dell’obbietto verso il di su del lume della vista, e il di su verso il di giù.

Tutte queste cose sono delle concause, di cui Dio si vale come ministre per recare possibilmente ad atto l’idea del benissimo. I più portano opinione che non sono concause, ma cause di tutte le cose, imperocchè freddano scaldano, fan sodo e diffuso ed operano altri effetti simili. Ma non possono esse avere ragione e intelligenza per far checchesia, stante che si deve dire che fra gli enti quello che solo può possedere l’intelligenza, è l’anima; ed ella è invisibile, ma il fuoco, l’acqua; l’aria, [p. 117 modifica] la terra son tutti corpi visibili. Adunque l’innamorato dell’intelligenza e della scienza dee cercare le cause della natura intelligente siccome prime, e dee cercare come seconde quelle che si generano da cose, che sono mosse da altre, e muovono altre alla loro volta, per necessità. E a noi pure conviene fare così, convien dire di tutt’e due le spezie di cause, ma separatamente, di quelle che operano con intelletto il bello e il buono, e di quelle che prive d’intelletto operano ogni disordine. E già s’è ragionato abbastanza delle concause, onde gli occhi hanno questa loro virtù; or segue a dire qual è il supremo bene che fanno gli occhi, e per cui ce li ha donati Dio. La vista, com’io penso, ci arrecò il bene più grande; di fatto non avremmo potuto giammai fare questo ragionamento sovra l’universo, se non avessimo veduto gli astri, il sole, il cielo. Or il giorno, la notte, che si sono visti, i mesi, i giri degli anni ci hanno fornito il numero e il concetto del tempo, e ci hanno messa la voglia di cercar la natura dell’universo, e così ci siamo aperto il cammino alla filosofia, di cui gli Dei giammai hanno fatto nè faranno giammai un più gran dono alla generazione mortale. Dico dunque che questo è il grandissimo bene degli occhi, perchè celebrare tutti gli altri minori? De’ quali se persona è orbata, e non è vaga della filosofia, invano si batte a palme e piange. Io dico, io dico che gl’Iddii appunto ci hanno trovata la vista e ce l’hanno donata, acciocchè noi contemplando in cielo le rivoluzioni dell’intelligenza, ce ne giovassimo per le rivoluzioni della nostra [p. 118 modifica]mente, le quali sono congeneri a quelle, ma quelle sono serene, queste turbate; e per mezzo della contemplazione capita la giustezza e le ragioni de’ loro moti, all’esempio delle rivoluzioni del Dio che non errano affatto, ricomponessimo le nostre che sono erranti. Per la voce e l’udito si dica pure lo stesso, che gl’Iddii ce li hanno donati e per la stessa cagione è per lo stesso fine, che davvero a questo fine è indirizzata la parola e conferisce moltissimo alla sua conquista; e del pari Fuso della voce musicale venne assegnato per F udito a cagione dell’armonia. L’armonia che ha movimenti simili alle rivoluzioni della nostr’anima, a chi con intelletti giova delle muse non parrà fatta, come si crede oggidì, a procurare irragionevole dilettamento; no, essa ci fu’ data per ajutatrice a ridurre la rivoluzione della nostr’anima ad ordine bello e a concento celi se stessa; e il ritmo ci fu altresì dato per ajutatore ad illeggiadrir le maniere che nei più son senza misura e disadorne di grazie.

Il detto fin qui, eccetto un poco, ha mostrato le cose fatte dalla mente; ma ci conviene aggiungere pure quelle generate dalla necessità, stante che la generazione di questo mondo è mista, cioè esso fu generato dall’accordo della necessità e della mente. Ma la mente signoreggiava sopra la necessità con persuaderla a voler condurre verso il bonissimo la più parte delle cose che si generavano, e perchè la necessità fu vinta dalla persuasione sapiente, così si compose al principio l’universo in questa maniera. Per tanto se persona vuol ragionare [p. 119 modifica]con verità della generazione di esso, ci dee mischiare eziandio cotesta spezie di causa errante come porta la natura sua. Adunque rifacciamo novellamente la via, e ripigliando il soggetto in altra maniera più convenevole cominiciamo pure in questo discorso dal principio come s’è fatto nell’altro. Si dee considerare quali fossero, prima della generazione del cielo, la natura e le condizioni del fuoco, dell’acqua, dell’aria e della terra, che nessuno ha fin oggi data novella della loro generazione; ma come se si conoscesse ciò ch’è il fuoco, l’acqua e via via, li chiamiamo principii e li poniamo per elementi dell’universo, laddove (non pure non sono da paragonare ad elementi ovvero lettere, ma) basta aver fior d’intelletto per veder che nemmeno sono da paragonare a sillabe (in vero il fuoco, l’acqua, l’aria, la terra sono essi stessi parole intiere, fatte di sillabe e lettere). Quant’a noi, faremo così, non ragioneremo del (vero) principio o dei principii, si pensi come si voglia, non per altro che per esser difficile, t stando a questa maniera di trattazione (non propriamente specolativa, e che sta contenta al verosimile) il dire il nostro avviso. Nè pensate in cuore vostro ch’io debba ragionar vene, ch’io stesso non mi capaciterei ch’io farei bene gittandomi a cotanta impresa. In vece serbando quel che vi promisi nel cominciare, la verosimiglianza, e studiandomi di dire ragioni non meno ma più verosimili di quelle di qualunque altro, mi farò a discorrervi del nostro soggetto per intiero e parte per parte risalendo insino al principio. E anche questa volta priego [p. 120 modifica] Dio che mi salvi da un discorso assurdo, strano, e mi conduca ad opinioni verosimili, e così ricomincio.

Questo nuovo cominciamento intorno l’universo vuole una distinzione maggiore di prima: voglio dire, prima abbiamo distinto due generi, e ora s’ha da fare aperto un terzo altro genere, dimeni allora non si fe’ motto, poichè quei due erano sofficienti, l’uno posto come spezie d’esemplare intelligibile, che resta sempre lo stesso, e l’altro come imitazione dell’esemplare, generata e visibile; ma ora il ragionamento sembra che ci sforzi di chiarire con la parola questa terza spezie difficile e tenebrosa. Qual’essenziale potenza crederemo ch’essa abbia? questa principalmente, d’essere il recettacolo, quasi la nutrice, d’ogni generazione (di tutto ciò che si genera). È vero, ma bisogna lumeggiarla un po’ meglio, ed è malagevole, specialmente perchè è necessario,.per questo, di ventilare i dubbi che si giacciono intorno al fuoco e agli altri compagni suoi. In fatti è malagevole deffinire con ragionamento certo ed irrepugnabile quale d’essi si dee chiamare in verità acqua piuttosto che fuoco, e perchè il tale fra loro si dee chiamar così e non tutti e ciascuno indifferentemente. E come, e in che modo solveremo questi ragionevoli dubbi? Imprima, ciò che ora abbiamo chiamato acqua, come crediamo noi, densandosi, vediamo che diventa pietre e terra, e se si fonde e discerne, vento e aria; Paria affiammata diventa fuoco, e se si densa e spegne, torna novellamente in ferma di aria; e P aria se si costrigne e affetta, diventa nuvole e nebbie, queste pressate più, si sciolgono in [p. 121 modifica]acqua; e l’acqua diventa di nuovo pietra e terra: onde essi si danno in giro la generazione vicendevolmente, come pare. Se pertanto queste cose non restano giammai le stesse, persona può senza che la pigli vergogna affermare a fidanza che proprio la tale d’esse e non altra è Questo? non è possibile; ma per la verità è più securo di gran lunga dire così a questo proposito: Quello che veggiamo generarsi quando in una forma, quando in un’altra, poni esempio il fuoco, non si dee nominare con la parola Questo, ma sempre con la parola Cotale (stante che la prima referisce più un soggetto o essenza invariabile, e la seconda una parvenza che muta); neppur l’acqua si deve addimandare col nome Questo, ma col nome Cotale; nè generalmente convien che le altre cose simili si chiamin così come se avessero alcuna fermezza, dico io quelle che noi per mostrare usiamo delle voci Questo e Cotesto immaginandoci di manifestare cosa, imperocchè fuggono non aspettando la voce Questo o Cotesto o a Cotesto od altra somigliante che le dinoti come Enti stabili. E neppure sta bene che si nomini (fuoco, aria, acqua, terra), ciascuno separatamente (come se ciascuno fosse cosa independente e di per sè); bensì quel che si dee nominare è la parvenza a se simile che si raggira sempre in tutt’essi da uno in altro, e dee nominarsi con la parola Cotale: dunque tu dei nominar Cotale la parvenza fuoco dovunque, apparisca e di’ similmente pure per tutto ciò che ha generazione. Ma a quello dove le dette cose nascendo sempre appaiono e d’onde di bel nuovo svaniscono, soltanto a [p. 122 modifica]quello bisogna dare il nome di Questo e Cotesto; e, per contrario, a ciò ch’è così o cosi, Come al caldo o al bianco, e a loro contrarii, e a tatto quel che nasce di loro, a nessun d’essi si convien darlo. Ma sopra ciò industriamoci di parlare più chiaro. Vedete se per esempio alcuno forma, d’oro, tutte le spezie di figure, e non è mai stracco dal trasformar l’una nell’altre; ponghiamo che persona mostri a dito una figura, e domandi: Che è? è molto securissimo per la verità, rispondere: Oro. Il triangolo, e qualunque figura che ci nasce, non dei nominarli come se fossero enti, imperrocchè mentre li affermi cangiano; e s’ella vuote ricevere con sicurezza la risposta che son Cotali, te sii cortese (per esempio Cotale è triangolo, e non già Questo è triangolo: così tu non lo mostri come ente, ma come fantasma che rende, e non perfettamente, l’idea). Lo stesso ragionamento vate per la natura che riceve tutti i corpi: ella si deve appellar sempre la stessa poichè non esce- mai dalla sua potenza. Ella accoglie sempre tutte te cose, e non piglia punto nè giammai alcuna forma che fosse simigliante ad alcuna delle cose che in lei entrano; imperocchè è per natura’ sua quello dove s’impronta tutto ed è mossa e affigorato da ciò ch’entra, e pare or d’una forma ora d’un altra. Le cose ch’entrano ed escono, sono imitazioni degli enti eterni, stampate da loro in un certo modo ineffabile e maraviglioso, che appresso cercheremo. Bisogna adunque distinguere tre generi presentemente, il generato, quello dove si genera, e quello d’onde ricevendo la somiglianza nasce quello che si [p. 123 modifica]genera. Ed anco couvien paragonare quello che riceve alla madre, quello d’onde si riceve, al padre, e la natura ch’è infra loro, al figliuolo. E si avvertisca che dovendoci essere una effigie varia d’ogni varietà all’aspetto, non altrimenti quello dove s’istampa sarebbe apparecchiato bene per accoglierla, tranne quando non abbi nessuna forma di tutte quante le idee che sia per ricever da altrove; imperocchè se somigliasse ad alcuna delle cose che ci entrano, venendo le contrarie e di natura tutto diversa malamente si segnerebbe della loro stampa, perchè lascerebbe trasparire il suo viso. Codesta natura per tanto che da fuori dee accogliere nel seno suo tutt’i generi, dev’essere nuda d’ogni forma. Cosi come si fa per gli unguenti odorosi, che si procura con le industrie dell’arte di far dapprima schietto d’odori l’umor che dee impregnasi d’odore; così come quegli che pigliano ad improntar figura in una docile materia, non ci lasciano trasparire segno di figura alcuna, e pria la puliscono e la lisciano con la maggior diligenza. Or nella medesima maniera quello che deve spesse volte ricever bellamente in ogni parte sua le similitudini degli enti eterni, convien che sia per natura fuori d’ogni forma. Per ciò, la madre e il recettacolo delle cose generate visibili o in qualunque modo sensibili, non si dimandi terra, nè fuoco, nè acqua, nè checchesia delle cose che di loro nascono ovvero che le fanno; ma invece si dica una cotale spezie invisibile, senza forma, che riceve tutto, partecipe in un certo modo e dubbiosissimamente dell’intelligibile, difficilissima a comprendere, e dicendo [p. 124 modifica]così; non diremo le bugie. E per quanto dal detto insino a qui si può arrivare la natura sua; ecco come se ne potrebbe parlare in una maniera giustissima: La parte di lei affocata, pare sempre fuoco; la inumidita, acqua; ed apparisc’ella terra ed aria in quantochè ne riceve le somiglianze. Ma, intorno tali cose definendo con più nettezza ricerchiamo la questione seguente: c’è per avventura un fuoco in sè? e il medesimo è pure per tutte le cose di cui sempre diciamo così che ciascheduna è ente in sè? o queste cose che veggiamo, e tutte quelle che sentiamo per mezzo del corpo, sono sole che possiedono tale verità, e non ce n’è punto altra, in veruna maniera, oltre ad esse? e pertanto noi vanamente diciamo tutto dì che per ogni obbietto c’è una tale spezie intelligibile, ed elle non sono se non parole? Ma ora se la presente questione prima non si discerne e giudica, non è buono asseverare a baldanza ch’ella va così o così, e non è buono nè pure ad un ragionamento lungo fare una giunta anco lunga; ma laddove ci rilucesse un limite che comprenda molto in poco, sarebbe proprio al caso. Per me, io penso così: se la mente e la opinione vera son due generi che si differiscono, necessariamente ci sono coteste spezie di per sè, non sensibili da noi, e intelligibili soltanto; ma se, come pare a certuni, la opinione vera non differisce affatto dalla mente, tutte quante le cose che sentiamo per via del corpo, si devono porre come certissime. Ma esse si deve dire che son due generi, imperciocchè si generano separatamente, e sono dissimili. E davvero l’una si [p. 125 modifica]nera in noi per la dottrina, l’altra per la persuasione; e l’una è sempre accompagnata da verace ragione, F altra è senza ragione; e l’una non è mutabile per virtù di persuasione, l’altra sì, è mutabile per virtù ad una persuasione novella; e dell’opinione si deve affermare che partecipa ogni uomo, ma della mente gl’Iddii e degli uomini un picciolo drappello. Stando cosi, bisogna consentire primieramente che c’è una spezie che resta sempre nello stesso modo, ingenerata, imperitura, che nè dentro sè riceve altra cosa altrove, nè ella va in altra cosa, non visibile nè altrimenti sensibile, e l’intelligenza sola fu privilegiata di contemplarla. E bisogna anche consentire che c’è una seconda spezie, la quale ha nome comune con la spezie mentovata e le è simile, Sensibile, generata, cip è agitata sempre, che nasce in un luogo e di là tosto vanisce, comprensibile per mezzo l’opinione accompagnata dal senso. E da ultimo bisogna esser pure d’accordo che un terzo genere è sempre lo spazi:, securo dal perire, che dà sede a tutto ciò che ha generazione, percepibile senza il senso mediante una certa ragione bastarda, a mala pena credibile; al quale guardando, sogniamo, ed affermiamo ch’è necessario che ogni ente sia in qualche luogo ed occupi qualche spazio, e che ciò che non è in terra nè in parte del cielo, è nulla. Codesto sognare fa sì, che, svegliati, siamo impotenti a distinguere i detti pensieri e gli altri loro fratelli dai pensieri sn la natura insonne ch’è ente verace, e siamo impotenti a dire il vero, ch’è quèsto: Il simulacro, stantechè quello per cui fu generato (l’idea) non appartiene ad esso, [p. 126 modifica](l’idea essendo in sè e di per sè) ma esso si muove sempre come fantasma d’un altro (dell’idea), conviene pertanto che si generi in qualche altro (nello spazio) per partecipare in qualche modo all’essere, ovvero convien che sia uno schietto nulla. Quanto all’ente verace, lo ajuta una propria e verace ragione, che dice: Insino a che due cose sono differenti, l’una non può esistere giammai nell’altra, ed essere insieme uno e due (cioè insino a tanto che l’idea è per essenza unità, e lo spazio è il molti in sè, l’idea non può esistere nello spazio, imperciochè saria uno e molti).

Adunque si riepiloghi il ragionomento ch’io, secondo il mio avviso, ho fatto: Ci sono ente, spazio, generazione, tre cose distinte, e ci son prima che fosse generato il cielo; la nutrice della generazione umidendosi ed affocando, e ricevendo le forme della terra e dell’aria, e patendo tutte l’altre passioni, che a queste seguono, sembra varia all’aspetto: e perciocchè la riempiono forze nè simili nè contrappesate, ella non s’equilibra da nessuna parte, ma sregolatamente di qui e di lì sbilanciandosi è conquassata dalle dette forze, e messa così in moto alla propria volta le conquassa; e queste, agitate, quali si traggon di qua, quali di là, discernendosi tra di loro; e somigliantemente che le cose scosse e ventilate da’ vagli e dagli arnesi da ripurgare il fromento, che le dense e gravi si posano in una parte, le rare e leggiere in un’altra, così allora i quattro generi scossi dal recettacolo, il quale era agitato come uno stromento che scuote, i [p. 127 modifica]dissomigliantissimi separarsi tra loro, e i somigliantissimi costrignersi in un luogo medesimo, talmentechè questi occupavano luoghi separati anche prima che l’universo fosse generato dalla loro bella armonia, tuttavia innanzi alla generazione sua eran senza ragione e senza misura. E quando Dio pigliò a comporre F universo, fuoco, acqua e terra e aria, che avevan già certi vestigi della loro propria parvenza, giacevano come convien che giaccia ogni cosa dalla quale è lontano Dio; e, meptrechè erano per natura così fatti, dapprima Dio li affigurò di forme e di numeri; e che li compose per quanto era possibile bellissimamente ed ottimamente, quandochè non erano in questo modo, questo sia per noi generalmente Ora e sempre come un principio fondamentale. Bisogna ora pigliare a spiegarvi l’ordinamento e la generazione di queste spezie con un discorso insolito: e voi certamente mi seguirete, poichè non siete nuovi delle vie della scienza che ci conviene battere per esplicare il nostro soggetto.

Imprima, che fuoco, terra e acqua e aria sono corpi, è chiaro certo ad ognuno. Ogni spezie di corpo ha profondità, e la profondità è al tutto necessario che comprenda il piano; la faccia piana e retta costa di triangoli. Tutti i triangoli nascono da due triangoli, aventi ciascheduno un angolo retto, gli altri due acuti; dei quali triangoli l’uno ha da tutte e due i canti una parte uguale di angolo retto diviso da lati uguali, l’altro ha due parti inuguali di angolo retto diviso da lati inuguali (l’uno è rettangolo isoscile, e l’altro scaleno). Noi [p. 128 modifica]ponghiamo questi due triangoli come principio del fuoco e degli altri corpi, procedendo secondo quella ragion verosimile ch’è ritrovabile nel giro della necessità; i principii più alti di questi se li sa Dio e fra gli uomini colui che gli è amico. Bisogna dunque dire quai siano i quattro bellissimi corpi dissimili fra loro, di cui alcuni son capaci, sciogliendosi, di rigenerarsi gli uni dagli altri a vicenda. Se questo ci vien fatto, noi conosceremo il vero intorno alla generazione della terra e del fuoco, e di quei corpi che per ragion di proporzione stanno nel mezzo: e allora non consentiremo a nessuno che ci sian corpi visibili più beffi di questi, considerato ciascun genere in se stesso. Industriamoci perciò di cuore ad armoneggiare cotesti quattro generi di corpi, sovrani in bellezza, e così potremo dire che noi abbiamo a sofficienza comprese la natura loro. De’ due triangoli detti, l’isoscele sorti una natura sola, il prolungato sorti infinite. Pertanto si dee scegliere fra gl’infiniti triangoli di questo genere il bellissimo, se vogliam cominciare in modo conveniente: che se poi persona abbi a dircene qualche altro più bello per la formazione di questi corpi, trovato da lei, non ci vincerà un nemico, bensì un amico. Noi ponghiamo fra i molti triangoli uno benissimo, tralasciando gli altri, cioè a dire quello, due del quale compongono un terzo triangolo, equilatere il perchè sarebbe una più lunga novella: ma a chi lo contrasti, trovi ch’ella non sta così gli offeriamo la nostra amicizia per premio. Adunque i due triangoli, che vogliam che siano i prescelti dai quali son orditi il [p. 129 modifica]fuoco e gli altri corpi, sono l’isoscile e quello che ha sempre il lato maggiore triplo, secondo potenza, del lato minore (cioè il quadrato del lato maggiore triplo del quadrato del lato minore). Ebbene si deve ora deffinir più netto quel che s’è detto prima oscuramente; in fatti, prima i quattro generi di corpi ci parevano d’aver tutti nascimento gli uni dall’altri per mutua virtù, e pure ella fu un’apparenza non diritta. Il vero si è che da’ triangoli che abbiamo scelti nascono le quattro spezie di corpi; tre da uno, cioè da quello che ha i lati inuguali; e il quarto soltanto è armoneggiato dal triangolo isoscile. Non sono dunque capaci tutti questi corpi di sciogliersi gli uni negli altri e di molti piccoli generarsi pochi e grandi, e viceversa; li tre, si, sono capaci, conciossiachè, essendo tutti nati da uno stesso triangolo, sciolti i maggiori, e’ se ne formeranno molti piccoli, che pigliano figure proprie; e di nuovo quando molti piccoli si disseminano nei loro triangoli (elementari), possono adunarsi in un numero solo e compiere un’altra spezie grande e d’un solo volume. Ciò basti intorno la loro vicendevole generazione. Seguita ora a dire sotto quale forma si generò ciascuna delle quattro spezie di corpi, e con il concorso di quanti numeri: pigliando principio dalla prima spezie, la quale ha la più semplice composizione. Elemento suo è il triangolo che ha l’ipotenusa più lunga del lato minore il doppio: due triangoli siffatti componendosi insieme in guisa che si bacino le ipotenuse, e questo replicandosi tre fiate in modo tale che tutte le ipotenuse e i lati corti si appuntino quasi in un medesimo centro, egli [p. 130 modifica]masce un triangolo equilatere, formato di sei triangoli. Poscia componendosi insieme quattro tali triangoli equilateri in guisa che ogni unione ternaria de’ loro angoli piani formi un angolo solido, che (equivalendo all’unione di due angoli retti) sottogiace immediatamente all’angolo piano più ottuso; e compiti quattro angoli solidi di questa forma, tu hai bella e fatta la prima spezie solida (il tetraedro regolare) mediante la quale una sfera può esser divisa in parti uguali e simili. La seconda spezie si fa dagli stessi triangoli elementari (cioè quarantotto scaleni), ligati insieme in otto triangoli equilateri in modo che ogni union quadernaria degli angoli piani formi un solo angolo solido: e posciachè si son formati sei di tali angoli solidi, ecco compito il secondo corpo (l’ottaedro regolare). Il terzo corpo (l’icosaedro regolare) che ha verti facce triangolari ed equilateri, si genera di due volte sessanta degli stessi triangoli elementari, assestati insieme in forma da fare dodici angoli solidi, ciascun de’ quali è abbracciato da cinque triangoli piani equilateri E così si spacciò l’un de’ due elementi, dopo aver generato queste forme. Venghiamo al triangolo isoscile, che generò la natura del quarto corpo, in questa maniera, cioè replicandosi in quattro triangoli suoi pari, e appuntando insieme nel centro gli angoli retti, fe’ un tetragono equilatere; e dipoi componendosi sei tali tetragoni, si formarono otto angoli solidi, ciascuno armoneggiato di tre angoli piani retti; e la figura del corpo che ne nacque, fu quella del cubo, che ha sei basi tetragone ed equilateri. Restandoci ancora una [p. 131 modifica]quinta composizione, Iddio se ne valse nel disegnare l’universo. Tutte le cose dette se persona le mette tra se a ragione, e muove a se stessa il dubbio se bisogni dire che i mondi sono di numero infiniti ovvero finiti, giudicherà immantinente che il dirgli infiniti è credenza d’uomo selvaggio di quelle conoscenze di cui non si avria da essere selvaggio; ma se c’è per natura un solo mondo o cinque, piuttosto per questo rispetto ella avrebbe ragione di stare in perplessità. La mente nostra ci dice che, secondo verosomiglianza, c’è per natura un solo mondo: altri guardando a qualche altra cosa opinerà diversamente. Ma lasciamo questo, e i generi, nati or ora nel nostro ragionamento, spartiamo in fuoco e terra ed acqua e aria. Alla terra diamo la figura cubica, conciossiachè sia il più immobile dei quattro generi ed il corpo più plastico; e tale per somma necessità è quel corpo che ha securissime basi. Ora dei triangoli proposti a principio, quei che hanno due lati uguali compongono naturalmente base più secura che quei che hanno tutti i lati disuguali; e rispetto alla figura piana formata da ciascuna di queste due spezie di triangoli, il tetragono equilatere (ch’è fatto da’ triangoli isoscili), nelle parti e nel tutto, per necessità sta più fermo del triangolo equilatere (ch’è fatto da triangoli scaleni). Salviamo perciò la verosomiglianza assegnando tale figura alla terra, e la figura meno mobile fra quelle che restano all’acqua, e la mobilissima al fuoco, e la figura media all’aria; ed assegnando il corpo piccolissimo al fuoco, il grandissimo all’acqua, ed il medio all’aria; e l’ [p. 132 modifica]acutissimo al fuoco, e quel ch’è secondo in acume, all’aria, e quello ch’è terzo, all’acqua. Di tutte queste figure, adunque quella che ha pochissime basi è necessario che sia di natura mobilissima, taglientissima come quella ch’è acutissima in tutto e sovratutte, e anche leggerissima come quella ch’è composta ai pochissimo numero di parti medesime; la seconda a questo rispetto, dee possedere in secondo grado le proprietà mentovate; e la terza, in terzo. Adunque secondo ragione diritta e verosimile, la figura solida della piramide, che nacque, diciam che sia l’elemento ed il seme del fuoco; e la seconda di nascita, dell’aria, e la terza, dell’acqua. Ma s’avvertisca bene che tutte queste figure seminali son così piccole, che, per la piccolezza, non veggiamo nulla delle singole parti elementari di ciascun genere; e che quando si ragunano molte insieme allora si veggono i loro volumi; e da ultimo s’avvertisca che Iddio quanto alle proporzioni delle moltitudini, dei movimenti e delle altre potenze, in ogni parte fornì tutto esattamente per quanto la natura della necessità persuasa e volenterosa cedette, e così armoneggiò questi corpi insieme secondo proporzione.

Da tutto ciò che abbiamo insino a qui detto intorno ai generi, secondo la verosomiglianza la cosa dovrebbe stare così. La terra abbattendosi al fuoco, disciolta dall’acume di esso, si rigirirebbe qua e là, in fino a tanto che le sue parti, sia ch’elle così sciolte si trovino nell’istesso fuoco, sia in un volume dì aria, sia di acqua, per avventura disposandosi in qualche sorte novellamente fra loro, tornino terra, [p. 133 modifica]perchè in una spezie diversa non ci trapasserebbero giammai. L’acqua spartita dal fuoco o anche dall’aria, ricomponendosi, acconsente a configurare un corpo di fuoco e due di aria; e se è tagliata l’aria, di una sua parte disciolta si formano due corpi di fuoco. E, novellamente, se il fuoco è chiuso da aria o da acqua o da qualche parte di terra, e se esso poco s’avviene ad essere entro molti, e da loro che s’agitano messo in moto e combattendo e sottogiacendo si frange, due corpi di fuoco si riconfigurano in una sola forma di aria; s’è domata l’aria e sminuzzolata, due tutti e un mezzo di essa fanno una intiera forma compatta di acqua.

Perchè noi così ci ragioniamo sopra novellamente: Quando è pigliato dal fuoco qualcuno degli altri generi (che abbi con esso li stessi principii formativi), ed è tagliato dall’acume degli angoli e dei canti di esso, ricomponendosi nella natura del fuoco cessa d’essere tagliato, poiché un genere simile e medesimo a sè stesso non può nel genere che gli è medesimo e simile operare alcuna mutazione e nemmeno patirla. Ma fintantochè un genere intoppi in un genere di principii diversi, ed esso per avventura debole combatta con un gagliardo, non rifinisce di sciogliersi. Quando per contrario corpi più piccioli sono richiusi fra più grandi, e quegli son pochi, questi molti (e appartengono tutti a generi che hanno simili elementi) vengono minuzzolati ed estinti, ma se vogliono ricomporsi nella forma del vincitore, allora finiscono d’essere estinti: e così nasce dal fuoco l’aria, e dall’aria l’acqua. In ultimo se un genere di corpi [p. 134 modifica]investa in un altro genere qual sia e combattano (a paro) ambedue non cessano di sciogliersi, infinoattanto che o intieramente respinti e disciolti si rifuggano ciascuno ad altro corpo congenere, ovvero che i corpi vinti da molti si fanno uno e simigliante al vincitore, e si rimangono ad abitare insieme con lui. Per queste passioni tutt’i corpi mutano eziandio le loro sedi; stante che tutti quei che sono d’un genere appunto per lo squassarsi del recettacolo occupano un luogo proprio, ma diventati dissimili tra se e simili ad altri d’un genere diverso, son per questo scotimento portati al luogo di questi a cui si son fatti simili.

Tutt’i corpi adunque non misti e primitivi, si generarono per queste cagioni. Dell’essere nelle loro forme nate diverse spezie, se ne dee accagionare la composizione di ciascuno dei due elementi, siccome quella che al principio, non portò un solo triangolo isoscile ed un solo scaleno, di unica grandezza, ma molti, più grandi e più piccoli, in cotanto numero per quanti spezie ci sono nelle forme, e perciò questi triangoli mischiati tra loro e gli uni cogli altri fanno una varietà infinita: cosa che deve contemplare chiunque ha vaghezza di ragionar con verosimiglianza sopra la natura.

Intorno al moto e allo stato, se non si stanzia in qual guisa e con quali mezzi si generano, ci saranno molti intoppi per il ragionamento che segue appresso. Già se ne sono dette alcune cose, or aggiugniamo ancora quest’altro: Il moto non può esser mai dove c’è uniformità. In vero cosa che si muova, [p. 135 modifica]senza un motore, o un motore senza cosa che si muova, è difficile o piuttosto impossibile; or non c’è moto, se mancano queste due cose, e queste due cose non possono essere uniformi giammai; noi pertanto riponghiamo sempre lo stato nell’uniformità e il moto nella non uniformità. La cagione della non uniformità è la disuguaglianza, e della sua generazione abbiamo discorso; ma come mai i singoli corpi dopo d’essersi separati secondo i loro generi non posarono dal muoversi e rigirarsi gli uni dentro gli altri, codesto non l’abbiamo detto, e ne ragioniamo così al presente.

La revoluzione dell’universo poscia ch’ebbe abbracciati i generi, essendo circolare e per natura sita avvolontata di adunarsi in sè medesima, gli stringe tutti e non ci lascia restare nessuno spazio voto. Il fuoco per ciò penetra rapidissimamente per tutto, secondamente l’aria come quella ch’è seconda al fuoco nella sottigliezza, e così (in questa proporzione) eziandio gli altri; imperocchè lasciando i corpi generati di grandissime parti vacuo grandissimo nella loro composizione, per contrario quei generati di picciolissime parti lasciando picciolissimo vacuo, il condensamento che sequita alla pressura caccia i piccoli corpi perentro gl’intervalli dei grandi. Ora i piccoli posti perentro i grandi, gli discernono, e i grandi alla loro volta adunano i piccoli, e per questo modo son importati tutti i corpi sù e già ai proprii luoghi, perchè ogni corpo, mutando grandezza, muta ancora il luogo dove sta. Cosi e per tali ragioni la generazione della dissagguaglianza durando [p. 136 modifica]sempre, cagiona eziandio il moto semprevivo de’ corpi, che è e sarà, continuamente.

Dopo questo bisogna avvertire che ci sono molti generi di fuoco, come la fiamma, e quel che s’espande dalla fiamma, che non brucia ma dà lume agli occhi; e quello che dopo morta la fiamma rimane ne’ corpi affocati. Similmente dell’aria, c’è la limpidissima che si chiama etere e la torbidissima che si chiama nebbia e tenebre, e c’è diverse altre spezie senza nome, generate dalla disagguaglianza de’ triangoli. Le spezie dell’acqua sono primieramente due, la liquida e la fusibile. La liquida, perciocchè costa di parti d’acqua che son picciole e disuguali, è mobile in se e facile ad esser mossa da altro appunto a cagione della non uniformità e della natura della sua figura.. La specie di acqua che si compone di parti grandi e uniformi è più stabile di quella, e, per la uniformità, è compatta e grave; ma se il fuoco l’addentra e discioglie, essa, perduta la uniformità, piglia più del moto, e diventata mobilissima è spinta dall’aria vicina e distesa in terra. Ora lo sciogliersi delle sue massette si chiamò liquefacimento, e scorrere si chiamò il suo stendersi giù per la terra. E novellamente il fuoco scappandocene, poi che non esce nel vacuo, preme la vicina aria, la quale premuta da esso, e compremendo alla sua volta il liquido ed ancora leggermente mobile volume dell’acqua nelle sedi lasciate dal fuoco, lo mesce con se stesso; e quello cosi compremuto ripigliando la uniformità de poi che il fabbro della non uniformità, il fuoco, se n’è andato [p. 137 modifica]via, novamente torna nella sua medesimezza: e la uscita del fuoco si disse raffreddamento, e il corpo che si costringe dopo partito il fuoco, si disse compatto.

Di tutte quante queste acque che abbiamo chiamate fusibili, quella che è densissima perciocchè nasce di parti sottilissime e molto uniformi, ch’è un genere il quale abbraccia una sola spezie, di colore giallo e lucente, è la preziosissima cosa dell’oro che irrigidisce stillando per le pietre. E il nodo dell’oro, il quale per la sua densità è durissimo, ed è di color nero, fu detto adamas. Quello che si compone di parti somiglianti a quelle dell’oro, e che comprende più d’una spezie, ed è più denso dell’oro ed ha una picciola e sottile parte di terra in guisa da essere più duro dell’oro, ma più leggiero, perciocchè ha dentro se grandi intervalli, è il rame, il quale si genera da risplendenti e condensate acque. La parte di terra ch’è mista al rame, allorchè, essendo invecchiati, si separano di nuovo, ella diventa visibile per se stessa, e si addomanda rugine. Non è difficile ragionare per anco dell’altre cose siffatte. E se persona, per voglia di riposo, tralascia le speculazioni intorno agli enti eterni, e rimirando alle ragioni verosimili delle cose generate riceve dilettazione schietta di pentimento, si può ella procacciare per la sua vita un modesto e savio esercizio. La qual cosa ora vogliamo fare pur noi: pertanto seguitiamo a discorrere dell’altre ragioni verisimiglianti delle [p. 138 modifica]cose generate. L’acqua ch’è mista al fuoco, quella sottile e fluida, la quale per lo suo movimento e per la via che fa rivolvendosi su per la terra, si dice liquida, ed eziandio, molle, perciò che le sue basi sono cedevoli per essere meno stabili di quelle della terra; quest’acqua, quando è abbandonata dal fuoco e dall’aria, diventa più uniforme, e per l’uscita dei detti corpi si costringe in se medesima. Or s’ella si densa fortemente, su, discosto dalla terra, si chiama grandine; se in terra, ghiaccio: se è di parti più picciole, ed è peranco solo densata a mezzo, e patisce questa mutazione sopra la terra, si chiama neve; se la patisce in terra, e si genera dalla rugiada, si addomanda pruina. Le moltissime spezie di acque, le quali son mischiate fra loro, e distillano per le piante, figliate dalla terra, tutte s’addomandano succhi generalmente; I quali, essendo molti e diversi, a cagione della diversità delle loro mischianze, hanno fatte molte spezie senza nome; ma quattro, che sono spezie di fuoco, perchè molto cospicue, ricevettero il nome. Si disse vino, quello che scalda l’anima insieme al corpo. Quella spezie polita, la quale ha potenza di discettare lo raggio della vista, e che pertanto è a vedere splendida e lucida e nitida, è la spezie olearia, cioè la pece e la resina e l’istesso olio e quant’altri hanno simigliante potenza. Quello che ha virtù di espandere le mischianze che spettano alla bocca, per questa virtù sua porgendo dolcezza, in generale pigliò il nome di mele. Quello che dissolve la carne, per [p. 139 modifica]perciò che la brucia, ch’è un genere spumoso, distinto dagli altri succhi, è chiamato oppio.

Quanto alle spezie della terra, quella che distilla per l’acqua diventa in questo modo corpo pietroso. Quando l’acqua che ci è mista, è picchiata nella sua meschianza, trapassa in forma di aria: e, diventata aria, corre su al luogo suo. Ma non c’è voto; preme dunque l’aria vicina: la quale, come quella ch’è grave, premuta e distesa attorno al volume della terra, costringe questa e la caccia nelle sedi d’onde andò su l’aria novella. E la terra, premuta dall’aria, in maniera da essere indissolubile all’acqua, si fa pietra: è più bella, quella che ha parti ugnali e uniformi, ch’è trasparente; la contraria è più brutta. Quando la terra è succiata d’ogni umore dalla rapina del fuoco, e si fa più secca della pietra, diventa quel che noi chiamiamo argilla. Alcune volte d rimane umore, e la terra liquefatta dal fuoco, quando s’è poi raffreddata, diventa quella pietra che ha color nero. E se è somigliantemente privata dalla meschianza di molta acqua, e se ha parti più sottili ed è salata, essa diventa condensata a mezzo, capace d’esser novamente sciolta dall’acqua: e così si genera il nitro, che purifica l’olio e la terra; e il sale, che insapora le vivande, il quale, giusta le parole della legge, è cosa cara agli Iddii.

Or vedi come si son condensati i corpi generati da acqua e terra, i quali non si sciolgono per acqua, sibbene per fuoco, nella maniera seguente. Fuoco e [p. 140 modifica]aria non liquefanno volumi di terra; conciossiachè; essendo per natura le loro parti più picciole de’ vani che c’è per entro la composizione della terra, trapassano per queste molte vie spaziose senza violenza, e lasciano la terra non isciolta nè liquefatta. Ma le parti dell’acqua, perciocchè sono per natura più grandi, facendo passaggio violento, la sciolgono e liquefanno. E così l’acqua sola scioglie per forza la terra non compatta; se è compatta, nessuna cosà la scioglie tranne il fuoco, perchè, tranne al fuoco, a nessuna cosa si lascia l’entrata. L’acqua se è densa ta fortissimamente, la scioglie solo il fuòco; se no’, la sciolgono tutt’e due, il fuoco e l’aria, l’una spargendosi per dentro gl’intervalli, e l’altro slegando i triangoli (formativi). L’aria se è gagliardamente condensata, nessuna cosa la scioglie, se non la scioglie negli elementi (trasformandola); se è condensata noh gagliardamente, la scioglie solo il fuoco (dilatandola, senza trasformarla). Nei corpi, dunque, misti di terra ed acqua, infino a tanto che l’acqua occupi i vani della terra, ponghiamo che sia la terra fortemente compatta, se un’altra acqua la investe di fuori, le parti di questa non trovando l’entrata, rifluendo attorno all’intero volume, lo lasciano non liquefatto; ma le parti del fuoco entrando nei vani del’acqua, e operando all’acqua ciò che l’acqua fa ala terra e ciò ch’esso fuoco fa al’aria, sono sola cagione che il corpo misto si fonda e diventi fluido. Ora alcuni di questi corpi hanno più di terra che d’acqua, e son [p. 141 modifica]tutte le spezie de’ vetri, e tutte le spezie di pietre accomandate fusibili: altri hanno più d’acqua, e sono tutti quei corpi densati a somiglianza della cera, e odorosi.

Sono quasi spiegate tutte le spezie dei corpi, varie per le figure e per le communioni e trasformazioni vicendevoli; ora dobbiamo ingegnarci di far chiaro da quali cagioni si generano le impressioni che ci fanno. Esse bisogna che siano sensibili. Or vedi, non s’è ragionato ancora della generazione della carne e di ciò che si referisce alla carne, nè della parte mortale dell’anima: e, tuttavia, nè si possono trattare queste cose in modo convenevole senza parlar delle impressioni sensibili che ci fanno i corpi, nè si può dire di queste senza quelle, e parlare di tutt’e due le cose insieme è quasi impossibile. Supponghiamo pertanto prima una cosa, e ne favelliamo prima; e poi favelliamo dell’altra che supponghiamo dopo. E per dire delle impressioni dei corpi secondo l’ordine dei generi, parliamo a principio di quelle che si referiscono all’anima e al corpo.

Vediamo prima perchè il fuoco si dice caldo; è, per vedere, consideriamo il discernimento e il tagliamento che ci fa nel corpo: di fatto sentiamo tutti che la sua impressione è un certo che acuto. Poi guardando la sottigliezza dei lati e l’acume degli angoli e la picciolezza delle parti,e la velocità del moto, le quali cose fan si che il fuoco essendo veemente e tagliente taglia nel vivo quello che intoppa; e da [p. 142 modifica]ultimo ricordandoci della generazione della sua figura, conviene giudicare che questa, poichè è essa massimamente e non altra natura discerne e tagliuzza i corpi nostri, ha probabilmente generato e la sensazione e il nome del caldo.

La sensazione contraria a questa, è chiara; noni dimeno non dee restar povera di ragionamento. Quegli umori che sono intorno al corpo, che hanno partì più grandi, entrano nel corpo e spingono gli umori che ci son dentro che hanno parti più picciole; e, perchè non possono cacciarsi nelle loro sedi, li pressano e da irregolari e mossi li fanno immobili per l’unii fornita e la pressura, e così li rappigliano: ma quello ch’è contro natura costretto, secondo natura si sforza in verso contrario. Or questa battaglia e questo scotimento si chiama tremore e ghiado; e tutte queste sensazioni e la cagione che le genera, s’addomandano freddo.

Duri si dicono tutt’i corpi ai quali cede la nostra carne; quei che cedono ad essa, molli: e così pure se i corpi si considerano fra loro. Cede tutto quello che posa sovra picciole basi: quello che ha basi quadrangolari, poichè sopraggiace fermo, resiste e, se si condensa molto, gagliardissimamente relutta.

Il grave e il leggiero, se li esamini in riferimento alla natura così detta del giù e del sù, si li spieghi in un modo lucidissimo. In vero non è affatto giusto pensare che ci siano due luoghi,, che spartono l’universo in due, e sian contrarii; l’uno giù, al quale [p. 143 modifica]si traggono d’ogni parte i pesi, l’altro su, dove ogni corpo ci va di mala voglia; conciossiachè, il cielo essendo. sferoidale, tutte le cose distanti ugualmente dal mezzo sono estremi, e devon essere naturalmente estremi allo stesso modo, e il mezzo, ch’è ad uguale misura distante degli estremi, dev’essere dirimpetto a tutti pure allo stesso modo. E se il mondo è così fatto, persona ponendoci il così detto su e giù, non a ragione sembrerà di adoperare nomi improprii? Imperocchè il mezzo del mondo non si può dire che è su, nè giù, ma nel mezzo; e il dintorno non è mezzo, nè ha da alcun lato alcuna parte sua la quale guardi al mezzo in modo differente di. come lo guarda alcun’altra parte del iato dirimpetto. Laonde a ciò ch’è naturalmente simile dappertutto, persona se gli dà nomi contrarii, come può ella immaginarsi di parlar bellamente? E, da vero, ponghiamo che ci sia un corpo solido inlibrato nel mezzo dell’universo, esso non si trarrà mai verso alcuno degli estremi, a cagione della somiglianza perfetta di questi. Ma se persona ci camminasse attorno, stando assai fiate con le piante volte ove avea prima il capo, chiamerebbe un lato stesso di questo stesso corpo, su e giù. Adunque l’universo essendo, come s’è ora detto, sferoidale, non è da savio il chiamare un luogo su, un altro giù. Spieghiamo ora d’onde son nati questi nomi di su e giù, e dov’è che hanno vero valore; perchè poi ci adusammo a spartire tutto il cielo anco in su e in giù. Ecco, ponghiamo caso che alcuno salga nel [p. 144 modifica]luogo dell’universo dove il fuoco sorti principalmente la sua stanza, e dov’è la copia maggiore d’esso, verso alla quale ogni fuoco si move; ed avendo cotanta virtù, pigli parti del fuoco, e le ponga ne’ piatti d’una bilancia, e, levando di forza la libbra, tragga il fuoco per l’aria, la quale è sua dissimile; è manifesto come la parte minore di fuoco cede alla forza più facilmente della parte maggiore. Conciossiachè levando su due corpi, insieme e con una forza medesima, è necessario che il più piccolo secondi più il più grande meno, la forza che li tragge; allora, il molto si dice grave, e che va giù s il poco si dice leggiero, e che va su. Coghiamocii ora noi stessi m questa sperienza, qui giù in terra. Si, camminando; noi dispicchiamo della materia terrena, e qualche fiata della terra stessa, e la traggiamo di forzane l’aria ch’è sua dissimile, contro natura, perciocchè e l’aria e la terra si tengono con amore al loro congenere. Ora il più piccolo s’umilia più facilmente e prima del più grande alla nostra forza, e si lascia trarre prima verso al dissimile: pertanto diciam questo, leggiero, e il luogo al quale lo traggiamo, su; e il contrario, chiamiamo grave e giù. Ma codesti riferimenti variano; perciocchè, le moltitudini dei generi occupando luoghi contrarii, quel che è leggiero in un luogo tu ritrovi che diventa ed è contrario e obbliquo e totalmente diverso vers’a quel che è leggiero nel luogo dirimpetto, e così pure il grave verso al grave, e il su al su, e ti giù al giù. [p. 145 modifica]Nondimeno su tale argomento si dee affermar la seguente cosa, cioè che l’innato indirizzo d’ogni corpo verso al congenere, fa che questo si addomandi grave, e giù ii luogo al quale si move; e fa che i contrarii s’addomandino altresi con nomi contrarii. E ciò basti a spiegare queste impressioni.

Quanto alla impressione del liscio e dell’aspro, chiunque ci guardi un poco, la può dichiarare agli altri; poichè uniformità, mista a spessezza, fa la prima, e non uniformità, mista a durezza, fa la seconda.

Dopo il detto fin qui intorno alle impressioni communi a tutto il corpo, ci resta a dire quel ch’è più importante, cioè quale causa le fa piacevoli o dolorose; ed anco quali impressioni generano sempre nuove parti del corpo sensazioni che hanno a loro compagno il piacere o il dolore. Noi vogliamo cogliere le cause d’ogni impressione sensibile o insensibile, recandoci a memoria la distinzione fatta di sovra cioè della natura che agevolmente si move, e di quella che no; che è questa la via per investigare ciò che abbiam vaghezza di comprendere. Di fatto, quella parte (del nostro corpo) ch’è per natura assai mobile, quand’anche le avvenga una passione lieve, la communica intorno intorno ad altre parti, e queste ad altre, infinoattantochè. il movimento giugnendo alla parte intellettiva annunzia a questa la virtù della causa che l’ha fatto. Ma quella (parte del nostro corpo) che ha natura contraria, ch’è stabile e non [p. 146 modifica]circola per alcuna guisa, patisce solamente, e non muore veruna delle parti vicine; ond’ ella, appunto perciò che l’impressione sua non s’espande e non move tutto l’animale, si dice insensibile. Questo va detto alle ossa e ai capelli e a tutte le altre parti che son massimamente terrestri: quello detto prima va per la vista e l’udito, come quei che hanno grandissima potenza di fuoco.

Ora spieghiamo il piacere e il dolore. L’impressione, se è contro natura, violenta e tutta a una fiata, ci è dolorosa; ma quella che ristora la natura e tutta a una fiata, ci è piaevole; quella che fossi lievemente e a poco a poco, è insensibile; la contraria, no. Ogni impressione che succeda con facilità e supremamente sensibile, ma è priva di piacere e dolore, come le impressioni del foco della vista, il quale, come s’è detto sopra, di giorno fà un corpo intimai mente ligato a noi. E, per fermo, alla vista i tagliamenti e i bruciamenti e le altre passioni non fanno dolore; e neppure le fa piacere il ritornare novamente nella sua forma: e nondimeno essa ha sensazione grandissima e vivissima e per la impressione che riceve, e per quella che si genera da se stessa nel drizzarsi a qualche abbietto. Ciò accade appunto perciocché nel disgregamento e congregamene della vista non c’ è affatto violenza. Ma i corpi composti di parti più grandi, i quali cedono a pena a cosa che l’impressiona e che tuttavia communicano i moti a tutto il corpo, hanno piaceri e dolori: dolori quand’è [p. 147 modifica]vengono tramatati dalla loro guisa, quando son restaurati nella loro guisa, piaceri. Le parti del nostro corpo nelle quali si fanno a poco a poco le perdite e i vacuamente e per contrario i riempimenti si fanno con abbondanza e a una fiata, poichè non sentono i vacuamente bensì sentono i riempimenti, non porgono ambasce alla parte mortale dell’anima, ma grandissimi diletti: ciò è manifesto negli odori soavi. Ma le parti che si mutano dalla loro guisa tutte a una volta, e poi vi si ripristinano a poco a poco, fanno il contrario di quello detto avanti: ciò è chiaro nelle bruciature e ne’ ferimenti del corpo.

Ecco pressochè dette le impressioni communi a tutto il corpo, e i nomi delle, cause che lo fanno. Or industriamoci di dire, se possiamo, delle passioni che avvengono nelle parti speziali del corpo, e dire quali sono le cose che le fanno e per quali cagioni. Si deve imprima dichiarare, per quanto è possibile, quello che abbiamo omesso nel parlare de’succhi, cioè la impressioni ch’ei ci fanno alla lingua. Riluce che questa loro impressione si genera pure, come le molte altre, per alcuni congregamenti e discernimenti, ma in modo singolare, più che nell’altre, si genera dall’asprezza e dalla politezza. Di fatto, quando attorno alle vene della lingua, le quali come suoi nunzi si stendono fino al cuore, entrano delle parti terrestri che si sian mischiate alle molli e delicate parti della lingua e si sian per la saliva liquefatte; e costringono e seccano le dette venuzze; allora codeste parti [p. 148 modifica]terrestri, se sono aspre, sembrano amare, se manco aspre, sembrano austere. E fra codeste parti terrestri e sciolte quelle che tergono la lingua di tutto ciò che l’appanni, se esse lo fanno senza modo e la disfiorano e ne mangiano un po’, come per maniera d’esempio il nitro, si dicono in generale amare: quelle che son men brusche del nitro, che tergono modestamente, ci paiono salse senza la ruvidezza dell’amarore, e ci paion più amiche. Quelle, ch’essendo scaldate ed ammollite dalla bocca, ardono, e che poi incendono alla loro volta la bocca che scaldolle, e, levandosi su per la leggerezza infino ai sensi del capo, tagliano checchè s’intoppano, per queste loro potenze son chiamate acri. Talvolta le dette sostanze essendo state pria assottigliate dalla putredine finiscono entro le vene strette, e, avendo proporziona alle parti di terra e aria che sono li dentro, per lo proprio movimento le fanno rimescolare; e, tutte ineschiate, si riggirano e iscorrono le une attorno le altre, e le une entrano nell’altre e le gonfiano, e quelle al medesimo tempo si distendono da fiori attorno a queste ch’entrano. Allor dell’umore disteso attorno all’aria, ch’è talfiata terroso, talfiata puro, si formano liquidi e rotondi vaselli di concava acqua con entro aria; e quelli di umor limpido son diafani, e si dicono ampolline: quelli d’umore terroso agitato e gonfiato, s’addomandano fervori e bagliori, e la cagione che li. genera s’addomanda acido. L’impressione contraria a tutte queste deriva da cagion contraria: [p. 149 modifica]cioè quando le sostanze che si sciolgono nella salava s’affanno alla lingua, esse mitigano le parti innasprite, lisciandole, e ciò ch’è densato o diffuso contro natura, questo stringono, quello rilassano, è tutto abbondosamente ristorano nel suo modo naturale: cotale cosa soave e piacevole ad ognuno, medicina delle impressioni violenti, s’addomanda dolce.

Ella sta così pei sapori. Per l’olfatto, non c’è spezie, conciossiachè, ogni odore nascendo da cosa che ha una cotale natura mezzana, nessuno dei quattro elementi sia interiormente convenevole a formare alcuno odore. Ma le nostre vene dell’odorato sono tali ch’esse sono molto strette alla terra ed all’acqua, e molto larghe al fuoco ed all’aria; perciò persona non senti mai odore di alcuno degli elementi. E gli odori nascono o da cosa ammollita, o liquefatta, o putrefatta, o vaporata: perciocchè in quello che l’acqua torna in aria e l’aria in acqua, come intermediari nascon gli odori. E tutti gli odori sono filmino o nebbia: aria che si muta in acqua, è nebbia; acqua Che si muta in aria, è fummo; onde tutti gli odori son pili fini dell’acqua e più crassi dell’aria. Ciò si fa aperto quando, per mo’ d’esempio, qualche cosa ti tura il respiro, e tu aspiri l’aria con forza, perciocchè allora non si trasfondo insieme con l’aria nessuno odore, ma viene la sola aria, schietta d’ogni odore. Ci sono dunque codeste due sole varietà negli odori, e non son distinte da nomi, e non sono formate nè di molte nè di semplici specie; pure [p. 150 modifica]soltanto i due, l’odor piacevole e il dispiacevole, ricevettero nome, perciocchè molto notabili; l’uno che aspreggia e viola tutto il cavo che giace fra il cucuzzolo e l’ombelico, l’altro che l’addolcia e lo rende soavemente al modo suo naturale.

Guardiamo alla terra potenza sensitiva ch’è in noi, cioè a quella dell’udito; e diciamo di quali cause nascon le sue impressioni. Noi in generale ponghiamo che il suono è percossa dall’aria trasmessa per le orecchie, il cervello ed il sangue, fino all’anima; e che la impressione dell’udito è il movimento nato da cotesta percossa, il quale comincia dalla testa e finisce nella sede del fegato; ed il suono veloce è acuto, quello più lento è grave: e quello ch’è simile a se è uguale e lene, quel che no, aspro: è l’abbundante è forte, quel che no, leggiero. Della concordanza de’ suoni se n’ha da parlare tra le cose che si tratteranno appresso.

Ci rimane ancora un quarto genere sensibile, che c’è d’uopo specificare, come quello che comprende molte varietà, da noi chiamate generalmente colori Essi son fiamma ch’esce da ogni corpo, ed ha partì proporzionate al fuoco della vista da poter generare la sensazione. Le cagioni della formazion del foco della vista si son spiegate di sovra; perciò ora bisogna spiegare i colori, nella maniera più verisimile. Noi diciamo cosi: le particelle (della fiamma, emanante da ogni corpo) che si scompagnano dalle altre e correno nel foco della vista, le uguali (a quelle del foco [p. 151 modifica]della vista) son insensibili, e le addimandiamo diafane: quanto, alle maggiori e alle minori, di chi le prime congregano la vista e le seconde la discettano, esse fanno impressione somigliante a quella che le cose calde e fredde fanno alla carne, ed a quella che fanno alla lingua le cose acerbe, e a tutte quelle alle quali perciò che scaldano venne assegnato il nome di acri. Di fatto, la impressione che fanno alla vista è il bianco e il nero, ed è la medesima di quella che fanno le cose prementovate, la quale perciocchè si fa in un altro genere d’organi pare essere diversa. Adunque bisogna designare cosi: il bianco è ciò che discetta la vista, il contrario suo, è il nero. Quando fuoco di genere diverso (cioè emanante d’un altro corpo) con moto più violento scontra il fuoco: della vista e lo discetta infino dentro negli occhi, e ne disserra e liquefa gli usci, fa che di li scorghi fuoco ed acqua abbondante, che chiamiamo lagrima, la quale non è pure essa che un fuoco (cioè a dire il fuoco della vista misto all’umore dell’occhio) che scorre da entro incontro all’altro fuoco di fuori: ed allora, mentre il fuoco interno guizza come da lampo e il fuoco di fuori, entrando, muore nell’umore, si generano da cotesto rimescolamento tutte le spezie di colori. Noi abbiamo chiamato cotesta impressione, abbarbaglio; e quello che la fa, risplendente e corrusco. Il genere di fuoco che tiene il mezzo rispetto al detto, che giugnendo nell’umore degli occhi si mesce con esso, ma senza raggiare e la cui vivezza per [p. 152 modifica]entro all’amore porge un color sangue, lo chiamiamo rosso. Il colore splendido, misto al bianco e al rosso, torna in giallo: ma in quali misure s’abbino a mischiare, avvegna che persona lo sapesse, dirlo non saria da prudente, perchè non se ne potrebbe assegnare alcuna pruova vuoi necessaria, vuoi probabile. Rosso temperato con nero e bianco, torna in purpureo; e in cupo bruno, quando ai detti colori misti e bruciati si mosce più nero. Il fulvo nasce dalla meschianza del giallo e del bruno il bruno, da quella del bianco e nero. Il pallido dal bianco temperato a giallo. Se bianco si sposa a colore splendente, e s’abbatte in nero cupo, si fa colore azzurro. Da azzurro temperato a bianco, si fa il cilestre. Da azzurro temprato a nero, si fa il verde. Dopo spiegati questi colori, è chiaro da quali contemperanze nascano probabilmente gli altri. Se persona attendesse sul serio a prendere sperienza di tutto questo, ella disconoscerebbe la distanza ch’è fra la datura umana e la divina, cioè a dire che soltanto Dio può meschiare il molto nell’uno, e sciogliere novamente l’uno nel molti, perciocchè è sapiente e insieme potente; uomo al mondo non può fare giammai nè l’una cosa nè l’altra, nè ora nè appresso.

Il fabbro dell’opera più bella e più buona pigliò, dal seno delle cose che si generavano, tutte queste, ch’erano allora così fatte naturalmente dalla necessità. E fe’ ciò quando generava il Dio sofficiente a se e perfettissimo, giovandosi in tal modo altresì di [p. 153 modifica]queste cause (fatali); però il bene (o l’ordinamento finale) in tutte le cose che nascevano l’operò egli medesimo. Bisogna pertanto distinguere due spezie di cause, l’una necessaria, l’altra divina: la divina si vuole cercare in ogni cosa per procurarci vita felice per quanto è capace la natura nostra; e la necessaria si vuole cercare in grazia della divina, facendo avvertenza come senza la causa necessaria non si può neppure considerare per se sola con la mente la causa divina a cui aneliamo, nè comprenderla, nè altrimenti comechessia partecipare di lei.

Come una materia preparata giace accosto a fabbri, così giacciono presso a noi codesti due generi di cause, delle quali s’ha a tessere il discorso rimanente. Perciò rifacciamoci dal cominciamento in breve, e torniamo là ratto da onde ci movemmo per qua, industriandoci di porre al discorso una fine ed una conclusione che risponda alle cose ragionate di sopra.

Come s’è dunque detto al cominciamento, coteste cose erano disordinate, e Dio pose in ciascheduna commisuranza, per quanto e per come eran capaci di esser commisurate e rispondenti; perciocchè allora nessuna cosa n’era partecipe salvo se a caso, e universalmente nessuna di quelle cose, che hanno era nome, era degna d’esser nominata così come per esempio fuoco, acqua, od altro che sia: e Iddio primieramente vi messe l’ordine, e di poi ne compose questo universo, animale unico, che abbraccia tutti gli animali mortali e immortali. E degli animali divini fui egli medesimo il fabbro; quanto alla generazione [p. 154 modifica]dei mortali, la commise ai generati da lui stesso. I quali, ricevuto da esso il principio immortale dell’anima, imitando lui tornirono intorno a questo un corpo mortale, e glielo dettero come per cocchio. E formarono entro al medesimo corpo ancora un’altra spezie di anima, cioè la mortale, che accoglie dentro se fatali e violente passioni: da prima il piacere, esca grandissima di mali; appresso i dolori, fugatori di beni; ed anche l’audacia e la paura, stolti consiglieri; e l’ira implacabile; e la speranza che si lascia leggermente menare dal senso irragionevole e dall’amore, il quale pon mano a tutto:e secondo la necessità mescendo insieme queste cose si ebbero composto la spezie dell’anima mortale. E temendo d’illaidire il principio divino senza una necessità suprema, albergarono separatamente il principio mortale in un’altra stanza del corpo, costruendo un istmo e un termine fra la testa e il petto, con frapporci il collo tra essi due, acciocchè quelli abitassero separati. Ligarono dunque l’anima mortale nel petto e nel così detto torace. E poichè una parte di lei è di natura migliore, e l’altra parte è di natura peggiore, separarono ancora il cavo del petto, così come si separa (in una casa) l’abitazione delle femmine da quella degli uomini, spiegandovi il diaframma nel mezzo, come una siepe. Per tanto la parte battagliera dell’anima, ch’è forte ed iraconda, gl’Iddii stanziarono più dappresso al capo, frammezzo al diaframma ed al collo, affinchè, obbediente alla ragione, insieme con lei rinfrenasse per forza i desiderii (la parte [p. 155 modifica]concupiscibile) quando in nessun modo non volessero osservare i comandamenti che la medesima ragione bandeggia da su la rocca. E posero nella stanza de’ satelliti il cuore, nodo delle vene e fontana del sangue che si aggira con empito per tutte le membra, acciocchè, quando l’ira divampa alla novella che dà la ragione, che di fuori si fa nelle membra qualche azione ingiusta, ovvero che i fa dai desideri, di dentro, le parti sensitive del corpo, sentendo ratto per tutte codeste viuzze delle vene i conforti e le minacce, tornino ubbidienti alla ragione, e la seguane in tutto, e così lascino sovra di loro donneggiare lei, ch’è la parte migliore dell’anima. Gl’Iddii preconoscevano che il cuore picchia forte all’aspettativa di cose paurose e al divampare dell’ira; e preconoscevano anco che codesto rigoglio dell’ira doveva generarsi mediante il fuoco; pertanto, per procacciare un aiuto al cuore, piantarono dentro il petto la figura del polmone, che è insieme morbido ed esangue, ed è dentro tutto forato a celluzze come una spugna, acciocchè esso, ricevendo l’aria e la bevanda, desse al cuore refrigerio e respiro e sollievo nell’ardore su. Per questo incisero nel polmone i canali dell’aspra arteria, e posero attorno al cuore il polmone, il quale dolcemente si muove, affinchè, quando ferve l’ira, il cuore, picchiando in cosa cedevole e pigliandoci refrigerio fosse meno travagliato e potesse prestare meglio il suo servigio alla ragione ed all’ira.

La parte dell’anima ch’è vogliosa di cibi e bevande, e di ciò che le fa avere bisogno la natura stessa del [p. 156 modifica]corpo, posero in mezzo al diaframma ed all’ombilico, avendo fabbricato in tutto questo luogo come una mangiatoia per lo nutrimento del corpo. La legarono quivi come bestia salvatica, ch’essendo tuttavia congiunta intimamente a noi, s’aveva da nutrire se dovea mai nascere la generazione mortale. E le assegnarono codesto luogo, lungi quanto poteva dall’anima provvedente, acciocchè, pascendosi sempre alla mangiatoia, facesse a lei il manco che si può rumore e schiamazzo, e così lasciasse a lei, ch’è la parte più buona, pigliare serenamente consigliò intorno a quello che giovi in comune a tutte le parti. Ma gl’iddii la veggono ch’è fatta tale, che non intende ragione, e che non si cura di ragioni, ponghiamo che riceva pure alcune sensazioni di esse (nelle quali esse si adombrino), e che si lascia soltanto tirare da simulacri e fantasmi, notte e giorno. Iddio pensando a questo fabbrica il fegato, e lo pone nell’abitazione di lei, ingegnosamente formandolo spesso e polito e lucido, dolce e anco con amarore; acciocchè la potenza dei pensieri che si muove dalla mente, riflessa li come in ispecchio. il quale riceve le parvenze e rende al viso le immagini, le dia paura ovvero l’ammansisca. Le dà paura, quando ella appressandosi rigida e minacciante, usando l’amarore ch’è nel fegato, lo rimescola finamente per tutto esso e mostra i colori della bile, e costrignendolo lo fa tutto aspro e rugoso; e quando insieme storcendo il (gran) lobo dalla sua diritta postura e strignendolo, ed assiepando e chiudendo i recettacoli (c’è il serbatoio del fiele co’ suoi canali) e le porte (c’è la vena [p. 157 modifica]porta che si gemina in due rami, che son chiamati porte del fegato) porge doglie ed ambasce. Per lo contrario, quando una ispirazion dolce della ragione pinge nel fegato serene parvenze, a lei (all’anima concupiscibile) dà riposo dall’amarore in quanto ch’ ella non vuol muovere e toccare codesta natura contraria alla sua propria (alla ragione), e usa con il fegato della dolcezza ingenita in esso medesimo per mitigarlo, e lo fa tornare in tutte parti diritto e pulito e franco; allora placa e fa mansueta la parte dell’anima che abita presso al fegato, e la notte le dà ufficio convenevole, quello di divinare nel sonno, da poi che non è partecipe di ragione ed intelligenza. E così quegli che ci han formati, tenendo a mente la commessione del loro padre, quando loro disse di fare il genere mortale eccellente quanto potevano, innalzando così la parte meno gentile di noi in modo da poter anche sfiorare in qualche guisa la verità, in essa collocarono la divinazione. Una sufficiente pruova che Iddio fe’ dono della divinazione all’umana inintelligenza, si è questa, che nessuno mentre ha franca la mente fa presagi spirati da Dio e veraci, bensì o quando ha la potenza della mente ligata pel sonno, ovvero peregrina per morbo o per divino accendimento. Per contrario, ella è cosa di chi è in intelletto interpetrare, ricordandosene, le parole profferite sia in sonno ovvero in vegghia dalla natura divinante o investita di Dio; ed ancora è cosa sua il mettere a ragione tutte le visioni apparse, e ritrarre come e per qual persona significhino qualche bene [p. 158 modifica]o male presente, o passato, ovvero futuro. E non è opera di chi è in furore e vi dura peranco, il far giudicio delle cose vedute e proferite da lui; e bene a ragione si dice da tempo antico, ch’è privilegio solo del savio l’operare bene e il conoscer le cose sue e se medesimo. Per questo è legge porre i profeti (che sono riferitori e dichiaratori dei responsi degli oracoli ai consultanti) a giudici dei presagi ispirati: alcuni li chiamano divinatori, ignorando che essi son bensi profeti (o interpreti) delle voci e visioni enimmatiche, ma non sono punto divinatori; sarebbe nondimeno giustissimo chiamarli profeti (o dichiaratori) dei divinanti. Il fegato dunque fu così fatto, e posto dove diciamo per lo ministero della divinazione. E insinoattanto che il corpo è vivo, il fegato porge più chiari segnali; quando è privo di vita, diventa cieco, ed ha divinazioni oscure da non significare cosa di netto.

Il viscere che gli giace vicino fu fatto e gli fu posto a sinistra per suo servigio, cioè per serbarlo sempre polito e lucido i è come una spugna messa d’accosto a uno specchio, apparecchiata e pronta sempre a polirlo. Perciò quando per morbo del corpo si generano immondizie nel fegato, la milza, che è rara, se le piglia e così lo netta, dappoiché è un tessuto cavo ed esangue. Laonde ripiena del fastidio che ha netto, illaidisce di dentro e soprammodo si gonfia, e poi, quando s’è purgato il corpo, di nuovo si umilia e raccoglie.

Or codeste opinioni intorno dell’anima, cioè quale [p. 159 modifica]parte dì lei è mortale e qual’altra è divina, e come e perchè furono albergate separatamente, e in quali ostelli; allora solo noi affermeremmo, come s’é detto, ch’ esse siano vere, quando Iddio ci desse alle nostre opinioni il suo assentimento; ma, che abbiamo detto il verisimile, fin da ora ed anco se più ci pensiamo si dee far cuore ad affermarlo, e via s’affermi.

Si deve simigliantemente investigare quello che segue, cioè in quale modo s’è generata l’altra parte del corpo (l’alvo e le intestina); più di tutto converrebbe ch’ essa fosse costrutta secondo questo ragionamento: Quegli che ci composero sapevano la nostra futura intemperanza in mangiare e bere, e che per avidità ne avremmo usato assai oltre il modo e il bisogno. Perchè non succedesse una presta morte per morbi, e la generazione umana per anco imperfetta (senza aver conseguito il suo fine) non terminasse subitamente provvedendo questa cosa, posero il così detto cavo inferiore per recettacolo del soverchio della vivanda e bevanda; e dentro vi avvolsero a spire le intestina acciocché il presto passare del cibo prestamente’ non necessitasse di nuovo il corpo ad aver bisogno di altro cibo, e cagionando voracità insaziabile non rendesse tutta la specie umana selvaggia della filosofia e delle muse e disubbidiente alla parte più divina di noi medesimi.

Quanto a ossa, carni e ogni natura siffatta, la cosa sta cosi. Il principio loro è nella generazione della midolla, poiché, nel collegamento dell’anima col corpo, dentro la midolla furono annodati i legami della vita, i [p. 160 modifica]quali furono le radici del genere mortale. La stessa midolla si generò da altre cose; conciossiachè, Iddio separati da’ loro singoli generi quei triangoli primi ch’ essendo regolari e politi erano massimamente acconci a formare a perfezione fuoco, acqua, aria e terra, e mischiatili insieme in guisa da esser commisurati, ne fe’ la midolla, preparando in tal modo la generai sementa dell’ intiera spezie mortale. Dipoi pianta c lega nella medesima midolla i (tre) generi di anime, e la configura in tante e cotali forme, quante c quali faceva mestieri che n’avessero le singole specie (delle anime), e ciò fe’ immantinente in codesta prima distribuzione. E quella parte di midolla che doveva come un campo accogliere dentro di se il seme divino, la formò ritonda dapertutto, e la nominò encefalo, cioè midolla accolta nel capo; stantechè in ogni animale compito il capo avea da essere il vasello deputato a riceverla. Quanto alla midolla che avea a contenere la parte rimanente e mortale dell’anima la distinse in figure insieme ritonde e lunghe, chiamandole tutte midolla (pigliandola in una significazione più particolare): e di li gittando, come da ancore, i ligami di tutta l’anima, attorno a questa midolla fabbricò il nostro corpo, avendola prima francheggiata d’un involucro osseo. Vedete come fa l’osso: crivella terra pura e polita, e la mescola ed umidisce con la midolla, e la pone nel fuoco; e di poi la tuffa nell’ acqua; poi novamente nel fuoco, e novamente nell’acqua; e così traslatandola molte volte da fuoco in acqua, e da acqua in fuoco la fe’ tale che sciogliere [p. 161 modifica]157 non la può niuno di questi due elementi. Usando di questa materia tornisce una sfera ossea attorno il cervello, e vi lascia uno stretto passaggio (cioè il forame dell’occipite) e fabbrica dalla medesima materia intorno alla midolla cervicale e dorsale le vertebre, e le distende l’un sotto all’ altro come cardini, cominciando dalla testa giù giù per tutto il cavo. E cosi per porre in salvo tutto il seme, lo munisce d’una ricinta petrosa, ponendovi articolazioni in grazia del movimento e della pieghevolezza, usando anche d’una sostanza della natura dell’altro, che messe in mezzo alle articolazioni (cioè della sinovia, umore articolare, il quale per essere liquido e perciò mobile ritrae della natura dell’altro o vero del variabile). Poi avvisando che l’osso di natura era più secco e più inflessibile del bisogno, e che, affocandosi e freddando di nuovo, esso si sarebbe guasto della carie e avrebbe tosto corrotto il seme che accoglie dentro, per tanto escogitò i nervi e la carne: i nervi (significano i legamenti) affinchè colligando tutte le membra, col distendersi o rilassarsi attorno la vertebre, curvassero o vero raddrizzassero il corpo; e la carne, affinchè fusse schermo da caldi e riparo da freddi, e anche dalle cadute, perciocché essa, come arnese di lana pigiata, mollemente e dolcemente s’umilia a’corpi, ed ha dentro un umore caldo che gemendo la state e irrorando di fuora diffonde convenevole refrigerio a tutta la persona, e di verno per questo suo fuoco ripinge modestamente il gelo che la circonda di fuori ed investe. Il fabbro del nostro corpo, considerate queste cose, avendo [p. 162 modifica]mischiato e armoneggiato con acqua e fuoco eziandio terra, contemperò con tutti essi un fomento composto di sostanza acida e salsa, e fe’ la carne morbida e succosa. I nervi gli fa da una meschianza d’osso e carne non fomentata, in modo da avere una natura mediana per la sua potenza fra l’osso e la carne, usando d’un color giallo; pertanto i nervi sono più consistenti e più tenaci delle carni, e più morbidi e più umidi delle ossa. E con la carne e i nervi avvolge egli ossa e midolla, legando le ossa fra loro co’ nervi, e poi di sovra obbumbrando ogni cosa di carne. Ma quell’ ossa ch’ erano più animate di midolla assiepa di pochissime carni, per contrario quelle internamente più inanimate, di moltissime e spessissime: e alle commessure delle ossa, salvo dove mostrò ragione la necessità del contrario, fa crescere poche carni per non impacciare la inflessione e non rendere i corpi tardi per la malagevolezza del movimento, e anco perchè essendo molte e spesse e fra di esse fortemente pigiate avrebbero istupidito il senso a cagione della loro durezza, e ci avrebbero ottusa la rammemorativa e la ragione. Per tanto le cosce e le gambe c il torno delle anche e le ossa delle braccia e degli avambracci, e le altre ossa private d’articolazioni, c tutte quelle vacue di mente a cagione della poca anima che celano nella midolla furono tutte affettate di carni, non così le ossa che sono vaselli della mente. E tranne se Iddio fe’ qualche organo di carne a bella posta pel ministero del senso, come la lingua, in generale la cosa sta nel modo che s’è detto, [p. 163 modifica]siachè nessuna natura che nasce e si dispiega secondo necessità consenta ad avere fitto osso e carne molta, e insieme senso acuto ad udire. Veramente se le due cose dette si potevano unire insieme, ciò massimamente si saria fatto nella formazione del capo; e gli uomini avendo il capo carnuto e nervoso e forte avrebbero goduta vita due tanti, anzi molti tanti più lunga e più sana e più franca di dolori di quella ch’ è al presente. Ma i nostri fabbri, ragionando nel lor cuore se dovessero farci di vita più lunga e peggiori, o vero migliori e di vita più corta, furono d’avviso che a una vita più lunga e più ignava fosse per ognuno da antiporre in tutto una vita più corta e più buona. Per questo ricopersero il capo di raro osso, ma non di carni nè di nervi, non avendo il capo a piegare nessuna sua parte: e per tutte queste ragioni fu annestato al corpo d’ogni uomo il capo fatto in tal guisa, cioè più vivace di senso o di mente, ma molto più debole in paragone dell’altre membra. E così per codesta ragione pone Dio giù all’ estremo del capo i nervi in giro attorno il collo, e ve li salda insieme in virtù di lor somiglianza, e lega con essi i termini delle mascelle sotto la faccia; e dissemina gli altri nervi per tutte le membra, disposando articolazione con articolazione. La bocca ce l’adornarono, quei che ci adornarono, di denti, lingua e labbra, come si vede, pel ministero della necessità c del bene, facendo industriosamente l’entrata per la necessità e l’uscita pel bene. In vero è necessario ciò che vi entra perchè porge nutrimento al corpo, ma ne scaturisce pel ministero della sapienza [p. 164 modifica]il ruscello della parola ch’ è il più bello e il più buono di tutti i ruscelli. Il capo nè si convenia lasciare un osso ignudo a cagione del trasmodare delle stagioni ora in caldo ora in freddo, nè tanto ingombro da diventare stupido e disensato pel volume delle carni. Pertanto la carne del corpo si seccò fior fiore, e fe’ una scorza, che noi addimandiamo pelle, che si separò da essa (cioè divenne cosa distinta), e, per l’umore del cerebro costrignendosi e ripullulando, rivesti il capo tutto attorno in giro; e il medesimo umore gemendo di giù per le cuciture dell’osso la irrigò, e la richiuse in sul cucuzzolo del capo, come in un nodo. Le cuciture, che hanno forme si varie, nacquero per la forza dei giri dell’anima, e per quella del nutrimento, più molte quando codeste due forze tenzonano più fra loro, quando meno, più poche. E col fuoco Dio punsecchia in giro tutta questa pelle, e l’umor surge su pei foruzzi, e quanto c’è d’umore e calore sincero va via; ma la parte mista, fatta dalle stesse sostanze che la pelle, in forza della sua stessa agitazione tratta su, si stende in fuori, lunga, sottile quanto il foruzzo; e poi per la sua lentezza ripinta dall’ aria circostante di fuori nuovamente dentro, e costretta sotto la pelle, vi mette radice. E per l’effetto di queste cagioni vennero su i capelli, che, simili a corregiuoli, sono per natura cognati alla pelle, ma più duri e più fitti per la pressura del raffreddamento,, per la quale ciascun capello, dilungandosi dalla pelle, si raffredda e si densa. Usando questi modi ora mentovati il nostro fattore ci fece il capo irsuto, poiché pensò che i capelli [p. 165 modifica]facendo le veci della carne sarebbero pel cervello un copertoio leggiero deputato a custodirlo, e che gli farebbero ombra la state e riparo il verno, senza che fossero d’intoppo all’ acume del senso. Di cotesto intrecciamento di nervo, pelle e osso, che si scorge nelle dita, una parte, ch’ era pure mista di queste tre cose, disseccata, di tutte divenne una comune sostanza, cioè una pelle dura; la qnale nacque di queste cagioni seconde, ma in verità fa fatta dalla ragione, ch’ è cagione suprema, a contemplazione di ciò che aveva da venire appresso. Che i nostri fabbri sapevano che un tempo dagli nomini s’avevano a generare le femmine e gli altri animali, e conoscevano che a molti animali erano d’uopo le unghie per molti usi, per tanto negli nomini, appena nati, abbozzarono le unghie. Eccovi per qual ragione e per quale disegno gl’ Iddii lasciarono crescere pelle, capegli e unghie sugli estremi delle membra.

Poiché furono sposate insieme tutte le parti e le membra del mortale vivente, essendo per Ini necessità d’avere a vivere nel fuoco e nell’aria, gl’Iddii, per non farlo perire sciolto e succiato da questi elementi, nella mente loro gli trovarono una ripresa.

Piantano una natura cognata alla natura umana, temperandola d’altre forme e d’altri sensi, da essere com’un altro animale: io voglio dire gli alberi, le piante, i semi, che or fatti gentili e dolci per l’agricoltura, si sono addomestichiti con noi, che da prima non ci avea che sole spezie salvatiche, le quali son più vecchie delle domestiche. Certo, tutto quel che [p. 166 modifica]partecipa della vita, si può giustissimamente addomandare animale: e questo di cui ora favelliamo partecipa alla terza specie di anima, che il ragionamento disse tenere stanza fra il diaframma e l’ ombilico, la quale nè ha opinione nè s’ abbella di fiore di ragione e di mente, e solo ha senso piacevole e doloroso accompagnato da desiderii. Di fatto, la pianta è continuamente passionata da tutte le cose; ma perciocché ella si volge in se attorno di se stessa, e respinge i movimenti esteriori usando del movimento proprio, per questo la sua generazione non le donò di poter conoscere se medesima e pensare ad alcuna delle cose sue. Laonde la pianta vive e non è diversa d’un animale, ma sta salda e radicata in un medesimo luogo, perciocché privata di semovenza.

I superiori dopo seminate tutte queste spezie (le piante) per nutrimento di noi inferiori, cavarono canali nel corpo nostro come si tir nei giardini, perchè fosse irrigato come da vivo ruscello. E prima cavarono celati canali sotto la pelle e la carne sposate insieme, cioè le due vene dorsali (l’aorta e la vena cava), che sono due, perciocché ancora il corpo s’indua in lato destro e sinistro: e le avviaron giù accosto la spina da abbracciare fra loro la generativa (o vivificante) midolla, affinchè essa col maggiore rigoglio fiorisse, e l’onda, scorrendo con facilità perchè da su in giù, irrigasse ugualmente tutte l’altre partì. Dopo questo, attorno al capo scindendo le (dette due) vene e intrecciando li rami contrarii, piegarono quelli della sinistra verso alla destra parte del corpo, e quella [p. 167 modifica]della destra verso alla sinistra, affinchè esse insieme con la pelle ligassero il capo al busto, poiché il capo presso al cocuzzolo non era ricinto in giro con nervi, ed eziandio acciocché la passione dei sensi fosse da tutt’ e due i lati communicata per tutto il corpo. In seguito apparecchiarono la irrigazione in una cotale maniera, la quale scorgeremo più agevolmente, se prima ci accordiamo in questo, cioè a dire che tutte le cose che si compongono di parti più piccole rattengono quelle composte di parti più grandi, quelle per lo contrario che si compongono di parti più grandi non possono rattenere quelle composte di parti più piccole; e che fra tutti i generi, il fuoco è quello che si compone di parti piccolissime, e che perciò trapassa per l’acqua, la terra, l’aria, e per tutte le cose che di lor si fanno, e nulla può fargli intoppo. Il medesimo conviene eziandio pensare del nostro ventre, cioè ch’ esso rattiene i cibi e le bevande quando ci cadon giù, ma non rattiene l’aria e il fuoco, che sono composti di parti più sottili delle sue. Iddio usò dunque del fuoco e dell’aria per condurre l’acqua dal ventre ad irrigare le vene, nel modo ch’ io ora dico. Tesse un intreccio d’aria è fuoco, a simiglianza delle nasse, con due cestini all’ entrata, dei quali l’uno è gemino (si volga la mente al cavo delle narici, e a quello del petto e del ventre): e dai cestini distese come a dire giunchi in giro per tutta la nassa infino all’ estremità di essa (la nassa è l’aria che fascia la persona, e i giunchi sono i vaselli del sangue pe’ quali il valore animale s’espande per tutta la persona). E fa il di [p. 168 modifica]tro della nassa, di fuoco (il di dentro è la carne ch’é fra le pareti interne del caro delle narici, del petto e del ventre, e le pareti esterne fatte dell’aria circostante al corpo: il fuoco è il calore del sangue): i cestini e il loro di dentro, li fa aeriformi. E, pigliata la nassa, Iddio irretisce l’animale che aveva formato, nella maniera che segne, cioè da dentro la bocca in giù fa calale nn cestino, e poiché era doppio, lascia calar l’altra parte giù per le arterie (cioè per l’aspra arteria ed i bronchi) dentro il polmone, e l’altra di costa a costa le arterie (cioè per l’esofago), giù nel ventre. Inoltre, sparti il primo cestino, e l’una e l’altra parte messe per entro i canali del naso in guisa da aver riuscita nell’ altro cestino (nel cavo delle fauci e s’aprono le narici posteriori e anco termina l’aspra arteria) acciocché quando quell’ uscio che riesce alla bocca si tura (cioè l’arteria aspra per la quale ispiriamo l’aria), per cotesto altro uscio delle narici passassero le correnti che dovevano passare per quello. Colla rimanente cavità della nassa irretisce tutta la parte cava del nostro corpo, e fe’ ora fluire la detta cavità (cioè il fuoco interno) per entro i cestini, mollemente, essendo essi fatti di aria, ora rifluire i cestini; e ancora fece che la nassa (l’aria che fascia la persona) in cotesto suo ondeggiamento entrasse per il corpo, stantechè il corpo è raro, e novamente ne uscisse; e fe’ che i raggi di fuoco intessuti internamente (cioè il calore animale perché ogni animale ha dentro del sangue e delle vene abbondante calore e quasi una fontana di fuoco) accompagnassero [p. 169 modifica]l’aria e al suo entrare, e all’ uscire; e fe’ che ciò avesse a durare insinattantochè dura l’animale vivente: al quale apparecchiamento, chi pone i nomi, diciamo che pose il nome d’ispirazione e di espirazione. Or tutto codesto fare e patire avviene al corpo nostro, perchè esso irrigato e refrigerato si nutra e viva: conciossiachè il fuoco, ch’ è colligato (o vero intessuto) internamente, seguita il respiro, il quale viene dentro e va fuori; e così il fuoco discorrendo sempre per il ventre, al suo entrare (allorché ispiriamo) s’apprende ai cibi e alle bevande, e li scioglie e li fa a minuzzoli; e menandoli poi (allorché espiriamo) per le vie per dove egli esce, come da una fontana li deriva nelle vene come in canali, e cosi fa scorrere per il corpo i ruscelli delle vene come per una convalle.

Vediamo di nuovo la respirazione perchè sia riescita tale, qual’è presentemente. Ecco: stante che non c’è alcun vacuo dove possa entrare cosa che si muova, e l’aria da noi va fuori, manifesto è già ad ognuno che non va nel vacuo, ma spinge la prossima aria dalla sua sede; la quale, spinta, discaccia alla sua volta sempre l’altra aria vicina; e, secondo questa necessità, tutta l’aria essendo circolarmente rispinta nella sede d’onde usci il respiro, li entra, e la riempie, e segue al respiro: e tutto questo succede insieme come quando si gira una mota, imperocché non c’è vacuo. Perciò il polmone e il petto, mandato fuori il respiro, sono di nuovo ripieni [p. 170 modifica]dall’aria ch’è attorno al corpo, la quale, circolarmente cacciata, entra per i vani del tessuto delle carni: poi alla sua volta essa aria tornando indietro, e andando fuori per attraverso il corpo, ricaccia circularmente dentro noi il respiro pel passaggio della bocca e delle narici. E la cagione dell' incominciamento di questo moto, si dee dire ch’ è questa: Ogni animale ha dentro di se, nel sangue e nelle vene, calore, come se dentro lui fosse una certa fontana di fuoco: la quale cosa assomigliammo alla nassa, dicendo che tutto quel che c’è per lo mezzo, tessuto è di fuoco, e tutto quello ch’ è di fuori, tessuto è di aria. Il caldo conviene acconsentire che secondo natura va fuori nel luogo suo, al suo cognato (va dov’è la grande copia di fuoco). Essendoci due uscite, l’una fuori per il corpo (perspirazione), l’altra perla bocca e le narici (espirazione), quand’ esso muove per l’una delle uscite, caccia in giro l’aria ch’è attorno all’ altra uscita: e l’aria cacciata in giro per entro al corpo, abbattendosi al fuoco (ch’ è nel sangue), si riscalda; quella, per contrario, ch’ esce, si raffredda. E avendo il calore mutato luogo, e l’aria ch’è (dentro il corpo) presso a una delle uscite (cioè presso ai pori della carne) essendo diventata più calda (perciocché si è mista al calore del sangue; codesta aria volgendosi novamente per questa uscita (de’ pori), disiosa di muovere verso la natura sua (verso il fuoco cognato), ricaccia dentro, in giro, l’aria ch’é attorno dell’altra uscita (quella ch’è presso presso alle nitrici e alla bocca). Onde codest’ aria, la medesima passione ricevendo [p. 171 modifica]e la medesima rendendo sempre, per lo stesso suo fare e patire, agitata di qua e di là in cerchio (cioè costretta, dopo compita una circolazione, a ricominciarla sembra, tornando addietro), opera l’ispirazione e l’espirazione.

Ancora si devono cercare nel medesimo modo (cioè mediante il principio che spiega la respirazione, il qual è, che non c’è vacuo, e che i corpi tratti ai luoghi de’ cognati si cacciano con moto circulare) le cagioni delle passioni che fanno le ventose mediche, e le cagioni dell’inghiottire, e quelle del movimento de’ corpi scagliati, sia che si traggano su in cielo, sia che si muovano giù in terra; ed anche così si devono cercare le cagioni di tutt’ i suoni veloci o lenti, che appajono acuti e gravi, i quali quando si muovono disarmoniosamente e quando in consonanza, secondochè suscitano in noi movimenti simili ovvero dissimili. Che, di fatto, quando i movimenti più veloci, cominciati prima,’sono già per quietare, e sono fatti simili ai suoni lenti, se allora i suoni lenti s’aggiungono ad essi, ei li avvivano e li occupano; e, occupandoli, poiché non li turbano per la intromissione d’un movimento diverso, ma, per contrario, poiché essi aggiungono il cominciamento d’un moto più tardo a una somigliante fine d’un moto più veloce e che già muore, essi contemperano una passione sola d’acuto e grave, d’onde pigliano sollazzo gli stolti, e letizia i savi, che intravvedono la imitazione dell’armonia divina ne’ movimenti mortali. E anco nel detto modo si spiega lo scorrere delle acque, e [p. 172 modifica]il piombare delle folgori, e le meraviglie della (creduta) virtù d’attrarre degli elettri e delle pietre d’Ercole: che, in verità, nessuna di cotali parvenze è generata da virtù d’attrarre; sibbene il non esserci vacuo, e pertanto il cacciarsi questi corpi fra loro circolarmente, e, oltre a ciò, il mutar sito, congregandosi e disgregando, e l’andare ciascuno al luogo che gli è proprio, ecco le due cagioni che, intrecciate insieme, operano tutte codeste meraviglie, come si farà manifesto a chi cerca convenevolmente.

Ed anco la respirazione, donde pigliò le mosse il discorso, simigliantemente si generò, e per codeste ragioni, come detto è di sopra (cioè per la fuga’ del vacuo e per l’attrazione dei simili). E perciocché (quando ispiriamo) il fuoco tagliuzza i cibi e poi si leva su da entro il corpo per accompagnare il respiro (che va fuori); in quello che si leva (cioè mentre espiriamo), attingendo esso i cibi minuzzati dall’ alvo, ne riempie le vene: per tali cagioni scorrono per tutto il corpo, e in ogni animale, i ruscelli del nutrimento. Questi cibi minuzzati di fresco, pigliati da nature cognate, parte frutti, parte erba, cose che Iddio ci piantò a bella posta pel nostro nutrimento, hanno, a cagione della mischianza, vari colori; ma il rosso c’è più copiosamente diffuso, natura formata dall’ incisione ed espressione del fuoco nell’ umido. Onde il colore del ruscello che scorre per il corpo, ha la vista tal quale s’è descritta: e noi l’addomandiamo sangue, pastura delle carne e dell’ intiero corpo, dal quale irrigate le membra riempiono il [p. 173 modifica]cuo lasciato dalle parti che vanno via. Il modo dello empimento e votamento (del nostro corpo) è come il moto d’ogni cosa nell’ universo, per il quale moto il cognato si trae sempre verso al cognato. Di fatto, le cose circostanti di fuori ci sciolgono incessantemente, e distribuiscono le parti sciolte del nostro corpo, avviandole ciascuna alla sua specie (a quello de’ quattro corpi elementari a cui appartiene). Ma, d’altro lato, le sostanze sanguigne che spartite sono a minuto dentro noi, e sono come da un cielo comprese da ogni animale organato, vengono necessitate d’imitare il movimento dell’universo; e per ciò queste sostanze spartite dentro noi, traendosi a’ loro cognati, riempiono novamente dove si fé vacuo. E quando’ quel che va fuori è più di quello che scorre dentro, tutto l’animale discema; quando meno, prospera. E quando l’animale è tuttavia costruttura novella, ed ha per questo i triangoli, usciti dagli elementi, così freschi, come se ora usciti dal lavoratojo, egli possiede una gagliarda commessura fra essi triangoli: però tutto il suo volume è tenero, perchè è di midolla nata da poco, e nutricata di latte. Onde allorché son portati da fuori e accolti dentro la midolla i triangoli dei quali si compongono i cibi e le bevande, essendo essi più vecchi e più deboli dei triangoli della midolla, questa co’ suoi triangoli nuovi li taglia e li supera, e fa che prosperi l’animale, nutricandolo di molti simili. Poi quando i triangoli della midolla, per le molte battaglie combattute centra molti (triangoli) e per molto tempo, [p. 174 modifica]illanguidiscono della radice, e non possono più tagliare a loro simiglianza (cioè assimilarsi) i triangoli del nutrimento, ch’ entrano, anzi, per contrario, disgregati vengono di leggieri da questi triangoli che gli invadono da fuori; allora, tutto l’animale è vinto, e si disfoglia: ecco la vecchiezza.

Da ultimo, quando gli armoneggiati legami (che legano i triangoli) della midolla non più resistono, disciolti pel travaglio; allora alla loro volta allentano gli stessi legami dell’anima; ed ella, secondo la natura sua, sciolta, se ne vola con festa: perciocché doloroso è quel che succede contro natura, ma quello che fa alla natura è soave. La morte, simigliante’mente, se viene per morbi ovvero ferite, è violenta e piena di duolo; ma quella che naturalmente giugne dopo vecchiezza, è men penosa di tutte le morti, e porge piacere piuttosto che dolore.

D’onde si fanno i morbi, è quasi manifesto, e ad ognuno: che, essendo quattro i generi dei quali è organato il corpo, terra, fuoco, acqua ed aria, il loro soperchio e difetto contrario a natura; e la tramutazione dal luogo proprio in luogo estraneo; e, inoltre, conciossiachè il fuoco e gli altri elementi abbiano più specie, il pigliare ciascuno d’essi parti che disconvengano (perchè, quantunque d’un medesimo genere, pure avvien che siano di specie diverse); queste e tutte l’altre cagioni somiglianti portano sedizioni e morbi. Conciossiachè, generandosi i detti corpi elementari e tramutando luogo contro natura, di riscaldano le parti che prima erano fredde, e quelle [p. 175 modifica]che diventano poi umide, e le leggiere gravi, e le gravi leggiere, e così esse parti soggiacciono ’da per tutto a mutazioni di ogni specie. Imperciocché, affermiamo noi, soltanto se il medesimo s’ aggiugne al medesimo, e se ne parte, secondo la medesima forma, nella medesima guisa e proporzionatamente, il corpo, il quale per questo modo si conserva medesimo a se, sarà lasciato salvo e sano; per contrario se ciò che s’ aggiugne o parte, falla contro alcuna di queste (leggi), nasceranno cangiamenti e morbi e corruzioni innumerabili.

Inoltre, poiché c’è composizioni seconde, composte conforme a natura (le composizioni prime sono la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco), c’è anche a considerare, a chi n’ha vaghezza, una specie seconda di morbi. Mettiamoci mano; La midolla e l’osso e la carne e il nervo, poiché sono fatti dei corpi elementari (fuoco, acqua, aria e terra), ed eziandio il sangue, avvegnaché in forma diversa; segue che in essi la più parte dei morbi intervengano per le cagioni ora dette s ma i morbi più grandi e gravi avvengono com’ io dirò adesso. Quando la generazione di codeste composizioni seconde procede in forma inversa a quella della natura, esse allora si corrompono. Secondo natura le carni e i nervi (cioè tendini, legamenti ed aponevrosi) si generano dal sangue: i nervi si generano dalle fibre (del sangue) a cagion della parentela che hanno con esse; e le carni si generano dal sangue rappreso, il quale si rapprende separandosi dalle fibre; e il vischio o grasso che fiorisce dai nervi, [p. 176 modifica]parte appicca la carne all’ osso e nutre e cresce l’osso medesimo che è attorno alla midolla, e parte, quella che ha triangoli mondissimi, politissimi e nitidissimi, infiltrandosi per la spessezza dell’ossa, di li gemendo e stillando bagna la midolla: se adunque ciascuna di queste sostanze si genera in questa forma, per lo più c’è sanità, se in forma contraria, morbi. Eccoli: la carne, se dissolvendosi effonde la dissoluzione sua (ovvero le parti sue liquefatte) per entro le vene, allora, perciocché scorre nelle vene sangue molto e diverso, misto ad aria, variato di colori e amarezze ed eziandio di sapori acidi e salsi, ella genera bile e sieri e flemmi d’ogni specie; conciossiachè tutti codesti umori per contrario modo generati, e corrotti, guastano prima l’istesso sangue, ed ancora non porgendo nutrimento veruno al corpo, si rivolvono essi dappertutto per le vene, non serbando l’ordine delle rivoluzioni naturali, nemici fra loro poiché non si prestano l’un l’altro servigio che sia, e infesti alle parti del corpo sode e tuttavia perseveranti nel luogo loro, poiché le guastano e liquefanno. Or la carne disciolta, se è di quella vecchissima, essendo essa malagevole a cuocere (cioè ad intenerire e sciogliere), per la lunga combustione annerisce; ed essendo tutta mangiata (per l’effetto dell’ affiammamento), è amara, e toma molesta ad ogni parte del corpo non ancora corrotta. E talfiata la nerezza, in iscambio d’esser congiunta all’ amarezza, si congiugne al sapore acido, se le parti amare (di codesta carne vecchissima, pigliata da dissoluzione) si assottigliano [p. 177 modifica]gio; e talfiata le parti amare tingendosi nel sangue, pigliano colore un pochino rosso; e se intervenga che ci si mescoli il nero, pigliano color d’erba; e anco il color giallo si mischia con l’amarezza, allorquando carne novella liquefatta sia dal fuoco della fiamma (infiammazione). E a tutti codesti amori fu dato il nome comune di bile, o da alcuni medici, o da qualche persona possente di sguardare in molte cose dissimili, e iscorgere in esse un genere unico, degno di dare a tutte la denominazione sua; quanto poi ai nomi speciali della bile, essi hanno la propria loro ragione nel colore di quella. Quanto all’ icòre, quello del sangue è un siero dolce; ma quello della bile nera ed acida è agro, allorché capore si mischia a sostanza salsa: e questa s’addomanda pituita acida. Quando liquefatta sia gentile e giovane carne per aria che l’addentri, ed essa aria è gonfiata e chiusa intorno dall’ umore, talmentechè nascono bolle, le quali, ciascuna di per se, sono invisibili per la picciolezza; ma tutte insieme porgono alla vista il loro volume, ed hanno per la surgente spuma un color bianco a vedere; allora a tutto codesto liquefacimento della tenera carne, intramista d’aria, diciamo pituita bianca. Siero della pituita fatta di fresco, sono il sudore e la lacrima, e tutti gli altri umori simili, ch’ effonde tuttodi il corpo a fine di purgarsi, E tutti questi umori diventano strumenti di morbi, allorché il sangue non si nutre, seconde natura, di cibi e bevande, ma piglia, trapassando le leggi della natura, il volume suo da (fonti) contrarie. [p. 178 modifica]Se la carne adunque si smaglia pei morbi, ma tuttavia conserva le radici, il male ha mezza potenza, conciossiachè la carne abbia una facile ripresa (possa prestamente rinfrancarsi). Ha se inferma ciò che collega le carni all’ossa, e non più ciò che si secerne dalle fibre (della carne) e insieme dai nervi (cioè il vischio o grasso mentovato di sopra) è nutrimento all’osso e legame fra la carne e l’osso, ma da grasso e liscio e vischioso diventa aspro e salso e squalente per lo laido vitto; allora tutto codesto succhio, così mutato, da se si trita sotto la carne e i nervi, dispiccandosi dall’osso; e le carni staccandosi dalle radici (la radice o principio loro è nel succhio) lasciano i nervi nudi e pieni d’umor salso, e poi cascando esse di nuovo dentro la corrente del sangue, moltiplicano i morbi summentovati. Cotesti patimenti del corpo sono gravi; ma sono altresi più gravi quelli che li precedono, ed ecco: Quando l’osso, per ispessezza di carne, non piglia sufficiente respiro, e scaldato dalla, carie, e mangiato, non riceve il nutrimento, anzi per l’opposto sbriciolato va in esso nutrimento, e questo va nella carne, e la carne casca nel sangue; allora tutti i morbi si fanno più maligni di quelli detti innanzi. Cosa sopratutto esiziale si è quando la natura della midolla per difetto o qualche soperchio ammali; ella fa i più grandi e mortali morbi, fluendo allora tutta la natura del corpo necessariamente a ritroso.

Quanto alla terza specie di morbi conviene pensare che nasce da tre cagioni, dall’aria, dalla pituita e dalla bile. Vedi come: Il polmone, dispensiere del [p. 179 modifica]l’aria al corpo, quando, ottarato dalle correnti degli amori, non porge netti i passaggi, l’aria, stante che in alcuni luoghi non va, in altri entra copiosa so* prammodo, fa che illaidiscano le parti che non hanno respiro; e, d’altro lato, ( dov’è copiosa ) ella entra violentemente nelle vene, e le contorce, e scioglie il corpo, insino attanto che rimane interchinsa nel mezzo del corpo, rattenuta dal diaframma: e da questo nascono innumerabili e dolorosi morbi con molto sudore. Sovente nel corpo, poiché si sdensa carr ne, nasce aria, che, non potendo uscire, arreca le medesime doglie che l’aria che penetri di fuori; acerbissime, allorché dispandendosi attorno de’ nervi e delle venicelle vieine, ed enfiando i tendini e i connessi nervi, gli stende all’indietro: i qnali morbi dalla stessa affezione del distendimento, pigliano nome di tetani e opistotoni. B la medicina loro é anco qualcosa di cattivo; perciocché le febbri massimamente, venendo, sciolgono cotai morbi. La pituita bianca, se l’aria delle bolle é interchinsa, è molesta; ma, se ha respiro fuori pel corpo, è più benigna?

non ostante essa màcola il corpo d’alba vitiligine, e genera gli altri morbi cognati a questi. Se ella, mista a bile nera, si dispande nelle divinissime revoluzioni del capo, e le turba, poniamo che venga nel sonno, é più mite; ma se ci assale in veglia, é più malagevole cbe si parta: questo morbo, conciossiachè s’avventi a una sacra natura, si dice a.Imissima ragione sacro. La pituita acida e salsa, è fonte di tutti i morbi detti catarrali, e piglia, secondo i vari [p. 180 modifica]luoghi per dove scorre, denominazioni varie. Quanto alle parti del corpo che si dicono affiammare, esse sono tali per la bile che le incende ed affiamma. E se la bile piglia respiro di fuori, ribogliendo manda su ogni spezie tumori; ma, compressa dentro, ingenera molti morbi brucianti, dei quali il più molesto si è quando essa, commista con puro sangue metta in disordine le fibre, che furono disseminate nel sangue a bella posta acciocché egli avesse com- misuratamente sottigliezza e erassezza, e ché né per il caldo, siccome fluido, filasse fuori per i pori del corpo, nè, per la troppa densità fatto pigro, si rivolvesse entro le vene a stento. Ora le fibre per loro naturale virtù conservano il giusto temperamento della sua spessezza e sottigliezza: di fatto, ponghiamo che sia morto e agghiadato il sangue, se persona colleghi fra se le fibre, tutto il sangue che rimane, torna fluido; e, se elleno sono rilasciate, lo rapprendono per la freddura dell’ambiente. Avendole fibre quest’efficacia nel sangue, la bile, che di natura sua è sangue vecchio che ritorna nuovamente nel sangue dalle carni che si liquefanno, labile, quando essa calda e fluida da principio ci torna in piccola quantità, si rappiglia per virtù delle fibre; e, rappresa così ed estinta per forza, suscita internamente tempesta e tremore. Scorrendo poi più: abbondante, col caldo suo soperchia le fibre e, bogliendo, le commove fino allo scompiglio; e se è ha la possa di soperchiar sempre, penetrando sino alla midolla, e col foco suo ardendo il cavo che li tiene [p. 181 modifica]legata l’anima come nave alla riva, la lascia libera. Se la bile è meno copiosa, e il corpo resiste al discioglimento, vinta allora ella o è discacciata fuori per tutto il corpo, o, ricacciata per le vene nella cavità di già o quella di su, come uno messo al bando da sediziosa città, fuggendo fa profluvi di ventre, mal de’ pondi e tutti gli altri morbi somiglianti.

Il corpo, se inferma principalmente per soperchio di fuoco, dà ardori e febbri continue; se per soperchio di aria, febbri quotidiane; e terzane, se per soperchio di acqua, per essere ella più pigra dell’aria e del fuoco; il soperchio della terra, per essere ella in quarto grado più pigra degli altri tre (corpi elementari), purgandosi in quadrupli giri di tempo, fa quartane e febbri, delle quali persone s’affranca a pena.

Così avviene che nascano i morbi del corpo: quelli dell’anima si generano dalla disposizione del corpo, nel modo seguente. Ei s’ha a concedere che l’amenza è morbo dell’anima, e che c’è due generi d’amenza, l’una è l’insania, l’altra l’ignoranza: or qualunque affezione dell’una o dell’altra che provi persona, si deve dire un morbo. E si dee affermare che i piaceri e i dolori smodati sono i maggiori morbi dell’anima; perciocché un uomo oltre modo lieto o vero dolente, da poi che intempestivamente si raffretta a giugnere la tal cosa e a campare là tal’altra, non può egli vedere nè udir bene cosa che sia, infuria, e del lume della ragione poco s’imbianca. Di fatto, (quanto a’ piaceri) quegli nella cui midolla il se[p. 182 modifica]me si genera copioso e fluido, ed è com’albero troppo vivace di poma; costui, ricevendo dai desideri (amorosi) e dai loro parti molte doglie e molti diletti, è furioso la più parte della vita a cagione di codesti dolori e voluttà vivissime; e avendo egli l’anima inferma ed amente per cagione del corpo, non come infermo, bensì come volontariamente malo viene malamente stimato. Il vero si è che l’immoderanza ne’ diletti deriva in molta parte dalla natura d’una specie d’umore, che, a cagione della rarità delle ossa, dispandendosi nel corpo, e umidendolo, diventa morbo dell’anima; e quasi tuttociò che detto è intemperanza di piaceri, e che si rampogna alle persone come se fossero elle cattive volontariamente, non si rampogna a ragione; imperciocché nessuno è per volontà cattivo, sibbene per qualche laida disposizione del corpo e per un’allevatura salvatica il cattivo è cattivo, ed elle son cose inimiche ad ognuno, che incolgono contro voglia. Anche, quanto ai dolori, l’anima, simigliantemente, riceve molta tristizia dal corpo. In vero quando gli umori delle pituite acide e salse, e gli umori amari e biliosi che errano per il corpo, di fuori non pigliano respiro e, costretti dentro, il loro alito mischiano e contemperano al moto dell’anima, essi fanno all’anima ogni sorta di morbi, più e meno, e più pochi e più molti; e traendosi ai tre luoghi dell’anima, là dove ciascuno s’avventa, inferiscono molteplici specie di tetraggine e scoramento, ed anco di audacia e timidità, ed anco di dimenticanza e tarda apprensiva. [p. 183 modifica]Oltre a ciò, se al cattivo temperamento del corpo si aggiungano cattive istituzioni, e nelle città discorsi cattivi si tengano in privato e in pubblico, e non s’apprendano da giovanetti dottrine che siano alcun remedio a cotai mali, ecco, per codeste due cagioni noi cattivi divenghiamo involontarissimamente cattivi; e se n’ha sempre da accagionare i genitori più che i figliuoli, gli educatori più che gli allievi: ciò non ostante si sforzi ciascheduno, come può, per mezzo dell’educazione, gli studi e le dottrine, di cessare la tristizia e d’abbracciarsi alla virtù.

Ma via, questo soggetto domanda altra forma di ragionamenti. Ben conviene esporre alla sua volta, e questo sarà il contrappelo, come si curano e conservano i corpi e le facultà del pensiero; conciossiachè sia, più giusto d’assai ragionar de’ beni, che de’ mali. Or via, tutto quel ch’è buono, è bello; il bello non è senza misura; dunque altresì l’animale che vorrà esser buono, si dee supporre commisurato. In fatto di commisuranze noi, veramente, percepiamo e consideriamo le piccole, e alle principalissime e grandissime non poniamo mente. Così in rispetto alle sanità e ai morbi, alle virtù e alle tristizie, non c’è commisuranza e dismisuranza maggiore di quella dell’istessa anima verso allo stesso corpo; tuttavolta non vi ragguardiamo, nè concepiamo con la mente che, quando un’anima poderosa e grande è portata da un corpo assai fiacco e piccolo, o quando interviene ch’essi si congiungano in forma contraria, l’intiero animale non è bello, appunto [p. 184 modifica]perciocché disadorno delle maggiori commisuranze: ma se questo non è, egli, per chi ci sappia, vedere, di infra tutti gli spettacoli è bellissimo e dilettossissimo. Come un corpo, se ha gambe slungate o è per qualche altro soperchio sproporzionato, insieme è brutto, e insieme, nella comunione delle fatiche che fanno le membra, sopportando molte stracchezze ed ispasimi, e per lo suo vacillamento cascando molte fiate, egli é a se medesimo cagione d’innumerabili mali; simigliantemente s’ha da giudicare di tutt’e due sposati, anima e corpo, che noi addomandiamo animale: cioè, che l’anima quando per essere più possente del corpo, presa è da sdegno, lo squassa tutto di dentro, e lo riempie di morbi; e quando va intentamente in alcune dottrine e ricerche, fallo macro; e dando ammaestramenti o vero battagliando in ragionamenti in pubblico o in privato, per le dispute e le contese che vengono, l’affiamma e lo scioglie; e, portando flussione, trae in errore i moltissimi dei cosi detti medici, facendo questi effetti riferire a cagioni contrarie: se, per l’opposto, il corpo è più vigoroso dell’anima, ed è collegato a mente picciola e debole, poiché c’é due concreati desideri negli uomini,, quello del nutrimento pel corpo, e quello della sapienza per la parte nostra più divina, i moti del più poderoso, soperchiando e tutto di ringargliardendo, fanno l’anima stupida e indocile e ismemorata, e portano il più grande morbo che ci sia, l’ignoranza. La salute per tutt’e due, è una: non muovere l’anima senza il corpo, nè il corpo senza l’anima; [p. 185 modifica]ciocché essi, difendendosi l’un dall’altro, si contrappesino e si conservino sani. Per tanto il mattematico, e chiunque è intento ad alcun altro lavoro di mente, renda il dovuto movimento al corpo, dandosi alla ginnastica; e chi pone sua cura a formare il corpo, renda i dovuti movimenti all’anima, giovandosi della musica e di tutta la filosofia; se essi hanno a cuore d’esser chiamati a ragione insieme bellli, e insieme buoni da vero. E similmente s’hanno da curare le (singole) parti del corpo, imitando la forma dell’universo. Stantechè essendo il corpo internamente scaldato e infrigidito dalle cose che v’entrano, e, da altra parte, seccato e umidito dalle cose di fuori, e provando esso altre mutazioni seguaci di coteste due sorta di movimenti; quando persona dia il corpo suo, che quieta, in balia dei detti movimenti, fa si ch’esso venga soperchiato e disfatto: ma se persona imitando quella da noi addomandata balia e notrice dell’universo, a tutto potere non lasci giammai quietare il suo corpo, e lo mova, e procurando sempre in tutte le membra alcuni scotimenti, respinga, come vuole la natura di quello, i moti di dentro e di fuori; e cosi, modestamente scotendosi, le affezioni e le parti vaganti del nostro corpo secondo parentela componga in ordine; egli in questa maniera, secondo ciò che dicemmo sopra intorno l’universo, non lascerà il nemico allato al nemico a far guerre e morbi al corpo, bensì procaccerà che l’amico stia d’accosto all’amico a fare la salute. Fra i movimenti, quello che [p. 186 modifica]si fa da se e in se, è il migliore, siccome supremamente cognato al movimento della facultà del pensiero e dell’universo; quello che si fa da altro, è peggiore; pessimo è quello che si fa per altro e move a parte a parte il corpo mentre giace e quieta. Le esercitazioni ginnastiche sono per tanto il miglior modo di purgare il corpo e raffermarlo; il secondo modo è ne’ dondolamenti che persona si procaccia andando in nave o in qualunque vettura che non istracchi; terza spezie di moto è quello delle purgazioni per via de’ medicamenti, assai proficuo talvolta a chi ci è necessitato, ché altrimenti non gli s’ha da fare buon viso da chi ha senno. In vero, tutt’i morbi che non inferiscono grandi pericoli non s’hanno da aspreggiare co’ medicamenti; conciossiachè la costituzione d’ogni morbo somigli in qualche forma alla natura degli animali. L’intiero genere degli animali porta da natura preordinati nella sua nascita i tempi della vita: e anco, quanto a ciascuno animale in particolare, nell’istessa nascita giace destinato il tempo della vita di quello, salvi gli accidenti della necessità; giacché i triangoli, ne’ quali immantinenti da principio celata è la forza d’ogni animale, composti sono in siffatta forma, da essere sufficienti, sino a un certo tempo, di là dal quale nessuno può allungare la vita. Il medesimo è quanto alla costituzione de’ morbi; perchè, quando persona voglia di qua dal fatale tempo corromperli co’ medicamenti, sogliono essi da piccoli divenire grandi, e molti da pochi. Perciò fa mestieri governarli tutti [p. 187 modifica]con un vitto regolato, secondochè se n’ha l’agio, e non malignarli co’ medicamenti. Basti ciò intorno all’intero animale e alla, sua parte corporea, e intorno al modo come uomo abbi a governar questa, e a governarsi esso medesimo, per vivere quanto si può secondo ragione. Ma, la parte che ha da governare, convien via più, e prima, apparecchiarla secondo potere, in modo da essere quanto più è possibile assai bellissima e ottima al governamento. Il ragionar di proposito sovra questo sarebbe veramente materia per se sola d’un’opera proporzionata; se tuttavolta alcuno voglia parlarne di passata, seguitando le cose dette sopra, può, senza isconvenienza, condurre il discorso a fine con le considerazioni seguenti. Siccome spesse volte dicemmo che tre specie di anime albergate furono separatamente dentro di noi, e che ciascuna d’esse ha movimenti suoi propri; così ora si dee anche dire, con la maggior brevità, che quale d’esse viva in pigrizia e non eserciti i movimenti suoi, necessario è che divenga fiacchissima, all’incontro, quella che li eserciti, gagliardissima: e perciò si badi che tutt’e tre facciano lor movimenti in iscambievole commisuranza. Quanto alla nobilissima spezie di anima ch’è dentro noi, si dee pensare cosi, che Iddio la dette come demone a ciascuno di noi; e questa è che diciamo che abita in cima del nostro corpo, e che, per la sua parentela col cielo solleva dalla terra noi, siccome quei che non siamo piante terrene ma celesti: e lo diciamo a bonissima ragione, [p. 188 modifica]imperciocchè li, di dove trasse l’anima la sua prima origine, Iddio sospese il capo e la radice nostra, e per tanto fece il corpo diritto. Adunque a chi si dà ai desideri sensuali e alle iraconde contese, e vivamente vi si travaglia, è necessità che tutte le opinioni suenascano mortali; e che, per quanto è supremamente possibile, ei divenga mortale tutto tutto, come colui che appunto quella parte sua ch’è mortale messe in rigoglio: a chi, all’incontro, si studia nell’amore della sapienza e nelle intelligenze della verità, e s’é in questo esercitato più che in altra sua cosa, ponghiamo che abbia esso attinto la verità, allor egli è necessario che letizii la mente in cose immortali e divine, e che per quanto natura umana esser può vasello capace d’immortalità, se n’avvivi tutto; ed è necessarissimo ch’egli, come colui che ha cultivato il divino, ed ha nel suo ostello un demone bellissimo, beato sia sopra ogni altro. Onde per ciascheduno la cura di ogni specie di anima, una è, cioè darle, com’è debito, i cibi e movimenti che le son propri; ma al divino che abita in noi sono movimenti cognati i pensieri e le revoluzioni dell’universo; ciascheduno deve dunque seguitare queste e deve addirizzare e comporre i giri del nostro capo, guasti presso alla nascita, mediante la considerazione dell’armonie e revoluzioni dell’universo, acciocché esso assimigli ( il suo intelletto) contemplante (all’obbietto) contemplato, conforme alla sua primigenia natura, e per codesta simiglianza arrivi il fine proposto agli uomini dagl’Iddii, quello [p. 189 modifica]d’una vita bellissima nel tempo presente e nel tempo a venire. Sembra ormai pressoché alla fine il compito assegnatoci da principio, cioè di discorrere dell’universo sino alla generazione umana. Si deve adesso mentovare in breve come nascano gli altri animali, salvo quando fosse mestieri allungarci; così persona può in cuor suo far conto d’aver serbato un pochino di misura, ragionando di questo soggetto. Quegli, fra gli animali generati, codardi, e che passarono nequitosamente la vita, furono, secondo verisimiglianza, nella seconda nascita trasnaturati in femmine. E a questo tempo (alla seconda nascita) crearono perciò gl’Iddii l’amore del congiugnimento, formandolo vivente e animato, l’uno in noi, l’altro nelle donne; e li fecero tutt’e due in questo modo. La bevanda per lo polmone discende sotto le reni, nella vescica, dove essa è accolta; e, costretta poi dall’aria, di li va fuori: or proprio questa parte per dove essa va fuori gl’Iddii forano per forma ch’essa via riesca alla densata midolla, che dalla testa scorre giù per lo collo e la spina, e alla quale sopra dato fu il nome di seme. E il seme, come quello ch’è animale e piglia respiro, suscitando a questa parte, per dove respira, un desiderio vivace di effondere, creò l’amore del generare. Pertanto negli uomini quello, dov’è vergogna, è disobbediente ed imperioso; e, qual animale sordo alla ragione, con sue furenti libidini si sforza di dominar sovr’a tutto: e nelle donne la così detta matrice o vulva, essendo per [p. 190 modifica]la ragione medesima animale bramoso di portare figliuoli, quando rimane infruttifero molto tempo di là dalla stagione, si corruccia e molestamente si sopporta; e, errando per tutto il corpo, affogando le vie dello spirito e non lasciando respirare, gitta in fierissime ambasce e fa ogni altra sorta di morbi, insinoattanto che il desiderio e l’amore di tutt’e due gli animali, facendo spuntare un frutto come da albero, e cogliendolo poi, e seminando nella matrice, come in un campicello, animaluzzi invisibili per la picciolezza e informi, e poi affigurandoli, dentro gli nutrono e crescono, e quindi, mettendogli in luce, compiono la generazione degli animali. Le femmine e tutto il sesso femminino nacquero, dunque, nella maniera summentovata. Gli uccelli nacquero per trasmutazione, messe penne in iscambio di capelli, dagli uomini senza malizia, ma leggieri, ch’eran vaghi di ragionar delle cose del cielo, e per dabbenaggine immaginavano che elle dimostrare si potessero fermissimamente per via degli occhi. Le fiere pedestri nacquero di quelli che non s’aggiovarono punto della filosofia, e nulla contemplarono delle cose del cielo; perciocché non s’approdaron più dei giri che sono nel capo, e seguirono come duci le parti dell’anima alberganti nel petto. E, per codeste loro (basse) cure, ei trassero le membra anteriori e i capi alla terra, per la loro parentela con essa, e ve li pontarono; e fecero slungati e di diversissime forme i cocuzzoli, dove appunto per la infingardaggine si furono in ciascun di loro ristrette le rivoluzioni (della mente) [p. 191 modifica]La razza quadrupede e dai molti piedi nacque, dunque, per la detta ragione; e Iddio sottopose più basi ai più amenti, acciocché maggiormente fossero egli tratti alla terra. E gli amentissimi fra loro, gittanti tutto intero il corpo alla terra, poiché neanco aveano bisogno di piedi, gl’Iddi lì fecero senza piedi e via via volventisi in terra. Il quarto genere, ch’è acquatico, si generò di quelli supremamente amentissimi e salvatichissimi, che i trasformatori nemmanco degnarono dell’aria pura, come quegli che polluta ebbero la loro anima in ogni peccato, e in cambio dell’aria sottile la cacciarono giù a respirare la torbida e profonda acqua: di loro è nata la generazione dei pesci e dell’ostriche, e tutti gli animali acquatici, che sortirono le estreme abitazioni, pena della estrema ignoranza. E in cosiffatta maniera tutti gli animali ed allora e presentemente si trasmutano gli uni negli altri; e il loro trapassamento si fa secondo che perdono o acquistano d’intelletto o vero d’amenza. Oramai diciamo pure che finito è il nostro ragionamento sovra l’universo: conciossiachè questo mondo ricevuto avendo gli animali mortali e immortali, ed essendo completo, divenne animale visibile, abbracciando tutti gli animali visibili; Dio sensibile, immagine del Dio intelligibile; grandissimo e ottimo e bellissimo e perfettissimo; codesto cielo uno e unigenito.

FINE. [p. - modifica]