Paradossi: cioè sententie fuori del comun parere/Secondo libro de Paradossi

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Secondo libro de Paradossi

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Dedica libro secondo
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IL SECON

DO LIBRO DE

PARADOSSI.

CHE MEGLIO SIA NA

scere ne luoghi piccioli che nelle

populose città.

PARADOSSO.    XV.


IO NON DUBIto punto Signor mio, ne mai dubitarò, che à molti stranissimo non paia, che meglio sia il nascere ne luoghi humili, che ne celebri et populati, ove la nobilta si vedde maggiore, et l'arti, si mechaniche, come liberali, in molto maggior pregio fioriscono, ma io fermamente conosco (oppongamisi pur chi vuole) esserci grandissimo vantagio, et havere ogn'uno più tosto da disiderare di nascere ne bassi luoghi che nelle ricche et potenti città, conciosia, ch'ogni [p. 52v modifica]IL SECONDO LIBRO 3A> dolo legno di Uirtu et ogni minima umbra di ua ioremhe innjai fia,có più facilita ne faccia gratio, fiméte rifplédere,84 ouunq? n’adiamo conieftel le chiari apparire,la ondeeftrema fatica ufare.et molta induftria adoperare ci fora meffieri, iè ne dominii celebri,nafcendo,brama(rimo eflere di chiara famamltre che fempre maggior numero de ualent’huomini partorito n’hano i luoghi baf fi & agiettiche le alte et fupbecittajoueil più del le uolte,regnanoire,micidii,furti gradimenti Se feditioni.Coos inpriina,ifola dell’ArcipeOago, Si di ueruna gradezzane partori lo diulnilTimo Hippocrate,Ii cui aforifmi,fe fuiTero bene intefì, in tanta miferiainfermado,languire non ci cóue rebbe,ne dette di più l’ingenofo imitatore di natura Appelle,infiemecon Filite,poeta arguto,ua go,etniimerofo.Datirfo(il fcita)nacquein un pie ciol luoghojGeloncio, famofo capitano nacque nella picciola ifola di Mileto,in una uilla di Ca pania nacqueffecódo il parer de molti) Scipione Seuero nacque in un caftelluzzo di Numidia, Traiano nacque uicino a’ Gadesc’hora fi chiama Calize,Titto(ilPaleftrino)nacqiie in’humilbor/ go,una uilluzza di Velieri ci dette il buono Au gufto,daArpino hauemo hauuto Mario doma tore de Cimbri,colfacondo M.Tullio,una piccio la anchora,84 forfè mal fronzuta felua, ci dette Remo con R omuIo,da cui fu Roma fi felicemé te dificata,84 qual tento di fouuertire fin da fon [p. 53r modifica]mi DE PARADOSSI. damenti,Catilina,in quella 84 nato,84 longanié te nudrito,da Prieneci appari Biante, uno de fette faui della Cretia,da Stagira uenne Ariftotele, feri ttorepelgmditiodemolti,più d’ognakro po lito,acuto,84 artifitiofo, Anacarfi ufci d’un pie/ ciol borgo di Scithia,Samo ne detteil famo Pita gora 84 l’acuto Democrito fu Abderita, Teofra/ ftofil diuino)fu di Lesbo,Gaio d’Antio,84 Vcfpe fiano nacque in un picciol borgo reatino. Vn co/ tal difcorfo potrei fimilméte fare,delle cofe mo derneffeioiiolefrOma perchè foche elle fono a ciafcuno bafteuolmente note,uolentieri letacero 84 feguiro di raccontare in parte, le commodita cheioliti fiamo di ripportare nafcédo ne borghi onecaftellijoueogni minima rendita par grade gli difitii quantunque men che mediocri,fono giudicati alti 84fuperbi,fiamo ragioneuolmen/ te più alieni dalle pompe,84 dannofe ambitioni, 84 molti altri utililTimi beneficii ne riportiamo, che al prefente fora troppo di raccontarli tutu. Per tanto,niiino fi dolga giamai dell’elTer nato in piccolgiro de mura,poi che fi fpeffo 84 ne paflati,84 ne moderni tempi,d’hii/ mililT.mi borghi apparite ci fo/ - nolampadi di uera gloria degfieiieramétech’o ogni lingua fenza pauCi ne fanelli. [p. 53v modifica]IL SECÓNDO LIBRO 3*> CHE MEGLIO SIA HABI/ tare nell’humili cafe,che nc gran palagi. r^. ^ Inno dubito mai che le cafe piccciole fipefo non fifrabricaffero, I 84 in minorfpatio di tempo fabricate molto più utilmente non fi godeflfero S’e anchora fempre creduto, che dentro ui fufle maggior proportione,84 per confeguente,più ua ghe 84 uiftofe apparifcero,fono meno foggette al leinfidie de ladroni, ne anche parmi che per la baffezza loro,poffano fi ageuolméte elTere dal/ le celelli fae;teperco(Te,84 oltre che meglio fiha bitano, meglio anchora, 84 con minor fpefa fi adornano, L’huomo per quelle e ifcufato di far fefte,84 di albergare principi per la ftretezza del la cafa il che.non e già di poca importanza,conciofia che douunqiie principealcun uada,come latempefta ui lafci fempreilfegno, fuiàdoferui dori,rompendo le uafella 84 anche fpeflb con la potenza SC Iofenghe,corrumpendole donne del l’albergo. Si che fouente mi marauiglio di alcu ni foli) 84 fenza giuditio, li quali fi ramaricano di non potere habitare ne gran palagi,84 flrema mente gli rincrelce d’albergare lotto gli humili [p. 54r modifica]mi DE PARADOSSI. 3») m tc baffi tetti(comefe l’anima noftra’ piena di ue, ra nobilitasi d’infiniti priuilegi da iddiodotata,tra il fangue 84 la feccia in fumma ftretezza non babitalfe?)ma lafciamo andar quefto,Chia ra cofa e che chiunque cófideralfe che inbrieue fpatiodi tépo fi hauelfe ò uogliamo, òno, da in trareinunapicciolabuca,fofterebbepaciétetnéte ogniftretto 84 difagiato albergo. Nó polTonogli angufti luoghiimpedire che l’animo noftro di fi nobil origine,liberaméte nó fcorra p tutte le am piezze del paradifo,84 d’altri ameni luoghi.Per la cafa baffa liberi fiamo anchora da molta in/ uidia,84 da moltilfimi duri incòmodi, quai patir fogliono i poffeditori di quelle.Io mi ricordo che nel tempo che Francefi occupar no l’infelice ftato di MiIano,84 prigion ne me narno MafTimi/ liano(il Sforza)hauer udito fp<’ffocon accerbe rampogne,maledire il fondatore d’una bella 84 ampia cafa,perciòche,aloggiandoui fempreden tro qualchehonorato fignòre,era sforzata la ui cinanza di fentirne grani incommodi, fpargédo/ fi la grà famiglia (fi come e di coftume ) per ogni intorno.Se anche auiene che la cafa grande per fuoco oper altro accidente cada 84 rollini, me/ norgiattura nifi fa 84 più tofto fi ridific3,fi che iononfo certo a che propofito fi dilettino 84 glorianfi tanto gli huomini di quelle’cofe, dondeadelfi lodealcuna non ne rifiliti, ma tutta fia dell’architettOjil quale, con molto ma [p. 54v modifica]mi IL SECONDO LIBRO 3a> giftero & ornatnéto l’edificò, doue anchora che qiialche,partecihaueflrero,n5epero cofa piena di uanita cercare fua gloria dalleinfenftte pietre ” dalla tenac-eet ardente calce,dalli incroftati mar mi,84 da corruttibilitraui?84 nó più tolto da be ftudi,dalPhone(le arti,84 dalle imprefe gloriofa métefatte’Picciola in iiero,fu la cafa di Euadro, ne fu però di minor ilb’ma che fi fulTero l’altre reali llanze,anzi meritò d’albergareil famofisfì mo Hercole,! humil cala nacq? Cefare, ne p ciò le fu fpedita o’ mozza la ftrada alla uera uittu.84 finalméte al fummo imperio. Conlideriamo un poco in qual guifa habitalTegià Scipione doma tore dell’ollinata Affrica,quando per fuo dipor to 84 per fgrauarfi da più molefti penfieri, alle uolte uilleggiaua,in qual manierahabitalTe Dio gene huomo ueraméte filofofo, di cui nó fu mai per alcun fecole il più faldo 84coftante petto, co me habitalTe angiiftamente il diuoto Hilarione ne deferti orientali, la cui cella (come afferma finto Gerolamo) hauea affai più fembianza di fepoIchro,che di humana habitatione,Galba an chora hebbe una cafa fi piena di feITure,84talmé te da moki Iati fcoperta, che effendogli richiello il tabarro 84 il mantello in preftanza, ifcufosfi non poterglilo preftare.hauéio per quel giorno da rimanerfiin cafi,ifpetialmente,ueggendo po co lontano una dirotta pioggia, r.iulio Driifo Publicola hebbe fimilméte’cafatalméte aperta. [p. 55r modifica]5-®) DE PARADOSSI 3A» SS 84 alla rouina inchinata,che qfi da chiunqj ftaua,, difuori,ogni fua domeftica attiene poteua effer " ueduta. Veraméte d? parmi defiderio più d’ogni altro pazzo 84ambitiofb il uolere habitare ne palagi, 84 hauere a’ fchifo l’humili cafe, qfi che posfino meglio alla repentina morte,alle fciagu re ftrane,84 alle molte infirmita contraftare, dite mi uoi delle ftorie ftudiofi?quando Tul lo Hofti/ Ho fu dal ciel percoffo non era egli nel fuo reai palazzo?fimilmente quando Tarquino Prifto fu uccifo non s’era egli ridotto nelle fue reali ca/ mere’ il medefimo fi potrebbe pur affermare di molti fignori nelle proprie habitationi per uari accidenti morti,ma ditemi, puote in alcun mo/ do riparare al duca d’Vrbino i l palazzo có tan/ tainduftria 84ornamenti edificato che egli non fuffe ne fuoi tempi un’effempio dicalamita {il palazzo diTiéto ftruttura ueramétefenza p^ara gone 84 fi pretiofamenteguernitononha giàim pedito che chi lo fece dificare, non fottogiaceffe anche a’ tutte le fortune che foggiacere fogliono li altri mortali,il palazzo del Doria opra degna di Dedalo architetto fallo forfè effere più cóten/ to che fi fuffe prima che tal fabrica incominciai/ fe? chegiouorno a Luculb 84a’ Metelloi lor fupcrhi edifitii (chegiouòàcaligiila 84 à Nerone l’hauer cafe di tal ampiezza che abracciaffero tuttala città; Stolto riputiamo adunque qua/ lunqiic fifdegnalepouere calè habitare 84 con [p. 55v modifica]IL SECONDO LIBRO tanto ardore cerca d’aloggiare fotto gli alti tetti oueilpiu delle uoIte(anziqiiafi fempre)habita ^ la miferia,il tradimento ui alloggia SC la fraude con l’homicidioui fanno fuo perpetuo nido, 84 chi non mel crede,6icciane l’ifperienza che bu/ giarde non mi trouera giamai.Confidrifi un po co diligétc-méte SC lènza fallo troueraffi a gradi! i calamita 84 angofcie effere fottopofti i gra palaz I zi,e doue fi mefce più Ibuéte il ueneno? certo ne • palazzi, oue fi accende più tofto il fuoco 84 più tardi fifpcgne(nepalazzi,ouepiu fpeffo fi apic cano le zuffe 84 fannofi gli homicidii i certo che ne palazzi.Puggianioli adunque c5 quella preftezzachefuggirdouremo gli alberghi depeffi/ mi dimonii 84 l’hiimiliffime ftanze abracciamo, fenza effere molto ubrigati a Diogene Rodiotto,a Calli3,ad Epimacho,a Filone, ad Hiperbio, o ad Eurialo architetti cotanto celebrati.Imitia/ mo l’ope re di Doxio figliuolo di Celio, ilquale, primo humilmente à imitatione delle rondine)/ le edifico fue cafe,fouengaci di edificare le noftre habitationi,come huomini mortali,et non come fe mai non haueffimo a morire,84 hauere d’habi tare un gioruo ftanze fatte di miglior ragione, che con mortale 84 caduca mano. [p. 56r modifica]<4K DE PARADOSSI. 3^ 44 che mala COSA NON l’effer ferito Sbattuto. On fo u eram éte dóde fi nafca che noi habbiamo e corpi no ftrijfi teneri 84 dilicati,et gli a nimi poi affai più che diafpro duri, 84 più che pietra infenfi bili, ne uego in alcun modo per che fiano da temere tanto le ftoccate,conciofia, che le corazze paffar poffino,ma non già gli animi forti offendere,o mo/ leftare 84 niuno fia mai fe non da fe fteffo ueranié teoffefo.lnuero,quellefono lepcoffeche forte/ mentedogliono,i84 acerbaméte gli animi noftri tormétano.Ridomi aduque io meritamétefpefi. fe fiate di a!cuni,Ii quali fi marauigliano et do/ lorefaméte piagono,fe l’amico,o il paréte loro, p molte ferite muoia,ne auertifcono, che una fo la fia la mortale, percioche non poffono cadere in un corpo moke piaghe mortali, fe una ue n’e, fara di neceffita che l’altre fiano oleg gieri o almeno non fieno cagion di morte. Ventitré ferite hebbeCefare, ma fol una tiene fu cagione ch’egli i fuoi giorni terminaffe,ma Dio uoleffe che a molti, infieme, con e membri debilitati 84 mozzi fuffe anchora indebilita la fuperbia,84 refredato l’orgoglio.Canta il Pro/ [p. 56v modifica]■3*> IL SECONDO LIBRO Feta, HVMILIASTI SVPERBVM SÌ C V T V V L N E R A’T VM,hai huiliatoilfiy^ pcrbc,comcbumi!iato fi iiecie l’impiagato 84 bé battuto. Io per me,tutte le uolte ch’io uego alcu no a cui fia mozzo il nafo, tagliata la fronte o sfregiatele guancie,non confidro giamai la feri ta,mafi ben la cagione perchè alcuno ferito fia. Viddi già nella faccia di alcuni ualorofi canaglie ri non fo che fregi, liquali, perchè proccdeuano da honefta radice,mi pareua di uedere tanti ru/ binijO tanti diamanti, cofi anche, n’ho ueduto molti feriti p dishonefta cagióe,84 pareuami ue/ dere una brutta imagine,84 un’horrido fpettaco lo.Viddi gli anni paffati un prelato con la guan/ da d’un gra colpo offefa,domandai della cagio ne 84 fumi da più d’un paio detto effer ciò auemito p hauer defraudato il feruidore della patto uita mercede,aII’hora fi,ch’io giudicai qlla feri ta brutta,84 hehbi della fanta Chiefa gran piata, cheintrodottifofferonel feno di qlla: huomini di tal códitione.ma di qfto nó parlerò più pho/ ra,pchc farebbe un’ufcir del Paradoffo, 84 uoler (come dice l’antico prouerbio)cittare la ueccbia comedia,fobcneioqIche nell’animo mi uiene di dire. M.Sergio cóbattédo uiri Imére, perde l’u na delle mani,84 imantinéte un’altra lene fabri co di ferro,84 fune più,ne meno ualorofo guerie re.Semprefu da dotti 64 diligenti huomini offer uato,che doue la fortuna ha più di licentia il fpo liare [p. 57r modifica]spoliare et percuotere, ivi anchora havere sempre la virtu maggior travaglio. Vego io avenire a gli huomini, come avenire suole, alle cose aromattiche, le quali, quanto piu son peste et battute, tanto piu soave odore di se porgono, E chi è che non vega è travagliati et percossi dare inditio aperto della grandezza dell'animo, della fortezza, et della costanza? Confessiamo adunque che mala cosa non sia l'essere ferito, ma guardian ci (se volemo essere tenuti savi) da quelle ferite che per noi stessi ci facciamo, et da que colpi che noi, con le nostre malvagie operationi causiamo, quelle sono veramente le piaghe, alle quali, non vale empiastro, ne giova molto liquore.

NON È COSA BIASMEVO//

le ne odiosa l'esser bastardo.

PARADOSSO. XVIII.


Lando - Paradossi, (1544) (page 121 crop).jpgE nascono i bastardi d'amor piu ardente, da volunta più conforme, da maggior unione de spiriti et spesse volte sieno è lor parti con ingegnosi stratagemi, et amorosi inganni conceputi, (cosa che de legittimi rade volte aviene) perchè diremo noi essere da spregiare i bastardi? perchè gli giudicaremo indegni dell'heredita paterne? perchè gli privaremo noi [p. 57v modifica] della successione de stati, et de splendidi tittoli à stati convenevoli, à me certo paiono molto più schifevoli et nel conversare noiosi, i legittimi, gli quali, il più delle volte ci nascono quasi al dispetto della natura, senza amore, senza sapore, sol per virtu della corporal unione, niuna amorosa intentione traponendosi, ne tramettendosi alcun'atto di benivoglienza, donde penso io avenga che siano anche per la maggior parte stupidi et intronati anzi che no, et i bastardi vegansi di acuto ingegno, et de sottilissimi avedimenti dotati, et essere da alta felicità quasi perpetuamente accompagnati, et veramente par che Iddio habbi di lor spetialissima cura volendo che come a cosa divina se gli difichino le case, con è loro sagrati tempii, et poche horrevoli citta hormai si trovino, ove non sieno gli hospitali de bastardelli, di modo che non senza ragione, et a Padova et in altri luoghi, simili hospitali, chiamansi le case d'iddio, sono adunque come agnoli, poi che nella casa d'Iddio albergano. Io per me (non so però come l'intendano gli altri) vego quasi tutte le cose bastarde esser et più belle et migliori ò frutti, ò cavalli, o qualunque altra cosa. Consideriamo in prima la spetie mulina, chi la può con ragione biasmare? non soffrono e muli patientissimamente tutti e stratii non sono di minor cibo? non fono più atti al portare de gravi pesi? non hanno l'andare piu [p. 58r modifica]m DE PARADOSSI?*> 55 • conimodo 8C di maggior fuauitaifil che quanto ^ più tofto fu da reuerendi sfimi prelati conofciu• to,li quali fuggono uolentieri il difagio per l’amore d’iddio incontanente abandonatno il le/ gittimo cauallo,& al baftardo mulo s’atténero, ma uediamo anchora più minutamente di qua ta eccclléti a fiano e baftardi SC facciamo principio da Salom6e,il quale (fi come a molti piace) non fu legittimo, non pero nacque mai il più fa uio,ne il più prudente. Furono baftardi R omu lo Se Remo,Ifmaele,Hercole,Perfes,Raimiro Re d’Aragoni fignor fopra ogn’altro di que tempi uirtuofo,il re Arturo,Aleffandro (il magno,) In gurta,Clodoueo re de Franchi nó men fanto che nell’armi poffente.ConftantinoRe de Romani, Mercurio Trifmegifto, SC anche a più moderni tépiuedutifi fono congran fcorno delegittimi baftardi d’alto intelletto,8f di generofo fpirito, e qiialfuCleméteVlI.negarasfimai che egli non fuffed’un ingegno eleuato, d’un maturo giudi tio,d’un chiaro difcorfo SC d’una grauita mirabi lefnófu ilducaBorfo uero padre delle cortcfiei e qu al fi uede a noftritempi che in effere benigno & liberale meritamente comparare fegli posfi’ Deh uoleffe Iddio per refrigerio 84 ornamento de l’afflitta Italia che chi fucceffe al ftato, fuffe anchora fempre fucceduto alla liberalità 84 al la cortefia, accioche la gloria Italiana mai per alcun tempo fi uedeffc iicnir meno, che diremo [p. 58v modifica]mi IL SECONDO LIBRO 3A> del fignor Gioanni Sforza, già fignor di Pefit/ rot non era egli d’infinita bontà’non era egli ornato d’una mirabil gentilezza? che diremo di. ’ Aleffandro duca di Firenze’ chi e’ che àlùi (fia/ mi detto con buona gratia de fuoiauerlàrOpa= reggiar fi poteffe in acutezza d’ingegno, in uelecita de bei difcorfi, in tenacità di memoria SC in altri doni dalla benignità del cielo a’quella nobilanima conceduti, 8C al prefente qual e’ un’Aleffandro VitelloJnegarasfi da alcuno inuidio fo Ch’egli non fia pieno di mirabil ualore.’o qua ti litterati hannoci anchora dato i furtiuiabrac ciàmenti,detteronci primieramente Pietro Lom. bardo cheper commim confentimento e’detto I I il gran maeftro delle fententie con dui fratelli, f ‘ di pari dottrina SC di pari pietà ornati, ma di/ I f. fcendiamoffeluipiace/a’tempipiumoderni,ha noci datò un lafonedel Maino ch’era uetamen tenn’àrmario di leggi SC ciuili SC canoniche,que fbo fu certamente la gloria della città noftra,que ftOilfplendoredifùacafa (anziil foftegnojha tiendoli co fuoi Paragrafi acquiftato fi belle SC ampie faculta,hannoci dato un’Erafuio di Ro/ terodamo 8C per opra d’un ualente abbate celo dettero,84 purfu comun giuditio de buoni,che Éfafmo fuffe Teologo molto pio, 8C Retorico pili che mediocremente facondo, la cui lodata induftria, non folo rifueglio’ le buone lettere in Akmagna,in Barbantia, 8C in Inghilterra, che [p. 59r modifica]DE PARADOSSI 39

  • anche diuinamente racconcio infiniti deprauati, aiitorijSi ha finalméte ripieno H ornato cofuoi

belli componimenti tutte le librarie c’hoggidi li uegono per Eiiropa,hannoci dato un chriftofo^ ro LongoliodiMaligna,adoperandofiin tal be^ neficio un uertuofo Epifcopo,non lì poteua meritamentedircheil Longolio oltra lacogiiitio^ ne delle imperiali leggi fulTeun moderno Cice^ lonei non ci dettero anche un Celio Calcagnino huomo se per ciuilita de coftumi SC per profonda intelligenza di tutte le graui difciphne, fingo lare ornamento SC fplendore della citta di Ferra ra; Potrei faranchora una longa narratione di fante Sfuirtiiofe donne,lequah,nacquero an^ ch’elTe fenza licentia, ma per elfere brieue (fi co me d’effere Tempre difidrolpretermettero di far lo. Veramente chiunque uiue con innocentia le/ giiendo la ftradadell’honore,8: caminando per la uia della uirtu,fipuo mai dire che fia mal na to,conciofia, che colui che lo genero fenza fu o confentimento,non gli babbi potuto imprimere nell’animo le brutte macchie di fua incontinen/ tia,ma po’ ben però ciafcun baftardo fantamen te uiuendo, fepelire il nome dedishonefti fuoi maggiori. Et chi e’ colui difano difcorfo che non uoleife pili tollo elfere d’impudico padre bone Ito figlio,che di honellonafcendo,effer poi disho nello figliuolo reputatofcfi come ueggiamo trop polbuente auenire,)Il baftardo nó hacomelfo [p. 59v modifica]mi IL SECONDO LIBRO 3*7 fallo contra le fante leggi,elTo non e’ punto in col pa,tnafurono quelli da quaidifcefe,che alle giù, fìeleggijda sfrenata luffuria traportati,contra/ uennero,oltre che lo nafcere illegitima mente c> in qualunque altra maniera che alle grandezze dei mondo contradica, fu fpeffo cagione di farci diuenire humili,affabili,84 manfueti.Non ci dourebbe già per certo tanto difpiacere Veffer baftar di poi chea’ Giefu noftro Signore di cuiimagina re non fi pò cofa più alta,ne delle brutezze piir fchifa,non difpiacqueche nella fantiffima fua ge neratione ui fi annoueraffero le meretrici fi come chiaramente apparein fanto Matteo di fua maie ftafedele 84 diligente fegretario, qui mi potrei diffundere nelle Iodi delle meretrici,di cui il ba ftardo e’ uerofrutto,ma perchè fouuiemmi d’ha uerlo altre fiate a’contemplatione demiei amici copiofamente fatto, con affai proliffa oratione,lafciaro’diparlare più oltre,84 faro fine

al Paradoffo mio. [p. 60r modifica]

MEGLIO È D'ESSERE IN

pregione, che in liberta.

PARADOSSO.  XIX.


IO non ho mai potuto per alcun tempo indur l'animo mio à credere che dannosa cosa sia l'essere posto in pregione, havendone a centinaia conosciuti che morendo sospirarno di buon cuore la pregione per dura et aspra che si fusse, intendendo finalmente che tutte le cose ben chiuse, et ben legate siano sempre con maggior cura et diligentia conservate che non sono le sciolte et libere, le quali, sono espofte al puro arbitrio di chi ha volunta d'offendere altrui. Deh quante volte la desiderata liberta in gravissimo danno si rivolse di chi troppo ardentemente la desidero. Per il che, non posso io contenermi di non maravigliarmi stremamente vegendo questa parola, Pregione, et Pregioniero, essere agli orecchi nostri, come una spina pungente et a cuori de mortali si molesta et dispiacevole che tremare, impallidire, et alle volte spasimare ci faccia. Et chi e in questa vita che nel vero pregionier non sia et libero si possa mai dire se non quando ei muore? Per ciò gridava (mi penso io) l'Apostolo Paulo, [p. 60v modifica] chi mi liberarà di questo mortal carcere? e che fai tu che la pregione, della quale tanto ti lagni, non sia un'util custodia et una secura guardia? n'ho veduto à miei giorni molti, li quali, mentre son stati prigioni, sono sempre stati securi dalli insulti de lor nimici, et usciti (come essi vanamente pensavano) alla liberta, furono incontanente da gli aversari miserabilmente uccisi. So io per cosa certa che à niuno da mai ricappito la prigione che anche non lo restitusca, benche hora al cielo come avenne de molti giusti et santi huomini, et hora alla gloria del mondo, si come di Mario al consolato di Cesare al summo imperio, di Castruccio Castraccani alla signoria della patria sua, d'il Re Mattias, il quale, essendo stato dal Re Ladislao, Re d'Ungaria impregionato, dalla pregione alla corona venne, Luigi anchora il duodecimo dal la pregione apena uscito, ne havendo anchora piena liberta di gir dove li piacesse non guari di tempo vi s'interpose che fu creato Re di Francia, et a tempi piu freschi usciti sono della pregione alcuni più gloriosi che non vi entrarno. Lasciarò il dir delle cose antiche, percioche essendo rimote dalla cognitione nostra ,elle ci dano minor delettatione, et noi altresi minor credenza siamo soliti di havergli. Io so che non fu mai il valore di Gerolamo Morono si ben noto à signori imperiali mentre visse in liberta, come fu mentre stette nelle lor forze distenuto, et il Marchese di Meregnano [p. 61r modifica]Vffi DE PARADOSSI ÌM) 6l ’vfer la prigione diuenne gli anni paffati piuillu/ /Qie nel cofpetto di Cefare che prima nó era,qua tunque del fuo ingegno 8C ardire fatto hauefle giapiud’un paragonerò nÓafegno pero che le prigioni,! ceppi,& le catene non poffano in qual che parte impedire le noftrebuoneattioni.ma ne garo’ bene che impedir poflanoi fanti et giudi pé fieri,i nobili concetti, SC gli alti difcorfi,Ii quali, mal grado di chi gli faccia oftacolo,non folo pof fonohauer adito nelleftinche di Iirenze,nelfor no di Mócia SCnelfaffo di Lucca,ma potrebbeno anchora faglirein fulla croce di Teodoro Ci/ reneo,entrare nel’torodi FalarideKpenetrare nelhafpro dolio di Attilio Regolo, Eflendo prigion delDoriailbuonofignor Afcanio Colonna nó rimafe già egli pero’impedito di operare con la fua rara prudétia, in feruigio del fuo fignore, Si fare che ilpfato Doria fenza molto indugiare di capitai nemico diueniife affettionato ferui/ dorè di Cefare,dóde poi facilméte fi puotero de molti difegni colorire.Perle prigioni s’aftengo/ no gli huomini da infiniti peccati, gli occhi loro nó uegono fpettacoli cheli anoiano,ola carnai concupifcenza deftino,ne odono gli orecchi li fre quétemete ambafciate molefle, o noci d’iddio biaftemiatrici uiueno più téperataméte.fono più fecuri Se a tépi di guerra,Si a tempi di pelle,noii hanno da pagaretaflè,tributi,o pigion di cafa,fo no prillati delle male conuerfationi che guidar [p. 61v modifica]IL SECÓNDO LIBRO fogliono altrui a’ mille difordinijiuifiacquiflT / anchorahumilta 84patientia.Hoio uedutomof i, ^ te uolte effere da buoni padri procuratoche i lor maluagi figliuoli fuffero polli in prigione perchè fi domaffero,S4 dalle confuetemaluagita s’afte) neffero, & neramente uedeuoli poi ufcire lì man fueti 84 ben difciplinati che pareuami uenire dal pAcademia di Socrate,o’ da qualchealtro fanto coleggio ne guari e’ che detto mi furono cofe ma rauigliofe della compuntione che moftra hauere defiioi peccati ilProtonotario recalcato dimodo chefanto Hilarione òlìmto Pacomio non lì crede che fteffero in fi continua contemplatione delle cofe cekfti, come egli tuttauia ftaffi. il fi/ gnor Palauicino Vefconte effendo per nó fo che fofpetto in poffanza del duca Francefco, fi dette tutto al ftudiodella Santa Bibia,et talméte ui fu (méttedurò quella cattiuità)asfidiio,che hoggi/ di pochi di quelli frati bacchalari fi troiiano,che lo fuperino,cofii che per auanti,forfè fatto nó ha uea,anchora che d’un buono uefcouato,84 d’una miglior badiahaueffe lógaméte goduto, odo lì/ milméte che monfignor d| Rosfi uefcouo diPa/ uia,poi che entro nella prigione efferfi dato tutto al fpirito di maniera, ch’egli pare d ouétato un Teatino,il Galateodouétonella pregioneunfan carello 84 ferm améte credo,che ni uno de fuoi fra ti,fianel paradifo più di lui uicino a fanto Frate fco,Pietro Fatineilo cittadin Luchefe effendo uif [p. 62r modifica]■ mi DE PARADOSSI. 6l Muto molti anni fenza maiconfclTarlì Sffenza ri ^mofcere Iddio per fuo maggiore,fubito entrato nella pregione fi cófeflb SC burnii diuéne più che agnello,ilfimile ha fatto Rinier Getil métree’fta to nella fanta pregione fempre ha riuolto fozzo/ pra le diuine fcrittureet e’ morto come unfanto, ben che in liberta uiuefle come buon peccadore. O cafaaduquefìlofofica(o’Academia fingolareì oueleuirtu morali tato bé fi apprédono, oue la perfetion Chriffiana tato bè s’infegna,o cafa glo riofa Se trififante,nellaquale,nófi fdegno di en/ trare il fattore, 8Credétore del mondo doue fi fentefpirare fempre un fiato di bota & di uirtu. Certo chiuque bé auertifce,trouera più fembiaza di morte 8c maggior fimilitu dine d’ifernone rea lipalazzi che nelle pegioni,oue più fantaméte fi le pregioni di rado fi biaflemia,di rado fi giuoca anzi fannofi del continuo religiofisfimi uotiSC porgonfi a Dio giorno & notte deuotisfimepre ghiere, o uita dolce 8C piena di ripofo, quanto maggiorconfolatione fi itruoua in te, che nelle corti de principi in quejja fpetialmente del gran Re de Franchi oue non fcorgo da qualunque lato mi uolga fe non trauaglio 8C inquietudi ne, neramente che mentre ni fui, racque,i uen ti,8f il fuoco paruermi affai più ftabili 8C quie tidi quella corte. Poi che adunque la pregio fie porta feco tanti’commodi, quanti ue n’ho [p. 62v modifica] dimostrato, niuno o habbi à male ne increscagli d'entrarvi, anzi Iddio ne ringratii, come del piu singolare benefitio che ricever potesse.

ESSER MIGLIOR LA

guerra, che la pace.

PARADOSSO. XX


Lando - Paradossi, (1544) (page 132 crop).jpgOlti hanno (non e anchora gran tempo) fuor di modo tracorso nelle lodi della pace, tra quali vi fu Romulo Amaseo precettor mio sempre honorato, et Claudio Tolomei cittadino Sanese huomo nel vero non men dotto, che facondo benche l'uno con Latina, et l'altro con Toscana favella, et io tal qual mi sono (che certo a quelli paregiarmi ne voglio, ne debbo) constantissimamente affermo essersi amendua di gran longa ingannati, ne attendero per hora a rifiutare i lor più solidi argomenti, ma sol adduro quelle poche cose che in disfavor della pace,et in favore della discordia mi verranno per la memoria. Dico adunque per la pace spegner si incontanente la disciplina militare, per la quale li imperii, le provincie et gran giuridittioni si acquistano et acquistare longamete si mantengono,dalla guerra nacque gia si [p. 63r modifica] spatioso campo a Retorici di parlare di Maratone, di Salamina, di Termopili, di Platea, et di Leutra, per la guerra divenne immortale Coclite, et li Detii furono tenuti quasi divini, per la guerra li G. et P. Scipioni insieme con M. Marcello sono dalli istorici a piena voce lodati, il che non avenne mai si largamente ad alcun togato pel mezo della pace, anzi ueggiamo tutte le statoue delli antichi quasi vestire d'habito militare, non era già lecito appresso di alcune nobili nationi, cingersi d'altro che di un vil canape, fin che amazato non havesse almeno un'huomo, appresso li Cartaginesi fu già costume di donare del publico a lor cittadini, tante anella, quante erano le battaglie, alle quali ritrovati si fussero, ad altri anchora non fu lecito pigliar moglie sin che buona pezza guereggiato non havesse, ma perchè piglio io si dal la longa li essempii volendo mostrar la dignità della guerra? non e sofficiente dimostratione che ne la religione Christiana nati vi sieno tanti ordini militari, che la santa Chiesa con l'arme diffendino? et chi li saprebbe nominare tutti? sonovi li Gerosolmitani, quelli di santo Iacoppo, di santo Lazaro, li teutonici, quelli di Christo in Portugallo, et altri tanti tutti amici di guerra, et nati per mantenerla, dala quale germogliarno sempre cose stupende, la onde vedesi esser la pace cosa insolente, superba, orgogliosa, negligente, ociosa, corrutrice delli alti et nobili intelletti, come chiaramente in. G. [p. 63v modifica] Mario apparve il quale nella guerra niuno hebbe superiore in bontà et in valore, e nella pace non vi fu di lui ne il più tristo, ne il più dannoso. La pace spegne cio che di meglio nell'huomo si ritrova, et la peggior parte di quello nudrisce et mantiene, ma ditemi voi che havete in odio la guerra, sono altro gli odii, le nemicitie, et seditoni che instrumenti cui spesso usa la natura à far sue buone et lodevoli operationi per salute dell'universo? per la qual cosa,penso io non senza misterio fusse da Romani chiamata la guerra BELLUM, et veramente che bella dir si deve quantunque gli effeminati et ociosi de nostri tempi aspramente ci contraditchino, ò quanti virtuosi esserciti agevolmente distrusse, non dirò la pace, ma una sol tregua che suole essere anche di virtu molto inferiore, recò ella sempre alle citta inique leggi mantenendo segreti odii, et aperta tirannide, et tuttavia facendo è costumi nostri più molli et più lascivi. Lego nelle divine scritture haver il signor nostro detto à suoi discepoli chi non ha spada venda la veste et comprisela, et esso istesso dice d'esser venuto à porre il fuoco in terra et voler ch'egli arda chiamandosi per nome proprio fuoco consumante, lego similmente nelle più sante lettere che egli era pietra di scandalo et di contradittione et amador della discordia et meritamente l'amava essendo primogenita della natura, madre del cielo, et genitrice delk'universo. Quante guerre fu [p. 64r modifica]mi DE PARADOSSI. Fa» €4 rcnop cómandatnéto d’iddio fattene tepi anti chifquati micidiifquata ftrage(8f quante ricche Tpoglie uollegia che da fuoi nemici fi riportafle ro.Legafi le facre iftorie del iiechio teftaméto 8C uedrasfi apertaméte più cóf litti,8i maggiori di ftruggimétiefferfi fatti pcómadaméto dTddio che in^qualuni^ altro uolume da Pagani fcritto, crederemo noi che fe Mofetatod’Iddiofamilia, re amico,non hauefle del certofaputo, che l’a/ mazzate &uirilmétecóbattere fuflecofaa fua maiefta fopra modo para,ch’egli riuolto hauef feqlla fua dolce & piaceuolnatura afigra fpar giméti di fangu€,che nó cótento d’hauer amaz/ zatol’Egittioilqualfaceua uillania alfuoHebreo,ch e di più 1 un giorno tre mila huomini uc cife,graftragenefe Abraamo,molto maggiore lofue, Sanfone, 8f GiudaMacabco.Fu fi grata l’uccifione degli huomini a Dauid che nó potè/ doncpiù cóle ppriemani amazzare,uerfoil fine delh uitaifuacómando al figliuolo Salomone chefenza fallo amazzafle Ioab Si Semei, ne folamcte in terra auéne die per cómandamcto d’iddio fi guerreggiaflechein cielo anchora Mi chele co fuoi agnoli fece cótta del dragóe afpro conflitto,non fi chiamo ilfignor noflro l’iddio dellieferciti { di qui penfo io fenza fallo aue nuto fia, che tante belle Si proprie fimilitudini dalle cofe militari,nelle diuine traportate fifo/ no & noi malaccorti negaremo non efleimi [p. 64v modifica]IL SECONDO LIBRO ^ glior la guerra che lapaceflaqualliuedehauer certisfimo teftimonio che à iddio fommament^ piaccia, netantoficonofcepergli effempii déT uecchio teftamento,quanto per il nuouo,concio fia che andando una fiata li foldati per dimadar d fanto Cioanni qual ftrada haueflero da tenere percófeguirefiilutefeffbglidifTe fiate contenti de ucffriftipendiijS^nófateuiolécia ad alcuno, fe la difciplina Chriffiana nó hauelTe tenuto cara la militia, gli haurebbe detto lafciate quefta at/ te, fateui romiti, attendete alla mefcatantia, & altre fimili cofe { ma gli dilTe contentatine delle uoftre prouifioni, non fate eftorfioni, non fate uiolentia ad alcuno, che l’artemilitare non Ili po impedire la faluezza, anzi per quefta uia molti fe ne fono iti al cielo, cofi patmi uolefle dir Gioanniffe io nó fono iniquo interpreteJPro duce neramente la guerra infiniti beni, ma quan do mai altro non operafle, non doma ella facii mente l’orgoglio de ricchi huomini.fi fa, &me glio di qualunque altra cofa, &chi non mel ere de uada nel Piemonte,uada in Milano 8C uedra molti fuperbicapi marauigliofamétehumiliati, non rafrena l’infolentia del rozzo cótadino/ nó ci fmorba ella de trifti,de ociofuSi de ladroncel lif Mi fouieneche partendomi quefta ftate palfa ta da Parigi per andare a uedere le diuine opere che in Fontana belleo ufciuano dal peregrino in gegno di meffere Sebaftiano Serglio,8C temendo io di [p. 65r modifica]r»£ de PARADOSS I 3A> <5. V io di gir foletto per fi folti bofchi, fui con quefta / Vgioneda paefani rincorato c’hora non era da ^ t^ere, conciofiiflecofa cheli ladroni itifene fuffero alla guerra, che s’era già incominciata contra de maluagi Borgognoni, ditemi anchora non fa la guerra gli intellètti noftri acuti 84 fue/ gliati’non rende i corpi robufti,agili, 84 ben pacienti ne g]iincommodi,o quata dolcezza ui do ’ ueano fentire i Cimbri,poi che fem pre cantando Ili andauano,quanta il fiero Annibale’ quanta l’inquieto Marcello’quata il uirtuofo Scipione’ quanta il coraggiofo Camillo’quanta l’ambitio fo Aleffandro 84 altri fimili.Per mia fe chiunque nonfapeffechecofii fulle ordine faci Unente l’im parerebbe ueggendo un’effercito ben inftrutto, 84 chi non fapeffechecofa fuffe accortezza, che cofa fuffe uhidienza inuiolabile,diligentia incre dibile,una fomma uigilatia, 84 una prontezza ineffabile non fol de mani,ma de cuori, ueneffe ad un ben ordinato effercito,iui poco tempo di/ moraffe,iui con qualche attentione cótemplaft fe,84 firebbene incontanente chiaro • Dicciamo adunque tuttiinfiemeanimolàmente, effer miglior la guerra che la pace,non la biafmiamo più come fiamo foliti di fare,ma lodandola più tofto 84 a piena uoce effaltandola,ringratiamo Id dio c’habbi pofto nel cuore a noftri Principi di non lafciarcene maimancape. [p. 65v modifica]mi IL SECONDO LIBRO nonesserda dolersi SE la moglie fi muoia,& troppo ftoltamen te far chiunqj la piagne. ^ Orrei detto fiiffecó buona gra J1 ria delle donne.l’inimicitia del ili le qiiali.fugopiuche il fuoco, ) [’ 8f fchiiio più che la pefte,che il 4 perder moglie fia come perde/ re la rogna, l’afma, la febre, o l’aguinaglia,perdita ueraméte daralegrarfi più torto che da triftarfi.Certo qualunqj firamarica dicotalgiattura uorrei cófideraffe le quado mo glieprefe.faggia Si buona troiiolla o pur malua già & iniqiia/lè buona la ritruouo,perchè nó fpe ra animofaméte poter có la medefima ageiiolez zatrouarne,un’altrafimigliate(ina fe cófuain/ duftria di cartina buona la ridufTe,perchè nó ne riduce egli un’altra di nuoiio,che affai maggior lode Si gloria ne riporterafMi ramento d’hauer letto che effendopregato M.Tiillioda fuoi amici a ripigliar dona,poi che Terétia(Ia perfida)fcor/.datofi lo feruente amore molti anni dal marito portatole,cógiuta fi fu di matiimonial copula con Saluilio fuo mortai nemico, rifpondeffe non potere 8C allamoglie. Si alli ftiidi della ue [p. 66r modifica]f*{ DE paradossi 3k)

rafapienzainfìeniemente attendere.Nóe in ef/

Ifetto cofa più dura al mòdo da fofferire, che ri‘ ffbuarfi il letto occupato a quelli fpetialméteci? amano ideici84ripofatifonni,84 nell’animolo ro uanno fempre riuolgédo alti 84 nobili péfieri unafolcofa eie, laqualeadalcuno per auétura parerebbe degna di poterci trar dagli occhi ama risfime lagrime 84quefta fi e quado fi ritrouano fauie,pudiche,84 di lor mariti amoreuoli, 84 io dico ftarfi all’hora la gete della cafa in maggior pericolocóciofiachecotali dóne ardine fempre di gelofie, 84 fofpitioni maggiori -che non fanno quelle che trifte fono tenute, la onde parmi di ne cesfita fia che la cafa p infinita difcordia,84 mol to difparer alla fine cada 84 rollini. Mitione Terétiano diffe gia,Etquelloche fi reputa fortuna/ ta cofa mai nó hebbi moglie.?oi che adunq; col préderlaperdutofeha fortuna tato difiderata, nó ebéfattoche fi ageuolméte có la morte fi ricu peri’Non e’ certaméte da lagnarfene,contradichi pur chi uuole.Cremete anchora appreffo di Terc tio in tal maniera parla, Prefi dóna 84 nacquer/ mi figliuoli,qual forte di miferia nó ui uiddi iof grade in effetto e’la difgratia di qualunqj piglia moglie,cóciofia che fe a’ nobile fi abatte,cóuégagli fofferire l’alterezza84ftrenio orgoglio,che fuoi effer cógiunto con la moderna nobiltà, 84 fe infaggia donna incappa,rade uolte acade,che ignuda fenza dote nonli fia data,oktcche con/ I ii [p. 66v modifica]IL SECONDO LIBRÒ la fua fapienzafiperfunded’effer atta a dar leg/ giadognigraRepublica,mafate che ricca fi-k-L uoi uedrctechedel continuo gli rinfocciara K ’ dote,8f ueragli a noia col raccontargli le longhe genealogie de fuoi parenti, moftradoli l’arme, l’imprefe,&: i cimieri di cornouaglia. lononfo qual forte di cófolatione n’arrechin le moglie per che l’habbiamo a piagete quado le uanno a mi/ glior uita,c5ciofia chepigliado noi bella dona p moglie,gran pena fofferircóuenga per guardarla accio che di fcorno cagion non fia,8£ piglian/ dola brutta,n5fipofrilógofpatio ditempoin/ terporre,che sforzati nóllamo di feparar carne/ ra,& partir lettc.O che pena uederfi del cótinuo dauati a gli occhi certi iiolti tartarefchi,certi oc chi biechi,c5nall fchiacciaticZ non poterui rime diatefjIlio c5 e dinortii, pigliamola feftante SC lieta,8i trouaremola ad ogni altra cofa hauer il capo fuori che al gouerno della cafa, pigliamo lafofficiéte&buona malTaia, uedrasfitatofo/ perba che ferua alcuna nó potrà paciéteméte fof ferirla,8ichiè c’horamainonfippìa elTcrlemo glie ditalconditione,che feincafa fichiudono mai farfefine,di udirle qiierelare,& dir,fe io mi hauesfi creduto di hauer a’ ftar fempre rinchiufà, mi farei fatta monaca,o’mi harei fatta murare, lafciaraola andarfcorrendo ouimqj pui li piace, io ui fo dirche daremoche dir alle brigate.Si fa remo per ogni latobuccinaredinoi,moftriamo [p. 67r modifica](»{ DE PAP.ADOSSI 3*1 €7

li torbido nifo,84 fubito d’ira & di fdegnotutta

’lauampera, lafciamoche al fuo arbitriofpéda 84 ^llefactikadifpógadotifodircheprefto cófue f peregrine foggie,c.> Iifciaméti,84 có ricami, ti ridura’al uerde,gourtnil’huotno,84 nó permetta che a fuo arbitrio fpenda,o che gli furerà la borfa,o che terra manocolniezaiuoloa rubbàrql/ cheftaio di grano,o mataffa di lino,ho conofciu to la moglie d’un medico, h qual ftaua attenta quàdo il marito fi traheua le anella di dito per lauarfi le mani,84 fiirauagli fcmpre,per poterfe ne ne fuoi maggiori diletti preiialere, il marito, ch’era alquantobue,84 di uifta cQrta,iii ftaua fai do pnó poter far altro,dado Tempre la colpa a chimenolatneritaua,ma feguitiamo narràdo la dolce uita che fi mena có quelli dianoli,có que fte furie infernali,lequali,tiintorbidano quanto di cófolatione porger ti poffano o la forte,o l’iti duftriatua.Seil marito ftaffi del cótiniioinca/ fa fiducie amaramétecbegclofo,chefofpettofo fia,S4 che fede nó habbi alla gra lenita fua,fe al/ le uolte p fue bifogne,op altro rifpetto fi ablènta fa querela che mal cóforte fia, 84 che piito nó l’a mi.Veftilahonorataméte,lecatenenóla prtreb bono tenere in cafa,uuoI ritrouarfi a tutte le fe/ fte, uuol effer prefcnte a tutti e banchetti, doue fe nó laJafci girquàti;càcheri,qiiàtigauoccioli ti di fidra,fe ri dimoftri uerfo della moglie troppo a/ moreuole la ri tiene in poco conto,non ti (lima [p. 67v modifica]m IL SECONDO LIBRO Fa» anzi penfa fubito di tiranneggiarti, nó uezeggia / dola poi di continuo, uiue in ibfpetto che in d/i, tro fuoco nó ardi,8icofi fempre borbotta, fetn/ prc rimprocchia,e’ cheuollero dir e’ poeti di Me gera,ne di Aletto {certo che maggior inferno imaginar nó fi può di cotal flato & noi goffi uo gliamo piagete s’ella fi muore,piagiamo più to fto quadoelleci entrano in cafa tenédo per cofii certa che il fuoco ci entri. Dicono e grammatici che la moglie fu detta uxor ab ungédo,qualì uo leffero dire Onfor,pche quando entrauano nelle cafe de lor mariti,ungeuano le porte SC e gaghe ri,à dimoflrar che cagion fieno di far ufcire mol topiu ageuolmétela cafa fuor delle porte, ma lafciamo da canto le Etimologie SCfeguittiamo il fatto noftro.Ricordomi d’hauer letto,che Pó/ ponio Attico haueffe per fue lettere pregato il buóM.Tulliodifpor uoleffe Q_uintofuofrateL lo a’pigliar mogliercjilquale nulla indo opera do,rifpofe ad Attico le formate parole. Egli niega poterli ritrouare cofa ueruna più dolce del li beroletticiuolo&ceitonó fipodir ilcótrario, anzi panni che fin ne tépi antichi fuffe tra faui, delle moglie una tal upinione,il che facilmente appare p l’oratione di Metello Numidico eforta do e Romani có ogni fua induflria à pigliar mo glie.Debbo io feguitare nartado le moke angofèie che à mariti porgonof nó, che farebbe un ri pettere cofe troppo note, 8C chi e che non fappia [p. 68r modifica]mi DE PARADOSSI «g Vìe calamita nelle quali riducono gli infetici ma/ ^ kjri nófolamente,cóefalfiparti,mac51a natura ^ fe oftinatione,eó le bugie,84 anche fpeffo dando bor col ferro,84 hora col ueneno mortea miferf c5forti,aggiugiamoli l’importuna loquacità c5 infinite altre impeifettioni.odiofe 84 ftrane,non fol al foffcrirle, ma anche al mctouarle, moglie ah? parmi alle uolte nome all’orecchiepiu dol/ ce,84 più grato al cuore a dir orfo,dtago, lupo, tigri,pantera,84 griffone,Fu già militato Pitago ra di gir alle nozze d’un fuo amico, negò egli prontaméte di uoler andar a tali effe quie. pcfati dofi pcertojcheil préder dóna,fuffe un morir 84 nn fepelirfi,nemi parecheirragioneuol difcorfo fuffe.CQmeposfibil e che có lefeminelieti 84 có tenti uiuiamo mai, effendo tra noi di-fi diuerCi natura; 84 pur fiamo fi pazzi che fi dolemo che la moglie fimuoia,nóintédo perciò di totalmé te efcludere,che delle buone nó fe ne trouino,m3 diro ben tre 84 quatro uolte beato,chi fe gli abat te,rare effendo quelle che trifte 84 federate non fieno.Piu d’unpaionefo io,Ie quali,temendo di non rimaner fpogliate de beni ciel marito, finfe/ ro d’effergrauide,arniandofi de cofcinetti 84 poi al maturo tempo del-partorire■trouarno una créatura ddl’hofpitale 84 dettero ad intendere al bufalaccio marito che quel partofuffe ftato da lui generato.Vn’altra anchora ne fo, la qiiale,temédo di nó partorir femina (come poi [p. 68v modifica]mi IL SECONDO LIBROFm» auenne)conofcendo il marito difiderolb cTi figli uolomafchio.proiiiddecheall’hora del parto^ rire,un fanciullo recato le fuffe cofi fatto (che co,la sfortunata fanciulla fu condii tea all’hofpi tale Si l’auenturatoftraniero fu_^cceffe a l’heredi/ ta,o quante ne f inno & de quati torni fono le traditore cagione; Nó e anchora guari che mi fu raccontatoda un’huomodegno difomma fede efferaiienuto nel]’ifoladeInghilterra,cheeffeii dofi coricata una gétilmadóna col fuo marito, adormétato ch’egli fii,leiioffegli dal lato,& an/ dosfi a giacere có un fuo uallctto d’infima códi rione,&quafi pl’amord’iddio incafa allena/ to,il marito rifuegliato,nó fentédofi la cara mo glie appreffo,péfo p qualche naturai necesfita le uata fi fuffe,ma indugiadotroppja a far ritorno, rizosfi tutto pien d’affanno,temédo fopragiùto non le fuffe qualche finiftro accidente, troiiolla doppo lógo cercare fi ftrettaméce abracciata che appena il uéto ui farebbe entrato, imaginateui horada uoi,s’eglirimaneffeintronato,os’egli haueffe cagion di piagerlamorédojfe io uolesfi per mia fe raccontare fol una minima parte de faftidijde fcherni,degli inganni,8C de dishonori ch’effe portano a mariti,cKfcerebbe il mio pie/ ciol uolume a maggior gràdezzache nó crebbe ro le Decade di T.Liuio. Penfaro aduque di por termine al mio Paradoffo, effortando ogn’uno a non piagermai lamoglie,s’ellafi muore,buo [p. 69r modifica]Vt) DE PARADOSSI «9 ’Vnaorea che ella fia,nia più tofto aralegrarii, lAe iddio della fua miftria diuenuto pietofo ’ tratto Phabbiadafinioleftolaberinto. MEGLIO E’NON HAVER Seruidorijchehauerne. PARADOSSO. XXII.

  • , Ertoche ben dilTe colui (chi

^ chififuffe;quotferui,totho ftes, quanti feruidori, tanti nem ici ha bbi amo, fono ad fi j que da nemici affediati gli I huomini da molti feruido U ri accompagnati,ne ueramé te fenza ragione nemici li chiamaremo noi, per ciò che quelli fon neramente quelli che riuelano altrui i lègreti de padroni, che rubbano le cafe. Se cótaminano la domeftica pudicitia, fe non in altra maniera,aImenoco ruffianefimi’. Si io fo quel che dico, ma nó mi diffimdero in cotal di fcorfo, conciofia che tante cofe haurei da dire, che più difficile mi fora trouarne l’esfito, cheil principio, & che peggio e poi,che gli conuiene p fopragiunta de riceuiiti danni largaméte pafce/ re,honoreuolméte ueftire, prontaméte decidere le lor Iiti,terminar rollo le controuerfie, 84 di fi» gnor donétar fpeffo giudice 84 aimcc ato.T acero [p. 69v modifica]IL SECONDO LIBRO IO di dirui che moki habbino amazzutJ per pie / ciolfdegno,8£t3ll’horainduttidapicciola mer> cedei lorfignorkmiricordo comunicàdo iocoì ^ reuerédo fignor Cefano di tal (oggetto, hauermi detto che netépi ch’egli ftauain Roma,hauer ue duto amazzare almeno quindici padroni da lor feruidori H fol p rubargli.Sempre la feruitu reco’ pili danno che utile, durisfima calamita porto già a Romani una rebellione feruile.Lesfi io(n5 egrantépo)cheCinna publicopnn trombetta, che qualunquefcriio rifuggito fi fuffe a lui,fareb be del tutto libero, il che fatto, incominciamo fcordeuoli doiientati de benefici riceuuti, a fcor rere p le cafe de padroni,rubandoli, fuergo^nan doli,&ftranamente contra di loro incrudelédo, ne iiolédo per ammonitioni ceffate da fi malua gieopere, pcomandamento del medefimoCin na furono da Calati uccifi, crederemo noi che fenza caufa fcriuefle Platone,l’animo feruile nó hauerin feintegrita, nefincerita; ne douerfegli póto credere,eiTèndo da Giouc priuato della me ta della mente;Trouo che per mitigar la rabbia feruile fuffero i Siotti primi de ruttigli altri, che inftituiflero l’ufo de ferui mercenarii, penfando per aucntura di migliorar códitione, hauendo i Lacedemoni auati de gli altri Greci, incomincia to di adoperargli altrui feruigi, 8fin fegno di ciò quella natione,abondo fopra modo de nomi ieriuli,come farebbe di Dauo SC di Geta, ma cer [p. 70r modifica]tm. DE PARADOSSI. 3*» 70 tochemifetifiamo,poichenófapcndo ftarfen ^ W ferui ò fenza feriiidori(che quato alla qualità, delPaniniopocadifferenzaaifacdo)fiamoataI conditione c5dutti,chefe il feruidore ne chiede Ikentia fiamo tenuti darglila, negli la potemo negare. 64 feda noi ftesfi gli la diamo, par che Egli habbi giufta cagione di lamentarli di noi do uunq;egliuada,oltrechefe glidonasfimo ciò che nel mòdo poffediamo, 84 gli macaffe un fol danaio del pmeiTo falatio, n’habbiamo fatto null3,percioche,egli fta fempre có la bocca aper ta,84 quato più fi riempie,tato più fe gliaumen ta l’eftrema fua ingordigia.la quale, fodisfatta chefiritroua(lè pur auiene che ella fifodisfacci mai)fubbitofa difegno lafciartinó cófideràdo i tuoi bifogni,ne hauédo riguardo alle tue necef fita,di qui auéneche alcunigétil huomini della citta noftra,fi fono al tutto priuati de feruidori, 84 di qui fimilméte auéne,che morendo nelle no ftre cótrade un’huomo di altisfimointelletto do tatOjdifle al terminar di fua uita, lodato iddio che pur efco delle mani deferuidori,ne anche pé fo guari fia,che p nó hauer a farcó fi mala quali tad’huomini,un gentil cauaglieremiofamiglia re fi fece frate dell’ordine minore,certa cofa e c5 tu nó poi mai effer béferuito, fe il feruidore nó ti ferue di buon’aio, conciofia che l’autorità no ftra p grade che fia nó habbia iperio fopra Pani mo di alcuno, Deh come mi rido io fpeffe fia/ [p. 70v modifica]FA» TL SECONDO LIBRO I»-’ te de molti che fanno querela dcll’effer feniido-/ rifa’ me certo pare che a’ padroni più giuftain^ toccarebbeil querelarli,perciò che i lèniidori’fo la liberta perd<no anchora gli affanni, màcbigli la cura,gf e pefieri del nudrirfi àpiù carilliofi té/ pi,&del difenderfidalle fuperchiarie che,fopra uenirpolTono.eflendo p la fernitu che fanno,po/ fti in protettióe delPamoreuol padrone, dal qua le fono aiutati, difeli, & guardati come lapupilla de gli occhi,benche esli troppo ignoranti, n ó conofchino fi gioueuole & util danno (fe pur danno chiamar lo uogliono) Dicammi un poco quelli tali,nó e più graue il pefo de fi fatti péfie/ ri che di feruire gli huomini lo più delle uolte ra gioneuoli,& difcretifahi quanto maggior dolo/ re hauer dourebhono della feruitu’che fannoà gli affetti & Urani appetiti loro.Fiirono già i fer uitu molte famofe perfone,lequali non fi lamen tarno pero mai di tal códitione,il che nó d’altro de procedeua fe nó perchè non erano d’ingegno baffo,&:feruile.Platone fuferuo SC anche fu fem pre molto maggior di colui chepferiio lo com/ prò,Terentiofuferuo, gifcriffe pero’ utilisfìme comedie còllii fi puro Si elegate,che molti fi ere detterofuffero Hate da G. Celio fcritte, ma dio uoleffe che có tata prellezza adempir fipoteffe l’uffitio delgiufloRe,come fi adempie q’ilodel buon feruidore,noneffendo al mondo cofa pin difficile che dirittamente fignoreggiare. Nótro/ [p. 71r modifica]fW{ DE PARADO SSI. 38 Nuandofi adunque à noftritempi feruidori che ^binolamentelibera,giudicoioeflèr benfat to in tutto prillarli de lorferuigi,&ugualmente odiarequei femi che non hanno l’animo libero, come que liberiche hanno l’animo feruile, liqua li tanti 84 tanti fono,cheà pena annouerar fi pof fono.Hebbe già un feruidore Diogene chiamato Manesjl quale partendoli da lui,era cófortato da fuoi amici lofeguitafle,84 cercalTe di rihauer lo in fua poffanza,rife di quefto Diogene, dicen/ do,fora troppo brutta cola che a’ Manes deffe il cuoredi uiuere fenza Diogene, 84 Diogene ani/ mo n5 haueffe di poterftar fenza Manes, uadifi nella buona hora che meglio e’ di non hauer fernidori chehauerne. CHE MEGLIO SIA NASCEre di gente humile, che di chia/ ra 84 illuftre. ì| E di burnii 84 balla natione farai ’ lènza alcun dubbio potrai più liJ centiofaméte peccare 84 fenza raI tenimento alcuno fcorrere p tutte le lafduie 84dishonen:i piaceriche nell’appetito ti caggeràno,84 fenza che ri fi fpar ga p le guancie roffore alcuno,far de li atti inde/ [p. 71v modifica]mi IL SECONDO LIBRO gniKabhomineuolijnon effendoui chicóragió / ti poffadircotefto non fecero i tuoi antepalTati^ 8C cotefl’altro troppo fi difdice alla tua noRiI ’* fchiatta.NÓ ti faranno ne anche prepofti gli afpri duri pedagoghi,ne dati gli tutori chetiuieti/ no hot quefta cofa SC horqucll’altra, faraifinal/ mente libero SC fciolto da una infinita feruitu,la quale fuole indiffblubilméte feguire et accompa gnare il fplendore delle gran famiglie,non ti accadera pompofementeueftire,ne luffuriofamen te mangiarc,farattilecitofenzacariaggi d’anda re ouunq; più ti piacerà’non fata’fi gran maraui/ glia fe ueduto farai gir a’ piedi, &fenza rifpetto (fe uopo fia)ti porrai alli altrui feruigi,i 1 che n5 ofano di fare, anchora eh ftrema neceffita gli ftrf ga) quelli che fi ricordano d’eflernobilméte nati,anzi fempre hanno auati a’ gli occhi le fumofe imagini de lor famofi auoli,8i fe p auétura entri nella uia della uertu,tatofempre più chiaro et il luftredouéti,quato eri dianzi da maggiori tene/ bre offufcato.alPhora tutto ilfplendorfara’ tuo, a’tefolofiaognituabella opera attribuita,&de toi gencrofi fatti, altri nó ne fatano partecipi,nó ti ufurperano la ppria Iode,nó il padre,nó e’cóli glieri nó e’ maeftri,nó e uicarii,o luogo tenéti,ne habbiamo di tutto quefto ueduto a noftri tépi af fai efpreflb fegno in molti fignori,li quali,quatu que ualorofi fuffero, per effer di fangue illuftre éc dal mòdo tenuti nobili(Iddio fa po fe a torto, [p. 72r modifica]mi DE PARADOSSI. 3*/ 71 o a ragione chein tal giuditio nó mi uogliointer Vporre)delle lor belle iptefe, s’e dato fempremai ■ ’rtcitamétela gloria a lor capitani. Habbiamo al l’incótro ueduto alcuni akri.liquali,per effer di fortuna humile, di tutto ciò che uirtuofamente adoperarno la lode fu fempre la loro.Niimo ha giamai partecipato delle uettorie di Caftruccio Caftraccani,ne di Nicolo Picinino.nedel Carmi gnuola.nedemoki altri ualorofi di quella era fi florida,& a moderni tempi niuno e mai ftato al la parte della gloria di Ariadeno Barbatoffa, ne di Andrea d’Oria,ne delfignor Alarcene, ma de fcendoanchora più particolarmente alladimo ftratione di quato ho promeffo,cio e che i nobili fieno fouente defraudati della debita gloria,et li me nobili fempre più tofto efaltati che depreffi, benché quefto perfefteffochiaro apparifca, dite mi un poco,quàdo il fignor Caleoto Picco prefe la fotte Mitàdola nó fu anche fubitamente dato rbonoreacertiMiràdolefi, liqIi,cóeffo liiidal ciofcacciatifi riparauanofet pur fi uedcch’egli e pieno di ardire & di cófiglio Si atto a fare per fe fteffo maggiotiprefa.Del ualore ft’--’ ■’ corti ftratagemi ch’ufaua il fignor Gioanni da medici, fi dauainbuona parte l’honore amef/ fer Paulo Liizzafco,cofi delle belle imprefe del di Caiazzo.fi diceuafra moki, che il mio capitano Pozzo da Perego ne fuffe potisfima cagione,uedete adunque quanto nuoca l’effe [p. 72v modifica]IL SECONDO LIBRO Ffci teilluftre,poichelimenoilluftrigli togliono fi, gran parte della gloria che lor fi deue, il medefi/ ino auiene anchora nel meftiero delle lettere, ST checiò fia iiero.ditemi un poco pereffere ilRe d’Inghiltera nell’altezza ch’egli fi ritruouanon fu detto per cofi certa, che l’opta da^ lui contra M.Lutero fctittaera di Thomafo Morohuomo Angolare & già dell’ifola cancelliere’! 1 concilio fimilnjéte del uefcouo di Colonia cotato iftimato non fu egli artribiiitoad un fiiofegretario Tedefco.’Chedirò del’opra delfignor Alberto Pio cótta deibuono Erafmofnon fu detto eòe appar ue in lucech’era fatica d’a Icuni fuoi rreati’et pur fi fipeua da ogn’uno ch’egli era un’armario 8C un fóte di uaria dottrina,ma uegafi anchora me glio quanto niioca l’effer di chiaro fangue nato, chequado il Cardinal de Medici tradliffe ilfecon do libro della diiiinaEneida,fi diffe incótanéte, ch’era opra delgétileetuertuofo Molza,il mede fimo fi affermaua delli epigrami del Cardinal di Rauéna,Sfera però un’efpreffa bugia,nófegsa’ dettocofid’un Stunica,ned’unviues fpagnoli, nógiàcofi d’un Erafino Roterodamo, ne d’un R odolfo agricola,nó s’e già detto cofi d’u laco/ po Fabro,ne d’u lodoco clitoueo, molto meno s’e detto d’ii Leonico Tomeo,d’ù Battifta Egna tiOjd’un Thomnfo Linacrc,gf altri molti dottif fimi huomini.Nó e dubhioche p uno di fangue il luftre che eccellente riefca, riufcirne fempre mille [p. 73r modifica]DE PARADOSSI 3*) rj mille ignobili.Socrate fu figliuolo d’uno chera/ ìpliua i marmi,84 eflb rapoliua gli ingegni, 84i coftumi più che il marmo, 84 più che il diafpro durijEuripideTragico poeta, fu di padre 84 di madre ofcurisfimi.Demoftene nacq? de parenti, non fol ignobili, ma incerti,Vergiliofquella grà mufa)ufci de lubi d’un zappatore, Horatio d’un trombetta.Tarquinio prifco"d’un mercatante fo iaftiero,Seruio Tulio d’iina fchiaua, Septimio Seuero fu uilisfimo, Agatocle Re di Sicilia fi dif fe figliuolo d’un Pétolaio,Helio pertinace era ne fuoi primi anni, mercatante di legna, Ventidio Baffo nactp di padre 84 di madre agiettisfimi. Se adunque la cola fta,come io dico, et in uerun mo donegaruonfipudperche non afferma libera/ mente ciafcad’uno che meglio 84 più auenturofo fia l’effer di fchiatta humile che illuftre’per che cerca hoggidi ogn’uno con efpreffe bugie 84colmoftrar falfe fcritture, di farfi direillu// ftre’perchè canto fi contende 84 tanto baffi a ma lefe ncle infcrittioni non fi fa fempre mencio/ ne di quefto uano luftrore. Deh come e fortemé te crefciuta quefta uanita. Rifi iogia fmafcelata menteeffendoin Napolid’un cauagliere,ilqua le,perchè il notaiofacendo non foche procura, non fcriffe illiiftriffimo,fi agremente con effo lui fi adiro, ch’io temei di qualche finiftro ac cidente. Non fi foleua già altre fiate fcriuere a cardinali che fcefi non fuffero da gran fignori,al [p. 73v modifica]IL SECONDO LIBRO 3»? tro che Reuerendiirimi,ma hora reputano fegli facci troppo euidente ingiuria, fe non fe gli apic/^ ca al collo l’illuftrisfimo con molti altri titoli. Io mi ricordo che effendoin Bologna per cagio/ nc de miei ftudi,84 effendo pregato da un fchola re Fiorentino ch’io uolesfi in nome fuo fcriuere una epiftola ad un cardinale, il quale era molto fuo fignore,fcriffi io l’epiftola difiderofo di com piacerlo nella miglior forma cheio feppi,K feci, l’inlctittione in cotal forma. N. Cardinali, uiro optimo,K più non haurei faputo dire,, fei fuffe ftato figliuold’Iddio.pur non ballo’che rimàdar no la lettera col farci intendere, cheftudiaffimo meglio la forma del fcriuere a’ cardinali reueren di sfimi,quel iorétino nó era(fi come fogliono ef fer)molto acuto,84 io fui fempre di groffa pafta, di modo che non fapeua ne l’un,ne l’altro come fi.doueffefar quefta beata infcrittione,niutamo/ là un’altrafiata,84 fcriffi,N.uiro antiqua uirtute 84 fidepraedito 84 Ecclefi* Cardinali dignisf,84 ne più,ne meno ci fu rimandata, fopragiunfe finalmente(mentreftauamo cofi fofpefi)un gen// til’huomo,meglio di noi efperto,il quale, ne fe/ ce fcriuere, Illufttiffimo Reuerendiffimo D.D, fanctae Roman* Ecclefi* Cardinali digniffimo 84 patrono colendisfimo,84cofi la lettera fu pre fentata,letta,84 ifpedita.all’hota fi, ch’io pregai di buon cuore Iddio fpegneffe ogni ambitiofo fe me,accio’non fi fentiffe più tanta pena nel fare [p. 74r modifica]tm DE PARADOSSI F»; leinfcrittioni alle lettere,ò quante cofe mi. perGuaderebbe bora a’ fcriuere il fdegno contra delli ambitiofi conceputo,ma lo rafrenard,poi cl> mi raucgo d’elTerfctittprc de Paradoffi, & non di Sattire,ma quanto mi farebbe però caro jlè io po tesfi col mio fcriuere,leuar dagli humani petti quefta uanapasfionedel uoIereÌTer detto illuftre et nobile,non operando peròmai uerimoatto no bil e o uirtu ofo., rira ali pur fortemente fdegnato diuederein Napoli,che quafi ogni perfona fi cbiamaflefignor, & fignora, a tutti fi delTe pel capo della fignoria,8f doiiunque mi fuolgeCfe, udilTe Don tale, & Donna tale, 8C di tal maniera mene turbai cheun’horamiparea un fecole al partirmi da quella ambitiofa Citta, ma mifero me c’ho poi ritrouato effere in o/ gni 1 ato fpaifa quefta bella fpetie di follia. O’ miferi noi mortali, douunque io uado,ueg/ go gli huomini tanto cupidi di quefta glorio/ fa ambitione, che non c luoco, non citta, non caftella,n5uilla chenon l’hbbia per amica & famigliare. Vopiu oltre Sftruouo che quefto fpirito ambiriofo e intrato nel petto di ogni t niercatantuccio di feccia d’afino. Lafcio pen/ fare a chi ha punto d’intelletto fe per l’amore che fono tenuto di portare alla nera nobiltà me ne turbai, adunque disfi a tanto ahufo fiamo uemiti che nobili, fpcttabili,& magnifici di canfi anchora quelli, die con l’ufute ne diuora [p. 74v modifica]■ mi IL SECONDO libro 3*; no,con e monopolii n’afaffinano, con gli apalti ’ nemangiano,8icolconiprareper iienderpiu cr ro,ne diftnigono, ma quefto è nulla, rifpetto a quello che diro. Difiderando adunq; faftidito de coftumi Italiani di trouarmi una patria libera, benaccoftumata,84 ai tutto aliena dall’ambitio ne,penfaiframeftelTo non poterli ritrouarena tione alcuna più netta di quefta macchia, che fi fuffe la Suuizzera,la Grifona, o la Valegiana, et con fi fatto penfiero cola diritto mene uolai,do ue péfandofermar il piede 81 ftabilir miaftanza trouainel cominciamento molti grati ucftigi, molti buoni inditii di ciò che andaua cercando, fentida principio foauiffimo odore d’una certa equalita troppo dolce 84 troppo amabile, ma nÓ peroguari ui ftette,che ui fcorfi tanta ambinone 84 tanto fumo ch’io fui per accecarne,o Satanaf fo diffi io all’hora,come hai ben fparfo il tuo per nitiofo ueneno per ogni lato, e poffibile che fin &a quelli horridi monti,infin fra quefte fpauen tofe grotte, penetrata fia l’ambitione (trouai che andauano nelle terre dell’imperadore a’ farfi far nobili,trouai,che fi uantauano d’effer nobilitati chi da dui quarti,chi da tre, 84 chi da quattro, trouai.chefigloriauano d’effer fcefi altri da To/ fcani,84altri da Romani,et altrine uiddi.che mi differo effer della razza de mirmidoni d’Achil/ le,et n’andauano di ciò gonfii et pettoruti,chi mi haueffe giurato che fra tanti bifolchi haueffi io [p. 75r modifica]mi DE PARADOSSI 7.5 da ritrouarel’odiofa ambitione,m.aì l’haurei ere»duto,percioche mi detti fempre ad intendere che tutta l’ambition del mondo fiifle raccolta nella citta diNapoli,mahora fgannatonefono,8ffe/ curamente,poi che di molto più ifperienza mi fento,affermo,d’hauer ueduto i Napoli più chia rifegni di nobiltà di gentil creanza,che in qua lunque altro luogo doueftato mi fia, 8C piaceffe a Dioche nella patria mi3,potetTi annouerareta te uirtuofe donne, SC tanti honoiati cauaglieri, quanti iui gia’conobbi,&facilmenteofereidi dire chefol il principe di Salerno,col miofignor don Lonardo Cardines baftar potrebbono con ìalor benigna 8fliberal natura,con edolcilTi mi coftumi,8f rara leggiadria, a’ ornare,Sf abel lire ogni corrotto fecolo, ma ritorniamo alla nobiltà, la quale, non pur al prefente guafta fi conofce, ma troppo gran tempo fa che inco/ mincio a degenerare dallafua primera 8f bella forma.Souuiemmi d’hauer letto cheil padre di Euripide gloriofo d’effer fatto nobile,ftaua(i tutto piendi^oia,dil che fortemente fi ri/ fe il figliuolo dicendoli non ti ralegrar padre mio di nobiltà,poichè hoggi la fiiiede fonda» ta Ibi ne danari, 8f e’ in arbitrio di qualunqj dinerofoilfarfi a’fuo piacere nobile, diceua per tanto Socrate, che la uertu era quella che ci’fa ceua nobili. Vanamente adunque fi gloriarerao d’elTer ne di quefta, ne di, quell’altra famiglia. [p. 75v modifica]mt IL SECONDO LIBRO 8C credÈfoiù faciIniEn£e,ché per aniorzar Porgo glio d’alcuni infoienti, fcriueffe Platone niune feriio ritrouarfi che fcefo non fuffe di,fafigue rea le,8f parimenti niuno Re,che di feruo nato non fuffe.Non cafcarno i gentilhuomini dal cielo,co me cade la manna in Puglia, òin Calauria, ma furono fatti nobili per la uertu che moftrarno c3 battendo uirilmente per la patria, morendo per l’honore,8f nulla mai operando degna di repren fione,il chea noftri tempi di rado accade,poi che lì nobilitano con gli homicidii,con è tradimenti Se con c’furti,di modoche dir potrebbefi che à li mali tempi altro non fuffe la nobiltà, che il pre/ mio d’una notabiliniquità.Gli Egittii anchora, da quali nacquero tutte le graui 8f honefte difci/ plinc,Sf da quali Irebbero origine molte buone ufanzcjcredettero tutti gli huomini effer ugual mente nobili,tutti hauer d’una medefima maffa la carne,8£ d’un medefimo creatore l’anime con uguali,forze,potenze,et uirtu create,la qual uer tu primieramente,noi,cbnafciamo eguali diftin fe à quelU che di lei maggior parte haueano,8C adoperauano,nobili furono chiamati, il refto ri manendo ignobile. [p. 76r modifica]DE PARADOSSI:«ES’SER MIGLIOR LA VITA parca della fplendida Sifontuofa. I Redero facilmente che cueI fto parer mio nófia pero da I molti reputato Paradoffo. 1| Siparerebbemi ad ogni mo I doftrano,che perfona ueruI nac’haueffe punto di fenti3 mento dubitafle mai, che la uita(frugale non fulTe affai miglior della copiofa &abondante,ditemi uoi che forfè ne dubitate, non fcaccia la uita fobria fenza altro foccorfo la gottada quale.fecódo moki ifperimentati filici, per infiniti rimedi,che fe gli faccinoa pena riceue cura,non lieua ella anchora il dolor di capo? nó li rimedia perii coftei mezo alle uergini,a catarri,a uomitifpontanei,arogne,a rutti, & allefebri ardenti’non rende la uita parca, noftra men/ te più fuegliata.mon e ella in gran parte cagione, che il giuditio noftro più retto, 8C più lincerò li diuenga’Furonoditalparereefaui antichi, 81 Platonefpetialméte,ilquale,hauendo nauigato diAtene,in Sicilia,danno acerbamente le men fe Siracufanede quali di pretiofe 8c faporite ui/ uàde, de grati manicaretti, et di finiffimiuini, due uolte aldi rendeuano ijor feguaci ben fatolk iiii [p. 76v modifica]mt IL SECONDO libro lumache haurefti tu detto Platone fe fusfi uenu to in Ponente, douequalunqueche rimanga di. due buon palli contento, 11 po dir che faccia efqui fita dieta, certo che fi Urano paruto ti farebbe, chehaurefli conia tuadiuina eloquentia fom/ mamente lodato le tauole di Siracufa.L’Epicu ro etiamdio quantunque fi tenga per huomo in/ fame (merce delle molte calunie dartele da quel maligno fpirito di M.TulJioJponeua le fue mag giori dilitie folo nel mangiar dell’odorate ber/ biiccie 8f frefco cafcio,ma io uorrei un poco fape rè da quelli,che nati mi paiono fol per confu ma re le uettouaglie,che uuol direche ne tempi antichi non ui erano tante perfone quante al prefente fono, Se ui era maggior copia di uettouaglie &: in più uil pregiof e donde procedeua que fto faluo che dalla parca ulta ch’esfimenauanof Scriuendo Girolamo delli inftituti de fanti pa/ dri che nello Egitto mosfi dareligiofozelo ha/ bitauano, narrami che tanto erano innamorati delfobrio&femplice uitto, chefolo il guftare cibi cotti ueniua reputato luffuria, dalla qual narratione non fi fcofta punto Gioan Casfiano, fcriuendodegeftimonaftici. Ho io fpeflè uolte letto appreflbde più antichi medici,che li mag giori noftri fuflero tanto amici della fobrieta, che la mattina mangiauanofolo pane, Se la fera fol carne fenza altra aggiunta guftauano,8f quindi auenire che fenza tante moftruofe infir/ [p. 77r modifica]vf) DE PARADOSSI 3*) 77 mìtadongamente capauano.Non per altro i Ro mani,gli Arcadi,84 i Liifitani ftettero fi longo té po’fenza medici,fe non pche fi difendeuano dal le infirmita con la uita parca,alla quale, fiamo al difpetto noftro fpeffefiate coftrctti di ridurfi. Lego ne buoni iftorici che andando Tolomeo p l’Egitto,nó hauédolo potuto feguire i fuoi com pagni,foftenendogranfame efferfi coricato fotto una capanna dicótadino,84 effergli dato màgiare un pezzo di pane di fegale,giurare all’ho/ ra per Dio che mai hauea guftato più foaue uiuà da,84 hebbe per l’auenire a’fchifo tutte le pere/ grine forme de pretiofi pani per adietro ufate, le donne di Tratia per hauer figliuoli fani, robufti, 84 arditi,non mangiauano altro che latte 84 orti chc,84 le maggiori delitieche haueffero i Sparta ni nel uiuer loro,era un certo brodo negro come pece liquefattajnell’aparecchio del quale non fi fpendeuano tre foldi, li Perfiani huomini fi ben difciplinati non aggiungeuano al pane,altro che unpocodi nafturtio, Artoferfe fratello di Gir/ ro effendo da fuoi nemici uolto in fuga, fi può fe a mangiar fichi fecchi 84 pane d’orzo, grandi menti dogliendofi d’effer flato lì tardi ad ifperi mentare uita fi dolce 84 faporita.Egli e uero che il uentre noftro indifcretamente ci molefta, 84 importunamente alle uolte chiede, pur egli non e fempre importuno creditore, anzi di poche co fe,ne molte efquifite, lo più delle uolte li cóten [p. 77v modifica]TL SECÓNDO libro ta, ne (o io pche tanta cura fi ponga in hauer bei grani,8f in cercar fornai Tedefchi, poi che tutti, gli antichi medici fi cSftantemétesffermano^cbe chiuncj asfiduamétegufta i! pan d’orzo nófia mai moleftato dal do’lor de piedi,L’è purnel uc ro abomineuol cofa trauagliarfi tati pefcatori,et turbar i pefci della lor amata quiete, p fodisfare a’ qfta note infiitiabil gola, Te’pur cofa brutta uedereprin uentracciochetofto ha daeflercibo -LC r.... r „ J» gliarfiede fetteiioli giardini p far le fidlè ad eccitare l’ador mentato appetito,l’e’purcofatena uedere fu= -dé uermTaffaticarfi taticuochi,et fpogliarl ^^’ìetteiioli giardini p far le fidlè ad eccitare f dar tati cacciatori,dormir nelle neui,giacerfi nel le geHte,caualcarei mòti 8f (correre tuttiepiani p cópiacere alla golaccia noftra, la qle incomin/ dado dal uecchio Adamo,haci in troppo teni laberinti homai aiiolti, & noi pur tuttauia uo/ gliamopcódefcédereallioi piaceri tolerar p effa tati difagi,Sf fofFcrirtatefiitiche,ò mifero Filoffeno oue haueui tu il ceruello,quado difiderafte il collo di grupfentirnc cibi maggior dolcezza; otiiinfelicisfimo Apitioche tàtoftudioui pone fti, che giouaméto 6£ che bel la gloria ten’e’ rifui tato’che dirò di te Maffimino, che folo tréta lire di carne magiaui alpaftofche diro’di te Geta ipa dorè, il qlfaceui che le uiuade feguitaffero l’or/ dine delPalfabetto,dadoti una uolta anferi,ana tre,8f apri,& l’altra pefcie,porcello,perdici, per iia,& quado correua il luogo del F, ti fi apprefta [p. 78r modifica]mt DE PARADOSSI. nano diligentemente fichi,fagiani, farcimini, et <ofi di mano 1 manofcotreuafip tutto l’alfabct toordinataméte,a me certo foinmaméte piace la uita fobria,ne truouocofa che dimaggiorno ia mi fia cagióe,che di caricar bè l’orfa la iera 84 poi leuarmiabuon’hotta,ionóprouo maggior fupplitio,che di fentir quella erudita,quei rutti, quelsbaiiegliare,quelftordimcti, quelle uertigi ni,34quei gira capi,ma perii contrariocome mi truotio la fera o non hauer cenato, o almeno fo( briaméte mangiato, mi lieuo fcarico, pronto a tutte le attioni,nefento alcuno impediméto, ne mi fento punto iftqrdito.EflTendo in Mesfina,mi racconto il fignor Antonio d’Oria d’hauer cono fciuto iifpagna un uecchio,il qualepalTaua più di cento anni,quale hauédo un giorno fra gli al tri ritenuto a difinar 84 trattatolo fontuofaméte come egli fuole chi feco magia, diffe il buon uec ’chiò,fe io hauesfi hauuto fignor mio nella mia ■giouétu fimili tauoIe,nó crediate già che io fusfì attillato a qfta eta,c5 el uigore che tanto moftra ledi ammirare, ecco aduque che la uita parca e anchora cagione che longaméte capiamo 84 prò fperofi ci mantegniamo.Tutti quelli che nell’età anticha nemici furono della uita parca, tro/ uanfi effer ftati fimilmente nemici dell’honore, 84* della uertu,come appare in Claudio, Caligli, la, Eliogabalo, Clodio Tragedo, Vicellio, ve/ 1-0,84 Tiberio, dall’altrocanto, uedrete che gli [p. 78v modifica]^ IL SECONDO libro amici della ulta frugale furono tutti quafi huo/ mini diuini,come fu Augufto, Aleffandro Seue/ ro,Paulo Emilio,& Epaminunda,miglior e adu quelauitafobria chela fplendida 8f fontuofa, dichino pur ciò che li piace i noftri moderni Sardanapalli,chea’ me nó perfuaderanno giamai il cótrariodi quello,che la ragione,lanatura, 8C il buono efempio de uirtuofi efficacemente mi per fuade àcredere,non melperfuaderebbenodico, fe haueffero le lor lingue forbite tutte le Crechej se le Latine retoriche. CHE LA donna e’ di MAG/ * gior eccellentia, che l’huomo. Ogialongo tempo fra me fteflb creduto che le donne nonfolamente nó fuiTero a’ I gli huomini di eccellentia I se dignità fuperiori, ma ne anche uguali,cófiderato poi affai più minutaméte le gra dezzelorojcon e lìngolari priuilegi, fono dalla uerita sforzato a credere,8f in ogni luogo mani feftare la preminentia che Iddio ottimo Se maf/ fimo fin nel cominciamento del mòdo lor dette, formandole nelparadifo terreftre luogo fopra [p. 79r modifica]. mi DE PARADOSSI. 3*/ 79 ogn’altro ameno 84 delitiofojdi pura 84 ben c5/ pleslionata carne,84 non di fchifeuol luto, fi come formatofu l’huomo,al quale,non fu ancho/ ra (per quel chefi uede) data tanta bellezza,quà ta alla donna fi dicde,il cui uifochiaro 84 perpe tuamente fenza pelo,ben moftra per l’uniformì ta fua d’elTer uera fattura del magno Iddio, fon tedi ognibellezza,84 ilgentilcorpo con la fua diuina proportion* qual confeffano tutti e prò/ fpettiui efler molto maggior nella donna che nell’huomc.da chiara teftimonianza delle cele/ fti mifure, ma che diro io poi de gli animi loro, più coftanti 84 forti { più grati 84 amoreuolif quantefiate(fele iftorie non fon bugiarde) furo/ no cagione di gràdisfime uittorie, 84 le fquadre perla deboi uertu de gli huomini giainchinate 84infugauoltc,animofamentefoftenero’Q_ual capitano fu mai(parIo di qualuque natione) che di ualore, di ardir, di configlio pareggiar fi po/ teffeconl’animofa Camilla,84 con l’ifmifurata forza di Pantefilea!" qual diligentia 84 incredibil preftezzapor fi puote mai al paragone di Semi ramis.’qual uirtu fu mai per alcun lècolo uedu/ ta,che fi rafimiglialTe a qlla di Zenobbia,di Va/ laica 84 altre famofe donne di quella anticha 84 florida eta’fchi lefupperaetiamdiooper meglio dire,chi u’e che nella fede,84 nella coftantia non lefiainferiore(ioperme,uolgofozzopra la par te mia de gli ftorici in l’ima 84 l’altra lingua, 84 [p. 79v modifica]mi IL SECONDO LIBRO qtianto più poffb con attentione offeruoli, non nego peto mai ciiuettu effempii alcuni piuillu/ ftri diquellichele donne in tutti e tempi nedet/ tero,quante fiate per la chiara fede, SC immenfo amore ch’altrui portamo, andarono con mille rifchinc gliei’erciti,con mille ftenti negli efigli, coftrettebén foiientédi mutar nome, dicàmbiar habito,8f di mentir feffo, amando fempre e lor mariti più che fe fteff:,8f honotadoli più di qualunque terrena cofa. Nontrouai ne anchemai huomo alcunojSf pur fono a sfiduonelle cóuerfationi loro,chi le poneffeil piedeauati nellare/ ligione Se nella cortefia. Sonofi ritrouate molte dóne,che per mantener (pedali, per aiuttar re]igiofi,pct edificar tempii,capelk, altari, SC per rifcuotere pregioni hanno disfipato có animo refolutoampiisfime facilita di forte,che nó credo potuto haueffe mai huomo alcuno(béche gene/ rofo)operar la meta di quel che operarno già al cune dóne di non moka fama,gran cuore nel ue ro hcbbero fempre nel fpendere. Fas fi mentio/ ne per tanto nelle ftotie pagane d’una generofa fcmina che tutto l’efacitoRomanocon infinita liberalità raccolfe, gran fpirito moftro ella in ogni modo, grand’amore al popolo Romano ottimo giiiditio se nó minor gratitudine, non fi uidde anche nella bella Ftine un’eccellente animo poi che fi offerfe di ridificare le grà mura di Tebe pur che fi coutentaffero e Tebani che il no [p. 80r modifica]mn DE paradossi, i-aj go me fuo fufle nelle predette mura fcolpitot era quefta una fpefa ifinita effendo Tebe città fi gri deche appena cento portele baftauano. Tacerò’ l’altre, delle quali, ciafcuno men che mediocre/ mente dotto,hafofficiéte.cognitione. Fasfi men tione doppo molte nelle ftorie facre,d’una Tabi ta,Ia quale per fouenir le pouere & afflitte uedo uclle,perfoccorrere orfani 84altri bifognofi pu pilli,appena fi lafciaua di che poterfi le fuecarni cuoprire,ò caritàimmenfa,Dcarita’non mai udì ta 1 alcun huomo,degna d’effer lodata da tutte le dilette lingue,nó poffono ueraméte aguagliar fi gli huomini alle donrie,ne in le uirtd morali, ne in le naturali, dican pur quel che lor piace i maldicenti, mormorino pur i detrattoti, 84 uadino al luor piacere per ogni luogo cantati do dell’auaritia feminile, chefe uorranno fen za rancore più adentro al uero che non fanno penetrare, troueranno gli huomini per l’auari ria diuenir tràditori, ladri, ufurati,disleali, 84 ad ogni libera promeffa fenza roffore alcuno mancare, 84 che potrebbono gli auetfari delle donnefnon uokndofi fcoftardalla uerita) oppor gli.’diranno forfè che per danari(cofa fi uile) uen dano l’horiorefdel quale affai più che della ui ta calere gli donerebbe. Deh guardiamo più tofto che di ciò cagion non fiala dolcezza del fangue loro, la gentilezza del cuore,che Icfa arrendeuoli à preghiere de gli amanti, 6 uero [p. 80v modifica]IL SECONDO LIBRO F*» che più tofto di ciò cagion non lìa l’importunità noftra incomportabile, le lofenghe, le infidie,le minaccie, & gli inganni,che tutto di cerchiamó lor di fare lènza rimordimento alcuno confcieii tia.lononpoteigiamai al mio uiuente trouar donna che alle altrui uoglie fpontaneamente fi difponelTe, uego io fempre efferfiinterpofta lon ga feruitu, la^ime,lo più delleuoltefimulate, fofpiri finti 8C ingani fottilisfimi, fouente ancho raui s’interpone uiua forza tal uolta aitata da tradimenti ch’ufi fono di fare a padroni e dòme Ilici feruidori per ricompenfa de buoni trattamé ti.Non e gran tempo che in Padoua un’amico mio molto intrinfeco, innamorato d’una bellifi fima fanciulla, la cui faldamente, ne per calde preghiere,ne per larghe offerte, mai puote piega re o amorbidire,finalmente,al fuo difpetto, per opra d’unferuidore che nella propria camera l’i guatto, godete delle fue rare bellezze.O’ affaffi namétod’efferpunitofin’alla quarta ^eneratio ne potrei narrarne molti de fimi li accidéti,ma il defiderio della breuita che mi ftain’ogni mia at rione fi fitto nel cuore, nó fol nó l’acc6fente,ma mi eforta a far ilfine,&: altre cofe addure, per le quali chiunqjnó crede effer le dóne di maggior eccellétia che gli hu5i,da fi ftolta upinione fi ri/ muoua èe al dotto Ariftotelefi accofti,il quale, pili de gli huói,ingegnofe le cófeffa,dicédo, che qlli che hano la carne più molle, fieno di maggior [p. 81r modifica]de paradossi gìoringegno dotati,niuno e già che dubiti,che la carne delle donne non’fia SC più molle,84 più de licata,oltreche, l’ingegno loro, nelle belle &gra te iniientioni fempre con molta eminentia appar ue, ledali il catalogò del le inuentioni delle cofe, 84 inuétrici troueranofi di utili 84 ingegnofe ope ie.Sono anchora le donne(quando uogliono)più alli ftudi delle let6ere,ne ciò mi e marauiglia,poi che una dóna dett3.per nome Carméta le ritrouo. Veramente poi che io tal cofa intefi, ceffbmmi anche la marauiglia fe fcriffe già Leontio contra Tcofrafto,feconfutollo,fe uinfelo,riempiendo lo di fcorno.Saffo inuentrice del uerfo faffico c5 refe di poefia con eccellétisfìmi huomini di quel la profesfione 84 feceli rimaner cófufi, lo medeff mo non fenza grà lode fece anchora la bella Cor rinna 84 a noftri tempi qual arguto 84 ingegno fo poeta por fi potrebbe mai afparagone della marchefana di Pefcara dell’illuftre 84 cortefe fi/ gnora la fignora Veronica da Camberà,o della gentil Emilia Angolciola/non mi ftenderò diffu famente in ragionare di tutte le donne che a no/ ftri tempi chiare fono per uera nobilta,84 riguar/ deuoli per molta uirtu,hauendone di ciò copiofamentefcritto mófignor Giouio uefcouo in Noe ciera,84granfcrittor delle ftorie moderne, ma percheegli in poche carte non puote chiudere molte cofe,ardifcpio dire,troiiarfi al prefente dói ne di ualore, affai più mara uigliofo,di quel cheb [p. 81v modifica]m lì. SECO’NDO LIBRO berogliaìitkhfnoftri.Faro la fcelta di alcune’ poche, per non effer nel dir mio troppo rincre/ feeuole, ne credo d’hauere a ritrouare chi mi có tradica,fi notaehoramaiaciafcaduno labon/ ta, la cortefia & honefta loro, farò principio adunque dalla fignora D.lfabella Villamarina, prenceffa di Salerno, qual conobbi talmente bel la 8f fauia, che non fol la reai prefenza, ma tut/ ti e’fuoi progreffi mi dauano ftupore, udill’a an chorain Auellino,recitaruerfiLatini, Sfdichià rarprolèdital fortcche riempiua chiunque l’a fcoltaua d’infinita dolcezza.Conobbi nel mede lìmo tempo la fignora D. Giulia Gonzaga o di, quanta honefta, Sidi quanta continentia uiddi la io ornata,hor quefta fcordatafi la fua bellez za che paragone non hcbbe mai, ha tutti i fuoi penfieri al deio riuolti Si e’ fatta nelle facre let tere affai più efercitata che Baltre femine nonfo no nell’ago, òuer nella conocchia.Conobbi anchora la fignora Marchefana della Palude, Siparuemi conofcer l’idea dellaliberalitd,del la piaceuolezza, SC della difcretione, ben dette fegno il fignor D.Francefco da Efte, del fuo fin/ goiar giuditio lafciando tutto il refto d’Italia, perfarclettione in quelflorido regno di fi per:, fetta donna, certo che non per altro fcriffero c’poeti che ne que mari cantaffero lefirene, fai* uo che per darci intendere cfferui maggior co/ pia di belle SC uirtuofe donne, che in qualun/ [p. 82r modifica]m DE PARADOSSI gt que altro luogo, venermi fimilmente a’notitia mentre a’ Napoli fletti, due fanciulle forelle cugine, l’una è Violante Carlona 8C l’altra violai» te S3nfeuerina,ambedue belle de modi 84 di pre fenza,amiche ambedue d’honore, 84 ftudiofedi buone lettere.Debbo fcordarmi l’immenfa contentezza ch’io fentiuoconuerfandoall’hotta có la fignora contefla di Nola, ifpetialmente quat» do aggiunta u’era la cara fua creata Luuigia Ca rolea, «5 troppo ingrato fe non mi fouueneffe di dua fi gentili 84 gratiofifpiriti, credofeiinamen teche il fenno delle famofe Sibille rifuggito fia ne que calli petti,oue non albergano fe non can/ didi et nobili penfieri et donde non efcono fe non parolecortefi84 amoreuoli,mafeionon facef/ li memoria fe non delle NapolitanePotrebbono facilmente credere gli auuerfari nollri, che fol Napoli fufle di ualorofe donne feconda 84 gli al tri luoghi fterili fi rimaneffero. Cauerolli adun que di errore, affermandogli hauer trouato in Siena molte generofe madonne,tra quali Honorata Pecchi 84 Frafia Venturi fopra l’altre, fifattamente mi rimafero nella memoria, che mai me l’ho potute dimenticare,84 chi fi potrebbe facilmente fcordare fi uirtuofe 84 amabili ma/ donncfcerto chi non le ama 84 riuerifce, non fa quai fiano neramente le cofe degne di riue? rentia, ben conofco di perfetto giuditio il buon Gabriel cefano,poi che d’ima Honorata Pec/ [p. 82v modifica]" mt IL SECONDO LIBRO Fft» chifaueIlando,mainefaritrouaril fine, Si mai fiancò fi uede di lodarla hor dipmdentia,hor di belta,8ttall’horadicortefia.Non ha parimenti Lucca mia,dn e eccedenti di gran longa in uer/ tu qualunque uertuofo cauaglicreffi ha ueramc/ te, Si chi non mel crede,fpecchifi nell’effempio mirabile che di fe dano Caterina Dati.ct Marghe ritaBernardini.Non ha Firenze anchora donne da paragonar có epiu ualorofi huomini di qual fi uoglia fecolofnó nacqj in effa M. Maria delli Albizi,chegiafu deibuon RinieriDeifnon ftu/ pilce Ogn’uno per marauiglia confiderando l’acutezza delfuo benignoingegno,8i la prontez/ zadellebellerifpoftefbenfiralegra Firenze con ragione hauendo ricuperato fi caro teforo, ne có minór ragione fi duolgono e Lionefi di hauer p duto fi grata conuerfatione,uiddi io alla parten za fua,più di cento mila lagrimofi occhi, u iddi ioturbarfilaSonnaSipergranduolo quafi ba/ gnar amendue le fponde, uiddi io lo Rodano più delfolito fuo, con grà uelocita’fcorrere,qua fi per forza ritener la uoleffe, oueto anch’effo dal fuo nido far dipartenza. Deh come credo che uolentieri cambiaffe bora le fortune fue con quelle del ben auenturato Arno, maue/ gniamo bora in Lombardia de tutti e beni copiofa, ifpetialmente di leggiadre 8C honora/ te donne fra le quali, ho fempre di buon cuor ti uertito la fignora Goftanza di Nuuolara, figno/ [p. 83r modifica]mi DE PARADOSSI 3*) gj ra di belliffitni collumi, difuegliatiffimo inge/ gno,K diiitteraturapiu che mediocre ornata, ma prima hebbi cognitione nella citta di Man/ tqua, della fignora violante Gambera, la cui alta mente &cortefisfimi modi dano fermo in ditio di uera nobiltà, un tal effempio contem piando di continuola fignora Camilla fua ubi diente figlia, a tanta perfettione e hoggimai ue nuta che po 84 dar altrui materia che di lei fi feti ua 84 effa parimenti cóla fua dotta penna fcriue re le gloriofe opere chela nollri fecoli fifanno.Le llremecontentezzec’hebbi io fempre di fi dolci conuerfatiomjmi fperonarno a cercar più ftudio famente fe altre uene fuffero,che fimili pedate fe guitaffero. Viddi già per tanto più d’una fiatale fignore di corte maggiore,le quali non tanto per corporalbellezza quanto per l’infinita cortefia et miparuero,ueramentechinon ftupifce contem piando l’aria dokisfima della fignora Camilla già conforte del uertuofo fignor Cefare,accopia tacon un fpirito generofisfimo,non ha fenfo d’huomQ,chi non ammira la grauita, la longa fofferenza ne trauagli,fenza pur mai piegarfi,et ilfplendor dell’animo che ha la fignora Giulia Triuulza marchefana di vigeuano ei tutto fuor delfenno.d’indi a Piacenza ratto mene nolo uago di riempirmi tuttauia più dinuoue me rauiglie,douenon guarilletti,,che alquanto fa [p. 83v modifica]mi IL SECONDO LIBRO JA» migliare diuenni della fignora Hippolita Sanfè uerina, io non potrei certo in alcun modo ridi xejquantonerimanesli fempre de fuoi ragiona menti fodisfatto. Si meritamente eflendo non men prudenti,che terfi,8i pieni didolcezza, ol tre chefportifono con ammirabil gratia, fui an che nemederaitcmpi affai più asfiduo uifitato/ re della fignora ISABELLA SFORZA, li cui dilicati modi, mi rendeuano moko atten to,8i mal grado d’altri mici penfieri mi faceua/ no ftar alla contemplatione di quelli fempre tur to raccolto, ladolcisfima fauella mi dauanon picciolo ftupore,8i l’acutisfimo ingegno faceua mi ufcir alle uolte di me fteflb, ò donna rara, neramente, non conofco io huomo alcuno, che d’ingegno 8C di accortezza con effa fronteggiar potcllè. Hor con quefta gentilisfima finora, uiddi moltisfime uolte lafignora Lu uigia Palauicina da Scipione, fignora più di qualunque huomo, affabile, dilcreta, bella, èc magnanima, meritaua ella per la fua rarabon ta d’eflèr moglie di Re, & non di priuato gen til’huomo quantuni^ egli fia cauaglierefenza al eunrimprochio,8iperdonimi il mio fignor Irà cefcofe l’offendo, anzi dia la colpa al gran ua lore della conforte fua,che mi fa nel dir trop/ po asficurato. Debbo tacere poi che mi nafte l’occafione di ordire un picciolo catalogo di fingolari donnei gran menti della fignora Emi [p. 84r modifica]’ (»t DE PARADOSSI 3*; 84 Ka Rangona fcottafla religione,la prudentia 8f, la deftrezza in regger fua famigliaJDebbo fimil mente palTarmene fenza far memoria della S. Lucretia Martinenga Beccaria;non, che farebbe troppo gran fallo a non parlar della fua magna nimita,poi che uenutifiamoa fi fatti ragionarne ti,certo non hebbe mai ne Cefare, ne Aleffandro uncuorfigenerofo.neun’animo fi eccelfo &li berale, cicalino pur quanto uogliono gliiftorici, mafeuoiro dirai prelènte ditutteqlle dónejche di ualore gli huomini fuperano entraro in pelago troppo perla mia fottil barca cupo. Delle an tiche fcriflèrqgia molti (ifpetialmente Efiodo, Plutarco,84poi Gioan Bocaccio, cantaranno fimilmente di molte moderne i migliori inge gni d’Italia, chiuderò adunque il mio brieueca talogo col dolce nome de M. Maria Piettauiua, fignora del Perone, nella qualc,dirfipòfèhza mentire, che le uirtu morali, fieno naturali, inleie beltà più chemediocte,ingegno 84proui dcntia fopra humana, modi angelici 84 defiderii fanti, 84 non habbia io mai ilcielo,fe in tut to il tempo cheftato fono in Lione donde effa trahe fua nobil origine,uiddi io mai cofa dima/ giorhonore 84 maggior riuerentia degna. Se/ guitiamo hora pofcia che pofto habbiamo fi/ ne al mentouare delle illuftri donne, c’ha l’età noftra,a ragionare de rari priuilegi che lordtt te ilgrandeet liberale Iddio.Tutte le uolteche k [p. 84v modifica]m IL SECONDO LIBRO w

diuine fcritture lego,tr0uo in ogni lato, apertiffî mi {Fegni della feminil’eccellentia,ueggio inquell le ,hauer Iddio comandato ad Habraamo,ch’u bidir uolefi'e Sarta fua conforte in tutto ciòch’ef fa gli direbbe,trouo ch’egli uolefi'e che la Tua fanta refurrettione fufi’e primieramente alle da ne riuelata , come alle piu fedeli , alle piu amo reuoli , 8! quelle che piu cofiantemente creduta l’hauefl'ero, parenclogli cola honefia ch'efi'e ne fufi'ero anchora le primeconfolate . H0 lettofi milmente negli efpofitori delle diuine fiorie che quando i1 fignor commando a N oe , ch’ein nell’area enrrnfi'e con la moglie , gran mifie/ rio contenerlî nel ricordargli la moglie {ud , Mercurio anchora Trifmegifio ( che uiene a dir nella noflm uolgar lingua tre uolte masfimo) conofcendo ben la uertu 86 alta perfettione , che dalle donne ci uiene, lafcio ne fuoi diuini uoluz mi fcritto ,efi'er quei huomini grandimenti da {chinare che moglie non hauefl'ero , certo che ogni perfettione , 8€ ogni bonta da quelle,come da 'puro 8€ copiofo fonte ne cleriua , e: che altro in uero fono le cafe doue donne non habitano, che fpedali,porcili, 8C flalle i oue fi uedde la ue 1-21 politezza faluo che in quello gloriofofefi'ot ouefi fcorge la uera leggiadria faluo che nelle femine: Volendo Paulo nell’epifiola fcritta alli Hebrei, celebrar la fede, ricorre all’efèmpio di Raab femina per altromon pero molto famofa, [p. 85r modifica]vfi DE PARADOSSI 8S ma perchè la maggior parfede gli huomini fi. accorda a dir, che le feminefiano di poco cuore 8C per eonfegucnte auarislime,quì mi uoglio umaltrauòkaftendere. Ditemi un poco mali gne lingue non furono dagli antichi dette donne, perchè fono al donar fi prontelnon ho ueramcn te tanti capelli in capo,quante ho io donne cono fciutononfol altrui fare cortefislimi doni,ma con quell’animo fargli ch’altri gli nceuerebbe fenza penfieto d’efferne mai ricompéfate, fenza intentione d’acquiftafne gloria, o lode alcuna, non li facendo palefamente, come fanno hoggi di li ambitiofi fignori, non afpettando d’efferne richicfte,ma più tofto t^akrui bifogno có la pron tezza del donar preuenendo, non rinfacciando mai,ne publicandoil dono fatto perchè fuffe la lor liberalità dal publicogrido negli orecchi di ciafcun portata. Effendo adunque le donne tali, dirasfiforfeche fenza tagióe fuffe dato alle uer rii nome di femina SC non di mafchio; Conobbe ro e’ Greci effer le femine più che gli huomini amiche dell’honore, 8C perciò gli dettero nome di femina SC non dimafchio. Potreiinfinite cofe addure per teftimonio della donnefcaeccellétia, ma poi che ui ho alle iftorie rimesfi, farò qui fi/ ne,effortandoui alla lettione di quelle, oue affai meglio che nelle mie carte uedrete fcolpita la grandezza loro, uedrete anchora (fe ui piacerafènza animofita giudicare) hauerciòfempre [p. 85v modifica]mi IL SECONDO LIBRO 3*3 confeffato i più cccelienti huomini, rendendo/; fegli di buon cuore femidori, SCcome fe in effe gran diuinita riluceffe hauerle poco meno che adorate, anuamoledunque anchora noi, diue/ Diamoli uolentieri fuggetti, beffianci di quelle fracide lingue c’hanno pollo ogni lor diletto in lacerarIe,S4infchetnirle. CHE MEGLIO SIA D’ESSER. timido, che animofo SC ardito. JARAbOSSO XifVI. I Itemi de gratia molefti auer I fari miei con lauoftra petti aria,cagione ch’io uerghi inte carte, fe l’effer timi/ I do fa l’huomo circunfpetI to &auedutone lafcialo IT

 i di leggieri traboccare nepe

ricoli, perchè non diremo noi che meglio fia l’effer timidoche ardito SC coraggiofo’ Per il timore confideriamo pur meglio,84 diligentemé/ te prouedemo a tutto ciò che finiftramente acca der ne poffa,doue gli animofi facilmente preci» pitano trapportandogli il furor dell’ardire, n’e’ teftimonio di ciò la Francia che anchora fi pia/ gne per il troppo ardire di monfignor di Fois, n’e teftimonio l’Vngaria, laquale ita n’e in pre/ [p. 86r modifica]mi DE PARADOSSI. ^4 da de Turchi per la tròppo grande audatia dek l’arciuefcouo Toraoreo, n’e teftimonio l’efpe/ ditione fattagli anni paffati con lì gran danno, da Cefare contra il ReifAlgieregC con fi gran ftrage de Chriftiani.Coltimorehabita più uolen tieri la modeftia, che con l’ardimento,col quale CQuerfa l’ira,& la difperatione fpeffe fiate cógiu ta ui fi uedeidimora fimilmcte di buona uoglia col timore la più lodata creanza,per tato folito era di dir Epitetto filofofo,chc la paura era ma/ dre della prouidétia.Deh buono Iddio, in quàti pericoli per lei nófi cade,8f da quàti fcóueneuo li fatti per lei ritratti fiamo,perler cótrario poi a quante fceleratezze Sf tradigioni fofpignene il foucrchionoftroardirepesfimo miniftro ditut tele cofe.ll timore c’hebbe Fabbio di uenite alle manico Annibaie aucrfanotroppofiero et efper tOjfu cagione di farlo rimanere uincitore,ancho rachedaprincipionotatofuffeda fuoi ignoran ti cittadini di poco cuore, SC l’ardire immodera todiPompeio,diCraffo,8fdi T Varrone,hebbe a’ ridar le cofe de Romani ad una eftrema defpe ratione.Peril timore meglio s’inuefligano e far ti de nemici dilche,imaginar non fi può’ cofe mi gliore per chi ha uoglia di uincere, egli e’ ancho racaufetodagiuditiOjKe’fegno di ottimadifcre tione, Se di feper ben conofcere SC le proprie SC le altrui forze.La paura c’hebbe fempre Dioni gi Tiranno, fecelo perfeuerare nella difiderata [p. 86v modifica]3*> IL SECONDO LIBRO 3*tirannia X X X V111. anni, anchora che mol/ tisfime infidie le fuffero da ogni lato apparec/ chiate,quefto parimenti fu cagione chequin/ dici mila Locrefi corabateffero 84 uinceffero cen to 84 uinti mila Crotoniati. Fu fimilmentecau fa che vefpefiano non ueneffe alle mani co Giù dei, 84 coli a poco a poco fminuito il neruo del/ le forze giudaiche, affagliteli poi alla fproucdu ta, con gran uertu gli ruppe. Q_uante uolte ritrono nelle più fante lettere lodato il timore’ ne mai uiuegò altro che TIME TE, TIMOR, BEATI avi TIMENT, 84l’Apofto/ lo Paulo gloriali d’effer uenuto alli Corintii in TIMORE 84 TREMORE. Sendo adun que fenza dubbio come ioui dico, perchè non dicciamo liberamente che meglio fia l’effer pau rofo, che ardito ( il timido,non e ammazzatore, non rompe le altrui porte,ne fa iiiolentia ad alcuno. Credere mo noi che fenza gran mi fterioi Romani difi caffero un’alta re alla Pai lidezza nòe’ da credere,perchefuronofaui,re]igioli, 84 di lor hebbe fempreil cielo cura fpeciale. [p. 87r modifica]3*3 DE PARADO SSI. 3*) gy CHE L’OPERE DEL BOCACCIO non fieno degne d’elTer lette, ifpetiaLmente le dieci giornate. Rande imprefa per certo ^ Il quella c’hora intraprendo a Il uoler moftrare,che il Bocac/ i: ciò tenuto da ciafcuno pròijfator fi dolce 84 fi facondo il non fapeffefcriuere, 84che

_|| l’operc fue non meritino ef/

fer daftudiofi lette,afpettoindubitatamente che l’academia delli infiammati di Padoua,inc5inci a’ far graue tu multo,84 aguzzar le penne contra di me,con fi gran furore che appena l’autori ta del gentilisfimo meffer Sperone,aitata dal fa uore del diuino meffer Pietro Aretino, quai certo fono che dal mio parer nó difcordano, mi po tranodiff.ndere.Arpettoindubitatamcnte che gli intronati di Siena mi muouino afpra guerra (come fe peccato haueffe contra la diuinita,)ma di tutti quefti(quantunque nobili 84 eruditi aca demici)poca cura mi prenderei fe d’altronde nÓ mihaueffeanchoraa’uenireimpetuofo affalto. Temo grandimenti e Balordi di Lucca,che deca fi miei non faccino qualche comedia,impallidifco per e Sordi di Pifa, 84 ho’ una ftrema paura [p. 87v modifica]mi IL SECONDO LIBRO NI; delli Eleuati di Eerrarajche con loro acuti con»/ ponimenti qualche gran fcorno non mi facciano fentire.nc minor fpauéto mi Cento hauer nel pet to,di quella di Milano, nuouamente per opra delfignor Renato Triuulzo fondata,fo ben io quanto difidrino di Bocaccieuolmente fauellare foche ne anche ociofa ftaraffi l’academia di Bo logna,cbe almeno có dui fonettuzzi,8i quattro faallatette contra di me non garrifchi, 8C molto più la temerei feufcito non nefulTe il gentiliffi mo fignor Vrbano Vigerocon l’acuto Strozza, Stroppo che fare mi darebbe quella di Mode naferiuoltononhauefleiftudi fuoi alla intelli gcntia delle diuine fcritture,ma che faro io adun que contra fi poflenti nemicifcon quali arme dif fenderommi da lor duri colpi i parmi già di ùe dere lecataftc di fattirecontra di me rabicdamen tefcritte. rcranfi anchor offefi tutti e Fiorentini, anzi tutti è i ofcani marauigliandofi che un Sci monito Longobardo olì dir male d’unfcrittor Tofcanoc’hebbe neldirtanta felicita, ma io mi confiderò nea 11 ifteflii uerita, poco curandomi che mi fi dia pel capo del profuntuofo o dell’i/ gnorante.Dico aduntp non poter in alcun mo doefferil Boccaciodi quella eccellentia che al trui fi ha fin’a quefta bora crcdutò,ne ben poter uolgarmente fcriuere nonfapendo elfo lettere nc Greche,ne Latine,marauigliaranfi perauentu ra moki udendomi direch’egli non fapeffeletto ’ [p. 88r modifica]mi DE PARADOSSI, 3*3 s8 leLatinea quali dimandarei molto uolentieri che lettere poteffe mai apparare on’huomo ’profeflìon [notaio coftretto aguadagnarfi il pa necolfcriuere proceffi,codicilli,teftamenti,& co tratti’dalqual officio difgiungendolì poi,detteli tutto all’otio,alle uanita.al raccontarfauole et alfetuir donne, feruirle dico, non di coppa, ne di coltello, macol fcottergli il pellicionc, ueg giamo un pocothe fegnodi dottrina apparilca nell’operefuein Fiorentino uolgareircritte. cer fcriuere dal più rozzo pedataccio ch’ufciffe mai dalla marca più inettamente’Saiffegia della ge nealo^a delli Dei 84 delle illuftri donne.benche alcuni,affermino,non effer fua opera,ma conce diamoche fua fuffe,non ui fon dentro mille brut ti errori con ftile parimenti brutto regiftratij> fi che, apertamente fi uede non effer altro in lui, che una certa naturale abondanza di parole, mal pero teffure, l’una con l’altra auilupate,in tricatcjcon lecoftruttioni alle uolte fi proliffe chefe non fi ha più che buona lena, conuienci due d tre fiate ripofare,pria che finita fia la claufola,la quale termina fempre nel uerbo,fecondo la figura latina, cofa molto difdiceiiole à chi uuol bene 84 tofcanamente fcriuere, fono le fue narrationi fenza arte oratoria difpofte piène de uocaboli infoliti 84 fenza giuditio alcuno, il qual poco giuditio fa fimilmente teftimonio [p. 88v modifica]

•{ IL SECONDO LIBRO F»»

ch’egli ciò che fcriffe,tutto fcriuenè a cafo ne da fefteflb fapeffe diftinquere quanto,l’un librodel l’altro fuffe migliore.Scriffe egli il Filocopo,& puofeui quanta induftria Si arte,feppe per hauer lo dedicato alla Reina Gioanna da lui amata,co fideri(prego)qualunq;,e di patientia ben armato fe al mondo leggerTi posfi libro dimaggiorfa ftidio,credoio’ch’eglli nafceffe adun partoeoi tedio, tutte le uolte ch’io lo piglio nelle mani p leggerlo fubito mi s’inftechifcono le dita dima niera,che forza,e che dalle mani mi cada. Dice uagiaunmiofuifcerato amico ( non gli faro il nome,pcr non prouocargli contra alcuno di que fti fpenfierati Boccaccefchi)che c6 maggior foffe renzafoftenuto haurebbe d’effer trafitto da mo fchc,da taffani,& da zenzare che di continouar un fol’giorno m fi ftomachofa lettione. Fonia mohormano alla Fiammetta,oue fta femprefit to in un medefimo affetto di gelofia riempiendo le carte di lamenti gi fofpiri. L’Ameto fuo tutto fi uede pieno di affettatìone,8i quafi ogni contee to efplica co partecipii.cofa nel uero troppo affet tata,il Corbaccio non contiene altro che una sfrenata Sirabiofa maledicentia córra d’una gé rii et honefta uedoua,che per di fio d’bonore com piacer non uolle mai a fuoi libidincfi defiderii, ma per che molti facilmente condefcendeno a confeffare che tutte l’opete fue non uaglian nul la fuori che il Decameronequaleffaltanoetma gnificano [p. 89r modifica]DE PARADOSSI 3*» 99 gnificano fopra tutti e libri in qual fi uoglia fin/ gua fcritti,chiamancloIo un moderno Cicerone, quefto adunq; elTarainaremonoi alquanto, non pero con molta diligétia per non parere cótradi lui appaffionati.Primieraméte effo (che n’e’l’au tore pieno di tutte l’altre fue compofitioni la ftimojdonde come ho’gii detto tuttauia mi con fermo ch’egli fcriueffe à cafo, ne dramma di gin ditio haueffe, tanto iftimando quel che tutti li giuditiofi fprezzarno,84 auilito fopra modo, quel che noi pofcia habbiamo tenuto caro, ma certa cofa è ch’effo con ragion fi moffe a farne poca ftima, 84 noi molto fcioccamente faccia-/ mo, tenendolo in tanta reputatione, conciofia che la materia nella quale fi efercita fi ucga ef fere leggiera,uana, 84 indegna d’un intelletto nobile, fi conofca effer di mal cffempio alle honefte fanciulle, allecafte matrone, 84 alliaccoftumatigiouani,dia anchora chiaro inditio, difpregiare la fanta religione.Ditemi per cortefia o Bocaccefchi, cerco egli altro nella no/ uella di Cianotto Giudeo, che di puorci in odio la fantiffima Romana corte, fempre chiaman/ do la uita de preti,hor federata, hot lorda, non ponendo mente alla fua più d’pgn’altra brut/ ta. che penfo’egli quando fcriffe di frate Rinal do dellagnolo Gabride,84 di Don Felice/fe non di metterci in difgratia e frati, che pur fono l.a fiepe, 84 ilbaftionc contra degfi,Her«£ici, Se [p. 89v modifica]mi IL SECONDO LIBRO Fa» mfelici noi, fe es(i con le lor buone dottrine, fanti eflcmpii,non ci haueffero diffefi dallepeffi lenti herefie, nella nouella di fer Chiapelletto a che altroattefe,chealeuaici dal cuore lariue/ lentia & diuotione de fanti f che più parole; per tutto,uegonliinditii di pesfima uolunta, legete pur qual uolete delle fue noiielluzze. Q.uando il trillo parlo di Peronella Si fece mentione delle cau’alle partite uolle mollrate alla femplicegio/ uentu inufitatimodidi sfogare l’inteniperanze nollre, in quella diGifmonda figlia del prence de Salerno piacqueli di dar amaellramento alle gioiiinette uedoueche non fi lleffero con le mani a cintola,tna rimediafferoco lor buoni auuifi alla paterna negligentia,colfoffione ch’ella poi detteaCuifcardo)"infegnobel modo di porger fegretamente lettere a fuoi amanti, il che fua Bologna (non e forfi un anno) da una gentil ma donna giapprefo Si leggiadramenteufato, non moftrà egli nella nouella di Andriuola donna di Gabriotto a maritarli fenza farne c parenti punto confapeuoli f Si quando fcriffe delle co/ madri Si chenell’altra uitanon feneteneua con to, non fu im’infegnarci a far d’ogni herba (fai/ fciofenza rifpettohauere alle fpirituali affinitaf Che s’impara dalla nouella di Ricciardetto Mi/ nutolo faluo che d’ingannare lettoppo credu/ le SCgelofedonnerSi per tolto conchiuderla, nó Ili e parte alcuna di quella federata opera, doue [p. 90r modifica]mi DE PARADOSSI è>o non intenda qualche brutto minifterio, e cheac/ cade cercar ruffiani oruffiane (per corrumper l’honefta delle femplici giouanette ( habbino pur il Decametone, quel leghino ^rileghino 84 fe putte sfacciate non diuengono incontanen te, dite che non habbi fenno. O inauuertenza de faggi fenatori,o negligentia de giuffiniagiftra ti. Victanfi i libri di Martin Lutero, uietanfi le prediche di frate Bernardino,prohibifconfi To/ pere delli Ambatt!fti,fpenti fifone e fcritti de Manichei, arfi quelli delli Arriani, 84 de Dona/ tifti,84 le compofitioni di quefto federato Epicii reo’adukero,mif;redente,ruffiano 84 corrut tore della giouentu faranno lette, rilette, ftam paté 84 riftarapatc’; Dehperchenon fi fa com/ mandamento che publicamente fi ardino, 84 fi sbandifchino. Ho io conofciutouna belliffima fanciulla nella citta lioftra di Milano, la quale hauendo Ietto la nouella del gelofo che in forma di prete confeffaua la moglie,anclveffa d’indi a pochi giorni che letta l’hebbe, fece un bucoiino nella parete dell’anticamera per donde fauel landò con un gentil’huomo fi difcretamenteda l’una 84 da l’altra parte fi opero, che la buona fanciffl’Èdette bando all’honore,qual fin’all’ho ta hauea diligentemente conferuato. Io fo pari menti due monache d’un monaftero permoka fantitafamofo, le quali hauendo letto il cafo di Mafettoda Lampollecchio, tato ardore gli uen/ [p. 90v modifica]m IL SECONDO LIBRO ne,tanto fuoco fegli accelTe nel cuore, che fi fuggirnoco duiromiti,& quelli fono de guadagni che fifannoda fi dishonelle lettioni. Ricordomi d’hauer una fiata acerbamente contrallato col dotto melfer Gioan Pietro Bracco, mio hono/ rando cuemo, il quale con una mirabil fuperlK none sforzauafi Si di fcriuere Sedi parlare alla Bocaccefca, dal quallludiodifluadendolo io a’ mio potere, miconfelTo una fiata non poterli neramente negare che la lettione delle dieci gior nate non fa (Te alquanto lafciuetta Si mal a propofitoperle perfone fpirituali, ma che do/ iierebbefi benignamente fofferire per amor del llile ch’era fi bello & florido. Deh buon’huo-modisfiioall’hotta alquanto fdegnofetto,felice llile chiameralfi un Itil confufo, pieno di chente, di horreuole, aueneuole, anendeuole, guari, inliememente Si téfle f florido llile chia/ merasfi non effendo atto,d fcriuere altro che fncetie, nouelluzze, buffonerie, Si fimili chian chie (felice llile chiameralfi bene con migliòr ragione quel delfignor Mario Galeota, florido llile diralfi ben meritamente quel di monfi,/ gnor di Catania, li quali ricfcpno facilmente per cantar gelliheroici, per comporre comedie, frriueretragedie, far dialogi, trattar cofe facre Si anche tradure di una lingua in l’altra, Si co/ fi uogliono effere li Itili, & non folamente atti cicalare K dir la nouella di Frate Cipolla, o’di [p. 91r modifica]mi DE PARADOSSI 3») 9, Calandrino. Conchiudo per tanto che chiunque ama lettione grane 84 honefta 84 difidra ueder parole elette, piene,rotunde.ueftitedi fplendi disfime figiue 84grate metaffore, non leghi mai il Bocaccio, anzi lo fughi 84 più che la pefte fchi ui quefta cicala, guardili da quefta lingua fra/ cida dalla quale non s’imparano faluo che triftitie, ruffiafimi,84fporcitie,neperaltro fupo fto nome al DecameroneilPrencipe Galeoto, fe non per che fi come l’innamoramento diGaleoto fu cagione che dui ftretti parenti carnalmen/ té fi congiungeflero, cofi quefto libro per effer molte uolte mez.ano di fimili colè, fu giudicato degno di cotal tittolo. Deh come gode il giot/ tone quando parla di qualche faporito mani carette, 84 come tutto fi diftilla di dolcezza quando parla di Cifti fornaio 84 del fuo buon uino bianco,84quando eglidifcendea’ragiona re del rimettere ii dianolo nell’inferno, parui cheilribaldone ne fanelli come un’huomo che fogni (ben mancauaci queftofciagurato, il qua le con lefuecantafauolenefuegljaffe alliappe titi difordinati,cipoteuapurbaftare l’effer figli noli di Adamo, 84 di quefta corruttibil maila formati,fenza altri folfanelli 84 allettamenti, 84 forfè che non lo teniamo ben caro? forfè che ui e’ gentil donna alcuna che nonfel tenga nel carnei tino legato in oro, con linnftri difeta,li Frante fi l’hanno tradotto nella lor lingua. Spagnuo!» [p. 91v modifica]e»£ IL SECONDO LIBRO l’hanno riuolto in linguaCaftigliana, & pardi/ sbonore à qualunque ben nata^fignqra fe ella non ha le nouelle del Bocaccio à niente, e’ che frutti poi fi cauano da fi honorati (ludi( Adulte/ rii,facnlcgii,putanefimi,fodomie,&altre belle cofe alle predette fimili,tcniamolo adunque ben caro, facciaitioloftamparein carta pecora,8C conlefigure fottilmente fatte,per che meglio s’imparino i fanti eflTempii,8f uirtuofi documen tich’eflbne da,òpazzi noi,anchora non faccia mofinedi uaneggiare,anchora non refiiamocapaci,cheil ftilefuonon fia punto da pregiare,cì cheaffannojòcheisfinimentodi cuore mifento hauere quando alcuno odo, che Bocacceuole mente parli, io per me, afcoltarei fempre più pacientemenre parlareun Genoue fe,un Bergaraafco,un Milanefe, et un di Piamonte.Non’fo noadunq^degned’ef fer lette l’opere di Gioan Bo/ caccio, ifpetialmente le fue cento nouelle •tanto da fciocchi huomini prezzate. [p. 92r modifica]mi DE PARADOSSI 3*3 92 CHE L’OPERE Q.VALI AL prefente habbiamo fotto nome di Ari ftoteIe,non fieno di Ariftotele. ài Or queftofi che parerà trop/ I po ftrano Paradoffo,SC da/ I ra puraffaichedire ànoftri I AriftoteJici,84 a me anchora I prima che più fottiJmente I cioinueftigaffijhaurebbeda ijto moltoda penfare,maho ^:1 tutto rifoIuto,merce del fede le Strabene, 84dottoPIutarchodi quali aperta/ mente natane che l’opere di Ariftotele gran tem po fa fi perdcffeto, necon altro fi filofofaffe, fai uochecon certi fcartafacci di alcuni uecchi pe/ ripatetici. Poteuami per certo baftare’ilteflimonio di dua fi ualenti litterati a’farmi ciò credere, anchora che foprauenuto non uifuffeM.Tullio col diligentiffimo Simplicio, li quali m’hanno talméte in quefto mio parere cófermato, che di ninna altra cofa panni effer più certo 54 p fofté tar tal cofi ardirei di porre il capo mio ad ogni rifchio.Scriuendo Tullio a Lcntulo dice d’hauer cópofto l’Ora tore i n dia Iogo fecond o il coftu me di Ariftotele, hor fe Ariftotele hebbe tal coftu «efaracredibilcofacheinolti uolumi,84 non [p. 92v modifica]iWi IL secondo librof»> un folo n’habbi fotto ta! forma fcritto 8C pur nó feneuede akuno.SimpIicio parimenti afferma ch’eglifcriuelTeindialogOjionó uego quelli dia logi in alcun luogo, ho pur anch’io quando ha ueua più del fcemo che al prefente non ho, riuol to la mia parte di quefli libracci che uanno fi p fìintuofamente fcorrendo per le librarie, ne mai ho ritrouato tal forma di cóporre, dilche m’ho affai marauigliato, ifpetialmente effendo ufan za ne que tempi di fcriuerein dialogo, come li uedein Platone, Senofonte,Si altri moki,di più il medefimo Simplicio interpretando e predicamenti di Ariftotele cita la Parafrafidi Androni co,la qual tutta confesfi col tefto qual bora hab biamo,Si difcorda dal teflo di Simplicio, donde parui euidentecongietturachedi Andronico fia no SC non di Arillotele.Rideuomi adunque me/ ricamentela fiate paffata effendo in Roma, SC iieggendo difputarfi tra li primi filofofi, fe li pre/ dicamentidi Arifloteledoueffero effer preporti opofpoftiallametafifica,o quiftion degna d’ef ferafitrauagliofitempi difputata nei cofpetto de tanti reuerendiffimi Cardinali.’poi chedi An dronico fono h predicamenti, & più frafche de ttoui fi uegono che frutti. Simplicio anchora, ne! preallegato libro, parlandole gliVniuoci, cita latte poetica di Ariftotele, Si ladifinitio n^ifaaleffo da in quell arte deprefati uniuoci, leSo hoioquellapoetica SC più uolte riletto,ne [p. 93r modifica]If) DE PARADOSSI 3*>»? maini ho trouato cotal cofa,quelli adunque non fono e neri A riftoteli.Ritorno hor di niiouo a M.Tullio,ilqual fcriuendo ad Attico, 8C delle fue opere parIando,narrad’eflTer ftato configlia to di farcome Ariftotele nella politica, il quale, hauea fatto dir adaltriii ne que libri ciò che egli non approuaua, & effo hauea diftefamente fcritto tutto quel che uero giudicaua, doue fimil mente fa mentione dell’ufanza qual Ariftotele hebbe di fcriuere in dialogo. Veniamo ancho/ rapili auanti, fcriue egli nelle Tufcolane parlandodelfin noftro,8f dice,uengane quel fiu me d’oro di eloquentia, 8C in molti altri luoghi fempre lo allega, come eloquentisfimo,politiC fimo. STpienodi ogniuago ornamento,e doue confifte quefta tanta eloquentia (doue fi uede quefta larga copia di oratione (qual huomo e/ fercitato nella lingua Greca confeffa,o ammi raqueftofplendoredi parole? tutti confeffano ben uolentieri,che elle fieno conueneuolmente proprie, ma non pero molto eleganti 84 dolci. Fu per quefto da molti filofofi giudicato,che lo libro del mondo non fuffe di Ariftotele, per effer affai più degli altri terfo 84 facondo ifpetialmenteeffendoui dauanti il prohemio, 84 fa cendofi di quello, ad altrui dono,cofa da lui negli altri fuoi uolumi non ufata, non e anche folito Ariftotele di far prohemii longhi, ne di pomi lo nome di alcuno, Veniamo hora alli [p. 93v modifica](Wi IL SEC ONDO LIBRO Problemmi doue fi ripetteno molte uolte le medefime cofe,8i con ragioni fredde,&fciocche. fcioglionfi alcune nane quiftioni,cofa aliena da fi gran lume d’ingegno. Si da fi profonda dottri na comeilcnmune gridogli ne da nàto. Tullio anchora, il cui teftimonio appreftb di me e dì troppogran pefo, nelle difputationì Tufculane (checofieffole chiama. Si non quiftioni ) dice apettaméteche li libri de Moralifurono fatti da Nicomacofuo figliuolo marauigliandofi di chi altrimenti giudica, come fe il figliuolo non poteffe Si in dottrina. Si elocjuentia rapprefentare il padre, dice anchora di più,d’hauer Ietto e libri da Ariftotelefcridti, della natura delfiDei, Siliorqua, horla buona parte ne traduce. Si non dimeno chi ha fatto quelli falli Ariftoteli,ha di mano in mano rifferi to Si concatenato l’un li bro all’altro, incominciando dalla logica,Si figliendo a libri della fifica,del cielo,dell’anima della generaticne Si corruttione, defcendendo poi a gli huomini, Si alli animali irragioneuoli Sicoteftoel’ordinechefi uedeper tutti e fuoi li bri,ma più apertamentenellefue meteorologie, cofi dicendo. Habiamo già difputato delle pri me naturali caule, d’ogni naturai mouimento delle ftel!e,de gli Elementi corporali,8i delle fue fcambieuoli operationi,della comune genera tione Si cortdttione, refta bora difcendiamo pm baffo, Si nel principio de fenfo Si fenfili/ [p. 94r modifica](•{ DE PARADOSSI. 3*3 «»4 bus il medefimoprocefTo afferma,S4 pero fe que fti quai al prefente habbiamo,84 con tanta riue/ rentia uanno per le mani de ftudiofi fiiffero e ueti libri di Ariftotele,trouerebbonfi quelle fue co/ feche citate fono,?/ alla materia trattata in quel li che noi bora leggiamo fi appartengono,et pur in niuno luogo fi troua doue egli trattcaffeMi que fta natura de Dei,altri pasfi mi occorreno per ciò moftrarui anchora più copiofamente,ma perchè ueggio inche dotti fecoli uenuti fiamo,ho penfa to fia bafteuolel’haiier con quelli pochi luoghi acennaro.fenza altra opera de fillogifmi ouero didemoftrationi. GHE AR. ISTOTÉLE FVSSE non folo un’ignorante,ma anche lo più maluagio huomo di q Ila età’. 3 Armi già d’udir rifonare di lonta i noegridi,dalli, dalli, al pazzo,’ ì al temerario,al quale,none’ bafta ^1 to quel che infin’hora ha fi prò/

a funtiiofimente detto,eh uuole an

chora porli più aiiàti,?/mettere la 1 occa i cielo, ma io nó mi sbigottito già p fi nani rumori anzi faro eòe fogliono i corbachiói de càpanili,lafciato [p. 94v modifica]FA» IL SECONDO libro FA altrui gracchiare a fuo piacete,& io attenderò a’ cali miei,non poflb pero fare che gran pietà’n5. habbia di chi fi lafcia coli facilmente cattiuare l’intelletto,Si legare il giuditio,di maniera, che come fi conuerrebbe,non difcorra,ma fu fempre quefto un’antico errore Si credomi introdot/ to fuffb dalla Tirannia di Pitagora, il quale non fapendo per auentura render ragione di ciò ch’egli moftraua a’fuoi difcepoli,uoleua baftaffe ch’effbdetto l’haueffe, fenza altra ragione àffegnare. O temerità infupportabile, o tirannia incredibile, qual Fallando qual DidHifioha urebbeofato di portai legge afuoi uafalli’Trop po gran uanita nel uero e la noftra,Iegandoci da noi ftesfi,quelli erano aftretti dalla potenza Si autorità delmaeftroc’hebbeuningegno tiranni co,noi fpontaneamente comefe l’intelletto no/ ftro del tutto ociofo fufle, habbiamo meffo il collo fotto il giogo ponendo in catedra quefto animalaccio di Ariftotele, dalle fue determina/ rioni, come da un’oracolo dependendo, ne ac/ corgendoci ch’egli fia un buffallaccio, ignorantone^altuttoindegno di tanta riuerentia, Sidi tanto rifpetto quanto gli e fiato daftiocchì hauu to, non mi po per anchora in alcun modo ccfla re la marquiglia di chi dotto l’ha repputato, effendo gli errori fuoi Si tanti Si fi manifefti. Sfor/ zerommi di narrarne alcuni Sirie più leggieri che ui fieno,che fe raccontar uolesfi quanti tiene [p. 95r modifica]3*1 DE PARADOSSI. 3*)pj fono,credo che affai più ageuole mi fora l’anno.uerar le ftelle del cielo. Ditemi un poco faggi Ariftotelicijtu in prima Auerrois che gli facefti il gran comméto,& dicefte chenell’opere di que fto tuo nouello Iddio, non fi era mai ritrouato errore alcuno,non erro egli bruttamente dicendo che lo feme daua folamente lo principio mo le, fi che egli haueffe ratiuoalfanc gion fol di opifice 84 non che di quello fi compo neffe l’animale? Dimmi bugiardo Auerroe { nó erro egli rendendo la ragione della fimilitudine c’hanno i figliuoli uerfo le madri’ non ha egli ff milmenteerrato fi pertinacemente affermando che li tefticoli inutili fuffero alla generatione del femefDimmi barbaro non comife egli grane error fciogliendo la quiftione perchè rie’ rimang.i il corpo effeminato fegati che fieno gli tefticoli’ ha pur anchora errato dicendo che lo principio delfpontaneomoiiimento,S4 delfenlb,fuffe nel cuore, apparendo percertisfinie dimoftrationi effer nel ceruello. Deh come appasfionatofem pre ti moftrafti uerfo quefto tuo indotto precettore,Narra Laertio nella fua uita, che eglihabbi fcritto quatro cento uolumi, non diro già io per hora che Laertio ne menta, diro ben ch’egli fuffe poco accorto non aiiertendoche abufando effo del fauore di Aleffandro facheggiaffeipeL fo di buone librarie, 84 compraffe de libri antichi, non gli niancauanodanari,hauendoa fare [p. 95v modifica]mi IL SECONDO LIBRO F*; con quel buòno huomo di Aleffandro, che ha/ Uea pofto ogni fuò piacere in donare, fi coniedprincipi moderni, pongòno ogni lor diletto in rubbat l’altrui, per quatto fauole che dettogli haueffe,gli haurebbe dato la meta del fcetrò, buon per effo che ne que tempi uenne, erbora non fo fe cofi facilmente gli riiifciffe, di manie/ ra ueggio è lìgnori noftridiuenuti più auari che il fiftolo,&r più riftretticheil giaccio, furacchia ua poi da libri che compraua, & di pergameno in pergameno traportando, era di necesfita che infinitierrori fi commettelfero, percioche nón fapendoilbricone,lettere,non fipoteua dileg gieri accorgere fe fedelmente fi trafcriueflero ò non, cofi nacquero ne fuoi libri molcisfimi falli, quafi inlupportabili alle erudite orecchie, come farebbe,che l’origine de nerui fuffe nel cuo re,Kche d’indi,la uertu nutritiua,come da fonte ne ueniffe, di qui auenne forfi anche l’a/ bagliaifinel riferir lecaufe della uifione. Si fimilmente nell’annouerare le parti dell’anima, falfamcnte da lui faculta chiamate, conciofia che tutte infieme unite, tal nome non poffano meritamente ottenere,il che appare nel conflit* to di effe. Si nell a uettoriache dal conflitto ri/ fu Ita. Fece pur anche fallo degno di gran corret tione nel narrare la necesfita del ceruello, Si di/ cendo che il polmone per fe fteffo fi moueffe,ma quelli fipombbonodir peccati da caftigarefùl [p. 96r modifica]mt DE PARADOSSI. 3iv 96 conia sfcrzajrifpetto a gli altri quai fece parlan do della proportione delli elementi, raginando del circolo latteo,difputando dell’arco celefte, faiuédo del numero de corpiche riempiono luo go,& trattado nella fua loica della dimoftratio ne oue biafma la dimoftratione circolare, & poi nella fua perfetta dimoftratione uuole che le pre mifle fieno conuertibili,di modo che forza fara oche nulla s’impari di quefta tal dimoftratióe, oche circolare diuenga. Finalmente qtieft’arca di fcientia,quafiin ogni parte delle opere da lui fatte,con matemattichc dimoftrationi riprouar fi potrebbe,84 noi pazzarelli l’adoriamo come un idolo,84 allefuediterminationi,come a refpS fo di oracolocbiudc ogn’uno la bocca,e posfibi/ le,odotto Simon Portio checoltuo bdiisfimo ingegno nó babbi penetrato mai fi auanti,c’hab bi conolciutocbequefto ruotante familiare Ari ftoteIe,fuffe un bue’hai tu deliberato di morire in cofifatti ftudi ’ deh uolge akroue l*aio,ne cófentire che il teftimonio tuo gli dia più autorità di quellochefirihoradatoleha,chepur troppo e ftata. Sempre (micredo io) faremo fanciulli, fempreche quefto moftro fega prò tribimali l’e ptirgran cofa cheakun nó apparifca a fidotti té pichenelofcacci,sfacciane rauedere 84 della eccita noftra,84delle fuemolteinettie. ScrilTeil triftojnelfettimode fuoimoraIi84a Nicoma [p. 96v modifica](Ai IL SECONDO LIBRO F*> dio fuo figliuolo fcriffe,die il farfi dar (le pefche non fuffe uitio,ifpetialmente fe da fanciullo ui fuffe auezZo(fi come uitio non era nelle femine lo congiungcrfi con l’huomo ) è doue hai tu ap prefo fi maluagia 8i diabolica dottrina (halla tu forfi apprefa da Platone’il quale, nonfu pero molto miglior di te,8£gracchino pur quanto uo glionoJiPlaronicimoderni, paionti quelle cofe da fcriuere àfigliuolifo’gentil filofofo chtulèif ò coftumi dilicatifScriue anchora quefto ualent’huomodella fodomia nella fua politica, 8cin tal maniera ne fcriue,che fecondo il giuditio di a}’cuni( più di me acutiinueftigatori) come cofe alle Repuhiiche utile l’approua,& pare indubi/ tatamétech’egli lodi quelli che tal cofe iifeno,p metteiltrifto,e’diuortii,negal’immortalitadel l*anima,& concede la felicita’ nel ftato prefente. Scriffetre libri dell’anima, 8c tutto fi occupa nel rifiutare l’altrui openioni(fi come far fuole) ne altrotrar fe nepò, feluoche ella fen uiédi fuo ti,8C nó e’ cauata dalla potentia di effa materia, dandqmoiunadiffinitione più tofto efplicatma dell’effetto,che della natura della cofe,non l’ha urebbe data il più inetto fofifta c’haueffe mai alcuna fcuola.Scriffe quattordici libri di Meta/ fifica,miri chi ha intelletto che frutto fe ne ricol/ gafua egli animofemente hor quefto, hor quel/ I o taffando, per riempir il foglio,credendo for/ fe per hauer arfo tanti buoni libri, che li fuoi fui’ [p. 97r modifica]DE PARADOSSI 97 ti non ii haueffero mai à fcuoprire. Scriffe pari menti de ueneni,nella qual cofa credo fu ffe affai bene efperto come quello, che ad altra parte po ftonon haueffei ftudi, 84 indirizzati li penfieri fuoi che a’malefitii,84 ad ogni forte diribalderie con ueneno poi di tal qualità fatto che reggere nonfipoteffefaluoche fopra d’una ungliia ca uallina a ueneno Aleffandro magno,un fignor li ualorolb,84 liberale,dal quale era tenuto in riuc rentia come padre,ò più d’ogrialtro ingrato,tra ditore,perfido,84 disleale,come ti daua il cuore che pei opra tua moriffe il tuo padrone’dal qua le ti era nata tutta la reputatione,nó ti foueniUa all’hora delle molte gratie fatte a Stagira doue nafceftipertuoamorefnonti foueniua checffen do un furfantello figliuolo d’un fpetialfallito ti haueffe fatto fopra ogn’altro tuo pari 84 ricco 84 honorato.’Et perchè credete uoi ch’egli comete! fe fi graue ecceffofnon per altro ueramente faluo perchè gitto dalle fineftre Califtenefuodifcepo]o,paruichebaftantecaufafuffeper condurlo a figranfalIo’eraCalifteneun giouanetto greco, tutto baldanzofo, molto uago di afpetto,84 da Ariftotele amato più che la propria uita.’col quale84giorno84 notte conuerfaua.ne mai fi uedeuano difgiunti, di modo.cheper tutta Ate ne, fi diceu a, che più facil cofa fuffe a uedere il concauo feparato dal conueffo, che Ariftotele da Califtene difgiunto, a che offitio poi l’adope [p. 97v modifica](Af IL SECONDO LIBRO FA» raffe, lo uoglio pili toftó lafciar altrui penfareche con la penna mia manifeftare, ma noncre( diate già che fol uerfo Aleffandro ingrato fuffe, percioche ingratiffimo fu anchora alfuomaeftro Platone, della qual cofa dokndoli,diffe più uolte,ch’egli faceua come far fogliono i pulcini, li quali, dano delPali alla chiocchia, poi che da feftesfi trottano che beccare, che dico io dell’ingratitudine.-egli fu ilpiu uitiofo huomo c’hauef fe maifecolo alcuno.Ho letto in alcuni fragmen ti Greci che quando coftui nacquc,appari nell’a. ria a’mezzo giorno una ftatoua d’un’huomo con un libro in mano alla riuerfa, con la lingua cauata fuori, barbuto folamente la metà del uifo con la fronte di piombo, con gli occhi di ferpen te 8i fottoe’ piedi teneiia un fcuto doue pinto fta nano fole,luna, 8C {Ielle,corfero all’oracolo perintendereillignificatodella moftruofa flato ua,a quali fu rifpofto che l’apparita ftatoua fignificaua il nafcimento del più fcelerato huo/ mo che mai nafceffe al mondo, il libro ch’egli tiene alla riuerfa lignifica chefara un filofofo fimulato Se indotto, la lingua in fuorifpinta,da adintendere l’immoderata loquacità Se maledi centia chegh hauera,lafronte’di piombo,la sfac ciatagginefua diinoftra,gli occhi di ferpente.del la dlnofacuriofita fanno piena fede,la poca bar barapprefenta,ch’egli babbi da elfere effemina tq se impudico, il fcutoc’ha fotto e piedi mo/, [p. 98r modifica]im DE PARADOSSI 3A» 5g ftra lo difpregio delle cofe diuine, fu cercato di ligentemente doue fufle quefto nuouo parto, 8C ■ -1 tJelmondo,mai fi puote ritrouare quefto infelice,]] quale effendo perue nuto poi all’eta uiriIe,innamorofl*i d’una sfac ciata meretrice detta per nome Hermia,et talmé te fe ne inuaghi, che prefe ella un giorno ardire, di porgli la fella fui doflb.caualcarlo,ftratiarlo 84 al tutto uituperarlo,a coftei finalmente fece fa re ordinatamente tutti li facrificii che far fi fole uano alla Eleufinacerere,paiui che queftofulTe inditio d’una mente pia( d’unanimo religiofof eflendo adunque delle diuine colè fi granfprez zatorefnon ui pareche meriti che li noftri reue rendi baccalari ad ogni parola l’habbino in boc ca, d’altro non fi ragioni per e chioftri loro,ne al tro s’oda per e pergami allegare. Fu dimandato una uolta eflendo io in Padoua, a’monfignor Bembo,perchè non andafle la quarefima alle predichei’rifpofe egli incontanente, che ui debbo io fare’pofcia che mai altro non ui fi ode che gar rire il dottore fottile contra il dottore Angelico, 84 poi uenirfene Ariftotele per terzo,a terminare la quiftione propofta.Peniàrono già alcuni fra tocchi brodaiuoli,non poter far meglio che in iiecchiareintal lettione affermando fenza Ari ftotele non poterfi intendere la fcrittura fanta, ne mai hauer huomo alcunofper acuto che egli fuffe)potiito intendere la materia della prede [p. 98v modifica]mi IL SECONDO LIBRO FA» ftinatione cógiunta col libero arbitrio, SC cofi lafciauano il fanto Vangelo,abandonauanolaBib biaper attendere a fogni di quefto babualTo,fo pragiunfe poi M.Lutero fenza fauore di Atiftote le/cnza foccorfb delle formalità di Scoto, folo armato delle fcritture fante à fuo modo intefe,et uolfe in fuga tutti quelli reuerendi theologiAri ftotelici,di Lipfia■> di Louanio,8f di Colonia,fa cendoli rauedere quanto fia gran fallo lafciar il granojpermangiare dellegiande.Fu coftui per l’ofcurita fua detto fepia,percioche fi come la fe pia fparge non foche di tintura fotto il uentre raCcolta,per non lafciarfi prendere da pefcatoti, cofi quefto ualente filofofo,per non lafciarfi in/ tendere,s’e tuttoinuoltonelletenebre dell’igno rantia,nella quale fidandofi,fcrilTe ad Aleffandro,non fi piglia(Tedifpiacere,fepublicato ha/iieai libri della Fifica, percioche intendere non gli potrebbe chi dalla fua propria bocca udito non gli haueffe. Credo certamente che ne ancho ra egli,lVÌBtendeffe, per effer confali, Sirapezza ti da uari ferirti de antichi Creci.Hor fu conchiu diamo tofto ilfatto noftro, ne confumiamo ho/ ramai più carte in parlare della poca dottrina c’hebbe fi famofo filofofo,ne de,fuoi mali coftu/ mi, li quali talmente in Atene fi fcuoperfero, che fe egli non fene fuggiua,era ignominiofamen te con ogni forte de fupplitiileuato dal mondo, SC cofi difperato fuggi in Calcide,doue un gior [p. 99r modifica](Wi de paradossi fa» 99 no confiderando di hauer perduto larepùtatio/ tie,qualhaueuapertutta Gretia,8f non effer horamai più luogo douefecuramente poteffe ha bitare,effendouicino al fiume Eurippo,trap/ portato dalle furie che lo guidauano, agitato dalli acuti ftimoli della confcientia che per tan/ ti malefitii Io trafigeuano,Io rodeuano,et lo fpol pauano, gittosfi nel fiume, 8£ affogosfi, cofi rimafe i 1 mondofmorbato di tato lezzo, et quel la brutta anima fu da crudelisfimi dimonii ftra fcinata alle douute pene, quali fugito haueUa il malcompoftocorpo,uadinohora efrati componendo e libri della fallite fua SC della teologia di Ariftotele, dica pur ilTrapezontio di mente di’Gregorio Nazanzeno ch’egli fia filuo, che io per me non lo poffo credere, Souiemmi d’hauer udito che un fanto Romito cheftaua ne deferti di Tebaida,pregaffe Iddio gli moftraffe qual fant’huorao nel paradifo haueffe il più honora/ to luogo,compiacquegli il fignore,il qualemaii care non fuole d defiderii de fuoi eletti, dilche, rimafe grandimenti confolato, d’indi a pochi giorni, ueneglidifio di’fipere qual fuffeil più tormentato corpo nell’inferno, SC fugli in ui/ (ione moftrato Ariftotele in habito da filofofo, il il quale tre uolte al giorno era fpogliato ignudo duramente battuto,pói in più parti minutaméte tagIiato,della lingua fe ne rapolliua le più immonde partagli occhi erano pofti peruerfaN iii [p. 99v modifica]mi IL Secondo libro 3*> glio 8C faettauanfi con accutisfime faette, de capelli 8£ della barba fe ne ficeua un ftrofinaccios ma che miracolofa cofa era quefta. che in qua» lunque particella dal tutto diuifa, era per diui/ na uolunta quel fenfo ch’effer foleua in tuttoil cor’po,erano poi finalmente gittati que pezzi in un’acqua bollente,84 l’afflitto corpo ritornaua intiero & fano, 84 cofi tre uolte al giorno fenza mai fallire firitrouauano quelli duri fupplicii, & fino al giorno prefente credo continuatamcte durino,rimafe il buon romito tutto pien diftu/ potè, 84 rimentandofi di hauere nella fua cella, nonfoche fuoi fcritti,gittoliinc5tanente nel fuo co, 84 cofi di buon aiore elTortarci ogn’uno a’ far il fimigliante, 84 lafciar ftudi fi nemici della religione, 84 de buoni coftumi, 84 donde niuna fana dottrina imprender fi poffa, creda adunquefermamen tcogn’unoch’e gli fuffe non foloignorante, ma il più federato

huomo di quella età. [p. 100r modifica]

CHE M. TULLIO SIA NON SOL

ignorante de Filosofia, ma di Retorica, di

Cosmografia, et dell'Istoria.


PARADOSSO.   XXX.


Lando - Paradossi, (1544) (page 207 crop).jpgOn dubito certamente che molti non si habbino da maravigliare, che anchora fatto non habbia la pace con M. Tullio, qual già sono poco meno di dieci anni ch'io mandai con suo gran scorno in esiglio, et feci vedere al mondo, quanto egli s'ingannasse nel stimarlo si dotto et eloquente, ma poi che tuttavia piu mi confermo in haver mala openione di lui, havendo à di passati tolto à flagellare Gioan Bocaccio et Aristotele, mi è paruto anchora ben fatto di dargline un'altra risciaquata, ritrovando nuovi errori che all'hora non havea ben avertito quando scrissi il dialogo intitolato Cicerone relegato, et di più mostrandolo ignorante di Filosofia et altre utili discipline, cosa che forse agevolmente non sarebbe stata da alcuno creduta. Egli e gia gran tempo che sparger s'incominciò la fama che M. Tullio non sapesse punto di filofofia, dalla qual fama, ne fu in buona parte cagione Aurelio Agostino, che filosofastro molte volte lo chiamo, ne mai degnollo [p. 100v modifica] del nome di filosofo, benche esso (che tutto fu composto di giattantia. et vana gloria vantisi temerariamente che molti de suoi libri (spetialmente le orationi) ne sieno piene, ma vegale chi vuole, essaminele diligentemente, et poi mi dica, quanta filosofia vi havera dentro raccolto. Esso primieramente riprende Panetio c'habbi lasciato di comparar dui honesti et dui utili insieme, parendogli troppo gran vitio che un si famoso et eccellente filosofo,nella divisione delli uffitii lasciasse questi dui membri, ma certo che esso e di molto maggior biasimo degno, non havendo considerato esser impossibile che acaschi a far tal comparatione non essendo mai gli uffitii senza qualche attione, la quale ha sempre di necessita et luogo et tempo. Hora se noi avertiremo diligentemente, trovaremo che quelle cose che ci paiono simili et amendue o utili o vero honeste, doventano contrarie et l'una di loro si cambia in dishonesta o ver dannosa, darovvi l'essempio, accioche meglio si scuopra l'ignorantia sua, et io sia meglio inteso. Se essendo noi in una camera inchiusi stessimo ragionando della miglior creanza c'haver debba un cavaglier d'honore, o divisando della riformatione del stato ecclesiastico, et venesse alcuno infretta picchiando la porta, et dandone nuova che gli nemici fussero già dentro alli ripari, o vero che nelle vicine case fusse posto il fuoco, non lasciando il [p. 101r modifica]pt) DE PARADOSSI 3*3 101 re per dar foccorfo a’ bil^nolì,S4ripararea’peri coli, non peccaremonoi graucménte { non do/ ’uentarebbe l’un di quelli offitii del tutto uitiofo i fi farebbe ueramente,dicciamo anchora più oltre, egli puofe quattro uertiì, cioè’ prudentia, giuftitia, fortezza, SC temperantia, ne fi ricor/ dailftordito, d’hauer fcritto bruttamente fare, chi pretermette nelle diuifioni cofa ueruna, ol/ tre che noi ueggiamo tutti gli migliori filofbfi undecida necesfita aftrettihauerne pofto,non le raccontato già per hora,di ima in una, poten/, dole ciafcun uederein Ariftotele,84 primain Cri fippo,in Dicearco,in Senocrate,in Teofrafto, 84 altri tanti,di qualunque migliorfetta, andiamo più oltre,nel quarto libro delle difputationi Tu fculane,riprende orgogliofamente gli dotti peri patetici, perchè affegnarno le mediocrità delle pasfioni a noi fi utilmente date, 84fenza lequali,gli huomini poffedere non poffono uertu al/ cuna, ne fi auede (il mifero) che chiunque ^tolge le mediocrità delli affetti, tolga le uettu, neci ri manga più chi procuri difouuenir alla patria, lieuafi l’amore a figliuoli, non amanfi più gli amici,84moltealtreco(è honefte pretermetten/ fi, non faprei per mia fe, dir quanti brutti falli mi fi Icuoprino, tutte le uolte ch’io mi pongo à leggerlo,]! che per non perdete in tutto il tempo, faccio men fouente ch’io poffa,mi pare pur ftra/ no ueder in fi famofo fcrittoxe una tanta negligé [p. 101v modifica]IL SECONDA LIBRO FA» tia,degna d’elTer caftigata,non con femplici rini procchi, ma con accerbe battiture, ch’egli fuffe, comeio ui dico nel fcriuer trafcurato non fi ere* ’ da a me,ma credali a lui fteffo,il quale, effendo da dotti amicicorretto Si ammonitolo confeffa ua l’errore, nel qualeera trafcorfo,transferendo ne laeolpaalla fua,ftnemorataggine,ofi fcufaua con l’addur qualche altro fimile a lui mentecst to,il che in molti luoghi dell’opere fue appari/ fce,de quali, perconlìrmationedella uerita ba/, fterammialprefenterecitarneunojouer dui,8£ & cofi ammonire e diligenti lettori ad offeruarne quafi infiniti per l’opere fue fparfi, dico adun que non effer hoggi,huomo al mondo che habbia punto di cognitione delle cofepaffate, il qua le non fappia che gligiurifconfulti antichi uolen do tenere la profesfioneloroin qualche riputa/ tione haueffero ordinato certe formole, & certi giorni,ne quali fi poteffero folamente proporre le attioni dauanti a giudici,et quelli ridotti incer ti lor libri,che Falli chiamauano, effer poi ftato uncertoPkbeiOj il quale, fendo lor fegretario, rubbo quelli falli,Si gli diuulgo al popolo,?£ fu tantogratoqueftodono,che non oftante ch’egli fuffe ignobilisfimo,il popolo lo feceedile Curru ledo nome di coftui non e cofi ben noto, credettefi già ch’egli fi chiamaffe Cn.F!auio,& cofi ere dette l’autore della origine delleleggi,”n e dot ti fepeuano che nó fu Flauio,tuttauia Cicerone [p. 102r modifica]m DE PARADOSSI ft) ioj orando contra Sulpitio,notninoGn.F]auio aiii* «ore del don già fopra dettò, dilche, fcndopoi riprefo da Pomponio Attico,ch’era peritisrimo delle antichità Romane,fenefcufa coll dicendo, DiFlauioSfde faftì,fendo altrimenti,e peto co muneerrore,tu certamente ne diibitafficon ra/ gione,84noifegi!Ìttiamo l’upinione quali publi ca,come fono moke cofè appreffo de Greci, Se fe guita narrando.Chi e fra quelli che detto nóhab biaEupolifcrittordiComedienauigando in Si cillia,effer ftato gittato in mare da Alcibiade,ia quakoGi Eraftotene riprende mofttando ch’egli habbi fcritto delle comedie doppo quel tempo, 84non cfserè perciò fchernitoDurioSamio, buo ino nell’ìftotia diligente, hauendo con canti et rato ( chi non ha, dice anchora fimilmente forit to,efserftato Zaleuco legislatore de Locrefi; 84 non efsere perciò meno iftimato Teofrafto fendone di ciò riprefo da Timeo.’ quefte fono delle fcufe che fa M.Tullio, in diffefa della fua brutta negligentia, ma quanto haurebbe egli fatto meglio a pigliare un poro più di fatica per non commettere limili errori, che durarne pofcia tanta in raccorre quelli de gli altri, pet ifcufarfemedefimo.Ildetto M.Tullio egual/ mente anchora negligente nella Cofmografia, come in tutte l’altre cofe, hauea fcritto che tut te le citta del Pe loponefso ( c’hoggidi fi chiama la morea) erano marittime, dii chefendo ripre [p. 102v modifica]fa» il secondo libro fa? fo da Attico. fi fcufa dicendo, lo dctticredenza alle tauole di Dicearco huomo dal tuo giuditi® approuato, qui prego ioqualunqne leggera lo prefente ParadolTo,auerta non folo alla neglige tia di queftafche far non poffo ch’io non dica be ffia)ma anchora all’ignorantiafua conciofia che diffendendoficon l’hauer creduto a Dicearco,re citi le parole per le qua li fi moffe a’ credere fi gra de fiochezza come farebbe a’dire che in tutta la^ morea paelè grandisfimo, non ui fuffero citta’ faluochc fui mare, fendoui infiniti altri ottimi luoghi,colì adunque dice Tullio. Narrando Dicearco laTrofoniana di Carene riprende gli Greci in quefto, che feguitaffero tanto il mare, non eccettuando luogo alcuno. & anchora che mi piaceffe I’autore,per effer grandisfimo iftori/ co,8i hauer longaméte uiffutonelPeloponeffo, tuttauia mene marauigliaua SC apena confidan domene lo communicai con Dionifio,il qual da prima ftette fopra di fe, poi hauendo non men buona openione diDicearcochetu di C.veftorio Si io di M.Clui!Ìo,non feci dubbio che nó fuffe da dargli fede, O ignorantia incredibile, deh leggete attentaméte il beftial difcorfo che fa que fto buon’huomo,Dicearco fi marauiglia che gli Greci habitaffero più al mare, che fra terra, Si quefto diligente inquifitore, quefto fi buono in/ tenditore, fubito fa la fua prccipitofa conchiufione, che non haueffero faluo che citta mariti [p. 103r modifica]V»3 dE PARADO SSI. 3*3 103 me,84difid[eral’eccettione, douelanon poteua in alcun modo cadere,84 forfè ch’egli non ne pre fe conliglio con un giuditiofo huomo,con un po lito ingegno,conciofia che anchora che in qual/ che luogo dell’opere fue rihabbi honoratamente parlata,poi che Dionifio Io lafcio di lui facen dofi beffe 84 fcherno hauendo pur affai per tem po conofciuta la uanita delfuo ceruello,inco/ minciollo a biafimare,84 per ignorante 84 leggie ro reputare,confeffandod’hauer affai guada/ gnato hauendo perduto fua conuer&tione, foggiugne poi tuttauia fcufandofi, 84 fa un’altro maggior fallo,dicendo, che quantunque fapeffe ch^e Tene, Alifena, 84 Tritia fteffero fra terra, hauer nódimeno creduto ch’elle fuffero di mio uoedificate,cóciofia che Homero nella rafegna delle naui n5 ne faccia mentione, quafi che le na Ili fi facefferp per ufo delle citta,che fono dentro a terra,o che Homero haueffetolto l’affuntodi difcriuere altro che le naui mandate dalli habitatari di Gretia uerfo il mare?84 aggiugnendo er rote a errore,diceche la Grammatica rhaingan n3to,facendocertefuefciocchediriuationi,quali lafcio uedere a chi non fia tanto ftomacato del lafua lettione quanto fonoiodi prefente. Ma quel che reciterò hora non potendoli in uerun modo fcufare, confeffalo non fenza fuo gran ui tuperio 84 fcriuendo ad Atticocofi dice, Bruto mi ha rifferito in nome di T. Ligario chefe nella [p. 103v modifica]AS IL SECONDO LIBRO FA? brationeligarianauifia appellato l„Caifidio,ef fer error mio, ma come lìdice per commuti prò. uerbio,errorperò di memoria, io credeua Corft dio effer congiuticisfimo con e ligarii, ma uego. finalmentecia’eimori dauanti,per tanto darai commisfionea’ latnàceva’Satuio,& Anteo che quel nome fia cancellato da tutti e’ libri,qui noti potendo il buon’hudmo ricoprirli,confeffailfal lo,dando la colpa all’effère fiiiemorato,& brut tamentee’collrettoa’Eir radere quello che ini prudentemente fi ritruoua d’hauer fcritto, certo che fe all’hora fu ffero ftate leftampe bifognaua far altro che coreggerfi doppo’l facto,qui e’nera mentedaconfiderare quanto egli fuffe profun-i tuofojofando fcriuere per uere, le cofe ch’einon’fapeiia,ne hauendo auertenza di farle rìuedere, anzi pili toftouolendohauerle.a’ coreggere,pò fciache Peràno diuolgatc,cbhumiIiarfì a pigliar neil giuditio di qualche dotti perfona di que tè pi,non poffocertamentepenfarecomefiaegliue nuto in tanta openione huomo litterato ap pres fo di noi, conciofia che al tempo fuofuffe lì pocoiftimato,&l doppo la morte fteffe anchora buona pezzain ninnariputatione,8£noi l’am miriamo tanto chiamandolo il padre dell’elo quentia,il maeftrodi coloro che meglio degli altri fapino Si fcriuereSS fauellare, Finuentore della P.etorica,& tanti bei tittoli gli diamo,che non ne ba tanti carolo d’Auftria, ma che’gli [p. 104r modifica]mi DE P’ARADOSSI, 3*1 ìo4_ antichi noftri di noi più accorti nel intendere,’& Éiui nelgìudicare,non Io ftitnaffero molto,mi/ ratequelchenediireMelTalIaCoruino, &quel che ne giudicamo Bruto &CaIuo, mirate il gin ditio che di lui fece pofcia Cor. Tacito compa/ randolo con certi retoricuzzi di poca fama,8C a quelli giudicandolo anchora di gran longa infe rìore.Tutti gli huomini di fenno maturo,in qua lunque fecole differo fempre ch’egli non ualefle nulla nell’arte oratorìa,teftimonio po di ciòefle re la fua retorica,deIla quale non lì uidde mai la iu fredda cofa, teftimonio ne poffono elTere le confente,prolilTo,ifj le periodi, rade uolte lì lieuain alto, di rado anchora lì rifcalda, noncamina l’oration fua ben riftretta, egli è lo più delle uolte fuperfluo,non argomenta uiua/ cemente,ne conueneuolmente colloca gli argo/ menti fuoi,fpefTo lì uede otiofo,84 uano, fuor di propofito il più delIeuoItelcorrendo[,uado qua topoIToratenuto,perhauerlo già’altre fiate al/ fai ben flagellato, ne mi giouomai di ripettere cofe per il paffato dette,84coli ne anche diro del la fu a uita, come egli fulTe fcandalofo, lulTurio fo,criidelé, auaro,84 amutinatore, ilche fugli più uolte detto in fui uifo, non ne parlerò dico punto,per haiierne gianel mio Dialogo Latino detto,fe nó quanto douea et poteua,almeno qua topo ballare per auertir il mòdo alnonelTer co [p. 104v modifica]A It SECONDO LIBRO FA» fi precipitolb nell’amare, SC per dotto illimare d’hauer udito h antologia C.Sulpitiojin geometria Sello Pom peio Si molti precettori in dialettica 8C nella ra/ gion ciuile, marauigliomi io affai come cercaffe d’hauer nelle ciuili leggi tanti precettori poi che fi da uanto di farfi in tre giorni perfetto giurifconfulto,ma poi che moflrato ui ho ch’egli fuffe ignorante di filofofia, poco dotto nella Retoric,’,mal cfpertonella Cofmografia et di più fine morato & trafcurato,prima che io faccia fine di fcriuere,intendo anchora di fatui cognofcerequa to fuffe mal iftoricomonhoiofofficiente ragio/ ne di poter cotefto affermarefpoi che non fi aue/ de il buon’huomo, che ne libri intitolati dell’amicitia,8^ della uecchiajatranfporti le età,8C ef fer faccia ad un tempo, chi in altro tempo uiffe, egli introduce Lelio Si Scipione a’parlar con C a tone delli durnncommodi che feco ne tiahe la uecchiaia,dimandoio,fè egli intende del mag/ gior Scipione, come può Catone difputar della uecchiezza, conciofia che alla morte di Scipione non fuffe anchora molto uecchioiSf s’egli in/ tende del fecondo Scipione nipote del primo,8£ figliuolo diPauloEmiliocome può farch’effo ragioni con Lelio giouane, conciofia che Lelio fuffe ne tempi del primo,SC con quello di fi firetta amicitia congiunto che pur gli piacque (come [p. 105r modifica]ym DE PARADOSSI FA» lo?’ (come un ueraceelTenipio di leale amiftà introF durgli a parlare infieme nel fuo libro intitolato dcll’amicitiaidi modoche sforzato mi pare al fuo difpettojo’formar dui Lelii)il che non fi truo ua apprefTo di alcuno iftorico,ò uer comettere difordine facendo parlare Catone come ueglio, effendoquali di giouanile età’, a quelle efprefle contradittioni,doueapiutofloporméte,chebef farfi di ArilloneChio c’haueffe introdotto Tito ne a’ parlare della mala eta’,(che cofi effo chiama l’età’ inchinata SC caduca)non e dubbio che Ari/ ftone quàtun^ rifuggito fi fia alle fauole de poe ti,nonbabbi almenointrodutto perfona dieta matura fecondo che alla propolla materia li con ueniua egliriprende faalmente altrui ne auertifce quello lofcoquatoefso fia molto più degno di riprenfione.ma quello fol non intendo che ba fleuol mi lìa per publicarlo ignorante dell’ilio ria,lo mollraro anchora pii^iaramente.Scriue nelle fue Paradofse che C.8ÌP. Scipioni fufsero dui ^opugnacoli della guerra Punica.ò ceruel/ lofattoalambicco,come poi tu quello li llrabo cheuolméte afermate, fendo morti in Spagna Si hauendo femprecombattuto per l’acquifto et per la diffefa di detta Spagna (io pet me,non fo doue ti hauesfi all’hotra il capo, non fapeuitu che la prima imprefi che hauefse doppo lamor te loro,Affricano,fi fu m Ifpagna’donde fi fece poi la uia al combattere dinanci a Cartagine có/ [p. 105v modifica]3*3 IL SECONDO libro 3*tradiAnnibalefHai tuceruel d’occa imparato da Pomponio Attico a confondere di quefta ma nieraetempicoglihuomini4 Similméte nel pri mo dell’oratore pone per giurifconfulto 8C giuo cator di palla,P.Mutio in luogo di Q.Mutio Au gure,84T.Corruncanoe da lui detto efser ftato al tépo di Pirro Re delli Epiroti,efsendo egli uif/ foto doppo Fabio 8C NaficaffecÓdo fcriue PÓpo/ niogiuriftonfiilto)ma perchè fono io fi di me ftef fo nemicojche tormentar mi uoglia i racorre tut tiefnoi falligli quali fono afsai più delle raccon tateiftorietifpetialmente nelfuo libro detto Brìi to.doue con urianimo tutto pieno di cófidentia, uolge fozzopra li tetnpi,percurba le altrui età et un pernrialtrofcàbiafouéte,ficomefecequado egli puofe per il primo de papirii patritii Papirio Mugilano,fendone ftati molti altri auati a lui tra quali ui eMamio Papirio,il quale fecodo Dioni gi Halicarnafseo %^Re facrificolo 8C raccolfe tut te leleggi regime primi tempide Cófoli,fe io uo leffi al prefente regiftrare tutti e luogi alTjftoria apparffenentijdoue quefto gofaccio ba prefo de molti granchùtroppo haureiche fare, 84 troppo gran briga mi terrei folle fpalle,nó efsendomi p anche fcordato quante minaccie mifofsero già fatte quadonon folcoperfi col miodialogo lati nD,Ia poca dottrina di quefto fcioperato, ma le moltefceleraginifoe,anchor mi par di leggere <|1 la gran brauata che mi fa nejl’Epiftola nuncupa [p. 106r modifica]FA» DE PARADOSSI. FA» IC«tona Mario nizolio.non haurebbe permiafe iifiirìofaniencebrauato un ruffiano cordouefe, egh mìnacdòdi ìngiottìnnicó le fue Tulliane of feruationi,K altri ui furono che quattro 8£ clquc anni cófiimamoinfilzandodimoke belleclaufo le,SC tcflcndo de l^hi periodi perfacttarmì.ben chcpoihaueircropieta del mio troppo folleardimétOjKrimerteflero l’iranel fodero,pnópro uocarmi adiinq»córra un fi gràirtfpaio nó proce dero più o!tre,cofi uoIelTelddio chepiu oltre n5 procedeffe il buon E,iulino Manfredi.il quale,nó Coda cui perfiiar^s*t fitto in capo di uolerfi efet citarenella Larina lingua,& hasfi tolto per gui da,quefta pecoraccia,dalquale,non focomepof fibil fiacche l’huomoapprenda niuna dotta difci, piina,ne modo alcun di cóueneuolmente fcriuere,noncrcdeua giaio che fimili capricd entralTe ro negli huomini graui Xgiudiriofi, ma eflbcó tantoardore& asfiduoftudiomcn’ha deltutto fgannato 8C fattomi raiiedere,cHt non men paz zi fieno e Mcrcatantiche li Poeti,fcorrerei alquS tppili,tale’ babondanzache afifattopropofito nella fantafiami forge,ma poi che detto hodi non uolcr proceder più oltre,porasfi qui termi/ ne,ioalfcriuerc8fuoial leggere. IL riNE DE PARADOSSI. SvISnITROH TABEDVL. [p. 106v modifica]V A V l o MASCRA/ ’ nico alli cortefi Lettori. detto pjòpra nome il traq hebbe fempre in.ani 1 }^Mmo,cheelUnÓifcjfematperinduflria diflSpa!ore deuno in luce,majòlm’tte di firne copi» à que dui Signori,» qudi fi uede effirftd» cólìgriit»,et certa^ métecofi-,arebbeauenuto,fefopragiuton’uifife ilfignor Ca latino da Coldto giouane uirmfilfimo, etnatofd-perfir.al trui gmarnéto,ilquale,ueggendo effer fiaquejìi Paradcffi fparfi quafi infiniti precetti morali,molte ijlorie,moire ficete narrationi co ftile dolceetficile cÓmddogh che p ofimod» gi. lafiiajfeftàpare, nei t defiaudaffe pndógaméte d, fi piace ttoleet utiileitior.r,fice egli buona pegz» nfiliéz»,ahfine, uiaccófinlfb’e pregadi bui cuore qualUque glileggerè,no uo glia rimaner ojfefiin cofa ueruna cicicfia che un Capriccio bi zarroCche àejfo ne gli fogliono uenir in capofi’indujfe ifir qfto partcMche ejfo(tal e la fia modeftia. p uero parto nÓ l» riconofia,ma fd,p unafiÓciatiira,nofi è ne iche curato di loda re una cofa i un Paradcjfcetia medefima biafimare ì un’altra péfindo haftaffe chfifuo potere la repugnStta ncfiffe m vn medejimo luogo et apprfjfc rededofi certo ch’ogn’unfdt tne diocre intelletto,hau^e a conofiere che p trafililo fi hàhh^p fi tal alfunto,et nSpdir da bkn fenno. State lieti et cóbeni gno animo quado da molfti et graui péfien le miti uoftre im góbrate nó furano pigliate Jf affo di qu^afia capricciefi biz Zaria^et fegli mederà che dijpiacciiito non ui fia che egli hébi ce fi poco nff etto parlato del Bocaccio, dì Ariftotele, er di M’TuUio-,firà4mpdtfimo in mdti altri’ autóri, iji* tialmhe in Plinio,et tu Cómentariidi Cefite,et «li?/ -011( [p. - modifica] [p. - modifica] [p. - modifica]