Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro IV/Capo I

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Capo I - Favore degl’imperatori prestato alla Letteratura, e stato generale di essa in Italia

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Capo I - Favore degl’imperatori prestato alla Letteratura, e stato generale di essa in Italia
Tomo II - Libro IV Tomo II - Capo II
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Capo I.

Favore degl’imperadori prestato alla Letteratura,

e stato generale di essa in Italia.

I. Costantino sollevato all’impero dopo la morte di Costanzo Cloro suo padre l’anno 306, ma non divenutone pacifico possessore insieme con Licinio che l’anno 313, dopo la morte di Severo, di Massimiano Erculeo, di Massimiano Galero, di Massenzio e di Massimino, che gli aveano disputato il trono; e finalmente l’anno 323 ucciso Licinio che di collega gli si era fatto nimico, rimasto egli solo signore di tutte le ampie provincie soggette al romano impero, ci apre innanzi agli occhi una nuova scena e un nuovo ordin di cose. La religion cristiana che fino a questi tempi allor solamente poteasi creder tranquilla, quando dagl’imperadori era, direi quasi, dimenticata, comincia ae’essere la religione del trono; e f idolatria iinor trionfante e superba, si riconosce omai felice abbastanza, se è ancora sofferta. Questo Tiraboschi, Voi II. 36 [p. 562 modifica]5(Ì2 libro sol basterebbe; perchè ne’ Fasti della Chiesa si dovesse onorar Costantino del glorioso soprannome di grande;, che il consenso delle nazioni e de’ secoli gli ha conceduto. Ma egli se ne rendette ancor meritevole e in guerra con valor militare, per cui combattendo felicemente i domestici e gli stranieri nimici giunse a tal fama che molte nazioni barbare ne chiesero spontaneamente F alleanza e la protezione, e in pace col mostrarsi adorno di tutti que’ pregi che conciliano a un sovrano l’amore e la venerazione dei sudditi. Tale è il carattere che di Costantino ci hanno formato tutti gli autori per lo spazio di quattordici secoli; e non i Cristiani soltanto, ma gl’idolatri ancora, se se ne traggono Giuliano l’Apostata e Zosimo, i quali troppo chiaramente dimostrano il rabbioso loro livore contro de’ Cristiani, talchè di Zosimo dice lo stesso Fozio (In Bibl.) ch’egli comunemente abbaia contro tutti gli uomini dabbene. Aurelio Vittore fra gli altri, che visse al medesimo secolo di Costantino, ne parla con somme lodi (De Caesar. c. 41)) benchè egli stesso ed altri non abbian dissimulati i difetti che in lui pure si videro, e i falli in cui cadde singolarmente negli ultimi anni della sua vita. Ma finalmente il sig. di Voltaire ha ingegnosamente scoperto ed eloquentemente mostrato in più luoghi delle sue opere che quel Costantino a cui si era finor accordato il soprannome di Grande, non fu che un ipocrita, un impostore e un crudele tiranno. Noi ci rallegriamo con lui di sì belle scoperte: ma prima di dichiararci seguaci della sua opinione, come [p. 563 modifica]quarto 563 troppo facilmente hanno fatto alcuni de’ suoi adoratori, il preghiamo a rispondere, non con ingiurie nè con motteggi, ma con ragioni e con pruove, a un certo ab. Nonnotte da lui ben conosciuto, il quale ha avuto ardire di contradirgli (Les Erreurs de Voltaire t. 1, c. 4), e di cui ci vien detto che sia alquanto superbo, perchè il sig. di Voltaire non ha ancora avuto coraggio di fargli una seria e ragionevol risposta. E ci permetta frattanto di parlare di Costantino, come ne han finora parlato tutti gli antichi ed i moderni scrittori. II. Ma in Costantino noi non dobbiamo cercare se non ciò che appartiene alla letteratura italiana. E in questa parte, a dir vero, noi non possiamo farne que’ grandi elogi che per tanti altri riguardi a lui si debbono giustamente. La città di Costantinopoli da lui innalzata a gareggiare con Roma, e scelta a sua stabil dimora , come a Roma e a tutta l’Italia, così all1 italiana letteratura fu sommamente fatale. Roma avea tuttora il glorioso titolo di capitale del mondo; ma il mondo volgeasi colà ove risieder vedeva l1 iinperadore. I più importanti affari trattavansi a Costantinopoli; a Costantinopoli accorrevano tutti i più illustri e i più celebri personaggi; e a Roma altro quasi non rimaneva che la magnificenza delle sue fabbriche , e un’ombra apparente di pompa e di maestà. Quindi, per così dire, gli studj passarono da Roma a Costantinopoli, ed ivi fiorirono felicemente, ove sperar potevano ricompensa ed onore. Anche allor quando dopo la morte di Costantino, diviso l’impero in due ii. Lu fondaxinn di Cosl.iutino|>oli reca danno alla lelleratura italiana. [p. 564 modifica]III. Co»!.ini ino nondimeno |»rotrg^e e fumea la pii litui i. 564 LIBRO parli, Roma era considerala come la capitale dell’impero d’Occidente, appena mai fu ella la ordinaria sede degl’imperadori; nè è perciò a stupire ch’ella venisse decadendo sensibilmente da quella grandezza a cui era salita ne’ secoli addietro, e che la presenza de’ Cesari, anche in mezzo al tumulto e al disordine deir impero, aveale conservato. Il danno però di Roma tornò a vantaggio delle altre città d’Italia3 poichè non essendo più ella il centro universale di tutto l’impero, gli studj che finora erano stati in gran parte ristretti in essa e racchiusi , si vennero felicemente spargendo all’intorno; e gli uomini dotti non essendo più tratti a Roma dalla speranza di acquistarvi gran nome, più volentieri trattennersi nelle lor patrie , e ad esse si renderono utili col lor sapere. III. Nondimeno, benchè Costantino per la sua Costantinopoli avesse quasi dimenticata Roma, non lasciò di favorire le scienze per tal maniera che Roma ancora e l’Italia se ne giovassero. Eusebio ce lo rappresenta come coltivatore dell’eloquenza, e dice che in età giovanile erasi diligentemente esercitato negli studj di amena letteratura (Vit. Constant. l. 1, c. 19); che soleva egli stesso comporre i solenni ragionamenti che in diverse occasioni teneva; che scrivendoli in latino, facevali poi dagl’interpreti traslatare in greco (ib. l. 4, c. 32, 55). Ma l’autorità di Eusebio parrà forse sospetta ad alcuni, come se egli abbia composto un panegirico anzi che una storia di Costantino. Ma oltrechè nell’Epitome delle Vite degl’Imperadori attribuita ad Aurelio Vittore si [p. 565 modifica]quarto 565 afferma eh’egli fomentò gli studi delle lettere e delle arti liberali, una chiara pruova ne abbiamo nella Lettera di Costantino scritta a Porfirio Ottaziano, che insieme coi versi di questo poeta, di cui poscia favelleremo, è stata pubblicata da Marco Velsero (Velseri Op. t. 2, ad calc.)) perciocchè in essa ei mostra quanto impegno egli avesse nel fomentare le scienze , così scrivendogli: Defuit quorumdam ingeniis Imperatorum favor, qui non secus doctrinae deditas mentes irrigare atque alere consuevit, quasi clivosi trainitis supercilio rivus elicitus, scaturientibus venis arva arentia temperavit Saeculo meo scribentes dicentesque non (aliter benignus auditus quam lenis aura prosequitur; denique etiam studiis meritum a me testimonium non negatur, ec. Testimonio ancor più sicuro del favore da Costantino prestato alle scienza è la legge a tal fine da lui pubblicata. Ella è inserita nel Codice di Giustiniano (l. 10, tit 52) le.r 6)) in essa Costantino comanda che i medici e singolarmente gli archiatri e i "gramatici, e tutti generalmente i professori delle belle arti e i dottori delle leggi, insiem colle mogli, co’ figli e con tutte le cose loro esenti siano da ogni pubblica gravezza, e che niuno si ardisca a recar loro ingiuria, o noia di sorte alcuna; e che loro si paghino i dovuti stipendj, acciocchè più agevolmente possano istruir molti nelle arti e negli studj. Tre leggi di Costantino di somigliante argomento, e che concedono a’ medici e a’ professori i privilegj medesimi, trovansi ancora nel Codice di Teodosio (l. 13, tit. 3, lex 1, 2, 3): se non che ivi egli [p. 566 modifica]566 LIBRO dichiara che i professori delle scienze, benchè non debbano essere costretti ad accettare le cariche della repubblica, possan però accettarle, quando lor piaccia: Fungi eos honoribus volentes permittimus, invitos non cogimus. Un’altra pruova ancora del suo amor per le scienze diè Costantino ne’ privilegi e nelle libertà di cui onorò Atene, ove esse allora fiorivano felicemente, di che ci ha lasciato memoria lo stesso suo nimico e biasimatore Giuliano (Or. 1). Finalmente, per testimonianza di Eusebio, egli facea con grandi spese raccogliere e moltiplicare i Sacri Libri, per riparare il danno loro recato dagl’imperadori idolatri, che di ogni sforzo aveano usato per toglierli intieramente dal mondo (Vit. Constant. l. 3). IV. E ciò non ostante gli eruditi Enciclopedisti, ossia il signor Diderot, sembrano accusar Costantino, come se fosse sì rozzo che appena sapesse leggere. Raccontano essi (Encycl. t. 4, art. Eclectisme) sulla fede di Eunapio, che Costantino per una pueril vanità di raccogliere nel teatro più grandi applausi radunata avea a Costantinopoli una innumerabil ciurmaglia di prigionieri, di stranieri e di barbari. Era dunque la città piena di abitanti che solean recarsi al teatro, reggendosi a grande stento in piedi, tanto essi erano ubbriachi. Ma frattanto i contrarj venti avendo vietato l’entrar nel porto alle navi che vi conduceano i viveri, il popolaccio costretto a venir digiuno al teatro, non fece udire le solite acclamazioni. Sorpreso l’imperadore ne chiede il motivo. I nimici di Sopatro (celebre filosofo di quel tempo) gli [p. 567 modifica]QUARTO \ 567 dicono essere lui appunto che con arti magiche teneva incatenati i venti; e ottengon sul punto l’ordine eh’ ci sia ucciso. Così essi in poche parole ci rappresentano Costantino come ambizioso, imprudente, ignorante e furioso, e quindi autorevolmente conchiudono: Perchè mai dee accadere che tanti re comandino sempre e non leggan giammai? Io credo certo che se un tal fatto si attribuisse da Eusebio, da Lattanzio , o da altro scrittor cristiano a un Diocleziano, a un Giuliano, o ad altro imperador idolatra, tutti i filosofi pensatori de’ nostri giorni lo rigetterebbono come finto a capriccio, o come troppo semplicemente creduto da quegli autori. Ma egli è Eunapio scrittor gentile che il narra, e il narra di Costantino imperadore cristiano. Dunque il fatto si dee avere per certo. Ma chi fu egli cotesto Eunapio? Egli è uno scrittor, dice Fozio (Bibl. n. 77), che morde, e maltratta tutti coloro che colla loro pietà aggiunsero nuovo splendore all’impero, e più di tutti il gran Costantino; e al contrario esalta i malvagi, e singolarmente Giuliano l’apostata, talchè sembra che le sue storie abbia composto affin di lodarlo. Il Bruckero, che pur non è nè un pregiudicato claustrale, nè un fanatico superstizioso , dice che un tal racconto è privo di ogni verosimiglianza (Hist. crit. Phil. t 2, p. 262, nota 1). Ma ciò che importa? Il fatto giova a screditar Costantino: dunque ad ogni modo debb’esser vero. Io non voglio entrare su questo punto a lunga dissertazione, che non appartiene al mio argomento. Veggasi ciò che ne ha scritto il moderno autore della Storia [p. 568 modifica]568 "LIBRO dell’Eclettismo (Hist de l’Eclectisme t.1, art. 8), il quale ha preso a confutare singolarmente l’articolo da noi sopra mentovato dell’Enciclopedia, in cui la religion cristiana e que’ che ne furono i più illustri sostenitori, ci si rappresentano in un aspetto odioso troppo e ingiurioso. V. Dopo la morte di Costantino, che accadde l’anno 337, diviso l’impero tra i tre suoi figli Costantino, Costanzo e Costante, a quest’ultimo toccò in sorte l’Italia; il quale quindi a tre anni venuto a guerra col suo fratel Costantino, e rimastone vincitore, si vide padrone di tutto l’Occidente; e ne resse l’impero fino all’anno 350, in cui Magnenzio contro di lui sollevatosi gli tolse la corona e la vita. Ma tre anni soli godè l’usurpatore dei frutti del suo delitto; e poichè dalle armi di Costanzo si vide ridotto agli estremi, da se medesimo si uccise l’anno 353, e per tal modo rimase Costanzo signore di tutto l’impero. Se si potesse dar fede a ciò che di lui ne racconta Giuliano l’Apostata suo cugino e cognato, in due orazioni panegiriche innanzi a lui medesimo recitate, noi dovremmo creder Costanzo dotato di una virile e robusta eloquenza (Or. 1, 2, p. 33, 77, ed. Lips. 1696). Ma ognun vede qual fede si debba a’ panegirici recitati in tale occasione e da tal personaggio. Nondimeno anche Aurelio Vittore ne esalta assai l’eloquenza, e ad essa attribuisce l’aver vinto Vitrannione che avea usurpato l’impero (De Caesar. c. 42). Ma certo assai diversamente ne parla Ammian Marcellino, il quale racconta (Hist. 1. 21, e. 16) [p. 569 modifica]QUARTO 5GlJ ch’egli affettava bensì di mostrarsi amante di erudizione, ma che avendo ingegno ottuso, nè punto abile all’eloquenza, rivoltosi a verseggiare , non fece mai cosa alcuna di qualche pregio. E somigliante è il sentimento dell’autore dell’Epitome attribuita ad Aurelio Vittore, il qual dice (c. 66) ch’egli era bensì bramoso di mostrarsi eloquente, ma che non potendolo ottenere, mirava con occhio invidioso coloro ch’erano eloquenti. Questa invidia però non diede egli a vedere in riguardo al celebre filosofo e sofista Temistio. Questi l’an 347 gli recitò in Ancira un’orazione panegirica, e Costanzo l’anno 355 dichiarollo senatore in Costantinopoli , e scrisse in questa occasione al senato stesso una lettera , in cui il ricolmava di lodi singolarmente pel coltivare ch’egli faceva i filosofici studj. Temistio rispose a Costanzo con un’altra orazion panegirica, in cui lo esaltava come il più grande filosofo de’ suoi tempi. Due anni appresso, mentre Costanzo era a Roma, Temistio ne scrisse in Costantinopoli un encomio con una nuova orazione, e mandogliela; e Costanzo ricompensollo con una statua di bronzo che gli fece innalzare. Così Temistio e Costanzo si rendevano lode per lode, e onor per onore. Ma. nè gli elogi che Temistio fa di Costanzo, ci posson bastare perchè crediamo ch’ei fosse qual egli cel rappresenta; nè gli onori che Costanzo accordò a Temistio, ci basterebbono a credere ch’el ne fosse degno, se le sue orazioni che ci sono rimaste, non cel mostrassero colto ed eloquente scrittore. Si può vedere ciò che di Temistio [p. 570 modifica]570 LIBRO raccontano il P. Harduino (ViL Themistii ejus Or.praefix.), il Fabricio (Bibl. gr. t. 8, p. 1, ec.), il Tillemont (Hi st. des Emper. in Theod. articlc 93, 94), il Bruckero (Hist. crit. Phil. t. 2 , p. 484) ed altri. Ei non appartiene punto all’italiana letteratura; perciocchè ei venne bensì a Roma nell" andar eh ei fece a Graziano nelle Gallie inviato da Valente l’anno 376, e i Romani di ogni mezzo usarono per determinarlo a soggiornare tra loro; ma egli antipose Costantinopoli a Roma, e prontamente vi fece ritorno. VI Or tornando a Costanzo, dalle cose fin qui dette egli è manifesto, a mio credere, che questo imperadore non ebbe grande impegno nel fomentare le scienze; e che se egli fu liberale di onori e di ricompense verso di alcuno , ciò fu anzi per ambizione di esser lodato, che per desiderio di veder fiorire gli studj nel suo impero. In fatti non troviam legge alcuna che da Costanzo a tal fine si promulgasse; mentre quasi tutti gli altri imperadori di questo secolo se ne mostrarono in qualche modo solleciti, come dalle leggi lor si raccoglie, che sono inserite ne’ Codici di Teodosio e di Giustiniano, e delle quali verremo successivamente parlando. Solo ritroviamo ch’egli aprì in Costantinopoli a comune vantaggio una pubblica biblioteca, di che Temistio il loda, e a giusta ragion, grandemente (Or. 13; V. etiam Gothofred. not. ad Cod. Theod. l. 14, tit 9, lex 2). Ma nel rimanente egli lasciatosi ciecamente aggirar dagli Ariani, poneva tutto lo studio in sostenerne il partito, e in opprimere e perseguitare i Cattolici, avuto perciò in poco conto [p. 571 modifica]QUARTO 5yi da’ Cristiani 11011 meno che da Gentili; poicliò veggi amo clic tutti ugualmente gli storici, benchè il confessin dotato di alcune virtù che ne avrebbon potuto render felice l’impero, affermano nondimeno ch’egli circondato e ingannato dai consiglieri malvagi si fece spregevole e odioso a tutti. La gelosia eli’ egli ebbe de’ successi felici che nelle Gallie avea Giuliano, il quale gli era, come abbiam detto, cugino insieme e cognato, lo accese di fiero sdegno, quando udì ch’esso dalle sue truppe in Parigi era stato acclamato Augusto; ma mentre i due imperadori si accostavano co’ loro eserciti l’un contro l’altro, Costanzo morì nella Cilicia l’anno 361, e Giuliano senza ostacolo alcuno salì all’impero. VII. Giuliano non visse che 32 anni, e due anni soli tenne l’impero; nondimeno non vi ha forse imperadore che più di lui sia noto. L’apostasia dalla religion cristiana in cui era stato allevato, onde ne ha avuto l’obbrobrioso nome di Apostata, lo ha renduto esecrabile ai Cristiani, e caro a’ loro nemici. Egli è un degli eroi di alcuni tra gli scrittori moderni i quali essendo per essi una cosa medesima superstizione e religione, non finiscono di esaltare coloro che ne scuotono il giogo. Il sig. di Voltaire , e dietro lui la turba de’ suoi attoniti ammiratori , cel propone come un esempio di tutte le più belle virtù morali (V. Questions sur l’Encycl. t. 2, Apostate; Mél. t. 1, ec.). A me non appartiene l’esaminarne il carattere, e solo io prego coloro che dall’eloquenza de’ sopraddetti scrittori si sentano per avventura VII. darai t ore dell’imperaHore Giuliano.’ [p. 572 modifica]Vili. Coltiva e promuove gli studi. 5^2 LIBRO persuasi delle eroiche virtù di Giuliano, a leggere ciò che di lui scrive tra gli altri il Tillemont (Hist. des Emper. in Jul. art. 29, 30), il quale non afferma già autorevolmente, come altri fanno, ma coll’autorità degli stessi scrittori idolatri dimostra che tali virtù non furon poi in quel grado sì eccelso a cui da alcuni sono state innalzate. Veggasi ancora la bella Vita che ne ha scritta l’ab. de la Bletterie, e l’anonimo autore della Storia dell’Eclettismo , che esamina e ribatte (t 1, art. 9) ciò che di Giuliano hanno scritto gli Enciclopedisti (t. art. Eclectisme). Nemmeno io debbo parlar delle opere che di lui ci sono rimaste; poichè egli non fu italiano, ma oriondo dalla Dardania, e nato a Costantinopoli, e in Atene fece per lo più i suoi studj. Io debbo dunque cercar solamente ciò che egli nel breve suo impero fece a pro delle lettere , e le leggi che da lui a tal fine furono pubblicate, poichè essendo egli imperadore dell’Oriente insieme e dell’Occidente , queste si stesero ed ebbero vigore ancor nell’Italia. VIII Egli uomo di vivace ingegno e coltivator diligente de’ buoni studj, pensò ancor saggiamente a’ mezzi onde farli fiorire felicemente. E prudentissima fu la legge da lui pubblicata che leggesi nel Codice di Giustiniano (l. 10, tit. 52, lex 7). I professori, dice egli, e maestri degli studj conviene che siano rinnomati prima pe’ loro costumi, e poscia ancora per V eloquenza. Ma perchè a tutte le città io non posso esser presente, comando che chiunque vuole insegnare, non accingasi [p. 573 modifica]QUARTO 5^3 di subito e senza riflessione a un tal ministero, ma prima sia approvato da’ senatori, e di comune consenso riceva dalla curia la facoltà (I insegnare. Legge prudentissima certamente , e che se fosse sempre osservata con quella esattezza che si conviene, le scienze sarebbono sempre in più felice stato che comunemente non sono. Egli innoltre, che godeva sopra ogni cosa di esser creduto grave e severo filosofo, era ognor circondato da numerose schiere di tali uomini (Eunap. Vit. Soph, c. 5) che o erano, o vantavansi di essere in questa scienza eccellenti. Giuliano gli onorava; ed essi speravano che agli onori avrebbe congiunte ancor le ricchezze di cui la filosofica austerità non rendevagli abbastanza nimici. Ma il breve regno eli’ ebbe Giuliano, non permise loro di veder condotte ad effetto sì liete speranze. IX. I soli Cristiani furono quelli alla letteratura dei quali ei mosse guerra. Egli veggendo che i » tormenti e le morti con cui altri imperadori avean cercato di annientarli, aveano anzi prodotto un contrario effetto, si determinò di combatterli almeno per qualche tempo in altra maniera , che certo sarebbe riuscita lor più fatale, se il comando da lui fatto avesse avuto vigore per lungo tempo. Ordinò egli dunque che i retori e i gramatici cristiani cessassero dall’insegnare, quando passar non volessero al culto de’ numi. Ammian Marcellino scrittore idolatra chiama questa legge crudele: Illud inclemens, quod docere vetuit magistros rhetoricos et gramaticos christianos, ni transissent ad numinum cultum (Hist. l. 22, c. 10) l.25, c. 4)} c a IX. Ma li vieta 1 Cristiani. [p. 574 modifica]5^4 LIBRO ragione, perciocché per tal modo egli li constringeva o ad abbandonare la lor religione, o a vivere in una vergognosa ignoranza, e a divenir per tal modo oggetto del comune disprezzo, e ad essere insiem privi di quel sapere che a difender la lor credenza contro la sottigliezza de’ pagani filosofi era necessario. Di questo editto di Giuliano, oltre che più altri autori fanno menzione, egli stesso ci ha lasciato memoria in una sua lettera, in cui insulta a’ Cristiani, perchè usino nelle loro scuole degli autori profani, essi che non credono in quegl1 Iddii che dagli autori medesimi son nominati, e comanda loro che o credano essi ancora ciò che credevan gli autori cui spiegano a’ lor discepoli, o cessino dal più spiegarli, e sen vadano, dic’egli, alla Chiesa de’ Galilei, e vi spieghino Matteo e Luca (ep.42). E così l’avvenne in fatti, dice Paolo Orosio (Hist. l. 7, c. 30), che quasi tutti i maestri cristiani abbandonaron l’impiego, e cessarono dal tenere scuola; e due fra gli altri furon celebri pel generoso sagrificio che fecero della lor cattedra, perchè celebri erano pel lor sapere, cioè Proeresio ch’era sofista in Atene, a cui benchè Giuliano per la stima in che avealo, volesse accordare esenzione dalla universal legge, egli non volle usarne, e spontaneamente lasciò l’impiego (Chron. Euseb. ad an. 366); e Mario Vittorino africano che allora era retore in Roma, e il qual pure, per testimonio di S. Agostino (Confess. l. 8, c. 5), anzichè abbandonare la fede, scelse di rinunziare alla scuola per cui godeva in Roma sì grande onore. Nè solo fece egli divieto a’ Cristiani di tenere scuola, ma, [p. 575 modifica]QUARTO 5~5 come afferma olire più altri scrittori Teodoreto (Hist l- 3, c. 8), proibì loro ancora l’applicarsi agli studj della poesia, dell’eloquenza e della filosofia, per riuscir meglio di tal! maniera al suo intento, cioè che i Cristiani divenissero uomini incolti e vili per la loro ignoranza. Alcuni su questo secondo divieto di Giuliano hanno mosse difficoltà, e si sforzano di mostrarlo non ben accertato; ma leggansi le pruove che ne arrecano ilTillemont (Hist. et cì, t. 7, art. 3 sur Julien), l’ab. de la Bletterie (Vie de Julien p. 263, ed. 2) e Tobia Eckardo (Miscell Lips. t. 4, p. 11)5), e vedrassi che non vi ha cosa provata più evidentemente di questa. X. Questo editto però assai poco tempo si tenne in vigore, perchè presto morì Giuliano. ucciso dopo due soli interi anni d’impero nella | guerra conti o Sapore re de’ Persiani. Giovi ano, ’ che gli succedette, non ebbe che circa otto mesi d’impero, e nulla perciò ci offre a scrivere che appartenga al nostro argomento. Valentiniano I, sollevato dopo Gioviano all’impero, dichiarato avendo suo collega Valente suo fratello, a lui lasciò la cura dell’Oriente, per se ritenne quella dell’Occidente, e l’anno 367 si associò Graziano suo figlio fanciullo appena di otto anni. Valente dunque non appartiene punto all’Italia, su cui egli non ebbe dominio alcuno. Valentiniano che in mezzo a singolari virtù che il renderono uno dei più grandi sovrani, ebbe ancora non pochi difetti, e quello singolarmente di una eccessiva severità e di un impetuoso e infrenabile sdegno, fu ancora uom colto e [p. 576 modifica]5~() LIBRO amante della letteratura; poichè Ausonio afferma ch’egli anche imperadore dilettavasi talvolta di verseggiare (Auson. Op. p. 373, ed. Paris. 1730)) anzi rammenta un Centone di versi virgiliani in occasione di nozze da lui composto 5 e Annoiano Marcellino aggiugne (l. 30, c. 9) ch’egli scrivea e dipingeva ancora assai bene; e che, benchè fosse parco nel ragionare, avea ciò non ostante dell’eloquenza. Ei nondimeno l’accusa (ib. c. 8) che, a somiglianza di Adriano, per una cotal vanità di comparire egli solo in ogni cosa eccellente, in• vidiasse agli uomini dotti da cui potesse temere di essere superato. Ma che che sia di un tal difetto, che in lui non riconosceva Temistio il quale anzi ne loda la regale munificenza con cui fomentava gli studj, concedendo premj ed onori a chi in essi si esercitava con lode (Or. 11), esso certo non lo distolse dal provvedere ai mezzi con cui avvivar sempre più il fervore nel coltivarli. Ne abbiamo in pruova parecchie leggi, le quali benchè siano pubblicate a nome comune di lui e del suo fratello Valente, avendo esse nondimeno per singolar loro scopo gli studj di Roma, egli è manifesto che debbonsi attribuire a Valentiniano. Celebre sopra tutte è quella con cui parecchi savissimi provvedimenti da lui si danno intorno alla condotta di quelli che per motivo di studio venivano a Roma. Ella è ben degna di esser qui riportata distesamente (Cod. Theod. I. r 4, tit. 9, lex 1). Quicumque ad Urbem discendi cupiditate veniunt, primitus ad Magistrum Census Provinciali uni Judicum, a quibus copia est [p. 577 modifica]QUARTO 577 danda veniundi, ejusmodi litte ran proférant, ut oppida hominum et natales et merita expressa teneantur. Deinde ut primo statim profitteantur introitu, quibus potissimum studiis operam navare proponant. Tertio ut hospitia corum sollicita Censualium norit officium, quo ei rei impertiant curam, quam se adseruerint expetisse. Idem immineant Censuales, ut singuli eorum tales se in conventibus praebeant, quales esse debent, qui turpem inhonestamque famam et consociationes (quas proximas putamas esse criminibus) aestiment f ’ugiendas, neve spectacula frequentius adeant, aut adpetant vulgo intempestiva convivia. Quin etiam tribuimus potestatem, ut si quis de his non ita in Urbe se gesse rit, quemadmodum liberalium rerum dignitas poscat, publice verberibus adfectus, statimque navigio superpositus abjiciatur Urbe, domumque redeat. His sane, qui sedulam operam professionibus navant, usque ad vigesimum aetatis suae annum Romae licet commorari Post id vero tempus, qui neglexit sponte remeare, sollicitudine Praefecturae etiam impurius ad patriam revertatur. Verum ne haec perfunctorie fortasse curentur, praecelsa sinceritas tua officium Censuale commoneat, ut per singulos menses, qui, vel unde veniant, quive sint, pro ratione temporis ad Africam vel ad caeteras Provincias remittendi brevibus comprehendat, his dumtaxat exceptis, qui Corporatorum sunt oneribus adjuncti. Similes autem brevis etiam ad scrinia mansuetudinis nostrae annis singulis dirigantur: quo , meritis singulorum institutionibusque compertis, utrum Tmmoscuij Vol. II. 3[p. 578 modifica]5^8 Liiuio quandoqne nobis sint necessaria judicemus. f)at. IlII. Iti. Mart. Triv. Vakntinia.no et Valente III. A. A. Coss. Intorno alla qual legge veggansi le annotazioni e le riflessioni del Goto (redo ne’ suoi Comenti al Codice Teodosiano; Ermando Conringio in una dissertazione da lui pubblicata su questa legge (Sallengre t 3 Thcs. Anliq.)-, e il P. Giuseppe Caraffa chierico regolare nella erudita sua opera de Gymnasio romano (t 1, c. 3), il quale ha diligentemente raccolte tutte le leggi a favor degli studj dagl’imperadori promulgate. XI. Nè agli scolari soltanto, ma a’ professori ancora provvide saggiamente Valentiniano. E primieramente per togliere ogni forza al divieto che a’ Cristiani avea fatto Giuliano, egli permise che chiunque per probità e per eloquenza fosse abile ad istruire i fanciulli, aprisse pubblica scuola, o se aveala interrotta, la ripigliasse (Cod, Theod. l.22, tit 3, lex 6). A’ medici e a’ professori tutti di Roma confermò il privilegio di esenzione da’ pubblici aggravj, dichiarando che di esso godessero le lor mogli ancora, e che non fossero costretti ad arrolarsi nella milizia, nè ad alloggiare i soldati (ib. l. 7). Alle Gallie ancora ei rivolse il pensiero, e ordinò ad Antonio che ne era prefetto, che nelle più popolose città vi fossero retori e gramatici greci ugualmente e latini che tenessero pubblica scuola, e sul regio fisco assegnò loro un giusto stipendio (ib. l. 11). E perchè alcuni, per sottrarsi agl’impieghi e agli aggravj che nella lor patria avrebbe lor convenuto di sostenere, sen venivano a Roma, e vantandosi valorosi [p. 579 modifica]QUARTO 579 filosofi pretendevano di godere de’ privilegi lor conceduti, egli comandò che trattine quelli che con diligente esame fossero riconosciuti degni di cotal nome, gli altri se ne tornassero alle lor case, perciocché, die’ egli (Cod. Justin. lib. 10, tit. 52, lex 8), ella è cosa indegna che chi si vanta di sostenere i colpi ancora della fortuna, non voglia poi ancora sostenere gl’impieghi della sua patria. Vedremo altrove le prudentissime leggi ch’egli prescrisse a’ medici, perchè essi esercitassero l’arte loro in quella maniera che al vantaggio pubblico è necessaria. Tutte le quali leggi ci fan conoscere chiaramente quanto fosse Valentiniano sollecito perchè fiorisser le scienze, e perchè i loro coltivatori godessero di quegli agi che più dolce rendono il coltivarle. Abbiamo ancora una legge di Valentiniano e di Valente dell’anno 372, in cui alcuni opportuni provvedimenti si danno per la pubblica biblioteca; ma, come chiaramente dimostra il Gotofredo nelle note al Codice teodosiano (ad l. 14, tit. 9, lex 2), essa non appartiene che alla città di Costantinopoli, e non deesi perciò attribuire che al solo Valente. XII. Ciò non ostante Ammian Marcellino parlando dello stato a cui in questi tempi era Roma (l. 28, c. 4), ce ne fa una tetra e orribile dipintura, e ce la rappresenta come sepolta in tutti i più infami vizj; e per ispiegare a qual segno fosse arrivata insieme col libertinaggio ancor l’ignoranza, dice che alcuni, odiando quasi veleno il sapere, non curavansi di leggere altri libri fuorchè il satirico Giovenale e lo storico Mario Massimo, di cui nel [p. 580 modifica]58o LlllRO Libro 11 si è fatto cenno. Più ampiamente ancora , anzi con una eccessiva lunghezza, egli non molto dopo descrive (l. 30, c. 4) lo stato infelice in cui le lettere erano in Oriente a questi tempi medesimi, e il reo uso che dell’eloquenza e della giurisprudenza comunemente facevasi. Ma di ciò che ivi accadesse, non è mio intento di ragionare. Così tutte le leggi promulgate a promuover le scienze non giovan punto, quando il costume è guasto per tal maniera che gli uomini unicamente occupati de’ lor piaceri, poco, o nulla si curano degli studj e delle arti; e si può qui ancora applicare il detto del medesimo Ammian Marcellino, il quale nel passo sopraccitato parlando del libertinaggio romano dice che i delitti e le sozzure dissimulate per lungo tempo dalla negligenza de’ governanti eransi radicate per modo che il famoso cretese Epimenide non sarebbe stato valevole a ripurgarne Roma. Convien dir nondimeno che molto numero di forestieri venisse a questa città per motivo di studio, poichè non avrebbe Valentiniano promulgata la legge da noi poc’anzi recata, se l’occasione e.il bisogno non avesse richiesto; e vedrassi ciò ancora più chiaramente quando avremo a parlare de’ celebri professori d’eloquenza che vennero a Roma, e degli onori che vi riceverono. Ma anche nell’epoca precedente abbiamo osservato che maggior era il numero degli stranieri i quali per coltivare le scienze venivano a Roma, che non de’ Romani i quali nella lor patria stessa le coltivassero. [p. 581 modifica]QUARTO 58I XIII. A questi tempi medesimi par che appartenga un altro amaro rimprovero che lo stesso Ammian Marcellino fa a’ Romani intorno al niun conto che facevasi de’ buoni studj. Egli dopo aver detto (l. 14, c. 6), parlando pure dello stato di Roma al tempo in cui egli scriveva, che le case nelle quali mia voltasi coltivavan gli studj, risonavano allora del suono di molli stromenti, che a’ filosofi succeduti erano i musici, agli oratori i giocolieri, e che le biblioteche erano a guisa di sepolcri perpetuamente chiuse, così aggiugne: Finalmente a tale indegnità si è giunto perfino che costringendosi non ha molto per timore di carestia ad uscire precipitosamente di Roma tutti gli stranieri, i coltivatori delle belle arti ne sono stati, benchè fossero in piccol numero, immediatamente cacciati... ma a tre mila saltatrici co’ loro Cori e con altrettanti loro maestri non si è pur fatto motto. Ammiano scriveva, come vedremo, verso i tempi di Teodosio il Grande; e perciò di una cosa accaduta a’ tempi di Valentiniano poteva ragionare come di cosa di recente avvenuta. In fatti pare che di questo editto medesimo favelli Simmaco che fu prefetto di Roma l’anno 384, allora quando dice (l. 2, ep. 7): Noi temiamo la carestia, e perciò cacciamo coloro a cui Roma avea aperto liberalmente il seno; e supponiamo ancora che con tal mezzo venghiamo ad esser sicuri: ma questa sicurezza medesima quale odio delle provincie tutte accende contro di noi! Quindi questa potè appunto essere quella fame che fu in Roma a’ tempi di Graziano, cioè l’anno 383 in cui questo ottimo [p. 582 modifica]58a libro principe fu ucciso, o in alcun altro degli anni ultimi di questo secolo, ne’ quali sembra che frequente fosse in Roma e in tutta Italia la carestia. Io facilmente mi persuado che vi abbia della esagerazione in questo e negli altri sopraccitati passi di Ammian Marcellino, il (quale parmi scrittore che tutte le cose ci rappresenti nel più nero aspetto di cui siano capaci. Ma ei non dovea certo fingere interamente, scrivendo di cose di cui potevan essere testimonj coloro che leggevano le sue Storie; e convien perciò confessare che benchè non mancassero in Roma anche al presente uomini e professori assai eruditi ed eloquenti, assai nondimeno infelice era generalmente lo stato della romana letteratura. XIV. Valentiniano I finì di vivere l’anno 375 per un eccessivo trasporto di collera da cui fu preso parlando cogli ambasciadori de’ Quadi. Graziano suo figlio, e già, come abbiam detto, dichiarato Augusto da suo padre, aveva allora sedici anni di età. L’esercito volle avere un altro imperadore ancor più fanciullo, e gli associò il suo fratello Valentiniano II che non contavane che quattro o cinque. Frattanto Valente combattendo contro de’ Goti, sconfitto da essi, e rifugiatosi in una casa, vi fu da’ nemici arso vivo l’anno 378. Graziano accorre al soccorso dell’impero orientale, e chiama in suo aiuto Teodosio capitano sperimentato che vince e risospinge di là dal Danubio i barbari vincitori; e perciò da Graziano viene innalzato all’impero d’Oriente. Graziano, principe di amabilissima indole e di singolari virtù, faceva [p. 583 modifica]QUARTO 583 concepir di se stesso le più liete speranze, e gli studj ancora potevano lusingarsi di avere in lui uno splendido protettore. Aveali egli coltivati diligentemente sotto la direzione del celebre Ausonio, cui per segno di gratitudine sollevò poscia all’onore del consolato. Questi ne loda assai l’eloquenza, la grazia, la forza dal ragionare (Gratiar. actio pro consul. n. 68), e altrove dice ch’essendo imperadore, tutto il tempo che dalle guerre e dagli affari gli rimaneva libero, soleva impiegare ne’ poetici studi: Arma inter, Chunnosque truces, furtoque nocentes Sauromatas, quantum cessat de tempore belli, Indulget Clariis tantum inter castra Camoenis. Vix posuit volucres stridentia tela sagittas , Musarum ad calamos fertur manus; otia nescit, Et commutata meditatur arundine carmen. Sed carmen non molle modis; bella lioi rida MarUs Odrysii, Tressaeque viraginis arma retractat. Exulta , Aeacides, celebraris vate superbo Rursum; Romanusque tibi contingit Homerus. Epigr. i. Egli è da credere che in queste lodi avesse non picciola parte l’adulazione. Non si può però dubitare che Graziano non avesse e talento e inclinazione a coltivare non meno che a fomentare le lettere. XV. Ma le belle speranze che di lui si erano concepite svaniron presto; poichè sollevatosi, contro di lui Massimo suo generale l’anno 383, mentre il giovane principe abbandonato dalle sue truppe cerca di salvarsi fuggendo, raggiunto ed arrestato a Lione, vi fu ucciso in età di soli 24 anni. Teodosio fu costretto a dissimulare per alcun tempo, e a riconoscer Massimo [p. 584 modifica]584 LIBRO imperadore; per timore ch’egli non opprimesse il giovinetto Valentiniano II. Ma avendo il tiranno costretto Valentiniano a fuggir dall’Italia, Teodosio venuto con lui a guerra il vinse, ed ebbelo nelle mani; e mentre egli inclinava a usargli pietà, Massimo da’ soldati fu ucciso l’anno 388. Valentiniano II rimesso sul trono d’Occidente sotto la tutela di Giustina sua madre, celebre pel cieco impetuoso suo zelo a favore dell’arianesimo, poco tempo vi si mantenne, ucciso egli pure l’anno 392 in età di soli venti anni per opera del ribelle suo generale Arbogasto. Ma questi ancora insieme con Eugenio da lui posto sul trono periron presto sconfitti da Teodosio l’anno 394, quegli uccisosi di sua propria mano, questi per comando di Teodosio che rimase per tal maniera imperadore dell Oriente e dell’Occidente insieme co’ due suoi figli Arcadio e Onorio. Egli ancora però finì presto di vivere, morto in Milano nel seguente anno 395 in età di cinquant’anni, principe per pietà, per valore, per tutte le più belle virtù degno d’essere paragonato co’ più illustri sovrani, e di cui tutti gli antichi scrittori gentili non meno che cristiani parlano co’ più grandi elogj, e che solo in questi ultimi anni è stato maltrattato da alcuni, presso i quali l’onorare e il proteggere la religione è troppo grave e non perdonabil delitto. A’ tempi di questi imperadori non troviamo nè alcuna legge, nè altra cosa veruna fatta a pro delle lettere. Anzi a questo tempo medesimo si dee fissare ciò che racconta Simmaco, che di questi giorni appunto viveva in Roma; cioè che a’ [p. 585 modifica]quarto 585 professori del romano Ateneo tolti furono gli stipendi di cui per legge di molti imperadori solevan essi godere. Spera , scrive egli a Efestione, plures tibi actutum hospites adfuturos, postquam romanae juventutis magistris sub siili a detrai la sunt solemnis alimoniae (l. 5, ep. 33). Per qual motivo ciò si facesse, nè Simmaco il dice, nè alcun altro antico autore; ma egli è verisimile che ciò avvenisse in occasione della carestia da cui Roma fu più volte a questi tempi travagliata ed afflitta; e forse le cose continuarono sul piede medesimo sino a’ tempi di Atalarico, di cui vedremo che fece legge che a’ professori si pagassero i dovuti stipendj. XVI. Dopo la morte di Teodosio l’impero occidentale prese un rovinoso tracollo. Onorio principe debole e senza virtù ugualmente che senza vizj, e Stilicone suo ministro e general dell’armata, uomo in cui i grandi vizj pareggiavano le grandi virtù , lo trassero al precipizio, quegli colla sua viltà, questi coll’abuso de’ suoi talenti. I Goti, i Vandali, gli Alani, gli Svevi ed altri popoli barbari cominciano a invader f Italia e le altre provincie. Stilicone li combatte con felicità uguale al suo valore, e li vince e li rispinge più volte: ma poscia spinto dall1 ambizione e avido di porre sul capo ad Eucherio suo figlio l’imperial diadema, egli stesso di nuovo gli invita in Itaha. Nè egli nè Eucherio non poteron godere il frutto del lor delitto, uccisi amendue per ordine di Onorio, poichè ebbe scoperte le loro trame. Ma frattanto Alarico con un immenso esercito de’ suoi Goti ritornato in Italia, per l’imprudenza e XVI. lulVl.rr sialo dell1 impero u* tempi di Onorio, [p. 586 modifica]XVII. E «otto Valontinijno Hi* 586 LIBRO per la viltà di Onorio giunge finalmente ad entrare col suo esercito in Roma l’anno 410, Quali fossero i funesti effetti del sacco che per tre giorni le diedero i Barbari, egli è più facile immaginarlo che accertarlo. Niuno degli scrittori che ne ragionano, trovavasi allora in Roma, o in altra città vicina; molti ancora sono di tempo assai posteriore. Quindi certe spaventose immagini che ce ne rappresentano alcuni, egli è probabile che siano esagerate alquanto, come veggiamo spesso accadere che le relazioni di un fatto accaduto tanto si accrescan più , quanto più s’allontanan dal luogo in cui è accaduto. Alarico uscito di Roma morì poco dopo nella Calabria. Ma ciò non ostante l’impero non ebbe pace, e parvero rinnovarsi i tempi di Gallieno, quando da ogni parte sorgevan usurpatori del trono, e da ogni parte sbucavano Barbari a devastar le provincie. Così dopo 28 anni d’infelicissimo regno morì Onorio a Ravenna l’anno 423 in età di soli trentanove anni. Arcadio suo fratello imperador d’Oriente era morto fin dall’anno 4°$? lasciando l’impero al suo figliuolo Teodosio II, fanciullo di soli sette anni. XVII. Valentiniano III, figliuol di Placidia sorella di Onorio e del generale Costanzo, poichè fu ucciso l’an 425 Giovanni segretario di Onorio che avea usurpato l’impero, fu da Teodosio II innalzato alla dignità imperiale nell’Occidente sotto la tutela della sua madre Placidia, poichè egli era fanciullo di sette anui. L’Italia sotto l’impero di Valentiniano III fu per lungo tempo tranquilla; mentre frattanto [p. 587 modifica]QUARTO 58^ le rivalità del conte. Bonifacio e del generale Aezio trassero in rovina l’Africa, e in parte ancora la Francia e la Spagna. Ma l’anno 452 il celebre Attila re degli Unni invitato da Onoria sorella dell’imperadore colla promessa delle sue nozze e della metà dell’impero, entra furiosamente in Italia, espugna Aquilea, e corre saccheggiando e incendiando gran parte d’Italia. A Roma soprastava probabilmente l’ultimo eccidio, se il gran pontefice S. Leone venutogli incontro presso a Mantova non avesse colla sua eloquenza impiacevolito quel barbaro, e determinatolo a tornarsene alle sue provincie, ove poco dopo fu ucciso. Ma una particolar circostanza non vuolsi qui omettere, che troppo da vicino appartiene al nostro argomento; cioè che se Attila fosse rimasto padron d’Italia, sarebbe ben presto interamente perita ogni letteratura. Egli è Pietro Alcionio nel suo libro de Exilio (p. 111) che ci ha conservata memoria , tale essere stato il pensiero di Attila, pensiero degno veramente di un re degli Unni. Egli introduce il cardinale Giovanni de’ Medici a raccontare che nella sua biblioteca eravi un libro d’incerto autor greco intorno le cose da’ Goti operate in Italia, in cui narravasi che Attila , poichè vi entrò vincitore, tanto desiderava di propagarvi la lingua sua propria, che fece legge che niuno più usasse della latina , e chiamò dal suo paese maestri perchè insegnasser la gotica. Ma a dir vero, io difficilmente m’induco a dar fede a questo racconto; nè parmi probabile che Attila, il quale altro non fece che correre a guisa d’impetuoso [p. 588 modifica]xvtii. Legni favorevoli agli studj da lui e da Teodosio II pubblicate. 588 libro torrente l’Italia, nè potè certo considerarla mai come sua, pensasse a pubblicare tal legge. XVIII. Tre anni soli sopravvisse Valentiniano all’invasione di Attila, ucciso da’ congiurati l’anno 455 in età di treutasei anni; principe timido, vizioso e indolente, che vide l’impero all’orlo di una totale rovina senza punto commuoversi, e che abbandonando ogni cosa in mano di pessimi consiglieri, giunse persino a uccidere di sua mano il valoroso Aezio, perchè un vile eunuco gliel fece credere macchinator di congiura. Abbiam nondimeno alcune ottime leggi intorno alle scuole e a’ pubblici professori da lui insieme e da Teodosio II promulgate. Tra esse è memorabil quella che leggesi nel Codice di Giustiniano col titolo: De studiis liberalibus Urbis Romae et Costantinopoli tari ac (l. 11, tit. 18), nella quale veggiamo più cose saggiamente ordinate su quest’oggetto. Vietano essi dapprima che niuno ardisca di ingerirsi da se medesimo nel difficile ministero d’istruir nelle lettere la gioventù. A coloro che nelle case private tengono scuola, non si divieta il farlo; ma quelli che insegnano nelle scuole pubbliche del Campidoglio, non vuolsi che possano aprire ancora scuole private. Quindi si determina il numero de’ professori del Campidoglio: tre oratori ossia retori latini, e cinque sofisti greci, dieci gramatici latini ed altrettanti greci. A questi si aggiunga uno che spieghi le quistioni alla filosofia appartenenti; due altri che dichiarino e interpretin le leggi. Tutti i professori finalmente si vuole che abbiano le scuole lor separate per insegnare , [p. 589 modifica]quarto 5o<) sicché non siano l’uno all’altro di vicendevol disturbo. Ed ecco con questa legge formata, per così dire, una intera e compita università in Roma. Ma questa legge che, qual è espressa nel Codice di Giustiniano, comprende veramente.anche le scuole e i professori di Roma, fu ella veramente a’ tempi di Valentiniano III pubblicata per essi ancora, o solamente per quelli di Costantinopoli? Il soprallodato P. Caraffa contro il sentimento del Gotofredo sostiene che fin d’allora comprese amendue le città imperiali. Ma a me sembra che le ragioni dal Gotofredo arrecate comprovino chiaramente la sua opinione (in not. ad Cod Theod. l. 14 > tit. 9), poichè questa legge è connessa, coni’ egli osserva, con altre che appartengono a Costantinopoli, e Valentiniano III era allora fanciullo di sette anni, e non potè perciò aver parte in questa legge che da Teodosio solo fu pubblicata, e poscia da Giustiniano fatta comune anche a Roma. XIX. In fatti troppo infelice era allora lo stato di questa città, perchè si potesse pensare < a farvi rifiorire le scienze; e assai peggiore an- ‘ cor se ne fece la condizione dopo la morte di Valentiniano III, ucciso, come si è detto, l’anno 455. Poco oltre a venti anni si mantenne ancora il romano impero, e in sì breve spazio di tempo vedremo nove imperidori succedere l’uno all’altro, quasi tutti costretti a discender dal trono appena v’eran saliti. Massimo ch’era stato, benchè occultamente, il principale autore della morte di Valentiniano, fu il primo a prendere il diadema; uomo che per le piò [p. 590 modifica]5c)0 LIBRO luminose cariche con singolare onor sostenute sarebbene sembrata degno, se non P avesse usurpato. Eudossia vedova di Valentiniano, nulla sapendo ch’ei fosse stato il traditore di suo marito, accettò le nozze di Massimo. Ma poichè egli credendosi omai sicuro le ebbe svelato T arcano, ella montò in furor così grande che per vendicarsi chiamò dall’Africa Genserico re de’ Vandali. Questi viene in Italia con un possente esercito. I soldati romani atterriti si rivolgono contro di Massimo, e dopo tre soli non interi mesi d’impero lo uccidono. Ma Genserico s’avanza ed entra furiosamente in.Roma. Il gran pontefice S. Leone che avea calmato il furibondo Attila, ottenne ancora dal Vandalo, che non usasse coll’infelice città e co’ miseri cittadini nè fuoco nè tormenti nè strage. Quattordici giorni durò il saccheggio; e quanto di più pregevole potè cader nelle mani di que’ barbari ingordi, di tutto fecer bottino, e carichi di preda con un gran numero di prigionieri sen tornarono in Africa. Avito, nato di ragguardevol famiglia nell’Alvernia, e generale delle truppe romane, qualche tempo dopo la morte di Massimo fu proclamato imperador nelle Gallie, e riconosciuto ancor da Marciano imperador d’Oriente sen venne a Roma, seco conducendo il celebre Apollinare Sidonio a cui avea data in moglie una sua figlia. Questi recitò pubblicamente in Roma un panegirico in versi in lode del suo suocero (Carm. 7)) e n’ebbe l’onore di una statua di bronzo innalzatagli nel Foro di Traiano (id. Carm. 8). Ma benchè egli ne dica grandissime lodi, gli [p. 591 modifica]QUARTO 5l)l storici quasi tutti nondimeno insieme con molte virtù riconoscono in lui molti vizj. Poco tempo però egli ebbe a dar saggio di se medesimo; poichè dopo un breve impero di poco oltre ad un anno, Ricimero da lui mandato contro de’ Vandali, tornandone vincitore, se gli rivolse contro, e costrettolo a deporre la porpora, per timore che non la ripigliasse, il fè ordinar vescovo di Piacenza. Ma Avito amando meglio di vivere tranquillamente, postosi perciò in viaggio verso la sua patria, morì prima di giungervi. XX. D’allora in poi Ricimero fu l’arbitro, per così dire, del diadema imperiale, senza però ch’egli giammai si curasse di ornarsene il capo, o perchè fosse allora così avvilita la dignità del trono, che non sembrasse oggetto a bramarsi, o perchè gli paresse cosa più gloriosa il farvi ascendere o discenderne chi più gli piacesse, che il salirvi egli stesso. Dopo la morte di Avito passarono parecchi mesi senza che si nominasse alcun imperador d’Occidente. All’ultimo fu sollevato al trono Maggioriano generale dell’armate, di cui tutti gli scrittori di questi tempi commendano sommamente la prudenza , il coraggio, l’affabilità, la modestia e tutte le più belle virtù degne di un monarca. In lode ancora di lui scrisse Sidonio un panegirico in versi (Carm. 5), e innanzi ad esso recitollo in Lione; e ne parla ancora più volte, e cel rappresenta come ottimo principe e amante della letteratura (l. 1, ep. 11). Le belle doti di Maggioriano, e le vittorie che contro de’ Barbari aVea già egli riportate felicemente, davano [p. 592 modifica]5f)2 LIBRO qualche speranza che l’impero fosse per risalire all’antica sua dignità. Ma l1 ambizioso Ricimcro reggendolo crescere ogni giorno più in autorità e in potere, il fece crudelmente uccidere presso Tortona a17 d’agosto dell’anno 461, dopo poco oltre a 3 anni d’impero. Quella gelosia medesima che avea condotto R cimerò a un tal delitto, lo consigliò a porre sul trono un cotal Severo uomo da nulla, e di cui altra memoria non ci è rimasta, se non che i Barbari profittando della sua debolezza inondarono da ogni parte l’impero. Egli il tenne per circa quattro anni, morto l’anno 465 per veleno, come si crede, datogli da Ricimero. Due anni rimase allora vacante l’impero occidentale-, occasione troppo opportuna a’ Barbari per estendere sempre più le loro conquiste. Finalmente i Romani chiesero a Leone imperador d’Oriente Antemio, uomo di illustre famiglia in Costantinopoli, e valoroso nell’armi5 e Leone datagli la corona imperiale, mandollo in Italia, l’an 467- Egli per aver favorevole la potenza di Ricimero, di egli una sua figlia in moglie. Ma ciò non ostante si accese presto tra essi una fatal dissensione , che sopita per qualche tempo da S. Epifanio vescovo di Pavia, si riaccese poi più crudele, e finì colla morte di Antemio ucciso da Ricimero l’anno 472; e con un terzo saccheggiamento di Roma forse più crudele de’ primi due. Antemio ancora fu con un poetico panegirico lodato in Roma da Apollinare Sidonio (Carm. 2) che n’ebbe in ricompensa l’onorevol carica di prefetto della città (id. l. 1, ep. 9). Fra le altre lodi egli ne esalta [p. 593 modifica]’QUARTO 593 il profondo studio di quanto gli antichi filosofi aveano scritto, e la diligente lettura di tutti i migliori autori greci e latini. Frattanto Olibrio, che da Leone imperadore d’Oriente era stato inviato in Italia per sostenere Antemio, essendo giunto quando egli era già morto, fu innalzato egli stesso per opera del medesimo Ricimero al trono. Ma l’anno stesso e il nuovo imperadore e Ricimero ancora finirono i loro giorni. XXI. L’impero occidentale è omai vicino all’ultimo suo totale sterminio; e una guerra civile si aggiunge alle altre sue sciagure. Glicerio sollevato al trono da’ Romani trova un rivale in Giulio Nipote, a cui Leone imperador d’Oriente, sdegnato perchè non fosse stato richiesto del suo consenso per l’elezion di Glicerio, conferisce la corona imperiale. Glicerio è costretto a deporla, e Nipote il fa ordinar vescovo di Salona in Dalmazia l’an 474- Ma l’anno seguente egli ancora è costretto da Oreste generale delle Gallie a fuggire da Roma, e a ritirarsi in quella città medesima di cui avea fatto ordinar vescovo Glicerio, e dove egli fu poi ucciso l’anno 480. Oreste fa proclamare imperadore Romolo soprannomato Augustolo. In questo spregevol principe finì l’impero romano. I Barbari , di cui in ogni parte eran piene tutte le provincie, e di cui erano in gran parte composte le truppe ancor dell’impero, pretesero di avere in lor proprietà la metà delle terre d’Italia; il che avendo lor ricusato Oreste, Odoacre scelto da essi a lor capo, si volge dapprima contro Oreste, e assediatolo in Pavia, e vinta e saccheggiata quella Tirabosciii, Voi. II. 38 [p. 594 modifica]5t)4 LIBRO città, lo fa uccidere; quindi sen va a Roma, e vi si fa proclamare re d’Italia; finalmente passa a Ravenna, spoglia Augustolo della porpora. e assegnatogli di che vivere agiatamente, il confina in un castello presso Napoli; e in tal maniera l’an 476 f Italia e tutto l’impero occidentale si trova in potere de’ Barbari, e lor suddita e schiava si riconosce quella Roma medesima, il cui solo nome per tanti secoli riempiuti aveali di terrore. XXII. Io son venuto brevemente accennando le principali vicende dell’impero romano, perchè esse troppo son necessarie a conoscer lo stato dell’italiana letteratura a questi tempi. Ognun vede se in un sì grande sconvolgimento di cose poteva aspettarsi ch’essa fiorisse felicemente. Le invasioni de’ Barbari, le interne discordie, i saccheggiamenti, gl’incendj, le stragi, come condusse!- l’impero alla sua estrema rovina, così condussero ancor le lettere a una total decadenza. Pochi erano quelli che avessero agio per coltivarle; e quelli ancora che aveano e talento e inclinazione per esse, vivendo e conversando continuamente in mezzo ai Barbari, ne contraevano, per così dire, una cotal barbarie e rozzezza, che troppo chiara si scuopre nelle loro opere. Veggasi ciò che ne abbiam detto nella Dissertazione preliminare premessa a questo Tomo. Non è dunque a stupire se scarsa materia di ragionare e tenue materia di lode per la nostra Italia ci si offrirà in quest’epoca; anzi ella è cosa degna di maraviglia che in mezzo a sì grandi e sì universali disastri pur non mancassero totalmente gli [p. 595 modifica]uomini dotti, e si trovasse ancora chi d’ogni suo potere usasse felicemente nel coltivare e nel promuover le scienze.