Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo V/Libro III/Capo III

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Capo III – Poesia latina

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Capo III.

Poesia latina.

I. Benchè la poesia italiana avesse in questo secolo coltivatori e seguaci in quel gran numero, che nel precedente capo si è osservato, non rimase però dimenticata e negletta la poesia latina per modo che molti non si vedessero ae’essa applicarsi. E benchè ella fosse ben lungi dal ritornare alla natia ea’antica sua eleganza, gli onori nondimeno a cui fu sollevata, le recarono un glorioso compenso de’ gravi danni che ne’ secoli addietro avea per sì gran tempo sofferti. La corona d’alloro ae’essa, e non alla poesia italiana, fu conceduta. O sia che il poetar volgarmente si credesse sol proprio di giovani [p. 874 modifica]8^4 LIBRO follemente perduti dietro ali’ amore, o sia che non si riputasser degni di premio se non (que’ versi ne’ quali cercavasi di seguir le vestigia de’ primi padri ed autori della poesia latina, è certo che questa sola fu riputata meritevole di solenne e pubblico guiderdone. Il Petrarca stesso, di cui noi leggiamo con sì gran piacere le rime, e appena gittiam un guardo su’ versi latini, a questi però fu debitore singolarmente dell’altissima stima di cui godette vivendo, e del premio da lui tanto bramato della solenne coronazione. Questo onore, a lui e ad altri poeti a questa età accordato, moltiplicò grandemente gli amatori e i coltivatori della poesia latina; e pareva che ognun si recasse a vergogna il non saper verseggiare in quella lingua in cui aveano verseggiato Virgilio e Orazio: Non è mai stato sì vero, dice il Petrarca in una sua lettera pubblicata dall’ab. de Sade (t. 3, p. 243), come al presente quel detto d Orazio: Scribi ni us indocti doctique poemata passim. Egli è un tristo conforto V aver compagni; e amerei meglio esser infermo io solo. Io son travagliato da’ mali miei e dagli altrui; e appena posso respirare. Ogni giorno da ogni angolo dell Italia mi piovon addosso de’ versi; ma ciò non basta; me ne vengono dalla Francia , dalVAUemagna , d i li Inghilterra , dalla Grecia... Almeno non fosse questo contagio penetrato segretamente fino entro alla corte romana! Ma in che credete voi che si occupino i nostri giureconsulti e i medici? Più non conoscono nè Giustiniano nè Esculapio. Sordi alle voci de [p. 875 modifica]TERZO 875 litiganti e degl’infermi, non vogliono udir parlare che di Virgilio e d Omero. Ma che dirli io? Gli agricoltori, i falegnami, i muratori gì Unno gli stromenti delle loro arti per trattenersi con Apolline e colle Muse... Io mi congratulo colY Italia eli ella ha prodotti alcuni degni di salire sul Pegaso, e di levarsi in alto. Se non mi accieca l’amor della patria , io ne veggo in Firenze, in Padova , in Subnona 7 in Napoli, mentre in altro luogo veggo sol poetastri che strisciano a terra. Temo di averi col mio esempio contribuito a tal follia. Si dice che l’alloro produce sogni veraci. Ma temo che quello che io con troppa avidità ho raccolto non ben ancora maturo , rechi de’ sogni falsi a me e a molti altri, ec. Cosi egli prosiegue a descrivere il gran numero di coloro che lusingandosi di poter giugnere essi pure ove egli era giunto , si sforzavano a dispetto ancor delle Muse di divenir poeti. E certo molti sono a questo secol coloro de’ quali ci son pervenuti versi latini } benché pur sia a credere che assai più siano quelli le cui poesie sono senza alcun nostro danno perite. Noi dobbiarnqui ragionare di quelli che per riguardo all1 età a cui vissero, furono i meno incolti , e di quelli a cui viaggiatilo che fu roti profuse lodi ed onori sopra gli altri. Nè io perciò intendo di consigliare ad alcuno la lettura de’ loro versi, ma sol di mostrare che anche in questa sorta di studj l’Italia andò di gran lunga in questo secolo innanzi alle straniere nazioni, le quali non potranno certo additarci poeti nè in numero nè in eleganza maggiori de’ nostri. [p. 876 modifica]876 LIBRO II. Dante Alighieri, che fu il primo a sollevare la poesia italiana a quello splendore di cui non avea finallora goduto, fu il primo ancora che si accingesse a richiamare, come meglio poteva, la poesia latina all’antica eleganza. Due egloghe latine ne abbiamo (Carm, ill Poet Flor. 1719 , t. 1 , p. 115), stampate però con poca esattezza, le quali, benchè sieno di gran lunga discoste dalla grazia dello stil di Virgilio , mostrano nondimeno lo sforzo non del tutto infelice di Dante nel tenergli dietro. Esse sono indirizzate a Giovanni di Virgilio poeta bolognese, da noi mentovato altra volta, grande amico di Dante, nella cui morte ei compose un elogio in versi, che da molti scrittori si riferisce, e più esattamente dal sig. Giuseppe Pelli (Mem, della Vita di Dante, p. 102). Dello stesso Giovanni abbiamo ancora alcune egloghe latine (Carm, ill. Poet. t. 11, p. 365 , ec.); in una delle quali esorta Dante a venire a prendere la laurea in Bologna; in un’altra con lui si lagna perchè coltiva la lingua italiana più che la latina (V. Mehus, Vita Ambr. camald\ p. 230 , 234). Un’altra ancora ne abbiamo da lui scritta ad Albertino Mussato, a cui vedesi ch’egli era stretto in amicizia. Nel titol di essa però egli è detto cesenate: Magistri Johannis de Virgilio de Cesena. Il che se voglia indicarci che egli era veramente natio di Cesena, e non di Bologna , ovver solo ch’egli abitasse nella prima città, e ottenuta ne avesse la cittadinanza, non saprei dirlo. Certo i Bolognesi, e singolarmente l’Orlandi (Scritt bologn. p. 148), [p. 877 modifica]TERZO 877 lo annoverati tra’ loro scrittori (a). Egli ebbe un figlio detto Antonio , il quale, per testimonianza del Ghirardacci (Stor. di Bol. t. 2, 19), l’anno 1321 non avendo l’università di Bologna maestro di poesia , fu chiesto a tal fine dagli scolari al Consiglio della città , e loro concesso con largo salario, acciocché egli leggesse Virgilio, Stazio, Lucano ed Ovidio.Questo medesimo storico narra lo stesso, all’anno 1324 (ib. p. 59), di Giovanni di Antonio di Virgilio; ma forse in questo secondo passo il nome del padre si è posto in luogo di quel del figlio; e forse non fu questa che una nuova conferma della cattedra tre anni innanzi data ad Antonio. III. Nella Vita di Albertino Mussato, scritta da Secco Polentone, e pubblicata dal Muratori (praef. ad Hist. Muss. vol 10 Script. Rer. ital.), si nominano tre poeti latini che erano al tempo medesimo, cioè al principio del secolo xiv, in Padova , i quali nel verseggiare latinamente gareggiavan tra loro: Habuit namque diebus unis Padua Civitas Lovatum, Bonatinum, et Mussatum , qui delectarentur metris et amice versibus concertarent. Del primo di questi ci ha lasciato un magnifico elogio il Petrarca, il quale, di lui parlando, dice (Rer. Mem. l. 2, c. 3) ch’egli sarebbe stato il primo fra quanti poeti avea veduto quel secolo e il precedente, se (n) 11 eh. sig. canonico bandini ha pubblicate nuovamente più corrette a’eune poesie di Giovanni di Virgilio, e ci ha data notizia di più altre, che si conservano mss. nella I.aurmziana (Cat. God. lai. Bill. Laur. t. 3, /1. 11, ec.). [p. 878 modifica]8^8 LIBRO non avesse unito allo studio della poesia quel delle leggi. Racconta quindi che per una improvvisa necessità di difender tosto un amico, accorso essendo nell1 abito domestico, in cui si trovava, al tribunale, il giudice dapprima non conoscendolo se ne fece beffe; ma uditane poi l’eloquenza, e chiedendo a’ circostanti, mentr ei partiva,, chi fosse colui, seppe ch’egli era Lovato , di cui, dice il Petrarca, era allor chiara la fama non solo in Padova, ma per tutta l’Italia. Nelle edizioni dell’Opere del Petrarca, a questo passo, invece di Lovatus si legge Donatus y e perciò alcuni han fatto un certo Donato da Padova legista e poeta. Ma l’ab. Mehus ha avvertito l’errore (Vita Ambr. camald.. p. 232), e coll’autorità de’ migliori codici l’ha emendato. Ma ove troverem noi sicure notizie intorno alla vita di questo poeta e giureconsulto? Appena si crederebbe, se non fosse sotto gli occhi d’ognuno la diversità d’opinioni che v’ha intorno a lui tra gli scrittori padovani. Il Portenari citando lo Scardeone, dice (Felic. di Pad. p. 267) che fu dottore di legge, cavaliere, poeta ed avvocato; e che morì l’anno 1292 in Vicenza, mentre era vi podestà. IlPapadopoli (Hist Grmn. patav. t. 2, p. 12) lo dice morto solo l’anno 1399; e narra ch’egli co’ pungenti suoi motti avendo irritato Jacopo da Carrara signor di Padova, fu da lui esiliato a Chiozza, e poi a preghiere di molti amici richiamato in patria. Il Facciolati il fa uomo d’autorità l’anno 1254, perciocchè narra (Fasti Gymn, patav par. 1 , p. 7) ch’essendosi in quell’anno scoperto il sepolcro di un soldato, ei persuase a’ suoi concittadini [p. 879 modifica]TEI\Z0 879 quello essere il cadavere di Antenore , e che fattogli innalzare un magnifico monumento y compose egli stesso i versi che ancor vi si leggono. L’ab. de Sade riferisce (Meni, polirla vie de Petr. t. 3, p. 5^6) f iscrizione posta al sepolcro di Lovato , dirimpetto a quello di Antenore , in cui si afferma clf ei 11101*1 a’ 7 di marzo del 1309. A conoscere quale fra sì contrarie opinioni sia la più verisimile, altro mezzo non v’ha che ricorrere a’ monumenti più antichi e in conseguenza più certi. Or la scoperta del sepolcro creduto di Antenore, in cui per comune consenso ebbe la principal parte Lovato, accadde, secondo il frammento di un’antica Cronaca di Padova , pubblicata dal Muratori Script. rer. ital, vol 8, p. 461), l’an 1283: inventa arca nobilis Ariti noris corulitoris Urbis Paduae cum Capitello penes Sanctum Laurentium a porta Sancti Stephani. L’anno 1291, e non nel seguente, come il Portenari ha scritto, ei fu podestà di Vicenza, e ne abbiamo la pruova nel Supplemento alla Cronaca di Niccolò Smerego, ove se ne fa un onorevole elogio: mccxci fuit D. Lovatus Judex Potestas Vicentiae , et fecit bonum regimen, et fecit pingi et scribi historiaS de Palatio (ib. p. 111). Quindi a me pare che convenga attenersi alf autorità delr accennata iscrizione, e crederlo morto nel 1309. E ch’ei non vivesse più oltre, me lo persuade il riflettere che nella Storia del Mussato, che comincia verso questi tempi medesimi, e in cui si nominan tutti que’ Padovani più ragguardevoli che negli affari d’allora ebbero parte, di Lovato non si fa menzione. Solo il Mussato [p. 880 modifica]880 libro rammenta alcuni discorsi che intorno allo stato di Padova avea in addietro tenuti con Lovato: Me min eri mijue ego Lovatum vatem, Rolandumque nepotem, (dum saepe in diversoriis cum sodalibus obversamur, ec. La qual famigliare amicizia del Mussato con Lovato mi conferma nell’opinione che questi non potesse morire mentre era podestà in Vicenza; perciocchè in tal caso sarebbe morto circa quarantanni prima del Mussato; e in tempo che questi non avea che trentanni di età. Perciò debbonsi rigettar tra le favole le cose che abbiam udite narrarsi dal Papadopoli e da altri, delle vicende a cui egli fu esposto sotto Jacopo da Carrara , perciocchè questi non fu signore di Padova che nove anni dopo la morte di Lovato. I versi ch’egli volle che si apponessero al suo sepolcro, e che si riferiscono dal Papadopoli, non ci danno una grande idea di questo principe de’ poeti. Lo stesso autore, dopo altri scrittori padovani, dice ch’egli avea composti alcuni trattati di poesia , e volte in versi leonini le Leggi delle dodici Tavole; ma che queste opere più non si trovano. Di questo poeta il Fabricio ha fatti tre diversi scrittori; perciocchè ei nomina prima Donato da Padova (BibL med. et inf. Latin. t 2, p. 59), e reca l’elogio fattone dal Petrarca, poscia Lovato (ib. t. 4? p- 280) giureconsulto e poeta, a cui sull’autorità del Vossio attribuisce un opuscolo sulla città di Padova, e sulle guerre de’ Guelfi e de’ Gibellini, del quale niun altro ha mai fatta menzione; e finalmenteLupato (ib. p. 294)7 a cui pure attribuisce l’elogio formatone dal Petrarca , di cui accenna l’opere rammentate dal Papadopoli. [p. 881 modifica]TERZO 88I IV. Più incerto ancora e più oscuro è ciò che appartiene al secondo dei tre mentovati poeti, cioè a Bonatino, di cui niuno degli scrittori padovani ci ha lasciata memoria alcuna. Ma io credo eli’ ei sia quel desso di cui parla il Petrarca ne’ suoi versi latini, dicendo: Secula Pergameum viderunt nostra Poetam, Cui rigidos strinxit laurus Paduana capillos , Nomine reque bonum. Carm. l. 2 , ep. 11. Ei parla qui di un poeta di patria bergamasco, ma che viveva in Padova , ed ivi per la sua eccellenza nel poetare era stato coronato d’alloro, e di lui dice che di nome e di fatto era Buono. Non è egli evidente che questi è appunto il Bonatino contemporaneo del Lovato e del Mussato? Il Padre Calvi nomina (Scena letter. di Scritt. bergam. p. 92) un certo Buono da Castiglione terra del Bergamasco, e riferisce l’elogio che ne fa il Muzio , in cui accenna le lodi dategli dal Petrarca. E forse egli appellavasi Buono, e solo per vezzo diceasi Bonatino o Bonettino. Ma ella è cosa ben singolare che di un poeta giunto a sì gran fama nel verseggiare , che fosse riputato degno della corona d’alloro, non ci sia giunta nè veruna distinta notizia, nè un verso solo da cui raccogliere qual ne fosse il valore. Del terzo de’ tre accennati poeti, cioè di Albertino Mussato, abbiam già altrove favellato non brevemente, e abbiam veduto con qual solennità conferito gli fosse l’onore del poetico alloro. Oltre i tre libri di Storia, eli’ egli scrisse, come si è detto, in versi, più altre poesie latine egli compose, [p. 882 modifica]88a libro elegie, lettere, egloghe, inni e due tragedie, delle quali parleremo poscia distintamente. In esse vedesi una non ordinaria facilità, a cui è probabile ch’ei dovesse principalmente l’onore della corona; ma alla facilità non è ugual l’eleganza , e lo stile ne è comunemente duro ed incolto, assai meno però dei poeti dell’età precedenti; e forse cotai poesie ci sembrerebbono ancor migliori, se l’edizioni non ne fossero guaste e scorrette (a). V. Albertino Mussato essendo poeta, era in amicizia congiunto cogli altri poeti della sua età, e con quelli singolarmente delle città e delle provincie vicine, anzi era in certo modo il difensor loro e de’ loro studi. Un certo F. Giovannino da Mantova dell’Ordine <le’ Predicatori , per esaltare lo studio della teologia, avea in una sua predica depressi tutti gli altri; ma non avea fatto motto della poesia. 1 dottori c i professori delle altre scienze ne menarono gran rumore; e il Mussato prendeasi giuoco di loro, dicendo che il solo studio della poesia avea il zelante predicatore eccettuato dal (a) Del Mussato fa ancor menzione Gillio Gregorio G ì mid i nel primo de’ suoi Dialoghi su’ Poeti del tempo suo; benchè ei con leggier cambiamento lo dica Alberto Museo. Ma eh’ei sia il medesimo , è manifesto anche da ciò che il Giraldi ne dice, cioè che le poesie ne erano oscene. Tali di fatto sono alcune fra quelle del Mussato; e alcune inoltre ne furono perciò ommesse, quand i si pubblicarono , e due tra le altre che si leggono in un codice del secolo xv, presso il sig. D. Jacopo Morelli, che hanno per titolo: Priapeia Musati Poetae Patavi, e Cunneia Domini Musati. [p. 883 modifica]TERZO 883 comun biasimo. Di che avvertito F. Giovannino, si protestò che solo per dimenticanza avea ommesso di biasimare ancora la poesia , e scrisse al Mussato una lettera in cui combatteva ciò ch’egli avea asserito, cioè che la poesia fosse un’arte divina. Così questa lettera, come due risposte, una in prosa , f altra in versi, che il Mussato le fece, sono stampate fra f opere di questo poeta. Nel titolo della lettera di F. Giovannino gli si danno i titoli rP uomo dottissimo nella teologia e nella filosofia naturale e morale. Ma egli volle ancora mostrare, che, benchè biasimasse la poesia, pur sapeva fare de’ versi, e perciò quattro ne premise alla mentovata sua lettera, per riguardo a’ quali i padri Quetif ed Echard lo han detto uomo colto nelle arti liberali e amico delle Muse (Script. Ord. Praed. t 1, p. 5i i); ad acquistare il qual titolo, se bastano quattro versi quai sono quelli di F. Giovannino, appena vi sarà al mondo chi non abbia diritto a tale amicizia. Somigliante apologia dovette fare Albertino scrivendo a Giovanni da Vi gonza , uomo, come dice il Vergerio (Script.Ber. itai vai. i6,/>. i(>8), celebre per dottrina non meno che per dignità sostenute, il quale con fama d’uomo incorrotto era stato lungamente occupato nei maneggi della Repubblica, e in ambasciate a quasi tutti i sovrani del mondo; e che essendosi poi ridotto ad assai povero stato in vecchiezza, fu da Ubertino da Carrara con somma liberalità mantenuto e onorato. Or questi avea mostrato, e non senza ragione , di aver in orrore due poco modesti componimenti da Albertino scritti in lode di [p. 884 modifica]884 LIBRO Priapo, i quali perciò sono stati ommessi nella raccolta delle sue poesie. Quindi il Mussato gli scrive una epistola in versi elegiaci (ep. n) 9 scusandosi e difendendosi, come può meglio, contro i rimproveri di Giovanni. VI. Nelle poesie del Mussato troviamo ancora menzione di un altro poeta a que’ tempi famoso , cioè di Benvenuto de’ Campesani vicentino. che da Guglielmo da Pastrengo vien detto Poeta et Scriba mirabilis (De Orig Ber. p. 16). Egli avea fatto un poema in lode di Can Grande della Scala, all’occasione dell’espugnar ch’ei fece Vicenza, e in essa avea insultati i Padovani nemici di Cane. Quindi un certo Paolo Giudice soprannomato dal Titolo richiese Albertino , che gli facesse risposta , e difendesse fon or della patria. E il fece egli in fatti, scrivendo al medesimo Paolo una lettera in versi esametri (ep. 17), che non è certo molto onorevole a Cane. Questo poema del Campesano non ci è pervenuto, ma i versi con cui il vicentino Ferreto ne pianse la morte, invitando anche il Mussato a fare il medesimo, e che sono stati pubblicati dal Muratori (Script. Rer. ital. vol. 9, p. 1183 , ec.) , ci fan conoscere ch’egli era avuto in conto di uno de’ più eleganti poeti che mai fosser vissuti al mondo. Lo stesso Ferreto era egli ancora poeta, come raccogliesi non solo da’ sopraccennati versi, ma da un poema ancora eli’ egli scrisse sull’Origine della famiglia degli Scaligeri, dato alla luce (dal Muratori (ib. p. 1197), e scritto in uno stile alquanto tronfio, a dir vero, ma che ha nondimeno gravità ed eleganza maggior di quella [p. 885 modifica]TERZO 885 che ne’ poeti di questa età comunemente s’incontri. VII. Contemporaneo, e vicino di patria ad Alberti no Mussato, fu un poeta celebre bassanese, cioè Castellano, di cui perciò mi stupisco che non abbia mai quello storico fatta menzione. Di lui, dopo molti scrittori padovani e vicentini, più diligentemente ha scritto il* nobile ed eruditissimo sig. Giambattista Verci, singolare ornamento di Bassano sua patria, la cui storia letteraria egli ha illustrato colle Notizie degli scrittori bassanesi e da cui aspettiamo più altre opere che arrecheranno gran luce alla storia d’Italia de’ bassi tempi (a). Ei dunque, dopo aver corretto gli errori che altri han commesso nel ragionarne, afferma che Castellano nacque verso il 1300, che fece i suoi studi e visse lungo tempo in Padova, alla cui cittadinanza ebbe l’onore di essere ascritto; e inclina a credere ch’ei fosse eletto arciprete della sua patria, e che vivesse sino al 1392. Ma avendo egli poscia esaminate le carte dell’archivio di quella città, ha trovato onde correggere ed aumentare cotai notizie; e gentilmente mi ha permesso di farne uso in questa mia storia.Da esse dunque ricavasi, in primo luogo, ch’ei dovea esser nato più anni prima del 1300; perciocchè in una carta del 1297 egli è già nominato dottor di gramatica: praescntihus Magi* tro Castellano Dodore Grammaticae. inoltre (a) Egli ha di fatto poi pubblicate due storie, cioè quella della celebre famiglia degli Ecelini, e quella della Marca Trivigiana. Tiraboschi, Voi VL [p. 886 modifica]886 LIBRO raccogiiesi da esse, eli’ egli era figliuolo di un «cotal Simeone, dicendosi in una caria del i3o4 Magistro Castellano jìlio Domini Simeonis, e clic questi era già morto Tanno 1314, poiché in una carta di quest’anno Castellano è detto Casti llanus Doctor Grammaticae qu. D. Simeonis. Nè egli occupavasi solo nel tenere scuola di gramatica, ma era ancora adoperato ne’ pubblici affari poichè in più carte, dal 1305 fino al 1319, vedesi Castellano intervenire al Consiglio, ed aver parte nelle pubbliche determinazioni. Anzi il veggiamo ancora onorato del titolo di notajo in più carte, ed in una singolarmente del 1317: Ego Magister Castellanus qu. Domini Simeonis, qui moror in Baxano in quarterio Sancte Crucis et in contrata putei, sacri Palatii not., ec. Da queste certe notizie si rende troppo evidente eli’ ei non potè essere arciprete della sua patria, e vivere sino al 1392. Non si sa precisamente quando ne accadesse la morte. Ma non v’ ha chi non vegga doversi rigettar tra le favole, ciò che il Chiuppani afferma (Stor. di Bass. p. 119) 5 aver lui vissuto cenlosessantasei anni: errore in cui questo storico è stato tratto, a mio credere, da un passo del Sansovino, non bene inteso. Questi, scrivendo di Castellano, dice (Venezia p. 500) che visse cento sessanta sei anni dopo Federigo Imperadore; ove ognun vede non fissarsi già la durata della vita di Castellano, ma la distanza di tempo che passò tra lui e l’imperador Federigo. Il Papadopoli (Histor. Gymn. patav.t.2 p. 155, ec.), citando altri recenti scrittori padovani , afferma che quanto egli era malconcio [p. 887 modifica]TERZO 887 della persona, essendo gobbo e zoppo di amendue le gambe, altrettanto era leggiadro di volto, e pronto d’ingegno singolarmente nel poetare, talché neir una e nell1 altra lingua verseggiava con ammirabile celerità, e dormendo ancora non cessava dal verseggiare. Delle quali cose io bramerei che si potessero addurre più certe pruove. Ma eli1 ei fosse poeta pe’ tempi suoi valoroso, cel mostra il poema da lui composto sulla pace fatta in Venezia tra ’l sommo pontefice Alessandro III e f imperador Federigo I, e indirizzato, l’anno 1327, non ad Andrea, ma a Francesco Dandolo doge di quella Repubblica. Esso non è mai stato dato alla luce, ma conservasi manoscritto nella real biblioteca di Brusselles, donde ne fece trarre copia l’eruditissimo cardinale Giuseppe Garampi. Esso comincia: Exurgant Venetae praeconia clara per orbem Digna cani, et lauro decorari carmina gentis. Il Papadopoli accenna più altre poesie latine di Castellano, ma senza indicarci se se ne conservino copie in alcuna biblioteca. Vedesi ancora in Bassano , nella chiesa di S. Francesco, l’iscrizion sepolcrale che a questo poeta fece porre, l’anno 1498, Antonio Castellani. Vili. Al principio di questo secol medesimo, la poesia latina ebbe l’onore di vedersi coltivata da un cardinale per nascita non meno che per sapere famoso. Parlo del Cardinal Jacopo Gaetano, di cui prima il Papebrochio (Acta SS. maii t 4 , ad. d. 19), e poscia il Muratori (Script. rer. ital. t. 3, pars 1, p. 613, ec.) han pubblicato tre poemi, uno della Vita del [p. 888 modifica]888 libro pontefice S. Celestino, l’altro della Elezione e della Coronazione di Bonifacio VIII, il terzo della Canonizzazione del sopraddetto pontefice S. Celestino. Dalla prefazione, da lui stesso premessa a questi poemi, ricaviamo clr egli era figliuolo di Pietro di Stefano ossia degli Stefaneschi e di Perna degli Orsini; che fatti i primi studi in Roma fu mandato a Parigi; e che ivi, dopo tre anni di studio, conseguì l’onore della licenza nelle arti liberali, di cui poscia prese ivi a tenere scuola pubblicamente; che si volse quindi allo studio del Diritto canonico, e, poichè fu tornato in Italia, del civile, in cui fece assai felici progressi; che nel medesimo tempo coltivò la poesia latina, singolarmente colla lettura di Virgilio e di Lucano; e che fu fatto cardinale di S. Giorgio al velo d’oro, l’anno 12t)5, nel secondo anno di Bonifacio VIII. Onde egli avesse il cognome di Gaetano, ch’egli stesso si attribuisce, non saprei dirlo. Certo è però, di’ ei non fu nipote di Bonifacio VIII, come han creduto il Ciacconio, e dopo lui l’ab. de Sade (Mem. pour la vie de Petr. t 1 , p. 64); perciocchè i nomi de’ suoi genitori ci mostrano ch’egli nè per padre nè per madre non poteagli appartener almen sì dappresso. Delle cose da lui operate negli affari della Chiesa, non è di quest’opera il ragionare. I poemi da lui composti (dei quali pare che l’ab. de Sade abbia ignorate le due edizioni che ne abbiamo, poichè non ne cita che un codice a penna), non sono, per vero dire, la più elegante cosa del mondo, ma pur son degni di lode pe’ tempi a cui furono scritti, e ci mostrano un uomo [p. 889 modifica]TERZO 88j) eh’erasi sforzato di divenir buon poeta, ma che non avea avuti i mezzi a ciò neccessarj. Egli è ancora autore di un libro sul Giubbileo delF Anno Santo, pubblicato nella Biblioteca de’ PP. (t 15, p. 936), e di un trattato delle Cerimonie della Chiesa romana, dato alla luce dal Mabillon (Mus. ital t 2, p. 243), di che reggasi F Oudin (De Script eccl. t 3 , p. 876) e il Fabricio colle note di monsignor Mansi (Bibl. med. et infin. Latin, t. 4, p. 7). Egli era ancora amatore assai splendido delle belle arti, e ne fan fede le pitture e i musaici di cui egli con grande spesa abbellì la basilica Vaticana (V. Mcm pour la vie de Petr. l cit; Baldinucci, Notizie dei Profess. t 1, p. 109 , ec., ed. di Fir. 1768). L’ab. de Sade afferma ch’ei morì in Avignone l’an 1341 > lasciando molti debiti e poco denaro a pagarli. Ma tutti gli scrittori ne assegnan la morte al 1343, nè io so ove abbia egli trovata la nota de’ debiti da lui lasciati. IX. Men conosciuto è un altro poeta di questi tempi, il cui nome però è ben degno di essere tramandato a’ posteri, se non altro per la sorte eli’ egli ebbe di avere a suo scolaro il Petrarca. Ei fu Convennole o Convenevole da Prato. Filippo Villani è il solo che, nella Vita del Petrarca, ce ne abbia tramandato il nome, chiamandolo uomo nella poesia mediocremente istruito. Abbiam già altrove corretto l’errore dell’ab. de Sade che afferma che da lui fu il Petrarca istruito prima in Pisa, poi in Carpentras; mentre il Villani ci assicura che gli fu maestro in Avignone ove teneva pubblica scuola. [p. 890 modifica]U Petrarca noi nomina espressamente, ma ne parla a lungo in una sua lettera in cui ne forma il carattere: Io ebbi, dice egli, (Scnil. I. 15, ep. 1), quasi fin dall infanzia un maestro clic m istruì ne primi elementi, e poscia ancora nella gramatica e nella rettorica 7 perciocché in amendue queste arti fu professore e maestro; e per ciò che appartiene alla teorica7 non ho mai conosciuto 1 uguale; non così quanto alla pratica? a somiglianza della cote y di cui dice Orazio che sa aguzzare il ferro? ma non tagliare. Questi tenne la scuola, come dict asi, per sessant’anni; e in sì grande spazio di tempo è più facile pensar che spiegare quanti scolari egli avesse7 tra’ quali egli ebbe molti uomini illustri per nascita e per sapere, molti professori di legge e di teologia 7 e più abati e più vescovi ancora; e finalmente un cardinale.. Or egli, cosa quasi incredibile a dirsi, fra tanti e sì grandi scolari niuno al par di me ebbe caro. Tutti il sapevano, e nol dissimulava egli stesso. Quindi il Cardinal Giovanni Colonna, di sempre chiara memoria, ogni qualvolta volea scherzare con lui (e spesso il faceva, piacendogli al sommo la conversazione di quel semplicissimo vecchiarello ed ottimo maestro)? quando il vedeva venire, dimmi y diceagli? o buon maestro, fra tanti scolari a te cari? merita egli qualche distinzione il nostro Francesco? Gli venivano allora le lagrime agli occhi; e. andavasene tacendo y o y se potea parlare, giurava che niuno e ragli mai stato sì caro. Mio padre, finchè visse, soccorse liberalmente questo buon uomo; perciocchè egli era allora ridotto a vecchiezza [p. 891 modifica]TERZO 89I insieme e a povertà, due compagni troppo importuni. Poichè mio padre fu morto, egli pose in me ogni sua speranza; e io conoscendo quando gli dovessi esser tenuto, il soccorreva in ogni possibil maniera, e quando mi mancava il denaro, ciò che spesso accadeva, gli otteneva soccorsi da’ miei amici, or con fargli sicurtà , or con preghiere, e talvolta ancora con deporre de’ pegni E quante volte egli ebbe da me a tal fine e libri ed altre cose! cui poscia rendevami fedelmente. Ma al fine la povertà lo rendette infedele. Narra quindi ciò che altrove abbiam riferito (t 1 , p. 293), de’ libri di Cicerone intorno alla Gloria, che chiestigli dal povero maestro, sotto pretesto di averne bisogno per certa sua opera, furon da lui impegnati , nè più gli fu possibile di riaverli 3 e aggiugne che quegli tornò poscia in Italia, e che quando fu morto, i concittadini di lui gli scrissero perchè ne onorasse coi suoi versi il sepolcro. Il Petrarca, di ciò parlando, accenna eli* egli o poco innanzi alla morte, o forse dopo essa, era stato onorato della corona d’alloro: rogatus a civibus suis, qui ad sepulturam illum sero quidem laureatum tulerant. Di questa incoronazione io non trovo alcun cenno negli scrittori di questi tempi ^ e nondimeno il testimonio del Petrarca basta a farcene certa fede. L* ali. Mehus ragiona a lungo (Vita Ambr. camald. p. 208, ec.) di un poema latino in diversi metri, che conservasi nella Magliabecchiana in Firenze, indirizzato al re Roberto, e scritto a’ tempi di Benedetto XII, in cui s1 introduce P Italia a pregare il re stesso a [p. 892 modifica]892 libro recarle soccorso nelle calamità da cui ritrovasi oppressa. L’autor non si nomina, ma ei si dice natio di Prato, professore e poeta, i quai titoli , aggiunti alle circostanze del tempo, gli fanno congetturare, e parmi con assai probabile fondamento, che l’autor ne sia Convenevole. E veramente i saggi eli’ egli ne reca , ci mostrano un mediocre poeta, quale, per testimonianza del Petrarca e del Villani, era questo maestro. X. Noi abbiamo dunque già tre poeti che in questo secolo, prima del Petrarca , furono coronati d’alloro, Bonattino da Bergamo, Albertino Mussato e Convenevole da Prato. Ma come niun di essi uguagliò nel poetare latinamente il merito del Petrarca, così niuno più solennemente di lui ricevè quest’onore. Gli altri lo ebbero nella città in cui soggiornavano. Il Petrarca , invitato a riceverlo in Parigi e in Roma, ne fu onorato in Roma nel Campidoglio, con quella splendida magnificenza che abbiamo a suo luogo accennata. Ma qui dobbiamo trattenerci per poco a esaminare quai sieno le poesie che gli ottennero onor sì grande. Già abbiam detto ch’ei ne fu debitore singolarmente alla sua Africa. Ella non era allora che cominciata; e il Petrarca continuolla poscia nel soggiorno che fece a Parma, dopo la sua coronazione, e talmente vi s’innoltrò, che egli stesso ne parla come di poema finito ep. ad poster.). Nondimeno è certo eli’ ei non considerollo giammai come cosa compita, e in una lettera che già vecchio scrisse al Boccaccio (Senil. l. 2, ep. 1), parlando di esso, dice: Africa mea, [p. 893 modifica]terzo 8y3 quae tunc juvenis notior jam famosiorque quam vellem, curis postea multis ac gravibus pressa consenuit; e aggiugne che soli trentaquallro versi aveane ei confidati, l’an 1343, a Barbato da cui erano stati renduti pubblici più eh* ei 11011 avrebbe voluto. Quindi, poichè ei fu morto , incredibile fu la sollecitudine dei più dotti uomini di quel tempo, perchè essa non perisse. L* ab. Mcliiis ha pubblicata una lettera del Boccaccio (l. ciL p. 203, ec.) a Francesco da Brossano genero ed erede del Petrarca, in cui gli chiede che sia avvenuto dell’Africa, e se sia vero ciò di che correa voce, eh* ella fosse stata consegnata ad alcuni perchè prima di pubblicarla la rivedessero e la correggessero, nel che, egli dice, non so se debba più ammirar T ignoranza di chi ha dato tal ordine, o la temerità di chi l’ha accettato. Nella stessa maniera scrivea Coluccio Salutato a Benvenuto da Imola (Epist. t 2, ep. 3, 5) e al suddetto Francesco (ib. ep. 6, 17), a cui ancora rendette grazie di una copia che aveagliene mandata , dolendosi però al medesimo tempo, che gli avesse vietato ciò eh* ei pensava di fare, cioè d’inviarne una copia all* università di Bologna , una a Parigi, una in Inghilterra, e di porne un’altra in qualche pubblico ed onorevol luogo in Firenze. Deesi dunque considerare l’Africa del Petrarca come un poema a cui T autore non potè porre l’ultima mano, come 1* Eneide di Virgilio. Le Egloghe e le Epistole in versi si dee credere che fossero con più diligenza rivedute dal Petrarca. Nè esse perciò sono un troppo perfetto modello di poesia [p. 894 modifica]894 li uno latina. Non giova qui il cercare onde sia avvenuto, che essendo pure il Petrarca uomo di non ordinario ingegno e amantissimo della lettura dei migliori poeti, ciò non ostante si rimanesse lor dietro di sì gran tratto. Noi ne abbiam parlato a lungo nella prefazione premessa al secondo tomo di questa storia. Io aggiugnerò qui solo, che alcuni passi, singolarmente dell’Egloghe del Petrarca, son tali che ben ci mostrano qual felice disposizione egli avesse al poetare, e quanto più felicemente vi sarebbe ei riuscito, se fosse vissuto a secol migliore. Rechiamone alcuni versi per saggio, che sono il principio della seconda egloga: Aureum occasum jam sol spectabat, equosque Pronum iter urgebat facili transmittere cui su. Nec nemorum tantam per secula multa quietem V iderat ulla dies: passim saturata jacebant Armenta, et lenis pastores somnus habebat. Pars teretes baculos, pars nectere serta canendo Frondea , pars agiles calamos. Tunc fusca nitentem Obduxit Phoebum nubes , praecepsque repente Ante expectatum nox affuit: horruit aether, Saevire, et fractis descendere fulmina nymbis. Altior aethereo penitus convulsa fragore Corruit, et colles concussit et arva cupressus, Solis amor quondam , solis pia cura sepulti. Nec tamen evaluit fatalem avertere luctum Solis amor, vicitque pium sors dura favorem Praescius heu nimium vates tu, Phoebe, fuisti, Dum sibi, dumque aliis erit haec luclu vinabilis arimi*, Dixisti: ingenti strepitu tremefacta ruinae Pastorum mox turba fugit , quaecumque sub illa Per longum secura diem consederat umbra. Pars repetit montes, tuguri pars limina fidi, Pars specubus terraeque caput submittit hianti. Ciò che detto abbiam del Petrarca, deesi dire [p. 895 modifica]TERZO 8y5 ancor del Boccaccio, di cui abbiamo sedici lunghe egloghe, nelle quali però egli è tanto inferiore al Petrarca , quanto nel!le rime volgari. XI. Il solenne incoronamento del Petrarca risvegliò il desiderio in altri di conseguire il medesimo onore; e quindi ne venne quella folla di poeti laureati, che vedremo nel secol seguente. In questo però, di cui ora scriviamo, non vi ebbe dopo il Petrarca, ch’io sappia, che Zanobi da Strada, il qual l’ottenesse. Filippo Villani lo ha annoverato fra gl’illustri Fiorentini; e dopo di esso ne ha formato un onorevole elogio Domen.’co di Bandino d’Arezzo, che è stato pubblicato dall’ab. Mehus (Vita Ambr. camald. p. 189). Prima però di amendue , aveane ragionato Matteo Villani, padre di Filippo , nelle sue storie (l. 5 , c. 26). Da questi scrittori e dalle opere del Petrarca noi trarremo le più accertate notizie intorno a Zanobi. Ei nacque nella villa di Strada sei miglia lungi da Firenze, 1 anno i3ia, perciocché ei morì, come vedremo, l’anno 1361, benchè Filippo Villani dica che ciò avvenne nell 1364, e morì, come dice non sol lo stesso Villani, ma anche Domenico d’Arezzo, in età d’anni quarantanove. Fu figliuolo di Giovanni de’ Mazzuoli da Strada; gramatico celebre in Firenze, di cui parleremo nel capo seguente. Ammaestrato nella scuola paterna, sì felicemente si avanzò negli studj, che mortogli, mentre ei non avea che venti anni, il padre, come narra Matteo Villani, cioè l’anno 1332, continuonne egli stesso la scuola insieme col suo fratello Eugenio, e non solo nella gramatica, ma nella [p. 896 modifica]8})6 LIBRO rcttorica amora ei 6) rendette ai celebre, che venia considerato come uno de’ più colti e de’ più dotti non ini clic allor vivessero. In questo impiego durò?gli molli anni, e io non so su qual fondamento F ab. de Sade affermi (Meni, pour la v/c de?etr. t 2, p. 441) ch’egli era stato esiliato da Firenze, e poi richiamatovi Fanno 1343. Ei vero dire, i versi del Petrarca a lui scritti (Carm. L 2, ep. 8, 9), che egli qui accenna 9 ton ci danno alcuno indicio di tale esilio, e po;sono essere stati scritti in qualunque altro anno Ben gli scrisse il Petrarca alcuni anni appresso, cioè l’an 1352, una lettera che non è pubblicata, ma accennasi dall’ab. Mehus (Lcitp. 192) e dal detto ab. de Sade (t 3, p. 203). in cui esortavalo a lasciare una volta 1 impiego per lui troppo vile di professor di gramatica,e a trasportarsi a Napoli, ove il celebre Niccolò Acciajuoli, che vi godea di grandissima autorità, bramava di averappresso. Audovvi \

fatti Zanobi, e vi fu

onorevolmente accolto e onorato col titolo di real segretario, come da una lettera inedita del Petrarca pruova F ab. Melms (/. cit p. 192). Qual fosse la stima e la tenerezza che per lui avea il sopraddetto Niccolò Acciajuoli, chiaro raccogliesi da una lettera italiana che questi scrisse, poichè Zanobi fu morto, e che è stata pubblicata dal medesimo Mehus (ib.). In essa egli afferma che, dopo il Petrarca, era Zanobi l’uomo il più dotto che allor vivesse clic F amieizia tra lui e Zanobi era sì stretta, che pochi esempii somiglianti se ne potrebbon trovare’ , che non v1 era cosa a lui più gradita clic il [p. 897 modifica]terzo 8yr trattenersi con Zanobi, quando era presente i o il riceverne lettere, quand’era assente; e conchiude esortando il notajo Landolfo, a cui scrive, a raccoglierne diligentemente tutte le opere, per poi pubblicarle. Zanobi coltivava al tempo medesimo l’amicizia del Petrarca, e ne son testimonio più lettere dell’uno all’altro citate dal1’ab. Melius (Lcitp. 192) e dell’ab. de Sade (t. 3, p. 78, 203, 219, 296, 386). XII. Alla protezione dell1 Acciaiuoli dovette Zanobi l’onore della corona ch’ei solennemente ricevette, l’an 1355, dall’itnperador Carlo IV in Pisa , ove il gran siniscalco l’avea condotto. Udiamone il racconto da Matteo Villani (l. cit): Mosso lo ’mperadore alla gran fama della sua virtù y promosso da M. Niccola Acciajuoli di Firenze gran Siniscalco del Reame di Cicilia, alla cui compagnia il detto Maestro Zenobi era venuto, veduto, e inteso delle sue magnifiche opere fatte come grande Poeta, volle , che alla virtù del! huorno s9 aggiugnesse V honore della dignità. E pubblicatolo in chiaro Poeta in pubblico parlamento con solenne festa il coronò dell9 olialo alloro. E fu Poeta coronato e approvato dalla imperiale Maestà del mese di Maggio anno sopraddetto nella Città di Pisa. E così coronato, e accompagnato da tutti i Baroni dello Imperadore e da molti (altri per la Città di Pisa con grande honore celebrò la festa della sua coronazione. E nota, che in questo tempo erano due eccellenti Poeti coronati Cittadini di Firenze, amendue di fresca età. L9 altro c Jiavea nome Messere Francesco di ser Petraccolo, honorevole e antico Cittadino [p. 898 modifica]LIBRO di Firenze 3 il cui nome e la cui fama, coronato nella Città di Roma 9 era di maggiore eccellenzia, e maggiori e più alte materie compose; e più però ch’e’ vivette vivettepiù lungamente, e cominciò prima. A/a /e /oro «c7/a /oro vita a pochi erano note: e quanto eli elle /assono dilettevoli a udire, le virtù Theologiche a’ nostri dì le fanno riputare a vile nel cospetto de’ Savii. Di questo onore conferito a Zanobi, oltre un’altra testimonianza di Melchiore Stefano di Coppo, pubblicata dall’ab. Mehus (l. cit p. 190), abbiamo ancora una breve descrizione, degna d’essere qui riferita, nelle antiche Cronache di Pisa, pubblicate dal Muratori (Script Rer ital vol 15, p. 1032). E un altra nobile e bella festa si fece in Pisa, che lo ’mperadore fece un Poeta in su le gradora di Duomo presso alla Colonna del Talento; e ordinatovi sedie e di molte altre sustanze di dificii di legname, cioè steccati intorno alla Piazza di Duomo; imperocchè fu tanta la gente, che vi venne, che fu una grande meraviglia; che lo ’mperadore si parò a modo di uno Prelato con la corona in testa ,• e fu una grande e bella solennitade. In questa occasione recitò Zanobi una latina orazione alrifnperador Carlo, di cui ci ha dato qualche saggio il mentovato Mehus (l. cit). Ma questi ha per errore creduto che sia indirizzata a Zanobi , come risposta al precedente discorso, una lettera dell’imperadore, la quale veramente fu da lui scritta al Petrarca in risposta a quella che questi aveagli indirizzata, come ha avvertito l’ab. de Sade (l cit p. 338). L’onor [p. 899 modifica]TERZO 8yj) conceduto a Zanobi, risvegliò lo sdegno e la gelosia d’alcuni a cui pareva eh1 ei non ne fosse abbastanza degno. Francesco Priore de’ santi Apostoli, in una sua lettera inedita al Petrarca, citata dall’ab. de Sade (ib. p. /\o8)} ne parla con molto risentimento, e chiama Zanobi uomo che imbrattava il fonte d’Elicona, e dice che la coronazione di lui avea fatto oltraggio non al Petrarca soltanto , ma a tutto il mondo. Pare che anche il Petrarca ne fosse alquanto geloso, e certo ei non potè veder senza sdegno, come dice egli stesso, che un Tedesco volesse giudicar dell’ingegno di un Italiano, de nostris ingeniis, mirum dictu, ^ judex censorque germanicus ferre sententiam non expavit (pref. ad Invect. in Medic.). Ei nondimeno non cessò dall1 amare Zanobi; e eli1 ei lo avesse ancora in concetto di valoroso poeta, ne è testimonio una lettera ch’egli scrisse, quando udì che esso, per opera dell’Acciajuoli, era stato eletto l’an 1359 alla carica di segretario apostolico , la qual lettera è stata inserita nelle sue Memorie dall’ab. de Sade (l. cit p. 499): Ho udito con piacere, dice egli, che Zanobi abbia ottenuto un tal impiego: io l’amo, e son sic uro di essere da lui amato. Fra tanti nemici di Dio e degli uomini, avremo almeno un amico. Ma mi spiace che le Muse perdano un uomo di tale ingegno, perciocchè egli è lo stesso che perderlo, il farne parte a coloro che di lui si varranno, benchè nol meritino. Me ne spiace anche per conto di lui medesimo. Accettando questo impiego, egli ha avuto più riguardo alla sua borsa che alla sua riputazione, alla sua vita} al suo riposo. JVon ò [p. 900 modifica][)00 LIBRO gran tempo Certo egli amichevolmente scherzava meco , perchè io avessi scelta pel mio Parnasso una città rumorosa. Ei non sapeva la vita ritirata e tranquilla chi io meno in Milano, disapprovava ancora il mio soggiorno in Provenza, e diceva di non intendere come si potesse esser felici di là dall Alpi; tali erano le sue parole; e nondimeno , s’io a ragione de’ miei falli vivea da uomo in Valchiusa, per riguardo alla tranquillità dello spirito io vivea da angiolo. Quando egli così scriveva, ei non prevedeva che presto sarebbe stato costretto a lasciare l’Italia, e ad abitar nel Parnasso babilonese, ec. Questa lettera basta a mostrare la falsità di ciò che aveva altrove asserito l’ab. de Sade l. cit p. 4°^ b cioè che dopo la coronazion di Zanobi, il Petrarca , pel dispetto che il ebbe, ruppe ogni commercio di lettere con Zanobi. Anzi dalla prefazione, poc’anzi accennata, alle sue invettive contro un medico raccogliamo che dallo stesso Zanobi ei venne avvertito di ciò che quel medico andava contro lui divolgando, il che ci fa veder chiaramente che F amicizia e la vicendevole corrispondenza tra loro non iscemò punto in tal occasione. Filippo Villani dice ch’ei morì l’an 1364 Ma l’ab), de Sade crede, con ben fondata ragione (ib. p. 582), che sia corso qualche errore nel testo, e pruova ad evidenza che la lettera in cui il Petrarca ne piange la fresca morte, fu scritta l’an 1361. Non così facilmente ei combatte ciò che lo stesso Villani afferma, cioè che Zanobi lasciò le sue opere a’ suoi parenti, per colpa de’ quali perirono. Egli a mostrare che il Villani in ciò [p. 901 modifica]TEMO 901 si è ingannato, reca la lettera dell’Acciajuoli, con cui comanda clic esse diligentemente raccolgansi , e gli si mandino a Napoli. Ma converrebbe provare che l’ordine dell’Acciajuoli fosse eseguito} di che non trovasi alcun indicio. Ha ancora errato l’ab. de Sade affermando che i Fiorentini gli eressero un magnifico mausoleo nella lor chiesa di Santa Maria del Fiore. Tal veramente fu l’ordine dei Fiorentini che l’anno i3j)6 accordarono quest’onore a lui, a Dante, ad Accorso, al Petrarca e al Boccaccio. Ma P ordine non fu eseguito , come pruova il co. Mazzucchelli (Note al Villani. p. 10). Filippo Villani ci ha lasciata ancora la descrizione del corpo non men che dell’animo di Zanobi, dicendo: Questo Poeta fu di statura mediocre, di faccia alquanto lunghetta , lineamenti dilicati, quasi di verginale bellezza, colore bianco, parlare schietto e ritondo, il quale dimostrava suavità femminile: nel viso suo era letizia naturale, tali’ he sempre V aspetto suo era allegro , col quale facilmente l amicizie provocava , e secondo che mi pare vedere, il viso e il parlare sapevano d* una modesta adulazione. Fu di molta onestà e di vita castissima, tanto che si stimava, che ’l fiore della virginità infino alla morte avesse conscr\>ato. XIII. Di un poeta giunto a sì grande celebrità di nome, che fu creduto degno della corona d’alloro, pare che ci dovrebbon esser rimaste più opere che ci mostrasser quanto egli ne fu meritevole. Ma in primo luogo , come afferma Filippo Villani, e come avea preveduto Tirabusciò , Voi. VI. [p. 902 modifica]903 LIBRO il Petrarca, l’impiego di segretario apostolico interruppe e troncò gli studi poetici di Zanobi y e inoltre, come si è detto, ciò ch’egli avea scritto, perì per colpa de’ suoi parenti. Aveva egli, come narra lo stesso Villani che afferma di averlo veduto, cominciato un poema in lode del primo Scipione Africano; ma udendo che la stessa materia aveva scelta a trattare poetando il Petrarca, se ne ristette, e scrisse una lettera al Boccaccio, chiedendogli consiglio su qual argomento dovrebbe prendere a verseggiare. Il Villani avea inserito nella Vita di questo poeta il principio di alcuni versi da lui fatti, ne’ quali parlava di questo suo disegno ma ne’ codici, che si son (finora trovati, essi mancano. Quindi di questo poeta coronato non ci son rimasti che cinque non infelici versi dati alla luce dall’ab. Mehus (l. cit. p. 190). Ne abbiamo inoltre alle stampe le lettere da lui scritte in nome del pontefice Innocenzo VI (Martene et Durand Thes. nov. Anecd. t. 2, p. 844)e la traduzione in elegante prosa toscana de’ Morali di S. Gregorio , da lui condotta fino al capo diciotto del libro diciannove, e continuata poi da altro antico anonimo traduttore. Già abbiam parlato dell’orazione da lui detta in occasione della sua laurea. L’ab. Mehus rammenta ancora (l. cit p. 191) una traduzione in ottava rima del Comento di Macrobio sul Sogno di Scipione , che conservasi manoscritta nella libreria di S. Marco in Milano, e che è probabilmente quel poema sulla sfera, che alcuni gli attribuiscono , e ne parlan come di opera scritta in versi latini. Lo stesso autore avverte che alcune [p. 903 modifica]TERZO 9°3 Eoesie italiane, die in un codice della Magliaeccliiana si attribuiscono a un Zanobi , non posson essere del nostro poeta , poichè in esse si fa menzione dell’anno 1397 in cui già da più anni egli era morto. Il co. Mazzucchelli ha raccolti gli elogi (l. cit) che molti antichi scrittori ce ne han fatto, ai quali deesi aggiugnere quello, benchè esagerato di troppo, che ne scrisse Zenone Zenoni poeta contemporaneo nella sua Pietosa Fonte da noi mentovata poc’anzi, in cui però non so, nè ha saputo indovinarlo lo stesso eruditissimo dottor Lami (Novelle letter. 1748, p. 219), per qual singolare errore egli il faccia vescovo di Montecasino: Messer Zanobi di Montecasino Vescovo fu quel Poeta , ti dico, Seconda rosa del mio bel giardino. Per cui in me rinovellò l’antico Dolor di quello, che cercò V inferno , Al quale io fui un tempo gran nimico. XIV. Amici pur del Petrarca furono due poeti parmigiani Moggio e Gabriello Zamori. Del primo avea il Petrarca non picciola stima, e il diè a vedere con invitarlo caldamente a venire a Milano , ov’egli allora abitava , per istruir nelle lettere il suo figliuolo Giovanni (Variar, ep. 20). Ma non pare, come avverte l’ab. de Sade (t 3, p. 418), che Moggio accettasse cotale invito. Egli era ancora amico di Benintendi de’ Ravegnani gran cancelliere della Repubblica veneta, e tra le lettere del Petrarca due ne abbiamo di Benintendi a Moggio (Variar. ep. 9, 1 1) e una di Moggio a Benintendi (ib. ep. 10), e [p. 904 modifica]904 LIBRO nelle prime veggiamo che Benintendi ne celebra l’eloquenza non meno che le virtù, e singolarmente la costanza con cui avea sostenute alcune avversità; ma insieme il riprende che col porsi al servigio di un principe, cioè, come sembra probabile, di Azzo da Correggio di cui, come altrove si è detto, istruiva i figliuoli, avesse perduta la sua libertà. L’ab. Lazzeri ha pubblicata (Miscell. Coll. Rom. t. 1, p. 107) un* elegia da lui scritta a Pasquino cancelliere di Galeazzo Visconti signor di Milano , che è 1’unico saggio che abbiamo de’ talenti di questo poeta. Gabriello o Gabrio Zamori giureconsulto insieme e poeta scrisse, l’an 1344> una lettera in versi al Petrarca. che è stata data alla luce dall’ab. Mehus (Vita Ambr. camald p. 200, ec.). Essa ci pruova più la stima in cui egli avea il Petrarca, che il valor poetico di Gabriello. Risposegli il Petrarca con una lettera (Carm. l. 2, ep. 10), nella quale ne loda al sommo la eleganza de’ versi, che tali forse glieli fecero apparire le lodi di cui in essi videsi ricolmato. Allo stesso Gabriello crede a ragione l’ab. Mehus (l. cit. p. 202), che sia indiritla un’altra lettera inedita del Petrarca, in cui n’esalta con sommi encomii, non solo il valor poetico , ma ancor la scienza legale, dicendo che gli avvocati parmigiani udivanlo ragionare con quello stupor medesimo da cui eran compresi all’udir Demostene e Cicerone gli Ateniesi e i Romani. Di Gabriello abbiamo ancora un elogio in versi latini, posto al sepolcro di Giovanni Visconti arcivescovo e signor di Milano, come si pruova non sol da un [p. 905 modifica]TERZO po5 codice della Riccardiana , citato dal detto abate Mehus (ib. p. 203), ma dal sepolcro medesimo di Giovanni, che vedesi nel Duomo di Milano, ove è scolpito l’elogio, e al fin di esso queste parole: D. Gabrius de Zamoriis de Parma Doctor composuit haec carmina (Argel. Bibl. Script. medioL t. 2 , pars 1, p. 1611). Finalmente fra le lettere scritte in versi del Petrarca, una ne abbiamo a un Andrea poeta mantovano (Carm. l. 2, ep. 26), intorno al quale però nuli’altro raccogliamo da essa, se non che egli era grande ammiratore del Petrarca, e che sdegnavasi all’udire alcuni, i quali ne parlavan con disprezzo. XV. Due altri poeti ebbe verso la fine di questo secolo la città di Firenze, i quali, benchè vivessero in tempo a poter conoscere il Petrarca, non troviamo però, che con lui avessero relazione alcuna. Il primo fu Francesco figliuol di Jacopo pittore, e della famiglia de’ Landini , come affermano costantemente gli scrittori fiorentini, e come confermasi da Cristoforo Landino celebre comentatore di Dante nel secolo xv, il quale in lode di Francesco scrisse un’elegia pubblicata in parte dal dottor Lami (Novelle letter. 1748, p. 363, ec.) e dal canonico Bandini (Specimen Litterat. florent. pars 1, p 37). Filippo Villani, che ne ha scritta la Vita (Vile d ili. Fiorcnt. p. 78 , ec.), narra eli1 ei perdette la vista in occasion del vaiuolo eli’ ebbe in età fanciullesca. Udiamo ciò ch’ei ne racconta, secondo la traduzion italiana pubblicatane dal co. Mazzucchelli: Questi al tempo della sua fanciullezza da subito morbo [p. 906 modifica]906 LIBRO di vainolo fu accecato. Ma la fama della Musica, di grandissimo lume l’ha ristorato. Nacque in Firenze di Jacopo Dipintore uomo di semplicissima vita; passati gli anni della infanzia privato del vedere, cominciando a intendere la miseria della cecità, per potere con qualche sollazzo alleggerire l orrore della perpetua notte, cominciò fanciullescamente a cantare. Di poi essendo cresciuto, e già intendendo la dolcezza della melodia , prima con viva voce , di poi con strumenti di corde e d’organo cominciò a cantare secondo l’arte; nella quale mirabilmente acquistando, prontissimamente trattava gli strumenti musici (i quali mai non avea veduti) come se corporalmente li vedesse. Della qual cosa ognuno si maravigliava: e con tanta arte e dolcezza cominciò a sonare gli organi, che senza alcuna comparazione tutti gli Organisti trapassò. Compose per la industria della mente sua strumenti musici da lui mai non veduti; ey nè fia senza utile a sapere, che mai nessuno con organo sonò più eccellentemente; donde seguitò j che per comune consentimento di tutti i musici concedenti la palma di quell’arte a Fine già pubblicamente dallo Illustrissimo Re di Cipri, come solevano i Cesari fare i Poeti, fu coronato d’alloro. Morì nell anno della Grazia 1390, e nel mezzo della Chiesa di Santo Lorenzo di Firenze è seppellito. Nell’originale latino della stessa Vita, che è stato dato alla luce dal chiarissimo abate Mehus (Vita Ambr. camald. p. 323), si aggiugne che, così cieco coni’ era? ei sapeva ricomporre mirabilmente gli organi sconcertali e guasti; si nominano gli [p. 907 modifica]TERZO go 1 stroinenti eli’ ci sapeva sonare, ed io li recherò qui colle stesse parole latine , lasciando che gl1 intendenti di musica ci dichiarino quali essi sieno: lyra, limbuta, quitaria, ribeba, avena, tibiisque. Fra gli stromenti da lui ritrovati, uno a corde se ne specifica, detto Serena, e si aggiugne, per ultimo, ch’ei seppe perfettamente la grammatica, la dialettica, la poesia, e che scrisse parecchi componimenti in versi italiani. L’onore della corona d’alloro, conceduto dal re di Cipri a Francesco per la sua eccellenza nella musica in Venezia, congettura il mentovato dottor Lami che si debba fissare all’anno 1364, nel quale il re di quell’isola Pietro I fu veramente in Venezia, e si trovò alle feste fatte per la vittoria sopra i ribelli di Candia. E veramente io non trovo che nè egli nè altro re di quell’isola, dopo il detto anno, si trovasse nel corso di questo secolo in Venezia. Non posso però non maravigliarmi che il Petrarca, il quale lungamente descrive le dette feste (Senil. L 4 , ep. 2), nè del re di Cipri, nè di Francesco non dica motto. Il valor di Francesco nel toccar gli organi gli fece da questo stromento aver il nome, ed egli è quel Francesco dagli Organi, di cui si hanno alcune rime nella Raccolta dell’Allacci (p. 243)5 e 1111 sonetto ancora ne ha pubblicato il Mehus (l. cit p. 325). Par nondimeno che, più che della volgar poesia , ei si dilettasse della latina, perciocchè lo stesso ab. Mehus ci ha dato il saggio di due poemetti latini da lui composti che si conservano manoscritti nella Riccardiana di Firenze. Essi sono [p. 908 modifica]908 LIBRO intitolati: Versus Francisci Organistae de Florentia; e il loro stile non è di molto inferiore a quello delle poesie latine del Petrarca. XVI. L’altro poeta fiorentino fu Domenico di Silvestro. Nelle Vite degli illustri Fiorentini, scritte da Filippo Villani, e pubblicate dal conte Mazzucchelli, non trovasi menzione alcuna di questo poeta. Ma nell’originale latino se ne ha l’elogio che è stalo posto in luce dall’abate Mehus (l. cit p. 326). Esso però non è altro appunto che un semplice elogio, e niun’altra notizia ci somministra, se non che Domenico fu figliuol di Silvestro, e di nascita plebea e vile, ma che col sapere egli uguagliossi a’ più ragguardevoli cittadini. Ei ne parla come di uomo tuttor vivente, e ne accenna due opere, una in prosa in cui egli descrive ampiamente l’isole tutte di tutti i mari, l’altra in versi, cioè sette egloghe. La prima, che da alcuni per errore è stata creduta scritta in versi, conservasi manoscritta nella real biblioteca di Torino (Cat Bibl. reg. taurin. t 2, p. 113, cod. 494)• Le sette egloghe, insieme con più altre poesie latine di Domenico, si conservano nella Laurenziana di Firenze; e di molte di esse ci ha dato un saggio il sopraddetto ab. Mehus (l. cit p. 327), il quale da alcune carte fiorentine raccoglie che questo poeta fu insieme notajo , e che di lui si trova memoria dall’anno i364fiuo al 1407, oltre il qual tempo è probabile ch’ei non molto sopravvivesse. Altre notizie di Domenico si posson vedere presso il medesimo autore. Il celebre Francesco Redi conservavano [p. 909 modifica]TERZO 909 «ancora alcune poesie italiane (Annot al Ditir. p. 120). XVTL Più copiose notizie abbiamo di un poeta forlivese, che a questi tempi vivea, cioè di Jacopo Allegretti. Il cav. Marchesi ne ha scritta la Vita (Vit. ill Foroliv. p. 257), e dopo lui ne ha parlato il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1 , pars 1 , p. 503), ma in modo che a ciò eli1 essi ne hanno scritto, più cose si posson aggiugnere ed emendare. Secondo essi ei fu al medesimo tempo poeta, astrologo e medico. E quanto alle prime due arti, ne vedrem fra poco le pruove. Della medicina da lui esercitata, non trovo indicio fuorchè il titolo di maestro, che dagli scrittori contemporanei gli vien dato. Nella biblioteca laurenziana in Firenze trovansi alcuni versi che Coluccio Salutato gli scrisse, allorchè vide una cotal profezia di Jacopo pubblicata P anno i3y8 sotto nome di Tozzo d’Antella, in cui prediceva che i Fiorentini non sarebbonsi riconciliati colla Chiesa romana. Eccone il titolo, quale è stato pubblicato dall’ab. Mehus (Vita Ambr. camald p. 308). Colucii Salutati ad Jacobum Allegretum Foroliviensem, qui anno 1378. Tozi de Antìlla nomine seripserat Domino Philippo de Antilla augurio et divinatione, pacem inter Ecclesiam etFlorentinos non esse futuram, carmina quaedam korlatori a, ne prophetare vellet, nec sj derum querele cursus. Sullo stesso argomento conservasi nella Riccardiana una lettera in prosa del medesimo Coluccio alf Allegretti, in cui si sforza di persuadergli l’inutilità e l’impostura dell’astrologia; ed essa pure ha veduta la luce per opera del [p. 910 modifica]gio LIBRO sopradetto ab. Mehus (//>.)• Nel titolo di essa si legge: Insigni viro Magistro Jacobo Allegretto Mantuano; la qual ultima parola o deesi attribuire ad error del copista , o forse da Coluccio fu usata, perchè f Allegretti abitasse a quel tempo in Mantova. Io non so se Coluccio traesse alcun frutto dalle sue lettere; e se l’astrologia era per f Allegretti, come per tanti altri, sorgente feconda d’oro, è difficile ch’egli la rimirasse come arte inutile. Il cav. Marchesi racconta che per essa egli avvertì Sinibaldo degli Ordelaffi, signor di Forlì, di una congiura ordita a privarlo di vita , e che prevedendo la morte che a se medesimo soprastava, fuggissene a Rimini. Io non so quai monumenti recar si possano a pruova di questi fatti; ma è certo che Jacopo colla sua scienza astrologica non seppe impedire la prigionia del medesimo Ordelaffo che l’an 1385 fu dai suoi nipoti privato del dominio di Forlì, e chiuso in carcere (Annoi, foroliv. Script. Rer. ital. voi 2 2, p. 19 j). Assai più che per f osservazion delle stelle, deesi lode a Jacopo pel coltivar ch’egli fece la poesia latina. Coluccio, nella lettera poc’anzi accennata, lo chiama uomo di ardente ingegno, e ne loda al sommo alcune egloghe ch’egli gli avea trasmesse. Queste or più non si trovano. Solo il Tommasini ne cita due altri componimenti in versi latini, uno intitolato Faltcrona, f altro ad Ludovicum Hungariae Regem) scritto fanno i3j)o, clic si conservavano manoscritti nella libreria de’ Canonici laterani di Verdara (Bibl. Patav. MSS. p. 23). Io credo però, che debbasi nel titolo del secondo componimento [p. 911 modifica]TERZO J>1! leggere non ranno i3()o, ma i38o, perciocché Lodovico re d’Ungheria morì 1 anno i38a. Lo stesso cav. Viviani racconta che Jacopo fondò in Forlì un’accademia di poesia; e il co. Mazzucchelli aggiugne che rifugiatosi a Rimini, ivi ne eresse un’altra. Di questa seconda abbiamo una più autorevole testimonianza negli antichi Annali di Forlì pubblicati dal Muratori, ove si dice: Jacobus Allegrettus Forliviensis Poeta clarus agnoscitur... qui Arimini novum conslituit Pani asu m (l. cit. p. 188). Ma il riflettere che in questi Annali forlivesi , scritti probabilmente da autor forlivese, si parla bensì del Parnasso ossia dell’accademia aperta da Jacopo in Rimini, ma di quella aperta in Forlì non si dice parola , mi fa credere che solo in Rimini ei la fondasse. A questa città ci si dovette recare, a mio credere, per istruirvi nelle belle lettere Carlo Malatesta che ne fu poi signore dal 1385 fino al 1429. In fatti Coluccio Salutato, in una lettera scritta al medesimo Carlo (ap. Mehus, l. cit. p. 352) dopo la morte di Jacopo, lo chiama Magistri tui viri quondam eruditissimi; ed è probabile che col favore di Carlo egli aprisse in Rimini la mentovata accademia. Ed ecco la prima fra le accademie d’Italia , di cui mi sia avvenuto di trovar sicura memoria. Negli stessi Annali si dice che Jacopo plures Endecasj IIabos Galli Civis Forliviensis Poetae invenit. Forse ei trovò alcuni endecasillabi, e credette che fossero di Cornelio Gallo. Ma da ciò che abbiam detto, di lui parlando (t. 1 , p. 183, ec.), si può raccogliere che gli antichi ci parlan bensì di elegie da lui [p. 912 modifica]912 LIBRO composte, di endecasillabi non già; e di questi ancora, che diconsi trovati dall’Allegretti, non sappiam che sia avvenuto. Quando ei morisse, non si può accertare’ . Certo ei morì prima di Coluccio Salutato che finì di vivere fami A 406; perciocché egli nella sopraccitata lettera ne parla come d’uomo già trapassato. XVIII. Un codice della biblioteca Riccardiana in Firenze ci dà notizia di due altri poeti che al fine di questo secolo erano segretarj, uno del Cardinal Pietro Corsini, l’altro del Cardinal Jacopo degli Orsini. Il primo è maestro Jacopo da Figline, il secondo Giovanni Moccia da Napoli. Del primo trovansi, nel mentovato codice, tre poesie latine indirizzate al secondo, di cui esalta con somme lodi il valore poetico, chiamandolo or uomo celebre, or insigne alunno di Calliope. Di lui avea pur grande stima Coluccio Salutato il quale, in una sua lettera inedita che conservasi nella medesima biblioteca, lo chiama uomo di acutissimo ingegno , di singolare memoria, di soavissimo stile. Alcuni versi di questo sì lodato poeta leggonsi nel codice poc’anzi accennato, scritti a un certo Pietro di Buonuomo d’Anversa. L’ab. Mehus , a cui siam debitori di tutte queste notizie, afferma (Vita di Lapo da Castigl. p. 41) che Giovanni fu alla corte pontificia in Avignone, che con essa fece ritorno in Italia, e che poscia si ritirò a Napoli sua patria; e che oltre i citati versi egli aveane veduto un buon panegirico in versi fatto in lode di Coluccio. Ma nè di lui, nè di Jacopo da Figline non abbiamo altra notizia, nè alcuna cosa di loro si ha alle [p. 913 modifica]TERZO 9l3 stampe, trattine i pochi saggi che ce ne ha dato il sopraddetto Mehus (l. cit; et Vita Ambr. camald. p. 207). Di più altri poeti di questo secol medesimo si trovan dei versi in molte biblioteche, e in (quelle di Firenze singolarmente. Ma non giova, come abbiam più volte avvertito, il trattenersi in ricercare i nomi di tutti quelli de’ quali finalmente nulF altro potremmo dire, se non che fecer dei versi. Concludiam dunque la serie de’ poeti latini di questa età col parlare di uno di cui fu grande la fama , e a cui veggiamo profusi elogi nulla minori, benchè a mio parere con non uguale ragione, che al Petrarca; cioè di Lino Coluccio Pietro Salutato, di cui già più volte abbiam! fatta menzione, e di cui dobbiamo ora ricercare più esattamente le più accertate notizie. XIX. Tre antichi e contemporanei autori ne hanno scritto la Vita, o a dir meglio l’elogio, in cui perciò ritroviam lodi più che notizie. Il primo è Filippo Villani, il cui originale latino solo in picciola parte è stato pubblicato clalP ab. Mehtis (Vita Ambr. camald. p. 286); ma ne abbiamo intera la traduzione italiana data alla luce prima dallo stesso ab. Mehus (Firenze 1748 in 8.°), poscia dal co. Mazzucchelli (Vite d ili. Fiorent. di FiL Vil. p. 20). Domenico di Bandino d’Arezzo, in due passi della sua grand’opera inedita intitolata Fons rerum Memorabilium , ne ha fatto un magnifico elogio; e questi due passi, insieme colla Vita di Coluccio scritta da Giannozzo Manetti, sono usciti alla luce per opera del soprallodato abate Mehus (Vita Ambr. camald. p. 286, 287, ec.), [p. 914 modifica]1)1 ^ LIBRO Oltre questi tre scrittori, più altri antichi e moderni hanno di lui parlato con lode; e le loro testimonianze si posson vedere unite insieme, e premesse al primo tomo delle Lettere di Coluccio pubblicate dal Rigacci. E qui io mi protesto di aver veduta questa sola edizione di dette Lettere, poichè non mi è stato possibile di aver l’altra fatta dall’ab. Mehus; per cui tra questo editore e il Rigacci nacque aspra contesa , come si vede dall’appendice che questi ha aggiunta al primo tomo della sua edizione; scritto sanguinoso troppo e pungente, e di uno stile da cui un uom dotto dovrebbe sempre tenersi lontano. Da questi e da altri monumenti di somigliante autorità , che ad essi poteansi aggiugnere, noi trarremo ciò che brevemente verremo qui dicendo di questo illustre poeta, rimettendo chi ne voglia ancor più minute notizie, a ciò che ne ha scritto il suddetto abate Mehus (/. ciL). XX. Lino e Coluccio sembran essere due diminutivi dello stesso nome, cioè di Niccolò, come se dir volessero Niccolino e Niccoluccio, seppure il nome di Lino non fu da lui preso per una cotale affettazione di antichità, come sembra rimproverargli scherzando Leonardo Aretino (Epist. t. 2,p. 173). Il nome di Pierio è tratto da quel del padre che appella vasi Piero, ed era della famiglia de’ Salutati. Coluccio nacque nel castello di Stignano in Valdinievole 1 anno i33o, la qual epoca è certa per testimonianza di Giannozzo Manetti che lo dice morto l’anno 1406 in età di settantasei anni. Piero di lui padre, uomo di sperimentato [p. 915 modifica]V \ TERZO 915 valore in guerra , per le fazioni onde era sconvolta la Toscana , essendo stato esiliato, Taddeo de’ Pepoli che l’an 1337 erasi fatto signor di Bologna, a sè invitollo, come racconta Domenico d’Arezzo, e Piero seguendone f invito per undici anni il servì, finchè fu preso da morte. Col padre recossi il figlio a lìologna 5 ed ivi attese ne’ primi suoi anni agli studj; e perciò a questa città ei dà il nome di sua dolcissima nutrice (Epist. t. 1, p. 167). Ebbe a maestro nella gramatica e nella rettorica Pietro da Muglio professore a quel tempo famoso, di cui parleremo nel capo seguente, e nella cui morte scrisse una lettera a Bernardo di lui figliuolo (ib. t. 2 , p. 99), in cui dà a vedere quale stima e qual affetto egli avesse sempre serbato per questo suo primo maestro, benchè in un’altra sua lettera, citata dal co. Mazzucchelli (Note ad Vill p. 21 , nota 4)? sembri affermare che avea studiato da se medesimo quasi senza maestro, e che appena sperava di potersi spogliar degli errori di cui in que’ primi anni erasi imbevuto. Egli era naturalmente inclinato agli studi dell7 amena lettetatura. Nondimeno a lui pure convenne, come al Petrarca e al Boccaccio, per secondare i comandi del padre, applicarsi agli studi legali. Ma poichè questi fu morto, Coluccio, abbandonato il Codice, tutto si diè alla eloquenza e alla poesia. Fino a qual tempo si trattenesse Coluccio in Bologna, e quando e come si trasferisse a Firenze, non ci è ben noto, nulla di ciò avendoci detto gli antichi scrittori. Ciò che è certo, si è che l’an 1368 egli era collega di [p. 916 modifica]()i6 unno F rancesco Bruni nella carica di segretario apostolico presso il pontefice Urbano V. Ne abbiamo una indubitabile pruova nella lettera che il Petrarca scrisse in quest’anno al suddetto Francesco (Senil l 11, ep. 2), in cui così gli dice: Colutium, cujus me verbi s salutastiy ut salvare jubeas, preco, et talem tibi operum participem obtigisse gaudeo. E eli1 egli fosse in quest1 anno medesimo al seguito della corte romana , cel mostra una sua lettera scritta da Viterbo, ai 19 di giugno, a Niccolò da Osimo# protonotario apostolico, in cui gli manda alcuni versi da incidersi nel sepolcro del Cardinal Niccolò Capocci morto appunto in quell1 anno. Essa è stata pubblicata dal Baluzio (Miscell, t. 3. p. 108, ed Luc.). A quest1 anno medesimo riferisce l’ab. de Sade (Mem. pour la vie rie Petr. t. 3, p. 732) una lettera che il Petrarca scrisse a Coluccio (Senil l. 11, ep. 4) ringraziandolo di quella eli1 egli aveagli inviato, e lodandone l’eleganza con cui era scritta, ma insiem confondendosi delle lodi di cui avealo onorato. Molti fra’ moderni scrittori aggiungono ch’ei fu ancora segretario di Gregorio XI, successore di Urbano. Ma non solo di ciò non trovasi pruova alcuna, ma anzi noi raccogliamo il contrario da un1 altra lettera da lui scritta da Lucca, a’ 20 di gennaio del 1371, al medesimo Francesco Bruni, e pubblicata pur dal Baluzio (l. cit). In essa ei parla della morte di Urbano V, di cui riprende l’abbandonare che avea fatto di bel nuovo l’Italia, si rallegra col Bruni dell’elezione di Gregorio XI che a lui avea confermato l’impiego di segretario; [p. 917 modifica]TKnZO 917 ma di se nulla dice; anzi il veder Coluccio in Lucca, mentre la corte pontificia era in Avignone, basta a provarci ch’ei non erane più al servigio (a). Quindi io credo probabile che Coluccio abbandonasse la corte del papa, quando Urbano fece ritorno in Francia; e che al medesimo tempo egli prendesse moglie; poichè alla fine della stessa lettera ci dice: Ego... in dies novam prolem de conjuge cara laetabundus expecto. La moglie di Coluccio fu Piera natia di Pescia, che, dopo averlo fatto padre di dieci figlioli, morì 1 anno 1396 (V. Mazzucclidliy l. cit. nota 3). XXI. La fama del sapere e dell1 eloquenza di Coluccio, sparsa per ogni parte, fece, dice Domenico d1 Arezzo, clic da’ re, da’ pontefici c dagli imperadori ei fosse con grandi offerte richiesto alle lor corti. Ma egli a tutti antipose la sua Firenze; e accettò l’impiego di cancelliere della Repubblica , che gli fu conferito a’ 25 d1 aprile del , come pruova il co. Mazzucchelli (l. cit. p. 27, nota 20), e come confermasi da tutti gli antichi scrittori che dicono aver lui sostenuta quell’onorevole carica per lo spazio di oltre a trent’anni. Io non parlerò qui degli affari in cui a cagione di questo (a) Di fallo l’eruditissimo sig. conte Cesare Lueehosini mi ha poi avvertito che Coluccio dalla metà dclr anno 1370 lino alla metà del seguente fu cancelliere della Repubblica di Lucca , e ivi se ne conserva il secondo libro delle Riform igioni di essa, da lui medesimo in ijuell’occasione scritto. [p. 918 modifica]yio LIBRO impiego egli ebbe parte 5 perciocché essi appartengono più alla storia di Firenze e dell’Italia, che alla vita di Coluccio. Molte delle lettere che di lui si hanno alle stampe, sono in nome della sua Repubblica, altre in nome di lui medesimo , e da esse veggiamo ch’egli ancora per se stesso si adoperava con sommo impegno nel grande affar dello scisma che allora travagliava la Chiesa, a cui egli avrebbe voluto por fine, come fan pruova, fra le altre, due lunghissime lettere scritte in suo nome, una al pontefice Innocenzo VII (t 2 , p. 1), l’altra a Jodico marchese di Brandeburgo (t. 2, p. 110), la qual seconda lettera era stata già pubblicata dai PP. Martene e Durand (Thes. nov. Anecd. t 2, p. 1155). Le lettere di Coluccio sembravano allor sì eloquenti, che il pontefice Pio Il racconta (Commen. p. 454) che il duca Giangaleazzo Visconti, il quale era in guerra colla Repubblica di Firenze, soleva dire ch’ei riceveva danno maggiore da una lettera di Coluccio , che da una schiera di mille cavalieri fiorentini. Il qual detto di Giangaleazzo è stato poi, come spesso avviene, da alcuni più recenti scrittori notabilmente alterato col cambiare il numero di mille in quello di ventimila. XXII. In mezzo alle continue e gravi occupazioni che pel suo impiego sostener dovea Coluccio , ei trovava il tempo di coltivare i suoi studj, e di esercitarsi in erudite fatiche. Già abbiam veduto, parlando di Luigi Marsigli agostiniano , che Coluccio era un di quelli che ne frequentavano l’erudita conversazione, ove le scienze e le lettere erano l’ordinario soggetto [p. 919 modifica]TERZO 9MJ di vicendevoli ragionamenti. Abbia in pure altrove mostrato qual premura avesse Coluccio così per emendare i codici degli antichi scrittori, come per raccoglierne studiosamente quanti più gli fosse possibile. E in vero gli scrittori che a quel tempo viveano, ci parlano di Coluccio, come d’uno de’ più dotti uomini che allor fossero, e sembrano gareggiar tra loro a chi più il ricolmi di lodi. Veggansi gli elogi che ne ha raccolti l’ab. Mehus (l. cit p. 286, ec.), e que’ che ne sono stati premessi al primo tomo delle Lettere pubblicate dal Rigacci. In essi Coluccio vien detto uomo che, per costumi non meno che per dottrina, risplende in tutto il mondo come luminosissima stella; che ha coltivati con felice successo gli studi d’ogni maniera; che non solo uguaglia, ma sorpassa ancora l’ingegno degli antichi poeti; uomo a cui quanto v’ ha nella storia di tutte le nazioni, quanto nella mitologia, quanto nella sacra Scrittura, tutto è notissimo; egli il solo consapevole de’ segreti della natura, il solo valevole a comprendere colf ingegno, e a spiegar con parole le cose tutte divine e umane. A questi si può aggiugnere una lettera a lui scritta da Francesco da Fiano, che ò tra quelle dello stesso Coluccio (t 1, p. i56), e che ò un tal panegirico di medesimo, che di Cicerone e di Virgilio appena si è detto altrettanto. Filippo Villani, a spiegare qual fosse l’eleganza e l’eloquenza dello stil di Coluccio, dice ch’ei si può nominare Scimia di Cicerone. Ma a dir vero, benchè lo stil di Coluccio abbia non rare volte energia e forza maggiore che quello della maggior parte [p. 920 modifica]Q20 LIURO degli altri scrittori di questi tempi, è certo però, che tanto è diverso da quello di Cicerone nella prosa, e ne’ versi da quel di Virgilio , quanto appunto è diversa una scimia da un uomo. Non gli si può però negare la lode di aver avuta un’erudizione vasta e moltiplice, che rarissima era a que’ tempi j e i diversi argomenti, di cui egli tratta e nelle sue lettere e nelle altre sue opere, ci fan vedere quanto diligente studio avesse egli fatto sugli antichi scrittori. Giorgio Stella storico genovese, di cui parleremo nel tomo seguente, essendo dubbioso qual opinione seguir dovesse intorno alla fondazione della sua patria, ne scrisse a Coluccio, cui dice uomo eloquentissimo, e nella storia, nell1 arte rettorica, nell’eleganza non inferiore ad alcuno de’ tempi suoi (Script rer. itaL vol 17, p. 955) j e ci ha conservata parte della risposta che ne ebbe, in cui Coluccio saggiamente corregge l’errore di Jacopo da Voragine che, su un passo di Solino non ben inteso, avea attribuita a Giano la fondazione di quella città. E più altre pruove si potrebbono qui recare della erudizion non comune ch’egli avea acquistato studiando. Della stima in cui egli era nella sua patria, saggiamente si valse a fomentare e ad accendere sempre più gli studi delle scienze e delle belle arti. Leonardo Bruni fra gli altri , a cui egli procurò ed ottenne il posto di segretario apostolico, confessa di essere a lui debitore di tutto il progresso che fatto avea nelle scienze. Se io, dice, ho appresa la lingua Greca, il debbo a Coluccio ,• se nella Latina mi sono non mediocremente [p. 921 modifica]TSRBO gct b esercitato , il debbo a Coluccio; se ho letti 7 studiati e intesi i Poeti, gli Oratori e tutti gli altri scrittori antichi, il debbo a Coluccio. Niun Padre amò mai un suo figlio con tenerezza uguale a quella che per me egli avea. Egli ingannato dal suo amore stesso diceva che il mio ingegno era così disposto per tali studi, che s io avessi voluto divertire altrove, ei mi avrebbe preso per mano, e rimessomi a forza sul primo sentiero (Epist. t. 17 p. 45). il Lenfant che ha pubblicata una sua lettera intorno a Coluccio (Bibl. Germ. t 2 , p. 112), in cui della vita di questo illustre scrittore ci dà assai poche e poco esatte notizie, sospetta che con due Leonardi Bruni fosse egli congiunto in amicizia, uno giovane, l’altro vecchio. Ma non fa bisogno di grande studio per vedere la frivolezza delle ragioni ch’ei reca a conferma del suo sospetto, nè fa bisogno ch’io mi trattenga qui a confutare un dubbio che non ha fondamento di sorta alcuna. XXIII. Un uomo che nel poetare latinamente era creduto uguale agli stessi antichi e più eccellenti poeti, parea ben meritevole dell’onore della corona. E nondimeno, comecchè altri abbiano scritto diversamente, è certo, per testimonianza di tutti gli scrittori di que’ tempi, che questo onore non gli fu conceduto che dopo morte. La maniera però con cui di questo fatto ragiona Luca da Scarperia monaco vallombrosano e scrittore contemporaneo, sembra indicare che i Fiorentini più innanzi alla morte di Coluccio ottenessero dall’imperadore la facoltà di onorarlo del poetico alloro, ma che, [p. 922 modifica]$22 LIBRO qualunque ragion se ne fosse, ciò si differisse sì a lungo, che non si potesse poi eseguire che poichè egli fu morto. Rechiam questo passo qual è stato pubblicato innanzi alle Lettere di Coluccio, anche per dare un saggio delle gran lodi con cui allora di lui parlavasi comunemente: A dì quattro di Maggio (dell’an 1406()) si morì Messer Coluccio Pieri Cancelliere del Comune di Firenze istato più di trenta anni. Fu costui buon uomo e fedele e leale al Comune, e pieno di molte virtudi. Fu costui uomo allegro e lieto e piacevole, e del suo ufficio molto grazioso, e molto era amato da chi praticava con lui Costui fu de’ migliori dittatori di pistole al mondo, perciocchè molti, quando ne potevano avere, ne toglieano copie; sì piaceano a tutti gli intendenti, e nelle Corti dei Re e de’ Signori del Mondo e anchora de’ Cherici era di lui in questa arte maggiore fama, che di alcuno altro uomo. Era costui ancora ammaestratissimo di scienza poetica, e dopo la sua morte si trovarono di lui più libri da lui fatti di quella scienza. Di che li Fiorentini conoscendolo per merto della sua virtù impetrarono dallo Imperatore più anni dinanzi, ed ebbonlo, di potere coronare in poeta d alloro, e costui fu desso; perocchè quando elli fu morto, e fu nella bara, li Signori Priori e l Gonfaloniere della Giustizia gli donarono una grillanda d’alloro , di che tutto il popolo ne fu lieto e contento, e tutti li Cittadini lodarono questo dicendo , eli egli il meritava. Poi comandarono i Signori a tutti i Cittadini, che da quella ora innanzi il chiamassono Messer Coluccio Poeta, [p. 923 modifica]TERZO * ()23 c tutti i Cittadini l’ubbidirono. Poi li Padri li fecero grande ornamento alla bara. E poi di molta cera alla Chiesa, e fu seppellito in Santa Maria, del Fiore, ovvero S. Liparata che si chiami, ed ancora portò dinnanzi un grande Gonfalone dclF armi del Popolo, cioè la croce; ed ancora ordinarono li Signori, che una bellissima sepoltura di marmo gli fosse fatta dal Comune nella detta Chiesa. XXIV. Benchè moltissime sieno le opere che Coluccio scrisse sì in prosa che in versi, poco {)erò è ciò che ne abbiamo alle stampe. Trattene le Lettere, di cui già abbiam parlato, alcune delle quali leggonsi ancora in altre raccolte che si annoverano dal Fabricio (Bibl. med. et inf. Latin. t. 1, p. 400), un libro de Nobilitate Legum ac Medicinae, pubblicato in Venezia l’anno 1542, un sonetto che leggesi presso il Crescimbeni (Comment par. 3, p. 183), e alcune poesie latine che si leggon fra quelle degli illustri Poeti italiani (t. 8, p. 293), oltre alcune altre date alla luce dal chiarissimo abate Zaccaria (Iter literar. p. 337), e alcuni frammenti che qua e là ne ha inseriti nella sua Vita d’Ambrogio camaldolese V ab. Mehus, io non so che altra cosa di Coluccio sia uscita al pubblico. Ben molte sono le opere che se ne conservano manoscritte, singolarmente nelle biblioteche di Firenze, delle quali, oltre ciò che ne ha il co. Mazzucchelli nelle sue Note al Villani, assai lungamente ragiona il suddetto ab. Mehus (l. cit). Egli a quest a-occasi one parla della contesa ch’egli ebbe con Giovanni da S. Miniato monaco camaldolese , il quale con soperchio i [p. 924 modifica]924 LIBRO zelo vietava la lettura de’ poeti profani, e delle lettere che Coluccio scrisse a combattere le ragioni da lui addotte, le quali talmente aveano sedotti alcuni, che parlavano con disprezzo dei libri della Città di Dio di S. Agostino, perchè in essi egli allega gli antichi poeti (ib. p. 293); parla ancora di quella ch’egli ebbe con Antonio Loschi vicentino, che una invettiva avea scritto contro de’ Fiorentini, a cui con altra invettiva rispose Coluccio (ib. p. 298); e di quella ch’egli ebbe con f Giovanni di Domenico domenicano , a cui parendo che Coluccio in una sua opera intitolata De fato et fortuna avesse sostenute alcune opinioni contrarie a’ dogmi della cattolica Religione. scrisse contro di esse un libro cui diè per titolo Lucula noctis (ib. p. 302). Vari e diversi son gli argomenti de’ quali nelle sue opere parla Coluccio. Alcune son mitologiche e allegoriche , come quella de Laboribus Herculis, altre filosofiche e morali, come quelle de fato et fortuna, de seculo et Religione, de verecundia, altre politiche , come quelle de Tyranno, de Regno electivo et successivo, de coronatione Regia, altre filologiche, come quella de Nobilitate Legum et Medicinae, e quella intitolata: quod Medici eloquentiae studeant, altre finalmente oratorie, come le Declamazioni, la sopraddetta Invettiva e alcune altre orazioni. Molte inoltre son le lettere di Coluccio non ancor pubblicate, molte le poesie latine e italiane, fra le quali non è da tacersi la traduzione in versi latini di parte della Commedia di Dante, un saggio della quale ci ha dato lo stesso ab. Mehus (ib. p. 3(>9). il « [p. 925 modifica]tEMO 9^5 quale diligentemente ragiona de’ codici delle biblioteche fiorentine in cui tali opere si custodiscono. Alcune però delle opere in versi latini da Coluccio composte, e che veggonsi lodate assai dagli scrittori di que’ tempi, come un suo poema sulla guerra di Pirro mossa a’ Romani, e otto egloghe, più non si trovano (ib. p. 310). Egli avea ancora scritte le Vite di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, e l’ab Mehus afferma (ib. p. 228) di averle lette e di averle con dispiacere vedute trasportate altrove. XXV. Nel tomo precedente di questa Storia, abbiam ricercato se nel secolo XIII potesse dirsi risorta in Italia la poesia teatrale, e abbiam veduto che, benchè sembri di vederne qualche vestigio, non si può nondimeno indicare componimento alcuno a cui convenga il titolo di teatrale. Non così in questo secolo in cui non troviam già esempio di poesia di tal genere in lingua italiana (perciocchè di una rappresentazione de’ Misterj della Vita di Cristo, fatta Fanno i3o4 Friuli (Script. rer. ital. vol. 24, p. 1209), deesi dire lo stesso che detto abbiamo di altri somiglianti spettacoli nel secolo precedente), ma sì ne abbiamo alcuni in lingua latina. E il primo che ne scrivesse, per (quanto io sappia, fu Albertino Mussato da noi mentovato in questo capo medesimo. Due tragedie ei compose che ancor ci rimangono, una intitolata Eccerinis dal famoso Ezzelino che ne è l’argomento, l’altra Achilleis de Achille. Si vede in esse che l’autore si sforza non infelicemente d’imitare lo stile di Seneca; ma un cattivo originale non potea fare che una più [p. 926 modifica]C)2b LIBRO cattiva copia. In fatti le tragedie del Mussato non hanno alcuno de’ pregi che a un tal genere di componimenti sono richiesti , e han tutti quasi i difetti che soglionsi in essi riprendere. Nè poteva accadere altrimente in un tempo in cui i tragici greci , soli maestri di tal sorta di poesia, non erano ancor conosciuti, e ogni cosa perciò faceasi a capriccio delf autore. Anche il Petrarca volle provarsi a questo genere di poesia. Una commedia intitolata Philologia aveva egli scritta in età assai giovanile per sollevar F animo, come egli dice (Famil. l. 2, ep. 7), del Cardinal Giovanni Colonna. Ma poscia conobbe clf ella non era cosa a pregiarsi molto, e non volle pur farne parte agli amici (ib. l. 7, ep. 16). Onde ne venne ch’ella si smarrì per modo , che più non trovasene copia. Due altri componimenti drammatici col titolo di commedia trovansi in un codice della Laurenziana, attribuiti al Petrarca , uno sull’espugnazion di Cesena (*), fatta dal cardinat (*) La commedia ossia il dialogo sulla espugnazion di Cesena , senza ragione attribuito al Petrarca, pare anzi che debba credersi opera di Coluccio Salutato. Così almeno credevasi nel secolo xvi, ed io lo raccolgo da una lettera di Antonio Casario a monsignor Ferretti vescovo di Lavello, scritta da Cesena; e che, comunque non abbia data, dovette certo essere scritta al più tardi nel 1557 in cui il Ferretti morì: Mando a V S., dic’egli (Lettere volgar. di dir. Veti. l. 3, p. 39), il Dialogo , eh9 ella desiderava de V infelice et miserabil caso di Cesena nel tempo , che fu così crudelmente. da’ Britoni ruinata , dal quale conoscerò quanto in pie• dolo stato fosse allora la lingua Latina, et pur il Collutio, che ne è V autore, era de’ buoni della sua 1 là estimato. [p. 927 modifica]TERZO 927 Albornoz Tanno 135y? l’altro sulle vicende di Medea. li ab. de Sade dubita (Mém. jxyur la vie de Petr. t. 3, p. 48) die siano arnendue opere supposte al Petrarca; ma prima di lui avea già mosso un tal dubbio l’ab. Melius (Vita Ambr. camald. p. 2Òg), il quale ci ha dato ancor qualche saggio dello stile di esse, che non è certamente conforme a quel del Petrarca. Finalmente Giovanni Manzini dalla Motta natio di Lunigiana, e da noi mentovato già altre volte, di cui l’ab. Lazzcri ha pubblicate tredici lettere latine scritte verso la fine di questo secolo (Misceli Coll. Rom. L 1, p. 173, ec.), in una di esse (cp. 12) parla di una sua tragedia che avea scritta sopra la caduta di Antonio dalla Scala, quando gli fu tolto il dominio di Verona, e ne reca egli medesimo alcuni versi che non ci fanno desiderar molto di vederne il rimanente. Questi sono, a dir vero, abbozzi di poesie teatrali, anzi che vere tragedie, e> commedie. Ma non è nondimeno picciola lode Y avere pur cominciato, aprendo così la strada a’ valorosi poeti che venner poscia; e anche in questo, come in quasi ogni altro genere di letteratura, non si può contrastare all’Italia il vanto di essere stata maestra di tutte l’altre nazioni.