Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VI/Libro I/Capo III

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Capo III – Università ed altre pubbliche scuole ed accademie

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Capo III – Università ed altre pubbliche scuole ed accademie
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[p. 111 modifica]PRIMO I 1 l gran sorte della letteratura clic nel medesimo secolo si trovassero uniti in Italia tanti gran principi che delle loro ricchezze credessero di non potere far miglior uso , che nell1 avvivare gli studi, e nel ricompensar le fatiche degli eruditi. Ciò che qui ne abbiam detto, non è che una semplice idea di questo sì grande oggetto, che noi verremo nel decorso di questo tomo svolgendo e spiegando paratamente. Capo III. Università ed altre pubbliche scuole ed accademie.

I. Le vicende delle pubbliche scuole italiane ci hanno dato in addietro copioso argomento di storia; e noi le abbiamo vedute soggette ad ogni genere di strane rivoluzioni, e or interdette, or disperse, or raminghe seguirla sorte delle città e dei cittadini. In questo secolo intorno ad esse poco altro ci si offre a dire, che lo stato più o meno fiorente in cui esse trovaronsi, e il cominciamento di alcune che allor furono aperte. Ciò non ostante , quello che dovrem dirne, ci proverà abbastanza quanto fiorissero le scienze tutte in Italia, e qual fosse l’impegno de’ principi nel fomentarle. Il che ancora più chiaramente vedrassi, quando ragioneremo dei professori che in ciascuna scienza ebbero maggior nome. Ma ciò sarà proprio de’ due libri seguenti; e qui dobbiam cercare soltanto qual fosse in generale lo stato loro. [p. 112 modifica]I I 2 LIBRO

II. L’università di Bologua venuta in notabile decadimento verso la metà del secolo xiv, sul finire di esso avea cominciato a risorgere all’antica grandezza, come a suo luogo si è detto. E così mantennesi ancora ne’ primi anni del secolo in cui scriviamo. I celebri professori di eloquenza greca e latina, che allora vi furono chiamati, Guarino da Verona, Giovanni Aurispa e Francesco Filelfo; e i catalogi di tutti i lettori, che il Ghirardacci ci ha dato agli anni 1411, 1416 , 1418, 1420 e 1423 (Stor. di Bol. t. 2, p. 500, 610, 619, 637 , 645) (il qual autore ancora annovera (ib. p. 605) alcuni saggi provvedimenti dati nel 1416 a vantaggio e ornamento maggiore di quello Studio), ne sono una chiara pruova. Il Filelfo ci parla in modo nelle sue Lettere, di Bologna e di quella università, che ben ci fa intendere in quanto lieto stato ella fosse. Egli racconta (l. 1, ep. 24) che quando vi entrò nel febbrajo del 1428, un sì gran numero di scolari non meno che di professori venne a complimentarlo, che cosa più onorevole non poteasi immaginare; clic il Cardinal d1 Arles legato mandò tosto a chiamarlo, e lo accolse con sommo onore; e che tosto gli fu assegnato lo stipendio di 450 scudi, 300 de’ quali gli si contavan dal Pubblico, 150 dal legato, il quale già gliene avea dati 50 oltre più altri doni. E scrivendo pochi mesi appresso ad Antonio di Capanoro, Sommamente mi piace, dice, l’abitare in Bologna; perciocchè e amena è la città, e cortesissimo il popolo , e grande abbondanza vi lui di quanto J’a d uopo a vivere, e grande é [p. 113 modifica]PRIMO I I 3 r impegno di tutti per lo studio delle belle arti, e ciò che più d ogni cosa mi è caro, sono amatissimo da tutti (ib. ep. 28). Ma presto si cambiò scena. Sollevatasi una general sedizione in Bologna, e cacciatone il legato, nell’agosto dello stesso anno 1428, ogni cosa fu piena di confusione e di strage. In mezzo a sì grande tumulto costrette furono a tacere le Muse, e per tre anni rimase quell’università quasi interamente abbandonata. Dissi quasi interamente, perchè qualche professore pur vi rimase, e noi vedremo tra, poco parlando dell1 università di Ferrara, che Giovanni de’ Finotti si offrì pronto, l'anno 1430, a passare con buon numero di scolari da Bologna a quella università. Ma poscia l'anno 1431 tornata Bologna all1 ubbidienza della Chiesa, l’università ancora fu riaperta. A dì 22 d Ottobre , dice l’autore della Cronaca italiana di Bologna, pubblicata dal Muratori, all'anno 1431 (Script. Rer. ital. vol. 18, p. 641) incominciossi a render ragione nel palazzo del Podestà di Bologna. Per tre anni passati a cagione della guerra e delle tribulazioni che abbiamo dovuto, possiamo dire che mai non si sia renduta ragione in civile. Adì 24 si principiò in Bologna lo studio di tutte le facoltà. Per cagione delle guerre circostanti credesi che gli Studi di Firenze, di Siena, di Padova e di Pavia si svieranno per tal modo, che quel di Bologna si riformerà bene. Speriamo che non passerà Natale, che qui avremo più di 500 scolari. E più brevemente negli Annali di F. Girolamo Borselli, allo stesso anno: Jus reddi Tiraboschi, Voi. VII. * 8 [p. 114 modifica]114 Mimo incoepUtm est, quod ante per tres annos redditum non erat: Studium destructum reformari in coeptum est (ib. vol 23 , p.). Ma qual differenza fra i 500 scolari che allor si speravano , e i diecimila die erano a tempo del famoso Azzo? Nel i 438 il senato di Bologna invitò di nuovo il Filelfo, che frattanto era passato a Firenze ed a Siena, come raccogliam dalla lettera che questi in ringraziamento gli scrisse (l. 2, ep. 40)? hi cui rammenta con quanto piacere ed onore fosse ivi già stato. E vi venne egli di fatto al principio dell’anno seguente , e salì di nuovo sulla cattedra d’eloquenza. Ma nel mese di maggio , abbandonata quell’università, passò a Milano, come a suo luogo vedremo. Egli in fatti stava con timore in Bologna, perciocchè, come scrive in altra sua lettera (l. 3, ep. 5), in niun luogo più che ivi era incerta la pace. E certo non vi ebbe mai secolo in cui quella città fosse così esposta a frequenti rivoluzioni, come nel presente. E ciò dovette riuscire di non picciolo danno a quella università. Ad accrescerle lustro sempre maggiore, le giovò non poco il dottissimo Cardinal Bessarione, che dal 1450 fino al 1455 fu legato in Bologna. Il Platina nell’orazione in onore di lui recitata, che si ha alle stampe, afferma che ei rinnovò non solo la fabbrica rovinosa, ma le leggi ancora e l’ordine di quella università assai decadutaj che a gran prezzo e con ampissimi stipendi v1 invitò chiarissimi professori, e ch’egli stesso con promesse, con onori e con premj accendeva ne’ giovani un nobile ardor per gli studj, e sovveniva coloro che [p. 115 modifica]PRIMO 1 l5 per povertà non potevano coltivarli. Nel tempo medesimo si volse ancora a vantaggio di essa la provvida sollecitudine del gran pontefice Niccolò V, il quale ne confermò e ne accrebbe i privilegi con alcune sue bolle, che da monsignor Giorgi si accennano (Vita Nicol. V, p. 55). Quindi verso la fine di questo secolo singolarmente ella era sì rinomata, che da’ paesi stranieri venivan non pochi per udire que’ professori. Ne abbiam fra le altre una bella testimonianza presso Filippo Beroaldo, il quale indirizzando un suo opuscolo intitolato Orazion proverbiale a Cristoforo Vaitimillio boemo, gli dice che molti soleano ogni anno venir da quel regno alla università di Bologna*, e ne annovera alcuni che in quegli anni vi erano stati. Dalla Sicilia ancora troviamo che si mandavano a pubbliche spese alcuni a studiare a Bologna, e fu tra questi il celebre Antonio Panormita, che ottenne poi sì gran nome. Ma niuna cosa nel corso di questo secolo fu a questa università più onorevole e gloriosa, che la venuta a Bologna di Cristino re di Danimarca f anno j 474* Qual onore rendesse questo sovrano alle scuole e a’ professori bolognesi , udiamolo da Benedetto Morando, che tre anni dopo ne fece menzione in una sua orazione a Sisto IV, che si ha alle stampe: Il Re Cristiano, dice egli (De laudib. Bon. Orat. p. 22, ec.) andando a Roma, sono ora tre anni, avendo vedute quasi tutte le Università italiane, mosso dall’eccellenza e dalla fama di questa, volle che in essa due de’ suoi Cortigiani ricevessero £ onor della laurea , uno nelle leggi, £ altro nella [p. 116 modifica]Il6 LIBRO medicina. Nella qual occasione fu da ammirarsi singolarmente , che essendosi innalzato nel tempio di S. Pietro, secondo il costume, un altro palco, su cui dovean sedere coloro a’ quali apparteneva il conferir la laurea, ed essendosi disposto un luogo più alto e più nobilmente adorno pel Re, questi per rispetto all’onore dell’università, credendo che non bene gli convenisse lo star sopra que’ dotti, disse eli egli ascriveva a sua gloria il sedere al pari con quelli che presso tutto il mondo erano in altissima venerazione. Il che ricolmò di maraviglia noi tutti che eravamo presenti, veggendo che un Re venuto da sì lontani paesi non avea in alcun modo voluto seder più alto de’ professori. Ben mi dispiace die niun1 altra notizia abbia io potuto trovare intorno a questa sì illustre università. Così potessimo almen lusingarci che la Continuazione tanto da noi sospirata della Storia di essa fosse per darci quei lumi ch’io per mancanza di monumenti non ho potuto raccogliere. 111. Quella di Padova avea ricevuto ornamento e lustro non ordinario da’ Carraresi, come nel precedente tomo si è detto. Ma poichè l’anno 1406 quella città venne in mano dei Veneziani, quel senato rivolse ad essa il pensiero, e ogni mezzo usò per‘sollevarla a fama sempre maggiore. Il Facciolati accenna i decreti perciò pubblicati, benchè niun ne riporti nè distesamente nè in parte,, come forse alcuni avrebbon bramato. Io mi lusingo el11 ei ce ìf abbia almen dato un fedele estratto, e perciò sull’autorità di questo scrittore toccherò % [p. 117 modifica]PRIMO II7 in breve ciò che in essi ha di più importante. Erasi aperto, come a suo luogo abbiamo osservato, ne’ primi anni del secolo xiv, uno Studio generale in Trevigi, il quale poteva sminuire il concorso a quello di Padova. Perciò non sì tosto i Veneziani furon signori di questa città, tolsero a’ Trevigiani le scuole, e altra università non vollero nè loro Stati fuorchè quella di Padova. Anzi l'anno 1407 pubblicarono un ordine (*) con cui intimavasi che tutte le scuole di tutte le città dello Stato dopo il dì di S. Luca dovesser cessare, e che in avvenire non fosse lecito ad alcuno l’insegnare sorta alcuna di scienza sopra la gramatica altrove che in Padova, alla cui università assegnò il senato collo stesso decreto 4^oo ducali (Faciol. Fasti, pars 2, p. 2). Questo privilegio accordato all’università di Padova fu confermalo più volte nel corso di questo secolo dal (*) Il decreto con cui dal Senato Veneto furon vie* tate nel 1407 a’ 29 d’aprile tutte le pubbliche scuole, trattene quelle di Belle Lettere, nel lor Dominio, e fu ordinato che tutti gli studenti dovessero recarsi a Padova , è il seguente, che dall’eruditissimo sig. co. Rambaldo degli Azzoni Avvogaro canonico della cattedra! di Trevigi è stato estratto da’ pubblici registri di quella città , e trasmessomi cortesemente, In esso si ordina , quod cuncti nostri fideles et subditi, qui volunt studere. in aliqua alia Sci enti a vel facultate , quam in Grammatica , in aliquo studio, vel terra, ubi sit Studium, transacto festo S. Lucae prox. vent. non possit ire vel stare ad aliud studium, quam ad studium Par Inanimi , sub poena ducatorum 500, pro quolibet contrafaciente et qualiber vice eie. erctplando a p nardi eli s 1 colares... qui studerent vel studere vellent ultra muntcs. [p. 118 modifica]Il3 LIBRO senato; e i Vicentini, che l’anno 1410 fecero ogni sforzo per rimettere in piedi l’antica loro università, furon costretti a deporne il pensiero ib. p. 3). Nè i Padovani furon meno solleciti del senato nel conservare alla loro città quest’onore; perciocchè essendosi trattato nel 141 a di trasportare a cagion della guerra l’università a Chioggia. molti di essi co’' loro proprj denari si adoperarono a tener fermi in Padova gli scolari non meno che i professori (ib. p. 4)* Ciò non ostante l’anno 1414 erano quelle scuole decadute molto di numero e di fama; e furon perciò deputati quattro de’ primarj cittadini, perchè a tal danno cercassero opportuno riparo (ib. p. 5). In fatti, coll’accrescere più privilegi all’università e agli scolari, ottennero che essa divenisse più numerosa, singolarmente dacché l’anno 1429 nesso interamente la pestilenza che per lungo tempo avea travagliata quella città (ib. p.6). Alle sollecitudini del senato veneto per rendere vieppiù fiorente e gloriosa questa università si aggiunse nell’anno 14^9 quella del pontefice Eugenio IV, che con sua bolla, in cui esalta quelle scuole con somme lodi, accordò loro tutti i privilegi e gli onori che alle più famose soltanto si soleano concedere (ib. p 8). La proibizione delle scuole nelle altre città dello Stato faceva che alcuni ne uscivano, per andare agli studj in qualche università straniera. Sembrò, questo un grave disordine; e perciò nel 1434 se ne fece divieto, e si ordinò che alle lauree conferite altrove non si avesse nello Stato veneto riguardo alcuno (ib. p. 7). Ma il Facciolati avverte (ib. p. 10) che [p. 119 modifica]PRIMO 119 ciò, anzi che accrescere, scemò il concorso alle scuole di Padova, perciocchè gli altri principi ancora vietarono per somigliante maniera a’ lor sudditi il recarsi ad altre università fuori dei loro Stati. L’anno 1493 fu scelto a luogo, in cui tenere tutte le scuole, una casa detta l’Ospizio del bue, perchè un bue dorato vedeasi in essa dipinto; e fabbricate poscia magnificamente le stanze a tal uopo opportune, fu colà trasferita l’anno 15oi 1 università, la quale volgarmente ancora ritien quel nome (ib. p. 17). Io lascio in disparte più altri provvedimenti dati a vantaggio e ad onore di quella università, che si posson vedere accennati dal suddetto scrittore, il quale ragiona innoltre de’ collegi in questo secolo ivi aperti, e ci dà la serie de’ rettori oltramontani e cismontani che la governarono.

IV. Dalla general legge che divietava il tenere scuole di scienze in altre città del dominio veneto fuorchè in Padova, dovette essere eccettuata la capitale. In fatti non solo nelle belle lettere noi troveremo in Venezia chiarissimi professori, ma vedremo ancora insegnarvisi da non pochi le scienze più gravi. Non era ivi però in addietro tal forma di scuole, che avesse il nome e i privilegi di università. Questo onore fu conceduto a Venezia l’anno *4?0 Paolo II, che volle così rendere sempre più illustre e gloriosa la sua patria. Marino Sanuto (Script. Rer. ital. vol. 23,p. 1192, ec.), e dopo lui il P. degli Agostini (Scritt. venez. t. 1. pref. p. 50), han pubblicata la Bolla con cui egli eresse questa università, e tutti le concedette [p. 120 modifica]120 LIBRO que1 privilegi che alle altrp più rinomate erano stati da’ suoi predecessori conceduti. Ma il senato veneto, perchè l’università di Padova non ne sentisse troppo notabile danno, volle che solo nella filosofia e nella medicina si potesse ivi conferire la laurea, e che quella della giurisprudenza e della teologia non si potesse ricevere fuorchè in Padova (Agostini, l. cit. p. 53) (a). (n) Anche la città di Udine nel Friuli, e prima di esser soggetta ai Veneziani, e dappoichè questi nel 1420 divenner signori di quella provincia, bramò di avere uno.Studio generale, come I' avea bramato e tentato nel secolo scorso, ma collo stesso poco felice riuscimento. Ottenne nondimeno che alcuni religiosi dell’Ordine de’ Predicatori e di quel de’ Minori, ai quali perciò il Pubblico passava qualche stipendio, leggessero ne’ lor conventi filosofia e teologia; anzi nel 1494 si ottenne che fosse ivi un pubblico professore delle Istituzioni civili, e tre occuparono quella cattedra negli ultimi annidi quel secolo, Jacopo Florio, Gianfrancesco di Sorolavacca e Andrea Belgrado; circa il qual tempo ancora fu ivi stabilito il collegio de’ giuriconsulti, di cui parla con tanta lode 1’A museo nella sua Orazione in lode del Cardinal Domenico Grimani patriarca. Assai maggiore fu ivi il numero dei professori di belle lettere, della scelta de’ quali si mostrò sempre quella città sommamente sollecita; e io potrei parlarne qui lungamente , se l’idea di quest' «pera mi permettesse di far uso di tutte l’esatte e minute notizie che in questo argomento mi ha comunicate l' altre volte lodato signor abate Domenico Ongaro. Ma poichè ciò non può conciliarsi col metodo da me tenuto , mi basterà f accennare che tra’ più celebri di questi professori furono Giovanni da Spilimbergo, di cui parla a lungo il Liruti (Notizie de’ Letter. del Friuli, t. 1 , p. 355, ec.) non però senza molti errori accuratamente rilevati dal suddetto scrittore, il quale ha accertate le diverse epoche, [p. 121 modifica]I PRIMO 121

V. Lo stato infelice in cui trovavasi Pisa , avea fatto che l’università ivi aperta nel secolo precedente, dopo non molti anni venisse meno, e quasi interamente cessasse. Poichè quella città, l’anno 1406, venne in mano de’ Fiorentini , questi bramosi di rendere illustre la propria loro università, non furono molto solleciti di quella di Pisa; e questa perciò, benchè non lasciasse d’avere nel decorso di questo tempo alcuni professori di ogni genere di scienza, i quali si annoverano dal ch. Fabbrucci (Calog. Opusc. t. 29), rimase però in una cotal languidezza , che appena serbava vestigio alcuno di quella gloria a cui era ne’ primi anni salita. Finchè i Fiorentini veggendo colla loro stessa in cui, secondo il costume di quell'eia, Giovanni or si stelle in Udine, or andossene, e vi fu poi richiamato, in modo però, che dagli ultimi anni del secolo antecedente fino al «4^5, in cui finì di vivere, per la maggior parte del tempo tenne ivi scuola collo stipendio di cento zecchini; poscia quel Francesco Rolandello che fu poeta coronato , e di cui ragioniamo in questo secolo stesso, il quale per un anno solo , cioè nel »4^4» vi tenne scuola; Rartolommeo Uranio bresciano condotto nel 1468 da Cividale, ove allor si trovala, partitone nel 147a per passare nel medesimo impiego prima in Feltre, poi in Gemoua , e tornatovi poscia più volte nel corso del secolo; Marcantonio Salicilico, Gregorio Amaseo, Gianfrancesco Filomuso e più altri Lo stesso dicasi delle scuole di Cividale , ove furon tra gù altri Giovanni da Spilimhcrgo e Rartolommeo Uranio giù nominati, c il celebre Emiliano Cimbriaco; e di quelle di Gemona, di San Daniello, di Pordenone e di altre castella; sicché il Fnuli si può vantare a ragione che a niuna delle pròvincie d Italia fosse inferiore nell’impegno c nella sollecitudine di promuovere anche fra mille difficoltà il collivamcnlo de7 buoni studi. [p. 122 modifica]122 LIBRO sperienza che due università sì vicine l’una all’altra non poteano sostenersi, e che Pisa era a tal fine assai più opportuna che non Firenze, a quella rivolsero tutte le loro cure con quel felice successo che or ora vedremo. Ma prima ci convien vedere qual fosse lo stato dell’università di Firenze, prima che quella di Pisa si rialzasse. Avea essa avute nel secolo precedente, come a suo luogo si è detto, varie vicende, or popolosa, or deserta, or sostenuta dai magistrati, or da essi negletta. In quale stato ella fosse ne’ primi anni di questo secolo, non trovo monumento che cel dimostri. I professori però, che in essa insegnarono al fine del seeolo xiv, e al principio del xv, de’ quali abbiam ragionato nel quinto tomo, e il vedere ad essa chiamati verso questo tempo medesimo Guarino da Verona e Giovanni Aurispa, i più dotti gramatici che allor vivessero , ci pruova abbastanza ch’essa allora fioriva, e che poteva gareggiare colle università più famose. Ma assai maggior ornamento ricevette nel 1.^28 per opera di Palla Strozzi cittadin fiorentino, e uno de’ più benemeriti della letteratura di questo secolo. Udiamone il racconto colle stesse parole di Vespasiano da Firenze, che ne scrisse la Vita, quali si arrecano dall’ab. Mehus (prae.fi ad Vit. Ambr. camald. p. 19): Avendosi a riformare lo studio a Firenze, et conoscendo, che Messer Palla fussi affezionato alle lettere, fu fatto degli Uffiziali dello studio , affine che riformassi, et che in Firenze si facessi un degnissimo Istudio. Ordinò Messer Palla de’ più degni Istudi fussino stati già è lunghissimo [p. 123 modifica]primo i a3 tempo a Firenze in ogni /acuità, et per la fama di tanti singulari uomini venne in Firenze grandissimo numero di Scolari d ogni parte del mondo. Era la Città di Firenze in quello tempo dal ventidue al trentatre in felicissimo istato copiosissima di uomini singulari in ogni facultà, ec. Qui non si indica il letnpo in cui si fece questa riforma. Ma parlando di Giovanni Àurispa t. che in questa occasione cercò di ritornare a Firenze, proveremo che essa dee riferirsi all’anno 1428. Nè fu solo lo Strozzi che si adoperasse a vantaggio di quella università. Molto ella ancora dovette a Giannozzo Manetti, che verso quel tempo medesimo godeva di grande autorità in Firenze. Naldo Naldi, nella Vita di questo rinomatissimo uomo pubblicata dal Muratori, racconta (Script. Rer. ital. vol. 20, p. 538) che spesso ei fu destinato a presiedere alle scuole e a sceglierne i professori, e ch’egli il fece con attenzione e diligenza sì grande, che a que’ tempi erano gli studj fiorentini in pregio non ordinario.

VI. Uno de’ professori che l'anno 1428 furon condotti a Firenze , fu Francesco Filelfo , e abbiamo la lettera ch’egli scrisse a Palla Strozzi, accettando l’invito che questi aveagliene fatto, in cui colla sua usata franchezza gli dice che è costretto dalle circostanze del tempo a dichiararsi pago dei trecento scudi che gli vengon promessi, colla speranza di accrescimento dopo un anno; ma che vuole eh1 essi gli siano pagati prontamente e senza ritardo (l. 1, ep.41). Di Firenze ancora, come già di Bologna, scrisse dapprima il Filelfo lodi [p. 124 modifica]124 LIBRO maravigliose: Firenze mi piace assaissimo (l.2, ep. 2), perciocchè ella è città a cui nulla manca nè nella bellezza e maestà della fabbriche, né ndC onore de* cittadini. Aggiugne: tutta la città ha gli occhi rivolti a me; tutti mi onorano e mi lodano sommamente. Il mio nome è sulle labbra di tutti. Nè solo i più ragguardevoli cittadini f ma ancora le stesse più nobili matrone, quando rn incontrano per città, mi cedono il passo, e mi rispettan così, che ne ho io stesso rossore. I miei scolari sono a un di presso 400 ogni giorno , e forse più ancora, e questi per la più parte uomini di alto affare e deIC ordine senatorio. In somma tutto questo mi riesce felicemente. Ma al medesimo tempo ei cominciò a dolersi di essere invidiato da alcuni; e la cosa andò tant’oltre, che ei dovette abbandonare Firenze, e ritirarsi a Siena, come a suo tempo vedremo. Questa lettera però ci fa conoscere quanto numerosa fosse a quel tempo l’università fiorentina, poichè il solo Filelfo giunse ad avere oltre a quattrocento scolari: e a renderla sempre più illustre giovarono ancora alcune leggi a regolamento di essa pubblicate l’anno 1431 , che sono state date alla luce dall’avvocato Migliorotto Maccioni (Osserv. sul diritto feudale, p. 41). In questo sì lieto stato durò essa pure per molti anni. Dovremo rammentare altrove molti de’ celebri professori in ogni classe di scienze, che ivi insegnarono, e vedremo tra essi un Marsilio Ficino, un Cristoforo Landino, un Carlo Marsuppini, detto l’Aretino , un Angiolo Poliziano , e molti altri non men famosi. L’eruditissimo canonico Bandini [p. 125 modifica]rniMO 135 ha dato alla luce il Catalogo de’ Professori (Spc cimai Litterar. Florent. t. 1, p. 180) che ivi insegnarono l’anno 1451? che sono in numero di quarantadue; pi uova assai chiara del nome a cui quelle scuole eran salite. Ma testimonianza ancor più onorevole ne abbiamo ne’ molti stranieri che da lontani paesi venivano a Firenze per istruirvisi negli studj. Parlando del Poliziano, vedremo ch’egli ebbe a suoi discepoli due figli del cancelliere del re di Portogallo. E da due lettere di Marsilio Ficino (Op. t 1, p. 926, ed. Basil. 1561) raccogliamo inoltre che alcuni principi d’Allemagna mandavano a Firenze de’ giovani, perchè ivi si formassero nelle scienze , al che ancora allettavali la protezione che di essi prendeva il magnifico Lorenzo do’ Medici.

VII. Ciò non ostante, sembrò a’ Fiorentini che miglior consiglio fosse il ristabilire l’università di Pisa; e l’anno 1472 ne pubblicarono il decreto che dal citato Fabbrucci si riferisce (l. cil. t. 34), nel quale veggiamo indicati i motivi che a ciò li condussero: Et perchè, dicesi in esso , alla Signoria di Firenze di tutti e grandi ornamenti solo manca avere uno degno et riputato studio nelle sue Terre, però desiderando anchora in questa parte farla ornata, veduto nella Città di Firenze comodamente far non si potrebbe, per esserci gran carestia di case, et in tal modo, che numero grande di scolari, quale a un riputato studio da ogni parte suole conferirsi , non havrebbe non che a contento, ma nè pure a necessaria sufficientia luogo per abitare , et il popolo [p. 126 modifica]126 LIBRO baerebbe delle case più carestia; aggiunto e diletti et piaceri della Città , che agli studii del tutto sono contrarii, e non essendo per dette et altre cagioni luogo comodo per lo stri Ho la Città di Firenze, come la esperientia già altre volte, quando ci si è fatto studio, ha dimostrato , è necessario farlo in un altra delle Terre della Signoria di Firenze, ec. E sieguon dicendo che Pisa per la sua situazione vicino al mare, per l’ampiezza della città, per l’abbondanza de’ viveri, più d’ogni altra città è a tal fine opportuna; e si ordina perciò, che ivi si apra lo Studio, e alle spese di esso si assegnano semila fiorini annui, a condizione però che in Firenze rimangano alcuni professori singolarmente di belle lettere. Furono insieme trascelti cinque de’ più ragguardevoli cittadini, ai quali fosse commessa la cura di questa università rinascente, e i più di essi per erudizione non meno che per nobiltà pregiatissimi, cioè Tommaso de’ Ridolfi, Donato degli Acciajuoli (a cui poscia morto qualche anno appresso fu surrogato Pietro de’ Minerbetti), Andrea de’ Puccini, Alamanno de’ Rinuccini, e finalmente Lorenzo de’ Medici, il quale benchè fosse nominato in ultimo luogo, più di tutti però si distinse nel promuover col suo senno e colla sua magnificenza questo lodevol disegno. Vi concorse ancora il pontefice Sisto IV, il quale col suo Breve del 1475 , riferito dallo stesso Fabbrucci, permise a’ Fiorentini d’imporre su’ beni ecclesiastici per cinque anni una tassa di cinquemila ducati a vantaggio della stessa università. Questa in fatti divenne presto assai [p. 127 modifica]PRIMO 137 frequentata, e se ne ha pruova in un decreto del Pubblico, citato dal suddetto autore, in cui si accenna lo assai numero de’ Forastieri et nobili huomini, che già si trovano in quella, et conta inamente si vede moltiplicare. Così andava felicemente crescendo in frequenza e in fama questa università. Nel 1479 a cagion della peste che desolava Pisa, fu d’uopo trasferirla a Pistoja, ove si stette un anno, tornando poscia alla suddetta città. Il timore di un nuovo contagio costrinse, l’anno seguente 1481, l’università di Pisa a passare a Prato, ove però non trattennesi che pochi mesi , e cessato il timore fece ritorno all’antica sua sede. Un’altra volta e per lo stesso motivo si fece il medesimo trasporto dell’università a Prato l'anno 1485. Ma questo ancora non giunse allo spazio di un anno, e a Pisa si vide presto renduto il principal suo ornamento. Più funesta riuscì a questa università la venuta di Carlo VIII in Italia nel 14i)4? perciocché ne1 torbidi, onde fu allora la Toscana colf Italia tutta sconvolta, anche le scienze sofi’ riron non poco, e i professori insiem co’ loro scolari costretti furono ad andar quasi raminghi, or a Firenze, or a Prato, con danno non leggier degli studj, finchè nel secol seguente, cessate ormai le guerre, ella cominciò a respirare, e fu sollevata di nuovo all1 antica sua gloria , di cui ha poscia continuato a godere (fino a’ dì nostri. Le quali cose da me in breve accennate veggansi più ampiamente distese e comprovate con autentici documenti dal citato Fabbrucci (L cit t. 37, 40, 43, ec.). [p. 128 modifica]128 LIBRO Vili. Firenze e Pisa non furon le sole città in Toscana ad avere celebri scuole di tutte le scienze. Siena , emula essa ancor di Firenze, finchè non le divenne soggetta, continuò nel corso di questo secolo ad avere un’assai rinomata università. Gregorio XII l’anno 1407 confermò i privilegi già ottenuti da Carlo IV, e le aggiunse quello di tenere ancora scuola di sacra teologia (Lunig, Codex Ital. diplom. t. 3, p. 1582), il che dovette renderla sempre più illustre. Girolamo Agliotti abate Benedettino, che ne fu testimonio, ce ne ha lasciata onorevol memoria nell’Apologia di Pio II, che leggasi tra le sue opere latine (t 2, p. 349, ec.): io mi ricordo, dice egli, di aver passati ncl1 università di Siena cinque anni, cioè dal 14 25 fino al 1430 , nel qual tempo conobbi ivi Enea de’ Piccolomini che era allora scolaro. Quindi, dopo aver detta gran lodi di Enea , seicento erano, continua, i testimoni di tali cose, la più parte de’ quali son morti, e ch’io perciò lascio in disparte. Tra essi sono alcuni Sanesi i quali, benchè or siano illustri e famosi dottori, io passo nondimeno sotto silenzio, acciocchè tu non abbi a dire che la comun patria rende sospette le loro testimonianze, Io chiamo in testimonio Sallustio da Perugia , Antonio Boselli, Benedetto Barzi dottori celebri fin d’allora, Niccolò de’ Porcinari dall Aquila cavaliere e dottore insigne, Ugolino de Cri uni fiorentino or vescovo di Volterra, Donato Cocchi giureconsulto esso ancor fiorentino, Niccolò da Foligno celebre medico, Alessio d’Arezzo conte di Bivignano. Brandaglia e Guilchino [p. 129 modifica]PRIMO 12Q giureconsulti d Arezzo, e Stefano parimenti dArezzo notaio, e più altri che troppo lungo sarebbe il voler nominare. Aggiugni il protonotario Savelli , e Domenico da Capranica, poi cardinale, i quali tutti erano allora scolari. Piacesse al Cielo che ancor vivessero Lodovico Pontano, l’abate Palermitano , Rinaldo da Camerino dottissimi interpreti delle Leggi, e Filippo de’ Lazeii pistojese allora scolaro , poscia insigne dottore, e Gisberto da Fermo giovane allora di egregia indole e di singolare sapienza. Questa lunga serie di professori e di scolari cospicui di diverse provincie, ch’erano al tempo medesimo in Siena, basta a scoprirci quanto pregiate fossero quelle scuole, a cui tanti sì ragguardevoli personaggi accorrevano in folla. Quando Francesco Filelfo, al principio del 1435, fu costretto ad abbandonare Firenze, recossi, come vedremo altrove, a Siena , ove fu per due anni fermato collo stipendio di trecentocinquanta fiorini, ed egli di colà scrivendo a Leonardo Giustiniani (l. 2, ep. 25), si rallegra di trovarsi ormai tra uomini cortesi e dabbene. Nè due soli , ma quattro anni vi si trattenne, sicchè le insidie ivi ancor tesegli l’obbligarono a passare a Bologna al principio del 1 j3i). Di questa università io trovo parimente memoria nell’antica Cronaca italiana di Bologna all7 anno 1 ^G8, ove leggiamo che a dì tre di Settembre (Script. rer. ital. vol 18, p. 775) Niccolò degli Aldovrandi uno del numero de’ sedici morì, al quale succedette Mcsscr Alberto di Sinibaldo Caianio Dottore di Tiraboschi, Voi. FIL.j [p. 130 modifica]l3o LIBRO Legge, il quale in questo tempo leggeva a Siena, condotto da quella Comunità, e fu incontenente rivocato. Ed è probabile eli’ essa continuasse nel medesimo felice stato fino al terminare di questo secolo.

IX. Non ugualmente felice era la sorte di quella d’Arezzo, da noi nel tomo precedente mentovata con lode) anzi era essa venuta quasi del tutto al nulla, come osserva il cavalier Lorenzo Guazzesi (Opere, t. 2fp. p 110). E una troppo chiara pruova ne abbiamo in una lettera del sopraccitato abate Aliotti, indirizzata nel 1441 a’ priori d’Arezzo, in cui scrive loro (l. 1 , ep. 3(5), cifri non può vedere senza dolore la sua e la loro patria, madre sempre feconda di ottimi ingegni, priva già da gran tempo di latte, cioè di un professor di gramatica ) dai che avveniva che i giovani o rivolgevansi alle arti meccaniche, o erano istruiti da tal maestri i cui precetti meglio era ignorar che sapere) e perciò uno lor ne propose a tal fine opportuno. Federigo III nel 145(5 le confermò i privilegi già conceduti, e parve eli’ essa allora sperasse di risorgere a nuova vita. Perciocchè nelle Memorie di quella città, accennate dal suddetto cavalier Guazzesi, trovasi menzion della laurea ivi conferita ad alcuni pochi anni appresso) e veggiamo fra essi due Tedeschi e uno Spagnuolo. Ma poichè Arezzo venne in potere dei Fiorentini, questi solleciti delle glorie della università di Pisa, da essi rinnovata, non si curaron di questa, la qual perciò decadde di nuovo, e presso gli esteri non ebbe più alcun nome. [p. 131 modifica]PRIMO 1 31

X. Scarse memorie abbiamo dello stato delT università ili Pavia in questo secolo; in cui per altro il numero e la fama de’ professori che vi tennero scuola, e che saranno da noi a’ lor luoghi accennati, ci dà a vedere ch’ella non cedeva ad alcuna in dignità e in onore. « Abbiain veduto nel tomo precedente che l’anno 1398 il duca di Milano Giangaleazzo Visconti avea trasferita a Piacenza l’università di Pavia. Ma non sì tosto egli fu morto, nel 1402, che cominciò a trattarsi di ricondurla a Pavia; come ci mostra 1 Elenco degli Atti pubblicato dal Parodi (p. 14, ec.); da cui ancora raccogliesi che solo l’anno seguente si eseguì il ritorno della università all’antica sua sede. Essi inoltre ci mostrano cbe 1 anno 1409 Per le pubbliche calamità fu essa a tale stato condotta , che convenne ridurre al numero solo di sette i professori, ma che poscia nel 1412 risorse all’antico splendore (p. 20, ec.) »». Negli Annali antichi di Piacenza si fa menzion di un collegio che il Cardinal Branda Castiglione milanese, vescovo di quella città al principio di questo secolo, istituì in Pavia, in cui venticinque giovani piacentini a scelta del vescovo di Piacenza fossero allevati (Script. Rer. ital. vol. 16, p. 633). La qual fondazione conferma il ritorno de’ professori a Pavia, poichè sembra che fosse questo un compenso a’ Piacentini accordato della perdita che con ciò aveano fatta. Il duca di Milano Filippo Maria Visconti nel 1420 per accrescere splendore e concorso all’università di Pavia, promulgò un decreto con cui si ordinava cbe uiuu de’ [p. 132 modifica]l3a LIBRO suoi sudditi potesse studiare, o prender la laurea in altre università, fuorchè in quella, sotto pena di (600 fiorini d’oro , che si dovessero pagar da’ padri pe’ lor figliuoli (V. Poggiali Mem. di Piac. t. 8, p. 155,- Giulini Continuaz. delle Mem. mil par. 3 , p. 327). Di questa università parla ancora il poeta Antonio dJ Asti ne’ suoi versi pubblicati dal Muratori, e dice (ib. vol. 14, p- 1012, ec.) ch’egli fu colà mandato da suo padre nel 1429 a istanza di un Carmelitano suo parente; che vi studiò la logica, e dopo un anno prese ancora ad insegnarla; che al medesimo tempo coltivò le lettere umane, udendo Lorenzo Valla e Maffeo Vegio , che ne erano professori; e che un cittadino pavese sel prese in casa, perchè istruisse nelle lettere un suo figliuolo. Aggiugne poscia che la peste costrinse, l'anno 1431 , tutti gli scolari e i professori a cercare altrove ricovero. Tanta etenim dicta generata est pestis in urbe, L’t proctil lune cives fecerit ire suos; Gymnasiique omnes Doctores atque Scholares, Et me compulerit mox celerare fugam. Dove si rifugiasse allora l’università di Pavia, e quando tornasse alf antica sua sede , io nol posso indicare per mancanza di documenti. « Solamente veggiamo nel citato Elenco, che a’ 12 di ottobre del 1 43o fu ordinato che si sospendesse il riaprimento dell’università a cagion della peste; a che a’' 31 del mese stesso, e a’ 5 di novembre si propose di trovar luogo opportuno e sicuro, in cui gli scolari potessero ritirarsi, e che progettossi di mandarli o a Voghera o a Valenza (p. 28). Non raccogliesi qual [p. 133 modifica]PRIMO I33 partito poi si prendesse ». Ma è verisimile che assai breve fosse quel qualunque nuovo sogv giomo. A questa università accorrevano comunemente i sudditi de’ Visconti, singolarmente delle città di Lombardia, e i Milanesi medesimi, benchè in Milano ancora fossero molto celebri professori, singolarmente di belle lettere, de’ quali diremo a suo luogo. Ma quando fanno morto il duca Filippo Maria, vollero i Milanesi tornare all’antico stato di repubblica libera, Pavia ricusò di esser soggetta, nè potean perciò i Milanesi recarsi senza pericolo a quelle scuole. Presero essi allora una risoluzione degna veramente di magnanimi cittadini amanti della loro patria. Nel tempo stesso eli’ essi erano circondati per ogni parte da potenti nemici, e costretti a combattere or contro gli uni, or contro gli altri, a gran pena si sostenevano, eressero in Milano una tale università , che la più solenne non si sarebbe potuta aprire ne’ più lieti tempi d’opulenza e di pace. Abbiamo ancora il Catalogo de’ Professori di tutte le scienze, che perciò furon condotti fanno 14jd, clf è stalo pubblicato da Giovanni Sitone di Scozia in una lettera aggiunta alla Storia de’ Medici milanesi del dottor Bartolommeo Corte (p. 281, ec.), e ivi ancora si vede espresso lo stipendio a ciascuno assegnato, e ve ne ha alcuni di 200 e di 300 fiorini. È veri si mi le però, che poichè il conte Francesco Sforza fu acclamato l'anno i |5o duca di Milano, questa nuova università cessasse, e si tornasse da’ Milanesi a Pavia, rimanendo solo in Milano quelle scuole che prima ancora vi erano. [p. 134 modifica]134 LIBRO

XI. Il favore che gli Sforzeschi accordarono alle scienze, fecero loro usare di ogni mezzo per rendere sempre più rinomata e fiorente quella università. Nel che segnalossi sopra ogni altro Lodovico il Moro. Il Gatti ha pubblicato un Editto di questo duca (Hist Gymn. ticin. /). 141)? de’ 19) di gennajo del 1496, in cui, dopo aver esaltata con somme lodi questa insigne università, comanda che i colleghi de’ ,giureconsulti, degli artisti, de’ medici e de’ filosofi sieno esenti da ogni gravezza. E questo è il sol monumento di questo secolo appartenente alla detta università, che ci abbia dato questo storico, il quale con esso chiude il suo libro, e ci lascia digiuni delle altre notizie ad essa spettanti, che assai più care ci sarebbono state che non i favolosi principj della medesima, su cui tanto ei si trattiene. E l’esattiss dottor Sassi avverte a ragione (De Studiis mediol, c. ()), ch’egli ha omesso di ragionare della magnifica fabbrica di quella università, che per comando del medesimo Lodovico fu eretta. Lancino Corte, poeta allora famoso, ne fa spesso onorevol menzione ne’ suoi Epigrammi (l. 2 epigr. p. 30, 31), e loda il Moro per quel superbo edificio. Rechiamone un solo, in cui descrive il concorso degli stranieri d’ogni nazione che faceasi in Pavia. Fama Ducis Sophiaeque domum delata per Orbem Laudibus innumeris et super astra tulit. Candidior fusis venit per colla capillis Germanus latiae ductus amore togae: Pannonium patrii e sedibus exulat acer , Gyomasi uni posilo qui colit urbe sago. [p. 135 modifica]PRIMO 135 Festinavit eques Gallus, venere britanni, Venit ab amili ri Celtiber amne Tagi; Vigineamque domum, Phoebique I Irli cuna frequcntant: Laus Ducis haec sacri gloria rara tholi. Nè lasciò per questo il duca Lodovico di provvedere con uguale magnificenza alle scuole milanesi; perciocchè vedremo a suo luogo , che oltre i professori di lingua greca e di eloquenza, ivi ancora si aprirono scuole di storia e di musica; anzi, come pruova il sopraccitato dottor Sassi, non v’era scienza di cui in Milano

  • ancora non fosser maestri. Egli ragiona ancor

(l. cit.) delle scuole che sulla fine di questo secolo fondate furono nella stessa città da due nobili milanesi, cioè da Tommaso Grassi, che l’anno 1479 assegnò perpetuo stipendio a cinque professori che gratuitamente istruissero nelle lettere i giovani che non avean di che pagare i maestri, e da Tommaso Piatti, cbe fanno * 49!) fondò altre scuole, nelle quali s insegnasse f arimetica, la dialettica, l’astronomia, la geometria , la lingua greca. A’ quali dee aggiugnersi Bartolommeo Calchi che, come nel capo precedente si è detto, rifabbricò due scuole che minacciavan rovina, e le provvide di ottimi professori.

XII. Così fiorivano gli studj in Milano e in Pavia, quando contro di questa università sollevossi di nuovo la rivale Piacenza , e cercò di trasferirla un’altra volta entro le sue mura. Ne abbiamo un lungo e piacevol racconto negli Annali di Piacenza, scritti da Alberto da Ripalta , e pubblicati dal Muratori (Script. rer. ital. vol. 20, p. 932, ec). Narra egli adunque [p. 136 modifica]l36 LIBRO che l’anno 1472 fa egli stesso spedito a Milano affine di perorare nel Consiglio secreto del duca a favore della sua patria, a cui voleasi togliere il privilegio di conferire la laurea a coloro che uvea no sludiato in Pavia; e che in esso Antonio da Lonate dottor di Pavia arringò dapprima. dicendo che i Piacentini non aveano, nè potevano avere cotal privilegio, poichè esso era conceduto soltanto a coloro che attualmente insegnavano j il che dir non poteasi de’ dottori di Piacenza, ove non erano pubbliche scuole. A ciò rispose Alberto che i Piacentini conferì vati la laurea per privilegio già ottenuto da Innocenzo IV , il qual concedevalo non a’ professori soltanto , ma generalmente a’ dottori, e che de’ dottori aveane in Piacenza fin oltre a trentacinque; al qual proposito fece un lungo catalogo de’ dotti uomini che già erano stati, e che attualmente viveano in quella città. Quindi, dopo aver ribattute le altre ragioni dall’avversario opposte, e dopo aver deriso i professori pavesi pel soverchio prezzo che richiedevano nel conferire la laurea, non fu pago di chiedere che a’ Piacentini si conservassero intatti i loro diritti 5 ma aggiunse che più opportuno consiglio sarebbe stato che l’università di Pavia trasportata fosse a Piacenza , e mostrò che tal fosse la brama di molte città: Et ne longo sermone dominationes vestras taedio afficiam , vi dere tur, Patres optimi? ut posteaquam Civitas Papiae tam longo tempore studio fuit impinguata, et Urbis Placentina reparatione indiget (quam maxima , studium generale residens Papiae ad nos transmitteretur, quoniarn [p. 137 modifica]PRIMO , 137 Scholares Papiae, Bononiae et Ferrariae studentes desideraverunt de siderant que ibi studium firmari, tamquam in medio itinere sit constituta , annona abundantissima, ac exteris gratissima, et postea vadat qui velit Papiam, et ibi Doctoratus gradum pro modica recipiat impensa , et nullam eis molestiam afferimus, quam Papiensis avaritia ducti afferunt maximam. Ma forse lo stesso Alberto conoscea di chieder cosa che non poteasi ottenere; ed ei fu ben pago di tornarsene a Piacenza con un decreto che confermava a que’ dottori l’antico privilegio; e perciò del suo avversario dice che tibiis , ut ajunt, in pera compositis magno cum dolore et tristitia ad suos rediit Papiae Doctores; e conchiude il racconto col darci la importante notizia ch’egli nel viaggio e nel raggiro di questo affare spese in tutto 21 lire e 1 o denari.

XIII. Io trovo ancora menzione di pubbliche scuole che fiorivano in questo secolo in Novara. E due monumenti ci mostrano che que’ cittadini erano assai solleciti di chiamare ad esse celebri professori. Il primo è I’ Orazione di Guiniforte Barzizza, di cui direm tra’ gramatici, recitata I’ anno i.(3i in Novara in instauratione studiorum, alla presenza del vescovo e del podestà , che si ha alle stampe tra le sue opere (p. 17), e che è come l’introduzione ai libri di Cicerone degli Ufficj , ch’ei voleva spiegare. Perciocchè il veder Guiniforte , uno de’ più celebri professori di questa età, chiamato a quelle scuole, ci fa conoscere eli’ esse erano assai accreditate. L’altra [p. 138 modifica]138 LIBRO è una lettera di Francesco Filelfo a un certo Francesco Occa de’ 30 di aprile del 1446(l. 6, ep. 9), in cui gli scrive che avendolo interrogato Bartolommeo Caccia giureconsulto novarese , chi credesse egli opportuno a istruire nella gramatica e nella retorica e insiem ne’ buoni costumi i giovani di quella città, egli gli avea proposto lui stesso, a cui perciò chiede se possa accettarne l’invito, e quale stipendio desideri. Non veggo che il Filelfo ragioni altra volta di ciò nelle sue Lettere, nè so qual esito avesse l’affare. E niun’altra notizia mi è avvenuto di ritrovare intorno alle scuole di questa città.

XIV. L’università di Ferrara , aperta solennemente nel 13)i dal marchese Alberto, tre anni appresso, per ordine del Consiglio del marchese Niccolò III, era stata chiusa, come si è detto nel V tomo di questa Storia. Ma questo principe era troppo amante delle belle arti per lasciarle lungo tempo neglette e dimentiche; e l'anno 1402 l’università fu riaperta. Eccone la testimonianza di Jacopo di Delaito scrittor di quei tempi (Script. Rer. ital. vol. 18, p. 973): Eodem anno MCCCCII circa festum Sancti Lucae mandato illustris et Magnifici Domini Domini Nicolai Marchionis Estensis reparatum fuit studium in Civitate Ferrariae, et ultra Doctores terrigenas conducti fuerunt Doctores famosi in qualibet scientiae et lecturarum facultate, inter quos principaliter fuerunt Dominus Petrus de A nc barano in legìbus Dominus Antonius de Budrio in Jure Canonico. Item in legibus Dominus Joannes de Imola. Par nondimeno cbe [p. 139 modifica]PRIMO l3() a sì felici principii non corrispondesse un uguale successo. Perciocchè in un decreto di quella Comunità dell’anno 1429, pubblicata dal borsetti (Hist Gymn. ferrar, t. 1 , p. 28), nel quale si accetta l’esibizione di venire a tenere scuola in Ferrara fatta da un grama! ico detto per nome Francesco da Campagna, si dice che questi erasi a ciò offerto, perchè avea conosciuto in quale scarsezza di professori fosse allora quella città: videns penuriam nostram; e l’anno seguente 1430 fu parimente accettata volentieri f offerta di Giovanni Finotti dottore, che si esibiva di partir da Bologna con molti scolari per recarsi a leggere nell’università di Ferrara (ib. p. 29, ec.). Egli è vero che verso questi tempi medesimi tenevano ivi scuola l’Aurispa e Guarino, due de’ più famosi gramatici di quel secolo. Ma convien dire che pochi altri professori di qualche grido vi fossero , perciocchè il Borsetti riporta il decreto di quel Comune (ib. p. 47» ec.), fatto nel 144a principio del governo del marchese Leonello, con cui egli vien supplicato, acciocchè reformare velit studium generale, mandetque hujus studii umbrae veram et certam dari formam; e si espongono insieme i vantaggi che da ciò sarebbon venuti a Ferrara; il concorso de’ forestieri, l’abbondanza del denaro, il vantaggio d’istruirsi in patria, ed altri di tal natura, de’ quali sembra che fosse allor priva Ferrara, perciocchè ivi si dice che molti egregi ingegni di quella città si rimanevano oziosi; il che pure confermasi da un altro decreto dell’anno seguente, riferito dallo stesso Borsetti (ib. p. 5o), [p. 140 modifica]lJ\0 LIBRO in cui deplorasi l1 ignoranza che ivi allora regnava. In fatti peri’ l’impegno di quei cittadini, e per la munificenza di Leonello risorse allora a stato più felice quella università, che fu poscia per tutto il decorso di questo secolo una delle più rinomate d’Italia (*). « Non meno (*) Dell’impegno e della premura con cui il marchese Leonello si volse a far fiorire l’università di Fe t. rara, abbiamo un bel monumento nel decreto del primo di gennajo del 1447 con c,,i egli conferma gli Statuti de’ Giuristi della stessa università, il qual conservati in questo ducale archivio, e così comincia: Vetus est non modo Cristianorum, sed Gentilium etiam opinio, coelum , mare , terras , aliquando esse perituras, quemadmodum multarum magnificentissimarum urbium nonnisi ruinae aequata solo moenia cernuntur , et ut illa Roma vitrix jacet in pulvere, et in rudera redacta conspicitur; sola vero divinarum et humanarum rerum cognitio , quam sapientiam appellamus , annorum diuturnitate non extinguitur, sed a mortalitate longe abest , et in perpetuum jus suum renet, ac semper dominatur. Hae sunt exsercitationes animorum , curricula, mentium , studia doctrinarum , et cetera id genus, quae non feruntur ad terram, sed in locum excelsum et salutarem se erigunt, ubi beati sempiterno aevo fruuntur. Sibi ergo habeant alii tecta magnifica ebore et auro vulgentia , opes et imperia , quae imbecilla et commutabilia sunt. Nos vero aliis gradibus in coelum ascendere statuimus. Ut enim quaeque bene morata Civitas Regale et Divinum munus judicavit, studium in ea esse bonarum artium, sic in hac nostra Civitate Ferrariae laudatissimum et florens studium omnium Scientiarum instituere evigilaverunt curae et cogitationes nostrae , ec. E a quale onore fosse questa università da lui sollevata , raccogliesi dalla dedica a lui fatta da Giovanni Bianchini delle sue Tavole Astronomiche, che leggasi nell’edizion di esse fatta in Venezia nel 1595. Itaque ^ dice egli, litteris ac nunciis per omnem Italiani atque eli ani extra Italiani [p. 141 modifica]PHIMO I.jl sollecito di far fiorire la sua università fu Borso successore (li Leonello , e al par di lui splendido protettore de’ dotti. Ma sotto di esso fu per breve tempo costretta la medesima università a cambiar soggiorno, e a trasportarsi fanno 1463 a Rovigo per una furiosa pestilenza, da cui, come si ha nell’antico Diario ferrarese, fino a 14ooo abitanti furon condotti a morte (Script Rcr. itaL vot. 24, col 208). Di questo trasporto niuno ha fatta menzione. Ma ne abbiamo-una indubitabile pruova in un codice del secolo XV, veduto dal eh. P. lettor Tommaso Verani agostiniano, e da lui indicatomi. Trovasi in esso una lettera di Lodovico Carbone , di cui diremo a suo luogo , a Lodovico Casella referendario del duca, nella quale ei si studia di distoglierlo dal pensiero di questa traslazione , e minaccia , ove ella si eseguisca , di andarsene a Padova o a Venezia, ove era invitato. Ma il Carbone dovette cedere, e passar cogli altri a Rovigo j anzi egli stesso tenne abs te missis, clarissimisque tum Civilis tum Pontificii Ju! •is Doctoribus, Medicinae quoque et omnium bonarum Artium Magistris, ad hanc Civitatem magna mercede conductis , Graecarum etiam litterarum praeceptoribus vocatis, heic omnium disciplinarum gymnasium et officinam tamquam nobilissimam quandam Academiam esse voluisti; quo jampridem non modo e.e omni Italia et Sicilia , verum etiam ex Transalpinis gentibus studentium et eisdem disciplinis inservientium ingens numerus confluxit, quos in primum omnes laetissimo vultu, et verbis suavissimis suscepisti, deinde Cives tui y qui tibi magnopere placere student, vestigia tua sequentes, incredibili sunt charitate complexi, eos non solum honorificentissimis dictis, sed factis etiam officiosissimis ac liberalissimis prosequentes. [p. 142 modifica]l/\J LIBllO l’orazione all’aprirsi che ivi fece la trasportata università) ed essa leggesi nel codice stesso, col titolo: Lodovici Carbonis Oratio in principio Studii Rodigensis ob Ferra ride pestati illue translati) e vi si aggiugne una lunga elegia sulla peste medesima , nella quale ne indica f anno: Mille quatercentum post sexag’simu’ ? annus Tercius, et niensis M.iju- crai mediasi Dira lues hominum membris et tabida venit Corporibus labes pestis acerba ruens, ec. Cessata poscia la peste l’anno seguente, fu richiamato lo Studio a Ferrara, e vi si celebrò quella solennissima giostra che si descrive nel citato Diario, e sulla quale si legge nel medesimo codice un componimento poetico dello stesso Carbone. E continuò poscia quella università ad essere riputata tra le più illustri d’Italia ». Il Catalogo dell’anno 1474 z pubblicato dal Borsetti (l. cit. p. 93), ci schiera innanzi cinquantaqnaltro professori in essa impiegati, a’ quali paga vasi la somma di 11047 lire5 e vi troviam molti degli uomini più famosi di questo secolo, come Felino Sandeo , Giammaria Riminaldi, Giovanni Sadoleto, Niccolò Leoniceno, Battista Guarini. Si posson vedere presso il sopraccitato storico i saggi provvedimenti dati in più occasioni a vantaggio e a gloria di questa università, e gli statuti che a regolamento di essa furon prescritti. Negli anni 1483$e 1484 la guerra e la peste costrinsero al silenzio in Ferrara le Scienze e le Muse (ib. p. 99). Ma l’anno seguente il duca Ercole I, per ritornare all’antico splendore la sua università, ordinò con suo editto [p. 143 modifica]PRIMO l43 (ih. p 100) che niun de’ suoi sudditi, sotto pena di 300 ducati d’oro, potesse andare agli Studj delle scienze altrove che a Ferrara, e poscia con più altri editti, in diversi anni pubblicati, nuovi privilegi concedette a quello Studio, e stabilì nuovi provvedimenti a renderla sempre più illustre. Quindi si accrebbe talmente il concorso a quella università, che l’anno 1490 convenne aggiugnere tre nuove scuole alle antiche, che non eran capaci di contenere il gran numero degli scolari (ib. p. 120); e nel decorso di questa Storia vedremo più altre testimonianze della gran fama a cui era salita l’università di Ferrara. A quella di Napoli ancora vedremo che molti celebri professori furono chiamati , singolarmente a’ tempi di Alfonso e di Ferdinando, di cui racconta Giovian Pontano, che rinnovò molte scuole già da gran tempo venute a nulla (De Obedient l. 5). Ma come la storia di questa università non ci offre cosa degna di special ricordanza, non giova qui il parlarne più lungamente (*). (*) Alcuni opportuni provvedimenti dati dal re Alfonso I «r Aragona per accrescere sempre nuovo splendore alla sua università di Napoli, sono stati prodotti dal più volte lodato sig. Giangiuseppe Origlia (Stor. dello Situi, di A’ ftp. t. 1 , p. 235 , ec.), il cjuale anc ra nc produce più altri sullo stesso argomento del re Ferdinando. Di una nuova università eretta in Catania nelP isol i di Sicilia dalla splendida munificenza del re Alfonso d Aragona nel 1444 e de’ privilegi e degli onori di cui quel liberalissimo mecenate della letteratura V arricchì , parla a lungo lo storico di quella città Giambattista de’ Grossi (Decachord. Catan, chord. IV, mod. II, Thes. Antiq. Sicil. t. 10), che riferisce i diplomi perciò seguati. [p. 144 modifica]l44 LIBRO

XV. I romani pontefici aveano nel secolo precedente erette due nuove università nello Stato ecclesiastico , come abbiamo osservato, cioè in Fermo e in Perugia. Della prima non trovo in questo secolo alcun monumento da cui si tragga ch’ella godesse di qualche fama. Ma la seconda mantenevasi in fiore, e gareggiava colle più illustri nell’invitare alle sue cattedre celebri professori. Fra gli altri fu istantemente richiesto, l'anno 1438 , Francesco Filelfo, e abbiamo ancora la lettera da lui scritta in risposta al senato e al popolo di Perugia (l. 2, ep. 39) , in cui si mostra dolente di non potere, per gl’impegni già contratti con altri, accettare le cortesi loro proferte. Ivi ancora tenne per qualche tempo scuola di lettere . il celebre Gianantonio Campano, e descrive egli stesso il solenne aprimento el11 ei diede alla sua cattedra con un’eloquente orazione che durò lo spazio di ben tre ore (l. 2, ep. 1). Ad essa ei dice eh erau presenti, oltre il vescovo di Benevento governator di Perugia, quarantotto giureconsulti, una innumerevole schiera di medici, di oratori e di ogni altro genere di persone oltre a tremila; e aggiugne che per questa sua orazione ebbe da’ Perugini lodi ed applausi assai più che non avrebbe sperato. Essa è quella probabilmente che leggesi tra le opere del Campano col titolo: Oratio Perusiae habita initio Studii anno 1455. Ma in altra lettera, di’ io 11011 posso conoscere a qual tempo appartenga, perchè quasi tutte le lettere del Campano non hanno data, ei tiene uno stile molto diverso, dicendo (ih. cp. 3i) eli’ è ornai nauseato [p. 145 modifica]PRIMO • l45 di quel soggiorno, che que’ cittadini sono nemici d’ogni letteratura, c-che non ha mai veduti uomini che tanto disprezzino ogni sorta di studj; ch’egli avea dati i migliori saggi, che gli fosse stato possibile, del suo sapere, ma che ciechi come essi erano, non sapean punto pregiarli. Convien dire che qualche reo umore travagliasse ancora il Campano. Perciocchè egli altrove (ib. ep. 40) rammenta la gioja e la festa con cui fu ricevuto da’ Perugini, quando essendosi allontanato da quella città per cagion della peste, poichè essa fu cessata , vi fe’ ritorno, e confessa di dover (l. 6, ep. 24, 26) moltissimo ai Perugini, i quali data gli avevano la loro cittadinanza, e sollevatolo alle pubbliche cariche , e accoltolo con grande applauso al suo ritornare da qualche picciolo viaggio , talchè sembravano gareggiare fra loro a chi più (l’onorasse, e aggiugne che le mura stesse di quella città gli sono carissime. Dovremo commentare parimente molti professori di medicina e di giurisprudenza che onorarono quello Studio, e vedremo ch’esso veniva per essi a contrasto colle università più famose. X^ 1. li lungo soggiorno de’ romani pontefici in Avignone avea condotta a una total decadenza l’università di Roma, rinnovata già da Bonifacio VIII. Il pontefice Innocenzo VII, benchè in mezzo a’ torbidi dello scisma, pensò a farla risorgere dalle sua rovine, e pubblicò a tal line, 1 anno i.jotì, una Bolla che dal Rinaldi è stata inserita nei suoi Annali Ecclesiastici (ad an. 1.jot*). In essa, dopo aver Tiraboscui, Voi. VII, „ io [p. 146 modifica]l4i LIBRO affermato che per le ree vicende de’ tempi già da moltissimi anni erano le scuole romane abbandonate e deserte, dice che a richiamarle all1 antico splendore aveva ei nominati dottissimi professori di tutte le scienze, e anche di lingua greca. Ma ei non potè stabilire questa università per modo , che morto lui non venisse di nuovo al nulla, come racconta Teodorico Nictn (llist. Schi sm. I. 2 , c. 39). La gloria di averla stabilmente fondata devesi ad Eugenio IV, come pruova il P. Caraffa, da noi più volte citato con lode, il quale riferisce le bolle da lui perciò pubblicate, e gli altri provvedimenti saggiamente dati a vantaggio di essa (Hist Gymn. rom. c. 7). Della scuola teologica da questo pontefice istituita a Roma a vantaggio dei cherici, fa menzione ancora Domenico de’ Domenichi vescovo di Brescia, che fu ivi professore, in una sua orazione che conservasi nella Vaticana, citata dal P. degli Agostini (Scritt venez. t. 1? p. 389). Maggior fama ancora ottenne essa a’ tempi dell’immortal pontefice Niccolò V, singolarmente pe’ dottissimi uomini ch’egli ad essa invitò da ogni parte, come si è detto nel capo precedente, e da più passi nel decorso di questa Storia si farà ancora maggiormente palese. Paolo II e Sisto IV imitarono essi pure, benchè non uguagliassero, la munificenza di Niccolò nell’accrescere nuovo ornamento a queste scuole) e anche Alessandro VI, benchè non abbia gran diritto ad entrare nel numero de’ mecenati della letteratura, rinnovò nondimeno ed ampliò nobilmente la fabbrica ad esse destinata, come [p. 147 modifica]piumo 147 attesta Andrea Fulvio che scriveva a’ tempi di Leon X. Haec loca Alexander sextus renovavit et auxit, Adjungens aedes spatio majore propinquas, Amplaque porticibus designans atria magni». Ue Anti(fuit. Urbis , l. 2. Così durarono per tutto il corso di questo secolo ad essere assai famose le scuole di Roma, finchè nome assai maggiore ottennero a’ tempi del soprannomato Leon X, come a suo luogo vedremo.

XVII. Mentre queste università, già in addietro fondate, venivano qual più qual meno felicemente crescendo, due altre ne sorsero al principio di questo secolo a vantaggio sempre maggiore delle scienze. La prima fu quella di Torino, fondata nel 1405 da Lodovico di Savoia principe d’Acaja e signore allora di quella città. Egli era del partito di Benedetto XIII, e perciò a questo antipapa ricorse per averne f approvazione e la conferma. Si può vedere presso il Lunig (Code.r diplom. t. 3 , p. 1279) la bolla da lui perciò segnata in Marsiglia.a’ 27 di ottobre del detto anno, in cui tra i motivi dell’erezione di questa nuova università adduce le guerre che devastavano la Lombardia , e che avean ivi fatte tacere la pubbliche scuole, e la richiesta fatta da alcuni professori, che per 1 addietro leggevano nelle università di Pavia e di Piacenza, di poter aprire le loro scuole nelle terre del medesimo principe, e singolarmente in Torino città a tal fine opportunissima. L iinperador Sigismondo approvò similmente, [p. 148 modifica]148 LIBRO Tanno 1412, questa università; e confermolla pure nell’anno seguente il pontefice Giovanni XXIII, che allora era ivi riconosciuto. Amedeo VIII, primo duca do Savoja e successore in quegli Stati del principe Lodovico, le accrebbe nel 1424 i privilegi e gli onori Ma quattro anni appresso (a) la pestilenza, che menava grande strage in Torino, costrinse l’università a ricoverarsi a Chieri , ove si stette lo spazio di circa otto anni: finchè l’anno 1435, cacciata di là ancora dalla forza del contagio, rifugiossi a Sa viglia no, donde finalmente nel 1437 ritornò all’antica sede in Torino. Lodovico figliuolo e successor d’Amedeo, e il pontefice Eugenio IV le accrebbero con nuovi privilegi nuovo ornamento. Filiberto Pingone, a cui io debbo tutte queste notizie intorno all’università di Torino (Augusta Taurinor. ad an. 1405 et seqq.), accenna un1 altra traslazione che per breve tempo si fece di essa a Moncalicri (b), donde poi l’anno 14^9 fu richiamata a Torino. L’erezione (tf) Deesi anticipare di un anno la traslazione delPuniversità ila Torino a Chieri; perciocché il diploma con cui il duca Amedeo Vili ordinò questa traslazione , pubblicato dulf eruditissimo sig. Vincenzo Malacarne (delle Opere de* Medici e Centrici, ec. /. 1 , p. 102), è segnato da Chainbery a1 13 di marzo del 14a7(//) Nella Biografia Piemontese (t. 2, p 58 , ec.) , si è dimostrato, con autentici documenti, che non sussiste il trasporto dell’università di Torino a Moncalieri, sull’autorità del Pingone da me asserito; e che solo vi fu trasportato il ducale Consiglio. Veggasi anche su ciò la soprallodata opera del sig. Malacarne (t. 1 , p. 114, ec.) [p. 149 modifica]PRIMO* l4f) di questa università lece probabilmenle cadere, come sembra indicare lo stesso scrittore, quella eretta già in Vercelli nel secolo XIII, di cui non troviam più alcuna menzione. A quella di cui ora parliamo, vedrem chiamati molti de’ più celebri professori di questo secolo, singolarmente giureconsulti j e assai più copiosi frutti in ogni genere di erudizione e di scienza la vedrem dare, se giungeremo con questa Storia a tempi da noi meno lontani. XVm. L’altra università, in questo secolo eretta , fu quella di Parma. Ella dovette la sua origine a Niccolò III, marchese di Ferrara. Perciocchè essendo egli signore di quella città nel 1412, quattro di que’ cittadini furono inviati a Ferrara a porger le loro suppliche al detto marchese, perchè permettesse l’aprimento di uno Studio generale nella lor patria. Egli secondò volentieri le loro istanze ,* e i Parmigiani , impetratane ancora secondo il costume di que’ tempi f autorità del romano pontefice, invitarono a quella città alcuni de’ professori più rinomati, de’ quali dovrem parlare a suo luogo. Di questo fatto io non trovo altra testimonianza che presso 1‘ Angeli (Slof. ili Panna, l. 3), il quale lo racconta , ma non ne reca in pruova alcun documento. Ma come di alcuni sappiam per certo che tennero scuola in Parma, così si rende probabile che tale università fosse veramente fondata. Ed è insieme ugualmente probabile , che tornata questa città sotto i duchi di Milano, questi solleciti delle scuole pavesi, di quelle di Parma non si prendessero [p. 150 modifica]l5o LIBRO gran pensiero , e clic perciò fra non molto esse venissero meno (a).

XIX. In tal maniera andavasi vie più aumentando in Italia il numero e la fama delle pubbliche scuole, e vie più agevolavasi con tal mezzo il cammino all’erudizione e alla dottrina. La gara, e, diciamo ancora, talvolta l’odio degli uni contro degli altri, serviva di forte stimolo a’ professori, perchè non paghi di raccogliere la mercede alle lor fatiche dovuta, non perdonassero a fatica per acquistarsi nome d uomini dotti, per avere gran numero di scolari, e per istruirli in modo, che col loro sapere accrescessero nuovo onore a’ loro maestri. Se da ciò ne vennero aspre ed arrabbiate contese fra essi, che non si posson certo proporre per modello di letterarie dispute, ne venne ancora una lodevole emulazione di superar gli altri in ogni sorta di studj, e quindi quelle fatiche incredibili che sostenner non pochi nell1 insegnare insieme con tale impegno, che pareva non rimaner loro tempo a scriver de’ libri, e nello scrivere tanti libri, che più non avrebbon potuto , se si fossero in ciò solo occupati. Alla frequenza delle scuole, e al valore e all’impegno de’ professori, un altro mezzo si aggiunse in questo secolo assai opportuno a promuovere i buoni studj, e a stendere più oltre i confini delle umane cognizioni, cioè la accademie. Sotto (a) Delle scuole di Parma veggansi la Memorie dal P. AUn premesse al tomo primo de1 suoi Scrittori Parmigiani. [p. 151 modifica]PRIMO l5l questo nome io intendo quelle società d’uomini eruditi stretti tra loro con certe leggi, a cui essi medesimi si soggettano, che radunandosi insieme or si fanno a disputare su qualche erudita quistione, or producono e sottomettono alla censura de’ lor colleghi qualche saggio del loro ingegno e de’ loro studj: esercizio che, quando o per adulazione o per impostura non degeneri, come avviene talvolta, dal retto fine per cui fu introdotto, giova mirabilmente e ad eccitare una emulazion virtuosa, e a giugnere più facilmente col vicendevole ajuto che gli uni gli altri si danno, a scoprire e ad imitar la natura. Un solo esempio di cotali accademie abbiam (finora veduto, cioè quella di 11 imi ni istituita da Jacopo Allegretti, la (qual però alla sola poesia era ristretta. Nel secolo di cui scriviamo, se ne vider parecchie, e presso che tutte rivolte non a verseggiare soltanto, ma ad avanzarsi ancora ne’ più serj studj, e a diradare le folte tenebre che ne’ secoli addietro su ogni genere di letteratura si erano sparse. Di queste prendiam qui a ragionare, e intorno alle più celebri and rem raccogliendo le più importanti e le più esatte notizie che ci verrà fatto di unire insieme. Qui però intendiam solo di favellare di quelle che appartengono alle scienze, poichè di quelle che si raccolsero a perfezionar le arti liberali, sarà d1 altro luogo il ragionare. W. La più antica di tutte nel corsodi questo secolo, di cui non parlan gli storici dell’accademie , e che nondimeno non fu inferiore ad alcuna, fu quella che ne’ primi anni di esso si [p. 152 modifica]15a libro raccoglieva in Firenze nel convento di S. Spirito de’ Frati Agostiniani. L’unico monumento ch’io ne ritrovo, si è la Vita di Giannozzo INI a net ti, scritta da Naldo Naldi, e pubblicata dal Muratori (Script. rer. ital. vol. 20, p. 521,ec.). perciocchè in essa si narra che il Manetti ne’ primi anni di sua gioventù (ed egli era nato l’anno 13t)6) vi interveniva continuamente, e giovavasi assai del sapere de’ dotti uomini onde ella era composta. Rechiamo tradotto in lingua italiana il passo in cui ne ragiona, che ci dà un’assai vantaggiosa idea di questa radunanza. Fiorivano allora, dice il Naldi (ib. p. 531), fra’ religiosi che abitavano il convento di San Spirito, molti che ogni giorno svolgevano dottamente qualunque quistione che appartenesse alla dialettica, alla fisica e alla metafisica. La vicinanza de’ luoghi dava al Manetti agio di f ras/è ri ivi si; perciocché il suo domestico orto era da una sola parete diviso da quel convento, ed egli perciò aprì in quel muro una porta per recarsi più facilmente a coloro che avea scelto a suoi maestri nella filosofia... Faceansi ivi ogni giorno dispute erudite; ogni giorno appendevasi alla parete, o a una colonna l'argomento di cui si’ dovea in quel dì disputare. Era continuo e numeroso il concorso de’ disputanti , fra i quali Giannozzo si distingueva per modo, che niuno poteva resistere agli argomenti da lui prodotti. Questa letteraria adunanza nel convento di S. Spirito avea probabilmente avuta l’origine dalle conferenze che ivi si teneano da Luigi Marsigli dottissimo Agostiniano del secolo precedente, da noi a suo [p. 153 modifica]PRIMO l53 luogo mentovato con lode, a cui accorrevano tutti i Fiorentini più celebri per sapere , affin di giovarsi della conversazione d1 un uomo sì dotto. Ma fin a quando continuasse il costume di ivi raccogliersi a disputare di argomenti filosofici , non ho lume a deciderlo, o a congetturarlo. XXI Questa adunanza però non ebbe il titolo di Accademia. La prima che assumesse tal nome, fu quella che si formò nella stessa città di Firenze, indirizzata a rinnovare la platonica filosofia; e che perciò a somiglianza della scuola, di quell’insigne filosofo prese il nome d’Accademia , divenuto poscia comune a tutte le letterarie adunanze. Cosimo de’' Medici ne concepì prima d’ogni altro l’idea. Il gran Cosimo, dice Marsiglio Ficino (ep. dedicat. ante Pio tiri.), a cui il senato accordò il nome di Padre, della patria , mentre tene usi in Firenze il concilio tra Greci e Latini a’ tempi di papa Eugenio , udì un filosofo greco detto Gemisto , c soprunii ornato Pletone, che quasi un altro Platone disputava delle opinioni di quell illustre filosofo , e nell’udirlo tanto s’infervorò e si accese, che tosto formò 1 idea di un accademia, da eseguirsi poscia a tempo opportuno. Or mentre egli andava maturando l'esecuzione di questo disegno, pose V occhio sopra di me figliuolo di Ficino suo medico, e ancor fanciullo , e mi destinò a sì grande impresa, e per essa educommi. A esortazion dunque di Cosimo, accintosi il Ficino a richiamar di nuovo alla luce la filosofia di Platone , non solo ne studiò e colle sue opere ne spiegò le opinioni , di che non è qui luogo a parlare, ma [p. 154 modifica]l54 L1BT10 volle ancor rinnovarne, per così dire, l’esterna apparenza, e a imitazion di Platone formar l’Accademia. Questo nuovo oggetto trasse a sè gli sguardi di tutta Firenze, e non vi fu uomo che aspirasse alla fama di dotto, e non volesse esser annoverato tra gli Accademici. Il principale ornamento ne fu Giovanni Pico della Mirandola, e poscia Cristoforo Landini, Giovanni Cavalcanti. Filippo Valori, Francesco Bandini, Antonio Allio, Cristoforo e Carlo Marsuppini figliuoli dell’;iltro Carlo soprannomato l’Aretino , Leon Battista Alberti, e moltissimi altri che dal Ficino si annoverano in una sua lettera a Martino Uranio (l. 11 Epistol.), e di alcuni de’ quali faremo altrove più distinta menzione. Ma niuna cosa fu più gloriosa all’Accademia, quanto l’impegno che per essa ebbe il magnifico Lorenzo de’ Medici, a’ cui tempi ella salì alla maggior fama di cui godesse giammai. Niccolò Valori, da noi altrove citato, ci narra (Vita Laur. med. p). 13) che ogni qualvolta poteva ei respirare dalle pubbliche cure, andavasene all' Accademia , ove principalmente godeva moltissimo nell’udir ragionare il Ficino. E perchè nel rivolger le opere degli antichi Platonici si trovò memoria de’ solenni banchetti con cui Platone solea celebrare il giorno della sua nascita, che fu lo stesso della sua morte (’), (*) L’opinione che Platone fosse morto nel dì medesimo in cui (era nato, cioè a’' 13 di novembre, era allora, come era stata anche per P addietro, connine fra’ dotti. Ma l’eruditissimo P. (Odoardo Cosini delle Scuole Pie, nella sua bella dissertazione de Natali die. Platonis (Gori, Symbolae Litterar , t. 6 , p. 80 , ec. Floren. 1752) ne ha mostrata poscia la falsità. [p. 155 modifica]PRIMO 155 cioè a’ 13 di novembre, e con cui i Platonici per lungo tempo festeggiavano quel giorno medesimo , Lorenzo volle che cotai conviti si rinnovassero. Due di essi ne descrive il Ficino nelle sue opere (Prolog, ad Conviv. Platon. l. 1, ep ad Jac. Bracciolin.), uno fatto nella sua villa di Careggi dallo stesso Lorenzo, l’altro in Firenze da Francesco Bandini, nei quali alle laute vivande si Congiungeano le dispute erudite su alcuni punti della platonica filosofia, e a sorte si distribuivano tra gli Accademici alcuni tratti dell1 opere di Platone, che doveansi da essi illustrar ragionando. Così duraron le cose fino alla morte di Lorenzo de’ Medici. Poscia il principal protettore dell’Accademia fu Bernardo Rucellai celebre storico, di cui diremo a suo luogo, il quale raccolse l’Accademia in sua casa, e aprì ad essa i suoi orti, in cui gli Accademici soleano radunarsi, come pruova il ch. canonico Bandini, che assai eru ditamente ha rischiarato questo argomento (Specimen Litterat Florent t. 2 , p. 55, ec.). Ma delle avverse vicende che nel secolo susseguente l’Accademia sostenne , sarà d' altro tempo il parlare. Qui avvertirem solamente che questa platonica radunanza recò gran giovamento alle lettere, non già per aver rinnovate le opinioni di quegli antichi filosofi, che per lo più non sono che sogni, nè molto meno per le puerili superstizioni a cui molti degli Accademici si abbandonarono, come vedremo nel trattar de’ filosofi di questa età , ma perchè per opera loro si ebber tradotte in latino, e si divolgarono per ogni parte le opere di Platone e degli [p. 156 modifica]l56 LIBRO antichi filosofi greci (di lui seguaci, le quali, fuori delle opinioni in ciò che appartiene alle scienze naturali, contengon massime e lumi giovevoli assai, e delle quali infatti hanno usato non poco molti ancora tra’ moderni scrittori.

XXII. Verso il tempo medesimo un’altra adunanza non men illustre d’uomini dotti raccolse in sua casa il celebre Cardinal Bessarione in Roma. Di quest* uomo dottissimo che, benchè greco di nascita , dee nondimeno rimaner immortale ne’ fasti dell1 italiana letteratura, parleremo più stesamente, ove esporrem la vicende delle filosofia in questo secolo. Qui basterà riferire ciò che spetta all1 accademia da lui formata. Nè io posso darne più giusta idea, che col recare tradotto nella volgar nostra lingua ciò che ne dice il Platina nell1 orazion panegirica al medesimo cardinale, che abbiamo tra le sue opere. Frequentavano allora, die’ egli parlando del Bessarione, poichè fu fatto cardinale da Eugenio IV, dopo il concilio di Firenze, i più dotti uomini di tutta la curia la casa del cardinale, che piena era di religione e di bontà e di cortesia, piena d ingegni greci non men che latini. E mentre essi disputavan tra loro, e or approvavano, or riprendevano, come è costume, qualche cosa spettante alla lingua latina, udivali con sì grande attenzione , che per l'acutezza del suo ingegno in certa maniera divenivane l'arbitro. Co quali mezzi, e con quella singolar diligenza in cui supera tutti, ottenne in breve, che quanto avea dapprima appreso in genere di scienza in lingua greca, potè ancora esporre e ragionando [p. 157 modifica]PIUMO 15**7 c scrivendo cori proprietà e con eleganza in lingua latina. Quindi, dopo aver ragionato de’ gravi affari ne’ quali il Cardinal Bessarione fu adoperato , viene a descrivere la famiglia ch’egli avea raccolta in sua casa, composta tf uomini nell’una e nell’altra lingua eruditissimi, e in ogni scienza dottissimi; e dice che non solo ei formavali alla pietà e agli onesti costumi, ma alla dottrina ancora , all1 erudizione e ad ogni letteratura, talchè da essa uscivano di continuo , e più che da tutta insieme la curia romana , eruditissimi uomini. Alcuni poscia ne nomina , come Niccolò Perotti, Teodoro Gaza, Giovanni Gatti teologo e filosofo insigne, Valerio da Viterbo medico per sapere non inferiore ad alcuno di quella età. Andronico dotto nella lingua greca e nella latina. Sono ancora, continua, presso di lui molti ottimamente versati nelle civili e nelle ecclesiastiche leggi, e molti bene istruiti nelle matematiche. s!d essi aggi ungens i alcuni giovani che da lui ammaestrati non temeranno qualunque letterario cimento. Finalmente, dopo aver celebrata la pietà e la munificenza di questo gran cardinale nel sovvenire ad ogni maniera d’infelici, conchiude: Volentieri ammette ed ascolta coloro che a lui ne vengono anche sovente, e promette di far di buon animo quanto può a vantaggio de’ suoi amici, e singolarmente de’ dotti, de’ quali è gran protettore , e a questi dona talvolta del suo , quanto gli permettono le sue sostanze. Di questa accademia fa onorevol menzione ancora Giambattista Almadiano di Viterbo nell’elogio del Platina, aggiunto alle opere di [p. 158 modifica]158 ’ LIBRO questo dotto scrittore, in cui dice ch’egli avea fin da tredici anni addietro , cioè nel i/|(x) , conosciuto il Platina, mentre amendue insieme frequentavano l’accademia del Cardinal Bessarione , presso cui slava all or 1 Almadiano, e che quegli era uno de’ più eloquenti nel disputare delle belle arti, con piacer sommo di quel dottissimo cardinale. Così la casa del Cardinal Bessarione era una fiorentissima adunanza de’ più dotti uomini che allor vivessero in Roma, e noi vedremo altrove i copiosi frutti eli ella produsse, nelP opere non sol del medesimo cardinale, ma di molti ancor di coloro che con lui conviveano , e ne frequentavano l’erudita conversazione.

XXIII. Le tre adunanze delle quali abbiam finor ragionato, avean preso a lor fine principalmente gli studj della filosofia. Un’altra che non molto appresso formossi in Roma , diedesi a coltivare sopra ogni altra cosa l’amena letteratura. Autore e capo ne fu Giulio Pomponio Leto, di cui parleremo più a lungo, ove tratterem dello studio delle antichità, nel quale egli più si distinse. Bartolommeo Platina , Filippo Buonaccorsi più conosciuto sotto il nome di Callimaco Asperiente, e più altri eruditi unitisi a Pomponio si radunavano sovente insieme, e prendevano a oggetto de’ loro discorsi le antichità romane che allor si andavano disotterrando , le lingue greca e latina , le opere degli antichi scrittori, e talvolta ancora qualche quistion filosofica. Per accendersi vicendevolmente a richiamare quanto più fosse possibile l’eleganza de’ primi classici autori, travolgevano il [p. 159 modifica]PRIMO 159 lor proprio nome in alcuno di quelli più conosciuti nella storia dell’antica letteratura, nel che furon poscia imitati da altri verso il li ni re di questo secolo, come da più esempj sarà palese. Ma contro questa nuova accademia si sollevò improvvisamente una terribil burrasca , che interamente la dissipò, e fu ancora occasione di sciagure ad alcuni di coloro che la componevano. Il pontefice Paolo II la rimirò come una pericolosa adunanza di uomini torbidi e sediziosi, nemici della Religione, e macchinatori di congiure j e quanti ne potè aver tra le mani , fece chiudere in prigione e soggettò a’ tormenti. Se de’ delitti che lor vennero apposti, essi fossero veramente rei, ovvero innocenti, non è sì agevole a diffinire; sì diversa è la maniera con cui ne raccontano il fatto, non dirò gli scrittori posteriori, la testimonianza de’ quali non è di gran peso, ma quegli stessi che allor viveano. Michele (’a n non sio, che ha scritta la Vita di Paolo II, pubblicata dal Muratori (Script. Rer. ital. vol. 3, pars 2, p. 993, ec.), e poscia più correttamente dal Cardinal Querini, ci fa di questi accademici un carattere assai svantaggioso. Con ugual diligcnza, dice egli parlando di Paolo (Quirin. Vit. et I indie. Panili II, p. , ec.) ei tolse di mezzo dalla curia romana l’empia setta e. le ree massime di alcuni giovani di corrotti costumi. che affermavano la nostra Cattolica Religione esser più appoggiata all astuzia di alcuni Santi che a vere a sicure testimonianze; ed esser lecito ad ognuno all usanza de’ Cinici il goder de’ piaceri, come più Jossigli in grado. Anzi, [p. 160 modifica]iGo nono di.sprezzando la Religione medesima, credevan cosa vergognosissima il prendere il nome di qualche Santo; ed essi perciò rigettato quello che nel battesimo aveano ricevuto, prendeano il nome di qualche Gentile. Non voglio qui nominare! l’autore di questa setta, essendo egli notissimo a tutti (parla di Pomponio Leto). Egli fu il primo che tenendo pubblica scuola di gramatica in Roma, cambiò prima a se stesso, e poi a’ suoi scolari e a’ suoi amici il nome. A lui si univano molti uomini arditi e temerarj per modo, che insieme con Marco romano t. detto da essi A scic piade, con Marino veneziano soprannomato (Glauco, con Pietro detto Petreio, e con Damiano (dovea dire Filippo) toscano appellato Callimaco, con ginraron di togliere la vita al pontefice. E aveano talmente sedotti alcuni giovani, che, se tosto non si fosse usata sollecitudine e diligenza, molti altri ancora avrebbero trascinato a’ più enormi delitti. Ma scoperta questa congiura , tutti presero nascostamente la fuga, e que’ che furono sorpresi in Roma, senza riguardo ah cuno furon condotti prigioni in Castel S. Angelo. Se un tal racconto è sincero, convien confessare che una mala genia di uomini eran questi accademici, e che giusta e prudente fu la severità contro di essi usata da Paolo II. Ma, se crediamo al racconto del Platina, dobbiam formare e di essi e del pontefice una molto diversa idea. La narrazione che ei ce ne fa (Vit. rom. pontif, in Paullo II), è troppo lunga per essere qui inserita , e io perciò nè farò solo un breve ed esatto compendio. Ma [p. 161 modifica]PRIMO l6l prima è ad avvertire che il fatto non accadde già nel 1470 1 come affermasi dal Muratori (Ann. d’Ital, ad h. a.), ma nel 1468 , cioè in quell’anno in cui fimperador Federigo III venne a Roma nel pontificato di Paolo II, come dal racconto stesso si farà palese.

XXIV. Narra adunque il Platina, che mentre Paolo II dava al popolo romano lieti spettacoli nel tempo del carnovale, vennegli riferito che alcuni giovani, avendo a loro capo Callimaco, aveano contro di lui congiurato; e che al medesimo tempo da una vile spia ebbe avviso che Luca Tozzi, cittadino romano ed esule in Napoli, era stato veduto con molti altri esuli ne’ boschi presso Velletri in atto d’incamminarsi a Roma. Spaventato a tali nuove il pontefice , fa tosto imprigionar molti della stessa sua curia, e molti tra’ cittadini; si spargono qua e là gli sgherri; entrano in ogni casa, e quanti possono sospettare rei di congiura traggono in carcere. Fra le case investite fu quella del Platina, in cui entrati, sforzate le porte, fecer prigione Demetrio da Lucca di lui domestico; e avendo saputo che il Platina cenava presso il Cardinal Gonzaga, accorsi tosto colà, nella camera stessa del cardinale il fecer prigione, e il condussero immediatamente innanzi al pontefice. Questi il richiese, per quale ragione avesse insieme con Callimaco contro di lui cospirato, minacciandogli i tormenti e la morte, se non confessava il vero. Il Platina negò costantemente il fatto, e fece conoscere a Paolo che Callimaco uomo senza condotta, senz’armi, senza ricchezze, senza clienti, inoltre quasi cieco, sonnolento e Tiraboscui, Voi. VII. 11 [p. 162 modifica]iGa libuo tardo per la pinguedine, era atto a tutt’altro che a congiurare (*). Ciò non ostante il Platina fu chiuso in carcere; e benchè si scoprisse tosto che la congiura del Tozzi non era che un sogno , quella però degli Accademici si credette certa, e il pontefice ordinò che fosser posti alla tortura. La descrizione che ci fa il Platina della maniera con cui fu trattato egli e i suoi compagni (fra’ quali nomina Lucido , Marso Demetrio e Agostino Campano giovine di egregie speranze, il qual poco appresso forse pe’ tormenti sofferti finì di vivere) è assai somigliante a quella con cui Cicerone dipinge il crudelissimo Verre nell’atto di tormentare gP infelici Siciliani ingiustamente accusati. In due giorni furono venti i sottoposti alla tortura, a cui fu sottoposto lo stesso Platina. Mentre era fra i tormenti, fu interrogato, qual parte avesse avuta nella congiura di Callimaco; per qual ragione Pomponio Leto, che allora era in Venezia, gli avesse in una lettera dato il nome di santissimo Padre, come se con ciò scoperto avesse il disegno di farlo papa; e se avesse mai scritto ad alcun sovrano, per eccitar nella Chiesa uno scisma. Rispose il Platina, che lungi dall’entrar con Callimaco in alcuna congiura, egli anzi (*) D.illf lettere dal Platina scritte in tempo della sua prigionia, e date non ha molto alla luce dal Padre M. \ airani domenicano (Cremon. Monun$. pan i , p. 3o, ec.), si raccoglie che veramente a Callimaco sfuggirono un giorno certe parole che sembravano minacciar ribellione, e che il Platina le udì; ma che avendolo in conto di puz/o e di ubbriaco, non si creile Ile tenuto a denunciarlo come reo. [p. 163 modifica]PRIMO ’ lG3 gli era nemico; che del titolo datogli da Pomponio in quella sua lettera, lo stesso Pomponio avrebbe potuto render ragione, poichè diceasi che esso sarebbe stato fra poco condotto incatenato in Roma; che quanto a sè, uomo privato, com’era, avea sempre pensato a tutt’altro che a divenir papa *, e che non avea mai scritto ad alcuno lettera tendente a scisma. Finita così la tortura e le interrogazioni, fu ricondotto alla carcere. Frattanto Pomponio giugne a Roma , e vien tratto in giudizio. Richiesto, per qual ragione mutasse il nome a’ giovani, Che importa a voi, rispose liberamente, e che importa al pontefice, s’io mi vò chiamare finocchio, purchè in ciò non v abbia nè frode nè inganno? Perciocché, dice il Platina, per amore dell1 antichità ei dava ad altri tai nomi, acciocchè questi fosser quasi uno sprone che gli animasse ad imitare gli ottimi autori. Più altri furono arrestati e posti alla tortura, fra’ quali nomina il Platina un certo Lucillo , e Petreio compagno di Callimaco. La venuta dell1 imperador Federigo interruppe per qualche tempo il processo de’ rei. Poichè egli fu partito da Roma, il pontefice recossi egli medesimo a Castel S. Angelo, e volle esaminare i prigionieri. Al Platina, fra le altre cose, fu opposto il disputare che faceano gli Accademici della immortalità dell1 anima, e il seguire le. opinioni platoniche. Al che rispose il Platina, che S. Agostino ancora avea sommamente lodato Platone j clic a ninno era stato mai vietato il disputare per esercizio d1 ingegno, e che egli avea sempre menata vita conforme alla [p. 164 modifica]1 r4 LIBRO Urli gioii cristiana che professava. Finalmente esaminata da dotti teologi ogni loro opinione, quasi tutti decisero che in niuna cosa essi erano rei d’eresia. Il pontefice nondimeno tornò un’altra volta alle carceri, e un’altra volta pose all' esame i rei, e conchiuse dicendo che in avvenire si sarebbon tenuti in conto d1 eretici coloro che proferissero il nome d’Accademia. Ma non perciò diede ancor loro la libertà , e volle che rimanesser prigioni fino al compirsi dell' anno intero della loro carcerazione; passato il qual tempo, cominciò ad allargare alquanto la lor prigionia, finchè lasciolli del tutto liberi.

XXV. Or fra sì diversi racconti, a quali ci atterrem noi, e qual concetto formeremo di questi accademici? Io inclino a credere ch’essi fossero veramente innocenti, non solo della congiura , ma ancor del delitto di empietà e «f irreligione loro imputato. E me ne persuade la condotta medesima con lor tenuta da Paolo. Sdegnato coni’ egli era contro di essi, se in alcuna cosa gli avesse trovati rei, non gli avrebbe al certo lasciati impuniti. Almeno qualche salutar penitenza sarebbe stata loro imposta; almeno sarebbono stati allontanati da Roma, perchè colle ree lor massime non corrompesser più oltre la gioventù. Or nulla di tutto ciò io trovo che con essi si usasse. Tutti escono dalle carceri senza castigo alcuno. Lo stesso Paolo promette più volte al Platina, come egli stesso racconta, di dargli qualche onorevole ed utile impiego. Dopo la morte di Paolo, egli è fatto da Sisto IV custode della biblioteca [p. 165 modifica]primo 165 Vaticana. Pomponio Leto continua per più anni a tenere scuola in Roma con sommo credito. Uomini rei di fellonia o di empietà sarebbono essi stati trattati per tal maniera? Nè io voglio creder perciò, che Paolo si lasciasse trasportar contra essi dall1 odio contro le belle lettere, come il Platina seguito da altri afferma. Abbiam già recate nel precedente capo le pruove della munificenza con cui egli favorì e promosse gli studj anche dell’amena letteratura; nè possiam sospettare eli’ egli volesse punire in essi uno studio che approvava in altrui. Convien dunque dire eli’ egli credesseli veramente rei de’ delitti loro appost15 e le apparenze di fatto eran tali, che potean render la cosa non improbabile. Egli avea irritati non pochi colla soppression del collegio degli Abbreviatori, tra’ quali era il Platina, e forse ancora altri accademici. Il Platina avea fatte, come si è detto nel capo secondo, in quell’occasione minacce alquanto sediziose. In tai circostanze una congiura, di cui Paolo vien ragguagliato, potea sembrar verisimile) e la fuga di molti accademici al cominciar del processo pareva vieppiù confermarla. L’entusiasmo dei medesimi accademici per tutto ciò che sapeva d’antichità, le formole gentilesche da essi usate per richiamare l1 antica eleganza, i nomi profani da loro introdotti, e forse ancora i non troppo onesti costumi di alcuni di essi, potean dai e qualche non vano sospetto d1 irreligione. Qual maraviglia dunque se Paolo alle prime accuse credesse tosto, e facesse chiudere in carcere [p. 166 modifica]ìfifi. Lirnio i i*ei di tuli delitti, nè li lasciasse andar liberi, finchè non fosse chiaramente provata la loro innocenza! Ma se noi diam fede al Platina, nell1 assicurarci eli’ ei fa dell’innocenza sua e dei suoi compagni, ei ci permetterà ancora di non credere interamente a ciò eli’ egli racconta di Paolo II, e de’ trattamenti da sè sofferti in prigione. Il suo stile medesimo ce lo discuopre troppo mal prevenuto contro di un pontefice da cui dicevasi offeso , e da cui in fatti era stato privato prima del suo ufficio, poscia, per delitto falsamente imputatogli, imprigionato. Ei non è perciò un testimonio troppo imparziale, e possiam! pensare non senza ragione, che egli abbia narrando esagerate troppo le cose per render sempre più odioso un pontefice, la cui memoria era a lui troppo spiacevole.

XXVI. Par nondimeno che questa società letteraria si rinnovasse per opera dello stesso Pomponio Leto, perciocchè vedremo altrove come fu da essa celebrato l’anniversario del Platina l’anno 1482, secondo il racconto di Jacopo da Volterra. Questi ne parla ancora all'anno 1483, e sarà bene il recar qui le stesse parole (Script. Rer. ital. vol. 23, p. 185) che ci dimostrano e il fiore in cui essa era a quel tempo, e le feste che celebrava, e gli autorevoli personaggi che vi intervenivano, e l’onore avuto di un imperiale diploma, e l’uso per ultimo di concedere , o di negare la laurea a chi la chiedesse. In exquiliis prope Pomponii domum die Dominico qui secutus est, cioè a’ 20 d’aprile, a sodali tate Literaria celebratum est Ilo manne [p. 167 modifica]PRIMO l6y Urbis Natale. Sacra solemniter acta) Demetrio Lucensi Bibliothecae Pontificiae Praefecto operante. Paulus Marsus orationem habuit. Pransum est apud Salvatoris Sacellum, ubi sodalitas Literatis viris et studiorum sociis elegans convivium paraverat Sex Antistites convivio interfuere, et eruditi ac nobiles adolescentes (quamplures. Recitatum est ad mensam Friderici Caesaris privilegium Sodalitati concessum, et a diversis juvenibus eruditis versus quamplures etiam memoriter recitati. Acrum etiam de laurea danda Fasto l. Fausto) Forliviensi, quae non tam ei negata est, quam in aliud tempus dilata cerimonia. Finalmente nella stessa città di Roma troviam menzione di un’altra letteraria adunanza, che raccoglier solevasi nella casa di Paolo Cortese, di cui diremo nel I capo del libro seguente. Ne parla Vincenzo Calmeta nella Vita di Serafino Aquilano premessa alle Collettanee nella morte di questo poeta, e nomina alcuni che vi concorrevano, e fra gli altri il detto Aquilano, Pietro Gravina, Gianlorenzo Veneto ed altri. Ma forse questa non era che un distaccamento, per così dire, di quella del Leto. xxvn. L’uso di cambiare il nome per affermazione di antichità, fu comune ancora alFac-, cademia di Napoli in questo secolo stesso istituita. Il ch. Apostolo Zeno racconta (Dissert. Voss. t. 2, p. 173) che Uernardo di Cristoforo, giureconsulto napoletano del prossimo passato secolo, avea scritto un libro intitolato Accademia Pontani, in cui diligentemente svolgeva l’origine di questa accademia, e scriveva le vite degli Accademici, il primo de’ quali era Antonio [p. 168 modifica]l68 LIBRO Panormita; ’ma che questo libro nel giorno medesimo in cui egli morì, fu involato, il che conferma il Zeno colla testimonianza di Giacinto di Cristoforo di lui figliuolo. È assai probabile el11 essa avesse la prima sua origine nella corte del re Alfonso, a cui era carissimo il Panormita , e che i primi accademici, (oltre il Panormita medesimo, fossero il Facio, Lorenzo Valla ed altri dotti uomini ch’erano presso quel re gran protettor delle lettere. Gioviano Pontano ne fu poscia il capo, e verosimilmente fu egli il primo a cambiar nome, chiamandosi Gioviano invece di Giovanni, il che fu poscia imitato dal Sannazzaro, dal Galateo, dal Parrasio , dall1 Attilio e «la altri eruditi del regno di Napoli , che tutti furono membri di questa accademia. 11 suddetto Pontano fa più volte onorevol menzione di questa accademia, e singolarmente al principio del dialogo , cui dal nome del Panormita allor già defunto intitolò Antonius. Egli parla ivi del portico in cui gli accademici soleano radunarsi , e che dal lor fondatore era detto Antoniano, e dice che molti’ uomini dotti vi si soleano unire, e molti nobili ancora , e che essendo quel luogo vicino alla casa del Panormita, egli era sempre il primo a recarvisi, e che mentre il senato , come ei soleva dire, si raccoglieva, godeva egli o di scherzare piacevolmente co’ passeggieri, o di canticchiar seco stesso per suo trastullo. Ei ne parla ancora nel dialogo che dal nome del Sannazzaro intitolò Actius; e dice che quel portico era stato trascelto a tenervi i discorsi d1 ogni sorta d’erudizione (p. 97 vers. edFlorcnt 1520). [p. 169 modifica]primo iGy Pietro Summonte, che era uno degli accademici, dedicando a Francesco Poderico, membro esso pure della stessa accademia, il sopraccitato dialogo , chiama quella dotta adunanza piena di poetica leggiadria. E veramente convien confessarlo a gloria di questa accademia, che da essa uscirono i più colti scrittori così nella lingua latina come nella italiana, che fiorissero verso la fine di questo secolo; e se altri non potesse ella additarci che il Pontano ed il Sannazzaro , questi due basterebbero perchè ella ne andasse gloriosa (*). XXVIU. L’ultima delle accademie in questo secolo nate , fu quella che Aldo Manuzio il vecchio formò in Venezia, indirizzata singolarmente a presiedere alle edizioni che si facevano de’ classici autori, e a renderle quanto più si potesse eleganti e corrette. Marco Musuro greco, di cui parleremo nel seguito di questo tomo, Pietro Bembo poi cardinale, Angiolo Gabrielli, Andrea Navagero, Daniello Rinieri, Marino Sanuto, Benedetto Ramberti, Battista Egnazio, Giambatista Ramusio ne furono i principali ornamenti (Zeno, Notizie de’ Manuzj, p. 8, ec.; Agostini, Scritt venez. t. 1 , pref. p. 40). Aldo non omise qualunque possibile diligenza per renderla non solo sempre più florida ed illustre, ma per istabilirla ancora per modo, eh’ella (*) Dell'1 accademia napoletana fondala dal Panormila, e promossa poi dal Pontano, ei ha dati* n’eune esatte notizie, e ha pubblicato il catalogo degli Accademici che la composero, il P. Koberlo da.Sarno nella Vita dello stesso l’ontano da lui data alla luce urli’ anno 17Ó1 (P• «9 ec*) [p. 170 modifica]1^0 LIBRO durasse in perpetuo. Nella dedica di’ ei fa a Giovanni Collaurio, segretario dell’imperadore Massimiliano, delle Poesie latine del Pontano, gli rende grazie del favorire ch' egli Iacea la sua accademia , e del cortese accoglimento che fatto avea a Giovanni Fruticeno da lui a tal fine spedito a Vienna; e aggiunge, che benchè nulla si fosse ancora conchiuso, le lettere però, che avea ricevute da lui e da Matteo Longo segretario esso pure di Massimiliano, anzi dello stesso imperadore, gli faceano sperare che ogni cosa sarebbe riuscita conforme a’ suoi desiderj. Sembra che Aldo si lusingasse di ottenere o qualche imperial diploma, o, ciò che più forse premeagli , qualche soccorso di denari a vantaggio della sua accademia. Io non credo però, eh’ei vedesse le sue speranze compite 5 perciocché dedicando l’anno 1513, cioè due anni soli innanzi alla sua morte , le Poesie latine di Tito e di Ercole Strozzi a Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara, mostra di sperar da lei sola lo stabilimento della sua accademia, intorno a cui già da molti anni egli affaticavasi: Academiam, cui constituendae, jam multos annos studeo, tuis opibus, tuo solius sumptu facturam te, sinant tempora, ultro mihi receperis. Ais enim, nihil te magis cupere, (quam et placere semper Deo immortali, et juvare mortales, tam qui nunc sunt, quam nascituros omnibus seculis, relinquereque aliquid, cum e vita excesseris, quo non sine summa laude vixisse testeris. Ma anche per questa parte io penso che tutto finisse in progetti e in isperanze y e colla morte di Aldo dovette morirne [p. 171 modifica]pniMO 1-1 ancor Faccademia, che poi risorse alcuni anni dopo ancor più gloriosa in quella clic ebbe il nome di Accademia veneziana, il ragionar della quale sarà d’altro luogo. \\1\. lo non parlo qui dell’accademia di Ferrara, che dal Quadrio (Stor. della Poes. t, 1, p, (68) si dice fondata dal marchese Leonello d’Este perciocchè, come già si è altrove avvertito , comunque sia probabile assai che questo principe amantissimo della letteratura, e che da ogni parte invitava uomini dotti alla sua corte. ne formasse un’accademia, non ne abbiam però monumento che abbastanza ce ne assicuri. Molto minor fondamento vi ha pelarvi mette re l’accademia di Forlì, che il Quadrio afferma (ib. p. 7 ») fondata da Antonio Uceo, e promossa poi da Fausto Andrelini e da altri, poichè nè di tal fatto dell’Uceo vi è menomo cenno negli scrittori che di lui parlano, nè l’Andrelini fu in Forlì in tal tempo in cui potesse concepire il pensiero. A miglior ragione mi sembra che si possa concedere tal gloria a Milano e alla corte di Lodovico Sforza. Quanto ei fosse sollecito di chiamare ad essa quanti vi avea a que’ tempi uomini per sapere e per erudizione famosi, si è già veduto. Ma pare ancora eli’ egli godesse di vederli, adunati nella sua corte, dare a vicenda pruove d’ingegno, e animarsi così l’un l’altro agli studj. Il Corio, che erane testimonio, e che nella sua Storia scritta con antica semplicità non si solleva mai sopra lo stil famigliare nel ragionar della corte di Lodovico, spiega , per così dire , le ali ed alzasi in volo. Minerva ancor lci) dice egli (Star.