Il Filostrato/Parte terza

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Parte terza

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Parte seconda Parte quarta
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IL

FILOSTRATO

DI GIOVANNI BOCCACCI



PARTE TERZA



ARGOMENTO

Comincia la terza parte del Filostrato, nella quale, dopo l’invocazione, Pandaro e Troilo insieme ragionano di dovere occultare ciò che con Griseida si fa. Troilo vi va nascosamente, e dilettasi, e ragionasi con Griseida; partesi, e ritorna; e ritornato, sta in festa e in canti; e primieramente invoca l’autore.


I.


Fulvida luce, il raggio della quale
     Infino a questo loco m’ha guidato,
     Com’io volea per l’amorose sale;
     Or convien che ’l tuo lume duplicato
     Guidi l’ingegno mio, e faccil tale,
     Che in particella alcuna dichiarato
     Per me appaia il ben del dolce regno
     D’Amor, del qual fu fatto Troilo degno.

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II.


Al qual regno pervien chi fedelmente
     Con senno e con virtù può sofferire
     D’amor la passione interamente;
     Per altro modo, rado pervenire
     Vi si può mai. Adunque sii presente,
     O bella donna, al mio alto disire;
     Riempi della grazia ch’io dimando,
     Le lodi tue continuerò cantando.

III.


Troilo ancora benchè molto ardesse,
     Nondimen bene star pur gli parea,
     Pensando sol che a Griseida piacesse,
     E ch’ella umilemente rispondea
     Alle lettere sue quando scrivesse;
     Ed ancor più, che qualor la vedea,
     Ella il guardava con sì dolce aspetto,
     Che a lui parea sentir sommo diletto.

IV.


Erasi Pandar, come ho detto avanti,
     Dalla donna in concordia dipartito,
     E lieto nella mente e ne’ sembianti
     Di Troilo cercava, che smarrito
     Intra lieta speranza e tristi pianti
     Lasciato avea quando se n’era gito;
     E tanto el gì in qua e ’n là cercando,
     Ch’egli il trovò in un tempio pensando.

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V.


Il qual tantosto ch’ad esso pervenne,
     Da parte il trasse, e cominciógli a dire:
     Amico mio, tanto di te mi tenne,
     Quando uguanno ti vidi languire
     Sì forte per amor, che ’l cor sostenne
     Per te gran parte in sè del tuo martire;
     Che per darti conforto, riposato
     Non ho giammai, fin ch’io non l’ho trovato.

VI.


Io son per te divenuto mezzano,
     Per te gittato ho in terra il mio onore,
     Per te ho io corrotto il petto sano
     Di mia sorella, e posto l’ho nel core
     Il tuo amor; nè passerà lontano
     Tempo, che la vedrai con più dolzore,
     Che porger non ti può la mia favella,
     Quando avrai in braccio Griseida bella.

VII.


Ma come Iddio che tutto quanto vede,
     E tu che ’l sai, a ciò non m’ha indotto
     Di premïo speranza, ma sol fede,
     Che come amico ti porto, e condotto
     M’ha ad oprar che tu trovi mercede;
     Per ch’io ti prego, se non ti sia rotto
     Da ria fortuna il disiato bene,
     Che facci come a saggio far conviene.

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VIII.


Tu sai ch’egli è la fama di costei
     Santa nel vulgo, nè si disse mai
     Da nullo altro che tutto ben di lei;
     Or venuto è che tu nelle man l’hai,
     E puogliel tor se fai quel che non dei,
     Benchè addivenir ciò non può mai
     Senza mia gran vergogna, che parente
     Le sono, e trattator similemente.

IX.


Perch’io ti prego tanto quant’io posso
     Che occulto sia tra noi questo mestiero.
     I’ ho del cuor di Griseida rimosso
     Ogni vergogna e ciaschedun pensiero
     Che contro t’era, ed hol tanto percosso
     Col ragionar del tuo amor sincero,
     Che ella t’ama, ed è disposta a fare
     Ciò che ti piacerà di comandare.

X.


Nè fuor che tempo manca a tale effetto,
     Il qual come l’avrai, nelle sue braccia
     Ti metterò a prenderne diletto;
     Ma per Dio fa’ che tal’opra si taccia,
     Nè t’esca fuor per caso alcun del petto,
     O caro amico mio, nè ti dispiaccia
     Se molte volte ti prego di questo,
     Tu vedi che ben ’l mio pregare è onesto.

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XI.


Chi potria dire intera la letizia
     Che l’anima di Troilo sentiva
     Udendo Pandar? che la sua tristizia
     Com più parlava più scemando giva:
     I sospir ch’egli aveva a gran dovizia
     Gli dieder luogo, e la pena cattiva
     Si dipartì, e ’l viso lagrimoso,
     Bene sperando, divenne gioioso.

XII.


E sì come la nuova primavera,
     Di fronde e di fioretti gli arboscelli,
     Ignudi stati in la stagion severa,
     Di subito riveste e fagli belli;
     I prati, e’ colli, e ciascuna riviera
     Riveste d’erbe e di be’ fior novelli,
     Così di nuova gioia tosto pieno,
     Sì rise Troilo nel viso sereno.

XIII.


E dopo un sospiretto, riguardando
     Pandar nel viso, disse: amico caro,
     Tu ti dei ricordare e come e quando
     Già pianger mi trovasti nell’amaro
     Tempo, che io solea avere amando;
     Ed ancor simil, quando procacciaro
     Le tuo parole di voler sapere,
     Qual fosse la cagion del mio dolere;

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XIV.


E sai quant’io mi tenni a discoprirlo
     A te, che sol mi se’ unico amico;
     Nè era alcun periglio però a dirlo,
     Benchè perciò non fosse atto pudico;
     Pensa dunque ora come consentirlo
     I’ potrei mai, che mentre teco il dico,
     Ch’altri nol senta tremo di paura,
     Tolga Iddio via cotal disavventura.

XV.


Ma nondimen per quello Dio ti giuro,
     Che ’l cielo e ’lFonte/commento: Milano, 1964 mondo egualmente governa,
     E s’io non venga nelle man del duro
     Agamennon, che se mia vita eterna
     Fosse, come è mortal, tu puoi sicuro
     Viver, che a mio poter sarà interna
     Questa credenza, e in ogni atto servato
     L’onor di quella che m’ha ’l cor piagato.

XVI.


Quanto per me tu abbi detto e fatto
     Assai conosco e manifesto veggio,
     Nè meritar giammai in ciascun atto
     Nol ti potrei, che d’inferno e di peggio
     In paradiso posso dir m’hai tratto;
     Ma per l’amistà nostra ti richieggio,
     Che quel nome villan più non ti pogni,
     Dove sovvien dell’amico a’ bisogni;

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XVII.


Lascialo stare alli dolenti avari,
     Cui oro induce a sì fatto servigio;
     Tu fatto l’hai per trarmi degli amari
     Pianti ov’io era, e dal duro letigio
     Che io avea co’ pensieri avversarj,
     E turbator d’ogni dolce vestigio,
     Siccome per amico si dee fare,
     Quando l’amico il vede tribolare.

XVIII.


E perchè tu conosca quanta piena
     Benevolenza da me t’è portata,
     I’ ho la mia sorella Polissena
     Più di bellezza ch’altra pregïata,
     Ed ancor c’è con esso lei Eléna
     Bellissima, la quale è mia cognata;
     Apri il cuor tuo, se te ne piace alcuna,
     Poi mi lascia operar con qual sia l’una.

XIX.


Ma poichè tanto hai fatto, assai più ch’io
     Pregato non t’avrei, metti in effetto
     Quando tempo parratti il mio disio;
     A te ricorro, e sol da te aspetto
     L’alto piacere ed il conforto mio,
     La gioia, e ’l bene, e ’l sollazzo, e ’l diletto;
     Nè più farò se non quanto dirai,
     Mio fia il diletto, e tu ’l grado n’avrai.

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XX.


Rimase Pandar di Troilo contento,
     E ciascheduno a sue bisogna attese.
     Ma come che a Troilo ogni dì cento
     Paresse d’esser con quella alle prese,
     Pur sofferia, e con sommo argomento
     In sè reggeva l’amorose offese,
     Dando a’ pensier d’amor la notte parte,
     E ’l dì co’ suoi al faticoso marte.

XXI.


In questo mezzo il tempo disiato
     Da’ due amanti venne, donde fessi
     Griseida a chiamar Pandaro, e mostrato
     Tutto gliel’ha; ma Pandaro dolessi
     Di Troilo, che ’l dì davanti andato
     Era con certi, per bisogni espressi
     Della lor guerra, alquanto di lontano,
     Bench’el dovea tornare a mano a mano.

XXII.


Disselo a lei, il che udir gravoso
     Molto le fu, ma questo non ostante,
     Pandar, siccome amico studïoso,
     Mandò tosto per lui un presto fante,
     Il qual senza pigliare alcun riposo
     In breve spazio a Troilo fu davante,
     Il quale udito ciò perchè venia,
     Lieto per ritornar si mise in via.

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XXIII.


E giunto a Pandar, da lui pienamente
     Intese ciò che esso far dovea;
     Laonde esso assai impazïente
     La notte attese, la qual gli parea
     Che si fuggisse, e poi tacitamente
     Con Pandar solo il suo cammin prendea
     In ver là dove Griseida stava,
     Che sola e paurosa l’aspettava.

XXIV.


Era la notte oscura e nebulosa
     Come Troilo volea, il quale attento
     Mirando andava ciascheduna cosa,
     Non fosse alcuna desse sturbamento,
     O poco o assai, alla sua amorosa
     Voglia, la qual del suo grave tormento
     Fosse sperava, ed in parte segreta,
     Sol se n’entrò nella casa già cheta.

XXV.


E in certo luogo rimoto ed oscuro,
     Come imposto gli fu, la donna attese;
     Nè gli fu l’aspettar forte nè duro,
     Nè il non veder dove fosse palese;
     Ma baldanzoso con seco e sicuro
     Spesso diceva: la donna cortese
     Tosto verrà, ed io sarò giocondo,
     Più che se sol fossi signor del mondo.

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XXVI.


Griseida l’aveva ben sentito
     Venire, perchè acciò ch’egli intendesse,
     Com’era imposto, ell’aveva tossito;
     E perchè l’esser non gli rincrescesse,
     Spesso parlava con suono spedito,
     Ed avacciava che ciascun sen giesse
     Tosto a dormir, dicendo ch’ella avea
     Tal sonno, che vegghiar più non potea.

XXVII.


Poi che ciascun sen fu ito a dormire,
     E la casa rimasta tutta cheta,
     Tosto parve a Griseida di gire
     Dov’era Troilo in parte segreta,
     Il qual, com’egli la sentì venire,
     Drizzato in piè, e con la faccia lieta
     Le si fe’ incontro, tacito aspettando,
     Per esser presto ad ogni suo comando.

XXVIII.


Avea la donna un torchio in mano acceso,
     E tutta sola discese le scale,
     E Troilo vide aspettarla sospeso,
     Cui ella salutò, poi disse, quale
     Ella potè: signor, se io ho offeso,
     In parte tale il tuo splendor reale
     Tenendo chiuso, pregoti per Dio,
     Che mi perdoni, dolce mio disio.

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XXIX.


A cui Troilo disse: donna bella,
     Sola speranza e ben della mia mente,
     Sempre davanti m’è stata la stella
     Del tuo bel viso splendido e lucente,
     E stata m’è più cara particella
     Questa, che ’l mio palagio certamente;
     E dimandar perdono a ciò non tocca;
     Poi l’abbracciò e baciaronsi in bocca.

XXX.


Non si partiron prima di quel loco,
     Che mille volte insieme s’abbracciaro
     Con dolce festa e con ardente gioco,
     Ed altrettante vie più si baciaro,
     Siccome que’ ch’ardevan d’ugual foco,
     E che l’un l’altro molto aveva caro;
     Ma come l’accoglienze si finiro,
     Salir le scale e ’n camera ne giro.

XXXI.


Lungo sarebbe a raccontar la festa,
     E impossibile a dire il diletto
     Che insieme preser pervenuti in questa:
     E’ si spogliarono e entraron nel letto;
     Dove la donna nell’ultima vesta
     Rimasa già, con piacevole detto
     Gli disse: speglio mio, le nuove spose
     Son la notte primiera vergognose.

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XXXII.


A cui Troilo disse: anima mia,
     I’ te ne prego, sì ch’io t’abbia in braccio
     Ignuda sì come il mio cor disia.
     Ed ella allora: ve’ che me ne spaccio;
     E la camicia sua gittata via,
     Nelle sue braccia si raccolse avaccio;
     E strignendo l’un l’altro con fervore,
     D’amor sentiron l’ultimo valore.

XXXIII.


O dolce notte, e molto disiata,
     Chente fostu alli due lieti amanti!
     Se la scïenza mi fosse donata
     Che ebbero i poeti tutti quanti,
     Per me non potrebbe esser disegnata;
     Pensilo chi fu mai cotanto avanti
     Mercè d’amor, quanto furon costoro,
     E saprà in parte la letizia loro.

XXXIV.


E’ non uscir di braccio l’uno all’altro
     Tutta la notte, e tenendosi in braccio,
     Si credeano esser tolti l’uno all’altro,
     O che non fosse ver che insieme in braccio,
     Siccome elli eran, fosse l’uno all’altro;
     Ma sognar si credean d’essere in braccio;
     E l’uno all’altro domandava spesso,
     O t’ho io in braccio, o sogno, o se’ tu desso?

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XXXV.


E’ si miravan con tanto disio,
     Che l’un dall’altro gli occhi non torcea,
     E l’uno all’altro diceva: amor mio,
     Deh può egli esser ch’io con teco stea?
     Sì cuor del corpo, mercè n’abbia Dio,
     Sovente l’uno all’altro rispondea,
     E strignendosi forte spessamente,
     Si baciavano insieme dolcemente.

XXXVI.


Troilo spesso i begli occhi amorosi
     Baciava di Griseida, dicendo:
     Voi mi metteste nel cuor sì focosi
     Dardi d’amor, de’ quali io tutto incendo;
     Voi mi pigliaste ed io non mi nascosi,
     Come suol far chi dubita, fuggendo;
     Voi mi tenete e sempre mi terrete
     Occhi miei bei nell’amorosa rete.

XXXVII.


Poi gli baciava e ribaciava ancora,
     E Griseida ancora i suoi baciava;
     Poi tutto il viso e ’l petto, e nessun’ora
     Senza mille sospiri valicava,
     Non de’ dolenti per cui si scolora,
     Ma di que’ pii, pe’ quai si dimostrava
     L’affezïon che giaceva nel petto,
     E dopo quei rinnovava il diletto.

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XXXVIII.


Deh pensin qui gli dolorosi avari,
     Che biasiman chi è innamorato,
     E chi, come fan essi, a far denari
     In alcun modo non s’è tutto dato,
     E guardin se tenendoli ben cari
     Tanto piacer fu mai da lor prestato,
     Quanto ne presta amore in un sol punto,
     A cui egli è con ventura congiunto.

XXXIX.


Ei diranno di sì, ma mentiranno;
     E questo amor, dolorosa pazzia
     Con risa e con ischerzi chiameranno;
     Senza veder, che sola un’ora fia
     Quella che sè e’ denari perderanno,
     Senza aver gioia saputo che sia
     Nella lor vita: Iddio gli faccia tristi,
     Ed agli amanti doni i loro acquisti.

XL.


Rassicurati insieme i due amanti,
     Insieme incominciaro a ragionare,
     E l’uno all’altro i preteriti pianti,
     E l’angosce e’ sospiri a raccontare;
     E tai ragionamenti tutti quanti
     Spesso rompean con fervente baciare,
     Ed isbandendo la passata noia,
     Prendeano insieme dilettosa gioia.

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XLI.


Ragion non vi si fece di dormire,
     Ma che la notte non venisse meno
     Per bene assai vegghiare avean disire;
     Sazïarsi l’un dell’altro non potieno,
     Quantunque molto fosse il fare e il dire,
     Ciò che a quel atto appartener credieno;
     E senza invan lasciar correr le dotte
     Tutte l’adoperaron quella notte.

XLII.


Ma poich’e’ galli presso al giorno udiro
     Cantar, per l’aurora che sorgea,
     Dell’abbracciar si rinfocò il desiro,
     Dolendosi dell’ora che dovea
     Lor dipartire, ed in nuovo martiro,
     Il qual nessuno ancor provato avea,
     Porli, per l’esser da lor seperati,
     Vie più che mai d’amor ora infiammati.

XLIII.


Li quai come Griseida cantare
     Sentì, dolente disse: o amor mio,
     Ora si fa da doversi levare,
     Se ben vogliam celar nostro disio;
     Ma io ti voglio, amor mio, abbracciare,
     Pria che ti levi, un poco, acciocchè io
     Men doglia senta della tua partita,
     Deh abbraccia tu me, dolce mia vita.

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XLIV.


Troilo l’abbracciò quasi piangendo,
     E strignendola forte la baciava,
     Il giorno che venia maledicendo,
     Che lor così avaccio separava;
     Poi cominciò in verso lei dicendo:
     Il dipartir senza modo mi grava;
     Come partir da te mi debbo mai,
     Che ’l ben ch’io sento, donna, tu mel dai?

XLV.


Non so com’io non mora pur pensando
     Ch’andar me ne convien contra il volere,
     E già di vita ch’io n’ho preso bando,
     E morte sopra me molto ha potere,
     Nè so del ritornar come nè quando;
     O fortuna, perchè da tal piacere
     Lontani me, che più d’altro mi piace,
     Perchè mi togli il sollazzo e la pace?

XLVI.


Deh che farò? se già nel primo passo
     Sì mi strigne il disio di ritornarci,
     Che vita nol sostiene, oimè lasso?
     Deh perchè vien sì tosto a allontanarci
     O dispietato giorno? quando basso
     Sarai che io ti veggi a ristorarci?
     Oimè che io non so! Quindi rivolto
     A Griseida baciava il fresco volto,

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XLVII.


Dicendo: s’io credessi in la tua mente,
     Donna mia bella, sì com’io ti tegno
     Dentro alla mia, star continuamente,
     Più caro mi saria che ’l troian regno,
     E di questo partir saria paziente,
     Poscia che a quel contra mia voglia vegno,
     E spererei tornarci a tempo e loco,
     A temperar com’ora il nostro fuoco.

XLVIII.


Griseida gli rispose sospirando,
     Mentre che stretto nelle braccia il tiene:
     Anima mia, i’ udii, ragionando
     Già è assai, se mi ricordo bene,
     Che amore è uno spirto avaro, e quando
     Alcuna cosa prende, sì la tiene
     Serrata forte e stretta con gli artigli,
     Ch’a liberarla invan si dan consigli.

XLIX.


Egli ha ghermito me in tal maniera
     Per te, caro mio ben, che s’io volessi
     Ritornarmi ora quale prima m’era,
     Non ti cappia nel capo ch’io potessi;
     Tu mi se’ sempre da mane e da sera
     Nella mente fermato; e s’io credessi
     Così essere a te, io mi terrei
     Beata più che chieder non saprei.

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L.


Però sicuro vivi del mio amore,
     Il qual mai per altrui più non provai;
     E se ’l tornarci disii con fervore,
     Io il disio vie più di te assai,
     Nè prima mi fien date lecite ore
     Sopra di me, che tu ci tornerai;
     Cuor del mio corpo i’ mi ti raccomando;
     E così detto il baciò sospirando.

LI.


Levossi Troilo contro a suo volere,
     Poi che baciata l’ebbe cento volte:
     Ma pur veggendo quel ch’era dovere,
     Sì vesti tutto, e poscia dopo molte
     Parole, disse: io fo il tuo volere,
     Io me ne vo; fa’ che non mi sian tolte
     Le tue promesse, e accomandoti a Dio,
     E teco lascio lo spirito mio.

LII.


A lei non venne alla risposta voce,
     Tanta noia la strinse il suo partire
     Ma Troilo quindi con passo veloce,
     Ver lo palagio suo ne prese a gire;
     E’ sente ben ch’amor vie più lo cuoce
     Che non faceva prima nel disire,
     Tanto ha da più Griseida trovata,
     Che seco non l’avea prima stimata.

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LIII.


Tornato Troilo nel real palagio,
     Tacitamente se n’entrò nel letto,
     Per dormir se potesse alquanto ad agio;
     Ma non gli potè entrar sonno nel petto,
     Sì gli facean nuovi pensier disagio,
     Rammemorando il passato diletto,
     Pensando seco quanto più valeva
     Griseida bella, ch’el non si credeva.

LIV.


E giva ciascun atto rivolgendo
     Nel suo pensiero, e il savio ragionare;
     E seco spesso ancora ripetendo
     Il piacevole e ’l dolce motteggiare;
     L’amor di lei ancor giva sentendo
     Troppo maggior che nel suo immaginare;
     E con tali pensier più s’accendea
     In amor forte, e non se n’avvedea.

LV.


Griseida seco facea il simigliante,
     Di Troilo parlando nel suo core;
     E seco lieta di sì fatto amante,
     Grazie infinite ne rendea ad amore:
     E parle ben mille anni che davante
     A lei ritorni il suo vago amatore,
     E ch’ella il tenga in braccio e baci spesso,
     Come la notte avea fatto d’appresso.

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LVI.


Fu la mattina: Pandaro venuto
     A Troilo levato, e’ salutollo,
     E Troilo gli rendè il suo saluto,
     E con disio gli si gittò al collo:
     Pandaro mio, tu sii il ben venuto:
     E nella fronte con amor baciollo;
     Tu m’hai d’inferno messo in paradiso,
     Amico mio, se io non sia ucciso.

LVII.


Io non potrei giammai operar tanto
     Se per te mille volte il dì morisse,
     Che io facessi un atamo di quanto
     Conosco aperto ti si convenisse:
     Tu m’hai in gioia posto d’aspro pianto;
     E da capo baciollo, e quindi disse:
     Dolce mio ben, che contento mi fai,
     Quando sarà ch’io più ti tenga mai?

LVIII.


Non vede il sol, che tutto il mondo vede,
     Sì bella donna nè tanto piacente,
     Se le parole mie meritan fede,
     Sì costumata, vaga ed avvenente,
     Quanto lei, la cui buona mercede,
     Più ch’altro i’ vivo allegro veramente;
     Lodato sia amor che mi fe’ suo,
     E similmente il buon servigio tuo.

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LIX.


Dunque non m’hai poca cosa donata,
     Nè me a poca cosa donat’hai:
     La vita mia ti fia sempre obbligata,
     E ad ogni tuo piacer sempre l’avrai;
     Tu l’hai da morte a vita suscitata:
     E qui si tacque allegro più che mai.
     Pandaro uditol, stette alquanto, e poi
     Così rispose lieto a’ detti suoi:

LX.


S’i’ ho, bel dolce amico, fatta cosa
     Che ti sia grata, assai ne son contento,
     Ed émmi sommamente grazïosa ,
     Ma nondimen più che mai ti rammento
     Che ponghi freno alla mente amorosa,
     E sii savio, che dove ’l tormento
     Hai tolto via con dilettosa gioia,
     Per favellar non ti ritorni in noia.

LXI.


Io ’l farò sicchè a grado sieti,
     Rispose Troilo al suo caro amico;
     Poi gli contò gli accidenti suoi lieti
     Con somma festa, e seguì: ben ti dico
     Ch’io non fu’ mai d’amor dentro alle reti
     Com’io son ora, e vie più che l’antico
     Ora mi cuoce il fuoco che tratto aggio
     Degli occhi di Griseida e del visaggio.

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LXII.


Io ardo più che mai, ma questo fuoco
     Ch’io sento nuovo, è d’altra qualitate
     Che quel di prima; or mi rinfresca il giuoco,
     Sempre nel cor pensando alla beltate
     Che n’è cagion; ma vero è che un poco
     Le voglie mie più calde che l’usate
     Fa di tornar nell’amorose braccia,
     E di baciar la delicata faccia.

LXIII.


Saziar non si poteva il giovinetto
     Di ragionar con Pandaro del bene
     Il qual sentito aveva, e del diletto,
     E del conforto dato alle sue pene,
     E dell’amor che portava perfetto
     A Griseida, in cui sola la spene
     Aveva posta, e messone in oblio
     Ogni suo altro fatto e gran disio.

LXIV.


Fra picciol tempo, la lieta fortuna
     Di Troilo, rendè luogo a’ suoi amori;
     Il qual, poscia che fu la notte bruna,
     Dei suo palagio solo uscito fuori,
     Senza nel ciel vedere stella alcuna,
     Per lo cammino usato a’ suoi dolzori
     Nascosamente se n’entrò, e cheto
     Nel luogo usato e’ si stette segreto.

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LXV.


Come Griseida l’altra volta venne,
     Così a tempo venne questa volta,
     Ed il modo di prima tutto tenne;
     E poi che lieta e grazïosa accolta
     Fatta s’ebber fra lor quanto convenne,
     Presi per man con allegrezza molta
     Nella camera insieme se n’entraro,
     E senza indugio alcun si coricaro.

LXVI.


Come Griseida Troilo in braccio ebbe,
     Così gioiosa cominciò a dire:
     Qual donna fu, o mai esser potrebbe,
     La qual potesse tanto ben sentire
     Quant’io fo or? Deh chi se ne terrebbe,
     Di non dovere a mano a man morire,
     Se altro non potesse, per avere
     Un poco sol di così gran piacere?

LXVII.


Poi cominciava: dolce l’amor mio,
     Io non so che mi dir, nè mai potrei
     Dir la dolcezza e ’l focoso disio
     Che m’hai nel petto messo, ov’io vorrei
     Aver te tutto sempre sì com’io
     V’ho l’imagine tua; nè chiederei
     A Giove più, se questo mi facesse,
     Che sì com’ora sempre mi tenesse.

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LXVIII.


Io non mi credo ch’el possa giammai
     Questo fuoco allenar, com’io credea
     Che el facesse, poi che insieme assai
     Fossimo stati, ma ben non vedea;
     L’acqua del fabbro su gettata ci hai,
     Sicchè egli arde più che non facea,
     Perchè mai non t’amai quant’ora t’amo,
     Che giorno e notte ti disio e bramo.

LXIX.


Troilo a lei diceva il simigliante,
     Tenendosi amendue in braccio stretti;
     E motteggiando usavan tutte quante
     Quelle parole, ch’a cotai diletti
     Si soglion dir tra l’uno e l’altro amante,
     Baciandosi le bocche, gli occhi e’ petti,
     Rendendo l’uno all’altro le salute,
     Che scrivendosi insieme eran taciute.

LXX.


Ma il nemico giorno s’appressava,
     Come per segno si sentiva aperto,
     Il qual ciascun cruccioso bestemmiava,
     Parendo lor ch’egli si fosse offerto
     Più tosto assai ch’offrirsi non usava,
     Il che doleva a ciascun per lo certo;
     Ma poi che più non si poteva, allora
     Ciascun su si levò senza dimora.

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LXXI.


L’uno dall’altro fece dipartenza
     Al modo usato, dopo più sospiri;
     E nel futuro, ordinaron che senza
     Indugio si tornasse a que’ disiri;
     Sicchè potesser colla lor presenza
     Rattemperar gli amorosi martirj,
     Ed operar sì lieta gioventute
     Mentre durasse in sì fatta salute.

LXXII.


Era contento Troilo, ed in canti
     Menava la sua vita e in allegrezza:
     L’alte bellezze ed i vaghi sembianti
     Di qualunque altra donna nulla prezza,
     Fuor che la sua Griseida, e tutti quanti
     Gli altri uomin vivere in trista gramezza,
     A rispetto di sè, seco credeva;
     Tanto il suo ben gli aggradiva e piaceva.

LXXIII.


Esso talvolta Pandaro pigliava
     Per mano, e in un giardin con lui ne gia;
     E con el pria di Griseida parlava,
     Del suo valore e della cortesia;
     Poi lietamente con lui cominciava,
     Rimoto tutto da malinconia,
     Lietamente a cantare in cotal guisa,
     Qual qui senz’alcun mezzo si divisa.

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LXXIV.


O luce eterna, il cui lieto splendore
     Fa bello il terzo ciel, dal qual ne piove
     Piacer, vaghezza, pietade ed amore;
     Del sole amica, e figliuola di Giove,
     Benigna donna d’ogni gentil core,
     Certa cagion del valor che mi muove
     A’ sospir dolci della mia salute,
     Sempre lodata sia la tua virtute.

LXXV.


Il ciel, la terra, lo mare e l’inferno,
     Ciascuno in sè la tua potenzia sente,
     O chiara luce; e s’io il ver discerno,
     Le piante, i semi, e l’erbe parimente,
     Gli uccei, le fiere, i pesci con eterno
     Vapor ti senton nel tempo piacente,
     E gli uomini e gli dei, nè creatura
     Senza di te nel mondo vale o dura.

LXXVI.


Tu Giove prima agli alti effetti lieto,
     Pe’ qua’ vivono e son tutte le cose,
     Movesti, o bella dea; e mansueto
     Sovente il rendi all’opere noiose
     Di noi mortali, e il meritato fleto
     In liete feste volgi e dilettose;
     E in mille forme già quaggiù il mandasti,
     Quand’ora d’una ed or d’altra il pregasti.

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LXXVII.


Tu ’l fiero Marte al tuo piacer benegno
     Ed umil rendi, e cacci ciascun’ira;
     Tu discacci viltà, e d’alto sdegno
     Riempi chi per te, o dea, sospira;
     Tu d’alta signoria merito e degno
     Fai ciaschedun secondo ch’el disira;
     Tu fai cortese ognuno e costumato,
     Chi del tuo fuoco alquanto è infiammato.

LXXVIII.


Tu in unità le case e le cittadi,
     Li regni, e le provincie, e ’l mondo tutto
     Tien, bella dea; tu dell’amistadi
     Se’ cagion certa e di lor caro frutto:
     Tu sola le nascose qualitadi
     Delle cose conosci, onde ’l costrutto
     Vi metti tal, che fai maravigliare
     Chi tua potenza non sa riguardare.

LXXIX.


Tu legge, o dea, poni all’universo,
     Per la qual esso in esser si mantiene;
     Nè è alcuno al tuo figliuolo avverso,
     Che non sen penta, se d’esser sostiene;
     Ed io che già con ragionar, perverso
     Li fui, aval, sì come si conviene,
     Mi riconosco innamorato tanto,
     Ch’esprimere giammai non potre’ quanto.

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LXXX.


Il che, se avvegna ch’alcuno riprenda,
     Poco men curo, che non sa che dirsi:
     Ercole forte in questo mi difenda,
     Che da amore non potè schermirsi,
     Avvegna ch’ogni savio il ne commenda;
     E chi con frode non vuol ricoprirsi
     Non dirà mai che a me fia disdicevole
     Ciò che ad Ercole fu già convenevole.

LXXXI.


Adunque io amo, e intra’ grandi effetti
     Tuoi, questo più mi piace e aggrada;
     Questo seguisco, in cui tutti i diletti
     Son (se diritto l’anima mia bada),
     Più che in altro compiuti e perfetti,
     Anzi da questo ogni altro si disgrada;
     Questo mi fa seguitar quella donna,
     Che di valore più ch’altra s’indonna;

LXXXII.


Questo m’induce avale a rallegrarmi,
     E farà sempre, sol che io sia saggio;
     Questo m’induce, o dea, tanto a lodarmi
     Del tuo lucente e virtuoso raggio,
     Per lo qual benedico che alcun’armi
     Non mi difeser dal chiaro visaggio,
     Nel qual la tua virtù vidi dipinta,
     E la potenza lucida e distinta.

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LXXXIII.


E benedico il tempo, l’anno, e ’l mese,
     E ’l giorno, l’ora, e ’l punto, che così
     Onesta, bella, leggiadra e cortese,
     Primieramente apparve agli occhi miei;
     E benedico il figliuol che m’accese
     Del suo valor, per la virtù di lei,
     E che m’ha fatto a lei servo verace,
     Negli occhi suoi ponendo la mia pace.

LXXXIV.


E benedico i ferventi sospiri
     Ch’i’ ho per lei cacciati già dal petto;
     E benedico i pianti ed i martirj
     Che fatti m’ha avere amor perfetto;
     E benedico i focosi desiri
     Tratti dal suo più bel che altro aspetto,
     Perciocchè prezzo di sì alta cosa
     Istati sono, e tanto grazïosa.

LXXXV.


Ma sopra tutti benedico Iddio,
     Che tanto cara donna diede al mondo,
     E che tanto di lume ancor nel mio
     Discerner pose in questo basso fondo,
     Che in lei, innanzi ad ogni altro disio,
     Io accendessi e fossine giocondo,
     Talchè grazie giammai non si porieno
     Render per uom, quai render si dovrieno.

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LXXXVI.


Se cento lingue, e ciascuna parlante,
     Nella mia bocca fossero, e ’l sarpere
     Nel petto avessi d’ogni poetante,
     Esprimer non potrei le virtù vere,
     L’alta piacevolezza e l’abbondante
     Sua cortesia; chi n’ha dunque potere,
     Prego divoto che lei lungamente
     Mi presti, e me ne faccia conoscente;

LXXXVII.


Che se’ tu dessa, o dea, che far lo puoi,
     Sol che tu vogli, ed io ten prego molto;
     Chi più felice si potrà dir poi,
     Se ’l tempo che con meco esser dee volto
     Tutto disponi a’ piacer miei e suoi?
     Deh fallo, o dea, poichè mi son raccolto
     Nelle tue braccia, donde uscito m’era,
     Non ben sapendo la tua virtù vera.

LXXXVIII.


Segua chi vuole i regni e le ricchezze,
     L’arme, i cavai, le selve, i can, gli uccelli,
     Di Pallade gli studii e le prodezze
     Di Marte, ch’io in mirare gli occhi belli
     Della mia donna e le vere bellezze
     Il tempo vo’ por tutto, che son quelli
     Che sopra Giove mi pongon, qualora
     Gli miro, tanto il cor se ne innamora.

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LXXXIX.


Io non ho grazie quai si converrieno
     A te da me, o bella luce eterna,
     Però prima tacer che non appieno
     Renderle: vuo’mmi tu chiara lucerna
     Al desiderio mio non venir meno?
     Prolunga, cela, correggi e governa
     Il mio ardore, e quel di questa a cui
     Son dato, e fa’ che non sia mai d’altrui.

XC.


Nell’opere opportune alla lor guerra
     Egli era sempre nell’armi il primiero;
     Che sopra’ Greci uscia fuor della terra,
     Tanto animoso, e sì forte e sì fiero,
     Che ciascun ne dottava, se non erra
     La storia; e questo spirto tanto altiero
     Più che l’usato gli prestava amore,
     Di cui egli era fedel servidore.

XCI.


Ne’ tempi delle triegue egli uccellava,
     Falcon, girfalchi ed aquile tenendo;
     E tal fïata con li can cacciava,
     Orsi, cinghiali, e gran lion seguendo,
     Li piccoli animai tutti spregiava;
     Ed a’ suoi tempi Griseida vedendo
     Si rifaceva grazïoso e bello
     Come falcon ch’uscisse di cappello.

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XCII.


Era d’amor tutto il suo ragionare,
     O di costumi, e pien di cortesia;
     Lodava molto i valenti onorare,
     E simile i cattivi cacciar via:
     Piaceali ancora di vedere ornare
     Li giovani d’onesta leggiadria;
     E tenea senza amore ognun perduto,
     Di quale stato che si fosse suto.

XCIII.


Ed avvegna ch’el fosse di reale
     Sangue, e volendo ancor molto potesse;
     Benigno si faceva a tutti eguale,
     Come che alcun talvolta nol valesse:
     Così voleva amor, che tutto vale,
     Che el per compiacere altrui facesse;
     Superbia, invidia, ed avarizia in ira
     Aveva, ed ognun dietro si tira.

XCIV.


Ma poco tempo durò cotal bene,
     Mercè della fortuna invidïosa,
     Che in questo mondo nulla fermo tiene;
     Ella li volse la faccia crucciosa
     Per nuovo caso, sì com’egli avviene,
     E sottosopra volgendo ogni cosa,
     Di Griseida gli tolse i dolci frutti,
     E i lieti amor rivolse in tristi lutti.