Il Filostrato/Parte seconda

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Parte seconda

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Parte prima Parte terza
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IL

FILOSTRATO

DI GIOVANNI BOCCACCI



PARTE SECONDA



ARGOMENTO

Comincia la seconda parte del Filostrato, nella quale Troilo manifesta il suo amore a Pandaro cugino di Griseida, il quale lui conforta, ed a Griseida scuopre l’occulto amore, e con preghi e con lusinghe la induce ad amare Troilo; e primieramente, dopo molti ragionamenti, Troilo a Pandaro, nobile giovane troiano, discuopre in tutto il suo amore.


I.


Standosi in cotal guisa un dì soletto
     Nella camera sua Troilo pensoso,
     Vi sopravvenne un troian giovinetto,
     D’alto lignaggio e molto coraggioso;
     Il qual veggendo lui sopra il suo letto
     Giacer disteso e tutto lagrimoso,
     Che è questo, gridò, amico caro?
     Hatti già così vinto il tempo amaro?

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II.


Pandaro, disse Troilo, qual fortuna
     T’ha qui condotto a vedermi morire?
     Se la nostra amistade ha forza alcuna,
     Piacciati quinci volerti partire,
     Ch’io so che grave più ch’altra nessuna
     Cosa ti fia il vedermi morire;
     Ed io non sono per più stare in vita,
     Tant’è la mia virtù vinta e smarrita,

III.


Nè creder tu che l’assediata Troia,
     O d’armi affanno, o alcuna paura,
     Cagion mi sia della presente noia,
     Quest’è tra l’altre la mia minor cura;
     Altro mi strigne a pur voler ch’io muoia,
     Ond’io mi dolgo della mia sciagura;
     Che ciò si sia non ten curare amico,
     Ch’io ’l taccio per lo meglio e non tel dico.

IV.


Di Pandar crebbe allora la pietade,
     Ed il disio di voler ciò sapere,
     Ond’el seguì: se la nostra amistade,
     Come soleva, t’è ora in piacere,
     Discuopri a me qual sia la crudeltade
     Che di morir ti fa tanto calere;
     Ch’atto non è d’amico, alcuna cosa
     Al suo amico di tener nascosa.

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V.


Io vo’ con teco partir queste pene,
     Se dar non posso a tua noia conforto,
     Perciocchè coll’amico si convene
     Ogni cosa partir, noia e diporto;
     Ed io mi credo che tu sappia bene
     Se io t’ho amato a diritto ed a torto,
     E s’io farei per te ogni gran fatto,
     E fosse che volesse ed in qual atto.

VI.


Troilo trasse allora un gran sospiro,
     E disse: Pandar, poscia che ti piace
     Pur di voler sentire il mio martiro,
     Dirotti brevemente che mi sface;
     Non perch’io speri che al mio disiro
     Per te si possa porre fine o pace,
     Ma sol per soddisfare al tuo gran priego,
     Al qual non so come mi metta niego.

VII.


Amore, incontro al qual chi si difende
     Più tosto è preso, ed adopera invano,
     D’un piacer vago tanto il cor m’accende,
     Ch’io n’ho per quel da me fatto lontano
     Ciaschedun altro; e questo sì m’offende,
     Come tu puoi veder, che la mia mano
     Appena mille volte ho temperata,
     Ch’ella non m’abbia la vita levata.

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VIII.


Bastiti questo, caro amico mio,
     Sentir de’ miei dolori, i quai giammai
     Più non scopersi: e pregoti per Dio,
     S’alcuna fede al nostro amor tu hai,
     Ch’altrui tu non discopri tal disio,
     Che noia men potria seguire assai.
     Tu sai quel c’hai voluto, vanne, e lascia
     Qui me combatter colla mia ambascia.

IX.


O, disse Pandar, come hai tu potuto
     Tenermi tanto tal fuoco nascoso?
     Che t’avrei dato consiglio o aiuto,
     E trovato alcun modo al tuo riposo.
     A cui Troilo disse: come avuto
     Da te l’avrei, che sempre te doglioso
     Per amor vidi, e non ten sai atare?
     Me dunque come credi sodisfare?

X.


Pandaro disse: Troilo, io conosco
     Che tu di’ il ver, ma spesse volte avviene,
     Che quei che sè non sa guardar dal tosco,
     Altrui per buon consiglio salvo tiene:
     E già veduto s’è andare il losco
     Dove l’alluminato non va bene;
     E benchè l’uom non prenda buon consiglio,
     Donar lo puote nell’altrui periglio.

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XI.


Io ho amato sventuratamente,
     Ed amo ancora per lo mio peccato;
     E ciò avvien, perchè celatamente
     Non ho, siccome tu, altrui amato.
     Sarà che Dio vorrà; ultimamente,
     L’amore ch’io t’ho sempre mai portato,
     Ti porto e porterò, nè giammai fia
     Chi sappia che da te detto mi sia.

XII.


Però ti rendi, amico mio, sicuro
     Di me, e dimmi chi ti sia cagione
     Di questo viver sì noioso e duro,
     Nè temer mai di mia riprensïone
     D’amor, perocchè que’ che savii furo
     Ne dichiarar con lor savio sermone,
     Ch’amor di cuore non potea esser tolto,
     Se non da sè per lungo tempo sciolto.

XIII.


Lascia l’angoscia tua, lascia i sospiri,
     E ragionando mitiga il dolore;
     Così facendo passano i martirj,
     E molto ancora menoma l’ardore,
     Quando compagni in simili desiri
     Colui si vede il quale è amatore;
     Ed io, come tu sai, contra mia voglia
     Amo, nè mi può tor nè crescer doglia.

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XIV.


Forse fia tal colei che ti tormenta,
     Che ’n tuo piacer potrò operare assai,
     Ed io farei la tua voglia contenta,
     Se io potessi, più ch’io non fei mai
     La mia; tu il vederai: fa’ ch’io senta
     Chi sia colei per cui questa pena hai;
     Leva su, non giacer, pensa che meco
     Ragionar puoi come con esso teco.

XV.


Si stette Troilo alquanto sospeso,
     E dopo il trarre d’un sospiro amaro,
     E di rossor nel viso tutto acceso
     Per vergogna, rispose: amico caro,
     Cagione assai onesta m’ha difeso
     Di farti l’amor mio palese e chiaro,
     Perocchè quella che qui m’ha condotto
     È tua parente; e più non fece motto;

XVI.


E sopra il letto ricadde supino,
     Piangendo forte e nascondendo il viso.
     A cui Pandaro disse: amico fino,
     Poca fidanza t’ha nel petto miso
     Cotal sospetto; orsù lascia il tapino
     Pianto che fai, che io non sia ucciso;
     Se quella ch’ami fosse mia sorella,
     A mio potere avrai tuo piacer d’ella.

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XVII.


Leva su, dimmi, di’ chi è costei,
     Dillomi tosto sì ch’io veggia via
     Al tuo conforto, ch’altro non vorrei.
     È ella donna che sia in casa mia?
     Deh dimmel tosto, che s’ella è colei,
     Ch’io vo meco pensando ch’ella sia,
     Non credo che trapassi il giorno sesto,
     Che ti trarrò di stato sì molesto.

XVIII.


Troilo a questo nulla rispondea,
     Ma ciascun’ora più ’l viso turava;
     E pure udendo ciò che promettea
     Pandaro, seco alquanto più sperava:
     E’ volea dire, e poi si ritenea,
     Tanto d’aprirlo a lui si vergognava;
     Ma stimolandol Pandaro, si volse
     Ver lui piangendo, e tai parole sciolse.

XIX.


Pandaro mio, vorrei esser già morto,
     Pensando a quel ch’amore m’ha sospinto,
     E s’io potessi senza farti torto
     Celarlo, già non men sarei infinto;
     Ma più non posso, e se tu sei accorto
     Siccome suoi, veder puoi che distinto
     Amor non ha che l’uomo ami per legge,
     Fuor che colei cui l’appetito elegge.

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XX.


Altri, come tu sai, amar le suore,
     E le suore i fratelli, e le figliuole
     Talvolta i padri, e’ suoceri le nuore,
     Le matrigne i figliastri talor suole
     Anche avvenir; ma me ha preso amore
     Per tua cugina, il che forte mi duole,
     Io dico per Griseida: e questo detto,
     Boccon piangendo ricadde in sul letto.

XXI.


Come Pandaro udì colei nomare,
     Così ridendo disse: amico mio,
     Per Dio ti prego non ti sconfortare;
     Amore ha posto in parte il tuo disio,
     Tal ch’el non lo potea meglio allogare,
     Perch’ella il val veracemente, s’io
     M’intendo di costumi, o di grandezza
     D’animo, o di valore o di bellezza.

XXII.


Nulla donna fu mai più valorosa,
     Nulla ne fu più lieta e più parlante,
     Nulla più da gradir nè più graziosa,
     Nulla di maggior animo tra quante
     Ne furon mai; nè è sì alta cosa
     Ch’ella non imprendesse tanto avante
     Quanto alcun re, e che ’l cuor non le desse
     Di trarla a fine, sol che si potesse.

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XXIII.


Solo una cosa alquanto a te molesta
     Ha mia cugina in sè oltre alle dette,
     Che ella è più che altra donna onesta,
     E più d’amore ha le cose dispette:
     Ma s’altro non ci noia, credi a questa
     Troverò modo con mie parolette
     Qual ti bisogna; possi tu soffrire,
     Ben raffrenando il tuo caldo disire.

XXIV.


Ben puoi dunque veder ch’amor t’ha posto
     In luogo degno della tua virtute;
     Sta’ dunque fermo nell’alto proposto,
     E bene spera della tua salute,
     La quale credo che seguirà tosto,
     Se tu col pianto tuo non la rifiute;
     Tu se’ di lei ed ella è di te degno,
     Ed io ci adoprerò tutto ’l mio ingegno.

XXV.


Non creder, Troilo, ch’io non vegga bene
     Non convenirsi a donna valorosa
     Sì fatti amori, e quel ch’a me ne viene,
     Ed a lei ed a’ suoi, se cotal cosa
     Alla bocca del volgo mai perviene,
     Che, per follia di noi, vituperosa
     È divenuta, dove esser solea
     Onor, dappoi per amor sì facea.

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XXVI.


Ma perciocchè ’l disio s’è impedito
     All’operare, e tutto simigliante
     Non conosciuto, parmi per partito
     Poter pigliar, che ciascheduno amante
     Possa seguire il suo alto appetito,
     Sol che sia savio in fatto ed in sembiante,
     Senza vergogna alcuna di coloro
     A cui tien la vergogna e l’onor loro.

XXVII.


Io credo certo, ch’ogni donna in voglia
     Viva amorosa, e null’altro l’affrena
     Che tema di vergogna; e se a tal doglia,
     Onestamente medicina piena
     Si può donar, folle è chi non la spoglia,
     E poco parmi gli cuoca la pena.
     La mia cugina è vedova, e disia;
     E se ’l negasse nol gliel crederia.

XXVIII.


Poichè sentendo te saggio ed accorto,
     A lei e ad amendue posso piacere,
     E a ciascuno donar pari conforto,
     Poscia che occulto il dovete tenere,
     E fia come non fosse; e farei torto,
     Se in ciò non ne facessi il mio potere
     In tuo servigio; e tu sii saggio poi,
     Nel tener chiuso tal’opera altroi.

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XXIX.


Udiva Troilo Pandaro contento
     Sì nella mente, ch’esser gli parea
     Quasi già fuor di tutto il suo tormento,
     E più nel suo amor si raccendea.
     Ma poichè alquanto stato fu attento,
     A Pandaro si volse e gli dicea:
     Io credo ciò che tu di’ di costei,
     Ma troppo ne par più agli occhi miei.

XXX.


Ma come mancherà però l’ardore
     Ch’io porto dentro, ch’io non vidi mai
     Che ella s’accorgesse del mio amore?
     Ella nol crederà se tu il dirai:
     Poi per tema di te, questo furore
     Biasimerà, e niente farai;
     E se nel cuor l’avesse, per mostrarti
     D’essere onesta, non vorrà ascoltarti.

XXXI.


Ed oltre a questo, Pandar, non vorria
     Che tu credessi che io disiassi
     Di cotal donna alcuna villania,
     Ma che le fosse a grado ch’io l’amassi
     Solamente vorrei, questo mi fia
     Sovrana grazia se io la impetrassi;
     Di questo cerca, e più non ti dimando;
     Poi abbassò il viso alquanto vergognando.

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XXXII.


A cui ridendo Pandaro rispose:
     Niente nuoce ciò che tu ragioni,
     Lascia far me, che le fiamme amorose
     Ho per le mani, e sì fatti sermoni,
     E seppi già recar più alte cose
     Al fine suo con nuove condizioni;
     Questa fatica tutta sarà mia,
     E ’l dolce fine tuo voglio che sia.

XXXIII.


Troilo destro si gittò in terra
     Dal letto, lui abbracciando e baciando,
     Giurando appresso che la greca guerra
     Vincer nulla sariegli trionfando,
     Appresso a quest’ardor che tanto il serra:
     Pandaro mio, io mi ti raccomando,
     Tu savio, tu amico, tu sai tutto
     Ciò che bisogni a dar fine al mio lutto.

XXXIV.


Pandaro disioso di servire
     Il giovinetto, il quale molto amava,
     Lasciato lui dove gli piacque gire,
     Sen gì ver dove Griseida stava;
     La qual veggendo lui a sè venire,
     Levata in piè da lunge il salutava,
     E Pandar lei, che per la man pigliata,
     In una loggia seco l’ha menata.

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XXXV.


Quivi con risa e con dolci parole,
     Con lieti motti e con ragionamenti
     Parentevoli assai, sì come suole
     Farsi talvolta tra congiunte genti,
     Si stette alquanto, come quei che vuole
     Al suo proposto con nuovi argomenti
     Venire, se il potrà, e nel bel viso
     Cominciò forte a riguardarla fiso.

XXXVI.


Griseida che ’l vede, sorridendo
     Disse: cugin, non mi vedesti mai,
     Che tu mi vai così mente tenendo?
     A cui rispose Pandaro: ben sai
     Ch’io t’ho veduta e di vederti intendo;
     Ma tu mi par più che l’usato assai
     Bella, ed hai più di che lodare Iddio,
     Che altra bella donna al parer mio.

XXXVII.


Griseida disse: che vuol dir codesto?
     Perchè più ora che per lo passato?
     A cui Pandar rispose lieto e presto:
     Perchè il tuo è il più avventurato
     Viso, che mai donna avesse in questo
     Mondo, s’io non mi sono ingannato;
     A sì fatto uomo ho sentito che piace
     Oltre misura sì, che se ne sface.

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XXXVIII.


Griseida alquanto arrossì vergognosa
     Udendo ciò che Pandaro diceva,
     E rassembrava a mattutina rosa;
     Poi tai parole a Pandaro moveva:
     Non ti far beffe di me, che gioiosa
     D’ogni tuo ben sarei, poco doveva
     Avere a far colui a cui io piacqui,
     Che mai più non m’avvenne poi ch’io nacqui.

XXIX.


Lasciamo stare i motti, disse allora
     Pandaro: dimmi se’ ten tu accorta?
     A cui ella rispose: non è ancora
     Più d’un che d’altro, s’io non sia morta;
     È vero ch’io ci veggo ad ora ad ora
     Passare alcun, che sempre alla mia porta
     Rimira, nè so io se va cercando
     Di veder me, o d’altro va musando.

XL.


Pandaro disse allora: chi è colui?
     A cui Griseida disse: veramente
     Io nol conosco, nè ti so di lui
     Più oltre dire. E Pandaro, che sente
     Che di Troilo non dice, ma d’altrui,
     Così seguì a lei subitamente:
     Non è colui il qual tu hai feruto,
     Uom che non sia da tutti conosciuto.

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XLI.


Chi è dunque colui che si diletta
     Sì di vedermi? Griseida disse.
     A cui Pandaro allora: giovinetta,
     Poichè colui che il mondo circonscrisse,
     Fece il primo uom, non credo più perfetta
     Anima in alcun altro mai inserisse,
     Che quella di colui che t’ama tanto,
     Che dir non si potrebbe giammai quanto.

XLII.


Egli è d’animo altiero e di linguaggio,
     Onesto molto, e cupido d’onore;
     Di senno natural più ch’altro uom saggio,
     Nè di scïenza n’è alcun maggiore;
     Prode ed ardito, e chiaro nel visaggio;
     Io non potrei dir tutto il suo valore;
     Deh quanto ell’è felice tua bellezza,
     Poichè tal uomo più ch’altra l’apprezza!

XLIII.


Ben’è la gemma posta nell’anello,
     Se tu se’ savia come tu se’ bella.
     Se tu diventi sua, così com’ello
     È divenuto tuo, ben fia la stella
     Giunta col sole; nè mai fu donzello
     Giunto sì bene ad alcuna donzella,
     Come tu seco, se savia sarai:
     Beata a te se tu ’l conoscerai.

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XLIV.


Sol una volta ha nel mondo ventura
     Qualunque vive, se la sa pigliare;
     Chi lei vegnente lascia, sua sciagura
     Pianga da sè senz’altrui biasimare:
     La tua vaga e bellissima figura
     La t’ha trovata, or sappila adoprare:
     Lascia me pianger, che ’n mal’ora nacqui,
     Ch’a Dio, e al mondo, ed a fortuna spiacqui.

XLV.


Tentimi tu, o parli daddovero,
     Griseida disse, o se’ del senno uscito?
     Chi deve aver di me piacere intero
     Se già non divenisse mio marito?
     Ma dimmi, chi è questi, è istraniero
     O cittadin, ch’è per me sì smarrito;
     Dimmel se vuoi, se pur dir me lo dei,
     E non chiamar senza cagion gli omei.

XLVI.


Pandaro disse: egli è pur cittadino,
     Nè de’ minori, e mio amico molto;
     Del qual, per forza forse di destino,
     Tratto ho del petto ciò ch’io t’ho disciolto;
     E’ vive in pianto misero e meschino,
     Sì lo splendor l’accende del tuo volto:
     E perchè sappi chi cotanto t’ama,
     Troilo è quei che cotanto ti brama.

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XLVII.


Dimorò sopra sè Griseida allora
     Pandaro riguardando, e tal divenne
     Qual da mattina l’aere si scolora,
     E con fatica le lagrime tenne
     Venute agli occhi già per cader fuora:
     Poscia, come il perduto ardir rivenne,
     Un poco prima seco mormorando,
     Così a Pandaro disse sospirando:

XLVIII.


Io mi credea, Pandaro, se io
     In tal follía giammai fossi caduta,
     Che se Troilo venuto nel disio
     Mi fosse mai, tu m’avessi battuta
     Non che ripresa, sì com’uom che ’l mio
     Onor cercar dovresti: oh Dio m’aiuta!
     Che faran gli altri, poi che tu t’ingegni
     Di seguir farmi gli amorosi regni?

XLIX.


Ben so che Troilo è grande e valoroso,
     E ciascuna gran donna ne dovria
     Esser contenta; ma poichè ’l mio sposo
     Tolto mi fu, sempre la voglia mia
     D’amore fu lontana, ed ho doglioso
     Il cuore ancor della sua morte ria,
     Ed avrò sempre mentre sarò in vita,
     Tornandomi a memoria sua partita.

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L.


E se alcuno il mio amor dovesse
     Aver, per certo a lui il donerei,
     Sol ch’io credessi ched e’ gli piacesse:
     Ma come tu conoscer chiaro dei,
     Che le vaghezze si trovano spesse
     Chente egli ha ora, e quattro dì o sei
     Durano, e passan poscia di leggiero;
     Cambiando amor così cambia il pensiero.

LI.


Però mi lascia tal vita menare,
     Chente fortuna apparecchiato m’have;
     Egli troverà ben donna da amare
     Al piacer suo, e umile e soave;
     A me onesta si convien di stare:
     Pandar, per Dio, deh non ti paia grave
     Questa risposta, e lui fa’ che conforti
     Con piacer nuovi e con altri diporti.

LII.


Pandaro seco si tenea scornato
     Udendo il ragionar della donzella,
     E per partirsi quasi fu levato,
     Poi pur ristette, e rivolsesi ad ella,
     Dicendo: io t’ho Griseida lodato
     Quel ch’io farei a mia carnal sorella,
     O a mia figlia, o a mia moglie s’io l’avessi,
     Se i miei piacer da Dio mi sien concessi;

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LIII.


Perocch’io sento che Troilo vale
     Cosa maggiore assai, che non sarebbe
     Il tuo amore; e vidil’ieri a tale,
     Per questo amor, che forte me n’increbbe.
     Forse nol credi, e però non ten cale;
     Ben so che a forza te n’increscerebbe,
     Se sapessi ciò ch’io del suo ardore;
     Deh increscati di lui per lo mio amore.

LIV.


Io non credo ch’al mondo vi sia alcuno
     Più segreto uom di lui nè con più fede,
     Ed è leal quanto ne sia nessuno,
     Nè più oltre di te disia o vede;
     Ed a te stando in vestimento bruno,
     Giovane ancora, d’amar si concede;
     Non perder tempo, pensa che vecchiezza,
     O morte, torrà via la tua bellezza.

LV.


Oimè, disse Griseida, tu di’ vero,
     Così ci portan gli anni a poco a poco:
     E’ più si muoion prima che ’l sentiero
     Si compia dato dal celeste fuoco:
     Ma lasciam’ora di questo il pensiero,
     E dimmi, se d’amor sollazzo e giuoco
     Ancora io posso avere, e in che maniera
     T’avvedesti di Troilo la primiera.

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LVI.


Sorrisse allora Pandaro, e rispose:
     Io tel dirò, dappoi che ’l vuoi sapere;
     L’altrieri essendo in quiete le cose
     Per la tregua allor fatta, fu in calere
     A Troilo, ch’io con lui per selve ombrose
     M’andassi diportando; ivi a sedere
     Postici, a ragionar cominciò meco
     D’amore, e poi di lui a cantar seco.

LVII.


Io non gli era vicin, ma mormorare
     Udendol, ver di lui mi feci attento,
     E per quel ch’io mi possa ricordare,
     Ad amor si dolea del suo tormento,
     Dicendo: signor mio, già mi si pare
     Nel viso e ne’ sospiri ciò ch’io sento
     Dentro del cuor per leggiadra vaghezza,
     La qual m’ha preso colla sua bellezza.

LVIII.


Tu stai colà dov’io porto dipinta
     L’imagine che più ch’altro mi piace;
     E quivi vedi l’anima che vinta
     Dalla folgore tua pensosa giace;
     La qual la tiene intorno stretta e cinta,
     Chiamando sempre quella dolce pace,
     Che gli occhi belli e vaghi di costei
     Sol posson dar, caro signore, a lei.

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LIX.


Dunque, per Dio, se ’l mio morir ti noia,
     Fallo sentire a questa vaga cosa,
     E lei pregando, impetra quella gioia
     Che suole a’ tuoi soggetti donar posa;
     Deh non volere, signor mio, ch’io muoia;
     Deh fa ’l per Dio, vedi che l’angosciosa
     Anima giorno e notte sempre grida,
     Tal paura ha che ella non l’uccida.

LX.


Dubiti tu sotto la bruna vesta
     D’accender le tue fiamme, signor mio?
     Nulla ti fia maggior gloria che questa;
     Entra nel petto suo con quel disio
     Che dimora nel mio e mi molesta;
     Deh fallo, i’ te ne prego, signor pio,
     Sicchè per te i suoi dolci sospiri,
     Conforto portino alli miei disiri.

LXI.


E questo detto, forte sospirando,
     Bassò la testa non so che dicendo;
     Poscia si tacque quasi lagrimando.
     In me di quel che era, ciò veggendo,
     Entrò sospetto, e proposi, che quando
     Tempo più atto fosse, un dì ridendo
     Di domandarlo ciò che la canzone
     Volesse dire, e poi della cagione.

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LXII.


Ma tempo prima a questo non m’occorse
     Che oggi, ch’io ’l trovai tutto soletto:
     Entrando nella sua camera, in forse
     Se el vi fosse, ed egli era in sul letto,
     E me vedendo, altrove si ritolse,
     Di che io presi alquanto di sospetto;
     E fattomi più presso, che piangea
     Il trovai forte, e forte si dolea.

LXIII.


Come io seppi il più lo confortai,
     E con nuova arte e con diverso ingegno
     Di bocca quel ch’avesse gli cavai,
     Datagli pria la mia fede per pegno,
     Ch’io nol direi ad alcun uom giammai.
     Questa pietà mi mosse, e per lui vegno
     A te, a cui in breve ho soddisfatto
     Di quel ch’e’ prega in ogni modo e atto.

LXIV.


Tu che farai? starai tu altiera,
     E lascerai colui, che sè non cura
     Per amar te, a morte tanto fiera
     Venire, a rio destino o ria ventura,
     Ch’un sì fatto uomo per te amando pera?
     Almanco della tua vaga figura
     Non gli fostu nè de’ tuoi occhi cara,
     Forse il campresti ancor da morte amara.

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LXV.


Griseida disse allora: di lontano
     Il segreto scorgesti del suo petto,
     Come ch’el fermo poi tenesse mano
     Quando il trovasti a pianger sopra il letto,
     E così ’l faccia Dio e lieto sano,
     E me ancora, come per tuo detto
     Pietà me n’è venuta; i’ non son cruda
     Come ti par, nè sì di pietà nuda.

LXVI.


E stata alquanto, dopo un gran sospiro,
     Trafitta già, seguì: deh io m’avveggio
     Dove ti trae il pietoso disiro,
     Ed io ’l farò, poichè piacer ten deggio,
     Ed egli il vale, bastiti s’io ’l miro;
     Ma per fuggir vergogna, e forse peggio,
     Pregalo che sia saggio, e faccia quello
     Che a me biasmo non sia, nè anche ad ello.

LXVII.


Sorella mia, allor Pandaro disse,
     Tu parli bene, ed io nel pregheraggio;
     Ver è che io non credo ch’el fallisse,
     Tanto il conosco costumato e saggio,
     Fuorchè per isciagura non venisse,
     Tolgalo Iddio, ed io ci metteraggio
     Compenso tal che ti sarà in piacere;
     Fatti con Dio, e fa’ il tuo dovere.

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LXVIII.


Partito Pandar, se ne gì soletta
     Nella camera sua Griseida bella,
     Seco nel cuor ciascuna paroletta
     Rivolvendo di Pandaro e novella,
     In quella forma ch’era stata detta;
     E lieta seco ragiona e favella,
     E ’n cotal guisa spesso sospirando,
     Oltre l’usato Troilo immaginando.

LXIX.


Io son giovane, bella, vaga e lieta,
     Vedova, ricca, nobile ed amata,
     Senza figliuoli ed in vita quieta,
     Perchè esser non deggio innamorata?
     Se forse l’onestà questo mi vieta,
     Io sarò saggia, e terrò sì celata
     La voglia mia, che non sarà saputo
     Ch’io aggia mai nel cuore amore avuto.

LXX.


La giovinezza mia si fugge ognora,
     Debbol’io perder sì miseramente?
     Io non conosco in questa terra ancora
     Veruna senza amante, e la più gente,
     Com’io conosco e veggo, s’innamora,
     Ed io mi perdo il tempo per niente?
     E come gli altri far non è peccato,
     E non può esser da alcun biasimato.

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LXXI.


Chi mi vorrà se io invecchio mai?
     Certo nessuno, e allora a ravvedersi
     Altro non è se non crescer di guai;
     Niente vale il di dietro pentersi,
     O ’l dir dolente, perchè non amai?
     Buon è adunque a tempo provvedersi;
     Costui è bello, gentil, savio ed accorto,
     Che t’ama, e fresco più che giglio d’orto;

LXXII.


Di real sangue e di sommo valore,
     E Pandar tuo cugin tel loda tanto:
     Dunque che fai, perchè dentro del cuore,
     Come egli ha te, lui non ricevi alquanto?
     Perchè non gli dai tu il tuo amore?
     Non odi tu la pieta del suo pianto?
     O quanto bene avrai ancor con lui,
     Se com’egli ama te tu ami lui!

LXXIII.


Ed ora non è tempo da marito,
     E se pur fosse, la sua libertade
     Servare è troppo più savio partito;
     L’amor che vien da sì fatta amistade
     È sempre dagli amanti più gradito;
     E sia quanto vuol grande la beltade,
     Che a’ mariti tosto non rincresca,
     Vaghi d’avere ogni dì cosa fresca.

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LXXIV.


L’acqua furtiva, assai più dolce cosa
     È che il vin con abbondanza avuto:
     Così d’amor la gioia, che nascosa
     Trapassa assai, del sempre mai tenuto
     Marito in braccio; adunque vigorosa
     Ricevi il dolce amante, il qual venuto
     T’è fermamente mandato da Dio,
     E sodisfa’ al suo caldo disio.

LXXV.


E stando alquanto, poi si rivolgea
     Nell’altra parte: misera, dicendo,
     Che vuoi tu far? non sai tu quanto rea
     Vita si trae con esso amor languendo,
     Nella qual sempre convien che si stea
     In pianti, ed in sospiri, ed in dolendo?
     Avendo poi per giunta gelosia,
     Che peggio è assai che non è morte ria.

LXXVI.


Appresso a questo, chi al presente t’ama,
     È di troppo più alta condizione
     Che tu non se’; quest’amorosa brama
     Gli passerà, ed in abusíone
     Sempre t’avrà, e lasceratti grama,
     D’infamia piena e di confusíone:
     Guarda che fai; che il senno da sezzo
     Nè fu, nè è, nè fia mai d’alcun prezzo.

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LXXVII.


Ma posto pur che questo amor lontano
     Debba durar, come puoi tu sapere
     Che debba star celato? assai è vano
     Fidarsi alla fortuna, e ben vedere
     Quanto uopo fa non può consiglio umano;
     Che se si scuopre aperto, puoi tenere
     La fama tua in eterno perduta,
     La qual sì buona infino a qui è suta.

LXXVIII.


Dunque cotali amor lasciali stare
     A cui e’ piaccion: ed appresso il detto
     Incominciava forte a sospirare,
     Nè si poteva già dal casto petto
     Il bel viso di Troilo cacciare,
     Per che tornava sopra il primo effetto
     Biasimando e lodando, e in tale erranza,
     Seco faceva lunga dimoranza.

LXXIX.


Pandar, che da Griseida dipartito
     S’era contento, senza altrove gire,
     A Troilo diritto se n’era ito,
     E di lontano gli cominciò a dire:
     Confortati fratel, ch’i’ ho fornito
     Gran parte, credo, del tuo gran disire.
     E postosi a seder, gli disse ratto,
     Senza interpor, com’era stato il fatto.

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LXXX.


Quali i fioretti dal notturno gelo
     Chinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca,
     Tutti s’apron diritti in loro stelo;
     Cotal si fe’ di sua virtude stanca
     Troilo allora, e riguardando il cielo,
     Incominciò come persona franca:
     Lodato sia il tuo sommo valore,
     Venere bella, e del tuo figlio Amore.

LXXXI.


Poi Pandaro abbracciò ben mille fiate,
     E baciollo altrettante, sì contento,
     Che più non saria fatto se donate
     Gli fosser mille Troie; e lento lento
     Con Pandar solo a veder la beltate
     Di Griseida n’andò, guardando attento
     Se alcuno atto nuovo in lei vedeva,
     Per quel che Pandar ragionato aveva.

LXXXII.


Ella si stava ad una sua finestra,
     E forse quel ch’avvenne ell’aspettava;
     Non si mostrò selvaggia nè alpestra
     Verso di Troilo che la riguardava,
     Ma tuttavolta in sulla poppa destra
     Onestamente verso lui mirava;
     Di che allegro Troilo se ne gio,
     Grazie rendendo a Pandaro ed a Dio.

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LXXXIII.


E quella tiepidezza che intra due
     Griseida tenea, sen fuggì via,
     Seco lodando le maniere sue,
     Gli atti piacevoli e la cortesia;
     E sì subitamente presa fue,
     Che sopra ogni altro bene lui disia,
     E duolle forte del tempo perduto,
     Che ’l suo amor non avea conosciuto.

LXXXIV.


Troilo canta e fa mirabil festa,
     Armeggia, spende, e dona lietamente,
     E spesso si rinnuova e cangia vesta,
     Ognora amando più ferventemente;
     E per piacer non gli è cosa molesta
     Amor seguir, mirar discretamente
     Griseida, la qual non men discreta,
     Gli si mostrava a’ tempi vaga e lieta.

LXXXV.


Ma come noi, per continova usanza,
     Per più legne veggiam fuoco maggiore,
     Così avvien crescendo la speranza
     Assai sovente ancor cresce l’amore:
     E quinci Troilo con maggior possanza,
     Che l’usato, sentia nel preso cuore
     L’alto disio spronarlo, onde i sospiri
     Tornar più forti che prima, e’ martirj.

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LXXXVI.


Di che Troilo con Pandaro talvolta
     Si dolea forte: lasso me, dicendo,
     El m’ha Griseida sì la vita tolta
     Co’ suoi begli occhi, che morir n’intendo
     Per lo disio fervente che si affolta
     Sì sopra al cuor nel quale io ardo e incendo;
     Deh che farò? che contento dovria
     Solo esser della sua gran cortesia.

LXXXVII.


Ella mi guarda, e soffera ch’io guati
     Onestamente lei; questo dovrebbe
     Essere assai a’ miei disii infiammati;
     Ma l’appetito cupido vorrebbe
     Non so che più, sì mal son regolati
     Gli ardor che ’l muovon, che nol crederebbe
     Chi nol provasse, quanto mi tormenta
     Tal fiamma, che maggiore ognor diventa.

LXXXVIII.


Che farò dunque? io non so che mi fare,
     Se non chiamarti Griseida bella;
     Tu sola se’ che mi puoi aiutare,
     Tu valorosa donna, tu se’ quella
     Che sola puoi il mio fuoco attutare,
     O dolce luce e del mio cuor fiammella;
     Or foss’io teco una notte di verno,
     Cento cinquanta poi stessi in inferno.

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LXXXIX.


Che farò Pandar? Tu non di’ niente?
     Tu mi vedi ardere in sì fatto fuoco,
     E vista fai di non aver la mente
     A’ miei sospiri, dove ch’io mi cuoco;
     Aiutami, io ten prego caramente,
     Dimmi ch’io faccia, consigliami un poco;
     Che se da te o da lei non ho soccorso,
     Di morte nelle reti son trascorso.

XC.


Pandaro disse allora: io veggio bene
     Ed odo quanto di’, nè sonmi infinto,
     Nè mai m’infingerò alle tue pene
     Donare aiuto, e sempre son succinto
     A far non sol per te ciò che conviene,
     Ma ogni cosa senza esser sospinto
     O da forza o da prego: fa’ tu ch’io
     Aperto veggia il tuo caldo disio.

XCI.


Io so che in ogni cosa per un sei
     Tu vedi più di me, ma tuttavia
     S’io fossi in te, intiera scriverei
     Ad essa di mia man la pena mia;
     E sopra ciò, per Dio la pregherei,
     E per amore e per sua cortesia,
     Che di me le calesse, e questo scritto,
     Io glielo porterò senza rispitto.

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XCII.


Ed oltre a questo, ancora a mio potere
     La pregherò ch’abbia di te mercede:
     Quel ch’ella rispondrà potrai vedere,
     E già di certo l’animo mio crede,
     Che sua risposta ti dovrà piacere;
     E però scrivi, e ponvi ogni tua fede,
     Ogni tua pena, ed il disio appresso,
     Nulla lasciar che non vi sia espresso.

XCIII.


Questo consiglio a Troilo piacque assai,
     Ma come amante timido, rispose:
     Oimè, Pandaro, che tu vederai,
     Come si vede che son vergognose
     Le donne, che lo scritto che porterai,
     Griseida per vergogna, con noiose
     Parole rifiutarlo, e peggiorato
     Avremo oltre misura il nostro stato.

XCIV.


A ciò Pandaro disse: se ti piace
     Fa’ quel ch’io dico, e poi mi lascia fare;
     Che se amore mi ponga in la sua pace,
     Io te ne credo risposta recare
     Di sua man fatta; e se ciò ti dispiace,
     Timido e tristo te ne puoi stare,
     Ripeterai poi te del tuo tormento,
     Per me non rimarrà farti contento.

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XCV.


Allora disse Troilo: fatto sia
     Il piacer tuo; io vado e scriveraggio;
     Ed amor prego per sua cortesia,
     Lo scrivere, e la lettera, e il viaggio
     Fruttevol faccia. E di quindi s’invia
     Alla camera sua, e come saggio
     Alla sua donna carissima scrisse
     Una lettera presto, e così disse.

XCVI.


Come può quegli che in affanno è posto,
     In pianto grave e in istato molesto,
     Come io son per te, donna, disposto
     Ad alcun dar salute? certo chiesto
     Esser non dee da lui; ond’io mi scosto
     Da quel che fanno gli altri; e sol per questo
     Qui da me salutata non sarai,
     Perch’io non l’ho se tu non la mi dai.

XCVII.


Io non posso fuggir quel ch’amor vuole,
     Il qual più vil di me fe’ già ardito,
     Ed el mi strigne a scriver le parole,
     Come vedrai, e vuol pure obbedito
     Esser da me, siccome egli esser suole;
     Però se per me fia in ciò fallito,
     Lui ne riprendi, ed a me perdonanza
     Ti prego doni, dolce mia speranza.

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XCVIII.


L’alta bellezza tua, e lo splendore
     De’ tuoi vaghi occhi e de’ costumi ornati;
     L’onesta cara e ’l donnesco valore,
     I modi e gli atti più ch’altri lodati,
     Nella mia mente hanno lui per signore,
     E te per donna in tal guisa fermati,
     Ch’altro accidente mai fuorchè la morte,
     A tirarline fuor non saria forte.

XCIX.


E che ch’io faccia, l’imagine bella
     Di te sempre nel cor reca un pensiero,
     Che ogn’altro caccia che d’altro favella
     Che sol di te, benchè d’altro nel vero
     All’anima non caglia, fatta ancella
     Del tuo valor, nel quale io solo spero:
     E ’l nome tuo m’è sempre nella bocca,
     E il cor con più disio ognor mi tocca.

C.


Da queste cose, donna, nasce un fuoco
     Che giorno e notte l’anima martira,
     Senza lasciarmi in posa trovar loco;
     Piangono gli occhi, e ’l petto ne sospira,
     E consumar mi sento a poco a poco
     Da questo ardor che dentro a me s’aggira;
     Per che ricorrere alla tua virtute
     Sol mi convien, se voglio aver salute.

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CI.


Tu sola puoi queste pene noiose,
     Quando tu vogli, porre in dolce pace;
     Tu sola puoi l’afflizïon penose,
     Madonna, porre in riposo verace;
     Tu sola puoi con l’opere pietose
     Tormi il tormento che sì mi disface;
     Tu sola puoi, siccome donna mia,
     Adempier ciò che lo mio cuor disia.

CII.


Dunque, se mai per pura fede alcuno,
     Se mai per grande amor, se per disio
     Di ben servire ognora in ciascheduno
     Caso, qual si volesse o buono o rio,
     Meritò grazia, fa’ ch’io ne sia uno,
     Cara mia donna; fa’ ch’io sia quell’io,
     Che a te ricorro, sì come a colei
     Che se’ cagion di tutti i sospir miei.

CIII.


Assai conosco, che mai meritato
     Non fu per mio servir quel per che vegno;
     Ma sola tu che m’hai il cor piagato,
     E altro no di maggior cosa degno,
     Mi puoi far, quando vogli; o disiato
     Ben del mio cor, pon giù l’altero sdegno
     Dell’animo tuo grande, e sii umile
     Ver me, quanto negli atti se’ gentile.

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CIV.


Ora son certo che sarai pietosa
     Come se’ bella, e la mia greve noia,
     Discretamente lieta e grazïosa,
     Senza volere ch’io misero muoia
     Per molto amarti, donna dilettosa,
     Ancora tornerà in dolce gioia.
     Io te ne prego, se ’l mio prego vale,
     Per quel amor del quale or più ti cale.

CV.


Io come ch’io sia un piccol dono,
     E poco possa, e vaglia molto meno,
     Senza fallo nïun tutto tuo sono:
     Or tu se’ savia, s’io non dico appieno,
     Intenderai assai me’ ch’io non ragiono,
     E spero simil che l’opere fieno
     Migliori assai che mio merto, e maggiore;
     Amore a ciò sì ti disponga il cuore.

CVI.


El mi restava molte cose a dire,
     Ma per non farti noia il vo’ tacere;
     E in questo fine prego il dolce sire
     Amor, che come te nel mio piacere
     Ha posto, così me nel tuo disire
     Ponga con quel medesimo volere,
     Sicchè com’io son tuo alcuna volta
     Tu mia diventi, e mai non mi sii tolta.

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CVII.


Scritte adunque tutte queste cose
     In una carta, per ordin piegolla,
     E sulle guance tutte lagrimose
     Bagnò la gemma, e quindi suggellolla,
     E nella mano a Pandaro la pose,
     E cento volte e più prima baciolla:
     Lettera mia, dicendo, tu sarai
     Beata, in man di tal donna verrai.

CVIII.


Pandaro presa la lettera pia
     N’andò verso Griseida; la quale
     Come ’l vide venir, la compagnia
     Colla qual’era lasciata, cotale
     Gli si fe’ incontro parte della via,
     Qual pare in vista perla orïentale,
     Temendo e disiando; e’ salutarsi
     Di lungi assai, poi per la man pigliarsi.

CIX.


Quindi disse Griseida; quale affare
     Or qui ti mena? hai tu altre novelle?
     Alla qual Pandar senza dimorare
     Disse: donna, per te l’ho buone e belle,
     Ma non tai per altrui, come mostrare
     Ti potran queste scritte tapinelle
     Di colui, che per te mi par vedere
     Morir, sì poco te ne è in calere.

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CX.


Tolle, e vedralle diligentemente,
     Ed alcuna risposta il farà lieto.
     Stette Griseida timorosamente
     Senza pigliarle, e un poco il mansueto
     Viso cambiò, e quindi pianamente
     Disse: Pandaro mio, se in quïeto
     Stato ti ponga amor, abbi rispetto
     Alquanto a me, non pure al giovinetto.

CXI.


Guarda se quel che chiedi or si conviene,
     E tu stesso sii giudice di questo,
     E vedi se prendendole fo bene,
     E se ’l tuo domandare è tanto onesto,
     E se si vuol per alleggiar le pene
     Altrui, per sè far atto disonesto;
     Deh non le mi lasciar Pandaro mio,
     Portale indietro per l’amor di Dio.

CXII.


Pandaro alquanto di questo turbato
     Disse: questo è a pensar nuova cosa,
     Che quel che più dalle donne è bramato,
     Di ciò ciascuna e ischifa e crucciosa
     Si mostra innanzi altrui: io t’ho parlato
     Tanto di questo, ch’omai vergognosa
     Non dovresti esser meco; i’ te ne priego,
     Che or di questo non mi facci niego.

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CXIII.


Griseida sorrise lui udendo,
     E quelle prese, e messesele in seno:
     Quando avrò agio, poi a lui dicendo,
     Le vederò come saprò appieno;
     Se io fo men che ben questo facendo,
     Il non poter del tuo piacer far meno
     Me n’è cagion; Iddio dal cielo il vegga,
     Ed alla mia semplicità provvegga.

CXIV.


Partissi Pandar poi glie l’ebbe date,
     Ed essa vaga molto di vedere
     Quel che dicesser, sue cagion trovate,
     L’altre compagne sue lasciò a sedere,
     Ne gì nella sua camera, e spiegate,
     Lesse e rilesse quelle con piacere,
     E ben s’accorse che Troilo ardea
     Vie più assai che in atto non parea.

CXV.



Il che caro le fu, perchè trafitta
     Esser sentissi l’anima nel core,
     Di che ella viveva molto afflitta,
     Come che punto non paresse fuore:
     E ben notata ogni parola scritta,
     Di ciò lodò e ringraziò amore,
     Seco dicendo: a spegner questo foco
     Conviene a me trovare il tempo e ’l loco:

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CXVI.


Che s’io il lascio in troppo grande arsura
     Moltiplicare, e’ potrebbe avvenire,
     Che nella scolorita mia figura
     Si vederebbe il nascoso disire,
     Che mi saria non piccola sciagura;
     Ed io per me non intendo morire,
     Nè far morire altrui, quando con gioia
     Posso schifar la mia e l’altrui noia.

CXVII.


Io non sarò per lo certo disposta,
     Siccome io sono infino ad ora stata;
     Se Pandar tornerà per la risposta,
     Io glie la darò piacevole e grata,
     Se mi costasse, come non mi costa;
     Nè di Troilo sarò mai dispietata
     Potuta dire; or foss’io nelle braccia
     Dolci di lui, stretta a faccia a faccia!

CXVIII.


Pandaro che da Troilo sovente
     Era studiato, a Griseida reddío,
     E sorridendo disse: donna, chente
     Ti par lo scriver dell’amico mio?
     Ella divenne rossa immantinente,
     Senza dir altro, se non: sallo Iddio.
     A cui Pandaro disse: hai tu risposto?
     Al qual ella gabbando, disse: tosto?

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CXIX.


S’io debbo mai potere adoperare
     Per te, Pandaro disse, or fa’ di farlo.
     Ed ella a lui: io non lo so ben fare.
     Deh, disse Pandar, pensa d’appagarlo,
     E’ suole amor saper bene insegnare;
     I’ ho sì gran disio di confortarlo,
     Che tu nol crederesti in fede mia,
     La tua risposta sol questo porìa.

CXX.


Ed io ’l farò poichè t’aggrada tanto;
     Ma voglia Iddio che ben la cosa vada!
     Deh sì anderà, disse Pandaro, in quanto
     Colui il vale, a cui più ch’altro aggrada.
     Poi si partì: ed ella dall’un canto
     Della camera sua, dove più rada
     Usanza di venire ad ogni altro era,
     A scriver giù si pose in tal maniera:

CXXI.


A te amico discreto e possente,
     Il qual forte di me t’inganna amore,
     Com’uom preso per me indebitamente,
     Griseida, salvato il suo onore,
     Manda salute, e poi umilemente
     Si raccomanda al tuo alto valore,
     Vaga di compiacerti, dove sia
     L’onestà salva, e la castità mia.

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CXXII.


I’ ho avute da colui, che t’ama
     Tanto perfettamente, che non cura
     Già d’alcuno mio onor nè di mia fama,
     Piene le carte della tua scrittura;
     Nelle quai lessi la tua vita grama
     Non senza doglia, s’io abbia ventura
     Che mi sia cara, e benchè sian fregiate
     Di lacrime, pur l’ho assai mirate.

CXXIII.


Ed ogni cosa con ragion pensando,
     E l’afflizione e ’l tuo addomandare,
     La fede, e la speranza esaminando,
     Non veggio com’io possa soddisfare
     Assai acconciamente al tuo dimando,
     Volendo bene e intiero riguardare
     Ciò che nel mondo più è da gradire,
     Ch’è in onestà vivere e morire.

CXXIV.


Come che il compiacerti saria bene,
     Se il mondo fosse tal chente dovrebbe;
     Ma perchè è tal qual è, a noi conviene
     Per forza usarlo; seguir ne potrebbe,
     Altro facendo, disperate pene;
     Alla pietà per cui di te m’increbbe,
     Malgrado mio pur mi convien dar lato,
     Di che sarai da me poco appagato.

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CXXV.


Ma è sì grande la virtù ch’io sento
     In te, ch’io so ch’aperto vederai
     Ciò ch’a me si conviene, e che contento
     Di ciò ch’io ti rispondo tu sarai,
     E porrai modo al tuo grave tormento,
     Che nel cor mi dispiace e noia assai;
     In verità, se non si disdicesse,
     Volentier farei ciò che ti piacesse.

CXXVI.


Poco è lo scriver, come puoi vedere,
     Ed arte in questa lettera, la quale
     Vorrei che più ti recasse piacere,
     Ma non si può ciò che si vuole avale,
     Forse farà ancor luogo il potere
     Al buon volere, e se non ti par male,
     Presta alla pena tua alquanto sosta,
     Perchè non ha ogni detto risposta.

CXXVII.


Il proferir che fai, qui non ha loco,
     Che certa son ch’ogni cosa faresti;
     Ed io nel ver, come ch’io vaglia poco,
     Vie più che mille volte mi potresti
     E puoi aver per tua, se ’l crudel fuoco
     Non m’arda, il che son certa non vorresti;
     Nè dico più, se non ch’io prego Iddio
     Che ne contenti il tuo e ’l mio disio.

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CXXVIII.


E poi ch’ell’ebbe in cotal guisa detto,
     La ripiegò, e suggellolla, e diella
     A Pandaro, il qual tosto il giovinetto
     Troilo cercando, a lui n’andò con ella,
     E presentogliel con sommo diletto;
     Il qual presala, ciò che scritto in quella
     Era con fretta lesse, e sospirando,
     Secondo le parole il cuor cambiando.

CXXIX.


Ma pure in fine, seco ripetendo
     Bene ogni cosa che ella scrivea,
     Disse fra sè: se io costei intendo,
     Amor la stringe, ma siccome rea,
     Sotto lo scudo ancor si va chiudendo,
     Ma non potrà, pur che forza mi dea
     Amore a sofferir, guari durare,
     Ch’ella non vegna a tutt’altro parlare.

CXXX.


E ’l somigliante ne pareva ancora
     A Pandaro, col qual diceva tutto;
     Per che più che l’usato si rincora
     Troilo, lasciando alquanto il tristo lutto,
     E spera in breve deggia venir l’ora
     Che al suo martiro deggia render frutto;
     E questo chiede, e dì e notte chiama,
     Come colui che solamente il brama.

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CXXXI.


Crescea di giorno in giorno più l’ardore,
     E come che speranza l’aiutasse
     A sostener, pure era grave al core;
     E deesi a creder che assai il noiasse,
     Per che più volte dal suo gran fervore
     Stimar si può che lettere dittasse,
     Alle quai quando lieta e quando amara
     Risposta gli veniva, e spessa e rara.

CXXXII.


Per che sovente d’amor si dolea,
     E di fortuna cui tenea nemica,
     E spesse volte, oimè, seco dicea,
     Se un poco più la pungesse l’ortica
     D’amor, com’ella me trafigge e screa,
     La vita mia di sollazzo mendica
     Tosto verrebbe al grazïoso porto,
     Al qual prima ch’io vegna sarò morto.

CXXXIII.


Pandaro che sentia le fiamme accese
     Nel petto di colui che egli amava,
     Era di preghi suoi spesso cortese
     A Griseida, e tutto gli narrava
     Ciò che di Troilo vedeva palese;
     La quale ancor che lieta l’ascoltava,
     Diceva: i’ non posso altro, io gli fo quello,
     Che m’imponesti, caro mio fratello.

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CXXXIV.


Non basta questo, Pandar rispondea,
     Io vo’ che tu ’l conforti e che gli parli.
     A cui Griseida all’incontro dicea:
     Cotesto non intendo io mai di farli,
     Che la corona dell’onestà mea
     Per partito nïun non vo’ donarli;
     Come fratel per la sua gran bontade
     L’amerò sempre, e per la sua onestade.

CXXXV.


Pandaro rispondea: questa corona
     Lodano i preti a cui tor non la ponno,
     E ciaschedun com’un santo ragiona,
     E poi vi colgon tutte quante al sonno.
     Di Troilo non saprà giammai persona;
     Or pena assai, e fa’ pur ben del donno.
     Assai fa mal chi può far ben nol face,
     Che ’l perder tempo a chi più sa più spiace.

CXXXVI.


Griseida dicea: la sua virtute
     Tenera so che è del mio onore,
     Nè da me altro che cose dovute
     Domanderia, tant’è il suo valore;
     Ed io ti giuro per la mia salute,
     Ch’io son, da quel che tu domandi in fuore,
     Sua mille volte più ch’io non son mia,
     Tanto m’aggrada la sua cortesia.

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CXXXVII.


Se el t’aggrada, che vai tu cercando?
     Deh lascia star questa salvatichezza;
     Intendi tu che el si muoia amando?
     Ben potrai cara aver la tua bellezza
     Se uccidi un tal uom; deh dimmi, quando
     Tu vuoi ch’ei venga a te? cui e’ più prezza
     Che non fa il ciel, e dimmi come, e dove;
     Non voler vincer tutte le tue prove.

CXXXVIII.


Oimè lassa! a che m’hai tu condotta,
     Pandaro mio, e che vuoi tu ch’io faccia?
     Tu hai l’onestà mia spezzata e rotta,
     Io non ardisco di mirarti in faccia;
     Oimè lassa! misera, a che otta
     La riavrò? il sangue mi s’agghiaccia
     Intorno al cor, pensando quel che chiedi,
     E tu non te ne curi, e chiaro il vedi.

CXXXIX.


Io vorrei esser morta il giorno ch’io
     Qui nella loggia tanto t’ascoltai;
     Tu mi mettesti nel cuore un disio,
     Ch’appena credo ch’el n’esca giammai;
     E che mi fia cagion dell’onor mio
     Perdere, o lassa, e d’infiniti guai;
     Or più non posso, poichè t’è in piacere,
     Disposta sono a fare il tuo volere.

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CXL.


Ma se alcun prego vai nel tuo cospetto,
     Ti prego, dolce e caro mio fratello,
     Che tutto ciascun nostro fatto o detto
     Occulto sia; tu puoi ben veder quello
     Che seguir ne potria, se tale affetto
     Venisse a luce: deh parlane ad ello,
     E fannel savio, e come tempo fia,
     Io farò ciò che ’l suo piacer disia.

CXLI.


Rispose Pandar: guarda la tua bocca,
     Che el per sè, nè io, mai il diremo.
     Ora hammi tu, diss’ella, per sì sciocca,
     Che vedi di paura tutta tremo
     Che non si sappia, ma poichè ti tocca
     L’onore e la vergogna che n’avremo
     Siccome a me, passerommene in pace,
     E tu ne fa’ omai come ti piace.

CXLII.


Pandar disse: di ciò non dubitare,
     Che in ciò avremo ben buona cautela;
     Quando vuoi tu che ti venga a parlare?...
     Tiriamo ormai a capo questa tela;
     Che ’l farlo tosto, poichè si dee fare,
     Fia molto meglio, e molto me’ si cela
     Dopo il fatto l’amor, poscia ch’avrete
     Composto insieme ciò che far dovrete.

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CXLIII.


Tu sai, disse Griseida, che in questa
     Casa son donne ed altra gente meco,
     Delle quai parte alla futura festa
     Devono andare; ed allor sarò seco.
     Questa tardanza non gli sia molesta;
     Del modo e del venire allora teco
     Favellerò; fa’ pur ch’egli sia saggio,
     E sappia ben celare il suo coraggio.