La piazza universale di tutte le professioni del mondo/Discorso Terzo

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Discorso Secondo Discorso Quarto
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DE' RELIGIOSI IN GENERE ET IN
particolare de' Prelati, et subditi, de Cerimonieri, de
Superstitiosi, de Canonici, Monaci, e Frati, de Ca
vallieri, et finalmente de Predicatori. Disc.III.


NEL descrivere che cosa sia Religione, et onde Che cosa sia religione.questo nome derivi, varij e diversi auttori hanno variamente, et Nonio. diversamente parlato, conciosia che Nonio Marcello. dica, Religione non essere altro, che semplice culto de gli Dei: Nonio Marcello conforme al detto di Tullio nel libro De Natura Deorum, Religio est, Cicerone. per quam reverenti femulatu Cerimonia divini cultus exercentur. Plutarco nella vita di Paulo Emilio attesta, che i Filosofi antichi Plutarco. l'hanno chiamata una scienza delle cose celesti, et divine; Festo Pompeo affermi, ch'essa sia una discretione intorno Festo Pompeo.alle cose che s'hanno a' fare, et quelle che s'hanno da fuggire, Arnobio nel settimo libro contra Arnobio. le genti, dica, Religione essere una mente retta, et sincera intorno alle divine cose: Filone Hebreo Filone Hebreo. la nomini un ministerio, et uno ossequio di Dio chiaro et espresso. Così vuol Servio Sulpitio, che questo nome venga Onde derivi questo nome. a' relegando, quasi che il religioso col vincolo della pietà sia ligato, et annodato con Dio: la onde Lucretio. Lucretio usò questo parlare di sciogliere i nodi, et i legami della Religione. Massurio Sabino Massurio Sabino. per l'opposto vuole, che sia detto a' relinquendo, quasi che religiosa sia quella persona, che per la sua santità sia sequestrata, et segregata dall'altre. Marco Tullio, et Aristotile insieme han giudicato, che sia molto utile, et necessaria alle città Necessità, et Utilità sua., onde egli nella Politica dice. Bisogna che il Prencipe più che gli altri appaia reverente verso Iddio, perciò che sopportano più i subditi il patire da huomini tali alcuna cosa iniqua, et machinano meno contra quel tale, quasi che egli habbia in sua difesa ancora gli Dei. Hor questa Religione (come confessa anco Aristotile) è per natura inserta veramente ne gli huomini: il che si vede chiaro da questo, che quante volte con qualche travaglio ruiniamo in pericoli, et paure subitanee, subito avanti che consideriamo altro, et inanzi ogn'altra elettione, ricorriamo a' chiamare Iddio, insegnandoci la natura, senz'altro maestro, a' chiedere il divino aiuto. Et già sin dal principio della creatione del mondo, Cain et Abele religiosamente sacrificarono a' Dio, benché il primo si diportasse tristamente, et iniquamente seco. Ma Enos fù quello ch'instituì il modo, col quale si dovesse invocare. dopo il diluvio poi furno date da molti molte leggi di Religioni a' molte nationi; perciò che leggesi che Mercurio, e 'l Rè Menna le diede a' gli Egittij, Melisso balio di Giove a' Cretesi; Fauno, et prima di lui Giano a' Latini; Numa Pompilio a' Romani; Mosè et Aron a' gli Hebrei; Orfeo a' Greci. Trovasi però scritto, che Cadmo figliuolo d'Agenore fu il primo, che diede a' Greci, venendo di Fenicia, i mistieri, et le solennità de gli Dei, consecrationi de' simulacri, gli himni, Eusebio. le pompe, et le celebrità, con le quali s'honorano gli Dei. Questo afferma, et prova per vero Eusebio Panfilo, né suoi libri de Praeparatione Evangelica, che mai fu natione alcuna così barbara, et fiera, ne di costumi così perversi et bestiali, che non havesse in se qualche scintilla di Religione, et di culto verso Iddio, parendo come ho detto già, che la natura da se sressa l'insegni, et dimostri a' tutti. Onde Cicerone in una sua oratione dice, Quis autem cum suspexerit in caelum, Deos esse non sentiat? et ea, quae tanta mente fiunt ut vix quisquam arte ulla ordine rerum, ac vicissitudinem prosequi possit, casu fieri putet? Ecco i primi gli Egittij, che sollevando gli occhi in alto, et maravigliandosi del moto, dell'ordine, della qualità delle cose celesti, pensarono che 'l Sole, et la Luna fossero Dei, chiamando quello Osiri, et questa Iside: et il rito loro in tale adoraztione era tutto casto, tutto puro e sincero, et vuoto d'ogni suo scropulo di crudeltà, non si spargendo ancora il sangue degli [p. 59 modifica]animali per vittime, ma sacrificãdosi a tali Dei i frutti della terra, e foglie radici, et herbe odorifere solamẽte. Narra nondimeno Macrobio, che fuor delle città dedicarono gl'Egittij i tẽpi sontuosi a Serapide, ne quali soli imolavano sangue di bestiami, essendo avezzi d'offerire a gli altri nelle città le sopradette cose. Ma poi col tempo successo altri modi di sacrificare, i quali possṏ vedersi presso a Eusebio nel secṏdo de preparatione Evãgelica, et presso al Biondo da Forlì nel principio della sua Roma Trionfante, essendo cosa superflua sì ampia narratione de' siti loro. Dietro a gli Egittij seguono i Fenizi, i quali alzãdo in alto gli occhi riconobbero per Dei gli venti dell'aria, a quali fecero mille fumigationi da idolatri, et superstitiosi, come erano. Et gli Atlantij popoli per nõ parer men saggi, d'essi adorarono il cielo qual scioccamente fecero padre di quarantacinque figliuoli, attribuendo simile divinità a Ope sua moglie, che fu detta Terra, et l'istessa a Basilia, et Pandora sue figliuole. I Frigij diedero il culto loro al celebrato Atlante, parendo loro, che per la peritia dell'Astrologia, non so che di divino splendesse et rilucesse in lui et (come recita Evemero Historico) Evemero. cỡ magnificentissimi sacrificij, et presenti d'oro, et argento mirabilmente preparati cercarono di conciliarsi una moltitudine grande d'altri Dei. Della religione de' Romani verso i lor Dei ne fa ampia testimoniãza Marco Tullio in una sua oratione ai Pontefici, dove dice l'infrascritte parole. Cũ multa divinitus Pontefices a maioribus nostris inventa, atquae instituta sint, tũ nihil preclarius quam quod vos, et religionibus, Deorũ immortaliũ, et summae Reip. praesse voluerunt, ut amplissimi, et clarissimi Cives, Rempub. bene gerendo, Pontifices, Religiones sapiẽter interpretando, Republicam conservarent. Virgilio, in molti luoghi attribuisce a Enea (per parlar de' particolari) la pietà principalmente verso i Dei Penati, havendo più cura d'essi, che della propria salute, nell'uscir che fece della patria fuori Lucio Albino è da Livio celebrato per huomo di religione singolare, perché permesse, che la moglie, e i figliuoli smỡtassero nella strada, a piede, per portar nella sua carrozza con commodità le Vergini Vestali, con le cose sacre, d'Alessandro Macedone raccỡta Plutarco, che ogni mattina a buon'hora faceva sacrificio ai Dei prima che si pigliasse cura d'altro. L'istesso narra di Silla Dittatore che nel resto fu empio, che portava dal cỡtinuo in segno una imagine picciola d'Apollo, la quale devotamẽte basciava, quãdo si ritrovava né perigli come avviene, et di Pericle Atheniese, famosissimo Oratore, si trova scritto che avanti, che salisse in cathedra per orare, faceva voti a i Dei per ottenere da loro di nỡ dir cosa alcuna mẽ che prudente, et considerata. Che la religione e il culto verso i Dei fu grandemẽte da gli antichi tenuto in pregio, et riputatione, conciosia che verissima sia la sẽtenza di Cicerone, nel secondo de Natura Deorũ, ove dice. Cicerone.Cultus Dei est sanctissimus, optimus, atque plenissimus pietatis, ut eum sempre pura, incorrupta, et integramente, et voce veneretur. Così Epitetto, [p. 60 modifica]per testimonio d'Arrio filosofo, nel suo Enchiridion, al capitolo trigesimo sesto, dice. Libare, et sacrificare unum quẽquem; secundữ patrios mores decet absque lascivia absque negliegentia, non partce non supra facultatem. A' huomini religiosi Cerimonieri. convengonsi sopra tutto, le religiose Cerimonie, onde acquistano il nome i Cerimonieri, delle quali Corrado Bruno,Corrado Bruno. molto ampiamẽte discorre in sei libri particolari di quelle oltre che il Durando, nel suo libro intitolato Rationale Il Durando.divinorum officiorum, ne meschia assaissime pertinenti al culto del Signor nostro Christo. Platone fu contrario molto alle Cerimonie de' suoi tempi, volendo che nella riverenza del grande Iddio si levassero affatto tutte le Cerimonie esteriori, et Hermete, ad Asclepio, non admette quando si prega Hermete. Iddio bruciarli incẽso, et cose tali. Nondimeno, non è da dubitare, che le pompe de i riti et delle Cerimonie, nelle vesti, né vasi, né lumi, nelle campane, ne gli organi, nel canto, ne gli odori, né Sacrificij, né gesti, nelle pitture, nelle elettione de' cibi, et de' digiuni non siano santamente, et honorevolmente instituite, invitando, et alletando queste cose la divotione humana anzi spingendo gl'animi nostri con stimuli nobili al sacrosanto culto del nostro Iddio. Ne senza ragione credo, io, che Mosè nell'antica legge n'instituisse un numero così grande, ne che il Pỡtificale Romano sia ripieno insieme coi Messali, et Breviarij di tanta diversità di ritti, havendo per cosa chiara i loro institutori havergli con sapienza grandissima pesati, et considerati. Et quel religioso Cecinna. Numa Pompilio, a cui Cecinna attribuisce l'inventione delle Cerimonie a Romani le comandò sotto tal colore, che per mezo di quelle potesse agevolmente indurre alla fede, giustitia, et religione, un popolo così rozo, et così feroce, come era questo, et governarlo più saviamente che possibil fosse, et della sua institutione larga fede fanno gli feudi chiamati Ancilij, et la statua di Pallade, sacri pregni dell'imperio Giano Bifronte arbitro, della guerra, et della pace, et il fuoco della Dea Vesta, di cui teneva cura un sacerdote custore dell'Imperio l'anno partito; in dodici mesi con la varietà de i dì Fasti, et Nefasti, il Magistrato de' sacerdoti diviso in Pontefici, et Auguri, e tanti varij riti di sacrificij, di suplicationi, di spettacoli, di professioni, e d'ufficij ordinati, da esso, et da gli altri che vennero dietro a' lui, dove ch mille Cerimonie né matrimonij, né sacrificj Lupercali, in quello, che si chiamava Ambarvale, et in altri assai s'offerivano da quelli. Coteste furono da TrebatioTrebatio. chiamate sacre havendo (come riferisce Livio nel quinto libro) Lucio Albino salvato in Ceretole Vergine Vestali, i sacerdoti, e tutte le cose sacre, onde ne nacque il nome di Cerimonie; come dice il Biondo nel primo della sua Roma Trionfante et nel settimo dice Livio, che à Fl. Biondo quella di Cereto fu conceduta la pace per cento anni, se bene havevan consentito ai Tarquiniesi nel depredare, il territorio Romano, per la memoria delle cose sacre da loro servate Sesto Sesto Pṏpeo. Pṏpeo però tiẽ questo, che le Cerimonie fosser dette presso a' Romani, [p. 61 modifica]o' dal predetto luogo ove furon le cose sacre lor salutate, overo dalla carità con più corta derivatione assai secondo il giuditio mio. Ma qualunque si sia la derivatione di tal vocabolo, basta che le Cerimonie sãte de Christiani s'hanno santamente, et inviolabilmente da osservare, et quelle che son superstitiose da fuggire. Quelle che pertengono alla creãza, delle quali tratta Mõsignor della Casa, Mõsignor della Casa. et seco il Mõdogneto, da huomini nobili s'hãno da seguire; et quelle che non consistono in una pratica signorile, per le quali si constituiscono i mastri detti delle ceimonie, s'hanno tra Prencipi, et Signori in mille occorẽze da usare, quelle frivole c'hãno così dell'affettato, et che putiscono del cortigiano selvatico da ogni bãda, consitendo nel gesto con troppa affettione mosso pover nelle parole satievoli, et stomachevoli di soverchi, s'hãno con ragionevol riso da schernire, essendo i seguaci di quelle tenuti per la città nel numero, de' farisei superstitiosi nell'esteriore, portando il cortigiano nelle scarpe, il Galateo né guanti, e masticãdo il Boccaccio per quante piazze, et contrade caminano ong'hora; dove che le riverenze d'un collo d'occa, uno inchino di camelo, un saluto di pedãte, un sfodramẽto di quattro palabras da spognola muy lindo sono la salsa di quãti incỡtrano, o' siano amici, o' conoscenti soli, gli antichi havevano bẽ le lor cerimonie civili, ma nỡ così affettate. Onde gli Idumei, quãdo si scỡtravano, dicevano, il Signore sia cỡ noi. Gli veri Hebrei, Dio ti sani fratel mio. Gli Thebani, Iddio vi dia salute. Gli Romani siavi salute. Gli Siciliani, Iddio vi conservi ma hoggidì nỡ s'usa altro, che dire. Bacio la mano, di vostra mercè servitore, e schiavo perpetuo di quella, con mill'altre cerimoniose parole, che i Cortigiani massimamente introduttori d'ogni adulatione hanno trovato ai tempi nostri, et se ben molte cerimonie de' moderni erano anco presso gli antichi in uso, come levarsi la beretta a' persone degne, si come era osservato da Silla verso Pompeo per testimonio di Plutarco; assorgere a' suoi maggiori, smontare da cavallo, levarsi l'ultimo da mensa, basciare i parenti, et gli amici, abbracciare i piedi nel supplicare, basciar le mani dell'Imperatore, gettarsi alle ginocchia, come fece Tigrane a' Pỡpeo vincitore, darsi la mano in segno di fede, ceder la strada a' superiori, tener nel luogo di mezzo i più meritevoli, con la mano introdurre altri, piegare il capo a' chi riveriva, non seder nel conspetto de parenti, salutarsi scambievolmẽte, con mille altre maniere di cerimonia; nỡdimeno ve n'hanno aggionte tante i moderni, che hoggidì gli huomini nỡtra paiono huomini, ma Dei dal ciel discesi, essendo ita tanto innanzi la licenza delle reverenze, et de' saluti, che sino ai ciavatini e caligari si senton nominar col nome di signori, et quattro bezzi in borsa son sufficiẽti a farti dar dell'illustre se ben non sei illustre in altro, che in ignoranza, et gofferia. La superstitione è poi totalmente contraria alla religione; et essa altro non è (strettamente pigliandola) Superstitioni in genere.che un timor vano d'Iddio, cagionato da [p. 62 modifica]cose, ove tener non si devrebbe. Santo Agostino nel libro della Dottrina Christiana descrivendo la superstitione, quanto alle sue parti, dice. Superstitiosum est quicquid institutum est ab hominibus, ad facienda Idola, et creaturam, dove si notifica la prima specie di superstitione, ch'è l'idolatria; di poi soggiunge, vel ad consultationes, et pacta quaedam cum daemonibus; et questa è la seconda: et dopo aggiunge ancora, ad hoc genus perinent omnes ligature, atque remedia, quae medicorum disciplina commendat, et questa è la terza specie. Di molte superstitioni frivole et vane fa mentione Plinio nel vigesimo ottavo libro, le quali non sia cosa inconveniente recitare, benche di superstitioni si parli ancora nel discorso de gli Indovini, et in quel de Maghi osservandosene alcune a' tempi nostri simili grandemente a' quelle. Pone adunque fra' le superstitioni gli incanti amatorii di Theocrito presso a Greci, di Catullo et Virgilio presso a' Latini; quel verso che Cesare Dittatore replicava tre volte inanzi che si mettesse a far viaggio, l'invocatione di Nemesi contra le fascinationi; col tintinnamento dell'orecchie voler presentire quel che lontano alcuno dice contra di te; col porre della saliva doppo l'orecchie con un dito, credere che i rei pensieri dell'animo si partino; che sia cattivo segno quando il cibo ti scappa di mano; così, quando s'incontra una donna che fila; che le saette, cavate dal corpo d'uno, se non han toccato terra, habbian vigore d'accender quei, che giacciono insieme, secondo Orfeo, et Archelao; che coi numeri impari di Pitagora si possino cacciare le cecità de gl'occhi essendo accomodati giustamente; che il capello che da un putto sia tolto e levati sani la podagra, essendo legato al mẽbro molestato; che il mal de gli occhi si ripari con l'incontro d'uno, che sia zoppo da ogni lato; che i parti s'agevolino, cingẽdosi la donna col cinto di colui che l'hà ingravidata, che l'occhio rito del lupo insalato guarisca la febre quartana; e simili altre ciancie, et fantasie ridicolose, delle quali insieme con Plinio ragiona il Fernellio Medico assai copiosamente: et il Mondognetto (per non tacer anco questa) in una lettera del secondo libro al dottore Don Giovanni di Ucamonte, dopo l'haver nominate per strie, la Mathona di Segovia, la Perixila di Avila, la Lapori di Hormachios, la Uracca di Ocagna, la Xarandiglia di Baezza, dice, che un dì la predetta Xarandiglia gli disse burlando. Se voi Maestro Guevara non volete, che alcuna person v'invoca, ricordatevi di dire in iscambio del segno della croce, alla prima cosa viva, che scontrate la mattina, queste parole. Con due occhi ti veggo, con cinque t'incanto, il sangue ti bevo, il core ti sparto; la qual cosa è veramente ridicola, et stolta superstitione. Alla religione son poi contrarij l'impietà, et il spregio sommamente, non essendo altro l'impietà che sentir malamente d'Iddio, o' negarlo, o' non temerlo; della quale impietà son notati da [p. 63 modifica]Cicerone nel primo de Natura Deorum. Diagora, Protagora, et altri assai. Svetonio di questa arguisce Svetonio. Caligula Imperatore, perché nel Capidoglio sussurrando parlava con Giove, et qualche volte ancora lo villaneggiava. FloroFloro. nel terzo libro n'arguisce parimente Euno Duce d'una moltitudine di servi, perché, nascosta in bocca una noce con dentro del solforo, et del fuoco, parlando soffiava fuori alcune fiamme, per dimostrarsi un Nome divino. Celio Celio. nel terzo libro nota una certo Psapho, il quale, affettando la divinità, fece instruire alcune Gaze loquaci, le quali libere volando dicevano. Psapho è un gran Dio. Demetrio dopo Alessandro Magno, con questa simile affettatione si fece nominar figliuol di Giove. Salmoneo figliuolo d'Eolo simulava di vibrare fulmini in aria, per dare a' capire a' quei di Elide, che fosse Dio, onde Virgilio nel sesto dice Virgilio. .

Vidi et crudeles datem Salmonea paenas,
Dum flammas Iovis, et sonitus imitatur Olympi.

Per conto del disprego Dionigio è notato da Lattantio, perché con scherno aperto tolse la barba d'oro a' Esculapio figliuol d'Apollo, dicendo, ch'era Lattantio. inconveniente che il padre si dipingesse giovene, et senza barba, et il figliuolo vecchio barbuto. Heliogabalo presso Herodoto. Herodoto, nel quinto libro delle sue Historie, beffeggiò apertamente la religione de' Dei, perciò che con irrisione grandissima congiunse in matrimonio Urania Dea, cioè la Luna, con suo Dio ch'era il Sole. L'opposto di questi son stati et sono i professori delle tãte Religioni Christiane, il Catalogo delle quali da diversi scrittori ho' fra mille opinioni varie più giustamente raccolte che possibil sia stato; Catalogo delle Religioni Christiane. come i Canonici Regolari Lateranensi signori al presente dell'Isola Tremitana, et del castello dell'Aragona, Baronia del Regno Napolitano, l'origine de' quali è discesa da gli Apostoli. Canonici Regulari Lateranensi. Onde Vincenzo Vescovo Bolvacense, nel decimono libro del suo Speculo Dottrinale, al capitolo sesto decimo, dice. Ordo canonicorum Regularium primo ab Apostolis, postea a' beato Augustino instimus. così dice il Vincenzo Vescovo Beloacense Boseto.Beato Antonio nella seconda parte della sua Cronica al titolo quintodecimo; il Volterrano nel libro vigesimo primo con quelle parole. Ordo Canonicus non tam ab Augustino institutus, quam renovatus, ab Apostolis enim sumpsit exordium. così Benedetto duodecimo in una sua Estravagante; et Eugenio quarto in quella bolla diretta ai padri di Frigionda, dove son queste parole inserte. Huius profecto sacri ordinis, et sancti propositi post sanctos Apostolos, primus in Alexandrina Ecclesia Marcus Petri Discipulus fuit institutor, et conditor, et gloriosus Doctor Augustinus eos divinis regulis decoravit. Queste sono anco le parole di Roseto Dottore Parisiense nobilissimo, nel libro de Religione Ecclesiastica, al Titolo trigesimoquarto, Roseto.De ipsius Canonici ordinis antiquitate non ex incettis auctoribus, reperimus [p. 64 modifica]quod ordo Canonicorum Regularium sub Sanctis Apostolis est institutus, a Beato Marco apud Alexandriam dilatatus, a' Beato et magno patre Augustino instauratur. Oltre di ciò vedansi in stampa dell'Imola, di Scipione Lancellotti, di Zaccaria Ferriero, e di tanti altri, che dimostran l'istesso nella causa di precedenza che hebbero già coi Monaci di Santa Giustina di Padoa, per la quali Pio quarto di felice memoria,, attesa la loro origine antica, diede in lor favore la sentenza diffinitiva, la quale immediatamente è contraria a alcuni seditiosi figliuoli di Satana per buon rispetto qui non nominati, che hanno a' giorni passati in pregiudizio loro, et della verità, in un certo kalendario che in molti luoghi io proprio ho' visto, in questa parte temerariamente, et scioccamente stampato, posto in controversia di novo l'origine loro, assignãdo loro per origine la riforma di Frigionaia, perché Papa Eugenio, et una loro ordinatione istessa la nomina plantatione novella, nõostante che Alessandro quarto, e Gregorio decimo nelle sue Bolle faccino testimonianze, che trecẽto anni innanzi a' tal riforma per la quale si chiama a la detta cỡgregatione plantatione novella, fiorì nel luogo istesso, ma gli ignoranti, che non sanno che sia Metaphora, si sono abbagliati subito a' sentir nominare pianta novella, con questa ragione prepongon loro fino a' Canonici, i quali et humani, et giusti hanno ceduto sempre il primo luogo a' Canonici Regolari Lateranensi senza contesa. Ma nella Bolla della sentenza data da Pio quarto son queste parole precise. Ipsi Canonici fuerunt, et sund de illis clerici a' Sancto Augustino, quinimo a' sanctis Apostolis institutis. Dopo i Caonici Regulari Lateranensi succedono in antichità Monaci di S.Basilio. i Monaci in quelli, ch'instituì S.Basilio, et in quelli che institui S.Benedetto. Basta che l'ordine di San Basilio, che hora fiorisce nella Grecia, et Armenia, hebbe principio da esso l'anno di nostro Signore 360.
Et l'ordine Carmelitano, che milita sotto l'istessa regola, principò nel Pontificato d'Alessandro terzo, l'anno 1160, ma Papa Honorio terzo gli diede Ordine Carmelitano. l'habito bianco che hora portano, et ordinò che Religiosi della casa Vergine del monte Carmelo si dimandassero, come fanno al presente: et questo fu l'anno 1217. non havendo altra verità in se quella discendenza che altri predica venir da Helia, et Heliseo, se non di ombra, et di figura come anco i Canonici Regolari Lateranensi figuratamente vengono da Leviti, i quali andavano vestiti dell'Ephodlineo.
I monaci neri detti hora di monte Cassino, Monaci Cassinensi. et di santa Giustina furono instituiti da S.Benedetto l'anno 35, et furon riformati da Oddo nella Badia di Cluni nell'anno 913, et dopo ancora rinovati da Lodovico Balbo nella Badia di Santa Giustina di Padoa, l'anno 1410.
L'ordine Camaldolese, che Camaldolesi. milita sotto l'istessa regola, hebbe principio da [p. 65 modifica]da S.Romaldo, l'anno di nostro Signore 904.
L'ordine di Ordine di Vall'Ombrosa. Vall'ombrosa militãte sotto l'istessa hebbe principio da S.Giovanni Gualberto Fiorentino l'anno 1060.
L'ordine Cisterciense Ordine cisterciense. pur sotto l'istessa principiò dal beato Roberto, et fu accresciuto da S.Bernardo l'anno 1198.
Gli Humiliati Humiliati. hora estirpati, ch'erã sotto l'istessa hebber pricipio dal beato Giovanni Comasco l'anno 1189.
I Celestini pur dell'istessa regola hebber Celestini. principio sotto Papa Celestino quinto di quell'ordine auttore, l'anno 1296.
I Monaci bianchi di Monte Oliveto, Olivetani. pur dell'istessa hebber principio, dal beato Bernardo Sanese, l'anno 1319 o' secondo altri 1370, o' secondo altri 1406.
L'ordine di Monferrato L'Ordine di Monferrato di Spagna. di Spagna, benche sia di S.Benedetto, pur è diviso da i Monaci neri d'Italia.
Sotto la Regola di Santo Agostino, che fu la prima volta data a' Can.Regol.Lat. Dő Celso Mapheo.come lungamente han provato tanti Dottori nelle loro allegationi, versando la causa di precedenza tra essi Canonici et i Monaci neri, et come ottimamente dimostra S. Celso Mapheo nella sua Apologia, et Don Agostino Ticinense Don Agostino Ticinense.nel suo propugnacolo contra gli impugnatori di tale ordine, si contengono tutti gli ordini seguenti.
Quello de predicatori, c'hebbero origine da S.Domenico prima Canonico Regolare nell'anno di nostra salute 1216.Ordine di S.Domenico.
Quello de Canonici di San Salvatore, c'hebbe il suo principio da Stefano, et Giacobo ambedue Sancti l'anno 1376. Canonici di San Salvatore.benche altri tengono c'havesse l'ordine da quattro frati Heremitani l'anno 1408.
Quelle de gli Heremitani, il qual fu raccolto da certi Heremiti di San Guglielmo, et da alcuni di S.Giovanni Buono, et dalla congregatione, de Fabali, et da quella Ordine degli Heremitani. di Britini, che sotto diversi habiti andavano per Italia, come dissi, cercando elemosine quaà e là hebbe principio sotto Innocẽtio Quarto nell'anno 1204 come si trahe dal libro intitolato Fasciculo de' tempi, il quale Innocenzo concedette loro, che potessero vivere sotto la regola del Beato Agostino, et celebrar l'officio secondo la corte Romana, il che non è negato da Mastro Ambrosio, de Chora padre di quella Religione, nelle sue Conclusioni, alle carte 121. dove esso ordinatamente descrive tutti i privileggi del suo ordine, et Alessandro Quarto, che succedesse a' Innocentio immediatamente, et fece quella unione di tanti dispersi, astringendosi a portar la cocolla negra, et la correggia insieme, come si vede in una bolla sua plumbata c'hanno i frati minori nel loro convento di Bologna, le cui parole, per maggior brevità lascio da parte, et Gregorio Decimo, il qual success d' [p. 66 modifica]Alessandro quarto, dopo Urbano, quarto, che visse nel Pontificato sol tre anni, e dopo Clemente quarto, che sedette anchor lui tre anni soli nella sedia di Pietro, disse di volerli tolerare insieme co i Carmeliti, come si hà nel testo De Reliquis Domibus in capitolo, Religionum, finche fosse ordinato altro di loro, havendo havuto animo come dice la Chiesa di quel luogo, di non lasciare in piede altro ordine di mendicanti, salvo i Predicaori, et i Minori da lui molto lodati, benche fossero instituiti inanzi al Concilio di Lione celebrato sotto di lui. ci son però di quelli (per non preterire le lor ragioni) che dicono loro esser stati confirmati da Alessandro quarto, come Gioanni Lucido, et altri da Honorio terzo insieme coi Predicatori, et Minori come il Fascicolo de' tempi Giovanni Lucido..ma l'ordine delle professioni e l'Osservante è divisa in undeci congregationi, le quali dopo l'unione di Papa Alessandro si son riformate, cioè la Illicetana principiata da un maestro Bartolomeo Venetiano, l'anno 1387. La Carbonaia cominciata da un frate Simone Cremonese, l'anno 1309. La Perugina, che cominciò l'anno 1424, quella di Lombardia c'hebbe principio da un Mastro Rocco da Tauta, l'anno 1444. quella di Monte Ortone, c'hebbe per auttore un Frate Simone da Camerino, l'anno mille quattrocentosessanta.La Battistella, c'hebbe principio da un Fra Battista. l'anno 1484. La Dolcetta, c'hebbe principio da Frate Francesco Zampana Calavrese, l'anno 1502. La Dalmatense, che principiò l'anno istesso, quell'Andrea Proles Germano, che principiò l'anno 1514. quella di S. Paulo primo Romito, che principiò l'anno 1550.
Serveti, Ordine di S.Girolamo da Fiesole.Oltra gli Heremitani sotto l'istessa regola militano i Frati de Servi instituiti da Filippo Fiorentino, l'anno 1185.
Ordine di S.Ambrogio ad Nemus.Così l'ordine di San Girolamo da Fiesole, dal quale fu auttore Carlo, Conte di Granello, l'anno 1406.
Heremiti di S.Girolamo.Così l'ordine di Santo Ambrogio ad Nemus, c'hebbe origine da Alessandro Crivello, Alberto Besozzo, et Antonio Pietra Santa, tutti tre gentilhuomini Milanesi, l'anno 1431.
Così gli Heremiti di S.Girolamo fondati da Lupo di Olmeto Spagnolo l'anno 1433.
Ordine degli Apostoli.Così l'ordine de gl'Apostoli, che hebbe principio 1484, sotto Innocentio Ottavo.
Così l'ordine di Paulo primo Romito in Ungheria principiato da Eusebio [p. 67 modifica]S.Paolo primo Romito.Strigonese, l'anno 1215. ottenendo poi da Giovanni 22. La regola di questo padre, l'anno 1367.
Ordine della Redentione.Così l'ordine della Redentione fondato al tempo di Clemente Quarto in Barcellona di Spagna, l'anno 1266.
Ordine de' buoni Huomini.Così l'ordine de' Buoni huomini, fondato da Riccardo Conte di Cornubia nella villa Bercansedio, discesa da Londra vinticinque miglia, l'anno 1257.
Ordine Permonstratense.Così l'ordine Premonestatense, hebbe origine da Notoberto nato in Colonia, et prete di Loreno, l'anno 1121.
Ordine di S.Brigida.Così l'ordine di Santa Brigida, di donne, et huomini in un convento, ma spartati, c'hebbe principio da lei, l'anno 1367.
Così quel de' Crocicchieri.Crocigeri Azurrini instituiti prima da Cleto Secṏdo Pontefice, come recita Fra Marcantonio Boldù nella sua Historia, e finalmente a' questo particolare habito assonti da Pio Secondo di natione Sanese, nell'anno 1460, F. Marcantonio Boldù.et di questa congregatione ve n'è hora in Spagna l'ordine de gli Hospitali di Santo Antonio, l'ordine de' Crocigeri con la flotta, et l'ordine di Sassia.
Ordine de' Giesuati.L'ordine de' Giesuati afferma bene la professione di Santo Agostino, ma non la regola, perché n'hanno uno (come riferisce Fra Paulo Moriggia nell'Historia dell'Origine delle Religioni) Fra Paulo Moriggia.scrittagli da unno de' suoi Frati, che fu Vescovo, et Santo, ch'è stata confirmata dalla sede Apostolica, il fondatore di questa fu il Beato Giovanni Colombini Sanese, l'anno 1355.
Franciscani Convẽtuali.Sotto la regola di San Francesco militano i Franciscani, conventuali c'hebbero principio da lui l'anno 1212.
Così quelli del terzo ordine hebber principio da lui medesimo.Quelli del terzo Ordine.
I Zoccolanti hebber principio da S.Bernardo l'anno 1412.I Zoccolanti.
Gli Amadei da Amadeo Spagnuolo, l'anno 1460.Gli Amadei.
I Chiarini, i Chiarinelli, e Reformatori tutti effettuano la predetta regola.Chiarini. Chiarinelli. Reformati.
I Capuccini hebber principio da un fra Mattheo Baschi, nella Marca Anconitana, nella città di Camerino, l'anno 1525.Capuccini.
I Certosini osservano una regola da lor stessi composta molto stretta, et l'auttore di quella fu S. Bruno da Colonia, et hebbero origine in Francia, l'anno 1084.Certosini.
L'ordine di S.Giorgio d'Alega , detto Azurrino osservava certi suoi ordini datigli da suoi padri, senza far professione; ma Papa Pio Quinto gli fece far professione, senza derogar però alli lor privilegi, Quei di S.Ambrogio d'Alega.et precedenza nelle pubbliche processioni; et ciò fu nell'anno 1570. Il suo fondatore fu il Beato Lorenzo Giustiniano Nobile Venetiano, l'anno 1408 overo 1407.
Certi altri Heremiti di S.Girolamo non facevano loro professione, [p. 68 modifica]San Girolamo. ne erano sottoposti a' regola privata, ma osservavano alcuni statuti lodevoli de lor padri passati: et pur Pio Quinto volle che facessero professione, come hora fanno, et quelli hebbero origine nel Ducato d'Urbino dal Beato Pietro da Pisa, l'anno 1380.
Ordine di S.Francesco di Paola.L'ordine di San Francesco di Paola fu nel Regno di Napoli fondato, et instituito di regola dall'istesso, l'anno 1450.
I Canoni di S.Marco di Mantoa. I Canonici di San Marco di Mantoa, che porta la beretta bianca quadra et fuor di casa un ferraiuol bianco, per vigore d'alcune bolle d'Innocentio Terzo, et d'Onorio Terzo, son detti esser discesi da San Marco Evangelista, forsi come fratelli de' Canoni Regolari Lateranensi, co i quali hanno grandissima somiglianza.
Quei di S.Bartolomeo di Genoa.La Congregatione de gli Armeni detta di S.Bartolomeo di Genoa, osserva le constitutioni de' Dominicani, et possede da sei monasteri tra la Liguria, et la Lombardia. Vanno vestiti come i padri di S.Domenico, salvo che portano la patienza nera.
La religione della Fỡte avellana.La Religione della fỡte Avellana fu fondata dal Beato Lodolfo un cinquanta anni innanzi a Nicolò secondo. ma hora è dissipasa, essendo l'Abbadia rassegnata a Monaci Camaldulesi, con certa entrata da mantenervi trenta de' loro Monaci, della quali il primo Abbate fu Don Pietro de Bagnoli da Bagnacavallo, buono per i suoi meriti et virtù carissimo al Cardinale d'Urbino, che allhora vivendo era il principale Abbate.
Romiti della Madonna di Gonzaga.La Congregatione de gli Romiti della Madonna di Gonzaga fu instituita sotto Innocentio ottavo, del 1430.
Cỡgregatione della vita cỡmune.La Congregatione della Vita commune fu fondata al tempo di Gregorio undecimo da Gherardo Todesco, huomo religioso, et Santo, l'anno 1376.
Cỡgregatione degli scalzi in Spagna.La Congregatione de gli Scalzi in Spagna, che van quasi come Capuccini, non hò potuto cavare da chi, ne da che tempo sia stata instituita.
Canonici di S.Spirito in Venetia.I Canonici di S.Spirito in Venetia con un sol monasterio, et con un membro in Padoa detto S.Michele, fanno congregatione, et osservano la regola di Santo Agostino.
Ordine della Santa Trinità. L'ordine della santa Trinità fu instituito da un certo Frate Giovanni l'anno 1197.
I Preti del Buon Giesù.I Preti del buon Giesù di Ravenna furon fondati in quella città da una Vergine detta Margherita da Rusci Castello di Romagna intorno al mille e cinquecento circa.
I Preti di S.Paolo decollato cioè i Barnabiti.I Preti di San Paolo decollato di Milano furono fondati dal signor Giacomo Antonio Morigia, da Monsigonr Francesco Maria Zaccaria Cremonese, e Monsignor Bartolomeo di casa Ferrera gentil huomo Milanese. possiedono alquanti luoghi, ma il capo di tutti è il convento di Milano detto dal titolo della lor Chiesa san Barnaba; onde son [p. 69 modifica]I Theatini. detti anco Barnabiti. I Theatini furon fondati da Giovan Pietro Caraffo Vescovo Theatino, che dopo fu fatto Cardinale, et poscia Papa, et detto Paolo quarto, concorrendo alla fondatione di costoro insieme con lui il signor Caietano Tiene Vicentino Protonotario Apostolico il Signor Bonifacio colle Alessandrino, e il Signor Paolo Romano.
I Giesuiti. I Giesuiti furono instituiti da Ignatio di Loyola nobile Spagnolo, nell'anno 1540 sotto Paolo terzo Farnese.
La Cỡgregatione de Raccoglitori di Orfanelli.La Congregatione di quei sacerdoti, che raccogliono gli Orfanelli fù instituita da Girolamo Miani gentilhuomo Venetiano del 1528.
Quei di S.Spirito in Sassia. I bianchi. L'ordine della Visione in Ethiopia.La Cỡgregatione di S.Spirito in Sassia di Roma principiò l'anno 1198. sotto Innocentio terzo.
La Congregatione de' Bianchi fu instituita del 1396. et fu estinta l'anno del Giubileo 1400.
L'ordine della visione in Ethipia ritiene in un monasterio solo detto di Brisan, vicino alla Città d'Ercoco, della quale è Signora il Barnagosso suddito al prete Iani più di tre mila frati.
Hor narrato il Catalogo delle Religioni son d'avvertire tutti i Religiosi i commune che la ruina principale delle Religioni (come ben discorre F.Roberto Richardino in un suo capitolo) da quindeci cause procede, et deriva. La prima è il pigliare indiscretamente fra loro persone inutili. La seconda, indebitamente et negligentemẽte instituire i novitij alla probatione presi da essi. La terza il pigliarli d putti, non havendo giudicio, ne senno. La quarta, il non essaminare bene l'intentione principale di quelli, che pigliano l'habito loro. La quinta, l'omissione dello studio; et della devotione. Fra Roberto Richardino. La sesta d'andar girando, et vagãdo, così i prelati come i sudditi. La settima, la promotione a i gradi superiori di consanguinei, d'amici adulatori, et di persone immeritevoli. L'ottava, la troppa cupidità, et sollecitudine delle cose tẽporali. La nona, la dissimulatione de gli errori, et l'indebita correttione. La decima, le visite negligenti, et mal pesate. L'undecima, la malignità de' tempi nostri, et de gli huomini di questa età troppo cattiva. La duodecima, la troppa abondanza, et moltiplicatione di ordini, capitoli, statuti. La terzadecima, l'inesperienza, ignoranza, et giovenezza de' prelati. La quartadecima, la ministratione iniqua, et il compartimento indebito, che fanno i superiori a i sudditi. La quintadecima, l'amor carnale portato a parenti di fuora, a' quali si donano i beni et la robba dal monasterio alle quali cause io aggiỡgo una delle potissime, ch'è il troppo amore che i prelati portano a' se stessi, essendo rigorosi poi verso i sudditi, et impugna tutte le sue attioni, riputando non haver consciẽza, se contra lui procede come contra publico tiranno. Onde la somma del tutto consiste in un buono discretto, et amorevol pastore, perché non così [p. 70 modifica]agevolmente s'alzan le corna contra un tale, come si fa contra un tiranno superbo, et arrogante. Un vero Religioso poi è descritto cosìda Eusebio in un suo sermone. Verus religiosus debet esse neglector quietis, Eusebio., fugax voluptatis appetitor laboris, patiens abiectionis, impatiens honoris, pauper in pecunia, dives in conscientia, humilis ad merita, superbus ad vitia. Fra tanti Religiosi per avanti enumerati è chiara cosa ritrovarsi ancor a i varij et diversi ordini di tanti De Cavalieri.Cavalieri, che con militia Christiana difendono da pagani, et infideli i lidi nostri, e le riviere furono i Cavalieri chiamati da Romani con vocabolo latino Equites, e Romolo fu quello, secondo Dionisio, ch'instituì l'ordine di essi, i quali furon detti Celeres, secondo 'l parer di AntiaAntia., da un Duce di Romolo chiamato Celere, il qual fu preposto a' tre centurie di loro, le quali eran mantenute da lui tãto in tẽpo di pace quanto di guerra. Onde Livio.Livio disse. Trecentos Romulus armatos ad custodiam corporis, quos Celeres nominavit, non in bello solum, sed etiam in pace habuit. Questi per testimonio di Plutarco furon levati poi da Numa, ma da altri Re furon restituiti, leggendosi che Lucio Bruto fu Prefetto de' Celeri dopo la morte di quello: et Festo. Festo narra, che tali furon detti ancora Trossuli da un luogo de Toscani preso da loro senza opera di pedoni, et Plinio Plinio. aggionge, che anco furon detti Fluxumenes. Crebbe poi col tempo ques'ordine in modo Carlo Sigonio.(come ben narra Cornelio Sigonio, nel secondo libro De Antiquo iur Civium Romanorum) che nella potenza et grandezza non solo contese con la plebe, et coi Senatori, ma essercitò con tutti loro inimicitie crudeli. Scrivono Valerio Massimo, Dionisio, et Festo, che alle tre Centurie di Romolo, cioè de' Ranniesi Tatiensi, et Luceri, il Re Prisco n'aggionse altre tre, aumentando in questo modo l'ordine equestre al qual esser stati soprastanti i Censori mostra Cicerone.Cicerone nel terzo delle leggi, et non tutti quelli che militarono con cavallo publico et militare, essendo eletti dai Censori, che portavano per segno d'esser distinti da senatori, un chiodo angusto, secondo Velleio.Velleio portandone i Senatori un largo, et per distintione della plebe, uno anello in dito, secondo Plinio assignato loro da' Censori. Si legge però nell'Historia di Diogene, che anco i Senatori portarono in dito gli anelli d'oro. Quindi avenne, che quelli, Dione. che dai magistrati ricevevano anelli d'oro godevano non la dignità de' Cavalieri Romani, ma i privilegi almeno, et l'essentioni loro, come Quinto Roscio comedo che fu donato d'un anello d'oro da Silla Dittatore, lo scriba di Caio Verre Pretore, et Laberio ornato da Cesare Dittatore del medesimo dono. Fra Cavalieri Christiani s'enumerano i Cavalieri di Malta Cavalieri di Malta. prima detti Cavalieri Gierosolimitani, e poi di S.Giovanni, e poi di Rodi, et finalmente di Malta. L'ordine loro fu principiato, secondo Vincenzo Historico, l'anno 1120. Portano la croce bianca nel petto, et vivono [p. 71 modifica]sotto la regola di Santo Agostino, et combattono ogn'ora con le proprie persone contra gli infideli. chi vuol vedere l'historia dell'origine loro, legga Polidoro Virgilio de Inventoribus rerum al settimo libro et chi vuol sentire i pregi di questa religione al mio modo di discorrere poco accomodati, vegga il Catalogo del Cassaneo, nella nona parte, alla cỡsideratione quarta, et al principio del terzo libro di Frate Paolo Morigia Milanese, che sentirà cose dignissime di questi illustrissimi Cavalieri in tutte le loro attioni nobili, et honorati da dovero. I Cavalieri Templari Cavalieri Templari. hebbero l'origine loro sotto Baldovino secondo Re di Hierusalemme, et furon così detti, perché habitaron già una parte del tempio di Hierusalemme S.Bernardo gli scrisse la regola del lor vivere; et fiorirono al tempo di Gelasio secondo Papa, circa gli anni di nostra salute 1117. Crebbero in grandissima ricchezza, ma finalmente per molti vitij loro, anzi sceleragini, secondo vari auttori, furono esterminati da Clemente quinto Pontefice, non senza suasione, et opera di Filippo Re di Frãcia, et le lor ricchezze furon poi distribuite a' quei di Malta, di Calatrava, et d'Alcantara. Ma chi vuol vederne più a' lőgo, legga il Plattina nella Vita del sudetto Clemente, Il Nauclero. il Sabellico, il Volterano, l'Arcivescovo Fiorentino, il Nauclero, et la selva di varia lettione di Pietro Messia. Teutonici. I Cavalieri Teutonici portano il vestimento bianco con la croce nera nel petto, et di sotto la tonica nera far residenza in Marionburgh furon fondati, secondo Polidoro Virgilio da un Tedesco, il quale pigliata la città di Hierusalẽme da christiani, con molti del suo popolo quivi rimase, et nessuno può esser Cavaliero di quest'ordine se non Tedesco. I Cavalieri di S. Giac. Cavalieri di S. Giacomo cominciarono in Spagna al tempo di Papa Alessandro terzo, del 1170. e vivono sotto la regola di Santo Agostino. l'auttore di questo ordine fu Pietro Bernardino. Portano nel petto una croce vermiglia sopra i panni neri, la quel è fatta a' foggia di spada. I Nuovi Cavalieri detti di Giesù Christo Cavalieri di Giesù Christo. hebber principio nel Regno di Portogallo da Giovãni vigesimosecődo nel 1320. acciò difendessero la Belgica allhora occupata da Saracini. Portano la croce vermiglia in veste nera, et il gran Maestro loro stà in Marino, nella Diocesi Silvẽse, et il Correttore dell'ordine è in perpetuo l'Abbate d'Alcossiano dell'ordine del Cestello nella Diocesi di Ulisbona. L'ordine di Santa Maria Cavalieri della Redentione, ò della mercede. di redimere gli schiavi, overo della mercede fu instituito da Giacopo Rè d'Aragona. Portano habito bianco con nera croce nel petto.
Cavalieri di Montesia.L'ordine di Montesia, che porta croco vermiglio, fu instituita dal medesimo l'anno 1212 et l'uno e' l'altro fu confirmato da Gregorio nono, l'anno 1230.
Cavalieri di Calatrava. I Cavalieri di Calatrava così detti dal luogo, et dalla provincia, dove hanno il lor convento principale, qual è in Spagna alla frỡtiera de' Mori, [p. 72 modifica]et è fortezza inespugnabile, hebber principio da Santio terzo Re di Navarra, overo di Toledo, secondo altri. Fanno professione come fanno i Cistercensi, usano vestimẽto nero con una croce rossa nel petto, la quale è fatta ne gli capi d'essa a' modo di gigli. Papa Alessãdro terzo fu il primo che confermasse questo ordine, mettendolo sotto l'ordine Cisterciense, et Papa Benedetto terzodecimo li diede la croce l'anno 1390.
Cavalieri d'Alcantara. I Cavalieri d'Alcantara di Spagna fan professione secondo l'ordine Cisterciense, e son derivati da un Cavaliero di quei di Calatrava, e però è più nobile l'ordine di Calatrava. Hanno il maggior convento nella Castiglia, vicino alla città d'Alcantara, e son tutti nobilissimi. Perpetuo Commendatore di quest'ordine è il Rè di Spagna. Portano la croce verde nel petto a' modo di gigli.
Cavalieri di S. Mauritio, e Lazaro. Gregorio Nazianzeno. I Cavalieri di S. Mauritio et Lazaro sono più antichi di tutti, havendo principiato fino al tempo del gran Basilio, come Gregorio Nazianzeno fa chiaro nella Vita del gran Basilio, et come testificano due bolle, l'una di Pio Quarto, et l'altra di Pio Quinto. fu questo ordine aumentato, et illustrato molto dal sommo Pontefice Damaso primo, et ciò fu fino al tempo di Giuliano Apostata, circa gli anni del Signore 366. Sono stati morti per l'ingiuria de' tempi molti anni, ma per opra di Pio Quarto son stati all'ultimo suscitati del 1565. Creando gran Maestro di questa Religione l'Illustre Signore Giannotto Castiglione; et dopo la morte di lui, fu creato da Gregorio terzodecimo gran Maestro il serenissimo Duca di Savoia. Portano hora una croce verde con una crocetta bianca in mezzo della verde, con due orletti, uno bianco, et l'altro verde. Hanno titolo di Don tale, sì come quei di Malta l'hanno di Fiera tale. I Cavalieri di S. Stefano.Cavalieri di San Stefano Papa hebber principio l'anno 1561 dal Sereniss. Duca Cosmo de' Medici, con licenza del Pontefice Pio quarto amilitano sotto la regola di S.Benedetto; e portano una croce di color rosso nel lato sinistro, Il gran Maestro loro dimora nella Città di Pisa. I Cavalieri da la banda di Spagna.Cavalieri della banda di Spagna furono instituiti dal Re Alfonso figliuolo che fu del Re Ferdinando, et della Regina Costanza, l'anno 1368. portano addosso una bãda rossa larga tre dita; e tutti sono Nobilissimi. Cavalieri di San Michele. I Cavalieri dell'ordine di S.Michele portano una collana d'oro al collo; et furono instituiti da Lodovico XI Re di Francia. Oltra questi ci son quei del Tosone dell'Imperatore, quei della Nonciata, Cavalieri del Tosone, della Nỡciata, della Stella, della tavola rotonda, della Galtiera.quei della Stella, quei della tavola rotonda, quei della Galtiera d'Inghiltera, quei che si fanno in Bologna per privilegio, in Roma per denari, et quei a' speroni d'oro da Prẽcipi diversi, de quali non parlo più avanti, solo dicendo questo, che a tutti si convengono le conditioni de gentil'huomini, et delle persone Nobili, secondo che nel discorso de Nobilisti posto habbiamo. De prelati. Ma distinguendosi i Religiosi in Prelati, et sudditi, è dovero ch'io discorra avanti de' Prelati. Al discorso [p. 73 modifica]di loro adunque nessun'altra sentenza è più propria, et particolare quanto quella Evangelica. Vos estis lux mundi, non potest civitas abscondi supra montem posa, neq accendunt lucernam, ut ponant eam sub modio, sed super candelabrum, ut luceat omnibus qui in domo sunt. Sic luceat lux vestra coram hominibus ut videant opera vestra bona, et gloroficent patrem vestrum qui in eccelsi est. Nella qual sentenz si notano due cose: prima l'opere loro interiori, et esteriori, che ottime debbono essere per corrispondere a una ottima vita, secondo l'instrutione, che hanno da porgere ai sudditi, denotata per il lume, che dee procedere da essi. La qual cosa esplica chiarissimamente San Gregorio S.Gregorio. nella pastorale, mentre dice, Lux gregis est flamma Pastoris, ducet.n.Dominicum Pastorem, et Sacerdotem morib. et vita clarescere quatenus in eo tamquam in lucis suae speculo plebs sibi commissa, et eligere quid sequatur, et videre possit quod corrigat. Nelle sacre lettere il Pastore è chiamato occhio della Chiesa, perché con somma vigilanza deve attendere al suo gregge, et haverne quella cura che la sua sapienza, et gravità comporta. et di lui si verificano le parole di Zacharia Profeta. Hic est oculum eorum in universa terra et si come Athene era chiamata l'occhio della Grecia, per causa del suo buon governo, et reggimento suo, così il Prelato è detto occhio del popolo, stando sempre intento alla cura, et ministerio delle cose necessarie à quello. Ne altra cosa intese Hesiodo Hesiodo. antico Theologo per l'occhio di Giove più à proposito, che la cura pastorale, in quel verso Cuncta videns oculus Iovis, et simul omnia versans, ne il Dotto HomeroHomero. intese altro forsi in quello.

Sol qui cuncta vides tu singula qui auribus hauris.

Perché il Prelato deve havere un'occhio come quel del Sole da veder tutti i bisogni dei suoi sudditi, et esser come quell'Argo Poetico, il quale ne possedeva cẽto da vigilar intorno à loro. Onde per esso son scritti quei versi.

Lumina quot quondam Iunonis Argus habebat,
Tot vigilans vigiles pastor servabit Ocellos.

E la sua diligenza dee assomigliarsi à quella del Leone, che si dipinge per custode innanzi alle porte de' Prencipi, et de Tẽpli, et a quella de Galli, che di dipĩgono in su la cima delle torri. Onde l'AlciatoL'Alciato. rettamẽte cãta.

Instantis quòd signo canens det Gallus Eoi,
Et revocet fessat ad nova pensa manus,
Turribus in sacris assigitur aenea, mentem
Ad superos pelvis quod revocat virgilem:
est Leo, sed custos oculis quod dormit apertis
Templorum idcirca ponitur ante fores.

Per questo il dottissimo Virgilio, nel suo ingeniosissimo simbolo dice. si pastores dormiunt, iam oves dissipantur, si oculus dormit, coetera [p. 74 modifica]Virgilio. membra externorum incursibus, milleq., iniutijs obnoxia sunt. Non volle dire cosa leggiera Heraclito, quando disse, che homo propter oculum, et oculus propter mundum conditus erat, essendo necessario, et al suddito, et al Prelato havere un'occhio molto buono in tutte l'attioni di questa vita. Heraclito. al Prelato s'aspetta di pascere il gregge suo con la dottrina, et la parola d'Iddio principalmente secondo quel precedetto di Paulo à Timotheo. Praedica verbum, insta opportune, et importune, argue, et obsecra, increpa in omni patientia, et doctrina. Onde à prelati che ciò non fanno è minacciato così in Hieremia Profeta. Veh pastoribus, qui dispergunt, et dilacerant gregem pascue meae; ideo haec dicit Dominus Deus Israel ad pastores, qui pascunt populum meum, Vos dispersistis gregem meum, et eiecistis eos, et non visitastis eos, Ecce ego visitabo super vos malitiam studiosum vestrorum, ait Dominus Deus Israel, et in Ezechiele con più rigide parole è detto loro. Veh pastoribus Israel, qui pascunt semetipsos. Non ne greges à pastoribus pascuntur? Lac comedebatis, et lanis operiebamini, et quot crassum erat occidebatis, gregem autem meum non pascebatis, quo infirmum fuit non consolidatis, et quod aegrorum non sanastis, et quod perierat non quaesivistis, sed cum obiectum non reduxistis, et quod confractum non alligastis, sed cum austeritate imperabatis eis, et cum potentia. Hieronimo Santo Hieronimo Santo in due parole ispone quello che hà da essere il Prelato dicendo. Tanta debent esse conversatio, et eruditio Pontificis, ut omnes mutus, et egressus, et universa opera eius notabilia sint. et Bernardo S.Bernardo. sopra la Cantica, gli avvertisce con quelle auree parole. Dicite subditorum matres vos esse debere, non dominos. studete magis amatis, quam metui. et si interdum severitate opus est, paterna sit, non Tyrannica. suspendite verba, producite ubera, pectora lacte pinguescant, nectypo tugeant.Si debbono ricordare i prelati d'essere il sale della terra, le lucerni ardenti sopra il candeliero acceso, la città situata sopra l'alto monte in prospetiva di tutti, la vita frutifera, onde i palmiti tranno vigore et vita, le lampade lucenti del magnifico tempio di Salomone, et convenir loro d'essere in tutte le virtù perfetti, infervorati nella carità, constanti nella patienza, temperati nella sobrietà, compiti nella sapienza, discreti nella benignità, modesti nella clemenza, ricchi di pietà, adorni di scienza, splendidi per l'humiltà, dotati di continenza, specchi di devotione, et essemplar d'una santa, inviolata et perfetta religione. Tengasi bene à mente il prelato, et leghisi nel cuore quella sentenza notabile di Innocentio Papa.Innocentio Papa, nel libro de Miseria Humana, per non esser tale. Statim ut ambitiosus promotus est ad honorem, in superbia extollitur, et in iactantiam effraenatur. Non curat prodesse, sed gloriatur praeesse, [p. 75 modifica]praesumit se meliorem, quia cernit se superiorem. at bonum facit non gradus, sed virtus, non dignitas, sed honestas, priores dedignantu amicos, notos ignorat hesternos, comites contemnit antiquos, vultum avertit, cervicem erigit, fastum, ostendit, grandia loquitur, sublimia mediatur, subesse non patitur, praeesse mollitur, praeceps, et audax, gloriosus et arrogans, gravis et importunus. SenecaSeneca in una sua epistola, insegna al prelato quel c'hà da far inanzi che comandi a gli altri, et che regga gli altri dicendo. Refraenet primum libi lines, spernat voluptates, iracundiam teneat, avaritiam coerceat, caeteris animi labes repellat, et tunc incipiat alijs imperare, cum ipse improbissimis dominis dedecori, et turpitudini parere desierit. Ma che cosa hà da dire il suddito, quando vede il prelato in tutti i vitij immerso (parlo di quelli che sono tali, osservando sempre li boni, e giusti prelati, delli quali assai ve ne son di santa, et ottima vita) in tutti gli errori implicato, in tutte le colpe scorrer à guisa di cavallo scapestrato? che cosa ha egli da dire, mentre lo vede nelle delitie involto, né piaceri intricato, nelle cupidità distratto, nell'ambitioni affogato fino al collo? Quando un prelato vive da Sardanapalo, Lussuria come un Diogene, Lascivisce come uno Heliogabalo, precipita né vitij come uno Commodo, che cosa di buono può imparare il suddito da questa vita trista e sconcertata? quando un prelato si vede non curar Domenedio, tralasciar la devotione, abbandonar gli uffici santi, allentar l'osservanze consuete, fuggire il rigor della religione, partirsi dalle stretezze, non far cõto de gli ordini, non stimare i capitoli, abhorrir le riforme, schernire i mandati de' maggiori, absentarsi dalla Chiesa, pigliar bãdo dal choro, nõ trovarsi à alcuno ufficio, mostrarsi in somma un ribello di Dio a spada tratta, che cosa hà da dire il suddito in tal caso quando cõ tutto ciò per ogni legierezza s'adira seco, ne sol s'adira, ma l'arguisce, ne sol l'arguisce, ma l'ingiuria, ne sol l'ingiuria, ma lo straneggia, ne sol lo straneggia, ma cõ precipitose pene lo tormẽta, et affligge, che cosa dee pẽsare, ò dire in quelle disperationi sì violente? Quãdo il misero cõ gli occhiali al naso di vista grossa vuol mirare i diffetti del suddito, et suoi proprij con quei di vista sottile, con quello và in colera, con se stesso è placido, con quello è una vipera, con se medesimo è uno agnello, con quello è severo come un Nerone, terribile come un Caio, austero come un Minos, implacabile come un Rhadamanto, impetuoso come una furia infernale, con se stesso non conosce altro che libertà, tranquillità, piacevolezza, e pace delitiosa, che dee dire il suddito allhora? che dee imaginarsi nell'animo suo? che deve fare in questa oppositione estrema? quando il prelato è il primo à pigliarsi buon tempo, à star sopito in letto al tempo dell'hore mattutine à vagar per gli claustri, à frequentar la stalla, la porta, e la cucina, [p. 76 modifica]a errar per le piazze, à scorrer per i mercati, à negociar col mondo, à trafficar col secolo, à darsi in preda alla libertà, e dissolutione, che cosa ha da dire il suddito in questo buono essempio che riceve? quãdo il prelato stà tutto il dì à cavallo per mercantar giumenti e bestie, quando muta la Chiesa in una stalla, la sacristia in una dispensa, l'oratorio in una cucina, quando su la piazza diventa pizzigaruolo da fardelle sul mercato diventa polaruolo da paveri, in pescaria diventa un lardaruolo da trippe, e in ogni luogo avvilisce se medesimo, e perde tutta la gravità del monasterio, che cosa dee dire il suddito à vederlo in tal maniera diportarsi? quãdo il prelato in luogo della Bibbia studia solo i Scartafacci, il suo maestro delle sentenze è un giornalaccio male acconcio, il suo Breviario è una vacchetta di mille errori, et di mille viluppi, i suoi canoni sono le partite della Tariffa, le sue prediche sono le liste di fattoria, i suoi Theologi sono un Mamotretto, et un Catholicon, le sue somme sono gli instromenti de i debiti c'hà fatto al monastero, che cosa hà da dire il suddito mirandolo tale, quando altramente esser doverebbe? Quando il prelato non tien regola nelle delitie, non hà modo nella libertà, non hà ordine né piaceri, non hà ritegno nelle cupidità, non hà freno nell'avaritie, non hà rimorso di conscienza in cosa alcuna, che essempio ne può trarre allhora il suddito, che vaglia a riformarlo? quando il prelato s'usurpa quel del monasterio, defrauda quel della religione, rubba quello ch'è commune, s'appropria quello ch'è di tutti, chiama i cavalli suoi, l'entrate sue, le possessioni sue, la casa sua, et non sol col nome ma cő l'effetto fa ogni cosa sua, affitta i campi senza capitolo, vende i frumenti senza participatione d'alcuno fa i livelli di propria auttorità, fabrica secondo il suo capriccio et humore, spende e spande à suo piacere, convita questo, pasteggia quell'altro, remunera grossamente questo adulatore, dona soverchiamente à questo suo amico e domestico, tuole à questo, da à quell'altro, consuma il tutto, dissipa ogni cosa, tripdua, trionfa, guazza, dando in fine l'oglio santo con lagrimevole essito à tutte l'entrate del convento, et di sopravanzo è rustico co i sudditi, importuno ne gli avisi, grave nelle correttioni, fastidioso nelle visite, stomachevole nell'osservanze, scema il vestito, diminuisce il vitto, pone i cadenazzi, e i puntelli à quel picciol neo di libertà, inchiava ogni cosa, rinserra il tutto, e fortifica i miseri quasi in un castel d'Athlante; havendo egli solo ogni patente d'andare et d'uscire, restando essi incathenati à quella essosa servitù, che cosa vuol che dica il suddito, o che operi essendo per queste impietà ridotto in estrema disperatione? Quando il prelato si porta da carnefice nel castigare, da Bireno nel tradire, da Caco nello assassinare, da Marganore nel tirãneggiare il suddito, che cosa si può fare, ò dir di buono in questo punto? Quando il prelato sia ignorante come uno asino, grosso di legname come un bue, insipido come una pecora, matto [p. 77 modifica]come un castrone, facil da levare come un buffalo, quando la sua scienza si vende à bagatini, la sapienza à Carantani, il giudicio à bezzeti di latta, la discrettione non habbi regola, la regola non habbi forma, la forma non habbi soggetto che regga à martello, che cosa di gratia dee dire il suddito in tal volta? quando il prelato è ambitioso come un pavone, iracondo come un gallo d'India, furioso come una cavallo, varro, et instabile come un Camaleonte, ingordo come un Lupo, avaro come un griffone, lussurioso come un Orso, ocioso come un Tasio, cervellino come un gatto, ridicolo, come una simia, capriccioso come un madarasso, ostinato come un mulo, iniquo, et perverso come la mala bestia, dove hà da voltarsi allhora il misero, et sfortunato suddito? Ma se per caso il suddito si trova ancor'esso della medesima De sudditi. stampa del prelato, allhora la sentina de' vitij è colma, come si deve, allhora l'hospedal di S.Vincenzo è stabilito à modo. Dovrebbe l'ottimo suddito principiare dall'honore, et dal timor d'Iddio, succedendo dietro à questo l'honore del prelato, onde Agostino nella sua regola dice Honore coram vobis praelatus sit vobis. si legge a questo proposito, che la Republica sycionij fu sempre in grandissimo fiore, finchè il sacro Collegio loro chiama Pastophoro, et il sommo sacerdote chiamato Charmio fu rispettato, et honorato come il debito richiedeva, et quando per l'insolenza de sudditi fu intermesso questo honore, allhora il tutto andò subitamente in ruina. Gli Atheniesi finchè venerarono sommamente il loro Archierosyne, Eleoubatide, Buzige, e tutti i sacri Magistrati, accrebbero fuor di modo lo Stato della Repub. loro, ma quando à contemplatione d'alcuni Filosofi, cioè di Protagora, Diagora, e d'altri, introdussero la falsa openione che Dio non fosse, et il dispreggio de ministri sacri, all'hora presero il decoro della Repub. prima felice veramente, et fortunata. Fin dal tempo di Numa Pompilio huomo religioso parve che la Repub. Romana andasse ogn'hora augumentando per l'honore portato ai Dei, et à sacerdoti loro; ma poiché Clodio violò il tempio della Dea Buona, et portò sì poco rispetto ai sacerdoti di essa, parve che cominciasse la ruina, et destruttione di questa Repub. per avanti così altiera, et gloriosa. Devrebbe poi l'ottimo suddito ubedir volentieri al suo prelato, et essere ossequiente ai mandati di quello, per esser tale il comandamento del Signore, che dice in S. Mattheo. Omina ergo quaecumque dixerint vobis servate, et facite. Ne deve straccarsi di essequir quel tanto, che egli ò placidamente, o un poco duramente gli imponga, ricordandosi dell'essempio poetico d'Hercole, che prima straccò l'invidiosa Giunone in comandargli, che egli si straccasse in servirla: et dell'usanza de' popoli d'Ischia, che Antonio Panormita.(come riferisce Antonio Panormita nel secondo libro de' detti, et fatti [p. 78 modifica]fatti del Re Alfonso) se ben'hanno in odio il Re, con tutto ciò con trombe, tamburi, et flauti allegramente lo ricevono, et lietamente l'ubediscono oltra che Paolo Apostolo precisamente comanda. Obedite praepositis vestris etiam discelis. Dovrebbe anco il buon suddito pregare assiduamente Iddio per il suo prelato a imitatione de gli Apostoli, che pregaron per Pietro, mentre era in carcere, onde ne gli Atti Apostolici è scritto. Oratio autem fiebat sine intermissione ab ecclesia pro eo. et dicendo Fratres orate pro nobis. Deverebbe anco tener del suo prelato buona openione. Però Paulo ai Corinthi diceva. Sic nos existimet homo ut ministros Christi, et dispensatores mysteriorum Dei. Non devrebbe mormorar di lui, per servare il precetto di Paulo à Colossensi. Necque murmuraveritis, sicut quidam eorum murmuraverunt, et a serpentibus perierunt. et in somma al buon suddito s'appartiene d'esser humile, piacevole, modesto, ubbidiente, sobrio, temperato, continente, misericordioso, caritativo, studioso, devoto, religioso e da bene: e non superbo affettato, vanaglorioso, altero, vano, lascivo, humorista, capriccioso, bizzaro, dissoluto, vagabondo, otioso, indevoto, irreligioso, licentioso, renitente, calcitrante, sfrenato, scalpestato, discolo, presontuoso, e temerario, come la moderna età ne prova molti: perché quando il suddito si trova in questa foggia, et che una bestia contende contra l'altra, il monasterio claustrale somiglia più presto la fucina di Sterope, et di Bronte, ò la spelonca de Cyclopi, che un convento di religiosi; conciosia che il prelato brava, il suddito grida, quello minaccia, questo non cura, uno s'infuria, l'altro s'inaspra, questo ingiuria, quelli oltraggia, da uno s'odon villanie, dall'altro vituperi, e finalmente dalle parole si viene à fatti, si tocca all'arma, le campane suonano à doppio, et bene spesso qualcuno rileva quel che non vorrebbe, All'ultimo De predicatori. (per finir questo discorso) i Predicatori del verbo d'Iddio son presidenti d'uno ufficio principale, che nella chiesa sia, si come s'ha nè Canoni Extra de Haeretici cap. cum ex iniuncto. Son chiamati per la loro eccellenza Profeti da S. Gregorio nel suo pastorale, sopra quel passo di Hieremia. Prophetae tui videbant tibi falsa, perché essi prenonciano le cose future, cioè la gloria ai buoni, et le pene ai cattivi. Sono anco detti Angeli dall'istesso nel trigesimoquarto de' suoi morali, per esser noncij d'Iddio secondo il detto del Profeta. Annunciaverunt opera Dei, et facta eius intellexerunt. et quei sette Angeli, che presso à Giovanni nell'Apocalisse cantano con le sette trombe significano i predicatori né sette stati della Chiesa predicanti cose diverse, le quali son comprese nelle parole della predicatione loro, come in quel luogo ispone benissimo Hugo Cardinale Hugo Cardinale. sono anco illustri per questo, che l'ufficio loro è un'ufficio Apostolico, essendo stato imposto loro da Christo, Euntes in universum mũdum praedicate Evangeliũ omni [p. 79 modifica]creaturae. Anzi (ch'è maggior dignità, et grãdezza) è stato ufficio di Christo istesso, che l'ha essercitato in questo mődo con tanta gravità, et perfetione qual al soggetto, et all'ufficio ocnveniva. A loro, per predicare degnamente, et honorevolmente, tre cose principali convengono. prima una carità ardente. secondo una disciplina et conversatione essemplarissima. terzo una scienza di molte cose assai fondata, et competente. per accennare à tutte tre disse Christo in favore di Giovanni Battista lume de predicatori. Ille erat lucerna ardens, et lucens; Ove la nomina lucerna, per la cagione della legge divina, c'haveva infusa in lui, perché Lucerna pedibus meis verbum tuum, ardente per la singolar sua carità, lucente per l'honestà, et morigerata sua conversatione, nella quale adempì il precetto di Christo. Sic luceat lux vestra coram hominibus, ut videant opera vestra bona, et glorificent patrem vestrum , qui in coelis est. Deve adunque il predicatore predicare principalmente per carità, e non per cupidità di guadagno, et de mercede come alcuni fanno, che se questo non ci fosse, non aprirebbono la bocca per proferire una parola, ne salirebbono in pulpito per movere un gesto, non già ch'io neghi, che non sic dignus operarius mercede sua; et che S.Paolo ai Corinthi, non protesti il vero dicendo. Non alligabis os bovi trituranti; et che S. Hieronimo non dica benissimo. Apostolicis viris, et Evangelizatoribus Christi in necessarijs usibus nolle tribuere, se ipsum condemnare est, Come si hà nel 16. causa. quest. prima cap. penultimo. Deve anco predicare per far frutto nelle anime de' popoli, et non per gloria del mondo, ne per cupidità d'honore. Onde San Gregorio né Morali dice. Spiritualis praedicator in cunctis quae dicit solerti cura se inspiciat, ne in eo, quòd recta praedicat vitio se eletionis extollat. et il medesimo aggionge questo documento al predicatore. Quamvis praedicator debeat cavere, ne ex arrogantia, et inani gloria praedicet, tamen, si motus recta intẽntione, subrepat tentatio inanis, gloriae non debet per hoc dimittere, perché (come è scritto nell'Ecclesiastico all'undecimo) Qui observat ventum, nunquam seminat, et l'essempio s'adduce di San Bernardo, che tentato di vanagloria, mentre predicava disse nel suo cuore. Ne propter te incoepi, nec propter te dimittat. per questo rettamente diceva il Profeta al Signore. Statue servo tuo eloquium tuum in timore tuo. et bene diceva Paolo Apostolo. Qui gloriatur in domino glorietur, non enim qui se ipsum commendat ille probatus est, sed quem Deus commendat, con tutto ciò, data la prima gloria, M.Tullio. à Dio può il predicatore appetere quella gloria, che segue conseguentemente la virtù. La onde M. Tullio egregiamente disse. Neque enim laudis causa rectum sequi convenit, si tamen laus consequitur, congeminantur recti appetendi voluntas, ne quel soave Poeta disse una bugia, Ovidio. celebrando la gloria che nasce [p. 80 modifica]dalla virtù, coi seguenti versi.

Excitat auditor studium, laudataq; virtus
Crescit, et immensium gloria calcar habet.

et il predetto Tullio nelle Tusculane aggionse. Honos alit artes, et omnes incenduntur ad studia gloria: et benché il predicatore non facesse frutto, Simmaco Papa. non dee per ciò atterisri, ne perdersi d'animo, ò smarirsi, ne invilirsi punto, perché Unusquisque (come dice l'Apostolo) mercedem recipiet secundum suum laborem. Deve il predicatore (come ho detto) esser nella conversatione essemplare, nonvenendo à lui quel detto dell'Ecclesiastico S. Giovan. Chrisost... Quasi sol refugens, sic ille refulsit in templo Dei. per questo Simmaco Papa dice benissimo. Nemo recte monitoris personam suscipit, nisi qui actibus suis, errata condemnat, et amorem innocentiae conversatione demonstrat. et (come dice S.Giovanni Christomo) bene vivendo, et bene dicendo, populum instruis, quomodo vinere debeat, bene aurem docendo, et male vivendo, dominum instruis quomodo te debeat condemnare, et S.S.Gregor.Gregorio all'istesso dice. Cuius vita despicitur, restat ut eius praedicatio contemnatur. Ma David Profeta al predicatore ch'è l'opposito di quello, che predica, recita le seguenti, parole molto aspre del Signore. Peccatori autem dixit Deus, quare tu enarras iustitias meas, et assumis testamentum meum per os tuum? tu vero odisti disciplinam, et proiecisti sermones meos retrorsum? si videbas furem currebas cum eo, et cum adulteris portionem tuam ponebas os tuum abundavit malitia, et lingua tua concinnabat dolos. et l'Apostolo dice a questi tali, con improperio, Qui alios doces, te ipsum non doces? qui predicas non furandum furaris? et nostro Signore gli arguisce nell'Evangelio dicendo. Progenies viperarum quomodo potestis bona loqui, cuius sitis ipsi mali? et di novo dice loro. Hippocrita eijce primum trabem de oculo tuo et postea ciicies festucam de oculo fratris. Catone. Quindi è che l'Ethnico Catone habbia saggiamente descritto l'Oratore, dicendo che Orator est bonus vir, et dicendi agentiq; peritus. Così M. Tullio disse, che il capo et principio dell'arte oratoria era, Docere quod facias. Onde è necessario al predicatore esse da bene veramente, et non apparentemẽte, come son gli Hippocriti, da quali ci ritrahe il Signore con quelle parole. Attendite vobis à falsis prophetis, qui veniunt ad vos in vestimentis ovium, intrinsecus autem sunt Lupi rapaces, à fructibus eorum cognosceris eos. perché questi sacrilegi huomini vanno facendo commenti frà loro con quel detto del Satirico GiuvenaleGiuvenale..

Da mihi fallere, da iustum sanctumq; videri.
Noctem peccatis, et fraudibus obijce nubem.

Essendo monstri di bontà, ombre di virtù, sepolchri dorati, simie di simulatione, [p. 81 modifica]con la quale ingannano, assassinano, amagliano, et prestigiano gli huomini, tradendo la moltitudine à loro come pecore, et parendo semidei fra mortali, mentre sono ribaldi, e tristissimi peccatori. Gregorio Nazianzeno Gregorio Nazianzeno. nel suo Apologetico dice a proposito. Mundati prius oportet, et sic alios mundare sapientem prius fieri, et sic alios facere sapientes, tamen fieri, et si alio illuminare, ad Deum accedere, et alios ad Deum adducere. si ricerca ancora una commoda scienza quasi universale (come ho detto) nel predicatore et per questo dice Pietro nella prima canonica sua. Pietro Apostolo. Parat reddere rationem omnipotenti vos de ea fide et spe, quae est in vobis. et per questo essorta S.Paolo il suo Timotheo. Attende lectioni exhorationi et doctrinae. in figura di questo, nostro Signore spezzò prima i cinque pani, i quali significano i cinque libri della legge di Mosè, et di poi li diede à gli Apostoli da distribuire alle turbe Paulo Apostolo. à lui è necessaria la cognitione della Theologia Scolastica e della scritturale, la dottrina de padri, le constitutioni de sommi Pontefici, le determinationi de sacri concilij, una mediocre Filosofia, una commoda Logica, una buona Rhettorica, e Poetica insieme, et quanto più sarà prattico, essercitato, et instrutto nelle scienze, nelle arti liberali, et nella cognitione universale delle cose del mondo, et massime de vitij del popolo, tanto più sul pulpito apparirà valente, e consumato. La materia sua principale, et quella ch'è sua propria è la scrittura sacra, come dice Antonin Santo Santo Antonino. nella terza parte della sua somma al Titolo decimo nono, et se qualche volta vorrà introdurre alla prova delle conclusioni scritturali, i dottori, i Ethnici, i Filosofi, e l'historie de gentili, ciò non si dee improbare (dice egli) affatto, perché anco l'Apostolo nelle sue epistole, et nelle sue predicationi s'è servito di cose tali e Clemente Papa (come si hà nella distintione trigesima settima) Clemente Papa dice a questo proposito. Cum ex divinis scripturisali quis firmam regulam charitatis, et veritatis susceperit, absurdum non erit, si etiam ex eruditione communi, ac liberalibus studiis, quae forte in pueritia attigit, ad assertionem veri dogmatis conferat, ita tamen, ut ubi vera didicerit, falsa, et simulata declinet. Ma voler precisamente empir la predica di filosofia, di Astrologia, et di simili altre scienze, vane, è cosa vituperabile, et indegna, perché l'ancilla non si deve preporre alla Regina, della quale è scritto. Quid veri sybilla, aut Orpheus, et alij gentium Vates, aut Philosophi praedixisse perhibentur, valet quidem ad Paganorum vanitatem revicendam, non tamen ad istorum auctoritatem complectendam. Onde Gregorio (come si hà nella distintione ottavagesima sesta, Cum multas) riprende un certo Vescovo, il quale predicava al popolo la Grammatica, [p. 82 modifica]conchiudendo, che in uno ore non bene se capiunt laudes Christi cum laudibus iovis dove la Chiesa dice, che tal vescovo recitava le favole de Poeti et le Moralizava, la qual cosa non conviene, sicome disconviene ancora, che il predicatore predichi cose apocrife, et non autentiche, à patto alcuno. Però San Tomaso in una epistola honestamente arguì uno, che haveva predicato, che la stella apparsa ai Magi havea forma di un putto picciolo, et che la Vergine Madre ogni giorno sette volte meditava la passione di Christo non mancando della scrittura cose infinite da dire, senza divertire à favole ignote, et incerte. Si dee guardare il predicatore massimamente da dir cose false nella predica, et massime intorno alle cose di fede, et pertinenti ai vitij, et alle virtù; per non render sospetta tutta la sua predicatione, et farsi egli stimare ò uno ignorante, ò un malitioso. Così dee guardarsi grandemente dall'adulatione in quelle cose che son reprensibili nel popolo, et anco nelle temporali magnificenze; ecceto se per sorte non adulasse temperatamente, per far gli auditori più patienti à tolerare la fraterna correttione, et parimente hà da guardarsi dalla iattantia assai, et dall'ostentatione, per non render disprezzabile presso ai Dotti, et giudiciosi, i quali in uno tratto capiscono il valore della persona, et sanno, che fa una congierie di robba, per fare una apparenza, et una mostra, non perché sia fondato veramente, come a un Dotto s'appartiene. Ne deve il buon predicatore stoltamente detrahere à maggiori, per non generare scandalo, et seditione nel popolo, il quale atto à appigliarsi sempre più tosto al male, che al bene, et da tal predicatione più tosto si genera disturbo, che frutto d'alcuna sorte. Ne deve amar le risse, et le contese con gli altri predicatori nascendo sempre da tali contentioni qualche scisma ne gli auditori, e turbandosi la pace del popolo per queste frali, et inutili cỡtese che fanno. Guardisi anco di non essere troppo lungo nel predicare impero che Alimenta (come dice San Gregorio in una sua Homelia) San Gregorio. quae minus sufficiunt avidemus sumuntur. et la troppa brevità parimente (dice San Hieronimo) viene à troncare il desiderio de' studiosi. deve anco fuggire sommamente la troppa velocità del dire, et così la tardità perché (come dice Seneca) Seneca. Pronunciatio sicut, et vita debet esse composita, et nihil ordinatum est quod praecipitatur, et properat. E cosa ripensibile ancora la copia d'infinite allegationi et l'infinite divisioni, perché ne l'auditore le può tenere a mente, ne esso può fuggire la nota d'ostentatione a quello è necessario fuggire le parole ociose, et ridicole, per non parere un leggiero. Onde Gieronimo Santo dice. Bonus praedicator, est qui provocat proprium ad Luctum, et non ad risum. et non sempre ha da predicare l'istessa materia in ogni luogo, ma soggeto diverso, a diversi, S. Hieronimo. secondo la diversità delle conditioni, costumi, e stati. A questo proposito dice Hieronimo Santo dell'Apostolo. Haec ad instar imperit [p. 83 modifica]Medici uno collydo, omnium oculus vult curare, sed per singulas ecclesias vulneribus medetur illatis à quello insomma s'aspetta, a i semplici et idioti non predicar cose sottili, à dotti non proporre cose triviali, non magnificar le cose leggieri, come alcuni fanno, non indurre disperatione, ne peccatori per l'ira di Dio, non fargli presontuosi con la misericordia, non predicargli cose nove et capricci di sua testa, non esser abondante nel suo senso in isporre la scrittura sacra, arguire i difetti publici, come si conviene, celebrar la verità secondo il luogo, e il tempo, et in tutte le cose cercar l'utilità delle anime per scopo principale. Quelle parti sopra tutto, che da Cicerone, et Quintiliano sono desiderate in famoso Oratore, si ricercano ancora in lui, cioè Natura, Arte, Imitatione, Essercitatione, et Memoria. Horatio. Natura, perché (come dice Horatio)

Tu nihil invita facies, dices vè Minerva.

E ben vero, che di quella non deve disperarsi, perché (come dice Mattheo Bosso in una epistola, dove tratta quello, che s'appartiene a un predicatore) Nihil est tam omnino difficile quod studium, pertinaciaq; non superet, ed deniq; non sibi suppedidet, et se la gaza (dice egli) impara Don Matheo Bosso Canon. Reg.Late. di parlare, e il papagallo, et gli altri uccelli perché non impararà l'huomo, havendolo per natura proprio, e aiutandolo la gratia divina.et lo studio con l'essercitio suo faticoso? Ove il gran Demosthene ci serve per essempio, il quale con l'assidua essercitatione emendò, et riformò la lingua sua, ch'era nel profferire alcune cosa nodosa, grassa, et repugnante fuor di modo. L'Arte, perché, se ben SenecaSeneca. dice. Non delectent verba nostra, sed prosint. Se bene in S. Mattheo nostro Signore maledisse quel fico, c'haveva foglie solamente, et non frutti se si fa obiettione di quel che Paolo scrive a Corinthi. Sermo meo et praedicatio mea non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritus, et virtutis. et poco dopo, soggionge, Nos autem non spiritum huius mundi accedimus, sed spiritum, qui ex Deo est, ut sciamus quae a Deo donata sunt nobis, que et loquimur non in doctis humana sapientia verbis, sed in doctrina spiritus, spiritualia spiritualibus comparantes. io rispondo, che il predicatore non deve darsi tutti a i fiori della eloquenza, et lasciare per il diletto dell'auditore l'utilità dell'anima, come le prime sentenze alludono. Ma che in lui non si ricerchi arte singolare; et isquisita nel predicare, questo non lo negarà Paolo mai, perché San Hieronimo S. Hieronim. scrivendo a Famacchio et Oceano della preclara et illustre arte di Paolo nep redicare, dice queste parole a punto. Paulum Apostolum profetam, quem quotieseunque lego, non mihi verba videor audire, sed tonitrua. legite epistolas eius maxime ad Romanos, ad Galathas, ad Ephesios, votus in certamine positus est, et videbitis in testimoniis eius, quae sumit de veteri testamento, quam artifex, [p. 84 modifica]quàm prudens, quàm dissimulator sit eius quod agit, videntur quidem eius verba Simplicia, et quasi innocenti hominis, et rusticani, et qui nec facerem nec declinare norit insidias, sed quocunque prospexeris fulmina sunt. Heret in causa, capit omne quod tetigerit, tergum vertit ut superet, fugam simulat ut occidat. Non dico già che Paolo nelle precedenti parole mentisca da se stesso, ma come savio che egli era che volesse edificare i Corinthi, et confermargli della sua divina dottrina, mostrando ch'insegnava loro più con lo spirito, che con la parola, et più con la carità d'iddio vivificante, che con la scienza del mondo instante. Et che arte (Dio immortale) non mostra egli in quella difesa che fa presso à Festo et al Re Agrippa, quando i Giudei cercavano che fosse condennato? quanta benevolenza da ogni parte cerca di captar da i Giudici? quanto prudentemente, piacevolmente, et moderatamente si purga presso à tutti? che colori, che stratagemi non usa? che argomenti non adduce della sua innocenza? che arte le manca in tal difesa? Et colui che non possederà quest'arte del dire, che riuscita potrà mai fare, se non stroppiata e languida da ogni parte? che cosa indurrà nell'auditore, se non tedio, irrisione, et dispreggio? che essordio, che narratione, che confirmatione, che confutatione, che conclusione, che epilogo potrà mai fare, che stia bene? Chi potrà mai accomodar l'orecchie à persona cosi inetta, che mal comincia, peggio seguita, et pessimamente scioglie, et conchiude? L'imitatione è necessaria nel predicatore, perché imitando i valenti huomini, e accomodandosi al modo lo si fa valent'anch'egli. L'essercitatione massimamente li fa di mistiero nel pronữciare, acciò possa muovere plauso, tristitia, lagrime, riso, ammiratione, benevolenza, odio, spavento, secondo il bisogno, questa è quella che tre volte interrogato Demosthene quod praecipuum esse in Oratore, tre volte rispose. Pronunciatio, pronunciatio, pronunciatio. Con questa mirabilmente mosse Cicerone la mente di Cesare, il quale, essendo preparato à condannar Ligario, si trovò per il suo dire cotanto mitigato, che deposto l'ardore dell'animo, si risolse d'haver pietà del suo inimico, e superato l'ira sua. Con queste sta Hegesia Cirenaico Oratore stupendo quale al tempo suo tanto univamente le miserie humane, che provocò il desiderio di molti appeter volontariamẽte di morire. Con questa Pisistrato fù così raro, et singolare nella città d'Athene, che quantunque havesse c ontrario Solone quel grand'huomo con tutto ciò fù eletto alla somma dell'imperio, mediante l'empito del dire, che singolarmẽte rifulse in lui. Con questa Catone così severo fù pur chiamato in Roma il Romano Demosthene, tãto puote l'eloquẽza di quello appresso un popolo, che fù in tutte le cose nỡ meno superbo, che fiero, et se il predicatore haverà memoria tale, che possa lietamente [p. 85 modifica]discorrere nel campo spatioso della scrittura, et dell'altre scienze à proposito, non perdendo uno accento non smarrendo una sillaba, non tralasciando un punto, allhora dirassi essere un bravo, et maraviglioso predicatore, imperò che l'attione veramente della voce, del gesto, del moto, la forza, et energia delle parole la gravità del dire, la copia delle cose, l'abondanza de' concetti, la felicità de' discorsi la bontà della dottrina, la vaghezza della voce, la soavità della lingua, lo spirito intorno alle cose, l'altezza del soggetto, l'ordine della materia, il vestito, decoro, et gratioso, la forma leggiadra, et bella, l'inventione grave, et miracolosa, l'eccesso della memoria, la felicità dell'isporre, la riprensione acre, l'ammonitione dolce il famigliare piacevole, il minacciar terribile, il confutare acerbo, l'instruire agevole, l'insegnare docile, il dilettare gentile, il commuovere affettuoso, il fervore sommamente rendono compito, et perfetto un predicatore, et lo fan similie à Caraccioli, à Panigaroli, à Lupi, à Toledi, à Voleri, à Hebrei, et à mille altri lumi d'eloquenza, et di dottrina di nostra etade, la qual, se più apprezzasse il valor loro, ne contendesse loro iniquamente le licenze, e i pulpiti principali, trovarebbe valore et scoprirebbe grandezza, ove l'invidia mostra esser virtà sopita, e addormentata. Il Cardi. Valiero. Fra Luigi Granata. Fra Lucca Baglioni. Ma chi vuol notar cose più ampie intorno alla materia de' predicatori legga le Retoriche ecclesiastiche dell'Illustrissimo Cardinal Valiero, et di fra Luigi Granata insieme l'opera di F.Luca Baglioni, i quali insegnano copiosamente le parti, che s'appartengono a uno eccellente, et perfettissimo predicatore, ma tanto basti de religiosi in universale, et in particolare.

Annotatione sopra il iij. Disc.
Ragiona dottamente si come in tutte le sue cose Agostino Steucho della Religione, nel decimo libro de Perenni Philosophia, dove nel capitolo terzo dichiara qual sia la vera Religione, e nel capitolo 12. di che parti consta, et nel capitolo secondo parla de' gradi della Religione, et nel capitolo primo della miseria, che succede, quando dal mondo è rimossa, et spenta la forza della Religione. E Giovanni Francesco Pico Mirandoliano nel primo libro de praenotione parlando, di questo soggetto, nel nono, et decimo capitolo, dimostra onde derivi il nome di Religione, qual sia la Religione vera, et che oggetto è quello della Religione. Di molte cose spettanti alla Religione, parla Marsilio Ficino, nel quartodecimo libro della Theologia Platonica, et Iamblico nel suo libro de' Misterij, e molto più Lattantio Firmiano in un libro intiero che fa de Religione. Bellissima diffinitione della Religione adduce Alberto Magno nel libro de Natura, et Origine animae, al trattato secondo, et così nel quinto dell'Ethica, al trattato terzo, e capitolo terzo. E Celio Rhodigino nel quinto libro delle sue antiche Lettioni, al capitolo trigesimonono, dichiara onde habbiano havuto origine tutte le false et superstitiose Religioni ponendo i fondamenti loro nell'Astrologia.
Quanti ai Prelati, sudditi religiosi, vedasi l'Oratorio de' Religiosi di Monsignor di Guevara, che ne tratta à pieno, et quanto al governo temporale, leggasi il Navarra sopra il capitolo. Ne dicatis, il quale è totalmente contrario alle prelative perpetue d'alcuni religiosi.
[p. 86 modifica]

Delle cerimonie simili se n'ha una piena annotatione presso a Giulio Barbarana nella prima parte della sua officina al titolo nono, et dell'istessa parla commodamente Alessandro d'Alessandro nel secondo de suoi di geniali al cap. 19.
Di quelle che si dimandano cerimonie sacre ne tratta nell'annotatione de Ritibus sacris, il Barbarana molto acconciamente delle cerimonie della Messa n'ha fatto una bella raccolta Giovanni Garethio Mishagense confessore, et così Michele Timotheo Gattiense.
Delle superstitioni se ne potrà vedere un'ampio discorso tratto da varij auttori nel mio Palazzo de gli incanti, il qual potrà satiare le persone curiose di tal materia.
Degli ordini delle Religioni leggasi Giovanni Lucido, e il Catalogo del Cassaneo, oltra quello che se ne cava dal supplimento delle croniche, da santo Antonino, da Vicenza Beluacense, da Raffaele Volterrano, et da mill'altri.
Ai cavallieri sono aggionti nuovamente i cavallieri di S.Francesco instituiti, dalla Santità di Sisto Quinto. Dello ordine equestre presso à Romani ne tratta acconciamente Alessandro d'Alessandro nel secondo de' suoi di geniali, al capit. vigesimonono. et Giovan Rosino nelle sue antichità Romane al capitolo decimosettimo.
Quanto al modo di predicare, si può vedere il trattato del Reverendissi. Panigarola lume di nostra etade, et cavarne quel frutto ch'è possibile in tal professione. Ma sopra tutto il predicatore non parta dalla Rhettorica divina di Guglielmo Parisiense, le cui opre famosissime giacciono appresso à molti indegnamente sepolte.