Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/26

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CAPITOLO XXVI

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Costumi dei popoli pastori. Progresso degli Unni dalla China in Europa. Fuga dei Goti. Passano il Danubio. Guerra Gotica. Disfatta e morte di Valente. Graziano investe Teodosio dell’Impero Orientale: suo carattere e fine. Pace e stabilimento dei Goti.

[A. D. 365]

Nel secondo anno del regno di Valentiniano e di Valente, la mattina del dì ventuno di Luglio, la maggior parte del Mondo Romano fu scossa da un violento e rovinoso terremoto. Se ne comunicò l’impressione anche alle acque; i lidi del Mediterraneo restarono in secco per la subitanea ritirata del mare; con le mani si prendevano i pesci in gran copia; dei grossi vascelli restaron piantati nel fango; ed un curioso spettatore315 divertiva gli occhi o piuttosto la fantasia contemplando il vario aspetto di valli e di monti, che dopo la formazione del globo non erano mai stati esposti alla vista del Sole. Ma presto ritornaron le acque con un immenso ed irresistibil diluvio, che fece grandissimo danno sulle coste della Sicilia, della Dalmazia, della Grecia e dell’Egitto; alcune grosse barche furon trasportate sui tetti delle case o alla distanza di due miglia dal lido; i flutti trascinanaron via il popolo con le sue abitazioni; e la città d’Alessandria faceva ogni anno la commemorazione di quella fatal giornata, in cui eran perite nell’inondazione cinquantamila anime. Questa calamità, il racconto della quale da una provincia all’altra s’andava magnificando, sorprese e spaventò i sudditi di Roma; e l’atterrita loro immaginazione amplificò la grandezza reale di quel momentaneo flagello. Rifletterono essi ai precedenti terremoti che avevan rovinato le città della Palestina e della Bitinia; risguardarono tali fieri colpi come puri preludi di più terribili calamità; e la timida lor vanità era inclinata a confondere i sintomi di un Impero decadente con quelli della rovina del Mondo316. Era uso di quei tempi l’attribuire qualunque notabile avvenimento al volere speciale della Divinità; le alterazioni della natura dovevano essere connesse, mediante un’invisibil catena, con le opinioni metafisiche e morali della mente umana; ed i più sagaci divinatori sapean distinguere, secondo il colore dei respettivi lor pregiudizi, che lo stabilimento della eresia tendeva a produrre un terremoto, o che un diluvio era l’inevitabile conseguenza del progresso della colpa e dell’errore. Senza pretendere di esaminar la verità e la convenienza di queste alte speculazioni, l’Istorico può contentarsi d’una riflessione, che sembra giustificata dall’esperienza, vale a dire che l’uomo ha molto più da temere dalle passioni delle creature della sua specie, che dalle convulsioni degli elementi317. I dannosi effetti d’un terremoto, di un diluvio, d’un oragano, o dell’eruzion di un Vulcano hanno una proporzione ben piccola con le ordinarie calamità della guerra; per quanto siano adesso moderate dalla prudenza o dall’umanità dei Principi dell’Europa, che divertono se stessi, ed esercitano il coraggio dei loro sudditi, nella pratica dell’arte militare. Ma le leggi ed i costumi delle nazioni moderne almeno proteggono la sicurezza e la libertà del vinto soldato; ed il pacifico cittadino rare volte ha motivo di dolersi, che la sua vita o i suoi beni siano esposti al furor della guerra. Nell’infelice periodo della caduta del Romano Impero, di cui può giustamente porsi l’epoca nel regno di Valente, era personalmente attaccata la felicità e sicurezza d’ogni individuo; e le arti e le fatiche di più secoli furono crudelmente sfigurate dai Barbari della Scizia e della Germania. L’invasione degli Unni fece precipitare sulle province Occidentali la nazione Gotica, che s’avanzò in meno di quaranta anni dal Danubio al mare Atlantico, e col buon successo delle sue armi aprì la strada alle aggressioni di tante altre ostili tribù, più selvagge di essa. L’original principio di tali moti era nascosto nelle remote regioni del Norte; ed una curiosa investigazione della vita pastorale degli Sciti318, o dei Tartari319 illustrerà l’occulta causa di quelle rovinose emigrazioni. [A. D. 376] I differenti caratteri, che distinguono le nazioni civili del globo, si possono attribuire all’uso e all’abuso della ragione, che modifica sì variamente, e con tant’arte compone i costumi e le opinioni d’un Europeo o d’un Chinese. Ma l’azione dell’istinto è più sicura e più semplice che quella della ragione; è molto più facile il determinar gli appetiti d’un quadrupede, che le speculazioni d’un filosofo; e le selvagge tribù del genere umano quanto più si accostano alla condizione degli animali, tanto più forti conservano la somiglianza l’una coll’altra. L’uniforme stabilità dei loro costumi è la natural conseguenza dell’imperfezione della loro facoltà. Ridotti ad una simile situazione, i bisogni, i desiderj, i piaceri loro continuano sempre gli stessi; e l’influenza del cibo o del clima, che in un più perfetto stato della società vien sospesa o anche tolta da tante cause morali, potentissimamente contribuisce a formare e a mantenere il carattere nazionale dei Barbari. In ogni tempo le immense pianure della Scizia o della Tartaria sono state abitate da vaganti tribù di cacciatori e di pastori, l’indolenza dei quali ricusa di coltivare la terra, e l’inquieto loro spirito sdegna il riposo di una vita sedentaria. In ogni tempo gli Sciti ed i Tartari sono stati famosi pel loro invincibile coraggio, e per le rapide conquiste che hanno fatto. I troni dell’Asia furono più volte rovesciati dai pastori del Norte, e le loro armi hanno sparso il terrore e la devastazione sulle più fertili e guerriere contrade dell’Europa320. In quest’occasione ugualmente che in molte altre il sobrio storico viene a forza riscosso da una grata visione; e con qualche ripugnanza è costretto a confermare, che i costumi pastorali, che si sono adornati coi più belli attributi della pace e dell’innocenza, sono molto più atti alle fiere e crudeli abitudini di una vita militare. Per illustrare quest’osservazione, io prenderò adesso a considerare una nazione di pastori e di guerrieri nei tre importanti articoli 1. del cibo, 2. dell’abito e 3. degli esercizi loro. I racconti dell’antichità vengono confermati dall’esperienza dei moderni tempi321; e le rive del Boristene, del Volga o del Selinga ci presenteranno ugualmente l’istesso uniforme spettacolo di simili nativi costumi322. I. Il grano od anche il riso, che forma l’ordinario e sano cibo dei popoli culti non si può ottenere che mediante il paziente travaglio dell’agricoltore. Alcuni fortunati selvaggi, che abitano fra i Tropici, sono abbondantemente nutriti dalla liberalità della natura; ma nei climi Settentrionali una nazione di pastori è ridotta ai soli suoi greggi ed armenti. Gli abili professori dell’arte medica determineranno (seppure sono in grado di farlo) quanta influenza può aver l’uso del cibo animale o vegetabile sull’indole dello spirito umano, e se l’associazione, che si fa comunemente, di carnivoro e di crudele, meriti d’esser considerata in altro aspetto, che in quello di un innocente e forse salutar pregiudizio d’umanità323. Pure se è vero che la vista e la pratica d’una famigliar crudeltà indebolisca, senz’accorgersene, i sentimenti di compassione, possiamo osservare, che gli orridi oggetti, mascherati dalle arti del raffinamento Europeo, si presentano nella tenda di un pastore Tartaro nella nuda loro e più disgustosa semplicità. Si macella il bove o la pecora da quell’istessa mano, dalla quale solea ricevere il quotidiano suo cibo: e le palpitanti membra dell’animale con piccolissima preparazione si pongono sulla mensa dell’insensibile uccisore. Nella professione militare, e specialmente nella condotta di un numeroso esercito l’uso esclusivo del cibo animale sembra che produca i più sodi vantaggi. Il grano è una merce voluminosa e facile a guastarsi; ed i gran magazzini, che sono indispensabilmente necessari per la sussistenza delle nostre truppe, lentamente si debbono trasportare a forza di uomini e di cavalli. Ma gli armenti ed i greggi, che accompagnano la marcia dei Tartari, somministrano una sicura e copiosa quantità di carne e di latte: nella massima parte delle incolte solitudini è florida e lussureggiante la vegetazione dell’erba; e pochi sono i luoghi tanto sterili, dove l’indurato bestiame del Norte non possa trovare una sufficiente pastura. Si moltiplica il vitto, e se ne prolunga la durata dall’indistinto appetito e dalla sofferente astinenza dei Tartari. Si cibano essi con indifferenza della carne tanto di quegli animali che si sono uccisi per la tavola, quanto di quelli che son morti per malattia. Gustano con particolar piacere la carne di cavallo, che in ogni tempo ed in ogni paese è stata proscritta dalle incivilite nazioni dell’Europa e dell’Asia; e questo singolar genio facilita il successo delle lor militari operazioni. L’attiva cavalleria della Scizia è sempre seguitata nelle più distanti e rapide loro incursioni da un adeguato324 numero di cavalli scossi, che alle occorrenze posson servire o a raddoppiare la velocità o a soddisfare la fame dei Barbari. Molti sono i ripieghi del coraggio e della povertà. Quando il foraggio all’intorno del campo dei Tartari è quasi consumato, essi ammazzano la maggior parte del loro bestiame, e ne conservan la carne o affumicata o secca al sole. Nelle subitanee occasioni di precipitose marce, si provvedono d’una sufficiente quantità di piccoli globi di cacio o piuttosto di cattivo latte accagliato, che essi sciogliono alle occorrenze nell’acqua; e questo non sostanzioso cibo sostiene per molti giorni la vita od anche il coraggio del paziente guerriero. Ma comunemente a tale straordinaria astinenza, che si approverebbe da uno Stoico, e da un Eremita sarebbe invidiata, succede la piena soddisfazione del più vorace appetito. I vini dei climi più dolci sono i più grati presenti o la più stimabil merce che ai Tartari offerire si possa; e l’unico esempio di loro industria pare che consista nell’arte d’estrarre dal latte di cavalla un liquor fermentato, che ha un fortissimo poter d’inebriare. I selvaggi sì del vecchio che del nuovo Mondo, provano, come gli animali di rapina, le alternative vicende della carestia e dell’abbondanza; ed il loro stomaco è assuefatto a sostenere, senza molto incomodo, gli opposti estremi dell’intemperanza e della fame. II. Nei tempi di rustica e marziale semplicità si trova sparso nel giro di un esteso e coltivato paese un popolo di soldati e di agricoltori; e ben dovè passar qualche tempo avanti che la guerriera gioventù della Grecia e dell’Italia si potesse unire sotto l’istessa bandiera o per difendere i propri confini, o per invadere i territori delle vicine tribù. Il progresso delle manifatture e del commercio insensibilmente raccoglie una gran moltitudine dentro le mura d’una città; ma questi cittadini non son più soldati; e le arti, che adornano e perfezionano lo stato della civil società, corrompono le abitudini della vita militare. I costumi pastorali degli Sciti par che congiungano i diversi vantaggi della semplicità e della coltura. Sono costantemente uniti insieme gl’individui della stessa tribù, ma sono uniti in un campo; ed il naturale spirito di quest’indomiti pastori, è animato dal vicendevol aiuto e dall’emulazione. Le case dei Tartari non sono altro che piccole tende di forma ovale, che offrono una fresca ed asciutta abitazione per la mista gioventù di ambi i sessi. I palazzi dei ricchi consistono in capanne di legno di tal grandezza, che si possan comodamente posare sopra gran carri, e tirare da una serie, forse di venti o di trenta bovi. Gli armenti ed i greggi dopo aver pasciuto tutto il giorno nelle adiacenti325 pasture, si ritirano all’avvicinarsi della notte sotto la protezione del campo. La necessità d’impedire la più dannosa confusione di tal perpetua mescolanza di uomini e di animali, deve a grado a grado introdurre nella disposizione, nell’ordine e nella guardia dell’accampamento, i principj dell’arte militare. Quando è consumato il foraggio d’un dato distretto, la tribù o piuttosto l’armata dei pastori muove regolarmente in cerca di altri pascoli; e così acquista nell’ordinarie occupazioni della vita pastorale la cognizione pratica d’una delle più importanti e difficili operazioni di guerra. La scelta dei posti si regola secondo la differenza delle stagioni; nella state i Tartari si avanzano verso tramontana, e piantano le loro tende sulle rive di un fiume o almeno nelle vicinanze di un’acqua corrente. Ma nell’inverno tornano al Mezzodì, e mettono il campo dietro a qualche comoda altura al riparo dai venti, che si rendono più crudi nel passare che fanno per le bianche e ghiacciate regioni della Siberia. Usi di tal sorta sono mirabilmente adattati a spargere fra le vagabonde tribù lo spirito di emigrazione e di conquista. La connessione fra il popolo ed il suo territorio è sì fragile che si può rompere al più leggiero accidente. Il campo, non già il suolo, è il paese nativo del vero Tartaro. Nel recinto del campo si contengon sempre la famiglia, i compagni, i beni di esso; e nelle marce ancor più distanti è sempre circondato dagli oggetti più cari, più preziosi, o più famigliari ai suoi occhi. La sete della preda, il timore o la vendetta delle ingiurie, la intolleranza della servitù sono in ogni tempo state cause sufficienti per muovere le tribù della Scizia ad avanzarsi arditamente in qualche ignoto paese, dove sperar potessero di trovare una più copiosa sussistenza o un meno formidabil nemico. Le rivoluzioni del Norte hanno spesso determinato la sorte del Sud; e nel contrasto delle ostili nazioni il vincitore ed il vinto o hanno espulso, o sono stati alternativamente scacciati, dai confini della China a quelli della Germania326. Queste grandi emigrazioni, che alle volte si sono eseguite con una quasi incredibil prestezza, si rendevan più facili dalla particolar natura del clima. Si sa che il freddo della Tartaria è molto più crudo di quello che si potrebbe ragionevolmente aspettare in mezzo ad una zona temperata: si attribuisce tale straordinario rigore all’altezza delle pianure, che si alzano, specialmente a levante, più di mezzo miglio sopra il livello del mare, ed alla quantità di salnitro, di cui è profondamente impregnato il terreno327. Nell’inverno, i larghi e rapidi fiumi, che scaricano le loro acque nell’Eussino, nel mar Caspio e nel Glaciale, sono fortemente agghiacciati; i campi son coperti da un letto di neve; e le fuggitive o vittoriose tribù posson traversare sicuramente colle loro famiglie, coi loro carriaggi e bestiami la sdrucciolevole e dura superficie d’un’immensa pianura. III. La vita pastorale, paragonata coi travagli dell’agricoltura e delle manifatture, è senza dubbio una vita d’oziosità, e siccome i pastori più considerabili della stirpe dei Tartari lasciano agli schiavi la cura domestica del bestiame, la loro quiete rare volte viene disturbata da alcuna servile o continua sollecitudine. Ma quest’ozio, invece di esser consacrato ai molli piaceri dell’amore e dell’armonia, utilmente si spende nei violenti e sanguinosi esercizi della caccia. Le pianure della Tartaria sono piene di forti e vantaggiose razze di cavalli, che si usan comodamente sì nelle operazioni della guerra che nel cacciare. Gli Sciti sono stati sempre celebri per l’ardire e destrezza loro nel cavalcare: e la costante abitudine gli aveva sì stabilmente fissati sui lor cavalli, che gli stranieri supponevano ch’essi facessero le ordinarie funzioni della vita civile, che mangiassero, bevessero, e fino dormissero senza smontar da cavallo. Sono eccellenti nel maneggiar destramente la lancia; il lungo arco Tartaro è teso da un robusto braccio, ed il pesante dardo è diretto al suo scopo con infallibile mira ed irresistibile forza. Questi dardi sono spesse volte scagliati contro gl’innocenti animali del deserto, che crescono e si moltiplicano nell’assenza del loro più formidabil nemico, vale a dire contro le lepri, le capre, i capriuoli, i cervi, gli alci e le gazzelle. Continuamente si esercita il vigore e la pazienza sì degli uomini che dei cavalli nelle fatiche della caccia; e l’abbondante copia di selvaggiume contribuisce alla sussistenza ed anche al lusso d’un campo Tartaro. Ma le imprese dei cacciatori Sciti non si ristringono alla distruzione solo di timidi o innocenti animali; essi affrontano con coraggio l’orso irritato, allorchè si rivolta contro i suoi persecutori; eccitano l’infingardo ardire del cignale, e provocano il furor della tigre, quando sta dormendo nel folto dei boschi. Dove si trova pericolo, per loro ivi è gloria; e la maniera di cacciare, che apre il più bel campo all’esercizio del valore, può risguardarsi a ragione come l’immagine e la scuola della guerra. Le generali partite di caccia, che formano l’ambizione e il diletto dei Principi Tartari, compongono un istruttivo esercizio per la numerosa loro cavalleria. Descrivesi un cerchio di molte miglia in circonferenza per circondare la cacciagione d’esteso distretto; e le truppe, che formano il cerchio, s’avanzano regolarmente verso il comun centro, dove gli animali prigionieri, circondati da ogni parte, restano abbandonati a’ dardi dei cacciatori. In tal marcia, che spesso continua per più giorni, la cavalleria dee rampicarsi pei colli, passare a nuoto i fiumi, e girare attorno alle valli, senza interrompere l’ordine stabilito del proprio successivo progresso. Acquistano così la pratica di diriger l’occhio ed i passi ad un oggetto lontano; di conservare le giuste distanze fra loro; di sospendere o d’affrettare il passo a misura dei movimenti di quelli che sono a destra e a sinistra; e di conoscere e ripetere i segni dei lor condottieri. Questi ultimi studiano in tal pratica scuola le più importanti lezioni dell’arte militare, ed un pronto ed esatto discernimento del terreno, della distanza e del tempo. Nella vera guerra non si richiede altra variazione, che quella d’impiegar la stessa pazienza e valore, la stessa perizia e disciplina contro un nemico umano; e i divertimenti della caccia servono come di preludio alla conquista d’un Impero328. La società politica degli antichi Germani ha l’apparenza d’una volontaria confederazione d’indipendenti guerrieri. Le tribù della Scizia, distinte con la moderna denominazione di Orde, prendon la forma d’una crescente numerosa famiglia, che nel corso di più generazioni si è propagata dalla medesima origine. Gl’infimi ed i più ignoranti fra i Tartari conservano con scrupolosa vanità l’inestimabil tesoro della loro genealogia, e per quante distinzioni di gradi si possano essere introdotte dalla disugual distribuzione delle pastorali ricchezze, essi vicendevolmente rispettansi l’uno coll’altro; come discendenti del primo fondatore della Tribù. L’uso, che sempre sussiste, di adottare i fedeli e più valorosi lor prigionieri, può confermare il sospetto molto probabile che quell’estesa consanguineità sia in gran parte legale e fittizia. Ma tale utile pregiudizio, approvato dal tempo e dall’opinione, produce gli effetti della verità. Gli altieri Barbari prestano una pronta e volontaria ubbidienza al Capo del loro sangue; ed il loro Capo o Mursa, come rappresentante il primo lor Padre, esercita la autorità di giudice in tempo di pace e di condottiere in tempo di guerra. Nel primitivo stato del Mondo pastorale, ogni Mursa (s’è permesso di usare il nome moderno) era il Capo indipendente d’una vasta e separata famiglia; ed i limiti del suo particolar territorio furono gradatamente stabiliti dalla maggior forza o dal mutuo consenso. Ma l’azione costante di varie permanenti cause contribuì ad unire le Orde vaganti in comunità nazionali, sotto il comando d’un supremo Capo. I deboli desideravan soccorso, ed i forti erano ambiziosi di dominio; la potenza, che è il risultato dell’unione, oppresse e raccolse le forze divise delle addiacenti tribù; e siccome i vinti furon liberamente ammessi a partecipare i vantaggi della vittoria, i più valorosi Capi s’affrettarono a costituire se stessi ed i lor seguaci sotto il formidabile stendardo d’una nazione confederata. Il più fortunato fra i329 Principi Tartari assunse il militar comando, al quale aveva diritto per la superiorità del merito o del potere. Egli fu innalzato al trono dalle acclamazioni de’ suoi uguali; ed il titolo di Kan esprime, nel linguaggio dell’Asia Settentrionale, la piena estensione della reale dignità. Fu per lungo tempo ristretto il diritto dell’ereditaria successione al sangue del fondator della Monarchia, e fino al presente tutti i Kan, che regnano, dalla Crimea fino alla muraglia della China, sono i successivi discendenti del famoso Gengis330. Ma siccome è indispensabil dovere d’un Sovrano Tartaro quello di condurre i guerrieri suoi sudditi in campo, spesse volte son trascurati fra loro i diritti d’un fanciullo; ed a qualche regio congiunto, riguardevole per l’età e pel coraggio, s’affida la spada e lo scettro del suo predecessore. Si levano sulle tribù due tasse regolari e distinte, per sostenere la dignità sì del nazionale comune Monarca, che del loro Capo speciale; e ciascheduna di queste contribuzioni ascende alla decima parte dei beni e delle prede loro. Un Sovrano Tartaro gode la decima parte della ricchezza del suo popolo; e siccome s’accrescono in una molto maggior proporzione le sue domestiche facoltà di greggi e di armenti, egli è in istato di copiosamente mantenere il rustico splendore della sua Corte, di premiare i più meritevoli o più favoriti fra i suoi seguaci, e d’ottenere dal dolce influsso della corruzione l’ubbidienza, che potrebbe alle volte negarsi ai rigorosi comandi dell’autorità. I costumi dei propri sudditi, assuefatti, com’esso, al sangue ed alla rapina, possono scusare ai loro occhi certi particolari atti di tirannide, che ecciterebber l’orrore d’un popolo incivilito; ma nei deserti della Scizia non si è mai riconosciuto il potere dispotico. L’immediata giurisdizione del Kan è ristretta dentro i confini della propria tribù; e si è moderato l’esercizio della sua reale prerogativa dall’antico istituto di un concilio nazionale. Tenevasi regolarmente il Coroultai331, o la dieta dei Tartari nella primavera o nell’autunno, in mezzo ad una pianura, dove potevano intervenire, secondo i lor gradi, a cavallo i Principi della Famiglia regnante ed i Mursi delle respettive tribù, col marziale e numeroso loro treno, e l’ambizioso Monarca potea consultare le inclinazioni d’un armato popolo, di cui osservava la forza. Nella costituzione delle nazioni Tartare o Scite si possono scuoprire i principj d’un governo feudale; ma il perpetuo contrasto di quelle nemiche tribù è andato alle volte a finire nello stabilimento d’un potente dispotico Impero. Il vincitore, arricchito dal tributo, e fortificato dalle armi de’ Re dipendenti, ha esteso le sue conquiste sull’Europa e sull’Asia: i felici pastori del Norte si son sottoposti a’ vincoli delle arti, delle leggi e delle città; e l’introduzione del lusso, dopo aver distrutto la libertà del popolo, ha rovesciato i fondamenti del Trono332. Nelle frequenti e remote emigrazioni degl’ignoranti Barbari non si può lungamente conservar la memoria de’ passati eventi. I moderni Tartari non sanno le conquiste de’ loro antichi333; e la notizia, che noi abbiamo dell’istoria degli Sciti, proviene dal loro commercio co’ Greci, co’ Persiani e co’ Chinesi, culte e civili nazioni del Mezzodì. I Greci, che navigavano per l’Eussino, e fondavano colonie lungo le coste marittime, fecero appoco appoco un’imperfetta scoperta della Scizia, scorrendo dal Danubio e da’ confini della Tracia fino all’agghiacciata Meotide, sede d’un perpetuo inverno, ed al Monte Caucaso, che nel linguaggio poetico si rappresentava come l’ultimo limite della terra. Celebravano essi con semplice credulità le virtù della vita pastorale334, ed avevano un timore più ragionevole della forza e del numero de’ bellicosi Barbari335, che con disprezzo burlavansi dell’immenso armamento di Dario, figlio d’Idaspe336. I Monarchi Persiani avevano esteso le lor occidentali conquiste fino alle rive del Danubio ed a’ confini della Scizia Europea. Le Province Orientali del loro Impero erano esposte agli Sciti dell’Asia, selvaggi abitanti delle pianure al di là dell’Osso e del Giassurte, due ampi fiumi, che dirigono il corso verso il mar Caspio. La lunga e memorabil contesa d’Iran e Turan è sempre un argomento d’istorie o di romanzi; il celebre e forse favoloso valore de’ Persiani Eroi, Rustano ed Asfendiar, si segnalò nella difesa della patria contro gli Afrasiabi del Settentrione337; e l’invincibil coraggio de’ medesimi Barbari sul suolo stesso resistè alle vittoriose armi di Ciro e d’Alessandro338. Agli occhi de’ Greci e de’ Persiani, la vera geografia della Scizia era terminata a Levante dal Monte Imao o Caf; ed il distante prospetto delle ultime ed inaccessibili parti dell’Asia era coperto dall’ignoranza, o renduto ambiguo dalla finzione. Ma queste inaccessibili regioni sono l’antica sede d’una potente e culta nazione339, la cui esistenza rimonta per mezzo di una probabile tradizione a più di quaranta secoli340; e ch’è in grado di verificare una serie di quasi due mill’anni, mediante la perpetua testimonianza di esatti storici contemporanei341. Gli annali342 della China illustrano lo stato e le rivoluzioni delle Tribù pastorali, che si posson sempre distinguere coll’indeterminato nome di Sciti o di Tartari, vassalli, nemici ed alle volte conquistatori d’un grand’Impero, la politica del quale si è costantemente opposta al cieco ed impetuoso valore de’ Barbari Settentrionali. Dall’imbocccatura del Danubio fino al mar del Giappone, tutta la lunghezza della Scizia è di circa cento dieci gradi, che in quel paralello, corrispondono a più di cinquemila miglia. Non si può così facilmente o con tanta esattezza misurar la latitudine di quei vasti deserti; ma dal quarantesimo grado, che tocca la muraglia della China, possiamo sicuramente avanzarci verso il Norte più di mille miglia, fintantochè non siamo arrestati dall’eccessivo freddo della Siberia. In quell’orrido clima, in vece della vivace pittura d’un campo Tartaro, il fumo ch’esce fuori dalla terra o piuttosto dalla neve, scuopre le sotterranee abitazioni de’ Tongusi e de’ Samojedi; alla mancanza de’ cavalli e de’ bovi viene imperfettamente supplito dall’uso de’ rangiferi e di grossi cani; ed i conquistatori della terra vanno insensibilmente degenerando in una razza di deformi e piccoli selvaggi, che tremano al suon delle armi343. Gli Unni, che nel regno di Valente minacciarono l’Impero di Roma, in un tempo molto anteriore si erano renduti formidabili a quel della China344. La loro antica e forse original sede era un esteso, quantunque arido e nudo tratto di paese al Norte, immediatamente dopo la gran muraglia. Il luogo di essi è presentemente occupato da quarantanove Orde o compagnie de’ Mongussi, nazione pastorale composta di circa dugentomila famiglie345. Ma il valore degli Unni estese gli angusti limiti de’ loro Stati, ed i rozzi lor Capi, che presero il nome di Tangiù, appoco appoco divennero conquistatori o Sovrani di un formidabile Impero. A Levante le vittoriose loro armi non furono arrestate che dall’Oceano; e le rare tribù, che si trovavano sparse fra l’Amur e l’ultima penisola di Corea, si unirono con ripugnanza alle bandiere degli Unni. A Ponente, vicino all’origine dell’Irtis e nelle valli dell’Imao, trovarono uno spazio più ampio, e più numerosi nemici. Uno de’ Luogotenenti del Tangiù, soggiogò in una sola spedizione ventisei popoli; gl’Iguri346 distinti sopra la stirpe Tartara per l’uso delle lettere, furono nel numero de’ suoi vassalli; e per una strana connessione delle cose umane la fuga di una di quelle vagabonde tribù richiamò i vittoriosi Parti dall’invasione della Siria347. Al Settentrione fu assegnato per limite alla potenza degli Unni l’Oceano. Senza nemici, che resister potessero ai lor progressi, o senza testimoni, che contraddicessero la lor vanità, poterono sicuramente condurre a fine una reale o immaginaria conquista delle gelate regioni della Siberia. [A. A. 201] Il mar Settentrionale era fissato per ultimo termine del loro Impero. Ma il nome di quel mare, sui lidi del quale il patriotta Sovou abbracciò la vita di pastore e d’esule348, con probabilità molto maggiore può trasferirsi al Baikal, capace ricettacolo di acque di più di trecento miglia in lunghezza, che sdegna il modesto nome di Lago349, e che presentemente comunica co’ mari del Nord mediante il lungo corso dell’Angara, del Tonguska e del Genissì. La sommissione di tante remote nazioni potea lusingare l’orgoglio del Tangiù; ma non poteva esser premiato il valore degli Unni, che coll’acquisto del ricco e lussurioso Impero del Mezzogiorno. Nel terzo secolo avanti l’Era Cristiana, fu costrutta una muraglia lunga millecinquecento miglia per difendere le frontiere della China contro le incursioni degli Unni350; ma tale stupendo lavoro, che tiene un luogo cospicuo nella carta del Mondo, non ha mai contribuito alla sicurezza di un popolo non guerriero. La cavalleria del Tangiù era spesse volte composta di dugento o trecentomila uomini, formidabili per l’incomparabil destrezza, con cui maneggiavano gli archi e i cavalli; per l’indurata lor pazienza nel sopportar l’intemperie dell’aria, e per l’incredibil velocità della lor marcia, che rare volte veniva sospesa da torrenti o precipizj, dai fiumi più profondi, o dalle più alte montagne. Si sparsero essi ad un tratto sulla superficie del paese; ed il rapido loro impeto sorprese, rendè inattiva, e sconcertò l’elaborata e grave tattica d’un armata Chinese. L’Imperator Kaoti351, soldato di fortuna, innalzato dal personale suo merito al trono, mosse contro gli Unni con quelle truppe veterane, che avean militato nelle guerre civili della China. Ma egli fu tosto circondato dai Barbari, e dopo un assedio di sette giorni, il Monarca, senza speranza di alcun soccorso, fu ridotto a comprarsi lo scampo con un’ignominiosa capitolazione. I successori di Kaoti, le vite dei quali eran dedite alle arti della pace o al lusso della Reggia, furono sottoposti ad una più durevol vergogna. Con troppa fretta confessarono essi l’insufficienza delle fortificazioni e delle armi loro. Troppo facilmente si convinsero, che mentre gli incendi annunziavano da ogni parte l’approssimarsi degli Unni, le truppe Chinesi, che dormivano coll’elmo in capo, e con la corazza indosso, venivano distrutte dalla continua fatica d’inutili marce352. Fu stipulato un regolar pagamento di danaro e di seta per prezzo di una breve e precaria pace; e si usò dagl’Imperatori della China, ugualmente che da quei di Roma, il meschino espediente di mascherare un real tributo sotto nome di donativo o di sussidio. Vi restava però un’altra specie di tributo più vergognosa, che violava i sacri sentimenti dell’umanità e della natura. Le fatiche della vita selvaggia, che nell’infanzia distruggono i figli di costituzione meno sana e robusta, formano una notabile sproporzione nel numero dei due sessi. I Tartari sono d’ingrata ed anche deforme figura, e risguardando essi le loro donne come istrumenti delle domestiche fatiche, i desiderj o piuttosto gli appetiti loro si dirigono al godimento di più eleganti bellezze. Una scelta truppa delle più belle fanciulle della China fu annualmente destinata ai rozzi abbracciamenti degli Unni353; e si assicurò l’alleanza dei superbi Tangiu per mezzo del lor matrimonio con le figlie o naturali o adottive della famiglia Imperiale, che invano tentavano di fuggire quella sacrilega unione. È descritta la situazione di queste infelici vittime nei versi d’una Principessa Chinese, che si lagna d’essere stata condannata dai suoi parenti ad un lontano esilio sotto un Barbaro marito; si duole che l’unica sua bevanda era latte inacidito, carne cruda il solo suo cibo, e che una tenda era il suo palazzo; ed esprime con un accento di patetica semplicità il natural desiderio di trasformarsi in uccello per volarsene alla cara sua patria, oggetto delle sue tenere e perpetue brame354. [A. A. C. 146-87] Due volte si è fatta la conquista della China dalle tribù pastorali del Nord; le forze degli Unni non erano inferiori a quelle dei Mogolli o dei Mantsciù; e la loro ambizione poteva nutrir le più ardenti speranze di buon successo. Ma ne restò umiliato l’orgoglio, ed arrestato il progresso, dalle armi e dalla politica di Vouti355, quinto Imperatore della potente dinastia di Ilan. Nel lungo suo regno di cinquantaquattr’anni, i Barbari delle Province meridionali si sottoposero alle leggi ed ai costumi della China, e furono estesi gli antichi limiti della Monarchia, dal gran fiume di Kiang fino al porto di Canton. Invece di ristringersi alle timide operazioni d’una guerra difensiva, i suoi Luogotenenti penetrarono per più centinaia di miglia nel paese degli Unni. In quegl’immensi deserti, dov’è impossibile formar magazzini, e difficile trasportare una sufficiente quantità di provvisioni, le armate di Vouti furono esposte più volte ad intollerabili travagli; e di centoquarantamila soldati, che marciarono contro i Barbari, soli trentamila tornarono salvi ai piedi del loro Sovrano. Queste perdite però vennero compensate da una splendida e decisiva fortuna. I Generali Chinesi trasser vantaggio dalla superiorità che avevano per la natura delle loro armi, pei loro carri da guerra e per l’aiuto dei Tartari loro alleati. Fu sorpreso il campo del Tangiù in mezzo all’intemperanza ed al sonno: e quantunque il Monarca degli Unni si facesse bravamente strada per le file nemiche, lasciò sopra mille cinquecento dei suoi soldati sul campo. Ciò nonostante, questa segnalata vittoria, che fu preceduta e seguitata da molti sanguinosi combattimenti, assai meno contribuì alla distruzione della potenza degli Unni, che l’efficace politica, usata per distaccare dalla loro ubbidienza le tributarie nazioni. Intimorite dalle armi, o allettate dalle promesse di Vouti e dei suoi successori, le più considerabili tribù, sì Orientali che Occidentali, scossero il giogo del Tangiù. Mentre alcune di esse si professarono alleate o suddite dell’Impero, divennero tutte implacabili nemiche degli Unni; ed il numero di quell’altiero popolo, ridotto che fu alle naturali sue forze, si potea forse contenere nelle mura di una delle grandi e popolate città della China356. La diserzione dei propri sudditi, e l’incertezza d’una guerra civile finalmente costrinsero il Tangiù stesso a rinunziare alla dignità d’indipendente Sovrano ed alla libertà regolare di una guerriera e coraggiosa nazione. Fu egli ricevuto a Sigan, capitale della Monarchia, dalle truppe, dai Mandarini e dall’Imperatore medesimo con tutti gli onori, che adornar potevano, e mascherare il trionfo della vanità Chinese357. Fu preparato un palazzo magnifico per riceverlo; gli fu assegnato il posto sopra tutti i Principi della Famiglia Reale; e fu tratta all’estremo la pazienza d’un Barbaro Re dalle cerimonie di un banchetto composto di otto portate di vivande e di nove solenni cantate di musica. Ma egli pagò inginocchioni il debito di un rispettoso omaggio all’Imperatore della China; pronunziò in nome di se stesso e de’ suoi successori un perpetuo giuramento di fedeltà, e volentieri accettò un sigillo, che gli fu dato come emblema della sua real dipendenza. Dopo quest’umiliante sommissione i Tangiù alle volte mancaron di fede, e profittarono dei favorevoli momenti della guerra e della rapina; ma la monarchia degli Unni appoco appoco decadde, finattanto che dalla discordia civile restò divisa in due separati regni, fra loro nemici. Uno dei Principi della nazione fu spinto dall’ambizione o dal timore a ritirarsi verso il Mezzodì con otto Orde, che comprendevano fra quaranta e cinquantamila famiglie. Egli ottenne insieme col titolo di Tangiù un sufficiente territorio sul confine delle Province Chinesi; e fu assicurato il costante suo attaccamento al servizio dell’Impero dalla debolezza e dal desiderio di vendicarsi. Dopo questa fatal divisione gli Unni del Nord continuarono a languire intorno a cinquant’anni, finattanto che da ogni parte restarono oppressi dai loro esterni ed interni nemici. La superba Inscrizione358 d’una colonna, eretta sopra un’alta montagna, annunzia alla posterità che un esercito Chinese avea marciato settecento miglia nell’interno del paese degli Unni. I Sienpi359, tribù di Tartari orientali, si vendicarono delle ingiurie che anticamente avevano ricevute; e la potenza dei Tangiù, dopo un regno di mille trecento anni, fu totalmente distrutta, avanti il fine del primo secolo dell’Era Cristiana360. [A. 93] [100 ec.] Fu variata la sorte dei soggiogati Unni dalla varia influenza del carattere e della situazione361. Più di centomila persone, le più povere invero e le più imbecilli della nazione, si contentarono di restare nel loro nativo paese, di rinunziare al nome e all’origine loro particolare, e d’essere incorporate al vittorioso popolo dei Sienpi. Cinquant’otto Orde, che sono circa dugentomila uomini, ambiziosi d’una più onorevole servitù, si ritirarono verso il Sud; imploraron la protezione degli Imperatori della China; e fu loro permesso d’abitare e di guardare le ultime frontiere della Provincia di Chansi ed il territorio di Ortous. Ma le tribù più guerriere e potenti degli Unni mantennero, nell’avversa fortuna, l’indomito spirito dei loro antichi. Il Mondo occidentale era aperto al loro valore e risolverono di scuoprire e soggiogare, sotto la condotta degli ereditari lor Capitani, qualche remota regione, tuttavia inaccessibile alle armi dei Sienpi ed alle leggi della China362. Il corso della loro emigrazione presto li portò oltre le montagne dell’Imao, ed i confini della Geografia Chinese; ma noi possiamo distinguer fra loro le due gran divisioni di questi formidabili esuli, che diressero la loro marcia verso l’Osso e verso il Volga. La prima di tali colonie si stabilì nelle fertili e vaste pianure della Sogdiana sulla parte orientale del mar Caspio, dove conservarono il nome di Unni con l’epiteto di Eutaliti, o Neftaliti. Ne furono mitigati i costumi, ed anche insensibilmente migliorati gli aspetti dalla dolcezza del clima e dalla lunga dimora che fecero in una florida provincia363, che poteva tuttavia ritenere una debole impressione delle arti della Grecia364. Gli Unni bianchi, nome che trassero dal cangiamento delle loro carni, presto abbandonaron la vita pastorale degli Sciti. Gorgo, che sotto il nome di Carizmo, ha poi goduto un temporaneo splendore, era la resistenza del Re, che esercitava una legittima autorità sopra un obbediente popolo. Il loro lusso era mantenuto dal lavoro dei Sogdiani; e l’unico vestigio dell’antica loro barbarie era l’uso che obbligava tutti i compagni, alle volte fino al numero di venti, che avevan partecipato della generosità d’un ricco Signore, ad esser sepolti vivi nell’istesso sepolcro di lui365. La vicinanza degli Unni alle Province della Persia gli espose a frequenti e sanguinosi contrasti con la potenza di quella Monarchia. Ma essi rispettavano in tempo di pace la fede dei trattati, ed in guerra i dettami dell’umanità; e la loro memorabil vittoria sopra Perose o Firuz dimostrò la moderazione ugualmente che il valore dei Barbari. Il secondo corpo degli Unni, che appoco appoco s’avanzarono verso il Nord-ovest, fu soggetto ai travagli d’un più freddo clima, e di una marcia più laboriosa. La necessità li costrinse a mutar le sete della China con le pelli della Siberia; si cancellarono in essi gl’imperfetti principj di una vita tendente a civiltà; e la natural fierezza degli Unni divenne maggiore pel commercio con le selvagge tribù, che con qualche ragione paragonate furono alle bestie feroci del deserto. Il loro spirito indipendente rigettò ben presto l’ereditaria successione dei Tangiù; ed essendo ciascheduna Orda governata dai particolari suoi Mursi, la tumultuaria loro assemblea dirigeva i pubblici passi di tutta la nazione. Fino al secolo XII il nome di Grande Ungheria366 provava la passeggiera loro residenza sulle sponde orientali del Volga. Nell’inverno discendevano coi loro greggi ed armenti verso la bocca di quel gran fiume; e le loro estive correrie giungevano fino alla latitudine di Saratoff, o forse all’unione del Kama. Tali per lo meno erano i moderni confini dei Calmucchi neri367, che rimasero per circa un secolo sotto la protezione della Russia, e che sono di poi ritornati alle native loro sedi sulle frontiere dell’Impero Chinese. La marcia ed il ritorno di quei Tartari vagabondi, il campo riunito dei quali è composto di cinquantamila tende o famiglie, serve a schiarire le distanti emigrazioni degli antichi Unni368. È impossibile riempire quell’oscuro intervallo di tempo, che scorse da che gli Unni del Volga furono perduti di vista dai Chinesi, fino al comparire che fecero agli occhi dei Romani. V’è qualche ragione però di sospettare, che quella medesima forza, che tratti gli aveva dalle native lor sedi, sempre continuasse a spinger la lor marcia verso le frontiere dell’Europa. La potenza dei Sienpi, loro implacabili nemici, che s’estendeva più di tremila miglia da Levante a Ponente369, doveva gradatamente opprimerli col peso e col terrore d’una formidabil vicinanza; e la fuga delle tribù della Scizia doveva tendere inevitabilmente ad accrescere la forza, o a restringere i territori degli Unni. I difficili ed oscuri nomi di quelle tribù offenderebber l’orecchio senza illuminar l’intelletto del lettore; ma io non posso tacere il sospetto assai naturale, che gli Unni del Nord traessero un rinforzo considerabile dalla rovina della dinastia del Sud, la quale nel corso del terzo secolo si sottopose al dominio della China; che i guerrieri più prodi andassero in cerca dei liberi e fortunati lor nazionali: e che siccome s’eran divisi per la prosperità, così fossero facilmente riuniti dai comuni travagli della loro avversa fortuna370. Gli Unni co’ loro greggi ed armenti, colle loro mogli e figliuoli, coi loro dipendenti ed alleati si trasferirono all’occidental parte del Volga, ed arditamente avanzaronsi a invadere il paese degli Alani, popolo pastorale che occupava o devastava un esteso tratto dei deserti della Scizia. Le tende degli Alani occupavano le pianure fra il Volga ed il Tanai, ma il nome e gli usi di essi erano sparsi per l’ampia estensione dalle loro conquiste, e le dipinte tribù degli Agatirsi e dei Geloni si confondevano fra’ loro vassalli. Verso il Nord penetrarono nelle agghiacciate regioni della Siberia fra quei selvaggi che nell’impeto del furore o della fame erano assuefatti a cibarsi di carne umana; e le loro incursioni meridionali giungevano fino ai confini della Persia e dell’India. La mescolanza col sangue Sarmatico e Germanico aveva contribuito a migliorare la figura degli Alani, a schiarirne l’oscura carnagione, ed a tingere i loro capelli d’un color biondo, che di rado si trova nella razza dei Tartari. Essi erano meno deformi nelle persone, e meno brutali nei costumi degli Unni; ma non cedevan punto a quei formidabili Barbari nel loro marziale indipendente coraggio, nell’amor della libertà, che rigettava fin l’uso degli schiavi domestici, e nella passione per le armi, che considerava la guerra e la rapina come il piacere e la gloria dell’uman genere. Una scimitarra nuda piantata in terra era l’unico oggetto del religioso lor culto; i crani dei nemici formavano i sontuosi ornamenti dei loro cavalli; e miravan con occhio di pietà e di disprezzo i pusillanimi guerrieri, che pazientemente aspettavano la infermità della vecchiezza o i tormenti d’una lenta malattia371. Sulle rive del Tanai la forza militare degli Unni affrontossi con quella degli Alani con ugual valore, ma con sorte diversa. Gli Unni prevalsero nel sanguinoso combattimento; vi restò ucciso il Re degli Alani; ed i residui della vinta nazione furon dispersi dall’ordinaria alternativa della fuga o della sommissione372. Una colonia di esuli trovò rifugio sicuro nelle montagne del Caucaso fra il Ponto Eussino e il mar Caspio, dove conservano tuttavia il proprio nome e la loro indipendenza. Un’altra colonia s’avanzò con coraggio più intrepido verso i lidi del Baltico, unissi alle settentrionali tribù della Germania, e partecipò delle spoglie delle Province Romane della Gallia e della Spagna. Ma la maggior parte della nazione degli Alani abbracciò le offerte d’una onorevole ed utile unione, e gli Unni, che stimavano il valore dei loro men fortunati nemici, passarono con un aumento di numero e di sicurezza ad invadere i confini del Gotico Impero. [A. 375] Il grand’Ermanrico, gli stati del quale s’estendevan dal Baltico all’Eussino, godeva in una piena maturità di vecchiezza e di riputazione il frutto delle sue vittorie, allorchè fu agitato dal formidabile aspetto di un esercito d’ignoti nemici373, ai quali potevano i suoi barbari sudditi senza ingiustizia dare il nome di Barbari. Il numero, la forza, i rapidi movimenti, e l’implacabile crudeltà degli Unni si provarono, si temettero e si amplificarono dagli attoniti Geti, che videro i loro campi e villaggi consumati dalle fiamme, ed oppressi da ogni genere di stragi. A questi reali terrori aggiungevasi la sorpresa e l’abborrimento, che eccitavano la strillante voce, i rozzi gesti e la strana deformità degli Unni. Questi selvaggi della Scizia furon paragonati (e la pittura aveva qualche rassomiglianza) agli animali che camminano assai sconciamente sopra due gambe; ed alle malfatte figure (Termini), che solevano collocarsi dagli antichi sui ponti. Erano essi distinti dal resto della specie umana per le larghe spalle, i nasi schiacciati, ed i piccoli occhi neri profondamente sepolti nel capo; ed essendo quasi privi di barba, non godevan giammai nè le grazie virili della gioventù, nè il venerabile aspetto della vecchiezza374. S’assegnò loro un’origine favolosa, degna della figura e dei costumi che avevano, vale a dire che le streghe della Scizia, che per le maligne loro o mortifere azioni erano state cacciate dalla società, si fosser congiunte nel deserto con spiriti infernali, e che gli Unni fossero la prole di quell’esecrabile congiunzione375. Questa favola, sì piena d’orrore e di assurdità, fu facilmente abbracciata dal credulo odio de’ Goti; ma nel tempo che soddisfaceva il loro abborrimento, ne accresceva il timore; mentre poteva supporsi che la posterità dei demoni e delle streghe avesse ereditato qualche parte della forza soprannaturale non meno che dell’indole maligna dei suoi genitori. Contro nemici di questa sorte Ermanrico preparossi ad esercitare le riunite forze del dominio Gotico; ma presto conobbe, che le suddite sue tribù, irritate dall’oppressione, eran più inclinate a secondar che a rispingere l’invasione degli Unni. Uno dei Capi de’ Rossolani376 aveva già disertato dallo stendardo d’Ermanrico, ed il crudel Tiranno aveva condannato la moglie innocente del traditore ad essere fatta in pezzi da indomiti cavalli. I fratelli di quell’infelice donna presero il favorevol momento di vendicarsi. Il vecchio Re de’ Goti languì qualche tempo dopo la pericolosa ferita che ricevè da’ loro pugnali; ma ritardossi la condotta della guerra per la sua infermità; ed i pubblici consigli della nazione furono divisi da uno spirito di gelosia e di discordia. La morte di esso, che fu attribuita alla sua propria disperazione, lasciò le redini del governo in mano a Vitimero, il quale col dubbioso aiuto di alcuni mercenari Sciti, mantenne la disugual contesa fra le armi degli Unni e degli Alani, finattanto che fu egli disfatto ed ucciso in una decisiva battaglia. Gli Ostrogoti si sottomisero al loro destino; e da ora in poi troverassi la regia stirpe degli Amali fra’ sudditi del superbo Attila. Ma la persona del fanciullo Re Viterico fu salvata dalla diligenza di Alateo e di Safrace, due guerrieri di sperimentata bravura e fedeltà, che per mezzo di caute marce condussero gl’indipendenti residui della nazione degli Ostrogoti verso il Danasto o il Niester, fiume considerabile, che ora separa gli stati Turchi dall’Impero della Russia. Il prudente Atanarico, più attento alla propria che alla generale salvezza, aveva stabilito il campo dei Visigoti sulle rive del Niester, con la ferma risoluzione d’opporsi ai vittoriosi Barbari, che stimò imprudenza di provocare. L’ordinaria velocità degli Unni era impedita dal peso del bagaglio e dall’impaccio degli schiavi; ma la loro perizia militare ingannò, e quasi distrusse l’armata d’Atanarico. Mentre il Giudice dei Visigoti difendeva le rive del Niester, fu circondato da un numeroso distaccamento di cavalleria, che al lume della luna aveva passato a guado il fiume; e d’uopo gli furono estremi sforzi di coraggio e di condotta per effettuar la sua ritirata verso la montagna. L’indomito Generale aveva già formato un nuovo e giudizioso piano di guerra difensiva; e le forti linee, che si preparava a tirare fra i monti, il Pruth, ed il Danubio, avrebbero assicurato l’esteso e fertile territorio, che adesso porta il nome di Valachia dalle rovinose incursioni degli Unni377. Ma le speranze e le misure del Giudice dei Visigoti furono presto sconcertate dalla tremante impazienza de’ suoi scoraggiati compagni, persuasi dal lor timore che l’interposizione del Danubio fosse l’unico baluardo, che salvar li potesse dalla rapida caccia e dall’invincibil valore dei Barbari della Scizia. Sotto il comando di Fritigerno e d’Alavivo378, il corpo della nazione s’avanzò in fretta verso le rive del gran fiume, ed implorò la protezione del Romano Imperatore dell’Oriente. Atanarico medesimo, sempre ansioso d’evitare il delitto di spergiuro, si ritirò con una truppa di fedeli seguaci nella montuosa regione di Caucaland, che sembrava esser guardata e quasi nascosta dalle impenetrabili foreste della Transilvania379. [A. 376] Dopo che Valente ebbe terminato la guerra Gotica con qualche apparenza di gloria e di buon successo, passò pe’ suoi dominj dell’Asia; e finalmente fissò la sua residenza nella Capitale della Siria. I cinque anni380, che ei consumò in Antiochia, furono impiegati a spiare in una sicura distanza gli ostili disegni del Monarca Persiano, a frenare le ruberie dei Saracini e degl’Isauri381, a confermare con argomenti più forti di quelli della ragione a dell’eloquenza la fede della teologia Arriana, ed a quietare i suoi ansiosi sospetti cogl’indistinti supplizi dell’innocente e del reo. Ma s’eccitò l’attenzione più seria dell’Imperatore per l’importante notizia, che ei ricevè dagli ufficiali militari e civili, ai quali affidato avea la difesa del Danubio. Egli fu informato che il Settentrione agitavasi da una furiosa tempesta; che l’irruzione degli Unni, incognita e mostruosa razza di selvaggi, avea rovesciato la potenza de’ Goti; e che una supplichevole moltitudine di quella bellicosa nazione, l’orgoglio di cui era in quel tempo umiliato all’eccesso, occupava uno spazio di più miglia lungo le rive del fiume. Con le braccia stese e con patetici lamenti, ad alta voce deploravano le passate loro disgrazie ed il presente pericolo; confessavano che la unica loro speranza di salute era posta nella clemenza del Governo Romano; e con la maggior solennità protestavano, che se la graziosa liberalità dell’Imperatore avesse loro permesso di coltivare le ampie terre della Tracia, si sarebbero tenuti obbligati dai più forti vincoli di dovere e di gratitudine ad obbedire alle leggi, ed a difendere i confini della Repubblica. Tali assicurazioni confermate furono dagli Ambasciatori dei Goti, i quali con impazienza aspettavano dalla bocca di Valente una risposta, che finalmente determinasse la sorte degl’infelici lor nazionali. L’Imperatore Orientale non era più guidato dalla saviezza ed autorità del suo fratello maggiore, ch’era morto verso il fine dell’anno precedente; e siccome la misera situazione de’ Goti richiedeva un’instantanea e perentoria decisione, gli mancò il favorito spediente degli spiriti deboli e timidi, che riguardano l’uso de’ passi dilatorj ed ambigui, come i più ammirabili sforzi d’una consumata prudenza. Finattantochè sussisteranno fra gli uomini le medesime passioni ed interessi, si presenteranno frequentemente, come soggetto di moderne deliberazioni, le quistioni di guerra e di pace, di giustizia e di politica, che agitavansi nei consigli della Antichità. Ma a’ più sperimentati Politici dell’Europa non è stato giammai commesso d’investigare la convenienza o il pericolo di rigettare o d’ammettere una innumerabile moltitudine di Barbari, che son tratti dalla disperazione e dalla fame a cercare uno stabilimento negli Stati d’una incivilita nazione. Allorchè fu riferita ai Ministri di Valente quest’importante proposizione, sì essenzialmente connessa con la pubblica sicurezza, essi rimasero perplessi e divisi, ma presto convennero nel lusinghiero sentimento che pareva più favorevole all’orgoglio, all’indolenza, ed all’avarizia del loro Sovrano. Gli schiavi, ch’erano decorati coi titoli di Prefetti e di Generali, dissimularono o non curarono il timore di questa nazional emigrazione, tanto diversa dalle particolari ed accidentali colonie, che si erano ammesse negli ultimi confini dell’Impero. [A. 375] Anzi applaudirono alla buona fortuna, che avea condotto dalle più distanti regioni del globo una numerosa ed invincibile armata di stranieri a difendere il trono di Valente, il quale aggiunger poteva al tesoro Imperiale le immense somme d’oro somministrate dai Provinciali per compensare l’annua loro dose di reclute. Si esaudirono le preghiere dei Goti, e dalla Corte Imperiale s’accettò il loro servigio; e furono immediatamente spediti ordini a’ Governatori civili e militari della diocesi della Tracia onde fare i preparativi necessari pel passaggio, e per la sussistenza di un gran popolo, insino a che destinato gli fosse un proprio e sufficiente territorio per la futura sua residenza. Fu accompagnata però la liberalità dell’Imperatore da due rigorose e dure condizioni, che la prudenza giustificar potea dalla parte dei Romani, ma che non altro che la necessità poteva estorcere dagli sdegnosi Goti. Prima che passassero il Danubio, si volle che consegnassero le loro armi; e che tolti loro i figli, si spargessero per le Province dell’Asia, dove potessero ridursi a civiltà mercè dell’educazione, e servire di ostaggi per assicurare la felicità dei loro genitori. Nella sospensione, che produceva un dubbioso e distante trattato, gl’impazienti Goti fecero qualche temerario tentativo di passare il Danubio senza la permissione del Governo, del quale implorato avevano la protezione. Furono diligentemente osservati i loro movimenti dalla vigilanza delle truppe acquartierate lungo il fiume, ed i loro primi distaccamenti andarono disfatti con notabile strage; pure tanto eran timide le deliberazioni del regno di Valente, che i probi Uffiziali, che avean servito la patria nell’adempimento del loro dovere, furon puniti con la perdita degli impieghi, e poco mancò che non fossero privati di vita. Giunse finalmente l’ordine Imperiale per trasportare sopra il Danubio tutto il corpo della nazione Gotica382; ma l’esecuzione di tal ordine fu laboriosa e difficile. Le acque del Danubio, che in quel luogo ha più d’un miglio di larghezza383, erano gonfie per le continue piogge, ed in quel tumultuario passaggio, molti restaron dispersi ed annegati dalla rapida violenza della corrente. Fu messa in ordine una grossa flotta di navi, di barche e di battelli; s’impiegarono più giorni e più notti nel passare e ripassare con istancabil travaglio; e gli Uffiziali di Valente usarono la maggior diligenza, affinchè neppure uno di quei Barbari, che erano destinati a rovesciare i fondamenti di Roma, rimanesse sull’opposta sponda. Fu creduto espediente di prendere un’esatta notizia del loro numero; ma le persone, a ciò deputate, ben presto abbandonarono con maraviglia e sconcerto il proseguimento d’un’infinita ed ineseguibile impresa384, ed il principale Istorico di quel tempo asserisce con la maggior serietà, che i prodigiosi eserciti di Dario e di Serse, che si erano sì lungamente risguardati come favole della vana e credula antichità, allora furono giustificati agli occhi del Mondo dall’evidenza del fatto e dell’esperienza. Un probabile testimone ha determinato il numero dei soldati Goti a dugentomila uomini; e se vogliamo aggiungervi una dose proporzionata di donne, di fanciulli e di schiavi, tutta la massa del popolo, che componeva tal formidabile emigrazione, dovè montare a quasi un milione di persone di ambedue i sessi e di ogni età. I figli dei Goti, almeno quelli d’un grado distinto, furono separati dalla moltitudine. Essi vennero senza dilazione condotti a remoti luoghi, assegnati per la loro dimora ed educazione; e quando quel numeroso corpo di ostaggi o di schiavi passava per le città, il loro gaio e splendido abbigliamento, la robusta e marzial loro figura, eccitava la sorpresa e l’invidia dei Provinciali. Ma la stipulazione più offensiva pe’ Goti, e più importante pe’ Romani, vergognosamente fu elusa. I Barbari, che risguardavano le loro armi come insegne di onore e pegni di sicurezza, si disposero ad offerire per esse un prezzo, che la licenza o l’avarizia dei Ministri Imperiali fu facilmente tentata di accettare. I superbi guerrieri, ad oggetto di conservare le armi, acconsentirono con qualche ripugnanza a prostituire le mogli o le figlie; e le bellezze d’una vaga donzella o d’un piacevol fanciullo assicurarono la connivenza degl’Inspettori, che alle volte gettavano un occhio d’avidità sui frangiati tappeti o sulle vesti di lino dei nuovi loro alleati385, o che sacrificavano il loro dovere al vil desiderio d’empire le loro stalle di bestiame e le case di schiavi. Fu permesso ai Goti d’entrar nelle barche con le armi in mano; e quando la lor forza fu riunita all’altra parte del fiume, l’immenso esercito, che si sparse nei piani e nei colli della bassa Mesia prese un ostile e minaccevole aspetto. Poco dopo comparvero, sulle rive Settentrionali del Danubio, Alateo e Safrace, tutori del fanciullo loro Sovrano, e condottieri degli Ostrogoti; ed immediatamente spedirono ambasciatori alla Corte di Antiochia per sollecitare con le medesime proteste di alleanza e di gratitudine l’istesso favore, che era stato concesso ai supplichevoli Visigoti. L’assoluta negativa di Valente sospese il loro progresso, manifestò il pentimento, i sospetti ed i timori del consiglio Imperiale. Una indisciplinata e vagante nazione di Barbari esigeva le più ferme disposizioni ed il maneggio più destro. Non potea supplirsi al quotidiano mantenimento di quasi un milione di sudditi straordinari, senza una costante ed abile diligenza, e questa poteva continuamente venire interrotta dal caso o dagli sbagli. L’insolenza o lo sdegno dei Goti, se accorgevansi di essere soggetti di timore o di disprezzo, poteva spingerli agli estremi più disperati, e sembra, che il destino dello Stato dipendesse dalla prudenza ed integrità de’ Generali di Valente. In quest’importante crisi tenevano il governo militare della Tracia Lupicino e Massimo, nelle cui venali menti la più tenue speranza di privato guadagno prevaleva a qualunque considerazione di pubblico vantaggio; e la cui reità non era diminuita, che dall’incapacità di conoscere i perniciosi effetti della temeraria e colpevole loro amministrazione. Invece d’ubbidire agli ordini del Sovrano, e di soddisfare con decente liberalità le domande dei Goti, imposero un vile ed opprimente tributo sulle necessità degli affamati Barbari. Vendevasi loro ad un prezzo esorbitante il più basso cibo; ed in luogo di sane e sostanziose provvisioni eran pieni i mercati di carne di cani, e di animali immondi, che erano morti di malattia. Per fare il considerabile acquisto d’una libbra di pane, i Goti si privavano del possesso d’un dispendioso, quantunque utile, schiavo; e volentieri compravasi una piccola quantità di cibo per dieci libbre d’un prezioso, ma inutil metallo386. Quando esaurite furono le loro facoltà, continuarono tale necessario commercio con la vendita dei loro figli e delle figlie; e non ostante l’amor della libertà, che animava ogni petto Gotico, si sottoposero alla massima umiliante, che era meglio pei loro figliuoli di esser mantenuti in una condizione servile, che perire in uno stato di misera e disperata indipendenza. Viene eccitato il risentimento più vivo dalla tirannia di pretesi benefattori, i quali esigono fieramente il debito di gratitudine, cui hanno cancellato con le posteriori ingiurie. Appoco appoco si suscitò nel campo dei Barbari, che inutilmente adducevano il merito della paziente e rispettosa loro condotta, uno spirito di malcontentezza, ed altamente si dolsero dell’inumano trattamento che avean ricevuto dai nuovi alleati. Si vedevano attorno la dovizia ed abbondanza di una fertil provincia, in mezzo alla quale soffrivano gl’intollerabili travagli d’un’artificial carestia. Avevano però nelle mani i mezzi di trovare sollievo ed anche vendetta, giacchè la rapacità dei loro Tiranni avea rilasciato ad un offeso popolo il possesso e l’uso delle armi. I clamori d’una moltitudine, che non sa mascherare i suoi sentimenti, annunziarono i primi sintomi di resistenza; e posero in agitazione i timidi o colpevoli amici di Lupicino e di Massimo. Questi artificiosi Ministri, che sostituirono le astuzie di momentanei espedienti ai savi e salutari consigli di una estesa politica, tentarono di rimuovere i Goti dalla pericolosa lor situazione sulle frontiere dell’Impero, e dispergerli per le province interiori in quartieri di accantonamento separati fra loro. Siccome sapevano quanto male avevan meritato il rispetto o la confidenza dei Barbari, diligentemente raccolsero da ogni parte delle forze militari, che spinger potessero la lenta e ripugnante marcia di un popolo, che ancora non avea rinunziato al titolo o ai doveri di suddito di Roma. Ma nel tempo che l’attenzione dei Generali di Valente non applicavasi che ai malcontenti Visigoti, disarmavano essi imprudentemente le navi ed i Forti, che formavano la difesa del Danubio. Alateo e Safrace videro il fatale sbaglio, e ne profittarono, mentre ansiosamente spiavano la favorevole occasione di sottrarsi all’inseguimento degli Unni. Per mezzo di quelle navi e barchette, che precipitosamente poteron trovare i condottieri degli Ostrogoti, trasportarono senza ostacolo il Re e l’esercito loro, ed arditamente piantarono un ostile e indipendente campo sul territorio dell’Impero387. Alavivo e Fritigerno, sotto nome di giudici, erano i condottieri dei Visigoti in pace ed in guerra; e l’autorità, che essi traevano dalla nascita, era confermata dal libero consenso della nazione. In un tempo di tranquillità, il governo loro aveva potuto essere uguale, non meno che il grado che avevano; ma tosto che i lor nazionali furono esacerbati dalla fame e dall’oppressione, la superiore abilità di Fritigerno assunse il militar comando che egli aveva diritto di esercitare pel pubblico bene. Ei raffrenò lo spirito impaziente dei Visigoti, finattanto che le ingiurie e gl’insulti dei loro tiranni giustificassero nell’opinione degli uomini la lor resistenza; ma non era disposto a sagrificare alcun reale vantaggio alla pura lode di moderazione e di giustizia. Conoscendo l’utile che potea trarre dall’unione delle forze Gotiche sotto lo stesso stendardo, segretamente coltivò l’amicizia degli Ostrogoti; e mentre professava un’implicita obbedienza agli ordini dei Generali Romani, avanzavasi a piccole giornate verso Marcianopoli, capitale della bassa Mesia, circa settanta miglia distante dalle rive del Danubio. In quel luogo fatale, scoppiarono le fiamme della discordia e dell’odio reciproco in un terribile incendio. Lupicino aveva invitato i Capitani Goti ad uno splendido convito, ed il militare lor seguito era rimasto in armi all’ingresso del palazzo. Ma erano strettamente guardate le porte della città; ed erano i Barbari assolutamente esclusi dal comodo d’un abbondante mercato, al quale avevano ugual diritto e come sudditi e come alleati. Le umili loro suppliche si rigettarono con insolenza e derisione; e siccome esausta ormai era la loro pazienza, i paesani, i soldati ed i Goti presto si trovarono involti in un combattimento di appassionate altercazioni, e di ardenti rimproveri. Inconsideratamente diedesi un colpo; si trasse precipitosamente una spada; ed il primo sangue, che videsi uscire in quest’accidentale contesa, divenne il segnale d’una lunga e rovinosa guerra. In mezzo allo strepito ed alla brutale intemperanza, fu riportato a Lupicino da un segreto messo, che molti de’ suoi soldati erano stati uccisi e spogliati delle loro armi, ed essendo egli già infiammato dal vino ed oppresso dal sonno, diede l’ordine temerariamente che se ne vendicasse la morte con la strage delle guardie di Fritigerno e d’Alavivo. Le clamorose strida ed i lamenti di quei, che morivano, scoprirono a Fritigerno il suo estremo pericolo; e siccome esso possedeva il freddo ed intrepido spirito d’un Eroe, vide ch’egli era perduto, se lasciava deliberare un momento quell’uomo che l’aveva sì altamente ingiuriato. "Una piccola contesa (disse il Capitano Goto con un fermo, ma piacevol tuono di voce) par che sia insorta fra le due nazioni; essa potrebbe produrre le più pericolose conseguenze, qualora non sia subito quietato il tumulto dalla sicurezza della nostra salute e dall’autorità della nostra presenza". Dette queste parole, Fritigerno ed i suoi compagni, sguainate le spade, s’aprirono il passo per mezzo all’irresistente folla che empiva il palazzo, le strade e le porte di Marcianopoli, e montando sui loro cavalli, scomparvero in fretta dagli occhi degli stupefatti Romani. I Generali dei Goti vennero salutati dalle fiere, e liete acclamazioni del campo; immediatamente fu risoluta la guerra, e senza differire s’eseguì tale risoluzione: si spiegarono le bandiere della nazione, secondo l’uso dei loro antenati; e risuonò l’aria della terribile e lugubre musica della barbara tromba388. Il debole e reo Lupicino, che aveva osato di provocare, trascurato di distruggere, e che tuttavia presumeva di sprezzare il formidabile suo nemico, marciò contro i Goti alla testa di quella milizia, che potè raccogliere in tal subitanea occorrenza. I Barbari aspettarono che s’avvicinasse circa nove miglia in distanza da Marcianopoli, ed in quest’occasione si vide che l’abilità del Generale era di maggior efficacia che le armi e la disciplina delle truppe. Il valore dei Goti fu con tanta perizia diretto dal genio di Fritigerno, che in uno stretto e vigoroso attacco rupper le file delle Legioni Romane. Lupicino abbandonò le armi e le insegne, i Tribuni ed i più bravi soldati che aveva, nel campo di battaglia; ed il loro inutil coraggio non servì che a proteggere la vergognosa fuga del Capitano. "Quel fortunato giorno pose fine alle angustie dei Barbari ed alla sicurezza de’ Romani; da quel giorno in poi rinunziando i Goti alla precaria condizione di esuli e di stranieri, assunsero il carattere di cittadini e di padroni, s’attribuirono un assoluto dominio sopra i possessori delle terre, e ritennero in lor potere le province Settentrionali dell’Impero, che hanno per confine il Danubio". Tali son le parole d’un Istorico Goto389, che celebra con rozza eloquenza la gloria dei suoi nazionali. Ma i Barbari non esercitarono il loro dominio, che ad oggetto di predare o di distruggere. Poichè i Ministri dell’Imperatore gli avean privati dei benefizi comuni di natura, e del libero commercio della vita sociale, vendicarono essi tale ingiustizia contro i sudditi dell’Impero, e furono espiati i delitti di Lupicino con la rovina dei pacifici agricoltori della Tracia, coll’incendio dei loro villaggi e con la strage o la schiavitù delle innocenti loro famiglie. Tosto si sparse nei luoghi vicini la nuova della vittoria dei Goti; e riempiendo essa di terrore e di sconcerto gli animi dei Romani, la precipitosa loro imprudenza contribuì ad accrescer le forze di Fritigerno e le calamità della provincia. Qualche tempo avanti questa grand’emigrazione, era stato ricevuto sotto la protezione ed al servizio dell’Impero un numeroso corpo di Goti condotti da Suerido e da Colia390. Erano questi accampati sotto le mura d’Adrianopoli; ma i ministri di Valente desideravano ansiosamente di mandarli di là dall’Ellesponto per allontanarli dalla pericolosa tentazione, a cui potevano sì facilmente esser soggetti per la vicinanza ed il buon successo dei lor nazionali. La rispettosa sommissione, con la quale acquietaronsi all’ordine della loro marcia, avrebbe potuto considerarsi come una prova della lor fedeltà; e la moderata richiesta, che fecero d’un sufficiente sussidio di provvisioni e della dilazione di soli due giorni fu espressa nei termini più doverosi. Ma il primo Magistrato di Adrianopoli, irritato per causa di alcuni disordini commessi nella sua villa, negò di compiacergli, ed armando contro di loro gli abitanti e gli artefici di una popolata città, insistè con ostili minacce nell’immediata loro partenza. I Barbari si rimasero in silenzio e sospesi, finattanto che non furono esacerbati dagl’insultanti clamori e da’ dardi della plebaglia; ma stancata che fu la loro pazienza o non curanza, scagliaronsi contro l’indisciplinata moltitudine, percossero con molte vergognose ferite i dorsi dei fuggitivi loro nemici, e gli spogliarono delle splendide armi391, che erano indegni di portare. La somiglianza delle offese e delle azioni presto riunì questo vittorioso distaccamento alla nazione dei Visigoti; le truppe di Colia e di Suerido aspettarono l’arrivo del gran Fritigerno, si raccolsero sotto i suoi stendardi, e segnalarono il loro ardore nell’assedio di Adrianopoli. La resistenza però della guarnigione fece conoscere ai Barbari che nell’attacco delle regolari fortificazioni rare volte hanno effetto gli sforzi d’un imperito coraggio. Il lor Generale conobbe l’errore, levò l’assedio, e dichiarò "d’essere in pace con le mura di pietra392," e si vendicò del mancato colpo sull’addiacente campagna. Egli accettò con piacere l’utile rinforzo degl’indurati lavoratori, che scavavano le miniere d’oro della Tracia393 per vantaggio e sotto la sferza d’un insensibil padrone394; e questi nuovi compagni condussero i Barbari per segreti sentieri ai luoghi più remoti, che erano stati scelti per porre in sicuro gli abitanti, le bestie ed i magazzini di grano. Coll’aiuto di tali guide, niente rimase nascosto o inaccessibile; era fatale la resistenza, la fuga ineseguibile, e la paziente sommissione della disperata innocenza rare volte trovava pietà nei Barbari conquistatori. Nel corso di tali depredazioni si restituirono agli abbracciamenti degli afflitti genitori in gran numero i figli dei Goti, che erano stati venduti per ischiavi, ma questi teneri incontri, che avrebbero dovuto ravvivare nei loro animi e far loro gustare qualche sentimento di umanità, non tendevano che a stimolare la nativa loro fierezza col desiderio della vendetta. Essi con grande attenzione prestavano orecchio ai lamenti dei loro figli, che nella schiavitù avean sofferto le più crudeli indegnità dalle licenziose o ardenti passioni dei loro padroni; ed usavan le medesime crudeltà, gli stessi indegni trattamenti con gran rigore verso i figli e le figlie dei Romani395. [A. 377] L’imprudenza di Valente e dei suoi ministri aveva introdotto nel cuor dell’Impero un popolo di nemici; pure si sarebber potuti riconciliare gli animi dei Visigoti mediante un’ingenua confessione dei passati errori, ed un sincero adempimento degli antichi trattati. Sembrava che tali salutari e moderate provvisioni fosser coerenti alla timida disposizione del Monarca orientale; ma in questa sola occasione Valente fece il bravo, e tale inopportuna bravura tornò fatale a lui stesso ed a’ sudditi. Ei dichiarò la sua intenzione di marciare da Antiochia a Costantinopoli per reprimere quella pericolosa ribellione; e siccome conosceva le difficoltà dell’impresa, sollecitò l’assistenza dell’Imperatore Graziano suo nipote, che comandava le forze dell’Occidente. Si richiamarono in fretta dalla difesa dell’Armenia le truppe veterane; abbandonossi alla discrezione di Sapore quell’importante frontiera; e fu affidata, nell’assenza di Valente, l’immediata condotta della guerra Gotica a’ suoi Luogotenenti Traiano e Profuturo, Generali che nutrivano una favorevole e ben falsa opinione della loro abilità. Arrivati che furono nella Tracia s’unì ad essi Ricomero, Conte dei domestici, e gli ausiliari dell’Occidente, che marciavano sotto la sua bandiera, sostenevano le legioni Galliche, ridotte però da uno spirito di diserzione a vane apparenze di forza e di numero. In un consiglio di guerra, nel quale influiva più l’orgoglio che la ragione, fu risoluto di cercare ed affrontare i Barbari, che stavano accampati nei fertili e spaziosi prati vicino alla più meridionale delle sei bocche del Danubio396. Il loro campo era circondato dalla solita fortificazione de’ carri397; ed i Barbari, sicuri dentro il vasto cerchio di quel recinto, godevano i frutti del loro valore e le spoglie della Provincia. In mezzo alla disordinata intemperanza, il vigilante Fritigerno osservava i movimenti, e penetrava i disegni dei Romani. Egli si accorse che il numero de’ nemici andava sempre crescendo; e siccome conobbe l’intenzione che avevano d’attaccar la sua retroguardia, subito che la mancanza del cibo lo costringesse a muovere il campo, richiamò i suoi predatorj distaccamenti, che occupavano l’addiacente campagna. Appena scuoprirono essi i concertati fuochi398, che obbedirono con incredibile prestezza al segnale del lor Capitano; il campo fu ripieno d’una marzial folla di Barbari; le impazienti lor grida chiedevano la battaglia, e quel tumultuario zelo fu approvato ed animato dallo spirito dei loro Capi. Era già molto avanzata la sera; e le due armate si prepararono al combattimento, che fu differito soltanto fino allo spuntare del nuovo giorno. Mentre le trombe incitavano alle armi, fu invigorito l’indomito coraggio dei Goti dalla reciproca obbligazione d’un solenne giuramento; e nell’avanzarsi che facevano incontro al nemico, i rozzi cantici, che celebravano la gloria dei loro maggiori, eran mescolati con dissonanti e feroci strida, che s’opponevano all’artificiosa armonia delle acclamazioni Romane. Fritigerno dimostrò qualche perizia militare nel guadagnar che fece il vantaggio d’una dominante altura; ma la sanguinosa pugna, che principiò e finì col giorno, si mantenne da ambe le parti mediante i personali ed ostinati sforzi di robustezza, di valore e d’agilità. Le legioni dell’Armenia sostennero la loro fama nelle armi; ma furono oppresse dall’irresistibile peso della moltitudine dei nemici; fu posta in disordine l’ala sinistra dei Romani, ed i loro corpi, tagliati a pezzi, restarono sparsi nel campo. Questa particolare disfatta, per altro, fu bilanciata da un particolar successo; e quando i due eserciti ad un’ora tarda della sera si ritirarono ai respettivi lor campi, niuno di loro potè vantare gli onori o gli effetti di una decisiva vittoria. La perdita reale fu più sensibile pe’ Romani a cagione della piccolezza del loro numero; ma i Goti restarono tanto confusi e sconcertati per questa vigorosa e forse inaspettata resistenza, che rimasero sette giorni dentro le loro fortificazioni. Ad alcuni uffiziali di grado distinto furono piamente fatte quelle ceremonie funebri, che permettevan le circostanze del tempo e del luogo; ma l’indistinto volgo fu lasciato insepolto sul campo. Ne fu avidamente divorata la carne dagli uccelli di rapina, che in quel tempo godevano di molto frequenti e deliziosi pasti, e molti anni dopo le bianche o nude ossa, che cuoprivano l’ampia estensione dei campi, presentarono agli occhi d’Ammiano un terribile monumento della battaglia di Salice399. S’era interrotto il progresso dei Goti dal dubbioso evento di questa sanguinosa giornata; ed i Generali dell’Imperatore, il cui Esercito sarebbe rimasto distrutto da un’altra battaglia di simil fatta, adottarono il più ragionevole disegno di rovinare i Barbari per mezzo dei bisogni e delle strettezze della stessa loro moltitudine. Si preparavano essi a confinare i Visigoti nell’angusto angolo di terra, che è fra il Danubio, il deserto della Scizia ed il monte Emo, finattantochè insensibilmente se ne consumasse la forza e lo spirito dall’inevitabile azion della fame. Fu eseguito il disegno con qualche condotta ed effetto; i Barbari avevan quasi dato fondo ai lor magazzini ed ai ricolti del paese; e la diligenza di Saturnino, Generale di cavalleria, si impiegava in accrescer la forza, e ristringere l’estensione delle fortificazioni Romane. Furono però interrotte le sue fatiche dall’inquietante notizia, che nuovi sciami di Barbari aveano passato il non difeso Danubio, affine o di sostenere la causa o d’imitar l’esempio di Fritigerno. La giusta apprensione di potere egli stesso venir circondato ed oppresso dalle armi di ostili ed ignote nazioni, obbligò Saturnino ad abbandonare l’assedio del campo de’ Goti; ed essi nell’uscire sdegnati dal confino in cui erano, saziaron la fame e la vendetta loro con la replicata devastazione della fertil campagna, che s’estende più di trecento miglia dalle rive del Danubio fino allo stretto dell’Ellesponto400. L’accorto Fritigerno si era fortunatamente applicato a secondar le passioni e l’interesse dei Barbari suoi alleati; e l’amore della rapina e l’odio di Roma favorirono o prevennero l’eloquenza de’ suoi ambasciatori. Egli strinse una forte e vantaggiosa alleanza col gran corpo de’ suoi nazionali, che obbediva ad Alateo ed a Safrace, custodi del fanciullo loro Sovrano; il sentimento del comune loro interesse fece sospendere la lunga animosità delle rivali tribù; si associò sotto un solo stendardo la parte indipendente della nazione; e sembra che i Capitani degli Ostrogoti cedessero al superior genio del Generale de’ Visigoti. Ottenne il formidabile aiuto dei Taifali, la militar fama dei quali era disonorata e avvilita dalla pubblica infamia dei domestici loro costumi. Ogni giovane, all’entrar che faceva nel Mondo, era unito con vincoli di onorevole amicizia e di brutale amore a qualche guerriero della tribù; nè sperar potea di restar libero da questa non natural connessione, finattantochè non avesse provata la sua virilità coll’uccidere da solo a solo un grand’orso o un selvaggio cignale401. Ma i più potenti ausiliari dei Goti si trassero dal campo di quegli stessi nemici, che gli avevano espulsi dalle native lor sedi. La libera subordinazione, ed i vasti territorj degli Unni e degli Alani differivano le conquiste, e dividevano i consigli di quei popoli vittoriosi. Più Orde furono allettate dalle generose promesse di Fritigerno, e la rapida cavalleria della Scizia aggiunse peso ed energia ai costanti e valorosi sforzi dell’infanteria Gotica. I Sarmati, che non la poteron mai perdonare al successore di Valentiniano, goderono della general confusione, e l’accrebbero; ed un’opportuna irruzione degli Alemanni nelle Province della Gallia impegnò l’attenzione e divertì le forze dell’Imperator d’Occidente402. Uno dei più gravi danni, che si risentisse dall’introduzione de’ Barbari nell’esercito e nel palazzo, fu la corrispondenza che tenevano coi nemici lor nazionali, ai quali o per imprudenza o per malizia manifestavano la debolezza dell’Impero Romano. Un soldato della guardia del corpo di Graziano era di nazione Alemanno e della tribù dei Lenziensi, che abitavano di là dal lago di Costanza. Alcuni affari domestici l’obbligarono a domandar licenza d’assentarsi. In una breve visita, che fece alla famiglia ed ai suoi amici, fu esposto alle curiose loro interrogazioni; e la vanità del loquace soldato tentollo a spiegar l’intima cognizione che aveva dei segreti di Stato e dei disegni del suo Signore. La notizia, che Graziano si preparava a condurre le forze militari della Gallia e dell’Occidente in soccorso di Valente suo zio, additò all’inquieto spirito degli Alemanni il momento ed il modo di fare una felice invasione. L’impresa di alcuni piccoli distaccamenti, che nel mese di Febbraio passarono il Reno sul ghiaccio, fu preludio d’una più importante guerra. Le audaci speranze di preda, e forse di conquista, vinsero le riflessioni della timida prudenza o della fedeltà nazionale. Ogni foresta, ogni villaggio somministrò una truppa di forti avventurieri, e la grand’armata degli Alemanni, che al suo avvicinarsi fu dal timore del popolo considerata di quarantamila soldati, venne in seguito amplificata sino a settantamila dalla vana e credula adulazione della Corte Imperiale. Le legioni, alle quali si era ordinato di marciare nella Pannonia, furono immediatamente richiamate o ritenute per la difesa della Gallia; il comando militare fu diviso fra Nanieno e Mellobaude; e sebbene il giovane Imperatore rispettasse la lunga esperienza e la sobria saviezza del primo, era però più inclinato ad ammirare e seguire il marziale ardore del suo compagno, al quale si permetteva di riunire in sè403 gl’incompatibili caratteri di Conte dei domestici e di Re dei Franchi. Priario, Re degli Alemanni, rivale di lui, era guidato o piuttosto spinto dall’istesso ostinato valore; e poichè le loro truppe erano animate dallo spirito dei condottieri, s’incontrarono, si videro e s’attaccarono fra loro vicino alla città d’Argentaria o Colmar404 nelle pianure dell’Alsazia. Fu giustamente attribuita la gloria di tal giornata alle armi da lanciare ed alle ben eseguite evoluzioni dei soldati Romani: gli Alemanni, che lungamente si mantennero saldi, furono trucidati con instancabil furore; soli cinquemila Barbari si rifuggiaron nei boschi e nelle montagne: e la morte gloriosa del loro Principe sul campo di battaglia lo salvò dai rimproveri del popolo, che sempre è disposto ad accusar la giustizia o la condotta d’una guerra infelice. Dopo questa segnalata vittoria, che assicurava la pace della Gallia, e sosteneva l’onore delle armi Romane, l’Imperator Graziano finse di procedere immediatamente alla sua spedizione orientale; ma giunto a’ confini degli Alemanni voltossi ad un tratto a sinistra, li sorprese coll’improvviso passaggio del Reno, ed arditamente avanzossi nel cuore del loro paese. I Barbari opposero al suo progresso gli ostacoli della natura e del coraggio; e continuarono sempre a ritirarsi da un colle all’altro, finattantochè dalle replicate prove restaron convinti della forza e della perseveranza dei loro nemici. Fu accettata la lor sommissione come un segno non già del sincero lor pentimento, ma dell’angustia, in cui allor si trovavano; e si volle dall’infedele nazione uno scelto numero di bravi e robusti loro giovani, come un pegno più sostanziale della futura loro moderazione. I sudditi dell’Impero, che avevano tante volte sperimentato che gli Alemanni non potevano esser soggiogati dalle armi, nè tenuti a freno dai trattati, non potevano promettersi alcuna solida e durevol tranquillità; ma nelle virtù del giovane loro Sovrano videro il prospetto di un lungo e prospero regno. Allorchè le legioni si rampicavano su pei monti, e scalavano le fortezze dei Barbari, si distingueva nelle prime file il valor di Graziano; e la dorata e variamente colorita armatura delle sue guardie era trafitta e lacerata dai colpi che avean ricevuti nel costante attaccamento alla persona del loro Sovrano. All’età di diciannove anni parve che il figlio di Valentiniano possedesse già i talenti della guerra e della pace; ed il suo personal successo contro gli Alemanni fu interpretato come un sicuro presagio dei Gotici suoi trionfi405. Mentre Graziano meritava e godeva l’applauso dei suoi sudditi, l’Imperator Valente, che avea finalmente mosso la sua Corte ed armata da Antiochia, fu ricevuto dal popolo di Costantinopoli come l’autore della pubblica calamità. Non erasi anche riposato dieci giorni nella Capitale, che dai licenziosi clamori dell’Ippodromo venne spinto a marciar contro i Barbari che aveva invitati nei suoi dominj; ed i cittadini, che sono sempre valorosi, quando son lontani dal pericolo reale, dichiaravano con sicurezza, che se fossero loro date le armi, avrebbero essi soli intrapreso di liberar la Provincia dalle devastazioni d’un insultante nemico406. I vani rimproveri d’un’ignorante moltitudine affrettarono la caduta del Romano Impero; questi provocarono la disperata imprudenza di Valente, che non trovava o nella propria riputazione o nel suo spirito motivo alcuno da sostener con fermezza il pubblico dispregio. Egli presto s’indusse pei felici successi dei suoi Luogotenenti a sprezzare il potere dei Goti, che mediante la diligenza di Fritigerno trovavansi allora uniti nelle vicinanze di Adrianopoli. Il valente Frigerido aveva intercettato la marcia dei Taifali; il Re di quei licenziosi Barbari era stato ucciso in battaglia; e gli schiavi supplichevoli erano stati mandati in un lontano esilio a coltivar le terre d’Italia, che furono assegnate loro nei territorj vacanti di Parma e di Modena407. Le azioni di Sebastiano408, che di fresco erasi posto al servizio di Valente, ed era stato promosso al grado di Generale d’infanteria, erano vie più onorevoli ad esso e vantaggiose per la Repubblica. Egli ottenne la permissione di scegliere da ciascheduna legione trecento soldati, e questo separato distaccamento in breve acquistò lo spirito di disciplina e l’esercizio delle armi, che erano quasi dimenticati sotto il regno di Valente. Atteso il vigore e la condotta di Sebastiano, fu sorpreso nel proprio campo un grosso corpo di Goti, e l’immenso bottino, che ricuperossi dalle lor mani, empì la città d’Adrianopoli e le addiacenti pianure. Gli splendidi racconti, che fece il Generale delle sue imprese, inquietaron la Corte Imperiale per l’apparenza d’un merito superiore; e quantunque egli cautamente insistesse sopra le difficoltà della guerra Gotica, ne fu lodato il valore, e rigettato il consiglio; e Valente, che ascoltava con vanità e con piacere le adulatrici suggestioni degli eunuchi del palazzo, era impaziente d’assicurarsi la gloria d’una facile e sicura conquista. Il suo esercito fu invigorito da un numeroso rinforzo di veterani; e fu condotta la sua marcia da Costantinopoli ad Adrianopoli con tanta perizia militare, che prevenne l’attività dei Barbari, i quali avean disegnato d’occupare i passi di mezzo per intercettare o le truppe medesime o i convogli e le provvisioni di esse. Il campo, che Valente avea piantato sotto le mura d’Adrianopoli, fu, secondo l’uso dei Romani, fortificato con un fosso ed un recinto, e convocossi un importantissimo consiglio di guerra per decidere della sorte dell’Imperatore e dell’Impero. Vittore fortemente sostenne il partito più ragionevole della dilazione, avendo egli con l’esperienza corretto la natural fierezza del carattere Sarmatico, mentre Sebastiano con la pieghevole ed ossequiosa eloquenza di un Cortigiano, rappresentava ogni precauzione ed ogni misura, che contenesse qualche dubbio d’immediata vittoria, come indegna del coraggio e della maestà del loro invincibil Monarca. Fu precipitata la rovina di Valente dalle ingannevoli arti di Fritigerno, e dalle prudenti ammonizioni dell’Imperatore Occidentale. Il Generale dei Barbari era perfettamente informato dei vantaggi della negoziazione in mezzo alla guerra; e fu spedito un Ecclesiastico Cristiano, come sacro ministro di pace, per iscuoprire e render dubbiosi i consigli del nemico. Si esposero con forza e con verità le disgrazie non meno che le ingiurie della nazione Gotica dall’Ambasciatore, il quale si protestò in nome di Fritigerno, che egli era sempre disposto a deporre le armi o ad impiegarle solo in difesa dell’Impero, se assicurar poteva un tranquillo stabilimento a’ vaganti suoi nazionali nelle terre incolte della Tracia, ed una sufficiente quantità di grano e di bestiame. Aggiunse però, in un segreto colloquio di confidenziale amicizia, che gli esacerbati Barbari erano alieni da tali ragionevoli condizioni, e che Fritigerno stava in dubbio se potesse condurre a fine la conclusione del trattato, qualora egli non si trovasse sostenuto dalla presenza e dal terrore di un esercito Imperiale. Verso l’istesso tempo tornò dall’Occidente il Conte Ricomero ad annunziar la disfatta e la sommissione degli Alemanni, a far sapere a Valente che il suo nipote avanzavasi con rapide marce alla testa delle veterane e vittoriose legioni della Gallia; ed a richiedere in nome di Graziano e della Repubblica, che si sospendesse qualunque passo pericoloso e decisivo, finattantochè la congiunzione dei due Imperatori assicurasse il buon successo della guerra Gotica. Ma sul debole Sovrano dell’Oriente non agivano che le illusioni fatali della gelosia e dell’orgoglio. Sdegnò l’importuno avviso; rigettò l’umiliante soccorso; segretamente paragonò l’ignominioso o almeno non glorioso corso del proprio regno con la fama di un giovane imberbe; e corse al campo per innalzarsi un immaginario trofeo, prima che la diligenza del suo collega potesse aver parte veruna nei trionfi della battaglia. Il nove d’Agosto, giorno che ha meritato d’avere luogo fra i più malaugurati del calendario Romano409, l’Imperator Valente, lasciato sotto una forte guardia il suo bagaglio e la cassa militare, si partì da Adrianopoli per attaccare i Goti, ch’erano accampati alla distanza di circa dodici miglia dalla città410. Per qualche sbaglio degli ordini, o per l’ignoranza del luogo, l’ala destra, o la colonna di cavalleria giunse a vista del nemico, mentre la sinistra era sempre in una considerabil distanza; i soldati furon costretti nell’affannoso caldo della state ad affrettare il passo; e si formò la linea di battaglia con un tedioso disordine ed una irregolar dilazione. S’era distaccata la cavalleria Gotica per cercar foraggio nelle vicine campagne; e Fritigerno tuttavia continuava a praticare i soliti suoi artifizi. Spedì egli dei Messaggieri di pace, fece proposizioni, richiese ostaggi, e consumò il tempo a tal segno, che i Romani, esposti senza riparo ai cocenti raggi del sole, restarono esausti dalla sete, dalla fame e dall’intollerabil fatica. L’Imperatore si indusse a mandare un Ambasciatore nel campo Gotico: fu applaudito lo zelo di Ricomero, che solo ebbe il coraggio d’accettare questa pericolosa commissione; ed il Conte dei domestici, adornato con le splendide insegne della sua dignità, erasi già qualche tratto avanzato fra le due armate, quando fu improvvisamente richiamato indietro dal suono della battaglia. Fu fatto il precipitoso ed imprudente attacco da Bacurio l’Ibero, che comandava un corpo di arcieri e di targettieri; ed in quella guisa che s’avanzarono temerariamente, ritiraronsi ancora con perdita e con vergogna. Nel momento stesso gli squadroni volanti di Alateo e di Safrace, dei quali ansiosamente s’aspettava l’arrivo dal Generale dei Goti, scenderono come un turbine dalle montagne, attraversarono il piano, ed aggiunsero nuovi terrori al tumultuario, ma irresistibile incontro dell’esercito Barbaro. In poche parole si può descriver l’evento della battaglia d’Adrianopoli, sì fatale a Valente ed all’Impero. La cavalleria Romana si diede alla fuga; l’infanteria restò abbandonata, circondata e tagliata a pezzi. Le più abili evoluzioni, il più fermo coraggio appena son sufficienti a distrigare un corpo d’infanteria, circondato in un piano aperto da un maggior numero di cavalli; ma le truppe di Valente, oppresse dal peso dei nemici e dei propri lor timori, si trovavano strette in un piccolo spazio, dov’era per loro impossibile d’estender le file, o anche di servirsi con effetto delle spade e dei giavellotti. In mezzo al tumulto, alla strage ed al disordine, l’Imperatore, abbandonato dalle sue guardie e ferito, come si suppone, da un dardo, cercò rifugio fra i Lancearj ed i Mattiarj, che tuttavia mantenevano il loro posto con qualche apparenza d’ordine e di fermezza. I fedeli Generali, Traiano e Vittore, che videro il suo pericolo, altamente gridarono che era tutto perduto, se non si poteva salvar la persona dell’Imperatore. Alcune truppe, animate dalle loro esortazioni, s’avanzarono in soccorso di lui; ma non trovarono che un sanguinoso tratto di terra, coperto di un mucchio di armi spezzate e di laceri corpi, senza potere scuoprir l’infelice lor Principe nè fra i411 vivi nè fra i412 morti. Infatti non potevano essi trovarlo, se vere sono le circostanze, con le quali hanno alcuni Storici riferito la morte dell’Imperatore. La cura de’ suoi ministri condusse Valente dal campo di battaglia in una vicina capanna, dove procuravasi di medicare la sua ferita e di provvedere alla futura salvezza di lui. Ma fu ad un tratto circondato dai nemici quest’umile asilo; tentarono essi di forzarne la porta; ma, provocati da una scarica di dardi scagliati dal tetto, ed impazienti di più indugiare, misero fuoco ad un mucchio di secche legna, e distrussero la capanna insieme coll’Imperatore ed i suoi famigliari. Valente perì nelle fiamme, e non iscampò che un sol giovane, il quale saltando dalla finestra contò la trista novella, ed informò i Goti dell’inestimabile preda, che avevan perduto per causa della loro inconsideratezza. Nella battaglia d’Adrianopoli perì un gran numero di prodi e distinti Uffiziali, ed essa uguagliò nell’effettiva perdita, e molto sorpassò nelle fatali conseguenze la disgrazia, che Roma una volta soffrì nei campi di Canne413. Si trovarono fra i morti due Generali della cavalleria e della infanteria, due grand’Uffiziali del palazzo e trentacinque Tribuni, e la morte di Sebastiano mostrò al Mondo che se egli fu l’autore, fu pure la vittima della pubblica calamità. Fu distrutto per più di due terzi l’esercito Romano, e le tenebre della notte vennero tenute per molto propizie, come quelle che servirono a coprire la fuga della moltitudine, ed a proteggere la più ordinata ritratta di Vittore e di Ricomero, che soli, in mezzo alla generale costernazione, mantennero il vantaggio di un tranquillo valore e di una regolar disciplina414. Mentre erano ancora fresche nelle menti degli uomini le impressioni del dolore e dello spavento, l’oratore più celebre di quel tempo compose l’orazione funebre d’un esercito superato e d’un odioso Principe, il trono del quale era già stato occupato da uno straniero. "Non mancan persone (dice l’ingenuo Libanio) che incolpano la prudenza dell’Imperatore, o che attribuiscono la pubblica disgrazia al difetto di coraggio e di disciplina nelle truppe. Quanto a me, io venero la memoria delle lor precedenti azioni; venero la gloriosa morte, che valorosamente soffrirono, stando salde e combattendo nei loro posti: venero il campo di battaglia, asperso del sangue loro e di quello dei Barbari. Questi onorevoli segni sono già stati cancellati dalle piogge; ma i superbi monumenti delle ossa loro, di quelle dei generali, dei centurioni e de’ valenti soldati meritano una più lunga durata. Il Sovrano medesimo pugnò e cadde nelle prime file dell’esercito. I suoi famigliari gli presentarono i più veloci destrieri della stalla Imperiale, che presto l’avrebbero liberato dalla persecuzion del nemico; essi lo stimolarono in vano a conservare l’importante sua vita pel futuro servigio della Repubblica. Ei fu costante nella protesta d’essere indegno di sopravvivere a tanti de’ più valorosi e fedeli suoi sudditi; ed il Monarca restò nobilmente sepolto sotto un monte di uccisi. Non vi sia dunque chi ardisca d’attribuir la vittoria dei Barbari al timore, alla debolezza o alla imprudenza delle truppe Romane. I Capitani ed i soldati animati furono dal valore dei loro maggiori, de’ quali uguagliavan la disciplina e l’arte militare. La generosa loro emulazione fu sostenuta dall’amore della gloria, che li pose in istato di contendere nel tempo istesso con la fame e con la sete, col ferro e col fuoco, ed a volentieri abbracciare una morte onorata, come un refugio contro la fuga e l’infamia. Lo sdegno degli Dei è stata la sola cagione del buon successo dei nostri nemici". La verità dell’istoria può disapprovar qualche parte di questo panegirico, che a rigore non si può conciliare col carattere di Valente o con le circostanze della battaglia; è dovuta però la più giusta lode all’eloquenza, e molto più alla generosità del Sofista d’Antiochia415. Si esaltò l’orgoglio de’ Goti per questa memorabile vittoria, ma restò sconcertata la loro avidità dalla mortificante scoperta, che la più ricca porzione delle spoglie Imperiali era stata riposta dentro le mura di Adrianopoli. Essi affrettaronsi a godere il premio del lor valore; ma s’opposero loro i residui d’un vinto esercito con intrepida fermezza, che fu l’effetto della disperazione e l’unica speranza che avessero di salute. Le mura della città, ed i ripari del campo addiacente, furono guerniti di macchine militari, che scagliavano pietre d’enorme peso, e spaventavano gl’ignoranti Barbari più con lo strepito e con la velocità, che coll’effetto reale della scarica. S’erano uniti nel pericolo e nella difesa i soldati, i cittadini, i provinciali e i domestici del palazzo; tornò rispinto il furioso assalto de’ Goti; le segrete loro arti di perfidia e di tradimento furono scoperte; e dopo un ostinato combattimento di più ore, si ritirarono alle loro tende, convinti per esperienza, che sarebbe stato migliore partito per essi l’osservare il trattato, che il sagace lor Condottiero aveva tacitamente stipulato con le fortificazioni delle grandi e popolate città. Dopo il precipitoso e non politico macello di trecento disertori, atto di giustizia sommamente utile alla disciplina degli eserciti Romani, i Goti levarono sdegnati l’assedio d’Adrianopoli. Lo spettacolo della guerra e del tumulto si convertì ad un tratto in un tacito orrore solingo; immediatamente sparì la moltitudine; i segreti sentieri de’ boschi, e de’ monti eran segnati dalle vestigia de’ fuggitivi tremanti, che cercavan rifugio nelle distanti città dell’Illirico e della Macedonia; ed i fedeli ministri della casa e del tesoro Imperiale cautamente andavano in cerca dell’Imperatore, del quale tuttora ignoravan la morte. La corrente dell’inondazione Gotica scorse dalle mura d’Adrianopoli fino ai sobborghi di Costantinopoli. I Barbari furon sorpresi dallo splendido aspetto della capitale dell’Oriente, dall’altezza ed estension delle mura, dalle migliaia di ricchi e spaventati cittadini, che coronavano i forti, e dalla varia veduta della terra e del mare. Nel tempo, che stavano ammirando con inutile desiderio le inaccessibili bellezze di Costantinopoli, una truppa di Saracini416, che fortunatamente s’erano arruolati al servigio di Valente, fece una sortita da una porta della città. La cavalleria della Scizia dovè cedere alla mirabil velocità ed al brio de’ cavalli Arabi; quelli che li cavalcavano erano abili nell’evoluzioni della guerra irregolare; ed i Barbari settentrionali restarono attoniti e sconcertati dall’inumana ferocia de’ Barbari del Mezzodì. Un soldato Gotico, essendo stato ucciso dal pugnale d’un Arabo, il chiomato e nudo selvaggio, ponendo le labbra alla ferita di esso, esprimeva un orribil diletto nel succiar che faceva il sangue del vinto di lui nemico417. L’armata Gotica, carica delle spoglie de’ ricchi sobborghi e del territorio addiacente, con lentezza si mosse dal Bosforo verso i monti, che formano il confine Occidentale della Tracia. Fu abbandonato l’importante passo di Succi dal timore o dalla mala condotta di Mauro; ed i Barbari, che non avevano più da temere alcuna resistenza dalle disperse e vinte truppe dell’Oriente, si diffusero sulla superficie d’una fertile e coltivata regione, sino ai confini dell’Italia e del mare Adriatico418. [A. 378-379] I Romani, che narrano con tanta freddezza e brevità gli atti di giustizia esercitati dalle legioni419, riservano la lor pietà ed eloquenza per le angustie, che soffrirono essi, allorchè le Province furono invase e desolate dalle armi fortunate de’ Barbari. La semplice ben circostanziata istoria (se pure una tal istoria esistesse) della rovina d’una sola città, delle disgrazie d’una sola famiglia420 potrebbe rappresentare un’interessante ed istruttiva pittura de’ costumi umani; ma la tediosa ripetizione di vaghi e declamatori lamenti stancherebbe l’attenzione del più paziente lettore. Si può applicare la stessa censura, quantunque forse non in grado uguale agli scrittori sì profani che ecclesiastici di quegl’infelici tempi, vale a dire che i loro animi erano accesi da una religiosa e volgare animosità, e che s’alterava la vera grandezza e il colore di ogni oggetto dall’esagerazioni della corrotta loro eloquenza. Potè l’ardente Girolamo421 deplorar con ragione le calamità apportate da’ Goti, e da’ Barbari loro alleati nel nativo suo paese della Pannonia e nella vasta estensione delle Province, che sono fra le mura di Costantinopoli e il piè delle alpi Giulie; le rapine, le stragi, gl’incendi, e sopra tutto la profanazion delle Chiese, che si convertirono in stalle, e l’irriverente trattamento delle reliquie de’ Santi Martiri. Ma il Santo si lascia trasportare oltre i confini della natura e dell’istoria, quando asserisce "che non rimase in quelle deserte regioni altro che il cielo e la terra; che distrutte le città ed estirpata la razza umana, il suolo era tutto ingombrato da folte selve e d’inestricabili boschi; e che s’adempiva la universal desolazione, annunziata dal Profeta Sofonia, nella scarsità delle bestie, degli uccelli e fino de’ pesci". Si esposero tali querele circa vent’anni dopo la morte di Valente; e le Province Illiriche, le quali furono sempre soggette all’invasione ed al passaggio de’ Barbari, continuarono dopo un calamitoso corso di dieci secoli a somministrar nuovi materiali di rapina e di distruzione. Quand’anche si potesse supporre, che un ampio tratto di paese fosse lasciato inculto e senz’abitanti, le conseguenze di ciò non avrebber potuto essere tanto fatali alle inferiori produzioni dell’animata natura. Gli utili e deboli animali, che si nutriscon dalla mano degli uomini, posson soffrire e distruggersi, qualora sieno privati della lor protezione; ma le bestie della foresta, nemiche o vittime dell’uomo, si debbon piuttosto moltiplicare nel libero e non disturbato possesso de’ solitari loro dominj. Le varie tribù, che popolano l’aria o l’acqua, sono anche meno connesse colla sorte della specie umana; ed è molto probabile, che i pesci del Danubio dovessero sentire maggior terrore ed angustia dall’avvicinarsi loro un vorace luccio, che dalle ostili scorrerie d’un’armata di Goti. [A. 378] Per quanto fosse stato grande il numero delle calamità dell’Europa, v’era motivo di temere che in breve le stesse disgrazie s’estenderebbero alle pacifiche regioni dell’Asia. I figli de’ Goti erano stati giudiziosamente distribuiti per le città dell’Oriente; e si erano impiegate le cure dell’educazione per vincere ed ingentilire la nativa fierezza della loro indole. Nello spazio di circa dodici anni era continuamente cresciuto il lor numero; ed i fanciulli, che nella prima emigrazione erano stati mandati sopra l’Ellesponto, avevano acquistato con rapido avanzamento la forza e lo spirito di una perfetta virilità422. Era impossibile di impedir che sapessero gli eventi della guerra Gotica; e siccome quegli arditi giovani non aveano studiato il linguaggio della dissimulazione, dimostravano il desiderio, la brama, e forse l’intenzione, che avevano, d’emulare il glorioso esempio de’ loro padri. Pareva che il pericolo di que’ tempi giustificasse i gelosi sospetti dei Provinciali; e furono ammessi tali sospetti come indubitabili prove, che i Goti dell’Asia formato avessero una segreta e pericolosa cospirazione contro la pubblica sicurezza. La morte di Valente avea lasciato l’Oriente senza Sovrano; e Giulio, che occupava l’importante posto di General delle truppe con un’alta riputazione di diligenza e d’abilità, si credè in dovere di consultare il Senato di Costantinopoli, che nella vacanza del Trono si considerava da esso, come l’assemblea rappresentante della nazione. Appena ebbe ottenuto la libera facoltà di operare come giudicava espediente pel bene della Repubblica, che convocò i primi uffiziali, e segretamente concertò i mezzi opportuni per eseguire il sanguinario suo disegno. Fu immediatamente pubblicato un ordine, che in un dato giorno si unisse la Gioventù Gotica nelle città capitali delle respettive loro Province; e siccome si fece a bella posta spargere una voce, che si convocavano per dar loro un liberal donativo di terre e di danaro, la piacevole speranza mitigò il furore del loro sdegno, e forse sospese i moti della cospirazione. Nel giorno determinato tutta la gioventù Gotica fu diligentemente raccolta senz’armi in una piazza; le strade ed i passi della medesima erano occupati dalle truppe Romane, ed i tetti delle case coperti di arcieri e frombolieri. In tutte le città dell’Oriente fu dato alla medesima ora il segnale dell’indistinto macello; e la crudel prudenza di Giulio liberò le Province dell’Asia da un domestico nemico, che in pochi mesi avrebbe potuto portare il ferro ed il fuoco dall’Ellesponto all’Eufrate423. L’urgente considerazione della sicurezza pubblica può senza dubbio autorizzare la violazione di ogni legge positiva. Ma fino a qual segno questa od altra simil considerazione possa valere a disciogliere le naturali obbligazioni d’umanità e di giustizia, è dessa una dottrina, che io desidero di sempre ignorare. [A. 379] L’Imperator Graziano erasi molto avanzato nella sua marcia verso le pianure d’Adrianopoli, quando fu informato, a principio dalla voce confusa della fama, ed in seguito dai più esatti ragguagli di Vittore e di Ricomero, che l’impaziente collega di lui era stato ucciso in battaglia, e che la spada dei vittoriosi Goti aveva esterminato due terzi dell’armata Romana. Per quanto sdegno meritasse la temeraria e gelosa vanità dello zio, l’ira di un animo generoso è facilmente vinta dai più dolci moti di dolore e di compassione; ed anche i sentimenti di pietà presto andarono a perdersi nella seria e formidabile considerazione dello stato attuale della Repubblica. Graziano non era più in tempo d’assistere, ed era troppo debole per vendicare il suo disgraziato Collega, ed il valoroso e modesto giovane sentì se stesso incapace a sostenere un Mondo cadente. Una formidabil tempesta di Barbari della Germania sembrava pronta ad invader le Province della Gallia; e lo spirito di Graziano era oppresso e distratto dall’amministrazione dell’Impero Occidentale. In quest’importante crisi, il Governo dell’Oriente, e la condotta della guerra Gotica esigevano tutta intera l’attenzione d’un Eroe e d’un politico. Un suddito, investito di sì ampio comando, non avrebbe lungamente conservato la sua fedeltà ad un distante benefattore; ed il consiglio Imperiale abbracciò la savia e virile risoluzione di acquistarsi una riconoscenza, piuttosto che cedere ad un insulto. Graziano desiderava di donare la porpora come un premio della virtù: ma non è facile per un Principe, educato nel supremo posto, di conoscere alla età di diciannove anni i veri caratteri dei propri Generali e ministri. Procurò di pesare con imparziale bilancia i diversi loro meriti e difetti; e mentre frenava il temerario ardire dell’ambizione, diffidava di quella cauta saviezza, che induce a disperare della Repubblica. Siccome ogni momento di dilazione faceva perdere qualche parte del potere e de’ ripieghi del futuro Sovrano d’Oriente, la situazione delle circostanze non permetteva un tedioso dibattimento. Graziano tosto dichiarò la sua scelta in favore d’un esule, il padre del quale, non più che tre anni avanti, aveva sofferto, esercitando esso l’autorità sovrana, un’ingiusta ed ignominiosa morte. Il Gran Teodosio, nome celebre nell’Istoria e caro alla Chiesa Cattolica424, fu chiamato alla Corte Imperiale, che appoco appoco erasi ritirata dai confini della Tracia al più sicuro quartiere di Sirmio. Cinque mesi dopo la morte di Valente, l’Imperator Graziano produsse in presenza alle truppe adunate il suo Collega e loro Signore, che dopo una modesta e forse sincera resistenza, fu costretto ad accettare, in mezzo alle generali acclamazioni, il diadema, la porpora e l’ugual titolo d’Augusto425. Destinate furono al governo del nuovo Imperatore le Province della Tracia, dell’Asia e dell’Egitto, sopra le quali avea regnato Valente; ma siccome ad esso era specialmente affidata la condotta della guerra Gotica, fu smembrata la Prefettura dell’Illirico; e furono aggiunte agli stati dell’Impero d’Oriente le due gran diocesi della Dacia e della Macedonia426. L’istessa Provincia, e forse anche l’istessa città427, che aveva dato al trono le virtù di Trajano ed i talenti d’Adriano, fu la sede originale d’un’altra famiglia di Spagnuoli, che in un secolo meno felice tenne per quasi ottant’anni il decadente Impero di Roma428. Questa uscì dall’oscurità degli onori municipali mediante l’attivo spirito del vecchio Teodosio, Generale le cui imprese nella Britannia e nell’Affrica formarono una delle più splendide parti degli annali di Valentiniano. Il figlio di quel Generale, che aveva parimente il nome di Teodosio, fu educato da abili professori negli studi liberali della gioventù; ma nell’arte della guerra fu istruito dalla tenera cura e dalla severa disciplina del proprio padre429. Sotto lo stendardo di tal condottiere, il giovane Teodosio andò in cerca di gloria e di cognizioni nei più lontani teatri dell’azione militare; assuefece il suo corpo alla diversità delle stagioni e dei climi; distinse il suo valore per mare e per terra; ed osservò la differente maniera di guerreggiare degli Scoti, dei Sassoni e dei Mori. Il proprio merito e la raccomandazione del conquistatore dell’Affrica l’elevarono in breve ad un comando separato; e fatto Duce della Mesia, vinse una armata di Sarmati, salvò la Provincia, meritò l’amor dei soldati, e provocò l’invidia della Corte430. La sua nascente fortuna ben presto decadde per la disgrazia e l’esecuzione dell’illustre suo padre; e Teodosio ricevè come un favore la permissione di ritirarsi a fare una vita privata nella nativa sua Provincia di Spagna. Ei dimostrò un fermo e moderato carattere nella calma, con cui s’adattò a questa nuova situazione. Il suo tempo era quasi ugualmente diviso fra la città e la campagna; lo spirito, che aveva animato la sua condotta pubblica, si fece conoscere anche nell’attivo e premuroso adempimento di ogni dover sociale; e con vantaggio applicossi la diligenza del soldato a migliorare il vasto suo patrimonio431, che era fra Vagliadolid e Segovia in mezzo ad un fertile territorio, tuttavia famoso per la più squisita razza di pecore432. Dagl’innocenti ma utili lavori delle sue possessioni, Teodosio in meno di quattro mesi fu trasferito al trono dell’Impero Orientale; e tutta la serie dell’istoria degli uomini non potrà forse somministrare un esempio simile d’innalzamento nell’istesso tempo sì puro e sì onorevole. I Principi, che ereditano pacificamente lo scettro dei loro padri, pretendono e godono un diritto legittimo, tanto più sicuro, quanto è assolutamente distinto dai meriti del lor carattere personale. I sudditi, che in una Monarchia o in uno stato popolare acquistano la suprema potestà, possono elevarsi colla superiorità del genio o della virtù sopra i loro simili; ma rare volte la loro virtù è libera dall’ambizione, e frequentemente la causa del candidato, che ottiene il suo intento, è macchiata dalla colpa della cospirazione o della guerra civile. Eziandio in que’ Governi, che permettono al Monarca regnante di nominare un collega o successore, la parziale sua scelta, nella quale possono influire le più cieche passioni, è spesso diretta ad un indegno soggetto. Ma la più sospettosa malignità non potè attribuire a Teodosio nell’oscura sua solitudine di Cauca, gli artifizi, i desiderj, e neppure le speranze d’un ambizioso politico, ed il nome stesso dell’esule da gran tempo sarebbe andato in dimenticanza, se le vere e distinte virtù di lui non avesser lasciato una profonda impressione nella Corte Imperiale. Il sublime suo merito, nel tempo della prosperità, non si era curato; ma nelle pubbliche angustie fu generalmente riconosciuto o sentito. Qual fiducia mai non doveva esser posta nella sua integrità, mentre Graziano potè fidarsi, che un pietoso figlio per amore della Repubblica perdonato avrebbe l’uccisione del padre! Qual espettazione dovevasi avere della sua abilità per sostener la speranza, che un solo uomo potesse salvare e restaurar l’Impero dell’Oriente! Teodosio fu decorato della porpora nell’anno trentesimoterzo della sua età. Il volgo guardava con ammirazione la virile bellezza del sembiante e la graziosa maestà della persona di lui, che si compiaceva di paragonare con le pitture e medaglie dell’Imperator Trajano; mentre gl’intelligenti osservatori scuoprivano nelle sue qualità del cuore e dello spirito una ben più importante rassomiglianza all’ottimo ed al più grande fra i433 Principi Romani. [A.379-382] Non senza il più sincero dispiacere debbo adesso prender licenza da un’esatta e fedel guida, che ha composto l’istoria de’ suoi tempi senza secondare i pregiudizi e le passioni che ordinariamente influiscono sulla mente di uno scrittore contemporaneo. Ammiano Marcellino, che termina l’utile sua opera con la disfatta e con la morte di Valente, raccomanda il soggetto più glorioso del seguente regno al fresco vigore ed all’eloquenza della nuova generazione434. Ma questa non fu disposta ad accettarne il consiglio o ad imitarne l’esempio435, e nello studio del regno di Teodosio noi siamo ridotti ad illustrare la parzial narrazione di Zosimo con oscuri barlumi di frammenti e di croniche, col figurato stile della poesia o del panegirico, e col precario aiuto degli Ecclesiastici, che nel calore della fazion religiosa son portati a disprezzare le virtù profane della sincerità e della moderazione. Consapevole di tali svantaggi, che continueranno ad involgere una parte considerabile dell’istoria della decadenza e rovina del Romano Impero, io camminerò con dubbiosi e timidi passi. Può affermarsi però arditamente, che non fu mai vendicata la battaglia d’Adrianopoli da veruna segnalata o decisiva vittoria di Teodosio contro i Barbari: e l’espressivo silenzio dei venali oratori di lui si può confermare dall’osservazione dello stato e delle circostanze dei tempi. La fabbrica d’un potente Impero, che era sorto coll’opera di più secoli, non poteva rovesciarsi dalla disgrazia di una sola giornata, se la forza fatale dell’immaginazione non avesse esagerato la vera misura della calamità. La perdita di quarantamila Romani, che perirono nelle pianure d’Adrianopoli, poteva presto ripararsi nelle popolate Province dell’Oriente, che contenevano tanti milioni di abitatori. Il coraggio di un soldato è la qualità più a buon mercato e più comune della natura umana; ed una sufficiente perizia per affrontare un nemico indisciplinato, poteva in breve acquistarsi mediante la cura dei Centurioni, che in vita eran rimasti. Se i Barbari s’erano impossessati dei cavalli e delle armi dei vinti loro nemici, le copiose razze della Cappadocia e della Spagna somministrar potevano nuovi squadroni di cavalleria; i trentotto arsenali dell’Impero erano abbondantemente forniti di magazzini di armi offensive e difensive; e la ricchezza dell’Asia potea sempre concedere un ampio fondo per le spese della guerra. Ma gli effetti, che produsse la battaglia d’Adrianopoli negli animi dei Barbari o de’ Romani estesero la vittoria de’ primi, e la disfatta de’ secondi molto al di là dei limiti d’una sola giornata. Si udì un Capitano Gotico protestare con insolente moderazione, che quanto a sè436 era stanco della strage; ma si maravigliava come un popolo, che fuggiva d’avanti a lui come un branco di pecore, ardisse ancora di disputargli il possesso dei propri beni e delle Province437. Gli stessi terrori, che aveva sparso fra le tribù Gotiche il nome degli Unni, s’erano inspirati dal formidabil nome dei Goti fra’ sudditi ed i soldati dell’Impero Romano438. Se Teodosio avesse precipitosamente raccolto le sparse sue truppe, e le avesse condotte in campo a fronte d’un vittorioso nemico, il suo esercito sarebbe restato vinto dai propri timori, nè l’incerta sorte del successo avrebbe scusato l’imprudenza del Capitano. Ma il Gran Teodosio, titolo che onorevolmente si meritò in questa importante occasione, si condusse da costante e fedel custode della Repubblica. Piantò i suoi principali quartieri a Tessalonica, capitale della Diocesi di Macedonia439, d’onde poteva osservare gli irregolari movimenti dei Barbari, e diriger le operazioni dei suoi Luogotenenti, dalle porte di Costantinopoli fino ai lidi dell’Adriatico. Si rinforzarono le guarnigioni e fortificazioni delle città; e le truppe, nelle quali fu ravvivato un sentimento d’ordine e di disciplina, ripresero insensibilmente coraggio per la confidenza della propria salvezza. Da questi sicuri posti arrischiaronsi a fare delle frequenti sortite su’ Barbari, che infestavano l’addiacente campagna; e siccome rare volte permettevasi loro l’attacco senza qualche decisivo vantaggio o nel terreno o nel numero, le loro imprese furono per lo più fortunate, e presto restarono persuasi per la propria esperienza della possibilità di vincere gl’invincibili loro nemici. Appoco appoco riunironsi in piccole armate i distaccamenti di quelle divise guarnigioni; si proseguirono i medesimi cauti passi a forma d’un esteso e ben concertato piano di operazioni; i quotidiani successi accrescevan forza e coraggio alle armi Romane, e l’artificiosa diligenza dell’Imperatore, che facea circolare i più favorevoli ragguagli degli avvenimenti della guerra, contribuì a domar l’orgoglio dei Barbari, e ad animar le speranze e l’ardire dei proprj sudditi. Se in luogo di questi deboli ed imperfetti delineamenti, si potessero con esattezza rappresentare i consigli e le azioni di Teodosio in quattro successive campagne, vi è ragione di credere, che la consumata perizia di lui meriterebbe l’applauso d’ogni militare lettore. Le dilazioni di Fabio avevano anticamente salvato la Repubblica; e mentre gli splendidi trofei di Scipione nella campagna di Zama tirano a sè440 gli occhi della posterità, gli accampamenti e le marce del Dittatore fra i441 colli della Campania hanno un ben giusto diritto a quell’indipendente e solida fama, che il Generale non è costretto a dividere nè con la fortuna nè con le truppe. Di tal sorta fu il merito ancor di Teodosio; e la debolezza del suo corpo, che fu molto inopportunamente attaccato da una lunga e pericolosa malattia, non potè opprimere il vigore della sua mente, o deviarne l’attenzione dal pubblico servigio442. [A. 379-382] La liberazione e la pace delle Province Romane443 fu opera più della prudenza che del valore; la prudenza di Teodosio fu secondata dalla fortuna; e l’Imperatore non mancò mai di trar profitto e vantaggio da ogni favorevole circostanza. Finattantochè il superior genio di Fritigerno conservò l’unione, e diresse i movimenti dei Barbari, la loro forza fu capace della conquista d’un grande Impero. La morte di quell’Eroe, predecessore e maestro del famoso Alarico, liberò un’impaziente moltitudine dall’intollerabile giogo della disciplina e della discrezione. I Barbari, ch’erano stati tenuti in freno dalla sua autorità, s’abbandonarono ai dettami delle loro passioni; e queste di rado erano coerenti o uniformi. Un’armata di conquistatori si divise in molte disordinate bande di selvaggi ladroni; e la cieca ed irregolare lor furia non fu meno dannosa a loro medesimi che ai nemici. Si vedeva la cattiva loro disposizione nel distrugger che essi facevano qualunque oggetto, che non avevan forza di trasportare, o buon gusto da godere; e spesso consumarono con improvvida rabbia le raccolte o i granai, che poco dopo divennero necessari alla lor sussistenza. Eccitossi uno spirito di discordia fra quelle indipendenti nazioni e tribù, che non s’erano unite che per mezzo dei vincoli d’una libera e volontaria alleanza. Le truppe degli Unni e degli Alani dovevan naturalmente rinfacciare a’ Goti la fuga; e questi non eran disposti ad usar con moderazione i vantaggi della fortuna: non potea più lungamente restar sospesa l’antica gelosia fra gli Ostrogoti ed i Visigoti; ed i superbi Capitani tuttora si rammentavan gl’insulti e le ingiurie che si eran fatte reciprocamente, allorchè la nazione trovavasi al di là del Danubio. Il progresso delle particolari fazioni abbatteva il più general sentimento dell’animosità nazionale; e gli uffiziali di Teodosio avevan ordine di comprare con liberali doni e promesse la ritirata o i servigi del malcontento partito. L’acquisto di Modar, principe del sangue reale degli Amali, diede un ardito e fedel campione alla parte Romana. L’illustre disertore ottenne subito il posto di Generale con un importante comando; sorprese un’armata di suoi nazionali, che erano immersi nel sonno e nel vino; e dopo una crudele strage degli attoniti Goti tornò con un’immensa preda di quattromila carri al campo Imperiale444. Nelle mani d’un avveduto politico i mezzi più differenti si possono utilmente dirigere ai medesimi fini; e la pace dell’Impero, cominciata dalla divisione, fu compiuta dalla riunione dei Goti. [A. 381] Atanarico il quale era stato paziente spettatore di quegli straordinari avvenimenti, alla fine dell’evento delle armi fu tratto fuor dagli oscuri nascondigli dei boschi di Caucaland. Egli non esitò più a passare il Danubio, ed una parte molto considerabile dei sudditi di Fritigerno, che aveva già provato gli incomodi dell’anarchia, facilmente s’indusse a riconoscer per Re un Giudice Gotico, del quale rispettava la nascita, e spesso aveva sperimentato l’abilità. Ma l’età avea raffreddato l’ardente spirito d’Atanarico; ed invece di condurre il suo popolo al campo della battaglia e della vittoria, diede orecchio prudentemente all’opportuna proposizione d’un onorevole e vantaggioso trattato. Teodosio, che conosceva il merito ed il potere del suo nuovo alleato, condiscese ad incontrarlo alla distanza di più miglia da Costantinopoli; e lo trattò nella città Imperiale con la confidenza d’un amico o colla magnificenza d’un Monarca. "Il Barbaro Principe con curiosa attenzione osservò la varietà degli oggetti, che a sè445 traevano i suoi occhi, e finalmente proruppe in questa sincera e patetica esclamazione di meraviglia: Adesso io miro, ciò che non avrei mai creduto, le glorie di questa Capitale stupenda! E girando attorno gli occhi vide ed ammirò la dominante situazione della città, la forza e bellezza delle mura e dei pubblici edifizi, il capace porto, coronato d’innumerabili navi, il continuo commercio di remote nazioni, e le armi e la disciplina delle truppe. In verità, proseguì Atanarico, l’Imperator dei Romani è un Dio sopra la terra; e l’uomo presontuoso, che ardisce d’alzar la mano contro di lui, è reo del proprio sangue446." Il Gotico Re non potè goder lungamente di quell’onorevol e splendido trattamento, e poichè la temperanza non era la virtù della sua nazione, giustamente si può sospettare che la mortale malattia di lui derivasse da’ piaceri degl’Imperiali banchetti. Ma la politica di Teodosio trasse un più solido vantaggio dalla morte di lui che non avrebbe potuto aspettare dai più fedeli servigi del suo alleato. Con solenni ceremonie si fece il funerale d’Atanarico, nella capitale dell’Oriente; fu eretto un magnifico monumento alla sua memoria; e tutta l’armata di esso, vinta dalla liberal cortesia e dal decente lutto di Teodosio, s’arrolò sotto gli stendardi dell’Imperio Romano447. La sommissione d’un corpo di Visigoti sì grande produsse le più salutevoli conseguenze; e l’influsso della forza, della ragione e della corruzione, unite insieme, divenne sempre più potente ed esteso. Ogni Capitano indipendente affrettossi a fare un trattato a parte, pel timore che un ostinato indugio non l’esponesse solo e senza difesa alla vendetta o alla giustizia del vincitore. Si può fissare la data della generale o piuttosto finale capitolazione dei Goti a quattro anni, un mese e venticinque giorni dopo la disfatta e la morte dell’Imperator Valente448. [A. 386] Le Province del Danubio erano già sollevate dall’opprimente peso dei Grutungi od Ostrogoti mediante la volontaria ritirata d’Alateo e di Safrace, lo spirito inquieto dei quali avevagli mossi a cercare nuove scene di rapina e di gloria. Il distruttivo loro corso era diretto verso l’Occidente; ma noi dobbiamo contentarci d’un’oscura ed imperfetta cognizione delle varie loro avventure. Gli Ostrogoti spinsero varie tribù Germaniche nelle Province della Gallia; conclusero e tosto violarono un trattato coll’Imperator Graziano; avanzaronsi nelle incognite regioni del Norte; e dopo uno spazio di quattro anni tornarono con maggiori forze alle rive del basso Danubio. Avevano reclutato i più feroci guerrieri della Germania e della Scizia; ed i soldati o almeno gli Istorici dell’Impero non conoscevan più il nome e gli aspetti dei primi loro nemici449. Il Generale, che comandava le forze terrestri e marittime della frontiera della Tracia, tosto s’accorse che la propria superiorità sarebbe svantaggiosa pel pubblico servigio; e che i Barbari, spaventati dalla presenza delle sue flotte e legioni, avrebbero probabilmente differito il passaggio del fiume fino al prossimo inverno. La destrezza delle spie, che esso mandò nel campo dei Goti, attirò i Barbari in una rete fatale. Si lasciarono persuadere, che mediante un ardito tentativo avrebber potuto sorprendere nel silenzio e nell’oscurità della notte l’addormentato esercito dei Romani; e fu precipitosamente imbarcata tutta la moltitudine in una flotta di tremila canoe450. I più prodi fra gli Ostrogoti conducevano la vanguardia: il corpo di mezzo era composto del rimanente dei loro sudditi e soldati; e le femmine ed i fanciulli seguivano con sicurezza nella retroguardia. Era stata scelta una notte senza luna per eseguire il disegno; ed erano quasi giunti alla sponda meridionale del Danubio con la ferma fiducia di trovare un facile sbarco ed un campo non guardato. Ma s’arrestò ad un tratto il progresso dei Barbari da un ostacolo inaspettato, vale a dire da una triplice fila di navi fortemente connesse l’una coll’altra, che formavano un’impenetrabil catena di due miglia e mezzo lungo il fiume. Mentre tentavano essi di aprirsi per forza la strada in un disuguale combattimento, fu oppresso il lor destro fianco dall’irresistibile attacco di una flotta di galere, che erano spinte giù pel fiume dalla forza insieme dei remi e della corrente. Il peso e la velocità di quelle navi da guerra ruppe, gettò a fondo, e disperse le rozze e deboli canoe dei Barbari: inefficace tornò ad essi il loro valore; ed Alateo, Re o Generale degli Ostrogoti, perì con le brave sue truppe, o sotto la spada dei Romani, o nelle acque del Danubio. L’ultima divisione di quell’infelice flotta poteva riguadagnare l’opposto lido; ma l’angustia ed il disordine della moltitudine la rendè incapace di azione e di consiglio; e tosto implorarono la clemenza dei vittoriosi nemici. In questa occasione, ugualmente che in molte altre, è difficile di conciliar le passioni ed i pregiudizi degli scrittori del secolo di Teodosio. Il parziale e maligno Istorico, che altera qualunque azione del suo regno, asserisce, che l’Imperatore non comparve nel campo di battaglia, finattantochè i Barbari non furon vinti dal valore e dalla condotta di Promoto, suo luogotenente451. L’adulante Poeta, che celebrò nella Corte d’Onorio le glorie del padre e del figlio, attribuisce la vittoria al personale valore di Teodosio; e quasi vuole insinuare che il Re degli Ostrogoti fosse ucciso per mano dell’Imperatore452. Si potrebbe forse trovare la verità dell’istoria in un giusto mezzo fra queste estreme e contradditorie asserzioni. [A. 383-395] Il trattato originale, che fissò lo stabilimento dei Goti, che assicurò i lor privilegi, e ne determinò le obbligazioni, servirebbe ad illustrare la storia di Teodosio e de’ suoi successori. La serie di questa non ha che imperfettamente conservato lo spirito e la sostanza di quel singolare accordo453. Le devastazioni della guerra e della tirannide preparato avevano molti ampi tratti di fertile ma incolto terreno per uso di quei Barbari, che non isdegnavano d’esercitarsi nell’agricoltura. Fu posta una Colonia numerosa di Visigoti nella Tracia; il resto degli Ostrogoti si trapiantò nella Frigia e nella Lidia: si supplì agl’immediati loro bisogni con una distribuzione, che loro si fece di bestiame e di grano; e se ne incoraggiò l’industria in futuro, mercè di un’esenzione dai tributi per un certo numero di anni. I Barbari avrebbero meritato di provare la perfida e crudel politica della Corte Imperiale, se si fossero piegati ad esser dispersi per le Province. Essi chiesero ed ottennero separatamente il possesso dei villaggi e distretti, assegnati per loro abitazione: ritennero sempre e propagarono il linguaggio ed i costumi loro nativi; sostennero in seno del dispotismo la libertà del domestico loro governo; e riconobbero la sovranità dell’Imperatore, senza sottoporsi all’inferior giurisdizione delle leggi e dei magistrati di Roma. Fu sempre permesso ai Capi ereditari delle tribù e delle famiglie di comandare in pace ed in guerra i loro seguaci; ma fu abolita la dignità reale, ed i generali dei Goti erano eletti e rimossi ad arbitrio dell’Imperatore. Si mantenne al servizio continuo dell’Impero d’Oriente un’armata di quarantamila Goti; queste superbe truppe, che prendevano il nome di Foederati, o alleati, si distinguevano per le auree loro collane, per la generosa paga, e pei larghi privilegi che avevano. S’accrebbe il nativo loro coraggio per l’uso delle armi e per la cognizione della disciplina, e mentre la Repubblica era difesa o minacciata dalla dubbiosa spada dei Barbari, vennero finalmente ad estinguersi negli animi dei Romani le ultime scintille dell’ardor militare454. Teodosio ebbe la destrezza di persuadere ai suoi alleati, che le condizioni di pace, a cui l’avevano tratto la necessità e la prudenza, non erano che volontarie espressioni della sua sincera amicizia per la nazione dei Goti455. Si oppose poi una maniera diversa di difesa o d’apologia alle querele del popolo, che altamente censurava tali vergognose e pericolose concessioni456. Si dipinsero coi più vivi colori le calamità della guerra; e diligentemente s’esagerarono i primi sintomi della restaurazione del buon ordine, dell’abbondanza e della sicurezza. Gli avvocati di Teodosio affermar potevano con qualche apparenza di verità e di ragione, che era impossibile d’estirpare tante bellicose tribù, ridotte alla disperazione per la perdita del nativo loro paese; e che l’esauste Province sarebbero tornate a vita, mediante un fresco sussidio di soldati e di agricoltori. I Barbari serbavano sempre un acerbo ed ostile aspetto; ma la esperienza del passato poteva animar la speranza, che avrebbero acquistato in seguito l’abitudine dell’industria e dell’obbedienza; che si sarebbero inciviliti i loro costumi mercè del tempo, dell’educazione e della forza del Cristianesimo; e che la loro posterità si sarebbe appoco appoco fusa nel gran Corpo del popolo Romano457. Non ostanti questi speciosi argomenti e queste grate speranze, ogni occhio illuminato chiaramente vedeva, che i Goti sarebbero lungamente restati nemici, e ben presto sarebber divenuti conquistatori del Romano Impero. Il rozzo ed insolente loro contegno esprimeva il disprezzo, che avevano dei cittadini e dei provinciali, che impunemente insultavano458. Teodosio fu debitore del buon successo delle sue armi allo zelo ed al valore dei Barbari, ma era precaria la loro assistenza; e qualche volta furono indotti da una ribelle ed incostante disposizione ad abbandonare i suoi stendardi, nel momento in cui v’era maggior bisogno del loro servigio. Nella guerra civile contro Massimo, un gran numero di disertori Goti si ritirò nelle paludose terre della Macedonia; saccheggiarono le addiacenti Province, ed obbligarono l’intrepido Monarca ad esporre la propria persona, e ad esercitar la sua forza per sopprimere la nascente fiamma della ribellione459. Le pubbliche apprensioni venivano confermate dal forte sospetto, che quei tumulti non fossero l’effetto d’un accidentale trasporto, ma il risultato di un profondo e premeditato disegno. Si credeva generalmente, che i Goti avessero sottoscritto il trattato di pace con un’ostile ed insidiosa intenzione; e che i loro Capi si fossero precedentemente legati fra loro con un solenne e segreto giuramento di non mantener mai la fede ai Romani, di mostrar la più bella apparenza di fedeltà e d’amicizia, e di spiare il momento favorevole alla rapina, alla conquista ed alla vendetta. Ma siccome gli animi dei Barbari non erano affatto insensibili alla forza della gratitudine, molti condottieri Gotici sinceramente attaccaronsi al servizio dell’Impero, o almeno dell’Imperatore; il corpo della nazione fu appoco appoco diviso in due contrari partiti, e gran sottigliezza impiegossi nella conversazione e nella disputa in paragonare fra loro le obbligazioni del primo e del secondo dei loro vincoli. I Goti, che si riguardavano come amici della pace, della giustizia e di Roma, eran diretti dall’autorità di Fravitta, valoroso ed onorato giovane, spettabile sopra gli altri suoi nazionali per la gentilezza dei costumi, pei generosi sentimenti, e per le dolci virtù della vita sociale. Ma la fazione più numerosa aderiva al fiero ed infedele Priulfo, che infiammava le passioni, e sosteneva l’indipendenza dei suoi guerrieri seguaci. In una delle feste solenni, essendo i Capi di ambe le parti stati invitati alla mensa Imperiale, furono riscaldati appoco appoco dal vino a tal segno, che dimenticarono i consueti riguardi di discrezione e di rispetto, e scuoprirono alla presenza di Teodosio il fatal segreto delle domestiche loro dispute. L’Imperatore, ch’era stato contro sua voglia testimone di tale straordinaria controversia, dissimulò i timori e lo sdegno, e tosto licenziò la tumultuosa assemblea. Fravitta, agitato ed inasprito dall’insolenza del suo rivale, la cui partenza dal palazzo avrebbe potuto essere il segno d’una guerra civile, arditamente lo seguitò, e sfoderata la spada, stese morto Priulfo ai suoi piedi. I loro compagni corsero alle armi; ed il fedel campione di Roma sarebbe restato oppresso dal maggior numero, se non fosse stato difeso dall’opportuna interposizione delle guardie Imperiali460. Tali erano le scene del furore dei Barbari, che disonoravano il palazzo e la mensa dell’Imperatore di Roma; e poichè gl’impazienti Goti non potevano esser tenuti a freno, che dal fermo e moderato carattere di Teodosio, pareva che la pubblica salute dipendesse dalla vita e dall’abilità di un solo uomo461.