Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/28

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CAPITOLO XXVIII

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Distruzione finale del Paganesimo. Introduzione del culto dei Santi, e delle reliquie fra i Cristiani.

La rovina del Paganesimo, seguita ai tempi di Teodosio, è forse l’unico esempio dell’intiero annientamento di un’antica e popolare superstizione; e può meritare per conseguenza di esser considerata come un evento singolare nell’istoria dello spirito umano. I Cristiani, e specialmente il Clero, avevan sofferto con impazienza le prudenti dilazioni di Costantino, e l’ugual tolleranza di Valentiniano il Vecchio; nè potevan creder perfetta o sicura la lor conquista, finattantochè fosse permesso agli avversari di esistere. Impiegossi l’autorità che Ambrogio ed i suoi fratelli aveano acquistato sopra la gioventù di Graziano e la pietà di Teodosio, per inspirare massime di persecuzione nei petti degl’Imperiali proseliti. Si stabilirono due speciosi principj di religiosa giurisprudenza, dai quali deducevasi un’immediata e rigorosa conseguenza contro i sudditi dell’Impero, che continuavano ad osservare le ceremonie dei loro maggiori: vale a dire, che il Magistrato in qualche modo si fa reo dei delitti che trascura di proibire o di gastigare, e che il culto idolatrico delle favolose Divinità e dei veri demonj è il delitto più abominevole contro la suprema Maestà del Creatore. S’applicavano senza riflessione, e forse erroneamente dal Clero le leggi di Mosè, e gli esempi della Storia Giudaica590 all’universale e dolce regno del Cristianesimo591. Fu eccitato lo zelo degl’Imperatori a vendicare il proprio onore e quello di Dio; e circa sessant’anni dopo la conversione di Costantino, si rovesciarono i templi del Mondo Romano. Dai giorni di Numa fino al regno di Graziano, i Romani mantennero la regolar successione dei vari collegi dell’Ordine Sacerdotale592. Quindici Pontefici esercitavano la suprema loro giurisdizione su tutte le persone e le cose dedicate al servizio degli Dei, e le varie questioni, che continuamente nascevano in un sistema tradizionale e mal collegato, eran sottoposte al giudizio del sacro lor Tribunale. Quindici gravi ed eruditi Auguri osservavano l’aspetto dei Cieli, e determinavano le azioni degli Eroi, secondo il volo degli uccelli. Quindici Custodi dei libri Sibillini (che dal loro numero prendevano il nome di Quindecimviri) alle occasioni consultavan l’istoria del futuro, e per quanto sembra, delle cose contingenti. Sei Vestali consacravano la loro verginità alla guardia del fuoco sacro e degli ignoti pegni della durata di Roma, i quali a nessun mortale era stato permesso di rimirare impunemente593. Sette Epuloni preparavano la mensa degli Dei, dirigevano la solenne processione, e regolavan le cerimonie dell’annua solennità. I tre Flamini di Giove, di Marte e di Quirino si risguardavano come i particolari ministri delle tre più potenti Divinità, che vigilavano sul destino di Roma e dell’Universo. Il Re dei sacrifizi rappresentava la persona di Numa e dei suoi successori nelle religiose funzioni, che non si potevano eseguire se non da mani Reali. Le confraternite de’ Salj, dei Lupercali ec. praticavano tali riti, che avrebbero eccitato riso e disprezzo in qualunque persona ragionevole, con la viva fiducia di attirarsi il favore degli Dei immortali. La autorità, che i Sacerdoti Romani avevano anticamente avuto nei consigli della Repubblica, fu appoco appoco abolita per lo stabilimento della Monarchia, e per la mutazione della sede Imperiale. Ma era tuttavia protetta dalle leggi e dai costumi del paese la dignità del sacro loro carattere; e sempre continuavano, specialmente il collegio dei Pontefici, ad esercitare nella capitale, ed alle volte nelle Province, i diritti della loro ecclesiastica e civile Giurisdizione. Le loro vesti di porpora, i cocchi di parata, ed i sontuosi loro trattamenti attraevano l’ammirazione del popolo; e dalle sacre terre non meno che dal pubblico erario tiravano un ampio stipendio, che abbondantemente serviva a sostenere lo splendore del Sacerdozio e tutte le spese del Culto religioso dello Stato. Siccome il servizio dell’altare non era incompatibile col comando degli eserciti, i Romani, dopo i lor consolati e trionfi, aspiravano ai posti di Pontefici o di Auguri; gli impieghi di Cicerone594 e di Pompeo nel quarto secolo erano occupati dai membri più illustri del Senato; e la dignità della lor nascita rifletteva uno splendore595 più grande sul carattere Sacerdotale. I quindici Sacerdoti, che componevano il collegio dei Pontefici, avevano un grado più distinto come compagni del loro Sovrano; e gl’Imperatori Cristiani condiscesero ad accettare la veste e le insegne proprie del Sommo Pontificato. Ma quando salì sul trono Graziano, più scrupoloso o più illuminato egli rigettò vigorosamente quei simboli profani596, applicò all’uso dello Stato o della Chiesa le rendite de’ Sacerdoti e delle Vestali, abolì gli onori e le immunità loro, e sciolse l’antica fabbrica della superstizione Romana, che era sostenuta dalle opinioni e dall’abitudine di undici secoli. Il Paganesimo era sempre la religione costitutiva del Senato. La sala o il tempio, in cui si adunava, era ornato dalla statua e dall’altare della Vittoria597, che rappresentava una maestosa donna collocata sopra un globo con larghe vesti, con ali stese e con una corona di alloro in mano598. I Senatori solevan giurare sull’altar della Dea d’osservare le leggi dell’Imperatore e dell’Impero; ed una solenne offerta di vino e d’incenso era l’ordinario principio dello loro pubbliche deliberazioni599. La remozione di questo antico monumento era l’unica ingiuria, che Costanzo avea fatto alla superstizione de’ Romani. L’altare della Vittoria fu ristabilito da Giuliano, da Valentiniano tollerato, ed un’altra volta bandito dal Senato per lo zelo di Graziano600. Pure l’Imperatore avea risparmiato le statue degli Dei, che erano esposte alla pubblica venerazione: tuttavia sussistevano quattrocento ventiquattro tempj, o cappelle per soddisfare la devozione del popolo; ed in ogni quartiere di Roma era offesa la delicatezza dei Cristiani dal fumo dei sacrifizi idolatrici601. [A. 384] Ma i Cristiani facevano la minor parte del Senato di Roma602; e non poterono esprimere che con la loro assenza la disapprovazione dei legittimi, quantunque profani, atti del maggior partito Pagano. In quell’assemblea le morte ceneri della libertà per un momento si ravvivarono, ed infiammate furono dal soffio del fanatismo. Si mandarono, l’una dopo l’altra, quattro rispettabili Deputazioni alla Corte Imperiale603 per rappresentar le querele del Sacerdozio e del Senato, e per sollecitar la restaurazione dell’altare della Vittoria. S’affidò la condotta di quest’importante affare all’eloquente Simmaco604, ricco e nobile Senatore, che univa il sacro carattere di Pontefice e d’Augure con le dignità civili di Proconsole dell’Affrica e di Prefetto di Roma. Era il petto di Simmaco animato dal più ardente zelo per la causa del Paganesimo spirante; ed i religiosi di lui antagonisti compiangevano in esso l’abuso dall’ingegno e l’inefficacia delle morali virtù605. L’oratore, la domanda del quale all’Imperatore Valentiniano tuttavia sussiste, sapeva le difficoltà ed il pericolo dell’uffizio che s’era addossato. Egli evitò con cautela ogni argomento, che potesse apparir relativo alla religione del suo Sovrano; umilmente dichiarò, che le uniche sue armi eran le preghiere e le suppliche; e trasse le sue ragioni artificiosamente dalle scuole della rettorica piuttosto che da quelle della filosofia. Simmaco procurò di sedurre l’immagine del giovane Principe con lo spiegar gli attributi della Dea della Vittoria; egli insinuò che la confiscazione delle rendite dedicate al servizio degli Dei, era un ordine indegno del generoso e disinteressato carattere dell’Imperatore; e sostenne, che i sacrifizi Romani sarebbero stati privi della forza ed energia loro, se non si fossero più celebrati a spese ed in nome della Repubblica. Anche lo scetticismo stesso potè somministrare un’apologia alla superstizione. Il grande ed incomprensibil segreto dell’universo, egli diceva, elude le ricerche dell’uomo. Dove non può istruire la ragione, si può permettere che guidi l’uso; e sembra che ogni nazione segua i dettami della prudenza, mediante un fedele attaccamento a quei riti ed a quelle opinioni, che hanno ricevuto l’approvazione dei secoli. Se quei secoli si son veduti coronati di gloria e di prosperità, se il devoto popolo ha frequentemente ottenuto i benefizi, che ha domandato agli altari degli Dei, dee sembrare sempre più prudente consiglio quello di persistere nella medesima pratica salutare, senza correr gl’ignoti rischi, che posson seguire una precipitosa innovazione. Fu applicato il testimonio dell’antichità e del successo con singolar vantaggio alla Religione di Numa; e Roma stessa, qual celeste Genio, che presedeva al destino della città, fu introdotta dall’Oratore a difendere la propria causa avanti al Tribunale degli Imperatori. «Egregi Principi, (dice la venerabil Matrona) Padri della patria, abbiate compassione della mia età, che finora è passata in un continuo corso di opere pie. Poichè non ne son io malcontenta, permettetemi di continuar nella pratica degli antichi miei riti. Poichè son nata libera, concedetemi di godere i miei domestici instituti. Questa religione ha ridotto il Mondo sotto alle mie leggi. Questi riti hanno rispinto Annibale dalla città, ed i Galli dal Campidoglio. Era la mia canuta chioma riserbata a tal intollerabil disgrazia? Ignoro il nuovo sistema, che mi si vuol fare adottare; ma son bene sicura, che la correzione della vecchiezza è sempre un uffizio ingrato ed ignominioso606». I timori del popolo supplivano a quel che la discrezione607 dell’oratore avea soppresso; e le calamità che affliggevano e minacciavano il decadente Impero, venivano dai Pagani concordemente imputate alla nuova religione di Cristo e di Costantino. Ma le speranze di Simmaco restaron più volte deluse dalla ferma e destra opposizione dell’Arcivescovo di Milano, che fortificò gli Imperatori contro la fallace eloquenza dell’Avvocato di Roma. In questa controversia, Ambrogio condiscende a parlar da filosofo, e a domandare con qualche disprezzo, perchè si credesse necessario d’introdurre un’immaginaria ed invisibile potestà, come causa di quelle vittorie, che sufficientemente si poteano spiegare col valore e con la disciplina delle legioni? Giustamente deride l’assurda reverenza per l’antichità, che non poteva produrre altro effetto che quello di scoraggiare i progressi delle arti, e far ricadere il genere umano nella sua originaria barbarie. Quindi a grado a grado innalzandosi ad un più sublime e teologico tuono, pronunzia che il solo Cristianesimo contiene la dottrina di verità e di salute, e che ogni sorta di politeismo conduce i suoi delusi seguaci per la via dell’errore all’abisso della eterna perdizione608. Argomenti di tal sorta, suggeriti da un Vescovo favorito, avean forza d’impedire la restaurazione dell’altare della Vittoria; ma i medesimi argomenti cadevano con molto maggior energia ed effetto dalla bocca d’un conquistatore, e gli Dei dell’antichità furon tratti in trionfo dietro al cocchio di Teodosio609. In una piena adunanza del Senato, l’Imperatore, secondo le formalità della Repubblica, propose l’importante questione, se il culto di Giove, o quello di Cristo formar dovesse la Religione dei Romani. La libertà dei voti, che egli affettava di concedere, fu tolta dalle speranze e dai timori, che inspirava la sua presenza; e l’arbitrario esilio di Simmaco era una recente ammonizione, che poteva essere pericoloso l’opporsi ai desiderj del Monarca. Fattasi una regolar divisione del Senato, Giove restò condannato e degradato pel parere d’una pluralità di voti; ed è piuttosto sorprendente, che vi si trovassero alcuni membri tanto arditi da dichiarare, coi loro discorsi e suffragi, che essi eran sempre attaccati agli interessi d’una ripudiata Divinità610. La precipitosa conversione del Senato si deve attribuire a motivi o soprannaturali o sordidi, e molti di questi ripugnanti proseliti dimostrarono, ad ogni favorevole occasione, la segreta loro tendenza a gettar via la maschera dell’odiosa dissimulazione. Ma si confermarono essi appoco appoco nella nuova religione, a misura che la causa dell’antica diveniva più disperata; e cederono all’autorità dell’Imperatore, all’uso dei tempi, alle preghiere delle mogli e dei figli611, che erano instigati e diretti dal Clero di Roma e dai Monaci dell’Oriente. L’esempio edificante della famiglia Anicia fu tosto imitato dal resto della nobiltà: i Bassi, i Paolini, i Gracchi abbracciarono la religion Cristiana; ed «i luminari del Mondo, la venerabile assemblea dei Catoni» (tali sono le ampollose espressioni di Prudenzio) «erano impazienti di spogliarsi degli ornamenti Pontificali, di gettar via la spoglia del vecchio serpente, di assumere le candide vesti della battesimale innocenza, e d’umiliare l’orgoglio dei Fasci Consolari avanti alle tombe dei Martiri612». I cittadini, che sussistevano con la propria industria, e la plebe, che era sostenuta dalla pubblica liberalità, empivan le Chiese del Laterano e del Vaticano con una continua folla di devoti proseliti. I decreti del Senato, che condannavano il culto degli idoli, ratificati furono dal general consenso dei Romani613; s’oscurò lo splendore del Campidoglio; ed i tempj solitari furono abbandonati alla rovina e al disprezzo614. Roma si sottopose al giogo dell’evangelio; ed il suo esempio trasse le soggiogate Province che non avevano ancor perduta la reverenza per l’autorità ed il nome di Roma. La filiale pietà degli Imperatori medesimi gli indusse a procedere con qualche cautela e tenerezza nella riforma dell’eterna città. Quegli assoluti Monarchi agirono con minor riguardo verso i pregiudizi dei Provinciali. Il pio lavoro, che dalla morte di Costanzo615 era stato sospeso quasi venti anni, fu vigorosamente riassunto, e finalmente condotto a termine dallo zelo di Teodosio. Mentre questo bellicoso Principe combatteva ancora co’ Goti non per la gloria, ma per la salvezza della Repubblica, s’arrischiò ad offendere una considerabile parte di sudditi con certi atti, che potevano forse assicurare la protezione del Cielo, ma che dovevano sembrar temerari ed inopportuni agli occhi dell’umana prudenza. Il buon successo dei suoi primi tentativi contro i Pagani diede coraggio al pio Imperatore di rinnovare ed invigorire gli editti di proscrizione: le medesime leggi che si erano avanti pubblicate nelle Province Orientali, furono applicate, dopo la morte di Massimo, a tutta l’estensione dell’Impero d’Occidente; ed ogni vittoria dell’ortodosso Teodosio contribuì al trionfo della Cristiana e Cattolica fede616. Egli attaccò la superstizione nella più vitale sua parte, col proibir l’uso dei sacrifizi, ch’ei dichiarò illeciti ed infami: e sebbene i termini de’ suoi editti, più strettamente presi, condannassero l’empia curiosità, che esaminava le viscere delle vittime617, ogni successiva spiegazione tendeva ad involgere nel medesimo delitto la general pratica d’immolare, che essenzialmente costituiva la religione dei Pagani. Siccome i tempj erano stati eretti a causa dei sacrifizi, era dovere d’un benefico Principe quello d’allontanare dai sudditi la pericolosa tentazione di trasgredire le leggi che avea stabilite. Fu data una spezial commissione a Cinegio, Prefetto del Pretorio d’Oriente, ed in seguito ai Conti Giovio e Gaudenzio, due riguardevoli Uffiziali nell’Occidente, in forza di cui fu ordinato loro di chiudere i tempj, di togliere o distrugger gl’istromenti d’idolatria, d’abolire i privilegi dei Sacerdoti, e di confiscare i patrimoni sacri a benefizio dell’Imperatore, della Chiesa o dell’esercito618. Qui avrebbe potuto aver termine la desolazione, ed i nudi edifizi, che non erano più impiegati al servizio dell’idolatria, si sarebber potuti difendere dalla distruttiva rabbia del fanatismo. Molti di quei tempj erano i più belli e splendidi monumenti della Greca Architettura; e l’Imperatore medesimo avea interesse di non oscurar lo splendore delle sue città, nè diminuire il valore dei suoi propri beni. Si potea permettere che sussistessero quei magnifici edifizi, come tanti durevoli trofei della vittoria di Cristo. Nella decadenza, in cui si trovavan le arti, si potevano utilmente convertire in magazzini, in luoghi di manifatture o di pubbliche adunanze, e forse anche, qualora si fossero coi sacri riti sufficientemente purificate le mura dei tempj, si poteva concedere che il culto del vero Dio espiasse l’antico delitto della idolatria. Ma finattantochè sussistevano, i Pagani nutrivano una forte e segreta speranza, che una felice rivoluzione, un secondo Giuliano potesse di nuovo ristabilire gli altari degli Dei; e l’ardore, col quale porgevano al trono le inefficaci loro preghiere619, accrebbe nei riformatori Cristiani lo zelo d’estirpare senza misericordia la radice della superstizione. Le leggi degl’Imperatori dimostrano qualche sintomo di una disposizione più dolce620: ma i loro freddi e languidi sforzi non furono sufficienti ad arrestare il corso dell’entusiasmo e della rapina, che era diretta o piuttosto mossa dai Regolatori spirituali della Chiesa. Nella Gallia il Santo Martino, Vescovo di Tours621, marciava alla testa dei fedeli suoi Monaci a distrugger gl’idoli, i tempj, e gli alberi sacri della estesa sua Diocesi; e nell’esecuzione di questa difficile impresa il prudente lettore giudicherà, se Martino era sostenuto dal soccorso di miracolosa potenza, o dalle armi corporali. Nella Siria il divino ed eccellente Marcello622, come l’appella Teodoreto, Vescovo animato da fervore Apostolico, risolvè di gettare a terra i magnifici tempj, ch’erano tuttavia nella Diocesi d’Apamea. L’arte e la solidità, con cui era stato fabbricato il tempio di Giove, resistè all’attacco. Era situata quella fabbrica sopra un’eminenza; da ciascheduno dei quattro lati di essa era sostenuto il sublime tetto da quindici grosse colonne, che avevano la circonferenza di sedici piedi: e le gran pietre, delle quali venivan composte, erano stabilmente collegate fra loro con piombo e ferro. Invano erasi adoperata l’opera dei più forti ed acuti strumenti. Bisognò ricorrere all’opera di distruggere i fondamenti delle colonne, che caddero a terra subito che furono consumati dal fuoco i pali di legno, che per un tempo vi si eran posti; e ne vengono descritte le difficoltà sotto l’allegoria d’un nero demonio, che ritardava, quantunque non potesse disfare, le operazioni dei macchinisti Cristiani. Superbo della vittoria, Marcello si portò in persona sul campo contro la Potestà delle tenebre; marciava una copiosa truppa di soldati e di gladiatori sotto l’Episcopale stendardo; e l’un dopo l’altro s’attaccarono i villaggi ed i tempj di campagna della Diocesi d’Apamea. Dovunque temevasi qualche resistenza o pericolo, il Campion della fede, che per essere storpiato non potea fuggire, nè combattere, si poneva ad una conveniente distanza, oltre la portata dei dardi. Ma questa prudenza divenne cagione della sua morte: fu egli sorpreso ed ucciso da un corpo di esacerbati villani; ed il Sinodo della Provincia senza esitare pronunziò, che il santo Marcello aveva sacrificato la propria vita per la causa di Dio. Nel sostener questa causa si distinsero per la diligenza e lo zelo i Monaci, che uscirono con precipitosa furia del deserto. Meritarono essi l’inimicizia dei Pagani; e ad alcuni di loro poterono applicarsi i rimproveri d’avarizia e d’intemperanza: d’avarizia, che soddisfacevano col sacro saccheggio, e d’intemperanza, alla quale si abbandonavano a spese del popolo, che follemente ammirava in essi i laceri panni, la sonora salmodia e l’artificial pallidezza623. Un piccol numero di tempj fu protetto dai timori della venalità, dal buon gusto, o dalla prudenza dei civili ed ecclesiastici Governatori. A Cartagine il tempio della Venere Celeste, il sacro recinto del quale formava una circonferenza di due miglia, fu giudiziosamente convertito in una Chiesa Cristiana624; ed una simile consacrazione ha conservata intatta la maestosa cupola del Panteon a Roma625. Ma in quasi tutte le Province del Mondo Romano, un esercito di fanatici, senza autorità e senza disciplina, invase i pacifici abitatori; e la rovina delle più belle fabbriche della antichità tuttavia spiega le devastazioni di quei Barbari, che ebbero il tempo e la voglia di eseguire tale faticosa distruzione. In questo ampio e vario prospetto di demolizioni può lo spettatore distinguere in Alessandria le rovine del tempio di Serapide626. Questo non pare che sia stato uno degli Dei naturali, o de’ mostri che uscirono dal fertil suolo del superstizioso Egitto627. Il primo de’ Tolomei aveva ricevuto ordine in sogno di portare in Egitto quel misterioso straniero dalla costa del Ponto, dov’era stato per lungo tempo adorato dagli abitanti di Sinope; ma si conoscevano tanto imperfettamente gli attributi ed il regno di esso, che divenne un soggetto di disputa, se rappresentasse il lucido globo del giorno o il tenebroso Monarca delle sotterranee regioni628. Gli Egizj, che erano attaccati ostinatamente alla religione dei loro padri, non vollero ammettere dentro le mura delle loro città questa divinità forestiera629. Ma gli ossequiosi Sacerdoti, che furon sedotti dalla liberalità de’ Tolomei, si sottoposero senza resistenza al potere del Dio del Ponto: gli fu trovata un’onorevol domestica genealogia; e s’introdusse questo fortunato usurpatore nel trono e nel letto d’Osiride630, marito d’Iside e celeste Monarca dell’Egitto. Alessandria che se ne attribuiva la special protezione, si gloriava del nome di città di Serapide. Il suo tempio631, rivale della sublimità e magnificenza del Campidoglio, era stato eretto sulla spaziosa cima di un’artefatta montagna innalzata cento passi sopra il piano delle altre parti della città, e l’interiore cavità di essa veniva stabilmente sostenuta da archi, e divisa in volte ed in sotterranei quartieri. Era circondato il sacro edifizio da un portico quadrangolare; le magnifiche sale, e le squisite statue vi spiegavano il trionfo delle arti, e si conservavano i tesori dell’antica dottrina nella famosa libreria d’Alessandria, ch’era con nuovo splendore risorta dalle sue ceneri632. Poscia che gli editti di Teodosio ebbero severamente proibito i sacrifizi dei Pagani, essi erano tuttavia tollerati nella città e nel tempio di Serapide; e questa singolare condiscendenza fu imprudentemente attribuita a’ superstiziosi terrori dei Cristiani medesimi, come se temessero d’abolire quegli antichi riti, che soli assicurar potevano le inondazioni del Nilo, le riccolte dell’Egitto e la sussistenza di Costantinopoli633. La sede Archiepiscopale d’Alessandria in quel tempo634 era occupata da Teofilo635, perpetuo nemico della pace e della virtù, uomo audace e cattivo, le mani del quale furono alternativamente macchiate dal sangue e dall’oro. Si eccitò il religioso sdegno di lui dagli onori di Serapide; e gli insulti, che ei fece ad un’antica cappella di Bacco, persuasero i Pagani, che meditava un’impresa più importante e pericolosa. Nella tumultuaria capitale dell’Egitto il più leggiero incitamento serviva ad accendere una guerra civile. I devoti di Serapide, ch’eran molto inferiori in forza ed in numero a’ loro avversari, presero le armi, spinti dal filosofo Olimpio636, che gli esortò a morire in difesa degli altari degli Dei. Si fortificarono questi Pagani fanatici nel tempio o per meglio dire nella fortezza di Serapide; rispinsero gli assedianti per mezzo di valorose sortite e d’una risoluta difesa; e con le inumane crudeltà, che esercitarono contro i Cristiani lor prigionieri, ottennero l’ultima consolazione dei disperati. Il prudente magistrato fece utili sforzi per istabilire una tregua, finattantochè la risposta di Teodosio determinasse il destino di Serapide. S’adunarono le due parti senz’armi nella piazza principale; e pubblicamente fu letto l’Imperiale rescritto. Ma quando si pronunziò contro gli idoli d’Alessandria una sentenza di distruzione, i Cristiani gettarono un grido di gioia e di giubilo, mentre gli infelici Pagani, al furore dei quali era succeduta la costernazione, si ritirarono in fretta e silenzio, e con la fuga ed oscurità loro delusero lo sdegno dei loro nemici. Teofilo passò a demolire il tempio di Serapide senz’altre difficoltà, che quelle ch’ei trovò nel peso e nella stabilità dei materiali; tali ostacoli però tanto riuscirono insuperabili, che fu costretto a lasciarvi i fondamenti; ed a contentarsi di ridur l’edifizio medesimo ad un mucchio di sassi, una parte dei quali poco tempo dopo si tolse per far luogo ad una Chiesa, che vi fu eretta in onore dei Martiri Cristiani. Fu saccheggiata o distrutta la ricca libreria di Alessandria; e circa vent’anni dopo, la vista degli scaffali voti eccitò il dispiacere e lo sdegno di uno spettatore, la mente del quale non era totalmente oscurata da religiosi pregiudizi637. Si potevano senza dubbio salvare dal naufragio dell’idolatria pel piacere e per l’istruzione dei posteri le composizioni degli antichi, tante delle quali sono irreparabilmente perite; e poteva lo zelo, o l’avarizia dell’Arcivescovo638 essersi saziata con le ricche spoglie, che furono il premio della sua vittoria. Mentre si fondevano diligentemente le immagini ed i vasi d’oro e d’argento, e quelli del metallo meno stimabile si rompevano con disprezzo, e gettavansi per le strade, Teofilo si affaticava ad esporre le frodi ed i vizi dei ministri degl’idoli; la lor destrezza nel maneggiare la calamita; le segrete loro maniere di introdurre un uomo nella cavità della statua, e lo scandaloso abuso, ch’essi facevano della fiducia dei devoti mariti e delle mogli non sospettose639. Può sembrare che accuse di tal sorta meritino qualche fede, non essendo contrarie all’artificioso ed interessato spirito della superstizione. Ma il medesimo spirito è ugualmente inclinato al vil costume d’insultare e di calunniare un abbattuto nemico; e naturalmente viene scossa la nostra credenza dalla riflessione, ch’è molto meno difficile inventare una storia falsa, che sostenere una pratica frode. La colossale statua di Serapide640 restò involta nella rovina del tempio e della religione di esso. Un gran numero di lamine di vari metalli, ingegnosamente unite fra loro, componeva la maestosa figura della Divinità, che toccava da ogni parte le mura del santuario. L’aspetto di Serapide, la sua positura sedente, e lo scettro, che teneva nella mano sinistra, erano molto simili alle rappresentazioni ordinarie di Giove. Esso era distinto da Giove nel corbello o moggio, che aveva sul capo; e nell’emblematico mostro, che teneva nella mano destra, il capo ed il corpo del quale era di un serpente che si divideva in tre code, le quali terminavano in tre capi, di cane, di leone e di lupo. Asserivasi con sicurezza, che se un’empia mano avesse ardito di violare la maestà di quel Dio, i cieli e la terra sarebbero immediatamente tornati al primiero lor caos. Un intrepido soldato, animato dallo zelo, ed armato di una pesante scure militare, salì sulla scala; ed il popolo Cristiano medesimo aspettava con qualche ansietà di veder l’evento della battaglia641. Egli vibrò un vigoroso colpo sulla guancia di Serapide; la guancia cadde a terra; non sentissi alcun tuono, e tanto i cieli quanto la terra continuarono a mantenere la tranquillità e l’ordine solito. Replicò il vittorioso soldato i suoi colpi: fu rovesciato e fatto in pezzi l’enorme idolo; e le membra di Serapide furono ignominiosamente trascinate per le strade di Alessandria. Si bruciò nell’anfiteatro, in mezzo ai clamori della plebe, il suo lacero corpo, e molti attribuirono la lor conversione a questa scoperta dell’impotenza della loro tutelare Divinità. Le popolari specie di religione, che propongono dei materiali e visibili oggetti di culto, hanno il vantaggio di adattarsi e famigliarizzarsi ai sensi degli uomini; ma questo vantaggio è contrabbilanciato da’ vari ed inevitabili accidenti, a’ quali s’espone la fede dell’idolatra. Appena è possibile ch’esso in ogni disposizione di mente conservi l’implicita sua riverenza per gl’idoli o le reliquie, il cui semplice occhio o la mano profana non son capaci di distinguere dalle più comuni produzioni della natura o dell’arte; e se nel tempo del pericolo la segreta e miracolosa loro virtù non opera per la propria conservazione, il devoto sprezza le vane apologie de’ suoi sacerdoti, e giustamente deride l’oggetto e la follia del superstizioso suo attaccamento. Dopo la caduta di Serapide, i Pagani tuttavia nutrivano speranza, che il Nilo avrebbe negato l’annuo suo tributo agli empi dominatori dell’Egitto; e lo straordinario indugio dell’inondazione pareva che indicasse il corruccio del Nume. Ma tale dilazione fu tosto compensata dal rapido gonfiamento delle acque. Ad un tratto queste s’alzarono a tal insolita altezza, che servì a consolare il malcontento partito con la piacevole speranza d’un diluvio, finattantochè il pacifico fiume di nuovo si ritirò al ben noto e fertilizzante livello di sedici cubiti, o di circa trenta piedi Inglesi642. I tempj del Romano Impero erano abbandonati o distrutti; ma l’ingegnosa superstizione dei Pagani tentava d’eludere le leggi di Teodosio, dalle quali era severamente punito qualunque sacrifizio. Gli abitanti della campagna, la condotta dei quali era meno esposta agli occhi della maliziosa curiosità, coprivano le religiose loro adunanze colle apparenze di conviti. Nei giorni delle feste solenni, s’univano in gran copia sotto l’estesa ombra di alcuni alberi sacri; si uccidevano ed arrostivan bovi e pecore, e questo rurale convito era santificato dall’uso dell’incenso e dagl’inni, che si cantavano in onor degli Dei. Ma si adduceva, che siccome non s’offeriva bruciando alcuna parte dell’animale, nè v’era l’altare per ricevere il sangue, e s’aveva cura d’ommetter la precedente oblazione delle torte salate, e la final ceremonia delle libazioni, queste festive adunanze non inducevan nei convitati la colpa nè la pena d’un illegittimo sacrifizio643. Qualunque si fosse la verità dei fatti, o il merito della distinzione644 furon tolti di mezzo questi vani pretesti dall’ultimo editto di Teodosio, che mortalmente ferì la superstizion dei Pagani645. Questa legge proibitiva s’esprime nei termini più assoluti ed estesi. «È nostra volontà e piacere (dice l’Imperatore) che nessuno dei nostri sudditi, o sieno magistrati o privati cittadini, comunque sublime o basso esser possa lo stato e condizion loro, ardisca in qualunque città o in qualunque luogo venerare un idolo inanimato col sagrifizio d’innocenti vittime». L’atto di sacrificare e la pratica della divinazione per mezzo delle viscere della vittima si dichiarano (senz’alcun riguardo all’oggetto di tali ricerche) delitti di tradimento contro lo Stato, che non si possono espiare, se non con la morte del reo. I riti della superstizione Pagana, che potevano sembrar meno sanguinosi ed atroci, sono aboliti come altamente ingiuriosi alla verità ed all’onore della religione; vengono specialmente enunciati e condannati i lumi, l’incenso, le ghirlande, e le libazioni di vino; e sono inclusi in questa rigorosa condanna gl’innocenti diritti del Genio domestico, e degli Dei Penati. L’uso di alcuna di queste profane ed illegittime ceremonie sottopone il delinquente alla confiscazione della casa, o del fondo, in cui si è fatta; e se maliziosamente ha scelto il luogo d’un altro pel teatro della sua empietà, è condannato a pagare senza dilazione, una grave pena di venticinque libbre d’oro, che sono più di mille lire sterline. Viene imposta una pena non meno considerabile alla connivenza di quei segreti nemici della religione, che trascureranno il dovere dei loro rispettivi uffizi, di rivelare cioè o di punire il delitto d’idolatria. Tale fu lo spirito persecutore delle leggi di Teodosio che furono più volte confermate dai suoi figli e nipoti, con alto ed unanime applauso del Mondo Cristiano646. Nei crudeli regni di Decio e di Diocleziano era stato proscritto il Cristianesimo, come un’apostasia, dall’ereditaria ed antica religion dell’Impero; e gl’ingiusti sospetti, che si avevano d’un’oscura e pericolosa fazione, venivano in qualche modo favoriti dall’inseparabile unione, e dalle rapide conquiste della Chiesa Cattolica. Ma non si possono applicare le medesime scuse d’ignoranza e di timore agl’Imperatori Cristiani, che violavano i precetti dell’umanità e del Vangelo. L’esperienza dei tempi avea dimostrato la debolezza e la follia del Paganesimo; il lume della ragione e della fede aveva già esposto alla maggior parte del genere umano la vanità degl’idoli, e la decadente setta, che era tuttavia attaccata al lor culto, si poteva lasciar esercitare in pace e nell’oscurità i religiosi riti dei suoi maggiori. Se i Pagani fossero stati animati dall’indomito zelo, che occupava lo spirito dei primi credenti, il trionfo della Chiesa sarebbe stato macchiato di sangue; ed i martiri di Giove o d’Apollo abbracciato avrebbero la gloriosa occasione di sacrificare le proprie vite e sostanze a piè dei loro altari. Ma zelo così ostinato non era conforme alla libera e negligente natura del politeismo. I violenti e replicati colpi de’ Principi ortodossi perderonsi nella molle e cedente materia, contro la quale eran diretti; e la pronta obbedienza dei Pagani li difese dalle pene e dalle multe del Codice Teodosiano647. Invece di sostenere, che l’autorità degli Dei era superiore a quella dell’Imperatore, essi desisterono con un lamentevole mormorio, dall’uso di quei sacri riti, che il loro Principe avea condannato. Se qualche volta furon tentati da un impeto di passione o dalla speranza di non esser scoperti a secondare la favorita superstizione, l’umile pentimento loro disarmava la severità del Magistrato Cristiano, e rade volte ricusavano di purgare la propria temerità col sottomettersi, con qualche segreta ripugnanza, al giogo dell’Evangelio. Eran piene le Chiese d’una sempre crescente moltitudine di quest’indegni proseliti, che per motivi temporali s’erano uniformati alla religion dominante; e nel tempo, che devotamente imitavano la positura, e recitavan le preci dei Fedeli, soddisfacevano la lor coscienza mediante la tacita e sincera invocazione degli Dei dell’antichità648. Se i Pagani non avevan pazienza di sofferire, mancava loro anche il coraggio di resistere, e le disperse migliaia di essi, che deploravano la rovina dei tempj, cederono senza contrasto alla fortuna dei loro avversari. Alla tumultuaria opposizione649, che fecero i villani della Siria, e la plebaglia d’Alessandria al furore del fanatismo privato, fu imposto silenzio dall’autorità e dal nome dell’Imperatore. I Pagani dell’Occidente, senza contribuire all’innalzamento d’Eugenio, disonorarono col parziale attaccamento loro la causa ed il carattere dell’usurpatore. Il Clero ardentemente esclamava, ch’egli aggravava il delitto della ribellione con quello dell’apostasia; che per licenza di lui erasi ristabilito l’altare della Vittoria; e che si spiegavano in campo gli idolatrici simboli d’Ercole e di Giove contro l’invincibil stendardo della Croce. Ma presto furon distrutte le vane speranze dei Pagani con la disfatta d’Eugenio; ed essi restarono esposti allo sdegno del vincitore, che si sforzava di meritare il favore celeste coll’estirpazione dell’Idolatria650. [A. 390-420] Un popolo di schiavi è sempre pronto ad applaudire alla clemenza del suo Signore, che nell’abuso del potere assoluto non deviene all’ultime estremità dell’ingiustizia e dell’oppressione. Teodosio poteva senza dubbio aver proposto ai Pagani suoi sudditi l’alternativa del battesimo o della morte; e l’eloquente Libanio ha lodato la moderazione di un Principe, che non obbligò mai con legge positiva tutti i suoi sudditi ad immediatamente abbracciare e praticar la religione del proprio Sovrano651. Non era divenuta la professione del Cristianesimo una qualità essenziale per godere i diritti civili della società; nè s’era imposto alcun peso particolare ai Settarj, che creduli ammettevano le favole d’Ovidio, e rigettavano ostinati i miracoli del Vangelo. Il palazzo, le scuole, l’esercito ed il senato eran pieni di devoti e dichiarati Pagani; essi ottenevano senza distinzione gli onori civili e militari dell’Impero. Teodosio distinse il suo generoso riguardo per la virtù e pei talenti, con impartire a Simmaco la dignità consolare652, e con esprimere la sua personal amicizia per Libanio653; e i due più eloquenti apologisti del Paganesimo non furon mai sollecitati o a mutare o a dissimular le religiose lor opinioni. Era permessa ai Pagani la più licenziosa libertà di parlare e di scrivere; gli istorici e filosofici avanzi d’Eunapio, di Zosimo654 e dei fanatici dottori della scuola Platonica dimostrano le animosità più furiose, e contengono le più aspre invettive contro i sentimenti e la condotta dei vittoriosi loro avversari. Se questi audaci libelli erano pubblicamente noti, noi dobbiamo applaudire il buon senso dei Principi Cristiani, che riguardavano con riso e disprezzo gli ultimi sforzi della superstizione e della disperazione655. Ma rigorosamente s’eseguivano le leggi Imperiali, che proibivano i sacrifizi e le ceremonie del Paganesimo, ed ogni momento contribuiva a distruggere l’autorità d’una religione, ch’era sostenuta dall’uso piuttosto che dalle prove. Può segretamente nutrirsi la devozione del poeta o del filosofo per mezzo delle preghiere, della meditazione e dello studio; ma sembra che l’esercizio del Culto pubblico sia l’unico solido fondamento delle opinioni religiose del popolo, che traggono la loro forza dall’imitazione e dall’abito. L’interrompimento di tal pubblico esercizio può nel corso di pochi anni condurre a fine l’importante opera di una rivoluzion nazionale. Non può lungamente conservarsi la memoria delle opinioni teologiche senza l’artificiale aiuto dei Sacerdoti, dei tempj e dei libri656. Il volgo ignorante, il cui animo è sempre agitato dalle cieche speranze, e dai terrori della superstizione, verrà ben presto persuaso da’ suoi superiori a dirigere i propri voti alle dominanti Divinità del suo secolo, ed appoco appoco s’imbeverà d’un ardente zelo pel sostegno e la propagazione di quella nuova dottrina, che a principio la fame spirituale l’obbligò ad accettare. La generazione, venuta dopo la promulgazion delle leggi Imperiali, fu tratta nel seno della Chiesa cattolica; e la caduta del Paganesimo, quantunque sì dolce, fu tanto rapida, che non più di ventott’anni dopo la morte di Teodosio, dall’occhio del Legislatore non se ne scorgevano più i deboli e minuti vestigi657. La rovina della religione Pagana vien descritta dai Sofisti, come un terribile e sorprendente prodigio, che coprì la terra di tenebre, e ristabilì l’antico dominio della notte e del caos. Essi riferiscono in alto e patetico tuono, che i tempj eran convertiti in sepolcri, e che i luoghi sacri che prima splendevano adornati di statue degli Dei, erano vilmente contaminati dalle reliquie dei martiri Cristiani. «I Monaci (specie d’immondi animali, ai quali Eunapio è tentato di negar fino il nome di uomini) sono gli autori del nuovo culto, il quale in luogo di quelle Divinità, che si concepiscono coll’intelletto, ha sostituito i più abbietti e dispregevoli schiavi. Le teste salate ed imbalsamate di quegl’infami malfattori, che pei loro delitti han sofferto una giusta ed ignominiosa morte; i loro corpi tuttavia marcati dall’impressione delle verghe e dalle cicatrici, lasciatevi da que’ tormenti che dati furono per sentenza del magistrato: questi sono (prosegue Eunapio) gli Dei che la terra produce ai nostri giorni; questi sono i martiri, gli arbitri supremi delle nostre suppliche e domande a Dio, le tombe dei quali vengono adesso consacrate come gli oggetti della venerazione del popolo»658. Senz’approvarne la malizia, egli è molto naturale il partecipare della sorpresa del Sofista, spettatore d’una rivoluzione che innalzò quelle oscure vittime della Romana legge, al grado di celesti ed invisibili protettori dell’Imperio Romano. Il grato rispetto, che avevano i Cristiani pei martiri della fede, fu elevato dal tempo e dalla vittoria ad una religiosa adorazione, ed i più illustri fra i Santi e Profeti furono meritamente associati agli onori dei martiri. Cento cinquant’anni dopo la gloriosa morte di S. Pietro e di S. Paolo, si distinsero il Vaticano e la via Ostiense pei sepolcri, o piuttosto pei trofei di quegli spirituali Eroi659. Nel secolo dopo la conversione di Costantino, gl’Imperatori, i Consoli, ed i Generali degli eserciti devotamente vigilavano i sepolcri di un facitor di tende e d’un pescatore660: e furon depositate le lor venerabili ossa sotto gli altari di Cristo, sui quali continuamente i Vescovi della città reale offerivano l’incruento sacrifizio661. La nuova capitale dell’Oriente, incapace di produrre alcun antico e domestico trofeo, fu arricchita delle spoglie delle dipendenti Province. I corpi di S. Andrea, di S. Luca, e di S. Timoteo quasi per trecent’anni avevan riposato in oscuri sepolcri, dai quali furono trasportati con solenne pompa alla chiesa degli Apostoli, che la magnificenza di Costantino aveva fondato sulle rive del Bosforo Tracio662. Circa cinquant’anni dopo le medesime rive onorate furono dalla presenza di Samuele, Profeta e Giudice del popolo Israelita. Le sue ceneri, depositate in un vaso d’oro e coperte d’un velo di seta, passarono dalle mani d’un Vescovo a quelle d’un altro. Si riceveron dal popolo le reliquie di Samuele con la medesima gioia e reverenza, che si sarebbe dimostrata al Profeta medesimo vivente; le pubbliche strade, dalla Palestina fino alle porte di Costantinopoli, eran occupate da una continua processione; e l’istesso Imperatore Arcadio alla testa dei più illustri membri del Clero e del Senato, s’avanzò incontro allo straordinario suo ospite, che aveva sempre meritato e voluto l’omaggio dei Re663. L’esempio di Roma e di Costantinopoli confermò la fede e la disciplina del Mondo Cattolico. Gli onori de’ Santi e dei Martiri, dopo un debole ed inefficace susurro della profana ragione664, si stabilirono generalmente; ed al tempo d’Ambrogio e di Girolamo stimavasi, che sempre mancasse qualche cosa alla santità d’una Chiesa Cristiana, finattantochè non fosse stata santificata da qualche parte di sacre reliquie che determinassero ed infiammassero la devozione del Fedele. Nel lungo periodo di dodici secoli, che scorsero fra il regno di Costantino, e la riforma di Lutero, il culto dei Santi e delle reliquie corruppe la pura e perfetta semplicità del cristiano sistema; e si posson osservare sintomi di tralignamento anche nelle prime generazioni che adottarono e favorirono questa perniciosa innovazione. I. La soddisfacente esperienza, che le reliquie dei Santi eran più valutabili dell’oro e delle pietre preziose665, stimolò il Clero a moltiplicare i tesori della Chiesa. Senza molto riguardo alla verità od alla probabilità, s’inventavan dei nomi per gli scheletri, e delle azioni pei nomi. La fama degli Apostoli e dei santi uomini, che avevano imitato la loro virtù, fu oscurata da religiose finzioni. All’invincibil drappello dei genuini e primitivi martiri, essi aggiunsero molte migliaia di eroi immaginari, che non eran mai stati se non nella fantasia di artificiosi e crudeli autori di leggende; ed havvi motivo di sospettare, che Tours non fosse la sola Diocesi, in cui le ossa d’un malfattore fossero adorate invece di quelle di un Santo666. Una pratica superstiziosa, che tendeva ad accrescere le tentazioni della frode e della credulità, appoco appoco estinse nel Mondo Cristiano il lume dell’istoria e della ragione. II. Ma il progresso della superstizione sarebbe stato molto meno rapido e vittorioso, qualora la fede del popolo non fosse stata assistita dall’opportuno aiuto delle visioni e dei miracoli per assicurare l’autenticità e la virtù delle più sospette reliquie. Nel regno di Teodosio il Giovane, Luciano667 Prete di Gerusalemme e ministro Ecclesiastico del villaggio di Cafargamala, circa venti miglia distante dalla città, riferì un sogno assai singolare, che per togliere i suoi dubbi era stato ripetuto per tre sabati continui. Gli appariva nel silenzio della notte una venerabile figura con una lunga barba, una veste bianca ed una verga d’oro, diceva, che il suo nome era Gamaliele, e dichiarava all’attonito Prete, che il suo corpo insieme con quelli d’Abida suo figlio, di Nicodemo suo amico e dell’illustre Stefano, primo martire della fede Cristiana, erano segretamente sepolti nel vicino campo. Aggiunse con qualche impazienza, ch’era ormai tempo di liberar lui ed i suoi compagni dall’oscura loro prigione; che la comparsa loro sarebbe stata salutare ad un Mondo angustiato; e ch’essi avevano scelto Luciano per informare il Vescovo di Gerusalemme della situazione e delle brame loro. Per mezzo di nuove visioni si tolsero l’un dopo l’altro i dubbi e le difficoltà, che tuttavia ritardavano questa importante scoperta; e finalmente fu scavata la terra dal Vescovo, alla presenza di una innumerabile moltitudine. Si trovarono per ordine le casse di Gamaliele, del figlio, e dell’amico; ma quando comparve alla luce la quarta cassa, che conteneva il corpo di Stefano, tremò la terra, e si sparse un odore come di paradiso, che immediatamente risanò le varie malattie di settantatre degli astanti. I compagni di Stefano restarono nella pacifica lor residenza di Cafargamala, ma le reliquie del primo martire si trasportarono con solenne processione ad una Chiesa, eretta in onor loro sul monte Sion; e si conobbe in quasi tutte le Province del Mondo Romano, che ogni piccola particella di quelle reliquie, come una goccia di sangue668 o la raschiatura di un osso, godeva una divina e miracolosa virtù. Il grave e dotto Agostino669, l’ingegno del quale appena può ammettere la scusa della credulità, ha riferito gl’innumerabili prodigi, che si fecero nell’Affrica dalle reliquie di S. Stefano; e questa maravigliosa narrazione è inserita nell’elaborata opera della Città di Dio, che il Vescovo d’Ippona produsse come una stabile ed immortal prova della verità della Religione Cristiana. Agostino solennemente dichiara d’avere scelto solo quei miracoli, che venivano pubblicamente assicurati dagl’individui, che furon gli oggetti o gli spettatori del potere del Martire. Molti ne furon omessi o dimenticati; ed Ippona era stata trattata meno favorevolmente delle altre città della Provincia. Eppure il Vescovo conta, nello spazio di due anni, e dentro i limiti della sua Diocesi670, più di settanta miracoli, fra i671 quali erano tre morti risuscitati. Se vogliamo rivolgere lo sguardo a tutte le Diocesi ed a tutti i Santi del Mondo Cristiano, non sarà facile il calcolare le favole e gli errori, che nacquero da quest’inesauribil sorgente. Ma ci sarà sicuramente permesso d’osservare, che un miracolo, in quel tempo di credulità e di superstizione, perde tal nome e tutto il suo merito, mentre appena potrebbe adesso risguardarsi come una deviazione dalle ordinarie stabilite leggi della natura. III. Gli innumerabili miracoli dei quali eran le tombe dei martiri un perpetuo teatro, manifestarono al pietoso credente lo stato e la costituzione attuale del Mondo invisibile, e parve che le sue religiose speculazioni fosser fondate sopra la stabile base del fatto e dell’esperienza. Qualunque si fosse la condizione delle anime volgari, nel lungo intervallo fra lo scioglimento e la resurrezione dei loro corpi, egli era evidente che gli spiriti superiori dei Santi e dei Martiri non passavano quella porzione di loro esistenza in tacito ed ignobile sonno672. Egli era evidente (senza pretender di determinare il luogo della loro abitazione o la natura della loro felicità) che essi godevano la viva ed attiva coscienza della lor beatitudine, della virtù e del potere che avevano; e che erano già sicuri del possesso dell’eterno lor premio. L’estensione delle intellettuali facoltà loro sorpassava la misura dell’umana immaginazione; mentre si provava coll’esperienza, ch’essi eran capaci di udire e d’intendere le varie domande dei numerosi loro devoti, che nell’istesso momento, ma nelle parti più lontane del Mondo, invocavano il nome e l’aiuto di Stefano o di Martino673. La fiducia dei loro supplicanti era fondata nella persuasione, che i Santi, mentre regnavan con Cristo, gettassero un occhio di compassione sopra la terra; che altamente s’interessassero alla prosperità della Chiesa Cattolica; e che gl’individui, che imitavan l’esempio della lor fede e pietà, fossero i particolari e favoriti oggetti del più tenero loro riguardo. Alle volte invero potevano influire nell’amicizia loro considerazioni di una specie meno sublime; essi rimiravano con parziale affetto i luoghi che erano stati santificati dalla nascita, dalla dimora, dalla morte, dalla sepoltura di se medesimi o dal possesso delle loro reliquie. Le più basse passioni d’orgoglio, d’avarizia e di vendetta, pare che siano indegne di un petto celeste: pure i Santi stessi condiscendevano a dimostrare la grata loro approvazione della generosità dei loro devoti; e si assegnavano i più aspri castighi a quegli empi, che violavano i magnifici lor Santuari, o non credevano al loro soprannaturale potere674. In fatti atroce doveva essere il delitto, e strano sarebbe stato lo scetticismo di quelli, che avesser ostinatamente resistito alle prove di una Divina potenza, a cui gli elementi, tutto l’ordine della creazione animale, e fino le sottili ed invisibili operazioni della mente umana eran costrette ad ubbidire675. Gl’immediati e quasi instantanei effetti, che si supponeva, seguissero la preghiera o l’offesa, persuasero i Cristiani dell’ampia dose di favore e di autorità, che i Santi godevano alla presenza del sommo Dio; e sembrò quasi superfluo il cercare se i medesimi erano continuamente obbligati ad intercedere avanti al trono della grazia, o se fosse loro permesso di esercitare, secondo i dettami della loro benevolenza e giustizia, il delegato potere del subordinato lor ministero. L’immaginazione, che erasi con penoso sforzo innalzata alla contemplazione ed al culto della Causa Universale, ardentemente abbracciò questi inferiori oggetti d’adorazione, come più proporzionati alle grossolane idee ed imperfette facoltà che essa aveva. A grado a grado corruppesi la sublime e semplice Teologia dei primitivi Cristiani; e la Monarchia celeste, già oscurata da metafisiche sottigliezze, restò degradata dall’introduzione di una popolare mitologia, che tendeva a ristabilire il regno del Politeismo676. IV. Siccome gli oggetti della religione furono appoco appoco ridotti alla misura dell’immaginazione, si introdussero i riti e le cerimonie, che parevano operar più potentemente sui sensi del volgo. Se al principio del quinto secolo677 fossero ad un tratto resuscitati Tertulliano, o Lattanzio678, e veduto avessero la festa di qualche Santo o Martire popolare679, avrebber guardato con sorpresa e con isdegno il profano spettacolo, ch’era succeduto al puro e spiritual culto di una congregazione Cristiana. All’aprirsi delle porte della Chiesa sarebbero essi restati offesi dal fumo dell’incenso, dall’odor dei fiori, e dalla luce delle fiaccole e delle lampade, che sul mezzogiorno spargevano un affettato, superfluo, e, secondo loro, sacrilego lume. Se avvicinati si fossero alla balaustrata dell’altare, avrebbero incontrato una folla prostrata, composta per la massima parte di stranieri e di pellegrini, che la vigilia della festa si portavano alla città; e già sentivano il forte trasporto del fanatismo, e forse del vino. S’imprimevan devoti baci sulle mura e sul pavimento del sacro edifizio, e qualunque si fosse il linguaggio della Chiesa, le ferventi lor preci eran dirette all’ossa, al sangue, o alle ceneri del Santo, che ordinariamente veniva nascosto da un velo di lino o di seta agli occhi del volgo. I Cristiani frequentavano le tombe dei Martiri con la speranza d’ottenere dalla potente loro intercessione ogni sorta di spirituali, ma più specialmente, di temporali vantaggi. Imploravano essi la conservazione della salute, la cura delle infermità, la fecondità delle sterili mogli, o la salvezza e felicità dei lor figli. Quando intraprendevano qualche distante o pericoloso viaggio, supplicavano i santi Martiri ad esser loro protettori e lor guide; e se tornavano senza disgrazie, di nuovo correvano ai sepolcri dei Martiri per celebrare con grati ringraziamenti le obbligazioni che avevano alla memoria ed alle reliquie dei celesti lor Patroni. Le mura eran piene all’intorno dei simboli de’ favori, ch’essi avean ricevuti; occhi, mani, piedi d’oro e d’argento, ed edificanti pitture, che non potevan lungamente evitare l’abuso di una indiscreta o idolatrica devozione, rappresentavano l’immagine, gli attributi ed i miracoli del Santo tutelare. Uno stesso originale ed uniforme spirito di superstizione potè suggerire nei paesi o nei secoli più distanti fra loro gli stessi metodi d’ingannar la credulità, e d’agire sui sensi del genere umano680, ma bisogna ingenuamente confessare, che i ministri della Chiesa Cattolica imitarono quel profano modello, ch’erano impazienti di distruggere. I Vescovi più rispettabili s’erano persuasi, che gl’ignoranti volgari più volentieri avrebbero rinunziato alla superstizione del Paganesimo, se avessero trovato qualche rassomiglianza681 o compensazione nel seno del Cristianesimo. La religione di Costantino terminò, in meno di un secolo, la definitiva conquista dell’Imperio Romano; ma i vincitori medesimi furono insensibilmente soggiogati dalle arti dei loro vinti rivali682.

RIFLESSIONI D'IGNOTO AUTORE SOPRA I CAPITOLI XXVI, XXVII E XXVIII DELLA STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO DI EDOARDO GIBBON DIVISE IN TRE LETTERE DIRETTE AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK INGLESI CATTOLICI