Notizia d'opere di disegno/Notizia/Opere in Venezia

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Opere in Venezia

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Notizia - Opere in Crema Giunta
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OPERE IN VENEZIA.

IN CASA DE M. ANTONIO

PASQUALINO.

El quadro grande della Cena de Cristo fu de man de Stefano discepolo de Tiziano, e in parte finito da esso Tiziano a oglio.

La testa del gargione che tiene in mano la frezza fu de man de Zorzi da Castelfranco, avuta da M. Zuanne Ram, [p. 57 modifica]la qual esso M. Zuanne ne ha un ritratto; benchè egli creda che sii el proprio.

La testa par al naturale ritratta da un uomo grosser, con un cappuzzo in capo, e mantello nero, in profilo, con una corda de 7. pater nostri in mano, grossi, negri, delli quali el più basso e più grande è de stucco dorato rilevato, fu de man de Gentil da Fabriano1, portata ad esso M. Antonio Pasqualino da Fabriano, insieme con la infrascritta testa; zoè un Ritratto d’uno giovine in abito da chierico con li capelli corti sopra le orecchie, con el busto fin al cinto, vestito di vesta chiusa, poco faldata, di color quasi bigio, con un panno a uso di stola negra, frappata sopra el collo, che descende giuso, con le maniche larghissime alle spalle, e strettissime alle mani, di mano dell’istesso Gentile.

Ambedoi questi Ritratti hanno li campi neri, e sono in profilo, e si giudicano padre e figlio, e si guardano l’un contra l’altro; ma in due però tavole; perchè par che si somiglino in le tinte [p. 58 modifica]delle carni. Ma al mio giudicio questa convenienza delle tinte proviene dalla maniera del maestro, che facea tutte le carni simili tra loro, e che tiravano al color pallido. Sono però ditti Ritratti molto vivaci, e sopra tutto finiti, e hanno un lustro come se fussino a oglio, e sono opere lodevoli.

La testa del S. Giacomo con el bordon fu de man de Zorzi da Castelfranco, ovver de qualche suo discepolo, ritratta dal Cristo de S. Rocco.

La mezza figura de nostra Donna, molto minor del naturale, a guazzo, che tiene el puttino in brazzo, fu de man de Zuan Bellino, riconzata da Vicenzo Cadena, el qual in loco de uno zambellotto steso da dietro, li fece uno aere azzurrino. Sono molti anni, che la fece, & è contornata apparentemente con li reflessi fieri mal uniti con le mezze tinte: è però opera laudabile per la grazia delli aeri, per li panni, e altre parti.

Le due teste in do tavolette minori del naturale delli ritratti, l’una de M. [p. 59 modifica]Alvise Pasqualino padre de M. Antonio, senza cappuzzo in testa, ma con quello negro sopra la spalla, e la vesta de scarlatto; l’altro de M. Michiel Vianello vestito de rosato con el cappuzzo negro in testa, furono de man de Antonello da Messina2, fatti ambedoi l’anno 1475, come appar per la sottoscrizione. Sono a oglio in uno occhio e mezzo, molto finidi, e hanno gran forza e gran vivacità, e maxime in li occhi.

La testa marmorea de Donna che tien la bocca aperta, fu de mano de.... data ad esso M. Antonio da M. Gabriel Vendramin per el torso marmoreo antico.

Li molti disegni furono de man de Iacometto.




IN CASA DE M. ANDREA DI ODONI3.

In la Corte a basso. La testa marmorea grande più del naturale, con la [p. 60 modifica]ghirlanda de rovere de Ercole, fu de mano de Antonio Minello.

La testa marmorea grande più del naturale de Cibele turrita fu dell’istesso Minello.

La figura marmorea de donna vestita intiera, senza la testa e mani, è antica; e solea essere in bottega de Tullio Lombardo, ritratta da lui più volte in più sue opere4.

El busto marmoreo senza testa e senza mani, par al naturale, è opera antica.

Le altre molte teste e figure marmoree, mutilate e lacere, sono antiche.

El piede marmoreo intiero sopra una base fu de mano de Simon Bianco5.

El Nudo, senza mani e senza testa, marmoreo, in atto de camminar, che è appresso la porta, è opera antica.

Nel Studiolo de sopra. La Tazza de porfido fu de man de Piero Maria Fiorentino6, & è quella avea Francesco Zio.

La Tazza de cristallo intagliata fu de [p. 61 modifica]man de Cristoforo Roman7, qual solea aver Francesco Zio.

La Tazza de radice de legno petrificata fu de man de Vettor di Arcanzoli.

Li quattro principii dell’Officiol fu de mano de Iacometto, li quali solea aver Francesco Zio.

El David nel principio dell’altro Officiol fu de man de8.

Li cinque Vasetti de gemme ornati d’oro sono moderni: solean essere de Francesco Zio. E cusì ancora Vasi e Piadene de porcellana, e Vasi antichi, e Medaglie, e cose naturali, zoè Granchii, Pesci, Bisse petrificadi, un Camaleonte secco, Caragoli piccoli e rari, Crocodili, Pesci bizzarri.

La figuretta de legno a cavallo fu de mano de....

El Cagnol piccolo de bronzo fu de man de....

In la Camera de sopra. El quadro delle due mezze figure d’una giovine e una vecchia da driedo, a oglio, fu de man de Iacomo Palma. [p. 62 modifica]El retratto de esso M. Andrea a oglio, mezza figura, che contempla li fragmenti marmorei antichi, fu de man de Lorenzo Lotto9.

El quadro della nostra Donna nel paese, con el Cristo fanciullo e S. Giovan fanciullo e Santa.... fu de man de Tiziano.

Le Casse in ditta camera, la Lettiera, e Porte furono dipinte da Stefano discepolo de Tiziano.

La Nuda grande destesa da drietto el letto fu de man de Ieronimo Savoldo Bressano.

Le molte figurette de bronzo sono moderne de man de diversi maestri.

In Portego. La tela della giovine presentata a Scipione fu de man de Ieronimo Bressano.

La Trasfigurazione de S. Paulo fu de man de Bonifacio Veronese10.

L’Inferno cori el Cupidine, che tiene l’arco, fu de man de Zuan del Zannin Comandador11, & è la tela avea Francesco Zio. [p. 63 modifica]

L’Istoria de Traiano, con le molte figure e li edificii antichi, fu de mano de l’istesso Zuanne del Comandador; ma li edificii furono disegnati da Sebastiano Bolognese12.

La tela delli Mostri e Inferno alla Ponentina fu de mano de.... El S. Ieronimo nudo, che siede in un deserto al lume della luna, fu de mano de.... ritratto da una tela de Zorzi da Castelfranco.

La statua marmorea del Marte nudo che porta l’elmo in spalla, de dui piedi, tutto tondo, fu de man de Simon Bianco.

In la Camera de sopra. El retratto de Francesco Zio, mezza figura, fu de mano de Vicenzo Cadena.

El retratto piccolo de l’istesso Zio, armato, e fatto fin alli zenochii, fu de mano de l’istesso Cadena.

El retratto del fanciullo piccolo bambino con la baretta bianca alla Franzese, sopra la scuffia, e li pater nostri in mano, fu de mano de.... & è el retratto [p. 64 modifica]de.... acquistato da’ soldati nostri nel fatto d’arme del Taro tra la preda regia13.

Li Quadretti.... piccoli a guazzo furono de mano de....

La Cerere nella porta a mezza scala fu de mano de Iacomo Palma, & è quella avea Francesco Zio nella porta della sua camera.




IN CASA

DE M. TADDEO CONTARINO14.

1525.

La tela a oglio delli tre Filosofi nel paese, dui ritti, e uno sentado che contempla li raggi solari, con quel sasso finto cusì mirabilmente, fu incominciata da Zorzi da Castelfranco, e finita da Sebastiano Veneziano.

La tela grande a colla dell’ordinanza di cavalli fu de mano de Ieronimo Romanin Bressano.

La tela grande a oglio dell’Inferno [p. 65 modifica]con Enea e Anchise fu de mano de Zorzi de Castelfranco.

El quadro de.... fu de man de Iacomo Palma Bergamasco.

El quadro delle tre donne retratte dal naturale insino al cinto fu de man del Palma15.

El quadretto della donna retratta al naturale insino alle spalle fu de mano de Zuan Bellini.

El quadro del Cristo con la croce in spalla insino alle spalle fu de mano de Zuan Bellini.

El retratto in profilo insino alle spalle de Madonna....16 fiola del Signor Lodovico de Milano maritata nello Imperatore Massimiliano fu de mano de.... Milanese.

La tela del paese con el nascimento de Paris, con li dui pastori ritti in piede, fu de mano de Zorzo da Castelfranco, e fu delle sue prime opere.

La Tavola del S. Francesco nel deserto a oglio fu opera de Zuan Bellino, cominciata da lui a M. Zuan Michiel, e [p. 66 modifica]ha un paese propinquo finito e ricercato mirabilmente.




IN CASA DE M. IERONIMO MARCELLO

A S. TOMADO.

1525.

Lo ritratto de esso M. Ieronimo armato, che mostra la schena, insino al cinto, e volta la testa, fu de mano de Zorzo da Castelfranco.

La tela della Venere nuda, che dorme in uno paese, con Cupidine, fu de mano de Zorzo da Castelfranco; ma lo paese e Cupidine furono finiti da Tiziano.

La tela della Donna insino al cinto, che tiene in la mano destra el liuto, e la sinistra sotto la testa, fu de Iacomo Palma.

El ritratto de M. Cristoforo Marcello fratello de M. Ieronimo, Arcivescovo de Corfù, fu opera de Tiziano17.

El S. Ieronimo insin al cinto, che legge, fu opera de Zorzo da Castelfranco. [p. 67 modifica]El retratto piccolo de M. Iacomo Marcello suo avo, Capitan generale dell’armata, fu de man de Zuan Bellino18.

La nostra Donna con el puttino fu de man de Zuan Bellino, fatta già molti anni.

El retratto de Madonna.... Marchesana de Mantoa e de Madonna.... sua fiola furono de man de Lorenzo Costa, mandati a Venezia al Signor Francesco, allora che l’era preson in torresella19.




IN CASA DE M. ANTONIO

FOSCARINI.

1530.

El retratto insino al cinto a oglio in tavola del Parmesan favorito de Papa Iulio fu de mano de Raffaello d’Urbino, avuto dal Vescovo de Lodi20.

Li dui quadretti in tavola a oglio, l’uno del S. Antonio con li mostri, l’altro della nostra Donna che va in Egitto, sono opere Ponentine.

La Nuda de marmo grande quasi [p. 68 modifica]quanto el vivo, che si stringe li panni alle gambe, senza testa e brazze, è opera antica.

La Pallade vestita e galeata, ritta, senza brazze, de marmo, è opera antica, quasi de grandezza naturale.

La Nuda de marmo, poco minor del vivo, senza panno alcuno, senza testa, e senza brazze, è opera antica.

El busto de marmo della Nuda gravida, senza testa, piedi, e brazze, è opera antica, molto minore del naturale.

Le 13. teste de marmo in varii atti, e tra quelle una de un servo che ride, e una grande de un Apolline, sono antiche.

Li tre buffetti vestiti de marmo sono antichi.

Le man e piedi de marmo sono antichi.

Li molti sassi de frammenti de pili con figure e lettere sono antichi.

Li molti vasi de rame sono opere Damaschine.

Li molti vasi de terra sono porcellane. [p. 69 modifica]Le infinite Medaglie d’oro, d’argento, e de metallo, la maggior parte sono antiche.

L’Ercole de bronzo de un piede, che percote l’idra, è de man de....

La Patera de metallo piccola è tratta dall’antico.

El Libro de disegni a stampa è de man de varii maestri.

La Medaglia d’argento del Dionisio Siracusano, che fu de Mastro Ambrosio da Nola Medico21 è antica: nè è un Dionisio, ma è Siracusa coronata di aloè erba frequentissima in quel paese, come mi disse Niccolò Davanzo22: & ha li delfini attorno, per esser città marittima23.

El Fauno che siede sopra una rupe, e sona la zampogna, de marmo, de grandezza d’un piede e mezzo, con el brazzo destro scavezzo, è opera antica, & è quello solea aver Francesco Zio.




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IN CASA DE M. FRANCESCO ZIO

24

1512.

La tela del Cupidine che siede con l’arco in mano, in un Inferno, fu de man de Zuanne del Comandador.

La tela del Cristo, che lava li piedi alli discepoli, fu de man de Zuan Ieronimo Bressan25.

La tela della sommersion de Faraon fu de man de Zuan Scorei de Olanda26.

El quadretto de Muzio Scevola, che brusa la mano propria, finto de bronzo, fu de mano de Andrea Mantegna.

La tela del Cristo, che assolve l’adultera, fu de mano de Iacomo Palma.

La tela dell’Adamo & Eva fu dell’istesso.

La Ninfa nella porta della camera fu de mano dell’istesso Iacomo.

Li quattro principii d’uno Officiolo in capretto, inminiati sottilissimamente e perfettamente, furono de mano de [p. 71 modifica]Iacometto, andati per diverse mani de antiquarii longamente, ma fatti al principio per M. Zuan Michiel27, stimati sempre almeno Ducati 40.

El Dio Pan, ovver Fauno de marmo, che siede sopra un tronco, e sona la zampogna, de grandezza de dui piedi, è opera antica.

El tronco della figura che camminava è opera antica.

El frizo de mezzo rilevo a figure de marmo è opera antica.

La Tazza de porfido con li tre maneghi, & el bocchino, fu de mano de Pietro Maria intagliatore de Corneole Fiorentino; la qual ascose in Roma sotto terra, alla intrata del Re Carlo, con molte altre sue cose, ove si schiappò alquanto, sicchè fu bisogno cingerla d’uno cerchio de rame; la qual è stata venduta più fiate per opera antica a gran prezio28.

La Tazza de cristallo de cinque pezzi ligati a uno, con regole d’argento dorato, tutta intagliata con istorie del [p. 72 modifica]Testamento Vecchio, fu de man de Cristoforo Romano; nè è opera molto perfetta, ma ben operosa.

El Specchio de cristallo fu opera de Vettor di Anzoli.

El Specchio de azzal lavorato da una all’altra faccia....

El Vaso de alabastro....

Le due Cassellette e più vasetti de diaspro....

Li molti Vasetti de porcellana....

Li molti Vasi de terra sono antichi, siccome le molte Medaglie.




IN CASA DE M. ZUANANTONIO

VENIER29.

1528.

La tela della S. Margarita poco minor del naturale fu de man de Raffaello de Urbino, che la fece a Don.... Abate de S. Benedetto, che la donò ad esso M. Zuanantonio: & è una giovine ritta in piedi con panni apti & eleganti, parte delli quali tiene con la man [p. 73 modifica]destra; con un aere bellissimo, con li occhi chinati in terra, con la carne bruna, come era peculiar all’artefice, con un Crocifisso piccolo in la man sinistra, con un dracone che gira attorno a lei in terra, ma sì discosto però da lei, che la si vede tutta insino alle piante, nè l’ombra pur del dracone la tocca, per essere el lume e lo veder alto, con una grotta da driedo che aiuta la figura a rilevarsi: & è opera in somma irreprensibile30.

La testa del Cristo in maestà, delicata e finita quanto è possibile, fu de man de Zuan Bellino.

El soldato armato insino al cinto, ma senza celada, fu de man de Zorzi da Castelfranco.

Le due mezze figure che si assaltano furono de Tiziano.

El quadretto delli animali de chiaro e scuro fu de man de Iacometto.

La tela della Cena del nostro Signor a colla è opera Ponentina.

Li dui pezzi de razzo de seda e [p. 74 modifica]d’oro, istoriati, l’uno della Conversione de S. Paulo, l’altro della Predicazione, furono fatti far da Papa Leone, con el disegno de Raffaello d’Urbino; uno delli quali disegni, zoè la Conversione, è in man del Patriarca d’Aquileia, l’altro è divulgato in stampa31.

Item vi sono molti vasi de porcellana.




IN CASA

DE M. ANTONIO PASQUALINO.

1529.

El quadretto del S. Ieronimo che nel studio legge in abito Cardinalesco, alcuni credono che el sii stato de mano de Antonello da Messina: ma li più, e più verisimilmente, l’attribuiscono a Gianes, ovvero al Memelin pittor antico Ponentino: e cussì mostra quella maniera, benchè el volto è finito alla Italiana; sicchè pare de man de Iacometto. Li edificii sono alla Ponentina, el paesetto è naturale, minuto, e finito, e si vede oltra una finestra, e oltra la porta del [p. 75 modifica]studio, e pur fugge: e tutta l’opera per sottilità, colori, disegno, forza, e rilevo è perfetta. Ivi sono ritratti uno pavone, un cotorno, e un bacil da barbiero espressamente. Nel scabello vi è finta una letterina attaccata aperta, che pare contener el nome del maestro; e non dimeno, se si riguarda sottilmente appresso, non contiene lettera alcuna, ma è tutta finta. Altri credono che la figura sii stata rifatta da Iacometto Veneziano.




IN CASA DEL CARDINAL GRIMANO

32.

1521.

El retratto a oglio insino al cinto, minor del naturale, de Madonna Isabella d’Aragona moglie del Duca Filippo de Borgogna, fu de mano de Zuan Memelin fatto nel 1450.33.

El retratto a oglio de Zuan Memelino ditto è di sua mano istessa, fatto dal specchio; dal qual si comprende che [p. 76 modifica]l’era circa de anni 65, piuttosto grasso, che altramente, e rubicondo.

Li dui retratti pur a oglio del marito e moglie insieme alla Ponentina furono de mano de l’istesso.

Li molti altri quadretti de Santi, tutti con portelle dinanzi, pur a oglio, furono de mano dell’istesso Zuanne Memelino.

Li quadretti pur a oglio, nelli quali sono colonnette e altri ornamenti finti de zoie e pietre preziose felicissimamente, furono de mano de Ieronimo Todeschino.

Le molte tavolette de paesi per la maggior parte sono de mano de Alberto de Olanda34, del qual ho scritto a carte 96. 35.

La tela grande della Torre de Nembrot, con tanta varietà de cose e figure in un paese, fu de mano de Ioachim36 carte 113.

La tela grande della S. Caterina sopra la rota nel paese fu de mano del detto Ioachim. [p. 77 modifica]

El S. Ieronimo nel deserto è de man de costui.

La tela dell’Inferno con la gran diversità de mostri fu de mano de Ieronimo Bosch37.

La tela delli Sogni fu de man de l’istesso.

La tela della fortuna con el ceto che inghiotte Giona fu de man de l’istesso.

Sono ancora ivi opere de Iacomo de Barberino Veneziano38, che andò in Alemagna e Borgogna, e presa quella maniera, fece molte cose, zoè....

Sono ivi ancora de Alberto Durer39.

Sonovi de Gerardo de Olanda40 carte 105.

El Cartone grande della Conversione de S. Paulo fu de mano de Raffaello, fatto per un dei razzi della Cappella.

L’Officio celebre, che Messer Antonio Siciliano vendè al Cardinal per Ducati 500, fu inminiato da molti maestri, in molti anni. Vi son inminiature de man de Zuan Memelin, carte.... de man de [p. 78 modifica]Girardo da Guant, carte 125. de Livieno da Anversa carte 125. Lodansi in esso sopra tutto li 12. mesi, e tra li altri il Febbraro, ove uno fanciullo orinando nella neve, la fa gialla, e il paese ivi è tutto nevoso e giacciato41.




IN CASA DE M. ZUANNE RAM42

A S. STEFANO.

1531.

El retratto de Rugerio da Burselles pittor antico celebre in un quadretto de tavola a oglio, fin al petto, fu de mano de l’istesso Rugerio, fatto al specchio nel 1462.43.

El retratto de esso istesso M. Zuanne Ram fu de mano de Vicenzo Cadena a oglio.

La testa dell’Apolline giovine che suona la zampogna, a oglio, fu de man dell’istesso Cadena.

La pittura della testa del pastorello, che tien in man un frutto, fu de man de Zorzi da Castelfranco. [p. 79 modifica]

La pittura della testa del garzone, che tien in man la saetta, fu de man de Zorzi da Castelfranco.

La pittura piccola della nostra Donna, che va in Egitto, fu de man de Zuanne Scorel.

Li dui altri quadri piccoli, alla guisa della nostra Donna ditta, sono de man de.... Ponentini.

Le molte teste e li molti busti marmorei sono opere antiche.

Le molte figurette de bronzo sono opere moderne.

Li molti Vasi de terra, e tra li altri uno grande integro, sono opere antiche.

Le molte Medaglie de metallo, d’oro, e d’argento sono opere antiche.

Item Porcellane, e infinite altre galantarie.

La tavola del S. Zuane che battezza Cristo nel Giordano, che è nel fiume insin alle ginocchia, con el bel paese, & esso M. Zuanne Ram ritratto sin al cinto, e con la schena contra li spettatori, fu de man de Tiziano44.




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IN CASA

DE M. GABRIEL VENDRAMIN45.

1530.

El retratto de esso M. Gabriel a mezza figura al natural, a oglio, fu de man de Zanin del Comandador in tela. L’ornamento attorno del fogliame a oro masenado fu de mano de Pre Vido Celere46.

El Paesetto in tela con la tempesta, con la cingana e soldato, fu de man de Zorzi da Castelfranco.

La nostra Donna con S. Iseppo nel deserto fu de man de Zuan Scorel d’Olanda.

El Cristo morto sopra el sepolcro, con l’Anzolo che el sostenta, fu de man de Zorzi da Castelfranco, reconzato da Tiziano.

Li otto quadretti a oglio piccoli furono de mano de maestri Ponentini.

Li tre retratti piccoli a guazzo, uno de M. Filippo Vendramin in un occhio e mezzo, e li altri dui de do [p. 81 modifica]gentilhomeni gioveni in profilo, furono de man de Zuan Bellino.

El quadretto in tavola a oglio del S. Antonio, con el retratto de M. Antonio Siciliano intiero, fu de man de.... maestro Ponentino, opera eccellente, e maxime le teste.

El quadretto in tavola della nostra Donna sola con el puttino in brazzo, in piedi, in un tempio Ponentino, con la corona in testa, fu de mano de Rugerio da Bruges47, & è opera a oglio perfettissima.

El retratto de Francesco Zanco bravo, de chiaro e scuro d’acquarella negra, fu de man de Iacometto.

El libro grande in carta bombasina de disegni de stil de piombo fu de man de Iacomo Bellino.

El libretto in quarto in cavretto con li animali coloriti fu de mano de Michelino Milanese48.

El libretto in cavretto in ottavo con li animali e candelabri de penna, fu de mano de Iacometto. [p. 82 modifica]

El libro in quarto de oselli coloriti fu de mano de....

El libro de oselli coloriti in quarto fu de man de Pre Vido Celere.

Li dui libri in quarto in cavretto de pesci furono de mano del ditto Pre Vido Celere.

Li dui libri in carta bombasina delle Antiquità de Roma furono de mano de M. Pre Vido Celere ditto.

El libretto in ottavo in carta bergamina a penna delle Antiquità de Roma fu de mano de....

El libretto in quarto in bergamina de stil d’arzento delle Antiquità de Roma fu de mano de....

Le due Carte, una in cavretto della Istoria de Attila, e l’altra in bombasina del Presepio, de chiaro e scuro d’inchiostro, furono de mano de Raffaello.

Li marmi, zoè la Ninfa vestita che dorme distesa, el mezzo busto della Fanciulla, la testa della Fanciulla, la testa del Garzone, la Nudetta piccola tronca, sono opere antiche. [p. 83 modifica]

Item el tronco del Nudo più del naturale de marmo, el Nudetto senza brazza e testa de pietra rossa, venuto da Rodi, la testa del Satiretto che ride, de quella istessa pietra, venuto da Rodi, un’altra testolina d’una fanciulla de marmo, el quadro de marmo de mezzo rilevo con le quattro figure d’un piede, tutte sono opere antiche.




IN CASA DE M. MICHIEL CONTARINI AL-

LA MISERICORDIA, EL QUAL SUCCES-

SE IN LE CASE ELEGANTI DE M. PIE-

TRO CONTARINI FILOSOFO49 E DE

M. FRANCESCO ZEN FIOL DE M. PIE-

TRO50.

1543. Auosto.

Vi è un Fauno, ovver un Pastore nudo de marmo de do piedi, che senta sopra una rupe, & appoggiato con la schena sona una tibia pastorale, opera antica, integra, e lodevole.

Vi sono alquante testizzuole & alquanti busti marmorei antichi.

Vi è un quadretto d’un piede, poco [p. 84 modifica]più, de una nostra Donna, mezza figura, che dà latte al fanciullo, colorita, de man de Leonardo Vinci, opera della gran forza e molto finita.

Vi è uno ritratto piccolo di M. Alvise Contarini q. M..... che morse già anni, e nell’istesso quadretto v’è il ritratto d’una Monaca di S. Secondo, e sopra la coperta di detti ritratti un paese, e nella coperta di cuoro di detto quadretto fogliami di oro masenato, di mano di Iacometto, opera perfettissima.

Vi è uno ritratto colorito piccolo della Istoria di S. Cristoforo, che fece il Mantegna a Padoa in li Eremitani, de man del detto Mantegna, molto bella operetta.

Vi è una tazza di cristallo tutta scolpita a fogliami, fornita d’oro, molto vaga.

Vi è un corno grande ritorto, che non si sa di che animale, expolito e ornato d’oro, molto vago, e appresso l’altro corno suo pare, ma non expolito.

La testa in maestà d’un vecchio in [p. 85 modifica]una ametista di mezzo rilevo, legata in uno anello, e il retratto de M. Francesco Zen in un cammeo, e la corniola intagliata in un altro anello, furono de mano de Zuanantonio Milanese51, che ora vive in Venezia: & el retratto del Zeno è tratto da una cera de M. Zuan Falier.

La corniola della figuretta nuda, ovver Apolline, che tira l’arco, è opera di Alvise Anichino52.

La corniola del nudo, che tien in mano manca un scorpione, & in la destra un vaso, è opera antica.

El nudo a penna in un paese fu de man de Zorzi, & è el nudo che ho io in pittura dell’istesso Zorzi.

El ditto M. Michiel ha più quadretti de capretti e tavolette di sua mano, ritratti da carte del Mantegna, Raffaello, e altri; ma coloriti da lui alla maniera de Iacomo, e felicemente53.




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IN LA CARITA’.

La tavola de S. Zuanne Evangelista in la cappelletta a man manca dell’altar grande, a guazzo, con le istoriette nel scabello, fu de man de Zuan Bellino, opera lodevolissima. Credo lo scabello fusse de man de Lauro Padoano.

La Cappella a man manca tra el Parco e l’altar grande, ornatissima de pietre, fu fatta far da Dominico de Piero zogiellier e antiquario singular l’anno.... a Mastro.... Ivi la statua del Cristo de bronzo sopra l’altar fu de man de....

La Cappelletta all’incontro della detta fu fatta far da Giorgio Dragan l’anno.... L’ornamento lodevole de marmo fu architettura e scultura de Cristoforo Gobbo Milanese54. La tavola ivi della nostra Donna con li quattro Santi, do per lato, fu de mano de Zuan Battista da Coneglian.

In la sepultura de Briamonte.... in lo inclaustro, li dui quadri de bronzo de mezzo rilevo delle battaglie pedestre & [p. 87 modifica]equestre furono de man de Vettor Gambello55.

El Coro de tarsia fece Alessandro de Cristoforo Bregaio l’anno 1539, come appar ivi.




IN LA SCOLA DELLA CARITA’, LA QUAL

SCOLA E’ LA PIU’ ANTICA DELLE SCO-

LE DE VENEZIA.

La nostra Donna in testa dell’Albergo, con el puttino in brazzo, con li altri dui Santi un per lato, a guazzo, in tavola, e maggior del natural, furono de man de Antonello da Muran.

Nel ditto Albergo a man manca li Apostoli pur in tavola a guazzo, maggiori del natural, furono de man de Iacomello dal Fior l’anno 1418. 13. Febbraro.

A man destra le pitture, ut supra, furono de man de....

In la Sala della ditta Scola la nostra Donna a guazzo in tavola a man manca appresso la porta dell’Albergo fu dipinta l’anno 1353. da.... [p. 88 modifica]

La pittura in ditta Sala sopra la scala fu fatta l’anno 1487. da...

Le altre pitture dall’un lato e l’altro della Sala, pur a guazzo, in tavole, con la istoria della nostra Donna furono de man de....

Nell’Albergo el ritratto del Cardinal Niceno vestito di zambellotto negro con la cappa in capo, e con lo cappello deposto giuso accosto d’ello, fu de mano de.... e novamente è stato refatto da...56.

El quadretto della Passion del nostro Signor con tutti li misterii in più capitoli a figure piccole alla Greca, con el tempo delli Evangelii Greco sotto, fu opera Constantinopolitana, e par esser stata una porta d’un armaro57: e fu donata dal Cardinal Niceno alla Scola, della quale volse esser fratello. Per il che lo fecero ritrar nel ditto quadro de questa Passion de sotto inzenocchiato con la croce in mano con dui altri fratelli della Scola similmente inzenocchiati, e con le cappe in dosso. [p. 89 modifica]

El quadretto della testa de Cristo in maestà a guazzo fu de mano de Andrea Bellino, come appar per la sottoscrizione58.




IN CASA DE M. PIERO SERVIO.

1575.

Un ritratto di suo padre di mano di Giorgio da Castelfranco.

Un Cristo di rilievo piccolo di cera, bellissimo.

Un S. Ieronimo di M. Tiziano.




IN CASA DI M. PAOLO D’ANNA.

59.

Un quadro di M. Tiziano, che Arrigo III. volle darli 800. Ducati.



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ANNOTAZIONI.


  1. [p. 214 modifica](99) Anche di Gentile da Fabriano alcune buone notizie, mancanti presso il Vasari, il Baldinucci, e li moderni scrittori, ci somministra l’opuscolo, già altre volte addotto, di Bartolommeo Facio De Viris illustribus; il quale per la sua antichità si concilia particolare credenza. Il testo dice così: Gentilis Fabrianensis ingenio ad omnia pingenda habili, atque accommodato fuit. Maxime [p. 215 modifica]vero in ædificiis pingendis eius ars atque industria cognita est. Eius est Florentiæ in Sanctæ Trinitatis templo nobilis illa tabula, in qua Maria Virgo, Christus infans in manibus eius, ac tres Magi Christum adorantes, muneraque offerentes conspiciuntur. Eius est opus Senis in foro eadem Maria Mater Christum itidem puerum gremio tenens, tenui linteo illum velare cupienti adsimilis; Ioannes Baptista, Petrus ac Paulus Apostoli, & Christophorus Christum humero sustinens mirabili arte, ita ut ipsos quoque corporis motus, ac gestus repræsentare videatur. Eius est opus apud Urbem veterem in maiore Templo eadem Virgo, & Christus infantulus in manibus ridens, cui nihil addi posse videatur. Pinxit & Brixiæ sacellum amplissima mercede Pandulpho Malatestæ. Pinxit & Venetiis in Palatio terrestre prælium contra Friderici Imperatoris filium a Venetis pro Summo Pontifice susceptum, gestumque, quod tamen parietis vitio pæne totum excidit. Pinxit item in eadem urbe turbinem arbores, ceteraque id genus radicitus evertentem, cuius est ea facies, ut vel perspicientibus horrorem, ac metum incutiat. Eiusdem est opus Romæ in Ioannis Laterani Templo Ioannis ipsius historia, ac supra eam historiam Prophetæ quinque ita expressi, ut non picti, sed e marmore facti esse videantur, quo in opere, quasi mortem præsagiret, seipsum superasse putatus est. Quædam etiam in eo opere adumbrata modo, atque imperfecta morte præventus reliquit. Eiusdem est etiam altera tabula, in qua Martinus Pontifex Maximus & Cardinales decem ita expressi, ut naturam ipsam æquare, et nulla re dissimiles videantur. De hoc viro ferunt, quum Rogerius Gallicus insignis pictor, de quo post dicemus, Iubilæi anno in ipsum Ioannis Baptistæ Templum accessisset, eamque picturam contemplatus esset, admiratione operis captum auctore
  2. [p. 216 modifica](100) Che Antonello da Messina andato sia ad apprendere la maniera di dipingere ad oglio da Giovanni da Bruges, e l’abbia portata a Venezia, ove Domenico Veneziano, e Giovanni Bellino i primi fossero a metterla in opera, il Vasari, il Ridolfi, e più altri l’hanno detto. Ch’egli ancora in Venezia non poco operasse, prove certe si hanno: ed il Zanetti (Della pittura veneziana, p. 21) nel dare indizio de’ pochi di lui lavori restativi, portò fuori un ritratto di gentiluomo Veneziano, ch’egli fece qui nel 1478, come il più antico monumento del soggiorno suo nella città nostra. Ora li due ritratti dall’anonimo qui riferiti mostrano che nel 1475. egli vi era già. Ma ch’egli anche prima ci fosse, e avesse già dipinta una palla in San Cassiano, ne dà indizio Matteo Colacio Siciliano nella Lettera, altre volte allegata, ad Antonio Siciliano Rettore degli Artisti nello Studio di Padova, impressa col suo opuscolo De fine Oratoris, ed altri in Venezia l’anno 1486; ove nominando li pittori più insigni fra li moderni dice: Habet vero hæc æstas Antonellum Siculum, cujus pictura Venetiis in Divi Cassiani æde magnæ est admirationi. Quell’Antonio Siciliano poi, che io trovo essere stato degli Adinolfi, e Catanese di patria, consta ch’ebbe il Rettorato nel 1475. (Facciolati, Fasti Gymnasii Patavini, P. II. p. 88.). Continuò a vedersi con grande ammirazione la palla mentovata, sicchè verso la fine del secolo ebbe [p. 217 modifica]a scrivere il Sabellico (De situ urbis p. 85. t.): In Cassiani templo tabula est Messenii pictoris, cui ad exprimenda quæ voluit nihil videtur, præter animam, quam dare non potuit, defuisse. Il Vasari ne dice di essa molto bene (T. III. p. 314. ed. Siena), ed il Sansovino (Venetia citta nobilissima et singolare, p. 76.) nel 1580. la riferisce come esistente. Sappiamo dal Ridolfi (T. I. p. 49.) ch’essa rappresentava Nostra Donna sedente; ma che a suo tempo, cioè nel 1646, era già stata levata, come pure altra palla del pittore medesimo in San Giuliano; perdite di amara ricordanza. D’Antonello a ragione scrive l’autore delle Memorie de’ Pittori Messinesi stampate a Napoli nel 1792. (p. 13.) che s’ignora il tempo della nascita, egualmente che della morte di lui. Presso l’anonimo nel 1475. lo troviamo a Venezia, e nel 1490, secondo il Ridolfi, dipinse a fresco in S. Niccolò di Treviso due armati all’antica a’ lati d’un personaggio di casa Oniga, cioè di Agostino, di cui è riportato l’epitafio da Bartolommeo Burchelati (Commentariorum memorabilium multiplicis hystoriae Tarvisinae locuples promptuarium libris quatuor distributum, p. 323.). Ciò è quanto abbiano di preciso per fissare il soggiorno di lui in questi paesi. Il Vasari lo fa morto d’anni quarantanove in Venezia, e porta un’iscrizione sepolcrale a lui messa. Questa però or non si vede, e indarno anche a’ tempi nostri è stata cercata (Murr, Journal zur Kunstgeschichte und zur allgemeinen Litteratur, Nurnberg, 1775. T. I. p. 25.)
  3. [p. 217 modifica](101) Andrea Odoni, di civile famiglia ed assai doviziosa, trasportatasi da Milano a Venezia sulla fine del secolo quindicesimo, qui grand’onore si fece colla splendidezza e nobiltà di trattamento, impiegando pure sue ricchezze nell’acquistare anticaglie e pitture, e nel far eseguire [p. 218 modifica]opere da artefici di disegno. Ci rappresenta la casa di lui in Venezia, posta nella contrada del Gassaro detta, Pietro Aretino scrivendogli così nell’anno 1538. (Lettere, Lib. II. p. 50. ed. Parigi 1609.): Simigliarei le camere, la sala, la loggia, ed il giardino della stanza che abitate ad una sposa che aspetta il parentado che dee venire a darle la mano: e ben debbo io farlo; sì è ella forbita e attapezzita e splendente. Io per me non ci vengo mai, che non tema di calpestarla coi piedi: cotanta è la delicatura de’ suoi pavimenti. Nè so qual Principe abbi sì ricchi letti, sì rari quadri, e sì reali abbigliamenti. Delle sculture non parlo; conciosiachè la Grecia terrebbe quasi il pregio della forma antica, se ella non si avesse lasciato privare delle reliquie delle sue scolture. Perchè sappiate, quando io era in Corte, stava in Roma, e non a Venezia; ma ora che io son qui, sto in Venezia ed a Roma. Del pennello di Girolamo da Trevigi il giovine, imitatore di Raffaello, molto l’Odoni si valse per adornare la sua abitazione; onde ebbe a scrivere di lui il Vasari (T. IV. p. 268.): In Vinegia ancora fece molte opere e particolarmente la facciata della casa d’Andrea Udone in fresco, e dentro nel cortile alcuni fregii di fanciulli, ed una stanza di sopra; le quali cose fece di colorito, e non di chiaro scuro, perchè a Venezia piace più il colorito, che altro. Nel mezzo di questa facciata è in una storia grande Giunone che vola con la luna in testa sopra certe nuvole dalle cosce in su, e con le braccia alte sopra la testa; una delle quali tiene un vaso, e l’altra una tazza. Vi fece similmente un Bacco grasso e rosso, e con un vaso, il quale rovescia, tenendo in braccio una Cerere che ha in mano molte spighe. Vi sono le Grazie e cinque putti che volando a basso le ricevono, per farne, come accennano, [p. 219 modifica]abbondantissima quella casa Udoni; la quale per mostrare il Trevigi che fusse amica e un albergo di virtuosi, vi fece da un lato Apollo e dall’altro Pallade: e questo lavoro fu condotto molto frescamente, onde ne riportò Girolamo onore ed utile. Ed il Ridolfi, con qualche differenza, ma sempre con lode del pittore, scrisse poi (T. I. p. 214.): Più eccellentemente si portò Girolamo nella facciata di Andrea Odone in Venezia al ponte del Cafaro, ove dipinse Cerere con fasci di spiche e Bacco con un vase a sedere sopra le nubi, ed una fanciulla, credesi una delle Grazie, che versa vino da due vasi, ed alcuni bambini volanti con fiori in mano; dinotando i comodi e le fortune dell’Odone: e dalle parti del pergolato fece Apollo con l’arco nella sinistra, mano, e la destra posata sopra il Carcasso, e Pallade con l’asta e lo scudo, per dimostrare il talento ch’egli aveva di molte virtù. Vi sono figure a chiaro scuro, ed altre fantasie; le quali fatiche piacquero molto ai Veneziani per la vaghezza e delicatezza usatavi. Un bell’avanzo di queste opere, che ancora bene si vede, e rappresenta l’Apollo, accredita il giudizio di questi due scrittori; co’ quali s’accorda il nostro gravissimo Zanetti, affermando che da quella sola figura apparisce che il pittore seguiva degnamente le Romane scuole, e coloriva con molta vaghezza (Della pittura veneziana, p. 290. sec. ed.). Si meritò l’Odoni onorevole iscrizione emortuale, e questa gli fu posta in Santa Maria Maggiore: [p. 220 modifica]

    andreae vdonio civi
    insigni animi splendore
    liberalitate atqve elegantia
    etiam svpra civilem fortvnam spectanda
    hieronymvs et aloysivs fratres
    moerentes sibi ac posteris pp.
    vixit an. lvii. obiit a. mdxlv.

    Fu egli anche fortunato, per così dire, ne’ suoi discendenti; perciocchè Rinaldo suo figliuolo tenne conto degli antichi monumenti da esso adunati; della qual cosa prova ne diedero Aldo Manuzio (Orthograph. Latin. Voc. Valetudo) Enea Vico (Comment. in Cæsar. Numism. Lib. I. p. 106.) ed Uberto Goltzio (Index post opus inscript. C. Jul. Cæs. Lib. I. Brug. 1563.), a’ quali tutti medaglie antiche ha egli somministrate; ed essendosi applicato agli studii filosofici, nel 1557. diede fuori colle stampe Aldine un Discorso sopra l'immortalità dell’anima: Margherita poi di Andrea figliuola fu presa a moglie dall’insigne letterato Paolo Manuzio, siccome dalle Lettere volgari di questo il Zeno nelle Notizie intorno alli Manuzii ha raccolto (p. XVII.)

  4. [p. 220 modifica](102) Di Tullio Lombardo non ha trovato il Temanza quando succedesse la morte, e soltanto scrisse che nel 1559. egli era già mancato di vita (Vite T. I. p. 125.). Ma in un Registro di memorie emortuali, tratte da’ libri del Convento di Santo Stefano di Venezia per opera di Fra Rocco Curti Domenicano, si nota ch’egli in quella chiesa fu sepolto addì 17. Novembre 1532. (cod. Ms. della Libr. di S. Marco). Lo studio sopra l’antico, di cui fa cenno l’anonimo quanto a Tullio, può raccogliersi che presso di noi si facesse anche quanto a’ fratelli Bellini da un [p. 221 modifica]componimento in versi di Pierio Valeriano De marmoreo Platonis capite apud Bellinos Venetiis (Pierii Valeriani Hexametri Odae et Epigrammata, p. 120.) e dal seguente epigramma di Raffaele Zovenzonio, scritto nel mio codice di poesie di lui altrove riferito:

    In Venerem Gentilis Bellini

    Qui Paphiam nudis Venerem vidisse papillis
         Optat in antiquo marmore Praxitelis,
    Bellini pluteum Gentilis quærat; ubi stans,
         Trunca licet, membris vivit imago suis.


    Altro argomento ne dà il Temanza nelle Vite Lib. II. p. 477.

  5. [p. 221 modifica](103) Di Simone Bianco scultore Fiorentino scrive il Vasari nella Vita di Vittore Carpaccio, che dimorò quasi tutto il tempo di sua vita in Venezia, e vi lavorò continuamente. Scolpiva per eccellenza secondo l’Aretino, il quale nel 1548. così gli scrisse (Lett. Lib. IV p. 277. ed. 1609.): Che io, Messer Simone da bene, abbi ai miei dì viste delle figure degl’Iddii e degli uomini, so che me lo credete, senza ch’io lo giuri: ma di quanti mai mi furono rappresentati dinanzi agli occhi, dal piacere del vedergli niuno mai passommi all’animo con lo stupore della meraviglia nel modo che mi ci passò il ritratto tolto dallo scarpello e dallo ingegno di voi dalla celeste sembianza di colei che in matrimonio è congiunta con il Magnifico M. Niccolò Molino, non meno mio padrone e amico, che vostro amico e padrone. Un grande obbligo tengono le bellezze dell’alma donna con il felice artificio che io dico, in virtù del quale gli avete dato lo spirto nel marmo con sì nuova venustà di grazia, che la natura istessa quasi confessa che un nonnulla ella è dissimile alla viva... In tutta la somma del mio giudicio si è anco risoluto quello del Sansovino e di [p. 222 modifica]Tiziano. Era già l’Aretino gran lodatore, quando voleva dir bene: tuttavia a questo passo accredita le sue lodi passando tosto a fare sullo stesso lavoro qualche censura.
  6. [p. 222 modifica](104) Non altri costui sembra, che Pietro Maria da Pescia, replicatamente lodato dal Lomazzo come singolare maestro d’intaglio; di cui scrive il Vasari nella Vita di Valerio Vicentino ch’egli a tempo di Papa Leone X. nell’intagliare gemme fu grandissimo imitatore delle cose antiche (Vite T. VII. p. 115.). Di lui, e della tazza qui indicata tornasi a fare menzione più innanzi, ove delle cose da Francesco Zio possedute.
  7. [p. 222 modifica](105) D’un Cristoforo Romano sì questa, come altre opere di scoltura l’anonimo nostro ci fa conoscere. Resta poi a vedere s’egli è quel medesimo che dal Lomazzo ne’ Sonetti grotteschi (p. 198.) presso il Temanza (Vite ec. T. I. p. 121.) è celebrato come pittore, ma fra altri parimente scultori, ove dice:

    Alzar Tullio Lombardo e Agostìn Busto
         Con Giovanni e Cristoforo Romano
         La pittura a tal colmo entro Milano
         Che poi diede di se mirabil gusto.

  8. [p. 222 modifica](106) Non si erra riputando questo miniatore quel medesimo Benedetto Bordone Padovano, di cui lavori simili ne’ libri Liturgici del Monastero di Santa Giustina di sua patria sono già indicati dallo Scardeone (De antiquitate urbis Patavii, & claris civibus Patavinis, p. 254.) e dal Cavacio (Hist. Cœnob. D. Justin. Lib. VI. p. 267. ed. 1696.); alcuno de’ quali ancora porta il suo nome (Brandolese, Pitture, sculture, architetture, ed altre cose notabili di Padova, p. 97.). Con la sola appellazione di Benedetto Miniatore comparisce nella Supplica da se fatta alla Signoria di Venezia per istampare con privilegio nel 1494. [p. 223 modifica]alcuni Dialoghi di Luciano da varii in Latino tradotti; de’ quali un esemplare stampato in carta pecora vide Apostolo Zeno nella Libreria Imperiale di Vienna, ma lacero le prime carte da chi verisimilmente le tolse via per rubarne le miniature, nel rimanente ornato di altre bellissime di mano dello stesso miniatore Bordone (Biblioteca dell’eloquenza italiana, T. II. p. 268.). In altra Supplica per la stampa del suo Isolario, che si fece in Venezia nel 1528, similmente egli si nomina: e Marino Sanudo negli allegati Diarii vi si uniforma scrivendo sotto il giorno 6. Marzo 126: Fu letta una Grazia de M. Benetto Miniador, qual vol far stampar uno libro di tutte le ixole del mar con li nomi antiqui & moderni, siti, costumi, istorie, fabule, & ogni altra cosa a quelle pertinente, opera con gran fatica fatta, che niun per anni diece la possi far stampar sotto pena ec. Et fu posto per li Conseieri, concedendoli quanto el domanda. Fu presa. Se questo Benedetto sia stato padre di Giulio Cesare, ed avolo di Giuseppe Scaligeri, senza lunga discussione, ad esempio del Zeno nel citato libro, non è cosa da farsene decisione.
  9. [p. 223 modifica](107) In casa di Andrea Odoni è il suo ritratto di mano di Lorenzo Lotto, che è molto bello. Vasari nella Vita di Iacopo Palma ec. T. VII. p. 27.
  10. [p. 223 modifica](108) E’ questa la più autorevole testimonianza che ci resti per fissare la patria di Bonifacio; di maniera che va creduto al Lomazzo (Indice del Trattato ec.) al Sansovino (Cose notabili di Venezia, Lib. I. ed. 1561. e Venetia citta nobilissima et singolare, p. 74 t. 84. t. ec.) al Biancolini (Supplem. alla Cronaca di Verona del Zagata T. II. p. 204.) al Bartoli (Pitture di Rovigo p. 268.) ed agli altri che di Verona nativo lo fanno; e rimane insussistente [p. 224 modifica]l’asserzionedel Vasari, del Ridolfi, del Zanetti, e degli altri principali Scrittori intorno ad esso, i quali Veneziano lo dicono.
  11. [p. 224 modifica](109) Quando questo pittore non sia Giannetto Cordegliaghi, altrimenti detto Cordella, scolare di Giovanni Bellino, mentovato con lode dal Vasari nella Vita di Vittore Carpaccio (T. IV. p. 318.), e conosciuto per opere dal Boschini e dal Zanetti riferite; io non veggo chi egli si fosse. Qui è detto (forse con qualche confusione) Zuan del Zannin Comandador; ma in appresso si chiama ora Zuanne del Comandador, ora Zannin del Comandador, facilmente presa tal denominazione dall’uffizio che il padre di lui nella Curia Ducale esercitava.
  12. [p. 224 modifica](110) Sebastiano Serlio famoso Architetto e scrittore dell’arte qui s’addita, il quale di avere soggiornato anche in Venezia più indizii nell’opera sua d’architettura ha dati. Nel quarto libro al Capo dodicesimo scrive d’aver ordinato il cielo della grande e copiosa Libraria nel palazzo di questa inclita città di Venezia al tempo del Serenissimo Principe Messer Andrea Gritti. Aggiunge il Conte Fantuzzi negli Scrittori Bolognesi, indotto in errore da altri (T. VII. p. 402.), che questa soffitta dura tuttora, ed è lodata da ognuno. Non è così. Intende il Serlio un soffitto di legname col suo disegno eseguito in una sala del palazzo Ducale, in cui li Codici del Card. Bessarione erano riposti, prima che l’odierna fabbrica della Libreria dal Sansovino fosse costrutta, nella quale il soffitto è ben altra cosa da quello del Serlio; e questo perì nell’incendio del 1574, per cui quella sala con altre del palazzo pubblico rimase abbruciata.
  13. [p. 224 modifica](111) Copioso spoglio di preziose suppellettili [p. 225 modifica]del Re di Francia Carlo VIII. fecero li nostri nel fatto d’arme al Taro l’anno 1495. Alessandro Benedetti, Medico di somma riputazione, che nel campo esercitava l’arte sua, nell’Istoria di quella guerra così scrive, secondo la traduzione di Lodovico Domenichi (Lib. I. p. 31. ed. Ven. 1549.): Dell’apparato del Re fu messa a sacco tutta la credenza d’oro e d’argento, e le casse della camera, nelle quali erano i vestimenti, le tapezzarie, e i vasi della tavola, i quali i Re per lunga possession d’imperio avevano cumulato: i libri della cappella, ed una tavoletta ornata di gioie, e reverenda per reliquie sacre: inoltre anelli con gemme preziose. In quella preda vidi io un libro nel quale erano dipinte varie immagini di meretrici sotto diverso abito ed età ritratte al naturale, secondo che la lascivia e l’amore l’aveva tratto in ciascuna città: queste portava egli seco dipinte per ricordarsene poi. E lo scrittore del Commentario de Bello Gallico pubblicato dal Muratori negli Scrittori delle cose d’Italia (T. XXIV. p. 22.): furono presi tutti li carriaggi della Regia Maestà, cioè i suoi argenti, la sua chiesa, la sua spada, il suo elmetto: e questi furono messi nella munizione dell’eccellentissimo Consiglio de’ Dieci, che fino a questo giorno vi si vedono. Fu preso il padiglione regio con tutto il suo mobile avuto nel reame Napoletano. Non è Marino Sanudo che così scriva, come il Muratori ha creduto, che sotto il nome di lui pubblicò quel Commentario: e il Doge Foscarini lo ha bene fatto vedere (Della letteratura veneziana, p. 165.). Io tengo che sia Girolamo Priuli, e che il primo tomo de’ Diarii suoi in quello scritto si contenga; di che il Foscarini nemmeno ebbe sospetto. Scrisse anche il Sanudo quella guerra in un’opera mentovata già da Fra Jacopo Filippo da Bergamo e da Aldo [p. 226 modifica]Manuzio ne’ passi dal Foscarini recati: ma questa scrittura non fa parte de’ cinquantotto volumi de’ Diarii suoi, come erroneamente ha creduto l’autore dell’articolo sopra il Sanudo, inserito nel Dizionario degli uomini illustri, colle stampe Remondiniane non ha guari impresso. Il Sanudo medesimo indica quell’Istoria, che non si sa poi ove stia, come opera a parte, incominciando li suoi Diarii dal giorno primo dell’anno 1496. in tal modo: Avendo non senza summa e cotidiana fatica compito di scrivere la guerra Francese in Italia negli preteriti anni stata, e redutta l’opra in magno volume; considerai non esser di dover lasciare di scrivere quello che in Italia accadeva, licet Carlo VIII. Re di Francia vi fusse ritornato nel regno di là de’ monti ec.
  14. [p. 226 modifica](112) Di Taddeo Contarini v’è onorifica memoria nella seguente iscrizione, posta da Gentile di lui figliuolo in una cappella di sua casa sul chiostro di Santo Stefano.

    antonio contareno proavo
    andreae avo d. marci procvratoribvs
    thaddaeo qvoqve patri
    senatori integerrimo
    et de rep. optime merito
    gentilis proton. apostolicvs
    et svis et sibi h. m. p.
    mdxlv.
    cum venerit dies domini
    in misericordia eivs resvrgemvs

  15. [p. 226 modifica](113) Nel dar conto che faceva l’Algarotti al Mariette l’anno 1751. de’ quadri comperati in Venezia per Federico Augusto III. Re di Polonia, ne annoverò fra essi uno famoso in tavola, delle tre Grazie, del Palma vecchio, mezze figure [p. 227 modifica]al naturale; già posseduto dalla Famiglia Giustiniana, poi dalla Cornara della Cà grande e dal Boschini nella Carta del navegar pittoresco grandemente lodato. Aggiunge poi: Qui non mi starò a dire, che queste Grazie sono vestite e acconciate alla foggia che correva a’ tempi del Palma; essendo a lei ben noto siccome la più parte de’ pittori Veneziani, quanto si sono studiati di dar vita e sangue alle loro figure, e bizzarria alle loro invenzioni; all’incontro della convenienza e del costume pare non se ne siano dati certo pensiero. E benchè queste tre figure potessero per avventura venir prese per ritratti; la testa di quella di mezzo par cavata dalla Niobe: tanto ella è corretta, elegante, e Greca nella sua forma. Il quadro è facilmente quel medesimo che l’anonimo nostro ci ha qui dinotato come contenente tre donne ritratte dal naturale; e così le tre Grazie con la testa della Niobe vanno ad essere fantasie dell’Algarotti, ed il Palma si è bene diportato anche nel dipingere li vestimenti e le acconciature.
  16. [p. 227 modifica](114) Bianca Maria figliuola di Galeazzo Sforza Duca di Milano fu la moglie di Massimiliano I. Imperatore.
  17. [p. 227 modifica](115) Ora s’aggiunge per la prima volta questo ritratto alli tanti altri di Tiziano già conosciuti: sebbene non è cosa insolita il trovarne di quei che siano stati dimenticati da’ principali scrittori; com’è, per un nuovo esempio, quello ancora di Marcantonio Morosini Senatore, lodatissimo dall’Aretino (Lettere, Lib. III. p. 161.) Di Cristoforo Marcello Arcivescovo di Corfù molto e bene ha scritto il Zeno nelle Dissertazioni Vossiane (T. II. p. 122.): ma più diffusamente poi Fra Giovanni degli Agostini, che la Vita ne fece nel tomo terzo degli Scrittori Veneziani; il quale, come accennai del Beazzano scrivendo, inedito se ne rimane.
  18. [p. 228 modifica](116) Anche questo ritratto è opera di Giovanni Bellino prima d’ora non ricordata. Celebratissimo fu Iacopo Antonio Marcello nel secolo quindicesimo per imprese militari felicemente condotte. Egli s’impiegò con valore nella difesa di Brescia e di Verona contro l’esercito del Duca di Milano, acquistò Ravenna Lodi e Piacenza, poi spinse le truppe Veneziane presso a Milano; di maniera che mosso dalla fama di sua bravura Renato d’Angiò Re di Napoli lo fece Capitano generale della squadra che in quel regno teneva; nè mancò egli di vita, sennon pace honestissima eius opera universæ Italiæ data, siccome nell’iscrizione sua sepolcrale a San Cristoforo di Murano si legge. Fu uomo ancor di lettere, e secondo il Sansovino, Orazioni varie ha lasciate (Venetia citta nobilissima et singolare, p. 246.) Sue poesie amorose dice Giovanni Cesinge Unghero Vescovo di Cinquechiese, nominato comunemente Giano Pannonio, di avere trasportate dal volgare in Latino:

    Nos in amore rudes, Marcelli lusimus ignes,
         Quos modo vulgari luserat ille lyra.


    Così Giano medesimo (Epigr. n. 339. T. I. p. 61. ed. Traiect. 1784.) persona molto familiare del Marcello, e che di lui fece un grande Panegirico in versi Latini, replicatamente stampato. Grande fu l’estimazione in cui gli uomini di lettere tenevano questo gentiluomo; la quale chiaramente s’è mostrata in una raccolta di prose e poesie Latine di varii sopra la morte di Valerio figliuolo di lui mancato in età di anni otto; veduta già da Apostolo Zeno in un codice di grande pregio presso il Procuratore Federigo Marcello (Dissert. Voss. T. I. p. 298. 341. T. II. p. 25.), e da me pure esaminato nell’anno 1767. in un grande negozio [p. 229 modifica]di libri. V’erano in esso Orazioni e Pistole consolatorie di Niccolò Sagundino, di Giorgio da Trebisonda, di Francesco Filelfo (di cui l’operetta è stampata), d’Isotta Nogarola, di Carlo Fortebracci Conte di Montone, di Montorio Mascarello, di Battista Guarino, e di Pietro Parleone, con un’Elegia Greca del Filelfo da Lodovico Carbone Ferrarese voltata in Latino. Vi mancava però un poemetto che da se il Carbone fece, manoscritto presso di me con altre sue cose; dal quale si conosce che anche Tito Vespasiano Strozzi sull’argomento medesimo aveva scritto. Mancava pure fra que’ componimenti un poemetto consolatorio, che si sa Giano Pannonio aver fatto, ed or non si vede (I. Pannon. Vita p. 236.); non essendo rimaso fra le cose sue a stampa sennon un epitafio di pochi versi sul morto fanciullo (Lib. I. n. 137.): non vi era un’altra versione Latina dell’Elegia Greca del Filelfo, fatta da Lionardo Grifo Milanese, che io vidi manoscritta; nè vi era un Epigramma di Gregorio da Città di Castello, che a stampa si trova ne’ versi suoi coll’Ausonio di Venezia 1472. Sì gran copia di componimenti al certo dimostra che Iacopo Antonio Marcello in molta grazia era presso i letterati del tempo suo.

  19. [p. 229 modifica](117) Francesco II. Gonzaga Marchese di Mantova guerreggiando nell’anno 1509. contro li Veneziani, fatto prigione nel Veronese dal Capitano Lucio Malvezzo, a Vinegia condotto, e posto nella torricella del palagio con guardie, di non poca letizia alla città improvvisamente fue.... e nell’anno appresso fu poi tratto di prigionia, siccome il Bembo scrive (Istoria veneziana, T. II. p. 135. 213. ed. 1790.). In questo intervallo di tempo adunque, per consolazione sua, fecesi il Marchese ritrarre [p. 230 modifica]nel quadro qui riferito Isabella d’Este sua moglie, e Lionora sua figliuola per mano di Lorenzo Costa Ferrarese, pittore di riputazione distinta, che alla sua corte teneva. Ora è perduta, o almeno nascosta la pittura; non vedendosi di lei fatto motto nemmeno dall’Arciprete Girolamo Baruffaldi nelle Vite de’ Ferraresi professori delle belle arti; le quali con una prefazione di Giampietro Zanotti, e con giunte copiose del Canonico Luigi Crespi posseggo io in un elegante libro ricopiato accuratamente dal gentiluomo nostro Daniele Farsetti, delle cose di disegno grandemente perito e bravo pittore a pastelli. Non essendo queste Vite mai venute a stampa, ed anzi credendosi perduto l’originale, un’idea generale ne diede l’Abate Comolli nella Biblioteca Architettonica (T. II. p. 209.); io poi di buonissima voglia l’esemplare mio ho prestato al ch. Sig. Ab. Lanzi, che da esso grande profitto ne trasse per porre nel suo lume la Scuola Ferrarese nella Storia pittorica dell’Italia (T. II. P. II. p. 213.).
  20. [p. 230 modifica](118) Ottaviano Sforza figliuolo naturale di Galeazzo Duca di Milano, il quale alla presa di Milano fatta da Lodovico XII. Re di Francia, fu costretto di fuggire dalla sua chiesa, e cadde in bassa fortuna, poi ebbe il Vescovado d’Arezzo, e varie vicende ha incontrate; le quali nell’Istoria della famiglia Sforza dall’Ab. Nicola Ratti riferite sono (P. I. p. 52.). Ricco egli fu di suppellettili preziose, e ciò anche da un passo de’ Diarii inediti di Marino Sanudo ci è indicato; in cui all’anno 1526. descrivendosi l’adornamento del Coro della Basilica di San Marco, per una processione che si faceva all’occasione di lega conchiusa dalla Repubblica contro Carlo V., è scritto così: Fu bellissimamente tutta la [p. 231 modifica]chiesa conzà, maxime il Coro con panni d’oro e spalliere del Vescovo di Lodi, pezzi numero otto, con casamenti e teatri ec. Item erano in chiesa alcune spalliere e tornoletti del Sig. Alberto da Carpi, che li ha in questa terra impegnati, quando fu cazzà del stato: etiam un razzo d’oro troncafila, fu del Cardinal Grimani, con due altri razzetti bellissimi e di gran valuta del Patriarca Grimani di Aquileia; in uno è Cristo si cava di croce con assai figure, in l’altro la natività della Madonna.
  21. [p. 231 modifica](119) E’ questo Ambrogio Leone professore di Medicina in Venezia, ed insieme uomo di antichità erudito. Opere sue a stampa vi sono che onore gli fanno, De Nola patria sua, Quæstiones seu Problemata, Castigationes adversus Averroem, De Nobilitate rerum, De Virtutibus, Actuarius de Urinis Latine redditus: ma oltre a queste alcune lasciate inedite ne indica Camillo di lui figliuolo dedicando nell’edizione di Venezia 1525. il Dialogo de Nobilitate rerum ad Enrico Orsino Prencipe di Nola; cioè De Bisexto, De I & E, Dialogus de vi ridendi cui nomen Gallucia, Lucubrationes in sextum Metaphysices, De signis pluviarum & ventorum, Annotationes in theriacam. Erasmo di Roterdam lo conobbe in Venezia, e concepì grande stima di lui, riguardandolo come uno de’ ristoratori della Medicina. Lettere reciproche di ambedue fra quelle di Erasmo si trovano a stampa; in una delle quali questo scrive ad Ambrogio: Græcas litteras iam canescens, & tamen feliciter, amplexus es gravi exemplo (Ep. CCCCLXVI.), e ciò prendendo a maestro Marco Musuro che quelle in Venezia professava pubblicamente (Ambr. dedic. Castig. in Averroem ad Leon. X. 1517.). Anche di Musica Erasmo lo fa dotto e pratico assai; ed esponendo il proverbio Bis per omnia [p. 232 modifica]sopra l’armonia (Chiliad. I. Cent. II. Prov. 63.) ne adduce una particolare di lui spiegazione, ma premettendovi queste belle parole: Cum hæc meis illinirem commentariis, forte fortuna supervenit Ambrosius Leo Nolanus, philosophus huius tempestatis eximius, & in pervestigandis disciplinarum mysteriis incredibili quadam diligentia solertiaque præditus, neque vero mediocriter exercitatus evolvendis & excutiendis utriusque linguæ scriptoribus. Delle cose di disegno aveva egli pure conoscenza e prendeva diletto a trattarne; talchè scrivendo de nobilitate rerum (Cap. 41.), inserì notizie di due lavori di Daniele Arcioni, ignoto lavoratore a niello ed a smalto in Milano, e di Caradosso Foppa da Pavia, altramente detto Milanese, plasticatore ed orefice eccellente già conosciuto; le quali è bene che coll’eleganti parole dell’autore qui si riportino. Quin etiam nostra tempestate duorum Mediolanensium genere, sculptura clarissimorum, opera subtilissima & ingeniosissima florescunt atque prædicantur. Alteri Caradossus, alteri Danieles ex familia Arcionum nomen est. Verum hic in eo genere præsertim pollet quod niellum novato verbo appellant, neque aliter in eo splendet quod vitreum est, ipsi vero fusores smaltum vocant. Nam in hisce tanta subtilitate & ratione hic usus esse probatur, ut ab omnibus in ea arte claris summo honore habitus sit. Quid quod opera eius tam mira digestione iuncturaque & gratia gaudent, ut antiquorum signa præclarissima ad certamina convocare valeant; inter quæ salinum confecisse constat ex quatuordecim unciis argenti. Est autem uncia pondus septenorum aureorum cum dimidio aurei; quod Roma invenit qui septicentis aureis emit. Nam aureus est nummus ex auro impressus octoginta granorum tritici pondere. Caradossus vero eductis imaginibus eminentibusque & [p. 233 modifica] [p. 234 modifica]nominato Camillo Dottor etiam lui in Medicina e dotto. 8. detto: per uno Dottor in Medicina Venezian, nominato Domino Rizardo di Rizardi, va in pratica con M. Marin Brocardo, li fu fatta una Orazion funebre. Gioveranno queste notizie a supplimento di quel che Gianbernardo Tafuri ha leggiermente detto intorno ad Ambrogio Leone negli Scrittori del regno di Napoli T. III. P. I. p. 158.
  22. [p. 234 modifica](120) Niccolò Avanzi Veronese, d’onorata famiglia, lavorò in Roma privatamente cammei, corniole, ed altre pietre, che furono portate a diversi Principi: ed hacci di quelli che si ricordano aver veduto in un lapislazulo largo tre dita di sua mano la natività di Cristo con molte figure, il quale fu venduto alla Duchessa d’Urbino, come cosa singolare. Così il Vasari nella Vita di Valerio Vicentino ed altri (T. VII. p. 119). Un insigne Cammeo dell’Avanzi, che rappresentava Alessandro il grande, è portato nella Dattilioteca del Zanetti, Tavola seconda, e dal Gori illustrato.
  23. [p. 234 modifica](121) Forse però la medaglia qui riferita era una di quelle tante che da una parte ha la testa di Aretusa coronata di spighe di frumento, o di orzo, ovvero di margarite, non di fiori d’aloè, e con li delfini all’intorno; delle quali gran numero il Paruta ne porta nella Sicilia Numismatica, per tacere de’ moderni scrittori di medaglie, che molte più ne presentano.
  24. [p. 234 modifica](122) Fa memoria il Sansovino nella Descrizione di Venezia (p. 4. t.) come di cosa notabile, che nella Chiesa di Santa Maria delle Vergini v’è in aria un bellissimo sepolcro di marmo di Francesco Giglio, che ne’ suoi tempi si dilettò molto della scoltura e della pittura, nelle quali due [p. 235 modifica]
  25. [p. 235 modifica](123) Giovanni Girolamo Bresciano è messo fra li migliori pittori del suo tempo da Paolo Pino, nel Dialogo della Pittura (p. 24. ed. Ven. 1548.).
  26. [p. 235 modifica](124) Di Giovanni Scoorel Olandese, nato l’anno 1495, e morto il 1560, dietro a quanto Carlo van Mander ha scritto in un’opera intorno a’ pittori Fiamminghi, trattò diffusamente il Baldinucci (Decen. III. P. I. Sec. IV.) e poco più vi aggiunse il Descamps (Vies des Peintres Flammands ec. T. I. p. 50.). Fu egli bravo pittore in ogni sorte di opere, ed anche oratore, poeta, e musico. Girò per l’Italia, ed in Venezia ebbe dimora più d’una volta, portatovisi per un viaggio che fece nella terra santa. Strinse amicizia presso di noi con Daniele Bombergo d’Anversa, non già pittore, siccome lo chiamano il Baldinucci ed il Descamps, forse ricopiando il Van Mander, ma stampatore di libri Ebraici per lungo tempo e con gran lode di accuratezza.
  27. [p. 235 modifica](125) Di bell’ingegno e di costumi gentili fu Giovanni Michele, che qui ed altrove fautore dell’arti nobili apparisce; onde l’Aretino nel 1546. gli scriveva così: Lo Studio di Padova seppe così dolersi, quando dei suoi professori vi partiste, come sanno qui (in Venezia) rallegrarsi la caterva dei vertuosi aiutati, onorati, e favoreggiati da quella sì propria vostra mansuetudine, che pare che altri non abbia punto che fare nelle umanità dei naturali suoi benigni costumi (Lett. Lib. III. p. 343. t.).
  28. [p. 235 modifica](126) Di questa tazza medesima, opera di Pietro Maria da Pescia, se male non m’appongo, nascosta all’entrata del Re Carlo VIII. di Francia [p. 236 modifica]in Roma l’anno 1495, addietro s’è fatta menzione fra le cose di Andrea Odoni.
  29. [p. 236 modifica](127) Giovannantonio Veniero, mentovato come uomo eloquente dal Paruta, da Pietro Giustiniano, e da altri storici nostri, s’adoperò con lode di prudenza singolare e di splendidezza in ambascerie al Re di Francia, presso cui fu due volte, ed a Carlo V. Imperadore due volte parimente, prima alla sua residenza, poi quando venne nel Veronese per portarsi all’impresa d’Algieri. Dopo andò Luogotenente a Udine, e di là passò ambasciatore a Roma, dove grande onore si fece. Il Bembo n’è testimonio, di cui sono queste parole in lettere a Giammatteo suo nipote di là scritte l’anno 1546: Il clarissimo M. Giovan Antonio Venier è fatto molto mio, ed io tutto suo, che lo vedo di ottimo animo e di singolar valore, e fa per somma eccellenza il suo officio, e vive da vero gentiluomo, e splendidamente..... Certo è ch’ei merita somma laude, e nostro Signore ne fa un gran caso..... È un grande uomo da bene, e molto prudente gentiluomo, e molto amato ed estimato da nostro Signore. Io per la sua virtù gli son fatto affezionatissimo, e lo amo ed onoro con tutto l’animo.
  30. [p. 236 modifica](128) Nè di questa sì dettagliata pittura, nè delle altre di Raffaello dall’anonimo nostro indicate alcuna menzione vedesi fatta da’ principali scrittori intorno all’immortale pittore. Per vero dire, il breve corso di vita, ch’ebbe Raffaello, deve renderci molto guardinghi ad accordargli nuove opere, oltre quelle che per sue sono già riconosciute: e nientedimeno la testimonianza, che qui ci si presenta per antichità e sincerità è autorevole non poco. Non rimane dunque, per salvare ogni riguardo, sennon da riflettere che tutto poi il maestro colle mani sue non fa; ma di [p. 237 modifica]quelle ancora de’ migliori scolari in molta parte del lavoro si giova. Dopo tanto che di Raffaello fu scritto dal Vasari e da suoi comentatori, dall’Anonimo scrittore della Vita di lui, prodotta in Roma l’anno 1790, e riprodotta ivi l’anno seguente dall’Ab. Angelo Comolli, che copiose annotazioni vi fece, dal Mengs, dal Lanzi, e da altri; nulla mi trovo avere che a questo luogo aggiungere si possa, fuorichè un pezzo di Lettera di Marcantonio Michele, gentiluomo Veneziano, il quale al tempo della morte di Raffaello trovandosi in Roma, ad Antonio Marsili Veneziano la scrisse, con belle notizie e saggie riflessioni. Fu serbato questo monumento nell’originale dettatura da Marino Sanudo ne’ copiosi Diarii Storici, altre volte allegati, esistenti nella Regia Biblioteca di San Marco; ed è come segue. Summario di una Lettera di Ser Marco Antonio Michiel de Ser Vettor, data a Roma a’ dì xi. April 1520. drizzata ad Antonio di Marsilio in Venetia. Sta in San Gioanni una pietra sopra quattro colonnette alla altezza della misura di Cristo, sotto cui dicono alcuno non intrare che se agguagli, sicchè o non sii maggiore, o minore. Il Sanuto vi si è agguagliato appunto appunto: di che vi rallegrarete con lui. Venne qui con il Contarini. Siamo stati a vedere le antiquitati quanto ha patito il tempo. Il Venerdì Santo di notte venendo il Sabbato a hore 3. morse il gentilissimo & excellentissimo pictore Raphaelo de Urbino con universal dolore de tutti, & maximamente delli docti; per li quali, più che per altrui, benchè ancora per li pictori & architecti, el stendeva in uno libro, siccome Ptolomeo ha isteso il mondo, gli edificii antiqui de Roma,  [p. 238 modifica]mostrando sì chiaramente le proportioni forme e ornamenti loro, che haverlo veduto haria iscusato ad ognuno haver veduta Roma antiqua: & già havea fornita la prima regione: nè mostrava solamente le piante delli edificii & il sito, il che con grandissima fatica & industria delle ruine s’avia raccolto; ma ancora le faccia con li ornamenti, quanto da Vitruvio & dalla ragione della Architectura & dalle istorie antiche, ove le ruine non le retenevano, havea appreso, expressissimamente designava. Hora sì bella & lodevole impresa ha interrotto morte, havendosi invidiosa rapito il mastro giovine di anni 34, & nel suo istesso giorno natale. Il Pontefice istesso ne ha havuto ismisurato dolore, & nelli XV giorni, che è stato infermo, ha mandato a visitarlo & confortarlo ben 6. fiate. Pensate che debbiano havere fatto gli altri. Et perchè il palazzo del Pontifice questi giorni ha manazato ruina, talmente che Sua Santità se ne è ito a stare nelle stanze de Monsignor de Cibo; sono di quelli che dicono che non il peso delli portici sopra posti è stata di questo cagione, ma per fare prodigio che il suo ornatore havea a mancare. Et in vero è mancato uno excellente suo pare, & del cui mancare ogni gentil spirito si debbia dolere & rammaricare non solamente con semplice & temporanee voci, ma ancora con accurate & perpetue composizioni; come, se non m’inganno, già preparano di fare questi compositori largamente. Dicesi che ha lassato ducati 16. millia, tra quali 5000. in contanti, da essere distribuiti per la maggiore parte a’ suoi amici & servitori, & la casa, che già fu de Bramante, che egli comprò per ducati 3000, ha lassata al Cardinal de Santa Maria in Portico. Et è stato sepolto alla Rotonda, ove fu portato honoratamente. L’anima sua indubitatamente sarà ita a contemplare quelle celesti  [p. 239 modifica]fabbriche che non patiscono oppositione alcuna, ma la memoria & il nome resterà qua giù in terra & nelle opere sue, & nelle menti degli huomini da bene longamente. Molto minor danno, al mio giuditio, benchè altramente para al volgo, ha sentito il mondo della morte de M. Agustino Gisi, che questa notte passata è mancato, di cui poco vi scrivo, perchè ancora non intendo quel & quanto habbia ordinato. Solum intendo haver lassato al mondo tra contanti, debitori, danari imprestati di pegni, allumi, beni stabili, danari in banchi che guadagnavano, officii, argenti & zoglie, ducati 8000 millia. Dicesi Michiel Agnolo esser ammalato a Fiorenza. Dite adunque al nostro Catena che se guardi, poichè el tocca alli excellenti pittori. Iddio con voi. In Roma &c. Sarà facilmente stato sbaglio del Sanudo l’avere trascritto il 34. negli anni dell’età di Raffaello; essendo fuori di dubbio che morì d’anni 37. Ma di osservazione degnissimo è quanto il Michele scrive sopra l’opera da Raffaello incominciata, di prendere in disegno e rappresentare Roma antica, e da lui lasciata imperfetta; non già compiuta come ci vorrebbero dare ad intendere Andrea Fulvio (Præfat. in Antiq. urb. Rom.) e l’Anonimo scrittore della Vita di Raffaello (p. 81. ed. 1791.); al contrario di quello che dicano anche Celio Calcagnino (Epistol. ad Iacob. Zieglerum p. 101. ed. Oper. Basil. 1544.) ed il Giovio (Vita Raphael. apud Tiraboschi Stor. Lett. Ital. T. VII, p. 1722.), li quali fanno morto Raffaello in continuazione di lavoro. Tutto il di più che intorno a quella impresa nobilissima merita di sapersi, dopo averne usate le maggiori ricerche, con molta erudizione e fino discernimento lo ha esposto il ch. Sig. Ab. Daniele Francesconi nel libro in questi giorni stampato in Fiorenza col [p. 240 modifica]titolo di Congettura che una Lettera creduta di Baldessar Castiglione sia di Raffaello d’Urbino. Molto più di quel che il frontispizio mostri l’opera contiene; facendovisi vedere che la bella Lettera a Papa Leone X sopra l’idea e il modo di prendere in disegno le antichità di Roma, fra quelle del Castiglione già impressa come sua, non è scritta in nome di lui proprio, ma bensì in persona di Raffaello. Indubitata dettatura di Raffaello è la Lettera sua autografa, posseduta dall’Eminentissimo per dignità e per erudizione Signor Cardinale Borgia; la quale per conoscere le scritture di lui può servire di paragone. Poche parole s’aggiungano intorno al Michele. Egli fu di eleganti lettere ornatissimo, ed in alta estimazione avuto da’ principali uomini che in esse al suo tempo fiorirono, Bembo, Sadoleto, Navagero, Tebaldeo, Sannazaro, Colocio, Negro, ed altri simili. Girolamo Ruscelli poche, ma belle notizie di sua persona e de’ suoi studii e scritti ha poste innanzi alle Lettere di Girolamo Negro a lui scritte, e nel primo volume di quelle de’ Prencipi impresse. Al proposito presente però è da osservarsi che il Serlio non solamente alla fine del libro terzo dell’Architettura lo chiama consumatissimo nelle antichità; ma nello stesso (p. 146. t. ed. 1562.) descrivendo il palazzo reale fuori di Napoli, detto il Poggio, dichiara d’averne da lui avuto il disegno con queste parole: Di questo M. Marcantonio Michele Patrizio nobile di questa Città, molto intendente di architettura, e che ha veduto assai, e dal quale io ebbi questo ed altre cose, ne ha trattato a pieno in una Epistola Latina drizzata ad un suo amico. L’Aretino poi non ebbe difficoltà di scrivergli: Sopra tutto l’architettura, la pittura, e la scoltura comprende ogni sua  [p. 241 modifica]gloria nelle avvertenze vostre acutissime (Lett. Lib. III. p. 245. ed 1609.).
  31. [p. 241 modifica](129) Sono famosi gli arazzi lavorati nella Fiandra sopra li cartoni di Raffaello, per ordine di Papa Leone X, e conservati nel palazzo Vaticano sino a questi ultimi tempi, ne’ quali a Parigi sono passati: ed abbastanza note pur sono le stampe fattene da Marcantonio, da Agostino Veneziano, da Dorigny, da Gribelin, e da altri. Il Vasari, il Bottari, il Richardson, il Comolli gli hanno riferiti; ma diffusamente poi di essi ha scritto l’Abate Cancellieri nella Descrizione delle Cappelle Pontifizie e Cardinalizie di tutto l’anno, stampata in Roma nel 1790, a carte 287. e seguenti. Non è bene conosciuto il numero di quegli arazzi che sopra cartoni da Raffaello furono tessuti: si sa però che in Roma recentemente li pezzi erano venticinque, ed ora in Parigi sono quattro di meno, tutti non si fanno di merito eguale, nè tutti appariscono da cartoni di Raffaello provenuti (Magasin Encyclopedique An. III. 1797. T. III, p. 379. & suiv.). Scrive il Cancellieri che „donati essi furono da Francesco I. a, Leone X per la canonizzazione di San Francesco di Paola, e poi rubati nel sacco di Borbone: Ma essendo andati nelle mani del Duca di Montmorency, furono da esso rimandati in Roma sotto Giulio III, come fa conoscere un’iscrizione tessuta nel lembo di quello che esprime la Conversione di San Paolo al n. vi. e dell’altro che lo rappresenta mentre predica, nell’Areopago al n. ix. Urbe capta, partem aulæorum a prædonibus distractorum Comestabilis Anna Mommorancius Galliæ militum Præfectus restaurandam atque Iulio III. P. M. restituendam curavit„. Quanto all’esserne stato fatto donativo [p. 242 modifica]da Francesco I. a Papa Leone, non trovo scrittore che lo confermi; anzi comunemente si scrive che il Papa se li facesse fare colla spesa di settanta mille scudi. Tutto il resto della narrazione andando bene, chiaro si vede che questi due pezzi d’arazzi dal Veniero posseduti erano di quei che il Montmorency ha ricuperati; e questi medesimi vengono anche indicati fra quei che a Parigi presentemente si trovano. Scrive poi coerentemente l’anonimo nostro all’indicazione che altrove ne dà del cartone della Conversione di San Paolo come già posseduto dal Cardinale Domenico Grimani, dopo la di cui morte venne in potere di Marino Grimani di lui nipote Patriarca d’Aquileia e Cardinale: e della Predicazione di San Paolo dice parimente bene che era divulgata in stampa, perciocchè un bell’intaglio in rame Marcantonio ne avea già dato fuori.
  32. [p. 242 modifica](130) Domenico Grimani, grande ornamento di sua patria, cui dapprima avendo servito ottenne il Senatorato, poi anche del Collegio Cardinalizio, a cui Papa Alessandro VI. lo ascrisse, ebbe grande riputazione d’intelletto profondo nelle scienze sacre e profane. Piene sono di sue lodi le dedicazioni che molti letterati uomini a lui fecero delle opere loro, come ad altro Mecenate de’ tempi suoi; ed anche Erasmo di Roterdam intitolando ad esso la Parafrasi dell’Epistola di San Paolo alli Romani, gli scriveva così: Interea Pauli fragmentum docti viri libentius amplectentur, si tuis istis manibus porrigetur, qui studiorum omnium, præsertim eorum quæ cum linguarum peritia coniuncta sunt, mirum quendam Mecœnatem agas, sic nihilominus intigritate morum conspicuus, ut inter clarissima lumina tamen eluceas atque emineas; non ita quidem ut aliis offundas tenebras, sed ut per se illustribus & [p. 243 modifica]ornatis plurimum addas lucis & decoris. Introdusse egli nella famiglia propria l’amore e la protezione delle arti nobili, facendo raccolta di bei monumenti di esse, sì antichi, come moderni; ed ebbe del suo genio in sì bell’impresa seguaci ed imitatori ne’ suoi posteri specialmente Marino Cardinale e Patriarca d’Aquileia, e Giovanni pure Patriarca d’Aquileia, con alcun altro anche a tempi recenti. Il fondo maggiore dell’anticaglie sue da Roma veniva, sapendosi da’ Diarii manoscritti di Marino Sanudo, altre volte citati, che nell’anno 1505. a Girolamo Donato ed altri ambasciatori Veneziani al Papa, dopo di averli lautamente trattati a pranzo, mostrò gran copie de figure de marmo, e molte altre cose antiche, tutte trovate alla sua vigna, sotto terra, cavando per la fabbrica del palazzo che ’l fa edificare in essa. Busti d’Imperatori, statue intere, ed altri notabili pezzi vi aveva; li quali poi morendo nel 1523. lasciò alla patria insieme con altre preziose suppellettili. Di ciò fa fede anche il Sanudo scrivendo del testamento di lui: Item lassa un balasso di valuta di ducati 4000. e certi quadri bellissimi, è a Muran nel Monasterio di Santa Chiara, a suo fratello Vicenzo. Item lassa al Patriarca d’Aquileia suo nipote tutte le sue medaglie d’oro d’argento e di rame, & etiam li lassa parte del suo mobile. Item lassa alla Signoria tutti li soi bronzi e marmi, da esser adornado una sala per sua memoria. Item uno safil in cuor, fu di Bembi, val Ducati 3000. in circa..... Item lassa al Papa una zoia e una Pase; & alla Signoria il suo Breviario bellissimo poi la morte del Patriarca: al qual Patriarca lassa tre casse di libri: il resto li libri, dove è signà il suo nome, lassa alla Signoria per far Libraria a Santo Antonio. Ebbe principio da questo legato il Museo pubblico di Venezia; [p. 244 modifica]perciocchè il Doge Gritti fece collocare que’ pezzi d’antichità in una stanza del Palazzo Ducale, che poi ad uso di chiesiuola fu ridotta, e per memoria un’iscrizione fatta dal Card. Bembo vi fu posta; ma con alterazione, siccome lo Stringa la riporta nelle giunte alla Venezia del Sansovino (p. 231. t. ed. 1604), e non sincera, siccome nelle Lettere del Bembo si legge (Vol. 2. p. 84. ed. Ven. 1552.). In appresso quelle anticaglie tutte con molte di più aggiuntevi da Giovanni Grimani Patriarca d’Aquileia e dal Procuratore Federigo Contarini, furono collocate, a norma della distribuzione fattane dallo Scamozzio, nell’atrio della Libreria di San Marco; ed ora vanno alle stampe le più belle di esse, con molta bravura e grande splendidezza intagliate in rame. Di pitture quanto ricco fosse il Cardinale Domenico Grimani, non lo si saprebbe, senza la notizia che dall’anonimo ora ci viene. S’aggiunge che il Sanudo ne’ Diarii citati registrando la memoria d’un apparato fatto l’anno 1526. nella chiesa di Santa Maria Formosa per l’andata solita del Doge a’ due di Febbraro, scrive che tra le altre cose erano due antiporte d’oro a ago soprarizzo, fu del Card. Grimano; item altre d’oro e di seda, pur del detto Cardinal; e tra le altre alcuni quadri fatti a Roma di man di Michiel Angelo bellissimi, pur del detto olim Cardinal: e vidi do ritratti come el vivo, dal busto in su, de bronzo, videlicet il Serenissimo M. Antonio Grimani & il suo fiol Cardinal Grimani. Per meglio conoscere poi il bel genio di questo grand’uomo favorevole ad ogni sorte di gravi ed ameni studii, si noti ch’egli ebbe anche Libreria insigne e doviziosa di codici manoscritti Ebraici, Caldei, Armeni, Greci, Latini, ed Italiani, stati in gran parte di [p. 245 modifica]Giovanni Pico della Mirandola (Io. Franc. Pic. Epist. ad Maximilian. Imp. Epistolar. Lib. 3.), e lasciolla per pubblico comodo alli Canonici Regolari di Sant’Antonio di Castello; presso li quali divenne famosa per l’uso che nelle stampe se n’è fatto, poi sul finire del passato secolo perì per incendio miserabilmente. Marino nipote di Domenico, Cardinale e Patriarca d’Aquileia, continuò pure a favorire gli artefici di disegno. Giulio Clovio miniatore insigne a lui deve la sua fortuna, e celebrità; ed il Vasari, che ciò dimostra, racconta che fra i lavori per esso fatti si estimavano specialmente un Ufizio di nostra Donna con quattro bellissime istorie, un Epistolario con tre istorie grandi di S. Paolo, una Pietà, ed un Crocifisso. Ma quello che fra li Grimani si è in singolare maniera distinto per lo studio dell’antichità, e per il favore delle belle arti, fu il Patriarca d’Aquileia Giovanni. Egli fece fabbricare in Venezia nella contrada di Santa Maria Formosa il palazzo che tuttora si vede; opera ben intesa, magnifica, ed ornatissima, ordinata da Michele Sammicheli, se al Temanza crediamo (Vite dei più celebri architetti, e scultori veneziani, T. I. p. 177.); ma dal Patriarca stesso architettata, se stiamo alle parole di Muzio Sforza, il quale dedicando a lui le sue Elegie sacre stampate in Venezia nel 1588. gli dice: Quo ingenti acumine polleas, superbissimæ sacrarum ædium machinæ, ac tuæ domus mirifica œconomia ac structura, tua instructione, velut optimi architecti, exædificata, testantur. Nam ædificandi magnificentia ne ipsis quidem Imperatoribus Romanis cedis. Un cortile v’è di bella simmetria, di statue, bassirilievi, iscrizioni, vasi, ed altre anticaglie nobilmente fornito; e fra esse s’ammirano le due famose statue colossali di Marco Agrippa e d’Augusto; la prima delle [p. 246 modifica]quali nella Descrizione del Levante del Pococke va intagliata in rame (Description of the East. London 1743. T. II p. 212. Tab. p. 97.). Altri di que’ monumenti ne’ libri a stampa di varii illustrati s’incontrano, specialmente di Stefano Vinando Pighìo, dello Spon, del P. Montfaucon, del Marchese Maffei, del Pococke, del Bocchi, del P. Paciaudi, del Winckelmann, e d’altri. Le scale e le stanze abbondano di stucchi d’ottimo gusto, e di pitture a fresco di Giovanni da Udine, di Francesco Salviati, e di altri primarii artefici. Un libricciuolo recentemente stampato di tutto ciò dà l’indicazione, ma leggiermente; di modo che muove maggiore curiosità di farne conoscenza. Medaglie antiche il Patriarca n’ebbe in grandissima copia, e perciò da Enea Vico potè con ragione scriversi d’una medaglia di Cesare: Nummus hic, præter ceteros complures conspicuos, apud humanissimum liberalissimumque, & in omni genere veterum signorum ditissimum principem, Ioannem Grimanum Aquileiensem Patriarcham, tum doctrinæ, tum virtutis ac pietatis laude nemini secundum, habetur. (C. Iul. Cæsar. Numismata p. 38.). E di medaglie non solo, ma di altre antichità ancora quanto grande raccoglitore fosse, così altrove lo attesta: Ma il Reverendissimo Mons. Giovanni Grimani Patriarca d’Aquileia, Signor d’alto governo e di molta prudenza, e non meno illustre per le ottime e reali virtù sue, che chiaro per nobiltà di sangue e di dottrina sacra, tanto stupisce ogni dì più del valore degli antichi, che per riavere i frammenti dell’antichità che già furono del morto suo fratello Cardinale (Marino) diede tre mila scudi: delle quali la maggior copia fu di medaglie e di preziosi cammei di tanta rara e suprema bellezza, che per il Museo di questo magnanimo Signore si può largamente [p. 247 modifica]giudicare la eccellenza e ricchezza dell’età de’ Gentili. (Discorsi sopra le medaglie degli antichi. Ven. 1555. p. 53.) Il Vico medesimo, il Goltzio, ed altri non poche medaglie citano distintamente, state loro comunicate dall’illustre posseditore. Di cammei incomparabile tesoro egli ne adunò; sapendosi che il celebre Senatore Peiresc non dubitò di affermare d’averne presso lui veduti trecento di rari. (Gassendi, Viri illustris Nicolai Claudii Fabricii de Peiresc, senatoris Aquisextiensis, vita, p. 33. ed. Hag. Comit. 1651.): de’ quali un insigne avanzo trovavasi nell’armadio, ovvero scrigno di ebano, sparsamente con essi adornato, in una Sala del Consiglio de’ Dieci; ed il Pignoria nelle annotazioni alle immagini degli Dei del Cartari ne riferisce non pochi. Libreria vi aveva ricca di testi a penna, conservati in buon numero anche sino al tempo del P. Montfaucon e di Apostolo Zeno, che gli hanno ricordati con lode (Diarium italicum, p. 39. Lettere di Apostolo Zeno, T. I. p. 28. 34. ec.). Non è pertanto da farsi maraviglia veruna, se per conoscere tante rarità con agio e diletto Enrico III. Re di Francia ed Alfonso II. d’Este Duca di Ferrara nell’anno 1574. un intero giorno a considerarle vi hanno impiegato, e ne rimasero pieni di ammirazione (Sansovino, Venetia citta nobilissima et singolare, p. 138. t.).
  33. [p. 247 modifica](131) Isabella figliuola di Giovanni I. Re di Portogallo passò in matrimonio con Filippo il Buono Duca di Borgogna l’anno 1429, e morì nel 1472. (Genealogies Historiques des Maisons Souveraines, T. IV. p. 32.). Il pittore Giovanni Memmelinck è già noto per quello che altrove di lui s’è detto.
  34. [p. 247 modifica](132) Alberto van Ouwater di Harlem, che fiorì intorno alla metà del Secolo quindicesimo; di cui scrive il Baldinucci, con la guida del Van Mander, ch’era concetto ed opinione universale fra’ [p. 248 modifica]pittori che operavano nel 1600, che egli fosse stato il primo che oltre a’ monti e ne’ Paesi Bassi avesse dato cominciamento al bel modo di far paesi. (Dec. VI. P. II. Sec. III. p. 15. T. IV.).
  35. [p. 248 modifica](133) Le varie citazioni di carte numerate, che fa l’autore descrivendo le pitture del Card. Grimani, mostrano che opera maggiore sopra cose di disegno egli aveva composta; alla quale la Notizia presente ha relazione.
  36. [p. 248 modifica](134) Giovacchino Patenier di Dinant nel Liegese, che riuscì felicemente ne’ paesaggi, vissuto sul cominciare del secolo decimosesto, e commendato per distinto merito presso il Baldinucci (Dec. II. Sec. IV. T. IV. p. 228.).
  37. [p. 248 modifica](135) Comunemente è cognominato Boss. Fu vecchio pittore, nativo di Bois le Duc nel Brabante, e sebbene de’ primi che trattassero la pittura ad oglio, riuscì alquanto più morbido degli altri. Applicossi sovente a rappresentare terribili e mostruosi soggetti, e come scrive il Lomazzo (Lib. VI. Cap. 26. p. 350.) nel rappresentare strane apparenze e spaventevoli ed orridi sogni fu singolare e veramente divino. Stanno perciò nel suo carattere li tre quadri qui riferiti: anzi l’Inferno di sua mano è cosa solita a trovarsi (Vander Mander presso il Baldinucci Dec. III. P. I. Sec. IV. T. V. p. 8.). Opere due di lui si veggono in una stanza che serviva già al tribunale de’ Capi del Consiglio de’ Dieci.
  38. [p. 248 modifica](136) Non più inteso è il nome di Iacopo di Barberino fra li pittori Veneziani, ed al solo anonimo nostro se ne deve quel poco che di lui ora si sa. Da ciò può farsi nuovo argomento, che de’ vecchi pittori nostri piena notizia non abbiamo, nemmeno da’ principali scrittori che ne hanno trattato. Alcuni esempi in confermazione di [p. 249 modifica]questo sentimento non fia discaro l’addurre. Di certo Perenzolo, che nel 1335. era già morto, ed aveva lasciato disegni ed intagli, d’un Marco pittore, e d’un Paolo parimente pittore, allora viventi, che avevano disegnato per arazzi, ed il primo aveva anche fatte finestre di vetro con pitture, si hanno notizie in alcuni Ricordi d’Oliviero Forzetta Trevigiano pubblicati dall’eruditissimo Canonico Avogaro nel Trattato delle Monete di Trevigi (p. 151.). Non sembra questo Paolo diverso da quello che ha una tavola di buon lavoro nella sagrestia di S. Francesco di Vicenza con la leggenda MCCCXXXIII. Paulus de Venetiis pinxit hoc opus (Valle sopra il Vasari T. XI. p. 108.); nè da quello che il Zanetti trovò aver ricevuto pagamento per una pittura fatta in Venezia nel 1346. (Della pittura veneziana, p. 16. sec. ed.); nè finalmente da quello che fece una pittura nella Basilica di S. Marco, riferita dal Lanzi (T. II. P. I. p. 4.). Nella terra di Sant’Arcangelo, presso li Frati Minori Conventuali un grande trittico si conserva, con nostra Donna nel mezzo e varii Santi alle bande, e queste parole MCCCLXXXV. Iachobelus de Bonomo Venetus pinxit hoc opus. Nella terra di Verrucchio, presso gli Agostiniani una Croce v’ha, alta circa quattro palmi, molto ornata, con Gesù Cristo dipintovi e li simboli dei quattro Evangelisti nelle testate, e scrittovi MCCCCIIII. Nicholaus Paradixi Miles de Veneciis pinxit & Chatarinus Sancti Luce inaxit. Sonomi note queste due pitture, per avermele cortesemente indicate il Sig. Ab. Gaetano Marini, amico mio pregiatissimo, e uomo di quella grand’erudizione e gentilezza singolare che a’ letterati è ben nota. Andrea Amadio non va dimenticato, quando pure altro fatto non avesse, che dipingere l’Erbario famoso di [p. 250 modifica]Benedetto Rino, opera dell’anno 1415, manoscritta nella Regia Libreria di San Marco; in cui le erbe essendo con sì maravigliosa bravura al naturale rappresentate, ut natas paginis illis suis, non effigiatas credas, come disse Pandolfo Collenuccio, che lo vide tre secoli fa in una nostra speziaria (Pliniana defensio Pandulphi Collenucij Pisaurensis iurisconsulti aduersus Nicolai Leoniceni accusationem, Cap. 3.), l’autore nella prefazione ebbe a scrivere: Non parvo mihi collato favore pro huius operis complemento in designatione formæ primæ Simplicis cuiusque per Magistrum Andream Amadio Venetum pictorem sublimem &c. Un Brancaleone pittore Veneziano poco dopo la metà del secolo quindicesimo andò a farsi onore nell’Abissinia (Bruce, Voyage en Abyssine, T. III. p. 161.). Giovanni Boldù gettatore di medaglie nel secolo medesimo in tutte quelle che Apostolo Zeno vide è detto Pictor & ζωγράφος; (Lettere di Apostolo Zeno, T. VI. p. 327. sec. ed.). Non dubito che altri non ve ne siano; massimamente osservando che il solo Sansovino nella Descrizione di Venezia tratto tratto presenta più nomi di pittori per anco ignoti, sopra li quali facendo ricerca, curiose notizie trovar si potrebbero.
  39. [p. 250 modifica](137) Alberto Durero ci viene mostrato in Venezia nell’anno 1506. da alcune sue lettere scritte in idioma Tedesco a Bilibaldo Pircheimero, e pubblicate dal ch. Sig. de Murr nel Giornale Tedesco delle Arti e di Letteratura (T. X. p. 1. e seg.). Da esse raccogliesi che in questo soggiorno egli dipinse la tavola d’altare nella Chiesa di San Bartolommeo; la quale secondo il Sansovino (Venetia citta nobilissima et singolare, p. 48. t.) era di bellezza singolare per disegno, per diligenza, e per colorito. Questa pittura suggeriva il Doni a Simone Carnesecchi fra le belle e rare cose da vedersi in Venezia, scrivendogli non, come fu corrottamente [p. 251 modifica]impresso nelle Lettere pittoriche T. III. p. 238: La storia di Tiziano (uomo eccellentissimo). In palazzo la facciata della casa dipinta da Alberto Duro: in San Bartolommeo ec. ma, come nell’edizione originale delle Lettere del Doni, fatta in Venezia dal Marcolini l’anno 1552, si legge a carte 185: L’istoria di Tiziano (uomo eccellentissimo) in Palazzo, la facciata della casa dipinta dal Pordenone sopra il Canal grande, una tavola d’altare d’Alberto Duro in San Bartolommeo ec. Di questa medesima palla facilmente è da intendersi Alberto quando scrive in una di quelle Lettere: La ho fatta bella a questi pittori che dicono che io sono ben bravo per l’incisione, ma che non so maneggiare li colori. Ognuno dice di non aver mai veduti colori sì belli (p. 28.). Del modo di vivere che teneva in Venezia ragguagliando l’amico dice: Molti de’ miei amici Italiani mi avvertono di non andare a bere nè a mangiare con questi pittori. Molti di essi sono miei nemici, e cercano di copiare le mie opere nelle chiese e dovunque le trovano: ma nonostante le censurano dicendo che non sono fatte sul gusto antico, e che in questo io non ho abilità. Gian Bellino però mi ha fatti grandi elogii presso la Nobiltà. Egli desiderava di avere qualche cosa di mia mano, e perciò venne a pregarmi di fargli qualche cosa, che me l’averebbe pagata. Ognuno mi assicura che è un gran galantuomo, e perciò gli voglio bene. Egli è già assai vecchio; ma nonostante è il migliore de’ pittori. Ciò che undici anni fa mi piacque tanto ora più non mi piace; nè l’avrei creduto ad altri, se non lo avessi veduto io medesimo. Vi faccio anche sapere che vi sono dei pittori assai migliori di Maestro Giacomo, il quale è fuori: e pure Antonio Kolb avrebbe giurato che non vi fosse al mondo un pittore più bravo di Giacomo. Gli altri lo deridono, e [p. 252 modifica]dicono che se fosse buono da qualche cosa, non abbandonerebbe il mestiere (p. 8.). Qui dà indizio Alberto di essere stato in Venezia anche undici anni prima: il che aveva oscuramente detto anche il Sandrart (Theatr. Art. Pict. p. 217.). Ci sarebbe venuto una terza volta per reclamare contro la falsificazione di sue stampe della Passione fatta da Marcantonio, se vera fosse la narrazione del Vasari nella Vita di questo. Ma l’Heinecken (Dictionnaire des artistes, Tom. I. p. 296.) ed il Murr (Cabinet de Praun, p. 88.) non ci prestano fede, e vi muovono sopra forti dubbii. Il prospetto di Venezia intagliato in legno, che porta l’anno 1500, ed opera di Alberto si soleva riputare, ora non dovrebbe esservi chi ad altri non lo attribuisse, leggendo le savie riflessioni dell’Algarotti in una lettera al fratello suo (Opere, T. VIII. p. 218. ed. Ven. 1792.). Non leggiero argomento di confermazione ora s’aggiunge dalla mancanza di ogni indicazione di esso prospetto nel catalogo copioso, quanto altri mai si vegga, delle carte da Alberto intagliate o in rame, o in legno, esistenti nella Galleria di Paolo de Praun in Norimberga, pubblicato con un’opera interessante dal Sig. Cristoforo Teofilo de Murr, intitolata, Description du Cabinet de Monsieur Paul de Praun a Nuremberg. Nuremberg, 1797. in 8.
  40. [p. 252 modifica](138) Oltre Gerardo Vander Meire, di cui nell’annotazione seguente, vi è stato un Gerardo di Harlem, cognominato da San Giovanni, scolare di Alberto van Ouwater, il quale dipinse in sua patria una chiesa, ed altre opere vi fece, che mossero Alberto Durero a vederle, e sì fattamente lo appagarono, che confessò dover egli essere stato dalla natura formato pittore; tanto più che vissuto era venti otto anni soltanto (Sandrart, [p. 253 modifica]Academia picturae eruditae, P. II. Lib. III. p. 204. Baldinucci, Dec. IX. P. II. sec. III. T. IV. p. 96. Descamps, La vie des peintres flamands, allemands et hollandois, T. I. p. 10.). Fuvvi anche Gerardo Horebaut di Gant, il quale ebbe grande riputazione, e fu nominato suo primo pittore da Enrico VIII Re d’Inghilterra (Baldinucci, Dec. I. P. I. Sec. III. T. III. p. 62. Descamps, T. I. p. 77.).
  41. [p. 253 modifica](139) L’esimio Codice qui dinotato, contenente il Breviario Romano, è cosa di tanto merito, che non è da maravigliarsi, se il Cardinale Domenico Grimani lo acquistò al grande prezzo di cinquecento zecchini, lo tenne sempre carissimo, e volle che dopo la sua morte passasse nelle mani del Patriarca d’Aquileia Marino suo nipote, ed alla mancanza di questo venisse in potere della patria perpetuamente serbato; siccome nel sunto del testamento di lui, riferito da Marino Sanudo, vedesi espresso. S’invaghì di averlo presso di se per tutto il tempo di sua vita il Patriarca Giovanni Grimani, che a Marino sopravvisse; e con licenza della Signoria lo ebbe, facendolo poi ad essa consegnare, quando già era vicino a finire la vita. Insieme con le preziose anticaglie alla Repubblica diede egli ancora l’armadio, ovvero scrigno di ebano, ornatissimo di cammei e di pietre preziose poc’anzi accennato: e fu questo allora messo nella Libreria di San Marco, collocatovi dentro il Breviario, come in una custodia a tanta preziosità conveniente. Di fatti nell’anno 1604. il Canonico Giovanni Stringa riproducendo la Descrizione di Venezia del Sansovino, e facendovi le opportune correzioni, e l’uno e l’altro indicò come nella Libreria riposti, e del Breviario così scrisse: In questo scrittoio, ovvero studiolo nobilissimo si custodisce tra le altre cose un nobilissimo Breviario, lasciato già per testamento da [p. 254 modifica]Domenico Grimani Cardinale alla Signoria. Egli si trova scritto a mano di carte pergamine 831, con la sua coperta d’argento tutta dorata, e di molte figure miniate con diligentissima maniera ornata, che rappresentano istorie della Sacra Scrittura. Ha le sue coperte di velluto cremesino, con un friso attorno di argento dorato, e con gran diligenza lavorato. Da una delle parti di fuori vi è una medaglia d’oro con l’effigie del detto Cardinale, con queste parole scritte in oro di sopra Dominici Cardinalis Grimani ob singularem erga patriam pietatem munus ex testamento patriæ relictum. E dall’altra parte si trova una medaglia pur d’oro, nella quale vedesi impressa l’effigie di Antonio Grimani Doge, con l’inscrizione sopra delle seguenti parole Quod munus Antonius Princeps & pater cum ad superos esset revocatus approbavit. Fu questo Breviario, dopo la morte di esso Cardinale, che seguì in Roma, ritrovato appresso lui insieme con molte sue spoglie; e si sarebbe senza dubbio smarrito: ma la diligenza di Giovanni Grimani Patriarca di Aquileia fu tale e tanta, che senza perdonare a spesa, nè a fatica alcuna, operò sì, che lo ricuperò. Onde la Signoria fece grazia a lui che lo potesse godere per tutto il tempo della sua vita: e però essendo venuto a morte l’anno 1592, è tornato in mano di lei insieme col detto scrittoio, donatole dal predetto Patriarca. E’ adunque degno d’esser annoverato tra le cose notabili il detto Breviario, poichè egli è di grandissimo e inestimabil valore, così per l’esquisita diligenza che s’è usato nel farlo, come perchè non si trova cosa simile in altro luogo, e sebben sono molti anni che è stato fatto, è stato tuttavia con tanta accuratezza custodito, che il tempo non gli ha fatto nocumento alcuno. Dalla Libreria fu il Breviario trasportato nel Tesoro della Basilica di San Marco: ma [p. 255 modifica]sì, per soverchia gelosia, alla migliore sua conservazione fu male proveduto. Veramente per conto delle miniature è questo libro d’ogni grand’estimazione degnissimo; perciocchè sono esse in copia maggiore di quella che senza vederle si crederebbe, e di squisito gusto. Li dodici mesi, li misterii principali della Religione, li fatti più ragguardevoli della vita di Gesù Cristo e della Vergine Maria, li Santi avuti in maggior venerazione dalla Cristianità vi sono rappresentati con carte miniate di tutta la grandezza del volume, ch’è in forma di picciolo foglio, parlando relativamente a libri stampati. Lettera iniziale non v’ha, che più o meno adorna non sia di figurine, e dorata. Il margine laterale d’ogni facciata è di fogliami, alberi, fiori, frutti, animali, tempietti, rabeschi e cose simili riempito. Ma la correzione del disegno, l’armonia della composizione, la naturalezza dell’espressione, il vivo del colorito, e tutto ciò che può mai contribuire alla perfezione di sì fatti lavori spicca singolarmente nelle miniature dei dodici mesi: tutto peraltro, più o meno, secondo la bravura de varii artefici che vi furono adoperati, è felicemente condotto. Non se ne saprebbero di questi li nomi senza gl’indizii dell’anonimo nostro, il quale scriveva in tempo da averne fondatamente contezza; ed a lui concilia fede anche la forma delle fabbriche, dei vestiti, e dei costumi, che mostra l’opera tutta Fiamminga dal principio alla fine. Quanto alli tre miniatori che nominati vediamo; Giovanni Memmelinck è abbastanza conosciuto per ciò che altrove ne ho scritto. Gerardo da Gant sembra non esser altri, che Gerardo van der Meire, di cui ci fanno sapere il Baldinucci (Dec. I. P. I. Sec. III. T. III. p. 62.) e il [p. 256 modifica]Descamps (T. I p. 15.) ch’egli nacque a Gant, che fu uno de’ primi pittori ad oglio dopo Giovanni da Bruges, che le opere sue hanno finitezza di lavoro, bel colorito, e sopra tutto disegno corretto. Non citano però di lui, sennon un quadro rappresentante Lucrezia Romana, anche a’ moderni tempi in Olanda conservato. Livieno d’Anversa è sconosciuto artista, benchè non dovrebbe esserlo anche per le sole fatture sue di questo Breviario. Potrebbe però il nome di lui essere dall’anonimo stato scambiato, e doversi intendere ovver Ugo d’Anversa, che fece una tavola in Santa Maria Nuova di Fiorenza, riferita dal Vasari (Introduz. Cap. XXI.) e dal Baldinucci (Dec. IV. P. II Sec. III, T. IV. p. 18.); ovvero Livieno de Witte da Gant, di cui il Baldinucci, ricopiando il Van Mander, scrive che fu buon pittore, e che intese molto la prospettiva e l’architettura, ed opere di lui accenna (Dec. I. P. I. Sec. III. T. IV. p. 63.).
  42. [p. 256 modifica](140) La famiglia Ram è Spagnuola, di cui fuvvi Domenico Cardinale creato da Papa Martino V; e Gasparo e Domenico veggonsi annoverati fra gli scrittori da Niccolò Antonio nella Biblioteca Spagnuola Nuova. Giovanni forse per oggetto di mercanzia a Venezia s’era trasferito; dove si raccoglie che magnifica abitazione teneva.
  43. [p. 256 modifica](141) Chiamandosi Ruggiero pittore antico, e dicendosi il ritratto fatto nell’anno 1462; conviene intendere Ruggiero da Bruges allievo di Giovanni da Bruges, molto corretto e leggiadro artista, di cui altra pittura presso Gabriele Vendramino più innanzi è riferita; non già Ruggiero vander Weide da Bruxelles, del quale il Van Mander, seguito dal Baldinucci e dal Descamps, fissa la morte all’anno 1529, nel fiore dell’età sua succeduta.
  44. [p. 257 modifica](142) Dell’immortale Tiziano, e dell’opere sue tanto è già stato detto, che da aggiungervi quasi nulla rimane; di maniera che deve aversi cara la notizia di quest’opera di lui, e d’altre da’ principali scrittori non ricordate. Grande curiosità aveva mosso al Mariette il titolo di un Breve Compendio della Vita del famoso Tiziano Vecellio di Cadore Cavaliere e Pittore, con l’Arbore della sua vera consanguinità, stampato in Venezia nel 1622. in 4; e perciò ne faceva egli sollecitamente ricerca, sperando di trovarvi particolari notizie (Lettere pittor. T. II. p. 237.). Ho io al presente sotto gli occhi questo rarissimo libricciuolo, e veggo ch’è cosa da non poterne trarre grande profitto. Un Tiziano Vecellio pittore, che viene ad essere terzo di questo nome in quella famiglia, dopo il grande Tiziano, e che fu detto ancora Tizianello, facendone la dedicazione a Madama d’Arundel Surrey, moglie dell’illustre Conte Tommaso raccoglitore de’ Marmi eruditi di Oxford, dell’autore dice soltanto ch’egli fu un gentiluomo studioso delle opere di Tiziano: non era però costui uomo da trattar bene l’argomento. Diede fuori alquante buone notizie per verità: ma il Ridolfi se ne prevalse affatto, e in lume migliore le ha collocate. Un passo notabile intorno a’ possessori d’opere di Tiziano in quel tempo è questo: Non fu Prencipe, Capitano, o virtuoso Signore di pregio nel suo tempo, che non volesse, e pregiasse essere da lui ritratto, e che non procurasse con somma diligenza e riguardevole dispendio d’abbellire li suoi Studii con l’opere di lui: con quali particolarmente si vede ornata la nobilissima casa dell’Illustrissimo Sig. Zorzi Contarini dalli Scrigni, rifugio vero de’ virtuosi pittori; siccome lo Studio dell’Illustrissimo Sig. Andrea Vendramino, amatore della [p. 258 modifica]virtù medesima; ed anco lo Studio dell’illustre Sig. Bortolo dalla Nave adornato di Ritratti e di bellissimi Quadri di propria mano del suddetto Tiziano, che sono d’infinito valore: ancora nello Studio dell’illustre Sig. Daniele Nis, amatore della pittura e delle altre virtù, vi si vedono cose bellissime di mano di Tiziano: è parimente ornata la Casa dell’illustre Sig. Bartolommeo Genova di bellissime opere dell’istesso, oltre molte altre nella città. Gli Studii e palagi della Spagna, Francia, Germania, Fiandra, e particolarmente dell’Inghilterra, dove al presente regna grandissima dilettazione della pittura e scoltura, sono adorni tutti dell’opere di questo immortal pittore; come appresso l’Altezza del Serenissimo Prencipe di Waglia figliuolo di Sua Maestà della Gran Bretagna, dell’Illustr. ed Eccell. Sig. Marchese di Buchingan Gran Consigliero di S. M. Cavaliero del regio Ordine della Giaretiera Gran Maestro di Cavalli della Maestà suddetta e Grande Ammiraglio del regno, ed anco appresso l’Illustr. ed Eccell. Sig. Marchese Hamilton Gran Consigliero di S. M. Prencipe di Sangue Scozzese, dell’Illustr. Sig. Conte di Pemburch Gran Consigliero di S. M. Cavaliero dell’Ordine regio della Giaretiera e Gran Cameriero, e particolarmente appresso l’Illustriss. ed Eccell. Sig. Conte d’Arundel Surrey ec. Gran Consigliero della Maestà della Gran Bretagna, Cavaliero del regio Ordine della Giaretiera e Gran Maresciallo del regno, nato della nobilissima ed antichissima prosapia delli Howard, ricetto vero e liberalissimo Prencipe a’ virtuosi pittori e scultori. Vi si vede di mano del suddetto, oltre molti altri quadri, Lugrezia Romana sforzata da Tarquinio, dove si contempla la protervità di costui, la renitenza di lei, e il dolor infinito, con il quale involontariamente soggiace alle sue voglie; e il ritratto del Duca di Borbone,  [p. 259 modifica]opere di somma eccellenza. V’è al principio un ritratto di Tiziano della grandezza del libro, intagliato in rame con stile franco da Odoardo Fialetti Bolognese, che a quel tempo d’incisione e di pittura con applauso in Venezia lavorava. E’ stato alquanto corrivo il Liruti negli Scrittori Friulani (T. II. p. 298.) coll’assegnare opere di letteratura a Tiziano. E prima, sull’autorità del March. Maffei, (Esami di varj autori sopra il libro intitolato L’eloquenza italiana di monsignor Giusto Fontanini, p. 48.) d’un’Epitome del Corpo umano lo fece autore, e questa disse ch’è forse la maggiore delle opere sue; benchè poi dubitasse se di Tavole annesse all’Anatomia del Vesalio, supposte di Tiziano, il Maffei vada inteso. E veramente sembra che d’altra opera il detto del Maffei non si debba intendere, sennon dell’Epitome Anatomica, o della grand’opera de Humani Corporis Fabrica del Vesalio; trovandosi già e dall’Orlandi nell’Abecedario, e da altri riferita la tradizione che per l’edizione dell’Epitome fatta da Oporino in Basilea nel 1542, e dell’opera grande nell’anno seguente, le figure da Tiziano venissero disegnate. Ma che queste fossero disegnate da un Giovanni di Calcar, città del Ducato di Cleves nella Fiandra, lo dissero chiaramente il Vasari scrivendo di Marcantonio e di Tiziano, che maestro fu di quel Giovanni, ed il Baldinucci (T. V. p. 194. ed. mod.), ambedue li quali di undici Tavole ciò affermano; ed il Sandrart ancora, senza però dirne numero veruno, lo stesso asserisce (Theatr. Art. Pictor. p. 232.). Ma ogni incertezza sull’autore di quelle stimatissime Tavole svanisce, qualora si sappia che volendo il Vesalio da principio darne fuori sei, per ovviare all’inconveniente che correva di ricopiare male alcune di esse a penna, nell’anno 1538. le fece [p. 260 modifica]intagliare in legno dal suddetto artefice, ch’egli chiama Giovanni Stefano, e qualifica per insigne pittore di quel tempo; e vi aggiunse le opportune dichiarazioni. Rem prælo commisi, atque illis tabellis alias adiunximus, quibus meum σκέλετον nuper in studiosorum gratiam constructum Ioannes Stephanus, insignis nostri sæculi pictor, tribus partibus appositissime expressit. Così il Vesalio dedicando quelle sei Tavole a Narciso Partenopeo Medico Cesareo con Lettera sparsa di belle notizie, da Padova il dì primo Aprile 1538. Nella terza poi di esse, contenente lo scheletro umano dalla parte deretana veduto, in un cartello stampato si legge Imprimebat B (Bernardinus) Vitalis Venetus sumptibus Ioannis Stephani Calcarensis. Prostant vero in officina D. Bernardi. A. 1538. Appena per fama sono conosciute queste rarissime Tavole, impresse in gran foglio, accennate per altro dal Vesalio medesimo nella Lettera all’Oporino premessa all’opera grande, e dall’Haller, che mai non potè vederle, nella Biblioteca Anatomica sopra quel solo indizio registrate (T. I. p. 181.). Degna cosa pertanto fece il Dottore di Medicina Antonio Fantuzzi, che l’anno 1790, un bell’esemplare di esse alla Libreria di San Marco per testamento ne ha lasciato. Ora confrontando queste Tavole con le altre dell’Epitome e dell’opera grande del Vesalio, chiaramente si vede che l’artefice in tutte e tre le opere è lo stesso. Cosa poi sia un Liber Anatomicus cum epigraphe Titianus invenit & delineavit, Dominicus de Bonavera sculpsit Tr. folio, absque anno, meræ figuræ, riferito dall’Haller (Bibl. Botan. T. II. p. 740.), lo dicano quei che vedere lo possono; avendolo io indarno cercato. Osservo però che nella Serie degl’Intagliatori di Giovanni Gori Gandellini [p. 261 modifica]T. I. p. 158. di questo Bonaveri si dice ch’egli intagliò di nuovo le Anatomie di Tiziano; ma si fa artista del prossimo passato secolo, e così pare che sia il libro una riproduzione delle Tavole Vesaliane. Dinota il Liruti come scritti da Tiziano tre Epigrammi Latini in lode d’Irene da Spilimbergo, impressi in Venezia nel 1561, in una raccolta di poesie Volgari e Latine su quell’argomento da Dionigi Atanagi pubblicata; e con lui Monsignor Bottari s’accorda in un’annotazione sulla Vita di Tiziano dal Vasari scritta; ma di questi, perciocchè nel secondo somma lode a Tiziano è data, Apostolo Zeno dubitò ch’egli ne fosse l’autore (Esami di varj autori sopra il libro intitolato L’eloquenza italiana di monsignor Giusto Fontanini, T. II. p. 101.). Io però senza esitare punto affermo, che sono essi d’altro Tiziano Vecellio, del pittore nipote, autore di un’Orazione stampata in Venezia nel 1571. in 4. la quale fu pure a torto spacciata dal Liruti come opera del pittore, e porta il titolo seguente Titiani Vecellii Equitis pro Cadubriensibus ad Sereniss. Venetiarum Principem Aloysium Mocenicum Oratio habita VI. Kal. Ian. MDLXXI. pro magna navali Victoria Dei gratia contra Turcas. Di questo Tiziano ebbe chiara contezza lo stesso Liruti, che ne scrisse di poi, e segnatamente lesse presso Tommaso Porcacchi nell’Isolario stampato per la prima volta nel 1572. queste parole (p. 8.): Vive un altro Cavalier Tiziano Vecellio il giovane, pur da Cadore, figliuolo del valoroso e magnanimo Vecellio Vecelli; il qual Tiziano ornato di belle lettere e di soavi costumi, riesce in questa sua verde età molto eloquente e savio ec. Buone notizie ha prodotte il Liruti sopra questo Tiziano giuniore: ma in una comparsa molto più bella avrebbe potuto metterlo certamente, se [p. 262 modifica]li suoi Versi Latini inediti avesse veduti; i quali non in grande numero sono, ma di squisita eleganza, e ad imitazione di Catullo felicemente condotti. Questi io vidi per gentilezza singolare dell’ornatissimo Sig. Abate Mauro Boni, che in iscrittura autografa li possiede; e fra essi li tre epigrammi suddetti in morte d’Irene vi ho trovati; l’ultimo de’ quali nella stampa mancante di un terzo distico fu dato fuori per inavvertenza. Non si può nemmeno ora da chi legga questi componimenti lasciare di dire con Romolo Vespaso, presso il Liruti:

    Vecellum patriæ patrem Cadubri
    Quis neget celebrem magis futurum,
    Eius si endecasyllabi ederentur?

  45. [p. 262 modifica](143) Non è nuovo presso gli Scrittori di cose del disegno il nome di Gabriele Vendramino. Il Serlio alla fine del terzo libro dell’Architettura provoca all’autorità di lui con queste parole: Ma se alcuno più invaghito delle ruine degli edificii Romani, che innamorato della saldezza di Vitruvio, mi volesse pure in ciò biasimare; piglieranno le arme per la difesa mia uomini di questa età pieni di giudicio e delle salde dottrine del principe dell’architettura; tra’ quali sarà in Venezia il Magnifico Gabriel Vendramino severissimo riprenditor delle cose licenziose, e M. Marcantonio Michele consumatissimo nell’antichità. Antonfrancesco Doni questa bella testimonianza intorno a lui ha lasciato: Messer Gabriello Vendramino gentiluomo Veneziano, veramente cortese, naturalmente reale, ed ordinariamente mirabile d’intelligenza, di costumi e di virtù. Essendo io una volta nel suo tesoro dell’anticaglie stupende, e fra que’ suoi disegni divini, dalla sua magnificenza raccolti con ispesa, fatica, ed ingegno,  [p. 263 modifica]andavamo vedendo le antiche sue cose rare unite (I Marmi del Doni, P. III. p. 40. ed. Ven. 1552.). E scrivendo a Simone Carnesecchi gli ricorda di vedere fra le rarità di Venezia lo Studio del Vendramino, a cui egli servidore si professa (Tre libri di lettere del Doni, p. 185. ed. Ven. 1552.). Enea Vico nelli Discorsi sopra le Medaglie degli antichi alcuna ne adduce presso lui veduta (Ediz. Ven. 1555. p. 88.): e parimente il Goltzio professa che dagli eredi di lui altre gliene furono comunicate (Ind. oper. inscript. C. Iul. Cæs. &c. Lib. I. Brugis 1563.). Fu il palazzo di questo erudito gentiluomo nella contrada di Santa Fosca, dal Sansovino (Venetia citta nobilissima et singolare, p. 144. t.) annoverato fra li più belli di Venezia: il quale, dic’egli, fu già ridotto dei virtuosi della città; perciocchè vivendo Gabriello, amantissimo della pittura, della scultura, e dell’architettura, vi fece molti ornamenti, e vi raccolse diverse cose dei più famosi artefici del suo tempo; perciocchè vi si veggono opere di Giorgione da Castelfranco, di Gian Bellino, di Tiziano, di Michel Agnolo, e d’altri, conservate da’ suoi successori. E nelle Cose notabili di Venezia dell’edizione 1565. pag. 21. I Vendramini da Santa Fosca hanno un bellissimo Studio, dove sono disegni di mano di tutti gli eccellenti uomini che sono stati e che sono ancor vivi. Quivi vedrete parimente rilievi e teste in gran quantità, di maniera che vi satisfarete assai. Di questo medesimo Studio va inteso lo Scamozzio, quando descrivendo li musei e le gallerie di Venezia nel 1615, scriveva: Il Studio che fu del Clarissimo Sig. Gabriele Vendramino, copioso di molte statue e petti e medaglie, e buona quantità di pitture, si serba sotto sigillo, fino a tanto che venghi in essere alcuno della famiglia che ne abbi diletto. (Idea della architettura universale, P. I. Lib. 3. Cap. 19.). [p. 264 modifica]Non s’ha però da confondere questo con altro Studio di Andrea Vendramino, come l’eruditissimo Doge Foscarini ha fatto (Della letteratura veneziana libri otto, p. 387.). L’uno dall’altro manifestamente distingue lo Scamozzio, dicendo nel citato luogo di quello d’Andrea: Il Clarissimo Sig. Andrea Vendramino a San Gregorio nella sua casa sopra Canal grande ha disposto due stanze, dove con triplicato ordine si ritrovano non poche statue, e cento quaranta petti di varie grandezze, e torsi, e bassirilievi, e vasi, e pietre nobili ed altre petrificate, e buon numero di medaglie antiche, e sette statue del Vittoria in un suo scrittorio d’olivo ed ebano, e forse centoquaranta quadri grandi e piccoli di buone pitture. Di questo museo fuvvi presso Alberto Bentes un Indice in sedici volumi contenuto nel Catalogo a stampa de’ libri suoi così dinotato: Museum Illustr. Domini Andreæ Vendrameni, artificiose & eleganter delineatum & depictum, addita descriptione, XVI. voluminibus, thecæ affabre factæ inclusis constans (Foscarini, Della letteratura veneziana libri otto, p. 387.). Da questo Indice, che portava il contenuto di ogni volume, si può raccogliere che prodigiosa copia di cose rare il Vendramino possedeva. Il museo è in dispersione andato, e quale fine abbia fatto anche l’Indice neppure si sa. Trovo soltanto che nella Libreria Zalusciana di Cracovia v’è Codex chartaceus manu elegantissima exaratus, hac Latina insignitus inscriptione: De Libris Chronologiarum universalium, figuris di coloribus ornatis. De iconibus aeri & ligno incisis Alberti Aldogravii & aliorum pictorum insignium. De animantium, piscium, & avium cuiusvis generis forma & historiis. De plantarum & florum nobilium viridario. De mirandis Romanæ urbis vetustatibus, & aliis rebus visu delectabilibus, studio & summa curiositate repletis, & in Andreæ  [p. 265 modifica]Vendramini museo positis, anno Domini MDCXXXVII. Codex is complurimas habet picturas, cimelia illa Vendraminiana non illepide repræsentantes. (Janocki, Specimen catalogi codicum manuscriptorum bibliothecae Zaluscianae, 1752. p. 102.). Nel Museo Britannico ancora si riferisce esservi Andreæ Vendrameni Catalogus picturarum, annulorum, sigillorum Ægyptiorum &c. rerum naturalium & mineralium &c. 4. tomi, cum iconibus 1627. (Ayscough, A Catalogue of the Manuscripts preserved in the Britisch Museum &c. London 1782. T. II. p. 656.).
  46. [p. 265 modifica](144) Tacciono di questo Prete Vido Celere li principali scrittori tutti, che sopra gli artefici di disegno consultare si sogliono; ancorchè, oltre questa fattura, un libro di uccelli, un altro di pesci, e due di Antichità Romane presso Gabriele Vendramino vi fossero. Non saprei altra patria a lui assegnare, che Lovere, grossa terra del Bergamasco; di cui nativo fu Bernardino Celere stampatore in Padova nel 1478, in Trevigi negli anni 1480. e 1482, ed in Venezia negli anni 1478. 1480. 1483. e 1484; e dove nacque parimente Decio Celere, Filosofo e Medico di molta riputazione nel cominciare del passato secolo, ed autore di molte opere riferite alla fine del libricciuolo suo De Plutarchi Chæronei Vita, stampato in Padova nel 1627. in 8; il quale perchè è raro, appena fu noto a Fra Donato Calvi, quando nella Scena Letteraria degli Scrittori Bergamaschi di Decio ha scritto (P. I. p. 113.).
  47. [p. 265 modifica](145) Un bel passo intorno a Ruggiero v’è di Bartolommeo Facio nell’opuscolo altre volte allegato de Viris Illustribus, scritto l’anno 1456, e pubblicato dall’Ab. Mehus in Fiorenza l’anno 1745. (p. 48.), il quale perchè non si vede ne’ libri che di lui trattano, e qualche opera sua non [p. 266 modifica]conosciuta ci manifesta, qui mi piace di riportare: Rogerius Gallicus, Ioannis discipulus & conterraneus, multa artis suæ monumenta singularia edidit. Eius est tabula præinsignis Ienuæ, in qua mulier in balneo sudans, iuxtaque eam catulus, ex adverso duo adolescentes illam clanculum per rimam prospectantes, ipso risu notabiles. Eius est tabula altera in penetralibus Principis Ferrariæ, in cuius alteris valvis Adam & Eva nudis corporibus e terrestri Paradiso per Angelum eiecti, quibus nihil desit ad summam pulchritudinem: in alteris Regulus quidam supplex: in media tabula Christus e cruce demissu, Maria Mater, Maria Magdalena, Iosephus, ita expresso dolore ac lacrymis, ut a veris discrepare non existimes. Eiusdem sunt nobiles in linteis picturæ apud Alphonsum Regem eadem Mater Domini, renuntiata Filii captivitate, consternata, profluentibus lacrymis, servata dignitate, consummatissimum opus. Item contumeliæ, atque supplicia, quæ Chriſtus Deus noster a Iudæis pervessus est, in quibus, pro rerum varietate, sensuum atque animorum varietatem facile discernas. Bursellæ, quæ urbs in Gallia est, ædem sacram pinxit absolutissimi operis. Il quadro di Adamo ed Eva presso Lionello d’Este Marchese di Ferrara è riferito anche da Ciriaco d’Ancona in un Frammento pubblicato dall’Ab. Colucci nel tomo quindicesimo delle Antichità Picene (p. CXLIII.); ma sì scorrettamente, che appena senso se ne comprende. In altro luogo della citata operetta il Facio scrive di Ruggiero, e in tal modo da far credere ch’egli venisse in Italia, dicendo di Gentile da Fabriano: (p. 45.) Eiusdem est opus Romæ in Ioannis Laterani templo Ioannis ipsius historia, ac supra eam historiam Prophetæ quinque ita expressi, ut non picti, sed e marmore facti esse videantur; quo in [p. 267 modifica]re, quasi mortem præsagiret, seipsum superasse putatus est. Quidam etiam in eo opere adumbrata modo atque imperfetta, morte præventus, reliquit... De hoc viro ferunt, quum Rogerius Gallicus insignis pictor, de quo poſt dicemus, Iubilæi anno in ipsum Ioannis Baptistæ templum accessisset, eamque picturam contemplatus esset, admiratione operis captum, auctore requisito, eum multa laude cumulatum ceteris Italicis pictoribus anteposuisse. Ciò serve ancora a rendere più credibile l’opinione del Sig. Ab. Lanzi, che Ruggiero a Venezia venisse, e che opera sua debba tenersi un San Girolamo con due Sante, dipinto non sopra rovere Fiamminga, ma sopra abete de’ nostri paesi, con le parole Sumus Rugerii Manus; il quale quadro, serbato nella Casa Nani, dal Zanetti ad un qualche pittore nostro era stato attribuito.
  48. [p. 267 modifica](146) Michelino vecchissimo pittor Milanese già di cento cinquanta anni, e principale di quei tempi in Italia, come fanno fede le opere sue, e gli animali d’ogni sorte, ne’ quali fu stupendissimo, fece già in dipintura una bizzarria da ridere, la quale va ancora attorno accopiata; che veramente per essere bella, è degna d’essere raccontata. Così il Lomazzo nel Trattato della Pittura Lib. VI. Cap. 32. p. 359, dove questa pittura descrive. Altrove egli biasimò Michelino, perchè seguendo il vizio de’ suoi tempi facesse le figure grandi, e piccioli gli edifizii: ma in nessun luogo mostrando di conoscere ch’egli avesse dopo di se lasciato un libro di uccelli.
  49. [p. 267 modifica](147) Pietro di Giovanni Ruggiero Contarini col soprannome di Filosofo si distingue da altri dello stesso nome e della famiglia medesima, co’ quali fu contemporaneo, ed ebbe comune lo studio di lettere. L’abitazione sua nelle case presso la Misericordia, più vicine però al Monastero di [p. 268 modifica]Santa Caterina, era famosa per ornamenti di anticaglie: di che, oltre l’indicazione dall’anonimo qui data minutamente, ne fa testimonianza anche un epigramma intitolato così: In laudem domus antiquariæ Petri Contareni Philosophi Senatorisque Evangelista Bladarii Carmen. Questo io vidi già in un testo a penna della Libreria di una illustre famiglia Patrizia di Venezia; ed in essa ancora poesie Latine di questo medesimo Pietro ho vedute, che sono De incendio urbis Epigramma. Ad Marinum Sanutum Epigramma. Distichum ad Patriarcham. Un poema volgare, con versi latini frammessi, egli ha in un codice a penna della Regia Libreria di San Marco, il quale ha per titolo Christilogus Peregrinorum, ed è di sacro argomento e di profano ancora. Potrebbe egli ancora essere stato l’autore di due poemetti elegiaci che col solo nome Petri Contareni stanno inediti ne’ codici miei: de’ quali l’uno è intitolato In Andream Grittum Panegyris, e contiene la descrizione del ritorno trionfale di Andrea Gritti in Venezia l’anno 1517, dopo di avere ricuperato alla Repubblica lo Stato di Terraferma: l’altro col titolo De Regum Amicitia celebra la pace fra li Re di Francia e d’Inghilterra nell’anno 1521. conchiusa. E’ osservabile nel primo di questi componimenti che il Fondaco delli Tedeschi, di cui architetto si suole riputare Pietro Lombardo (Temanza, Vite dei più celebri architetti, e scultori veneziani, Lib. I. p. 90.), opera di Fra Giocondo è detto così:

    Teutonicum mirare forum, spectabile fama,
         Nuper Iucundi nobile Fratris opus.

    Il Sabellico scrive con onore del Contarini (Epistol. Lib. XII. p. 61. t. ed. Ven. 1502.): così pure Girolamo Squarciafico, indirizzandogli la Vita [p. 269 modifica]del Petrarca: e di lui sembra che intender si debba il Poliziano, quando uno di tal nome ne mette fra’ suoi amici, e lo dice non inelegantis ingenii virum (Epistol. ad Ludovic. Odax. Lib. III., & Miscellan. Cap. 22.). Altro Pietro di Giovanni Alberto Contarini lo commenda nel poema de Voluptate Argoa, impresso in Venezia l’anno 1541; ma quando già più allora egli in vita non era, siccome dalle cose che il Senatore Flaminio Cornaro adduce si viene a conoscere (Ecclesiae venetae antiquis monumentis nunc etiam primum editis illustratae ac in decades distributae, T. VIII. p. 21.).

  50. [p. 269 modifica](148) Descrivendo il Sansovino nell’anno 1581. li palazzi più belli di Venezia, scriveva: Sul campo de’ Crocicchieri è notando quello dei Zeni, ordinato sul modello di Francesco Zeno che al tempo suo fu gentiluomo intendente dell’architettura. (Venetia citta nobilissima et singolare, p. 143. t.). Di questo medesimo Francesco Zeno si serbava il ritratto nel cammeo da riferirsi poco più innanzi. Sussistono ancora in buono stato le tre case continuate, dette qui eleganti, dal Zeno ordinate con maniera Sansovinesca, nelle quali si sa che Andrea Schiavone e il Tintoretto vi avevano fatti belli ornamenti di pitture a fresco (Ridolfi, T. I. p. 230. T. II. p. 7.).
  51. [p. 269 modifica](149) Sembra che altri questo non sia, sennon il bravo artefice, di cui scriveva il Vasari: S’adopera ancora oggi ne’ cammei Gio. Antonio de’ Rossi Milanese, bonissimo maestro, il quale oltre alle belle opere che ha fatto di rilievo e di cavo in varii intagli, ha per l’Illustrissimo Duca Cosimo de’ Medici condotto un cammeo grandissimo, cioè un terzo di braccio alto, e largo parimente; nel quale ha cavato dal mezzo in su due figure, cioè S. E. e la Illustriss. Duchessa Leonora sua consorte, che ambidue tengono un tondo con le mani, dentrovi [p. 270 modifica]una Fiorenza. Sono appresso a questi ritratti di naturale il Principe D. Francesco, D. Giovanni Cardinale, D. Garzia, D. Ernando, D. Pietro, Donna Isabella, Donna Lucrezia, tutti figliuoli loro; che non è possibile vedere la più stupenda opera di cammeo, nè la maggior di quella (T. VII. p. 127.). E’ giudicato esso cammeo una delle opere più insigni dell’arte rinata dal ch. Ab. Lanzi (La Real Galleria di Firenze accresciuta, p. 116.) e dall’eruditissimo Gori; il quale intorno al Rossi ha raccolte le poche notizie restateci (Histor. Glyptograph. p. CLV. in tomo sec. Dactyliotheca Smithianæ).
  52. [p. 270 modifica](150) Di Luigi Anichini Ferrarese dal Vasari si sa che in Venezia di sottigliezza d’intaglio ed acutezza di fine ha le sue cose fatto apparire mirabili (T. VII. p. 125.). L’Aretino nel 1540. avendo da lui ricevuto l’impronto d’un suo intaglio, fatto allora in Ferrara, gli scrisse: Andrò nutrendo il giudicio, che io tengo nel disegno, con la maraviglia di cui è per pascerlo la impronta dello intaglio mirabile, che di Ganimede in sì bel lapis avete fatto: ma gran torto riceve sì nobile opra dallo acuto, che non è tale nella mia vista, che per lui si possa penetrare alla diligenza delle sue incomprensibili sottigliezze. (Lettere, Lib. II. p. 190. t.). E nel 1548. sì pienamente lo ebbe a commendare: Sebbene è debito di quel giudicio, che ognuno vuole che io abbi nelle diverse maniere del disegno, di fare libri in onore dell’arte vostra di così sottile intaglio, che veruna acutezza di vista lo penetra; dirò solamente che mentre considero le impronte delle gemme, degli ori, e dei cristalli lavorati dalle invisibili punte degl’istrumenti, di cui voi solo sete stato inventore; mi risolvo a concludere che, se io fusse pietra, nel vedere in sì fatte opere le moventi forme che io ci veggo, mi crederei che il visivo senso [p. 271 modifica]dei miei occhi converso in calamita tirasse a se di maniera la vivacità di quegli spiriti, con li quali esse respirano; che non altrimenti tornarei vivo , che se la natura mi avesse sparso nelle membra lo anelito della sua propria vita. (Lettere, Lib. IV. p. 181.). Trovasi un Francesco Nichino, o Anichino, Ferrarese intagliatore di gemme in Venezia posto ne’ migliori artefici del genere suo da Camillo Leonardo da Pesaro nel libro terzo, capo secondo dell’opera intitolata Speculum Lapidum scritta nel 1502, ed in Venezia l’anno medesimo stampata, ove dice: Claret Romæ hodiernis temporibus Ioannes Maria Mantuanus, Venetiis Franciscus Nichinus Ferrariensis, Ianuæ Iacobus, aliter Tagliacarne, Mediolani Leonardus Mediolanensis; qui adeo accurate ac laute effigies in lapidibus imprimunt, quod nihil addi, aut minui potest. Niccolò Liburnio nelle Selvette impresse l’anno 1513. in Venezia introduce Francesco Nichino da Ferrara a far mostra di una corniola da se intagliata. Antonio Musa Brasavola, celebre Medico Ferrarese, nell’opera che ha per titolo Examen simplicium medicamentorum, stampata dal Blado in Roma l’anno 1535., trattando della pietra stellata, e del lapislazolo, riferisce che Francesco aveva trovato modo di esprimere e rilevare una lucciola col ventre fiammante, profittando d’una vena d’oro del lapislazolo: Quoniam & lapislazuli aureas maculas habet apprime splendentes; ut viderim Ferrariensem sculptorem celeberrimum Franciscum Anechinum, qui in lapide lazuli cincidellam finxerat miro artificio, ut cauda accensa in fine videretur, nam in maculam auream terminabatur mirum artificis inginium. Non conoscono pertanto il Baruffaldi nelle Vite inedite degli artefici Ferraresi, e sì ancora il Canonico Crespi nelle annotazioni ad esse, [p. 272 modifica]ed il Mariette (Memorie degli intagliatori moderni in pietre dure, cammei, e gioje, p. 29.) sennon un Francesco detto Luigi Anichino intagliatore di gemme: ed il Cav. Vettori (Dissertatio glyptographica, p. 81.) come pure il Gori (Histor. Glyptogr. p. 257.) lasciano in dubbio, se due artefici Francesco e Luigi fossero, ovvero uno soltanto con diversi nomi chiamato. A me veramente pare che due fossero; perciocchè il Baruffaldi medesimo, appoggiandosi all’autorità di Marcantonio Guarini nella Vita della Beata Caterina Vegri, scrive che pervenuto Francesco alla decrepita età, rimasto pregiudicato nella vista, ed impotente a compiere alcuno di que’ minuti lavori, ne’ quali nella sua gioventù logorati aveva gli occhi, finì li suoi giorni l’anno 1545; laddove Luigi era ancor in vita tre anni dopo, siccome la lettera dell’Aretino sovrallegata lo mostra.
  53. [p. 272 modifica](151) Era usitatissimo presso li nostri gentiluomini l’esercizio della pittura; onde il Dolce nel Dialogo della pittura scriveva (p. 130. ed. Fior. 1735): E’ oggidì qui in Venezia Monsignor Barbaro eletto Patriarca d’Aquileia, Signor di gran valore e d’infinita bontà; e parimente il dotto gentiluomo M. Francesco Morosini; i quali due disegnano e dipingono leggiadramente; oltre una infinità di altri gentiluomini che si dilettano della pittura; tra i quali v’è il Magnifico M. Alessandro Contarini, non meno ornato di lettere, che di altre rare virtù.
  54. [p. 272 modifica](152) Cristoforo Solari, detto il Gobbo Milanese, famoso scultore ed architetto è posto dal Lomazzo nella Tavola dei nomi degli artefici, de’ quali le opere ha egli citate nel Trattato della pittura. Il Vasari ci fa sapere ch’egli lavorò nella Certosa di Pavia, e scolpì l’Adamo e l’Eva sulla facciata del Duomo di Milano, sempre con [p. 273 modifica]lode di esser uno de’ più valenti scultori Lombardi (T. IX. p. 376. T. X. p. 47). Il Gaurico sopra citato dice pur bene di lui; ma osserva che gli veniva rimproverato di rappresentare membra d’Ercole dove meno lo doveva: Sed & iure optimo laudatur in Boiis Christophorus Gobbius, in quo nisi unum hoc damnant, quod assuetus Herculeos artus imitari, eo quidem sæpissime paullo temerius utitur.
  55. [p. 273 modifica](153) Vittore Camelo, volgarmente detto Gambello, dagli scrittori principali intorno agli artefici nobili appena nominato si trova. Nientedimeno opere sue furono li dodici Apostoli di naturale grandezza scolpiti in marmo, nel Coro della chiesa di Santo Stefano di Venezia collocati, e dal Sansovino a lui attribuiti (Venetia citta nobilissima et singolare, p. 49. t.); dal quale ancora si riferiscono come lavori suoi li due quadri di bronzo di mezzo rilievo, qui dinotati, nel sepolcro di marmo posto in aria di Briamonte Capitano illustre, nell’uno de’ quali è una battaglia pedestre, e nell’altro una a cavallo, scolpite da Vittorio Gambello (p. 95. t.). Fec’egli anche lavori di conio, ed Enea Vico primo lo mette fra gli artefici in sì fatto mestiere eccellenti (Discorsi di M. Enea Vico, Parmigiano, sopra le medaglie di gli antichi, p. 67.). Belle per verità sono varie medaglie da lui coniate e da me in parte vedute, con alcuna sua di getto. Sembra che prima fra esse sia stata una del Doge Agostino Barbarigo, con la testa di lui nel dritto e le parole avgvstin. barbadic. venetor. dvx, e nel rovescio il motto aeqvitatis et innocentiae cvltvs, ed al basso le parole victoris cam. v. dalle quali si potrebbe arguire che Veneziano il Camelo fosse. Due, che sono rarissime, ne fece ad onore delli fratelli Bellini: quella di Gentile ha da una parte la [p. 274 modifica]testa di lui e le parole gentilis bellinvs venetvs eqves comesq. e dall’altra vi si legge gentili tribvit qvod potvit viro natvra hoc potvit victor et addidit: l’altra di Giovanni ha la testa di lui nel dritto con le parole ioannes bellinvs venet. pictor op. e nel rovescio una civetta con le parole all’intorno virtvtis et ingenii, e sotto victor camelivs faciebat. Una a se medesimo egli ne fece, la quale nel dritto ha la sua testa con le parole victor camelivs svi ipsivs effigiator. mdviii. e nel rovescio un sacrifizio con le parole fave for(tuna) e sotto sacrif. Altra sua di Francesco Fasuolo Giureconsulto nel dritto ha la testa di lui e le parole f. faseolvs ic. admirabilior etiam eloqventia qvam forma, e nel rovescio victor camelivs faciebat. Altra di Cornelio Castaldo da Feltre Giureconsulto e Poeta nel dritto ha la testa di questo colle parole cornelivs castalidvs feltriens. ivrisconsvltvs, e nel rovescio Pallade ed Apollo con le parole al basso v. camelvs. Lavoro del Camelo esser dovrebbe la medaglia nominata Osella del Doge Andrea Gritti, segnata con l’anno primo del suo Dogado, perciocchè ne’ Diarii tante volte citati di Marino Sanudo addì 9. Decembre dell’anno 1523. la narrazione seguente si trova: In questi zorni dovendo el Dose nostro dar alli zentilomeni per queste Feste la moneda d’arzento, e avendo fatto far una medaia a Vettor Gambello, lavora in zecca di conio, da una banda la sua testa con lettere attorno Andreas Gritti Dux Venetiarum, e dall’altra un S. Marco in piedi con il Prencipe in zenocchioni davanti con el stendardo in mano: e perchè a molti non pareva tal cosa si potesse far in arzento, [p. 275 modifica]attento M. Niccolò Tron Dose fe batter una moneda dove era la sua testa suso, si spendeva soldi vinti, chiamata Tron; onde del 1473. a dì 28. Luglio fu preso nel Conseio de Dieci che più non si stampasse in zecca detti Troni, nè più si potesse metter su alcuna moneda la testa del Dose: per il che li Cai di Dieci passati sospese in zecca non si battesse tal moneda; e Ser Andrea Mudazzo el Proveditor sora la zecca con quelli delle Rason Vecchie, che ha questo cargo di dar tal presente, sollicitando la resoluzion, li Conseieri terminorono che tal medaia con la testa non si dovesse far, ma si facesse da una banda S. Marco con il Dose in zenocchioni davanti e lettere attorno Andreas Gritti. S. M. Veneti. e dall’altra in mezzo che dise Andreæ Gritti Principis munus anno primo. Trovandosi dunque a que’ tempi il Camelo coniatore nella zecca di Venezia, v’è ragione di credere opere sue altre belle medaglie pubbliche e private a que’ tempi battute. Non solamente però il Camelo fu valente di sue mani, ma fu buon rimatore altresì: onde a Cornelio Castaldo convenne di fare in sua lode il Sonetto seguente, pubblicato dal mio Balì Farsetti nella Vita dell’autore: [p. 276 modifica]

    Chi vedrà di Camelo la scoltura
              E di Camelo l’onorate rime,
              Converrà che fra se tacito stime
              Che due Cameli avesse la natura;
    Perchè non cape in una creatura
              Questa e quella virtù tanto sublime:
              Scorra chi scorrer vuol sin dalle prime
              A questa nostra età sordida e dura.
    Alcun di que’ che per felice sorte
              In vivo intaglio son posti da lui,
              Non tema oltraggio di tempo, o di morte.
    E se già simil arte ebbe uno, o dui,
              Certo avere le muse anco per scorte
              Fu sola e propria lode di costui.

  56. [p. 276 modifica](154) Del Cardinale Bessarione chi dapprima avesse dipinto il ritratto in questo luogo riferito, non lo sappiamo. Quello che vi fu rimesso si fa dal Boschini (Miniere della pittura ec. p. 360.) di un Giovanni Cordella pittore nostro, di cui poche opere ci rimangono; creduto lo stesso con Giannetto Cordegliaghi, lodato dal Vasari nella Vita di Vittore Carpaccio per aver avuta una maniera assai delicata e gentile; nè forse diverso da un Andrea Cordelle Agi, autore di un quadro presso la famiglia Zeno alli Gesuiti veduto dal Zanetti (Della pittura veneziana, p. 89. sec. ed., Lanzi, Storia pittorica della Italia, T. II. P. II. p. 33.). Dalla pittura posta nella Scuola della Carità fu preso il ritratto del Cardinale, che intagliato in rame si vede al principio della Biblioteca Greca e Latina Manoscritta di San Marco, stampata negli anni 1740. e 1741., e da Cristiano Federigo Boernero fu riprodotto al principio del Trattato De doctis hominibus Græcis litterarum Græcarum in Italia instauratoribus, stampato in Lipsia nel 1750. in 8. [p. 277 modifica]Ma di questo grand’uomo, oltre ad una statua di marmo, che fu posta in Ravenna nella Badia di San Giovanni Evangelista, di cui egli fu Commendatario (Fabri, Ravenna ricercata, p. 119.) in varii tempi ritratti si fecero, onde la faccia di lui ancora, insieme co’ monumenti del suo sapere e della sollecitudine per la cultura delle lettere, alla posterità pervenisse. Gentile Bellino lo aveva dipinto nella sala del Maggior Consiglio, rappresentando un pezzo dell’istoria di Papa Alessandro III. venuto a Venezia (Sansovino, Venetia citta nobilissima et singolare, p. 131.). Galasso Galassi Ferrarese in Santa Maria in Monte di Bologna dipingendo, per ordine del Bessarione Legato in quella città, l’Assunzione di Maria Vergine, fra molte figure aveva posta anche l’effigie di lui (Superbi, Apparato de gli huomini illustri della città di Ferrara, p. 121. Baruffaldi, Vita di Galasso ms.). Facendo stampare in Parigi nell’anno 1471. l’opera sua, intitolata Rhetoricorum Libri tres, Guglielmo Fichetto Francese; un esemplare ornatissimo, in carta pecora impresso, ne offerì al Cardinale, con due carte al principio contenenti la dedicazione stampata ed una bella miniatura, che ha il ritratto di lui di tutta figura sedente sotto un baldacchino, e l’autore in ginocchioni che l’opera gli presenta: e questo libro nella Regia Libreria di San Marco tuttora si custodisce. Bartolommeo Suardi Milanese, detto Bramantino, nel palazzo Vaticano lo aveva anch’egli ritratto; e dovendosi demolire quella parte di edifizio che lo conteneva con altri ritratti d’uomini illustri, Raffaello prima ne fece cavare una copia, la quale poi per mezzo di Giulio Romano nel museo di Paolo Giovio è passata (Vasari Vite T. III. p. 252.). Altro ritratto finalmente deve essersi conservato [p. 278 modifica]nella Biblioteca Vaticana, di cui Fra Angelo Rocca Agostiniano, letterato di chiaro nome, ne mandò una copia alla Repubblica di Venezia in un Dittico di rame incorniciato di ebano, tuttora esistente, benchè malconcio, nella Regia Libreria suddetta. La prima parte del Dittico da una faccia ha la seguente iscrizione Sereniss. Duci Paschali Ciconiæ & excelsæ Reip, Venetorum Angelus Roccha Camers Augustinianus Sacrarum Literarum Professor Bessarionis Card. de Veneta Rep. benemeriti imaginem & sepulchri Epigrammata D. D. ut qua vivens Bessario benevolentia Venetam Remp. illustri testimonio Bibliothecæ, legatæ est prosecutus, eandem ipse & erga Bessarionem cælesti vita perfruentem & erga nunquam intermorituram Remp. vivis posterisque patefaciat. Dall’altra faccia v’è dipinto il ritratto di Bessarione preso ex Bibliotheca Vaticana. La seconda parte da una faccia ha dipinto il mausoleo di Bessarione ch’è nella chiesa de’ Santi dodici Apostoli di Roma, e dall’altra ha l’arme del Cardinale. Fu questo dono fatto alla Repubblica insieme con una sua opera del Rocca nell’anno 1592., siccome da una Lettera di Aldo Manuzio a Luigi Giorgi si viene a conoscere (Aldo, Lett. p. 262.). Il ritratto però è quel medesimo, che come preso dalla Biblioteca Vaticana intagliato in rame si vede al principio della Vita di Bessarione, scritta latinamente dall’Ab. Luigi Bandini, e stampata in Roma nell’anno 1777.
  57. [p. 278 modifica](155) Si è qui voluto indicare il reliquiario di tavole formato, che contiene insigni reliquie della Croce e della Veste di Nostro Signore; dono preziosissimo fatto da Bessarione Cardinale alla Confraternita della Carità nell’anno 1463. Le pitture che esteriormente si veggono, ed esprimono le azioni principali della Passione del [p. 279 modifica]Signore, con sacre immagini, ed altro, sono di Greca mano, ed opere de’ tempi ne’ quali l’arte giaceva. Tutte sono rappresentate con intaglio in rame nella Dissertazione sopra esso reliquiario con grande copia d’erudizione scritta dall’ottimo e di lettere ben ornato uomo, già Cappellano di quella Confraternita, Don Giovambattista Schioppalalba, intitolata In perantiquam sacrarti tabulam Græcam insigni Sodalitio Sanctæ, Mariæ Caritatis Venctiarum ab amplissimo Cardinali Bessarione dono datam, impressa in Venezia nell’anno 1767.
  58. [p. 279 modifica](156) Andrea Bellino è nome nuovo ne’ pittori, e potrebbesi credere che per isbaglio l’anonimo così nominasse Giovanni Bellino, di cui scrisse il Boschini (Miniere della Pittura, p. 360. ed. 16) che una testa del Salvatore in un quadretto mobile trovavasi nell’albergo della Scuola della Carità. Il Sansovino per altro descrivendo le pitture del luogo medesimo vi mette anche un quadretto con una testa di Cristo in maestà, fatta a guazzo da Andrea Bellino (Venetia citta nobilissima et singolare, p. 100.). Le parole del Sansovino sono le medesime dell’anonimo: anzi quanto alle opere della chiesa e della scuola della Carità ambedue perfettamente insieme s’accordano; sicchè pare che ovvero il Sansovino ricopiasse l’anonimo, ovvero l’uno e l’altro dalla medesima fonte le loro notizie traessero.
  59. [p. 279 modifica](157) La famiglia d’Hanna, ovver d’Anna, era di Fiamminghi che avevano fermata loro dimora in Venezia per mercanteggiare. La casa loro era a San Benedetto sopra il canale grande, ed aveva la facciata dipinta dal Pordenone. Il Vasari lo dice nella Vita di questo con le seguenti parole: Fece ancora il Pordenone sul canal grande nella facciata della casa di Martin d’Anna [p. 280 modifica]molte storie a fresco, ed in particolare un Curzio a cavallo in iscorto, che pare tutto tondo e di rilievo; siccome è ancora un Mercurio che vola in aria per ogni lato, oltre a molte altre cose tutte ingegnose; la qual opera piacque sopra modo a tutta la città di Venezia, e fu perciò Pordenone più lodato, che altro uomo che mai in quella città avesse insino allora lavorato. (T. IX. p. 252.). Di Tiziano poi scrivendo dice: In casa di M. Giovanni d’Anna, gentiluomo e mercante Fiammingo suo compare fece il suo ritratto che par vivo, ed un quadro di Ecce Homo con molte figure, che da Tiziano stesso e da altri è tenuto molto bell’opera. Il medesimo fece un quadro di nostra Donna, con altre figure come il naturale d’uomini e putti, tutti ritratti dal vivo e da persone di quella casa (T. IX. p. 255.). Ed appresso tra le opere che Tiziano andava facendo egli mette una gran tela, dentro la quale è Cristo in croce con i ladroni ed i crocefissori a basso; la quale fa per M. Giovanni d’Anna. Il Sansovino fu ancora a tempo di scrivere nel 1580: Da’ Talenti fu anco fabbricata la nobil casa a San Benedetto, famosa per la Proserpina e per lo cavallo dipinto dal Pordenone, pittore illustre, sul canal grande, pervenuta poi nella famiglia d’Anna; nella qual casa si trovano lavorati da Tiziano uno Ecce Homo, ed un quadro di nostra Donna, con diverse figure e ritratti dei predetti Anna di molta bellezza. Ma il Ridolfi non arrivò a tempo di vedere le pitture lodate del Pordenone, perciocché erano quasi del tutto svanite (T. I. p. 102.). Due stampe in legno, con qualche differenza, della figura suddetta di Curzio a cavallo ch’entra nella voragine aveva il ch. Antonmaria Zanetti, delle quali egli diede notizia nel libro della Pittura Veneziana (p. 551.). Fuvvi un Baldassare d’Anna, [p. 281 modifica]probabilmente di questa famiglia, pittore di delicata maniera, che l’arte apprese da Lionardo Corona; di cui alcune opere tuttora esistenti in Venezia dal Boschini e dal Zanetti sono indicate. Medaglie ancora vanno in giro fattesi coniare da Marino, Giovanni, Paolo, e Daniele di questa famiglia medesima: il che maggiormente dimostra che in essa l’amore delle belle arti aveva preso gran piede. Le notizie d’opere di disegno presso Pietro Servio e Paolo d’Anna, che nella stampa aggiunte si veggono con l’anno 1575, ed in carattere differente, anche nel manoscritto sono d’altra penna, e da altro autore provengono.