Il Filostrato/Parte settima

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Parte settima

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IL

FILOSTRATO

DI GIOVANNI BOCCACCI



PARTE SETTIMA



ARGOMENTO

Qui comincia la settima parte del Filostrato, nella quale primieramente Troilo il dì decimo attende Griseida alla porta; la quale non venendo, scusala, e tornavi l’undecimo, e più altri; e non venendo essa, alle lagrime ritorna. Con dolore consumasi Troilo; Priamo il dimanda della cagione, tacela Troilo. Sogna Troilo Griseida essergli tolta; dicelo a Pandaro, e vuolsi uccidere: Pandaro il ritiene, e stornalo da ciò. Scrive a Griseida. Deifebo s’accorge del suo amore. Giacendo lui le donne il visitano; Cassandra il riprende, ed egli riprende Cassandra. E primieramente venuto il dì decimo, Troilo e Pandaro aspettano Griseida in sulla porta.
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I.


Troilo, siccome egli è di sopra detto,
     Passava il tempo il dì dato aspettando,
     Il qual pur venne dopo lungo aspetto;
     Ond’egli altre faccende dimostrando
     In ver la porta se ne gì soletto,
     Con Pandaro di ciò molto parlando;
     E ’n verso il campo rimirando gieno
     Se in ver Troia alcun venir vedieno.

II.


E ciascun che da loro era veduto
     Venir ver loro, solo o accompagnato,
     Che Griseida fosse era creduto,
     Finch’el non s’era a lor tanto appressato
     Che apertamente fosse conosciuto;
     E così stetter mezzodì passato,
     Beffati spesso dalla lor credenza,
     Siccome poi mostrava l’esperienza.

III.


Troilo disse: anzi mangiare omai,
     Per quel ch’io possa creder, non verrebbe;
     Ella penrà a disbrigarsi assai
     Dal vecchio padre più che non vorrebbe:
     Per mio avviso tu che ne dirai?
     Io pur mi credo che ella sarebbe
     Venuta, se venire ella potesse,
     E s’a mangiar con lui non si ristesse.

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IV.


Pandaro disse: io credo dichi il vero;
     Però andianne, e poi ci torneremo.
     A Troilo piacque, e al fine così fero;
     E lo spazio che stettero, assai stremo
     Fu, che tornar, ma gl’ingannò il pensiero,
     Siccome apparve, e trovaronlo scemo,
     Che questa gentil donna non venia,
     E già la nona su ’n alto salia.

V.


Troilo disse: forse che impedita
     L’avrà il padre, e vorrà che dimori
     Infino a vespro, e però sua reddita
     Al tardi fia: omai stiamci di fuori,
     Sì ch’ella abbia l’entrata spedita;
     Che spesse volte questi guardatori
     Soglion tenere in parole chi viene,
     Senza distinguere a cui si conviene.

VI.


Il vespro venne, e poi venne la sera,
     E molti avevan Troilo ingannato,
     Il quale in ver lo campo sospeso era
     Istato sempre, e tutti riguardato
     Avea color che di ver la riviera
     Venieno a Troia, ed alcun domandato
     Per nuove circostanze, e non avea
     Nulla raccolto di ciò che chiedea.

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VII.


Perchè si volse a Pandaro dicendo:
     Fatto avrà questa donna saviamente,
     Se de’ suoi modi meco ben comprendo;
     Ella vorrà venir celatamente,
     Però la notte attende, ed io ’l commendo;
     Non vorrà far maravigliar la gente,
     Nè dir: costei che fu raddomandata
     Per Antenor, c’è sì tosto tornata?

VIII.


Però non ti rincresca l’aspettare,
     Pandaro mio, io ten prego per Dio,
     Noi non abbiam or’altra cosa a fare,
     Non ti gravi seguire il mio disio:
     E s’io non erro vederla mi pare;
     Deh guarda in giù, deh vedi tu quel ch’io?
     Nò, disse Pandar, se ben gli occhi sbarro,
     Quel che mi mostri pare a me un carro.

IX.


Oimè che tu di’ vero! Troilo disse,
     Or così va, cotanto mi trasporta
     Quel ch’io vorrei ch’al presente avvenisse.
     Era del sole già la luce morta,
     E stella alcuna in elei parea venisse,
     Quando Troilo disse: el mi conforta
     Non so che pensier dolce nel desire,
     Abbi per certo ch’or ne dee venire.

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X.


Pandaro seco, ma tacitamente,
     Ridea di ciò che Troilo dicea,
     E conosceva manifestamente
     La cagione che a ciò dire il movea;
     E per non farlo di ciò più dolente
     Che el si fosse, sembiante facea
     Di crederli, e dicea: di Mongibello
     Aspetta il vento questo tapinello.

XI.


L’attendere era nulla, ed i guardiani
     Facean sopra la porta gran romore,
     Dentro chiamando cittadini e strani,
     Qual non volesse rimaner di fuore,
     Colle lor bestie ancor tutti i villani;
     Ma Troilo fe’ tardar più di due ore;
     Infine essendo il ciel tutto stellato,
     Con Pandar dentro se n’è ritornato.

XII.


E benchè in sè medesmo molte volte,
     Or con una or con altra il dì avesse
     Isperanza ingannato, intra le molte
     Voleva amor dover pur ch’el credesse
     Ad alcuna di quelle meno stolte;
     Per che da capo il suo parlar diresse
     Ver Pandaro, dicendo: stolti siamo,
     Che questo giorno aspettata l’abbiamo.

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XIII.


Ella mi disse dieci dì starebbe
     Col padre, senza più starvi niente,
     E poscia in Troia se ne tornerebbe;
     Il termine è per questo dì presente:
     Dunque doman venir se ne dovrebbe,
     Sebbene annoveriam dirittamente,
     E noi siam qui tutto il dì dimorati,
     Tanto n’ha fatti il disio smemorati.

XIV.


Domattina per tempo ritornare
     Pandar ci si vorrà; e così fero.
     Ma poco valse in su e ’n giù guardare,
     Ch’ad altro già ell’avea dritto il pensiero;
     Sì che costor dopo molto badare,
     Siccome fatto aveano il dì primiero,
     Fatto già notte dentro si tornaro;
     Ma ciò a Troilo fu soverchio amaro;

XV.


E la speranza lieta ch’egli avea
     Quasi più non avea dove appiccarsi;
     Di che con seco molto si dolea,
     E forte cominciò a rammaricarsi
     E di lei e d’amor, nè gli parea
     Per cagion nulla che tanto indugiarsi
     Dovesse a ritornare, avendogli essa
     La ritornata con fede promessa.

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XVI.


Ma ’l terzo, e ’l quarto, e ’l quinto, e ’l sesto giorno,
     Dopo ’l decimo dì già trapassato,
     Sperando e non sperando il suo ritorno,
     Da Troilo fu con sospiri aspettato:
     E dopo questi, più lungo soggiorno
     Ancor dalla speranza fu impetrato,
     E tutto invan, costei pur non tornava,
     Laonde Troilo se ne consumava.

XVII.


Le lagrime che erano allenate
     Pe’ conforti di Pandaro, e’ sospiri,
     Tornar senza esser da lui rivocate,
     Dando lor via i focosi disiri;
     E quelle che speranze risparmiate
     Aveva, usciron doppie pe’ martirj,
     Che ’n lui gabbato più si fer cocenti
     Che pria non eran, ben per ognun venti.

XVIII.


In lui ogni disio istato antico
     Ritornò nuovo, e sopra esso l’inganno
     Che li parea ricevere, e ’l nemico
     Spirto di gelosia gravoso affanno
     Più ch’alcun altro è di posa mendico,
     Come son quei che già provato l’hanno;
     Ond’el piangeva giorno e notte tanto,
     Quanto bastavan gli occhi ed egli al pianto.

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XIX.


El non mangiava quasi e non bevea,
     Sì avea pieno d’angoscia il tristo petto;
     Ed oltre a questo dormir non potea
     Se non da’ sospir vinto, ed in dispetto
     La vita sua e sè del tutto avea,
     E come ’l fuoco fuggiva ’l diletto,
     Ed ogni festa ed ogni compagnia
     Similemente a suo poter fuggia.

XX.


Ed era tal nel viso divenuto,
     Che piuttosto che uom pareva fera;
     Nè l’averia alcun riconosciuto,
     Sì pallida e smarrita avea la cera;
     Del corpo s’era ogni valor partuto,
     E tanta forza appena ne’ membri era
     Che ’l sostenesse, nè conforto alcuno
     Prender volea che gli desse nessuno.

XXI.


Priamo che ’l vedea così smarrito,
     A sè alcuna volta lui chiamava,
     Dicendo: figliuol mio che hai tu sentito?
     Qual cosa è quella che tanto ti grava?
     Tu non par desso, tu se’ scolorito,
     Che è cagion della tua vita prava?
     Dimmel figliuolo, tu non ti sostieni,
     E s’io discerno ben, tutto men vieni.

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XXII.


Il simigliante gli diceva Ettore,
     Paris e gli altri fratelli e sorelle;
     E domandavan d’onde esto dolore
     Sì grande avesse, e per quai ree novelle.
     Alli quai tutti diceva ch’al core
     Si sentia noie, ma quai fosser quelle,
     Niuno poteva tanto addomandare
     Che da lui più ne potesse apparare.

XXIII.


Erasi un dì tutto maninconoso,
     Per la fallita fede, ito a dormire
     Troilo, e in sogno vide il periglioso
     Fallo di quella che ’l facea languire:
     Che gli parea per entro un bosco ombroso
     Un gran fracasso e spiacevol sentire;
     Per che levato il capo, gli sembrava
     Un gran cinghiar veder che valicava.

XXIV.


E poi appresso gli parve vedere
     Sotto a’ suoi piè Griseida, alla quale
     Col grifo il cor traeva, ed al parere
     Di lui, Griseida di così gran male
     Non si curava, ma quasi piacere
     Prendea di ciò che facea l’animale,
     Il che a lui sì forte era in dispetto,
     Che questo ruppe il sonno deboletto.

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XXV.


Com’el fu desto, cominciò a pensare
     Sopra di ciò che in sogno avea veduto;
     E chiaro parve a lui considerare,
     Che volea dir ciò che gli era apparuto;
     E prestamente si fece chiamare
     Pandaro, il qual come a lui fu venuto,
     Piangendo cominciò: Pandaro mio,
     La vita mia non piace più a Dio!

XXVI.


La tua Griseida, oimè, m’ha ingannato,
     Di cui io più che d’altra mi fidava,
     Ell’ha ad altrui il suo amor donato,
     Il che più che la morte assai mi grava:
     Gl’iddii me l’hanno nel sogno mostrato:
     E quinci il sogno tutto gli narrava;
     Poi cominciò a dir quel che volea
     Sì fatto sogno, e così gli dicea:

XXVII.


Questo cinghiar ch’io vidi è Diomede,
     Perocchè l’avolo uccise il cinghiaro
     Di Calidonia, se si può dar fede
     A’ nostri antichi, e sempre poi portaro
     Per sopransegna, siccome si vede,
     I discendenti il porco. Oimè amaro
     E vero sogno! questi l’avrà il cuore
     Col parlar tratto, cioè il suo amore.

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XXVIII.


Questi la tien, dolente la mia vita,
     Siccome aperto ancor potrai vedere;
     Questi impedisce sol la sua reddita;
     Se ciò non fosse, ben v’era il potere
     Di ritornar, nè l’avrebbe impedita
     Il vecchio padre nè altro calere;
     Laond’io sono ingannato, credendo,
     Ed ischernito invano lei attendendo.

XXIX.


Oimè Griseida, qual sottile ingegno,
     Qual piacer nuovo, qual vaga bellezza,
     Qual cruccio verso me, qual giusto sdegno,
     Qual fallo mio, o qual fiera stranezza,
     L’animo tuo altiero, ad altro segno
     Han potuto recare? oimè fermezza,
     Oimè promessa, oimè fede e leanza,
     Chi v’ha gittate dalla mia amanza?

XXX.


Oimè, perchè andar mai ti lasciai?
     Perchè credetti al tuo consiglio rio?
     Perchè con meco non te ne menai,
     Com’io aveva, lasso, nel disio?
     Perchè i patti fatti non guastai,
     Come nel cuor mi venne, allora ch’io
     Ti vidi render? Tu non disleale
     Saresti e falsa, nè io tristo aguale.

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XXXI.


Io ti credetti e sperava per certo
     Santa esser la tua fede, e le parole
     Essere un vero certissimo e aperto
     Più ch’a’ viventi la luce del sole;
     Ma tu parlavi ambiguo e coperto,
     Siccome egli ora appar nelle tue fole;
     Che solamente a me non se’ tornata,
     Ma con altro uomo ti se’ innamorata.

XXXII.


Che farò Pandaro? io mi sento un fuoco
     Di nuovo acceso nella mente forte,
     Tal ch’io non trovo nel mio pensier loco:
     Io vo’ colle mie man prender la morte,
     Che ’n tal vita più star non saria giuoco;
     Poi la fortuna a sì malvagia sorte
     Recato m’ha, il morir fia diletto,
     Dove il viver saria noia e dispetto.

XXXIII.


E questo detto, corse ad un coltello,
     Il qual pendea nella camera aguto,
     E per lo petto si volle con ello
     Dar, se non fosse che fu ritenuto
     Da Pandaro, il quale il tapinello
     Giovane prese, com’ebbe veduto
     Lui disperar nelle parole usate,
     Con sospiri e con lagrime versate.

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XXXIV.


Troilo gridava: deh non mi tenere,
     Amico caro, io ten prego per Dio,
     Poichè disposto sono a tal volere,
     Lascia seguirmi il mio fiero desio;
     Lasciami, stu non vuoi prima sapere
     Qual sia la morte alla quale corr’io;
     Lasciami Pandar, che ti fediraggio
     Se non mi lasci, e poi m’uccideraggio.

XXV.


Lasciami tor del mondo il più dolente
     Corpo che viva: lasciami, morendo,
     Contenta far la nostra fraudolente
     Donna, la quale ancora andrò seguendo
     Tra l’ombre nere nel regno dolente:
     Lasciami uccider, che ’l viver languendo
     Peggio è che morte. E dicendo, sforzava
     Sè per lo ferro, il qual quel gli negava.

XXXVI.


Pandaro ancora faceva romore
     Con lui, tenendol forte, e se non fosse
     Che Troilo era debole, il valore
     Di Pandar saria vinto, tali scosse
     Troilo dava atato dal furore;
     Pure alla fine il ferro gli rimosse
     Pandar di mano, e lui contra ’l volere
     Fece piangendo con seco sedere.

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XXXVII.


E dopo amaro pianto, verso lui
     Con tai parole si volse pietoso:
     Troilo, sempre in tal credenza fui
     Di te ver me, che s’io stato fossi oso
     Di domandar per me o per altrui
     Che t’uccidessi, tu sì animoso
     Senza indugio nessun l’avessi fatto,
     Com’io farei per te in ciascun atto.

XXXVIII.


E tu a’ preghi miei non hai la morte
     Sozza e spiacevol voluta fuggire;
     E s’io non fossi stato ora più forte
     Di te, t’avrei qui veduto morire:
     Noi mi credea alle promesse porte
     Da te a me le mi veggia fallire,
     Benchè ancora questo emendar puoti,
     Se con effetto quel che dico noti.

XXXIX.


Per quel che paia a me, tu hai concetto
     Che Griseida sia di Diomede;
     E s’io ho ben raccolto ciò c’hai detto,
     Null’altra cosa di ciò ti fa fede
     Se non il sogno, il qual prendi sospetto
     Per l’animale il qual col dente lede,
     E senza più voler sentirne avanti,
     Finir volei con morte i tristi pianti.

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XL.


Io ti dissi altra volta, che follia
     Era ne’ sogni troppo riguardare;
     Nessun ne fu, nè è, ne giammai fia
     Che possa certo ben significare,
     Ciò che dormendo altrui la fantasia
     Con varie forme puote dimostrare,
     E molti già credettero una cosa,
     Ch’altra n’avvenne opposita e ritrosa.

XLI.


Così potrebbe addivenir di questo;
     Forse che là dove tu l’animale
     Al tuo amore interpetri molesto,
     Ti fia utile, e non ti farà male
     Siccome stimi: parti egli atto onesto
     A nessun uomo, non che ad un reale,
     Come tu se’, colle sue man s’uccida,
     O faccia per amor sì fatte strida?

XLII.


Questa cosa era in tutt’altra maniera
     Da dover far, che tu non la facevi;
     Pria sottilmente si volea se vera
     Fosse saper, siccome tu potevi,
     E se falsa trovata, e non intera-
     Mente l’avessi, allora ti dovevi
     Dalla fede de’ sogni e dallo inganno
     D’essi levar, che venieno a tuo danno.

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XLIII.


Se ver trovassi che tu per altrui
     Da Griseida fossi abbandonato,
     Non dovevi con tutti i pensier tui
     Per partito pigliar deliberato
     Pur di morire, ch’io non so da cui
     Giammai ne fossi se non biasimato;
     Ma si voleva prender per partito,
     Di schernir lei com’ella ha te schernito.

XLIV.


E se pure a morire i pensier gravi
     Ti sospignean per sentir minor doglia,
     Non era da pigliar ciò che pigliavi,
     Ch’altra via c’era a fornir cotal voglia;
     E ben te la doveano i pensier pravi
     Mostrar, perciocchè avanti della soglia
     Della porta di Troia i Greci sono,
     Che t’uccidran senza chieder perdono.

XLV.


Andremo adunque contro a’ Greci armati,
     Quando morir vorrai, insiememente:
     Quivi siccome giovani pregiati
     Combatterem con loro, e virilmente
     Loro uccidendo morrem vendicati,
     Nè vieterolti a loro certamente.
     Sol ch’io m’avveggia che cagion ti mova
     Giusta a voler morire in cotal prova.

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XLVI.


Troilo ch’ancor fremea di cruccio acceso,
     Quanto potea, dolente, l’ascoltava;
     E poi che l’ebbe lungamente inteso,
     Qual esso ancor doglioso lagrimava,
     Ver lui si volse, il quale stava atteso
     Se dall’impresa folle si mutava,
     E in cotal guisa li parlò piangendo,
     Sempre il parlar con singhiozzi rompendo:

XLVII.


Pandaro, vivi di questo sicuro,
     Che io son tutto tuo in ciò ch’io posso,
     Il vivere e ’l morir non mi fia duro
     Come ti piacerà, e se rimosso
     Dal furor fui da consiglio maturo,
     Poco davanti quando tu addosso
     Mi fosti per la mia propria salute,
     Non se ne dee ammirar la tua virtute.

XLII.


In tale error la subita credenza
     Del tristo sogno mi fece venire;
     Or men cruccioso, la mia gran fallenza
     Aperta veggio e ’l mio folle desire;
     Ma se tu vedi con che esperienza
     Di questa sospezione il ver sentire
     Io possa, dilla, per Dio ten richieggio,
     Ch’io son turbato e da me non la veggio.

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XLIX.


A cui Pandaro disse: al mio parere,
     Con iscrittura è da tentar costei;
     Perocchè s’ella non t’avrà in calere,
     Non credo che risposta abbiam da lei,
     E se l’avrem, potrem chiaro vedere
     Per le scritte parole, se tu dei
     Sperare ancor nella sua ritornata,
     O s’ella s’è d’altro uomo innamorata.

L.


Poi si partì, giammai non le scrivesti,
     Nè ella a te, e del suo star cagione
     Potrebbe tale aver, che tu diresti
     Che ella avesse ben di star ragione;
     E potrebbe esser tal, che riprendresti
     Più tiepidezza ch’altra offensïone:
     Scrivile adunque, che se ben lo fai
     Chiaro vedrai ciò che cercando vai.

LI.


Già incresceva a Troilo di sè stesso,
     Perchè ’l credette volentieri: e tratto
     Da parte, comandò ch’a lui adesso
     Da scriver fosse dato, ed il fu fatto;
     Ond’egli alquanto pensato sopra esso
     Che scrivere dovea, non come matto
     Incominciò, e senza indugio scrisse
     Alla sua donna, e in cotal guisa disse:

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LII.


Giovane donna, a cui amor mi diede
     E tuo mi tiene, e mentre sarò in vita
     Mi terra sempre con intera fede,
     Perciocchè tu nella tua dipartita
     In miseria maggior ch’alcun non crede
     Qui mi lasciasti l’anima smarrita,
     Si raccomanda alla tua gran virtute,
     E mandarti non può altra salute.

LIII.


El non dovrà, come che divenuta
     Sia quasi Greca, la lettera mia
     Da te ancor non esser ricevuta;
     Perciocchè ’n poco tempo non s’oblia
     Sì lungo amor, qual tiene ed ha tenuta
     Nostra amistà congiunta, la qual sia
     Eterna prego, e però prenderaila
     E ’nfino alla sua fine leggeraila.

LIV.


Se ’l servidore in caso alcun potesse
     Del suo signor dolersi, forse ch’io
     Avrei ragion se di te mi dolesse;
     Considerando al tuo affetto pio,
     La fede data, e le molte promesse,
     Ed il giurato a ciascheduno iddio
     Che torneresti infra ’l decimo giorno,
     Nè fra quaranta ancor fatt’hai ritorno;

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LV.


Ma perciocchè a me convien piacere
     Quanto a te piace, rammarcar non m’oso,
     Ma quanto umile posso, il mio parere
     Ti scrivo, più che mai d’amor focoso:
     E similmente il mio caldo volere,
     E la mia vita ancor, volonteroso
     Di saper qual la tua vita sia stata
     Poichè tra’ Greci fosti permutata.

LVI.


Parmi, se ’l tuo consiglio ho bene a mente,
     Che potuto abbiano in te le paterne
     Lusinghe, o nuovo amor t’è nella mente
     Entrato, o quel che rado ci si scerne
     Vecchio divenir largo, che ’l tegnente
     Calcas cortese sia, dove l’interne
     Tue intenzion mi mostraro il contrario
     Nell’ultimo tuo pianto e mio amaro.

LVII.


Poi sì lontano oltre al nostro proposto
     Se’ dimorata, che tornar dovevi
     Secondo le promesse così tosto;
     Se ’l primo o ’l terzo fosse, mel dovevi
     Significar, poi sai che io m’accosto
     Ed accostava a ciò che tu volevi;
     Che pazïente l’avrei comportato,
     Quantunque grave assai mi fosse stato.

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LVIII.


Ma forte temo che novello amore
     Non sia cagion di tua lunga dimora,
     Il che se fosse, mi saria dolore
     Maggior ch’alcun ch’io ne provassi ancora;
     E se l’ha meritato il mio fervore,
     Nol devi avere tu a conoscer ora:
     Di questo vivo misero in paura
     Tal, che diletto e speranza mi fura.

LIX.


Questa paura dispietate stride
     Trarre mi fa, quand’io vorrei posarmi;
     Questa paura sola mi conquide
     Dentro al pensiero, ond’io non so che farmi;
     Questa paura, oimè lasso, m’uccide,
     Nè so nè posso più da lei atarmi;
     Questa paura m’ha recato in parte,
     Ch’a Venere non sono util nè a Marte.

LX.


Gli occhi dolenti dopo il tuo partire
     Di lagrimar non ristetter giammai;
     Mangiar nè ber, riposar nè dormire
     Poi non potei, ma sempre ho tratti guai;
     E quel che più della mia bocca udire
     Potuto s’è, nomarti sempre mai,
     E chiamar te ed amor per conforto,
     Per questo credo sol ch’io non sia morto.

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LXI.


Ben puoi pensare omai quel che farei
     Se certo fossi di ciò c’ho dottanza:
     Certo io credo ch’io m’ucciderei
     Di te sentendo sì fatta fallanza;
     Ed a che far dappoi ci viverei
     Ch’io avessi perduta la speranza
     Di te, anima mia, cui io attendo
     Per sola pace in lagrime vivendo?

LXII.


Li dolci canti e le brigate oneste,
     Gli uccelli e’ cani e l’andar sollazzando,
     Le vaghe donne, i templi e le gran feste,
     Che per addietro solea gir cercando,
     Fuggo ora tutte e sonmi oimè moleste,
     Qualora vengo con meco pensando
     Che tu di qui dimori ora lontana,
     Dolce mio bene, e speme mia sovrana.

LXIII.


Li fior dipinti e la novella erbetta,
     Ch’e’ prati fan di ben mille colori,
     Non posson trarre a sè l’alma ristretta
     Donna per te negli amorosi ardori;
     Sol quella parte del ciel mi diletta,
     Sotto la quale or credo che dimori,
     Quella riguardo, e dico: quella vede
     Ora colei da cui spero mercede.

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LXIV.


Io guardo i monti che d’intorno stanno,
     Ed il luogo ch’a me ti tien nascosa,
     E sospirando dico: coloro hanno,
     Senza sentirla, la vista amorosa
     Degli occhi vaghi per la quale affanno
     Lontan da essi in vita assai noiosa:
     Or foss’io un di loro, o sopra un d’essi
     Or dimorass’io sì ch’io la vedessi!

LXV.


Io guardo l’onde discendenti al mare,
     Alle qual’ora dimori vicina,
     E dico: quelle dopo alquanto andare
     Quivi verranno, dove la divina
     Luce degli occhi miei n’è gita a stare,
     E da lei fien vedute: oimè tapina
     La vita mia! perchè in loco di quelle
     Andar non posso siccome fann’elle?

LXVI.


Se ’l sol discende, con invidia il miro,
     Perchè mi par che vago del mio bene,
     Cioè di te tirato dal disiro,
     Più dell’usato tosto se ne vene
     A rivederti, e dopo alcun sospiro,
     Mi viene in odio, e crescon le mie pene,
     Ond’io temendo ch’el non mi ti tolga,
     La notte prego che tosto giù volga.

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LXVII.


L’udir talvolta nominare il loco
     Dove dimori, o talvolta vedere
     Chi di là venga, mi raccende il fuoco
     Nel cor mancato per troppo dolere,
     E par ch’io senta alcun nascoso giuoco
     Nell’anima legata dal piacere,
     E meco dico: quindi veniss’io
     Onde quel viene, o dolce mio disio!

LXVIII.


Ma tu che fai tra’ cavalieri armati,
     Tra gli uomin bellicosi e tra’ romori,
     Sotto le tende in mezzo degli aguati,
     Sovente spaventata da’ furori
     Del suon dell’armi, e delle tempestati
     Marine, a cui vicina ora dimori?
     Non t’è el, donna mia, gravosa noia,
     Ch’esser solei sì dilicata in Troia?

LXIX.


I’ ho di te nel ver compassïone,
     Più ch’io non ho di me siccome deggio.
     Ritorna adunque, e la tua promissione
     Intera fa’ prima ch’io caggia in peggio:
     Io ti perdono ogni mia offensione
     Per dimoranza fatta, e non ne chieggio
     Ammenda, fuor vedere il tuo bel viso,
     Nel quale è sol tutto il mio paradiso.

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LXX.


Deh io ten prego per quella vaghezza
     Che me di te e te di me già prese,
     E similmente per quella dolcezza
     Che li cuor nostri parimente accese;
     E poi appresso per quella bellezza
     La qual possiedi, donna mia cortese;
     Per li sospiri e pe’ pietosi pianti
     Che noi facemmo insieme già cotanti.

LXXI.


Pe’ dolci baci e per quello abbracciare
     Che già ci tenne insieme tanto stretti;
     Per la gran festa e ’l dolce ragionare,
     Che più lieti facea nostri diletti;
     Per quella fede ancor la qual prestare
     Ti piacque già negli amorosi detti,
     Quando l’ultima volta ci partimmo,
     Nè più insieme appresso poi reddimmo;

LXXII.


Che di me ti ricordi, e che tu torni:
     E se per avventura se’ impedita,
     Mi scrivi chi dopo li dieci giorni
     T’ha ritenuta di qui far reddita.
     Deh non sia grave a’ tuoi parlari adorni,
     In questo almen contenta la mia vita,
     E dimmi se io deggio più di spene
     In te avere omai, dolce mio bene.

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LXXIII.


Se mi darai speranza, aspetteraggio,
     Come ch’el mi sia grave oltremisura;
     Se tu la mi torrai, m’uccideraggio,
     E darò fine alla mia vita dura.
     Ma come che si sia mio il dannaggio,
     La vergogna sia tua, ch’a così oscura
     Morte recato avrai un tuo soggetto,
     Non avendo commesso alcun difetto.

LXXIV.


Perdona se nell’ordine dettando
     I’ ho fallito, e se di macchie piena
     Forse vedi la lettera ch’io mando:
     Che dell’uno e dell’altro la mia pena
     N’è gran cagion, perocchè lagrimando
     Vivo e dimoro, nè le mi raffrena
     Nullo accidente: adunque son dolenti
     Lacrime, queste macchie sì soventi.

LXXV.


E più non dico, benchè a dire assai
     Ancor mi resti, se non che ne vegni;
     Deh fallo anima mia, che tu potrai,
     Se tu quanto tu sai pur te n’ingegni.
     Oimè, che tu non mi conoscerai,
     Tal son tornato ne’ dolor malegni;
     Nè più ti dico, se non Dio sia teco,
     E tosto faccia te esser con meco.

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LXXVI.


Quinci la diede a Pandar suggellata,
     Che la mandò: ma la risposta invano
     Da essi fu per più giorni aspettata;
     Onde il dolor di Troilo più che umano
     Perseverò, e fugli raffermata
     L’openïon del sogno suo non sano,
     Non però tanto ch’el non isperasse
     Che pure ancor Griseida l’amasse.

LXXVII.


Di giorno in giorno il suo dolor crescea
     Mancando la speranza, onde a giacere
     Por li convenne, che più non potea:
     Ma pur per caso un dì ’l venne a vedere
     Deifebo, a cui molto ben volea;
     Il qual non vedendo el, nel suo dolere,
     Griseida, a dir cominciò pianamente,
     Deh non mi far morir tanto dolente.

LXXVIII.


Deifebo s’accorse allor, che quello
     Fosse che lo strignea, e fatta vista
     D’udito non l’aver, disse: fratello,
     Che non conforti omai l’anima trista?
     Il tempo gaio viene e fassi bello,
     Rinverdiscono i prati, e lieta vista
     Danno di sè; e il dì è già venuto
     Che della tregua il termine è compiuto.

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LXXIX.


Sicchè ’l nostro valore al modo usato
     Potrem nell’armi a’ Greci far sentire:
     Non vuo’ tu più con noi venire armato,
     Che ’l primo solevi essere al ferire,
     E come pro’ da loro esser dottato
     Tanto, ch’avanti a te tutti fuggire
     Ne solei fare? Ettor n’ha già commossi,
     Che doman siam con lui di fuor da’ fossi.

LXXX.


Quale lion famelico, cercando
     Per preda, faticato si riposa,
     Subito su si leva i crin vibrando
     Se cervo, o toro sente o altra cosa
     Che gli appetisca, sol quella bramando;
     Tal Troilo udendo la guerra dubbiosa
     Ricominciarsi, subito vigore
     Gli corse dentro all’infiammato core.

LXXXI.


E ’l capo alzato, disse: fratel mio,
     Io son nel vero alquanto deboletto,
     Ma io ho della guerra tal disio,
     Che rinforzato, tosto d’esto letto
     Mi leverò: e giuroti, se io
     Mai combattei con duro e forte petto
     Contra li Greci, or più combatteraggio
     Ch’ancor facessi, in sì grand’odio gli aggio.

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LXXXII.


Intese ben Deifebo ove gieno
     Quelle parole, e confortollo assai,
     Dicendogli che là l’aspetterieno,
     Però non s’indugiasse più omai
     Al suo conforto, e addio si dicieno;
     Troilo rimase con gli usati guai,
     Deifebo a’ fratei sen venne ratto,
     Ed ebbe a lor tutto contato il fatto.

LXXXIII.


Il che essi credetter prestamente,
     Per atti già veduti; e per non farlo
     Tristo di ciò, di non dirne niente
     Fra lor diliberaro, e d’aiutarlo;
     Perchè alle donne loro incontanente
     Fer dir ch’ognuna andasse a visitarlo,
     E con suoni e cantori a fargli festa,
     Sì ch’obliasse la vita molesta.

LXXXIV.


In poca d’ora la camera piena
     Di donne fu, e di suoni e di canti:
     Dall’una parte gli era Polissena,
     Ch’un’angela pareva ne’ sembianti;
     Dall’altra gli sedea la bella Elena,
     Cassandra ancora gli stava davanti;
     Ecuba v’era, e Andromaca, molte
     Di lui cognate e parenti raccolte.

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LXXXV.


Ciascuna a suo potere il confortava,
     E tale il domandava che sentia;
     Esso non rispondea, ma riguardava
     Or l’una or l’altra, e nella mente pia
     Di Griseida sua si ricordava,
     Nè più che con sospir ciò discopria;
     E pur sentiva alquanto di dolcezza
     E per li suoni e per la lor bellezza.

LXXXVI.


Cassandra che per caso aveva udito
     Ciò che ’l fratel Deifebo aveva detto,
     Quasi schernendol perchè sì smarrito
     Si dimostrava, ed era nell’aspetto,
     Disse: fratel, per te mal fu sentito,
     Siccome io m’accorgo, il maladetto
     Amor, per cui disfatti esser dobbiamo,
     Come veder, se noi vogliam, possiamo.

LXXXVII.


E poichè pur così doveva andare,
     Di nobil donna fostu innamorato!
     Che condotto ti se’ a consumare
     Per la figlia d’un prete scellerato,
     E mal vissuto e di piccolo affare:
     Ecco figliuolo d’alto re onorato,
     Che ’n pena e ’n pianto mena la sua vita,
     Perchè da lui Griseida s’è partita!

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LXXXVIII.


Turbossi Troilo la sorella udendo,
     Sì perchè udiva dispregiar colei
     La quale el più amava, e sì sentendo
     Che ’l suo segreto agli orecchi a costei
     Era venuto, il come non sapendo,
     Pensò che per risponso degli dei
     Ella il sapesse; non pertanto disse:
     Ver parria questo se io mi tacisse:

LXXXIX.


E cominciò; Cassandra, il tuo volere
     Ogni segreto, più che l’altra gente,
     Con tue immaginazioni antivedere,
     T’ha molte volte già fatta dolente;
     Forse più senno ti saria il tacere,
     Che sì parlare scapestratamente:
     Tu gitti innanzi a tutti i tuoi sermoni,
     Nè so che di Griseida ti ragioni.

XC.


Perchè vedendo te soprabbondare,
     Io vo’ far quel che io non feci ancora,
     Cioè la tua bestialità mostrare:
     Tu di’ che per Griseida mi scolora
     Soperchio amore, e vuommel rivoltare
     In gran vergogna, ma infino ad ora
     Non t’ha di questo il vero assai mostrato
     Il tuo Apollo, il qual di’ c’hai gabbato.

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XCI.


Per tale amor Griseida giammai
     Non mi fu in piacer, nè credo sia
     Nessuno al mondo nè che fosse mai
     Ch’ardisse a sostener questa bugia:
     E se, siccome tu dicendo vai,
     Ver fosse, giuro per la fede mia,
     Mai non l’avrei di qui lasciata gire,
     Prima m’avria Priam fatto morire.

XCII.


Non che io creda che l’avria sofferto,
     Come sofferse che Paris Eléna
     Rapisse, onde abbiam ora cotal merto:
     Però la lingua tua pronta raffrena.
     Ma pognam pur che così fosse certo,
     Ch’io per lei fosse in questa grave pena,
     Perchè non è Griseida in ciascun atto
     Degna d’ogni grand’uom, qual vuoi sia fatto?

XCIII.


Io non vo’ ragionar della bellezza
     Di lei, che al giudicio di ciascuno
     Trapassa quella della somma altezza,
     Perocchè fior caduto è tosto bruno;
     Ma vegnam pure alla sua gentilezza,
     La qual tu biasmi tanto, e qui ognuno
     Consenta il ver se ’l dico, e l’altro il nieghi,
     Ma il perchè, il prego, ch’egli alleghi.

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XCIV.


E gentilezza dovunque è virtute,
     Questo nol negherà niuno che ’l senta,
     Ed elle sono in lei tutte vedute,
     Se dall’opra l’effetto s’argomenta:
     Ma pur partitamente a tal salute
     È da venir, sol per lasciar contenta
     Costei che tanto d’ogni gente parla,
     Senza saper che sia quel ch’ella ciarla.

XCV.


Se non m’inganna forse la veduta,
     E quel ch’altri ne dice, più onesta
     Di costei nulla ne fia mai nè è suta;
     E se ’l ver odo, sobria e modesta
     È oltre all’altre, e certo la paruta
     Di lei il mostra; e similmente è questa
     Tacita ove conviensi e vergognosa,
     Che in donna è segno di nobile cosa.

XCVI.


Appar negli atti suoi la discrezione,
     E nel suo ragionare, il quale è tanto
     Saldo e sentito e pien d’ogni ragione,
     Ed io ne vidi in parte uguanno quanto
     Fosse, in la scusa della tradigione
     Fatta per lei del padre, e nel suo pianto
     Del suo altiero e ben reale sdegno
     Con dicenti parole diede segno.

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XCVII.


I suoi costumi sono assai palesi,
     E perciò non mi par ch’abbian mestieri
     Nè d’altrui nè da me esser difesi;
     Nè credo in questa terra cavalieri,
     E siencen quanti voglin de’ cortesi,
     Cui non mattasse in mezzo lo scacchieri
     Di cortesia e di magnificenza,
     Sol che in ciò far le basti la potenza.

XCVIII.


Ed io il so, che già istato sono
     Dov’ella me ed altri ha onorati
     Sì altamente, che in real trono
     Ne seggon molti alli quali impacciati
     Parria essere stati, e in abbandono
     Siccome vili n’avrien tralasciati:
     Se ella è stata qui sempre pudica,
     La fama sua lodevole lo dica.

XCIX.


Che più, donna Cassandra, chiederete
     In donna omai? il suo sangue reale?
     Non son re tutti quelli a cui vedete
     Corona o scettro o vesta imperïale;
     Assai fiate udito già l’avete,
     Re è colui il qual per virtù vale,
     Non per potenza: e se costei potesse,
     Non cre’ tu ch’ella come tu reggesse?

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C.


Ben sapria meglio assai che tu tenerla,
     Io dico, stu m’intendi, la corona;
     Nè saria, qual se’ tu, donna baderla,
     Che dai di morso a ciascuna persona.
     Degno m’avesse Iddio fatto d’averla
     Per donna sì, come fra voi si suona,
     Ch’io mi terrei in grandissimo pregio
     Ciò che donna Cassandra ha in dispregio.

CI.


Or via andate con mala ventura,
     Poi non sapete ragionar, filate;
     Ricorreggete la vostra bruttura,
     E le virtù d’altrui stare lasciate.
     Ecco dolore, ecco nuova sciagura,
     Che una pazza per sua vanitate
     Quello ch’è da lodar riprender vuole,
     E se non è ascoltata, le ne duole.

CII.


Cassandra tacque, e volentieri stata
     Esser vorrebbe altrove quella volta;
     E tra le donne si fu mescolata
     Senz’altro dire, e come gli fu tolta
     Dal viso, così tosto ne fu andata
     Al palagio real, nè mai più volta
     Per visitarlo dievvi: non fu ella
     Sì ben veduta ed ascoltata in quella.

[p. 241 modifica]


CIII.


Ecuba, Elena, e l’altre commendaro
     Ciò ch’avea detto Troilo; e dopo un poco
     Piacevolmente tutte il confortaro,
     E con parole, e con festa e con giuoco:
     E quindi insieme tutte se n’andaro,
     Ciascheduna tornandosi al suo loco;
     E poi più volte il visitare ancora,
     Mentre in sul letto debol fe’ dimora.

CIV.


Troilo sì per lo continuare
     D’essere in doglia, divenne possente
     Con pazïenza quella a comportare;
     E sì ancora per l’animo ardente
     Che contro a’ Greci avea di dimostrare
     La sua virtù, li fece prestamente
     Le forze racquistar, ch’avea perdute,
     Per le troppo agre pene sostenute.

CV.


Ed oltre a ciò Griseida gli avea scritto,
     E mostrato d’amarlo più che mai;
     E false scuse al suo tanto star fitto
     Senza tornare aveva indotte assai,
     E domandato ancor nuovo rispitto
     Al suo tornar, che non dovea giammai
     Essere, ed el’ gli avea dato sperando
     Di rivederla, ma non sapea quando.

[p. 242 modifica]


CVI.


E ’n più battaglie poi con gli avversarj
     Fatte, mostrò quanto in arme valea;
     E’ suoi sospiri e gli altri pianti amari,
     Che per loro operare avuto avea,
     Oltre ogni stima gli vendea lor cari,
     Non però quanto l’ira sua volea:
     Ma morte poi, ch’ogni cosa disface,
     Amore e la sua guerra pose in pace.