Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro IV/Capo II

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capo II - Studi sacri

../Capo I ../Capo III IncludiIntestazione 7 marzo 2019 25% Da definire

Tomo III - Capo I Tomo III - Capo III
[p. 416 modifica]

Capo II.

Studi sacri.

I. Ciò che nell’epoca precedente a grande onor dell’Italia abbiamo osservato, cioè uomini dotti da essa passati a sparger luce e dottrina nelle provincie straniere, ci si offre pure, e forse ancora più gloriosamente, nell’epoca di cui ora trattiamo. Noi avremo a vedere non solamente la Francia, ma ancor l’Inghilterra, giovarsi del sapere di molti Italiani negli studi sacri ugualmente che ne’ profani, e alcuni tra loro introdurre nuovi sistemi, farsi fondatori di scuole, e assicurarsi presso i posteri un nome cui le vicende dei tempi e la mutazione delle idee non hanno ancora potuto nè potran forse mai cancellare. Noi verremo parlando partitamente di ciascheduno di essi, e di molti altri che ne’ sacri studi ottennero di questi tempi gran lode; (a) Il sig. Landi si duole ch’io abbia trattato leggermente e sol di passaggio ciò che appartiene alle biblioteche di questi tempi (/. i, p. 35G), ed ha aggiunto perciò un paragrafo su questo argomento (ivi,p. 32 i,cc.). Ma in esso io non trovo cosa riguardo all’Italia che non sia stata pure da me avvertila udì’epoche a cui apparteneva. [p. 417 modifica]QUARTO 41c i) faremo per modo che ognun possa intendere che non è già troppo favorevole pregiudizio che ci conduce a sentire così onorevolmente della comun nostra patria , ma amore di verità, e zelo di mantenerle l’antica gloria, di cui abbiamo una quanto più fondata tanto più ragionevole compiacenza. II. E prima di ogni altro vuolsi qui parlare di uno che da alcuni ancor tra’ Francesi ci si concede qual nostro, ma che da altri ci si vorrebbe rapire, dico di Fulberto vescovo di Chartres. Il P. Mabillon inclina a pensare ch’ei fosse romano di patria Ann. Bened. t. 4, l. 50, n. 72; et Acta SS. Ord. S. Bened. saec. 5, praef. n. 43) 5 e a questa opinione si mostra pur favorevole l’ab. Fleury (Hist eccl. l. 58, n. 57). Ma i Maurini autori della Storia letteraria di Francia affermano che gli argomenti che se ne adducono, sono assai equivoci, e che nol provano in alcun modo (t. 7, p. 261). Or quali son essi? Un cotal Einardo avea chiesto a Fulberto il suo sentimento intorno al rito di consegnare a’ sacerdoti nuovamente ordinati un’ostia cui essi doveano nello spazio di 40 giorni successivamente venir consumando. Fulberto gli risponde (ep. 2) ch’egli avea già seco dalla sua patria portato un libro con cui avrebbe potuto agevolmente soddisfare a una tal quistione; ma che avendolo lungamente cercato; o perchè l’avesse prestato ad altri, o perchè in tanti viaggi’ l’avesse smarrito, non gli era venuto fatto di rinvenirlo: Haesitare diutius coepi, an mihi adhuc codicem illum unum haberem, quem a natali patria inter ceteros devexeram, in quo TiaABOScni, Voi. III. 27 11. Fulberto vescovo di Ciliari res fu pi ol’.ihil ineti le ilaliaau. [p. 418 modifica]4>8 ninno ejttsmodi exemplaria continebar. tur. Ouem din quaesitum, quoniam aut alicui praestitum, aut per tot locorum mutationem casu utilissimi, non invenio, ec. Quindi dopo avergli esposto ciò che nel libro medesimo ricordavasi di aver letto in addietro, condii ride: liaec paura de multis, quae repetita memoria , et multo et tempore dissuta licet recitasse, ad praesens sufficiant, dum ego codicem de ejusmodi exemplaribus a romano scrinio prolatum perlegam. Alle quali parole par che altro senso non possa darsi, se non che basti frattanto ad Einardo ciò che coll’ajuto della memoria glien’avea scritto, finchè gli riesca di trovare il codice che seco avea portato da Roma. Or questo codice stesso avea poc’anzi detto di averlo seco recato dalla sua patria. Dunque la patria di Fulberto era Roma. I Maurini a questo argomento rispondono che esso è equivoco, e che non prova abbastanza. Ma non basta asserirlo; convien provarlo; convien mostrare che in altro senso si possono più comodamente spiegare le recate parole; il che essi non hanno fatto, nè potrebbon per avventura fare giammai. Essi aggiungono che con maggior fondamento si può affermare ch’ei fosse nativo del Poitou, o in generale dell’Aquitania; che la stretta sua unione col duca Guglielmo V, a cui quelle provincie ubbidivano, n’è un’assai probabile congettura , la quale prende ancor la forza di pruova al veder Fulberto riconoscersi come suddito di questo principe cui chiama suo signore: Herus meus (cp. i5). Ame non sembra di riconoscervi nè congettura nè pruova alcuna. Il frequente commercio di lettere che [p. 419 modifica]QUARTO \ 1 y «.ino abbia con qualche principe, quando mai si è recato a provare che egli gli sia suddito? Il titolo poi di padrone è ben connesso con quello di servidore, ma non con quello di suddito nazionale; e io credo certo che i Maurini si riderebbon di uno il qual per provare che il Cardinal Mazzarini, a cagion d’esempio, era francese , si valesse delle lettere in cui egli chiama Luigi XIV suo padrone. Oltre che la lettera che essi accennano, di Fulberto a Roberto re di Francia in cui dà a Guglielmo il nome di suo padrone, non solo non si può neppure accertare ch’essa sia di Fulberto, poichè nel titolo così si legge: Domine suo Regi Fulbert. Andegavorum Comes salutem et fidele obsequium; il quale titolo di conte d’Angiò non convien certo a Fulberto; ma anzi sembra evidente ch’essa fu scritta da Folco conte d’Angiò per ordine del duca Guglielmo, e che quindi per errore facile ad avvenire nel titolo di essa in vece di Fulco si è poscia scritto Fulbert Veggasi in fatti la Storia di Francia del P. Daniel (t.3, p. 319, ed. 1755), che parla di questa lettera, e dell’occasione a cui essa fu scritta. Essa dunque non ci può dare nè congettura nè pruova alcuna dell’opinion de’ Maurini. Essi finalmente aggiungono che se Fulberto avesse nominato il vescovo a cui scrive la xii sua lettera, forse avrebbe tolta su questo punto ogni dubbiezza; poichè è certo eli’ egli era nato ed avea avuta la prima educazione nella diocesi, o fors’anche nella città vescovile di quel prelato. Ma non sembra, conchiudon essi, men certo che questa lettera non è scritta nè a un papa, nè a un [p. 420 modifica]4^0 MURO vescovo d! Italia. Così questi dotti autori. Ma io trovo bensì che Fulberto in (quella lettera dice di essere stato da quel vescovo ne’ primi anni educato: sum namque, divina procurante gratia, disciplinae tuae vernaculus a puero; che ei fosse nato in quella città medesima, non ne trovo alcun cenno. Onde poi raccolgono i Maurini, ch’essa non sia scritta ad alcun vescovo italiano? lo confesso che comunque l’abbia più volte letta, non vi scorgo una sillaba per cui si possa ciò asserire. JJ espressioni sono sì generali, che posson convenire ugualmente a un vescovo ancor della Russia. Come dunque affermare che non è men certo eli1 essa non è scritta ad alcun vescovo d’Italia? Non potrei io dire alla stessa maniera che è certo eh1 essa 11011 è scritta ad alcun vescovo della Francia? Ma a me basta il riflettere che da essa non si può ricavare di qual paese fosse il vescovo a cui essa è indirizzata; e che in conseguenza nè i Maurini han recato ragione alcuna che pruovi Fulberto essere stato francese, nè hanno atterrate quelle che rendon probabile ch’ei fosse italiano. III. Io ho voluto stendermi alquanto su ciò che appartiene alla patria di Fulberto, per vendicare all’Italia un onore che senza ragione da alcuni le è stato tolto. Ma non contrasterò già a’ Francesi la gloria di annoverarlo tra’ loro; poichè egli veramente e nella Francia fece almeno in parte i suoi studj sotto la direzione del celebre Gerberto, di cui nel precedente libro si è ragionato, e in Chartres aprì una celebre scuola in cui egli venne formando molti [p. 421 modifica]QUARTO 431 celebri allievi, e di questa città medesima fu poi ordinato vescovo, ed ivi finalmente morì, secondo la più probabile opinione, l’an 1028. Tutte le quali cose io qui accenno in breve, perchè propriamente non ci appartengono se non assai di lontano. Nemmeno entrerò a parlare delle opere che di lui ci sono rimaste, le quali sono singolarmente molte lettere su diversi argomenti, alcuni sermoni, e alcuni altri opuscoli, de’ quali, oltre i soprallodati Maurini, si può vedere l’erudito P. Ceillier (Hist. des Aut eccL t. 20, p. 118, ec.). Noi non sappiamo se della sua dottrina fosse Fulberto almeno in parte debitore all’Italia, e perciò non dobbiamo senza bastevole fondamento attribuirci una gloria a cui altri hanno forse miglior diritto. IV. Assai più gloriosa all’Italia è la memoria di due illustri prelati che in questo secol medesimo colla lor santità non meno che col lor sapere recarono alla Francia e all’Inghilterra non piccol lume, dico Lanfranco e S. Anselmo, amendue arcivescovi di Cantorberì. Che Lanfranco nascesse in Pavia d’illustre famiglia al principio dell’ xi secolo, da tutti gli antichi scrittori si afferma concordemente; ma non è ugualmente certo come.e dove egli passasse i primi anni della sua gioventù. Milone Crispino monaco del monastero di Bec, che ne ha scritta prima d’ogni altro la Vita verso la metà del xii secolo, racconta (V. Mal)¡llon Acta SS. Ord. S. Bened. t. 9; et Acta SS. Bolland. t. 6 maii) che Lanfranco in età ancor tenera avendo perduto il padre, e dovendo egli succedergli nelle, cariche e negli onori, abbandonata la patria. [p. 422 modifica]4^2 LIBRO amicasene agli studi per desiderio d’istruirsi; che trattenutosi ivi per lungo tempo e ben formatosi a tutte le profane scienze, tornò in pa tri a; dalla quale poscia di nuovo uscito , e passate l’Alpi sen venne in Francia. E altrove aggiugne eli’ egli negli anni puerili fu istruito nelle scuole delle arti liberali e delle leggi secolari secondo il costume della sua patria; clic essendo ancor giovinetto, e perorando con grande eloquenza vinse spesso nel trattare le cause i veterani oratori, e che seppe pronunciar tai sentenze cui i giureconsulti, i giudici e i pretori della città udivano con piacere. Di ciò, conchiude egli, ben si ricorda Pavia. Così questo scrittore, che vivendo nel monastero medesimo ove era lungamente vissuto, e di cui era stato priore Lanfranco, poteva facilmente essere ben istruito di ciò che a lui apparteneva. Or in queste parole alcuni moderni scrii tori hanno scoperte molte altre cose a cui l’autor della Vita non avea certo pensato. Il P. Mabillon uomo di vastissima erudizione, e perciò ritenuto e modesto nelle sue congetture, dice che la città a cui Lanfranco recossi per motivo di studio, fu forse Bologna (Ann. bened. t. 4? l. 58, n. 44)> opinione che di fatto non è improbabile; poichè in questa città, come vedremo trattando della giurisprudenza, eranvi scuole di eloquenza e di filosofia prima ancora che lo studio delle leggi vi fosse introdotto. Ma la congettura modesta del Mabillon presso altri è divenuto un fatto certissimo di cui non è lecito il dubitare; e il P. Ceillier afferma el i* Lanfranco andò a Bologna a studiar l’eloquenza [p. 423 modifica]QUARTO 4^3 e le leggi (Hist. des Aut. eccl. t. 21, p. 1). Ma ciò non basta. Lanfranco secondo alcuni non solo studiò le leggi, ma ne fu ancora maestro in Pavia sua patria, quand’ei vi fece ritorno. Così ci narrano non solo il suddetto autore, ma anche i Maurini autori della Storia letteraria di Francia (t. 7, p. 151), i quali aggiungono di’ egli insieme con Guarnerio spiegò il Codice di Giustiniano. Or questo non è certo il senso delle citate parole, nelle quali si afferma bensì che Lanfranco si esercitò in Pavia nel trattare le cause, e che ottenne fama di giovane dottissimo nel civile diritto; ma ch’ei ne tenesse scuola, non si accenna punto. Convien però confessare che ciò non si asserisce da’ moderni scrittori senza l’autorità di qualche antico; perciocchè Roberto del Monte, che visse o al fine del XII secolo, o al principio del XIII, così dice (in Accessione ad Chron. Sigibert. ad an. 1032): Lanfrancus Papiensis et Garnerius socius ejus, repertis apud Bononiam le gibus romanis Justiniani imperatoris, operam dederunt eas legere, et aliis exponere. Ma in primo luogo Roberto non dice che Lanfranco e Guarnerio tenessero scuola in Pavia; anzi egli sembra indicarci che ciò avvenisse in Bologna. E innoltre Guarnerio ossia Irnerio il primo interprete delle leggi, che qui si dà per compagno a Lanfranco, fiorì quasi un secolo dopo lui; e allor solamente, o non molto prima, come a suo luogo vedremo, ebbe principio in Bologna lo studio delle leggi. Quindi le parole di questo benchè antico scrittore non bastano a stabilire (questa opinione che è sembrata non ben certa anche [p. 424 modifica]434 LIBRO al eh. Muratori (Antìq. li,il. l. 3, diss. 44, p. 886). Ciò non ostante anche il Gatti afferma (Jli.t. (ijmnas. Tirin c. i >.) che Lanfranco tenne scuola in Pavia, e aggiunge che vi ebbe fra gli altri a scolaro Anselmo da Baggio, che fu poscia pontefice col nome di Alessandro II. E che questi fosse scolaro di Lanfranco, non può negarsi; ma è ugualmente certo che ciò fu nel monastero di Bec, e non in Pavia. Ecco le parole con cui Alessandro, secondo il soprallodato Milone Crispino, si volse a quelli che si maravigliavano degli onori che da lui vedevano rendersi a Lanfranco allora arcivescovo: Non ideo assurrexi ei, quia archiepiscopus Cantuariae est; sed quia Becci ad scholam ejusfui, et ad pedes ejus cum aliis auditor consedi (in Vita c. 5). Non vi ha dunque alcun argomento bastevole ad affermare che Lanfranco tenesse scuola o in Bologna, o in Pavia; e solo è certo ch’ei si fornì in Italia di quella vasta dottrina che poscia sì felicemente diffuse in Francia e in Inghilterra. Ma intorno alla scuola di leggi da Lanfranco aperta dovremo favellare più distesamente, ove tratteremo della giurisprudenza. V. Passato in Francia Lanfranco aprì primieramente scuola in Avranches nella Normandia; poscia abbandonato il mondo, e consecratosi a Dio nel monastero di Bec nella stessa provincia, ivi ancora prese ad istruire non i monaci solaio ente, ma altri ancora che da ogni parte accorrevano tratti dalla fama di sì illustre maestro (Vita c. 1). La stima ch’egli in questo impiego acquistossi, fu tale che gli antichi scrittori non altrimenti di lui ci ragionano [p. 425 modifica]QUARTO 4a5 che come ili ristoratore delle scienze. Latinitas, dice Milone Crispino (ib.), in antiquum scientiae statum ab eo restituta, tota supremum debito cum amore et honore agnoscit magistrum... ipsa quoque in liberalibus studiis magistra Gentium Graecia discipulos illius libenter audiebat et admirabatur. Le quali parole veggonsi ancor ripetute da Guglielmo gemmeticense (Hist. Normann. l. 6). Guimondo vescovo di Aversa, e già discepolo di Lanfranco, dice che per mezzo di questo dottissimo uomo ravvivò Iddio e fe’ rifiorire le arti liberali che nella Francia erano allor decadute (Lib. De Corp. et Sang. Christi). E similmente Guglielmo Malmesbury scrittore del xii secolo afferma (De Gestis Reg. Anglor. l. 1) ch’egli tenne pubblica scuola di dialettica; e che se ne sparse per ogni dove la fama , talchè la scuola del monastero di Bec era sopra le altre celebre e rinomata. E ciò raccogliesi ancora dal numero e dal sapere di molti tra quelli che a questa scuola concorsero; fra’ quali voglionsi annoverare singolarmente Alessandro II , il suddetto Guimondo vescovo d’Aversa, S. Anselmo arcivescovo, di cui fra poco ragioneremo, il celebre Ivone di Chartres ristoratore del diritto canonico in Francia, oltre tanti altri che si annoverano dagli eruditi Maurini autori della Storia letteraria di Francia (t 7, p 79)• VI. Ciò che è più degno di maraviglia, si è che il saper di Lanfranco fu di un genere già da lungo tempo dimenticato , e in cui egli non potè avere altro maestro che il suo genio medesimo. La buona critica fra la universale [p. 426 modifica]426 LIBRO barbarie che inondata avea l’Europa, era allora interamente perduta. Le opere degli uomini dotti passate per mille mani di copisti spesso ignoranti eran malconcie e contraffatte per modo che spesso o non poteasi rilevarne alcun senso, o rilevavasi totalmente contrario a quel dell’autore. E i libri sacri medesimi non erano andati esenti da sì misero guasto. Lanfranco che conoscevane il danno presente, e il molto peggiore che temer doveasene per l’avvenire, applicossi al noioso ma troppo allor necessario esercizio di esaminare, di confrontar, di correggere, per lasciare in tal maniera codici esatti a cui potersi sicuramente affidare. Così.egli fece, per testimonio del più volte lodato Milone Crispino (Vita c. 6), di tutti i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, e di molte opere de’ santi Padri ~ anzi di que’ libri ancora che per gli ufficj ecclesiastici erano in uso. Gli autori della Storia letteraria di Francia osservano (l. c. p. 117) che ne’ monasteri di S. Martino di Seez e di S. Vincenzio del Mans tuttor conservansi alcuni codici delle Opere di Cassiano e di S. Ambrogio corretti per man di Lanfranco. E ben se gli offerse occasione opportuna a mostrare quanto ei fosse versato nella lettura de’ santi Padri. Perciocchè Berengario, che di que’ tempi levò la fronte contro la dottrina universal della Chiesa intorno al mistero dell’Eucaristia, avendo avuto l’ardire, secondo l’ordinario costume de’ Novatori, di citar passi falsi o corrotti de’ SS. Padri, Lanfranco ne scoprì tosto le frodi, come veggiam dall’opera che contro di lui egli scrisse. [p. 427 modifica]QUARTO 427 VII. La fama che del saper di Lanfranco si sparse per ogni luogo, gli aprila strada, benchè suo malgrado, alle più ragguardevoli dignità. Egli ricusò costantemente l’arcivescovado di Rouen, che gli fu offerto l’anno 1067. Ma non E iole ugualmente sottrarsi a quello di Cantorberì, cui egli dovette finalmente accettare l’anno 1070. Ciò ch’egli vi operasse alla riforma del clero, a vantaggio della sua chiesa e di tutto il regno, non appartiene punto alla Storia della Letteratura; nè io debbo perciò trattenermi a favellarne più oltre. Ei morì l’anno 1089; e benchè non sia onorato di culto pubblico , se ne vede però inserito il nome in non pochi Martirologi. Le opere che di lui ci sono rimaste, non sono punto inferiori agli elogi che ne han fatto gli scrittori contemporanei. Esse sono un Trattato contro la eresia di Berengario e a difesa della dottrina della Chiesa cattolica intorno l’Eucaristia; gli Statuti da lui composti pe’ monaci d’Inghilterra e per la celebrazione de’ divini Ufficj; molte lettere da lui scritte, altre mentre era monaco, altre mentre era arcivescovo di Cantorberì, per tacere di altre opere le quali o senza bastevole fondamento gli si attribuiscono, e son certamente di altri autori; o furono bensì scritte da lui, ma or più non si trovano, o almeno non sono ancora venute a luce. Di esse e di altre cose che a Lanfranco appartengono, si veggano gli scrittori della Storia e delle Biblioteche ecclesiastiche, e tra questi singolarmente il P. Ceillier (l. cit.), il quale, secondo il comun sentimento, osserva che nelle opere di Lanfranco si [p. 428 modifica]428 LIBRO vede ordine, precisione, chiarezza, stil grave insieme e semplice e naturale, e giusto e forzoso ragionamento; i quai pregi, se in ogni età hanno renduto celebre uno scrittore, molto più a questa di cui trattiamo, quando era sì raro il trovare chi ne fosse fornito. VIII. L’altro Italiano a cui la Francia non meno che l’Inghilterra dovettero in gran parte il risorgimento de’ buoni studj, fu S. Anselmo arcivescovo egli pure di Cantorberì. Io spero che i Francesi non si sdegneranno con noi, se lo annoveriamo tra’ nostri, sì perchè ei nacque in Aosta, la qual città non negheranno che appartenga all’Italia, sì perchè Gondulfo di lui padre era natio di Lombardia, e venuto a fissar sua dimora in Aosta, come racconta il monaco Eadmero, che vissuto più anni con questo santo arcivescovo, ne scrisse poscia esattamente la Vita. Ei nacque verso l’anno 1034, e nell’età sua puerile istruito negli studj proprj di essa, vi fece non ordinarj progressi. Passato quindi in Francia, e venuto al monastero di Bec, ove allora teneva scuola Lanfranco, riprese con più ardore i suoi studi sotto la direzione di sì grand’uomo, e poscia nel monastero medesimo consecrossi a Dio nell’anno 27 di sua età. Le religiose virtù non furono da lui coltivate con minor fervore; e in esse ei si rendette sì perfetto modello, che quindi a tre anni fu fatto priore, e poscia abate del monastero suddetto, da cui tratto l’anno ioi)3 per sollevarlo al1’arcivescovado di CanLorberì, vacante già da quattro anni dopo la morte di Lanfranco, lo resse per sedici anni, benchè travagliato quasi [p. 429 modifica]quarto 429 continuamente per le dissensioni che tra lui e i due re d’Inghilterra, Guglielmo soprannomato il Rosso, ed Arrigo I, si accesero sulla materia si caldamente allora agitata delle ecclesiastiche immunità e delle investiture; finchè riconciliatosi col sovrano l’anno 1106, governollo poscia con maggior tranquillità fino all’anno 1109 in cui santamente morì. Tutto ciò mi basta aver brevemente accennato, perciocchè esse son cose troppo aliene dall’argomento di questa Storia. IX. Ma non vuolsi passar così di leggeri su ciò che appartiene agli studj e al sapere di questo prelato. Ei succedette a Lanfranco nel reggimento della scuola del monastero di Bec; e questa che pel valore di un Italiano era già salita a fama non ordinaria, da un altro Italiano fu renduta ancora più illustre. Egli ancora occupossi, come il suo maestro Lanfranco, nel confrontare e correggere i codici, i quali, come dice Eadmero (in Vita Ans. l. 1), erano allora in ogni parte del mondo troppo guasti e scorretti. A’ giovani che ancor dalle più lontane parti a lui accorrevano per istruirsi, si mostrava sollecito e amorevole padre, e rimirandoli come pieghevole cera che facilmente riceve ogni impressione, cercava con ogni maniera di volgerli al bene, e colle scienze istillava ne’ teneri loro animi la pietà e la religione (ib.). Non fu però il solo monastero di Bec che godesse de’ frutti del sapere di questo grand’uomo. Mentre egli era arcivescovo di Cantorberì, venuto a Roma, intervenne l’anno 1098 al Concilio di Bari, e disputò dottamente e con [p. 430 modifica]430 LIBRO applauso di tutti contro l’error de’ Greci intorno alla processione dello Spirito Santo. Ma le sue opere singolarmente sono e saranno sempre un chiarissimo testimonio della profonda dottrina di S. Anselmo. Io non entrerò a parlare di ciascheduna di esse, per non ripetere inutilmente ciò che tanti altri ne hanno già detto; fra’ quali più esattamente di tutti ne han ragionato il P. Gerberon nella bella edizione che ci ha data dell’Opere di questo santo dottore, i Maurini autori della Storia letteraria di Francia (¿9, p. 398), il P. Ceillier (Hist. des Aut. eccl. t. 21, p. 267), e il ch. Mazzucchelli (Scritt ital. t. 1, par. 2). Qui basti solo il riflettere che oltre le Omelie, le Lettere, e molte opere ascetiche, ne’ suoi trattati teologici, e singolarmente nel Monologio e nel Proslogio noi veggiamo esaminate e svolte felicemente le più astruse quistioni sull’esistenza, sulla natura, sugli attributi di Dio; e ciò non tanto col ricorrere all’autorità della sacra Scrittura e de’ Padri, quanto cogli argomenti tratti dalla ragione, da lui maneggiati con sottigliezza e con evidenza non ordinaria; il che lo ha fatto considerare come il padre della scolastica teologia, la qual però non fu da lui inviluppata in quelle barbare voci che furon poscia introdotte nei secoli susseguenti. Lo stesso metodo egli tenne negli altri trattati della verità, del libero arbitrio, della concordia della prescienza, della predestinazione, e della grazia colla libertà, della volontà di Dio, e in altri somiglianti argomenti. Nè minor dottrina diede egli a vedere in quelle materie che richiedevano argomenti [p. 431 modifica]QUARTO 43I presi dalle Scritture sacre e dalla tradizione, come nei Trattati del Sacramento dell’Altare, della Incarnazione, della Processione dello Spiri!’ Santo, e in altri, i quali pure furono da lui trattati con giusto metodo e con filosofica precisione. , X. Di Lanfranco e di Anselmo avremo a ragionar di bel nuovo , quando tratteremo della filosofia di questi tempi. Ma io non voglio frattanto differire più oltre a riportare l’elogio che di questi due illustri Italiani han fatto i Maurini autori della Storia letteraria di Francia; elogio di cui tanto più noi dobbiam compiacerci , quanto più si credon sincere le lodi che vengono dagli stranieri, e, diciamo ancor, da’ rivali. Lanfranco e Anselmo, dicono essi (t. 7, p. 76, ec.), che aveano per la bella latinità e per le più alte scienze un finissimo gusto dopo il decadimento delle lettere non ancor conosciuto , il comunicarono a’ lor discepoli, e questi ad altri. Felici rivoluzioni, le cui influenze essendosi sparse a poco a poco in tutta la Francia, e passate ancor in Inghilterra, in Italia e in Allemagna, furono la sorgente di quel risorgimento delle scienze che si vide tra’ nostri Francesi a’ tempi di Luigi il giovane! Al monastero di Bec. si dee giustamente la lode di essere stato per così dire la culla di questo rinascimento. Lo storico della Vita di Lanfranco , prevedendolo da lungi, lo prediceva fin da’ suoi tempi; e perciò egli scrisse che tutta la Chiesa occidentale, e nominatamente la Francia e l’Allemagna, godevano al vedersi rischiarate da luce sì luminosa.... Prima che Lanfranco [p. 432 modifica]432 unno e Anseimo di lui scolaro tenessero scuola in questo monastero, il latino dei Francesi era ■ d ordinario incolto, grossolano e barbaro: la lor teologia era rozza, inanimata e mane unte spesso di esattezza nei ragionamenti; la lor filosofia ancora non consisteva che in una misera dialettica, e della metafisica appen i conoscevano il nome. Ma dappoichè questi due grand uomini ebbero fatte le pubbliche loro lezioni così a voce come in iscritto, tutte queste facoltà letterarie giunsero a un grado di perfezione, cui i più illuminati secoli posteriori non hanno avuta difficoltà a prendere per modello. Lanfranco fece rivivere l’ingegnosa e trionfatrice maniera if impiegare le armi che a difender la Fede somministra la teologia. Anselmo sciolse quistioni teologiche sconosciute fin a quel tempo ed oscure; e chiaramente mostrando la conformità delle sue decisioni coll’autorità della sacra Scrittura, scoprì ai teologi un nuovo metodo di trattar le cose divine , accordando la ragione colla rivelazione. Insegnò a’ filosofi a sollevarsi non solo sopra le sottigliezze e il barbarismo della scuola , ma ancora sopra tutte le cose sensibili, e a far uso dell’idee innate e del lume naturale che il Creatore ha comunicato alt umano intendimento. Anselmo ne diede saggio egli stesso in diversi libri che gli hanno meritato il titolo del più eccellente metafisico ciie dopo i tempi di S. Agostino ci sia vissuto. Fin qui essi, e in più altri luoghi ancora dell’opera loro fanno somiglianti elogi di questi due celebri ristoratori delle scienze e della buona letteratura; dopo [p. 433 modifica]QUARTO ^33 j quali essi ci permetteranno, io spero, di trarne una conseguenza ali’ Italia nostra troppo onorevole , cioè che a questi due Italiani dee singolarmente la Francia l’onore e la fama a cui salirono le scuole e i suoi studj, e che tanti Italiani ancora colà condusse a coltivarli (9). (9) Non solo la Francia e l’Inghiltera ricevettero nel secolo xi non mediocre vantaggio dal sapere degli. Italiani, ma esso fu ancora utile all’Ungheria. S. Gherardo veneziano di patria, e creduto da alcuni della illustre famiglia Sagredo, fu da S. Stefano re d’Ungheria circa l’anno 1004 destinato a promulgar l’Evangelio in quel regno, indi nominato istruttore del suo figlio S. Emerico fino all’anno 1030 in cui fu nominato vescovo Morisano, e fu poscia ucciso dagli Infedeli circa l’anno 1045. Di lui si posson vedere più esatte notizie presso il P. Stiltingo (Acta SS. sept. t. 2, p. 712, ec.), l’abate Stefano Katona (Hist. Crit. Regum Hung. Posenii, 1779 t 1. 2), il P. Giorgio Pray (Ann. Reg. Hung. Vindob. 1163, pars 1 , p. 51; Hierarchia Hung. pars 2, p. 281, 290), e il canonico Giuseppe Rollar (liist. Episcopo!. Quiiir/urccles. Po soni i, 1782, t. 1, p. 105). Il Sansovino avealo fatto autore di alcune opere (Ven. l. 13), ma niuno sapeva indicarci ove esse fossero. Il sig. cardinale Giuseppe Garampi , il quale nel tempo della sua nunciatura alla corte di Vienna ha esaminate molte biblioteche dell’Allemagna con quella diligenza e con quella esattezza che de’ veri dotti è propria , e che ha voluto gentilmente comunicarmi il frutto delle sue erudite ricerche, mi ha indicato un codice in foglio della biblioteca capitolare della cattedrale di Frisinga , scritto , come sembra, nel XII secolo. Essa ha per titolo: Deliberatio Gerardi Moresanae Ecclesiae episcopi super hymnum trium puerorum ad Insingrimum Liberalem; ed è diviso in otto libri o trattati scritti a foggia di prediche al popolo, ne’ quali tropologicamente e anagogicamente si illustrano i soli primi versetti del Cantico. Benchè lo stile ne sia intralciato Tiraboschi , Poi. III. 28 [p. 434 modifica]XI. Noti. tr di Pirr / ouil>anVi>: qticsrijt.e int’jruo alla «tu patria. 434 LIBRO XI. Nè qui ebber fine i vantaggi che in quest’epoca dall1 Italia ritrasse la francese letteratura sacra. All’onore che la scuola del monastero di Bec in Normandia avea ricevuto da Lanfranco e da Anselmo, si aggiunse verso la metà del XII secolo quello che alle scuole di Parigi recò il famoso Pietro Lombardo. Di quest’uomo quanto è celebre il nome, altrettanto è oscura l’origine. Gli antichi scrittori non con altro nome ne spiegan la patria, che con quel di lombardo, parola di troppo ampio significato , perchè si possa accertare ove egli nascesse. La comune opinione il fa natio dei territorio novarese; e io son ben lungi dal voler render dubbiosa tal gloria di questa illustre città (10). Nondimeno ci convien confessare che cd-oscuro, forse anche per colpa degli amanuensi, molle pregevoli notizie però vi s’incontrano per la storia di que’ tempi, e delle eresie ullor uate, e delle persecuzioni delia Chiesa. E due altre sue opere vi accenna egli, cioè a p. 69 un suo Lomento sull’Epistola agli Ebrei, e a p. i6i7 un opuscolo de Divino Patrimonio, le quali forse or sono smarrite. (10) Io non vo’ ritoccar la quistione della patria di Pietro Lombardo, sulla quale, all’occasione di questo passo della mia Storia, è nata una letteraria contesa tra un Accademico Oscuro , il quale si e sforzato di dimostrare che Pietro fosse lucchese, e il ch. sig. conte. Michelangelo Leonardi patrizio novarese che ha combattuto valorosamente per l’onor della sua patria. Amendue questi scrittori mi hanno ne’ loro libri onorato più ch’io non merito; e mi spiace di non poter corrispondere alla lor gentilezza col dar ragione ad amendue. Io non ho reputata, nè reputo certa l’opinione de’ Novaresi, poichè a renderla tale ci mancano que’ monumenti che ne tolgono ogni dubbio. Ma ciò non ostante ella mi [p. 435 modifica]QUARTO 4^ 1 più antichi autori, ch’io sappia, a cui questo sentimento si appoggia, sono Ricobaldo da Ferrara, che scriveva al line del xm secolo, n fra Jacopo d’Acqui domenicano, che scriveva 1 anno i3a8 (V. Cai. MSS. Reg. /Ubi. Taurin. t. 3, p. i5o), e perciò posteriori amendae di circa un secolo c mezzo alla morte di Pietro Lombardo; e io perciò non intendo come il Colla abbia potuto chiamar Jacopo autore a lui assai vicino (Museo Novar. p. a55). Ilicobaldo non indica precisamente il luogo in cui nacque, ma ilice solo in territorio No varine (Script. Rer. ital. voi. 9, p. 134)• La più parte però de’ moderni scrittori pensa eh’egli nascesse in una terra del Novarese, detta Nomenogno, intorno alla quale veggasi un’erudita lettera del eh. P. Guido Ferrari (Jnscript. Epist. ec. voi. 2, p. 47)? I Maurini autori della Storia letteraria di Francia hanno congetturato che la patria di Pier Lombardo, detta par meglio fondata che quella dell’Accademico Oscuro, il quale non ha in suo favore che congetture. L’autorità da me prima non avvertita di Tolommeo da Lucca, scrittore nato nel 1236, cioè in tempo in cui non dovea essere ancor perita in quella città la memoria di un uom sì famoso, qual era Pietro, se quella città medesima avesse avuta a sua patria , e che nondimeno dice: Petrus lombardus de Novaria trahens originem (Hist. eccl. l. 20, c. 27; Script. rer. ital. vol. 11, p. 1108), è, a mio parere, una pruova che ha molta forza a combattere 1 opinione clelP Accademico Oscuro, e a rendere ancor più probabile quella de’ Novaresi.

    • Quanto all’opera di Pier Lombardo veggasi l’elogio

di esso inserito ne’ Piemontesi Illustri, ove si osservano i pregi non meno che i difetti della medesima (Li, p. 37, ec.)». [p. 436 modifica]XII. Epoche della sua vita. 1-fà. LIBRO da alcuni latinamente lumen omnium, fosse Lumello (t. 12, p. 585); congettura troppo male fondata , poichè questo luogo appartiene alla diocesi di Pavia, non di Novara. Checchè sia di ciò. io vorrei che a provare che Pier Lombardo fosse natio di Nomenogno , e che questa terra già si dicesse lumen omnium} io vorrei, dico, che si recassero più certi autori che non son Paolo Giovio e Giambattista Piotto giureconsulto, scrittori amendue del xvi secolo. Io so che il Cotta vi aggiugne la tradizione di detta terra, ove ancora si tiene in venerazione la stanza in cui si crede che egli nascesse. Ma ili questa tradizione ancora converrebbe esaminare quanto sia antica l’origine; e ognuno sa che molte di cotali popolari opinioni non hanno alcun probabile fondamento. Fra queste vuolsi riporre quella non meno, secondo cui Pier Lombardo fu d’illegittima nascita , e molto più quella che il fa fratello uterino di Graziano l’autor del Decreto, e di Pietro soprannomato il Mangiatore, e nato , com’essi, d’illecito amore; opinioni che non si veggon fondate su pruova alcuna che basti a renderle in qualche modo probabili. XII. Il sopraccitato Jacopo d’Acqui parlando della nascita di Pier Lombardo, dice soltanto ch’ei fu figliuolo d’uom poverissimo, e che andando alle scuole serviva i suoi condiscepoli, ai quali la madre di Pietro lavar solea le camicie; ed essi in ricompensa sostenevano il figlio, e ajutavanlo ne’ suoi studj. Il Piotto dice ch’egli fu istruito in Novara, e aggiugne che essendo prima d’ingegno torpido e lento, [p. 437 modifica]quarto 437 poscia col continuo studio e per divino favore fece straordinarj progressi. Altri più comunemente raccontano ch’egli studiò in Bologna. Tutte le quali cose forse son vere ", ma non vi ha testimonio, eli1 io sappia , di antichi autori , che le renda certe. Nell1 erudita Storia de’ celebri Professori dell1 Università di Bologna, che abbiamo di fresco avuto da’ dottissimi PP. Sarti e Fattorini abati camaldolesi , si recano più congetture a provare che Pier Lombardo fosse ancor professore di teologia in Bologna, e che anzi ivi scrivesse i suoi libri delle Sentenze (vol. 1, pars 2 , p. 3, ec.). Ma gli stessi chiarissimi autori confessano che queste non son che semplici congetture, e noi perciò non avendo argomento alcuno per confermarle , non ci tratterremo su esse più lungamente. Ciò eh1 è furor di dubbio, si è eh1 egli raccomandato dal vescovo di Lucca a S. Bernardo sen venne in Francia per continuare i suoi studj; che fermossi a tal fine per qualche tempo in Rheims , e poscia passò a Parigi; e abbiamo ancora la lettera con cui S. Bernardo il raccomanda a Gilduino abate di S. Vittore (ep. 410), perchè il provegga di cibo pel breve tempo eli1 egli pensava di trattenersi in quella città. Esso però non fu sì breve, come Pietro pensava; perciocchè pel suo ingegno e pel suo sapere venne in sì gran fama, eh1 ei fu prescelto a tener pubblica scuola di teologia (Buleaus Hist. Univers. Paris, t. 2, p. 766). Gli1 ei fosse canonico regolare in Santa Genovefa, è cosa asserita da’ moderni autori, ma dagli antichi o ignorata, o taciuta. Altri scrivono eli1 ei fu [p. 438 modifica]433 Libro canonico di Chartres; e veramente nel ruolo degli archiatri , ossia primarj medici, de’ re ili ]■ rancia pubblicato dal du Cange (Gloss. med. et inf. Latin, t. 1, ad voc . Archiat.) veggiam nominato all1 anno 1138 Petrus Lombardus Canonicus Carnotensis Archiater Ludovici VII. Ma questo Pier Lombardo medico è egli lo stesse che il nostro, teologo? Certo ei vivea al tempo medesimo; ma il non aversi alcun indicio di studio di medicina di’ egli facesse, ci persuade ch’ei sia un altro da lui diverso , e che questi, e non il nostro maestro delle Sentenze, avesse questa ecclesiastica dignità. Altro troppo maggior onore era a lui riservato perciocchè morto Teobaldo vescovo di Parigi, ed eletto a succedergli Filippo fratello di Luigi VII. arcidiacono di quella chiesa , questi cedette quell’onorevole dignità a Pier Lombardo stato già suo maestro. Ma poco tempo egli ebbe a goderne, eletto vescovo all’anno 1159), e morto l’anno seguente i 160, come provano i Maurini autori della Gallia Sacra (vol. 7, p. 68). Noto è il fatto che di lui si racconta sull’autorità di Ricobaldo ferrarese (Script. rer. ital. vol. 9, p. 11.\) e di.Iacopo d’Acqui (ap. Cotlam. Le.)) cioè che la madre di lui, poichè riseppe ch’egli era vescovo di Parigi, passata in Francia gli venne innanzi in abito ricco e conveniente alla dignità del figliuolo; ma che questi non degnossi di riconoscerla , finch’ella non si presentasse in quello stesso povero arredo in cui aveala lasciata in patria. Il Piotto rammenta una statua d’oro innalzatagli da S. Luigi re di Francia, e una gloriosa iscrizione ad essa aggiunta (Ferrari l. c.) j ma converrebbe ch’egli [p. 439 modifica]quarto 439 ci avesse indicato onde abbia tratte sì pellegrine notizie. La sola iscrizione di cui si abbia contezza , è quella che ancor vedesi al suo sepolcro nella chiesa collegiata del sobborgo di S. Marcello: Hic jacet Petrus Lombardus Parisiensis Episcopus, qui composuit librum Sententiarum, glossas Psalmorum et Epistolarum , cujus obitus dies est XIII. Cal Augusti; nel qual giorno se ne celebra ancora ogni anno l’anniversario, a cui debbono intervenire i baccellieri dell’università (Hist. littér. de la France t 12 , p. 587). xm. Nella suddetta iscrizione abbiam vedute accennarsi in breve le opere da Pier Lombardo composte. Vincenzo Bellovacese svolgendo più ampiamente ciò che ad esse appartiene, così ne ragiona (Speculum historiale l. 29, c. 1). Hic librum Sententiarum, qui nunc in scholis theologiae publice le giù ir, laboriosum certe opus, ex multorum sanctorum Patrum dictis utiliter compì lavi t: sed et majores glosas Psalterii et Epistolarum Pauli similiter ex multorum dictis colli di et ordinavit Nam cum esset inter Fratir* ciac magistros opinatissimus, glosaturam Epistolarum et Psalterii ab Anselmo per glosulas interlineares marginalesque distinctam, et post a Giliberto continuative productam latius et apertius explicuit, multaque de dictis Sanctorum addidit. Idem etiam quosdam Sermones utiles composuit. Delle quali opere più copiose notizie si potranno avere presso gli scrittori altre volte da noi citati. Io mi tratterrò solo alquanto su quella per cui il nome di Pier Lombardo è celebre singolarmente, cioè su’ quattro libri delle [p. 440 modifica]44° I.IBR0 Sentenze, su cui tanti illustri scrittori hanno negli scorsi secoli esercitato il loro ingegno. Io so che il nome di teologia scolastica è ad alcuni spiacevole tanto e nojoso, che si fan beffe di quelli che in essa si occupano. Ma se è degna di riprensione, il che io loro concederò volentieri, la maniera e il metodo con cui essa da molti è stata trattat.i. non vuoisene però incolpare la scienza stessa. E. certo il fine che Pier Lombardo si era prefisso, non potea essere nè più nobile nè più vantaggioso: formar un compito e ben ordinato sistema di teologia; fissare i principj generali, e da essi successivamente dedurre le conseguenze particolari; in ciascuna quistione recare le autorità delle Scritture e dei Padri, a cui ogni opinione si appoggia; e valersi della ragione a mostrare la giustezza e la coerenza degli stessi principj, e delle illazioni che se ne traggono. L’ordine e il metodo da lui tenuto non si può negare che non sia chiaro, preciso e giusto; sicchè in poco ei racchiude e svolge tutte le immense quistioni della teologia. Se egli vi ha trattati alcuni argomenti troppo speculativi, e perciò inutili; se talvolta i suoi raziocinj non sono troppo esatti; se fra le autorità ch’egli allega, ve ne ha delle supposte ed apocrife, ei può ben esigere a giusta ragione che noi ci ricordiamo del tempo a cui egli visse, quando la mancanza de’ libri e degli altri mezzi necessarj a coltivare felicemente gli studj e l’universale difetto di buona critica, e il cattivo gusto sparso in ogni parte del mondo, facean cadere i più grand’uomini in quegli errori da cui ora si astengono senza gran lode anche i [p. 441 modifica]QUARTO 44* più mediocri. Ma io non debbo entrare a disputar dei sistemi e de’ metodi teologici, e solo debbo cercare a chi si debba la gloria della loro invenzione. XIV. Questa gloria stessa però si niega da alcuni a Pier Lombardo; e gli si appone l’infame nome di plagiario (*). Benedetto Chelidonio abate benedettino diè alla luce colle stampe di Vienna l’anno 1519 un libro trovato poco innanzi nella badia di Molk dal celebre Giovanni Eckio, e intitolato Liber Sententiarum magistri Bandini. L’antichità del codice, e la sostanza del libro quasi interamente conforme a quello di Pier Lombardo, destò in essi qualche sospetto, a cui il Chelidonio singolarmente mosti-ossi (*) L’abate Lampillas non può darsi a credere (t. 1, p.) che ini uomo eruditissimo , come egli troppo gentilmente mi appella, ignorasse che’ il celebre Traione vescovo di Saragozza, il quale fiorì verso la metà del secolo VII, fu il primo autore del metodo di trattar la teologia, abbracciato poi da Pietro Lombardo. Inconfesso sinceramente la mia ignoranza, e protesto che nol sapeva, benchè pur sia vero che molti scrittori gli danno tal lode. Vuolsi dunque ch’egli desse la prima idea della scolastica teologia ridotta a metodo e a principj! co’ suoi quattro libri intitolati essi pure Libri Sententiarum de’ quali molti autori parlavano, ma che solo nel 1776 sono stati pubblicati nel tomo xxxi della F.spanna Sacrada. Io ho avuto di fresco questo volume; e confesso che non so intendere come si possa paragonare l’opera di Taione con quella di Pier Lombardo. Egli non fa altro che disporre, come si dice, in luoghi comuni diversi passi dell’opera di S. Gregorio Magno, aggiuntovi talvolta qualche passo di S. Agostino. Se questo sia un corpo di teologia scolastica, ognuno il vede, e il vedrà sempre meglio chiunque confronterà insieme 1 opera di Taione con quella di Pier Lombardo. [p. 442 modifica]442 I.IBRO assai inclinato, che il maestro Bandino fosse scrittor più antico di Pietro; e che questi da lui avesse tratta 1 idea e la materia della sua opera. La loro opinione è stata abbracciata da altri ancora, e specialmente da Jacopo Tommasi (De Plagio liter. § 49^j ec-)- Ma a dir vero, ella non ha alcun fondamento. Di Bandino non ci hanno gli antichi scrittori lasciata notizia alcuna5 il che non sarebbe certo avvenuto, s’egli fosse stato il primo a ridurre la scolastica teologia a un regolato sistema. Aggiungasi che Pier Lombardo ebbe nimici assai, i quali cercarono di oscurarne la fama, come ora vedremo: ma niuno gli oppose mai di essersi fatto bello delle fatiche altrui. Lo stesso Giovanni di Cornovaglia, uno de’" più caldi impugnatori di Pier Lombardo, accusollo soltanto, ch’egli non poco si fosse ajutato co’ libri delle Sentenze di Pietro Abailardo. E non è maraviglia che avendo Abailardo ancora raccolti i detti de’ Padri su’ principali dogmi della religione, Pier Lombardo di questa raccolta usasse nel compilacela sua; ma di Bandino nè Giovanni nè altri fra gli accusatori di lui non fecer mai motto. Per ultimo un codice ms. trovato dal P. Bernardo Pez benedettino nella badia di Oberaltaich decide interamente la lite a favore di Pier Lombardo, col mostrarci che non fu già questi che dell’opera di Bandino si giovasse a formare la sua, ma sì Bandino, chiunque egli fosse, e a qualunque tempo vivesse: che dell’opera di Pier Lombardo formò un compendio; perciocchè il codice ha questo titolo: Abbreviatio magistriliandini de libro Sacramentorum Petri parisiensis [p. 443 modifica]QUARTO 443 episcopi fidelitcr aria (Pez Thes. A noeti praef. t. 1, p. 45). XV. Più gravi furon le accuse con cui alcuni, cercarono di render sospetta la dottrina di Pier Lombardo. Giovanni di Cornovaglia, che n’era stato discepolo, fu il primo a levarglisi contro; e poichè il suo maestro fu morto, accusollo al Concilio di Tours e al pontefice Alessandro III perchè avesse insegnato che Cristo come uomo non era cosa alcuna; la qual dottrina essendo veramente erronea e contraria alla Fede, « il pontefice, dopo avere scritto nel 1179 a Guglielmo arcivescovo di Sens, acciocchè esaminasse se fondata fosse l’accusa (Matthicu Paris Ilìst. ad h. an.), e avutane probabilmente risposta che la confermava, condennolla solennemente ». Il libro da Giovanni scritto contro di Pier Lombardo, e intitolato Eulogio, è stato pubblicato dal P. Martene (Thes. noviss. anecd. t. 5, p. 1655). Più caldamente ancora e più generalmente prese a combattere la dottrina di Pier Lombardo Gualtero priore di S. Vittore di Parigi, di cui conservasi ancora nella biblioteca del monastero medesimo un’opera in quattro libri divisa, e da lui intitolata Contro i quattro Labirinti della Teologia, col qual nome egli vuole indicare Pietro Lombardo, Pietro Abailardo, Gilberto Porretano e Pietro di Poitiers. Il du Boulay ce ne ha dato un copioso estratto (Hist Univ. Paris, t. 2, p. 629, ec.}; ma non troviamo che le accuse di Gualtero ottenessero effetto alcuno contro la dottrina di Pier Lombardo. Finalmente il celebre abate Gioachimo, di cui nel tomo seguente dovrem ragionare, offri [p. 444 modifica]xvr. Notizie Hi Pietro Mangiatore: congetture per crederlo italiauo. 444 LIBKO allo stesso pontefice Alessandro Ili un libro 111 cui accusava Pier Lombardo di avere ammessa in Dio, non già la Trinità di persona, ma una, com’ei chiamavala, Quaternità. Qual esito allora avesse cotale accusa, non ne abbiamo notizia; e solo veggiamo che molti anni dopo, cioè l’anno lai fi, nel Concilio lateranese il libro del1 abate Ginachimo contro di Pier Lombardo fu condennato, e la dottrina del maestro delle sentenze su questo punto fu solennemente approvata. Di queste e di altre somiglianti accuse date a questo illustre teologo, il quale certo nè è, nè debb1 essere in tulle le sue opinioni ciecamente seguito, tratta lungamente, oltre gli autori da noi già allegati, l’Oudin (De Script, eccl. t. 2, p. 1223, ec.) e il d’Argentré (Collect. Judic. de Nov. Error. t. 1, p. 111, ec.) XVI. Io non ho cercato poc’anzi, parlando della nascita di Pier Lombardo, se Pietro Mangiatore fosse natio di Troyes, come veggiamo essere stato finora comune opinione. Ma è ella veramente certa e indubitabile? o non abbiam) noi anzi qualche argomento a crederlo nato in Italia? Ch’ei fosse decano della chiesa di Troyes; che passasse poscia a Parigi, ed ivi fosse cancelliere di quella chiesa, e professore nell’università di Parigi; che poscia sul fin della vita si ritirasse nella badia di S. Vittore e che ivi morisse l’anno 1178; tutto ciò non può rivocarsi in dubbio; e se ne recano certe pruove dal du Boulay (Hist. Univ. Paris, t. 2, p. 261, 326, 406, 764), dall’Oudin (De Script, eccl. t. 2, p. 1526), dal Ceillier (Hist. des A ut eccl. t. 23 , p. 305) e dagli autori della Gallia [p. 445 modifica]QUARTO 445 Cristiana (voi. 12, p. 525). Ma cli’ei fosse nato in Troyes, non pruovasi che coll1 autorità ili Enrico di Gand (De Script, eccl.), che visse alla fine del secolo XIII. Il dottissimo P. Sarti tra gl1 interpreti del diritto canonico vissuti in Bologna nel secolo xiii annovera un certo Manzator de Tuscia (De Projess. A end. Bori on. t. 1, pars. 2 , p. 323); e riflette che questo nome dovette venire probabilmente dalla voce italiana mangiatore; e da altre cronache antiche raccoglie che fioriva nella città di S. Miniato in Toscana la famiglia de’ Mangiatori in questo secolo stesso, e ancor nel seguente. Quindi confessa che qualche sospetto gli è nato che Pietro ancora fosse di questa famiglia; perciocchè è certo, com’egli osserva, e come io stesso ho riflettuto, che ne’ più antichi codici della Storia scolastica da lui composta, che è in somma un compendio della Storia biblica coll’aggiunta di altre cose tratte dalla profana, egli è chiamato Petrus Manducator; al che io aggiungo che in una lettera parimente scritta dal Cardinal Pietro legato apostolico al pontefice Alessandro III, riferita in parte da’ suddetti scrittori, egli è chiamato col medesimo nome: Literaturam et 110nestatem magi stri Pctri Manducatoris decani Trecensis vos non credimus ignorare. Solo qualche tempo dopo, forse per maggior eleganza, il nome di Manducator fu cambiato in quello di Comestor. Or non potremmo noi credere che Pietro fosse della famiglia de’ Mangiatori di S. Miniato, e che giovinetto passasse in Francia? Il P. Sarti non ardisce di appoggiarsi troppo su tal congettura. E io ancora non ho coraggio[p. 446 modifica]XVI!. Lodolfo rl-i Knrvrit ,e Bernard" da Pi>a profes»••ri di troin Par.fci. 44() unno • li confermarla. Non posso però dissimulare che abbiam noi pure due aulii hi scrittori che il dicono italiano. Uno è Tolomeo da Lucca. che fu contemporaneo di Enrico di Gand, benchè alquanto a lui posteriore: Floruit magister Petrus Manducator qui et Comestor appellatur... Hic genere lombardus, ec. Script rer. ital. vol. 11} p. 11 ia) L altro « Benvenuto da Imola , che ne’ suoi Comenti su Dante dice: Iste; Petrus Comestor fuit lombardus (Antiq. Ital. t. 1 , p. 1:167). lt*e ess‘ possono bastare a distruggere l’autorità di Enrico di Gand, o se forse essi non asseriscono che Pietro Mangiator fu lombardo, appoggiati alla favola popolare da noi rigettata poc’anzi, io ne lascio ad altri la decisione. XVII. Un altro professore certamente italiano ebbe P università di Parigi, non ugualmente famoso, ma alquanto più antico ] cioè Lodolfo, detto da altri Leudaldo. In una lettera della celebre Eloisa al suo Abailardo egli ancora è detto lombardo (Ap. Bulaeum Hist. Univ. Paris. t. 2, p. 753). Ma Otton da Frisinga scrittor del medesimo secolo più espressamente il dice novarese (De Gestis Frider. l. 1, c. 47). Egli venuto in Francia tenne per alcuni anni scuola di teologia in Rheims; e insieme con Alberico maestro nella stessa città levossi prima di ogni altro contro gli errori di Abailardo, il che dovette avvenire, come osservano i Maurini autori della Storia letteraria di Francia (t. 9, p. 33), innanzi all’anno 1121. Che avvenisse poi di Lodolfo, non ci è giunto a notizia. Ma ciò che ne abbiamo accennato, basta ad [p. 447 modifica]QUARTO 447 accrescere una nuova gloria a Novara sua patria, che può vantarsi di aver dati alla Francia due illustri maestri nella teologica facoltà; e io perciò mi stupisco che il Cotta non abbia fatta di Lodolfo menzione alcuna nel suo Museo. Nè deesi finalmente tacere di Bernardo da Pisa, diverso da quello che fu poi papa col nome di Eugenio III. Egli tenne scuola di teologia in Parigi; e di lui scrivendo Pietro cardinale di S. Grisogono al pontefice Alessandro III, in una lettera riportata dal«du Boulay (Ili.st. Univ. Paris, t. 2, p. 729), dice ch’egli era uomo di sì grande letteratura e di sì onesti costumi, che era riputato.degno de’ sommi onori. XVIII Così l’Italia coll’inviare alla Francia i dotti professori, de’ quali abbiam finora parlato, giovò non poco a sollevare a gran fama le scuole che ivi erano degli studj sacri. I Francesi si vantano, e con ragione, ch’esse fosser sì rinomate, che dall’Italia vi accorresser!giovani in gran numero per esservi istruiti. Noi non contrasteremo loro tal gloria; ma li.pregherem solo a non volere dimenticare che di questa gloria medesima furon essi in non piccola parte debitori all’Italia ed agl’italiani che venuti in Francia discepoli, vi divenner maestri. E molti eran di fatto che per coltivare gli studj sacri dall’Italia passavano in Francia. Ma i dotti Maurini autori della Storia letteraria della lor patria hanno di ciò parlando gonfiate alquanto le vele. Chi può noverare, dicono essi (t. 9, p. 77), tutti gl’Italiani che furono istruiti alle medesime’ scuole? Si sa che i papi, e singolarmente Alessandro III, vi mandavan da [p. 448 modifica]XIX. Sr ne ¿urtov erano alcuni. 448 unno Roma truppe intere di ecclesiastici, i quali pe.r lo più vi erano mantenuti dalle liberalità de’ vescovi e degli abati di Frani ia. Essi ne citano in pruova una lettera dello stesso Alessandro III pubblicato dal P. Martene (Vet. Script. Collect. t. 2, p. 807); nella quale perciò io mi credeva di veder fatta menzione de’ Papi che mandavano truppe intere di ecclesiastici, e di vedervi affermato che essi per lo più vi fossero caritatevolmente mantenuti da’ vescovi e dagli abati francesi. Ma io veggo che Alessandro non parla che di un cotal Valando suo cherico, cui raccomanda all’abate di S. Remigio, perchè il mantenga alle scuole di Parigi. Di altri papi, di truppe di ecclesiastici, di liberalità de’ vescovi e degli abati di Francia in questa lettera non trovo motto; e avrei bramato perciò che i Maurini recassero qualche più certa pruova del loro detto. XIX. Ciò non ostante è certo, come ho detto poc’anzi, che molti Italiani, e singolarmente da Roma, andavano alle scuole francesi, sì per la fama di cui esse godevano, sì perchè la Francia assai meno sconvolta dalle domestiche turbolenze che non l’Italia, era più tran-, quillo e più sicuro ricovero agli amatori delle scienze. Landolfo da S. Paolo scrittore del XII secolo narra di se medesimo (Hist. Mediol, c. 13, i’ -, voi. 5 Script. Rer. ital.), che unitosi ad Anselmo dalla Pusterla e ad Olrico ^ icedomiuo, i quali amendue furon poscia arcivescovi di Milano , e portatosi in Francia frequentò le scuole di Tours e di Parigi. Così parimenti troviam memoria di un cotal Rainero [p. 449 modifica]QUARTO 44’) cherico pistoiese che l’anno 1140 si trasporlo a studiar nelle Gallie (Sozomen. Pistor. in Hist. edita, t. 1 Script. Rer. ital. Flor. ad. h. an.). In Francia pure e alla scuola di Pietro Abailardo fu il celebre Arnaldo da Brescia, che poscia infettò de’ suoi errori l’Italia (Bulaeus Hist. Univ. Paris, t. 2,p. 105). Più generalmente ancora si rammentano i giovani che da Roma recavansi a studiare in Francia, in una lettera di Fulcone al celebre Pietro Abailardo (Abail. Op. p. 217): Roma tibi suos docendos transmittebat alumnos, et quae olim omnium artium scienti am solebat infundere, sapientiorem te esse sapiente transmissis scolaribus monstrabat. Nelle quali espressioni però vi sarà forse chi tema, e non senza giusto motivo, qualche esagerazione. Anche alcuni tra’ romani pontefici di questi tempi troviam che furono in Francia per motivo di studio, come Alessandro II, Gregorio VII e Celestino II, per tacere di quelli che nati ed educati in Francia furon poi sollevati alla sede apostolica, quai furono Leone IX, Stefano IX e Urbano II Quindi noi confessiamo di dover molto a’ Francesi che nell’ammaestrare tanti Italiani si adoperarono felicemente 5 ina speriamo insieme ch’essi non vorranno mostrarsi ingrati alla memoria de’ celebri professori italiani da cui essi furono istruiti, e che con quella medesima sincerità con cui noi confessiamo che molti Italiani recavansi allora in Francia agli studj sacri, confesseranno essi pure che molti Francesi venivano al tempo stesso in Italia per gli studj legali, come a suo luogo vedremo. Tiradoschj, Uol. III. 29 [p. 450 modifica]XX. Vescovi francesi in II alia , e dotli 11alluni in Trancia. 45o LlDIlO XX. Noi concederem parimenti a’ Francesi ciò che hanno con ragione affermato i più volte citati Maurini (Hist. littér. de la France, t.7, p. 156), cioè che alcuni de’ vescovi che furon celebri a questi tempi in Italia pel lor sapere, singolarmente nelle provincie che formano ora il regno di Napoli e di Sicilia, furon francesi, ossia normanni, venuti colla loro nazione in Italia. Tali furono, oltre Adelmar.no eh cri co prima di Liegi, poi vescovo di Brescia, stato già condiscepolo e poscia oppugnatore di Berengario (V. Collect. PP. Brixiens. p. 409, ec.), Milone arcivescovo di Benevento, Goffrido e Gulmondo arcivescovi d’Aversa, e più altri citati dagli stessi autori, i quali però hanno tra i dotti vescovi annoverati alcuni del cui sapere non ci è rimasta memoria, o monumento alcuno. Ma desideriamo insieme ch’essi non si sdegnino di confessare che l’Italia non sol diè alla Francia i cinque illustri maestri de’ quali abbiam ragionato, ma altri eziandio che col lor sapere ottennero ivi stima e onori non ordinarj; i quali tanto più son da pregiarsi, perchè i Francesi venuti in Italia ebbero comunemente cotali onori da’ lor nazionali, cioè da’ Normanni; gl’italiani al contrario passati in Francia gli ottennero pel solo merito loro dagli stranieri. Un Guido lombardo, dotto nella divina al pari che nell’umana filosofia , verso la metà dell’ xi secolo era in Francia per testimonio di un antico scrittore (Hist. Franc, a Roberto rege ad mortem Philip, reg. edita a Pitheo). Tra’ vescovi di Avranches veggiamo un Michele italiano di patria, celebre per la sua dottrina, che tenne quella sede [p. 451 modifica]QUARTO 451 dall’anno 1071 fino all’anno 1094 (Gallia Christ. t. 11, p. 476). Lombardo piacentino di patria, e poscia arcivescovo di Benevento, uomo ne’ sacri canoni singolarmente versato assai, trovavasi in Francia, allor quando S. Tommaso arcivescovo di Cantoberì vi era in esilio, e istruì nella scienza medesima questo santo prelato (Ughell. Ital. sacra, t.9, p. 121; Bulaeus Hist Univ. Paris, t 2, p. 753). Di un Olderico finalmente italiano di nascita, e poscia monaco nel monastero di S. Vittore in Parigi, per nobiltà non meno che per sapere famoso, leggesi ancor l’epitafio nel monastero medesimo (Bulaeus l. cit. p. 778). Così la Francia e l’Italia venivansi vicendevolmente porgendo ajuto, questa col mandare alla Francia e dottissimi professori che a grande onore sollevasser le scuole, e giovani ingegnosi che nuovo lustro ad esse accrescessero; quella col dare un sicuro e dolce ricovero agl’italiani che ne’ torbidi della lor patria difficilmente avrebbon potuto attendere agli studj. XXI. Ma comunque l’Italia arricchisse di tanti celebri professori l.i Francia, non ne rimase ella priva per modo, che molti in essa ancora non si formassero felicemente agli studj sacri, e vi acquistasser gran nome. Io me ne spedirò brevemente, secondo il mio costume, trattenendomi solo ove alcuna cosa s’incontra degna di più diligente ricerca. E quanto a’ romani pontefici di questi tempi, che furono italiani di patria, benchè nelle antiche lor Vite pubblicate dal Muratori alcuni di essi vengan lodati pe’ felici progressi che fecero negli studj, e per la [p. 452 modifica]XXII. Compendio della vita (li S. Pier Damano. 4^3 LIBRO scienza di cui erano adorni, come Gelasio II (Script. rer. ital. t. 3, pars 1, p. 369, ec. 378) che da Urbano II era stato fatto suo cancelliere, affinchè, uomo colto com’egli era, richiamasse le lettere pontificie a quella eleganza di cui erano prive da lungo tempo, Onorio II (ib. p■ 421), Lucio.II (ib. p. 4 Ì7) e Alessandro III (ib. p. 4 j8); e benché altri ancora nelle lor lettere ci si mostrino uomini nelle scienze sacre e proprie del loro stato assai bene istruiti; come nondimeno non ci è rimasta di essi, nè sappiamo che fosse da essi scritta opera alcuna appartenente a scienza, noi sarem paghi di averne qui accennati i nomi. Solo di Alessandro III dovrem favellare di nuovo, parlando della giurisprudenza, e ricercando l’origine dell’università di Bologna mostreremo ch’ei vi fu professore di scienze sacre. Passerò ancora sotto silenzio il celebre cardinale Umberto che nel secolo xi si rendette illustre per alcuni trattati scritti contro gli errori de’ Greci, pubblicati dal cardinale Baronio (App. ad vol. 11 Ann. eccl.), e per tre libri contro de’ Simoniaci, dati alla luce dal P. Martene (Anecd. t 5); perciocchè ei fu lorenese di patria, e solo in età provetta sen venne a Roma l’anno 1049 c0^ P:iPa Leone IX, da cui fu posto nel ruolo de’ cardinali. Io parlo de’ soli Italiani, e tra questi ancora trascelgo coloro che ottennero maggior fama. XXII. Fra questi senza pericol di errore si può affermare che il più illustre fu S. Pietro Damiano, o, come avrebbe a scriversi più giustamente, Pietro di Damiano, perciocchè egli al nome suo proprio quello aggiunse di un suo [p. 453 modifica]QUARTO 453 fralcllA , dello Damiano , da cui fu allevato pietosamente nell’abbandono in cui la crudele indolenza de’ suoi l’avea lasciato. Di lui hanno trattato e con singolar diligenza tanti scrittori , che nè fa d’uopo, nè giova eli’ io mi trattenga a favellarne diffusamente. Veggansi fra gli altri i continuatori del Bollando (ad d. 23 febr.), il Mabillon (Ann. bened t. 4, l. 52; et Acta SS. Ord. S. Bened. t. 9), f Oudin (De Script eccl. t. 2, p. 686, ec.), il Ceillier Hist des Aut. eccl. t. 20, p. 512, ec.), i dottissimi autori degli Annali Camaldolesi (Ann. camald t.1,2), e il P. abate Ginanni (Scritt. ravenn. t. 2, p. 157, ec., e Lettera nella (quale si dimostra che Ravenna è la vera patria di S. Pier Damiano , ec. Assisi, 1741)■ Io verrò dunque accennando sol brevemente ciò ch’essi hanno e svolto ampiamente, e chiaramente provato. Pietro nato in Ravenna, secondo il comun parere degli scrittori, verso l’an 1007, dopo avere per alcuni anni sofferto nelle domestiche mura un trattamento cui non avea ragion d’aspettare, per pietà avutane finalmente da suo fratello Damiano, fu mandato alle scuole prima di Faenza, poscia di Parma, come nel capo precedente abbiam dimostrato 5 ed ei vi fece sì felici progressi, che prese poscia a tenere scuola agli altri. In qual città la tenesse, l’antico scrittor della Vita, cioè Giovanni di lui discepolo, non lo esprime; ma solo accenna il numeroso concorso che da ogni parte faceasi ad ascoltarlo per la stima in cui era salito: mox alios erudire, clientium turba ad doctrinae ipsius famam undique confluente, studiosissime [p. 454 modifica]454 LIBRO cocpit. Ma i pericoli a cui egli si vide esposto nel mondo, il consigliarono a ritirarsi in un chiostro, ed egli scelse a tal fine il monastero di Fonte Avellana. Delle virtù da lui praticate in questo monastero che fu il suo ordinario soggiorno f e in altri a cui fu per alcun tempo chiamato, delle austerità con cui egli afflisse di continuo il suo corpo, dei prodigi con cui Iddio il volle glorificare. io lascerò che si consultino i mentovati scrittori, poichè ciò punto non appartiene al disegno di questa mia Storia. Io osserverò invece che all’esercizio delle religiose virtù egli congiunse un assiduo e diligente studio di quelle materie singolarmente di cui allora con più ardore si disputava; e che per esso ei divenne sì celebre, che non vi ebbe quasi importante affar nella Chiesa, di cui a lui non si appoggiasse tutta la cura.. L’imperadore Arrigo II volle ch’ei ne andasse a Roma per ajutare co’ suoi consigli il pontefice Clemente II, come egli stesso narra in una sua lettera (l. 1, ep. 3); ove è a correggere il P. Ceillier che dice ciò avvenuto l’anno 1042, poichè Clemente II non fu eletto pontefice che l’an 1046. D’allora in poi S. Pier Damiano fu quasi di continuo occupato ne’ più rilevanti affari ecclesiastici. Non vi ebbe quasi sinodo a cui egli non intervenisse. La simonia e la incontinenza del clero erano allora i vizj che troppo bruttamente guastavano la Chiesa di Dio; ed egli e co’ suoi libri e co’ viaggi intrapresi a diverse città, usò di ogni sforzo per estirparli; e degno è singolarmente d’esser letto ciò eli’ egli operò a tal fine nella chiesa di [p. 455 modifica]QUARTO ^55 Milano, a cui fu inviato insieme con S. Anselmo vescovo di Lucca dal pontef Niccolò II. Sollevato da Stefano IX l’an 1057 alla dignità di cardinale e di vescovo d’Ostia, dopo avere per più anni soddisfatto con incredibile zelo a’ doveri delle sue cariche, bramoso di ritirarsi alla dolce tranquillità del suo eremo, ottenne finalmente da Alessandro II di poter dimettere il vescovado, e di tornarsene a Fonte Avellana. Ma poco tempo potè egli godere dello sperato riposo; e due altre legazioni assai faticose dovette sostenere negli ultimi anni della sua vita per ordine dello stesso Alessandro II, una in Francia, ove radunò il Sinodo di Chalons, f altra in Germania , ove ottenne dall’imperadore Arrigo III, che deponesse il pensiero di ripudiare Berta sua moglie. Egli intervenne ancora a un Concilio tenuto in Roma dallo stesso pontefice l’anno 1071, e finalmente da lui inviato nel seguente anno a Ravenna, perchè dopo la morte dell’arcivescovo Arrigo scomunicato riconciliasse quella chiesa colla sede apostolica, compiuto felicemente il ministero commessogli, e venuto a Faenza, vi finì i suoi giorni. XXIII. Le onorevoli cariche a cui fu sollevato , e i difficili affari in cui fu occupato S. Pier Damiano, potrebbon bastare a farci conoscere in quale stima se ne avesse la santità e la prudenza non men che il sapere. Ma pruova ancor più evidente ne abbiamo nell’opere da lui scritte. Esse son molte lettere appartenenti in gran parte agli affari di cui era incaricato , e che giovan non poco ad illustrare la [p. 456 modifica]4^6 LIBRO storia eli quegli oscurissimi tempi; molti opuscoli, ossia trattati su diversi argomenti appartenenti alla disciplina ecclesiastica. a’ vizj che allor regnavan nel mondo, e singolarmente nel clero, a varj passi della sacra Scrittura, a quistioni teologiche, ad usanze monastiche, e ad altre somiglianti materie; alcuni Sermoni, e alcune Vite dei Santi; ed altre operette, delle quali si veggano gli scrittori da noi rammentati poc’anzi. In esse noi veggiamo uno stile assai più elegante, che non trovasi comunemente negli altri scrittori di questa età; egli si esprime or con grazia , ora con eloquenza degna di miglior secolo; e dà a veder chiaramente quanto egli fosse esercitato nello studio della Scrittura, de’ santi Padri, de’ canoni e delle leggi. Se alcune cose vi s’incontrano, a cui il buon senso e la più esatta critica de’ nostri giorni non ci permettono di dar fede, dobbiam noi per ciò solo parlarne con biasimo e con disprezzo l Se quelli che insultano sì amaramente la semplice credulità de’ nostri buoni maggiori, fosser vissuti a’ lor tempi, non sarebbono essi ancora al presente l’oggetto delle risa de’ critici? Lodiamo in tutti ciò che trovi am degno di lode, e non ricopriamo d’infamia il nome di quelli che se vivessero al presente , offuscherebbon forse le glorie de’ loro disprezzatori. S. Pier Damiano a’ suoi tempi fu avuto, e a giusta ragione, in conto del più dotto uomo che allor vivesse. Quindi Alessandro II scrivendo ai vescovi delle Gallie nel mandarlo colà suo legato, ne fa quest’elogio che solo basta a mostrare la stima che di lui si [p. 457 modifica]QUARTO 4^7 faceva: Quoniam igitur pluribus ecclesiarum negotiis occupati ad vos ipsi venire non possumus, talem vobis destinare curavimus, quo nimirum post nos major in Romana Ecclesia auctoritas non habetur; Petrum videlicet Damianum ostiensem episcopum; qui nimirum et nos ter est oculus, et apostolicae sedis immobile firmamentum (t. 9 Concil. ed. Harduin. p. 1131, ep. 21). XXIV. Contemporaneo e collega di S. Pier Damiano, se vogliam credere ad alcuni moderni scrittori, nella dignità di cardinale, fu Alberico monaco di Monte Casino. S’egli fosse italiano, non abbiamo argomento ad affermarlo con sicurezza; ma molto meno possono altri provare eli’ ei fosse straniero (V. Mazzucchelli Scritt. ital. t. 1). Della vita da lui condotta non ci ha lasciata contezza alcuna distinta Pietro Diacono che ne ha fatto l’elogio (De Vir. ill. Casin. c. 21). Ei solo ci narra che nel Concilio tenuto in Roma contro di Berengario, non essendo alcuno che avesse coraggio a resistergli, il monaco Alberico , avendo chiesto ed ottenuto T indugio di una settimana, scrisse un libro fondato sull’autorità de’ Padri contro il medesimo Berengario, in cui ne confutò e convinse tutti gli errori. Il Cardinal Baronio crede (Ann. eccl. atlan. an.1059), e forse non senza ragione, che Pietro Diacono abbia qui esagerato di troppo , e che per rilevare il merito di Alberico abbia ingiustamente depresso quello degli altri Padri del sinodo, a cui in fatti intervenne ancor S. Brunone che fu poi vescovo di Segni, e nel confutar Berengario acquistossi egli ancora gran nome. Ei pensa [p. 458 modifica]458 LIBRO inóltre che questo fosse il Concilio tenuto l’anno i o5c). Ma il P. Mabillon ha chiaramente provato colla testimonianza dello stesso Berengario Ann. Bened. t. 5, l. 65, n. 52), che fu il convocato da Gregorio VII l’anno 1079), e che Alberico fu quegli che nella formola di fede cui comandossi a Berengario di sottoscrivere; volle che si esprimesse che nella Eucaristia era il Corpo di Cristo sostanzialmente, di che l’ostinato e furioso eretico altamente sdegnato si scagliò con atroci ingiurie contro il temuto suo avversario. Oltre ciò Alberico scrisse un’apologia di Gregorio VII, alcune Vite de’ Santi, e alcune Omelie, e Prose ed Inni per varie feste, e più altre operette, fra le quali io debbo singolarmente osservare un libro sulla Astronomia, uno sulla Dialettica, e un altro sulla Musica. Il canonico Mari afferma (in Not. ad Petr. diac. l. cit.) che tutte l’opere di Alberico trovansi nella biblioteca di S. Croce in Firenze. Ma il P. Mabillon avendo diligentemente cercata quella contro di Berengario e in Monte Casino e in Firenze , non potè rinvenirla (Ann. l. cit.), e il conte. Mazzucchelli ancor riferisce aver lui avuto riscontro che niuna cosa di Alberico trovavasi in quella biblioteca. Alberico morì in Roma, come il Fabricio seguito da altri afferma (Bibl. lat. med. et inf aetat. t 1, p. 38), l’anno 1088; ma io non veggo qual pruova ne arrechi, e solo dalle cose dette si può accertare eh’ei visse verso la fine dell’ xi secolo, (a) (a) D;r questo Alberico monaco e cardinale deesi distinguere un altro Alberico pur monaco casinese , ma [p. 459 modifica]QUAnTO 45g XXV. Insieme con Alberico intervenne al mentovato Concilio contro di Berengario S. Brìi- 1 none vescovo di Segni, uomo a que’ tempi ce-! lebre ugualmente per dottrina e per santità (a).] Due sono gli antichi scrittori che ne han nar- 1 rata la vita; Leon Marsicano, ossia piuttosto1 Pietro Diacono continuator della Cronaca di Monte Casino da Leone incominciata, e un anonimo che sembra essere un canonico di Segni vissuto verso l’anno 1180. Ma questi due autori, benchè amendue poco lontani da S. Brunone, sono in molte cose l’uno all’altro contrarii. Or chi di loro dee ottener maggior fede? Il P. Giambattista Sollier, uno de’ più dotti e de’ più esatti continuatori del Bollando,ha su ciò disputato assai lungamente (Acta SS. jul. t. 4, ad d. 18); e a me pare che egli abbia mostrato con evidenza che assai più meritevole di fede è l’anonimo che non Pietro Diacono, il quale, come confessa lo stesso P. abate Angelo della Noce (in not. ad Prolog. l. 4 Chron. Casin.), che pur più d’ogni altro dovea sostenerne l’autorità, molte cose scrisse, ma senza discernimento e senza criterio; perciocché fu uomo di vissuto nel secol seguente, di cui credesi la continuazione della Cronaca Casinese, pubblicata sotto il nome di un anonimo, e di cui trovasi ms. un’opera de ì isione.sua (V. Mazzucch. Scritt, ital. l. 1, par. 1 ,p. 290) dalla quale pretendono alcuni che Dante prendesse l’idea della sua Commedia (V. Pelli Memoria di Dante p. 122). (13) Della vita e delle opere di S. Brunone ha trattato in una sua lezione il sig. abate Odoardo Cocchis (Piemontesi ill. t. 3, p. 169, cc.). [p. 460 modifica]460 LIBRO vivace ingegno, ma troppo pronto, e talvolta precipitoso nel giudicare. All’anonimo dunque più che a Pietro Diacono si dee fede; e a lui perciò atterrommi nell’accennar brevemente ciò che appartiene alla vita di questo santo vescovo; e molto più che ciò che egli afferma, è stato con nuove ragioni e con altre autorità confermato dal suddetto P. Sollier, cui potrà consultare chi il brami. XXVI. S. Brunone nacque, come congettura il P. Sollier, 1’anno i o4<J in Solerà villa della diocesi d’Asti, di poveri genitori, benchè Pietro Diacono affermi ch’egli era uscito di una nobil famiglia di cittadini astigiani, il che potrebbesi per avventura conciliare, dicendo ch’ei fosse bensì d’illustre famiglia, ma venuta, come talvolta accade, a povero stato. Fatti i primi studj nel monastero di S. Perpetuo nella diocesi di Asti, passò per volere de’ genitori a Bologna, ove attese ad apprendere quelle scienze che, come altrove abbiam detto, comprendevansi sotto il nome di trivio e di quadrivio; indi si volse singolarmente agli studj sacri, e con sì felice successo, che a richiesta d’alcuni Oltramontani fece una sposizion compendiosa del Salterio secondo la traslazion gallicana , cui poscia fatto già vescovo stese più ampiamente, e adattolla alla versione romana. Compiuti gli studj, e onorato della dignità di dottore, doctoris nomen assecutus et gratiam, come scrive l’anonimo, passò a Siena, e tra1 canonici di quella cattedrale fu arrolato. Che in Siena e non in Asti, come scrive Paolo Diacono, ei fosse canonico, si conferma dal P. Sollier colle i [p. 461 modifica]QUARTO 46l parole del medésimo santo, il quale di se stesso scrive così (praef. in Apoc.)Et prius quidem quam ad episcopatus dignitatem... conscenderem, Ingoni astensi episcopo Psalterium, senensibus vero canonicis, cum quibus et ipse qualiscumque canonicus victitabam, Cantica Canticorum, prout potili, e.xposui. Intorno al qual passo veggasi come ragiona lo stesso P. Sollier. L’anno 1079 trovossi presente al sinodo contro di Berengario tenuto in Roma; e tal saggio vi diede del suo sapere, che Gregorio VII il dichiarò vescovo di Segni. Nè minori contrassegni di stima ebbe egli da Urbano II, da cui condotto in Francia intervenne al Concilio di Clermont l’anno 1095, e a quel di Tours l’anno 1096, e alla consecrazione delle chiese del monastero di Clugny e del monastero maggiore di Tours. Quindi mosso da desiderio di un tranquillo e santo riposo, ritirossi l’anno 1102 a Monte Casino; e 5 anni appresso ne fu eletto abate. Ma anche del suo monastero gli convenne uscire a ben della Chiesa; e l’anno 1106 passò di nuovo legato apostolico in Francia con Boemondo principe d’Antiochia, e vi radunò il Concilio di Poitiers, e poscia un’altra legazione ancora sostenne in Sicilia. Mentre ei reggeva il monastero di Monte Casino, il pontefice Pasquale II accordò il diritto delle investiture all’imperator Arrigo IV. Di che facendosi gran rumore da molti, a’ quali sembrava ch’egli avesse in ciò gravemente errato, e tra questi Brunone ancora rimproverando la condotta del papa, questi sdegnato comandò a’ monaci di Monte Casino, che più nol dovessero riconoscere a [p. 462 modifica]XXVII. Suo opere, 46a LIBRO loro abate. Dal che presa occasione alcuni di essi ch’erano per altre ragioni innaspriti contro del santo abate, il cacciarono con villanìa dal monastero l’anno 1111. Tornato ei dunque alla sua chiesa di Segni, la resse di nuovo con grande zelo lino all’anno 11 a3 in cui a’ 18 di luglio pose fine a’ suoi giorni, e fu poscia da Lucio III annoverato tra’ Santi. Tutte le quali cose si possono vedere più ampiamente distese e con opportuni argomenti provate dal sopraccitato P. Sollier. XXVII. Ciò che detto abbiam di Brunone, ci dimostra senz’altro ch’egli avea la fama di uno de’ più dotti uomini del suo tempo. Pruova ancora più chiara ne abbiamo nelle opere che di lui ci sono rimaste. Pietro Diacono ce ne ha lasciato un lungo catalogo (de Vir. ill. Casin. c. 34); e molte di esse sono state raccolte e con un’erudita dissertazione illustrate dal P. D. Mauro Marchesi monaco casinese l’an 1651 in due volumi in folio. Di questi il primo abbraccia i Comentarj da lui scritti su molti libri della sacra Scrittura; il secondo contiene molte Omelie attribuite già ad Eusebio Emisseno e ad altri Padri più antichi; varj trattati su diverse materie scritturali, teologiche e morali, in alcune delle quali ancora ei combatte gli errori de’ Greci, e i vizj che dominavano nella Chiesa; alcune Vite de’ Santi e alcune lettere, e finalmente sei libri intitolati delle Sentenze, ossia riflessioni o discorsi su diversi argomenti (‘). (*) Le Omelie, ossia il Comento sui Vangeli di S. Brunone vescovo di Segni è stato pubblicato, dopo la prima [p. 463 modifica]QUARTO 463 Di queste e ili altre opere o perite o non ancor pubblicate di S. Brunone, veggansi singolarmente il P. Ceillier (Hist des Aut. eccl. t 21,p. 101, ec.), il Fabricio (Bibl. lat. med. et inf. aetat t. 1, p. 281) e il conte. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 4), che ne parlano con esattezza. In esse, comunque non sian prive de’ difetti del secolo, ammirasi nondimeno una chiarezza, una erudizione e un’eleganza assai rara a vedersi negli scrittori di questi tempi. Alle opere di S. Brunone si suol aggiugnere un Comento su’ Salmi di Odone monaco benedettino ed astigiano esso pure. Egli lo scrisse ad istanza dello stesso Brunone, e a lui perciò dedicollo, dal che si scuopre ch’ei vivea al tempo medesimo; ma questa è la sola notizia che di lui abbiamo. XXVIII. Io mi riserbo a parlare ne’ seguenti capi di altri famosi monaci casinesi che a questi tempi coltivaron felicemente gli studj; perciocchè, comunque ne’ sacri fosser versati, e ce ne abbian lasciate pruove, nondimeno in altri generi di letteratura furon più illustri, come Alfano arcivescovo di Salerno, Pandolfo, Oderisio, Costantino, ed altri che nella poesia, nella storia e nelle matematiche si esercitaron con lode. Tra poco rammenteremo ancora alcuni tra loro, che illustrarono co’ loro scritti la storia sacra; e da ciò che abbiam detto finora, e che dovrem dirne altrove, si renderà evidente che dizione di questo tomo della mia Storia, in Roma nel 1775, in due tomi in 8, e nella prelazione ad esso ine messa assai eruditamente si tratta dell’autore e del* I’ opera stessa. [p. 464 modifica]464 LIBRO in questi due secoli, de’ quali ora trattiamo, gli studi d1 ogni maniera da’ monaci più che da ogni altro ordine di persone furono e coltivati e fomentati felicemente; talchè se noi volessimo lasciar essi in disparte, e favellar solo di quelli che vissero fuor de’ chiostri, assai scarsa materia ci si offrirebbe di ragionare. Lo stesso dee dirsi delle biblioteche e de’ libri che, come ne’ passati secoli, così in questi ancora a’ monaci più che ad ogni altro dovettero la loro conservazione. Io potrei arrecarne più pruove tratte singolarmente dalla Cronaca del monastero di Monte Casino (Chron. Monast. Casin. l. 2, c. 51, 52; l. 3, c. 20). Ma basti il far menzione di alcuni che sopra gli altri son degni d’essere qui rammentati. E primo è il celebre Desiderio abate di Monte Casino, e poscia papa col nome di Vittore III, di cui racconta Pietro Diacono (ib. l. 3, c. 63), che studiosamente adoperossi a raccogliere e a far copiare gran numero di codici, molti de’ quali appartenenti a diverse materie egli ivi annovera; e il P. abate della Noce aggiugne (In not.adh. /.) che parecchi di essi ancor si conservano nella biblioteca di quel monastero. L’altro è Girolamo abate del monastero della Pomposa, il quale verso la fine dell’xi secolo si diede con sommo ardore a ricercar da ogni parte codici per accrescere sempre più la biblioteca dello stesso monastero, ch’era già stata cominciata dall’abate Guido. Del grande impegno di Girolamo nel radunar libri abbiamo una relazione manoscritta in questa biblioteca Estense fatta da Arrigo cherico di quel monastero che allor [p. 465 modifica]QUARTO 465 vivea, e pubblicata poscia dal P. Montfaucou (l)iar. ital- c. 6) insieme col catalogo de’ libri che già si eran raccolti, soggiunto alla stessa lettera da Arrigo. Nè deesi tacer per ultimo de’ monaci di Pescara ossia di Casauria, nella Cronaca del qual monastero pubblicata dal Muratori (Script. rer. ital. t. 1,pars 2, p. 879, 880) si dice che grande era il fervore e continuo l’esercizio di essi nel copiar libri, e si fa distinta menzione di alcuni tra loro che aveano in ciò arte e leggiadria singolare, come di Mauro, di Giovanni e di Olderico, i quali tutti viveano nel secolo xii. Ma dei monaci basti fin qui, e passiamo omai a parlare di tre altri vescovi celebri a questi tempi in Italia pel lor sapere. XXIX. Il primo di essi è S. Anselmo vescovo di Lucca. Vi ha contesa fra Mantova e fra Milano, qual di esse città abbia egli avuta a sua patria, Io non soglio entrar giudice in tai contese. Ma parmi che in questa appena rimanga luogo a dubbio, o a quistione; perciocchè i Mantovani non possono a difesa della loro opinione allegare scrittore, o monumento alcuno di qualche antichità; i Milanesi al contrario hanno in lor favore e lo scrittore contemporaneo della Vita del Santo, il quale racconta (V. A età SS. Mart, ad d. 18) che quando egli andò legato a Milano insieme con Gerardo vescovo d’Ostia, i riottosi miser le mani addosso a Gerardo, ma lasciaron libero Anselmo, perchè era lor cittadino, e nato d’illustre prosapia; e innoltre Landolfo il vecchio, scrittor esso pure di que’ tempi medesimi (Hist. l. 3, c. 14, vol 4 Script. rer. ital.) che dicendo milanese Tulaboscui, Voi III. 3o [p. 466 modifica]4G6 LIBRO di patria Alessandro II, zio paterno di Anselmo, ci mostra che milanese era ancora il nipote, e uscito come Alessandro della nobil famiglia di Baggio. Poichè ebbe coltivati gli studj della gramatica e della dialettica, come attesta f antico scrittore della sua Vita, ch’era stato penitenziero del Santo in Lucca (Mabillon Acta SS. S. Bened. t 9), arrolato nel clero, fu fatto canonico ordinario della chiesa di Milano (V. G ìulini Meni. L 3,4), e poscia da Alessandro II, l’anno 1073, dichiarato vescovo di Lucca, Io non debbo qui entrare, poichè l’idea di questa mia opera non mel permette, a raccontar le vicende a cui egli fu esposto, l’investitura del suo vescovado ch’ei ricevette dall’imperador Arrigo, per cui poscia tocco da pentimento ritirossi per qualche tempo nel monastero di Polirone; le persecuzioni ch’egli sostenne dal suo. clero insofferente della ecclesiastica disciplina a cui volea soggettarlo; l’assistenza da lui usata alla celebre contessa Matilde, a cui da Gregorio VII era stato assegnato per consigliero; le legazioni da lui sostenute per comando dello stesso pontefice; e i travagli, le sollecitudini e le fatiche con cui si sforzò in quei sì torbidi tempi di riconciliare insieme il sacerdozio e l’impero. Gli scrittori della storia ecclesiastica ne han già trattato ampiamente, e ad essi si può aggiugnere la Vita di questo santo vescovo assai diligentemente scritta dal P. Andrea Rota della Compagnia di Gesù, e stampata in Verona l’anno 1733. Egli morì a’ 18 di marzo l’anno 1086 in Mantova, la qual città ancor ne conserva con somma venerazione e con magnifica pompa [p. 467 modifica]QUARTO 4^7 il sagro corpo incorrotto, e se ne vanta a ragione come di singolare tesoro. Alla prudenza nel maneggio de’ più difficili affari, alle eroiche virtù cristiane di cui fu adorno, congiunse egli ancora un non ordinario sapere, di cui di è pruovc in più opere che ancor ci rimangono. Tra esse, oltre alcune operette ascetiche, delle quali dubitano alcuni s’ei debba credersi autore (V. Ceillier, t. 20, p. 677), abbiamo due libri in difesa di Gregorio VII contro l’antipapa Guiberto, in cui tratta ancor le quistioni delle investiture e delle immunità ecclesiastiche tanto allor controverse, e vi aggiunge una Raccolta di varj passi tratti dalla sacra Scrittura, da’ Concilj e dalle Decretali sull’argomento medesimo. Ei fece inoltre un’ampia collezione di Canoni divisa in 13 libri, di cui poscia giovaronsi Graziano e gli altri raccoglitor de’ medesimi. Ne esiston più copie manoscritte nella biblioteca Vaticana e nella Barberina, e in altre, dalle quali si prova assai chiaramente contro alcuni che ne han dubitato, lui essere veramente l’autore di tal raccolta; di che veggasi il suddetto P. Rota che ne tratta assai lungamente (Vita S. Ans. c. 3 2), e singolarmente l’appendice al primo tomo della Storia dei Professori dell’Università di Bologna (p. 191). Nella stessa Vita ancora potrà vedersi ciò che appartiene a qualche altra opera o smarrita , o non ancor pubblicata di S. Anselmo, fra le quali un breve opuscolo è stato dato alla luce dal P. Rota tratto da questa insigne biblioteca Estense. [p. 468 modifica]XXX. Grossolano arci’ «‘Scoto di Milano; sue ’ireude. 468 LIBRO XXX. A un cittadin milanese, qual fu S. Anselmo, congiungiamo un arcivescovo della stessa città, che per sapere non gli fu forse inferiore, ma in ciò che è santità de’ costumi non può venire con lui a confronto. Questi è il celebre Pier Grossolano ossia Crisolao. Il ch Muratori congettura (Ann. d’Ital, ad an. 1102) eli’ ei fosse di patria calabrese, e detto con greca voce Crisolao, e che poscia il popolo milanese, alle cui orecchie per avventura riusciva duro quel nome , chiamasselo Grossolano. Ma 1’eruditissimo conte. Giulini arreca varie e assai forti ragioni a provare (Mem..di Mil. t. 4, p- 4^4) eli’ ei veramente diceasi Grossolano, benchè poi per una cotal affettazione di grecheggiare esso si cambiasse in quello di Crisolao; e ch’egli probabilmente era natio di Lombardia. Sì varie e sì strane furono le vicende di questo arci vescovo , che non dispiacerà , io credo , ai lettori il vederle qui almen brevemente accennate. Dove ei nascesse, ove attendesse agli studj, in che si occupasse ne’ primi anni della sua vita , niuno ce n’ ha lasciala memoria. Landolfo il giovane, che è ¡1 solo tra gli antichi autori che ci parli di lui lungamente, il conduce per la prima volta sulla scena in un bosco [ II¡st. c. 3, vol. 5, Script. Rer. ital.) presso un cotal luogo detto Ferrara, che non è già la città di tal nome, ma un luogo tra Acqui e Savona, cioè o Ferrera , o Ferrania, come osserva il ch. Sassi (in not. ad Land. jun. l. c.). Perciocché narra Landolfo che ivi il trovarono alcuni messi spediti da Anselmo arcivescovo di Milano a Savona, perchè facessero nominare [p. 469 modifica]QUARTO /{fy) un véscovo a quella sede, il quale insieme servisse a lui di vicario nel tempo elle dimorav a oltremare per la Crociata, a cui allor disponevasi. Quest uomo che ivi probabilmente menava vita monastica, o eremitica, e ch’era perciò squallido in volto, e incolto nel portamento, piacque per modo a’ messi, che il presero a lor compagno, e, ciò che è più, piacque ancora a’ Savonesi per modo, che non altro che lui vollero a lor pastore. I messi lieti di sì felice riuscimento del loro viaggio, condussero Gì •ossolano all’arcivescovo Anselmo, il quale ordinatolo vescovo di Savona, e dichiaratolo suo vicario, andossene colle sue truppe alla guerra sacra. Ciò avvenne, come dimostra dopo altri il sopraccitato conte. Giulini (l. c.), l’anno 1 100. Il nuovo onore a cui Grossolano videsi sollevato , non gli fè punto cambiare abito e portamento , e avvertito di prender vesti più convenenti al suo grado, allegava a scusarsene la sua povertà, e il disprezzo ch’ei facea del mondo. Presto però si scoperse l’uomo scaltro eli’ egli era; perciocchè l’anno 1102 giunta la nuova della morte dell’arcivescovo Anselmo, egli sì destramente sì adoperò, che ottenne di essere sollevato a quella sì illustre sede, e ottenutala si vide tosto cambiare i suoi logori panni in abiti splendidi e ricchi, e i poveri cibi in isquisite vivande. Era allora in Milano il famoso prete Liprando, che nelle fatali discordie insorte in quella chiesa negli anni addietro per la simonia e per l’incontinenza del clero avea combattuto contro gli scismatici con sì gran zelo, che dal lor furore gli erano state troncate le [p. 470 modifica]4;° unno nari e le orecchie. Egli così deforme, com’era, o sapendo di certo, o credendo per valide congetture che Grossolano fosse salito a quella sede per simonia, cominciò a montare sul pergamo nella sua chiesa di S. Paolo, e ad inveire contro il nuovo intruso arcivescovo; e perchè questi mostrava di non fare alcun conto di tali invettive, Liprando lasciandosi trasportare tropp’oltre dal suo zelo, secondo l’ordinario costume di quei rozzi secoli, sfidollo al giudizio di Dio, offerendosi pronto a passar tra le fiamme, e mostrar per tal modo, s’egli ne uscisse illeso, che Grossolano era simoniaco. L’arcivescovo usò prima d’ogni arte per sottrarsi a questo cimento; ma finalmente fu d’uopo cedere. Liprando nella piazza di S. Ambrogio entrò nel fuoco, e ne uscì senza danno di sorte alcuna, e Grossolano confuso ritirossi a Roma. XXXI. Pasquale II che teneva allora la cattedra di S. Pietro, accolse onorevolmente l’arcivescovo, o perchè egli saggiamente non approvasse la maniera tenuta nel condannarlo, o perchè il credesse innocente; e 1’anno 11 o5 radunato un Concilio nella basilica lateranese, benchè vi fosse presente Liprando venuto a giustificare se stesso, e ad accusar Grossolano , questi fu assoluto, e rimandato alla sua sede. Ma ciò non ostante il partito contrario non gli permise di rientrarvi; talchè egli l’anno ii 09 detcrminossi a viaggiare in Terra Santa. Questo viaggio diede nuova occasione a’ nimici di Grossolano per privarlo della sua sede: si pretese che coll andarsene oltremare egli avesse rinunciato alla sua chiesa; e nel primo [p. 471 modifica]QUARTO. 4" 1 di gennaio dell’anno 111 a il clero della metropolitana elesse a suo arcivescovo Giordano di Clivi, che da tre vescovi suffraganei fu consecrato; e Pasquale II, benchè finallora sostenitor costante di Grossolano , approvò nondimeno tal elezione, e onorò del pallio il nuovo arcivescovo. Tornato frattanto Grossolano in Italia, e ritrovata l’antica sua sede occupata da altri, sforzossi prima coi raggiri e colf armi di scacciarne il rivale. Ma non venendogli fatto , ebbe di nuovo ricorso al pontefice, il quale l’anno 1116 radunò un altro Concilio nella stessa basilica lateranese. Questo però ebbe per Grossolano esito troppo diverso dal primo, perciocchè egli fu condennato, e vennegli ingiunto di far ritorno al primo suo vescovado di Savona. Grossolano amò meglio di fermarsi in Roma , ove poscia nel seguente anno morì nel monastero di S. Saba. Di queste varie avventure di Grossolano si può vedere ciò che più stesamente raccontano gli scrittori milanesi, e singolarmente il più volte lodato conte. Giulini (l. cit. ec.). XXXH CIP ei fosse uomo assai dotto, provasi dal Muratori (Antiq. Ital. t. 3, p. 918) col testimonio di Landolfo il giovane, da cui egli afferma che Grossolano vien detto uomo insigne per greca e per latina eloquenza Ma, come ha già osservato monsignore Gradenigo (Letterat. greco-ital. c. 7), cotai parole di Landolfo non si ritrovano. Nè però ci mancano altre testimonianze del sapere di Grossolano. Azzo vescovo di Lodi scrivendo 1’anno 1 r 12 all’imperadora Arrigo della deposizione di Grossolano, [p. 472 modifica]2 unno il chiama nonio letteratissimo, di accorto ingegno ed eloquentissimo (Eccard. Script, Med. aevi, t. 2 , p. p.G6). Ma più chiara pruova ne abbiamo in qualche sua opera che ci è rimasta. Nel viaggio di Terra Santa, ch’ei fece, venne ancora a Costantinopoli, e perchè allora bollivano le controversie de’ Latini co’ Greci, Grossolano non temè di venir con essi a contesa , singolarmente sull’articolo più controverso della Processione dello Spirito Santo. Il cardinale Baronio, seguito da altri, pensa (Ann. eccl, ad un. ì 116, n. 7) che dal pontefice ei fosse colà spedito col titolo di suo legato5 ma, come ottimamente riflette il P. Pagi (Crit, in Ann. ad h. an.), di questa legazione non vi ha pruova nè vestigio alcuno presso gli antichi scrittori, ed è più verisimile che il sol talento di far pompa del suo sapere conducesse colà Grossolano. Comunque fosse, ei cimentossi co’ più dotti uomini che allor fossero in Grecia. Il sopraccitato cardinale Baronio avendo trovato nella biblioteca della Vallicella un opuscolo greco , benchè imperfetto, del nostro arcivescovo, intitolato Chrysolani Episcopi Mediolanensium Oratio ad Imperatorem Alexium Comnenum, lo inserì , tradotto in lingua latina dal vescovo Federigo Mezio; ne’ suoi Annali (l. c.)} e lo stesso di nuovo è stato dato alla luce in greco e in latino dalf Allacci (Graeci orthod. t. 1, p. 379) col titolo Petri Episcopi Mediolanensis Oratio ad Imperatorem, ec. j il che è a stupire che non fosse avvertito dal P. Ceillier, il quale dice di non sapere che cosa alcuna di Grossolano sia stata pubblicata (llist. des~Aut. eccl. t. 21, [p. 473 modifica]QU AUTO ’ /|-3 fi. i 15). L’Argelati pensa (Bibl. Script, mediol, t. i - pars 2, p. 712) che Grossolano scrivesse quest1 opera in greco, sì perchè nella traduzione latina si veggono più cambiamenti, sì perchè essendo essa indirizzata all’imperador greco, è probabile che in questa lingua , in cui era versato assai, la scrivesse. Ma potè ancor Grossolano , s1 io non m’inganno, scriverla in latino, e potè qualche altro traslatarla con qualche cambiamento in greco. La traduzione però che ora ne abbiamo, non è certamente l’originale di Grossolano, perciocchè essa, come abbiam detto, fu lavoro del Mezio; e l’opuscolo di Grossolano non si è trovato che in greco. Questo è probabilmente lo stesso che si vede citato nel Catalogo de’ Codici mss. dell1 Inghilterra c dell1 Irlanda, con questo titolo: Episcopi Mediolanensis scriptum tamquam a Latinis missum, ad Alexium Comnenum Imperatorem de Processione Spiritus Sancti (in Codd. GugL Landi, cod. 78). Questa operetta di Grossolano fu quella verisimilmente che risvegliò i più dotti tra’ Greci a venir con lui a contesa su questo punto, e sembra che una pubblica conferenza perciò si tenesse tra Grossolano e alcuni greci teologi. Tra i codici greci della biblioteca del re di Francia uno contiene le due seguenti operette: Eustratii Nicaeni Metropolitae Acta Collationis habitué cimi Grossolano Mediolanensi Archiepiscopo de Spiritus Sani ti Processione. Archiepiscopi Mediolanensis disputatio habita cum Joanne Phurne Monaco Montis Gani de Spiritus Sancti Processione (cod. 2830). E nel mentovato Catalogo de1 [p. 474 modifica]474 LIBRO Codici mss. dell’Inghilterra e dell1 Irlanda: Joannis Phurni discettatici rum Petm Mediolanensi Episcopo de Spiritus Sancti Processione. Un’altra opera di somigliante argomento trovasi in un altro codice della stessa biblioteca regia con questo titolo: Objectiones Latinorum iisque contrariae oppositiones et inversiones Eustratii Metropoli tue Nicaeni desumptae ex ejusdem libro de Spiritus Sancti processione ad Grossolanum Mediolanensem Episcopum (cod. 1306). Queste opere e queste conferenze ci fan vedere che Grossolano fu creduto da’ Greci un formidabil nimico , contro di cui convenisse rivolgere le più possenti armi e i più valorosi guerrieri. Oltre Giovanni Forno ed Eustrazio di Nicea, anche Niccolò di Metona prese a combattere Grossolano, e di lui pure abbiam qualche libro su questo argomento (V. Oudin. de Script, eccl. t. 2, p. 854, ec-)- Anzi lo stesso imperadore Alessio Comneno, che voleva pur esser creduto un profondo teologo, non si sdegnò di contendere con questo prelato, come raccogliesi da un passo del celebre Giovanni Vecco citato dall’Oudin (ib. p. 967), presso il quale rammentansi ancora altri libri che su questo argomento furono scritti. Vuolsi però correggere un abbaglio da lui preso; perciocchè egli veggendo in diversi codici nominato l’arcivescovo di Milano or col nome di Pietro, or con quello di Grossolano, ha creduto che fossero due diversi arcivescovi. Il Tritemio afferma inoltre, non so su qual fondamento , che Grossolano avea scritto un trattato sul mistero della Trinità, alcuni sermoni, e alcune pistole ed altri diversi trattati. L’Argelati [p. 475 modifica]QUARTO vi aggiugne un sermone intitolato in Capitulum Monachorum; e citando la Biblioteca de’ Manoscritti del P. Montfaucon, dice che ve ne ha copia nelle biblioteche Medicea e riccardiana in Firenze. Ma il P. Montfaucon non fa motto di queste biblioteche, ma sì dell’Ambrosiana in Milano (Bibl. MSS. t. 1, p. 515); e sallo Dio, se anche in essa si trova tale operetta; poichè chi confronta i codici che in essa conservansi, col Catalogo che ne ha pubblicato il detto P. Montfaucon, vede quanto esso sia imperfetto, e, ciò che è peggio, pieno di errori. In Firenze però vi ha un esemplare di tale opuscolo , non nella biblioteca Laurenziana, ma in quella di S. Marco , ove attesta di averlo veduto l’eruditissimo abate Zaccaria (iter. li ter. p. 64). XXXIII. L’ultimo de’ dotti vescovi italiani di questi tempi, de’ quali mi son prefisso di ragionare, è Bonizone vescovo prima di Sutri, poi di Piacenza. Della sua patria e de’ primi suoi anni non sappiam cosa alcuna. Solo troviamo che l’anno 1082 egli era vescovo di Sutri, e che nella guerra che allor faceva l’imperator Arrigo a Gregorio VII, egli fu fatto prigione (V. Poggiali Stor. di Pi ac. t. 3, p. 372). Quindi cacciato dalla sua sede, dopo aver sostenuti molti travagli, venuto a Piacenza , vi fu dalla parte cattolica eletto vescovo o al fine dell’anno 1088, o al principio del seguente; ma sei mesi appresso dagli Scisma! ici clic erano nella stessa città, fu crudelmente ucciso (ib. t. 4 , p. 7, ec.). Niuno degli antichi scrittori delle ecclesiastiche Biblioteche, trattone l’Anonimo mellicese che appena f accenna (c. 13), ci ha di lui [p. 476 modifica]476 unno favellato; e nondimeno ei fu dottissimo uomo, come ci dimostrano le opere da lui composte che conservansi manoscritte in alcune biblioteche. E in primo luogo nella imperial biblioteca di Vienna trovasi un compendio in otto libri diviso delle opere e de’ sentimenti di S. Agostino, intitolato Paradisus Augustinianus; opera , come sembra, da lui intrapresa prima di essere fatto vescovo di Sutri, e dedicata all’abate Giovanni, che credesi essere S. Giovanni Gualberto fondatore dell’ordine di Vallombrosa. Il Lambecio ha pubblicata la lettera con cui Bonizone gl’indirizzò questa sua fatica (Comm. Bibl. caesar. vol. 2, c. 8). Il ch. Muratori ha pur pubblicato da un codice della biblioteca Ambrosiana un’operetta di Bonizone intorno a’ Sacramenti (Antiq. Ital. t. 3, p. 599), da lui mandata a Gualtero priore del monastero di Lenoj e questa, come dal titolo si raccoglie, fu da lui scritta mentre era vescovo di Sutri, e in essa ei fa ancora menzione di un libro eli’ egli avea scritto contro Ugone scismatico, cioè, come credesi, contro il Cardinal Ugone soprannomato Bianco. Nella suddetta imperial biblioteca conservasi ancora un’altra assai pregevole opera di Bonizone, cioè una raccolta di Decreti ecclesiastici tratti dalla sacra Scrittura, da" C011cilii, dalle Lettere de’ romani Pontefici, e dalle Opere de’ SS. Padri. Di questa Raccolta un altro esemplare conservasi in Brescia, e il diligentissimo monsignor Mansi di esso si è giovato a farne un esatto confronto con quel di Vienna. mostrando la differenza che passa fra l’uno e l’altro (V. Fa.br. Bibl. lat. med. et inf. act. [p. 477 modifica]QUARTO 477 t.i,p. 261). Ad essa egli premise un Compendio della storia de’ papi da S. Pietro fino ad Urbano II. Il Muratori avea in animo di pubblicare questo Compendioma ne ristrette, poichè riseppe da Vienna che non era che un semplice catalogo de’ loro nomi (l. cit.). De’ pontefici però dei suoi tempi avea egli scritti più stesamente due libri, e il secondo di essi dovea essere quello appunto da lui indirizzato contro lo scismatico Cardinal Ugone, come dimostra l’Oudin (de Script, eccl. t. 2, p. "736, ec.) che di Bonizone e delle opere da lui scritte ha parlato con singolar diligenza, e a cui perciò io rimetto chi bramasse di averne più ampie notizie 5 e a lui voglionsi aggiungnere, per ciò che appartiene alla collezione de’ Canoni da lui fatta, i dottissimi fratelli Ballerini che di essa trattano ampiamente non meno che eruditamente. (Diss. de Collect Decretal, vol. 3 Op. S. Leon, pass 4 > c. 15). XXXIV. Io potrei ancora innoltrarmi a parlar di più altri Italiani che a questi tempi dierono saggio del loro ingegno e del loro studio, singolarmente nelle contese co’ Greci scismatici , e in quelle delle investiture e delle ecclesiastiche immunità. Domenico patriarca di Grado scrisse intorno agli errori de’ Greci verso la metà dell’ xi secolo una erudita lettera pubblicata dal Cotelier (Monum. eccl. graec. t. 2, p. 108). Pietro arcivescovo di Amalfi, e Federigo nuncio di Leone IX alla corte di Costantinopoli , che fu poi papa col nome! di Stefano IX, scrissero e disputarono contro il monaco Niceta , uno de’ più fon idi difensori dello xxxi v. Allri scriitori contro eli errori ile1 Greci. [p. 478 modifica]47^ LIBRO scisma, e lo stri user per modo, che ritrattò i suoi errori (Vita S. Leonis IX l. 2, c. 5 ap. li olivi, t. 2 april.). Placido monaco e priore del monastero di Nonantola, e poscia vescovo, non si sa di qual chiesa, scrisse un libro intitolato dell1 Onor della Chiesa verso l’an 1070, in cui tratta le mentovate controversie tra ’l sacerdozio e f impero. Esso è stato pubblicato dal P. Pez (thes. Anecd. t. 2, pars 1, p. 7.0). Nel secolo susseguente Ugone Eteriano pisano combattè valorosamente contro gli errori de’ Greci, e abbiamo ancora alcune sue opere su tale argomento (V. Fabr. Bibl. lat. med. et inf. aet. t. 3, p. 292); il che pur fece Paolo genovese monaco di Monte Casino, e autore di molte opere rammentate da Pietro Diacono, il quale di lui racconta (de Vir. ill. Casin. c. 36) che era cieco, e che nondimeno fu uom sì dotto, che veniva appellato il secondo Didimo. Ma di questi, e di altri, de’ quali somigliantemente potrei ragionare, basti il detto fin qui, perchè non sembri eli’ io vada in cerca di ogni ancor più picciola coserella, e che brami di render voluminosa anzi che utile questa mia Storia. XXXV. Rimane per ultimo a dir qualche cosa di quelli che illustrarono di questi tempi la storia sacra. E qui ancora io non farò menzione, come ho fatto ne’ precedenti libri, di quelli che scrisser la Vita o i miracoli di qualche santo, o qualche altra operetta di somigliante argomento, il che sarebbe cosa e a me e a’ lettori di somma noia ugualmente e di niun vantaggio. Io accennerò solo coloro che qualche opera importante in questa materia ci hanno lascialo. [p. 479 modifica]QUARTO 479 Tra essi vuoisi annoverare fra’ primi Gregorio monaco ed archivista del monastero di Farfa, perciocchè egli fu il primo, per quanto io sappia , che si accingesse a una fatica , la quale se in altri monasteri ancora si fosse intrapresa, assai più utile, più sicura e più chiara sarebbe la loro storia. Egli dunque verso la line dell’ xi secolo in cui vivea, raccolse diligentemente e copiò in due volumi tutti i diplomi appartenenti al suo monastero; e poscia sulla scorta di essi venne stendendo la Cronaca del medesimo, continuata poi fin circa l’anno 1100 da Teodoino parente di Gregorio, e data alla luce dal ch. Muratori (Script. rer. ital. t. 2, pars 2); il quale ancora vi ha aggiunta la relazione della distruzione di quel monastero, scritta da Ugone che n’era abate verso il principio dello stesso xi secolo. A’ due mentovati libri de’ Diplomi, Giovanni gramatico e monaco nel monastero medesimo un altro ne aggiunse l’anno 1092. Questo sì pregevol tesoro di antiche carte, di cui non vi ha forse il più antico ne’ monastici archivj, conservasi ancora nel suddetto monastero di Farfa, e il Muratori ha pubblicati i titoli di molte tra esse (Antiq. Ital. t. 5, p. 687, ec.). In questo secolo in cui son venuti alla luce tanti antichi diplomi, non possiam noi lusingarci che anche questa sì copiosa raccolta debba un dì farsi pubblica? Qual vantaggio ne verrebbe alla storia ecclesiastica non meno che alla profana? XXXVI. Altri monasteri ancora vollero a quest’epoca avere i loro storici. Abbiamo la Cronaca di quello della Novalesa, scritta verso la ’ metà dell’ xi secolo; ma essa non ci dà grande [p. 480 modifica]/|8o LIBRO idea del suo anonimo autore: perciocchè egli, come osserva il Muratori che l’ha pubblicata (Script. rer. ital. t. 2, pars 2), l’ha riempita di puerili e favolosi racconti, in mezzo a’ quali però si trovan buone ed opportune notizie (15). Miglior metodo tennero Giovanni monaco del monastero di S. Vincenzio al Voltorno, e Giovanni di Berardo monaco del monastero di Casauria , perciocché f uno e f altro tesserono e ornarono la lor narrazione di antichi diplomi, i quali e ne confermassero la verità, e ne rendessero maggiore il frutto. Il primo la scrisse al principio del XII secolo, e l’an 1108 la offerì al pontefice Pasquale II; il secondo la scrisse l’an 1182, e amendue sono state date alla luce dal suddetto ch. Muratori (ib): la seconda però, oltre qualche parte pubblicata da altri, avea già veduto il giorno per opera del P. D’Achery (Spicil. t. 2, nov. ed. p. 929). XXXVII. Ma il monastero di Monte Casino superiore a tutti gli altri in antichità e in onore non volle essere inferiore ad alcuno nell’avere storici valorosi che ne illustrassero il nome. Alcuni avean già trattato in parte questo argomento , e molti il trattarono al tempo di cui parliamo, i cui nomi si posson vedere indicati con qualche elogio da Pietro Diacono (de Viris (a) Intorno all’autore della Cronaca della Novalesa meritati di esser lette le riflessioni del eh. sig. co. Galearii Napione di Cocconalo, il quale pensa eh’ei fiorisse sulla fine del secolo x, e che qualche anno toccasse ancor dell’ xi (Piemontesi ili. t. 1. p. l5o, ec.), e ragiona poscia di altre Cronache monastiche del Piemonte circa il tempo medesimo scritte. [p. 481 modifica]QUARTO 481 ili Casin.) Ma due tra essi son degni di più onorevol menzione, Leone Marsicano e il sopraddetto Pietro Diacono. Il primo, detto Marsicano dalla sua patria, fu ancor giovinetto offerto a Dio nel monastero di Monte Casino, e vi si distinse fra gli altri così per l’esercizio delle religiose virtù, come per f ardore nel coltivare gli studj. Perciò dall’abate Oderisio ebbe l’onorevole incarico di scrivere un’intera ed esatta Storia del suo monastero, ed egli si accinse all’opera, e in tre libri condusse la Storia fino a’ tempi dell’abate Desiderio che fu poi Vittore III, di cui però egli non ebbe o tempo o agio a raccontare tutte le gesta: e perciò Pietro Diacono ne continuò il lavoro cominciando dal capo xxxv del terzo libro, e ad esso aggiugnendo il quarto. Leone da Urbano II fu onorato l’anno 1101 della dignità di cardinale e vescovo d’Ostia, ed era ancor vivo l’anno i 115, come prova il canonico Mari (in not ad Petr. Dine. c. 30); ma non si sa precisamente in qual anno morisse (16). La Cronaca di Monte Casino da lui scritta è la più esatta e la più compita che noi abbiam di quel celebre monastero, ed essa ha avute più edizioni, l’ultima e la miglior (a) L’epoca della morte di Leon Marsicano è stata scoperta dall’eruditissimo monsig. Stefano Borgia in un Necrologio della chiesa di Velletri, in cui è segnata a’ 22 di maggio del sopraddetto anno iii’ T (De Cruce 1 elitenia p. 276). Altre più minute notizie intorno allo stesso Leone si posson vedere nella recente opera del sig. Francescantonio Soria intorno agli Storici napoletani (t. 2, p. 3gt). TlRAlìOSCHt, Voi. III. 3i [p. 482 modifica]XXXVIII. Continuata ila Pu tro Diacono. 482 LIBRO tra le quali è quella che ne ha fatta il Muratori (Script. rer. ital. vol. 4) colle note dal P. abate Angelo della Noce aggiunte ad essa fin dall’anno 1668. Di qualche altra opera di Leon Marsicano veggasi il sopraccitato canonico Mari e il Fabricio (lì ibi. lat. med. et inf. aet.’\ t. 4, p. 261). XXXVIII. Non egual lode ha ottenuto presso i più giusti estimatori delle cose Pietro Diacono continuatore di Leon Marsicano. Già abbiam recato poc’anzi il poco favorevol giudizio che ne ha recato il P. abate della Noce; e il P. Mabillon il dice assai inferiore a Leone in gravità e in autorità (Ann. Bened. t 5,l. 67, n. 27). E certo ei parla di se medesimo più che ad uom ritenuto e modesto non che a umile monaco non si convenga. Rammenta la nobiltà di sua famiglia che vantava consoli e generali romani (Chron. Casin. l. 4, c. 113, ec.); narra diffusamente le dispute da sè sostenute in presenza d’Innocenzo II e di Lotario II intorno a’ privilegi del suo monastero nella elezion dell’abate; e un’altra disputa eli’ egli ebbe con un Greco sopra gli errori di quella nazione; in cui egli piacque talmente allo stesso suo avversario, che questi tradusse in greco ciò eli’ egli avea detto, e mandonne copia all’imperadore e al patriarca di Costantinopoli; e annovera i luminosi titoli di cui l’imperador Lottario perciò onorollo, e gli augusti personaggi che si unirono a ottenerglieli da quel sovrano. Imperator etiam de litigia , quod Petrus Diaconus cum Graeco habuerat, ultra modum gavisus, eundem diaconum, interventu Richizae piissimae Augustae, et [p. 483 modifica]QUARTO 4^3 Ilenrici ilucis Bajoariorum, et Conradi ducis Svevorum, Loghothetam, a secretis, exceptorem, auditorem, cartularium, ac cappellanum romani imperii constituit (ib. c. i x6). De’ quali titoli però è certo che Pietro fu onorato, come da una lettera dello stesso imperador Lottario prova il P. abate della Noce (in not ad h. loc.). Ei finalmente, oltre più altre cose, racconta di se medesimo (c.118), che l’imperadore stesso volle ch’egli vivesse con lui, e ne’ suoi viaggi l’accompagnasse. Fino a quanto tempo si stesse Pietro colf imperador Lottario, nol sappiamo. Solo abbiam due lettere da lui scritte all’imperadrice Richenza o Richiza per consolarla nella morte del suo marito Luttario (Mabillon. App. ad vol. 6 Ann. Bened. p. 624) avvenuta l’anno 1137, cioè l’anno stesso in cui avea in sì solenne guisa onorato Pietro; il quale perciò è probabile che facesse allora ritorno al suo monastero. Il P. Mabillon pensa ch’egli vivesse fino a’ tempi di Alessandro III (Ann. Bened. voi. 6, p. 138), da cui si crede, dic’egli, che avesse il governo del monastero di Venosa. XXXIX. Delle sue opere ci ha lasciato egli stesso un esatto catalogo (de Vir. ill Casin. c. 47). Fra esse oltre la continuazione della Cronaca Casinese, di cui abbiam favellato, troviam registrate la vita e il Martirio e la traslazione di molti Santi, parecchi sermoni, alcuni altri opuscoli appartenenti alla storia del monastero di Monte Casino, e alcuni libri ascetici e scritturali. Io lascio di farne qui più distinta menzione, potendosi vederli tutti annoverati da lui medesimo e dal canonico Mari (in not. ad h. loc.) [p. 484 modifica]484 LIBRO che segna inoltre quali tra essi si conservino ancor manoscritti. Io parlerò solo di alcune opere per le quali Pietro Diacono ha ottenuto maggior nome, e che meglio ci mostrano il sapere di cui egli era fornito. Tra esse deesi il primo luogo al più volte citato libro degli Uomini illustri di Monte Casino, che è in somma la storia letteraria di quel monastero, ossia la biblioteca degli scrittori che in esso vissero, col novero de’ libri da essi composti. Egli è vero che l’autore in quest’opera non è sempre esatto, e spesso sembra lodatore anzichè narratore. Ma ciò non ostante ella è opera alla storia letteraria utile assai; e di molti dottissimi uomini noi non conosceremmo il nome non che le opere, se Pietro Diacono non ce ne avesse in questo libro lasciata memoria. Molte altre opere ancora su diverse scienze avea egli composte, un trattato di astronomia raccolto dagli antichi scrittori, e un altro sulle pietre preziose. Avea fatto un compendio del Polistore di Solino e dell’Arcliitettura di Vitruvio, e tradotto avea un libro di Evace re degli Arabi intorno alle pietre. Le quali opere ci mostrano un uomo in molti studj versato, benchè il carattere che in lui abbiamo osservato, ci muova non leggero sospetto che fosse questa una tenue e superficial tintura di studio, anzichè un vasto e profondo sapere. Credesi ancor da molti ch’ei riducesse in un sol corpo le leggi tutte de’ Longobardi, che andavan prima disperse (Heinec. Hist. Jur. l. 2, c. 5, parag 27). Ma parmi difficile che si aspettasse a far ciò in un tempo in cui quelle cominciavano ad essere assai mono [p. 485 modifica]QUARTO 4^5 usate; e anche il eh. Muratori sembra dubitare della verità di una tal tradizione (praef. atlLcg. Latigob. Script. rer. ital. t. 1, pars 2, p. 7). XL. La storia de’ romani pontefici finalmente fu anche essa in questi tempi illustrata da tre scrittori italiani, cioè da Guglielmo cardinale bibliotecario della sede apostolica, da Pietro esso pure bibliotecario, e da Pandolfo da Pisa. Il primo continuando la Storia di Anastasio scrisse le Vite de’ papi da Adriano II fino ad Alessandro II, a’ cui tempi vivea; ma quasi tutta quest’opera si è perduta, e ci è rimasta solo la Vita del suddetto Adriano, e quella, benchè non intera, di Stefano V. Pietro bibliotecario scrisse la Vita di Gregorio VII. Pandolfo da Pisa, che, come osserva l’eruditissimo monsig. Mansi (Fab. Bibl. lat. med. et inf. aet. t. 5, p. 193), dee distinguersi dal cardinale Pandolfo parimente pisano che fiorì.al fine del xii secolo, scrisse egli pure la Vita di Gregorio VII, e de’ seguenti pontefici fino ad Alessandro III. Io non mi arresto ad esaminare alcune più minute quistioni intorno a questi scrittori, che si posson vedere trattate dagli autori delle ecclesiastiche Biblioteche. XLI. Potrebbe forse parer qui luogo opportuno a trattare ancor dello studio de’ sacri canoni, che in questi secoli prese a coltivarsi con grande ardore; ma mi è sembrato miglior consiglio il riservare a farlo, ove tratteremo della giurisprudenza, unendo così insieme le leggi ecclesiastiche e le civili.