Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. II)/Libro nono - Capo II

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro nono - Capo II

../Libro nono - Capo I ../Libro nono - Capo III IncludiIntestazione 14 giugno 2015 75% Da definire

Libro nono - Capo I Libro nono - Capo III
[p. 185 modifica]
Storia delle arti del disegno fregio 2.png

Capo ii.


Perfezione delle scienze e delle arti in Grecia — l’influirono le circostanze... l’uso de’ pubblici giuochi... la pace stabilitasi... e ’l qoverno di Pericle — Artisti di questo tempo - Fidia — Alcamene— Agoracrito... sua Venere — Tempo della guerra peloponnesiaca — In essa fiorirono Policleto - Scopa... sua Niobe — Pittagora - Ctesilao... suo supposto gladiator moribondo... e Mirone — Osservazioni sul basso-rilievo dell’apoteosi d’Omero.

Perfezione delle scienze e delle arti in Grecia N egli ultimi tempi, di cui parlammo nel Capo antecedente, il pose il fondamento della grandezza de’ Greci, fu del quale un magnifico e durevole edifizio elevar si dovea. Dir si potrebbe che a questo abbiano dato la prima mano i savj e i poeti, il compimento gli artisti, e la storia v’abbia aggiunto l’ornamento d’un maestoso ingresso che a lui ne conduce. I Greci di que’ tempi, come quelli tra noi che leggono e ben intendono i loro poeti, saranno rimasti sorpresi al vedere pochi anni dopo una tragedia d’Eschilo, che credeano perfetta, comparir fra loro Sofocle1; e questi non gradatamente, ma con un volo incomprensibile giugnere all’ultima perfezione, e toccare la più alta meta a cui sollevarsi possa umano ingegno.

§. 1. Un salto simile deve aver fatto l’arte dal maestro allo scolaro, da Agelada a Policleto; e se il tempo non avesse distrutti i monumenti su cui giudicarne, vedremmo fra l’Ercole d’Elada2, e ’l Giove di Fidia, fra il Giove d’Agelada, e la Giunone di Policleto quella stessa differenza che [p. 186 modifica]scorgiamo fra ’l Prometeo d’Eschilo, e l’Edipo di Sofocle. Quegli colla sublimità de’ pensieri, e con un’espressione maestosa ci sorprende più che non ci commuove; e nell’esporre l’azione, la quale è sovente più vera che possibile, mostrasi piuttosto storico che poeta. Questi all’opposto ci desta in seno una commozione profonda, e men colle parole che colle immagini sensibili ci penetra l’anima: ricercando tutta la verosimiglianza per mezzo d’un intreccio ingegnoso, e d’un mirabile scioglimento della sua favola, sostiene in noi un’aspettazione costante, e supera i nostri desiderj stessi.

V’influirono le circostanze... §. 2. I più felici tempi per le arti del disegno nella Grecia, e principalmente in Atene, furono que’ quarantanni in cui Pericle resse a così dire la repubblica, e durò l’ostinata guerra, che precede la peloponnesiaca cominciata nell’olimpiade lxxxvii.3. Fu questa forse la sola guerra, che fu giovevole all’arte anziché esserle funesta, simile a que’ facili sdegni degli amanti, che avvivano la passione in luogo d’estinguerla. Svilupparonsi allora interamente le forze della Grecia; Atene e Sparta tutto immaginarono, tutto misero in opera per sollevarsi l’una sopra dell’altra; ciascun cittadino manifestò i proprj talenti, e tutte occuparonsi le mani e tutti gli spiriti. Come un animai feroce tutta spiega l’agilità e la forza quando trovasi da ogni parte assalito, così gli Ateniesi [p. 187 modifica]mostrarono tutt’i loro talenti quando nelle maggiori strettezze si ritrovarono.

... l’uso de’ pubblici giuochi... $. 3. Anche durante la guerra aveano gli artisti sempre presenti que’ gran giorni in cui gli occhi tutti della Grecia dovean essere rivolti alle loro opere, e a loro stessi; poichè ogni quart’anno all'avvicinarsi de’ giuochi olimpici, ed ogni terz’anno al ritorno degl’istmici le ostilità cessavano interamente. I Greci tutti, dianzi nemici acerrimi, e quegli stessi, che le leggi aveano banditi dalla patria4, adunavansi allora amichevolmente in Elide, o a Corinto; e mirando lo stato fiorente della nazione tutti obbliavano in quel momento ciò che era avvenuto pocanzi, e ciò che era per succedere tra poco. I Lacedemoni fecero altresì una tregua di quaranta giorni per celebrare una festa istituita in onor di Giacinto5. Si omise però di celebrare per qualche tempo i giuochi nemei nella guerra fra gli Etolj e gli Achei, nella quale ebbero parte anche i Romani67.

§. 4. Serviva pure alla generale istruzione degli artisti il libero costume di que’ tempi, per cui non velavasi nessuna parte del corpo de’ lottatori; essendo cessato molto prima l’uso di portare intorno alle reni una specie di grembiule. Acanto dicesi il primo che sia comparso affatto ignudo in Elide nell’olimpiade xv.8; onde s’inganna Baudelot9, quando pretende che siasi introdotto l’uso dell’intera nudità negli atleti fra l’olimpiade lxxiii. e la lxxvi.10.

[p. 188 modifica]... la pace stabilitasi... §. 5. Cessò al fine l’accennata guerra nel second’anno dell’olimpiade lxxxiii., e si conchiuse una pace generale sì fra Greci e i Persi, che fra i Greci stessi per la lega di trent’anni fatta tra Atene e Sparta11. In quello tempo cominciò la Sicilia ad essere tranquilla pel trattato di pace conchiuso fra i Cartaginesi e Gelone re di Siracusa, in cui furono comprese tutte le città greche dell’isola; onde, al dire di Diodoro12, la Grecia allora altra occupazione più non aveva che le feste e i divertimenti; tanta tranquillità e una sì universale gioja de’ Greci dovea necessariamente molto influire sull’arte; e deesi probabilmente a sì fortunate circostanze la perfezione a cui essa si sollevò per le mani di Fidia nella mentovata olimpiade13. S’intende quindi perchè Aristofane14, introducendo sulla scena la Pace come una dea, dica aver essa della relazione con Fidia (ὅπως αὐτῇ προσήκοι Φειδίας), alla quale espressione lo Scoliaste antico, e i critici moderni, tranne Florente Cristiano, hanno dato un significato ben lontano dalla mente di quel comico scrittore, allegandola come un proverbio15.

...e ’l governo di Pericle. §. 5. La morte di Cimone diede finalmente a Pericle la libertà d’eseguire i suoi gran progetti. Egli procurò di far regnare in Atene la ricchezza e l’abbondanza coll’impiegare tutt’i cittadini; e quindi eresse tempj, edificò teatri, costrusse acquedotti, e formò porti, ornando e abbellendo il tutto con prodiga magnificenza. Sono noti il Partenione, l’Odeo, e gli altri sontuosi edifizj16. Dir si può che in questi tempi l’arte ricominciasse ad aver vita; ed ebbero allora un nuovo principio, secondo l’osservazione di Plinio17, la statuaria e la pittura.

[p. 189 modifica]§. 7. Devesi a ciò il celebrato avanzamento delle arti sotto Pericle, simile a quello che ebbero nel loro rinascimento in Italia sotto Giulio II. e Leon X. Esse, a così dire, ad amendue le epoche trovaronsi in un terreno d’una fertilità inesauribile e ben coltivato, da cui l’industria ricava tutte le più nafcoste ricchezze. E’ vero che non può farsi un giusto paragone fra i tempi anteriori a Fidia, e quei che precederono Michelangelo e Raffaello; ma è certo almeno che sì in quelli che in questi l’arte avea tutta la purezza e la semplicità originale; e tanto più era suscettibile di miglioramento, quanto meno era dal cattivo gusto corrotta e depravata: nel che l’arte può rassomigliarsi all’educazione dell’uomo.

Artisti di questo tempo.
Fidia.
§. 8. Fidia, che eseguiva le grandi idee di Pericle18, fu il più grande degli artisti, e ’l suo nome esser dee sacro nella storia dell’arte, che per lui, pe’ suoi allievi, e pei suoi successori portata fu al più sublime grado di perfezione. Le più pregevoli fra le sue opere erano la statua di Pallade nel tempio di questa dea in Atene, e quella di Giove olimpico in Elide, amendue d’avorio e d’oro19. Di qual prezzo fosse la Pallade argomentar si può dall’oro impiegatovi, il quale, siccome ebbe a dire Pericle stesso in un’aringa agli Ateniesi, montò a quaranta talenti20, e ’l talento attico di que’ tempi valeva a un di presso 6oo. scudi romani. L’oro servì soltanto pel panneggiamento; poiché le parti ignude del corpo, come la testa, le mani, e i piedi, eran intagliate in avorio21.

[p. 190 modifica]Alcamene. §. 9. Alcamene ateniese, ed Agoracrito di Paro furono i più celebri fra gli scolari di Fidia. Il primo ebbe la gloria di far il basso-rilievo sul frontispizio posteriore del tempio di Giove in Elide, ove da una parte avea rappresentata la pugna de’ Lapiti coi Centauri alle nozze di Piritoo, e dall’altra Teseo che colla scure strage facea de’ Centauri medesimi. Così leggiamo in Pausania22, i cui interpreti hanno tradotta nella volta la greca voce ἐν τοῖς ἀετοῖς che, sebbene sia nel numero del più, indica tuttavia un apice solo; e altronde nessuno de’ tempj quadrilunghi, qual era il mentovato, avea la volta, ma bensì una soffitta piana. Per la stessa ragione sono state mal tradotte le parole seguenti: καὶ αὖθις ὁ ἀετὸς κάτεισιν ἐς στενόν, καὶ κατὰ τοῦτο Ἀλφειὸς ἐπ᾿ αὐτοῦ πεποίηται, che sono state intese d’una volta ( hic se laqueare in angustum fastigium contrahit23; poiché Pausania, dopo di aver descritta la corsa di Pelope e d’Ippodamia espressa nel frontispizio anteriore di questo tempio, soggiugne che sulla cima di esso vedeasi rappresentato il fiume Alfeo. Questo

[p. 191 modifica]Alcamene fu pur il primo che fece un’Ecate triforme, la quale ebbe il soprannome di Επιπυργίδια, forse perchè una corona aveva a foggia di torre24.

Agoracrito...§. 10. Alcamene gareggiò con Agoracrito a chi formasse una più bella statua di Venere, ed ottenne il premio dagli Ateniesi, perchè era loro concittadino25. Agoracrito a... sua Venere cui dolea di questo giudizio, non volendo che la sua statua rimanesse in Atene, la vendè a Ramno, piccolo borgo dell’Attica26, ove da alcuni teneasi come un lavoro di Fidia stesso27, il quale, siccome molto amava Agoracrito, mettea sovente mano nelle di lui opere. Di ciò non contento lo scultore, volle che la statua sua cangiasse per sino il nome, e diella a’ Ramnusj a patto che presso di loro dovesse tenersi come un simulacro di Nemesi28. Alta dieci cubiti (δεκάπηχυ) era la statua29, e teneva in mano un ramo di frassino (μέλεα)30.

§. 11. Nasce qui naturalmente una quistione, che pur non è caduta, ch’io sappia, in mente ad alcuno. Come mai Venere potea rappresentare una Nemesi? E tal richiesta muove due altri dubbj: la Venere d’Agoracrito era ella nuda o vestita? e qual era mai l’attributo che ad amendue quelle divinità fosse comune, onde prender si potessero l’una per l’altra? Riguardo al primo, rispondo che tale statua probabilmente era panneggiata come la Venere di Prassitele nell’isola di Coo31; e riguardo al secondo, ripeterò ciò che ho detto intorno ad una gemma del museo Stoschiano32, e più diffusamente intorno ad una statua della villa Albani, nelle quali Nemesi si ravvisa33, cioè che questa dea rappresentarsi [p. 192 modifica]solea col manco braccio piegato verso il petto in atto di sostener ivi la veste; e tal braccio servìa per la misura comune del cubito (πυγών) presso i Greci, cominciando dal gomito, sino al nodo di mezzo delle dita. Questa misura indicava che Nemesi, dea della retribuzione, le buone opere e le cattive con giustissima mifura giudicava, dando poscia i meritati premj, o i dovuti castighi. Possiamo per tanto credere che la Venere d’Agoracrito stesse nel medesimo atteggiamento, il quale però sarà stato in essa indizio di quella modestia e di quel pudore, che esprimer volle Prassitele nella sua Venere ignuda, la quale con una mano tenta di coprirli il petto, e vuol coll’altra, che tien più baffa, celare altra parte34. Quando tutto ciò s’accordi, non avrebb’egli lo scultore potuto dare alla sua Venere, senza farvi nessun cangiamento, il nome ed il significato di Nemesi? Per rappresentarla più perfettamente avrebbe tutto al più potuto aggiugnervi il ramo nella destra35 che teneva abbassata36.

Guerra peloponnesiaca nõ dannosa alle arti §. 12. Nell’anno primo dell’olimpiade lxxxvii., cioè in quello anno stello in cui Fidia terminò la mentovata statua di Pallade, e cinquant’anni dopo la spedizione di Serse nella Grecia, le ostilità sin allora usate accesero il fuoco della guerra peloponnesiaca, di cui fu principal cagione la Sicilia, e [p. 193 modifica]in essa ebbero parte tutte le città greche. Gli Ateniesi allora soffrirono per una perduta battaglia navale sì fiero colpo, di cui si risentirono lungamente37. Nell’olimpiade lxxxix. era bensì stata conchiusa una tregua di cinquant’anni, ma un anno dopo s’insranfe, ricominciò la guerra, e allor solo cessò il furore quando la nazione ebbe perduta la forza di combattere. Quante fossero le ricchezze d’Atene a quest’epoca si può argomentare dai tributi importi in tutta l’Attica per la guerra contro i Lacedemoni, in cui gli Ateniesi erano alleati de’ Tebani: questi tributi ascendevano a 5750. talenti38.

§. 13. In tal guerra del pari che nella precedente parve che un favorevol destino vegliasse sulle arti come sulle muse, che tranquille restarono fra ’l tumulto delle armi, onde i poeti egualmente che gli artisti perfezionar poterono le opere loro. La poesia era sostenuta ed animata dal teatro, poiché il popolo d’Atene, anche ne’ maggiori disastri, non trascurò mai gli spettacoli teatrali, anzi gli annoverava fra i bisogni della vita: diffatti quando la città, sotto la prefettura di Lacare macedone, fu da Demetrio Poliorcete cinta d’assedio, serviano in qualche modo le rappresentazioni a reprimer la fame39; e leggiamo che dopo la mentovata guerra, quando Atene era nelle maggiori angustie, fu ripartita al pubblico una certa somma di denaro, di cui ognuno ebbe una dramma, cioè quanto pagarsi dovea per entrare nel teatro. Nè ciò è tanto strano quanto per avventura lo sembra, poiché i Greci teneano per sacri gli spettacoli teatrali, e scegliere soleano quasi sempre le grandi feste, e quelle di Bacco principalmente, per rappresentarli. Il teatro d’Atene fu altresì celebre nel primo anno di questa guerra a cagione della gara tra Euripide, Sofocle, ed Euforione, per la tragedia [p. 194 modifica]della Medea, in cui coronata fu quella del primo40, come nei seguenti giuochi olimpici si contese fra Dorieo e Rodo figliuolo del famoso Diagora, il quale riportò la corona. Ci assicura Plutarco che i Greci spesero di più per far rappresentare le Baccanti, la Fenissa, l’Edipo, l’Antigona, la Medea, e l’Elettra, che per difendere contro i barbari la propria libertà41. Tre anni dopo la rappresentazione della Medea comparve Eupoli colle sue commedie: nella stessa olimpiade Aristofane si fece un nome colle sue Vespe, e nella seguente, cioè nella lxxxviii., diede due altre commedie, vai a dire le Nuvole e gli Acarnesi.

Allor fiorirono altri grandi artisti.

§. 14. Al Cominciar della guerra peloponnesiaca l’arte produsse le opere più grandi, le più perfette, e le più rinomate, cioè il Giove Olimpico, a cui Fidia, dopo d’aver finita la Pallade, mise mano insieme allo scultore Colote42 allorché, costretto a lasciare Atene, portossi in Elide: amendue le statue eran, come dicemmo, d’oro e d’avorio, e sessanta cubiti aveano d’altezza43. Quando col tratto di tempo dilataronsi le commessure dell’avorio, riunille Damofonte, scultor mesienio, e riportonne dagli Eliesi un pubblico argomento di onore44. Plinio45 fissa all’olimpiade, in cui cominciò questa guerra, l’epoca nella quale maggiormente fiorirono i celebri scultori Policleto, Scopa, Pittagora, Ctesilao, e Mirone.

Policleto. §. 15. Policleto era un sublime poeta nell’arte sua, e cercò di superare nelle sue figure la bellezza della natura medesima: quindi la sua fantasia occupavasi principalmente di forme giovanili, onde sarà senza dubbio meglio riuscito ad esprimere la mollezza di un Bacco, o la fiorente gioventù [p. 195 modifica]d’un Apollo, che la robustezza d’un Ercole, o l’età matura d’un Esculapio. Per questa cagione coloro che voleano biasimarlo diceano, che si desiderava maggior espressione nelle sue figure, cioè che le parti vi si fossero più fortemente indicate46.

...sue opere. §. 16. La più grande e la più famosa opera di Policleto era la statua colossale di Giunone in Argo, d’avorio e d’oro47; ma il più bello de’ suoi lavori erano due giovanili statue d’uomini48, delle quali una diceasi il Doriforo (porta-lancia) probabilmente per la lancia che teneva, e l’altra chiamossi il Diadumeno (cingentesi) perchè stava cingendosi con una benda la fronte4950, come il Pantarce di Fidia in Elide51. Il Doriforo servì in seguito di norma per le proporzioni agli artisti52, e principalmente a Lisippo53.

[p. 196 modifica]§. 17. Molte altre opere fece Policleto, fra le quali son celebri due statue in bronzo di grandezza mediocre rappresentanti due Canefore, cioè fanciulle che sul capo portavano in ceste di vimini intrecciate certe cose sacre pei misteri di Pallade, di Cerere, e di altre divinità. forse da quelle di Policleto copiate furono due Canefore poste una contro l’altra in un basso-rilievo di terra-cotta, che io ho pubblicate54. Il saper che quelle depredate furono in Sicilia da Verre55, e portate a Roma, rende più probabile la mia congettura56.

§. 18. Copia d’un’altr’opera di Policleto potrebb’essere altresì una figura del palazzo Barberini57, rappresentante un fanciullo che morde il braccio d’un’altra figura perdutasi. Questi due fanciulli erano rappresentati ignudi, e chiamavansi Ἀστραγαλίζοντες (giuocanti ai dadi)58. Chi volesse formar delle congetture sul soggetto di tali figure, dir potrebbe che vi si era voluto rappresentar Patroclo, l’amico d’Achille, il quale essendo fanciullo in una contesa nata al giuoco de’ dadi col suo compagno Clisonimo, involontariamente l’uccise59. Un dado veduto nella mano della figura mancante, mi ha fuggerito al pensiero tale probabile spiegazione di questo lavoro 60, che io dianzi credea difficilissimo ad intendersi61. Paralo e Santippo figliuoli di Policleto62 non uguagliarono nell’arte il padre loro63.

[p. 197 modifica]Scopa. §. 19. Scopa dell’isola di Paro dee, secondo Vitruvio, aver ornato co’ suoi lavori il Mausoleo64, quella tomba cioè che Artemisia regina della Caria eresse allo sposo suo Mausolo morto nell’olimpiade cvi. Plinio dice che abbiane ornato il lato orientale65; ma poiché Scopa, secondo questo scrittor medesimo, fioriva nell’olimpiade lxxxvii.66, e da questo tempo sino all’erezione del Musoleo trascorsero venti olimpiadi, cioè ottant’anni, io non so come accordar Plinio con sè stesso e con Vitruvio, a meno che non ammettiamo due scultori dello stesso nome67. Una contradizione [p. 198 modifica]maggiore, che scioglier non seppero nè Salmasio68 nè altri69, nasce intorno a un passo di Plinio, ove leggesi che nel tempio di Diana Efesina v’erano trentasei colonne dal solo Scopa incise (cælatæ uno a Scopa)70. Qui l’anacronismo sarebbe ancor maggiore, essendo flato quel tempio edificato nell’olimpiade cvi.71; oltre di che non sono già gli scultori, ma gli scarpellini che tagliano le colonne. Togliesi però ogni difficoltà, ove leggasi cælatæ uno e scapo72, cioè fatte tutte d’un pezzo solo73, sapendosi che scapus significa il fusto della colonna74.


[p. 199 modifica]Sua Niobe. §. 20. La Niobe da alcuni era riputata lavoro di Scopa, da altri di Prassitele75, a cui pur l’attribuisce un greco epigramma76. Se la Niobe, di cui parla Plinio, è quella stessa, che vedesi in Roma, più verosimilmente può credersi di Scopa molto anteriore a Prassitele, essendone il panneggiamento nelle figlie di Niobe di quella semplicità, che caratterizza l’arte antica; e poiché veggonsi in Roma altre figure delle figlie di Niobe, quand’anche quella della villa Medici credasi una bella copia anzichè l’originale medesimo77, non perde punto di forza l’argomento da me addotto. Ma nasce un dubbio, che diversa fosse la Niobe rammentata da Plinio, poiché un’altra ve n’era in Roma anticamente d’eguale grandezza, e forse in simile atteggiamento, da cui fu ricavata in gesso la testa che al presente si vede, non sapendosi ove se ne trovi l’originale78. Or tale testa ha tutt’i caratteri dello stile posteriore, e de’ tempi di Prassitele. L’incassatura dell’occhio, e le sovracciglia, che nella Niobe in marmo sono molto taglienti, ivi sono ritondate e ammorbidite, come nella testa di Meleagro in Belvedere79; il che indica quella grazia di cui Prassitele fu detto il padre, e con maggior finezza lavorati ne sono i capelli; onde non è improbabile, che abbiamo in questa testa un frammento di quella Niobe, che dal greco epigramma vien rammentata80.

[p. 200 modifica]§. 21. Dovea tal gruppo, oltre la Niobe e ’l di lei marito Anfione, rappresentare sette loro figli, e altrettante figlie; ma vi mancano delle statue sì di quelli, che di queste. Due dei figli sono probabilmente que’ due così detti atleti nella galleria di Firenze81, e tali furono creduti sin d’allora che si disotterrarono, sebbene loro mancasser le teste, trovate in feguito82; poiché sotto questo nome pubblicate ne furono le figure in rame, del quale la stampa è molto rara, nel 1557.; probabilmente perchè tali statue furono scavate nel medesimo luogo, che le altre pervenuteci figure del gruppo di Niobe, come rileviamo da Flaminio [p. 201 modifica]Vacca nel ragguaglio degli scavi fatti a’ suoi tempi83. Ciò pure concorda colla favola, secondo la quale i maggiori tra i figliuoli di Niobe furono da Apollo saettati quando si esercitavano a cavalcare ne’ campi, e i più giovani mentre fra di loro lottavano84. Il conoscitore vi scorge in oltre una somiglianza di stile tra queste due e le altre figure del gruppo. Aggiungasi che, se si fosser voluti in quelle rappresentare due lottatori, avrebbe l'artista fatte loro di pancraziaste le orecchie, giacché essi lottano gettati a terra, come i pancraziasti far soleano85. Questa lotta dei due figli di Niobe può chiamarsi un symplegma, col qual nome chiama Plinio86 due consimili lottatori lavorati da Cefissodoro, ed altri due, opera d’Eliodoro; ma non può mai tal nome convenire a due figure in piedi vicine fra di loro, siccome pretendeva il Gori87. Ai figli maggiori vien dato il cavallo, sotto del quale la polvere stessa, che il calpestio solleva, è stata dallo scultore indicata nel sasso su cui il cavallo s’appoggia88. La figura dell’uomo attempato in abito straniero rappresenta un pedagogo, ossia ajo de’ fanciulli; e nello stesso modo vestite sono due simili figure fu un basso-rilievo della villa Borghese, rappresentante la medesima favola, e da me pubblicato ne’ Monumenti antichi89. Quell’abito indica persone di straniero paese, o schiavi, fra i quali sceglievansi coloro che erano destinati alla cura de’ fanciulli90. Tale era Zopiro dato da Pericle ad Alcibiade. [p. 202 modifica]§. 22. Nelle ruine degli orti di Sallustio a Roma sono state trovate alcune figure in basso-rilievo esprimenti la favola stessa, e Pirro Ligorio, che ciò narra ne’ suoi manoscritti che serbansi nella biblioteca Vaticana, ci assicura che bellissimo n’era il lavoro. Lo stesso soggetto esprime un basso-rilievo nella galleria del conte di Pembroke a Wilton in Inghilterra, il quale da chi ha fatto l’indice di quella galleria sembra essere stato stimato a peso, poiché ci avvisa che pesa tre mila libbre inglesi91. Quella favola vedeasi pure in basso-rilievo sulla porta d’avorio del tempio d’ Apollo, che Augusto fece edificare sul Palatino92.

Pittagora. §. 23. Pittagora di Reggio nella Magna Grecia fu il primo, al dir di Plinio93, che lavorò la capigliatura con più diligenza e franchezza94. Può tal indizio servirci a determinare l’età d’una statua; e diffatti alcune, nelle quali pur ravvisiamo molta cognizione e grandissim’arte, hanno sì i capelli, che i peli delle parti naturali formati in picciolissimi ricci linearmente disposti, quali veggonsi sulle figure veramente etrusche. Tali sono due statue nella sala del palazzo Farnese, che possono annoverarsi fra le più belle di Roma, ed hanno i capelli lavorati con quella affettazione e stentatezza, che sono indizio di quel sistema che erasi allontanato dalla natura, come sopra dicemmo. Anche nelle figure de’ migliori tempi vedesi trascurata la capigliatura, come appare dalla stessa Niobe e da’ suoi figliuoli. Poiché dunque Pittagora fu il primo a fare i capelli con maggior franchezza e diligenza, se ne può conchiudere che le statue, le quali hanno una [p. 203 modifica]capigliatura all’etrusca, o ben anche alla greca ma poco lavorata, non debbano credersi posteriori a quell’artista, ma più antiche siano o tutto al più contemporanee; e a quest’indizio si rende ancor più verosimile, che il gruppo della Niobe lavoro sia di Scopa, anziché di Prassitele95.

Ctesilao... §. 24. Fra gli artisti di questi tempi men rinomato degli altri è Ctesilao, sebbene foss’egli uno dei tre che con Policleto e Fidia ottennero il premio per le statue delle Amazzoni desinate per il tempio di Diana in Efeso. I critici non hanno sin qui osservato che Plinio, nominando ora Ctesilao, ora Ctesila96, d’ una persona stessa deve intendersi, tanto più che egli nomina Ctesilao dove rammenta lo scultore della famosa statua di Pericle97.

...suo supposto Gladiatore moribondo. §. 25. La più conosciuta delle opere di Ctesilao era la statua d un uomo ferito, e probabilmente un eroe, in cui comprender poteasi quanto ancora gli restasse di vita (in quo possit intelligi quantum restet animæ). Siccome, al riferir di Plinio98, era principalmente pregevole Ctesilao, perchè sapea le persone illustri ancor più nobilmente effigiare, non è verosimile che, volendo eternare la propria memoria, abbia lasciato dopo di sé opere risguardanti soggetti vili e bassi. Ciò posto non sembra doversi a lui attribuire, come molti fanno, il così detto Gladiator moribondo99, poiché [p. 204 modifica]rappresenta una persona di bassa condizione, che ha menata una vita laboriosa come appare dal volto, dalla mano sinistra, e dalla pianta de’ piedi100. Ha quelli legata con un nodo sotto il mento intorno al collo una corda, e giace su uno scudo ovale, su cui è gettato un corno da suonare rotto in due pezzi101. Non può quella statua rappresentare un gladiatore, sì perchè, mentre l’arte fioriva presso i Greci, ignoti erano colà que’ sanguinosi spettacoli102, sì ancora perchè nessuno scultore, capace di fare una simile statua, avrebbe mai voluto lasciar dopo di sè, come uno de’ più pregevoli suoi lavori, la figura d’un gladiatore103. Altronde col gladiatore non avrebbe punto che fare quel corno ricurvo, simile al lituo de’ Romani, che spezzato sia sotto di lui104.

§. 26. Ci porge de’ lumi a questo proposito una greca iscrizione posta sulla statua di cerco Archia vincitore olimpico, dalla quale rilevasi che gli araldi, ossia i banditori (κήρυκες) ne’ giuochi olimpici in Elide, portavano al collo una corda, e con un corno suonavano. Archia era uno di quelli araldi, e di lui fu scritto che faceva il suo uffizio, quantunque nè suonasse il corno, nè avesse la corda:

Οὔθ´ ὑπὸ σαλπίγγων οὔτ´ ἀναδείγματ´ ἔχων105.

[p. 205 modifica]§. 27. E quì si noti che la voce ἀναδείγματα vien da Esichio rischiarata colle parole ἡνίας περὶ τραχήλους106, cioè corda intorno al collo. Salmasio congettura, e non senza verosimiglianza, che tal corda si stringessero al collo sino a un certo segno i banditori, affinchè per la fatica non si venisse a romper loro qualche vena107. Appare per tanto che la lode data nell’iscrizione ad Archia consista in ciò ch’egli nel pubblicare l’adunanza de’ giuochi olimpici non avesse bisogno di corno né di corda, ma colla sola voce si facesse da tutti chiaramente intendere.

§. 28. V’era però una differenza tra gli araldi de’ giuochi olimpici, e quei che da un esercito all’altro, o da una in un’altra città spedivansi. Di quest non leggesi mai che usassero il corno, ma portavano un caduceo, quale avealo Giasone108 per mostrare che pacifico approdava in Coleo; e talora portavano in una mano il caduceo, ed un’asta nell altra, per indicare al tempo stesso la guerra e la pace, onde era nato il proverbio: τὸ δόρυ καὶ τὸ κηρύκειον ἅμα πέμπειν 109, cioè mandare l’asta e ’1 caduceo, ossia offerir pace e guerra. Su un vaso di terra del Collegio romano, da me pubblicato110, vedesi dipinto uno di questi araldi col caduceo nella destra, e l’asta nella sinistra, e con un cappello bianco gettato dietro le spalle all’uso de’ viaggiatori. Talora gli [p. 206 modifica]araldi, che veniano anche chiamati γραμματεῖς, ossia apportatori degli ordini del duce supremo all’esercito, portavano un’asta, da cui pendeva una benda, ταινία111, e quasi una specie di vessillo, che indicava essere rispettabile e sacra quella persona: probabilmente tal significato ha presso Omero112 la benda d’ Apollo, che il sacerdote Crise portava attaccata allo scettro. Quando spedivansi nunzj di felici novelle aveano l’asta intrecciata con rami d’alloro113. Siccome certi popoli barbari, al riferir d’Ateneo114, mandavano ai loro nemici gli araldi colle tibie e colle cetere, affine di ammollirne gli animi, onde si piegassero alle loro dimande; così è probabile, che anche presso i Greci gli araldi che serviano di messi, alla maniera degli araldi olimpici, portassero un corno e la corda al collo, ed avesser anche lo scudo115. Forse da questa antica costumanza deriva l’uso odierno di spedir i trombetti al nemico per araldi. Virgilio, parlando di Miseno araldo di Ettore, dice che insigne era nelle battaglie e pel lituo e per l’asta:

Et lituo pugnas insignis obibat & hasta116.

[p. 207 modifica]§. 29. Potrebbe qui chiedersi come e perchè nella statua, di cui parliamo, siasi voluto effigiare un araldo ferito e moribondo? Quantunque a me bastar debba d’aver fatti ravvisare in quella statua tali attributi, che caratterizzano un araldo, pur mi lusingo di non allontanarmi molto dal verosimile, congetturando che quella statua rappresentar debba Polifonte araldo di Lajo re di Tebe, ammazzato da Edipo insieme col suo padrone117; ovvero Coprea araldo d’Euristeo, ucciso dagli Ateniesi allorché a forza strappar voleva dall’ara della Misericordia gli Eraclidi, che nella loro città eransi rifugiati. Fu quello Coprea il più celebre araldo della greca mitologia, e ogni anno rinnovavasi la di lui memoria in Atene, facendovisi pubbliche dimostrazioni di duolo, per aver messo a morte un araldo, le quali durarono sino ai tempi di Adriano118. Potrebbe anch’essere quella la statua d’Antemocrito araldo d’Atene ucciso dai Megaresi, i quali per questo delitto, come dice Pausania119, provarono lo sdegno degli dei, onde la loro città, malgrado tutto il favore del mentovato Adriano, non potè mai risorgere120.

[p. 208 modifica]Mirone. §. 30. Mirone vien da Plinio nominato in ultimo luogo fra gli artisti che fiorirono nell’olimpiade lxxxvii. Egli ha principalmente lavorato in bronzo, e son del pari pregiate le sue figure, o animali rappresentino o uomini. Intorno all’ara posta nell’atrio del tempio d’Apollo, edificato da Augusto a Roma sul Palatino121, eranvi quattro buoi di suo lavoro122; la sua vacca123 è celebrata in molti antichi epigrammi124, [p. 209 modifica]fra i quali due ve n’ha d’Anacreonte125; e Plinio rammenta de’ versi della famosa Erinna di Lesbo su un sepolcro, che questo artista eretto aveva a un grillo e ad una cicala126; ma osserva con ragione lo Scaligero127, che se Anacreonte ed Erinna, coetanei di Saffo128, avesser fatti de’ versi per Mirone, quelli dovrebbe aver vissuto nell’olimpiade lx. anziché nella lxxxvii., a cui lo fissa lo stesso Plinio129. Io non deciderò qui la questione; ma certamente è probabile ch’egli sia anteriore a quella ultima epoca, sì perchè ha lavorate delle statue in legno, fra le quali un’Ecate ad Egina130, sì perchè, secondo un’osservazione di Pausania131, era fatta nell’antica maniera l’iscrizione che vedeasi sotto i suoi lavori, la qual cosa egli non dice mai delle opere di Fidia, di Policleto, e de’ loro contemporanei132. Può eziandio argomentarsi la sua maggiore antichità dall’aver commesso il proprio nome in lettere d’argento sulla coscia d’una statua d’Apollo in bronzo che era ad Agrigento133, poichè più non usavasi ai tempi di Fidia di far l’iscrizione sulla figura [p. 210 modifica]medesima; e sappiamo all’opposto che v’era quell’uso ai tempi d’Anacreonte, il quale in un altro epigramma fa menzione d’una statua di Mercurio, sul cui braccio era scritto il nome di colui che aveala fatta erigere134. Nè v’è ragion di credere che Mirone abbia posto il suo nome sulla mentovata statua d’Apollo contro un pubblico divieto, siccome taluno ha preteso135; poichè Cicerone, da cui abbiamo la notizia di tal lavoro, di sì fatto divieto non parla. Vero è che fu negato a Fidia di porre il suo nome sulla statua di Giove136, ma non può quindi inferirsi, che fosse questa allora una legge generale. Si può per ultimo trarre contro Plinio un argomento da lui medesimo che, parlando del lavoro de’ capelli e de’ peli nelle statue di Mirone, dice che fatti non gli avea meglio dei più antichi ancora rozzi scultori137; dal che s’inferisce ch’egli vivesse ne’ tempi a loro vicini; altrimenti come mai, avendo egli tanta abilità, non avrebbe procurato di non esser inferiore a’ suoi coetanei, i quali meglio lavoravano i capelli, se avesse vissuto nell’olimpiade lxxxvii.?138

§. 31. Io confesso però che, se facciamo Mirone sì antico, difficilmente s’intenderà come Plinio abbia potuto lodarlo dicendo di lui; primus hic multiplicasse varietatem videtur, numerosior in arte quam Polycletus. S’egli fiorì lungo tempo prima di Policleto, come può aver introdotto nell’arte più armonia di lui, e meritar la preferenza a questo titolo?139 [p. 211 modifica]Notisi qui che tal passo di Plinio non è stato ben inteso dall’Arduino, secondo cui lo storico volle dire che Mirone moltiplicò l’arte sua, o piuttosto che ha fatto gran numero di statue. La parola numerosior, a mio avviso, qui significa che questo artista ha portata molt’armonia nell’arte, poiché in quello senso prendesi la voce numerus presso i Latini, anzi anche presso gl’Italiani, dicendosi a cagion d’ esempio la maestà del numero omerico. In questo medesimo senso vien presa la voce numerosior presso Plinio140, ove parla di Antidoto141.


[p. 212 modifica]§. 32. Fra gli scolari di Mirone Plinio annovera certo Licio, di cui opera era la statua d’un fanciullo che soffiava nel [p. 213 modifica]nel fuoco142. Di tale statua può dare un’idea un piccolo gruppo della Farnesina, in cui un vecchio mette un intiero majale nella caldaja, sotto cui sta soffiando un fanciullo, che sostiensi su un ginocchio piegato.


[p. 214 modifica]§. 33. Chiuderò queste mie considerazioni sull’arte di Fidia e de’ suoi contemporanei143 con osservare, che a quell’epoca pregiavansi più i nuovi che gli antichi lavori, all’opposto di quello che è succeduto immediatamente dopo, e così avvenir dovea. Quindi s’intende come con ragione Tucidide faccia dire dagli ambasciatori di Corinto in un’aringa agli Spartani, che nell’arte le più recenti opere (έπιγιγνόμενα) denno alle vecchie preferirsi144.

Osservazioni sull’apoteosi d’Omero. $. 34. Un erudito inglese145 sostiene che la nota Apoteosi d’Omero, esistente nel palazzo Colonna in Roma, sia lavoro fatto fra l’olimpiade lxxii. e la xciv., fondando la sua opinione non sul lavoro, ch’egli forse mai non vide, ma su una supposta ortografia della parola, che ivi significa il tempo. Vi si legge, dic’egli, ΚⱵΡΟΝΟΣ, in vece di ΧΡΟΝΟΣ; dunque questa è opera di quell’età; in cui da Simonide non era ancora stata inventata la Χ, e in sua vece usavasi KⱵ146. [p. 215 modifica]Così argomentava egli sul testimonio de’ molti scrittori, che di tal opera, e di questo nome aveano diffusamente trattato147; ma ivi, siccome prima di me avea osservato Fabretti148, leggesi ΧΡΟΝΟΣ, come suole scriversi comunemente149, onde tutto l’argomento va a terra. Le figure non hanno un palmo d’altezza, e per conseguenza sono troppo piccole, perchè vi si scorga un bel disegno, ed abbiamo degli altri bassi-rilievi antichi di figure più grandi, più finite, e con maggior diligenza lavorate. L’appostovi nome dell’artista Archelao figlio d’Apollonio di Priene non è bastevol indizio per argomentarne che eccellente siane il lavoro; poiché negli ultimi tempi gli artisti incidevano il loro nome anche fu le opere assai mediocri, come si dirà più sotto.

§. 35. E’ stato trovato questo marmo sulla via Appia, presso Albano, in un luogo detto altre volte ad Bovillas, ed ora alle Frattocchie, appartenente alla casa Colonna. Ivi era anticamente la villa dell’imperator Claudio, e forse è questo un lavoro de’ suoi tempi150. Ivi fu pure scoperta la così detta Tavola Iliaca da certo canonico Spagna mentr’era a caccia, da cui ereditolla la famiglia Spada, e diedela poi in dono al [p. 216 modifica]museo Capitolino151. D’egual grandezza, dello stesso marmo, e del medesimo stile di disegno e di lavoro è la così detta Espiazione d’Ercole, esistente ora nella villa Albani; ond’è probabile che sia stata trovata nel medesimo luogo152.

§. 36. Ho rilevati ne’ miei Monumenti antichi inediti alcuni errori di coloro che vollero spiegare quest’Apoteosi d’Omero153; onde qui solo avvertirò ciò che allora non mi venne in pensiere. Le due bende, che dalla faretra d’Apollo pendono sul coperchio del tripode, erano due correggiuole di cuojo, come può argomentarli dalla storia dei celebre duce de’ Messenj Aristomene, il quale essendo caduto negli aguati de’ saettatori cretesi fu da loro legato colle correggie de’ loro carcassi154. Gli altri abbagli degli scrittori intorno a questo monumento denno ascriversi ai cattivi disegni che se ne sono pubblicati, ove fra le altre cose rappresentasi qual vecchia la Musa, sotto cui sta scritto Tragedia, che sul marmo è giovane e bella, ed ha ai coturni delle alte suole, che ivi sono siate omesse155. Nelle stampe non si sa ivi che cosa stiano rosicchiando i due topi posti sotto la sedia d’Omero, ma sul marmo vedesi che è un volume, e ciò era senza dubbio un chiaro simbolo della Batracomiomachia.



Note

  1. Egli diede l’Antigona sua prima tragedia nel terz’anno dell’olimpiade lxxvu. Petit. Miscell. lib. 3. cap. 18.
  2. Menzionato dallo Scoliaste d’Aristofane in Ran. v. 504. Ved. qui avanti p. 183. not. a.
  3. Senza computar il tempo in cui visse Dedalo coi primi allievi della sua scuola, i quali attesero piuttosto a dirozzare che a perfezionare la statuaria, venticinque e più olimpiadi precorsero a disporre quest’epoca felice, sì celebre per le arti e per le scienze, nella quale arrivarono esse al colmo della perfezione durante il governo di Pericle, che solo, come osserva Rollin, Storia antica, lib. 22. par. 1. c. 3. art. 2. p. 119. Tom.XII., bastò ad istillare nell’animo degli Ateniesi il gusto per tutte le arti, e a mettere in movimento tutte le mani più abili. Ei solo arrivò a destare una sì viva emulazione fra i più eccellenti artisti in qualunque genere, che unicamente occupati del pensiero di rendersi immortali, facevano ogni sforzo per sorpassare nelle opere lor affidate la grandiosità del disegno colla bellezza e coll’eccellenza del lavoro. Benché, secondo l’osservazione di Vellejo Patercolo lib . 1. cap. 16., ripetuta da più moderni e confermata da varj esempj, di breve durata sia la perfezione delle arti e delle scienze, il cui splendore presto s’ingombra e svanisce; quelle nondimeno la prima volta che arrivarono nella Grecia, vi si mantennero per lungo tempo: e da Pericle sino alla morte degl’immediati successori di Alessandro il Grande, epoca del loro decadimento, vi passarono trenta e più olimpiadi, ossia centoventi e più anni.
  4. Diod. Sic. lib. 18. §. 8. pag. 263.
  5. Paus. lib. 4. cap. 19. pag. 326.
  6. Liv. lib. 34. cap. 19. n. 41.
  7. Ved. Tom I. pag. 246.
  8. Dion. Halicarn. Ant. Rom. lib. 7. c. 72. pag. 458. V. Meurs. Miscell. lacon. lib. 4. cap. 18. op. Tom. iiI. col. 324. seqq.
  9. Epoque de la nud. des Atlet., Acad. des Inscript. Tom. I. Hist. pag. 191.
  10. Baudelot ne fissa l’epoca all’olimpiade lxxv. Egli non ha vedute tutte le testimonianze degli scrittori, che porta Meursio l. c. per provare un tal uso in tempi molto anteriori; ma neppure Meursio ha veduto Tucidide, su cui lì appoggia Baudelot, il quale scriveva intorno all’olimpiade xc., e dice lib. 1. cap. 6. pag. 7., che non erano molti anni, che si era introdotta l’intera nudità; e che in Asia molti ancora usavano quel velo intorno alle reni.
  11. Diod. lib. 12. §. 7. pag. 482. [Paus. lib. 5. cap. 23. pag. 437. in fine.
  12. ibid. §. 26. pag. 495.
  13. Plin. lib. 6. cap. sect. 4. §. 3.
  14. in Pac. vers. 615.
  15. Erasm. in Adag., Leopard. Emend. lib. 5. cap. 15.
  16. Plut. in Pericle, op. Tom. I. p. 159. seg., Meursio Ceram. gem. c. 11. op. Tom. l. col. 486.
  17. lib. 36. cap. sect. 4. §. 3.
  18. Che era cioè il generale sopraintendente, e direttore delle opere ordinate da Pericle. Plutarco in Pericle, pag. 159. op. Tomo I. I pittori celebri impiegati in quel tempo sono Agatarco, e Seusi, il primo de’ quali era velocissimo nel dipingere, l’altro piuttosto lento. Plutarco loc. cit. riferisce, che Seusi si gloriava di questa sua lentezza, perchè diceva, che così le sue pitture erano più durevoli, e acquistavano coll’andar degli anni maggior bellezza. Aggiugne lo storico, che non ostante la prestezza, con cui furono eseguite le tante opere ordinate da Pericle, esse conservavano ancora a’ suoi giorni la primiera bellezza, e integrità. Ved. appresso al Capo iiI. §. 17.
  19. Plin. lib. 34. c. 8. sect. 19. §. 1. È lodato come celebre anche il suo Esculapio Epidaurio da Atenagora Legat. pro Christ. pag. 292.
  20. Thucyd. lib. 2. cap. 13. pag. 103.
  21. Tutti gli antichi scrittori greci e latini che di Fidia parlarono, Diodoro Bibl. hist. lib. 12. princ., Pausania l. 5. c. 15. p. 413. & alib., Strabone lib. 8. pag. 452. in fine, Plutarco in Pericle, pag. 159. seq., Luciano Fro imag. §. 14. oper. Tom. iI. pag. 492., Cicerone De cl. orat. cap. 64. n. 228., Plinio lib. 10. c. 8. sect. 19. §. 1., Quintiliano lib. 12. cap. 10., ed altri fecero a gara nel celebrare le sue opere. Oltre la Pallade e ’l Giove Olimpico, a’ quali accrescevano pregio diversi minuti finissimi lavori eseguiti da lui con impareggiabile maestria [ come si è fatto osservare sopra alla pag. 35. not. a. ], altre statue pur in avorio di questo grande maestro rammentansi dagli antichi, i quali ne accennano eziandio alcune in bronzo, ed anche in legno. Più comunemente però lavorava in marmo. Plinio loc. cit. gli attribuisce altresì l’invenzione di lavorar al torno, perfezionata poi da Policleto; ma tal gloria gli viene contrariata da Salmasio Plin. exercit. in Solin. cap. 52. Tom. iI. pag. 737. [ Ved. qui avanti p. 9. 10. ]. Rollin Storia ant. T. XII. lib 22. cap. 5. art. 2. pag. 177. scrive ch’ei fu anche pittore; ma non dice donde abbia tratta questa notizia. [ L’avrà tratta da Plinio lib. 35. cap. 8. sect. 34., il quale dice, che prima fu pittore, e poi scultore, e che dipingesse il suo Giove Olimpico ]. È certo che la scultura fu l’arte che lo rendè immortale. Non ostante però un merito sì dichiarato, la gelosia e l’invidia lo prese a perseguitare. Quanti emoli invidiosi abbiano tentato di nuocere a Fidia, raccogliesi da Plinio e da Plutarco, al quale però creder non posso che sì celebre scultore abbia finito i giorni suoi in carcere, o per veleno apprestatogli da’ suoi nemici. Il Giove Olimpico è stata opera posteriore al tempo in cui vuolsi da Plutarco morto Fidia. V. Gedoyn Hist. de Phidias, Acad. des Inscript. Tom. IX. Mém. p. 196. [ Tanta era la stima, che si faceva di questa statua, e il fanatismo de’ Greci per essa, che tutti generalmente andavano a vederla; e si credevano sfortunati coloro, i quali non potevano avere un tal piacere. Quæ dementia est, scrive Epitteto presso Arriano lib. 1. c. 6., ad Olympia proficisci vos, ut Phidiæ opus spectetis, ac si quis ante obitum non viderit, pro infortunato seipsum reputare?
  22. lib. 5. cap. 10. pag. 390.
  23. Sono state così benissimo tradotte, perchè laqueare vuol dire soffitta piana.
  24. Paus. lib. 2, cap. 30. pag. 180.
  25. Paus. lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 3.
  26. Paus. lib. 1. cap. 33. pag. 81.
  27. Suid. & Hesych. v. Ῥαμνουσία.
  28. Plin. loc. cit.
  29. Esichio loc. cit.
  30. Pausania, ed Esichio ll. cc.
  31. Plin. lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 5.
  32. Descript. des pierr. grav. du Cab. de Stosch, cl. 2. sect. 17. n. 1810. pag. 294.
  33. Mon. ant. ined. Par. I. c. 8. pag. 30.
  34. La Venere di Prassitele a Cnido, di cui abbiamo le copie nel Museo Pio-Clementino, come ho notato nel Tomo I. pag. 316. not. c., colla mano sinistra regge un panno, che prende di sopra un vaso posto accanto; la mano destra la tiene bassa per coprirsi le parti vergognose. La Venere de’ Medici è nell’atteggiamento descritto da Winkelmann.
  35. Winkelmann si scorda qui di aver detto nel §. antecedente, che la statua avea difatti il ramo di frassino in mano; e questa era la sinistra, come scrive Pausania lib. 1. cap. 33. pag. 81, il quale aggiugne che teneva nella destra un vaso lavorato a bassi rilievi, che rappresentavano varj fatti; e aveva in capo una corona con dei cervi, e immagini della Vittoria. Tutte queste cose ve le avrà aggiunte in appresso l’artista. Veggasi anche Owvens Orat. de Nemesi Phidiaca.
  36. Plinio, come già si è rilevato alla pag. 170. not. 2., mette Egia nell’olimpiade lxxxiv., e lo fa contemporaneo d’Alcamene, unitamente a Crizia, e Nestocle. Di Nestocle ho parlato alla p. 181. n. c., Quanto a Crizia, aggiugnerò quì, come ho scritto alla citata pag. 181. not. c., che non deve mettersi nella detta olimpiade, ma almeno x. olimpiadi avanti; perocchè agli fece le statue d’Armodio, e Aristogitone, come ho detto alla stessa pagina; e queete nell’olimpiade lxxv, furono tolte dal Ceramico d’Atene ove stavano, e portate in Persia da Serse nello spoglio, che fece di quella città. Pausania lib. 1."cap. 8. pag. 20. Ved. appresso al §. 31.
  37. Liv. lib. 28. cap. 22. n. 41.
  38. Polyb. Hist. lib. 2. pag. 148. B.
  39. Dionys. Halic. De Thucyd. jud. c. 18. p. 234, oper. Tom. iI. [ Non dice tal cosa.
  40. Epigr. gr. ap. Orvil. Anim. in Charit. lib. 3. cap. 3. pag. 387. Tom. iI.
  41. Bellone, an pace clarior. fuer.Athenien oper. Tom. iI. pag. 340.
  42. Plin. lib. 34. cap. 8. sect. 19. §. 27.
  43. La Minerva era di 26. solamente. Plin. lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 4.
  44. Paus. lib. 4. cap. 31. pag. 357.
  45. lib. 34. cap. 8. sect. 19.
  46. Diligentia ac decor in Polycleto supra cæteros, cui quamquam a plerisque tribuitur palma, tamen, ne nihil detrahatur, deesse pondus putant. Nam, ut humanæ formæ decorem addiderit supra verum, ita non explevisse deorum auctoritatem videtur. Quin aetatem quoque graviorem dicitur refugisse nihil ausus ultra leves genas. Quint. Inst. lib. 12. cap. 10. [ Pare che Dionisio d’Alicarnasso De Isocr. jud. num. 3. oper. Tom. iI. pag. 152 ne dia un giudizio tutto opposto, paragonando Policleto a Fidia, e rilevando il loro merito per una certa sodezza, o gravità, dignità, e maestria, che vedeasi nelle loro opere: κατὰ τὸ σεμνόν, καὶ μεγαλότεχνον καὶ ἀξιωματικόν. Cicerone, o altri che sia l’autore, Rhetor. ad Herenn. lib. 4. c. 6. n. 9. lo fa eccellente sopra tutti nel lavorare il petto delle figure; che non è poi la parte più difficile, per non dire, che è la più facile. Noterò a questo proposito, che si ricava da questo scrittore loc. cit., che generalmente i maestri davano ai loro scolari per modelli da studiarsi le teste di Mirone, le braccia di Prassitele, e i petti di Policleto.
  47. Paus. lib. 2. cap. 17. pag. 148. lin. 18.
  48. Plin. loc. cit. §. 2.
  49. Luciano in Philops. §. 18. op. Tom iiI. pag. 45. Ved. appresso al §. 31.
  50. È probabile che tale statua sovente sia stata copiata e forse in una figura della villa Farnese è stato imitato il Diadumeno di Policleto, o una sua copia almeno. Ignuda è tal figura, alquanto minore della grandezza naturale, in atto di legarsi una binda interno alla fronte, e ciò che è ben raro, le si è conservata la mano, con cui si cinge. Una figurina in basso rilievo a questa somiglievole vedeasi, non ha guari, in una piccola urna della villa Sinibaldi coll’iscrizione DIADVMENI; e su una base marmorea d’un antico candelabro nella chiesa di s. Agnese fuor di Rema, [ ora amendue nel Museo Pio-Clementino ]; su due altre simili basi nella villa Borghese saltan fuori dalle foglie due elegantemente lavorati Amoretti, che cingonsi con una benda la fronte.
  51. Paus. l. 5. c. 11. pag. 401. lin. 25. segg.
  52. E chiamavasi per antonomasia il canone, come abbiamo da Plinio l. 34. c. 8. sect. 19. §. 2., Luciano De morte Peregr. §. 9. T. iiI. pag. 331., e da Galeno De temperam. lib. 1. cap. ult. op. Tom. iiI. pag. 50., e De Hippocr. & Platon, placit. lib. 5. c. 3. Tom. V. p. 162. ove scrive, che Policleto stesso così la chiamò, e che la formò secondo la regola delle proporzioni, e della simmetria delle parti, che aveva esposte in un libro intitolato parimente il canone, ossia la regola. Tzetze Chil. 6. hist. 191. vers. 325. dice che anche una di lui pittura serviva di regola ai pittori.
  53. Cic. De clar. orat. cap. 86. num. 296.
  54. Monum. ant. ined. num. 182.
  55. Cic. in Verr. act. 2. lib. 4. cap. 3.
  56. Dione Grisostomo Orat. 37. p. 465. D. nomina una statua d’Alcibiade fatta da Policleto.
  57. Ora in Londra presso il sig. cavalier Townley.
  58. Plin. lib. 34. cap. 8. sect. 19. §. 2.
  59. Apoll. Bibl. lib. 3. cap. 12. in fine, pag. 221.
  60. Abbiamo da Plutarco Apophthegm., oper. Tom. iI. pag. 186. D., che Alcibiade fanciullo lottando con un altro fanciullo, ed essendo stato da questo sì fortemente afferrato, e stretto da non potersene svincolare, gli morse una mano. Quello gli disse allora: tu mordi come le donne; ed egli rispose: no, ma come i leoni. Tale risposta si rese memorabile; ma non possiamo credere rappresentato Alcibiade nel nostro monumento in quell’atto di mordere; giacché egli lottava, e non giuocava ai dadi.
  61. V. Préface à la Descript. des pierr. grav. du. Cab. de Stosch, pag. XV.
  62. Plat. in Protagor. op. Tom. I. p. 328. D. [ Parla dei figli di Policleto, senza nominarli; e li dice coetanei di Paralo e Santippo, che erano figli di Pericle, come avea detto poco avanti pag. 315. princ. Dice veramente, che erano di gran lunga inferiori al merito del loro padre; ma soggiugne, che essendo ancor giovani, potea sperarsi che facessero col tempo maggiori progressi nell’arte: la qual riflessione viene a confermare, che Policleto fiorisse nell’olimpiade lxxxvii., come dice Plinio; poichè Platone, secondo Laerzio lib. . princ., nacque nell’olimpiade lxxxviu., e quando scrisse ciò, che si è riferito, poteva aver conosciuti i figli di Policleto; i quali per altro doveano già essere avanzati negli anni, mentre egli dice, che erano di gran lunga inferiori al merito del padre: paragone, che non si sarebbe potuto fare se non data qualche proporzione di età.
  63. Assai vantaggioso giudizio delle opere di Policleto portarono gli antichi, e specialmente Pausania lib. 2. cap. 27. pag. 174. & alibi, il quale lo riconobbe eziandio per valente architetto, ed autore d’un ben inteso teatro, e di una bella fabbrica rotonda presso gli Epidaurj. Piacevole è stata la maniera, con cui racconta Eliano Variar, hist. lib. 14.. cap. 8. essersi Policleto preso gabbo degli strani giudizj del volgo. Fece egli due statue, una in secreto, secondo i principi dell’arte; l’altra in un luogo aperto, mettendo in esecuzione nel lavorarla tutt'i suggerimenti di coloro, che entravano a vederla. Esposte alla fine amendue al pubblico, d’una voce comune fu sommamente lodata la prima, derisa e biasimata la seconda. Allora rispose Policleto: la statua che sì biasimate, è la vostra; quella che si lodate, è la mia. [ All’opposto Fidia, che tenne lo stesso metodo nel fare il suo Giove Olimpico, riportò molto vantaggio anche dai giudizj del volgo. Luciano Pro imagin. §. 14. oper. Tom. iI. pag. 492z.
  64. lib. 7. in præfat.
  65. lib. 6. cap. 5. sect. 4. §. 9.
  66. id. lib. 34. c. 8. sect. 19. §. 1.
  67. Gli Scopa sono stati varj. Uno ne viveva ai tempi di Simonide, e un altro di Tessaglia era contemporaneo a questo Scopa di Paro, ma erano forse amendue filosofi. Vegg. Laerzio lib. 2. segm. 25., e ivi Menagio Tom. iI. pag. 844., Leopardi Emendat. lib. 3. cap. 14. Un altro, che era meccanico, e che viveva probabilmente intorno allo stesso tempo, lo nomina Vitruvio l. 9. cap. 9. Per conciliare la detta contradizione io direi, o che in luogo di Scopa, che Plinio mette nell’olimpiade lxxxvii., si possa collocare altro artista, che per affinità di nome sia stato dall’amanuense mutato in questo; oppure se ammettiamo per giusta la lezione direi, o che siano due diversi artisti dello stesso nome, o che Plinio abbia per inavvertenza nominato Scopa al luogo citato in vece di nominarlo poco appresso dopo Prassitele. Qualunque di queste conciliazioni si voglia ammettere, io sostengo, che lo Scopa dell’isola di Paro, di cui tratta Winkelmann, abbia veramente vissuto nell’olimpiade cvi. Primieramente, perchè in quest’epoca si accordano Vitruvio, e Plinio, e non molto se ne allontanerebbe Pausania, secondo cui nell’anno primo dopo l’olimpiade xcvi. diresse la fabbrica d’un tempio, come si dirà qui appresso. In secondo luogo, Plinio lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 7. ove tratta a lungo di Scopa, discorrendone coerentemente all’epoca dell’olimpiade cvi., lo novera fra gli artisti, che hanno fiorito dopo Prassitele, cui dice lib. 34. cap. 8. sect. 19. princ. aver fiorito nell’olimpiade civ. In terzo luogo, numerando le di lui opere nel citato §. 7. dice Plinio, che la Venere nuda fatta da lui, e porta nel tempio di Bruto Callaico, era più eccellente della Venere di Prassitele a Gnido, sebbene in Roma non fosse osservata a paragone di quella celeberrima in tutto il mondo (come intendo Plinio l. cit. §. 5. 7. 8. senza la spiegazione, che vi dà il signor Brotier nella nota annessavi nella sua edizione, e non sapendovi trovare la contradizione, che vi trova il signor Falconet nelle sue note allo stesso luogo, ceuvr. Tom. IV. pag. 7. segg. ), e che sola bastava a render celebre qualunque paese, ove fosse stata collocata: il che fa ben capire, che lo stile di Scopa fosse migliore, o non inferiore almeno a quello di Prassitele, e per conseguenza non avesse vivuto prima di lui; ma o contemporaneamente, o dopo. Per ultimo, Plinio nomina i di lui emoli, e competitori nel fare gli ornati, o bassi rilievi al Mausoleo suddetto; e sì in questo proposito, che per le altre cose accennate, ed altre molte sue opere, parla tanto chiaramente, e con tal dettaglio, che non può credersi abbia errato, o prese le notizie da altri scrittori senza riflettere.
  68. Plin. exercit. in Solin. c. 40. pag. 571. seqq.
  69. Polen. Disserta. sopra al Tempio di Diana d’Efeso, Saggi di dissert. dell’Accad. di Cortona, Tom. I.
  70. Plin. l. 36. c. 14. sect. 21. Così pretende Salmasio loc. cit. pag. 571. D. che debba emendarsi Plinio senza darne ragioni, quando la vera lezione è sempre stata cælatæ, una a Scopa; come osserva anche Poleni loc. cit. §. IX. pag. 14.
  71. In questa olimpiade fu bruciato da Erostrato nella stessa notte, in cui nacque Alessandro il Grande, col favore del quale fu riedificato in appresso. Ved. Salmasio loc. cit. pag. 571.
  72. Il signor Heyne non approva questa correzione del testo di Plinio, e crede piuttosto che questo storico, avendo sott’occhio diversi autori, abbia da tutti copiato ciò che faceva al suo proposito senza far caso delle contradizloni che ne risultavano. [ Piuttosto il signor Heyne poteva dire, che essendo stato fatto quel tempio nello spazio di 220. anni, come dice Plinio loc. cit. intendendo del vecchio tempio, e non indicandosi in che anno vi abbia lavorato Scopa, non ci farebbe contradizione alcuna; avendovi anche potuto lavorare quell’artista circa l’olimpiade lxxxvii., in cui lo mette Plinio, se non ostasse ciò che ho detto alla pagina antecedente, nota a.
  73. Io non so quale scrittore avrebbe potuto dire columnæ uno e scapo, colonne d’un fusto solo, per dire colonne tutte d’un pezzo. Molto meno crederci ciò di Plinio, il quale lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 10. parlando del Toro, ora di Farnese, per dire che era tutto d’un pezzo, ha detto, ex eodem lapide; e così del Laocoonte §. 11., ex uno lapide: come avrebbe detto Pausania lib. 8. cap. 7. pag. 675.: ἐστιν ἑνὸς ὁμοίως λίθου e solido & unico lapide. E poi era forse cosa particolare, e meravigliosa da farsi notare, che in cento ventisette colonne, le quali adornavano quel tempio famosissimo, trentasei erano tutte intiere, e d’un sol pezzo, quando in tutta la Grecia farà stata cosa ordinaria il vederne ? Bensì Plinio accresceva pregio a quel tempio col dire, che delle 36. colonne lavorate, forse nei capitelli, con ornati, o bassi rilievi (come deve spiegarsi la parola cælatæ, non tagliate, come spiega Winkelmann) una era opera di Scopa, artista celebratissimo.
  74. Scopa lavorò eziandio in bronzo, e fu inoltre architetto. Una sua Venere in bronzo, che chiamossi Venere popolare, sedente su di un capro parimenti di bronzo, vien ricordata da Pausania lib. 6. cap. 25. pag. 516.’, il quale rammenta pure due tempj da lui architettati, quello d’Esculapio, lib. 8. cap. 28. pag. 658., l’altro di Minerva a Tegea, ibid. cap. 45. pag. 693. [ Nota Pausania in questo luogo, che fu restaurato questo tempio sotto la direzione di Scopa nell’anno primo dopo l’olimpiade xcvi. Fra le altre opere celebri di lui Plinio l. 36. c. 5. sect. 4. §. 7. nomina l’Apollo Palatino, di cui credesi una copia nel Museo Pio-Clementino, siccome ho già notato sopra alla pag. 118. not. b.
  75. Plin. lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 8.
  76. Anthol. lib. 4. cap. 9. n. 1.
  77. Così pretende il signor Mengs nelle due lettere a monsignor Fabroni, inserite nel Tomo iI, delle sue opere; scrivendo nella prima, alla pag. 7.: „ Potrebbe prendersi piuttosto per una copia fatta da migliori originali, eseguita da diversi artefici più o meno buoni, e forse anche aggiuntevi da questi quelle figure tanto inferiori. Si può dare inoltre, ch’elleno sieno in parte rilavorate ne’ balli tempi, e storpiate tanto coi moderni, che cogli antichi restauri fatti avanti che fossero disotterrate.
  78. In Inghilterra.
  79. Mercurio, come più volte si è detto avanti. Mengs loc. cit. pag. 11 .n. 7. nega a Winkelmann la differenza notabile, che trova nelle sopracciglia della Niobe, e dell’altra testa, di cui si ha il gesso in Roma.
  80. Tutto quello bel discorso del nostro Autore qui, e nel Trattato prelim. ai mon. ant. Cap. IV.pag. LXXI., ripetuto da monsignor Fabroni nella dissertazione su quelle statue, esistenti ora nel quinto gabinetto della galleria Granducale a Firenze, come li è detto più volte, restà senza fondamento; essendosi fatto osservare qui avanti pag. 197. not. a., che Scopa e stato posteriore, o al più contemporaneo a Prassitele; e niente a lui inferiore per merito, del quale si hanno altre testimonianze di autori presso Giunio Catalog. archit. ec. p. 196. seg. Una tale uguaglianza di merito in que’ due artisti può essere stata la ragione, per cui, non ostante che si avessero in Roma tante opere conosciute dell’uno, e dell’altro; pure non si sapesse a chi di essi attribuire la Niobe colli figli, di cui parla Plinio. Né io posso supporre, come fa Winkelmann, che Scopa, e Prassitele abbiano entrambi lavorato un gruppo di Niobe, e che questi gruppi fosseto in Roma l’uno, e l’altro, poiché Plinio l’avrebbe detto; e tanto maggiormente, che nel 1. 34. cap. 8. sect. 19. §. 26. e segg. numera a parte gli artisti diversi, che aveano rappresentato gli stessi soggetti. Io credo bensì che la favola di Niobe fosse replicata in più luoghi per mano di altri artisti, come ha già notato il sig. Lanzi nella più volte citata descrizione della suddetta galleria, art. 1. c. 5., nel Giornale de’ Letterati Tomo XLVIL anno 1781. pag. 76., arguendolo da due statue nel museo Capitolino, delle quali possono vedersi le figure presso Bottari Mus. Capit. Tom. iiI. Tav. 42., da una di casa Colonna, forse la più bella di tutte, da un’altra di proporzione minore nella villa Albani, e finalmente dalle due di Verona, e d’Inghilterra; ma per riguardo al gruppo di Firenze io lo crederei originale, o almeno copia di quello di Prassitele. Oltre l’autorità del citato epigramma greco, e quella d’Ausonio Epitaph. 28., che a lui attribuiscono un gruppo di Niobe, può ricavarsi una forte congettura da ciò, che osservò il signor Mengs nella detta prima lettera, pag. 6.; cioè, che la testa della Niobe è uguale (e principalmente nella capigliatura) alla testa molto bella della Venere del Vaticano, ora nel Museo Pio-Clementino; testa, che certamente è la sua, non essendone mai stata staccata. Questa Venere, soggiugne egli, è certamente copia d’altra migliore; e a Madrid nel reale palazzo si conserva una testa ad essa in tutto similissima, ma di una perfezione tanto maggiore, che non vi resta comparazione. Or siccome è provato che quella statua di Venere è copia della Venere di Prassitele a Gnido, come ho notato qui avanti pag. 192. not. a.; così noi possiamo argomentare, che la Niobe, a quella somigliante, sia anche opera di Prassitele: e dalla bellezza della testa di Madrid, che potrebbe essere l’originale della Venere di Gnido, possiamo inferire, che la Niobe a quella molto inferiore in bellezza, come lo è la testa della Venere del Museo Pio-Clementino, non sia altro che una copia dell’originale Niobe del medesimo artista, se non si vuol credere lo stesso originale.
  81. Se ne veggono le figure presso il Gori Mus. Florent. Statuæ, Tab. 73. 74., e presso Fabroni nella citata dissertazione, Tav. 16., unitamente a tutte le statue della detta Niobe. Questo celebre scrittore s’impegna alla pag. 19. e 20. a sostenere, che tal gruppo le appartenga. Il signor Lanzi l. cit. pag. 182. rispetta questa opinione, ma non l’adotta.
  82. Quella del vinto si crede comunemente antica; l’altra fecondo alcuni professori è ritocca, secondo altri è moderna, ma lavorata egregiamente, Lanzi l. cit. pag. 180.
  83. Montfauc. Diar. ital. cap. 9. pag.139.
  84. Ovidio Metam. lib. 6. vers. 221. segg.
  85. Mercur. De arte gymnast. lib. 2. c. 9.
  86. lib. 26. cap. 5. sect. 4. §. 6. & 10.
  87. Mus. Etr. Tom. iI. in fine, Tab 200. pag. 438.
  88. Intorno ad esso così scrive il sig. Lanzi loc. cit. cap. 6. pag. 38.: „ Il cavallo ch’era in Roma aggruppato con le statue di Niobe, qui è posto separatamente da ogni altro pezzo. Trovato in altro tempo, ed in altro luogo, non aveva rapporto a quella favola. Non è esso un cavallo, come credevasi, che scosso il cavaliere resti in sua balia. Le redini strette al petto fan conoscere, che vi era una mano, che ve le teneva obbligate; e forse era un Castore, o altro eroe, come vedesi in quegli del Quirinale; a’ quali è tanto simile nella mossa, e tanto vicino nel merito della scultura.
  89. Mon. ant. ined. num. 89.
  90. Eurip. in Med. vers. 53.
  91. Descrizione delle Pitture, e Stat. ec. a Wilton, pag. 81.
  92. È rappresentata parimente fu di una bella urna del Museo Pio-Clementino, di cui possono vedersi le figure, e la descrizione presso Fabroni nella citata Dissertazione.
  93. lib. 34. cap. 8. sect. 19. §. 4.
  94. Secondo Plinio Pittagora fu il primo ad esprimere colla maggior diligenza non solamente i capelli, ma ancora le vene e i nervi. Lavorò egli anche in bronzo. Il cocchio di Cratistene cireneo, l’istesso Cratistene con una Vittoria furono da lui fatti in questo metallo. Paus. lib. 6. cap. 18. p. 495. lin. 30.
  95. Tra le statue di bronzo fatte da Pittagora, che vengono lodate da Plinio loc. cit., una era di un uomo, che zoppicava, della cui piaga pareva che sentissero il dolore quelli eziandio, che lo guardavano; e l’altra un Apollo, che uccideva a colpi di saette un serpente. Nel primo io riconoscerei un Filottete, di cui si è parlato nel Tomo I. 338. Esso appunto zoppicava addolorato, per essere stato morsicato da un serpe, come a lungo può vedersi presso del nostro Autore Mon. ant. ined. Par. iI. cap. 3. p. 159. segg. e Raffei nella dissertazione su di un basso rilievo della villa Albani, di cui ho parlato alla detta pag. 338. Nell’ altro crederei che fosse piuttosto rappresentato Apollo, che uccide il serpente Pitone, anziché un Apollo Saurottono, o ammazza lucertole, come pretende l’Arduino nelle emendazioni al detto libro, n. XII. Se tale fosse stato, Plinio lo avrebbe chiamato Saurottono, come chiama quello di Prassitele, e non avrebbe detto in plurale, sagittis confici, a colpi di saette. Ved. al Capo seguente §. 15., e Lib. XI. Capo iiI. §. 13.
  96. lib. 34. cap. 8. sect. 19. princ. Arduino aveva emendato, Ctesilao.
  97. loc. cit. §. 14.
  98. loc. cit.
  99. Questo sarebbe al più una copia, perchè l’originale di Ctesilao era in bronzo. Plin. loc. cit.
  100. Sta nel museo Capitolino; e possono vedersene le figure presso Bottari nella descrizione di quel museo Tom. iiI. Tav. 67. 68., Maffei Raccolta di statue, Tav. 65., Montfaucon Antiq. expl. Tom. iiI. par. iiI. pl. 155.
  101. Nel restaurarlo gliene hanno aggiunto un altro accanto alla mano destra, anch’essa moderna con quella parte di base, su cui appoggia; e credesi opera di Michelangelo Buonarruoti.
  102. Erano in uso fra i Greci da tempi antichissimi, e principalmente in occasione di funerali, come prova Ateneo lib. 4. cap. 13. p. 154. seg.; ma certamente non vi era per essi tanto furore. Era più in uso la monomachia, o duello, in ispecie per decidere per mezzo di esso in persona dei capitani degli eserciti della sorte di due popoli, senza venire a battaglia formale, come nota lo stesso Ateneo; e abbiamo di Pittaco, che vi si distinte, Laerzio lib. 1. segm. 74., Polieno Strateg. lib. 1. cap. 25.
  103. Non so valutare più che tanto questa ragione; poiché nessuno de’ più bravi artisti ha mai avuto difficoltà di fare le statue dei vincitori nei tanti altri giuochi della Grecia, i quali non erano sempre persone delle più distinte; né hanno creduto farsi un disonore col far dei cani, delle vacche, dei porci, e tanti altri soggetti bassi. Molto meno doveano avere tale difficoltà quando i lavori venivano loro ordinati, e pagati.
  104. Bottari, il quale, loc. cit. pag. 137. in fine, vuol rappresentato in quella figura un gladiatore, dice che le trombe si usavano in tali spettacoli. Ciò è vero; ma servivano per dare il segno del cominciamento, non agli stessi gladiatori.
  105. Poll. Onom. lib. 4. cap. 12. segm. 92.
  106. Hesych. v. Ἀναδείγματα
  107. Credo che per questa ragione quelli, che recitavano in pubblico delle composizioni ad alta voce, si stringessero pure il collo con una fascia; come io intendo Marziale Epigr. lib. 4. n. 41.:

    Quid recitaturus circumdas vellera collo?
    Conveniunt nostris auribus illa magis.

    Il sig. abate Bracci, il quale deride l’opinione di Winkelmann nella sua Dissertazione sopra un clipeo votivo, ec. pref. pag. 7., seguitando la spiegazione di Bottari loc. cit. vuol che si riconosca nella statua capitolina assolutamente un gladiator laqueario, di quelli cioè, che secondo s. Isidoro Orig. lib. 18. cap. 56. cercavano di gettare un laccio al collo, o ad altra parte dell’avversario, che fuggiva, per così arrestarlo. Ma per sostenere questa sentenza si doveva prima provate per qual ragione a questi gladiatori convenga il corno, come si è detto pocanzi, del quale non parla s. Isidoro; e in secondo luogo dovea riflettersi, che a corda della statua non ha forma di laccio; ma una forma particolare come di collana, fermata con molla, o a modo di lucchetto, dalla parte davanti.

  108. Apollon. Argon. lib. i. vers. 197.
  109. Polyb. lib. 4. pag. 218. princ [ Come fu usato anche dai Romani. Gellio Noct. att. lib. 10. cap. 27.
  110. Tratt. prel. ai Man. ant. p. XXXV.
  111. Diod. Sic. l. 15. §. 52. p. 44. Tom. iI.
  112. Hom. Iliad. lib. 1. vers. 14.
  113. Plutarch. in Pomp. pag. 635. B.[ Parla dei littori, che precedevano l’esercito romano vittorioso colli fasci intrecciati di frondi di lauro.
  114. Deipn. lib. 14. cap. 6. pag. 627. D.
  115. Questo era da provarsi, principalmente dopo aver detto pocanzi, che non leggesi mai che usassero i! corno, ma portassero il caduceo, e l’ asta. Il caduceo è sempre stato il distintivo degli araldi quando andavano ad annunziar la pace, come abbiamo da Tucidide lib. I. cap. ult., e ivi lo Scoliaste greco, Servio ad Æneid. lib. 4. v. 242., concordemente a tutti gli altri scrittori; per intimare la guerra era una lancia, secondo Polibio loc. cit. E siccome si aveano per persone sagre, quasi mandate dagli dei, non potevano essere offesi dai nemici, nè essi potevano in modo alcuno offendere quelli; Diodoro lib. 5. §. 75. pag. 391.: Mercurii inventioni attribuunt caduceatorum legationes in bellis, pacificationes item, & fœdorum libamenta, horumque insigne caduceum, quod verba ad hostem facturi præferunt, eoque tuli accedunt, & recedunt; Suida v. Κηρύκειον: perciò essi andavano nudi, ossia disarmati, come scriveva Dione Grisostomo Orat. 7. pag. 47. C.: Caduceatores a diis missi dicuntur. Atque ideo apud nos pax a caduceatoribus annunciatur: bella autem fere pleraque non denunciata geruntur. Et nudi legatione funguntur ad armatos pro pace, neque illorum quemquam injuria licet afficere, ut qui deorum sint ministri, quicumque amicitia nuntii sunt. Non avranno per conseguenza portato scudo, che è arma difensiva; nè la spada, che è offensiva: onde potrebbe credersi, che anche la figura fu quel vaso citato da Winkelmann tutt’altro rappresentasse, che un caduceatore, se il vaso è di greco lavoro, perchè appunto ha la spada al fianco. Per quanto poi si rileva da Polluce lib. 4. cap. 12. segm. 94. gli araldi non usavano corno, ma la voce soltanto.
  116. Æneid. lib. 6. v. 167.
  117. Apollod. Bibl. lib. 3. c. 5. §. 7. p. 169. [ Questi fu ucciso stando col suo padrone su un cocchio, ed era semplice di lui precone; o almeno non fu ucciso in qualità di araldo a qualche popolo. Quindi non vedo ragione, per cui meritasse una statua; né Apollodoro rileva alcun di lui merito.
  118. Philostr. Vit. sophist. lib. 2. cap. 1. n. 5. pag. 550.
  119. lib. 1. cap. 36. pag. 88.
  120. Essendo stato Antemocrito mandato araldo da Pericle, secondo la testimonianza di Plutarco in Pericle, pag. 168. E., si sarebbe potuto credere con qualche fondamento, che gli fosse fatta inalzare una statua da quel capitano, che era tanto portato per le arti, come si è veduto alla pag. 188. §. 6., e che fosse quella l’opera di Ctesiao lodata da Plinio, poiché egli fece la statua dello stesso Pericle, come si e anche accennato da Winkelmann alla pag. 203. Ma ostano a questa opinione altre ragioni, oltre le esposte qui avanti nella n. a. In primo luogo, che Plutarco non parla di tale statua, e dice soltanto: che fu sepolto Antemocrito per pubblico decreto presso la porta Triasia d’Atene, e Pausania loc. cit. scrive, che gli fu eretto un cippo per memoria. In secondo luogo la nostra statua non ha barba. Questa ai tempi di Pericle ancor si portava; e l’ha il di lui erme col nome nel Museo Pio-Clementino; e abbiamo da Ateneo lib. 13. c. 3. pag. 565. che l’uso di raderla non s’introdusse in Grecia, e nominatamente in Atene, se non ai tempi di Alessandro il Grande, il quale a dir di Plutarco in Theseo, pag. 3. B., fu il primo, che la fece radere ai suoi soldati, affinchè con essa non dessero presa ai nemici. Taluno forse mi risponderà, che la nostra statua, se non ha barba, ha le basette, o mustacci, le quali essendo state in uso presso i barbari, possono far credere, che i Greci si servissero di barbari per araldi, e che barbaro sia quello della statua. Io non nego un tal uso presso i popoli barbari, e Celti fra gli altri, avendone le prove in Diodoro lib. 5. §. 28. pag. 351., Giulio Cesare De bello gali. lib. 5. cap. 14., Sidonio Apollinare Panegyr. Major, v. 243., Pelioutier Hist. des Celtes, lib. 2. cap. S. tom. iI. pag. 186., e ne abbiamo l’esempio nelle Tavole I. e iI del Tomo antecedente, in cui possono credersi rappresentati due soldati celti, come si è detto ivi alla pag. 46.; non però crederei mai, che i Greci volessero prevalersi di tal gente per un uffizio non poco geloso; e poi rileviamo dal lodato Ateneo nel lib. 6. c. 6. pag. 234. E., che erano greci gli araldi, e di una determinata famiglia; né ho mai trovato un esempio in contrario.
    Con tutte le osservazioni fatte fin qui mi pare che resti affatto dubbiosa l’opinione del nostro Autore. Io ne proporrò un’altra, che non molto se ne allontana, e pare che potrebbe avere qualche apparenza di verità. Sospetterei pertanto, che vi fosse effigiato un trombetta spartano, il quale si sia con qualche azione straordinaria segnalato, o che per altra ragione abbia meritata una statua. Gli eserciti spartani avevano i suonatori di trombe, e tibie, e al loro suono marciavano, davano la battaglia, e si ritiravano con ordine, e regola determinata, Tucidide Hist. lib. 5. cap. 70. pag. 360., Plutarco Lacon. apophthegm. oper. Tom. iI. pag. 210. in fine, e Lacon. instit. pag. 238. B., Luciano De saltat. §. 10. op. Tom. iI. pag. 273., Ateneo lib. 14. cap. 6. pag. 627. D. A questi trombetti conveniva la corda al collo, e conveniva anche lo scudo per ripararsi mentre facevano il loro uffizio. Quando in Grecia s’introdusse di radere la barba, come si è detto, gli Spartani, che erano fra’ Greci i più bravi, per segno forse di maggior coraggio, e fierezza, ritennero i mustacci, come abbiamo da Antifane presso Ateneo l. 4. cap. 9.pag. 143. princ., il quale appunto viveva ai tempi d’Alessandro il Grande, secondo lo stesso Ateneo lib. 13. princ. p. 555. E siccome in appresso fu comandato, e se ne riprovava ogni anno l’editto dagli Efori, di non pur portarli, al dir di Plutarco De sera num. vind. oper. Tom, iI. pag. 550.; potrebbe credersi, che la statua fosse eretta al trombetta spartano circa, o dopo i tempi d’Alessandro, ai quali pure conviene il lavoro di essa per la sua eccellenza. Potrebbe anche pensarsi, che vi fosse rappresentato un armigero, o scutigero, ossia uno di quei soldati, che accompagnavano i capitani, portando loro le armi, e riparandoli all’occasione collo scudo dai colpi de’ nemici, in quella guisa, che Ajace faceva riparo a Teucro per salvarlo, Luciano in Paras. §. 49. Tom. iI. p. 874. Essi, oltre le armi, portavano il corno per chiamare all’ordine del capitano i soldati, e per dare il segno della battaglia. Uno di quelli era precisamente Miseno, che acompagniava Ettore, nominato da Winkelmann} e tale ce lo descrive Virgilio loc. cit.:

    Misenum æolidem, quo non præstantior alter.
    Ære ciere viros, Martemque accendere cantu.
    Hectoris hic magni fuerat comes, Hectora circum
    Et lituo pugnas insignis obibat, & hasta.

    Chi sa che taluno di questi, o spartano, o barbaro al servizio dei Greci, non si sia distinto per difendere il suo capitano, restandovi anche morto; e che il capitano per gratitudine gli abbia fatta fare quella statua per immortalarlo ?

  121. Prop. lib. 2. el. 31. vers. 7.
  122. Nel Tomo I. pag. 387. not. c. ho spiegato per vacche il boves di Properzio, supponendo che potessero essere sul modello della famosa vacca. Se si volessero credere veramente bovi, io non contradirei molto.
  123. Posseduta dagli Ateniesi, Cicerone in Verr. act. 2. l. 4. c. 60.; quindi trasportata in Roma, ove si vedeva nel Foro ancora ai tempi di Procopio, che ne parla De bello goth. l. 4. cap. 21.; cioè verso la meta del vi. secolo.
  124. Trentasei epigrammi leggonsi nell’Antologia greca sopra tal vacca. Egli è uopo dire che questa ed altre opere insigni di Mitene fieno state pagate più colle lodi che coi denari, poiché visse egli, e mori assai povero, Petron. Arb. in Satyr. pag. 322.
  125. Anthol. lib. 4. cap. 7. n. 3. 4.
  126. Plin. lib. 34. cap. 8. sect. 19. §. 3.
  127. Animad. in Eus. chron. p. 124. [ Non determina l’olimpiade lx.
  128. Ateneo lib. 17. cap. 8. pag. 599. C., scrive, che sbagliava Ermesippo nel dare Saffo per coetanea d’Aracreonte, avendo essa vivuto molto tempo avanti.
  129. Anacreonte giusta l’osservazione di Barnes nella di lui vita premessa alle opere, n. V. pag. IX., nacque nell’olimpiade lv anno iI., e visse 85. anni, Luciano in Macrob. §. 26. op. Tom. iiI. p. 228. Potrebbe combinarsi l’età di lui con quella di Mirone, dicendo, che quello nell’ultimo di sua vita abbia lodata la vacca, che questo poteva aver fatta nell’età di circa 25. anni, come osserva il signor Falconet Not. sur le 4. livre de Plin. c. 8. sect. 35. œuvr. Tom. iiI. p. 156. calcolando che Anacreonte vivesse nell’olimpiade lxxii. Egli però poteva estcndere di più l’età d’amendue, essendo arrivato Anacreonte fino all’olimpiade lxxvi., giusta il detto calcolo di Barnes, vale a dire sole xi. olimpiadi prima dell’epoca, in cui dice Plinio che fiorì Mirone. Riguardo alla poetessa Erinna, non è improbabile che Plinio a quel luogo abbia inteso di Mirone scultore ciò, che essa dice della poetessa Mirone, di cui parla anche Suida, e in lode della quale per quel sepolcro fece un epigramma in greco, riportato dall’Arduino al detto luogo di Plinio. Così pensa il Fabricio Bibl. græca, Tom. I. l. 2. c. 15. n. 28. pag. 555. All’opposto Arduino vuole che abbia errato Erinna, o altri che sia l’autore di quell’epigramma, nell’attribuire quell’opera alla poetessa, anziché allo scultore.
  130. Paus. lib. 2. cap. 30. pag. 180. [Anche Fidia fece una statua di Minerva in legno per la città di Platea, grande quasi quanto quella fatta per gli Ateniesi, di cui si è parlato alla pag. 14. not. a., Pausania lib. 9. cap. 4. pag. 718.
  131. id. l. 5. cap. 22. pag. 435.
  132. Quest’argomento proverebbe troppo, imperciocchè Pausania parla di Licio figlio di Mirone, su un di cui lavoro era una iscrizioine colle lettere secondo la forma degli antichi.
  133. Cicerone in Verr. act. 2. l. 4. cap. 43.
  134. Suid. V. Ἀγοστῷ, ib. not. Kust.
  135. Fraguier La gall. de Verres, Acad. des Inscript Tom. VI. Mém. pag. 568.
  136. Pausania l. 5. cap. 10. pag. 397. dice che vi fosse scritto sulla base. Secondo Clemente Alessandrino Cohonat. ad Gent. n. 4. pag. 47., e Arnobio Advers. Gent. l. 6. p. 199. Fidia scrisse il nome dell’amico suo Pantarce su un dito dello stesso Giove; e in suo nome anche sulla base della Venere in Atene, secondo Plutarco in Pericle, pag. 160. C. Vegg. pure gli Accademici Ercolanesi De Bronzi, Tom. I. Tav. 4;. n. 5., Gedoyn Hist. de Phidias, Acad. des Inscript. Tom. V. Mém. pag. 307.
  137. Capillum quoque & pubem non emendatius fecisse quam rudis antiquitas instituerat, loc. cit.
  138. Lo studio, e la premura sua, dice Plinio, era tutta di far bene il corpo delle figure: quindi trascurò i capelli, e il pube, e non espresse le passioni dell’animo. Quanti artisti hanno fatta bene una parte, e altre le hanno trascurate, o non vi sono riusciti?
  139. Senza tante congetture, e argomenti, se Winkelmann avesse bene osservato Pausania, avrebbe veduto, ch’egli combina con Plinio nel fissare l’epoca di Mirone. Nel l. 6. c. 2. pag. 454. scrive, che gli Spartani dopo l’irruzione dei Persi in Grecia si diedero a mantenere, e ad addestrar cavalli; nel che poi superarono gli altri Greci. Dopo quel tempo, cioè dopo l’olimpiade lxxv. come si è detto alla pag. 178. n. b., e forse qualche olimpiade appresso, giacchè Pausania non indica quale fosse, cominciarono diversi atleti ad addestrare i cavalli per la corsa nei giuochi pubblici. Fra questi vi fu Licino, il quale volle per la prima volta servirsi di pulledri; ma non avendone avuto buon esito, pensò di addestrate cavalli più adulti, coi quali in appresso ottenne la vittoria nei giuochi olimpici, e vi dedicò due statue, opera di Mirone. Si dia un ragguaglio di tempo a tutte queste cose, e si vedrà, che Mirone visse veramente intorno all’olimpiade lxxxvii., ove lo riporta Plinio, il di cui racconto è anche tanto circostanziato, che non può facilmente supporvisi errore. Un altro argomento lo portiamo trarre da Cicerone De clar. orat. cap. 18., e da Quintiliano lib. 12. cap. 10. addotto sopra alla pag. 184. n. b., ove facendo la serie cronologica degli stili di varj artisti celebri, mettono Mirone dopo Calamide, il quale ha fiorito nella stessa epoca, come dirò qui appresso al §. 33. p. 214. Crederei poi che non andasse collocato dopo quell’epoca, perocchè Alcamene, di lui contemporaneo, come ha esposto Winkelmann qui avanti pag. 191. fu il primo a fare Ecate triforme; e Mirone avea fatta d’una sola figura quella citata dallo stesso Winkelmann, secondo Pausania lib. 2. cap. 30. pag. 180.
  140. Plin. lib. 35. cap. 11. sect. 40. §. 28.
  141. Delle tante altre opere celebri di Mirone, noi ci contenteremo di nominare cui in primo luogo le tre statue colossali erette in Samo, rappresentanti Minerva, Ercole, e Giove. Antonio le trasportò a Roma, e Augusto rimandò colà le due prime, Strabone lib. 14. pag. 944. C. In secondo luogo faremo parola del celebre di lui Discobolo, ossia della statua di un giuocatore di disco. Il nostro Autore lo avea nominato nella prima edizione, e noi abbiamo già accennato nel Tom. I. pag. 189. n. a., che una copia in marmo ne è stata trovata ultimamente negli scavi della villa Palombara sull’Esquilino. Più opportunamente occorre qui di parlarne, sì per provare, che il Discobolo di Mirone stava realmente nella mossa, e atteggiamento della statua in marmo, come anche per far costare ad evidenza, che questa non è che una copia di quello. Premettasi però, che la detta statua è tutta antica col disco, e non ha restauro, se non che in un pezzo della gamba destra da sotto il ginocchio sino alla giuntura del piede.
    Per la prima parte dunque noi abbiamo Luciano, il quale ce lo descrive in maniera così precisa da non potersene più dubitare. Egli dice, che aveva la faccia piegata, e rivolta verso la mano, che portava il disco; che aveva la punta del piede sinistro alquanto ripiegata, e voltata indietro; e che stava chinato, e incurvato col corpo nell’atto precisamente di rizzarsi per gettare il disco. Si veda la figura, che ne diamo in fine di questo Tomo Tav. iI. quanto bene confronti. Bisognerà per altro confessare, che mediante l’ispezione della figura si capisce a dovere il sentimento di Luciano, che per mancanza di essa non era stato capito sinora dagl’interpreti, e dagli annotatori; e può darsene la giusta versione. Ecco le di lui parole nel dialogo intitolato Philopseudes, §. 18. op. Tom. iiI. pag. 45.: Μῶν τὸν δισκεύοντα, ἦν δ᾽ ἐγώ, φής, τὸν ἐπικεκυφότα κατὰ τὸ σχῆμα τῆς ἀφέσεως, ἀπεστραμμένον εἰς τὴν δισκοφόρον, ἠρέμα ὀκλάζοντα τῷ ἑτέρῳ, ἐοικότα ξυναναστησομένῳ μετὰ τῆς βολῆς· οὐκ ἐκεῖνον, ἦ δ᾽ ὅς, ἐπεὶ τῶν Μύρωνος ἔργων ἓν καὶ τοῦτό ἐστιν, ὁ δισκοβόλος ὃν λέγεις. Num Discobolon (oppure illam statuam, qui discum jacit) dicis, inquam ego, incurvantem se ad jaciendi gestum, reflexo vultu ad eam (manum), quæ discum fert, paullum submisso pede altero (sinistro), ut in ipso statim jactu surrecturus una videatur? Nequaquam, inquit ille, quandoquidem & unum ex Myronis operibus est ille Discobolos, quem dicis. La parola τὴν δισκοφόρον che veduta la figura resta chiaramente spiegata per la mano, che porta il disco, riportando infatti la destra della statua il disco dal punto più lontano, a cui polla stendersi nell’atto di volerlo scagliare, avea data la maggior tortura agl’interpreti, e annotatori. Alcuni l'aveano tradotta in eam partem; e perciò Gesnero nella nota pretendeva insulsamente, che la figura guardasse la meta (quasi che la meta potesse portare il disco), avendo prima detto, di non poter credere, che guardasse una donna, la quale gli presentasse il disco. Solano, e Reitzio hanno pensato, che debba intendersi della mano, che porta il disco; e la loro congettura è stata confermata dalla statua; ma poi non si combina colla medesima il signor Reitzio, traducendo nella sua edizione, di cui ci serviamo, paullum submisso genu altero, le parole ἠρέμα ὀκλάζοντα τῷ ἑτέρῳ, per intendere così del ginocchio ciò, che va inteso del piede, come anche le aveano intese, e tradotte bene altri prima di lui. Per ultimo è chiaro, che τῷ ἑτέρῳ altero pede, secondo piede, è il piede sinistro.
    Con questa descrizione di Luciano potremo avanzarci a far vedere, che lo descrive eziandio non equivocamente Quintiliano Inst. orat. lib. 2. cap. 13. Egli vuol provare, che sia bene talvolta di uscire dallo stile solito, e dall’ordine comune nelle orazioni per dar loro con certa novità una specie di risalto, che non dispiace agli uditori. A tal fine adduce il paragone degli statuarj, e de’ pittori, i quali sovente variano lodevolmente dal solito l’atteggiamento, gli ornamenti, il volto delle figure. Imperocchè, scrive, un corpo ritto, e senza mossa (come si è veduto nel Tomo I. essere la maggior parte delle figure egiziane) ha ben poca grazia; come se venga rappresentato col viso di facciata, colle braccia abbassate, e stese, i piedi uniti, e da questi al capo sia tutta la figura dritta, dura, e come interizzita. All’opposto quel torcimento, e per così dire, quella mossa, dà una certa azione alle figure, e le anima in qualche modo. Cosi le mani non devono essere fatte tutte in una maniera, e devono rappresentarsi variamente i sembianti. Alcune figure veggonsi nell’atto di uomo, che sia in procinto di correre, altre d’uomo, che siede, o s’appoggia; altre sono nude, altre vestite, ed altre in parte nude, e in parte vestite. E per verità, che v’è di più storto, e ricercato, o forzato del Discobolo di Mirone? Eppure chi volesse criticarlo, e riprenderlo come un’opera meno giusta, non farebbe vedere che poco intende l’arte, nella quale principalmente è degna di lode quella stessa novità, e difficoltà? Expedit sæpe mutare ex illo constituto, traditoque ordine aliqua, & interim decet ut in statuis, atque picturis videmus variari habitus, vultus, flatus. Nam recti quidem corporis vel minima gratia est. Nempe enim adversa sit facies, & demissa brachia, & juncti pedes, & a summis ad ima rigens opus: flexus ille, &, ut sic dixerim, motus, dat actum quemdam effictis. Ideo nec ad unum modum formate, manus, & in vultu mille species. Cursum habent quidam, & impetum; sedent alia, vel incumbunt; nuda, hic, illa velata sunt; quidam mixta ex utroque. Quid tam distortum, & elaboratum, quam est ille Discobolos Myronis? Si quis tamen ut parum rectum improbet opus, nonne is ab intellectu artis abfuerit, in qua vel præcipue laudabilis est illa ipsa novitas, & difficultas? In questo dettaglio di Quintiliano chi non vede preso di mira il Discobolo di Mirone, come quello, che nel suo genere poteva solo dare la miglior prova di quali tutti quei caratteri insoliti, che dagli artisti venivano espressi nelle figure; e che egli comprendeva in poche parole col dire, che figura più storta, e ricercata di quella di Mirone al mondo non v’era; e ciò non ostante non poteva biasimarsi come difettosa.
    Per provar quindi, che la statua in marmo non fui che una copia, si possono recare non pochi argomenti, e ragioni, che non lasciano luogo a questione. Tutti gli antichi scrittori, che nominano qualche opera di Mirone, e la materia, in cui era lavorata, non parlano di altra materia, che di bronzo. Veggansene molti riportati da Giunio Catal. archit. ec. pag. 127. seg. Fra questi, alcuni pare che escludano ogni altra materia, come Petronio Satyr. p. 322.: Myron pene hominum animas, ferarumque ære comprehenderat, e Tzetze Chil. 6. hist. 194. v. 371.: Faber ærarius. Plinio l. 36. c. 5. sect. 4. §. 10. loda molto una di lui opera in marmo esistente a Smirne; ma dice insieme, che la sua celebrità era pel bronzo, come aveva diffusamente scritto nel l. 34. c. 8. sect. 19. §. 3., ove nel numerarne le opere in questa materia, vi mette espressamente il Discobolo. Luciano finalmente ne parla anch’egli loc. cit. §. 18. 19. 20. come di una statua di bronzo insieme a varie altre della stessa materia. Dunque in bronzo era l’originale, e la statua in marmo altro non sarà che una copia. Per tale si riconosce non meno, se si rifletta, che essa ha qualche parte difettosa, o non finita, come il piede sinistro, il ginocchio destro, e parte del collo; e che un lungo puntello dello stesso marmo attaccato alla coscia destra le reggeva, quando fu scavata, il braccio steso in alto: il che faceva certa deformità, la quale non poteva lasciar credere, che un si valente artista avesse voluto scegliere un’azione tanto storta, ci eseguirla in una materia, che per reggersi avesse avuto bisogno d’un tal sostegno, il quale la deformasse, e togliesse in gran parte il merito dell’invenzione. Colla scorta di quella intiera statua è stato osservato, che il torso della statua nel museo Capitolino, di cui si vede la figura nel Tomo iiI. di esso museo, Tavola 69., restaurato per un gladiator caduto, altro non fosse, che una copia dello stesso Discobolo; siccome un altro torso restaurato in altra maniera, posseduto già dal sig. Gavino Hamilton in Roma, e passato ora in Inghilterra. Io poi sospetterei, che potesse aversi come una terza copia la statua più conservata in molte parti, e perciò più riconoscibile, della galleria Granducale a Firenze, restaurata prima per un Endimione, e per tale spiegata dal Gori Mus. Florent. Statuæ, Tab. 21., ove ne da la figura; e in appresso, come ci avvisa il signor Lanzi nella descrizione di quella galleria, art. 1. par. 2. cap. 5. pag. 76., adattata per un figlio di Niobe unito alle llatue del gruppo, di cui si è parlato qui avanti pag. 199. e segg. Tante copie, lavorate da buona mano, fanno ben conoscere quanta fosse la stima, che gli antichi facevano dell’originale. Esso viene descritto da Luciano, come esistente ancora a’ giorni suoi, vale a dire dopo i tempi di Trajano, al principio del secondo secolo dell’era cristiana, in cui viveva, come può vedersi preso Bruckero Hist. tric. philos. Tom. iI. per. iI. par. I. lib. I. cap. iI. sect. VIII. §. 7. p. 615. seg., nell’atrio di un palazzo in Atene, ed era insieme col Diadumeno di Policleto, di cui si è parlato alla pag. 195., colle statue d’Armodio, e Aristogitone, nominate alla pag. 192. not. c., dopo che furono riportate dalla Persia, non si sa precisamente da chi, come osserva Meursio Ceram. gem. c. 19. op. Tom. I. col. 483., che peraltro lo stesso Luciano mette nel Foro della città in Paras. §. 48. op. Tom. iI. p. 873., seppur non sono diverse. Se potessimo argomentare del suo merito dal lavoro delle copie, si potrebbe dire, che ne fosse ben lavorato principalmente il corpo, nel lavorare il quale Mirone era più diligente, come ho già notato con Plinio alla pag. 210. n. b., di quello fosse riguardo ai peli del pube, ed ai capelli, che qui sono poco rilevati, e accennati con de’ piccoli tratti non molto incavati nel marmo. La punta del piede così piegata indietro a prima vista non pare naturale per uno, che voglia in tal modo acquistar forza, ed elasticità. Ma pure non deve credersi un errore dell’artista. Mirone vedeva gli atleti, e i giuocatori del disco. Voleva rappresentarne uno nel momento di lanciare, e nel punto più difficile della mossa. È egli credibile, che uomo tanto esercitato, e maestro lo facesse a capriccio senza guardarlo in quell’atto, e che nessuno scrittore ne rilevasse il difetto; ma quelli facessero anzi a gara nel commendarlo, i buoni artisti nel moltiplicarne le copie, ed i Romani nell’acquistarle? Luciano avrà veduti que’ giuocatori, e non per quello ha trovato errore nella statua, che anzi egli la descrive colla punta del piede ritorta in quella guisa, come propria d’un giuocatore nel momento di alzarsi, e di avventare il disco. Noi non sappiamo la forza degli antichi atleti, e i mezzi, che essi adopravano per acquistarne coli’ esercizio; ma dovea certamente esser grande. Ne abbiamo tutte le cognizioni degli antichi artisti per giudicare del merito delle loro opere. Anche in altre statue rinomate si sono voluti trovare dei difetti, che poi si è provato in appresso non essere stati altro, che difetto di cognizione dell’arte antica, e d’esperienza in chi giudicava. Vedi appresso al Libro XI. Capo iiI. §. 14., e Tomo I, pag. 349., 392.
  142. lib. 34. cap. 8. sect. 19. §. 17.
  143. Tra questi doveva particolarmente nominarsi Calamide, di cui Winkelmann ha parlato più volte, cioè nel Tomo I. pag. 387. e 389., e in questo, alla pag. 108. princ., 116. e 181. Pausania ci assicura che abbia vivuto in quest’epoca, scrivendo lib. 1. cap. 3. pag. 9., che nel tempo della guerra peloponnesiaca fece la statua dell’Apollo alessicaco, o averrunco, in Atene, di cui riparleremo nel Lib. XI. Capo iiI. §. 12.; e può confermarsi considerando i tempi, ne’ quali fece varie altre statue, nominate dallo stesso Pausania; come per esempio, una che ne dedicò Pindaro, lib. 9. cap. 16.pag. 741., il quale nacque nell’olimpiade lxxv.; un’altra, di Venere, la dedicò Callia ateniese, il quale, come scrive lo stesso Pausania lib. 1. cap. 9. pag. 19. lib. 10. cap. 18. pag. 840., viveva dopo la vittoria riportata dai Greci contro de’ Persi, e nell’olimpiade lxxvii. ottenne la vittoria da pancraziaste in Elide, lib. 5. c. 9. pag. 396. Al principio della stessa epoca io metterei fra i celebri artisti anche Socrate l’ateniese figlio dello scarpellino Sofronisco. Egli nacque nell’olimpiade lxxvii. anno iv., e attese alla scultura anche dopo l’olimpiade lxxx. prima di abbandonarsi alla filosofia. Vegg. Bruckero Histor. crit. philos. Tom. I. par. iI. lib. iI. cap. iI. §. 2. pag. 523. seg. Si rese celebre principalmente per le statue delle tre Grazie in marmo porte avanti l’ingresso della rocca d’Atene, delle quali parlano Plinio lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 10, Laerzio lib. 2. segm. 19., Pausania lib. 1. cap. 22. pag. 53., lo Scoliaste d’Aristofane in Nub. vers. 771., Suida v. Σωκράτης, ed altri scrittori. Pausania, riparlandone lib. 9. cap. 35. pag. 781., osserva, che le fece vestite a differenza di tutti gli altri artisti; e non sa trovarne la ragione. Io crederei che fosse per modestia, sapendosi che fin d’allora attendeva alla filosofia. Per questo lavoro poteva Socrate esser chiamato il maestro della grazia, come lo chiama Winkelmann qui avanti pag. 117.
  144. Thucyd. lib. 1. cap. 71.pag. 48. princ. [ Racconta Platone in Menone, op. Tom. iI. pag. 97. D., che gli scultori del tempo suo dicevano, che Dedalo farebbe stato posto in ridicolo, se avesse lavorato allora secondo la sua maniera; la quale peraltro era stata stimata prodigiosa una volta. Vegg. qui avanti pag. 165. n. 1.
  145. Reinold. Hist. litt. gr. & lat. pag. 9.
  146. Dice di quel tempo, in cui usavasi ancora promiscuamente l’una, e l’altra; perchè nella stessa Apoteosi vi è il nome dell’artista scritto col X. ΑΡΧΕΛΑΟΣ ΑΠΟΛΛΟΝΙΟΥ ΕΠΟΙΗΣΕ ΠΡΙΗΝΕΥΣ
  147. Leggasi quanto hanno scritto sulla voce ΚΗΡΟΝΟΣ Spanheim De præst. & usu numism. Dissert. 2. §. 3. pag. 96., Cuper, Schott nelle esposizioni che ne hanno date, e Chishul Antiquit. asiat. ad inscript. fig. pag. 23., [e Marchand tra i più recenti, nel suo Diction. hist. art. Archelaus.
  148. Explic. Tab. Iliad. pag. 347.
  149. Un’altra apoteosi d’Omero vedesi rappresentata su un vaso d’argento, che ha la forma d’un mortajo, disotterrato in Ercolano. Il poeta è portato in aria da un’aquila, ed ha ai due lati due figure femminili colla spada al fianco, sedenti su ornati di arabeschi. Quella che è alla destra, ha un elmo in testa, impugna con una mano la spada, e sta col capo chino come immersa in profondi pensieri: l’altra ha un cappello acuto, simile a quello che suol darsi ad Ulisse, tenendo una mano sulla spada, e l’altra sul remo. Quella probabilmente indica l’Iliade, ch’è l’opera tragica d’Omero; e questa l’Odissea. Il remo, ed il cappello acuto e senz’ale, all’uso de’marìnaj levantini, indica la gran peregrinazione d’Ulisse sul mare. I cigni, che danno sotto gli ornati al di sopra della figura deificata, hanno essi pure una significazione relativa al poeta. Bajardi nel suo Catalogo de’ Monumenti d’Ercolano, Vasi, n. 549. pag. 246. ha senz’alcun fondamento battezzato questo lavoro per l’apoteosi di Giulio Cesare; mentre basta la barba della figura portata dall’aquila per dimostrare il contrario. Caylus Rec. d’Antiq. Tom. iI. Antiq. grecq. pl. 41. dice che, se tal figura non avesse la barba, prenderebbela diffatti per quella di un imperatore, ma egli ne giudicò su un disegno di quella sola figura.
  150. Come ha pensato il P. Kirchero Lat. vec. & nov, par. 2. cap. 7. in fine.
  151. Data in rame, e illustrata da Fabretti loc. cit., e da Foggini Mus. Capit. Tom. IV. Tav. 68.
  152. Illustrata dal dotto P. Corsini, come si è detto altra volta. Egli argomentando dalla supposta eccellenza della scultura la pretende lavorata dopo d’Alessandro il Grande. Winkelmann lo confuta nel Tratt. prel. ai Monum. ant. Cap. IV. pag. LXXIX.
  153. Par. iI. cap. 3. pag. 208. 209.
  154. Paus. lib. 4. cap. 19. pag. 326.
  155. Ho già notato qui avanti alla pag. 63. not. a., che questo monumento è stato portato in rame assai più correttamente del solito dal signor abate Visconti in fine del Tomo I. della descrizione del Museo Pio-Clementino. Possono vedersi nella spiegazione, che vi ha annessa, delle nuove osservazioni, principalmente riguardo alle Muse.