Diario di un privilegiato sotto il fascismo/1927

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1927

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1926 Notiziole

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IV



6 Gennaio.

Il 31 dicembre il portinaio ci avverte per lettera che «cessa il servizio». Che cosa significa «che cessa il servizio»? Il nostro villino non ha accesso diretto sul viale. Vi si arriva attraversando il giardino a cui si accede per due cancelli che si aprono sul viale Machiavelli, uno, grande, regale, per cui siamo sempre passati, e uno piccolo nascosto tra il fogliame che non conoscevamo quasi. Ma solo il grande cancello ha il campanello, che risponde in portineria. Come possiamo sentire quando il campanello suona in portineria? E se [p. 60 modifica]sentissimo, come distinguere se suona per Franchetti o per noi?

Papà scrive attraverso il nostro avvocato: «Ho affittato la casa col servizio di portineria, il quale non può essere fatto senza portinaio, non essendovi neppure un campanello sul viale. Questa è una rottura di contratto. Si obblighi il portinaio a continuare il servizio fino alla fine del contratto».

Il proprietario risponde attraverso al suo avvocato. E’ un buon uomo questo avvocato, un buongustaio rosso e grasso che aspira solo alla pace e a una buona cucina, egli non approva nè la condotta di Franchetti, nè quella dei fascisti e apre il suo cuore col nostro rappresentante... Ma è l’avvocato di Franchetti... Ci risponde che il servizio di portineria non è compreso nel contratto scritto.


10 Gennaio.

Ci hanno messo nel viale un campanello che trilla in cucina; ma nessuno dei [p. 61 modifica]nostri amici conosce questo campanello, e neppure lo conoscono i questurini, i fattorini, i messi, i telegrafisti. Tutti continuano a suonare all’antico campanello di giorno e di notte, nè i portinai che devono fare il servizio per il padrone di casa possono distinguere se suonano per noi o per Franchetti e i poliziotti non lasciano la portineria nè di giorno nè di notte, per cui i portinai hanno gli stessi identici inconvenienti che avevano quando erano regolarmente pagati... e non lo sono più.

Il portinaio è furioso, il proprietario anche, i poliziotti sono nel suo giardino, i suoi amici sono interpellati tale e quale come i nostri, egli è nella nostra situazione, peggio anzi, perchè apparentemente è lui il sorvegliato, prevediamo che alla scadenza dovremo lasciare la casa. Gli amici ci consigliano di andare a Roma a chiedere spiegazioni, e chiedere che ci tolgano la sorveglianza. Papà non vuole: «Questa sorveglianza disonora il governo, non me; io sto benissimo. Mi guardino quanto a loro pare». [p. 62 modifica]15 Gennaio.

Il 10 gennaio è arrivata a papà una lettera da Chicago. Un «manager» americano gli propone di andare negli Stati Uniti a tenere dieci conferenze. Condizioni: 500.000 lire anticipate, da depositarsi presso il Consolato. Papà avrebbe inoltre il 50 per cento di quello che le conferenze renderebbero in più della somma anticipata. Papà non ha gran voglia di andare in America; vuol finire il terzo volume del romanzo (il secondo è consegnato all’editore), ma insomma 500.000 lire sono una somma, e il trattamento a cui siamo fatti segno non è tale da far sprezzare una simile proposta. Papà va dal Prefetto. Ripete quel che ha detto al Commissario: «se avesse voluto andarsene, avrebbe venduto la villa, sta per pubblicare un libro, un «manager» ha proposto, ecc.».

Il Prefetto è gentilissimo. «Sono un suo antico ammiratore. Leggo sempre con molto interesse i suoi articoli nell’«Illustrazione ». Ho letto i suoi libri su [p. 63 modifica]Roma, condivido le sue idee. Questa sorveglianza è uno sconcio non solo per Guglielmo Ferrero, ma anche per l’Italia. Tutti quelli che passano per il viale Machiavelli (e tutti i forestieri vi passano perchè è nella classica gita del viale dei Collii) si informano. Sono contrario a questa politica, non la capisco, ma che vuole... Papà vada a Roma, esponga le sue idee al duce. Certamente la sorveglianza sarà tolta e gli saran dati i passaporti».


6 Febbraio.

Papà e mamma tornano da Roma molto soddisfatti. A Roma erano seguiti — naturalmente (un agente in permanenza nella hall dell’hotel interpellava gli amici — ma era un agente discreto, che non ingombrava troppo); ma papà e mamma hanno potuto vedere parecchia gente. Hanno avuto anche parecchi incidenti curiosi, questo fra l’altro.

Alloggiava con loro all’hotel Continental un signore alto, bruno, distinto, che [p. 64 modifica]papà e mamma non conoscevano. Si presentò a loro dopo qualche giorno come vittima indiretta della sua ammirazione per papà. Ecco in che modo. Esiste a Santiago del Cile, dove il conte X risiedeva come ministro d’Italia, una cattedra di letteratura francese coperta da letterati che venivano ogni anno chiamati a tenere un corso di letteratura francese. La cattedra era pagata dal governo cileno. Il conte X pensò che avrebbe potuto profittare dal fatto che il Cile era in ottime condizioni finanziarie e che era presidente della repubblica l’on. Alessandri, oriundo italiano, per creare una cattedra italiana analoga. Ne parlò all’Alessandri che accolse l’idea con molto favore e promise una forte somma in pesos pari a 100.000 lire annue. Ne parlò ai migliori esponenti della colonia italiana che furono entusiasti dell’idea e s’impegnarono a pagare al futuro professore italiano viaggio e residenza. Per quegli infelici poveri intellettuali che sono i professori italiani un’offerta simile, pensò il ministro, sarà una bazza! Persuaso [p. 65 modifica]pertanto di avere fatto il proprio dovere e di ben meritare dalla patria scrisse molto soddisfatto di questo suo operato al Ministero a Roma. Ma il governo cileno aveva messo alla sovvenzione una condizione: esso voleva scegliere il primo conferenziere, e chiedeva che questo fosse Guglielmo Ferrero. Il conte X approvava la scelta, la colonia pure, il conte telegrafa la proposta a Roma incaricando il Ministero della P. I. di trasmettere al Ferrero il desiderio della colonia italiana e del governo cileno. Passano dei mesi, nessuna risposta. Il Presidente del Cile interroga il Ministro italiano, questi tempesta Roma di telegrammi. «Il governo di Roma dia una risposta, dia la risposta del Ferrero, o almeno dia degli ordini su quello che si deve rispondere al Presidente della Repubblica». Roma tace. La questione diventa tanto spiacevole per il ministro italiano che deve dare le sue dimissioni. [p. 66 modifica]

V


Malgrado questo incidente che dovrebbe confermare le cattive intenzioni del governo verso papà, i primi approcci sono favorevoli.

Papà chiede un abboccamento al segretario del Ministro degli esteri conte Paolucci de Calboli. Poche ore dopo arriva la risposta affermativa e cortesissima del Paolucci.

Il giorno fissato papà e mamma prendono una vettura che conduce papà alla porta del ministro, e si assesta al lato sinistro, in faccia alla «Rinascente». Passa mezz’ora, la mamma scende di vettura, incomincia a guardare la vetrina della «Rinascente» sbirciando tratto tratto la porta del Ministero per vedere se papà esce. Dopo cinque minuti due signori le si accostano e con tono villano la consigliano di andare a fermarsi davanti a un [p. 67 modifica]altro negozio. Per non creare incidenti, mamma obbedisce e si ferma pochi passi più in là davanti alle vetrine di un farmacista. Dopo cinque minuti gli stessi signori con aria minacciosa: «L’abbiamo prevenuta di non fermarsi davanti a queste vetrine». «Non sono davanti alla stessa vetrina». «Non faccia storie, mostri le sue carte». Mamma aveva per fortuna un libretto d’abbonamento delle ferrovie.«Ah, lei è la signora Lombroso Ferrero? Che cosa fa qui?». «Aspetto mio marito che è andato al Ministero». «Non è vero. Ci segua in Questura». «Bene — dice la mamma avvicinandosi alla vettura — mi permettano solo di prevenire il cocchiere perchè mio marito sappia quando esce dal gabinetto del conte Paolucci de Calboli...». I questurini davanti al nome di Paolucci si rabboniscono. Intanto il vetturale comincia un gran panegirico: «La signora sta al Grand-Hotel, è un grande personaggio, vengono tutti i giorni conti, marchesi, ministri a vederla». Mamma casca dalle nuvole, era la prima [p. 68 modifica]volta che fissava quel vetturale e non l’aveva preso davanti all’albergo. Conclusione, confusi dalle parole del cocchiere e dal nome di Paolucci gli agenti vengono a miti consigli.

«Entri nella vettura e non esca più. Non è permesso passeggiare e soffermarsi nei pressi del ministero». I due agenti se ne vanno, il cocchiere fa le sue confidenze alla mamma. Non solo non è lecito passeggiare nei pressi del ministero, ma anche tutte le strade che portano da villa Torlonia al ministero sono vuotate dalla polizia due volte al giorno quando il duce deve passare. Quando le strade sono svuotate escono da Villa Toronia tre automobili identici l’uno, col duce, gli altri con dei sosia, che si arrestano tutti e tre dopo una corsa pazza, davanti alla porta del ministero...».

Riecco finalmente papà. E’ molto contento: «Paolucci de’ Calboli è stato gentilissimo, è un suo grande ammiratore, ha letto tutte le sue opere». «Il passaporto?». «Ma certamente non si [p. 69 modifica]capisce come il Prefetto abbia osato negarlo ». «La sorveglianza?». «E’ una ripercussione della fuga di Turati, il capo del governo temeva... Papà è una gloria d’Italia, i suoi libri sono libri di capezzale di Mussolini». «Avversario?». «Sì, ma Mussolini odia le piaggerie, cento vorrebbe di questi avversari, mandi il suo romanzo, sarà il romanzo degno dell’Italia che uscirà nel nuovo secolo, ecc. Ritorni domani per la risposta definitiva».

Il giorno dopo; ponti d’oro. «La sorveglianza sarà immediatamente levata. E’ stato un errore del Prefetto, che ha male interpretato i desideri del duce. Quanto alle conferenze in America il duce prega personalmente il Ferrero di rinunciarvi. Ci sono in America tanti italiani male intenzionati. Anche se Ferrerò nelle sue conferenze non parlasse del regime, essi potrebbero attaccarlo, obbligare il duce a prendere delle misure che gli sarebbero penose, ecc. ecc. Se mai più tardi. In altra occasione». [p. 70 modifica]15 Febbraio.

Papà ha scritto oggi al «manager» americano rinunciando alle conferenze. La sorveglianza è tolta. Domenica grande dibattito fra i nostri amici per sapere se i provvedimenti erano venuti da Roma o da Firenze. Gli amici di Roma sostenevano che l’ambiente fascista di Firenze è particolarmente malvagio, che se noi stessimo a Roma niente sarebbe accaduto. Gli amici di Firenze sostengono che tutti gli ordini vengono da Roma, che le ire locali si spuntano rapidamente quando non sono appoggiate da Roma. Il trucco del governo pare questo. Bai 1 incarica certi giornaletti locali: Il Selvaggio, La Disperata, Il Batacchio, o simili (che tirano solo qualche centinaio di copie) di lanciare i loro anatemi contro la vittima designata. I Balisti locali hanno il dovere di non restare [p. 71 modifica]sordi all’invito. Ma le designazioni vengono sempre da Roma...

La disputa è oramai teorica. Da otto giorni non abbiamo più la sorveglianza attorno alla casa, non siamo più seguiti per la strada, i portinai sono ridiventati ossequiosi, il padrone di casa ci rende il saluto. Cominciamo a sperare di poter restare a Firenze.


VI


6 Marzo.

Papà è nervosissimo. Da due mesi ha corretto le ultime bozze della «Rivolta del Figlio» e il romanzo non esce. Questo volume è la fine delle «Due Verità ». Mondadori ne ha fatto due volumi per ragioni commerciali, ma in verità è un solo romanzo e l’editore si è impegnato a pubblicare il secondo a non più di due mesi di distanza dal primo. [p. 72 modifica]Questo ritardo smorza l’effetto delle «Due Verità» e minaccia di renderlo incomprensibile. Già da novembre papà aveva deciso di dare un gran pranzo a Milano per il giorno della pubblicazione di questo secondo volume. Dovrebbero venirvi tutti i critici di Milano a cui papà spiegherebbe le sue idee sul romanzo. Bisognerebbe fissare una data, e Mondadori sta sempre nel vago. Domani andremo a Torino. Speriamo di là di scuoter più facilmente Mondadori, almeno per telefono.


10 Marzo - Milano.

Mercoledì stavamo facendo colazione a Torino dalla nonna, quando Teresa (la cuoca) entra in sala da pranzo spaventata: «Si affaccino al balcone, l’angolo della strada è nero di poliziotti, ci sono poliziotti nella scala, poliziotti in portineria». La nonna è inquieta, papà la calma, telefona in Questura. «Loro si sono sbagliati, avevo la sorveglianza due [p. 73 modifica]mesi fa, mi fu tolta per ordine espresso del Capo del Governo». «Vada dal Prefetto. Noi abbiamo ricevuto questi ordini dal Prefetto».

Il papà telefona al Prefetto. Il Prefetto non risponde. E’ evidente che c’è un equivoco, ma la nonna è assai impressionata. Giovedì decidiamo di partire. Lasciamo Torino in mezzo a un nugolo di poliziotti che ci seguono in treno, che si insediano anzi nel nostro stesso scompartimento. Un altro nugolo di poliziotti ci aspetta a Milano alla stazione, si insedia nel nostro albergo, ci sorveglia nella «hall» a terreno, passeggia nel corridoio che dà accesso alle nostre stanze; un agente pretende anche di venire nella nostra automobile. Siamo obbligati a camminare a piedi. Che cosa è successo? Papà telefona al Prefetto. «Parta subito per Firenze». «Là le saranno date istruzioni». [p. 74 modifica]12 Marzo - Milano.

Papà aveva deciso di restare qui fino al 16, ma poiché Mondadori non precisa quando il romanzo uscirà decidiamo di partire. Papà ha dato ieri sera il pranzo ai critici; pranzo lugubre, tre quarti dei critici si sono scusati. C’erano i parenti, qualche amico intimo — tutti inquieti di esser con noi. Domani partiremo per Firenze senza la «Rivolta del Figlio» e senza sapere a che cosa dobbiamo queste nuove persecuzioni.


14 Marzo - Firenze.

Arriviamo a Firenze in mezzo a un nugolo di agenti, accolti da un altro nugolo di agenti che ci fanno scorta fino a casa. A casa molte lettere che ci parlano di «quell’articolo che ci darà molte noie». Ma quale articolo? [p. 75 modifica]15 Marzo.

Finalmente un amico ha l’idea di mandarci il capo d’accusa: un articolo terribile del Popolo d’Italia contro papà. Da questo articolo pare che il «manager » americano, deluso dal rinvio indeterminato delle conferenze di papà, abbia dato un’intervista a un giornaletto di Chicago, nella quale avrebbe dichiarato che Guglielmo Ferrero non poteva venire in America a dare le conferenze promesse perchè gli avevano negato il passaporto, dal che si poteva concludere come Ferrerò diceva nelle sue lettere «che era tenuto come prigioniero in Italia». «Una bugia come questa — diceva il giornale — meritava per lo meno la prigione perpetua!».


17 Marzo.

Ieri una lettera del Prefetto invita papà a andare in Prefettura. Vi trova anche il Questore. I due funzionari sono accigliati [p. 76 modifica]e solenni, hanno il Popolo d’Italia nelle mani. Il Questore legge ad alta voce l’articolo in questione e comunica al papà con aria grave «la diffida» (il primo grado delle punizioni speciali prima del confino). «Per la diffida, il diffidato non può più occuparsi di politica nè avere contatto con fuorusciti o con gente sospetta, non può parlare in luoghi pubblici, ecc.».

Dopo la diffida il Prefetto legge a papà una lettera terribile del capo del Governo la quale finisce dicendo che «là Rivoluzione francese trattava i suoi nemici in ben altra maniera e per misfatti assai meno gravi, faceva tagliare la testa ai suoi nemici». Il Prefetto notifica che ordini erano venuti da Roma di rimettere immediatamente a Ferrero la sorveglianza, non più per precauzione, ma per punizione. Dopo questo discorso il Questore se ne va, il Prefetto prende un tono confidenziale, dice a papà che «diffida» e «sorveglianza» sono solo «una [p. 77 modifica]minaccia», che in realtà il capo del Governo vuole semplicemente una smentita. Come amico e ammiratore scongiura papà di fare questa smentita subito, mentre è in Prefettura; si tratta di puntigli del Capo, la smentita ha da essere cosa assolutamente privata. La sorveglianza annoia assai lui, Prefetto. Gli lasci due righe di smentita ed egli la farà togliere immediatamente.

«Ma per dare una smentita io devo avere almeno il testo dell’intervista che devo smentire, qui non c’è che un telegramma di un giornalista a un giornale. Un telegramma di terza mano non è un testo di legge. Come posso smentire una intervista di cui non ho il testo?».


24 Marzo.

La sorveglianza si fa di giorno in giorno più rigorosa e vessatoria. Isolamento completo. Il Prefetto preme ogni giorno per avere questa smentita. «Il [p. 78 modifica]capo del Governo è furente, egli, Prefetto, è ansioso di togliere questa sorveglianza, non capisce perchè papà esiti, che importanza può avere per lui una smentita assolutamente privata?».

Gli amici prevengono papà di essere prudente. «Non si fidi della promessa del Prefetto e neppure di quella di Bal. Il fascismo ha un’abilità diabolica a metter tutti gli onesti in cattiva luce, a calunniarli in modo subdolo. E’ questo il merito che Bai apprezza di più nei suoi funzionari. II funzionario che riesce a degradare un maggior numero di uomini è sicuro di rapida carriera!». In verità non ci vuole molta abilità a degradare un onesto quando si dispone della stampa, della posta, del telefono, quando non rimane alla vittima, nè la parola, nè la penna, nè la posta per opporsi alle calunnie che nemici spandono sul suo conto!

«La lettera — dicono gli amici — deve essere inoppugnabile dal punto di [p. 79 modifica]vista della verità, deve essere pubblicabile e tale che papà possa prenderne apertamente la responsabilità; occorre un avvocato esperto».

Venti volte la lettera va da casa all’avvocato, dall’avvocato a casa. Nessun articolo di papà ha costato tanta fatica quanto questa lettera.

«Non si tratta di un’intervista diretta, ma di un’intervista di un agente con un giornalista americano. Nel corso di questa intervista sono citati brani staccati di lettere appartenenti a momenti diversi in cui del resto non si parlava del fascismo, ma semplicemente del passaporto». La lettera finiva dicendo quale impressione avrebbe fatto all’estero di vedere che una oscura intervista di cui nessuno si sarebbe occupato se i giornali italiani non le avessero dato rilievo, aveva potuto provocare il pandemonio che aveva provocato. [p. 80 modifica]

VII


26 Marzo.

Papà ha portato ieri l’altro personalmente la lettera al Prefetto. Il Prefetto l’ha approvata, ha dato la parola d’onore che l’avrebbe trasmessa direttamente al capo del governo, che nessun altro l’avrebbe conosciuta, che l’indomani stesso la sorveglianza sarebbe tolta.

Due ore dopo gli strilloni gridavano in piazza «La nuova edizione della Nazione con la smentita di Guglielmo Ferrero». «Lo storico Guglielmo Ferrero in «una pubblica dichiarazione afferma di «non aver mai chiesto i passaporti per «l’America, e di aver accettato volon«tariamente il suggerimento del gover«no di rimandare ad altra occasione la «sua andata agli Stati Uniti».

Conclude dicendo che il manager delle conferenze ha male interpretato la sua [p. 81 modifica]comunicazione. Ieri 25 marzo contemporaneamente i giornali di tutta la penisola pubblicavano a caratteri cubitali: La smentita di Guglielmo Ferrero.


28 Marzo.

La sorveglianza è ancora intensificata. Il padrone di casa ci comunica lo sfratto pel primo maggio.


1° Aprile.

Piove, fa freddo e non si sa niente della «Rivolta del Figlio» che doveva uscire a gennaio. Nessuno di noi ne parla ad alta voce, ma tutti ci domandiamo se il capo del governo «grande ammiratore di papà» (?!) «Cento ne vorrei di oppositori come lei» (?!) non ne abbia fatto sospendere la pubblicazione. Che un capo di governo nell’anno di grazia 1927 dopo una guerra per «la libertà» possa sopprimere ad uno dei letterati più noti e da lui «più ammirati» un romanzo che [p. 82 modifica]ha costato dieci anni di fatica e che non sfiora nemmeno di lontano la politica, pare inconcepibile, ma gli esempi analoghi non mancano.


5 aprile.

Ho fatto una corsa a Milano per sapere che ne è del romanzo. Ho saputo che il romanzo è uscito, ma clandestinamente. I librai hanno l’ordine di non metterlo in mostra, i giornali di non parlarne, Mondadori di sopprimerlo dalla lista delle pubblicazioni... Non aveva però l’ordine di non mandarne neanche una copia a papà. Auff! Tutto questo mi mette in uno stato di nervosismo e di inquietudine, che aggiunto ai miei grattacapi particolari, fanno quella somma di silenzio e di cattivo umore che non riempie precisamente la casa di sole. Ne ho un po’ di rimorso, ma spero che così non durerà all’infinito. [p. 83 modifica]6 Aprile.

Come si ha l’illusione che quando paga il governo, nessuno ci rimette, così si ha l’illusione che quando ci sono turbamenti generali, questi turbino solamente «gli altri»; dei vaghi «altri» che sarebbero qualche cosa come «i neri», «gli schiavi». Ma il terribile è che i «mali generali» sono sempre costituiti da infiniti «mali particolari».


7 Aprile.

Mamma decide di andarci a stabilire all’Ulivello. Trovar casa a Firenze è impossibile. Qualunque padrone di casa, rifiuterà un inquilino con una coorte di agenti, e poi papà è stanco. La solitudine in città e assai più penosa che la solitudine in campagna, dove è naturale. Papà è contento della decisione. Nina è felice di lasciare la sua stanza al terzo piano [p. 84 modifica]che le è odiosa. Io credo che all’Ulivello si starà benissimo. Solo la mamma rammarica questa casa.


10 Aprile.

La preparazione del traslocco è gioiosa. Papà ha comprato un’automobile. Io sto prendendo lezioni di guida. Non credo che diventerò mai uno chauffeur abile, e poi papà ha tanta paura dell’automobile che mi paralizza. Nina con Giovanna, Memè, Ciucci, impaccano i libri. La casa è sempre piena di ragazzine: risa, cinguettìi, thè, animazione. C’è il sole, ci sono i Pitoeff. Ci sono una quantità di concerti, una quantità di stranieri che vengono a farci visita. Papà è di buon umore, non vede l’ora di lasciare questa casa coi relativi occhi che ci spiano da tutte le parti.

Chi deve rodersi le unghia per il trasloco è la polizia. Circondare la casa di Firenze non è cosa comoda, un giardino [p. 85 modifica]in un grande giardino! Ma isolarci all’Ulivello sarà assai più complicato. La villa è sulla strada provinciale che va da Firenze a Siena. Vi passano continuamente dei «forestieri», di cui la polizia ha paura. Come farà perchè non si vedano i suoi agenti? E poi a Firenze gendarmi e agenti hanno la loro casa, all’Ulivello non l’hanno. Uhm, è affar loro.


25 Aprile - Ulivello.

Il trasloco è stato fatto in un amen. La settimana passata Nina che ci aveva preceduto con un corteo di raggianti ragazzine all’Ulivello, aveva fatto installare l’elettricità e preparato la casa. Domenica passata 17 aprile ricevevamo ancora a Firenze, ieri ricevevamo qui all’Ulivello con tutti i libri a posto! L’Ulivello coi mobili di viale Machiavelli è magnifico. Abbiamo posto per sei ospiti oltre gli zii e la nonna. Abbiamo con noi Samy Lattes e Memè. Aspettiamo fra un mese la Lagerwald, Jeanneret, [p. 86 modifica]Lutoslawski, oltre a parecchi amici di passaggio. Progettiamo un viaggio in automobile a Roma.

Chi è sossopra è la polizia. Ci sono agenti o carabinieri dappertutto, nell’aia, nelle casa dei contadini, nel garage, sulla strada; ma questa massa è disorganizzata, vanno e vengono e non sorvegliano affatto. Se volessimo fuggire lo potremmo cento volte al giorno. Già praticamente la sorveglianza dell’Ulivello non è possibile perchè il giardino sfonda da tutte le parti in piena campagna. E’ evidente che la previdenza del codice che considera il giardino come facente parte della casa mette molti bastoni nelle ruote della polizia.


VIII


1° Maggio.

E’ venuto un ufficiale dei carabinieri ed è entrato senza il nostro permesso nel giardino con un seguito. Io l’ho [p. 87 modifica]incontrato sulla strada che rideva in mezzo a dei commissari baffuti, uscendo. Infatti lo chauffeur, Iacopo, pochi minuti dopo mi dice: «Ma lo sa che ci raddoppiano la sorveglianza!». Papà mi dice: «E’ venuto un ufficiale dei carabinieri mentre io ero a Strada». Sorrideva ed era un po’ stanco; quando papà sorride ed è stanco vuol dire che è inquieto; vuol dire che il giorno dopo sarà di pessimo umore. Quel sorriso gli serve per calmarsi lì per lì e persuadersi che le cose non sono ancora gravi, poiché può sorridere. Sorride per tranquillizzarsi e si tranquillizza perchè ha sorriso.

Io rimango un po’ turbato. Non riusciamo a capire perchè ci raddoppiano la sorveglianza. Quando ci dicono che i poliziotti hanno messo su un auto più potente, ci domandiamo se tutta questa mobilitazione non è per il nostro innocente progetto di viaggio a Roma in automobile. E’ una settimana che studiamo le carte e annunziamo questo viaggio. [p. 88 modifica]Non avrebbe dovuto inquietare troppo la polizia. Ho capito che questo è un errore. La polizia non sorveglia che quelli che non pensano di scappare e non scopre che piani innocenti e assolutamente pubblici. Per questo si sfoga con noi, che rappresentiamo un boccone prelibato. Son sicuri che non scapperemo e possono quindi mobilitare un corpo d’esercito per dire che ce l’hanno impedito; non nascondiamo nulla; possono così scoprire — grazie alle loro sagaci intuizioni — i nostri progetti.


5 Maggio.

A un certo momento sentiamo da tavola, tossire nel giardino. Era notte. Io e papà andiamo a vedere. Si intravvede tra gli alberi, nel buio un carabiniere. Papà grida: «Che cosa fa lei nel mio giardino?». Il carabiniere tremava. Si mette sull’attenti, dice: «Ho avuto l’ordine ». «Lei commette un reato». «Lo [p. 89 modifica]so». Si vede dall’altra parte, verso la valle, un sigaro acceso, fra le lucciole. Papà grida: «Chi fuma laggiù?» Un carabiniere risponde molto commosso: «Sono io, signor professore».

«Lei commette un reato — grida papà — . Art. 161 del codice penale».

«Lo conosco anch’io, signor professore. Ma ho avuto l’ordine».

Papà riceve il brigadiere seduto sotto la lampada, che illumina la magnolia di un falso verde, con una tazza di caffè in mano, e lo assale in questo modo: «Che cosa è questa gente in casa mia? Lei sa che se non è per fare una perquisizione o un arresto...».

«Non dobbiamo arrestarla».

«Nessuno può entrare nella mia casa o nelle adiacenze senza commettere un reato che è punibile persino con quattro anni di prigione».

«Lo so, ma ho avuto l’ordine. Devo ubbidire».

Il brigadiere tremava anche lui, molto inquieto, ma senza la minima crisi di [p. 90 modifica]coscienza. Tra la legge e l’ordine concreto, tangibile, personale del superiore che ti può punire (anche ingiustamente) un Italiano non esita mai.

«Questo non mi riguarda — continua papà — . Se la veda lei coi suoi superiori. Una volta l’onore e il vanto della sua divisa era di far rispettare la legge. Come vuol farla rispettare, ora, se comincia a violarla?».

«Io non posso disubbidire».

«Ma allora se le comandassero di uccidermi, lei mi ucciderebbe?».

Il brigadiere non risponde nè sì nè no; risponde con questa formula: «Sarebbe assurdo».

Papà è magnifico in collera, tempesta questa povera gente di argomenti semplici e pesanti, con una voce da patriarca corrucciato, dall’alto di un mondo, che loro presentono e in cui non possono entrare. Tutti sentono cadere quelle parole da grandi altezze, ma non si meravigliano un poco. Non c’è più nessuno che fa delle questioni di principio. [p. 91 modifica]

Ero talmente irritato che non riuscivo a dormire. A metà della notte mi ero un po’ assopito quando mi sento svegliare dalla voce sdegnata di un carabiniere che chiacchierava con un collega. «Son tutti caponi, lassù. Se vedono un brigadiere fifone se ne approfittano e gli fan fare qualunque cosa. Ma il codice dice chiaro: «Chiunque! Chiunque!». Poi uno li chiamò così: «Pesciolini, venite alla fontana». Tutti se ne andarono alla fontana. Questa è stata la sola protesta che ho visto in loro; alle tre di notte, al chiaro di luna.

Stamane un commissario, quando torno dalla posta, mi fa un sorriso e mi si accosta. Ce n’erano a mucchi sul cancello. Uno grosso coi baffi alla Flaubert. Questo è mingherlino, rossiccio e calvo, con delle lentiggini e i denti sudici. Ha una paglietta sulle ventiquattro. «Vorrei veder papà se fosse possibile».

Perchè mi dice «papà»? Ha l’aria di proteggermi e di voler fare amicizia, con [p. 92 modifica]questo «papà» coraggioso, familiare, inopportuno.

Mentre lo accompagno mi sorride molto e mi dice: «Quando finiranno con questa sorveglianza!». E’ una frase che certo ha preparato per addolcire la visita, farci sentire che lui è più seccato di noi, e che in questo comune malumore dobbiamo sentirci un po’ fratelli. Esordio se ci si pensa, assurdo e untuoso. Ma papà non si lascia commuovere. E’ disteso sul sofà con la gamba diritta per via dell’ascesso. Lo accoglie con più violenza ancora di ieri sera, ha bisogno di uno sfogo.

«Ma è questa la maniera di fare! Ma in che paese siamo! Mi si mettono dei carabinieri in giardino senza avvertirmi. Un ufficiale entra qui senza chiedermi il permesso!».

Il commissario sorrideva con aria di malizioso compatimento come se ci fosse un sottinteso stabilito, che, sì, non si [p. 93 modifica]dovrebbefare; ma ormai, si sa, invece succede.

«Non sorrida — gli urla papà — non son cose da sorridere!».

«Non sorrido, non sorrido — geme il commissario.

«E tutti i momenti — continua papà — mi cadono di queste tegole sul capo senza che io ne sappia mai la ragione. Ma venitemi a chiedere quello che volete, prima di agire a questo modo. Perchè fate questo? Perchè? Che cosa ho fatto? Io sono un cittadino abbastanza celebre, credo, e del tutto incensurato. Com’è possibile che mi si tratti da pregiudicato? Io ne ho piene le scatole e vi dico che un giorno o l’altro farete scoppiare uno scandalo europeo».

«Perchè non va dal Prefetto» — suggerisce l’altro, dolcemente.

«Ma che cosa ci vado a fare — urla papà — che spiegazioni ho da dare io? E’ l’autorità che deve darle a me».

Il commissario chiacchiera un po’ e [p. 94 modifica]poi gli dice che ha l’ordine di mettergli nell’auto un maresciallo dei carabinieri. Papà risponde: «Il provvedimento è illegale e io non lo accetterò mai; piuttosto andrò a piedi».

«Capisco — dice il Commissario — ma vorrei che lei capisse come noi non abbiamo colpa, come noi non c’entriamo, come noi..».

«Capisco benissimo — dice papà — e infatti vi ho sempre facilitato il compito ma sono pur costretto a dirvi che violate la legge».

«Ma ce l’ordinano».

Il tono del colloquio è più calmo. Prende l’aspetto di una discussione di natura teorica. Papà gli fa la solita domanda. «Bella ragione. E se le ordinassero di uccidermi?». Il commissario, uomo sensibile alle nuances e navigato, risponde: «Non mi ordineranno mai di uccidere un uomo come lei» (!!!).

Io gli dico: «Del resto se aveste trovato il cancello chiuso, che cosa avreste fatto?». [p. 95 modifica]«L’avremmo scavalcato»

«Come dei ladri» — dice papà.

Il commissario sorride al solito: «Sia pure». Ma la prende dal lato sportivo.

«Siamo abituati. Noi, per eseguire un ordine, facciamo scalate, scardiniamo cancelli, sfondiamo le porte, spacchiamo le tegole, tagliamo i vetri, entriamo dalle finestre, dai camini». Si accende a questa pittura delle sue prodezze senza pensare che è inopportuna. Papà lo richiama alla realtà: «Quando però dovete entrare in una casa o per fare un arresto o una perquisizione, e non v’aprono».

«Naturalmente» — dice il Commissario. — Ormai non pensava più che alle sue gesta, e per continuare su quella falsariga fa a papà tutte le concessioni che vuole, si è dimenticato assolutamente di noi.

«Ma qui non è il caso — dice papà — qui non hanno il diritto di entrare». [p. 96 modifica]

IX


«Lei lo sa molto meglio di me — dice il commissario, rinfrancando quel sorriso di sottinteso di prima — la legge è la legge, va bene, ma ora siamo in tempi... non bisogna guardare troppo pel sottile. Ci tocca fare una sorveglianza stretta, a vista...».

«Ma allora a che serve far studiare la legge ai carabinieri».

«Per il caso in cui agiscono di loro iniziativa».

«Quindi un ordine del brigadiere può cambiare la legge».

«Devono ubbidire».

Il commissario è assolutamente stupefatto. Queste questioni di principio gli paiono accademiche, e poi non gli capita più da chissà quanto tempo di discutere. Ormai si sa che la legge «la fanno loro», che la legge è «un fiato», in fondo, una signora inoffensiva e maneggevole. Se ne [p. 97 modifica]va con molti inchini e sorrisi. Sulla porta io gli chiedo: «Ma allora si può sapere perchè ci mettono sotto vigilanza a questo modo?».

«Io non sono finto. Non so fingere. Le dico francamente: non so. A meno che...». E con l’aria più naturale del mondo, con l’aria familiare, interessata, e insieme un po’ distratta di uno che si occupa dei casi altrui, ma per la sua personale istruzione e senza darci peso. «A meno che... — dice — Suo padre non ha mica avuto intenzioni di espatriare in questi tempi?».

Oh tranelli subdoli! Oh laccioli invisibili ! Dentro certo pensava: «Ora lo faccio parlare. Sono un commissario io; con l’aria di nulla». Ma io gli dico che papà aveva solo l’intenzione di andare a Roma.


20 Maggio.

Che cosa fa la cuoca coi carabinieri? Stanotte un carabiniere le diceva dalla [p. 98 modifica]finestra, piano piano: «Dormigliona! Dormigliona!», poi fischiettava un’aria e tirava qualche sasso. Mi sono addormentato. Dopo qualche ora mi Sono risvegliato a un tonfo della porta. Ho sentito un pesto leggero e timido, la ghiaia scricchiola e respiro sospeso; ma non ho capito nulla.


23 Maggio.

E’ venuto il capo gabinetto del Questore. Tipo di uomo finto-forte, magro, pallido, con un gran naso a mappa, torto in punta, un orzaiolo all’occhio, è di statura comune, meridionale. Papà l’ha ricevuto con gentilezza: ormai si è calmato. Il capo di Gabinetto ha cominciato con una piccola concessione e ci ha offerto un regaluccio: «il Prefetto acconsentiva a non mettere nessuno nell’automobile se papà voleva andare a Casciana». Poi, ha cominciato il discorso che gli premeva. [p. 99 modifica]

«Lei, evidentemente, ha il diritto di lagnarsi, lo capiamo che questa sorveglianza è troppo vistosa...».

«Ma io non mi lagno affatto di questo — rispose. — Per me, che si veda pure. Quello di cui mi lagno è che i carabinieri entrino nel mio giardino. Perchè fate questo? A che serve questo?».

«Veda — dice l’altro — il Questore mi ha detto che cercassimo di metterci d’accordo, perchè questo servizio sia fatto nel modo più comodo e gradevole per tutti. Perchè è inutile discutere, questo servizio si deve fare — e qui carica gli accenti — e lei sa, lei capisce, che la Questura, se vuole, per eseguire un ordine non arretra dinanzi a nessuna considerazione, di nessun genere, e quindi non le conviéne».

«Un momento — dice papà. — Non arretra dinanzi a nessuna considerazione finché non si urta contro un mio diritto».

«E vabbè! Noi le concediamo il diritto di protestare — risponde l’altro con profonda, schernevole e insieme afflitta [p. 100 modifica]aria di compatimento. — Ora anche a lei dà noia questa sorveglianza vistosa».

«A me, come le dicevo, non dà nessuna noia...».

«Il Questore le faceva avere che avrebbe potuto avere dei riguardi, vedere se era il caso di levare i carabinieri la notte, se lei gli avesse dato da dormire, perchè son mandati via da dove sono e stanno malissimo, fanno una vita grama».

«Io ho fatto tutto quello che potevo per loro, ma non posso dar loro una stanza che non ho. Ma a me non importa la vistosità. Lei vede benissimo che da dietro la siepe possono fare la sorveglianza come davanti alla siepe».

Usciamo in giardino. Il capo di Gabinetto dice che allora non può dire se acconsentiranno a levarli, perchè se noi non abbiamo una stanza...

Papà dice che non è possibile trovarne una in un paese così colmo di uomini.

«E per fortuna — dico io — che non siamo ancora 60 milioni». [p. 101 modifica]

Il capo di gabinetto mi picchia una mano sulla spalla e mi guarda serio serio, pesandomi: «Questo è il figliolo? Studente?».

Rientriamo. Papà gli domanda: «Ma insomma, che cosa hanno da lagnarsi di me, io non capisco. Ho mai trasgredito le loro leggi?».

«No, ma le sue opinioni ci sono note; e lei, appunto perchè intellettuale, può essere pericoloso...».

«Ma come, scusi? Se non posso più nè scrivere nè parlare?».

«Sì, lei parla ancora».

«In casa».

«Sì, ma parla troppo. Lei dovrebbe limitarsi, certe cose, a pensarle!».

«In ogni modo io non offendo in niente le vostre leggi».

«Ma lei le ha offese prima».

«Ma io non posso ammettere che mi si condanni per aver violato una legge prima che fosse formulata!».

«Eppure la legge di Pubblica [p. 102 modifica]Sicurezza dice proprio questo: «Chiunque professi, o abbia professato opinioni contrarie...».

«Ma questo io non l’ammetterò mai. Non s’è mai visto in nessun paese civile! Come la violazione del mio giardino...».

«Non si lamenti, lei ha ancora la sua famiglia, può girare; c’è molta gente che sta peggio di lei...».

«Ma io considero quello dei carabinieri come un sopruso, e inutile, fra l’altro. Io l’ho detto a tutti loro».

«Loro non ne possono niente. Hanno avuto l’ordine».

«Ma questo dovrebbe rappresentare un caso di coscienza per loro. C’è un esempio, che tutti conoscono, da cui si vede che si deve obbedire prima alla legge e poi ai superiori: l’esempio della sentinella. E’ stabilito che la sentinella non deve lasciare passare nessuno. E si sa che non deve lasciar passare neanche il re».

Ma il ragionamento è già troppo [p. 103 modifica]specioso. Il capo Gabinetto è molto scontento perchè non può trovar posto ai suoi poliziotti. Ci crede, sì, che noi non ne abbiamo; ma ce ne serba rancore lo stesso.

«Andare a stare in campagna!» — sospira. Poi saluta.


24 Maggio.

Quando eravamo ancora a Firenze, veniva sovente a casa un certo Carlo R. di Arezzo; un giovane allampanato, occhi spiritati, si dichiarava antifascista, raccontava a papà di inesorabili persecuzioni e gli spillava qualche soldo. Aveva moglie e bambina, di cui naturalmente mostrava sempre la fotografìa. L’avevano espulso da Arezzo, dove dirigeva un giornaletto locale!? Avrebbe trovato lavoro a Firenze, ma i fascisti gli avevano tolto il permesso di scrivere (!?). Si era ridotto a vendere in piazza delle anticaglie più o [p. 104 modifica]meno artistiche. Qui all’Ulivello non lo avevamo mai visto. Ieri sabato, eccolo apparire verso le due. Un sole terribile, nemmeno i contadini osavano mettersi per la strada a quell’ora.

Entra in studio da papà, comincia a piangere: non vénde più nulla, non trova lavoro, è perseguitato dai fascisti. Vuol spararsi o sparare al capo del governo. Papà lo calma. «Sparare? si dissuada, le cose non cambierebbero. Ammazzarsi? E’ giovane, ecc. ecc.». L’altro si quieta, cambia idea: invece di ammazzarsi andrà a Parigi, chiede a papà indirizzo e commendatizie per Turati, Treves e altri fuorusciti rifugiati a Parigi. Papà indirizzi non ne ha (il che è vero), non sa più niente di loro (il che è vero). Ma se anche li avesse, a che cosa possono servire, a un nuovo venuto, dei rifugiati che stentano a vivere per loro conto?

Il perseguitato dei balisti, nonché povero untorello provocatore, ritorna a Firenze nel camion della polizia! [p. 105 modifica]

X


20 Giugno.

E’ venuto di passaggio per Roma Julien Luchaire, grande amico di papà, pezzo grosso della Coopération Intellectuelle annessa alla S.D.N. Papà l’ha messo rapidamente al corrente dei nostri guai e dei guai di tutti i migliori letterati italiani. Che missione più opportuna può perseguire la Coopération Intellectuelle che la difesa di letterati perseguitati? Luchaire non mi è parso molto persuaso.

Tutte queste commissioni della S.D.N. che dovrebbero difendere i perseguitati sono finanziate dai governi persecutori. «Non ne sapevamo niente» — ti dicono in un primo tempo, «Che cosa possiamo fare noi?» ti rispondono in un secondo tempo. Ma, per Dio, avete la stampa a vostra disposizione. Fate sapere [p. 106 modifica]semplicemente quel che accade agli intellettuali oppressi nei loro paesi! Proclamate la vostra indignazione, dimettetevi! Protestate! Non è per noi soli che ci battiamo, è anche per voi! Di che avete paura? Di chi? Ahimè, solo chi ha subito personalmente l’ingiustizia, chi ha sentito sprezzate e calunniate le sue più nobili azioni e intenzioni, solo chi ha sofferto di veder lodati e portati alle stelle gli atti più ignobili dei persecutori più corrotti, solo quello può capire quale consolazione sia per i calpestati un semplice atto di solidarietà!


21 Giugno.

L’ultima domenica è venuto Jack la Bolina. Racconta che a uno il quale chiedeva dinanzi a Giolitti che cosa andavano a fare alla Camera i deputati, Giolitti rispose: «Quando ero ragazzo, ero andato a fare una commissione dal parroco. La perpetua mi fece aspettare dicendomi [p. 107 modifica]che il parroco era in «conferenza». Io sentivo dietro la porta urlare dei numeri e delle figure di carte e mi chiedevo: «Ma che razza di conferenza è questa?». Dopo uscì il parroco che mi chiese: «Bè, che cosa pensi di questa nostra conferenza?». Io non dissi nulla e il parroco spiegò: «Il Vescovo ha ordinato che tutti i parroci si radunino una volta la settimana per accordarsi sulla loro opera evangelizzante. Ma siccome i fedeli sono tutti brava gente, che non hanno bisogno di nessuna opera nostra, ci riuniamo sì, come ha ordinato il Vescovo, ma giochiamo a carte».

Questa concezione che Giolitti aveva della funzione della Camera spiega molte cose.


Lunedì 27 giugno.

Mercoledì 22 non era arrivata posta per noi. Pensando che il postino di Firenze incaricato di cambiar gli indirizzi [p. 108 modifica]fosse partito per le vacanze, giovedì scendiamo a Firenze a reclamare. Ci mandano nella sala della distribuzione; tutti i postini ci conoscono e ci fanno festa (i perseguitati sono molto amati dal popolo). «No, non c’è stato cambiamento di postini, la posta è stata regolarmente avviata a Strada».

Torniamo all’Ulivello, niente posta. Il venerdì mattina, niente. Scendiamo di nuovo a Firenze. Papà chiede del direttore. Il direttore non c’è, c’è il vice-direttore. «Che cosa succede della mia posta?». «Non ne sarà arrivata».

«Non è possibile. Fra me, la mia signora, e i miei figli, riceviamo una media di dieci-dodici lettere al giorno, più una decina di giornali a cui siamo abbonati».

«Ci sono due «Strada». Succedono spesso di questi errori. Il sacco della loro corrispondenza avrà preso la via di «Strada da Arezzo». Manderemo un commissario a ispezionare»....

Il domani sabato, niente. Scendiamo [p. 109 modifica]di nuovo a Firenze e insistiamo per vedere il direttore. E’ un triestino, piccolo, gentile, ha l’aria colta e per bene; anche lui grande ammiratore di papà (questa volta per davvero). «Dov’è la mia posta?». «Non ne so niente». Ma diventa rosso, pallido, trema tutto. Papà urla, minaccia: «Sequestro di posta: articolo X del Codice Penale. Vado dal Procuratore del Re». Poi riprende con tono più pacato: «Fra le lettere giacenti ce ne devono essere della «Dépêche» e dell’«Illustration» raccomandate con denari. Se domani non le ho, telegraferò alla direzione di questi giornali che le loro lettere sono state soppresse!».

Il direttore è spaventatissimo.

«Faccia cercare nel reparto censura» — urla papà.

«Non c’è censura» — risponde tremando il direttore.

«E allora com’è che le mie lettere sono sempre tutte aperte e rincollate?».

Questa mattina a Strada la posta è in ritardo di un’ora. Quando ce la [p. 110 modifica]consegnano ce n’è un sacco. Apertolo papà va in furia contro la postina.

«Queste lettere sono state sequestrate qui. Io ne ho la prova. Ciascuna di queste lettere ha due timbri: uno del giorno in cui è arrivata, e l’altro di oggi. Con una sola di queste buste io posso farle avere tre anni di carcere».

La postina piange. «Lo so, lo so. Che colpa ho io se mi comandano delle cose proibite?». 2



28 Giugno.

Gli agenti non sorvegliano noi, ma noi dobbiamo sorvegliare loro. Un carabiniere fa la corte alla nostra cameriera; pare le si sia fidanzato. I poliziotti rubano polli, frutta, conigli ai nostri contadini, li [p. 111 modifica]obbligano a dar loro da mangiare e poi non pagano. Hanno addestrato il nostro cane a rubare galline e a portarle nella loro caserma. Oggi abbiamo dovuto pagare una multa. Saremo obbligati ad ammazzarlo.

I nostri rapporti coi carabinieri, con gli agenti e col popolo di Strada sono insensibilmente mutati; prima non c era in tutti che un enorme rispetto per quell’uomo che faceva spendere al governo tanti quattrini. Un poliziotto mi diceva: «Suo padre se voleva, avrebbe potuto diventare ministro!» e scuoteva la testa con aria afflitta... Un carabiniere mi diceva: «E’ molto conosciuto in America». Tra la gente, correva voce che papà avesse dal governo diecimila lire al mese come risarcimento di danni. Questa voce non aveva niente di offensivo. Ora i carabinieri e gli agenti, per il fatto che commettono contro di noi una soppraffazione, tendono a odiarci; e il popolo è costernato: questi rigori hanno steso su di noi un’ombra che li riempie di spavento. [p. 112 modifica]29 giugno.

E' venuto a vederci Mario N. che era tenente a Livorno nel settembre dell’anno scorso, quando ci fu l’attentato di Lucetti contro il duce. Grandi dimostrazioni contro il Consolato di Francia, perchè? Ma la parola d’ordine era: «istillare odio contro la Francia»). Lo incaricano di difendere il Consolato sotto gli ordini della polizia. Il Commissario gli comunica: «Ordine di non far niente. Mi hanno prevenuto che se spaccano la testa al Console, io sarò traslocato in una residenza migliore. Se un soldato spacca un osso a un dimostrante io sarò destituito».

C'era in piazza un centinaio di persone che non avevano nessuna voglia di assalire il Consolato. Un soldato sardo animoso attacca la baionetta al fucile per assalire la folla. Tutti scappano. La polizia, spaventata per la possibile reazione dei superiori, fa entrare tutti i soldati sotto il portone del Consolato e chiude le porte. I dimostranti si rincuorano e cominciano [p. 113 modifica]a tirar colpi contro la porta. I dimostranti entrano trionfanti e salgono al Consolato dove distruggono tutto quello che trovano buttando mobili e soprammobili dalla finestra.

L’indomani il tenente è incaricato di andare a chieder scusa al console.

«Ma s’immagini — dice il console — facciano pure. Ho chiesto il trasloco. Che vogliono? La vita qui è diventata impossibile. Non posso più tenere nemmeno una bambinaia. Tutte scappano spaventate. Loro non ne possono niente. Loro hanno ordine di lasciar fare e noi abbiamo ordine di «non smentire».

Come mai i Francesi così suscettibili al tempo di Giolitti sono diventati così longamini verso il fascismo? C’è evidentemente la paura, ma c’è anche una reale segreta simpatia, una segreta ammirazione che Bai ha suscitato e che va ben oltre: «I treni arrivano all’ora. Ha soffocato il bolscevismo». Questo sentire ha la sua profonda radice in quel fondo di ammirazione che l’uomo ha conservato [p. 114 modifica]per la violenza brutale e che il cristianesimo, la cultura, la civiltà parevano aver soffocato. Decisamente la classe dominante borghese si mostra inferiore alla classe dominante dei tempi passati... La segreta simpatia che essa dimostra in tutti i paesi per Bai significa l’ammirazione per chi ha saputo far trionfare la violenza sulla giustizia. C’è nella classe dominante di tutti i paesi un desiderio folle di scaricarsi di quel poco di giustizia che dopo la rivoluzione francese i borghesi dovevano pure al popolo.

Oggi pomeriggio è venuto l’ordine del Prefetto di togliere i carabinieri dal giardino (han paura dei forestieri). Ci sorveglieranno da fuori con molto più zelo di prima...


Torino _ Luglio.

Papà mi ha mandato qui a vedere quel che succede nella casa della mamma. I suoi inquilini minacciavano, [p. 115 modifica]Teresa3 minacciava, non ci si capiva più niente. Tutto questo putiferio è venuto in seguito al «nuovo regime dei fitti» il cui decreto è uscito poco avanti il 1° luglio, il giorno virtuale dei pagamenti.

«Questo decreto dice:

Art. II — A decorrenza del l° luglio le pigioni corrisposte per la locazione di case di abitazione di non più di cinque stanze dichiarate abitali anteriormente al I° gennaio 1919 non potranno eccedere il quadruplo delle pigioni che erano corrisposte nel 1914 dagli stessi inquilini o da inquilini diversi e qualora lo superino saranno ridotte a tale misura.

Art. III — Pure a decorrere dal 1° luglio 1927, le abitazioni di non più di cinque stanze, saranno ridotte del 15%.

Art. VI — Le riduzioni di cui sopra si applicheranno anche nei casi di sublocazioni totali o parziali. [p. 116 modifica]

Art. VII — Il prezzo di locazione ridotto in conformità del presente decreto vale anche nel confronto degli inquilini che succedono nel godimento dell’immobile a quelli avanti all’attuazione del presente decreto contratti in corso»...

Seguono ancora altri articoli di minor conto.

E’ inimmaginabile lo scompiglio che ha gettato questo decreto. Dallo scoppio della guerra, che ha inchiodato gli affitti, c’è stato in tutte le case una superposizione di affittuari, subaffittuari quasi come nei teatri di Parigi. In mezzo a questa superposizione di inquilini e subinquilini che si sono spostati, stabilire i fitti di 16 anni or sono diventa la quadratura del circolo.

La nonna non protesta troppo: «Se il governo l’ha fatto, ecc. ecc.». Ma Teresa che in fondo è la vera amministratrice così della casa della nonna come di quella della mamma, è furiosa. Teresa ha un pò la mania dii persecuzione. Crede che compito dell ’ amministrazione sia «inquisire [p. 117 modifica]i costumi degli amministrati». E’ sempre alla finestra a indagare con chi, e a che ora i diversi inquilini tornano a casa. Gli inquilini la odiano. Questa legge dà loro un’arma per vendicarsi e per fare nel tempo stesso i loro interessi. Gli inquilini sanno che come antifascisti se siamo chiamati in giudizio, avremo la peggio. Ne approfittano — è umano — attribuendosi dei fitti ridicoli. Teresa si batte come una furia. Fa scene tremende alla nonna: «Come! La moglie di Cesare Lombroso accetterebbe di essere lesa nei suoi diritti da dei miserabili pescicani, arricchitisi sulla pelle dei soldati durante la guerra? Si adatterebbe la moglie di Cesare Lombroso a rinunciare alla montagna perchè vadano alle bagnature dei miserabili strozzini, vili bugiardi, ecc.? (Teresa ha una grande idea della nostra posizione sociale, molto più di noi).

Nella casa della nonna ci sono ancora dei contratti regolari (più o meno) a cui ricorrere e anche Teresa deve ingoiare [p. 118 modifica]fiele e adattarvisi. Ma in quella della mamma (casa popolare in cui le pensioni mensili e i locatari mutano anche due volte l’anno) non c’è niente. Gli inquilini attuali hanno chiamato davanti al Pretore dei presunti locatari di sedici anni fa. Nessuno li conosce, non ci sono ricevute. Teresa contesta le testimonianze. Chi ci capisce qualcosa?


7 Luglio.

Teresa non è sola a protestare, tutti i padroni di casa sono in subbuglio. A questo subbuglio il capo del governo risponde oggi con un altro decreto che mette il colmo alla confusione generale. Esso dice:

«Col presente decreto legge sugli affitti e successivo regolamento intendo che la questione proprietari e inquilini sia risolta. Non c’è che da applicare la legge. Contro coloro che tentassero di frodare, V. E. (Prefetto) applicherà le [p. 119 modifica]«misure contemplate dalla nuova legge «di P. S., misure che vanno dalla semplice diffida al confino per 5 anni».


10 Luglio.

Comincia la caccia alle «vittime espiatorie ». Prima vittima è il Grassi, già consigliere comunale e assessore di Torino, nonché Commendatore. Il Grassi aveva ideato, quando premeva l’urgenza delle case, una ingegnosa combinazione: costruire delle case semi-cooperative; gli inquilini entrando nell’appartamento pagavano una somma globale, che serviva a costruire altre case, e che dedotta a rate annuali permetteva poi agli inquilini di pagare fitti minimi. Il Grassi ricorse contro il decreto domandando che pei suoi locatari il Pretore si basasse non già sui prezzi che essi pagavano nel 1914, ma sul prezzo che pagavano gli altri inquilini delle stesse località in quegli anni. Il Grassi si era già messo d’accordo con gli [p. 120 modifica]inquilini e a festeggiare l’accordo aveva già mandato una somma a opere di beneficenza... quando fu condannato dal Pretore al confino.


XI


«La tardiva resipiscenza — pubblica la «Stampa» di oggi (il decreto era promulgato il 7 e la tardiva resipiscenza era del 9 luglio) non ha salvato il proprietario Grassi. La commissione provinciale presa la decisione di mandarlo a confino, ne incaricò ìa locale Questura, e così il commendatore, come un ingegnere furono improvvisamente presi nelle loro abitazioni trasportati in carcere e mandati a confino.


11 Luglio.

Parecchi proprietari di case locative sono stati condannati a multe che vanno [p. 121 modifica]fino a 5000 lire per non aver denunciato alla Prefettura i loro locali vuoti.

Questi decreti sugli affitti non disorientano i proprietari solo per la perdita di denaro ma soprattutto per la loro incomprensibilità. Allo scoppio della guerra si sono fatti dei decreti che ingiungevano ai proprietari di non alzare gli affitti. Erano decreti arbitrari, ma c’era la guerra e delle misure arbitrarie erano fino a un certo punto giustificate, ma oggi non c’è nessun turbamento nè all’esterno nè all’interno del paese. Si ha veramente il senso che le nostre vite e i nostri beni sono nelle mani di divinità capricciose di cui è impossibile prevedere le reazioni o prevenire gli atti.


15 Luglio.

Una grandinata di decreti contro i commercianti, i contadini: calmieri, cartelli, sorveglianza sui prezzi che si prestano naturalmente a vendette ed abusi. [p. 122 modifica]

Il pizzicagnolo della nonna da anni faceva da calmiere al borgo vendendo a miglior prezzo. Ora ha adottato i prezzi del calmiere e tutte le misure decretate compresi i cartelli. Oggi (dice Teresa) entra un avventore che chiede mezzo chilo di burro. Un commesso va a cercare una forma in cantina la taglia e la serve. Il cliente, un agente aizzato dai concorrenti, tira di tasca un taccuino: «100 lire di multa per aver venduto del burro da una forma su cui non era apposto alcun cartello».

La balia della Nina voleva portare alla nonna una bottiglia di vin santo. E’ prevenuta che può incorrere in una multa di 2.000 lire. Una nuova legge proibisce ai contadini di vendere direttamente vino, latte, o di regalarne.

La ragione di queste strambe imposizioni? Per far sopportare alle vittime le leggi ingiuste, il fascismo ha trovato questo segreto: perseguitare ugualmente una dopo l’altra tutte le categorie di [p. 123 modifica]cittadini. Per far tacere i proprietari di case, il governo attacca i commercianti, attacca i contadini, gli operai, i professori, gli industriali, gli avvocati e così via. E tutti si consolano delle ingiustizie subite centellinando le ingiustizie delle quali gli altri sono vittime. «Mal comune mezzo gaudio ». Quando tutti capissero che «il mal comune» è pericolo generale e che il reagire contro le ingiustizie fatte agli altri è il miglior mezzo di prevenire quelle che faranno a te, il fascismo cadrebbe.

Ma ahimè, la formula non è di ieri. Tutto lungo la sua storia i governi in Italia hanno coltivato questo vizio del pubblico, di godere i mali altrui.

  1. In Italia si evita di pronunciare il nome di Mussolini e di «fascisti». Ciascun gruppo, ciascuna famiglia ha un nome speciale per designare l’uno o gli altri. In casa nostra si usava Bai per Mussolini, Balisti per fascisti.
  2. Seppimo poi che era venuto l’ordine a Strada di rimandare di costì tutta la nostra posta a Firenze, dove veniva sottoposta a una rigorosa censura. Spaventato dalle nostre proteste il direttore della Posta di Firenze aveva persuaso la censura a rimandare la posta sequestrata a mezzo di un commissario che la timbrò di nuovi bolli.
  3. Cameriera della nonna a Torino e amministratrice delle case della mamma.