Diario di un privilegiato sotto il fascismo/Notiziole

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1927 Diario di viaggio

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NOTIZIOLE


Al mercato quando hanno imposto il calmiere hanno costretto i negozianti ad affiggere due cartelli, uno col prezzo vecchio e uno col nuovo, perchè si vedesse che i prezzi erano diminuiti. Poichè ora per certe derrate il prezzo è inferiore a quello del calmiere hanno proibito al rivenditore di mettere i due cartelli!!

La signora S. racconta che un suo parente fannullone e beone (ultimamente venditore di stoffe, ma da tre anni disoccupato) è stato assoldato per «guardare la frontiera», in realtà per «fare la spia». Da sei mesi è al Moncenisio dove [p. 125 modifica]non ha altro da fare che tener d’occhio i viaggiatori che passano e segnalarli. E’ pagato mille lire al mese; la famiglia ha preso un alloggio elegante, con gran dispetto della cognata il cui marito, ottimo ragioniere ha visto diminuire il suo salario.

L’industriale X racconta che al suo ufficio le note dei fornitori (già patteggiate) subiscono uno stralcio del 15 % fissato dal podestà locale. Il podestà ha il diritto di alterare i contratti privati! E si proclamano i difensori della proprietà privata contro il bolscevismo! In realtà il fascismo è il protettore dei violenti, dei farabutti! Forse è questa la ragione del suo successo!

Teresa racconta che due farabutti venditori ambulanti da lei sfrattati due anni or sono, sono ora al servizio del fascio; l’uno come spia alla F.I.A.T., l’altro come spia al D. V. hanno gran casa in cui bazzicano tutti i pezzi grossi del fascismo. [p. 126 modifica] Un deputato fascista aveva dei debiti verso una banca che gli aveva ipotecate certe sue terre. Non avendo egli pagato la banca voleva venderle. Il Prefetto decide di mettere la banca in liquidazione. Le ipoteche del balista sono cancellate.Pare però che la Commissione delle ipoteche non ha accettato di legalizzare questo atto.

Al tribunale gli onesti pagano pei delinquenti.

C’era da giudicare uno di quei casi di un galantuomo che aveva violato la legge per sbaglio, che di solito i giudici assolvevano. Questa volta è stato severamente condannato e a un avvocato che se ne meraviglia il giudice dice: Dobbiamo assolvere tanti farabutti che se possiamo condannare qualcuno, anche se è galantuomo, non ci par vero! [p. 127 modifica]Malafede.

Quando c’è stata la cessione dei telefoni a una Società privata è stato proposto agli impiegati, o di passare alla nuova società o di farsi liquidare la pensione. Parecchi hanno optato per la nuova società, pensando che questo passaggio fosse garantito. Due mesi dopo in base a una clausola inavvertita del contratto sono stati licenziati senza pensione.

Un lattivendolo è morto improvvisamente. Aveva un lungo contratto con un burrificio che non volle adattare i prezzi a quelli del calmiere. Il lattaio addossato al fallimento si è così tormentato che ne è morto.

Un carbonaio aveva affittato la sua casa a antichi combattenti. Finito il contratto li licenziò. Fu proposto per il confino. Rinunziò alla casa e si salvò. [p. 128 modifica]

Un mio amico fu condannato senza interrogatorio al confino perchè la sua Banca denunciò alle autorità che egli spediva ingenti somme all’estero. Non era vero; egli aveva cambiato banca, il cassiere della vecchia indispettito aveva lanciata l’accusa.

Un altro mio amico fu imprigionato e poi mandato al confino in Sardegna; vi si trovò benissimo. Affittò una casa; scriveva lettere entusiaste agli amici. Fu rimandato in prigione.

Se faccio i conti ci sono pochi dei miei amici che non sono stati in prigione.


Scuola d’odio.

La signora P. si trattenne giorni fa con un fotografo a discutere di alcune [p. 129 modifica]fotgrafie artistiche esposte in un album. Erano soli. Ad un tratto sbuca da una porta un giovane e con voce terribile comincia a inveire contro il fotografo: «Tu fai la propaganda antifascista con la signora — grida al padre. — Non credere perchè io sono tuo figlio che tu possa continuare a far ciò impunemente. Quando si tratta della patria se il nemico è il padre è doveroso non aver riguardi per lui». La signora sbigottita interviene: «Le giuro, le giuro che discorrevamo di arte; guardi l’album, esso deve esser aperto sulla fotografia della Dina Galli; facevamo confronti fra la Galli e la Grammatica». Il giovane fascista si rabbonisce. La signora esce. Trova nel corridoio al buio il fotografo padre che la ringrazia piangendo.

X. dice che gli han fatto firmare una carta per le onoranze a Volta. Al fondo, in caratteri minutissimi c’era che questo equivaleva alla richiesta della tessera del partito che egli aveva rimandato. [p. 130 modifica]

S. dice che all’ospedale di Firenze tre medici sono stati liquidati, perchè sospetti di aver parlato male del capo del governo.

R. è avvocato a Roma. Non è veramente antifascista militante, ma è contrario al regime. Non essendovi nulla a suo carico, per eliminarlo gli raddoppiano, triplicano le imposte, così che le tasse superino i guadagni. Protesta inutilmente, chiude l’ufficio, e si mette in una società commerciale. Dopo qualche tempo fanno sapere alla società che tutte le sue cause saranno perdute se non cambia avvocato.


23 Luglio.

Come «ben arrivo» trovo all’Ulivello questa lettera della «Fiera letteraria» che dopo il successo dei miei articoli su Parigi mi aveva chiesto per telegrafo la poesia «Primavera». [p. 131 modifica]

«Caro Ferrero,

«non ti ho risposto fino ad oggi perchè aspettavo che Malaparte mi dicesse la sua opinione sulla tua collaborazione. Purtroppo Malaparte non mi ha dato notizie consolanti. Con tutta sincerità e molto a malincuore debbo dirti che la tua presenza alla «Fiera» non sarebbe gradita a Roma, non tanto per te personalmente, quanto per i precedenti politici di tuo padre. Anche Malaparte sarebbe lieto se tu scrivessi sul nostro giornale, ma ti consiglia di aspettare qualche tempo perchè abbia modo di convincere chi di dovere, che tu sei perfettamente a posto nei riguardi del regime.

«Sono certo che tu ti renderai conto della mia posizione, non imputerai nè a me, nè al mio collega, la tua momentanea esclusione dalla «Fiera».

«Coi più affettuosi saluti.

Ah, sento che mi si imprigiona ogni giorno di più.

A Milano, 10 luglio ’27».

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Le difficoltà di pubblicare articoli crescono ogni giorno: mi vedo ora — molti meno mezzi di due anni fa. Sento che qualunque cosa scriva, nessuno ne terrà conto perchè mi chiamo Ferrerò — forse non troverò editori, certo non troverò recensioni. E non poter andare all’estero! Ma che vita è questa? Renderci a poco a poco la vita impossibile all’interno e impedirci di cercare aria fuori! Quando mi guardo intorno, e vedo il mio paese, io sento nemico e indifferente: so che noi tutti siamo offerti — preda inerme — al capriccio di alcuni uomini, e che tutto il male che salterà loro in testa di farci potranno farlo indisturbati e gloriosi! Mi sembra d’essere naufragato tra i barbari.


24 Luglio.

Sono venuti dei francesi, un intellettuale con la moglie.

Questi intellettuali sono tutti filobalisti. Gli intellettuali sono i Bastian contrari [p. 133 modifica]delle civiltà. E poi, che cosa si pensa quando il ragionamento e l’immaginazione non sono frenati e limitati dall’esperienza personale? Da Parigi, perchè non trovare che la libertà è una carogna e che il regime di forza è l’ideale dei regimi? Di qui tutto è diverso. Sono diventato molto prudente a ragionare sul meglio e il peggio di civiltà che non conoscono.


28 Luglio.

CONVERSAZIONE

CON DUE COMPAGNI FASCISTI


«Cosa volete fare contro Salvemini?» (sono di medicina).

«Vogliamo dargli nòia. Disgraziatamente ora non si bastonano più, ma qualcuno che gli tira una rivoltellata se continua così lo troverà di sicuro».

«Ma che ha fatto?».

«Ha tradito l’Italia».

«Perchè?». [p. 134 modifica]

«Va a Londra a trattare un periodo inglorioso della nostra storia (dal ’70 al ’14».

«Perchè inglorioso?».

«Perchè sì».

«E se anche lo fosse?».

«Non avrebbe diritto di farlo».

«Cosicché uno storico prima di scrivere dovrebbe andare al fascio a chiedere se il periodo scelto è «secondo il fascio», glorioso o inglorioso? E se il fascio lo reputa inglorioso non è lecito studiarlo.

Ora badate che ogni partito vede a suo modo la gloria. Dove vanno a finire gli studi storici?».

«Già voi con la vostra storia pura, imparziale, scientifica siete quelli che ci avete portato al bolscevismo».

«E come mai?».

«Lavorando sempre contro l’Italia».

«Ma scusate, Salvemini non voleva la Dalmazia solamente perchè pensava che fosse una catastrofe per l’Italia».

«Salvemini è un porco. Domandalo a tutti gli studenti». [p. 135 modifica]

«Non gli studenti suoi».

«Gli studenti di Salvemini sono dei maiali e noi lo bastoneremo».

«Badate che all’estero non farà una bella impressione».

«Ora non siamo più ai tempi in cui l’Italia era una serva. Ora comandiamo noi! Siamo stati a un pelo dalla guerra con l’Inghilterra e l’Inghilterra ha avuto paura! Stentiamo tanto a riprender l’antico prestigio e degli uomini come Salvemini vengono a intralciare il glorioso cammino».

«Ma che cosa abbiamo perduto?».

«All’Italia non le hanno dato niente».

«O Trento e Trieste?».

«E Zara che ha solo un interland di terre bruciate?».

«Ma volete dunque toglier tutto alla Jugoslavia?».

«Caro mio, chi è più forte ha ragione in guerra».

«Non dobbiamo dire noi che siamo deboli e che accusiamo di questo gli alleati». [p. 136 modifica]

«Se lo dicono loro dobbiamo esser noi i coglioni (!!!)».

«Io dico che noi si dovrebbe sostenere il diritto, invece...».

«Sì, i nostri diritti!».

«No, i diritti di tutti!».

«Mi pare che tu possa fare il filosofo. Va là, non capisci niente di politica. Faresti bene di stare attento. Perchè noi faremo una seconda ondata. E guai! Elimineremo quelli che avremmo dovuto ammazzare durante la marcia che purtroppo è stata incruenta».

«Come? Tu ammazzeresti un uomo così tranquillamente? O le leggi?».

«Le leggi si sorpassano in momenti eccezionali».

«Ma se siete al governo! Avete tanti mezzi di punire i colpevoli e di difendervi quanti non sono mai stati dati a nessuno Stato nei secoli precedenti, e volete ancora ricorrere ai metodi rivoluzionari. Perchè mi dite di scendere dalla bicicletta sul marciapiedi e poi violate il codice penale?». [p. 137 modifica]

«Perchè la bicicletta dà noia al passante ».

«E l’assassinio di Salvemini credi non darebbe noia a nessuno?».

«Fortunatamente non sono tutti come te!».

«No. Voi dovreste fare un articolo nel codice, che dice: «I professori di Università che fanno lezioni sulla storia d’Italia che va dal ’70 al 14 saranno fucilati. Così sarete meno rivoluzionari».

«Troppo onore. Noi eliminiamo i traditori e poi li buttiamo in là col piede perchè il loro puzzo non ci dia noia».

«Un mio compagno triestino mi diceva: Peggio che sotto l’Austria!».

«Era certo una spia! Del resto tu sei troppo della tua opinione».


XII


1° Agosto.

E’ venuto l’accordatore. Quando siamo sulla scala mi sussurra: «Che tempi! nevvero, che tempi! Di giorno è notte, [p. 138 modifica]di notte è giorno!» ma si interrompe, si guarda intorno e mi dice: «Non si è sicuri in nessun posto, neanche da lei!». E' molto inquieto e sospettoso. Io gli dico ridendo: «Da noi, meno che dagli altri!».


3 Agosto.

Da un mese papà non riceve dalla «Dépêche» il solito ammontare dei suoi articoli. Scrive all’amministrazione. «L’ammontare è stato spedito regolarmente ». Papà reclama. Oggi riceviamo un biglietto da cinquecento franchi francesi chiuso in una busta intestata all’ufficio postale di Ventimiglia. Il direttore di detto- ufficio ci avverte che «essendosi sgualcita la busta della «Dépêche», la posta aveva dovuto sostituirla». La «Dépêche» invia sempre i pagamenti in busta solidissima munita di cinque sigilli di ceralacca! [p. 139 modifica]7 Agosto.

Quest’oggi — domenica — «è venuto su Jack la Bolina. Egli ci racconta le disgrazie di un comune amico, R., un letterato fine, elegante, colto, già collaboratore regolare di parecchi giornali e riviste, da qualche anno messo al bando. Due mesi or sono gli erano state fatte pressioni perchè si iscrivesse al balismo. Se si fosse iscritto, le riviste e i giornali a cui collaborava anticamente l’avrebbero riassunto, un giornale anzi, la «Gazzetta di T.» faceva offerte precise, brillanti: 500 lire per articolo. R. si iscrive, la «Gazzetta di T.» gli dice di iniziare la sua collaborazione con due articoli contro Croce. R. esita, è crociano, poi, sebbene a malincuore, li scrive. Ieri la «Gazzetta» lo ha liquidato senza indennizzo e senza spiegazioni, pagandogli i due articoli metà del prezzo concordato. Gli altri giornali e riviste si sono squagliati; R. è rimasto sul lastrico tale e quale come prima, ma [p. 140 modifica]in condizioni infinitamente peggiori perchè per i fascisti è «bruciato», per gli antifascisti «un traditore».

Beffe del genere sono assai frequenti; esse rappresentano per gli agenti che le riescono dei meriti grandissimi per salire nella gerarchia del balismo — qualcosa come la «pugnalata» per gli aspiranti alla «onorata maffia». Esse infatti testimoniano nell’istigatore, la coesistenza di tutte le qualità apprezzate dal balismo; perfetta malafede, mancanza di scrupoli, di senso morale e una certa immaginazione del male, quale è necessaria per mantenere in vita il regime. Queste beffe sono poi preziose per i balisti per altre ragioni:

1.Il balismo ha a propria disposizione per un altro il posto promesso.

2.Ha nelle sue mani il neo convertito legato mani e piedi meglio che in qualunque altro modo. Che cosa potrà infatti fare il disgraziato neofita caduto nella rete, se non intensificare il suo zelo [p. 141 modifica]balista, sperando che in luogo delle brillanti promesse, gli si dia almeno qualche briciola? E che altro mezzo rispetto agli amici gli resta di mostrare qualche dignità, se non dimostrandosi convertito «sincero»?

Parecchi elementi concorrono a rendere queste «beffe» abbastanza facili:

1. Non c’è in Italia classe indipendente, anche i proprietari di terre, anche i commercianti, anche gli industriali dipendono dal governo, quali per le tariffe, quali per i permessi di lavoro.

2. Esistono nel balismo due correnti che parrebbero doversi eliminare, e che viceversa si appoggiano l una l’altra. L’una è la corrente vera, quella dei Farinacci, dei Balbo, dei Turati, degli Arnaldi, che non hanno alcun principio, alcun ideale, alcuna aspirazione, se non quella di restare al potere per guadagnarvi sopra. «La compagnia della mangianza» come la chiama il popolo, che non nasconde le sue intenzioni di [p. 142 modifica]continuare la traiettoria tracciata con le bombe, coi pugnali, con le spedizioni punitive, se trova qualche resistenza.

Ma c’è un’altra corrente, quella dei nazionalisti, dei conservatori sciocchi (più numerosi assai che non si creda) pei quali «il fascismo vuol difendere l’Italia dal bolscevismo, vuol tener alto il nome d’Italia che il trattato di Versailles ha calpestato ecc. ecc.» Per questi LUI è magnanimo, generoso, onesto! LUI è stanco degli elogi (LUI che dimette anche il professore di matematica che comincia i suoi corsi senza incensarlo!!!). LUI desidererebbe una cosa sola: il ritorno al regime normale. LUI vuole il lustro dell’Italia. Ah se gli intellettuali tipo Sforza e Ferrerò fossero con noi!! Noi non avremmo desiderato di meglio che seguire i loro insegnamenti! Sono gli intellettuali che hanno abbandonato noi, non noi gli intellettuali» ecc. ecc.

Questa corrente non ha alcuna forza ma i suoi esponenti sono una preziosa [p. 143 modifica]massa di manovra di cui i balisti si servono abilmente, come dei merli acciecati, per attirare gli altri uccelli nella pania. Quando le vittime sono cadute, i merli non perdono perciò le loro illusioni. «LUI non sa nulla! Se LUI avesse saputo! E’ tanto mal circondato!».

«Non sa nulla», «sa tutto» si alternano invariati, nelle stesse bocche, senza che coloro che pronunciano l'una una dopo l’altra le due frasi si diano conto che sono contradditorie.

In fondo per aver qualcosa in regime balista non basta e non vale «curvar la schiena» e neppure aver la tessera. Molti anche in alte posizioni non hanno la tessera, e molti tesserati non hanno pane. Quel che serve in regime di forza è solamente «la forza» o meglio quella speciale attitudine alla violenza, alla immoralità, al sadismo, alla sopraffazione, che è propria della parte peggiore dell’umanità. Per questi il balismo [p. 144 modifica]rappresenta veramente «il paradiso», e il fascino che il balismo esercita nel mondo farebbe credere che costoro sono la maggioranza!

Dicono a Firenze: «Tre cose non possono andare insieme: onestà, intelligenza e fascismo. Chi è onesto e fascista non è intelligente, chi è intelligente e fascista non è onesto, chi è onesto é intelligente non è fascista».


9 Agosto.

Oggi — c’erano ancora ospiti Lutoslawski e la signora Lagervald — verso l’ora del pranzo abbiamo visto arrivare il solito commissario, che si è chiuso nello studio con papà. C’era già la minestra in tavola fuori, e ci è rimasta per un pezzo. Poi papà è uscito sventolando un telegramma e chiamando la mamma. Come le galline intorno al becchime, ci siamo ritrovati tutti in un baleno, intorno al telegramma che diceva: [p. 145 modifica]

«Telegramma N. 28.677 - Roma. Giorno 7-8 - Ore 14,40-15,8.

«”New Statesman” pubblica lettera «anonima informante che Guglielmo «Ferrero avrebbe avuto ordine di riti« rarsi da Firenze nella sua casa di campagna. La lettera prevede possibile premeditato piano uccisione Ferrero e conclude pubblicità pericoli che lo minacciano potrà forse salvarlo.

«Comunichi quanto precede Prof. Ferrer, lo inviti telegraficamente smentire queste fandonie.

Mussolini».


Il governo chiedeva a papà che smentisse che lo voleva assassinare. Papà ha risposto che intendeva prima di fare una smentita di vedere il giornale, e almeno di sapere se si trattava del «New Statesman » americano o dell’inglese.

Lutoslawski era in istato di vera costernazione:«Non avrei mai creduto — diceva — che un governo si occupasse di questi particolari!» [p. 146 modifica]

Siamo tornati a pranzo dove non osammo, per via dei poliziotti, parlare del fatto, ma ci pensavamo tutti quanti.


9 Agosto.

Non è successo niente. Il commissario prefettizio non è tornato col giornale.

Viene a vederci un’amica della mamma che ritorna da un Congresso internazionale femminista tenutosi la settimana scorsa a Roma. 500 partecipanti, organizzazione perfetta, alberghi a tariffa ridotta, ricevimenti sontuosi, escursioni meravigliose, ecc. ecc. Il Congresso doveva finire con un discorso di Bai. L’antivigilia della chiusura, le congressiste furono prevenute che per assistere alla seduta finale dovevano passare al segretariato coi relativi passaporti, ritirare una tessera speciale colla quale presentarsi all’ultima seduta del Congresso.

Le congressiste si precipitano al segretariato, la maggior parte conquista la tessera e il domani si presentano come è nel programma prima delle nove [p. 147 modifica]antimeridiane. Nuovo esame individuale, dopo di che le signore sono pregate di restare ciascuna silenziosa e immobile al proprio posto. Le 500 signore si siedono e aspettano, aspettano... E’ difficile di tenere immobili e silenziose 500 signore per un tempo indeterminato. Dopo mezz’ora qualche signora comincia ad agitarsi, a bisbigliare con la vicina. A un tratto una signora che aveva una borsa rossa si alza con l’intenzione di andare a sedersi qualche fila più sotto dove aveva scorto un’amica. A questa vista è dato l’allarme, centinaia di camicie nere si precipitano nella sala: prendono di peso la signora che ha avuto la malaugurata idea di spostarsi e la portano in guardina. Tutte le signore presenti sono invitate a aprire le loro borse e restare immobili al loro posto per subire una minuziosa perquisizione. Qualcuna, giudicata sospetta, è invitata a uscire dalla sala. Segue un’altra mezz’ora di attesa silenziosa. Dopo di che un ministro arriva, previene le congressiste che all’ultimo [p. 148 modifica]momento Bai indisposto l’ha pregato di sostituirlo ecc.

Se le congressiste, tornate all’albergo, avessero letto nei giornali, delle satire contro le precauzioni prese per proteggere questo invitto eroe, che tremava davanti a una borsa rossa, esse sarebbero tornate ai loro paesi indignate contro il balismo e i suoi costumi, ma siccome all’uscita del Congresso esse avevano trovato invece dei giornali indignati contro la signora dalla borsa rossa, esse si sdegnarono alla loro volta contro la signora. L’amica della mamma, avvocatessa intelligente, trovava essa pure che la signora aveva avuto tutti i torti.


12 Agosto.

L’autore di un articoletto sulla «Rivolta del figlio» ci fa sapere che l’articoletto gli ha valso un esemplare del giornale con frasi indignate scritte a lapis rosso da Bai e capo del balismo in persona. [p. 149 modifica]

XIII



23 Agosto.

Il brigadiere di Strada a cui siamo tenuti di comunicare nome, cognome e posizione di ciascuno dei nostri ospiti, ci fa sapere che «se non ricevessimo tanti forestieri la sorveglianza ci sarebbe tolta». Falso! Il via vai di amici stranieri che vengono all’Ulivello, non solo ci toglie dall’isolamento in cui saremmo, ma è la sola arma che abbiamo nelle mani contro il governo. Se non ci perseguitano di più è perchè abbiamo queste visite.

Tutte le situazioni sono sopportabili se se ne vede la transitorietà, tutte le sofferenze sono sopportabili se se ne vede la ragione. Ma noi non possiamo prevedere quando questa situazione avrà fine, e non vediamo al nostro soffrire alcuna ragione. Comincio a credere che felici sono gli uomini i quali hanno a lottare solo contro il fato non contro gli uomini. [p. 150 modifica]27 Agosto.

Leggo nel «Nuovo Giornale» di Firenze:

«Come già sapete giorni or sono era stato arrestato a Milano Umberto Poggi sotto l’accusa di non aver obbedito alla ingiunzione di questa Questura di raggiungere subito Genova. Oggi egli è comparso dinanzi al Pretore che lo ha condannato a 25 giorni di arresto. Il Poggi ha detto che egli non si era recato a Genova per paura di «cattivi incontri». E’ stato provveduto per la sua traduzione nella nostra città».

E’ ufficiale dunque che anche i fasci e la Questura possono mandar via da una città, dall’impiego, dalla famiglia un disgraziato senza dirgli la ragione di questo castigo. Vero è che ciò si faceva fin dall’inizio del fascismo, ma i Tribunali Speciali erano stati creati per assorbire essi questa funzione. [p. 151 modifica]

Bourrage de cranes.

Dal giornale «L’Idea Fascista» di Salerno:

I dati dell’Unità Rivoluzionaria


«La Rivoluzione fascista si differenzia da tutte quelle che l’hanno preceduta nella storia della civiltà per una caratteristica essenzialmente latina e italiana: l’originalità.

«Essa è stata infatti: disciplinata, gerarchica, generosa, onesta; e sopratutto meditata e gradualista tant’è vero che solamente adesso a distanza di cinque anni dal suo inizio, se ne comprendono con certezza gli scopi definitivi.

«... Ma l’unità è essenzialmente politica e si costituisce nel nome della fede fascista, cioè nel partito il quale è la forza che rende possibile la collaborazione materiale di tutte le categorie giuridicamente organizzate, essendo esso il fulcro su cui appoggia la nuova organizzazione della società italiana». [p. 152 modifica]

settembre - ottobre

1° Settembre.

La mamma torna oggi da Torino dove ha dovuto precipitarsi a causa dell’amministrazione della sua famosa casa. Aveva ricevuto da un pretore di Torino un’intimazione ben stramba. Essa avrebbe dovuto restituire 500 lire a un tizio che non aveva mai visto nè conosciuto. La chiave dell’enigma? Due anni or sono Teresa era riuscita con prodigi di abilità e di tenacia a ottenere lo sfratto di due signorine che occupavano da sei anni un alloggetto (il più bello) della casa della mamma e da due anni non pagavano il fitto (una era l’amante di un gerarca). Le signorine non erano ancora partite, che già una lunga fila di aspiranti si presentavano a Teresa per ottenere — quando lo sfratto sarebbe stato eseguito — la concessione di questo alloggio... La scelta della Teresa era caduta su un provinciale che da due anni aveva aperto un negozio a Torino e non aveva ancora potuto trovare un [p. 153 modifica]alloggio dove allogare la famiglia. Questo negoziante aveva messo un avviso sul giornale dichiarandosi disposto a dare una forte mancia a chi gli trovasse questo alloggetto. Un sensale che aveva letto l’avviso si era presentato a Teresa e le aveva promesso 500 lire se accettava il negoziante come inquilino... Informatasi e saputo che l’inquilino era buono dal punto di vista morale (era legalmente sposato con due figli) e solvibile dal punto di vista finanziario, Teresa aveva accettato il contratto, prese le 500 lire e concesso l’alloggio. Date le pene e i rischi a cui si era sottoposta per ottenere questo sfratto essa aveva trovato giusto che chi ne usufruisse le desse qualcosa.

Ora, nelle leggi decretate a luglio contro i padroni di casa ce n’era una per la quale i padroni di casa che avessero preso mance per locare i loro alloggi dalla fine della guerra in poi erano tenuti a restituirle coi relativi interessi. Siccome l’inquilino, un buon diavolo, sapeva che Teresa non era la proprietaria, non si era [p. 154 modifica]sognato, alla pubblicazione della legge, di reclamare niente, ma ci pensò il sensale (?) o un avvocato (?). L’uno o l’altro o tutti e due avevano persuaso il locatario a far causa non a Teresa, ma alla mamma — poiché la mamma era antifascista, e ricca (?) nessun dubbio che il Pretore avrebbe accettata la tesi dell’avvocato — la quale avrebbe preso quella mancia!(notare che in quel periodo la mamma non era mai stata a Torino!).

La mamma è ritornata senza aver potuto concludere nulla. Da un lato l’avvocato nostro la consigliava di cedere, poiché l’inquilino, egli diceva, avrebbe trovato quanti testimoni voleva a giurare il falso e quanti pretori voleva pronti a dargli ragione. D’altra parte Teresa minacciava di suicidarsi o di ammazzare l’inquilino e l’avvocato se mamma cedeva. «L’inquilino non aveva mai visto la mamma, non poteva giurare di averle dato i denari; e se il governo non voleva si prendessero mance per cedere un alloggio, non doveva essere permesso [p. 155 modifica]pubblicamente ai sensali di offrirle nelle quarte pagine dei giornali. Non si può condannare uno per un’azione che era permessa quando fu fatta». L’idea della retroattività delle leggi è troppo assurda perchè un’ingenua popolana possa credere una simile ingiunzione possibile.

Mamma ha deciso di vendere la casa. Impossibile di togliere l’amministrazione a Teresa, impossibile di far capire a una popolana che ha un’idea troppo giusta della giustizia che il governo può proteggere i testimoni falsi e condannare gli onesti; può fare delle leggi ingiuste e imporre di rispettarle anche retroattivamente e che i signori devono piegarsi a queste ingiunzioni.


10 Settembre.

Viene un Commissario prefettizio. Ci porta una assicurata della «Dépèche» aperta, con nome, cognome e verbale dei testimoni che avevano presenziato all’atto di apertura dell’assicurata. Papà [p. 156 modifica]protesta. Dichiara che farà protestare presso il procuratore del Re: «segreto postale, ecc.». Vuol far causa alla Questura. Il Questore prega il nostro avvocato di desistere: «Che vuole? Son tutti matti. Ci era stato affermato che la lettera conteneva le fila di un complotto contro il capo del governo». (Essa conteneva una semplice banconota da 500 franchi). E’ la quarta volta che fermano le lettere della «Dépêche»! C’è buon senso a immaginare che noi organizziamo complotti, e che li organizziamo con lettere intestate a un grande giornale, con una busta chiusa con cinque timbri di ceralacca e assicurata?

Il «buon senso» dovrebbe essere di nuovo considerato con più rispetto. Il buon senso è la sola qualità forse che sia necessaria a tutti gli uomini. Per l’artista «buon senso» vuol dire «senso artistico », quell’attitudine cioè a capire fino dove si può arrivare, e a che cosa bisogna rinunciare; per l’uomo politico vuol dire «senso politico», cioè quell’attitudine a [p. 157 modifica]capire su quali elementi si può realmente contare e come si distingue il possibile dall’impossibile, il sogno dalla realtà, il presente dal passato; per l’uomo normale vuol dire «senso pratico», e cioè l’attitudine a capire con quali mezzi si risolvono i piccoli problemi che ad ogni persona cadono in sorte, in qual misura valga la pena di risolverli o di patirli, fino a che punto si debba concedere al piacere o al dovere, con quanti sacrifici si debba pagare una gioia.

E in verità, chi manca di «buon senso », non è, come si crede per un vecchio equivoco, l’artista (che non manca di buon senso, ma ha un «buon senso» diverso da quello dell’uomo politico o dell’uomo pratico) ma più spesso il «borghese», e cioè l’uomo che non ragiona con la sua testa. Quando il borghese applaude una brutta commedia, solo perchè è stata scritta da un autore celebre, manca di «buon senso»; quando il borghese applaude a una politica nazionalista per l’illusione che ingrandendo in centimetri [p. 158 modifica]quadrati il suo paese, qualche cosa ne verrà anche a lui in grandezza, manca di «buon senso»; e quando si dispera per davvero e protesta e si dimena e fa una scena alla moglie, perchè la minestra sa di bruciato, manca di «buon senso» perchè non sa inquadrare quel suo guaio nell’universo e metterlo in scala. Perchè, ad ogni persona, dal punto di vista personale, «buon senso» vuol dire «attitudine a giudicare delle cose proporzionalmente l’una all’altra, e questa è in verità la qualità più filosofica che sia concessa all’uomo.

Come può il borghese conservare il suo «buon senso» che è giudizio personale, quando il «ragionar con la propria testa» diventa il peggiore dei delitti?


Seccature e sciagure.

Vado facendo l’esperienza, in mezzo a tutti i guai che ci bersagliano che il dolore è in ragione della capacità di soffrire, non della grandezza della sventura che ci [p. 159 modifica]colpisce. Cinquanta piccole seccature possono essere più insopportabili che una vera sciagura. Quelle che ci stanno capitando sono delle più o meno grandi seccature, ma Papà ne è soprafatto...


Rimbecillimento forzato.

Inchiesta Mondadori ai letterati italiani.

Alcune fra le domande:

«Fra due artisti in lite per questioni private, quale forma di duello reputereste più opportuno, in relazione alla loro arte?».

«Come definireste l’eleganza e l’uomo elegante?».

«Qual’è la bestia che preferite, e perchè?».

«Credete che la moda dei capelli corti influisca sul temperamento della donna?».

«Siete o no dell’opinione di abolire il collo inamidato?

«Siete appassionati per il gioco? Quale?». [p. 160 modifica]

«Sapete darci una sintetica definizione del poker o del whist, ecc.?».

«Siete per il Lei, per il Voi, o per il Tu?».

«Come vestireste dieci personalità viventi del mondo letterario?».

Anno di grazia 1927.



18 Ottobre.

C’è stato il 10 ottobre un Congresso di Storia a cui papà era stato invitato.

Con questo pretesto papà aveva chiesto in agosto ancora i passaporti. (Era sicuro dì non averli, ma Lutoslawski, forte della sua esperienza con la Russia, aveva consigliato di non stancarci, di mettere le autorità nella necessità di negare pubblicamente e ripetutamente quello che negavano tacitamente). Ai primi di settembre era venuto da noi il capo gabinetto del Questore, per comunicarci che «non potevano concederci i passaporti». Ieri il Figaro pubblicava il seguente comunicato dell’Ambasciata di Parigi: [p. 161 modifica]

«Alcuni giornali danno notizia che Guglielmo Ferrerò non può prendere parte al Congresso di Storia di... perchè gli sono stati negati i passaporti. La notizia è falsa: Ferrerò ha i passaporti, e se non è andato a quel Congresso è perchè non desidera prendervi parte».

Firmato: l’Ambasciata di Parigi.


Papà risponde con una lettera al Figaro:

«Come il più antico redattore, credo, vivente del Figaro; mi rivolgo a lei, signor Direttore, pregandola di smentire la smentita dell’Ambasciata. Io non ho preso parte al Congresso perchè non avevo i passaporti...».


20 Ottobre.

Il Figaro non ha ancora pubblicato e certo non pubblicherà mai la risposta di papà. L’Ambasciata è riuscita probabilmente a persuadere questo, che è uno dei giornali in cui papà scrive da trent’anni, [p. 162 modifica]a violare la legge francese sulla stampa a danno di papà.

Papà è molto nervoso. Non vuol rompere col Figaro. E poi, l’incertezza delle risonanze lo angoscia. Qui siamo in un mondo in cui ogni passo può avere delle conseguenze inevitabili. Non si può far nessun calcolo. Ma io e la mamma siamo per natura più imprudenti e impulsivi, spingiamo papà invece di frenarlo, e questo lo irrita. Gli uomini concepiscono la famiglia come un freno, non come uno sprone — esigono dalla famiglia di essere trattenuti. Ma probabilmente ha ragione lui. In ogni modo capisco il suo disorientamento: papà è vissuto cinquant’anni in un mondo regolare e senza misteri per lui, in cui poteva misurare, fin da prima, il valore di ogni suo gesto. Ora si trova tra i pazzi, e la sua saggezza e come uno strumento che non serve più, una chiave, quando è stata cambiata la serratura. Avrebbe voglia di non pensar troppo a tutte queste miserie! [p. 163 modifica]24 Ottobre.

Due mesi fa la mamma ricevette una lettera dal dottor Bonansea, un discepolo del nonno, da vent’anni stabilitosi nel Messico. Ardente patriota, il dottor Bonansea aveva continuato a mandare dalla sua nuova patria delle magnifiche raccolte di animali, piante, ossa, scheletri, a parecchi musei botanici, naturalistici, antropologi di Torino e Milano. In Messico aveva fondato una Società di studi antropologici intitolata a Lombroso. Nazionalista di buona lega, era stato tra i primi fascisti in Messico, si era occupato molto degli immigrati italiani e prevedendo rivoluzioni, aveva scritto e riscritto a Roma sconsigliando di incanalare gli emigranti nel Messico... i fatti gli avevano dato ragione. Ritornato in Italia un anno fa per vedere la madre, credeva di essere accolto come un profeta, invece era stato accolto come un nemico e gli era stato immediatamente tolto il passaporto. Grida, traffica, mette in moto tutte le notabilità che conosce, finalmente uno [p. 164 modifica]zio vescovo riesce a strappare il passaporto. Felice, scrive alla mamma una lettera di sfogo: «Ah, finalmente me ne vado, cara signora, porto meco un testamento che se avessi da morire in mare, mi buttino in pasto ai pesci, perchè preferisco i pesci di mare ai pesci di terra ed in Italia neppure morto ci voglio tornare». E giù di questo passo. Che imprudente!

Vediamo B. ieri. Ci racconta la fine dell’episodio. Partita questa lettera egli era stato chiamato in Questura.

«E’ lei che ha scritto questa lettera?» — e gliela leggono.

«Sissignori, sono io».

«Come e perchè ha scritto alla signora Ferrerò Lombroso?».

«Perchè sono un galantuomo, perchè la signora Ferrerò Lombroso onora l’Italia coi suoi scritti e con la nobiltà del suo animo. Dal Messico ho mandato molte collezioni in Italia. Quando sono tornato in Italia tutti mi hanno voltato le spalle, solo la signora Ferrerò Lombroso mi ha aiutato. Del resto, che lo vogliate sapere o no, [p. 165 modifica]Guglielmo Ferrero e Gina Lombroso sono i soli Italiani viventi conosciuti all’estero. In Messico i grandi uomini che voi venerate non li conosce nessuno. Parlate laggiù invece di Guglielmo Ferrerò e di Cesare Lombroso, di Gina Lombroso e tutti vi faranno di cappello. E se anche doveste fucilarmi, lo griderei sui tetti che in Messico il più ribaldo dei capi si vergognerebbe delle gesuiterie che si fanno qui. E se non mi volete, perchè tante storie per lasciarmi partire?». E così di seguito.

Il Questore lo prende per matto, lo lascia libero e riferisce al Prefetto. Il Prefetto lo manda a chiamare e Bonansea gli ripete gli stessi discorsi. Il dottore è ricondotto alla porta con tanto di riverenze da parte dei servi sbalorditi di aver sentito qualcuno parlar così forte in Prefettura. «Se uno osa parlar forte, vuol dire che è forte». Non è detto però che sempre chi parla forte in regime fascista ha ragione. Non c’è possibilità di stabilire regole. Oggi è la forza, domani è la debolezza.

Da Roma R. fa sapere alla mamma che [p. 166 modifica]è stato chiamato in Questura a rispondere del reato di averle scritto una lettera assolutamente innocente di commento alla «Anima della Donna». R. se l’è cavata dicendo che la sorella lo aveva incaricato di tale lettera.

Nella «Nazione» di Firenze:

«Risulta che è in corso l’istruttoria contro il giornalista Arnaldo Pavone, ex direttore del «Risorgimento» accusato di aver avuto rapporto durante alcuni viaggi da lui fatti a Parigi coi fuorusciti colà residenti. Il dottor Pavone detenuto nel carcere di Regina Coeli dovrebbe tra breve essere giudicato dal Tribunale Speciale».

Dei semplici rapporti con amici lontani, vi possono mandar a confino per cinque anni!


25 Ottobre.

Eravamo stati invitati un mese fa a colazione dalla contessa della Cerda. La vediamo ieri, ci racconta che poche ore dopo [p. 167 modifica]che noi avevamo lasciato la sua casa, due agenti si erano presentati alla domestica (la padrona era assente) e le avevano ingiunto di riferire i discorsi che noi avevamo tenuti a tavola con la padrona. Spavento della domestica: «gli ospiti della contessa parlano sempre in francese e lei non capisce». «Dia almeno nomi e indirizzi ». La cameriera non li sa. Breve, gli agenti si contentano di copiare il nome degli amici scritti nella rubrica del telefono; ma prima di partire minacciano la cameriera di ammazzarla (la mano nera) se riferisce alla padrona la loro venuta.

La cameriera non volendo tacere e avendo paura di parlare si licenzia, ma prima di partire, riferisce la cosa alla padrona.

La contessa dopo la colazione era stata chiamata in Questura, dove le avevano chiesto come e perchè ci aveva invitati. Alla contessa non avevano fatto minacce.

In fondo agli amici che coraggiosamente han seguitato a venirci a vedere, che ci hanno accolto ancora in casa loro, non è [p. 168 modifica]successo assolutamente nulla. Alcune intimidazioni dapprima e poi più niente. Il giuoco dei fascisti è quello di «far paura».Se il fascismo avesse incontrato una certa resistenza all’interno o all’estero, si sarebbe dissolto ormai da un pezzo. Ma per opporsi a un regime illegittimo bisogna avere dei principi, aver coscienza dei propri doveri e di quelli altrui, e soprattutto di aver fede in questi principi. Quello che ha permesso al fascismo di divampare in Italia e attraverso il mondo è che la gente manca di fede anche nei principi che proclama più sacri.


28 Ottobre.

Oggi alle quattro dopopranzo, eravamo tutti in tinaia a veder bollire il vino, arriva Lidia tutta affannata. Il solito Carlo K., (che voleva ammazzarsi o ammazzare il duce o andare in Francia e che poi era stato assunto dalla Questura), era andato a cercarla e le aveva confidato spaventatissimo [p. 169 modifica]che, sbirciando nei libri della Questura, aveva potuto sorprendere un ordine venuto da Roma che ingiungeva di fare il giorno dei Morti una perquisizione all’Ulivello, e di prendere poi pretesto per mandare Ferrerò al confino. (A Roma, egli soggiungeva, erano indignatissimi che noi avessimo continuato ad avere ospiti stranieri, e avevano concluso che ad eliminarli non restava che il confino). Se Lidia avesse voluto, con 100 o 200 lire, avrebbe potuto ottenere da un suo amico che copiasse il resto. Povera Lidia, spaventata aveva fatto a piedi sei chilometri per venirci a riferire!

Papà rifiuta netto netto di aver copia degli ordini. «Corruzioni? Abuso di funzionari. Niente, niente. Quanto alla perquisizione, vengano e si servano» .


29 Ottobre.

Altra nottata come quella del dicembre passato.

Siamo stati su fino alle due di notte a rivedere e eliminare le carte, i libri, i [p. 170 modifica]giornali che fossero compromettenti che avevamo in casa (non c’era in verità gran cosa). Al mattino papà rifiuta netto di andare a Roma. Parte la mamma.


XIV


1° Novembre.

La mamma è ritornata. Ha parlato a Roma con parecchi amici che l’hanno rassicurata. Il racconto di Carlo è per loro una invenzione della Questura di Firenze, che cerca di dissuaderci dall’invitare amici stranieri (questi nostri ospiti, evidentemente sono noiosissimi testimoni). Forse anche la Questura vorrebbe allontanarci dalla campagna ove è molto difficile sorvegliarci. D’altra parte sono state fatte anche a Roma questa settimana centinaia di perquisizioni non seguite da arresti. All’on. R. hanno portato via carri di carte, che restituirono due giorni dopo. Anzi, fra le carte c’era tutto un carteggio della [p. 171 modifica]figlia dell’onorevole col suo fidanzato. Le lettere sono state restituite legate con un nastrino rosa e accompagnate da un biglietto di auguri.


4 Novembre.

Non è successo niente, nessuno è venuto a molestarci.


10 Novembre.

Cominciano a venire i resoconti del processo di Carlo Rosselli e Parri che avevano organizzato la fuga di Turati.

Pare che sia stato magnifico. E’ stato il primo processo a cui tutta la popolazione ha preso parte. L’hanno dovuto fare alle Assise perchè il Tribunale non conteneva tutto il popolo. Il proprietario del carrozzone delle prigioni ha voluto condurlo sempre lui, come omaggio e ha messo dentro i cuscini di velluto rosso, dicendo che Carlo etc. «non erano [p. 172 modifica]davvero delinquenti, e che glielo voleva far sentire». Le donne hanno coperto il carrozzone di fiori, e baciavano le mani di Marion Rosselli per la strada. Il popolo aveva deciso di dar d’assalto alle prigioni, se la sentenza fosse stata sfavorevole. I giudici hanno deliberato quattro ore in camera di Consiglio, fino alle dieci di sera. Dopo tante e tante ore di processo, nessuno del pubblico si è mosso. E appena pronunciata la sentenza (erano pallidi e pare che uno sia svenuto) il popolo ha fatto una immensa ovazione alla magistratura italiana. E sono corsi tutti a dar la notizia a quelli che aspettavano in piazza, perchè nella sala non ci capivano, e via via nei corridoi e nelle sale. Allora tutto il popolo, che gridava e applaudiva, e hanno voluto fare una dimostrazione agli imputati, e hanno cominciato ad aspettare che uscissero, una, due, tre ore.

Dopo la mezzanotte li hanno fatti uscire da una porticina laterale e hanno rispedito il carrozzone vuoto, sotto la scorta dei carabinieri e non dei militi. Allora il [p. 173 modifica]popolo ha capito il trucco e ha fatto una dimostrazione alla carrozza, gridando: «Viva Rosselli! Viva Parri! Viva l’esercito italiano!» (per i carabinieri). Dice che un avvocato fascista (quello di spirito) ha detto: «Dieci processi come questi e salta il regime».

R. dice che la difesa è stata come un’orchestra diretta dall’avvocato Erizzo. Che il discorso di Erizzo è stato così bello che tutti piangevano.

Una battuta dell’avv. Pellegrini: «Si, si può sostenere che non c’era necessità di far scappare Turati, infatti i suoi amici avrebbero potuto dirgli, quello che diceva, dall’alto di un palmizio, su cui si era arrampicato, un missionario, al suo compagno, che i selvaggi stavano mettendo allo spiedo: consolati, fratello, sono gli usi del paese!».

Il finale del processo è stato questo. In un grande silenzio, Parri, con la voce un pò tremante, ha detto: «Sono stato proposto per la medaglia d’oro al valore; [p. 174 modifica]vorreiche mi fosse concessa per gettarla sul muso al regime».

Uno dei giudici ha detto, a voce alta: «Ma questi non sono due imputati, sono due eroi!».

Il Prefetto proibì subito ai giornalisti di segnare gli applausi, e impose loro di far dei sunti cortissimi.

Nella «Nazione» per esempio, era saltata tutta la deposizione del Commissario Bucarelli.

L’avvocato Erizzo, parlando di lui, disse: «E che dire di questa sconcia figura?...». Il Presidente lo interruppe dicendo: «Non insulti i testimoni». L’avvocato continuò: «Insultarli? Ma no, signor Presidente. Le dimostrerò che il solo aggettivo adatto per un uomo come il commissario B. è «sconcio». Come non si può chiamar sconcio un uomo che etc. etc.» (sempre con voce calma). E poi finì: «Sono sicuro che anche lei, signor Presidente, pensa in fondo al cuore di non dover mai dipendere un giorno da un « [p. 175 modifica]testimonio come il Commissario Bucarelli!».

Chi brillò inaspettatamente è stato l’avv. Luzzato, di Savona, che cominciò parlando molto male della legge che... della legge che... A un certo momento lo interruppe il P. M., dicendo: «Ma lei dimentica che io sono il rappresentante della legge». «Io non dimentico niente — rispose l’avvocato — dicevo appunto che lei non ci fa una bella figura a rappresentarla quella legge».

E poi: «Il commissario B. dice che in verità l’on Turati non correva nessun pericolo reale — (pausa). — L’ammiraglio di Coligny, che si era rifugiato sul tetto in camicia s’è sentito rispondere la stessa cosa dai commissari dell’epoca, che trovavano molto ridicolo un ammiraglio in camicia sul tetto. Eppure un anno dopo la testa dell’ammiraglio girava alla punta di una picca (sic)», E poi: «L’on. Bal. Ha detto che 100.000 giovani sono pronti a difenderlo. E’ un fenomeno di seduzione, come le [p. 176 modifica]donne. L’on. Turati ne ha trovato solo due — (pausa) — E’ più vecchio.

Poi concluse con l’arringa cambiando tono e dicendo come per la prima volta sentisse l’onore di vestire quella toga e come quello fosse il grande avvenimento della sua vita dopo che aveva difeso tante cause inutili.

Erizzo cominciò il giorno dopo così: «Ha fatto male, l’avv. Luzzato, a dire le cose che ha detto, e ha fatto bene il Presidente del Tribunale a riprenderlo. (Il Presidente si riaggiusta la toga). In verità, quelle cose non si dicono, — (pausa) — si pensano. — (Pausa lunga). — Anche il Presidente le pensa, ma non le dice. — (Pausa più lunga). — Tutti le pensano (urlando) ma nessuno le dice».

Pare che quando il Parri disse la frase della medaglia d’oro, una voce gridò dal pubblico: «Bravo!». Il- Presidente, severo, chiese: «Chi ha gridato bravo?». Allora si avanzò un vecchio signore: «Sono suo padre» disse. [p. 177 modifica]20 Novembre.

Per la commedia (dramma).

V. Scena dei poliziotti.

Fare una scena, in cui c’è uno che passeggia sempre con due lettere, una del tiranno, l’altra dell’anti-tiranno, e le fa vedere volta a volta ai tirannisti e agli altri. Ma una volta si sbaglia e fa il rovescio.

Forse si potrà aggiungere che Tanti, sapendolo improvvisamente nelle buone grazie del tiranno, lo prenda sotto il braccio e e gli chieda una raccomandazione.

Gli uomini più sono mediocri, meno sono sensibili alle qualità individuali degli altri, e più raggruppano gli estranei in categorie larghe: religione, razza, nazione. I nazionalismi, gli esclusivismi sono in genere semplici salvaguardie a protezione dei mediocri.

Per la commedia (dramma). [p. 178 modifica]26 Novembre.

La signora X ha dato un ricevimento in onore della mia laurea. Parecchia gente. Si parla del più e del meno. E mi racconta che aveva fissato una nurse in Svizzera per il suo bambino. Le aveva scritto una lettera nella quale faceva le sue condizioni: tanto al mese per sei mesi, tanto per il viaggio in terza classe da Ginevra a Domodossola, tanto per il viaggio in seconda classe da Domodossola a Firenze, perchè le terze italiane sono sudicie, ecc. ecc. La signora è chiamata dalla polizia: «Lei ha scritto questa lettera?» e gliene danno copia. «Un italiano dovrebbe sapere che certe cose sono offese contro la patria. Le terze italiane non sono sporche. Sa lei che potremmo per quelle parole mandarla al confino? Ma visto che suo marito è un buon fascista, ci contentiamo, ecc. ecc.».

La signora B. che sente il fatterello, ne racconta uno più salace ancora di cui era [p. 179 modifica]stato testimone il marito. Erano quattro viaggiatori nel treno che veniva da Milano a Firenze. Un viaggiatore racconta che è fidanzato e che è aspettato a Bologna per un ricevimento dai parenti della fidanzata. Un secondo parla dei figli. A Bologna il fidanzato, prima di scendere, dà il biglietto di visita all’altro: «Signor Tale, piazza del Governo Provvisorio, Milano». «Questo è un biglietto di una congiura» dice il secondo signore. «Ma le pare — protesta il primo — io abito a Milano a questo indirizzo». Le proteste non valsero a nulla e il povero fidanzato dovette a Bologna seguire il secondo signore in guardina.

Una terza signora interviene e racconta una storia ancora più divertente. Da qualche settimana hanno ordinato ai panettieri di mettere una certa quantità di crusca nella farina. Tutti ne soffrono, Balboni, fornaio chic della città, ha ottenuto il permesso di fare il pane di piena farina per gli Inglesi e gli Americani. L’altro giorno [p. 180 modifica]miss Smith riceve la sua solita razione di pane e trova che non è buono. Telefona al Balboni, lagnandosene. «Lei si è sbagliato, mi ha mandato il pane del governo ». Balboni si scusa, le manderà il pane speciale. Cinque minuti dopo arrivano dalla signora Smith due figuri in camicia nera e domandano di lei.

«La signora è nel bagno».

«Esca subito».

La signora Smith esce dal bagno molto seccata.

«Lei ha telefonato a Balboni dicendo che il pane della città è pessimo».

«E’ la verità».

«Questo si chiama disonorare il paese. Noi potremmo mandarla a confino».

«Per fortuna mia — scoppia miss Smith che è assai collerica — sono americana. Se mi fanno delle storie, riparto domani per New York». Pianta in asso le camicie nere e ritorna nel bagno.

Naturalmente non le è stato torto un capello. [p. 181 modifica]

XV


30 Novembre.

E’ venuto il capo gabinetto del Prefetto per i nostri passaporti (della Nina e mio). Siccome per chiedere un passaporto bisogna addurre una ragione, consigliati dal Questore stesso, avevamo addotto: la Nina «per ragioni di studio», e io «per ragioni professionali» volendo i Pitoeff a Parigi e Osterva a Wilno, dar le mie «Campagne senza Madonna». Il capo di gabinetto riferisce che i messi speciali dell’Ambasciatore di Parigi e di Varsavia hanno interrogato rispettivamente i Pitoeff a Parigi e Osterva a Wilno sulla necessità che io presenziassi la rappresentazione della mia commedia. Le risposte non erano abbastanza nette. Da Roma si chiedevano ulteriori spiegazioni in proposito.

Papà ha cominciato a urlare: «La rappresentazione è un pretesto. La verità è che io voglio che i miei figli vadano all’ [p. 182 modifica]estero per non assistere all’obbrobrio con cui il governo attuale tratta me e con me tutti gli Italiani onesti e intelligenti. Io voglio che vadano all’estero per non diventare imbecilli come voi volete ridurre tutti gli Italiani. E’ forse abolita l’autorità paterna? Dica al suo capo che sono io che voglio che i miei figli vadano all’estero e che con passaporto o senza andrannno» 1

«Caro Nello,

«Se non ti ho più scritto per tanto tempo e proprio perchè non m’è riuscito di scovare un minuto di tempo in cui la mia testa non fosse «en capitolade». Figurati che ho stabilito il 17 agosto di fare una tesi qualunque per l’Università, e che il 10 ottobre ne presentavo una ben [p. 183 modifica]dattilografata e «eruditissima» (!) al segretario, nientemeno che su «Leonardo e il concetto d’opera d’arte» (3000 volumi di bibliografia)2. Aspettando dunque di diventare, tra la meraviglia dei miei amici, che non ci credevano più, dottore, ti scrivo. E ti dico subito con quanta commozione abbiamo seguito le vostre vicende.

«Io ho scritto, oltre la tesi, e precisamente stamane, nientemeno che una poesia «All’Italia». E sto componendo un programma per Solaria, che dovrà essere quest’altr’anno più seria e grande. A proposito: avevamo abbonato Carlo a Ustica. La riceverai tu. Ti divertirai forse a leggere una mia commemorazione di.....

«Ma questi sono tutti cataloghi. Io odio le lettere cataloghi, ma come si fa?

«Certo quando scrivo a te, a Ustica, mi vien fatto di pensare a molte cose. L’altro giorno un Francese mi parlava con serietà del pericolo del comunismo in Francia: io [p. 184 modifica]mi sono messo a ridere. Questo ridere è nostro, Nello. Abbiamo acquistato un’incredibile esperienza politica in questi anni. E’ buffo, non ce ne rendiamo ancora conto. Quante cose abbiamo visto, ben chiare, ben dimostrate, nelle viscere! Questo periodo, che magnifico campo sperimentale è stato per noi. Perchè tutto quello che una volta si diceva «chi sa, forse, bisognerebbe vedere» si è visto. Ma tutto — in politica, in economia» in agricoltura, in istruzione pubblica. Chi ha mai visto così giovane, delle lezioni così violente e rigorose di saggezza? E poi, quante piccole facciate rovesciate: non so se hai visto che alcuni giornali cominciano a dire che, salvo una, il diritto di critica deve essere un po’ riammesso. E’ interessante. Una volta c’era un monopolio letterario recto da cinque o sei critici,- sette od otto scrittori, e qualche direttore di giornale o editore, che funzionava benissimo, perchè il pubblico non lo sapeva. Si elogiavano gli uni e gli altri e il pubblico ammirava dunque tutti. Ma ora il monopolio è stato smascherato [p. 185 modifica]dal rigore con cui è stato applicato. Queste cose van fatte con garbo. E i giornali domandano che venga di nuovo un po’ nascosto, con qualche apparenza di critica, ma non è più possibile. Siamo finalmente liberi! Che illuminazione retrospettiva di vita italiana!

«Mi sono messo a studiare anch’io: filosofia e scienza. Mi sono letto La critica del giudizio di Kant. E’ l’ultimo volume: bisogna cominciare dall’ultimo e andare indietro. Ho visto che è il miglior sistema.

«Ma dimmi tu, di te, Nello. Mi secca di raccontarti continuamente i miei fatti personali. Non so chi ha detto che l’amicizia è proprio questo, ma io vorrei che fosse qualche cosa di meglio! Dammi tu della materia tua. A Ustica ne troverai, no?

«Se c’è Maria con te salutala tanto. Tutti qui vi ricordano continuamente e vi salutano.

«Ti abbraccio.

Leo.

[p. 186 modifica]

PER LA COMMEDIA (DRAMMA)


«Figurati: ha detto in pubblico questo e questo».

«Che c’è di male? Sono cose vere».

«Dir le cose vere! Questo non è patriottismo!».

Cominciare con la rappresentazione di un paese in cui tutti siano sottosopra perchè il Padrone vuol venire a prendere la più bella ragazza del luogo. E’ stato indetto un meeting di protesta — a cui nessuno va. — Passano dei gruppi. Far vedere le varie maschere.

Arriva «l’uomo che resiste». Nessuno lo conosce. «Mai visto!».

La lotta fra l’Uomo e il Padrone deve essere il centro del secondo atto. Tanto l’uno che l’altro devono scendere in campo, come per un duello, con dietro un certo numero di fedeli. Lì avverrà la discussione sul dovere di resistere a chi trasgredisce la legge. E poi seguirà un giuoco di [p. 187 modifica]reciproche intimidazioni. I fedeli del Padrone diranno: «Se ha tanto coraggio vuol dire che conta su delle forze serie». I fedeli dell’Uomo diranno: «E’ matto, ci sta rovinando». I fedeli del tiranno: «Parlano, protestano, ci stanno attaccando, tutto il popolo è in rivolta». I fedeli dell’Uomo concluderanno: «E’ tempo di darcela a gambe». Ma i fedeli del Padrone, spaventatissimi da quell’animazione avversaria, scapperanno prima.

Per il III atto. Fare una scena in cui si vede la ragazza che è stata liberata confidare all’Uomo, come in fondo, non fosse mica scontenta che il Padrone le facesse la corte.

Il finale è così: il popolo si rivolta contro l’Uomo. A un certo momento uno spara una pistolettata. L’Uomo fa un piccolo discorso, e muore. Allora il popolo si commuove e lo... riabilita e quello che lo aveva ammazzato, uno scultore, domanda che gli venga data la commissione [p. 188 modifica]per fargli un monumento (l’aveva ammazzato per quello).

Per la commedia italiana.

Fare degli intermezzi coi commenti della situazione, fatti dagli stranieri.

Mettere la scena in cui due persone parlano contro, ma appena discutono tre, parlano prò. Ma forse questa si può mettere nel I atto.


20 Dicembre.

Sono alle prese con un sentimento che è allo stesso tempo inebriante e doloroso, il sentimento di una mia intima potenza, che non si può espandere, per la tristezza delle circostanze esteriori. Mi sento diventare intelligente e sempre più creatore, il pensiero, quando mi passa per la testa, non è più vago, ma mi appare concretato in parole, ossia creato.

E la folla di idee che zampilla nel mio spirito continuamente, e sempre con maggiore profondità, mi rivela sempre di più [p. 189 modifica]come i giornali, le riviste, le compagnie mi manchino. Così, quando ho finito con soddisfazione un pezzo del dramma (non posso dire il dramma) provo una specie di misterioso e violento rincrescimento, perchè prevedo già che comincerò a sentire i ceppi, in cui la mia opera è incatenata.

E’ una specie di ebollizione, che mi invade e mi fa battere il sangue, come se ogni minuto di tempo perso mi dovesse costare. Paragono il mio dramma a tanti che sono rappresentati. Sento come pochi si siano resi conto della sua importanza. La vastità stessa del soggetto mi danneggia. Considero certi articoli che potrebbero fare rumore, con una certa malinconia, in quei giornali in cui rimangono seppelliti.


XVI


Roma - 10 Dicembre.

I passaporti non sono venuti, sono venuto a Roma mi sono iscritto alla scuola di Storia dell’Arte di Venturi, ultimo filo [p. 190 modifica]di speranza per trovare un rifugio in Italia...

Venturi è stato di una gentilezza veramente paterna, e sì che non divide le mie idee sull’arte, ma si può discuter con lui di ogni cosa! Ah, quanto sono rari gli uomini con cui si può discutere ancora!


11 Dicembre.

Incontro in un salotto il conte S., un romanziere francese che avevo conosciuto a Parigi. Ha avuto un colloquio col duce. Ne è entusiasta. «Il duce è stato gentilissimo. Gli ha parlato di papà. Gli ha detto il gran conto che ne fa. I passaporti? Ferrerò non avrebbe che da chiederli. La sorveglianza? E’ fatta su sua domanda per difenderlo»! Impossibile persuaderlo che non è vero. «Può mentire un Presidente del Consiglio? Con che scopo? Non sono io che gli ho chiesto di Ferrero».

L’originalità del fascismo sta nelle nuove forme che ha trovato di [p. 191 modifica]intimidazione e di corruzione. Tutti i musicisti, i letterati, gli scienziati stranieri, segnalati dai ministri, consoli, ambasciatori, fasci all’estero, sono invitati personalmente a venire a Roma, a Milano, a Firenze a tenere conferenze, o concerti (c’è in ogni città un’organizzazione apposita). Arrivano, accoglienze principesche, alberghi gratuiti, automobili alla porta, grandi reclames sui giornali, interviste col duce... «Ma siamo intesi, se parlassero male del fascismo essi non potrebbero più mettere piede in Italia, i loro libri non potrebbero più penetrare, sarebbero individuati alla frontiera». L’Italia è così bella. Perchè poi darsi tanta pena per non poterla più venire a visitare neppure in incognito? In fondo, non è il primo dovere dello straniero di non mescolarsi alla politica interna degli altri paesi? (appoggiare il fascismo, dichiarare che si è visto e sentito quel che i fascisti vogliono che si sia viste o sentito, non è occuparsi di politica interna degli altri paesi, non è mentire). [p. 192 modifica]

Pare che si adottino le stesse manovre coi consoli, ministri e ambasciatori residenti in Italia: inviti, conferenze, incenso nei giornali, ricevimenti sontuosi, automobili, biglietti gratuiti sulle ferrovie, alberghi gratuiti, amici premurosi che si occupano di farli divertire, di rendere il loro soggiorno un Paradiso. Ma beninteso riferire quel che Bai vuole. Ma certo, per chi, perchè lasciare questo paradiso? Sarebbe tanto più sciocco, dal momento che i governi a cui dovrebbero riferire le loro impressioni desiderano di essere ingannati.


12 Dicembre.

C’è qui alla scuola un giovane veneziano Lelio C. chiacchierone, timido, diligente, molto servizievole con tutti, di una esattezza e di una scrupolosità esemplare. Il prof. Venturi l’ha incaricato delle proiezioni e anche della correzione delle sue bozze. (Venturi è malato d’occhi, quasi non ci vede). [p. 193 modifica]

Ieri, martedì, Venturi comincia la lezione e Lelio non compare. Venturi manda un fattorino, che non lo trova in casa. Venturi è inquieto, «Lelio è così esatto! E ha le bozze del suo libro!». Venturi ha urgenza di rispedirle. «Che maniera di fare, se non poteva venire poteva avertirmi, sapeva che dovevo trovare chi lo sostituisce!». Conclusione: il professore Venturi va a casa di Lelio. La padrona di casa esita, alla fine gli confida che Lelio è stato arrestato, la sua camera perquisita e che gli sono state sequestrate delle carte che un agente ha giudicate compromettenti. Venturi si stupisce. Mai Lelio si è occupato di politica!

Va alla Questura. Il povero Lelio aveva avuto la disgrazia di incontrare per la strada, lunedì mattina, un veneziano suo antico compagno di scuola. Era quasi dieci anni che non si vedevano. Tutte e due dello stesso sestiere. Si erano salutati calorosamente e avevano passeggiato insieme mezz’ora per strada, dopo di che Lelio era ritornato a casa. Un’ora [p. 194 modifica]dopo arrivano degli agenti che lo interrogano sul suo incontro. «Che cosa ha detto X? Come mai ha parlato con X?». «E’ un antico compagno di scuola». «Non sapeva che è un pericoloso comunista?». «No davvero, quando l’ho lasciato aveva i calzoni corti». «Storie, storie», e fanno una minuta perquisizione. Fra le carte uno degli agenti scopre un corpo di reato terribile: delle bozze che portano per titolo in grandi caratteri SEBASTIANO DEL PIOMBO. «Sebastiano del Piombo? Che intende lei per Sebastiano del Piombo?». «Si tratta di un artista, sono bozze che il prof. Venturi mi ha affidato da correggere». «A noi non ce la dà a bere: Sebastiano del Piombo? Questo è un complotto che lei trama con X».

«Ma X io non l’ho più visto da dieci anni».

«Non racconti storie, venga con noi».

«Mi permettano di scrivere al profesor Venturi. Il prof. Venturi mi aspetta [p. 195 modifica]per le lezioni di domani. Il prof. Venturi ha bisogno di queste bozze...».

«Faccia la lettera, la porteremo in Questura. Il Questore indagherà». Il povero Lelio fa la lettera. Non si sa se fu portata in Questura col corpo del reato, ma Venturi non l’ebbe mai. Il povero Lelio coi pochissimi denari che aveva sottomano, accompagnato dagli agenti è portato a Regina Coeli. Invano chiede di essere interrogato dal direttore delle Carceri. Impiega quel poco che ha (e resta due giorni digiuno) per corrompere i guardiani e persuaderli a portare al professor Venturi una lettera in cui lo informava di quanto era accaduto e implorava il suo soccorso. Venturi non ricevette mai neppure questa seconda missiva.

A stento il prof. Venturi, libro alla mano, potè persuadere il Questore che Sebastiano del Piombo era un artista, che quelle bozze appartenevano a lui, prof. Venturi, e che l’incontro di Lelio con X era un incontro assolutamente fortuito. [p. 196 modifica]

Lelio fu messo in libertà, ma ormai egli è un «sorvegliato», egli è un «segnalato» della Questura. Non troverà più stanza a Roma, nessun Museo lo vorrà più, la sua carriera è finita.

La libertà è più bella che qualunque opera d’arte.


Roma, 12 dicembre 1927.


idea per la commedia italiana:

Mettere in scena due che parlano l’un l’altro male del tiranno, per far parlare l’altro, e poi uno vuole arrestare l’altro, ma l’altro gli dice che è un poliziotto e vuole arrestare il primo; quando sanno che sono tutti e due poliziotti si metton d’accordo e cominciano a parlare male del tiranno per davvero, e sopraggiunge un terzo che li vuole arrestare; ma essi dimostrano che lo facevano apposta per accertarsi l’uno dell’altro e vanno via tutti e tre. [p. 197 modifica]soggetti per romanzi:

La storia della vedova di un assassinato, che cerca di resistere alle pressioni della giustizia, governo, ecc. perchè rinunzi a incolpare gli imputati (Consolo). Il primo capitolo sarebbe l’assassinio politico del marito. L’ultimo il processo in cui tutti gli imputati vengono assolti.

Questa donna dev’essere strenua, indomabile, appassionata, disperata, chiaroveggente e decisa. Nessuno potrà consolarla.

Intorno a questo nucleo si deve vedere molto mondo!

L’assalto a una Banca (Banca Conti). Far vedere tutti i dessous di un fallimento, che non si potranno svelare mai.


Una specie di vita degli intellettuali. Farli vedere alle prese con la critica interessata, col pubblico ignorante, coi posteri dimentichi. [p. 198 modifica]

Distinguere i veri che ci affogano, i falsi che ci sguazzano. Mettere in luce i dessous letterari, la maniera ormai definitivamente alterata di concepire la vita, il crescente monopolio del fascismo, ecc.


Far vedere come una moglie, di ambiente assolutamente diverso (ricco, mondano, frivolo) sposando un marito di ambiente scientifico veramente elevato, a poco a poco, dopo i primi anni di crisi, finisca per assumere il punto di vista del marito, tanto da credere di avere sempre sentito così. Far vedere come il marito, eserciti questa influenza involontariamente e senza accorgersene. Complicare questo con la tragedia scientifica: il dover dipendere dagli «esperti». Il rischio che questi (che sono interessati) dicano «no». La carriera è allora finita e non rimane nessun appello.

Il processo di C. deve essere contrapposto al primo. [p. 199 modifica]naufragio del mafalda:


20 Dicembre.

Ah! Non si sente intorno a noi che odio, vanità, ignoranza, invidia, malafede, menzogna, diffidenza, paura, ferocia, ma soprattutto una immensa, piatta, ostentata, trionfante, imperante stupidità. E’ terribile vivere in questa atmosfera e non poter mai rettificare.

A un grande fautore della monarchia assoluta che diceva: «La costituzione d’Inghilterra è cosa vecchia e adatta ad altri, e bisognerebbe rimodernarla, risponde uno degli astanti: «E’ più vecchia la tirannia». (7 settembre 1820).

(Dallo «Zibaldone» di Leopardi, pagina 233).

Fa bene leggere i grandi autori, e, in materia di speculazione, i grandi filosofi, perchè si impara così fino a qual punto si può giungere con l’arte e col [p. 200 modifica]ragionamento, in modo che molte idee e pensieri che ci maturavano nell’animo senza osare di venir fuori, sbocciano facilmente appena ci rendiamo conto che ne hanno il diritto e i mezzi, quando consideriamo gli autori di pensieri analoghi, bene espressi. Conosciuto il punto a cui si può arrivare, non è poi molto difficile di sorpassarlo.


Qui finisce il diario di Leo del 1926 e 27. Avendo avuto il passaporto, Leo ci raggiunse a Firenze, donde, sempre seguiti da un codazzo di poliziotti che si cambiavano e alternavano ad ogni città, quasi fossero oc una guardia reale», lo accompagnammo alla frontiera. Finisco questo libro con l′ Addio a Roma che Leo scrisse poche ore prima di lasciare per sempre Roma e l'Italia. (Nota del Redattore).

  1. C’era una lacuna qui nel diario di Leo. Alcune pagine sono state strappate. Forse Leo ha temuto fossero troppo compromettenti. Le sostituisco con questa lettera a Nello Rosselli data a confino, trovata nel diario, che pensiamo non sia stata mandata, ma che riflette bene lo stato d’animo di Leo e dei suoi coetanei in quel momento. (Nota del redattore).
  2. Non li ho letti tutti.