Il Magno Palazzo del Cardinale di Trento

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Pietro Andrea Mattioli

1539 M Indice:Il Magno Palazzo del Cardinale di Trento (1539).djvu Saggi letteratura Il Magno Palazzo del Cardinale di Trento Intestazione 28 dicembre 2013 75% Da definire

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IL MAGNO PALAZZO DEL CARDINALE DI TRENTO

M D XXXIX.

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ALL’ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO SUO SIGNORE IL CARDINALE DI TRENTO . ANDREA MATTHIOLI SANESE OFFERISCE IL DEBITO SERVITIO .



POscia che la Illustrissima e Reverendissima S. V. è data dal magno Iddio padrona a tutte le fatiche del mio ingegno, parmi esser certo, che quella non si sdegnerà d’essere anchora protettrice delle dilettevoli digressioni di quello, le quali anchora che non sanza fatica intervenghino, m’hanno però sempre scusato un trastullo quando in più grave materia m’esercitavo: imperoche io soglio imitare il verdeggiante Cedro, il quale fra le non caduche frondi, le fra li gravi, gialli, e verdi, maturi, & immaturi frutti sparge gli ameni, bianchi, & odorati fiori. Similmente io fra l’opere, e speculationi mie medicinali, e philosophiche per addolcire qualche volta l’affaticato ingegno (quasi un’altro Severino Boetio) ho inserto del stile che più solevo usare ne i più tranquilli anni della florida età mia. E di cio niuna altra cosa me ne ha dato cagione che la facultà che del continuo [p. 4 modifica] maneggio: perche ritrovandomi io nella contemplatione di quel nobile & artificioso Palazzo del corpo humano, che per brevissima habitatione dell’animo intellettuale fu edificato dalla divina, e sagacissima architettrice Natura; mentre che il gran Monarca dei Cieli l’adornava di tanta virtu: e considerando l’eccellenza dell’arte de i vari luoghi, & artificiosissimi instrumenti, & ornamenti di quello: i quali per la grandezza loro l’han fatto universalmente chiamare un picciol mondo; stanco tal volta dal faticoso suggetto, & alta contemplatione ritorsi alquanto quindi la mente mia, e l’applicai per la conformita della materia al mirabile Edificio, e superbissimo Palazzo, che V. Illustrissima, e Reverendissima S. da i fondamenti ha fatto edificare nella sua nobile, antica, e da lei magnificamente illustrata Città di Trento: al quale; se gli antichi edificij Romani, & Hedui stessero in piede, tutti sanza alcun contrasto cederebbeno. Nel qual dilettevol pensiero essendosi invaghito l’animo, offerendomisi dalle Muse un si bello, piacevole, et honorevol poema fui forzato in ottava rima cantarne tutto questo c’hora offerisco a V. Illustrissima, e Reverendissima S. Il che dovera certo ad ogni candido lettore esser grato non tanto dico per l’aspirar della Musa, quanto per la bellezza notabile dell’ogetto, & il favore, ch’uscira dalla gloriosa ombra de V. Illustrissima, e Reverendissima S. Scusandomi io però che delle parti, che convengano a un poema, sono stato sforzato [p. 5 modifica] lasciare adietro una delle piu principali cioe il fingere: perche l’eccellenza de i dipintori, e d’altri valenti artefici istigata da V. Illustrissima e Reverendissima S. e dalla sua liberalita; tanto ha assottigliato gli ingegni loro, che luogo alcuno di fingere non m'han lasciato. Per il che posso largamente dire che non fabole, ma vera historia nelle mie rime canto. Hor come si voglia tal qual si sia il poema mio (come in altre opere più gravi, quali del continuo fabrico, m’è necessario fare) l’offero, dedico, e presento a V. Illustrissima, e Reverendissima S. E benché io sappia che quella poco si cura delle proprie laudi, nondimeno per havergli io gia piu tempo offerta la perpetua servitu, cioche di me esce di buona ragione debbe essere di V. Illustrissima, e Reverendissima S. la qual sono certissimo che havera l'opera grata. Perche non puo non dilettare all’orecchia nell’udire quello, che tanto diletta all’occhio nel mirare. Dopo questo conosco esser tanta l'humanità di V. Illustrissima, e Reverendissima S. e tanta l'affettione, che quella per sua innata bonta ha sempre havuta verso di me suo humil servidore, che non potra tal opera se non esserle in protettione, e dilettarle assai, alla quale humilmente basciando la sacratissima mano mi raccomando.


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dANTICHI gesti e di famose imprese,
Di tutto’l mondo sara il mio Poema,
Per celebrare il Sol, da cui discese
     4Il raggio, c’ha formato il nobil thema:
     Il cui dolce calor mio cuore accese
     A dichiarar un tanto bel problema,
     Qual di vago splendor tal luce rende,
     8Che per fama, e per gloria al Cielo ascende.

Cantero dunque le pompe, e’l thesauro,
     La gran magnificenza, e l’ornamento,
     La nobiltade, la politia, e’lauro,
     12C’hoggi fan grande il bel nome di Trento,
     Le sette Verghe d’or, la Palma, e’l Lauro,
     Di cui sonora tuba in aria sento,
     Ch’un superbo Edificio in se raccoglie,
     16Ch’a tutti gli altri il maggior nome toglie.

Porge Giove la gratia dal tuo petto,
     E fa di quella in me nascer un fonte,
     Manda a svegliare il mio freddo intelletto
     20Le dotte Nimphe del sacrato monte,
     Purga di quel ch’io dico ogni difetto,
     E cingemi d’Allor la debil fronte,
     Accioch’io possa con le mie parole
     24Fermare il corso al mio lucente Sole.

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Ma che m’accade più invocar li Dei,
     Le Muse di Parnaso, o de Helicona
     Facendo si dolce ombra ai versi mei
     28Il rosso manto, e la diva corona,
     Di cui splende il mio Sir fra i Semidei,
     Se bene a pochi il Ciel tal gratie dona,
     Di quindi trarrò io immortal gloria,
     32Essendo tutta in sua laude l’historia.

Piacciavi adunque Illustrissimo Sire
     Prestare al voto mio gratia, e favore;
     Accio ch’io possa vostre laudi dire,
     36E le virtu celebrar, e l’honore,
     Perche dal vero io non mi vo partire,
     Per adularvi benigno Signore,
     Che volendo andar’io con tal malitia
     40Sarebbe un darvi affanno, e non letitia.

Ma perch’un cor gentil mai non disprezza
     Il don, benche tal volta infimo sia;
     Sprezzar dunque non po vostra grandezza
     44Il rozzo mio cantar, la Musa mia:
     Che s’in quella non è tanta prontezza
     Ch’al parangon di ciascun’altra stia,
     Non resta che la lingua, e’l spirto, e’l core,
     48Infiammati non sian del vostro amore.

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Prendete adunque lieto il picciol dono,
     Che quanto donar posso vi presento,
     Gia del vostro splendor scaldato sono,
     52Da cui la Musa mia svegliata sento,
     E di mia Lira accordato ha gia’l sono,
     In cui rimbomba ogni pietoso accento.
     Parmi la mente mia in tutto accesa
     56A dar principio all’eccellente impresa.

Per fuggir dell’Italia i grandi errori,
     C’hanno alla gloria sua tarpate l’ale,
     L’insidie, gli odij, le guerre, i furori
     60Origine, e principio d’ogni male,
     Mi tolsi del Toscan mio nido fuori,
     Ben ch’io credessi non trovarne un tale,
     Per non veder di quell, ogni bel loco,
     64Girsen in preda, & in ruina al foco.

E così uscito del mio bel giardino,
     Fatto horrida spelonca a me, e nido,
     A guisa di disposto pellegrino
     68Passando Italia del suo mal mi rido:
     E pur un giorno dopo assai camino,
     M’accorsi ch’era in su l’ameno lido
     Del Benaco gentil, dove a mio spasso
     72Alquanto ricreai mio corpo lasso.

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Veggonsi intorno intorno alle chiar’onde
     Dell’Hesperide gli horti in gran vaghezza,
     Dove ogn’amenità dentro s’asconde,
     76Da generar ne i cuori ogni allegrezza:
     Tanta temperie d’aria il ciel v’infonde,
     Ch’i frutti son di mirabil dolcezza:
     Ne dir saprei de i refraganti odori,
     80Che spiran da gli ameni, e vaghi fiori.

Quivi giardin di cedri, e di limoni
     Vaghi son piu, che mai fesse Natura,
     D’aranci, e frutti dilicati, e buoni
     84Piantati, ch’ il dolce aer ben matura.
     Producan l’acque i pregiati Carpioni,
     Et altri nobil pesci oltra misura.
     I monti, Olivi, Pini, Allori e Mirti
     88Più vaghi assai, che qui non saprei dirti.

Credo che quivi il suo cieco fanciullo
     Gia mandasse Ciprigna a nutricare,
     Dove ogn’amenità, ogni trastullo,
     92Ogni delitia, ogni piacere appare,
     Quindi l’origin sua hebbe Catullo,
     Dove potè poetando cantare,
     Perche se il verso suo sonoro chiuse,
     96Il potè far, che nacque infra le Muse.

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Mentre che si passeggia in su l’harena;
     Dove batte con l’onde’l chiaro lago,
     Si sente un querelar di Philomena,
     100Che mai udissi un concento si vago:
     Di tal dolcezza è la lor voce piena,
     Che placarebbe ogni Tigre, ogni Drago.
     Dunque dirò, senza arrossirne in viso,
     104Che sia delle delitie un Paradiso.

Fatta ogni forza mia dal piacer viva,
     Alla fin pur un giorno il lago varco,
     E scorgo poco avanti dalla riva
     108Un castel, che di forma sembra un Arco:
     E perche Phebo’l suo corso finiva;
     Non che fuss’io di gran fatica carco,
     Disposi quivi quietarmi un poco,
     112Che molto mi piaceva’l sito, e’l loco.

Raccolto e visto fui con grande amore
     Da un virtuoso, e pellegrino ingegno,
     Che di quel bel castel era signore,
     116Dotto, prudente, magnanimo, e degno.
     Ridotto era in costui ogni splendore
     Del ceppo illustre, o sia antico legno,
     Onde la nobil casa gia discese,
     120Che tien lo scettro in man del bel paese.

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Piu d’una volta la mia fantasia
     Gli raccontai, come a persona degna,
     E che fuggivo dalla patria mia,
     124Per esser sempre a me stata matregna.
     E volendo egli mettermi in la via;
     Che fedelmente all’amico s’insegna,
     Disse, se brami far quel che sia’l meglio
     128Segue senza timore il mio conseglio.

Andratene sicuro alla cittade,
     Dove Nettunno gia tenne il suo Regno,
     C’hora in memoria di sua Deitade
     132Il nome del Tridente tien per segno:
     E per che veggio in te regnar bontade,
     Quivi riusciratti ogni disegno,
     Dove scarco d’affanni, in somma pace,
     136Lieto conseguirai quel che ti piace.

Come la Nimpha, che va inanzi al sole,
     Gli ombrosi monti a’mbiancar cominciava,
     Dato l’orecchio alle saggie parole,
     140Il di seguente il viaggio pigliava.
     Ben che lasciare il mio Signor mi duole,
     Che cognoscevo che molto m’amava.
     Prendo licentia al fin dal Signor saggio,
     144E lieto mi dispongo al mio viaggio.

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Esser non po (dicea) se il Dio Marino
     Nella citta la Regal sedia havea,
     Che non sia quivi un florido giardino
     148Fatto alle Nimphe, à Theti, e a Galatea,
     Quando per l’ampio fiume ivi vicino
     Dal mar ciascuna in terra discendea,
     Con tal pensier mi trovo alla cittade
     152Nell’hor, ch’Apollo nella Spagna cade.

Gioioso dentro entrai nel bel contorno
     Cinto di mura, e d’un bel fiume vivo,
     Vo riguardando’l tutto attorno attorno,
     156E, di si bel paese mi stupivo.
     Di ricchi Tempij, & edifitij adorno
     E’ il degno luogo assai piu, ch’io non scrivo.
     Cinto d’ameni monti in pian risiede,
     160Ne pensaria tal sito chi nol vede.

Larghe le strade son con gran misura
     Di vivi sassi tutte fabricate.
     Le case son di pietre, o di pittura
     164Dentro, & di fuor communemente ornate.
     D’una commoda altezza son le mura,
     Tutte d’un sesto dritte ritirate.
     Un rivo d’acqua ogni contrada fende,
     168Che tutta la cittade amena rende.

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Una ampia piazza nel mezo risiede,
     Ove’l Tempio di Dio s’honora, e cole;
     E per quel che si dice, e che si crede,
     172Di Nettunno gia fu, ne credo fole
     Sien, perche sculto anchor di fuor si vede
     Un marmo, che dimostra, che tal prole
     Fusse ivi culta, per le propinque acque,
     176Onde di Trento il nome eccelso nacque.

Di questo luogo i nobil cittadini
     Nelle scienze eccellenti si fanno:
     Per ch’ingegni sublimi, e pellegrini
     180Allor dal ciel s’influiscano, e danno.
     Son piu castelli alla citta vicini,
     Ove Baroni, e Cavalieri stanno
     Del sacro Imperio, e tutto’l bel paese
     184Risplender fan di magnanime imprese.

Però s’io forestiero era in quel loco,
     Grata mi si mostrò molto la gente.
     Di questo’l cor mi gioiva non poco,
     188Dando quiete all’affannata mente.
     Hor quivi dimorando infesta, e’n gioco,
     Mi ritrovavo fuor del foco ardente
     Della superba Italia, ch’ogn’hor veggio
     192Andar per colpa sua di male in peggio.

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Ero quì gia stato alquanti mesi
     Del freddo verno & vaga primavera.
     Et venendo la state in ver compresi,
     196Che l’aria mi sarebbe alquanto altiera:
     Di fuor per questo un giorno’l camin presi
     Verso una valle ch’ivi propinqua era
     Per addolcir del Cane, e del Leone
     200L’horribil vampo, e l’ardente stagione.

Mentre che caminando ero fra via,
     Ecco una Diva in mia presentia appare,
     E se ben sola intrepida ne gia.
     204Ne mai vidi io il più pesato andare,
     Sembrava gran gravezza, e leggiadria
     Ne i gesti, ne i sembianti, e nel guardare:
     Però facevo nel mio cuor contesa,
     208Se fusse, o no dal ciel Palla discesa.

Era l’aspetto suo venusto, e degno,
     Quanto mai far potesse la Natura.
     Dava’l parlar di sapienza segno,
     212Perch’ogni sua parola ben misura.
     Donna parea da governar un Regno,
     Modesta, accorta, & di bella statura,
     Di ricche veste ornata, sotto un velo,
     216Ch’in terra mi parea scesa dal Cielo.

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Non prima havevo visto una donzella,
     Ch’inanzi caminando alquanto andava:
     Pero dissi che sola andava quella,
     220Che tanta gratia, e prudenza mostrava.
     Scorsemi al fine, e con cenni m’appella,
     Ond’io m’accosto, ch’altro non bramava.
     Pervengo tutto lieto in sua presenza,
     224Porgo’l saluto, e fogli riverenza.

Figliuol (disse) s’il dir non t’è sospetto,
     E se del mio parlar non senti doglia,
     Dimmi dove ne vai cosi soletto.
     228Non per ch’i tuoi secreti intender voglia,
     Per che commette troppo gran difetto,
     Chi vuol ch’ogni concetto si gli scioglia.
     Ma sol teco parlo io per tor l’affanno,
     232Che il caldo Sole, e’l caminar ne danno.

Gentil signora (allhor gli risposi io)
     Della citta propinqua son partito
     Per rinfrescare alquanto’l corpo mio
     236In qualche ameno, & dilettoso sito.
     Spero trovar qua drento un aer pio,
     Perc’ho cosi nella città sentito,
     Tutto per questo son di gioia pieno,
     240Pur che gli habitator grati me sieno.

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Rispose, figliuol mio non dubitare,
     Ch’a tutti gli habitanti sarai grato,
     E se in mia compagnia vorrai restare,
     244Farò che da ciascun sarai pregiato.
     Quivi in la valle, dove voi andare,
     In governo darotti un bello stato.
     E quando ti fia noto il mio lignaggio,
     248Volentier restarai, se sarai saggio.

Ben che madonna, risposi, non sia
     Degno di tal proferta che mi fate;
     Pur vi do in preda la servitu mia,
     252Quando di quella voi vi contentiate:
     Et ella a me, figliuol segue la via,
     Poi che dal ciel tal gratie ti son date,
     Che con dolce fatica io ti prometto
     256Al fin conseguirai il tuo concetto.

Come saremo al mio bel giardino gionti,
     A lungo narrarotti le mie imprese,
     Talhor andando per gli ameni monti
     260Ogni secreto ti farò palese.
     Il tempo hor non ne da ch’io ti racconti
     Quel, di cui ti saro poi più cortese:
     Perche ti mostrero d’haver la palma
     264Da rivocar dal fiume Lethe un’alma.

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Dell’herbe, delle piante, & animali,
     Dirotti la virtude, e’l gran valore.
     L’arte ti mostrero de i Minerali,
     268Donde la falsa Archimia è tratta fuore,
     Ch’a permutar le cose naturali
     Ci vuol l’ingegno del sommo fattore:
     Benche i Sophisti alcune volte dieno
     272Per ver quel, che del falso è tutto pieno.

Ver’è che par, che la Philosophia
     Conceda l’arte, e l’affermi per vera,
     Ma persa a nostri tempi n’è la via,
     276Ne si truova chi n’habbia l’arte intera,
     E chi ne vuol saper qualche bugia,
     Si metta pur con gli Archimisti in schiera,
     Per che ciascun ch’a cotal cosa attende,
     280Cio che compra d’altrui caro ti vende.

Lasciar da parte l’Archimia conviene
     A color, ch’a tal arte sono intenti,
     Perche per tutto son le carte piene
     284Di sophistichi, e falsi documenti.
     A me di questo saper s’appartiene
     Separar l’un dall’altro gli elementi,
     E in breve corpo gran virtu racorre,
     288Benche pochi di ciò sappin disporre.

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Ma perche questo il luogo non mi pare
     Da raccontar tanta alta fantasia,
     Il resto meglio ti potrò mostrare,
     Quando piu otio concesso mi sia. 292
     Allhor risposi, Madonna ei mi pare,
     Che debbia esser con voi la sorte mia.
     E perche mi intendiate in un sol motto,
     Ho qualche vetro lambiccando rotto. 296

Come sentì da me questo la dama
     Allegra tutta nel fronte si mostra,
     Dicendomi figliuol potrai gran fama
     Ancho acquistar nell'Academia nostra: 300
     Ma perche l'hora al viaggio ne chiama,
     Che gia Phebo ne monti tien la giostra,
     Vorrei che fussem nell’amena valle,
     Nanzi che ne voltasse anch’ei le spalle. 304

Il vostro eccelso nome, & honorato,
     Risposi prima almen detto mi sia,
     Di poi ogni silentio sia serbato
     Nel caminar che farem per la via. 308
     Et ella a me, se coteslo t'è grato
     Ecco tel dico, mi chiamo Iatria:
     Et accioche ben sappi i gesti mei,
     Madre mi truovo di diversi Dei. 312

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Dopo tal dire un silentio fu posto,
     E solo a caminar ciascuno attende,
     Fin ch’arivammo ad un fiume nascosto,
     Che fra due monti i duri sassi fende: 316
     Quivi d’andare avanti ognun disposto
     Soavemente per la valle ascende,
     Fertil del tutto, ANANIA nominata,
     Ch’essermi poi dovea diletta e grata. 320

Zephir per l'aria soave spirava,
     E gia de i monti l'ombre erano al piano,
     E’l Sol, che pria sanza ordine scaldava,
     Per l'aura dolce si rendeva humano; 324
     Quando la donna, che forte m’amava,
     Mi pose al collo la sua destra mano
     Dicendo figliuol mio hor ti conforta;
     Che del mio bel palazzo è qui le porta. 328

Del bel Dificio il superbo ornamento
     In mille carte non ti saprei dire:
     Perche ciascun ch’impetra intrarvi drento
     Per le mirabil cose fa stupire. 332
     E mentre ch’ero a rimirarlo intento
     Disse la diva ei ti convien venire
     Meco in un luogo di questo piu degno,
     Dove convienti porre ogn’arte, e ingegno. 336

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Cosi passammo in un vago giardino,
     Dove sol verdi olive eran piantate.
     Di quindi intrammo in un Tempio vicino,
     Dove risplenden l'anime beate. 340
     Dicato il luoqo era al culto divino,
     Per che rare virtu dal ciel donate
     Sono a color che alla divina sede
     Han poca riverenza, e manco fede. 344

Poscia che del bel Tempio fummo usciti,
     In una anticha stanza entrar mi fece
     Adorna, e piena di libri infiniti
     Di lettere latine, arabe, e grece, 348
     Quivi mi disse i tuoi pensieri uniti
     Tutti saran dipoi, che l'humil prece
     Al Tempio fatta harai con riverenza,
     Che cosi ben s’impara ogni scienza. 352

Del vitto, e del vestito non pensare,
     Per che tutto da me te sia parato.
     N’un altro albergo mi fe poi passare.
     Di musici instrumenti tutto ornato, 356
     E disse, allhor che dal troppo studiare
     Sara l'ingegno tuo punto turbato,
     Hor co’l Liuto, hor con la Lira amena
     Farai la mente tua chiara, e serena. 360

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Indi passammo in un altro bel loco
     Pien di fornelli di varia maniera,
     Dove hor con grande, & hor con picciol foco
     Di lambiccar si truova l’arte vera. 364
     Fu questa a me gioia, diletto, e gioco,
     Perche tal cosa hormai nuova non m’era,
     E parvemi ch’il ciel m’havesse dato
     Quel, che da lungo tempo havea bramato. 368

Accortasi la Donna, che nel cuore
     Per questo portava io gaudio, e diletto,
     Disse figliuol di qui nasce l’honore
     A chi ne viene artefice perfetto. 372
     Questa è la via piu dritta, e la migliore,
     Et ogn’altro camino è manco netto:
     Credermi puoi che solo in questa parte,
     Stanno i secreti di nostra degna arte. 376
 
Quest’e il servigio sol, che da te chieggio,
     Questa sia l’opra tua, e’l tuo lavoro,
     Se constante sarai, come hor ti veggio,
     Non ti mancara mai argento, & oro. 380
     Per questa via s’ascende a magior seggio:
     E il vero esempio ne mostran coloro,
     Di cui tant’alte son state le prove,
     Che son posti per Dei appresso a Giove. 384

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Madonna (risposi io) questo servitio
     Pien di diletto, e di virtu mi pare.
     Parmi che sia un nobile esercitio
     A chi n’habbia diletto d’imparare. 388
     Non manchero di fare il mio uffitio,
     Pur ch’io ne possa alcun frutto portare.
     Cognosco ch’a tal degna disciplina
     Lo stinto naturale, e’l ciel m’inclina. 392

Mostrossi al mio parlar tutta contenta,
     E condussemi seco in sala a cena:
     Pareva solo a carezzarmi intenta,
     Però ligato fui con sua cathena. 396
     Ma poiche di cenar la voglia spenta
     Fu di ciascun di noi, tutta serena
     Mostrandomi la fronte, io riverenza
     Gli fo, e per dormir prendo licenza. 400

Ma non si tosto la bianca Aurora
     Manifestava il gia presente giorno,
     Parendomi che propia fusse lhora
     Mi rivestij senza far piu soggiorno. 404
     Poscia pel bel giardin me n’andai fuora,
     Per far al Tempio il debito ritorno,
     Dove al fin sodisfatto al mio concetto
     Nell’ampia libraria intrai soletto. 408

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Quivi gli antichi Philosophi tutti
     Scorsi raccolti in venerando choro,
     Da i quai si coglie i veri e degni frutti,
     Che riportar ne fan le gemme, e l’oro, 412
     I principi piu oltre eran ridutti
     Che piu chiari ch’il sol fatto han costoro
     I qual mirando havea si gran diletto,
     Ch’il cor mene rideva e l’intelletto. 416

Quivi la Diva veniva sovente
     A visitarmi con allegra faccia.
     E per piu consolarmi un dì la mente,
     Seco in un monte mi condusse a caccia, 420
     In tanto fassi un cervo a noi presente,
     Del qual feroci can seguien la traccia,
     Un de di astanti a quel prende la mira,
     E col forte archo un strale al cervo tira. 424

Investì drittamente l’animale,
     Ma poco’l colpo quel fuggendo cura.
     In questo un can gagliardo’l cervo assale,
     Però ciascun di seguirlo procura: 428
     Mentre seguito anch’io ritruovo’l strale
     Di sangue tinto, nell’ampia verdura,
     Dollo alla Diva mia poi che l’ho colto,
     Qual sorridendo mi guardò nel volto. 432

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Poi disse il Cervo ch’è da noi partito
     Sa di questa herba la forza, e’l valore,
     Alla qual s’accostò sendo ferito,
     E cosi la saetta andata è fuore: 436
     Però di sua virtu resta avertito,
     Perche in piu cose ti fara honore,
     Dittamo bianco è detto, e molto vale
     Contra’l venen pestifero, e mortale. 440

Quell’altra è la mirabil Gentiana
     Amara al gusto, s’è ben poi amena,
     Rimedio grande alla natura humana.
     Quest’è’l Narciso, e quella è la Verbena, 444
     Che della testa le ferite sana,
     E’l calor delle febri al basso mena,
     Ne i lustri anticamente celebrata,
     E pero sacra da tutti è chiamata. 448

La Mandragola è quivi, che i volgari
     Pensan che nasca con humana forma,
     Come per ver creduto è da gl’ignari,
     De i quai si truova innumerabil torma. 452
     Le contrafanno i truffatori avari
     Per ingannar qualche donna che dorma.
     Ma la vera virtu, ch’in lei s’appoggia,
     E' che co’l sonno i vigilanti alloggia. 456

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Ecco l’Ellebbor bianco, e’l negro anchora,
     Che sol nell'odorar ne fanno oltraggio,
     Posson venir qua su gli stolti ognhora,
     Senza piu far d’Anticira il viaggio. 460
     L’una, e l’altr’herba il magisterio honora,
     Quando son preparate di vantaggio.
     Del Satiro è quest'altra la radice,
     Che fa Vener nei vecchi esser felice. 464
 
Quel picciol giglio, ch’anchor quivi è nato,
     Nella mia lingua Martagon l’appello,
     Molto da gli archimisti adoperato,
     Per far star lor sophistichi al martello. 468
     Quel ch’e fiorito in su l'orlo del prato
     E' il velenoso, e protervo Napello,
     Il quale habbiam spesse volte veduto,
     Mandar via per le poste un’alma a Pluto. 472

Ecco’l pepe de i monti, che i villani
     Tengon per santa, e nobil medicina:
     Ma quando oltre a misura sono i grani,
     Spesso a Charonte qualchun ne camina. 476
     Quest'altra tien per radice due mani,
     Il cui liquor la quartana declina.
     Quell’altra è la Carlina hirsuta, e rude,
     Ch’al Sol si sparge, alla pioggia si chiude. 480

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L’altra è la virtuosa Tormentilla,
     Che le ferite in le bevande sana.
     Ecco la poco usata Pulsatilla,
     Ch’al curar de la Peste non è vana. 484
     L’abeto è quel, ch’il chiaro olio distilla
     Fin che discende al basso in terra piana,
     Che ne gli offesi teschi ha gran valore,
     Ridotto al foco in piu sottil liquore. 488

Larice è l’altro, ch’appresso gli viene,
     Da cui nasce un liquor molto lodato,
     Che mirabil virtu capisce, e tiene,
     Da me piu volte con honor provato. 492
     Da le scorze di questo d’humor piene
     Nasce il nobile Agarico, e pregiato,
     E però molti scritto’l falso n’hanno,
     Perche per frutto dell’Abeto il danno. 496

Dall’herbe trasportati a passo a passo
     In su la cima del bel monte andamo,
     Dove un cristallin fonte esce d’un sasso,
     Che d’un gran faggio adombra un verde ramo. 500
     Di quindi tutto’l pian scorgevo al basso.
     Mentre ch'all’ombra ci riposavamo,
     E disegnalo allhor col mio pennello,
     Per un paese ameno, e molto bello. 504

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Fertil si vede al basso una campagna,
     Che molti frutti a gli habitanti rende,
     Ch’un chiaro fiume orna, rinfresca, e bagna,
     Mentre che mormorando al corso scende: 508
     Vedendomi a ciò intento la compagna,
     Ch’accortamente i miei pensieri attende,
     Disse di quinci pur veder ne lice
     Di questo bel paese ogni pendice. 512

Cinti qua dentro siam d’ameni monti,
     Formati per fortezza da Natura,
     Tal che guardati certi passi, e ponti
     Teniam noi delle guerre poca cura. 516
     Gli habitatori al difender son pronti,
     Perc’huomin tutti son senza paura.
     E la bella campagna quivi al piano,
     Rende cioche bisogna al vitto humano. 520

Carni eccellenti habbiamo in queste bande
     Domestiche, e selvaggie, d’ogni sorte.
     Di biade moltitudin troppo grande,
     Quando non son di quindi a gli altri porte. 524
     Diversi cibi, e varie altre vivande,
     Come haver visto puoi nella mia Corte.
     Vin d’ogni sorte, tanto al gusto grati,
     Quanto mai ne i di miei habbia gustati. 528

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Quel bel Torrente di questi monti esce,
     D’un vivo fonte cristallino, e chiaro.
     Producon l’acque un infinito pesce
     Fra tutti gli altri piu gentile, e raro. 532
     Ogni bel frutto a noi qua dentro cresce,
     Ch’al nutrimento nostro teniam charo.
     Luogo proprio da starsi in gran quiete
     A chi del mondo non ha troppa sete. 536

In questi monti sono assai Miniere,
     Donde si cava un pretioso argento.
     Fassici il ferro, come puoi sapere,
     Ch’a gli habitanti è di molto momento. 540
     Molte altre cose da darsi piacere
     Dì tempo in tempo si trovan qua drento:
     Vero è che nell’inverno alquanto è greve
     Il tempo per il ghiaccio, e per la neve. 544

Ecci alcun monte ove la neve cova
     Tutto’l tempo dell’anno, e mai si parte,
     U limpido cristallo si ritruova
     Congelato di ghiaccio con grande arte. 548
     Ma che direm d’una altra cosa nuova,
     Qual forse non hai visto in altra parte:
     Nelle cime de i monti son piu laghi,
     Pieni di nobil Pesce, ameni, e vaghi. 552

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Al basso havem belle caccie campestri
     Di veloci Leprette, e Volpi anchora.
     E qui ne i monti, e luoghi piu alpestri
     Orsi, Cervi, e Cignal troviamo ogn’hora, 556
     E Capricorni, e le Capre silvestri,
     Ch’a tempo vengan de lor sassi fuora.
     E spesso drieto a gli animai piu fieri,
     Si son veduti andar Lupi cervieri. 560

Augelli anchor haviam certo divini,
     Da prender con Sparvieri, e con Falconi,
     Cotorni, Quaglie, Starne, e Francolini,
     Anatre, Gru, e semplici Aironi. 564
     Per tutti questi monti qui vicini,
     Si trovan Galli, come gran Pavoni,
     Tordi, Merli, Taine, & altri assai,
     Come col tempo ogn’hor veder potrai. 568

Molto habitata è questa valle bella,
     Quant'altra c’habbia visto in molti regni,
     Piena di grosse ville, e di castella,
     Dove habitan Baroni eccelsi e degni, 572
     Che con lor pompe molto adornan quella:
     Però convien che con lor ti mantengni,
     Perche come tua opra haran gustato,
     Sarai da loro cordialmente amato. 576

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Anzi per ver presagio hai da sapere
     Ch’a servir un di loro il ciel t’inclina,
     Dal qual non picciol dote debbi havere,
     Se ben sia tua virtu qui pellegrina. 580
     Sta pur tu fido, e poscia non temere,
     Fuggir non po quel ch’il ciel ti distina.
     Aspetta il tempo, e pesa ogni tuo moto,
     Se conseguire al fin ne brami il voto. 584

Mentre che tutto’l luogo intorno intorno
     Ne dilettava dal monte guardare;
     Ecco ch’un de compagni suona’l corno,
     Dando segnal ch’al pian debbiam tornare, 588
     Perche se n’era quasi andato’l giorno
     Nel nostro dolce, e grato favellare:
     Però lasciando’l fonte, a passo a passo,
     Dal monte in breve giu calammo al basso. 592

Raccolti insieme erano i cacciatori,
     Che per tutto quel monte havean trascorso,
     Dove in su lherba fra piu vaghi fiori,
     Giaceva in terra morto un feroce Orso, 596
     C’haveva il proprio giorno a due Pastori
     Stracciato un Tor con le grife, e col morso.
     Grande tant’era, e grosso oltra misura,
     Che cosi morto mi fece paura. 600

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Ma perche il Sol nell'occaso mirava,
     Fu forza di lasciar l'opra imperfetta:
     Onde la guida, ch’appresso mi stava,
     Disse, da che la caccia ti diletta, 604
     Tutt’hor, che il studio la tua mente grava,
     Mene verrò con te quinci soletta,
     Dove horin questa hor in quell’altra parte
     L'intrinseco aprirotti di nostra arte. 608

Poi comandò che si sonasse il corno,
     Per richiamare i valorosi cani:
     Ch’avidi anchor di caccia in quel contorno
     Givan cercando luoghi alpestri, e strani. 612
     Al bel palazzo al fin femmo ritorno,
     Ch'andati eravam sempre a giunte mani,
     La Diva, & io, per il viaggio ogn'hora,
     E molti gran secreti disse allhora. 616

Giunti al Palazzo incontra si ci fenno
     Cinque mature donne in un drapello,
     Che dimostravan gran prudenza, e senno,
     Tirate di bellezza col pennello: 620
     Tutte alla Diva mia la destra denno,
     Con uno affetto molto allegro, e bello,
     Di ricchi vestimenti adorne in tutto,
     Ch’eran di lor virtu parte del frutto. 624

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Poscia la Diva mia fra loro entrata
     In una stanza andò di gran valore:
     Et essendovi dentro alquanto stata,
     Tutta gioiosa ritornò di fuore 628
     Per veder se la cena era ordinata,
     Da poter fare alle compagne honore:
     Et io, che il nome lor bramava udire,
     Prego la Diva che me’l voglia aprire. 632
 
Onde ella a me, accioche piu non stia
     Intento con la mente a questa cura,
     L’una di loro è la Geometria,
     Che d’ogni cosa insegna la misura: 636
     L’altra, che mena seco in compagnia
     E' la polita, e magna Architettura,
     Ch’infra lor tanto forte amicitia hanno,
     Che l'una senza l'altra mai non stanno. 640

La sottil Prospettiva è con costoro,
     Che la grande arte sua mostra lontano:
     Costei tien le due altre al suo lavoro,
     Accioche il tempo non si spenda in vano, 644
     Pittura si domanda una di loro,
     Ch’inganna l'occhio col pennello in mano.
     L’ultima d’ogni pietra forte, e dura
     Del natural scolpisce ogni figura. 648

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Come hebbe detto fe parar la cena,
     E dispose al servir molte persone:
     Poscia di gaudio, e d’allegrezza piena
     Fece venir le pregiate matrone, 652
     Al primo luogo la piu degna mena,
     E tutte l'altre per ordin dispone:
     Fammi quivi sedere, e siede anch’ella,
     Che certo era di tutte la piu bella. 656

I primi cibi, che fur presentati,
     Indusseno un silentio al bel convito:
     Perch'al gusto parean si dolci, e grati,
     Che quasi era’l parlar perso e smarito, 660
     Pur, essendosi queti alquanto stati
     Gl’animi lor, fe la Diva uno invito,
     Alla maggior con un vezzoso inchino
     D’una coppa d’un dolce, e grato vino. 664

Rispose l’invitata, io mi ramento,
     Che gia dell’invitar non v’harei intesa:
     Ma l'ho imparato in la citta di Trento,
     Dove habbiam fatto una superba impresa. 668
     Però nel dolce invito io vi consento,
     Perche l’amor con questo si palesa,
     E molto a me questo costume affassi,
     Pur che di lungo il segno non si passi. 672

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Replicò la mia Diva inver vorrei
     Di questa impresa haver piena notitia.
     Senza tardar (rispose allhor costei)
     Vene farò quanto potro dovitia. 676
     Un Paradiso habbiam fatto alli Dei,
     E ne parlo con voi senza malitia,
     Perche chi la degn’opra mira, e vede,
     Ch’un altra tal ne sia non pensa, o crede. 680

Il Signor della terra giusto, e degno
     Un Palazzo divino ha fatto fare,
     Composto di misura, arte e disegno,
     Quant’altro al mondo si possa trovare. 684
     Per suscitar la virtu d’ogni ingegno
     Ha fatto’l bel difitio fabricare,
     E se tal cosa non seguiva a sorte,
     Sarien molte virtù disperse, e morte. 688

Eran chiuse per noi tutte le vie
     Da far nostre virtu piu note al mondo,
     Peste, tumulti, guerre, e charistie
     Tenean sommersi i virtuosi al fondo. 692
     Quasi in ruina eran le lodi mie,
     C’hor esser veggio in stato assai giocondo.
     Quest’altre tutte anchor senza negotio,
     Sepolte, e perse si stavan nell’otio. 696

[p. 36 modifica]

Molti altri ingegni eccelsi, e pellegrini
     In diverfe virtu fondati, e dotti,
     Eran venuti poveri, e meschini,
     Abietti, vilipesi, e mal condotti, 700
     E tante alla miseria eran vicini,
     Ch’i panni indosso havean stracciati, e rotti,
     Come dett’ho, per carestia, e guerra,
     Eran tutte lor arti andate a terra. 704
 
Havendo a questo l'occhio l'alto Sire,
     In cui somma prudenza Giove pose,
     Deliberò di voler soccorrire
     All’occulte virtu perse, & ascose, 708
     Fecene tutte inanzi a se venire,
     E’l suo pensier caritevol n'espose,
     Che per tirar virtu dal precipitio,
     Far fabricar volea’l degno edifitio. 712

Demmogli in breve noi fatto il modello,
     E subito si messe all’opra mano,
     E per ornar d’ogni bellezza quello,
     Vi fè venire ogni ingegno soprano, 716
     Dove all’ombra del suo sacro cappello,
     Ogni virtu si rinverdì pian piano,
     Perch'ogni ingegno grande, e pellegrino
     Trovò di rose, e viole un giardino. 720

[p. 37 modifica]

Di tanto frutto a virtuosi è stato,
     Che tratto n’hanno assai argento, & oro,
     Ciascun contento se n’è ritrovato
     Con dolce premio d’ogni suo lavoro. 724
     Con noi s’è tanto liberal mostrato,
     C’haviam proposto in mezo al nostro choro
     Scolpirne un simulacro, senza fallo,
     D’un honorato, e signoril metallo. 728

Nella degna città poco dimora,
     Perch’il Re de i Romani in tutto l'ama,
     Però la Corte sua seguita ogn’hora,
     Perche di quindi ha tratto immortal fama. 732
     Ogni virtu suo chiaro nome honora,
     Perche esaltar virtu s’ingegna, e brama,
     Saggio, accorto, prudente, giusto, e pio
     Tant'è, che mai un tal non n’ho vist’io. 736

L’ingegno divin suo l’ha sempre alzato
     Ci giorno in giorno in maggior signoria:
     Bench’era prima nobilmente nato,
     Quant’altro Caualier ch’al mondo sia, 740
     Signor dal popul suo fatto, e chiamato,
     Per haver di tai huomin carestia,
     Però’l sommo Pastor per esser tale,
     L’ha fatto degnamente Cardinale. 744

[p. 38 modifica]

Il bel Palazzo in eterna memoria,
     Come t’ho detto ha fatto fabricare,
     Che delle cose belle tien la gloria,
     Come a ch’il mira chiaramente appare. 748
     Ma non vene farò piu lunga historia,
     Che vi potrete dentro ogn’hor andare.
     Restarete, vedendo quel c’ho detto,
     Stupida tutta pel troppo diletto. 752

In questo dolce, e bel confabulare
     La cena si finì con gran diletto.
     Fece la Diva mia poscia sonare
     Un istrumento musico perfetto. 756
     Alquanto cosi sterno a sollazzare,
     E di poi tutte se ne giro al letto.
     E’l seguente mattin, per quant’intesi,
     Andorno di buon’hora in lor paesi. 760

Promessen però in breve far ritorno
     A rivederne in questo luogo bello,
     Perche di certo al partirsi affermorno
     Voler far quivi un superbo castello. 764
     L’origin sua il Signor di fama adorno
     Anticamente havea tratto da quello,
     Però per fare alla sua prole honore,
     Illstrar la volea di quel splendore. 768

[p. 39 modifica]

Nel cuor tutto m'accesi di vedere,
     Per l’ampie laudi l’eccelso edifitio:
     Perche per altri non si po sapere
     Quel, di che l’occhio da matur giuditio. 772
     Dico alla Diva mia c’harei piacere,
     Vacare alquanto dal mio dotto uffitio,
     E c’hauer non potrei maggior sollazzo,
     Che vedere il pomposo, e bel palazzzo. 776

Non sol piacque alla Dama il mio disio
     Anzi esortommi a farlo inmantenente.
     Però sol solo alla citta m'invio,
     Come l'alba appari’l giorno seguente: 780
     Ove trovato un grande amico mio
     Raccolto fui da lui allegramente,
     Dissigli’l mio pensiero, & ei allhora
     Quanto piu puo m'accarezza, & honora. 784

Hor io; che nell'intrar per ogni via
     Magni apparati havevo visto fare,
     Prego’l compagno che piacer gli sia
     Volermi ben di tal cosa informare. 788
     Et ei ch’in tutto alla volonta mia
     Pensa per aggradirmi sodiffare,
     Rispose ogn’un si prepara, & assetta
     Per far honore al Re, c’hoggi s’aspetta. 792

[p. 40 modifica]

Io dico’l nostro Re, Re de i Romani,
     Ch’in Ongaria, e’n la Boemia ha’l regno,
     Quel c’ha tenuto in piè de i ver christiani
     La catholica Fe con l’alto ingegno, 796
     E sempre ha spinto i pensier falsi, e vani
     Del protervo LUTHER, con tanto sdegno,
     Quanto dir possa, altrimenti la sede
     Di Roma haria voltato al cielo il piede. 800

Porta al nostro Signor tanto egli amore,
     Che seco viene a ricrearsi alquanto,
     Con la Regina, a cui d’ogni splendore
     L'honorate virtu fatt’hanno’l manto, 804
     Però si gli fara tutto l’honore
     Che far potrassi, e che merita un tanto
     Re, la cui fama tutto’l mondo move
     A darne’l grido in ciel su fin a Giove. 808

Mentre che pien di gioia, e di piacere
     Scoltavo dal compagno l’opre degne,
     Veggio venir di fanti tre bandiere
     Di colorite, e di superbe insegne. 812
     Tutte in una livrea eran le schiere,
     Con armi in tutto a gli habiti condegne,
     E sotto all’ordinanza de i tamburi,
     Givano i fanti leggiadri, e sicuri. 816

[p. 41 modifica]

Fermomi in sulla strada per notare
     Questa bella ordinanza in ogni parte,
     Dicendo alla mia guida, c’ha da fare
     Quiesto fiorito, e bel popol di Marte? 820
     Et egli ame. Hoggi ha d’accompagnare
     La Regia maesta, però si parte
     Hora per girgli incontra alquanto fuore
     Della cittade, insieme col Signore. 824

Quel che dinanzi con provida mano,
     Il bel caval maneggiando percuote
     Di questa fantaria è’l Capitano,
     E di sorella al Principe nipote, 828
     Che gia co’l forte popolo Alemano,
     Nel Barco di Pavia dolenti note
     Fece sentir co’l gran furor Todesco
     All’opulento e magno Re Francesco. 832

Passò la gente, e noi fino alla porta
     Seguimmo appo l’armata fantaria,
     A cui di dietro faceva la scorta
     Una gentile, e nobil Baronia, 836
     Signori, e Cavalier, la gente accorta
     Tutta era dico che drieto seguia,
     E nel habito suo degno, e decoro
     Andava il Cardinale in mezo alloro. 840

[p. 42 modifica]

Di diverse castella eran Signori
     Costor, che stan co’l Principe adunati,
     I qual seguivan poi tutti i maggiori
     Della Città, di nobil veste ornati. 844
     Hor cosi della terra usciron fuori,
     In un drappel tutti stretti, e serrati,
     Che non poco allegrò la mente mia
     Tanta magnificenza, e leggiadria. 848

Ma prima fu il Madruzzo Decano
     Dal Cardinal mandato ambasciadore:
     A cui pose natura in seno e'n mano
     Ogni gratia, ogni ingegno, ogni valore. 852
     Se gentilezza al mondo in corpo humano
     Luce, in costui dimostra ogni splendore,
     Non sol da rincontrare un tal Re degno
     Ma d’esser fatto Re d’ogni gran Regno. 856

Hor mentre il tergo alla Città volgea
     La schiera de i Signor magni, & egregi,
     Miro la porta, onde intrar si dovea,
     D'imprese adorna, d’or, festoni, e fregi, 860
     Che nei raggi del Sol tutta splendea,
     Come le gemme di notabil pregi,
     Con alcuni epitaffi arguti, e degni,
     Composti da sublimi, & alti ingegni. 864

[p. 43 modifica]

Poi ch’ebbi visto’l superbo apparato,
     Per la città ce ne venimmo a spasso
     Fin dove un' Arco triomphal piantato
     Con grand’arte era sopra un nobil passo: 868
     Tutto perfetto era da ciascun lato
     Con superbe colonne, che di sasso
     Mostran’esser scolpite a chi le mira,
     Tanto’l colore un ver marmo ritira. 872

Era sopra quest’arco triomphale
     Un’Aquila commessa di scoltura,
     Che nell’aprir delle magnanime ale
     Ombrava all’arco le superbe mura. 876
     Questo feroce augel sempre immortale
     Sara, perc’ha di lui Giove la cura,
     E di già n’han provato i fieri artigli,
     L’Affrica, e’l Indie, e gli aurati gigli. 880

Con ogni ingegno, e perfette misure
     Era’l dificio dall'antico tolto.
     Capivan gl’intermedi assai figure,
     Che tutta la degn’opra ornavan molto, 884
     Nelle cornici eran varie scolture,
     E’l basamento in tal modo raccolto
     Era, che rassembrava in molte cose
     Gli archi, che Roma già di marmo pose. 888

[p. 44 modifica]

Quivi deliberai prender il loco,
     Per veder del gran Re e la magna intrata.
     Ove essendo cosi restato un poco,
     La voce si levò tra la brigata, 892
     Ch’il Re veniva, onde letiia e gioco
     Ne faceva la gente sviscerata
     Della gran casa d’Austria, c’hoggi sola
     Dall’uno all’altro poi per fama vola. 896

Intanto arrivan tre gran Cavalieri
     Armati, e quel di mezo è’l Capitano
     Della guardia del Re, quale è d’Arcieri,
     Cosi chiamati nel modo Alemano. 900
     Havean costor bellissimi destrieri,
     Da maneggiarsi nel monte, e nel piano,
     Di fornimenti si bene addobbati
     Che di Signor parean, non di soldati. 904

Nelle lor armi in bene acconcia schiera,
     Di tutti l'ordinanza’l passo move,
     Sotto una degna e pregiata bandiera,
     Ove risplende il bello augel di Giove 908
     In campo d’or dico un’Aquila nera,
     C’ha fatte, e fa tante lodevol prove,
     Qual par che voli infino appress’al Sole,
     Per esaltar l’imperial sua prole. 912

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Per fino al ciel giva fendendo l’aria
     L'acuto suon delle clamanti tube,
     Tal che lor voce al turbine contraria
     Disgregava ogni densa, e folta nube: 916
     Onde cavalli assai con voce varia
     Scotean la testa, e le pendenti giube:
     Ch’ogni destrier nutrito in la militia
     Piglia da questo suon cuore, e letitia. 920

Appo la schiera il sacrosanto Clero
     Con la procession venia parato,
     Qual per sua guida, e fidato nocchiero
     Eletto haveva’l Re magno, e pregiato. 924
     Poscia a caval seguiva un Cavaliero
     Dal capo al piè tutto di bianco armato,
     Qual mentre al sacro Re fa fida scorta,
     Il nudo brando per giustitia porta. 928

Intanto ecco venire un Baldacchino,
     Da Cavalieri, e Signor sostentato,
     Fatto d’un vago, e degno cremusino,
     Di fregi d’oro attorno attorno ornato, 932
     Copriva’l sacro Re magno, e divino,
     A cui giva di pari al stanco lato
     La magnanima, degna, e pellegrina,
     Formosa, saggia, e prudente Regina. 936

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Nasceva quindi un lume, uno splendore,
     Un’aria dolce, una gioia, un diletto,
     Che raddolciva altrui gli spirti, e’l cuore,
     E facea lieto ogni turbato petto. 940
     Fama, ingegno, saper, gloria, e valore
     Copriva’l vago, e degno drappelletto,
     Ch’adir le lodi lor com’è ragione,
     Bisognarebbe un Curtio un Cicerone. 944

Appresso a questi numi almi, e decori
     Con superbe collane, e vestimenti
     Givan a piè Baron, Conti, e Signori,
     Ch'al servitio Regale erano intenti: 948
     Di quelli eran costor, che giron fuori
     Col Cardinale, e con l'armate genti,
     Che poi ch’il Re hebber trovato in via
     A piè gli fecer dentro compagnia. 952

Accanto al Re a piedi al destro fianco
     Del Cardinale il caro nipote era
     D’un bel velluto, e d’un broccato bianco
     Vestito a quarti in modo di livriera. 956
     Dell’eta sua non s’è piu visto unquanco
     Persona più prudente, e piu sincera,
     Da governar ogni stato, ogni Regno
     Co’l pesato giuditio, e magno ingegno. 960

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Poscia seguiva le due chiare stelle,
     Il magnanimo, e degno Cardinale,
     Qual tanto honora, e riverisce quelle,
     Che far vorrebbe il lor nome immortale. 964
     Venivan dopo quel le Damigelle,
     A cui la face, l’arco, e l'aureo strale
     Di Cupido ne gli occhi, e ne i sembianti
     Posto era a lacerar gli affitti amanti. 968

Dinanzi precedeva al bel drappello
     Di queste dame il Veneto Oratore,
     Dell’alta gesta di casa Capello
     Detto, prudente, e degno d’ogni honore. 972
     In tanto ecco apparire un Mongibello
     Di soldati, che prima andaron fuore,
     Perche sparando agli archibusi il piombo
     Faceano infino al ciel gire il rimbombo. 976

Come scarcato hebbe la fantaria
     Comincion dal Castello a fulminare
     Tanti mortari, e tanta artigliaria,
     C’harian fatto ogni esercito tremare, 980
     Si gran romor nell’aria si sentia,
     Ch’un huom con l'altro non potea parlare
     Che fusse inteso, hor caminando in tanto
     Arivò’l magno Re al Tempio santo. 984

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Come smontati in terra de i destrieri
     Furno i due soli al bel Tempio divino;
     Stracciato in pezzi fu da gli staffieri
     Per lor Regalia il ricco Baldacchino. 988
     La guardia in piazza facevan gli Arcieri,
     Ove era corso il popul Tridentino,
     Come gia corse il Romano all'inditio
     De i triomphi d’Emilio, e di Fabritio. 992

Fatte le preci a caval rimontorno,
     Andando tutti nell'ordin di prima,
     Per fin ch’al magno Palazzo arivorno
     Luogo d’un Re di tanta gloria, stima: 996
     Ma perche gia la fine era del giorno,
     Non mi curai di seguitare in cima
     Per lhonorate scale, accio ch’intero
     N’havesse l’altro giorno’l mio pensiero. 1000

Gia s’era Apollo dopo’l monte ascoso,
     E vestito havea’l Cielo altro colore:
     Però’l compagno al notturno riposo
     Allegro m’invitò con grande amore, 1004
     Passò la notte, e levomi gioioso:
     E mentre vengo di camera fuore
     Truovo’l compagno fido in sulla porta
     Parato a farmi come suol la scorta. 1008

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Quivi tenendomi egli per la mano,
     Per la bella città mi mena, e scorge,
     E gia’l Palazzo vedevo lontano,
     Che d’un soaue colle in alto sorge. 1012
     Hor mentre che cosi giuam pian piano,
     Una ampia piazza alla vista si porge,
     Donde’l bel magistero appien si vede,
     Ch’ogni altro di beltade in vero eccede. 1016

Fondato, e posto è l'edificio bello
     Nel miglior sito che sia in quel paese.
     Tutta si scorge la città da quello,
     Come conviensi a cosi fatte imprese, 1020
     Legato insieme è col nobil castello,
     Dove son della terra le difese,
     E quel che più l’adorna di bellezza
     E' ch’è posto di fuor tutto in fortezza. 1024

Grosse le mura son come bastioni,
     Ridotte alla moderna con grand’arte,
     Compartite da forti torrioni
     Fatti di pietra viva in ogni parte. 1028
     Han di fortezza tutte le ragioni,
     Che dar potesse il bellicoso Marte,
     Dentro dal muro al Palazzo è vicino
     Un molto ameno e florido giardino. 1032

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Quivi nasce con arte e gran misura
     Il fondamento superbo, e decoro,
     Di pietre a diamanti è la scoltura,
     Che seggio fanno al mirabil lavoro. 1036
     Seguita in grande arcata poi l’altura,
     Da pensarvi entro speso un gran thesoro:
     Che sol le pietre in ornamento messe,
     Non penso mai ch’alcun stimar potesse. 1040

L’animo a veder dentro mi trasporta,
     Per contentar del desiderio il cuore.
     Tanto, ch' intrammo alla superba porta,
     Che del vecchio Castello è la maggiore: 1044
     Perche di quindi (disse la mia scorta,)
     S’andava al luogo del magno splendore,
     Acciò chi passa all’edificio bello
     Noti ben prima l’antico castello. 1048

Antico già, hor tutto rinovato
     Dal magnanimo, e degno Cardinale,
     E d’ edificij in tal modo ampliato,
     Ch'il nome suo faran sempre immortale. 1052
     Ogni luogo di quel molto addobbato
     Viddi salendo le fondate scale,
     Di pitture, tarsie, festoni, e fregi
     Di gran vaghezza e di notabil pregi. 1056

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Cosi per una porta a nuova foggia
     Scolpita in marmo, al Palazzo trapasso
     Per una bella, e molto amena loggia,
     Tutta composta d’intagliato sasso: 1060
     A cui nel fine ampiamente s’appoggia
     La porta principal, dove’l mio passo
     Fermai per rimirar gli sculti marmi,
     Le basi, i fregi, le cornici e l'armi. 1064

Tutt’hor d'andar di volonta piu m’empio:
     Ma pur al fin pel castel dentro gimo,
     E nell'intrar trovammo’l santo Tempio,
     Di cui meritamente e il luogo primo. 1068
     Guardando quel d'ogni beltade esempio
     Di gran valore il considero, estimo.
     A figure di marmo è fabricato
     Per man d'uno scultor nell'arte nato. 1072

Nel mezo del coperchio è il grande Iddio
     Vivo cavato di mezascoltura,
     Che per quant'esser può’l discorso mio,
     Divina veramente è la figura. 1076
     Mostra all'aspetto esser clemente, e pio,
     Tutto adornato di santita pura,
     Cinta è sua Maestà d’un nobil Choro
     Di leggiadri angioletti ornati d’oro. 1080

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Sonvi scolpiti gli Apostoli santi
     Di biancho marmo, in aspetto decori,
     I quattro Vangelisti in quattro canti
     1084Pur di scoltura son, non di colori.
     Appresso a questi seggono altretanti
     In nostra legge eccellenti dottori,
     Che mossi da benigno e santo zelo
     1088Mostrato n’han la via d’andare al Cielo.

Honora gl'intermedi un lavor degno,
     D’oro e d’azzurro in arabesco pinto,
     E di basso rilievo è’l bel disegno
     1092Da cui attorno attorno’l Tempio è cinto,
     Ch’a considerar sol con quant’ingegno
     Sia fatto, resta ognun nel pensier vinto,
     Che chi nell’opra fiso guardar vole,
     1096S’abbaglia proprio come fa nel Sole.

Di prospettiva, e tarsia un bel choro
     Attorno cinge il devoto Sacello,
     A cui ricchi velluti, e panni d’oro
     1100Fan l’honorato, e superbo mantello.
     Splende sopra l’altare un gran thesoro
     D’argentarie, che molto adornan quello:
     Nella cui luce ogni fier occhio cede,
     1104Di che far ne poss’io debita fede.

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Di mirabil scoltura in quest'altare
     La Regina del Cielo è collocata,
     Che tutta nella mente intenta pare
     1108A soccorrer ogn'anima beata,
     Tanta modestia nel bel viso appare
     Che dagli angeli in ciel par fabricata,
     Col destro braccio sostien la figura
     1112Del Redentor dell'humana natura.

Il Protettor della cittade anchora,
     Della medesima opra a destra siede,
     Sua santa madre la sinistra honora,
     1116Ch'ivi menò da Roma il degno herede.
     Cosi venimmo del bel tempio fuora
     Fatto in honor di nostra santa fede,
     E per il primo luogo, ove ero stato,
     1120Rimasi stupefatto, & ammirato.

Dinnanzi al Tempio molti antichi Dei
     Come privi di quel si stan raccolti.
     Però voltando all’opra gli occhi mei
     1124Nel risplender dell'or restorno involti,
     Tutto sopra di me mirando stei
     I vivi gesti dal natural tolti.
     Tanto propinqua l'opra al vero appare,
     1128Che occhio, che miri non si po satiare.

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Cibele madre a ciascun di costoro
     Di quest’ordine osserva’l primo loco,
     Ornan la testa, tre corone d'oro
     1132Di varie gioie adornate non poco:
     E come madre del superno choro
     Ha seco l’urna dell’ardente foco
     Di cui è tanto vivo lo splendore,
     1136Che par che renda agli astanti calore.

Seguita Apollo, & ha tutto adornato
     Dell'honorate frondi’l bel crin d’oro
     Qual ha la Lira in disparte lasciato,
     1140E preso altro istrumento piu sonoro,
     Tiene un Salterio alla sua destra allato:
     Perche non sempre si segue un lavoro,
     E par che di Peneo la figlia brami
     1144Col canto rivocar da i verdi rami.

Costui di Medicina l’inventore
     Scrivon gli antichi nel sacro quaderno.
     Costui al tempo vibra i giorni, e l’hore,
     1148E distingue la state, dall’inverno.
     Dona a i Poeti il Pegaseo liquore
     Prima che vadin dall’alvo materno.
     Illustra il mondo coll’immortal luce,
     1152E della terra ogni frutto produce.

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Appresso a quel la Diva giovinetta,
     Ch’al fonte al cacciator le corna pose,
     Si vede allegra dimorar soletta,
     1156Fra i bianchi fiori, e le vermiglie rose.
     Un bianco veltro non lungi s'assetta
     Che mai Natura il più bel non compose.
     Per ferir Cervi, Lupi, Orsi e Cignali,
     1160Appresso ha l’arco, il carcasso e gli strali.

Non indi lunge in viva faccia appare
     Quel ch’è nuntio di Giove in ogni impresa,
     Dà l’eloquentia a chi non sa parlare,
     1164Ne la volonta sua mai viene intesa,
     Però chi no’l conosce il lassi andare,
     Se qual Argo non vol sentirne offesa.
     Alato ha’l capo, e le veloci piante,
     1168E tutto par nel bel corpo prestante.

Segue Minerva il bell’ordin divino
     D’ogni eloquenza piena, e d’intelletto.
     Et orna l’ampio fronte, e pellegrino
     1172D’un rilucente, e ben composto elmetto.
     Il fiero scudo alla destra ha vicino,
     E di ferro ha munito il corpo, e’l petto.
     Veste costei sol di piastra, e di maglia,
     1176Che par ch’aspetti viva la battaglia.

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Appresso è Giove in uno trono aurato
     Col foco in man per fulminar saette,
     Che spesso dal superno, & alto stato
     1180Per punire i mortali a furia mette:
     Che se non sempre’l giorno del peccato,
     Col tempo fa piu gravi le vendette,
     E seco ha quivi appresso alla sua sede
     1184L’augel che a Troia rapì Ganimede.

O Aquila felice, & immortale,
     Poi che su fin nel Ciel fra i sacri Dei,
     Spandi ampiamente le tue felici ale,
     1188E tanto grata al sommo Giove sei.
     Felice augurio al tuo corso fatale
     Accrescer possin tanto i versi miei,
     Che color, ch’al tuo Giove son ribelli,
     1192Superi, come fai tutti gli augelli.

Non troppo lunge, ne molto in disparte
     Piena di venustà Giunone appare,
     Qual’è tirata con tal gratia, & arte,
     1196Che viva più che finta all’occhio pare:
     E par che quasi voglia in altra parte
     Far da i Pavoni il suo carro tirare,
     Quali han le piume finte in tal maniera,
     1200Che vederne la ruota ognuno spera.

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Seguita appresso’l fiero Marte armato,
     Che a ch'il riguarda mette gran terrore,
     Qual è tanto ben pinto, e ben tirato,
     1204Ch’in lui sol si discerne ogni furore:
     Ne crederebbe alcun ch’un tal soldato
     Nelle catene sue tenesse Amore,
     Quando beffato in la fallace rete
     1208Smorzò con Venere l’amorosa sete.

Vedesi anchora in un’altro drapello,
     Della pittura il sublime inventore,
     Che per virtu del suo divin pennello
     1212Quivi tien tra gli Dei non poco honore,
     Coperto d’un cucullo è il vecchierello
     Per moderare all’occhio lo splendore,
     E tanto all’opra sua attento posa,
     1216Che par ch’abbia posposto ogn'altra cosa.

In altra parte il buon Bacco si vede
     Da pampini, e racemi tutto avvinto,
     A cui chi presta piu del dover fede
     1220Spesso dal suo liquor si trova tinto,
     E tal volar con lui al Ciel si crede,
     Che si ritruova in mezo al labirinto,
     Come ne mostra 1’allegro Sileno,
     1224Quando casca dell’asin sopra’l fieno.

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Con torvo aspetto, e con il ciglio hirsuto,
     Pien di scompiglio, & infernal ruina
     Si vede dell’inferno escir fuor Pluto,
     1228Per ingannar la bella Proserpina:
     E par che voglia Cerbero in aiuto
     Nel far della donzella la rapina,
     Perc'ha d’haverla nel cuor tanta sete,
     1232Che mai non pensa farla passar Lethe.

Ma perche con costui poco m’annido,
     Per altro rimirar 1’occhio apparecchio,
     E veggio intanto Ciprigna, e Cupido,
     1236Più chiari, e rilucenti ch’uno specchio:
     Quivi tra rose, e fior par faccin nido,
     Dove piu vaghi augelli empian l’orecchio,
     Non sol da far di lor gli huomini ardenti,
     1240Ma Lupi, Orsi, Leon, Tigri e Serpenti.

Mentre che non mi sazio di mirare,
     In altra parte l’occhio mi risponde,
     E veggio col Tridente in mezo al mare
     1244Nettuno solazzar con le salse onde:
     Da due Delphini’l carro fa tirare
     Per le belle acque placide, e gioconde,
     E par ch’aspetti a maritimi balli
     1248Nimphe di perle ornate e di coralli.

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Nell’altro quadro piu divin c’humano,
     Cerere scorsi in ornata pittura,
     Che con ghirlanda di maturo grano
     1252Orna il bel fronte, e la diva figura,
     E vaghe spighe tien raccolte in mano,
     Perche de terren frutti è sua la cura,
     E quando vede’l mondo haverne inopia,
     1256Per soccorrerlo vuota il Cornucopia.

Il fabro, che gli strali a Giove dedica,
     Seguita appresso all’ardente fucina,
     Ne maraviglia è se Vener si medica
     1260Le fiamme con piu degna medicina,
     Per c'ha costui una faccia maledica
     Da minacciar sol folgori, e ruina,
     Tal che, chi fiso l’opra non procura,
     1264Pensa sia vivo, & ha di lui paura.

Intorno intorno son piu divin spirti,
     Con archi in mano, e con aurati strali,
     Nutriti in Cipro fra gli ameni Mirti,
     1268Che danno al vento le ben composte ali,
     Le lor prontezze mai non saprei dirti,
     Perche son piu divine che mortali.
     E per piu adornar quel divin Choro,
     1272Chi tien la palma in mano, e chi l’alloro.

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Nel mezo la felice arme è locata,
     Ch’honorata ghirlanda in cerchio serra
     Del rosso diadema incoronata,
     1276Che mostra esser d’un Cardin della terra,
     E da vaghi Angeletti è sostentata,
     Che, chi ben mira come ogn'uno afferra
     I legami di quella, giura, e crede
     1280Che volin vivi nell’eterna sede.

Mentre che rimirando era rapito
     L’animo tutto a contemplar tal cosa;
     Mi parve ivi in disparte haver sentito
     1284Un, che biasmava l'opra gloriosa,
     Mostrossi esser però poco avvertito
     Nel contemplar la pittura famosa,
     Ond’io lieve m’accosto a quel che morde
     1288Mostrando ambe l’orecchie al suo dir sorde.

Con un parlar molto arrogante, e fiero
     Dannava in tutto l'eccelsa pittura,
     Dicendo meglio starebbe un san Piero,
     1292Un Paulo, un Giovanni in queste mura:
     Ma cosi fa chi non drizza’l pensiero
     A dar ad ogni impresa la misura.
     Mostrarebbe a gli entranti un chiaro specchio,
     1296Se fusse pinto un testamento vecchio.

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Notai dover costui esser mordace,
     Però la lingua a rimorderlo sciolsi,
     Dicendoli s’a te tal cosa piace,
     Non però cosi l'opra biasmar vuolsi. 1300
     Troppo mi pari nel mal dire audace,
     Però conviemmi riscaldarti i polsi,
     Porgi l'orrecchio, e ricognosci’l vero,
     Ch’il tuo giuditio in ciò troppo è leggiero. 1304

Credo che sappi, che l'antica Roma
     Hebbe nel militare huomini eletti,
     Che con le lor virtu posen la soma
     A molti regni, e se gli fer suggetti, 1308
     Cinta di poi d’allor la magna chioma
     Ne i lor triomphi inanzi al carro abietti
     Menorno i Re e per fare al popol segno,
     C’haveano oppresso, espugnato il lor regno. 1312

Nanzi adunque ch'il figlio di Maria
     Prendesse per salvarne carne humana,
     Eran gli huomin del mondo in gran follia,
     Giove adorando, Venere, e Diana: 1316
     Ma poi che partorì la Vergin pia,
     Ogni lor forza è diventata vana.
     Di che se cerchi haverne un vero essempio,
     Fede à Roma ne fa di Pace il tempio. 1320

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Vinti tutti da Christo fur costoro
     Nel nascer suo, e doppo’l duro legno
     Ha per suo carro il Tempio alto, e decoro,
     Dove triompha d’ogni eccelso Regno, 1324
     Però messi costor dinanzi al choro
     Son per mostrar della vittoria il segno,
     E per chiarirne come ver christiani,
     Che finti fur costor bugiardi, e vani. 1328

Meglio dentro sta Pier, Giovanni, e Marco,
     Girolamo, Gregorio, & Agustino.
     Hor se col mio parlar troppo t'incarco
     Rispondi, se’l tuo ingegno è pellegrino. 1332
     Guardommi fiso, e nel parlar fu parco,
     E come vinto prese altro camino,
     Che ricognobbe essere stato vitio
     A voler far senza ragion giuditio. 1336

Passammo quindi nell’ampio Cortile
     Con ogni sua misura fabricato.
     Se loco visto fu mai signorile,
     Questo per ver dire puossi essere stato: 1340
     Ne possibil saria che con mio stile
     Fusse a bastanza del tutto lodato,
     Che mentre l’occhio giro attondo attondo,
     Nell’intelletto me stesso confondo. 1344

[p. 63 modifica]

Mentre che mi stupivo nel mirare,
     Alzai gli occhi alle supreme mura.
     In tanto un fregio alla mia vista appare,
     1348Ch’azzurro ha’l campo e biancha ha la pittura,
     Dove si vede il fiero battagliare
     Di color, che di fama han sol la cura,
     Che chi ben guarda i militanti gesti,
     1352Forza è che alla bella opra attento resti.

Marco Curio quivi è quel gran Romano,
     Che de Sanniti disprezza i thesori,
     Perche brama piu tosto havere in mano
     1356Color, che sene chiaman possessori.
     Sembra all’aspetto un semplice villano,
     Perche non fa di politia i colori,
     E se ben l'orator l’adora, e prega;
     1360Per conservar la patria non si piega.

Segue Traian, quel magno Imperadore,
     Ch'il pianto ascolta della vedovella,
     E per punir del suo figlio l’errore
     1364Ne priva se, e dallo in cambio a quella.
     Meritamente adunque il gran dottore
     Lo rivocò dalla Tartarea cella,
     Benche si lamentasse a Giove Pluto
     1368D’havergli contrafatto allo statuto.

[p. 64 modifica]

Occupa del bel fregio il quarto loco
     La gran Città, che sopra’l Xanto siede,
     Dentro in ogni edifitio acceso’l foco
     1372Nell'oscur della notte chiar si vede.
     Discernesi’l caval, ch'infesta, e’n gioco
     Menato fu da chi l’error non crede.
     Uscir si vede Enea fuor d’una porta,
     1376Che il vecchio padre in su gli homeri porta.

Appresso è pinto il saggio Salomone,
     Ch’alle due meretrici fa giustitia:
     Onde soluta al fin la questione
     1380Possiede l’una il figlio con letitia.
     Nell’altro quadro è’l feroce Sansone,
     Ch’al basso pon la Philistea nequitia,
     E con tal forza stirpa’l duro sasso,
     1384Che di tutti i nimici fa fracasso.

Piu oltre sta la vestal verginella,
     Che col cribro pien d’acqua al tempio corre,
     Però crederei io che in cielo anch’ella
     1388Fra le beate si potesse porre.
     Copre una vesta tanto sottil quella,
     Che sotto ogni bel membro si discorre.
     Non versa’l crìbro l’acqua, onde palesa
     1392Non haver fatto alla sua legge offesa.

[p. 65 modifica]

Segue’l Pastore, & ha rapita Helena,
     E con essa del mar solca ogni costa,
     Evvi la vedovella, ch’alla cena
     Per ingannare’l nimico s’accosta, 1396
     Poscia la testa a quel di sonno piena
     Tronca, e nel sacco se la porta ascosta.
     Gioiosa se ne torna alla sua terra,
     Perche sa certo haver vinta la guerra. 1400

Marco Curtio a cavallo anchor si vede,
     Armato per andar nel precipitio,
     Che liberar la sua patria si crede,
     E fargli Giove e tutto’l Ciel propitio. 1404
     Leva’l saggio cavallo in alto’l piede,
     Che par, che del Signor sappia il giuditio,
     Qual per lasciar di se memoria eterna,
     Nel mezzo salta all’horribil caverna. 1408

Arde non lunge Scevola la mano,
     Per esser l’homicidio in fallo andato.
     Par che si doglia al magno Re Toscano
     Non haver tratto fuor del petto’l fiato. 1412
     Con un'aspetto proprio da Romano
     Purga nel foco il commesso peccato,
     Nota’l Re la costanza, e gli perdona,
     E dell’assedio l’impresa abbandona. 1416

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L’ultimo luogo del bel fregio tiene
     Una battaglia Hebrea, ch’altri via caccia,
     Mentre che il vecchio Capitan sostiene
     1420Levate al ciel l’antiche, e debil braccia:
     Ma come quelle in alto non mantiene,
     Vince’l nimico, e’l campo Hebreo discaccia.
     Onde i figliuol, che di vittoria han zelo,
     1424Sostengon lor le braccia in alto al Cielo.

Dividono’l bel fregio con misura,
     Et hornan la degn’opra in ogni parte
     Di duro bronzo teste di scoltura,
     1428Tratte dal natural con sublime arte:
     Tal ch’ogni quadro di questa pittura
     Fra testa, e testa in ordin si comparte;
     E chi quest'opra ben riguarda, e vede
     1432Ch’Apelle quivi fusse stato crede.

Al dirimpetto in due facce del muro
     Quattro armi, due per banda al pari stanno,
     Tirate a color fini, & oro puro,
     1436Ch’all’Aquile hoggi’l nome immortal danno,
     Perche col suo consiglio alto, e maturo
     Da tutto’l mondo gia temer si fanno.
     Dell’uno e l’altro Re Roman l’insegne
     1440Dan differenti l‘alte Aquile e degne.

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Supera ogni vaghezza una fontana,
     Ch’un bel pezzo di marmo in vaso chiude,
     Dove di bronzo si vede Diana
     1444Con le sue Nimphe per bagnarsi nude.
     Lascia quivi Atteon la forma humana,
     E fassi un cervo salvatico, e rude,
     E par che quasi’l suo infortunio plori
     1448Essendo hor privo dei regali honori.

Sostien quest’opra una colonna bella,
     Tutta di bronzo, d’un sottil lavoro,
     Sopra la qual sta in piedi una donzella,
     1452Che si converte in verdeggiante alloro:
     Phebo d’allato sta, ch'abbraccia quella,
     Che perder non vorria tanto thesoro,
     Mette nel querelarsi ogni sua forza,
     1456Per rivocarla dall’verde scorza.

In mezzo al vaso la colonna siede,
     A cui quattro gran larve il seggio fanno,
     Sopra le qual con grande arte si vede
     1460Quattro fanciulli star, che l’acqua danno.
     Fan del superbo vaso’l fermo piede
     Quattro Delphin, ch'avviluppati stanno
     Di bianco marmo, e tutto’l bel Cortile
     1464Orna questo bel fonte e signorile.

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Di simil marmo vi son due Leoni,
     Ch’a gustar le chiar’acque stanno affronte,
     Et appoggian le griffe, e fieri ugnoni
     1468All’orlo dell’ameno, e vago fonte.
     Han di scoltura tutte le ragioni,
     Tal che porgan terror col torvo fronte
     A chiunche che quivi a tor dell’acqua viene,
     1472Tanto del vivo la lor forma tiene.

Sopra’l bel fonte va di lungo un fregio,
     Qual penso dalle man di Phidia uscisse,
     Si bene il Volterran nell’arte egregio
     1476Haverlo di sua man fatto mi disse.
     Teste varie di bronzo di gran pregio
     Son con molta arte alla bell’opra fisse,
     Taccione il nome, benche vi sia posto,
     1480Perche veder piu oltre ero disposto.

Sopra colonne di pietra durissima
     Di mille intagli fabbricate, e cinte,
     In volta gira una loggia dignissima,
     1484Con le sue circostanze ben distinte,
     E se non è di gran larghezza amplissima,
     Le belle historie, che quivi son pinte,
     E molto ornate di colori, e d’oro,
     1488Fanno assembrarla ad un celeste choro.

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Di bianco marmo, d’oro ornato molto
     Son quattro teste di magna scoltura.
     La prima al padre di Philippo ha tolto
     1492I vivi gesti, e la propria figura.
     Nell’altra è’l figlio da li Dei raccolto
     Mentre ch’haveva di Spagna la cura.
     L’ultime son dell’uno, e l’altro Herede,
     1496Ch’hoggi tengan di Dio la legge in piede.

Son queste regal teste insieme accolte
     Sopra l’alte colonne, ch’ivi stanno
     Per sostentar della loggia le volte,
     1500E gran presenza a tutto il luogo danno.
     Sono in quattro ghirlande dentro involte,
     Che non poco ornamento a quelle fanno,
     Fuggemi l’occhio via dal bianco sasso,
     1504E fermo in mezo della loggia il passo.

Quivi dall’una banda si discerne
     La nobil vedovella alta, e preclara,
     Che col favor delle gratie superne
     1508A vincer con ingegno, & arte impara,
     Che dando bere al protervo Holoferne,
     Dormire’l fa con la bevanda amara:
     Onde accostata al Capitan robusto
     1512Gli tronca’l torvo teschio via dal busto.

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Appresso a questa si vede Verginio
     Del sangue di sua figlia maculato:
     Onde fu quindi’l superbo dominio
     1516Del Decio reggimento annichilato,
     Appresso è quella, in cui’l fiero Tarquinio
     Commesse a forza’l nefando peccato,
     Che poi dello stupro plora, e langue,
     1520Si tra dal cuor con un pugnale il sangue.

Le tre Grazie non lunge son da quella,
     Che mostran nudo l’eburneo seno,
     Ne l’una piu che l’altra è vaga, e bella,
     1524Tant’hanno uguale il bel volto sereno.
     Vedesi appresso alla stanca mammella
     Dar col serpente il mortifer veleno
     La lasciva Regina in mesta voglia
     1528Da far della sua pena a ciascun doglia.

Vedesi appresso’l feroce Sansone
     A Dalida posar la testa in petto,
     E fra piu fiori, in altra regione
     1532Psiche, che dorme in un amen boschetto:
     Cupido v’è ch’amirarla si pone,
     Che punto ha’l cuor del suo proprio diletto,
     E par che tema di non la svegliare,
     1536Tanto leggiero all’opra intento pare.

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In altri quadri con celesti accenti
     Da Gioveni, e donzelle in compagnia
     Suonar si veggan Musici strumenti,
     1540Da pensar quindi una dolce armonia.
     Attorno attorno ai nobil pavimenti
     Mostrat’hal buon pittor l’arte qual sia
     Di finger nudi corpi in vivi gesti,
     1544Se ben dice qualchun non sono honesti.

L’arte del buon pittor degna si vede
     Nel saper ben formare un corpo ignudo.
     Non fa dell’eccellenza vera fede
     1548Il vestir chi di gonna, e chi di scudo.
     Hor s’io calco a qualcuno addosso’l piede
     Taccia, ch’il ver dell’arte gli concludo.
     Facil cosa è sopra una bella vesta
     1552Accomodar qualche leggiadra testa.

S’honesta ben non parve la pittura,
     Come si richiedeva al luogo degno,
     Lo fe il pittor per mostrar che natura
     1556Ben sapeva imitar con suo disegno.
     Ma perche d’honestà poi ebbe cura
     Il tutto ritrattò con grand'ingegno,
     E dimostrò che col divin pennello
     1560Fare, e disfar sapea qualcosa anch’ello.

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Di sopra in una parte il Sole è pinto,
     E riluce ch’ogni occhio è superato:
     E mostra d’ogni cura esser discinto,
     Perche al figliolo il bel carro ha lasciato. 1564
     Evi la Luna in un altro procinto
     Al dirimpetto in un fiorito prato,
     Che mostra con tal grazia il sacro petto,
     Che ogniun resta allacciato al suo conspetto. 1568

Vedesi anchor la vaga Primavera,
     Ch'una leggiadra Nimpha par sembrare,
     C’ha molti fior raccolti in una schiera,
     E vaghe ghirlandette ne vuol fare. 1572
     Tanta giocondita tien la sua cera
     Che fa di se ciascuno innamorare.
     Volan d’intorno allei canori augelli
     Fra fior cantando, fioriti arboscelli. 1576

Non troppo a lei vien la state lontano,
     Che Ceres rassomiglia alla figura.
     Maturi frutti, e fior porta ella in mano,
     E vaga fra le biade, e la verdura 1580
     Ne da costei, e tolle il dolce grano,
     Di cui gli agricoltori han tanta cura:
     E tanto ardita, e prudente si mostra
     Ch’invita ogn'uno all’amorosa giostra. 1584

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D’uve mature a pampini adornato,
     Dall’altra banda è l’Autunno anchora.
     Costui con Bacco ha comune il suo stato,
     1588Ne l’un dall’altro mai lontan dimora.
     Sequita un vecchio dal sinistro lato
     Ch’alle piante il bel manto discolora
     Rappresenta egli il Verno freddo, e greve,
     1592Fra nebbia, pioggia, vento, ghiaccio e neve.

Veggonsi in mezzo i cavalli del Sole
     Formati, e finti per man di Natura,
     E sopra’l carro Phetonte che vuole
     1596Pigliar di guidar quello egli la cura:
     Ne par pentirsi delle sue parole,
     Che non gli ha fatto Scorpio anchor paura,
     E però lieto in sul carro risiede,
     1600Perche la sua ruina anchor non vede.

Molti si maraviglian che il pittore
     Sol tre cavalli al bel carro ponesse,
     E riprendere il voglian dell’errore
     1604Che la Favola ben non intendesse:
     Perche non san ch’un ne restò di fuore
     Disciolto, quando il carro al corso messe:
     Che come vidde a quel pigliare’l corso
     1608Fuggì, che si gli ruppe in bocca’l morso.

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Nacque di qui ch’il giovanetto ardito
     Non tenne fermo al ver camino’l piede.
     Si che non sia’l pittor dunque schernito,
     1612Che cosi fa piu di dottrina fede.
     Rimiro intanto nell’ultimo sito
     E veggione portar via Ganimede
     Dal magno augel su nel celeste Choro,
     1616Per dar a Giove ber col vaso d’oro.

I fregi ch’ornan l’ampia loggia diva
     Sono con sottigliezza fabricati,
     Però l’animo mio gia si stupiva
     1620Dell’or, di che per tutto sono ornati.
     Hor mentre che di quindi mi partiva,
     Mi venner gli occhi allo spazzo abbassati,
     Qual di commesso a bianchi marmi e rossi
     1624A ciascun pavimento agguagliar puossi.

Di misti marmi a Balausti è cinto
     Tutto’l contorno di tal luogo degno,
     Ch’ornan mirabilmente il bel procinto,
     1628Perche tutto è con nobil arte, e ingegno
     Stato dagli scultori a fil distinto,
     E ritirato a perfetto disegno,
     Si che rassembra un lucente gioiello
     1632Legato in oro fin quel luogo bello.

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Sotto questa ampia loggia il Re sedeva
     Colla casta Regina in alto alquanto:
     Il cui bel seggio in ornamento haveva
     Di fiorito broccato un ampio manto, 1636
     E d’un bel cremisin ch’in fiamme ardeva
     Era l’ombrella appesa al muro a canto
     Che ricopriva i due lucenti lumi,
     I Semidei, i venerandi numi. 1640

Quivi i due Soli, le due chiare stelle
     Per veder festeggiar s'eran locati.
     Sedeano in basso le lor Damigelle
     Vestite di velluti, e di broccati, 1644
     Che per ballar venute eran'anch’elle,
     E veder altri giochi all’occhio grati,
     Ch’a riguardarle una, per una in viso
     Veri Angeli parean del Paradiso. 1648

Tutte le gentil donne, e le Signore
     Di piu lontane, e propinque Castella,
     Ch’eran venute a far debito honore
     All’illustre Regina, intorno a quella 1652
     Erano adorne da tanto splendore,
     Ch’era una cosa a veder troppo bella.
     Le lor catene d’oro, e le lucenti
     Gioie facean stupir tutte le genti. 1656

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A queste in un drappello eran vicine
     Una appo l’altra con bello ordin messe
     Della Citta più gentil Cittadine,
     1660Di nobil veste ben ornate anch’esse,
     Accorte nel ballare, e pellegrine,
     Da cui l’honor del ballo al fin processe:
     Perch’ogni gran ballata ardua, e scura
     1664Ballon col tempo, e temprata misura.

Dall’altra banda eran tutti i Magnati
     Della Corte del Re, e del paese,
     Di gran catene d’or tutti addobbati,
     1668Di ricche vesti, e di ciascuno arnese.
     Drento piu Cortigiani erano intrati,
     Che le fiamme, c’havean ne i cuori accese,
     Smorzaron piu con l’affettato ballo,
     1672Che non fa’l fuoco il liquido cristallo.

Levata in alto, & alquanto in disparte
     Sopra la testa di tutte le genti
     D’una perfetta Musica era l’arte,
     1676Di ben temprati, e di dolci stromenti:
     Fra quali hor questa, & hor quell’altra parte
     Mostrava’l bel de i suoi sonori accenti:
     Alle cui note per molti intervalli
     1680Fur fatti vaghi, e dilettevol balli.

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Fra l'altre usciron fuor due ballarine
     Di lunge assai venute per ballare,
     Tanto veloci, & al saltar latine,
     Che fecer certo ogn’un maravigliare 1684
     Due ruote d’un molin le pellegrine
     Sembravan nel lor lungo volteggiare,
     Ch’in questo l'arte havean si presta e varia,
     Che parean star sempre levate in aria. 1688

Ferno intermedio alcuni atteggiatori
     Piu destri in aria che s’havessen l'ali.
     Questi dinanzi al Re fra i gran Signori
     Salti facean schiavoneschi, e mortali, 1692
     Parea c’havessen tutte l'ossa fuori.
     E piu veloci al corso che li strali,
     Agili nel saltare, e piu leggieri
     Ch’al volare i Falconi, e gli Sparvieri. 1696

Venner dopo costor molti Buffoni
     Di varie lingue perfetti maestri,
     Con certi motti assai capresti, e buoni.
     Ne i lor linguaggi a risponder piu destri 1700
     Ch’a mangiar la cagliata, e maccaroni
     Non sono i Pecorari aspri, e silvestri
     Quando han dato alla mandra il dolce strame,
     E che in su l'herba si cavan la fame. 1704

[p. 78 modifica]

I piu dolci proverbi, i piu forbiti
     In lingua hor Bergamasca, hora Schiavona
     Che mai sentisi in commedie, o in conviti
     1708Dicean costor con gratia tanto buona;
     Hor biasimando le mogli, hor i mariti,
     Che crepava del riso ogni persona.
     Tal che piu lodi al ben dir di costoro
     1712Fur date al fin dal venerando choro.

Non mi sarei mai satio di mirare
     Le nuove cose, ch’ivi eran presenti:
     Se quel, da cui mi facevo guidare,
     1716Non raffrenava i miei pensieri ardenti:
     Qual mi fe cenno ch’io douessi andare,
     Che poco impaccio mi darian le genti
     A finir di vedere’l bel difitio,
     1720Ch'il star piu quivi saria stato vitio.

Levando intanto quindi ambe le piante
     Per intrar nella stanza ivi vicina
     Portia scorsi io, che pel fedel amante
     1724Il foco prende all’ardente fucina,
     Pronta si mostra intrepida e costante
     Nel prender la tremenda medicina,
     Inghiottisce ella gli ardenti carboni
     1728Piu che se fussen cibi eletti e buoni.

[p. 79 modifica]

Mentre che passo, appress’al destro fianco
     Veggio un ritratto di vago colore,
     Ch’aperto ha’l petto verso’l lato stanco,
     1732E quindi mostra il purissimo cuore.
     Un altro è poi ch’un tal non vidi unquanco,
     A cui un fiero serpe dà dolore.
     Quest’è dell’Avarizia ingorda e frale
     1736L’altro d’una nimica sua mortale.

Miro s’altro vedessi intorno intorno,
     Prima ch’io entrassi nella stanza bella.
     E veggio sopra l’uscio un’Alicorno
     1740Fatto prigion d’una casta donzella.
     Abbassa mansueto’l fiero corno,
     E dassi tutto in preda in grembo a quella.
     L’orgoglio sol virginità gli smorza,
     1744Tant’ha con l’animal virtude, e forza.

Dentro poscia passai tutto giocondo
     Dove fa seggio un forte Torrione,
     Il luogo tutto in figura è ritondo,
     1748Tirato a sesto con molta ragione,
     Et è tutto addobbato attondo attondo
     Quanto dall’alto al basso s’interpone
     Di certi vaghi, e ben fatti corami,
     1752Ornati d’oro a fiori, a foglie, e rami.

[p. 80 modifica]

In una parte un letto era parato
     Di mirabil bellezza, e leggiadria,
     Fatto d’un bel tessuto d’un broccato,
     1756Che cambia all’occhio’l color tuttavia;
     Di rami, frondi, e nodi è campeggiato,
     Ch’un tal non credo in tutta l’arte sia,
     E’l ciel di sopra è del proprio lavoro,
     1760Con honorate frangie di fin’oro.

Del Principe l’imprese di ricami
     In vari luoghi all’opra inserte stanno.
     D’oro, e d’argento vi son dritti rami,
     1764Ch’insieme avvolti le colonne fanno,
     Che tengan dritti gli aurati stami,
     Et all’impresa molto ben s’affanno:
     Perche in su queste si ferma’l cubile
     1768Magno, ricco, superbo, e signorile.

Di rilucente acciaio appresso al letto
     Stava una nobil sedia aperta in piede,
     D’un vago cremisin fra molti eletto
     1772Tutta guernita, dove su si siede.
     Pender di sopra un notabil quadretto
     Tutto d’argento smaltato si vede,
     Dove è la verginella in atto pio,
     1776In cui s’incarna il gran verbo di Dio.

[p. 81 modifica]

E‘ più che neve candida la volta,
     Che di basso rilievo in tondo gira,
     Fatta con arte, e con fatica molta,
     1780Come comprende chi la nota, e mira.
     Tutta quest’opra è dall’antico tolta,
     Se bene alla moderna hor si ritira:
     Dove fra rose, e fregi di scoltura
     1784Son molte historie di nobil pittura.

Cesar si vede in mezo del Senato
     In vivi gesti sue sentenze dire,
     Per occupar per se il publico stato,
     1788E far al basso i Senator venire.
     Di verde Alloro il capo ha circondato,
     E come Imperador fassi ubidire,
     Pargli che il suo valor, virtude, e ingegno
     1792Il faccin piu che tutti gli altri degno.

Un notturno triompho di pittura
     Si scorge anchor dell’alto Imperadore,
     Ove è finta una notte ombrosa, e scura,
     1796Che d’eccellenza commenda’l pittore:
     Perche mostra la mano esser matura
     Nel saper col pennel dare’l colore.
     Nel fiammeggiar di splendidi facelle
     1800Si veggan tutte queste cose belle.

[p. 82 modifica]

Dall'altra banda il traditor d’Egitto
     Gli manda di Pompeo la degna testa,
     E benche fuor se ne dimostri afflitto,
     Dentro forse non è la mente mesta: 1804
     Perche non sempre in la fronte descritto
     Si porta quel che dentro nel cuor resta,
     Che benche s’habbia il cuor puro, e sincero
     Forza è tal hor dissimulare il vero. 1808

D’onde la volta in alto il giro prende
     Di picciol forma son piu Cavalieri,
     Ch'ogn'un di se la fama a Roma rende
     Per haverla difesa volentieri. 1812
     Hor quinci, hor quindi l’occhio si distende
     Per dar all’intelletto piu piaceri:
     Ma tanto e l’or, che nel luogo riluce,
     Che vi s’abbaglia l’una, e l’altra luce. 1816

Porgo d'una finestra 'l capo fuore
     Dove alla faccia un giardin si presenta:
     Quindi veniva un tanto ameno odore,
     Che non credo ch’un tal mai piu ne senta. 1820
     Havean produtto i verdi aranci 'l fiore,
     Onde alla stanza il grato odor s’avventa,
     E' d’habitar questo luogo elegante,
     Quando dal Cancro il Sol volge le piante. 1824

[p. 83 modifica]

Di quindi in una stanza oltre passai,
     Che per il freddo Verno il caldo tiene,
     Dove son di scoltura opre, che mai
     Fien di laudarle le mie voglie piene. 1828
     Par che sempre del Sol vi sieno i rai,
     Tanta luce dall'or risurge, e viene,
     Phidia, il gran Prasitele, e 'l magno Apelle
     Non ferno in vita lor cose piu belle. 1832
 
Nella volta di sopra il Cielo è finto,
     Qual mostra de i Pianeti ogni figura.
     Tutto d'azzurro il circuito è tinto,
     E son di marmo i Pianeti in scoltura. 1836
     Ciascuno è nel suo Ciel per se distinto,
     E collocato con mirabil cura.
     Tratta dal naturale è l'opra degna,
     Ch'a giudicare a gli Astrologi insegna. 1840

Nelle faccie del mur del luogo bello
     Di bronzo sculti con gran maestria
     Molti Astrologi sono in un drappello,
     Che contemplan del Ciel l'alta armonia. 1844
     Sembran del tutto esser intenti a quello,
     Tanto ferma quivi han la fantasia,
     Perche certo quest'arte liberale
     Senza grande eccellenza poco vale. 1848

[p. 84 modifica]

Mentre ch’era occupata la mia mente
     In contemplare in ogni banda il tutto,
     Scorsi di dur metallo il gran Parente,
     Che gustar volse il gia vietato frutto. 1852
     La prima madre nostra ivi è presente,
     Che par che cerchi appresso allhuom ridutto.
     Et è questa bella opra di scoltura,
     Di naturale, e compita statura. 1856

Intorno allor piu vaghi fanciullini
     Dell’uno, e l’altro sesso stanno honesti,
     Ch’agli angelici spiriti, e divini
     Si possan degnamente agguagliar questi. 1860
     Son tanto al vivo scolpiti vicini,
     Che non si potrien fare in miglior gesti:
     E locata è questa opra in alto alquanto,
     Acciò ben si contempli in ogni canto. 1864

Alle piante di questi tre facciate
     Del medesimo bronzo 'l seggio fanno,
     E son le faccie a figure intagliate,
     Tal che molta presenza all’opra danno. 1868
     E per punir delle cose vetate
     Color che al gran mandato fallato hanno,
     Si vede un Angel con turbato viso,
     Scacciargli del terrestre Paradiso. 1872

[p. 85 modifica]

Evvi nell'altra faccia 'l gran dragone,
     Che s’avviluppa al gia vetato ramo,
     E seduce la donna con ragione,
     Che sembra l’esca in cui ascoso è l'amo. 1876
     Oltre è Cain, ch’Abel morto ripone,
     E sprezza appresso ’l celeste richiamo,
     Perche l'invidia, l’orgoglio, e ’l rancore
     Gli han circondato, e incrudelito 'l core. 1880

Post'è questa degn'opra in questo loco,
     Perche un temprato caldo spira, e manda.
     Accendevisi dentro a tempo il fuoco,
     Perche è concava tutta in ogni banda, 1884
     Scaldandosi ’l metallo a poco a poco
     Convien dolce calor per tutto spanda,
     Cosi serve nel verno a i giorni brevi
     Quando spirano i venti, e son le nevi. 1888

Passo piu oltre in una stanza bella
     Che mostra all’occhio gran magnificenza.
     Miro, riguardo, e ben contemplo quella,
     Dove suol dare ’l Principe audienza, 1892
     Pur in candida volta è fatta anch’ella,
     Di bianchi intagli con gran diligenza,
     E con grande arte, in alcuni intervalli
     Son di rilievo superbi metalli. 1896

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Intorno intorno i gran Progenitori
     Armati stanno in natural figura,
     C’hanno all’Aquila dato i grandi honori,
     E in man del mondo 'l governo e la cura. 1900
     Costor son Duchi, Re ed Imperadori,
     Ch’adornan quivi le splendide mura,
     E 'l Principe dell’opra anchor si vede
     Dal natural, che in ampia parte siede. 1904

Nel mezo della volta è la fortuna
     Ch’in vivi gesti al bel drappello applaude
     Rimira 'l chor senza doppiezza alcuna
     Quasi dicendo non temer di fraude, 1908
     Ch’oltra quanti ne stan sotto la Luna,
     Esalterò l’eccellente tua laude
     E tanto fatta gliè la Dea divota
     Ch’alloro ha dato in governo la ruota. 1912

Sopra una porta intanto l’occhio giro,
     Onde di luogo in luogo entro si varca,
     E ’l gran Duca di marmo intanto miro,
     Ch’il mar rosso passò senz’altra barca. 1916
     Poscia quindi all’incontro mi ritiro,
     Et veggo quel, che gia fe la grand’arca:
     A cui far si dovria eterno honore
     Per il caro don del soave liquore. 1920

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Ornan le faccie, ove non è pittura
     Quattro tapezzarie polite, e belle,
     Ne piu vivi color mai fe Natura,
     Quale han gli stami che contessan quelle. 1924
     Viva dentro vi pare ogni figura,
     Come se fusse 'l disegno d’Appelle,
     Tal che quasi io mi ci perdevo sopra,
     Tanto fiso restavo a guardar l’opra. 1928

Niobe ornata di regal corona
     Nel primo pezzo superba si vede
     Sprezzare i sacrifici di Latona,
     Perche maggior di lei esser si crede: 1932
     E gia del regno suo ogni persona
     Sospinge al culto suo, chiama, e richiede,
     E tanto insuperbisce di sua prole,
     Che Cintia vilipende, e sprezza 'l Sole. 1936

Nel secondo è l’orgogliosa Regina,
     Che i sacrifici a se fa celebrare,
     Profana in tutto la legge divina,
     E fassi come Dea in terra adorare. 1940
     Nel terzo luogo si vede in ruina
     Ogni sua pompa, e gloria al basso andare,
     Perche Giove non vuol, che di terra
     Si faccia contra 'l Ciel lite, ne guerra. 1944

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Apollo, e Cintia con gli acuti strali
     Nel quarto estinguan la superba prole,
     Fulminano i pensier superbi, e frali,
     L’arroganza crudel, l’empie parole, 1948
     Come spesso a color, che son bestiali,
     E fuor d’ogni ragione avvenir suole.
     Onde esser questo po lucido essempio
     A chiunche hoggi di Dio disprezza 'l tempio. 1952

Una Camera a questa appresso viene
     Non manco bella dell’altra, c’ho detta,
     Ch’una ghirlanda in mez'al palco tiene,
     Che molto all’occhio a mirarla diletta, 1956
     E chi quest’opra considera bene
     Vede una prospettiva ivi perfetta,
     Che vi son gesti di piu fanciullini,
     Che non paian vivi, ma divini. 1960

Dall’una banda in mirabil bellezza
     La Giustizia risplende oltra misura.
     La Temperanza in non manco vaghezza
     Mostra nell’altro luogo sua figura. 1964
     Nel terzo sta la robusta Fortezza,
     Di cui un fier Leon prende la cura.
     E pinta è nella quarta residenza,
     La dotta, saggia, & inclita Prudenza. 1968

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Cinge la stanza un virtuoso Choro,
     Di sette donne honorate, e preclare,
     C’han sette huomini anchora appresso alloro,
     C’han quelle celebrate, e fatte chiare. 1972
     Nel primo luogo è il saggio Apollodoro,
     Che nol potria Natura meglio fare,
     Grammatica appo lui segue da parte,
     Che la porta è dell’imparare ogn'arte. 1976

Seguita Gorgia, quel grande oratore,
     Simile a cui non ne fu altro al mondo,
     Rethorica seco ha con suo colore,
     Onde nasce il bel dir, grave, e facondo. 1980
     Segue Chrisippo, ch’ogni ascoso errore
     Prova, tanto è sottil, saggio e profondo,
     Dialettica il segue, che senza essa
     Ogni scienza nuda si confessa. 1984

Non molto lunge Pittagora siede,
     Che par rapito al suo philosofare:
     L’Aritmetica ha seco, a cui si crede
     L’arte eccellente del ver calcolare. 1988
     Appresso è pinto 'l nobile Archimede,
     Ch’a diverse misure intento pare,
     Segue Geometria con sua misura,
     Che di metire ogni cosa ha la cura. 1992

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Intento al ciel Beroso in altra parte
     I Pianeti contempla, e i segni anchora.
     Vien con la Sphera l'Astronomica arte,
     Che del futur predice il punto, e l’hora. 1996
     Di color finto è Pan quivi in disparte,
     Che seco ha la sua Fistola sonora,
     Musica ’l segue, e tutti i suoi strumenti,
     Al cui sonar si stuppiscan le genti. 2000

Dove dal mur la volta in alto sale,
     Fra l’uno, e l’altro di tutti costoro,
     D’un bel basso rilievo spandan l'ale
     Aquile invitte quattordici d’oro, 2004
     Che la lor fama han fatta hoggi immortale,
     E sostentan col dorso i signor loro,
     Ch’accolti in vago cerchio ivi son pinti,
     Tratti dal natural veri e non finti. 2008

Giulio Cesare è il primo il gran Romano:
     Il cui nome fin hor ne gli altri dura.
     Seguita appresso il magno Ottaviano,
     Ch’ebbe di tutto 'l mondo in man la cura. 2012
     Tiberio è il terzo, e si dimostra vano
     A chi riguarda fiso sua figura.
     Caligola oltre è poi tanto ben fatto,
     Che par che vivo sia, non contrafatto. 2016

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Claudio appo questi al bell’ordin si pone,
     Che querelarsi par della consorte.
     Più inanzi è pinto il protervo Nerone,
     Che tenne aperte a crudelta le porte. 2020
     Galba vien dopo, e il suo nimico Othone,
     E ’l bon Vitellio di costor men forte,
     Qual di Vespesian si lagna, plora,
     Ch’ivi dapresso la bella opra honora. 2024

E' presso a questi il fier Domitiano,
     Che fu di Christo gran persecutore:
     Seguita Nerva, e ’l clemente Traiano,
     Di tutti questi lucido splendore. 2028
     L’ultimo luogo è del divo Adriano,
     C’hoggi fa con sua mole a Roma honore.
     Tutta la stanza cinge il bel drappello,
     Ch’ogni occhio allegra, che si specchia in quello. 2032

In faccia fabricato evvi un camino:
     La cui bellezza non posso narrare,
     L’intaglio è tutto di paragon fino,
     Lustro, ch’al viso un chiaro specchio appare. 2036
     Negra è la pietra piu ch’un Saracino,
     E piu ch'alcun non si potria pensare,
     Che quando 'l foco gli rende la luce,
     Come una gioia oriental riluce. 2040

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In altra Banda una lettiera siede,
     Che di fin oro in piu luoghi risplende.
     Ogni cantone un’Aquila possiede,
     2044Che le dorate piume al vento stende.
     Le grife d'un Leon formano il piede
     Dell'opra, ove ’l bel letto si distende.
     Di raso paonazzo, e bianco argento,
     2048E il cortinaggio, e tutto 'l pavimento.

Intorno intorno di mirabil arte
     Son le tapezarie accommodate:
     A cui ghirlanda fanno in ogni parte
     2052Le sette verghe in Unità legate.
     Di varie cose l'opra si comparte,
     Percbe vi son piu virtu celebrate.
     Del Principe l'impresa ha tal virtude,
     2056Ch'insieme ogni gran lite unisce, e chiude.

Musica v’ha la fistola, e la Cetra,
     Numeri, l'Arimmetico, e tabelle,
     La squadra, il sesto, e 'l piombo il Geometra,
     2060E la Sphera l'Astrologo, e le stelle.
     Havvi Cupido l'arco, e la pharetra,
     Gli acuti strali, il dardo, e le facelle.
     E primavera in diversi colori,
     2064Arbori, frondi, foglie, rose, e fiori.

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I fregi, gl'intermedi, e gli ornamenti,
     Cornici, intagli, e contrafatti marmi,
     I color fini, l'oro, i guarnimenti,
     2068Le belle imprese, e le magnifìche armi;
     Ch'ornan per tutto i ricchi pavimenti,
     Non ti saprei narrare in mille carmi:
     Ne dico de gli spazzi dilicati,
     2072Di varie pietre composti, e intagliati.

Poscia piu oltre un'altro luogo occorre,
     Dove vien la famiglia tutta a mensa:
     Dall’una banda è scolpita una Torre,
     2076Che nel Verno un calor dolce dispensa.
     In tanto l'occhio alla volta discorre,
     Che sempre 'l cuore a nuove cose pensa,
     E benche in tutto sia l'opra perfetta
     2080Veder di nuovo qualche cosa aspetta.

In mezo sta del Principe l'impresa,
     Che son legate sette Verghe d'oro:
     Un breve il bel problema chiar palesa,
     2084Ch'unito stringe il pulito lavoro.
     Tutta la volta da quelle è compresa,
     Tanto dilatan quivi i rami loro,
     Pareami rimirando il lor splendore,
     2088Sentir gli spirti unirsi appresso al cuore.

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Poste da parte son per i cantoni
     L’armi illustri del Principe, e divine,
     Di bianchi ornate, e di rossi Leoni,
     2092E d’Aquile eccellenti e pellegrine.
     Son coronate di celesti doni,
     Ch’ornano al suo Signore il sacro crine,
     E secondo che dice ogni persona,
     2096Presagio dan de la terza corona.

Nei capitelli, ove posan le volte,
     Statue antiche in pittura son finte,
     C’han molte membra via troncate, e tolte:
     2100Perche dal natural son state pinte,
     Bench'alcune persone ignare, e stolte
     Vorrien fussen di quindi via sospinte,
     Perch'al suo dire all’occhio non diletta
     2104Il rimirar una cosa imperfetta.

Vadano dunque a Roma questi tali,
     A cui questi secreti non son noti,
     E mirin bene gli archi trionphali,
     2108Hoggi frammenti de gli inculti Gothi;
     E discerner potran senza gli occhiali
     Si sono stati i pittori idioti,
     E vedran quante braccia, e quante teste
     2112Manchino a quelle, a cui s’assembran queste.

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Quivi 'l saggio pittor quel ch’ha trovato
     D’antichi essempi ha voluto mostrare,
     E ’l bel lavoro imperfetto ha lasciato,
     2116Perche l’antico ha voluto imitare,
     Perdoni adunque Iddio il suo peccato
     A chi tal opra non ben fatta pare,
     E tu pittor, che la degna opra festi,
     2120Perdona l’ignoranza anchora a questi.

Pinte in le faccie son piu favolette;
     Che benche molto trite a ciascun sieno,
     Han non dimen le sentenze perfette,
     2124E di moralita l’intento pieno,
     Ne son da me per al presente dette,
     Perche me le riserbo ascose in seno.
     In questo luogo si finisce, e serra
     2128Il circuito tutto appresso a terra.

Esco di quindi, e pe 'l cortil trapasso
     Per salir alto nella Regia sala,
     E fermo 'l piede ove di nobil sasso
     2132E' con grand’arte intagliata una scala:
     Piu colonnette affise a passo a passo
     Tengano un cornicion, che gli fa l'ala,
     Di miste pietre è tal lavoro adorno,
     2136Che paian fatte, e lavorate al torno.

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Nel salir l’ampia porta s’appresenta,
     Sopra la qual del Cielo è la Regina,
     Ch’in braccio 'l Redentor nostro sostenta:
     2140A cui il Cardinal s’humilia, e inchina,
     Il divo Protettor lieto il presenta,
     E fanne un dono alla bontà divina:
     Ond’egli affiso in atto humile, e pio,
     2144Fervente adora 'l gran verbo di Dio.

Della mirabil sala l’alta impresa
     Par che la porta nel fronte dimostri,
     Nel modo, che il venir del Sol palesa
     2148La candida Alba ne i cospetti nostri,
     Però feci io meco stesso contesa
     Se potesse rimar con varij inchiostri
     La maesta di quella, il gran decoro,
     2152Gli intagli, i marmi, i color fini, e l’oro.

La porta s’apre & ecco il tron di Giove,
     Ch’in un tratto confonde gli occhi miei,
     Per fermo tenni allhor che non altrove,
     2156Ch'ivi habitassen gia gli eterni Dei,
     Non bastarieno a dir l'imprese nuove
     Mille Anphioni, e risonanti Orphei,
     Confusi in me reston nel grato aspetto
     2160La luce, la raggione, e l’intelletto.

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Pur insieme raccolti i debil sensi
     Per voler la degna opra contemplare,
     Le luci in alto a rimirar sospensi
     2164Al Ciel, che di piu Soli ornato pare.
     Tant’or nell’ornamento ivi contiensi,
     Ch’impedisce la luce nel mirare
     Non altrimenti ch'impedir la suole
     2168Il raggio, a chi nel Sol pur guardar vuole.

Da superbe cornici vien compresa
     In ventiquattro quadri l’opra degna,
     De quali assai del Principe l’impresa
     2172Mostran scolpita, assai mostran l'insegna.
     Pensar non si potria con quanta spesa
     Al fin d’una tanta opra si pervegna,
     Che sol gli intagli, gli arabeschi, e i fregi.
     2176Son pe'l molt’or d’inestimabil pregi.

Sotto al dorato palco una pittura
     Nasce, ch'all’ampia sala fa ghirlanda,
     Che rimbellisce le candide mura
     2180Tanta vaghezza a tutto il luogo manda
     Tirata è tutta con tal arte, e cura,
     Che l’opra istessa a vagheggiar comanda,
     Perche in diversi modi e 'n vari effetti
     2184Si veggan triomphar piu fanciulletti.

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Tolto hanno alcuni i dorati bastoni,
     E fatto d'essi un carro con grand'arte,
     Qual carico di fiori, e di festoni
     2188Tiran con festa in quella e'n questa parte.
     Altri con bianchi, e con rossi Leoni,
     Scherzan ridendo, e giocando in disparte.
     Altri s'han fatto a gli homeri una salma,
     2192Di laur verde, e triomphante palma.

Altri hanno al collo, & alle braccia avvinte
     Ben collegate piu lettere d’oro,
     Altri in man l’hanno, altri le tengan cinte,
     2196Tal che ciascun ne porta di costoro,
     Queste nell'ordin suo poste, e distinte
     Fan del Principe il nome alto, e decoro,
     Onde connesse nel lor propio accento,
     2200Dican BERNARDO CARDINAL di Trento.

Nella principal faccia al destro lato
     La regal mensa il nobil luogo ingombra,
     Sopra alla qual appresso è di broccato
     2204Un anmpio Ciel, che la gran mensa adombra:
     Questo d'armi, e d'imprese è ricamato,
     A cui stan sotto i commensali all'ombra,
     Si che a guardarli al nobil pranzo assisi,
     2208Paian alme beate a i campi Elisi.

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Del medesmo broccato in fin a terra
     Per lungo al muro un ricco panno scende,
     Ch’in ogni banda il mur candido afferra,
     2212E non poca honoranza al luogo rende,
     Un bel procinto in quadro il tutto serra,
     E v’entra solo chi al servitio attende,
     E par ch’ ambrosia, e nettar giu dal Cielo
     2216Piova alla mensa del dorato Velo.

Dalla sinistra banda in fin al fregio
     Di grado in grado una credenza ascende,
     Che pe'l molt’or d’inestimabil pregio,
     2220Negli occhi un foco di splendor t’accende,
     Fatto è per man d’un fabro in l’arte egregio
     Quanto di vasi d’or vi si distende,
     Honorerebbe questa al suo valore
     2224Un Papa, un Re, un magno Imperadore.

I tersi vasi d’or d’ogni grandezza,
     Ch’usar si suol passan di lungo il segno,
     Et ornan la superba lor vaghezza
     2228Sotto gli intagli di non poco ingegno,
     Simil credenza, e di tanta ricchezza
     Non viddi unquanco, in alcun stato o regno,
     Che a riguardar di tant’oro il colore
     2232Rallegra, e infiamma ogni agghiacciato core.

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Un’altra pur lungo al sinistro corno
     V'è di cristalli nitidi, e gentili,
     Ben ricamati d’oro intorno intorno,
     2236Di fregi, groppi, e rabeschi sottili,
     Ch’a riguardarvi il vin da loro adorno
     Saltellar sopra a dorati monili,
     Sforza altrui a gustar del bel liquore,
     2240Che volentier s’annida appresso al cuore.

Piu innanzi v’è la terza, e qui l’ingegno
     Si po del grande artefice esaltare,
     Di questa i vasi son d’un puro legno,
     2244Che nelle macchie un ver porfido pare,
     L’opra tersa, e sottil, l’alto disegno,
     La vil materia all'or fa comparare,
     Perch'è si ben tirata senza fallo,
     2248Quanto a Muran si tiri ogni cristallo.

Per tor dal fuoco ricompensa 'l Verno
     Piu nanzi è posto un superbo camino,
     D’un biancho, e duro marmo, ch'in eterno
     2252Fara 'l scultor per sua belta divino,
     Non bastaria di gran carte un quinterno
     A lodar quest'ingegno pellegrino,
     Che quivi in parte, e nel grand’Organ poi,
     2256Immortal fatto s’è qua giù fra noi.

[p. 101 modifica]

Fan due Satir le sponde al Camin degno,
     Che per il fuoco dentro al mur s’accoglie,
     A tutta l’opra fan questi il sostegno,
     2260Ch’è di corazze, un Tropheo, e di spoglie,
     Scolpite in marmo con tal arte, e'ngegno,
     Ch’infinita presenza in se raccoglie:
     Quivi per sostentar le legna ardenti
     2264Son di scolpito bronzo i suoi strumenti.

Fuor d’ampia porta in su l’altra facciata
     E' fabbricata una nobil loggetta,
     Donde vien la Città signoreggiata,
     2268Che dentro al bel contorno sta ristretta.
     Quindi un bel contentarsi d'una occhiata
     Si po cavar, perche molto diletta
     Veder dall’alto d’una tal Cittade
     2272I giardin, gli edifici, e le contrade.

Porge alle luci un piacer, un diletto
     Il fiume, ch’indi veloce trapassa.
     Il mirar questa vigna, e quel boschetto
     2276Fan, ch’ogni fantasia si fugge e cassa,
     Ridene 'l cuor, godene l’intelletto,
     Che per gli occhi il piacer dentro a lor passa,
     Quai come han contemplato ogni confino,
     2280Han sempre da vagar nel bel giardino.

[p. 102 modifica]

Certo non è cervel si travagliato,
     Che giri gli occhi intorno a i dolci colli,
     Vagheggi la Città da ciascun lato,
     2284Si specchi in l’acque cristalline e molli,
     Miri 'l giardin di fiori, e frutti ornato,
     Del cui splendor mai son gli occhi satolli,
     Che non purghi la mente, l’alma, e 'l cuore
     2288Da travaglio, pensier, noia, e dolore.

Dentro per far la bella sala adorna,
     Appesi al mur son molti feston d’oro,
     C’han di piu Cervi le vivaci corna
     2292Con varie imprese fisse in mezo alloro,
     Il che non poco rimbellisce, & orna
     Tutta la sala, e’l superbo lavoro,
     Senza che magni quadri in ogni parte
     2296Son da non dirne in mille, e mille carte.

Nella faccia da basso è un'ampia porta
     Fatta di pietra con sottil ragione,
     Ch’in una magna camera trasporta
     2300Messa in un tondo, e forte Torrione,
     Quivi dentro passai con la mia scorta,
     E con molte altre honorate persone,
     Che nel girar qua gli occhi, e la le ciglia
     2304Stupivan meco insieme a maraviglia.

[p. 103 modifica]

Ornan di quel bel cerchio il terso muro
     Sette gran pezzi di tapezzaria,
     Non d’altro che di seta, e d’oro puro,
     2308Tessuti in Fiandra con gran maestria.
     Evvi ogni bel color tal chiaro, qual scuro,
     Ch’in tutta la natura al mondo sia,
     Ch'assai via piu fan questo lavor bello,
     2312Ch’ogni pittor non faria co'l pennello.

De i gran gesti di Christo è questa historia
     Dache nacque, e patì su'l santo legno.
     O quanta laude merta, o quanta gloria,
     2316L’artefice, che fe si bel disegno,
     Ch'a lasciar doppo se tanta memoria
     (Habbilo hormai chi ’l vuole havere a sdegno)
     Vince di lodi ogn'eccelso pittore,
     2320Nell’unir con le fila ogni colore.

S’alle pitture del gran Raffaello
     Non manca altro, che 'l fiato per parlare,
     Se Titian con suo degno pennello
     2324Uomini vivi di color sa fare,
     Se Michelangiol col suo dur martello
     Combatte con l’anticho, e’l vuol passare;
     Costui, che qui tessè di seta, e d’oro,
     2328Non è da manco certo di costoro.

[p. 104 modifica]

Chi mira i gesti de i protervi Hebrei,
     C'habbi di prospettiva qualche lume,
     Chi ’l superbo guardar de i Farisei
     2332Veri nimici d’ogni buon costume
     Ch’i falsi testimoni, iniqui, e rei,
     Ingiuriar troppo ’l venerando Nume,
     Chi Anna, Caifa, Giuda, e Pilato,
     2336Vede che non gli manca altro, ch’il fiato.

Sopra questi nel mur con gran splendore
     Cinquant’otto Armi sono ogn’una equale,
     Di Conti, e Cavalier, ch'al gran signore
     2340Fer compagnia nel farsi CARDINALE,
     Quando da FERDINANDO ambasciadore
     Mandato fu al suo fratel carnale,
     Che da CLEMENTE per divin misterio
     2344Incoronato fu del magno Imperio.

Fatto il Palco è come quel della Sala,
     Con certi Roson d’or di gran misura,
     Intagli, e fregi assai vi son per gala,
     2348Tutti adornati di tersa pittura,
     Quindi dal mezo una catena cala,
     Che sostien di rilievo una figura,
     Ch’è fin al corpo una dama splendente,
     2352E tutto ’l resto un feroce Serpente.

[p. 105 modifica]

Questo mezo divin, mezo infernale
     Mostro, di fiamme si circonda, & orna.
     Ha in su le spalle due contraffatte ale,
     2356Che d’un bel Dain gia furno le corna.
     Sopra un bel mondo spherico, & equale
     Si posa tutta la donzella adorna:
     Intorno a cui a sostentar doppieri
     2360Son vari rami d’or per candelieri.

Posto è in disparte un ricchissimo letto
     Sopra una magna, e signoril lettiera,
     Tutta intagliata con ordin perfetto,
     2364Messa ad azurro, & or con gran maniera,
     Di cremisin un damaschino eletto
     Fa il cortinaggio a tutta l’opra intera,
     D’or degnamente tutto ricamato,
     2368D’armi, di fregi, e d’altre imprese ornato.

Quindi non lunge in un'altro confino
     Una tavola tonda è fabricata,
     Ch’a broccato, e velluto cremisino
     2372Commesso insieme è coperta, & ornata:
     Pel Verno da la banda sta il camino
     D’un opra da non poco esser laudata,
     E tutto il resto delle nobil mura
     2376E' pien di quadri di degna pittura.

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Contento c’hebbi ambe le luci, e'l cuore
     Del magno, ricco, e nobil ornamento,
     Venni di nuovo in sulla sala fuore,
     2380E fin all’altra faccia m’appresento:
     Dove per una porta di valore
     In una amena stanza intrammo drento
     Di vari legni, e venosi commessa,
     2384Della qual l’opra si loda ella istessa.

Cornici, intagli, colonnette, e fregi,
     Tarsia, commesso, rilievo, e scoltura,
     Fatti non senza inestimabil pregi,
     2388Dell’ampia stanza ricopran le mura:
     D’argento, d’oro, e di colori egregi
     Sono illustrati con mirahil cura
     D’armi, Aquile, Leoni, e verghe d’oro,
     2392Vittrice Palma, & verdeggiante Alloro.

L’opra, che sopra'l bel Palco decora,
     Del medesmo legname è fabricata,
     Dal quale una donzella pende anchora,
     2396Che da magna catena è sostentata:
     Vengan le corna d’un gran cervo fuora
     Dal tergo di costei, ch’alla brigata
     Di notte luce fan, che sono elette
     2400A sostentar vaghi lumi, e torcette.

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A capo del bel sito un Baldacchino
     Sopra una mensa in aria sta levato,
     D’un bel velluto negro terso, e fino,
     2404E raso bruno a scacchier lavorato:
     Dal quale scende all’infimo confino
     Un cortinaggio al luogo accomodato,
     Di quel proprio velluto, e raso ancora
     2408Che l’ampia mensa degnamente honora.

Del medesimo drappo è'l bel mantile,
     Che per tapeto alla mensa si pone:
     Cio che quivi è tutto ha del Signorile,
     2412Fatto con bello ingegno, e con ragione.
     Puossi nel verno qui fare un'Aprile,
     Un Maggio, un Giugno, un Luglio ogni stagione.
     Perche togliendo & aggiungendo'l foco,
     2416Si tempra, e stempra alle stagioni il loco.

Vedesi fabricata a tale effetto
     Di figoline pietre un'ampia torre:
     Qual come ha drento del fuoco'l suggetto,
     2420Fa che per tutto il luogo il caldo corre,
     E piu, e men (come di sopra ho detto)
     A compiacenza altrui se ne po torre,
     Luce'l Dificio via piu, ch’uno specchio,
     2424D’historie pien del testamento vecchio.

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Tutti i gran gesti de i giudici Hebrei,
     Che dopo Iosuè tennero il regno,
     A rimirar con gran solazzo stei,
     2428Tanto mi piacque il figolin disegno.
     Togliendo poscia d’indi gliocchi miei,
     Che quivi quasi havea lasciati in pegno,
     Presi a mirare un magistero egregio,
     2432Ch’a tutto il luogo fa pittura, e fregio.

Vedesi'l magno Iddio nel primo loco,
     Che l’indigesto, e gran Chaos disserra,
     E gli Elementi tutti a poco poco
     2436Unisce, e tira da confusa guerra.
     All’acqua il fredo dà, e’l caldo al fuoco,
     L’humido all’aria, & il secco alla terra,
     Separa l’un dall’altro, e poi gli accoppia,
     2440Perch’ha dato a ciascun qualita doppia;.

Lega l’aria co'l fuoco, pel calore,
     Ch’oltre l’humidita essa possiede.
     L’acqua con l’aria aggiugne con l’humore,
     2444Ch’in dote oltra il suo frigido gli diede.
     La terra unisce all’acqua con l’horrore,
     Del frigido, ch’in lei piu regna, e siede,
     Fa questa al fuoco co'l secco amicabile,
     2448Per far del tutto un nodo inseparabile.

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Di nulla haver creato tutti i Cieli
     Si vede, e posto in ciascuno un Pianeta,
     Quali haver fatti pij e qual crudeli,
     2452Per lor effetti creder non si vieta.
     Post’è nel primo de i superni hosteli
     Cintia nell’andar suo veloce e queta,
     Ch’humido, e freddo a i miseri mortali
     2456Manda da suoi ghiacciati, e freddi strali.

La luce che ne dà da Phebo piglia,
     Che per se stessa, è difettosa, e scura.
     Quanto ei più lascia a i suoi destrier la briglia,
     2460Cresce in essa la luce, e la figura,
     E scema per contrario, e s’assottiglia
     Quanto ei più si gli appressa, e fassi scura,
     Però quando esso si congiunge a quella,
     2464Perde tutto ’l splendor, che la fa bella.

Ha nel secondo Mercurio la sede,
     Instabil piu, che d’ogni mare l’onde.
     Hoggi d’ogni favor ti fa la fede,
     2468E doman ti ruina, e ti sconfonde,
     D’eloquenza, e d’astutia ogn’altro eccede.
     E tal virtu ne i nostri corpi infonde,
     Quando ’l signor dell’Horoscopo ’l mira,
     2472E ’l principal suggetto da lui tira.

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Della terza benigna, e chiara sphera
     Ha'l reggimento Vener, e'l bastone:
     Humida, e fredda è sua natura intera,
     2476Se ben i corpi a caldo amor dispone.
     Dota i suggetti suoi con gran maniera
     Di lasciva bllezza, e gli compone
     Di van pensieri, & è placida molto
     2480A ciò che mira col benigno volto.

Nel quarto luogo la sua chioma d’oro
     D’immensa luce il chiaro Apollo stende,
     Che di ciascun Pianeta il proprio choro
     2484Di lume, di splendor, di raggi accende,
     A noi la vita dà, gemme, e thesoro,
     E d'ogni giorno la luce ne rende,
     E mentre'l carro hor quinci, hor quindi sprona,
     2488Ogni bel frutto ci produce, e dona.

Di fuoco calda, e secca è sua natura,
     Come’l Solstitio ardente al Giugno prova:
     Perch'essend’egli in la suprema altura,
     2492Dove all’ultimo passo il Cancro cova,
     N’infuoca, angustia, e scalda oltra misura,
     Se bene al maturar le biade giova.
     Non passa ’l corso, che fa notte, e giorno,
     2496Il tropico di Cancro, e Capricorno.

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La quinta Sphera, che più alto sale,
     A Marte ha dato il superno fattore,
     Ch’alla Tempesta, al fulgore infernale
     2500Impera, al foco, alla rabbia, al furore,
     Urta, fraccassa, spezza, rompe, assale,
     Questo Pianeta, amazza, e fa romore,
     Acconcia, guasta, innalza, abbassa, e preme,
     2504Si scalda, infuria, incrudelisce, e freme.

Nel sesto cielo ha'l gran Giove il suo regno
     Per porre a Marte, & a Saturno'l freno:
     Perche è tanto benivol, tanto degno,
     2508Ch’all’un la furia, & all’altro'l veleno
     Tempra, altrimenti passarieno'l segno,
     Onde convien, che piu in cervello stieno,
     Ch'a temprar la malicia, che li muove,
     2512Niente manco vi volea ch'un Giove.

Ha'l settimo orbe a Saturno assegnato
     Iddio per farlo piu da noi lontano,
     Ch’essendo piu vicin questo ostinato
     2516In tutto spegnerebbe'l seme humano:
     Ver è che l’huomo fa savio, e sensato,
     Ma troppo ha del crudele, e del villano,
     Del dur, dell’austero, e del bestiale,
     2520Autor d’ogni improperio, e d’ogni male.

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Sopra a Saturno nell’ottava sphera
     A tutte l’altre stelle il ciel si dona,
     Come si vede nella chiara sera,
     2524Quando i cavalli a gli Indi Apollo sprona.
     Quivi affissa è l’una, e l’altra orsa fiera,
     Capo dell’una e l’altra fredda Zona,
     Che da Giove tirate in cielo a volo
     2528L'artico ferno, e l'antartico polo.

Scende dall’una all’altra il gran Dragone,
     Che per il ciel si storcie, e si distende.
     Hercol v’è con la spoglia del Leone,
     2532Che tutto luce fra piu stelle, e splende.
     Dall’alto cerchio del Settentrione,
     Cepheo le braccia fin'al Cancro stende,
     E presso al Carro, ove Boote dimora,
     2536V’è'l Serpentario, e la Corona anchora.

Cassiopea in la sua degna sede
     Post'è, dove ancho Andromeda riluce.
     Dritto Erittonio star si vede in piede,
     2540Che fu del carro l'inventore, e’l duce.
     L’aquila v’è, che rapì Gannimede,
     E’l fiume, che del Po l’acque produce,
     Il Cigno, il Lepre, e’l Caval pegaseo,
     2544Le Vergilie, il Triangolo, e Perseo.

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Una gran Nave, & Orîone armato
     Fan di piu stelle il magno cielo adorno,
     Il gran Pesce, e’l Delfin dall’altro lato
     2548Son d’altre stelle cinti intorno intorno.
     Sacrario sempre a i naviganti ingrato,
     E la Lira fra l’uno, e l’altro corno.
     Il Centauro con volto, oscuro e torvo
     2552L’Hidra con l’Orna, e’l nigricante Corvo.

Cosi finto hanno i piacevol Poeti
     Tutte le stelle dell’ottavo trono.
     Quivi'l Zodiaco è, onde i Pianeti
     2556A far il corso lor costretti sono,
     Ben che voltando del cielo i secreti
     Color, che n’hanno il don perfetto, e buono,
     Provan pel moto dell’ottava sphera,
     2560Ch'il gran cerchio de i segni in quel non era.

Dannogli adunque un'altra regione
     Finta in un piu superno, & alto choro:
     Dove risplende il lanoso Montone,
     2564E'l furibondo, e collerico Toro,
     Gemini, Cancro, e’l superbo Leone,
     Vergine, Libra, e Scorpio appresso alloro,
     Saggittario e’l gran Capro, e quel che mesce,
     2568D’un vaso in l'altro, e l’acquatico Pesce.

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Per lungo al bel Zodiaco trapassa
     Fra tutti i segni l’Eclittica via,
     Che spesso Cintia della luce cassa,
     2572S’avien che quella all’opposito sia
     Del biondo Apollo: perché la gran massa
     S’interpon della Terra, ove gia pria
     Mandava i raggi suoi l’immenso duce
     2576Ch’a Cintia danno, e levan via la luce.

Questa linea anchor fa privo'l Sole
     D’ogni lume, ogni raggio, ogni facella,
     Quando facendo'l corso, che far sole,
     2580Si congiugne con Cintia in mezo a quella,
     Perch’essa s’interpon con sua gran mole
     Fra’l Sole e noi, tal che la faccia bella
     Di Phebo, fa parerci horrida, e scura:
     2584Ch’a chi non sa fatt'ha spesso paura.

In mezo alla ritonda, e magna sphera
     Dell’Equinotto il gran cerchio si pone,
     Che tanto'l giorno fa quanto la sera,
     2588Quando Phebo per quel fa la stagione:
     Quest'è nell’Autunno, e Primavera,
     Quando per Libra passa, e pel Montone,
     Ma gli altri cerchi, ch'il Solstitio fanno,
     2592In mezo al Cancro, e'l Capricorno stanno.

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Cosi composto il Cielo il gran motore
     Di pura terra l’huom ben plasma, e forma:
     Ma prima ha fatto'l di, la notte, e l’hore,
     2596Che mai non perdan dellor corso l’orma.
     Crea ogni pianta, ogni frutto, ogni fiore,
     Gli animai bruti in infinita torma,
     Gli augelli, i metalli, i pesci, i fiumi,
     2600Diversi di natura, e di costumi.

Nell’altro quadro della gran pittura
     Amazza Apollo il serpente Phitone,
     Qual dopo l’acque produsse Natura
     2604Dall’annegate, e putride persone.
     La faccia della Terra horrida, e scura,
     Quivi si mostra in ogni regione.
     Par vivo il mostro da gli acuti strali
     2608Trafitto, al voltolarsi, e sbatter l’ali.

Nel terzo luogo le veloci piante
     La figlia di Peneo alzando fugge,
     Phebo la segue come un stral volante,
     2612Che per lei si consuma, e si distrugge:
     Ma quella, ch’odia il sitibondo amante,
     Co'l casto cuore a Diana confugge,
     E in quel che di fuggir piu’l vigor perde,
     2616Un Laur fassi amenissimo, e verde.

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Giove, e Calisto insieme affronte affronte
     Al quarto luogo stanno in un bel prato,
     E dove versa in piu rampolli un fonte,
     2620Cerca ciascun di lor quel che gli è grato.
     Piu oltre giace il misero Phetonte
     Dall’alto Carro in terra traboccato,
     C'havendo messa la Terra a mal porto,
     2624Fu dal gran Giove fulminato, e morto.

Nel sesto luogo la semplice Dama
     Tutta di purita risplende adorna,
     Ch'a se’l bianco giovenco alletta, e chiama,
     2628E di fior vaghi gli orna ambe le corna.
     Non sa costei dell’ordinata trama,
     Ma sen’accorge poi ch’ei non ritorna
     Dalle salse onde, anzi pigliando'l corso
     2632La porta in Candia sopra'l bianco dorso.

Piu inanzi spoglia al bellicoso Marte
     Cupido la Celata, e’l Corsaletto,
     Per farlo con la madre ire in disparte,
     2636Ch’ivi l’aspetta all’adultero letto.
     Conosce Phebo la lor lasciva arte,
     Et ammonisce il fabbro del difetto,
     Qual per turbarli la dolce quiete,
     2640Si vede fabricar la sottil rete.

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Mentre con gli occhi piu inanzi camino
     Veggio nel mezo al regno di Plutone,
     Per fare in furia andar la misera Ino,
     2644Dal Ciel discesa la magna Giunone.
     Hor mentre miro l’horribil confino,
     Scorgo alla ruota il meschino Isione,
     Sisipho al monte con l’eterno sasso,
     2648Squalido, macilento, afflitto, e lasso.

Tisiphone, Megera, Aletto han nome
     Le tre furie infernali, i tre tormenti,
     Che quivi son con le tremende chiome
     2652D'aspidi velenosi, e di serpenti.
     Immaginar non mi sapevo come
     Star potesse la Dea con l'insolenti
     A parlamento, e mi risolsi allhora,
     2656Ch’al Ciel suggetto sia l'inferno anchora.

Del tenebroso, e spaventevol regno
     Cerber per guardia si vede alla porta,
     E l’arruffato vecchio ha carco il legno
     2660D’ombre diverse ch’oltre al fiume porta,
     E come passa della riva'l segno
     La gran torma dell’alme al mondò morta,
     Di quello ogni memoria ammorza, e cassa,
     2664Tal che mai piu nissun Lethe ripassa.

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Evvi il gran Titio, e l’ingordo Avoltore,
     Ch'il fegato gli stirpa, svelle, e frange,
     Non manca'l cibo mai, cresce il dolore,
     2668Per cui si plora, si contorce, e piange.
     Tantalo i frutti vede, hanne l’odore,
     Ma gustar non ne po, si crucia, & ange
     Per la gran fame, & ha tal dura sorte,
     2672Pe'l dato cibo alla celeste corte.

Le Belide piu oltre appresso a quello
     Cercan di por l'infinite onde al fine
     Col perforato, e fallace crivello,
     2676Cosa impossibil certo alle meschine.
     Non tanto fuoco, e fumo è in Mongibello,
     Quanto si vede in l’infernal fucine,
     L’aria tutta è caliginosa, e nera,
     2680Per cui vagano l’ombre afflitte a schiera.

Lascio l’Inferno, e via le luci passo
     Al resto, ch’orna la nobil pittura.
     Quivi Andromeda veggio avvinta al sasso,
     2684Che sembra un vero essempio di Natura,
     E’l marin mostro gia vicino al passo
     Per voler d’inghiottirla prender cura:
     Ma l’alato Perseo, che brama quella,
     Doma il gran mostro, e salva la donzella.

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Vedesi in l’altro quadro in che maniera
     Nacque’l corallo da secchi arbuscelli,
     Che tocchi alquanto dalla testa altiera
     2692In duro sasso si conversen quelli.
     Quivi in sul lito è di Nimphe una schiera,
     Che seco al mar ne portano i piu belli.
     Del mostro lava all’onde il crudel sangue
     2696Perseo, e scioglie Andromeda che langue.

Della degna opra adorna un bel cantone
     La semplicetta, e vaga Proserpina,
     Che mentre coglie i fiori, ecco Plutone
     2700Tutto infiammato, e pronto alla rapina
     Dagli di piglio, e'nsul carro la pone,
     E via con essa all’Inferno camina,
     Ceres la cerca, e sa come l’ha persa
     2704Dalla Nimpha, ch’in stagno s’è conversa.

Alquanto avanti è pinto il bel duello
     D’Apollo, e Marsia sfidati a sonare.
     Resta al fin superato il pastorello,
     2708Ch’al paragon non po con Phebo stare,
     Qual gia gli ha messo in un braccio'l coltello,
     E cosi vivo lo vuol scorticare:
     Perche era stato innanzi il lor giudicio,
     2712Che chi perdeva havesse il suo supplicio.

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Piu oltre è Pan co'l rustico strumento,
     Ch’havendo dato alle Nimphe piacere,
     Pensa passar della Lira il concento,
     2716E piu d’Apollo si pensa sapere,
     Ma'l saggio Iddio, col suo celeste accento
     Supera il rude, e fallo al fin tacere,
     Et accio che ciascun del giuoco rida,
     2720D’un Asin pon le grandi orecchie a Mida.

Acis, e Galathea, insieme al loco
     Ultimo, di questa opra avvinti stanno,
     Ch’a chi gli mira un'amoroso foco
     2724Nel cuore i gesti loro accender fanno.
     Piu nanzi è Poliphemo, ch’ancho'l gioco
     Non sa di questi, e non vede'l suo danno,
     Ma sotto un antro si raccoglie, e chiude,
     2728Sonando una sampogna fioca, e rude.

Gia era stanca l’una, e l’altra luce,
     Ma non gia satia anchor di rimirare,
     Quando colui, che m’era scorta e duce,
     Mi fe in un'altro paradiso andare,
     Che d’un vivo rosato, & or riluce
     Che troppo allegra l’occhio al primo entrare,
     Una camera è questa, e tanto bella
     Ch’ogni grande huom s’honoraria di quella.

[p. 121 modifica]

Quel che di sopra il pavimento copre
     D’azurro, e d’oro, è lavorato, e pinto,
     E di diverse imprese, e di degne opre,
     2740In vari quadri il lavor è distinto,
     Di sotto un'ampio fregio si gli scuopre,
     Ch’ornato d’or circonda il bel procinto,
     Piu teste antiche affisse stanno al cerchio,
     2744Che sostengan levato il bel coperchio.

Dall’alto fregio fin giu nel terreno
     Di fin scarlatto, è addobbato'l muro,
     Ch’intorno intorno di ricami è pieno,
     2748Con varie imprese d’or battuto, e puro:
     Quivi dove i pensier ripone il seno
     Per far nel sonno il cuor dormir sicuro
     D'una fina rossezza splende il letto,
     2752Del ricamato scarlatto c’ho detto.

Piu regal sedie in questa, e quella parte
     Son di velluto cremisin precinte,
     Che rimbellisce, campeggia, e comparte
     2756Un bel ricamo d’oro, a cui avvinte
     Son varie imprese, fatte con grande arte,
     Di ricche frange d’or per tutto cinte,
     Tal che cioche dentro è nel bel ritratto,
     2760Di cremisino è coperto, e scarlatto.

[p. 122 modifica]

Quindi per bene acconcia porticella
     In un divoto oratorio si scende,
     D’onde la ricca, e divota Capella
     2764Si vede, e chiunche al sacrificio attende
     Cosi star puossi in l’oratoria cella
     A veder messa: perche s’ode, e intende
     Cio che si legge, e senza esser mai visto
     2768Si po nel sacrificio adorar CHRISTO.

Visto tal cose, in sulla magna Sala
     Tornammo per vedere un bel cantone,
     Ch’al gran Dificio fa da banda un’ala
     2772Posta da gli architetti con ragione
     Hor come in capo alla maestra scala
     Fummo arrivati della gran magione,
     Mi posi a rimirar lo stanco corno,
     2776S’in tutto fosse come'l resto adorno.

Cosi levata una ricca portiera
     Passammo dentro alla stanza divina,
     Dove esser po la State, e Primavera,
     2780Quando in terra è la nieve e la pruina,
     Fansi quivi le stanze in tal maniera,
     Perch’è la regione al Pol vicina:
     Però con arte, e con certa misura
     2784Qui si resiste a sua fredda natura.

[p. 123 modifica]

Il degno vaso onde nasce’l calore
     Tutt’è d’antiche historie figurato,
     Di quel gran Capitan, quel gran Signore
     2788A cui’l gran Moise lasciò lo stato.
     Veggansi i Philistei tutti in terrore
     Tremar di lui, che tanto a Dio fu grato,
     Ch’all'efficaci, e sue sante parole,
     2792In mez'al Ciel fermo'l suo corso'l Sole.

Un quadro, che ricuopre un cremisino
     In vece di tapeto, in parte è messo,
     A cui di terso argento un panno fino
     2796Fa’l sopracielo in un quadro commesso,
     Dal quale scende allo spazzo vicino
     Un cortinaggio, pur fatto anchor d’esso
     Panno, ricco d’argento, e di ricami
     2800Di nobil seta, & aurati stami.

Evvi in un quadro il gran Re de Romani,
     Di cui'l ritratto al vivo s’avvicina:
     Rincontra al quale in vivi gesti humani
     2804Pinta di sua statura è la Regina.
     Gli accostumati figli alti, e soprani
     Mostra un’altra opra eccelsa, e pelegrina.
     Le nobil figlie con mirabil arte
     2808Ha vive un'altro quadro ivi in disparte.

[p. 124 modifica]

Intorno intorno d’un pregiato legno
     E' ricoperto il forte muro, e cinto.
     D’intagli, e di cornici è il lavor degno
     2812Ben compartito, commesso e distinto;
     Del Ciel di sopra a Rosoni è il disegno,
     Che dalloro splendor vien l’occhio vinto.
     Sonvi armi, fregi, intagli & altre imprese,
     2816A cui'l pittor fu di molto or cortese.

Poscia un scarlatto ricamato d’oro,
     Ch’all’altra stanza fa portiera, e velo
     Levato, intrammo al piu giocondo choro,
     2820Ch’habbin creato le virtu del Cielo:
     Quivi soave odor, luce, e thesoro,
     Una temperie infra’l calore, e’l gielo
     Si vede, e sente, tal ch'i campi Elisi
     2824Non penso ch’habbin simil paradisi.

Non è si travagliato, e mesto core,
     Animo pien di noia, afflitto, e infranto,
     Ch’intrando quivi infra tanto splendore
     2828Non diponga i sospir, l’angoscie, e’l pianto:
     Luogo quivi non trova alcun dolore,
     Ch’intrando si converte in gioia, e in canto:
     E s’io l’ardisse dir, direi ch'il loco
     2832Per hospitio alli Dei non saria poco.

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Un glorioso letto era parato,
     Dove piu’l sito un tal seggio richiede,
     Coperto fin a terra d’un broccato,
     2836Che di bellezza ciascun altro eccede,
     Il ciel di sopra in bel quadro tirato,
     E’l cortinaggio ch’intorno si vede,
     Con cioche spetta al magnifico thoro,
     2840Tutto era del medesmo panno d’oro.

Son le colonne a sostentar parate
     Da rubicondi, e candidi Leoni,
     Col forte dorso rette, e sostentate,
     2844Scolpite a fiori, a fogliami, a festoni,
     E riccamente per tutto dorate,
     Qual fan l’impresa in cima de bastoni
     In unita legati, che fan loco
     2848A quattro vasi d’or, ch’ardan di foco.

Il palco, che ricopre il nobil sito,
     Di rose d’or come fa’l sol risplende,
     E d’intagliati fregi è compartito,
     2852Quanto per ciascun verso si comprende,
     In vari luoghi in questo, & in quel sito,
     Il rosso Diadema ampio si stende,
     A far dolce ombra alle felici insegne,
     2856Di questa, e di maggior corona degne.

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Sotto un dorato, e vago Cornicione,
     Ch’alla camera illustre fa ghirlanda,
     Un ricco fregio con molta ragione
     2860Pinto cinge la stanza in ogni banda.
     L’or, che piu imprese v’adorna, e compone,
     Agli occhi di chi mira un splendor manda,
     Che prima ti confonde, e poi la luce
     2864Chiara via piu che prima ti produce.

Il cortinaggio, che fa’l guarnimento
     Dal fregio fin all’infimo confino,
     E' dun broccato di splendente Argento,
     2868E d’un velluto, e nobil cremisino,
     Di quest’intorn’intorno’l muro è cento,
     Tal ch’ogni ingegno eccelso, e pellegrino
     Haria troppo da dir del luogo degno,
     2872Non ch’io col debil mio, e freddo ingegno.

La sedia, che d’Apollo il carro adorno
     Fa, quando splende per ogni hemisperio,
     Non credo a quelle, che son qui d’intorno
     2876Toglia la luce, la gloria, e l’imperio,
     Di lungo mi saria mancato’l giorno,
     Se d’ogni ricco, e sottil magisterio
     Havess’io visto l’opre, ch’in un fascio
     2880Compresi insieme, e però dirne lascio.

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Lo spazzo, ch’a calcare a piedi è messo,
     E' di terra Maiolica incassato
     Quadro, per quadro, e tanto ben commesso
     2884Che par tutto d’un pezzo tragittato:
     D’armi e d’imprese è la pittura d’esso,
     E di vivi color ben campeggiato
     E', tutto il resto, e quel ch’il fa piu degno
     2888E', la pittura, e’l suo matur disegno.

Levato poscia un velluto, ch’ascosa
     Tenea la porta, che piu drento mena,
     Intrammo in una stanza gloriosa,
     2892Ch’anch’lla al freddo l’orgoglio raffrena,
     L’edifitio parato a far tal cosa
     E' una Torre, di gran storie piena
     Del gran Moise, e di sua gente eletta,
     2896Ch’oltre misura a riguardar diletta.

D’un bel velluto negro un sopracielo
     Sopra una nobil mensa appeso pende,
     Ch’un magno panno del medesmo pelo
     2900Per lungo al mur fino a terra distende:
     Fassi di questo a commensali un velo,
     E maesta non poca al luogo rende,
     Perch’è fornito di dorate imprese,
     2904Piu ch’io non so nel narrartel cortese.

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Una lettiera a mille intagli finta
     Nel piu ampio canton s’ha’l sito eletto,
     D’un cortinaggio attorn’attorno cinta,
     2908D’un nobil cremisin degno, e perfetto,
     L’opra è di raso in pavonazzo tinta,
     E del medesmo è ricoperto il letto,
     Pien di ricami assai d’oro, e d’argento,
     2912Che splender fanno il ricco guarnimento.

Di color verde in un velluto bello
     D’un gran ricamo infra piu rose, e fiori
     Nato si vede il grande Emanuello,
     2916Ch'è Re dei Re, e Signor de i Signori,
     La Regina del Cielo, e’l vecchierello,
     L’asino, il Bue, le Pecore, i Pastori,
     E gli Angelletti, ch’al misterio stanno,
     2920Che sien vivi a chi mira parer fanno.

D’un bel tapeto un mirabil quadretto
     Di seta, e d’or piu nanzi alquanto è posto,
     Che mostra vivo il discepolo eletto,
     2924A cui non fu di Dio’l secreto ascosto,
     Quando alla cena in su’l sacrato petto
     Dormì, perche gli fusse il tutto esposto.
     L’angel gli parla, di cui bocca scrisse
     2928La sottil, e profonda Apocalisse.

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Coperto è’l mur del luogo in ogni lato
     D’un odorifer, terso, e nobil legno,
     D’armi, e festoni, a vaghe frondi ornato,
     2932E polite tarsie di bel disegno:
     Di questo il Palco anch’egli è fabricato,
     Dove son poste a compartito segno
     Rose, arabeschi, imprese, intagli, e fregi,
     2936Coperti d’or da piu pittori egregi.

Oltre al narrato, e nobil fornimento
     Han le camere tutte al servir loro
     Baccini, e vasi di splendente argento
     2940Smaltato d’armi, e ben ornato d’oro:
     Pettin d’avorio in le lor casse drento,
     Con acque tolte dal superno Choro,
     Che nel lavar le man con esse e’l viso,
     2944Par che s’apra all’odore un paradiso.

Di Renso molti signoril mantili
     Per ordin sono in vari luoghi appesi,
     Con frange d’oro, e ricami sottili,
     2948E piu profumi in varie parti accesi,
     Savonetti d’odor, scelti, e gentili,
     E piu tapeti qua e la distesi:
     Specchi di varie foggie, e candelieri
     2952D’argento a sostentar bianchi doppieri.

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Un numer grande farieno i cuscini
     Ch’ornano i letti, e gli aurati seggi,
     Di damaschi, broccati, e cremisini,
     2956Corami d’oro, & altri panni egregi,
     Coperti di scarlatti vaghi, e fini,
     Non so qual numer gli scanni pareggi,
     Con tanti altri ornamenti in ogni parte,
     2960Che dir non ne potrei in mille carte.

O quanti quadri di nobil pittura
     Son quinci, e quindi per tutto distesi.
     O quanti bronzi, e marmi di scoltura,
     2964Son sopra porte, e cornicioni appesi.
     O quante per la notte ombrosa e scura
     Lampade son con vaghi lumi accesi,
     Chio non ti scrivo, perche l’alte imprese
     2968Nel guardar questo mi fer discortese.

Quante finestre ha’l bel Palazzo attorno
     Da tersi vetri son serrate, e cinte,
     Accioche vi risplenda’l chiaro giorno,
     2972E le stanze non sien dal vento vinte,
     Piu imprese involte con ghirlande attorno
     Nel chiaro vetro son con arte pinte:
     E chi la state vuol dolce aura, o vento
     2976S’aprano, e serran tutte in un momento.

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Hor perche Phebo spronava i destrieri
     Verso la Spagna, e’l dì veniva manco,
     Dir non ti posso gli ornamenti intieri,
     2980Simili a cui gia non fur visti unquanco,
     Che da parte lasciai mal volentieri:
     Perche giammai sarei rimaso stanco
     Di rimirarli in questo, & in quel corno,
     2984Se non m’havesse abbandonato’l giorno.

Però si volse a me la guida mia,
     Accio piu nanzi accelerassi il piede,
     Fin che s’arriva per propinqua via
     2988Dove una magna, & ampia sala siede:
     Quivi ha da farsi una gran libraria,
     Di ciò ch’ogni scienza vole, e chiede,
     Accio ch’i gentil spirti habbin tal dono,
     2992Ch’in tutto alle scienze dati sono.

Ver è che i libri ancor non v’eran messi,
     Ma che in breve vi fussen si sperava,
     Che d’onde a tor s’havesse’l numer d’essi
     2996Alquanto in dubbio fino allhor si stava:
     Ch’aragunar tanti, e tanti processi;
     D’onde d’ogni scienza il buon si cava,
     Bisogna sien di tal maniera eletti,
     3000Che sien purgati da tutti i difetti.

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Accio che quando un testo non s’intende
     Di tutti gli altri, che son triviali,
     Per l’interprete falso, o ch’altre mende
     3004Fan che non sieno i sentimenti uguali,
     Come ben spesso accade a chiunque attende
     A far le lodi sue sempre immortali,
     Quivi si possa a man salva venire,
     3008Accio che possa il vero in luce uscire.

Ogni ornamento della Sala bella
     Nel fiammeggiar dell’or tutto s’accende,
     E nella prima faccia in capo a quella
     3012La Regina del Ciel degna risplende,
     Quella dico io, che de mari è la stella,
     E ch’a salvare il gregge umano attende,
     Et ha nel grembo verginale, e pio
     3016CHRISTO GIESU figliuol del magno Iddio.

Ghirlanda fan, d’amor divino ardenti
     Intorno intorno più spirti divini,
     Che nel suonar de i celesti strumenti,
     3020Et adorar GIESU con dolci inchini,
     Fanno stupir le vagabonde genti,
     Che piu calcato non han tal confini;
     Anzi d’amor divin porgano un zelo
     3024Simil a quel che si fruisce in Cielo.

[p. 133 modifica]

Quivi dal ver ritratto è’l Cardinale
     Che genuflesso adora’l gran Messia,
     Che sott’all’ombra dell’angelich’ale
     3028Par che fatto divin fra gli altri sia
     Dunque divino in Ciel, fra noi immortale
     Il magnanimo suo gran nome fia:
     Perche questo nell’uno, e l’altro stato
     3032Le virtù proprie, e la bonta gli han dato.

Quel che del Vescovado il titol tiene,
     Ch’in Ciel fra piu beati hoggi riluce,
     Con le sue sante man di gloria piene
     3036Presenta al magno Iddio’l Tridentin Duce
     E par che con parole liete, e serene
     Voglia pregar l’immensa, e chiara luce
     Ch’al suo Vicario, e Tridentin Signore
     3040Voglia appagar della sua grazia’l core.

Nel resto della faccia al destro lato
     Sotto un bel padiglione è’l gran Pastore,
     Ch’in la Teologia fatto beato,
     3044E nella Chiesa il principal Dottore,
     Dall’altra banda è’l facondo Barbato,
     C’ha posto nella legge ogni splendore:
     Che mentre i vecchi testi, e nuovi espone
     3048Tien alla guarda il suo fido Leone.

[p. 134 modifica]

Al dirincontro è pinto in l’altra parte
     Il venerando, e profondo Heremita
     C’ha compilate tante, e tante carte
     3052Ove si vede scienza infinita
     Non lunge è’l quarto anchor, dalla cui arte
     E' di Theologia gran parte uscita:
     Delle cui lode infra’l popul Christiano
     3056Hoggi splende, e gioisce il gran Milano.

Nell’indorato Palco, ricco, e bello,
     Che riluce in la sala come un sole,
     Di Ssemidei si discerne un drappello
     3060Nutriti, e nati in le celesti schuole,
     Che con le tempre del divin martello,
     E con pensate, e prudenti parole,
     Dotati dal splendor dell’alto stato
     3064N’han le scienze chiare dimostrato.

Ciascun per se d’ampio quadro precinto
     Ornato d’oro, e di vago colore
     In vivi gesti è lineato, e pinto
     3068Per man d’un degno, e d’un sottil pittore,
     O Dosso Tridentino, ecco’l procinto,
     Che portar te n’ha fatto via l’honore,
     Ch’in ver della pittura è questa l’opra,
     3072Che va con l’eccellenza all’altre sopra.

[p. 135 modifica]

Quando ch’io mi specchiai nell’opra bella,
     Che cuopre della sala ogni confino,
     Mi riccordai della magna Cappella,
     3076Opra di Michelagnol Fiorentino:
     E trascorse la mente infino a quella,
     Ch’il Chigio fe gia far nel suo giardino
     A Raphaello, e comparando’l tutto,
     3080M’è parso il tuo si buon come il lor frutto.

Al primo aspetto mi venne Platone,
     Ch’alla Philosophia tre parti diede,
     E la descrisse con tanta ragione,
     3084Ch’infusagli dal Ciel fusse si crede,
     Tutto contemplativo’l gran vecchione,
     A chi’l rimira un silenzio richiede,
     E par con gesti accenni all’intelletto
     3088Di voler esplicar qualche bel detto.

A parte era Demostene il facondo,
     Che nell’aspetto mi messe terrore:
     Di cui non s’è trovato ancho’l secondo,
     3092C’habbia quanto egli nell’orar valore.
     Piu nanzi è lo splendor di tutto’l mondo,
     Che scelse fuor dei naturali il fiore,
     Aristotil dico io, c’hoggi si vede
     3096Tener fra gli altri l’imperio, e la sede.

[p. 136 modifica]

Mentre stupivo a rimirar tal cose
     In Socrate m’affronto ivi in pittura,
     Che degnamente l’Etica compose,
     3100E dichiarolla con mirabil cura.
     Appresso a lui quel ch’il bel nome pose
     Alla Philosophia con gran misura,
     E che pensò ch’un alma a cui mancasse
     3104Il corpo suo, d’un in l’altro vagasse.

Miro piu inanzi, e veggio’l gran vecchione,
     Che fiorir fece il nome a Medicina,
     E con grand’arte, e perfetta ragione
     3108Dilucidò la scienza divina.
     Galeno a parte i suoi precetti espone,
     Et ogni setta Empirica ruina,
     E con vive ragioni alte, e preclare
     3112Fa della gran scienza un ampio mare.

Piu nanzi è pinto il sottil Euclide,
     Ch’a geometrizzar par tutto intento,
     E sopra un libro in piu parti divide
     3116Quadrati, e cerchi co’l proprio strumento.
     Boetio appo costui gioioso ride
     Compilando di Musica ogni accento.
     Parmenide ancho v’è, e mostra come
     3120Al Silogismo dè il principio, e’l nome.

[p. 137 modifica]

Evvi il gran Tolomeo ch’in man la sphera
     Tien contemplando de i gran Cieli il moto
     Per dar di quelli a noi notitia vera,
     3124E farne’l mondo in ogni parte noto.
     Vegganvisi dipinti in forma vera
     Alberto Magno, con Thomaso, e Scoto,
     E’l Cordubese, e ciascuno a sua voglia
     3128Par, che Aristotil s’interpreti, e toglia.

Viddivi’l magno, e pio Giustiniano
     Ch’il Codico, e’l Digesto esaminava:
     L’elegante orator Quintiliano,
     3132Che l’opre sue con la penna limava.
     Evvi’l facondo, e dotto Prisciano,
     Ch’il greco tutto, e’l latin ruminava,
     E Plinio anchor, che fra gli altri si gloria,
     3136Della sua naturale e dotta historia.

Evvi annotato il magno Cicerone,
     Che d’eloquenza ogn’alto ingegno abbomba,
     Che del suo glorioso, e bel sermone
     3140Per tutto’l mondo fa sonar la tromba
     Tal, che si sente in ogni regione,
     Che de i suoi gesti, e lode Echo rimbomba,
     Fattosi al fin fra tutti gli altri degno
     3144Di tener d’eloquenza il scettro, e’l regno.

[p. 138 modifica]

Vedevisi’l poeta Mantovano,
     Che tien della degna arte il primo honore:
     A cui non è’l dolce Ovidio lontano,
     3148Ch’è della Poesia lo specchio, e’l fiore.
     Scorgevisi piu inanzi il gran Lucano
     Che d’Affrica canto’l sito, e’l furore:
     Horatio anchor, che con piu versi, e carte
     3152Notò di Poesia la nobil arte.

Cosi finisce il superbo lavoro
     Del magnifico Palco, & eccellente,
     Dove de i Semidei risplende il Choro,
     3156Che luce dall’Occaso all’Oriente:
     In vintiquattro quadri messi in oro
     Son (se ben dai alla pittura mente)
     Posti per dare alle virtu memoria,
     3160Onde risulta ogni fama, ogni gloria.

Hor havendo al mirar preso gran cura,
     Per richieder cosi le cose belle,
     Gimmo in un luogo corso d’ampie mura,
     3164Ove per tutto è dell’opra d’Apelle.
     Poscia nel fine una Torre sicura
     Parata per ricever le donzelle
     Della magna Regina ritrovammo
     3168Aperta, e per veder dentro passammo.

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I degni alberghi, i nobil paviglioni,
     Le ricche Cuccie, i superbi ornamenti,
     I cortinaggi, l’imprese, i festoni,
     3172I ricami di seta, e d’oro ardenti,
     L’Aquile altiere, i feroci Leoni,
     I verdi Allori, e le Palme vincenti
     In un tratto mi fer tanto splendore,
     3176Che m'avvamporno gli occhi, i sensi, e'l core.

Ma mi giovò che piu celesti odori
     Di Muschio, d'Ambra, acqua Nampha, e Zibetto,
     Che di piu profumiere uscivan fuori,
     3180Mi circondorno, e raddolcirno'l petto,
     E piu ghirlande di vezzosi fiori,
     Che giacean strate sopra ciascun letto,
     Altrimenti nel gir del bel procinto,
     3184Restavo dalla luce offeso, e vinto.

Le pitture eccellenti in ogni banda
     Non mancan quivi di perfetto ingegno,
     Ne fregi degni, che faccin ghirlanda
     3188Sotto al dorato palco unico, e degno.
     Tanti ornamenti in ciascheduna banda
     Son, ch’al supremo, e celestial regno
     Fanno assembrar questo rimoto loco,
     3192Da consolare ogni ingegno non poco.

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Dissi allhora infra me quando l’ancille,
     A cui parato è’l remoto gioiello,
     Quivi saran tutte liete, e tranquille,
     3196Non fia del Ciel questo loco men bello,
     Ne risplendan lassu tante faville,
     Di quante mi pensai risplender quello:
     Perche i lor lieti, & angelici visi,
     3200Facean per tutto cieli, e paradisi.

Cosi uscendo ambi di quindi fuore
     Al socio dimandai, chi fusse quello,
     C’havesse cura di tanto splendore,
     3204E di tenere ornato’l bel gioiello,
     Et ei rispose un gran ricamatore,
     Attende all’edifitio eccelso, e bello,
     Del cui gentil ingegno è’l bel lavoro,
     3208De i ricami, c’hai visti in seta & oro.

Mirabil arte, e pelegrino ingegno
     Questo spirto gentil capisce, e tiene,
     Che come hai visto di divin disegno
     3212Son tutte l’opre sue ornate, e piene:
     Però‘l suo Sir, che lo conosce degno,
     Provision gli dona, e l’intertiene,
     Et hagli dato cura, e largo impero,
     3216Di mantenere’l divin magistero.

[p. 141 modifica]

Allhor gli dimandai di che paese
     Fusse costui tanto in tal arte eletto.
     Et egli a me, di patria è Veronese,
     3220Francesco da ciascun per nome detto,
     Piacevol molto, gentile, e cortese,
     De i virtuosi camera, e ricetto,
     Degno per sua virtude, e gentilezza,
     3224Di molte lodi, & immortal chiarezza.

Quando io sentii della patria’l tenore
     E di Francesco’l nome a me diletto,
     Mi sentij raddolcir gli spirti, e’l core,
     3228Et empirmi di gaudio, e gioia’l petto:
     Perche mi ricordai d’un mio maggiore
     Amico, di tal patria, e nome detto,
     Che nel vago giardin di mia Iatria
     3232Mi fe ne miei colloqui compagnia.

Nella casa de i Danti, ove Parnaso
     Alloggia con sue muse ogni stagione,
     Nacque il facondo, & eloquente vaso,
     3236Essempio ver del terso Cicerone,
     Da me trovato per gran sorte a caso
     Nell’intrar dell’Anania regione,
     Ove con la virtu, ch’in lui contiensi,
     3240M’ha piu volte appagato il cuore, e i sensi.

[p. 142 modifica]

Poscia passando per il corso fuori
     Domando, avido anchor di piu sapere,
     Chi sieno stati i valenti pittori,
     3244C’han tante cose finte in piu maniere,
     Perche gia degni d’immortali honori
     Son, come all’opre lor si po vedere:
     Che veramente i lor pennelli altieri,
     3248Fanno i concetti loro apparir veri.

Rispose egli da’l Dosso, e’l Romanino
     In fuor, ch’al carro tolse un caval fuore,
     Tutto il rest’è di Marcel Fogolino
     3252Maestro ver d’unire ogni colore,
     Che come al paragon sta l’oro fino,
     Cosi con tutti è stato’l gran pittore:
     Onde restato al fin con la vittoria
     3256S’ha acquistato immortal lodi, e gloria.

Delli scultori il nobil Volterrano
     V'è stato certo in tal materia degno,
     Che maggior parte ha fatto con sua mano
     3260Della scoltura, e co’l matur disegno:
     Giostrato ha seco il gentil Padovano,
     Che quasi dell’antico ha tocco’l segno,
     E se vederne’l ver te ne diletta,
     3264Gli sculti marmi’l mostran del Ciurletta.

[p. 143 modifica]

Restava anchora a vedere il giardino,
     E Phebo al monte havea gia ’l carro doro,
     Però di quindi prendemmo ’l camino,
     3268Lasciando per le Dame il nobil choro.
     E per certo traverso più vicino
     Scendemmo nel Cortil magno, e decoro,
     Onde la strada piu maestra, e corta
     3272Si prende, ch’al giardin conduce, e porta.

A tal servitio una commoda scala,
     Che nel basso trapassa, è fabricata,
     Che sotto all’altra, che ascende alla sala,
     3276Di ben composte pietre è collocata.
     Per questa in una stanza giu si cala
     Tirata in volta, e molto bene ornata
     D’honorevol pittura, e prospettiva
     3280Tratta dal naturale, e forma viva.

Quindi per una porta ampia, e superba
     Si va nel vago, & ameno giardino,
     Che copia grande in se capisce, e serba
     3284Di vaghi fior, ch’ornano ogni confino:
     Quivi si truova ogni odorifer’ herba,
     Da cui rispira un tal odor divino,
     Ch’a chiunche drento va il nobil vapore
     3288Appaga, & empie di dolcezza il core.

[p. 144 modifica]

Scolpito in bianco marmo un fonte vago
     Nel mezo del giardino in alto sorge,
     Che faria d’acqua un copioso lago,
     3292Tanta ne gitta in vari luoghi, e porge.
     Nel suo piu alto una eccellente imago
     Del dio Nettuno scolpita si scorge,
     Che da marine conche in piu rampolli
     3296Distilla l’acque cristalline, e molli.

E' levato da terra il vaso degno
     Quanto ricerca una commoda altezza,
     Scolpito in tondo con sottil disegno,
     3300Di gran capacita, d’ampia larghezza.
     Il piè, che sotto è posto a far sostegno,
     Sopra tre magni gradi fa fermezza,
     Per cui si sale a tor delle chiare onde,
     3304Che il marin nume nel bel vaso infonde.

Siede egli sopra una molto eccellente
     Colonna, che del vaso in alto mira,
     E nella destra ha l’acuto Tridente,
     3308Con cui raffrena al mar l’orgoglio, e l’ira.
     Quivi tante acque dal vicin torrente
     Chiare conduce al suo volere, e tira,
     Che quando asciuga Apollo il bel giardino,
     3312Irrigar se ne puote ogni confino.

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Il vago fonte un nobil pavimento
     Di vaghe pietre in ampio cerchio serra:
     Dove incassato un numer grande è drento
     3316Di metalliche canne ascose in terra:
     Dalle qual con grande arte in un momento,
     Secondo s’apre un istrumento, e serra,
     Saltan con furia l’acque all’improviso,
     3320C’hanno a piu dame gia bagnato il viso.

Di vasi figolini, ove herbe, e fiori
     Piantati son, si vede un numer grande,
     Da poter far di diversi colori
     3324Ne tempi suoi amorose ghirlande:
     L’amenità de i refragranti odori,
     Che per tutto’l giardin Zephiro spande,
     E tal, ch’ogni affannato, e tristo core
     3328Spogliarebbe d’affanno, e di dolore.

La Maiorana, & altre herbe odorifere
     In varie forme per piu vasi crescano.
     Intessansi in augelli, & altre cifare,
     3332Che dall’ingegno, e non da natura escano,
     Altre varie herbe assai vi son fruttifere,
     Che in eccellenti cibi al fin riescano,
     E molte anchor, ch’a Medicina porgano
     3336Le virtu loro, in vari luoghi sorgano.

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Sonvi alcune capanne accommodate,
     Ch’usar molto si soglion ne i giardini,
     Che fan dolce ombra nella calda State,
     3340D’hedera ricoperte, e gielsomini,
     Altre di Matriselva son serrate,
     Di Lupoli altre, altre di Balsamini,
     Altre d’altre herbe versatili, e belle,
     3344Che fanno vari fiori, e campanelle.

Gli Allori, i Mirti, gli Aranci, i Limoni,
     I Cedri, i Pruni, i Giuggioli, i Granati,
     Et altri frutti dilicati, e buoni
     3348Per tutto son con grand’arte piantati:
     Alle cui ombre stan vaghi Pavoni
     Per cosa rara dall’India portati,
     Che fra l’herbette, e i fior bianchi, e vermigli
     3352Menano a schiera i piccolin lor figli.

Lo Spigo, la Lavanda, e le Viole,
     Le Rose varie, i Garofani eletti,
     E ciascun fior, ch’in prezzo haver si suole
     3356Fan pe’l vago giardin mille boschetti.
     Parano intorno intorno al muro’l Sole,
     Sopra le strade verdeggianti tetti
     Di nobil Viti, che ne i caldi mesi
     3360Tengan di Bacco i vaghi frutti appesi.

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Sotto una loggia in disparte locata
     Si vede un magisterio di Natura
     Di certa grotta in bel modo formata
     3364D’un tufo, ch’una pietra salda, e dura
     Sembra, e perch’è da chiare onde bagnata
     Tutta è coperta d’herbe, e di verdura
     Di quella, ch’in opache, e fredde valli,
     3368Nasce fra sassi, e liquidi cristalli.

Quivi fra scogli il gentil giardiniere
     Ha fabricato un forte castelletto,
     Del qual vien fuore a spiegate bandiere
     3368D’armati fanti un vago drappelletto:
     Che gran galantaria mostra a vedere
     In ordinanza’l battaglione stretto,
     Qual vien dall’acqua mosso a passo a passo
     3372Nel voltar d’una ruota sotto al sasso.

Fra certe vallicelle in piu confini,
     La bella piaggia è d’edifici piena,
     Fra i quai si vede ingegnosi mulini,
     3376E l’acqua; che le ruote volge e mena,
     Quanto alla grotta piu tu t’avvicini,
     Tanto piu ti si mostra esser amena,
     Tal ch’il mormorio dolce è’l grato aspetto
     3380Di sonno empie agli astanti il viso e’l petto.

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Se cinquantasette anni in altro lato
     Dormì’l buon Epimenide in quiete,
     Quivi non penso fusse anco svegliato,
     3388Tanto di sonno gli haria fatto sete
     Quel mormorar dell’acque, ch’è si grato,
     Che tende a gli occhi un’invisibil rete,
     Qual come alle palpebre alquanto attiensi,
     3392Sopisce l’intelletto, il core, e i sensi.

Havendo hor visto il superbo giardino
     Passammo via per una porta bella
     Fin che arrivammo ove d’ogni buon vino
     3396Ha’l sito suo l’amenissima cella,
     Ch’in piu rampolli il bel liquor divino
     Per questa botte distilla, e per quella
     Di modo, c’havendo io quel giorno’l core
     3400Scaldato gli amorzai ogni calore.

Dinanzi alla cantina è posto affronte
     Un Refettorio eccellente, e decoro:
     Ove discende d’un propinquo monte
     3404Con sottil arte, e pregiato lavoro
     Un chiaro, fresco, ameno, e nobil fonte
     Da guazzar i cristalli, e vasi d’oro,
     In cui’l dolce liquor si tira, e mesce
     3408Quando spumante dalle gran botti esce.

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Sopra una grossa botte e smisurata
     Un Bacco in capo della porta è posto,
     Che con un gran boccale ogni brigata
     3412Par che ridendo inviti a ber del mosto.
     La gran Cantina è per forza cavata
     In un dur sasso sotto terra ascosto,
     Dove; quando la state il Sol dà impaccio,
     3416Piu freddo è il vin che bianca neve, o ghiaccio.

Lunga è la stanza quanto un occhio mira
     Dove stanno i gran vasi di vin pieni:
     Da cui un tanto odor risorge, e spira,
     3420Che par ch’ogni cuor mesto rassereni.
     Sforza’l bel loco ogn’un che v’entra e tira
     A dover ber dei suoi liquori ameni:
     Che ne i cristalli ogn’un per se distinto
     3424Sembran Topazio, Rubino, e Iacinto.

Hor, perch’il Sol girato haveva intorno
     Tutto il nostro hemisperio, e Cintia bella
     Gia ne mostrava l’uno, e l’altro corno,
     3428E lucer si vedea gia qualche stella,
     Uscimmo fuor dell’ameno contorno
     Per ritornare a nostra antica cella,
     Con tanta gioia, e con tanto diletto,
     3432Ch’il cor ne giubilava dentro al petto.

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Cosi essendo sulla piazza uscito,
     Ove risiede l’edificio bello,
     Ecco ch’il popol tutto s’era unito,
     3436E congregato intorno a un gran castello
     Di legname ben posto, e compartito,
     E molto ornato d’opra di pennello:
     Intorno alqual con nobil arte, e cura
     3440Era una historia di degna scoltura.

Il castello era Sodoma ben finta,
     E la scoltura di Loth il successo:
     Che; dovendo dal fuoco esser estinta
     3444L’impudente città, pe’l brutto eccesso,
     D’obedienza havendo l’alma cinta,
     Fa’l vecchiarel quel che Dio gli ha commesso.
     L’Angelo il guida, onde ei con sua consorte,
     3448E con due figlie esce fuor delle porte.

Fatta di poi una massa di sale
     Si vede la sua moglie di scoltura,
     Sopra la terra un demonio infernale,
     3452Ch’a tutto’l popol faceva paura.
     Gia mai non viddi il piu stranio animale,
     E la più brutta, & horribil figura,
     Che minacciava alla città meschina
     3456Fiamma, destrution, fuoco e ruina.

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Deliberai anch’io quivi restare
     Alquanto per veder questo artifitio,
     Ch’allor allhor si doveva abbrusciare
     3460Per la sentenza del divin giuditio.
     Intanto alle finestre il Re appare,
     Onde ben si scorgeva l’edifitio:
     Perch’era in lui di veder desiderio
     3464De i fuochi lavorati il magisterio.

Mez’hora fu dopo l’Avemaria,
     Quando fu’l segno largamente dato,
     Allhor sparò infinita artigliaria,
     3468Ch’era piantata all’incontra in un prato,
     Che parve uno squadron di fantaria
     Nel fatto d’arme al primo assalto intrato,
     Tanto piu, ch’in piu luoghi bassi, e scuri
     3472Si sentivan sonar mille Tamburi.

Intanto il tremebondo Farfarello
     Sputò per bocca una saetta al basso:
     Qual messe’l fuoco nel finto castello
     3476Con tanta furia, ruina, e fracasso,
     Ch’in un momento tutto accese quello,
     Ch’a veder fu solennissimo spasso,
     Gir dieci mila raggi in aria a volo
     3480A toccar fino all’Orsa, al freddo Polo.

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Delle Trombe di fuoco artifitiato
     Gran numer v’era, e vari altri strumenti,
     Ch’intorn’intorno accesi in ciascun lato
     3484Sputavan fuor le grosse palle ardenti:
     Qual nel cascar fra’l popol congregato
     Facean per tutto sparir via le genti,
     Ne men rumor facean, ch’artigliaria
     3488Ch’a qualche terra la battaglia dia.

Le faville ch’uscìan dalle girelle,
     E’l folgorar de i raggi, e dei soffioni,
     Givan volando su fin alle stelle,
     3492Fendendo l’aria, e le sue regioni.
     Un infinito numer di facelle
     Erano accese in diversi cantoni
     D’un tal liquor temprate in ciascun loco,
     3496Che tutta notte acceso viste’l foco.

Tutte le Torri, e Merli della mura
     Piene eran di facelle, e di lumiere,
     Che giorno chiar la notte ombrosa e scura
     3500Per il grande splendor facien parere,
     Da certi scogli d’infinita altura
     Fuor della terra si vedean cadere
     Nello scur della notte fiamme ardenti,
     3504Qual menavan per l’aria a volo i venti.

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Tal che ciascun, che vidde il bel Castello
     Arder di foco, e folgorar saette,
     Penso che fusse nulla Mongibello,
     3508O Etna, quando al Ciel le fiamme mette,
     Ne credo tal fusse il vero flagello,
     Ch'a Sodoma il tonante eccelso dette,
     Non facendo io pero al Ciel ingiuria,
     3512Qual fu del finto il furor, e la furia.

Finito'l fuoco ogn'un prese la via,
     Ch'eran di notte sonate due hore.
     Però seguitando io la scorta mia,
     3516Mi fe la sera al suo albergo honore.
     La mattina per tempo a mia Iatria
     Me ne tornai pien di tanto stupore,
     Ch'allei volendo'l sucesso narrare
     3520Ero confuso, e no'l sapevo fare.

Cosi fin hor Signor mio Illustrissimo
     Restato sommi nella valle amena,
     Dove dì gentilezza un mare amplissimo
     3524La nobil casa vostra adduce, e mena:
     Per la cui gloria il gran Monarcba altissimo
     L’ha nel vostro cospetto hoggi ripiena
     D'una si degna, e honorevol Prole,
     3528Che fra noi splende, come in Cielo il Sole.

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E che sia ’l ver chi ben rimira attento
     Vede di nostra legge in voi ’l ridutto
     Per haver voi con vostre virtu spento
     3532Il foco cbe gia 'l Tebro harebbe asciutto.
     Cessa per voi d'ogni heresia 'l spavento
     Tal che gia Roma n'ha sentito 'l frutto.
     In voi si vede certo ogni grandezza,
     3536Ogni virtu ch'il Cielo e'l mondo apprezza.

Chiar si conosce a guardarvi la fronte
     Ch'in voi d'ogni virtu regna una pianta.
     Appresso al vostro cuor nasce 'l gran fonte
     3540Ch'irrigal piede a nostra legge santa
     Cardin, Colonna, Seggio, Scala, e Ponte
     Sete dove Heresia la fede schianta.
     Fermando in voi ogni virtu sua sede
     3544Vi fate scudo a nostra santa fede.

Chi ben rimîra i vostri eccelsi gesti
     Vi trova una equita matura, e santa
     Chi le saggie parole, e gli atti honesti,
     3548Di divin zelo ogni florida pianta,
     Chi i benefitij guarda a voi richiesti,
     Non trovò mai pieta, ne speme tanta:
     E però manifesto in voi si vede
     3552Speranza, Charita, Giustitia, e Fede.

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Tal che stupir di voi vedendo 'l mondo
     Stupisce anchor la mia silvestre Musa:
     E però s'il dir suo non è facondo
     3556Secondo la materia, a voi si scusa.
     E pur hor alla fin vede ch’il pondo
     Dell’opra, d’ignoranza il stilo accusa:
     Perche bisognarebbe a dire il vero
     3560Un Petrarca, un Vergilio, un greco Homero.

REGISTRO.

A B C D E F G H I K L M N O P Q R S T V.

Tutti sono duerni eccetto T ch'è terno

STAMPATA IN VENETIA

per Francesco Marcolini da Forlì, appresso alla Chiesa della TERNETA, Nell’Anno del Signore. M D X X X I X.

Il mese di Luglio.

CON GRATIA, E PRIVILEGIO.

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