Lettere dal fronte/Lettere alla madre

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Lettere alla madre

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Introduzione Lettere a varii

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I.

LETTERE ALLA MADRE




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(1)

Bologna, 31 Agosto 1915.

Mamma mia,

eccoci fermi alla stazione di Bologna per un paio d’ore. Ne approfitto per mandarti un bacio. Siamo partiti da Firenze una cinquantina di diavoli scatenati, furenti d’entusiasmo, tutti bravi ragazzi che faremo il nostro dovere, te lo garantisco. Viva l’Italia! Non s’è fatto che cantare e scherzare tutto il tempo: un baccano da far scappare duecentomila Austriaci. Tutto il treno in rivoluzione. Ora abbiamo un terribile corpo a corpo col caffè e latte e panini imburrati. Mischia accanita. Alle sette e cinquanta sarò a Padova.

Mamma, ti adoro e penso a te sempre sempre. Ti ho lasciato il cuore. Tiemmelo per benino, e lo riprenderò al ritorno. Un bacio lunghissimo.

Giosue’

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(2)

Padova, 31 Agosto 1915.

Cara mamma,

altra fermatina a Padova. Speravo di trovare Ettore, ma è in campagna. Sono a colazione dalla sua mamma, poi vado a Venezia dove mi fermo qualche ora, indi parto per Udine, dove pernotto, e domattina alle sei sono a Cividale del Friuli, che è la mia destinazione. Poi entro in campagna. Evviva l’Italia! Il morale è sempre altissimo, la calma è sempre imperturbabile, la salute sempre eccellente, e così spero che sarà di te. Il mio pensiero non ti abbandona un istante. T’abbraccio mille e mille volte. Tuo

Giosuè.


(3)

1 Settembre 1915.

Cara mamma mia,

oggi alle tre partiremo di qui nei camions, per raggiungere il nostro reggimento. Dove [p. 5 modifica] non te lo posso dire: d’ora innanzi bisognerà che tu ti rassegni a non sapere dove sono precisamente. Ho passato la notte a Udine, come ti dissi ieri, ed ho trovato una trentina d’amici inaspettati: Ojetti, Cippico e tanti altri, tutti guerrieri. Che città Udine! Tutta gremita di soldati, ufficiali, generali, in mezzo a un movimento vertiginoso di automobili, furgoni, batterie, con gli aeroplani che volteggiano su in cielo. La sera la città è immersa in un buio impenetrabile, e anche gl’interni delle case sono appena illuminati. Il movimento dell’esercito è uno spettacolo maestoso e terribile, e mi sento ricolmo d’orgoglio all’idea che anch’io ho l’onore di far parte di questa splendida e formidabile macchina tutta animata e intelligente.

Ho trovato da dormire benone in un alberghino la cui padrona era tutta premure e sorrisi. Stamani alle sei siamo partiti, tutti allegri come pasque, chiacchierando animatamente coi veterani che erano già stati al fuoco. Era l’ultima tappa del nostro viaggio, perciò la nostra serenità era un po’ meno fragorosa che al momento della partenza, più calma e [p. 6 modifica] raccolta, ma però sempre più ferma e imperturbabile. Io mi sento in cuore una baldanza che è uno dei sentimenti più belli e più dolci che abbia mai provato, qualche cosa di simile al sentimento religioso. E infatti è giusto. La gioia dei santi è la comunione, è d’essere tutti in uno, di formare insieme il corpo mistico di Gesù, con una volontà sola, una forza unica, un unico e indissolubile amore, una sola mèta, la volontà del Signore. I figli della Chiesa sono un esercito in battaglia. Nella stessa maniera noi siamo soldati della patria; tutti i nostri sforzi, animati dall’amore della nostra terra, convergono ad un unico scopo, la volontà del Re. Credi, mamma, che più ci penso e più mi persuado che la nostra guerra è la più bella di tutte, quella più degna d’esser combattuta. Soltanto quella che combattono i Belgi le può essere paragonata per la santità della causa, ma quegli sventurati combattono con la disperazione e aiutati da armi straniere. Noi invece siamo soli e forti, combattiamo per la giustizia, con la certezza di vederla trionfare col nostro sangue. Facciamo la volontà del Re, che è la nostra, condivisa pienamente [p. 7 modifica] e ardentemente da ciascuno di noi, ed egli è degno in tutto della nostra devozione obbediente, perchè, come Gesù, dandoci per precetto di fare sempre la sua volontà, poi viene giù fino a noi, si unisce a noi, ci aiuta e soffre e combatte con noi, così il Re sta in mezzo ai suoi soldati, ne condivide i pericoli e i disagi, mettendosi alla pari col più umile di loro.

Più ci accostiamo alla linea del fuoco e più sono stupefatto, strabiliato dallo spettacolo della nostra potenza militare. Se tu vedessi gli eserciti di carri, le montagne di rifornimenti, le munizioni, i foraggi! Cavalli possenti trascinano carri ricolmi, per ore ed ore, guidati da soldati grandi e fieri, uno dietro l’altro, senza un momento d’interruzione. Che soldati i nostri! Se tu vedessi che giganti gli alpini e gli artiglieri! Il passaggio d’una batteria è uno spettacolo indimenticabile. Ma quello che è straordinario in tanta animazione è la precisione di tutto, il senso d’unità, di subordinazione d’una cosa all’altra.

Se dovessi descriverti tutto quel che vedo minutamente, dovrei star qui cent’anni. [p. 8 modifica] La prima persona che ho incontrato, scendendo dal treno alla fine del viaggio, è stato il dottor Verdiani, che m’ha detto subito d’aver ricevuto stamani una tua cartolina. Puoi figurarti il mio soprassalto. È una piccolezza che m’ha reso felice. M’è parso quasi d’aver ricevuto un tuo saluto particolare subito appena arrivato.

Dopo essermi presentato all’ufficio di tappa per sapere la mia destinazione, sono subito andato a sentire la messa. Oggi vado a colazione con alcuni amici che ho trovato qua.

Ti debbo dire una cosa: che non t’ho mai amato tanto come ora. Non penso che a te, con una tenerezza indicibile; mi pare d’averti accanto. Ma che dico mi pare? Ne son certo. L’unione degli spiriti è infinitamente più vera di quella materiale. So bene che io son con te e tu sei con me realmente, molto più che se fossi rimasto a casa. Amandoci in Dio che cosa ci può separare? Nulla, mamma, nè in vita nè in morte. Pensaci sempre, sempre, perchè questo è il pensiero che ci occorre in questo momento. Eleviamoci sempre al di sopra delle idee materiali, che sono il nostro [p. 9 modifica] impaccio. Su, su, in alto, sopra la realtà sensibile, che è così effimera, e saremo santi, liberi, e invincibili.

Saluta tutti con affetto. A presto una più lunga lettera. Rammentami a Gino, e abbiti per te il più lungo, il più tenero dei miei abbracci.

Giosuè


(4)

2 Settembre 1915.

Cara mamma,

arrivo adesso e raggiungo la mia compagnia. Poi ti scriverò oggi stesso una lunga lettera. Per ora non ho che il tempo di mandarti un lungo abbraccio.

L’indirizzo mio è qui dietro. Sto benone, son felice, pieno di serenità. Un bacio tenerissimo.

Giosuè


(5)

3 Settembre 1915.

Mamma adorata,

la posta parte di quassù tra breve, perciò ho appena il tempo di scriverti poche righe [p. 10 modifica] in tutta fretta. Le date dei contratti che ti ha chiesto l’avvocato sono il 13 gennaio del primo, il 5, il 10, il 14 e il 21 di febbraio degli altri. Quello del Tavernini non me lo rammento bene, ma è certo del maggio, e mi pare del 14, salvo il vero. Riscontra con la lista della signorina Andreina, che è esattissima, e intanto salutala tanto da parte mia, e con lei la signorina Ines, dicendo loro che oggi scrivo anche al loro fratello.

Siamo arrivati al nostro battaglione ieri mattina, dopo esser passati dal Comando di Divisione, dove abbiamo assistito a una caccia contro un aeroplano austriaco. Il Querci ed io siamo stati assegnati insieme alla sesta compagnia, e allora t′ho scritto subito la cartolina col mio indirizzo preciso. Te lo ripeto per maggior sicurezza: S.tenente Giosuè Borsi, 125° reggimento Fanteria, 6ª compagnia, 32ª Divisione, Zona di guerra.

Il luogo dove siamo accampati, a breve distanza dalle trincee, è tra monti verdi, bellissimi e pittoreschi, dove fa un frescolino delizioso, niente affatto pungente. Per arrivarci abbiamo fatto un viaggetto divertente come [p. 11 modifica] una scampagnata, attraversando un’ampia zona di combattimento, quasi senza accorgercene, poiché non ti puoi figurare quanto la guerra moderna sia differente dall’idea che ce ne facciamo di lontano. La guerra non si vede quasi. Se non ci fosse il rombo delle artiglierie, della guerra non apparirebbe nessun indizio preciso. Per vedere una cosa bisogna esserci a due passi.

Domani ti descriverò minutamente il mio viaggetto per arrivare quassù. Per oggi ti dirò che sto benone e mi sono accomodato come un principe. Ho due attendenti che sono due eroi, Carmine Possidenti e Nicola Gaspari, che hanno preso parte a una delle più terribili battaglie della guerra, tutti e due buoni, intelligenti, religiosi. Hanno per me cure minuziose e amorose incredibili. Sono alloggiato in una capanna dove non manca nulla, né fornello, né lavamano, né scrivania. C’è un altare con la Madonna, il Bambino e S. Giuseppe, con dietro una cassetta armonica e dinanzi fiori sempre freschi. Alla mensa si fanno dei veri festini, con frutta, dolci, caffè, liquori. Un lusso inaudito. [p. 12 modifica] Domani ti descriverò minutamente tutto. Per adesso ti mando tutti, tutti i miei baci. Giorgio sta bene e saluta. Rammentami con affetto alla signora Querci, alla signorina Nella. Saluta Annetta, Marina, Elena, padre Guido, padre Biagio, la madre, le suore, tutti. Scrivi a Gino che son felice, che l’abbraccio, che la guerra è bella. Ancora un bacio a te, mamma mia. Tuo

Giosuè.


(6)

4 Settembre 1915.

Cara mamma,

ieri ho letto in un giornale, la notizia della morte del povero * * * e non puoi credere quanto ne sia rimasto esterrefatto. Sventurato! Che orribile sorte, morire cosi,dopo aver tanto sofferto. E la moglie, e i figli! A quanta gente dovrebbe aprir gli occhi una morte simile! Bisogna che preghiamo molto per lui. Ho supplicato tanto il Signore che lo salvasse e lo prendesse con sé, e per ottener questo sarei stato pronto a fare qualunque sacrificio. Un presentimento mi dice che il [p. 13 modifica] Signore m’ha ascoltato, e che adesso ho di là un’anima pronta a intercedere e perorare per me con tutte le sue lacrime riconoscenti, la migliore delle raccomandazioni.

Quassù farò dire una messa in suffragio di quella povera anima dolente, che ha tanto sofferto, che è degna di tanta pietà e di tanto amore. Ah, l’amore è tutto, mamma mia, l’amore è tutto; lo vedo sempre più chiaro, più di quel che non possa esprimere. A che serve l’odio, il risentimento, la vendetta? Vedi bene chi è che castiga. Serbare del rancore verso una povera creatura, a cui il Cielo non permette neppure di godere del male fatto, e che spenge così in un attimo, quando vuole, ma non ti sembra la cosa più assurda e più bassa del mondo? Credimi, non saremo mai abbastanza indulgenti, amorevoli, benigni verso i nostri simili; credimi, non li perdoneremo mai abbastanza. Il male che ci fanno sarà una ragione di più per amarli con ardore raddoppiato, perchè quel male lo hanno fatto a sè stessi, e son diventati sempre più miseri e deboli, sempre più degni d’esser sostenuti dal nostro aiuto fraterno. E poi siamo indulgenti [p. 14 modifica]pensando che anche noi siamo altrettanto bisognosi d’indulgenza, di clemenza e di pietà, peccatori deboli ed effimeri come siamo. Anche noi abbiamo tanti debiti da pagare, tante colpe da farci perdonare.

La morte di quello sventurato, degno del nostro più sollecito rispetto, poiché anch’egli è stato riscattato dal Sangue del nostro Redentore, dovrebbe farci vedere anche un’altra cosa: quanto son vani e irrisori i beni del mondo. La sua incontinenza l’ha ucciso, per insegnarci ad essere sobri e frugali, ad evitare i pericoli dei godimenti materiali e bassi. E l’ambizione a che gli ha servito? Iddio gli ha tolto tutto in un istante. In che cosa aveva posto la sua felicità? Negli onori, nel piacere, negli agi, nel voler comandare, prevalere, brillare, piacere agli uomini. Ed ora? Che retaggio d’amore ha lasciato quest’uomo, la cui morte è stata desiderata e augurata con bramosia da sciacallo? Che beni porta con sé? Che sorte lascia ai suoi figli? Eppure era più debole che cattivo, e aveva della bontà, della nobiltà, della generosità, era molto migliore di quanto si credesse. [p. 15 modifica]

Oggi vado al carreggio per prendere la cassetta e poi avrò modo di scriverti a lungo e raccontarti tante cose. Per ora sto benone. La vita del campo mi fa bene. Tra quattro giorni vado in trincea con la mia compagnia.

T’abbraccio teneramente con tutta l’anima.

Ricordami a tutti con affetto.


Giosuè

(7)

Domenica, 5 Settembre 1915.
Mamma mia cara,

stamani ho dovuto andare al comando del reggimento per prendere della roba nella cassetta, cosa che non mi fu possibile ieri a causa del mal tempo. Poi c’è stata una messa al campo, dove mi sono comunicato. Insomma stamani mi manca il tempo di scriverti più a lungo. Vedrò se mi sarà, possibile tra oggi e domani. Intanto mi limito a dirti che sto benissimo. Mentre scrivo, comincia un magnifico bombardamento, o meglio un duello d’artiglierie. Viva l’Italia!

Oggi spero di ricevere tue notizie, finalmente; è un pezzo ormai che le sospiro. [p. 16 modifica]

Spediscimi subito una diecina di «Testamenti». Ne voglio dare uno al cappellano. Abbracci e baci interminabili dal tuo


Giosuè.

(8)

6 Settembre 1915.
Mamma mia adorata,

ti sto scrivendo una lunga lettera, ma non so se faccio a tempo a terminarla. Per non lasciarti priva di notizie ti scrivo in fretta che sto bene e che tutto va bene. Ieri sono stato alle trincee, e mi sono molto divertito. Ma tu? Ieri speravo di ricevere posta. Spero che oggi mi verrà qualcosa, perchè comincio a stare in pensiero. Saluta tutti e soprattutto manda un bacio a Gino, quando gli scrivi. A te una lunga stretta amorosa con tutta l’anima.


Giosuè

(9)

6 Settembre 1915.
Carissima mamma mia,

ho intenzione di scriverti una lettera lunga e minuziosa intorno al nostro viaggio per [p. 17 modifica] arrivare fin quassù e intorno alla vita che facciamo al campo, ma, bada, per quanto possa scrivere diffusamente non riuscirò mai a descriverti neanche una minima parte di tutto quel che ho veduto e ammirato, poiché il quadro non potrebbe essere più animato e gigantesco di cosi. È difficile farsene un’idea, e difficilissimo poi renderla a parole, specialmente nelle grandi linee che s’intravedono e s’intuiscono dagli episodi. Qui si vive e si respira in piena epopea, un’epopea tutta nuova per la vastità degli spazi in cui si svolge, per la maestosità dei luoghi che ne sono la scena, per l’immane grandiosità dei mezzi impiegati e delle forze che sono in giuoco. E se penso che io ne ho sotto gli occhi appena una minima parte, in uno dei cantucci più appartati e relativamente tranquilli, dove mi trovo soltanto da pochi giorni durante un periodo di sosta e di riposo, s’impadronisce di me un senso di stupore e di vertigine all’idea di tutto quello che non vedo e che noi so, e che pure si sta svolgendo su tutti gli altri punti del fronte, dalle cime dello Stelvio fino alle rive adriatiche, e poi di tutto quello che è già stato fatto e che si [p. 18 modifica]

dovrà ancora fare, in questo immenso giuoco mortale, la cui posta sarà la nostra vittoria. Che spesa titanica di energie, di perseveranza, di pazienza, di coraggio, di sacrifizi cruenti! è bello che un popolo si guadagni cosi la sua gloria. Quello che acquisterà potrà dire che è veramente suo, perchè lo avrà pagato col migliore dei riscatti, il suo sangue, e intanto avrà esercitato e sviluppato le sue migliori virtù, la disciplina, l’obbedienza, la generosità, lo spirito di sacrificio e di concordia, la pertinacia, la sana e gagliarda fiducia in se stesso e nelle proprie forze, e soprattutto il sentimento del dovere, questa virtù sovrana e fondamentale, sulla quale si fondano tutte le altre virtù morali e civili, mentre purtroppo è quella che ha fatto maggior difetto sinoraalla nostra generazione.

Rimanemmo per qualche ora alla sede del nostro Comando di Divisione, dove continuava anche più fervido e intenso il movimento di Udine: reggimenti in arrivo e in partenza, passaggio di convogli e carriaggi interminabili, rombare di automobili, strepito ferreo di batterie. Poco prima di mezzogiorno passarono [p. 19 modifica] in automobile il Re, il generale Cadorna, il generale Porro, l’onorevole Salandra e l’onorevole Barzilai. Di là partimmo in una cinquantina, stivati coi nostri bagagli in quattro furgoni automobili, sballottati e squassati come battagli di campane nel giorno di Sabato Santo. Sulle bottiglie di certe medicine c’è scritto: agitare prima dell’uso. Io non so ancora come saremo adoprati, ma sta pur tranquilla che siamo stati agitati abbastanza. In automobile abbiamo costeggiato per qualche tempo l’antico confine, del quale abbiamo avuto agio d’ammirare tutta l’assurdità, e frattanto per la strada, tra le scosse e attraverso il polverone, potevamo intravedere un febbrile movimento di soldati e di carri scortati, di batterie in marcia, tutte coperte di fronde verdi. Ogni tanto si trovavano le tende di qualche accampamento, e, accanto, un numero sterminato di cavalli in fila, alla cavezza, con le loro groppe d’ogni colore, pascolanti con un gran divincolio di code. Percorriamo le retrovie, ossia una delle regioni più importanti della zona di guerra, le arterie della vita dell’esercito, come le chiama il generale Cadorna. [p. 20 modifica]Attraverso le retrovie si nutrono e si riforniscono le grandi unità, le centinaia di migliaia di combattenti. Pensa un po’ l’importanza capitale di quel servizio complicatissimo, delicatissimo e vastissimo, che deve essere ordinato come un orologio di precisione, poichè il minimo disordine, il minimo arresto può bastare a compromettere il risultato dell’operazione più ingegnosamente ideata e più pazientemente condotta. Pensa come dev’essere oculato e vigile il servizio delle truppe di guardia ai materiali in istazione, di scorta a quelli in marcia, come dev’essere esatta e sollecita la consegna delle munizioni, dei rifornimenti, dei viveri in arrivo e in partenza.

I nostri furgoni, dopo averci sconvolto le viscere e ammaccato le ossa con un impegno e un vigore veramente esemplari, ci hanno finalmente scodellato, con armi e bagagli, presso un ospedaletto da campo, in mezzo a un gran movimento di muli sovraccarichi di roba. Quivi siamo stati costretti ad abbandonare le nostre cassette con un tenero e commosso saluto d’addio, perchè non ci potevamo figurare di rivederle tanto presto, e via tutti, in fila [p. 21 modifica] indiana, col nostro zaino in ispalla, per un sentiero ripido e serpeggiante, dietro a una guida che doveva condurci al Comando di brigata. Abbiamo.varcato l’antico confine sui sassi di un ridicolo torrentello. Non si potrebbe immaginare un confine più irragionevole, arbitrario, pazzesco, indifeso. Non era nulla più che un imbelle e modestissimo confine amministrativo, del quale ci dovemmo accontentare alla pace di Villafranca. Requiescat in pace. Adesso, grazie a Dio, ce ne stiamo guadagnando uno migliore. Con una specie di voluttà altera abbiamo calpestato il suolo verde delle nostre terre nuove, le terre del nostro diritto sacrosanto e della nostra futura sicurezza e salvaguardia. Forza e avanti. Il terreno ha cominciato a salire, e in breve hanno cominciato ad aprirsi al nostro sguardo le chiostre dei nostri bei contrafforti alpini, al di là dei quali si slanciavano al cielo i grandi picchi nevosi dove si è svolta la lotta formidabile dei nostri alpini. Siamo saliti per un sentiero sassoso e ripidissimo, dal quale son passate nei primi giorni molte batterie di grosso calibro, tirate da cordate di centinaia di [p. 22 modifica] soldati: un portento che si direbbe impossibile, a vedere che razza di strada hanno saputo percorrere.

Siamo arrivati al Comando di brigata, in un paese che, due giorni dopo il nostro passaggio, è stato bombardato senza nessuna efficacia dalle artiglierie austriache. Mentre si passava attraverso un accampamento di territoriali, abbiamo sentito di lontano i primi rombi delle nostre batterie antiaeree, che stavano sparando contro un aeroplano nemico. Si vedevano su in cielo le nuvolette degli scoppi degli shrapnells, intorno all’apparecchio in fuga. Non è facile far cadere un aeroplano, specialmente quando vola molto alto, eppure anche l’altro ieri i nostri hanno abbattuto un biplano austriaco, che mi ero visto passare sul capo mezz’ora prima. Non si può negare che gli aviatori austriaci son pieni di sangue freddo, d’audacia, e continuano a volteggiare imperterriti anche mentre son presi di mira da tutte le parti, ma però coi nostri non c’è confronto. I nostri hanno degli ardimenti raccapriccianti, volano basso, vanno e vengono, operano e fanno il loro comodo, come se nulla fosse. Inoltre i [p. 23 modifica] nostri compiono sempre azioni efficaci militarmente, mentre gli Austriaci tirano a far danni a casaccio e contro i cittadini inermi.

Al Comando di brigata parlammo col nostro generale, che è il fratello del Cardinale che conoscemmo a Roma. Egli ci ordinò di pernottare dove eravamo, per raggiungere, la mattina dopo, i nostri reggimenti. Che serata divertente fu quella! Ci fu improvvisato un pranzo pantagruelico, con certi spaghetti che avrebbero intenerito un macigno, fors’anco il cuore paterno di Francesco Giuseppe. Poi ognuno di noi si mise in cerca d’un giaciglio qualsiasi: un’impresa più difficile assai della presa di Trieste, di prossima attuazione. Io trovai un cassone nella stanza dove dormivano i volontari ciclisti, e già mi adattavo a dormire nel morbido, quando quei bravi ragazzi mi trovarono in un batter d’occhio, mettendosi tutti in moto, un fodero di pagliericcio, la paglia per riempirlo, una coperta, uno scendiletto. Aggiungi il mio cuscino, ed ebbi cosi il letto più soffice e lussuoso di questo mondo.

A domani il seguito. Un bacione.

Giosuè

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(10)

7 Settembre 1915.

Mamma cara,

continuo la mia cronistoria per altri due foglietti, quanti me ne concede l’avarissimo regolamento postale della zona di guerra.

I volontari ciclisti che mi ospitarono al Comando di brigata, tutti bravi giovanotti, svelti, intelligenti, premurosi e ingegnosi, mi ricolmarono di cortesie d’ogni sorta. Non contenti d’avermi accozzato un giaciglio principesco, mi offersero anche una limonata squisita e una mela così lucida e fragrante, che sarebbe bastata a scusare ampiamente quella famosa marronata dei coniugi Adamo ed Eva. La mattina poi mi prepararono un prelibatissimo caffè e latte. Non so come facessero, ma il fatto sta che avevano di tutto. Intanto eravamo diventati amiconi, e, quando dopo essermi vestito da soldato e aver rifatto il mio zaino, mi accomiatai da quei bravi ragazzi per rimettermi in marcia, eravamo quasi tutti commossi, e nessun saluto poteva essere più [p. 25 modifica]caldo e sincero di quelli con cui io li ringraziai ed essi mi augurarono buona fortuna. Viva l’Italia, e sempre avanti! È incredibile la rapidità con cui si diventa amici fraterni in guerra. Con quanti volti aperti, franchi, giovanili e intelligenti ho scambiato un allegro sorriso cordiale in questi giorni! Ci si corre incontro colle mani tese, come vecchi amici che non si vedevano da vent’anni, ci si scambiano i nomi, e siamo subito come fratelli. Poche domande s’incrociano: — Di dove sei? Che reggimento? Dove sei diretto? Come va? — Poi qualche rapido ragguaglio su quel che si è visto e che si è fatto, con rilievi e considerazioni da vecchi strateghi, come tanti napoleoncini, con ampi gesti pieni di gravità, da far sudar freddo tutto lo stato maggiore Austriaco, se li vedesse. — Vedi quel monte? È già tutto nostro. Quello di fronte è ancora austriaco, per ora, ma vedrai che da questa parte si sta preparando una grande avanzata. Ora stanno salendo qua parecchie batterie. — Poi si segnano a dito i paesi lontani, le grandi cime azzurre. Finalmente vengono i saluti. — Dunque addio, caro. Tante buone cose. [p. 26 modifica] Forza. Auguri. Buona fortuna. Ci rivedremo a Trieste. Viva l’Italia! — Una bella risata argentina, e via, col cuore gonfio di baldanza.

Già la vita di caserma favorisce molto le amicizie rapide e le simpatie altrettanto repentine quanto calde, sincere; poichè l’amicizia avvezza ad essere schietti, cordiali e spicciativi, ma in guerra questa bella facoltà, questo senso di solidarietà e di fratellanza sono, a dir poco, centuplicati. L’uniforme ci rammenta che siamo uguali e chiamati ad adempiere lo stesso dovere, votati fino alla morte alla stessa causa, ma il trovarci in terra di conquista, in terra guerreggiata, esposti a un pericolo comune, ci fa vedere nel commilitone, nel compagno, nell’amico, il fratello, colui che domani potrà cadere al nostro fianco, che potrà sorreggerci ferito e barcollante, che potrà porgerci con voce affievolita e raccogliere dal nostro labbro con cuore devoto un’ultima parola di saluto alla vita, alla patria, ai cari lontani. Come affratella la guerra! Come apre il cuore! Ci insegna ad essere amorevoli, fiduciosi, franchi, espansivi. Con la sua terribile e fierissima eloquenza [p. 27 modifica] realizza d’un tratto, tra i soldati combattenti, l’esemplare d’una società ideale come potrebbe vagheggiarla il più incontentabile moralista, il filosofo più sognatore, una società come ce la fa intravvedere il Vangelo, mentre ce la promette sicuramente come premio al di là, una società dove gli uomini si amano e si soccorrono per un impulso irresistibile d’affetto, dove non cercano di danneggiarsi o di ingannarsi, perchè sanno che il danno e la menzogna sono funesti a tutti e a ciascuno, dove non si oltraggiano e si disonorano colla diffidenza reciproca.

Parlando così, s’intende, sono un po’ ottimista. La guerra in sé non ammaestra nessuno. Tu ed io sappiamo bene che al mondo non c’è nulla capace di render gli uomini migliori, né la pace, né la guerra, né l’esperienza, né la scienza, né l’educazione, nulla all’infuori della grazia del Signore.

Però la guerra, come tutti i grandi flagelli da cui è tribolato il genere umano, ha questo di buono, che mette in rilievo il fondo vero della natura umana, la palesa com’è, in tutto quello che ha di abbietto o di nobilissimo, [p. 28 modifica]rompendo la fragile scorza menzognera delle finzioni e ipocrisie sociali. Un uomo e un popolo in guerra debbono mostrare per forza quel che valgono. Un popolo mostra le sue qualità, disciplina, serietà, costanza, pertinacia, grado di civiltà; o i suoi difetti, indocilità, facilità a scoraggiarsi, sfiducia, barbarie, efferatezza.

La Germania, come la conosciamo bene e a fondo, ora che l’abbiamo vista in guerra! Il Belgio, la Francia, la Russia, come si sono rivelate nelle loro jatture, come li abbiamo amati e ammirati, quei popoli energici, coraggiosi e intimamente sani! E così è degli uomini. Un uomo cattivo, in guerra, fa subito vedere tutto il suo egoismo, la sua brutalità, la sua viltà, il suo miserabile attaccamento alla vita, si svela fanfarone, menzognero, infingardo, disobbediente, mentre l’uomo veramente buono e in grazia di Dio appare subito com’è, pio, generoso, entusiasta, solerte, animoso, disciplinato, pronto a ogni sacrificio, impavido nel pericolo, affettuosa e servizievole coi compagai, affabile coi sottoposti, rispettoso coi superiori. E poiché gli uomini, tutto [p. 29 modifica]sommato, sono generalmente assai migliori di quel che si dice, e gl’Italiani in ispecie sono un popolo pieno d’energia, di rettitudine e di sana gioventù, sono queste le qualità che più si palesano nel nostro esercito in guerra: una serenità a tutta prova, una gaiezza familiare, un che di spigliato e disinvolto. Nell’intimità ci amiamo tutti, poichè il più delle volte il non amarci viene dal non conoscerci. Eccoti un bell’esempio caldo caldo: è qui con me, assegnato al medesimo battaglione, Giuseppe Prezzolini. Figurati! Due letterati, irritabile genus, e per di più «di fè diversi» come Rinaldo e Sacripante. Come ci siamo guardati in cagnesco, prima di conoscerci! Abbiamo polemizzato con acrimonia, siamo stati avversari inconciliabili persino ante judices. Chi mi avrebbe detto che l’avrei amato come un fratello? Eppure eccoci qua: uno dei più cari momenti della mia giornata è quando vedo la sua figura sparuta e intelligente sgambare allegramente tra le capanne del campo, e posso scambiare con lui un saluto fragoroso. Uno di noi scende in trincea; non si sa mai quel che possa succedere, ma c’intendiamo senza [p. 30 modifica]parlare, e ci scambiamo nel brio una buona stretta di mano piú forte del consueto. Si può discutere, senza pigliarci per i capelli, anche di questioni sociali e religiose, che è tutto dire. E vero che egli di capelli ne ha pochi, e quanto a me sono rapato come un ergastolano di Portolongone, ma il miracolo non è perciò meno stupefacente. E come son contento di conoscere meglio il suo spirito penetrante, che vede così giusto in tante cose, da cui ho tanto da imparare! E che compagno prezioso! Umore inalterabile, correttezza da gentleman, che risalta maggiormente nella goffa montura da fantaccino che lo infagotta, spirito pratico e pieno d’iniziativa, indole arguta, un camerata impagabile. Vedi un po’ quanto debbo alla guerra. Allorchè la mattina del primo settembre, a buon’ora, giungemmo tutti, in comitiva, coi nostri zaini sulle spalle, dal Comando di brigata al Comando di reggimento, mentre aspettavamo di essere assegnati alle varie compagnie e assistevamo ai tiri delle nostre batterie antiaeree contro l’aeroplano austriaco, ai nostro Prezzolini giunse un dispaccio. Lo aperse con ansia. Era il [p. 31 modifica]telegramma che gli annunziava la nascita d’un bambino. Ebbene, quando egli ci lesse con fierezza commossa le parole con cui il suo piccolo Giuliano gl’inviava il suo primo bacio, è impossibile dire che festa intima e cara e affettuosa fu per il cuore fraterno di tutti noi, e come amammo subito di lontano quella creaturina nuova, quel nuovo piccolo cittadino d’Italia che nasceva con auspici così fausti ed era destinato a vivere in una Italia più grande, più forte e più gloriosa, al cui splendido avvenire ci accingevamo a lavorare un pochino anche noialtri tutti.

Per andare al Comando del reggimento, e di là, per giungere finalmente a destinazione, in prima linea, percorremmo poi non più le retrovie, ma una zona non meno importante, quella dei posti avanzati, dove si sviluppa tutto il servizio di sicurezza e di collegamento, le estreme propaggini, come gli ultimi tentacoli vigili armati e minacciosi del nostro esercito in guerra. Quivi sono sparse le pattuglie e le vedette, che fanno di tutti i nostri corpi d’armata, distesi lungo il fronte a contatto col nemico, come un unico immenso organismo [p. 32 modifica]animato, sensibile, attento, intelligente, coi tramiti pronti a trasmettere gli allarmi, i messaggi, i comandi. Quivi sono anche le zone dalle grandi artiglierie, le voci fragorose e tonanti della guerra, e tutto questo appena visibile, dissimulato nell’intreccio capriccioso delle vie mulattiere, tra i dorsi verdi dei monti, nei ciuffi di piante. Un grande pezzo si scorge appena quando siamo a due passi. Tutto quel che si vede sono pochi soldati immobili, quasi dispersi qua e là a caso. La guerra sembra lontanissima, quando vi siamo in mezzo. La regione dove più ferve appare immersa nella più ampia tranquillità.

A presto il seguito, cioè le cose più interessanti. Abbiti un lungo bacio, cara mamma, e sta’ di buon animo. Ricordami a tutti gli amici. Tuo

Giosuè.


(11)


7 Settembre 1915.


Mamma cara,

anche ieri ho aspettato invano tue notizie, mentre sono ansioso d’averne. Che fa Gino? [p. 33 modifica]Come stai tu? Com’è andata dell’assicurazione? E le faccende di casa?

Ho cominciato a spedirti delle lettere aperte di otto pagine, perchè la censura non ne permette di più. Se vuoi, mandale al giornale, per ordine progressivo di data.

Continuo a star benone, mangio, dormo come un dio dell’Olimpo. Credi, la guerra è una vera cuccagna, e c’ingrasso come un suino. Oggi sono occupatissimo intorno ai soldati. Domani andremo in trincea.

Saluta caramente tutti gli amici. Poi a qualcuno scriverò direttamente. A te, per tua regola, ho scritto puntualmente ogni giorno. Hai ricevuto tutto?

Mille e mille lunghi baci.

Giosuè


(12)


8 Settembre 1915.


Mamma adorata,

oggi scendo alle trincee per fare i reticolati, giù in un paese che non posso dirti, al solito. Starò qualche giorno, e non so se avrò [p. 34 modifica]tempo di scriverti. Perciò non t’impensierire, se scrivo più irregolarmente. Sto bene, tutto va bene, sono allegrissimo, pieno di fiducia. Aspetto con ansia tue notizie, ma spero d’averne oggi o domani. Di’ all’amministratore che le mie giornate di servizio furono esattamente dal 18 marzo al 1° aprile, dal 13 al 21, dal 9 al 19 di maggio, a lire 14 al giorno.

Saluta tutti festosamente, e di’ che non dimentico nessuno, che ho tutti in cuore. Sta’ tranquilla e contenta, mamma mia d’oro, perchè nessun uomo al mondo è felice e sereno come il tuo

Giosuè.


(13)


9 Settembre 1915.


Mamma carissima,

anche ieri non ho ricevuto nulla, mentre il Querci ha già ricevuto ben due lettere da sua madre. Come va questa faccenda? Speriamo che oggi giunga qualche cosa a tranquillizzarmi, perchè sono veramente impensierito. [p. 35 modifica]

Abbiamo cambiato residenza per qualche giorno, e siamo venuti in un luogo più soddisfacente, dove abbiamo anche un po’ d’artiglieria. La nostra dignità si sente un po’ più soddisfatta, ma per ora ci troviamo quasi nell’inazione. Continuo a star benissimo. La guerra è una villeggiatura. Credevo di trovare l’epopea, e trovo la georgica; aspettavo la vita eroica, e trovo la vita pastorale. Ho persino con me una bella pecorina domestica, che viene ad accarezzarmi col musino. Un bacione grandissimo.

Giosuè


(14)


10 Settembre 1915.


Mamma mia,

ma dunque? Ancora non ho ricevuto nulla da te. Giorgio ha ricevuto tre lettere da sua madre, e soltanto da una di queste ho saputo che il 3 vi siete telefonate. Io ho già ricevuto lettere da Roma, cartoline d’amici, con la sola indicazione del reggimento, mentre tu devi già [p. 36 modifica]sapere il mio indirizzo esatto, ormai da una settimana. T’ho sempre scritto con la massima puntualità ogni giorno, ed ho scritto solamente a te, perchè non m’importa di nessun altro al mondo. Dunque scrivi, scrivi, magari un rigo al giorno; mi basta. Speriamo che venga oggi qualcosa, perchè comincio a sbuffare.

Sto benissimo, tutto va bene.

Abbiti centomila baci.

Giosue’


(16)


11 Settembre 1915.**


Cara mamma,

anche ieri niente. Comincio a rassegnarmi, pensando che forse la colpa è della posta di guerra. Ti scrivo in gran fretta, perchè oggi sono occupatissimo. Qui si fanno tutti i mestieri, persino i boscaioli, i legnaioli, i carpentieri.

In questo lato del fronte comincia un periodo di vivace attività.

A proposito, vorrei sapere se la signora * * * ricevette un mio lungo telegramma di condoglianza, il giorno 4. [p. 37 modifica]37 Continuo a star bene di salute e di spirito. Saluta con affetto tutti gli amici. A te baci e baci interminabili. Giosuè’ (16) 12 Settembre 1915. Mamma cara, posta maledetta! Ancora nulla. Tutti mi consolano, dicendo che accade comunemente di dover aspettare a bocca asciutta anche dieci e quindici giorni, prima d’aver lettere. Pazienza, dunque. Tra due giorni lasciamo nuovamente le trincee per tornare al campo con la riserva. Qui siamo stati benone. Ma ormai son persuaso che la guerra non esiste, è un mito. Pensa che non ho ancora visto un Austriaco, e che forse non ne vedrò mai il grugno. Però li sentiamo, questo si, e anche loro sentono noi. Abbiamo delle artiglierie meravigliose. Non ho ancora avuto il tempo di scriverti qualche altra lunga lettera, ma ne avrei delle cose da raccontarti! Saluta tutti. Ti stringo a me con un lungo abbraccio. Giosuè* [p. 38 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/54 [p. 39 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/55 [p. 40 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/56 [p. 41 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/57 [p. 42 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/58 [p. 43 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/59 [p. 44 modifica]

(22)

17 Settembre 1915.

Mamma mia adorata,

il Comando del nostro battaglione ha posto la sua sede in un villaggio accovacciato sulla cresta d’un colle verde, che domina la valle del fiume sporgendosi per due ampi costoni ad anfiteatro, in mezzo ad altre alture simili, tutte già in nostro sicuro e inespugnabile possesso. Il villaggio, che è posto a circa un seicento metri sul livello del mare, scopre per grande spazio i contrafforti meridionali delle Alpi Giulie, curve dolci e bellissime, d’un verde smeraldino, in mezzo alle quali serpeggia la più ridente e incantevole vallata che tu possa immaginare, irrigata dalla fragorosa e limpida corrente dell’Isonzo. Ah, mamma mia, se questa non è Italia, son pronto a rinnegare me stesso mille volte.

Il villaggio è tutto circondato da alberi fruttiferi: peri, meli, noci e specialmente susini, tanto sovraccarichi da parere violetti. Tutta [p. 45 modifica]la vallata, del resto, rigurgita di frutta meravigliose; come la Cornucopia. Le nostre pattuglie avanzate che perlustrano la riva, talvolta a pochi metri dalle trincee e dalle vedette austriache, si fermano a coglierle, sbucciarle e mangiarle allegramente, come se il nemico fosse a cento miglia di distanza e non gettasse ad ogni momento i suoi razzi illuminanti e i fasci di luce dei suoi riflettori. Anzi dinanzi al pericolo le frutta sembrano anche più saporite, e si gustano col piacere di commettere la più faceta monelleria del mondo.

Il villaggio è dunque molto grazioso e pittoresco, roba da idilli di Teocrito, da egloghe virgiliane, da pastorali del Guarino, ma, ahimè, non c’è una casa che non sia sventrata dalle granate austriache. Il paese è stato bombardato, poco tempo prima che arrivassimo noi, e molte case ridotte a mucchi informi di macerie annerite, qualche cosa di simile alle case di Messina, come le vidi nel dicembre del 1908. Del resto quel bombardamento fu un inutile sfoggio di crudeltà bravacciona, secondo lo stile idiota dei nostri avversari. Le sole vittime di quella prodezza furono due poveri muli, [p. 46 modifica]per il momento, e in seguito saranno i poveri abitanti esuli, quando torneranno e dovranno rifare tutto da capo, perchè non ritroveranno un briciolo delle loro povere robe e masserizie.

Il campo che accoglie le riserve del nostro battaglione è disposto in un declivio «defilato», ossia al riparo delle artiglierie nemiche, all’ombra di castagni, lecci, larici, alcuni altissimi faggi e qualche abete, cosicché nei pomeriggi di queste dolci giornate autunnali io posso stendermi sub tegmine patulae fagi, proprio come Titiro nella prima egloga. Tanto per farti capire come va la vita dei soldati in prima linea, «dicerolti molto breve», senza scendere a particolari che procurino qualche dispiacere al censore. Ogni battaglione tiene due compagnie in riserva e due compagnie alle grandi guardie alternativamente, di sei giorni in sei giorni. Dalle grandi guardie, che sono i posti avanzati a una mezz’ora circa dalle riserve, legate a queste per mezzo dei posti di collegamento, si partono le piccole guardie, che stanno nelle trincee giorno e notte, sempre deste e all’erta, con tanto di fucile spianato, e le pattuglie, che, pure avendo i loro posti [p. 47 modifica]di ritrovo, girano e perlustrano avanti a tutti, sorvegliate ogni momento dagli ufficiali subalterni in ispezione. Ma della vita degli avamposti, che è molto mossa e divertente anche in tempo di sosta e di relativa tranquillità, te ne parlerò a lungo un’altra volta. Per questa volta ti parlerò della vita al campo in riserva.

Il campo dunque è fatto — mio Dio, chiamiamole pure così — di capanne: capanne scavate per metà nel terriccio, con un tetto fatto di assi coperte di zolle erbose, che nelle capanne più ricche e sontuose coprono anche uno strato di tegole. Le zolle erbose sono per ingannare gli aeroplani nemici, perchè non possano scorgere l’accampamento dall’alto. Quando l’aeroplano è in vista, e si cominciano a sentire i rombi frequenti delle batterie antiaeree, si ripiegano in fretta i teli da tenda e si ritirano i panni stesi, ed ecco tutti i soldati sulle soglie delle capanne col naso per aria a seguire la caccia. Il campo ha tutto l’aspetto d’un villaggio di trogloditi. Il lusso è tutto all’interno, perchè, mia cara mamma, noi possiamo permetterci dei lussi, e ogni capanna rivela chiaramente i gusti e l’indole dei suoi [p. 48 modifica]abitatori, i quali ne sono stati, novantanove su cento, anche gl’ingegneri costruttori, dirigendo personalmente il lavoro degli zappatori.

La guerra, se non avesse altro vantaggio, ne ha uno indiscutibile, quello di dimostrare chiaramente quanto sia mutevole e relativo il concetto della felicità terrena. Poveri voi, che siete rimasti a casa! Di quante cose superflue è ingombrata la vostra povera e complicata vita cittadina! Di quanti ninnoli insulsi vi siete fatti gli schiavi! Quante cose vi circondano che credete indispensabili, e non sono altro che impacci inutili! E invece non sapete quanto poco basta ad un uomo per fare una vita sana, allegra, attiva e forte, la più piena e ricca del mondo. Chi dei miei amici non si crederebbe giunto all’estremo dell’inopia e della infelicità, se fosse costretto a lavarsi le mani in una specie di catinella approssimativa, sulla soglia di casa sua; se dormisse in una tana dove si entra carponi, sopra un mucchietto di biada appena coperto da un cencio? Eppure i nostri profondi sonni non sono meno allietati da sogni lusinghieri, eppure all’alba le nostre voci di saluto non sono meno gaie e squillanti, [p. 49 modifica]le nostre risa giovanili non sono meno gioconde e clamorose. E poi, come ti ripeto, possiamo fare del lusso. Le cose che per voi sono indifferenti e insipide, che vi sono cosi abituali da non accorgevene nemmeno più, per noi diventano magnificenze inaudite. Chi dunque è più felice? Che motivo di gioia è per voi l’avere in casa delle sedie? Ma quando Gaspari Nicola, il mio fido scudiero, si presenta sulle soglia del mio allegro tugurio agitando trionfalmente in pugno un panchettino alto un palmo, che ha trovato chi sa dove, dovresti sentire il grido d’esultanza con cui mi felicito con lui della preziosa trovata. Quand'ero a casa mi pareva ben naturale di avere tante librerie, e la cosa mi era perfettamente indifferente, mentre qua è stato un gran bel momento quello in cui ho potuto adattare alla parete della mia capanna una tavoletta a mo' di scaffale, per allinearvi in bell'ordine Dante, Omero e l'Ariosto, il Vangelo, Sant'Agostino e Pascal e il Manuale del perfetto caporale e i Soccorsi d'urgenza, sormontando il tutto con un’immagine ovale di Nostra Signora col Bambino, regalatami dal [p. 50 modifica]nostro dottore. Questo fortunato mortale, il grande capitalista del luogo, ha una capanna che sembra un palazzo, piena d'ogni ben di Dio. Pensa che egli ha un vero lavamano, proprio autentico, un vero tavolino con tutte e quattro le gambe, una lanterna appesa al soffitto (quella però l'abbiamo anche Giorgio ed io, invidiatissimi) ed un tabernacolo con la Sacra Famiglia, dietro al quale si annida una scatola armonica che suona fino a tre ariette differenti. Questo gli conferisce, come bene intendi, un prestigio ed una supremazia indiscusse. È il giovane e valentissimo dottor Giovanni Quenda, piemontese, che ieri corse il rischio d'esser mandato in bricioli da una granata indiscreta scoppiata a un passo da lui, lasciandolo incolume per un miracolo. Ma se egli ha la fortuna della scatola armonica, il tenente Cresci ha quella del servizio da tè, e, capirai, questo ce lo rende molto rispettabile. Il tenente Maltagliati ha un palagio in cui non si può stare in piedi o seduti se non con molto stento, ma ha il pregio inestimabile che è riparato in modo sovrano, e non ci piove neanche quando imperversa il più torrenziale uragano. [p. 51 modifica]Giorgio ed io viviamo fraternamente, quando non siamo alla gran guardia, in una capanna dove abbiamo persino una finestra con vetro e tendina. Dai lati dei telai passa uno spiffero indiavolato, ma questo contribuisce ad aereare l’ambiente. La capanna è cosi vasta, da accogliere ben quattro giacigli, tutti sollevati da terra, come se avessero la presunzione di parere letti. Quando dormiamo abbiamo il soffitto a un palmo dal naso. Due giacigli sono per me e Giorgio Querci, e due per i nostri attendenti, Gaspari Nicola di Ascoli Piceno e Gaforelli Lorenzo di Bergamo, i quali meritano una lettera a parte, per essere degnamente celebrati in tutte le loro virtù, semplici e prodi, buoni e fedeli, due veri e perfetti soldatini italiani. — In riserva la vita non è molto variata. La vita militare del campo si riduce al consueto servizio di sicurezza, al rancio, alle «corvées», un po' d'istruzione ai soldati, qualche rivista, quasi come in caserma. Siamo a pochi passi dal nemico, e la guerra sembra lontanissima. S'inganna di molto chi crede che in prima linea di fuoco, almeno li, la guerra si veda. Chi si figura grida, fucileria, si è fatto della [p. 52 modifica]guerra un'idea fantastica e convenzionale, diversissima dal vero. Un'azione decisiva è molto più di questo, è un macello infernale, uno sterminio, un orrendo uragano di ferro e di fuoco, da cui si esce sbalorditi ed esterrefatti come da un cataclisma; ma un'azione decisiva è rara, avviene soltanto nelle grandi avanzate, ed è il risultato ultimo di una lunga e complicata preparazione, che alle volte dura dei mesi e di cui a noi non giungono che vaghi e rari indizi: notizie di batterie che vengono spostate e piazzate a qualche chilometro di distanza, inquadramenti di terreno fatti per mezzo di aggiustamenti di tiri, che ci sentiamo passare sul capo quasi a capriccio, un generale che fa una frettolosa ricognizione, un andirivieni di rapporti, di ordini e d’intese, qualche spostamento di masse; un lavoro immenso, dalle linee colossali, che è compiuto con una maestosa e terribile lentezza di settimane e settimane, e che ci sfugge appunto per la sua vastità, sebbene ci viviamo in mezzo.

Continuerò in un’altra lettera. In questa mi resta appena lo spazio per un tenero bacio.


Giosuè
[p. 53 modifica]

(23)

18 Settembre 1915.
Mamma cara,

ieri ho ricevuto una tua cartolina che ho accolto con una gioia indescrivibile, e poi una lettera di Biagio e una della Marina, a cui risponderò. Ho visto anche la mia lettera pubblicata sul «Nuovo». Oggi ne manderò un'altra, se faccio in tempo, ma di' al giornale che le mettano un po' meglio, senza sciattare i periodi e senza troppi svarioni tipografici. Qui va tutto bene, troppo bene. Ho fatto grande amicizia coi soldati, che sono proprio dei gran bravi figliuoli. Se ci muoveremo, m'impegno di portarli avanti come tanti leoni. Rammentami caramente a tutti gli amici, e soprattutto raccomandami alle preghiere delle care Morine, cosi predilette al Signore. Mille e mille baci ardenti dal tuo


Giosuè.
[p. 54 modifica]

(24)

19 Settembre 1915.


Mamma mia,

ieri ho ricevuto la tua bella letterona del 14, e ormai spero di ricevere qualcosa tutti i giorni, la qual cosa mi rende felice. Ma come si fa a ristampare il «Testamento»? Proprio non metteva conto. Grazie delle tante belle cose che mi racconti di te, che ho letto e riletto con avidità insaziabile. Per conto mio ho poco da dirti. I soldati hanno fatto a gara per offrirsi a venire con me, e continuano a offrirsi anche adesso che la squadra è completa. Adesso me li sto istruendo. Domani torno giù alla gran guardia, dove rimarrò sei giorni, ma spero di poterti scrivere egualmente tutti i giorni. Il da fare è molto, e il tempo ci vola, tanto che non ho avuto ancora il tempo di finire la terza lettera. Vorrei rammentarmi direttamente a tutti gli amici, ma come si fa? Fallo tu per me, e intanto abbiti un mio lungo e ardente bacio.

Giosuè

[p. 55 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/71 [p. 56 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/72 [p. 57 modifica]tettoia e un altare, per la messa, che è una magnificenza, e ora se lo gode il terzo battaglione.

Continuo a ricevere regolarmente la posta, ed ho tuoi scritti tutti i giorni. Ieri mi scrisse il Cardinale, che mi dice di averti aspettato di giorno in giorno. Va’ presto a trovarlo, perchè vuole pregare con te nella cappellina cara alla memoria di tutti noi.

Continuo a star benissimo. La guerra è una vera burletta, e non si fa che ridere e scherzare dalla mattina alla sera. Giorgio ti ringrazia dei tuoi saluti. Che caro ragazzo, e che prezioso compagno per me! Saluta tutti, ed abbiti tutti, tutti i miei baci.

Giosuè


(27)

22 Settembre 1915.

Mia cara mamma,

iersera avvenne il cambio dei battaglioni, poi facemmo una bella marcia sotto la luna, e ci accampammo vicini al Comando del reggimento, in un luogo molto bello. Prima d’ [p. 58 modifica]addormentarmi andai con una pattuglia a perlustrare un paese vicino, poi abbiamo dormito sotto una tenda preparata dai nostri scudieri. Fa un po’ freddo, e tira un vento indiavolato, ma sto benone, ben coperto e imbaccuccato, allietato da un buon umore da non temere concorrenza. Oggi ti mando una lunga lettera, che spero piacerà, e d’ora innanzi, salvo casi imprevisti, ne scriverò più spesso e più regolarmente. Ieri, di posta, nulla, nemmeno il giornale.

Va’ presto a trovare il Cardinale, che ti aspetta. Rammentami a tutti gli amici, e tieni per te tutti i baci, che ti mando dal cuore.

Giosuè


(28)

Dalle falde di Monte Calì, 23 Sett. 1915.

Mamma adorata,

il latore di questa lettera è un soldato dell’84o, che viene a Firenze. Puoi immaginarti se non approfitto subito di questa bellissima occasione per mandarti un saluto più diretto e più rapido del consueto. Egli ti dirà come [p. 59 modifica]mi ha visto pieno di forza, di serenità e di salute. Con questa lettera poi, che scrivo in fretta al lume della mia lanternina, sotto la nostra nuova bellissima capannuccia, stasera tardi, mentre Giorgio sta scrivendo per conto suo alla sua mamma, ti racconterò in quattro e quattr’otto varie cosette che la censura non lascerebbe passare tanto facilmente.

Adesso siamo alle falde del monte Calì, presso il Comando del reggimento, come truppe di rincalzo a quelle della prima linea, ma fino alla sera del 21 siamo sempre stati col IIo Battaglione in un paese che si chiama Nekovo alto, proprio in primissima linea, sulla valle dell’Isonzo, a poca distanza dalle trincee austriache. Le due gran guardie del nostro battaglione erano in due luoghi più vicini al fiume, Nekovo basso, (bombardato senza risultato quattro giorni fa) e San Vito, una chiesetta isolata presso alla quale siamo stati accampati sei giorni, facendo di notte la vita di trincea, ispezionando le vedette e le pattuglie, e costruendo i reticolati. Gli Austriaci son là, dall'altra parte, annidati nelle loro trincee; ogni tanto sparano a caso nel buio, e fanno [p. 60 modifica] un grande sfoggio, perfettamente inutile del resto, di riflettori e di raggi illaminati.

Il 125o, che è proposto per la medaglia al valore, è uno di quelli che presero parte alla giornata di Plava, il 16 di giugno, una delle più terribili battaglie di questa guerra. Noi ne abbiamo visto i luoghi quasi sotto i nostri piedi, perchè da Nekovo si vede una gran parte della vallata del medio Isonzo, si vede Canale, Caporetto, ecc. Per molti giorni e molte notti s′è sentita da San Vito l′eco della lotta accanita e formidabile intorno a Tolmino e Santa Lucia, uno dei punti più duri: fucileria incessante e cannonate quasi ininterrotte. Se gl′Italiani la spuntano a Santa Lucia, Tolmino è presa. Se è presa Tolmino, si prende anche Gorizia, perchè Tolmino domina tutti i monti dove ora sono annidati gli Austriaci, al di là dell′Isonzo, giù giù fino a Gorizia. Speriamo che Dio ci assista, e sarà un bel giorno, quando avremo Gorizia, che è la chiave di Trieste. Gli Austriaci lo sanno, e fanno un grande sforzo difensivo. Anche recentemente abbiamo segnalato l′arrivo di rinforzi da quella parte. Intanto tutti i nostri monti, [p. 61 modifica]ossia quelli conquistati adesso, si coronano delle nostre batterie. Ce ne sono a centinaia, pezzi formidabili da 149, cannoni Deport da 75, ecc. Se tu sentissi che musica dalla mattina alla sera! I duelli delle artiglierie durano a giornate intere, con boati, miagolii, sibili infernali, che ci passano sul capo incessantemente.

La vita in prima linea era divertentissima, e stavamo benone. A Nekovo alto era una festa continua. Il capitano comandante del battaglione, che è stato promosso maggiore ieri, è un uomo simpaticissimo, adorabile, un gentiluomo e un soldato esemplare. Si chiama Giuseppe Boschi. Lo conoscevo fin da Firenze, perchè ha costà la moglie e le figlie. Mi ha preso a ben volere, ne faccio quel che voglio, ha parlato di me al generale Agliardi, è lui che mi ha proposto come ufficiale esploratore. La sera, alla mensa, non ha occhi che per me e per Giorgio, che siamo i suoi cocchi. Ci tratta come un padre, ci fa cantare, raccontare storielle, recitare versi. In pochi giorni abbiamo trasformato il battaglione, ci abbiamo portato un’allegria, un’entusiasmo indescrivibili. [p. 62 modifica]Anche i soldati m’adorano, e il mio plotone, in compagnia, che è il secondo, è il migliore di tutti, il più ordinato e il più obbediente. Il mio attendente è un angelo di figliuolo, ed ha per me una specie d’idolatria. Quanto a coraggio, l’ho visto alla prova, ne ha da rivendere. Non ti parlo dei miei esploratori che, credo, verrebbero anche nel fuoco con me. Sono 24, sei per ogni compagnia, i più scelti, i più intrepidi, i più astuti, i più risoluti, gli eroi di Plava, certi musi, cara mia, da non credersi. Quasi tutti si sono offerti da sé, per venire con me. Adesso me li istruisco, e poi credo che, se saremo adoperati, serviremo a qualche cosa. Però questa probabilità si fa più difficile, perchè da tre giorni abbiamo lasciato la prima linea, e siamo in riposo. Il nostro accampamento domina la valle dell’Iudrio, e su in alto vediamo le creste del Monte Nero. Ogni giorno scendo alla valle coi soldati della nostra compagnia: ieri, per fare il bagno e per lavare i panni; oggi, per fare istruzione di plotoni in ordine chiuso, proprio come in piazza d’armi. Dalla valle, che è un incanto di pace e di bellezza, passano i feriti [p. 63 modifica]reduci di Santa Lucia. Ieri parlammo con un alpino, che ci descrisse l’accanimento mortale della lotta che si combatte là, e vedemmo passare un fantaccino che aveva avuto una scheggia di granata in una gamba. Di faccia a noi, poco sopra alla valle, presso un villaggio che non rammento come si chiama, c’è uno dei primi posti di medicazione con due magnifiche tende ospedali.

Si dice che resteremo qua vario tempo, in perfetta tranquillità, ma oggi l’aiutante maggiore diceva che forse saremo mandati sul Carso. La cosa mi sembra un po’ inverosimile, e purtroppo prevedo che staremo qua nell’inazione più di quel che non vorrei. La vita continua ad andar benone. Il tempo è magnifico e limpidissimo, cosicché lo stare in mezzo a questi monti è una vera delizia. Abbiamo certe notti di lume di luna d’una bellezza fantastica. La mattina, all’alba, si sente un po’ di freddolino, ma poi passa subito, mano a mano che il sole si eleva sull’orizzonte.

Avrei molte cose da raccontarti, da non finire più, ma la mia candela sta per [p. 64 modifica]consumarsi, e non ne ho più. Domattina va l’attendente a far provvista al carreggio.

Questa lettera, si capisce, non è da pubblicarsi. Hai ricevuto le altre? T’ho scritto ogni giorno una cartolina e poi tre lettere d’otto pagine. Una l’ho vista pubblicata sul «Nuovo», in modo indegno, piena d’errori, con frasi sciupate e incomprensibili, coi capoversi tutti fuor di posto. Che ci vuole a stampare tal quale come scrivo io, che scrivo con chiarezza e con ordine? Mi fece molto piacere l’articoletto del Bellonci, che mi cadde sotto gli occhi per caso, mentre ero tra gli artiglieri di S. Vito.

Qui leggo molto i miei libri, che mi hanno fatto veramente comodo, una vera provvidenza. Abbiamo una mensa veramente lussuosa e mangiamo come lupi. Quello che non ci manca mai sono le frutta squisite, e poi cioccolata, caramelle, biscotti, liquori, sigarette e sigari, da non sapere che farcene. Di mensa spendiamo un prezzo irrisorio: poco più d’una lira al giorno.

Ti accludo la lettera del Cardinale. Va’ presto a trovarlo, se puoi, con padre Guido. Digli tante cose da parte mia: che son felice [p. 65 modifica]e altero dell’affetto che mi dimostra, che spero di far bene il mio dovere. Del resto, gli scriverò appena posso, perchè non pare ma c’è molto da fare, e il tempo passa in un lampo.

Rammentami a tutti, al can. Magri, a padre Guido, a padre Giovannozzi, a p. Coppedè, a p. Betti, poi alle Morino, poi ai frati del Monte delle Croci, specialmente Eletto e Biagio. Ricordami a Vamba, a Campana, all’Annetta in modo speciale, dicendole che presto le scriverò direttamente. Ringrazia la Marina, da cui ho ricevuto una lettera e una cartolina immensamente gradite. Salutami di cuore le signorine Mazzinghi, e di’ loro che l’eroismo del loro fratello m’ha ricolmato di felicità. È una prova che Dio l’assiste. Ho letto anche la sua lettera sul giornale, che è stupenda, la lettera d’un prode, generoso, forte, pio. Per Gino Mazzinghi ho un’ammirazione sconfinata, e sarei felice se potessi imitarlo. Me lo propongo per modello, e soprattutto vorrei imitarlo nella modestia e nella semplicità. Pensa ohe ci aveva scritto qua una letterina senza raccontarci nulla, secca e laconica. Ah, che bravo ragazzo! Gino Mazzinghi è un’anima [p. 66 modifica]grande. Non pregherò mai abbastanza il Signore che lo protegga e l’assista e ce lo renda incolume, perchè è un uomo prezioso, come ce ne vorrebbero molti. Prega anche tu per lui, come pregheresti per me.

Prega anche per Giorgio, che è qui con me. Stiamo sempre insieme e il nostro amore reciproco è l’ammirazione di tutti. È buono, generoso, pieno di slancio, un’anima entusiasta. Tutti lo adorano. Di’ a sua madre che stia tranquilla, che non sarò già io a suggerirgli la temerità. La temerità è cosa da sciocchi e da esaltati, da fanatici rozzi e barbari. Il vero animoso deve essere accorto e prudente, padrone di sè e pieno di sangue freddo, se vuole essere veramente utile alla sua patria. In guerra si può essere preziosi in mille modi, senza bisogno di esporsi scioccamente per bravata. I fanfaroni mi piacciono poco, e non li stimo gran che. Invece mi piacciono quelli che fanno il loro dovere con semplicità e con impegno e con disciplina. Perciò di’ alla signora Querci che non ha affidato suo figlio alle mani d’uno scapato imprudente, che ho cura di lui come d’un fratello, che lo sorveglio, che non lo [p. 67 modifica]lascio un momento, che lo difenderei a costo della vita, che lo tengo allegro. Sulla linea del fuoco ci siamo andati perchè ci hanno mandato, e non perchè l’abbiamo chiesto.

Saluta l’Elena e ringraziala tanto della lettera che m’ha scritto. Le risponderò presto direttamente, appena mi sarà possibile.

Pregate molto, che è la cosa più importante del mondo. Io qua, grazie al Cielo, faccio bene il mio dovere, e non trascuro nulla. Mi comunico spesso, e sento la messa spessissimo. Anche Giorgio e gli attendenti fanno altrettanto. Il nostro cappellano è un caro giovane, don Ezio Barbieri. La messa al campo è commoventissima. Qualche volta te la descriverò.

Ti stringo a me con tutta la mia forza, e ti copro il viso di baci. Tuo

Giosuè.


(29)

23 Settembre 1915.

Mamma cara,

ricomincia la solita storia. Son tre giorni che non ricevo nulla di tuo. Fortunatamente [p. 68 modifica]mi sono un po’ assuefatto alle stravaganze di questa posta, altrimenti comincerei a impensierirmi. Anche il giornale l’ho ricevuto una volta sola, e da tre giorni non lo vedo più.

Qua va tutto benone. Quante cose vedo! A poco a poco ti racconterò tutto nelle mie lettere. Ci siamo costruiti una magnifica capanna, un amore, dove stiamo caldi e riparati. Del resto il tempo è ritornato bellissimo. Si dice che tra giorni partiremo ancora per chi sa dove. Baci su baci dal tuo

Giosuè.

(30)

24 settembre 1915.

Mamma mia idolatrata,

rinunzio assolutamente a descriverti la gioia, la beatitudine che mi hanno procurato i tuoi ritrattini. Non potevi farmi una sorpresa più gradita, nè un dono più caro e prezioso di così. Appena aperta la busta, son rimasto una buona mezz’ora a contemplarti e a baciarti, in preda a una commozione dolcissima. Cara mamma mia, mio unico e vero tesoro in terra, [p. 69 modifica] che Dio e la Madonna ti benedicano mille e mille volte. E pensare che non saprò mai dirti quanto ti adoro, di che assidua tenerezza circondo la tua immagine, con che ardore penso a te. Tu sei veramente la luce e la vita del mio cuore, io vivo in te e per te, in te mi ritempro, in te mi rassereno, da te attingo fede, forza, coraggio, amore. A te io debbo tutto, mia santa, angelo mio tutelare. Tutto quel poco che posso valere è tutto opera tua, lo riconosco, lo proclamo, vorrei gridarlo all’universo, e son felice di poterlo dire al Signore nelle mie preghiere, perchè Egli è l’unico testimone che vale. A Lui affido la cura di ricompensarti, come Egli solo può farlo, dei benefizi immensi che ti debbo. Per conto mio non posso fare altro che amarti con tutta l’anima e benedirti incessantemente e lodare Dio della bontà e della protezione di cui mi dà una prova tanto grande, concedendomi il vanto e la gioia d’avere una madre come te, che sei il mio più santo orgoglio.

I tuoi ritrattini li terrò sempre sul cuore, e non mi abbandoneranno mai un’istante. Di quelli e della medaglietta sacra che li [p. 70 modifica]accompagna mi faccio un talismano, una salvaguardia, che mi rende invincibile e invulnerabile. Invincibile, perchè spero che il male non riesca più a sopraffarmi e s’infranga contro la purezza del mio cuore rinnovato in Gesù; invulnerabile, perchè nessuna ferita né morale né materiale potrà toccare il centro vitale della mia immortalità. Sì, mamma, ormai mi sento forte e sicuro, al di sopra di ogni evento e di ogni vicissitudine, padrone della sorte. Non è superbia. Il Signore ha detto che chi chiede otterrà. Io gli ho chiesto tutto. E perchè Egli dovrebbe negarmi ciò che mi ha promesso? Ma Egli vuole che gli si chieda tutto, Egli ci comanda di avere desideri sconfinati, perchè quelli sono i soli desideri veramente degni di noi e di Lui, che è infinitamente buono. Certo potrei perdere tutto, se dubitassi un istante di Lui; ma ora mi sento in cuore la fede che muove le montagne. Ho capito che basta osare di chiedere ed essere ben certi che si otterrà.

Ho veduto la mia lettera pubblicata, al solito piena d’errori e tarpata qua là, alle frasi più importanti. Povero ***, che crede [p. 71 modifica]di poter tappar la bocca alla verità! Ringrazia tanto l’Alessi del suo affetto, che ricambio con tutta l’anima.

Perchè non hai seguito l’ispirazione di andare a baciare il bambino di Prezzolini? Informati alla «Voce» del suo indirizzo. Di’ alla signora che stia tranquilla, che Prezzolini qua è stimato per quel che merita, da tutti, amato fraternamente da tutti. Ora il battaglione è riunito, stiamo sempre insieme, lontani da ogni pericolo. Pare che si preparino altri movimenti di truppe, e andremo anche più indietro per vario tempo.

Oggi è venuto qua il nuovo colonnello del reggimento, un’eccellente persona, tanto buono, tanto intelligente. A me ha fatto molta festa, e stasera al pranzo della mensa s’è fatto il diavolo a quattro per festeggiarlo. Non ti puoi fare neppure una pallida idea della nostra allegria: canti, cori, versi, brindisi, un baccano d’inferno. La mia barcarola veneziana è diventata celebre in tutto il battaglione, e si canta dalla mattina alla sera, coi capitani e i maggiori, che pigliano parte al coro come ragazzi. Il tenente dei mitragliatori mi ha [p. 72 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/88 [p. 73 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/89 [p. 74 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/90 [p. 75 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/91 [p. 76 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/92 [p. 77 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/93 [p. 78 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/94 [p. 79 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/95 [p. 80 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/96 [p. 81 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/97 [p. 82 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/98 [p. 83 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/99 [p. 84 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/100 [p. 85 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/101 [p. 86 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/102 [p. 87 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/103 [p. 88 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/104 [p. 89 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/105 [p. 90 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/106 [p. 91 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/107 [p. 92 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/108 [p. 93 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/109 [p. 94 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/110 [p. 95 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/111 [p. 96 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/112 [p. 97 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/113 [p. 98 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/114 [p. 99 modifica]Pagina:Giosuè Borsi - Lettere dal fronte, 1918.djvu/115 [p. 100 modifica]

(56)

21 Ottobre 1915.

Mia cara mamma,

siamo rimasti qua anche stanotte, contro ogni nostra previsione. Ti scrivo in fretta, perchè sembra che stamani dovremo levare il campo un’altra volta. Tutto questo è divertentissimo, in mezzo all’animazione alacre di questa vita nomade e guerresca. È commovente il nostro stato d’animo. Ci sentiamo tutti come purificati, più amorevoli, più sinceri, più liberi, come staccati dalle miserie e dalle bassezze mediocri del mondo. Se tu vedessi la nostra allegria! I nostri soldati ci adorano, non hanno occhi che per noi, ci circondano di mille cure, hanno in noi una fiducia quasi infantile, piena d’ingenuità e di nobiltà. Io godo una salute di ferro, grazie al Cielo, e una serenità gaia e imperturbabile. Questi paesaggi sono d’una bellezza sublime. Abbiti mille e mille baci, mille e mille abbracci dal tuo

Giosuè.

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