Delle vie degli antichi

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Antonio Nibby

1820 D Indice:Roma Antica 4.djvu Archeologia Delle vie degli antichi Intestazione 14 settembre 2015 75% Archeologia

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DELLE VIE


DEGLI ANTICHI


DISSERTAZIONE


D I   A.   N I B B Y


membro ordinario dell’a. r. di archeologia.






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DELLE VIE DEGLI ANTICHI.


INTRODUZIONE.


Siccome in principio della opera di Nardini avvertii: quell’illustre antiquario nel descrivere Roma e tutto ciò che si riferiva ad essa, il Tevere i ponti, le acque, e le chiaviche, solo non parlò delle vie, che pure negli scrittori regionarj si trovano registrate, e che sebbene non appartengano a Roma stessa, perchè fuori delle sue mura, tuttavia uscivano di là, ed erano nel numero delle opere, nelle quali sfoggiò maggiormente la magnificenza Romana. Per la qual cosa io cercai di riempire questa laguna, la quale sembrava rendere quasi incompleta l’opera insigne di quell’autore sulle Antichità di Roma, e forse anche egli vi avrebbe pensato, se da morte immatura non fosse stato rapito. E tanto più volontieri a questo lavoro mi accinsi vedendo essere questa una parte delle romane antichità, la quale sebbene sia di sommo rilievo per la illustrazione della geografia dell’antica Italia, per la cognizione degli antichi scrittori, pure fu più trascurata delle altre. E ciò tanto più mi duole, che assai maggiori lumi avrebbonsi oggi, se si considera quante vie antiche primarie, e secondarie sieno andate soggette all’abbandono, ed alla distruzione ne’ secoli scorsi, come a giorni nostri ancora si disfanno quelle poche, che ci sono rimaste; e ciò solo per guadagno di particolari, che così si arricchiscono a spese della Storia, della Geografa, e delle patrie antichità. Imperciocchè a chi non sono note le devastazioni, che non ha guari si fecero della parte pia conservata della via Appia lungo la valle Aricina, della via Nomentana, della via Flaminia, e quelle che mentre scrivo queste carte si eseguiscono della via Appia presso le Frattocchie, della Cassia non lungi dal rudere volgarmente chiamato Sepoltura di Nerone? Un intraprendente privato, che dee risarcire le vie moderne, disfà per [p. 4 modifica]suo proprio guadagno barbaramente le antiche per servirsi de’ materiali, e non cercarne altri con dispendio maggiore. Quindi fra qualche anno sarà un soggetti di disputa la direzione della via Appia della via Flaminia, della Cassia, e della Nomentana, come al presente lo sono altre vie ne’ tempi passati disfatte.

Nell’asserire, che questa parte delle Romane antichità è stata, la più negletta di tutte non volli intendere, che alcuno prima di me non avesse trattato di questa materia; ma l’essersi ciò fatto troppo astrattamente, senza applicai e le scorte alle località, rende tali opere meno utili di quello che potrebbero essere, e lasciano ancora un campo assai ampio ad ulteriori ricerche. Espressamente trattò di questa materia Nicola Bergier, archeologo Francese morto l’anno 1623. Egli lasciò due volumi in 4°. a’ quali si aggiunse la tavola Peutingeriana sotto il titolo: Histoire des Grands Chemins de l’Empire Romain. Questa opera è molto erudita; ma il soggetto non è illustrato come a prima vista si crede, e ciò non per colpa dell’autore; ma sibbcne per la scarsezza de’ lumi, ne’ quali ancora viveasi circa le antichità, malgrado i progressi, che l’erudizione teoretica avea fatto. Quindi una gran parte dell’opera verte sopra oggetti quasi estranei allo scopo, e di volo percorre la parte più interessante per la Storia, e la Geografia, cioè la direzione delle strade, la distanza de’ luoghi, e la verificazione degli antichi Itinerarj. Nè solo poco si trattiene a parlare delle vie stesse; ma quel poco stesso, che dice non va esente dagli errori che nascevano dai sistemi puramente congetturali degli antiquari del secolo XVI. sulla Topografia di Roma, e delle sue vicinanze. Nulla più felice fu il Pratilli nella sua opera sulla via Appia, il quale benché abbia fiorito nel secolo scorso, dopo che le antichità erano state più discusse ed illustrate, pure inserì nella opera e adottò tutte le conghietture volgari, specialmente nel tratto di quella strada da Roma a Terracina. Lo stesso dee dirsi del Volpi, che nella sua opera, sul Lazio antico trattò di molte vie, le quali, o traversavano, o erano dirette ai luoghi da lui descritti. Imperciocchè egli fu troppo facile [p. 5 modifica]ad ammettere le relazioni altrui senza osservare e verificare da se stesso i luoghi, e troppo fidossi al Ligorio, la cui malafede in adulterare, o inventare iscrizioni è nota a tutti. Ora però che alla cognizione degli scrittori classici, possiamo unire ciò che deriva dalle osservazioni e dalle scoperte fatte negli ultimi secoli, ed in quello, nel quale viviamo, le ricerche sulle vie potranno riuscire più esatte.

Allorchè mi venne in pensiero di aggiungere note al Nardini, pensai di unire a questo trattato sulle vie la descrizione de’ luoghi pe’ quali passavano, almeno dentro il raggio di quaranta miglia intorno a Roma, ma riflettendo poi che dolendo dare questa opera completa avrei oltrepassato i limiti di una semplice giunta, e troppo voluminosa sarebbe stata la mia memoria; mi restrinsi perciò alla direzione delle vie, ed a tutto ciò che in generale a questo soggetto appartiensi, e ad una opera separata riserbai la illustrazione de’ luoghi intorno a Roma. Pertanto in questo trattato parlerò primieramente delle vie in generale, e della loro amministrazione; quindi di ciò che spetta al modo di costruirle; e finalmente della direzione che ciascuna via teneva dentro il raggio di quaranta miglia da Roma, meno la Flaminia, la Cassia, la Salaria, la Valeria, la Latina, e l’Appia, che ho voluto descrivere sino al loro termine, senza però ingolfarmi nelle loro continuazioni, e diramazioni secondarie.



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DELLE VIE DEGLI ANTICHI

S E Z I O N E   I.

Dell’Amministrazione delle vie.

C A P O   I

Definizione de’ Nomi ed origine delle Vie.


Via, Actus, Iter erano tre diverse denominazioni, colle quali appellavansi tre specie diverse di strade. Via dicevasi propriamente quella per la quale era lecito andare, o in carro, o a cavallo, o a piedi; quindi Varrone dice1 Sic qua vehebant viæ dictæ; ed Isidoro2 Via est qua potest ire vehiculum: et via dicta a vehiculorum incursu, nam duos actus capit propter euntium et venientium vehiculorum occursum. Da ciò nasce la definizione legale di Ulpiano3 Via est jus eundi, et eundi, et ambulandi. Ed in questo passo dee notarsi la parola ambulandi con significato di andare in legno come per l’andare a piedi ha fatto uso della parola eundi. Il passo citato d’Isidoro nel darci la definizione del nome Via, definisce ancora cosa fosse Actus, specie di strada, che era quasi la metà di una via, la cui origine traevasi ab agere dal potervisi andare a piedi, e a cavallo, guidarvi i bestiami, e i carri ancora; ma scarichi, e ciò per la strettezza di queste stesse vie. Actus adunque ora propriamente, una via a traverso de’ campi; ut ager, dice Varrone nel luogo citato, quod agi poterat, sic actus quo agi, e poco dopo ut quo agebant actus, sic qua vehebant viæ dictæ; ed ancor più chiaramente Isidoro4: Porro ACTUS, quo pecus agi solet. Quindi Ulpiano5 Iter [p. 8 modifica]est jus eundi, ambulandi homini, non etiam jumentum agendi; ACTUS est jus agendi voi jumentum vel vehiculum. Itaque qui ITER habet ACTUM non habet; qui ACTUM habet et ITER habet etiam sine jumento. Che poi non vi si potessero menare se non carri scarichi lo mostra Paolo Giureconsulto6 il quale afferma: qui ACTUM habet, et plaustrum ducere et jumenta agere potest; sed trahendi lapidem, aut tignum neutri eorum jus est. Definito ciò che fosse Via ed Actus, resta a vedersi cosa fosse l’Iter. Varrone dice7: Qua ibant ab itu iter appellarunt. Isidoro poi attesta che dicevasi ancora Itus: ITER vel ITUS est via, qua iri ab homine quaqua versum potest: pertanto l’Iter età una strada, per la quale si camminava soltanto, o a piedi, o in lettiga; ma non vi si conducevano bestiami, né vi passavano carri, siccome determina Paolo8 Qui sella aut lectica vehitur, ire non agere dicitur, jumentum vero ducere non potest qui ITER tantum habet. Che poi vi si potesse andare anche a cavallo, Modestino lo dice:9 Inter ACTVM et ITER nonnulla est differentia: ITER est enim qua quis pedes, vel eques commeare potest: Actus vero, ubi et alimenta trajicere et vehiculum ducere liceat.

A queste denominazioni giova di aggiungerne alcune altre, delle quali converrà, che nel decorso dell’opera faccia menzione, italianizzandole ancora, se farà di bisogno, perchè come nomi tecnici meglio siano conosciuti: queste sono Semita, Callis, Trames, Diverticulum, Bivium, e Compitum, o Competum. Cominciando dalla prima, Semita secondo Varrone10 più volte citato era quasi le metà dell’Iter, e si diceva de’ sentieri degli uomini come Callis de’ viottoli delle fiere, e de’ bestiami: qua ibant ab itu ITER appellarunt: qua anguste SEMITA ut semi iter dictum. Ed Isidoro11 SEMITA itineris dimidium est a [p. 9 modifica]semitu dicta. SEMITA autem hominum est, CALLIS ferarum et pecudum, CALLIS est iter pecudum inter montes augustum et trituni a callo pecudum vocatum, sive callo pecudum perduratum. Tranies poi si appellava una via di traversa da una strada in un’altra; Diverticulum, o Divortium, una via che distaccavasi dalla strada consolare per andare in luoghi, che erano nelle vicinanze di essa; Bivium l’incontro di due vie, Compitum, o Competum l’incontro di più strade nello stesso luogo. Perciò leggiamo sì sovente negl’Itinerari ad Bivium, ad Compitum. Cosi questi diversi nomi definisce Isidoro12: Tramites sunt transversa in agris itinera sive recta via, dicti quod transmittant. DIVORTIA sunt flexus viarum, hoc est viæ in diversa tendentes: eadem DIVERTICULA, sunt. hoc est diversæ, ac diviscæ viæ, sive se mire transversæ, quæ sunt alteræ viæ. BIVIVM quia duplex est via. COMPETA quia plures in ea competunt viæ, quasi Triviæ, Quadriviæ.

Finalmente le vie dicevansi publiche, o private; publiche erano quelle, il suolo delle quali apparteneva al publico; private quelle, il cui uso solo era publico, ma il suolo era de’ particolari. Alle vie publiche riducevansi quelle dette vicinali perchè portavano, o erano ne’ vici. Le publiche poi chiamavansi pretorie e consolari, come le private dicevansi agrarie. Tutto ciò si rileva da Ulpiano, il quale13 così si esprime: VIAM PVBLICAM eam dicimus, cujus etiam solum publicum est, non enim sicuti in PRIVATA VIA ita et in PUBLICA accipimus. VIÆ PRIVATÆ solum alienum est, jus tantum eundi, et agendi nobis competit: viae autem publicae solum publicum est, relictum ad directum certis finibus latitudinis ab eo qui jus publicandi habuit ut ea publice iretur, commearetur. Viarum quædam PUBLICÆ sunt, quondam PRIVATÆ, quædam VICINALES. Publicas vias dicimus quas Græci βασιλικας, idest, REGIAS, nostri PRÆTORIAS, alii CONSULARES vias appellant. Privatæ sunt, [p. 10 modifica]quas AGRARIAS quidam dicunt. VICINALES sunt viæ quæ in vicis sunt, vel quæ in vicos ducunt; has quoque publicas esse quidam dicunt: quod ita verum est, etc. Alle vve publiche o Consolari si riducevano ancora quelle, che dicevansi militari, le quali finivano o al mare, o nelle Città, o ne’ fiumi publici, od in altre vie militari. Così dice Ulpiano14 parlando delle vie vicinali: sed inter eas et cœteras vias militares hoc interest, quad viæ militares exitum ad mare, aut in Urbes, aut in flumina publica, aut ad aliam viam militarem habent: harum autem vicinalium viarum dissimilis conditio est; nam pars earum in militares vias exitum habent, pars sine ullo exitu intermoriuntur.

È notò a tutti il celebre passo di Strabone col quale dimostra, che mentre i Greci si erano dati tutta la cura de! decoro, e della fortezza delle città, de’ porti, e della ubertà del suolo, i Romani aveano avuto molta providenza nelle cose, di cui i Greci mancavano, cioè nel lastricare le vie, nel condurre acque, e nello scavare cloache, capaci di nettare le sozzure della città e portarle nel Tevere; che nel lastricare le vie per la campagna, aveano tagliato colline, ed appianato valli, cosicché i carri potessero ricevere il peso de’ vascelli da carico. Τῶν γὰρ Ἑλλήνων περὶ τὰς κτίσεις εὐτυχῆσαι μάλιστα δοξάντων, ὅτι κάλλους ἐστοχάζοντο καὶ ἐρυμνότητος καὶ λιμένων καὶ χώρας εὐφυοῦς, οὗτοι προὐνόησαν μάλιστα ὧν ὠλιγώρησαν ἐκεῖνοι, στρώσεως ὁδῶν καὶ ὑδάτων εἰσαγωγῆς καὶ ὑπονόμων τῶν δυναμένων ἐκκλύζειν τὰ λύμματα τῆς πόλεως εἰς τὸν Τίβεριν. ἔστρωσαν δὲ καὶ τὰς κατὰ τὴν χώραν ὁδούς, προσθέντες ἐκκοπάς τε λόφων καὶ ἐγχώσεις κοιλάδων, ὥστε τὰς ἁρμαμάξας δέχεσθαι πορθμείων φορτία15. Di questo lavoro delle vie e del modo di lastricarle ignoto ai Greci, i Romani riceverono la idea dai Cartaginesi, che aveano la fama di essere stati i primi in tale lavoro: Primum autem Poeni dicuntur lapidibus vias stravisse; postea Romani eas per omnem pene orbem disposuerunt propter rectitudinem itinerum, et ne plebs esset ociosa, [p. 11 modifica]afferma Isidoro16. Infatti i Cartaginesi sendo un popolo commerciante, e industrioso, ed abitando in una terra estremamente sabbiosa furono in necessità più di ogni altro di trovare un mezzo da rendere solide le vie, e questo non sì poi fare, che col lastricarle di pietre. E sembra che i Romani stessi non conoscessero questo metodo, se non quando ebbero maggiori relazioni co’ Cartaginesi, e colla Sicilia in occasione delle loro guerre nel mezzogiorno dell’Italia.

Il primo de’ Romani stessi che si sappia avere lastricato vie fu Appio Claudio Censore, soprannomato il Cieco per esere privo di un occhio. Questi nell’anno 44 Roma lastricò la famosa strada, che dal suo nome via Appia si disse, da Roma a Capua. Livio al libro nono Cap. 20. Et Censura clara eo anno Appii Claudii, et A. Plautii fuit: memoriæ tamen felicioris ad posteros nomen Appii, quod VIAM MUNIVIT et aquam in urbem perduxit. Lo stesso dice Frontino17 Appia ... inducta est ab Appio Claudio Crasso Censore, cujus postea Coeco fuit cognomen, qui et VIAM APPIAM A PORTA CAPENA USQUE AD URBEM CAPUAM MUNIENDAM CURAVIT. Prima però che l’Appia fosse lastricata esistevano già da tempo immemorabile la via Gabina, e la via Salaria; ma di queste si fa soltanto menzione come esistenti, senza essere noi certi, che fossero lastricate, come lo siamo dell’Appia. La via Gabina è rammentata da Livio18 primieramente nella guerra contro Porsena, quindi19 parlando degli Equi e de’ Volsci, dice che pervenere ad tertium lapidem Gabina via. E finalmente20 di nuovo ne fa menzione nella guerra Gallica dicendo de’ Galli, justiore altero deinde prœlio ad octavum lapidem GABINA VIA, quo se ex fuga contulerant. ejusdem ductu auspicioque Camilli vincuntur; e qui è da notarsi che dicendo ad octavum lapidem non dee credersi, che la via fosse già misurata, e divisa in miglia, [p. 12 modifica]giacchè ciò fu soltanto introdotto, come vedremo, per commodo de’ viaggiatori da C. Gracco; ma bensì Livio per indicare esattamente il sito della battaglia fece uso della divisione, che esisteva a suo tempo. Lo stesso fece dopo parlando della via Salaria21: eo certe anno Galli ad III. lapidem Salaria via trans pontem Anienis castra habuere. Nè di queste due vie Livio parla, come fa alcune volte per indicare i luoghi dove gli avvenimenti successero, senza, che le vie ancora esistessero; poiché più sotto dove gli conviene fare menzione dell’Appia prima, che fosse costrutta chiaramente si esprime: Suo magis inde impetu... infesto agmine ad lapidem VIII VIÆ, QUÆ NUNC APPIA est perveniunt. Dove è da notarsi, che prima ancora, che Appio costruisse la via, che poi portò il suo nome un altra già n’esisteva, ma questa come tutte le altre non era lastricata.

I motivi, che possono avere portato i Romani a prendersi tanto cura delle vie furono al certo le loro spedizioni militari; e ciò si vede così chiaramente, che tanto più queste erano portate lungi, tanto più sì moltiplicavano le strade. Un popolo guerriero avea bisogno di communicazioni pronte e sicure co’ luoghi, dove i suoi eserciti guerreggiavano, e questo non si poteva ottenere se non con strade bene costrutte, e tirate per la linea più corta. Quindi si osserva lo studio grande, che i Romani ponevano nel dare alle loro vie la direzione più retta e più commoda possibile, non perdonando a spese, e fatiche per tagliare i monti ed appianare le valli, come si è veduto poc’anzi nel passo citato di Strabone, e come si può tuttora osservare in quelle strade antiche che ancora si conoscono, e specialmente nelle sostruzioni magnifiche della via Appia alla valle Aricina, nella rupe tagliata a Terracina, in quella del così detto Furlo, cosa che si rende tanto più incredibile, in quanto che gli antichi non conoscendo la polvere da cannone, non aveano il modo facile che noi abbiamo di far saltare in aria le rupi colle mine.

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C A P O   I I.


De’ Magistrati, che aveano cura dalle vie

sì interne, che esterne.


Dopo di avere osservato la origine delle vie presso i Romani, passiamo a vedere a chi ne apparteneva la costruzione e l’amministrazione, e quali furono quelli che no presero maggiore impegno. Per meglio dimostrare questa parla conviene distinguere le vie interne della città dalle vie esterne, o Consolari, e conviene ancora distinguere le epoche diverse; imperciocchè altri erano i magistrati, che ne aveano cura durante la Republica, altri sotto gl’Imperadori.

Quanto alle vie interne, pare che ne’ primi secoli della Republica dovessero essere sotto la cura degli Edili, ai quali apparteneva di sorvegliare il materiale di tutta la città; ma di ciò non si ha documento sicuro. E certo però, che sul cominciare del sesto secolo di Roma, dopo essere stati creati i Pretori, Urbano e Peregrino, insieme co’ Decemviri sulle liti, co’ Triumviri mouetali e capitali, furono stabilite quattro persone per invigilare sulle vie interne, che furono detti Quatuorviri Viarum Deinde cum esset, afferma Pomponio22 necessarius magistratus qui hastæ præesset Decemviri litibus judicandis sunt constituti. Eodem tempore et Quatuorviri, qui CURAM VIARUM GERERET: et Triumviri monetales æris argenti auri flatores, et Triumviri Capitales qui carceris custodiam haberent, ut cum animadverti oporteret, interventa eorum fiertt. Che questi Quatuorviri avessero solo la cura delle vie interne, lo dice chiaramente Dione23 allorché trattando della riforma fatta sotto Augusto dal Senato sopra i ventisei personaggi incaricati di varj officj, i quali allora vennero ridotti a venti, così si esprime: Οἵ τε δὲ εἴκοσιν οὗτοι ἄνδρες ἐκ τῶν ἓξ καὶ εἴκοσίν εἰσιν, οἵ τε τρεῖς οἱ τὰς τοῦ θανάτου δίκας προστεταγμένοι, καὶ οἱ ἕτεροι [p. 14 modifica]τρεῖς οἱ τὸ τοῦ νομίσματος κόμμα μεταχειριζόμενοι, ΟΙ ΤΕ ΤΕΣΣΑΡΕΣ, ΟΙ ΤΩΝ ΕΝ ΤΩι ΑΣΤΕΙ ΟΔΩΝ ΕΠΙΜΕΛΟΥΜΕΝΟΙ, καὶ οἱ δέκα οἱ ἐπὶ τῶν δικαστηρίων τῶν ἐς τοὺς ἑκατὸν ἄνδρας κληρουμένων ἀποδεικνύμενοι: Οἱ γὰρ δὴ δύο οἱ τὰς ἔξω τοῦ τείχους ὁδοὺς ἐγχειριζόμενοι, οἵ τε τέσσαρες οἱ ἐς τὴν Καμπανίαν πεμπόμενοι, κατελέλυντο. Questi venti personaggi sono de’ ventisei, cioè i Triumviri preposti sulle sentenze capitali; gli altri Triumviri, che battono la moneta; i QUATUORVIRI CHE HANNO LA CURA DELLE VIE DENTRO LA CITTA’, ed i Decemviri eletti sopra i giudizj portati a sorte ai Centumviri. Imperciocchè i Duumviri, che aveano cura delle vie fuori delle mura, ed i Quatuorviri mandati nella Campania erano stati abrogati. In Svetonio24 si legge, che Claudio in luogo di lastricare le vie diede ai Questori la cura de’ giuochi de’ Gladiatori: Collegio Quæstorum pro stratura viarum gladiatorum munus injunxit. Di quali vie intendasi, se delle interne, o delle esterne, non si dice; come non si sa neppure quando tal cura ricevessero. Io coqgetturo però, che piuttosto delle esterne s’intenda, e che dopo l’abolimento dei Curatori delle vie fatto sotto. Augusto, come abbiamo veduto in Dione poco anzi, o dopo l’impero di Augusto, il quale come vedremo assunse a se la cura delle vie esterne, ne fossero i Questori incaricali, finchè Claudio non tolse loro questo peso, riassumendo un tale officio, come Censore. Che i Quatuorviri sulle vie interne durassero sotto Adriano si rileva dalla iscrizione seguente riferita del Panvinio 25:

IMP. CAESARI. DIVI
TRAIANI. PARTHICI
FIL. DIVI. NERVAE. NEP
TRAIANO. HADRIANO
AVG. PONTIF. MAX. TRIB
POTEST. COS. II. P. P.
IIII. VIR. VIAR
Q. TAMVDIVS. Q. F. PALAT
GRAIVS. VIENNA


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L. AVRELIVS. L. F. OVF
TYRANNVS INTERAMN
NAHAR TI. IVLIVS. TI. F. STEL
VERECVNDIANVS. BONONIA
Q TAMVDIVS. SEX. F. ARRIVS
BEATE FAC. CVR


Panvinio stesso riferisce il frammento di un’altra iscrizione appartenente ad un Quatuorviro del tempo di Trajano Angusto dalla quale apparisce, che il Quaturrviro era stato Pretore e Tribuno della Plebe, perciò il Quatuorvirato si sosteneva ancora con tutto il suo lustro. Da un passo di Capitolino però nella vita di Marco Aurelio26 può dedursi, che a’ tempi di quello Augusto la cura delle vie interne ancora era stata assunta dagli Imperadori, e che i Quatuorviri erano stati, o aboliti, o ridotti ad essere semplici magistrati Inferiori. Ecco le parole di quell’autore: VIAS etiam URBIS atque itinerum diligentissime curavit.

Ma circa le vie esterne non è così chiaro come le interne a chi ne fosse data la cura. La legge riportata da Cicerone27 ordinava, che i Censori difendessero le vie, Urbis terapia, vias, aquas, aerarium, vectigalia tuento; ma da ciò non può dedursi, che a loro appartenesse il costruire le vie. Tuttava dal fatto apparisce, che ne’ tempi più antichi a loro apparteneva non solo il costruire le vie, ma ancora gli acquedotti ed i ponti. Appio Claudio, che abbiamo veduto essere stato il primo a costruire una via era Censore: Et censura clara eo anno Appii Claudii, et. C. Plautii fuit: memoriae tamen felicioris ad posteros nomen Appii, quod viam munivit, e aquam in urbem duxit28. Così G. Flaminio Censore, che tre anni dopo sendo Console perì al Trasimeno, fece la via Flaminia. C. Flaminius Censor viam Flaminiam munivit, siccome dice l’epitomatore di Livio, Lucio Floro29. Così i Censori Q. Fulvio Flacco, ed Aulo Postumio Albino lastricarono di selce in Roma, e fuori di Roma fecero [p. 16 modifica]margini, e sostruzioni di ghiaja alle vie. Censores eo anno creati Q. Fulvius Flaccus et A. Postumius Albinus legerunt Senatum... Censores vias sternendas silice in urbe, glarea extra urbem substruendas, marginandasque primi omnium locaverunt30. Cosi questi stessi Censori fecero ponti in molti luoghi, e lastricarono di selci il clivo Capitolino in Roma, ed una via in Pesaro: pontesque multis locis faciendos... et clivum Capitolinum silice sternendum curaverunt,.... et Pisauri viam silice sternendam etc. E si deve notare, che questi Censori presero cura anche delle vie interne, forse per mancanza dei Quatuorviri, o perchè questi dipendevano da loro, o per altra circostanza, che non conosciamo. Cosi Marco Emilio Scauro, essendo Censore costruì la via, che dal suo nome Emilia di Scauro si disse a distinzione di un’altra, che pure Emilia nomavasi, e fabbricò il ponte Milvio31 M. Ænmilius Scaurus... Censor viam Æmiliam stravit, pontem Milvium fecit. Un esempio però di vie lastricate da Consoli potrebbe a prima vista far credere, che non fosse la cura delle vie privativamente de’ Censori. Livio32 dice che Cajo Flaminio e Marco Emilio Consoli per non tenere oziosi i soldati costruirono, il primo una via da Bologna ad Arezzo, e l’altro da Arimino a Piacenza. Ma se sì riflette seriamente sopra questo passo, si vede che niun argomento se ne può trarre contro alla cura che ì Censori aveano delle vie, poiché non fu che una misura di militare disciplina presa per tenere occupati i soldati.

Non così però fu dopo, che i costumi de’ Romani cominciarono a corrompersi, e che la Republìca cominciò a risentire gli effetti delle ricchezze dell’Asia e della distruzione di Cartagine. Dopo quella epoca questo ramo della publica amministrazione fu come tutti gli altri soggetto allo sconvolgimento generale, e da esso trassero partilo tutti i faziosi, che aspirarono a governare la plebe. Infatti, Plutarco33 [p. 17 modifica]afferma che Cajo Gracco cercò di accattivarsi la plebe mentre era Tribuno coll’avere somma cura delle vie, anzi fu, come vedremo, il primo a stabilire le colonne milliarie: Ἐσπούδασε δὲ μάλιστα περὶ τὴν ὁδοποιΐαν, τῆς τε χρείας ἅμα καὶ τοῦ πρὸς χάριν καὶ κάλλος ἐπιμεληθείς,: e pose specialmente il suo studio in costruire le vie, avendo cura non solo del vantaggio, ma ancora della grazia e della bellezza loro. L’esempio di Gracco fu seguito da Curione, il quale mentre era Tribuno della plebe, facendo forti proposizioni al popolo per la costruzione, e ristaurazione delle vie domandò di esserne incaricato per cinque anni. Δήμαρχός τε Κουρίων . . . . . ἵνα μὴ ἄφνω μετατιθέμενος γίγνοιτο κατάφωρος, εἰσηγεῖτο βαρυτάτας ὁδῶν πολλῶν ἐπισκευάς τε καὶ κατασκευὰς καὶ αὑτὸν ἐπιστάτην αὐτῶν ἐπὶ πενταετὲς εἶναι : il Tribuno Curione ... per non essete tosto sorpreso di avere cangiato partito, propose fortissime ristaurazioni e costruzioni di molte vie, e di esserne fatto presidente per cinque anni. Così Appiano 34. Questa è la celebre proposizione di Curione che Cicerone35 chiama Lex Viaria, paragonandola alla Agraria di Rullo: Quod tibi supra scripsi, Curionem valde frigere, jam calci; nam ferventissime concepitur. Levissime enim quia de intercalando non obtinuerat, transfugit ad populum et pro Caesare loqui cepit. LEGEMQUE VIARIAM non dissimilem Agrariae Rulli, et Alimentariam quae jubet Ædiles metiri jactavit.

Ne’ primi anni di Augusto, vediamo, che Agrippa come Edile fu incaricato delle vie, poiché egli nella sua Edilità le ristaurò tutte a proprie spese, siccome afferma Dione36 Πάσας δὲ τας όδούς μηδὲν ἐκ τοῦ δημοσίου λαβών ἐπεσκεύασε  : e ristaurò tutte le vie senza prender nulla dal publico. Per conchiudere pertanto questo articolo, dai passi riferiti si può determinare, che la cura delle vie esterne durante la Republica apparteneva propriamente ai Censori; che i Consoli potevano coustruirle come [p. 18 modifica]Capitani dell’esercito sotto pretesto di mantenere la disciplina ne’ soldati, che Cajo Gracco, e quindi gli altri faziosi, che dal suo tempo sino al Triumvirale di Augusto insorsero nella Republica, abusando del favore del popolo esercitarono quello che propriamente spettava ai Censori, e finalmente, che ne’ primi anni della tirannia di Augusto, questi ne incaricò gii Edili, sinché come vedremo non ebbe assunto egli stesso questo impiego.

Da un passo di Cicerone ad Attico37 si rileva, che prescindendo dalla cura generale delle vie vi erano de’ Curatori particolari incaricati del ristauro di una o più vie, come era quel Termo Curatore della via Flaminia, che egli nomina... propterea quod curator est viæ Flaminiæ quæ tum erit absoluta sane facile, segno evidente, che questi Curatori particolari duravano quanto era necessario per ristaurare la via sotto la loro ispezione. Anche Cesare fu Curatore dell’Appia, secondo Plutarco,38 ed in quella sua carica spese molto per amministrarla con lustro: Ἐπεὶ δὲ τοῦτο μὲν Ὁδοῦ τῆς Ἀππίας ἀποδειχθεὶς ἐπιμελητὴς πάμπολλα χρήματα προσανάλωσε τῶν ἑαυτοῦ. Dopo sono ancora più frequenti i Curatori particolari delle vie. Parecchie iscrizioni ci danno i Curatori della via Flaminia e Tiburtina39 delle vie Clodia o Claudia, Annia, Cassia e Cimina, delle vie Trajane e dell’Amerina40 della via Salaria41 della via Nomentana42 della via Latina43, della via Aurelia44, dell’Aurelia, Cornelia, e Trionfale45. Così che possiamo senza dubbio asserire, che ciascuna via avesse il suo Curatore particolare, il quale qualche volta riuniva più vie sotto la sua ispezione. Di questi Curatori particolari se ne ha menzione nelle iscrizioni riportate fino [p. 19 modifica]al tempo di Adriano. Ma questi non erano, che Magistrati subalterni. Dopo che le convulsioni della Repubblica furono sedate, e che Augusto divenne padrone assoluto, fralle istituzioni da lui create vi fu quella ancora de’ Curatori delle opere publiche, delle Vie, delle Acque, dell’Alveo del Tevere, e dell’Annona detti Curatori della Minuzia. Ne abbiamo un testimonio assai chiaro in Svetonio46 Quoque plures partem administrandæ Reipublicæ caperent, nova officia excogitavit: curam operum publicorum, viarum, aquarum, alvei Tiberis, frumenti, populo dividundi, præfecturam Urbis. Da questo passo manifestamente apparisce, che Augusto l’instituì egli il primo, poichè ci si dice nova officia excogitavit. Ma questo sembra opporsi a Dione, il quale47 apertamente afferma, che il ponte Fabricio fu eretto l’anno 692. Τότε μὲν ταῦτά τε ἐγένετο, καὶ ἡ γέφυρα ἡ λιθίνη ἐς τὸ νησίδιον τότε ἐν τῷ Τιβέριδι ὂν φέρουσα κατεσκευάσθη, Φαβρικία κληθεῖσα. Allora, cioè nel 692, avvennero queste cose e fu edificato il ponte di pietra chiamato Fabricio, che porta in quella che allora era isoletta nel Tevere, ora su quel ponte si legge ancora oggi negli archi a chiare note che C. Fabricio suo fondatore era Curatore delle vie, onde in tal caso i Curatori delle vie sarebbero almeno contemporanei del primo Triumvirato formato da Cesare, Pompeo, e Crasso, e di molto anteriori ad Augusto. Quindi conviene dire, che, o Dione errò nell’attribuire al 692. l’edificazione del ponte Fabricio, o più probabilmente Svetonio nell’asserire nova officia excogitavit volle intendere, di alcun altro dì quelli che nomina, al quale per brevità di locuzione riunisce i Curatori delle vie che Augusto forse ripristinò, iti in disuso per le precedenti turbolenze; oppure intende di que’ personaggi pretorj da lui istituiti per invigilare alle vie sotto la sua direzione, come or ora vedrassi. Dissi che ciò era più probabile, giacché in quelli officj si trova enumerata ancora la prefettura della Città, la quale ognun sa essere d’istituzione di [p. 20 modifica]Romulo stesso. Comunque sia pare evidente, che i Curatori delle vie fossero stabiliti negli ultimi tempi della Romana Republica. E’ certo però, che sotto Augusto stesso, che li stabilì, o li ripristinò, furono aboliti, per testimonianza di Dione medesimo48: Οἱ γὰρ δὴ δύο οἱ τὰς ἔξω τοῦ τείχους ὁδοὺς ἐγχειριζόμενοι, οἵ τε τέσσαρες οἱ ἐς τὴν Καμπανίαν πεμπόμενοι, κατελέλυντο Imperciocché i due, che aveano cura delle vie fuori le mura, et quattro che si mandavano nella Campania erano stati aboliti. Ciò serve ad appoggiare di più la congettura, che i Curatori delle vie non fossero stabiliti da Augusto, poichè egli non li avrebbe, appena nominati, aboliti. Anzi da Dione stesso49 apprendiamo avere Augusto assunto a se la carica di Curatore delle vie forse come Censore, ed avere eletto de’ personaggi pretorj, i quali ne assumessero come subalterni la cura, ed a ciò può credersi avere alluso Svetonio, quando disse, che Augusto stabili nuovi officj, e fra questi quello della cura delle vie. Ecco ciò che dice Dione: Τότε δὲ αὐτός τε Προστάτης τῶν περὶ τὴν Ῥώμην ὁδῶν αἱρεθεὶς καὶ τὸ χρυσοῦν μίλιον κεκλημένον ἔστησε, καὶ ὁδοποιοὺς αὐταῖς ἐκ τῶν ἐστρατηγηκότων, ῥαβδούχοις δύο χρωμένους, προσέταξε. Allora egli eletto curatore delle vie intorno a Roma, stabilì il così detto Milliario Aureo, ed assegnò de’ personaggi pretorj ad esse per rifarle, i quali avessero due littori a’ loro ordini. Due cose sono da notarsi in questo passo; primieramente, che Augusto fu eletto Curatore delle vie intorno a Roma, a distinzione delle vie di Roma stessa, le quali continuavano a stare sotto la cura de’ Quatuorviri, come si vide di sopra: in secondo luogo è da notarsi la dignità dell’officio di Curatore delle vie come quello, che non fu sdegnato da Augusto, e la dignità ancora de’ Magistrati subalterni, poiché l’Imperadore assegnò loro due Littori, distintivo quasi dell’autorità sovrana. Morto Augusto, non si sa, ne come, né quando passasse la cura delle vie ai Questori; è certo però che essi l’aveano sotto Claudio, che come si vide di sopra loro la tolse. Dopo quella epoca [p. 21 modifica]sempre troviamo gl’Imperadori stessi avere preso la cura delle vie, e perciò nelle colonne milliarie si leggono i loro nomi come ristauratori di esse, e sino il Re Teodorico, benché barbaro stimò sua gloria l’essere Curatore generale delle vie come apparisce delle iscrizioni ancora esistenti alla posta di Mesa nelle Paludi Pontine, ed a Terracina. Debbo però prevenire il lettore, che nel dire avere gl’Imperadori, ed i loro successori e Re d’Italia, assunto a loro la carica di Curatore delle vie, non voglio intendere, che essi ne facessero come per lo innanzi una magistratura particolare, onde s’intitolassero Curatori delle vie come s’intitolavano Censori, Pontefici Massimi etc; ma solo, che riunirono questo impiego alla dignità Imperiale, come il Pontificato Massimo, la potestà Tribunicia, e la Censura, cioè come le prime dignità della Republica. Tutto ciò mostra quale alta stima si avesse di un tale impiego, non solo durante la Republica, quando ne erano rivestiti i Censori, e per conseguenza le persone di maggiore riguardo; ma ancora sotto gl’Imperadori. Questa dignità non era soltanto molto illustre nei Curatori Generali, ma ancora in quelli che subalterni erano particolarmente incaricati di alcuna via come Cesare dell’Appia, Termo della Flaminia, e Cornuto della Emilia. De’ primi due ho riferito i passi di Plutarco e Cicerone, dell’ultimo, ecco come Plinio il giovane si esprime50: Secesseram in municipium quum mihi nunciatum est Cornutum Tertullum accepisse Æmiliæ vice curam. Exprimere non possum quanto sim gaudio affectus et ipsius et meo nomine. Ipsius, quod sit licet sicut est ab omni ambitione longe remotus debet tamen ei jucundus esse honor ultra datus. Meo quod aliquanto magis me delectat mandatum mihi officium, postquam par Cornuto datum video. Quanto tempo durasse l’officio di Curator Viarum è incerto, come altresì non è determinata la durata de’ Curatori assegnati ad una via particolare; pare però che questi ultimi durassero come accennai di sopra quanto richiedeva il bisogno per la ristaurazione della via stessa, alla quale presiedevano. A ciò, che ho [p. 22 modifica]asserito circa l’estinzione dei Curatori Generali delle Vie sembra opporsi un passo di Capitolino51 dove dicesi di M. Aurelio; Dedit præterea Curatoribus Regionum ac viarum potestatem ut vel punirent vel ad Præfectum urbi puniendos remitterent eos, qui ultra vectigalia quidquam ab aliquo exegissent. Ma questo passo non è decisivo; ivi non si parla, che genericamente dei Curatori delle vie e perciò può senza impedimento credersi, che s’intenda ivi de’ Curatori particolari. D’altronde Capitolino stesso poco prima mostra, che Marco Antonino, come i suoi predecessori avea assunto la cura delle vie dicendo: Vias etiam urbis atque itinerum diligentissime curavit. E questo passo mostra di più, che anche i Quatuorviri per le vie interne di Roma erano stati, o aboliti, o ridotti al grado di Magistrati subalterni.

C A P O   III.

Amministrazione delle vie.


Era officio de’ Curatori affittare la rifazione delle vie a’ privati che si dicevano Mancipes. Udiamo Festo, o per dir meglio il suo Epitomatore Paolo nella voce Manceps: Manceps dicitur qui quid a populo emit conducitve, quia manu sublata significat se auctorem emptionis esse; qui idem præs dicitur: quia tam debet præstare populo quod promisit, quam is qui pro eo præs factum est. Questo passo riguarda i Mancipes di qualunque sorta: ma Tacito nel libro III degli Annali52 chiaramente mostra, che così si chiamavano coloro che prendevano in affitto le vie: Idem Corbulo plurima per Italiam itinera fraude MANCIPUM, et incuria magistratuum interrupta et impervia, clamitando executionem ejus negotii libens suscepit. Quindi quella iscrizione riportata dal Lipsio nelle sue note a Tacito ci ricorda il Mancipe della via Appia:

CN. CORNELIO
CN. F. SAB
MANCIPI VIAE APPIAE

[p. 23 modifica]Questa stessa iscrizione più esattamente è riferita dal Panvinio53

D. M. S
CN. CORNELIO
CN. F. SAB
MVSAEO
MANCIPI. VIAE. APPIAE
HERENNIA. PRISCILLA
CONIVGI
BENE. MERENTI
FECIT


I Mancipi, dicevansi anche Redemptores. Cosi ne parla Siculo Flacco54. Nam sunt viæ publicæ, regalesque, quæ publice muniuntur et auctorum nomina obtinent: nam et Curatores accipiunt, et per REDEMPTORES muniuntur. I Mancipi, o Redemptores si rifacevano delle spese con diritti nomati vectigal, quindi se eccedevano nel riscuotere erano soggetti ad essere dai Curatori puniti. Così infatti si rileva dal passo di Capitolino55 riferito di sopra: Cedit præterea Curatoribus Regionum, ac Viarum potestatem, ut vel punirent vel ad Præfectum urbi puniendos remitterent eos qui ultra vectigalia quidquam ab aliquo exegissent. In generale, i Curatori delle vie, e chiunque sotto altro nome esercitò lo stesso officio, ebbero la suprema sopraintendenza alla costruzione, ristaurazione, e manutenzione di esse, ed a tutto ciò che ne dipendeva.

Il danaro, che occorreva per la costruzione, e ristauro delle vie, durante la Republica, toglievasi dal publico, come può servire di prova l’iscrizione che esiste ancora nel palazzo Naro a S. Chiara, e che si è riportata nel primo tomo del Nardini:

SENATVS
POPVLVSQVE
ROMANVS
CLIVOM
MARTIS
PECVNIA. PVBLICA
IN. PLANITIAIM
REDIGENDVM
CVRAVIT


[p. 24 modifica]e come si rileva dal passo citato di Siculo Flacco56. Nam sunt viæ publicæ regalesque, quæ PUBLICE MUNIUNTUR etc.

Ma in tempo della Republica stessa non mancarono privati, che per accattivarsi l’amore, e la stima della moltitudine spesero molto del loro proprio danaro per le vie. Così Cesare al dire di Plutarco57 nel passo riferito di sopra, molto spese pel ristauro della via Appia, allorché n’era Curatore. Ἐπεὶ δὲ τοῦτο μέν, Ὁδοῦ τῆς Ἀππίας ἀποδειχθεὶς ἐπιμελητὴς πάμπολλα χρήματα προσανάλωσε τῶν ἑαυτοῦ. Tanto perchè essendo stato eletto Curatore della via Appia molto vi spese de’ proprj danari. Cosi sì è veduto di sopra che Agrippa ristaurò tutte le vie a spese proprie58; e da una iscrizione riportata dal Panvinio59 sappiamo, che un L. Apulejo Curatore delle vie a sue spese lastricò un tratto di dieci mila piedi.

L. APPVLEIVS
C. F. ANI. NIGER
II. VIR
CVRATOR. VIARVM
STERNENDARVM
PEDVM DECEM
MILLIA VIAM
SVA PECVNIA
FECIT


Questa libertà de’ particolari si osserva anche sotto gl’Imperadori, quando delle Città e de’ privati eressero ponti e costruirono vie in loro onore; come fecero i Maestri Augustali ad onore di Augusto, i quali costruirono la via Augusta ne’ Falisci, che partendo dall’Annia andava sino al tempio di Cerere, siccome rilevasi da una iscrizione già esistente in Civita Castellana60: lo stesso ricavasi dalla iscrizione posta sul celebre ponte di Alcantara in Ispagna, dalla quale apprendiamo, che un C. Giulio Lacero costrusse a proprie [p. 25 modifica]spese quel ponte magnifico ad onore di Trajano61; così a proprie spese quelli di Aquaflavia in Portogallo eressero un ponte di pietra anche questo ad onore di Trajano Augusto62 ed il Medico Publio Decimio Erote Liberto di Publio diede 307, 000. sesterzj per la costruzione delle vie63. Anche quando le vie si facevano totalmente a spese publiche, si è veduto di sopra che s’imponeva un diritto; e questo si faceva qualche volta sopra i vicini, cioè sopra que’ proprietarj, che erano alla via stessa attinenti. Il passo classico di Siculo Flacco,64 di cui abbiamo già portata una parte, ci dimostra tutto ciò, che alla economia delle vie si apparteneva; Quædam ergo viæ aliquando fines transeunt possessionum, quarum tamen non omnium una eademque èst conditio. Nam sunt viæ publicæ regalesque, quæ publice muniuntur, et auctorum nomina obtinent: nam et Curatores accipiunt, et per Redemptores muniuntur, in quarumdam tutelam a possessoribus per tempora summa certa exigitur. Vicinales autem viæ de publicis, quæ divertuntur in agros, et sæpe ad alteras publicas perveniunt, aliter muniuntur per pagos, idest per Magistros pagorum qui operas a possessoribus ad eas tuendas erigere soliti sunt, aut ut comperimus unicuique possessori per singulos agros certa spatia assignantur, quæ suis impensis tuentur. Da questo passo adunque apprendiamo, che alcune delle vie publiche per la loro conservazione erano per qualche tempo a carico de’ possessori attinenti; che le vie vicinali erano a carico de’ Maestri de’ Paghi, i quali, o esigevano gli uomini necessari alla loro conservazione, ovvero assegnavano uno spazio determinato ai possessori per la conservazione a loro spese. Diversamente operavasi per le vie dentro le città. Queste come apprendiamo da Papiniano6566 erano per la [p. 26 modifica]loro costruzione a carico de’ privati: Construat autem vias publicas, unusquisque secundum propriam domum... Quicumque autem mercede habitant, si non construat dominiis, ipsi construentes computet dispendium in mercedem. Anzi non vi era eccezione per alcuno circa la costruzione delle vie onde essere dichiarato esente. Sono chiare a tale uopo due leggi del Codice Teodosiano67; una data dagl’Imperadori Valentiniano II. Teodosio, ed Arcadio Augusti, ad Eusigno Prefetto del Pretorio, la quale si esprime così: a viarum munitione nullus habeatur immunis: et eorum prædiorum actores qui forte injuncto onere privilegiorum contemplationi parere minime voluerint, nostræ domui vindicentur. L’altra data da Onorio e Teodosio II. ad Asclepiodoto pure Prefetto del Pretorio dice. Absit ut nos instructionem viæ publicæ, et pontium, stratarumque operam titulis magnorum principum dedicatam in ter sordida munera numeremus. Igitur ad instructiones reparationesque itinerim, pontiumque, nullum genus hominum, nulliusque dignitatis ac venerationis meritis cessare oportet. Demos etiam divinas ac venerandas ecclesias tam laudabili titulo liberi ter adscribimus etc.


C A P O   IV.

Imperadori, che più cura si presero delle vie.


Quanto fosse stimato onorevole l’avere risarcito 1e vie lo dimostrano le iscrizioni, e le medaglie battute in onore di quelli che più cura ne presero.

Dopo Cesare il primo a risarcire e darsi gran premura delle vie fu M. Agrippa, il quale, come si vide di sopra al dire di Dione68 l’anno 21, sendo Edile; πάσας δὲ τὰς ὁδούς μηδὲν ἐκ τοῦ δημοσίου λαβών ἐπεσκεύασε, ristaurò tutte le strade senza torre nulla dal publico. Quale premura ne prendesse Augusto, Svetonio lo mostra69 dicendo: Quo autem facilius undique urbs adiretur, desumpta [p. 27 modifica]sibi Flaminia via Ariminum tenus munienda, reliquas triumphalibus viris ex manubiali pecunia sternendas distribuit. Lo stesso afferma Dione70 Ἐν μὲν γὰρ τῷ προειρημένῳ ἔτει τὰς ὁδοὺς τὰς ἔξω τοῦ τείχους δυσπορεύτους ὑπ᾽ ἀμελείας ὁρῶν οὔσας τὰς μὲν ἄλλας ἄλλοις τισὶ τῶν βουλευτῶν ἐπισκευάσαι τοῖς οἰκείοις τέλεσι προσέταξε, τῆς δὲ Φλαμινίας αὐτός, ἐπειδήπερ ἐκστρατεύσειν δι᾽ αὐτῆς ἔμελλεν, ἐπεμελήθη, καὶ ἡ μὲν εὐθὺς τότε ἐγένετο, καὶ διὰ τοῦτο καὶ εἰκόνες αὐτῷ ἐφ᾽ ἁψίδων ἔν μὲν τῇ τοῦ Τιβέριδος γεφύρᾳ, καὶ ἐν Ἀριμίνῳ ἐποιήθησαν. αἱ δ᾽ ἄλλαι ὕστερον εἴτ᾽ οὖν πρὸς τοῦ δημοσίου (ἐπειδὰν μηδεὶς τῶν βουλευτῶν ἡδέως ἠνάλισκεν) εἴτε καὶ πρὸς τοῦ Αὐγούστου τις εἰπεῖν ἐθέλει, ἐπεσκευάσθησαν. Nell’anno predetto vedendo, che le vie fuori delle mura per la negligenza eransi rese impraticabili, commandò che le altre fossero dai Senatori, a proprie spese ristaurate; egli poi si prese la cura della Flaminia, poiché per essa dovea uscire in campagna. Questa fu subito risarcita, e perciò furono a lui erette statue negli archi sul ponte del Tevere, ed in Rimini; le altre però, (siccome nessuno de’ Senatori spendeva volontieri) furono risarcite a spese publiche, o se si vuole dire, a spese di Augusto stesso. Quindi di nuovo, divenuto Curatore delle vie, fece il milliario Aureo. ed assegnò ad esse de’ personaggi pretorj, che invigilassero sul loro risarcimento, ed avessero due littori, come secondo Dione si è veduto di sopra71. A cagione di questa cura di Augusto per le publiche vie furono battute in suo onore le medaglie colle epigrafi QVOD VIAE MVNITAE SVNT, due delle quali si riportano nel primo tomo di Nardini. Pare da una iscrizione riportata da Grutero72, che questo risarcimento della via Flaminia fatto da Augusto si eseguisse sotto la sorveglianza di Cajo suo nipote.

Tiberio malgrado fosse poco amante di opere publiche, meno quelle, che riguardavano i suoi piaceri infami, pure delle strade si prese gran cura avendo risarcito quelle delle Gallie e delle Spagne, [p. 28 modifica]siccome si ricava da due iscrizioni, una trovata a Nimes, e l’altra a Errea in Spagna73.

Claudio, che amò tanto le opere grandi, come può osservarsi dal magnifico acquedotto che porta il suo nome, dal porto Ostiense, e dall’Emissario del Lago Fucino,74 non mancò di ristaurare anche egli le vie nelle Gallie75, ed a farne altre in Italia, tagliando i monti stessi al dire di Plinio76 Nam portus Ostiensis opus prætereo; item vias inter montes excisas, mare Tyrrhenum a Lucrino molibus seclusum: tot pontes tantis impendiis factos.

Anche Nerone risarcì le vie in Ispagna77; ma dopo Augusto quegli, che maggior cura pose in questa parte di opere publiche, fu Vespasiano, il quale ristaurò in generale tutte le vie, e specialmente la Flaminia, l’Appia, e quelle di Spagna. Della Flaminia Aurelio Vittore78 dice: Adhuc per omnes terras qua jus Romanum est, renovatæ urbes cultu egregio, viæque operibus maximis munitæ, et cavatis montes per Flaminiam prono transgressu; ed ancora un monumento ne esiste al Furlo, che è appunto questa montagna scavata, sull’ingresso della quale v’ha una iscrizione col nome di Vespasiano stesso:

IMP. CAESAR AVGVSTVS
VESPASIANVS. PONT. MAX
TRIB. POTEST. VII. IMP. XXVIII. COS. VIII
CENSOR. FACIVND. CVRAVIT,


Dell’Appia ne abbiamo un monumento sulla balaustrata del Campidoglio, nella colonna milliaria, che ne marcava il primo miglio, ed in altre colonne dello stesso genere, che si osservano lungo le Paludi Pontine. Di quelle di Spagna, le quali poi furono continuate dai suoi figliuoli Tito, e Domiziano ne abbiamo i monumenti in Grutero79; e da un’altra iscrizione riportata da questo stesso autore80 [p. 29 modifica]sappiamo, che anche le vie interne di Roma per la negligenza de’ tempi precedenti guaste, furono da Vespasiano a sue spese ristabilite.

Domiziano è noto specialmente per la via da lui costrutta da Sinuessa a Pozzuoli, lungo il mare Campano, e che dal suo nome fu detta Viaa Domiziana come meglio vedremo a suo luogo. Di questa ne abbiamo una bella descrizione in Stazio Poeta contemporaneo e suo amico81,ed in Dione82, il quale dice: Ἐν τούτῳ τῷ χρόνῳ ἡ ὁδὸς ἡ ἀπὸ Σινοέσσης ἐς Πουτεόλους ἄγουσα, λίθοις ἐστορέσθη. In questo tempo la strada che da Sinuessa mena a Pozzuoli fu lastricala di pietre. E non solo costrusse questa via, ma compì i lavori cominciati dal padre nelle Spagne, come si ricava da una iscrizione trovata a Medina. Più cura ancora sì diede delle vie l’Imperadore Trajano, il quale, se si vuole prestar fede a Galeno83 «sendo le vie in cattivo stato, tutte le rifece, e dove erano umide e fangose le lastricò di pietre, o ne rialzò di molto il livello con terra, dove erano da selve, ed arbusti occupate, ed aspre, le spurgò, e co’ ponti unì i fiumi che non potevano traghettarsi; se la strada sembrava più lunga del dovere, una nuova ne tagliò più corta, dove era troppo ardua la fece passare per luoghi più bassi, quella che fosse stata attorniata da belve, e abbandonata la fece passare per luoghi abitali ec». Elogio che sembrerebbe soverchio se non fosse dai fatti riconosciuto per vero. E’ celebre il suo ponte sul Danubio, descritto specialmente da Dione84 il quale poco dopo, in poche parole trattando del disseccamento delle Paludi Pontine conferma quello che Galeno avea scritto, cioè καὶ κατὰ τοὺς αὐτοὺς χρόνους τά τε ἕλη τὰ Ποντῖνα ὡδοποίησε λίθῳ, καὶ τὰς ὁδοὺς παροικοδομήσας καὶ γεφύραις μεγαλοπρεπεστάταις ἐξεποίησε.: ed in questi tempi lastricò di pietre una via nelle Paludi Pontine, e costruendo strade di qua e di là, vi edificò sontuosi ponti. E sul principio della vita dello stesso Imperadore si legge καὶ ἐδαπάνα [p. 30 modifica]πάμπολλα μὲν ἐς τοὺς πολέμους πάμπολλα δὲ ἐς τὰ τῆς εἰρήνης ἔργα, καὶ πλεῖστα καὶ ἀναγκαιότατα καὶ ἐν ὁδοῖς καὶ ἐν λιμέσι καὶ ἐν οἰκοδομήμασι δημοσίοις κατασκευάσας ; e molto spese nelle guerre, e molto nelle|πάμ-πολλα μὲν ἐς τοὺς πολέμους πάμπολλα δὲ ἐς τὰ τῆς εἰρήνης ἔργα, καὶ πλεῖστα καὶ ἀναγκαιότατα καὶ ἐν ὁδοῖς καὶ ἐν λιμέσι καὶ ἐν οἰκοδομήμασι δημοσίοις κατασκευάσας ; e molto spese nelle guerre, e molto nelle opere di pace, e nel costruire molte cose e necessarie, nelle vie, ne' porti, e nelle fabbriche publiche. Di queste sue operazioni nelle vie servono di testimonianza molte colonne milliarie, che ancora esistono lungo le Paludi Pontine, e che portano il suo nome; e la medaglia coll’epigrafe di Via Trajana, giacché egli lastricò, e costruì intieramente una nuova strada da Benevento a Brindisi; così si rileva da una iscrizione già esistente in Ascoli85:

V
IMP. CAESAR
DIVI. NERVAE. F
NERVA TRAIANVS
AVG GERM. DACIC
PONT. MAX. TR. POT
XIII. IMP. VI. COS V
P. P.
VIAM A BENEVENTO
BRVNDISIVM. PECVN
SVA FECIT.


Adriano suo successore, che tanto amò la magnificenza e le opere publiche, che lasciò tratti di questo suo studio in ogni parte dell’Impero, non trascurò neppure egli le vie, ma lastricò di nuovo e portò la via Cassia da Chiusi a Firenze per un lungo tratto di miglia, giacché il numero LXXXII che si legge nella iscrizione riportata di Grutero è un errore di Grutero stesso, o del quadratario, poiché da Chiusi a Firenze, come vedremo dagli Itinerari antichi vi sono miglia LXXII., e risarcì varie vie della Spagna, e della Lusitania86. Antonino Pio ristaurò la via Latina rifacendo il ponte sul Liri a Ceperano87; Marco Antonino rifece le vie di Allemagna88 e quelle del Belgio insieme con Vero89. Settimio Severo e Caracalla oltre la [p. 31 modifica]via Severiana da Ostia a Terracina lungo il mare, che costruirono di nuovo, e che ancora esiste in molte parti, un’altra pure da Roma a Villa Magna ne fecero90, e ristaurarono la via Domiziana91, e varie vie della Spagna92, della Lusitania93, e dell’Allemagna94. Caracalla stesso dopo la morte del padre risarcì la via Latina ed Appia presso il ponte di Casilino, oggi di Capua95, e continuò i lavori nella Spagna96. De’ Massimini esistono parecchia iscrizioni in Grutero,97 che c’indicano avere essi risarcito le vie della Spagna e della Lusitania. Gallieno ristaurò le vie d’Italia, della Gallia, e della Spagna98. Claudio II. quelle di Lusitania99. Diocleziano ed i suoi colleghi quelle dell’Alta Italia100. Massimiano quelle di Spagna101. Massenzio, come rilevasi da colonne milliarie trovate, una delle quali verso la Villa Ciampini sotto Frascati, ristaurò la via Latina, e Costantino egualmente che Massenzio quelle dell’Alta Italia102. Costantino ristaurò pure quelle della Spagna, e Costanzo suo figlio quelle dell’Alta Italia103. Di Graziano sappiamo, che ristaurò quelle di Spagna104; e finalmente ho già parlato delle iscrizioni del Re Teodorico, che mostrano avere egli riparato la via Appia nelle Paludi Pontine.

Dopo l’epoca di Teodorico, sopraggiunsero le guerre disastrose, e devastatrici in Italia fra i Goti ed i Greci, che finirono colla rovina de’ primi, e colla intiera desolazione di tutta l’Italia. I Longobardi, che [p. 32 modifica]successero ai Goti mostrarono più ferocia dì quelli in abbattere ogni istituzione Romana, Le vie così rimasero per lungo tempo trascurate, ed appena si con=servò la direzione delle principali durante i secoli della barbarie senza però pensare al loro risarcimento, Gli usi moderni poi hanno finito di distruggere il poco di antiche vie, che erasi salvato dal tempo e dai barbari, e se qualche pezzo ancora ne resta, non è che ne’ luoghi poco praticati, ed anche questi si vanno distruggendo ogni giorno per risarcire le nuove, che sebbene più larghe sono molto lontane dalla solidità, e dalla bella costruzione delle antiche, della quale sono per parlare nella sezione seguente.


S E Z I O N E   I I.

Della Costruzione delle vie.

C A P O  I.

Materie, delle quali facevasi uso
nel costruire le vie.


Dopo avere osservato ciò che appartiensi alla generale amministrazione delle vie antiche, è tempo che passi a parlare di tutto ciò, che spetta alla loro costruzione e come fossero divise.

Sembra a prima vista assai strano, che Vitruvio, il quale ci lasciò una opera sull’Architettura degli Antichi, non abbia descritto 11 metodo che sì teneva nel costruire le vie. Ma forse, egli non descrisse particolarmente la costruzione delle vie, perchè credette, che avendo esposto il metodo di fare i pavimenti, da quello potesse dedursi come le vie dovessero essere costrutte. Infatti il metodo, che egli propone per i pavimenti in generale corrisponde perfettamente a quello, che dee tenersi nel costruire le vie, così che si trovano ne’ vestigi ancora che delle vie ci rimangono, le diverse parti de’ pavimenti, che Vitruvio descrive. Inoltre Stazio trattando della via Domiziana c’insegna in qual modo fosse costrutta, e la sua descrizione è perfettamente analoga a quella di Vitruvio, meno ciò che si deve concedere alla poesia. Questi due Scrittori adunque ci [p. 33 modifica]serviranno di norma per stabilire come le vie fossero fatte, e quali fossero le parti della loro costruzione. Costruire una via, e lastricarla si diceva munire miam, e le materie delle quali essi servivansi per tale costruzione, oltre Vitruvio e Stazio ce le mostrano gli avanzi che ancora ci restano. Vitruvio come più sotto vedrassi, al c. 1. del settimo libro dicendo, che ne’ luoghi non sodi nel fare i pavimenti si dovea cominciare dalle palificate, fistucationes, prova che nella costruzione delle vie vi bisognava il legno; quindi nomina i sassi, Saxa: le materie, cioè frammenti mescolati di ogni sorta di cose da lui chiamali Rudus; la terra cotta, Testa ’, e finalmente la calce Calx. Queste stesse materie come principali negli strati inferiori si nominano ancora da Stazio nel III. componimento del libro IV. delle Selve v. 49. seg. dove parla della Via Domiziana:

O quantæ pariter manus laborant!
Hi cædunt nemus, exuuntque montes,
Hi ferro scopulos, trabesque levant,
Illi saxa ligant opusque texunt,
Cocto pulvere sordidoque topho.

Come si vede nel terzo verso de’ citati nomina i legni, e gli scogli, trabes, scopulos, cioè i macigni, che rivestivano la superficie esterna delle vie; nel verso seguente i sassi, e sottintende la calce colla frase saxa ligant; nell’ultimo le scheggie di terra cotta, e tufo che siccome vedremo componevano il nucleo della via; opusque texunt cocto pulvere sordidoque topho.

A queste materie va aggiunta la terra, Terra, poiché qualche volta le vie erano di sola terra battuta costrutte, e che perciò chiamavansi come si dirà a suo luogo Viæ terrenæ. Deve aggiungersi ancora l’arena, il sabbione, e l’argilla, la prima per mescolarla alla calce, le altre per fare mattoni. Da Vitruvio al capo IV. del libro II. apprendiamo, che arena dicevasi indistintamente quella che si cavava dentro terra come è la terra di cui tanto abbondano le vicinanze di Roma, e che è conosciuta sotto il nome di pozzolana, e questa si diceva fossicia dallo scavarsi, ed arenaria le cave; e quella, che si trova ne’ fiumi e nel mare, e queste servivano come si è detto per mescolarle alla calce a sebbene le prime secondo lo stesso [p. 34 modifica]Vitruvio dovessero preferirsi. Sabulo poi che noi diremmo sabbione era una specie di terra che o si mescolava, o so ne facevano ancora intieramente mattoni, come si facevano pure di un’argilla bianca, e rossa. Quindi questo sabulo, che entrava come l’argilla ancora propriamente detta, nella costruzione degli strali inferiori delle vie, dee ridursi alle altre argille, ma era di una qualità più leggiera. Nella costruzione delle vie entrava pure la ghiaja Glarea che noi chiamiamo volgarmente breccia, ed il ferro per i perni delle guide che fiancheggiavano le vie stesse. Quindi riepilogando tutto questo che è stato detto, le materie impiegate in costruire le vie, si riducono a queste, cioè: il legno, la terra, l’arena, l’argilla, i frammenti di terra cotta detti Testa, la calce, la pietra, la selce, il tufo, la ghiaja, ed il ferro.


C A P O   II.


Costruzione delle vie.


Ora venendo alla costruzione stessa, e cominciando dal fondamento, Vitruvio al cap. I. del lib. VII. dice, che dovendosi fare un pavimento si debba in primo luogo cercare la terra solida, ed eguagliarla, e con questo fondamento, porvi sopra lo strato di macerie; che se il suolo si trovi, o in parte o tutto congestizio, cioè non sodo, allora deve rendersi solido con molta cura per mezzo delle palificate. Et si pieno pede erit RUDERANDUM, quæratuv solum si sit perpetuo solidum, et ita exæquetur et inducatur cum STATUMINE RUDUS; si autem omnis aut ex parte congestitius locus fuerit FISTUCATIONIBUS cum magna cura solidetur. Ora vediamo cosa dice Stazio sopra questo stesso soggetto nel III. componimento dal libro IV. delle Selve. v. 40.

Hic primus labor inchoare sulcos,
Et rescindere limites et alto
Egestu penitus cavare terras;
Mox, haustas aliter replere fossas,
Et SUMMO GREMIUM parare DORSO
Ne nutent sola, ne maligna sedes,
Et pressis dubium cubile saxis.

[p. 35 modifica]Messe insieme adunque le circostanze di questi due passi, nel formare le vie, apprendiamo, che primieramente si segnavano due solchi, i quali indicassero In larghezza della via, che più sotto mostreremo quale fosse:

Hic primus labor inchoare sulcos.


poi si scavava la terra entro i due limiti del solco stesso, sino a trovare la terra dura:

Et rescindere limites et alto
Egestu penitus cavare terras.


il che corrisponde a ciò che dice Vitruvio; Et si plano pede erit ruderandum, quæratur solum si sit perpetuo solidum; fatto ciò, e trovata la terra dura, si spianava; et ita exæquetur. Non sempre però poteva trovarsi la terra dura; ne’ terreni paludosi più si scava, più la terra si trova molle, ed in tal caso dovea eseguirsi la palificata di Vitruvio; si autem omnis aut ex parte congestitius locus fuerit fistucationibus cum magnia cura solidetur. Dovea poi questo vuoto fatto riempirsi di varie materie, ed era ciò che formava la via:

Max haustas aliter replere fossas,
Et summo gremium parare dorso


Tutto questo riempimento dicevasi adunque Gremium, come Summum Dorsum dicevasi il pavimento della via attesa la sua forma dorsale come fra poco osserveremo. Varie però erano le parti di questo Gremium; lo Statumen, il Rudus, il Nucleus. Lo Statumen era un fondamento di sassi rozzi che facevasi sopra la terra solida, o la palificata; questi sassi non erano più piccoli della capacità della mano; l’altezza, ossia la profondità dello Statumen dipendeva dalle circostanze dalla via stessa. Tunc insuper, prosiegue Vitruvio, statuminetur ne minore saxo, quam, quod possit manum implere. Questa operazione dicevasi Statuminare. Dopo ciò si poneva uno strato, che noi diremmo di calcinacci, ossia di materie di ogni sorte, detto Rudus: Rudus dice Isidoro (Orig. lib. VI. c. III. p. 1209.) artifices appellant lapides contusos, et calci admixtos quos in pavimentis faciendis super fundunt unde et rudera dicuntur. Queste macerie doveano essere mescolate ad un terzo di calce se le materie fossero nuove, a due quinti se fossero vecchie, e ponendo [p. 36 modifica]primieramente la calce; e fatto ciò si appianava con vetti di legno battute fortemente da dieci uomini per volta, cosicchè questo strato terminata la battitura non oltrepassasse la grossezza di un dodranle, equivalente a nove oncie di passetto, come osserva il Barbaro nella sua traduzione di Vitruvio: Statuminibus inductis ruderetur; RUDUS si novum erit, ad tres partes una calcis misceatur, si redivivum fuerit quinque ad duum mixtiones habeant responsum. Deinde RUDUS inducatur, et vectibus ligneis, decuriis inductis crebriter pinsum solidetur, et id non minus pinsum absolutum crassitadine sit dodrantis. Questa operazione dicevasi ruderare. Posto il RUDUS si faceva il terzo strato di frammenti di terra cotta, mescolati con calce nella proporzione di un terzo di calce, e due di frammenti, e questo terzo strato avea sei dita di profondità, e si chiamava NUCLEUS quasi si dicesse il nucleo o l’anima del pavimento. Insuper ex testa NUCLEUS inducatur mixtionem habens ad tres partes unam calcis, uti ne minore sit crassitudine pavimentum digitorum senum. Tutte queste preparazioni prima del pavimento stesso si facevano per impedire che la terra non cedesse, e perchè la via resistesse ad ogni prova:

Ne nutent sola, ne maligna sedes
Et pressis dubium cubile saxis.


e da ciò derivò, che tanto le vie antiche resistessero che ancora dove circostanze estranee non le hanno distrutte esistano come se fossero state lastricate jeri. Sopra il nucleo si faceva il pavimento propriamente detto. Supra nucleum ad regulam et libellam exacta, pavimenta struantur etc. Il pavimento chiamavasi pavimentum, perchè per farlo bisognava pavire terram cioè battere la terra. E siccome per dar scolo alle acque i Romani gli davano una piccola eminenza nel mezzo, quindi dicevasi ancora agger, come da Isidoro al lib. XV. c. XVI. p. 1206. si ricava; AGGER est media strata eminentia, coacervatis lapidibus strata, ab aggere, id est coacervatione dicta, quam historici viam militarem dicunt: e cita il verso di Virgilio nell’Eneide (lib. V. v. 273 ) ut; Qualis sæpe viæ deprensus in aggere serpens. Sopra questo anche Servio dice lo stesso che Isidoro: Agger est mediæ viæ eminentia, [p. 37 modifica]coageratis lapidibus strata, unde vice aggere dixit. Ammiano Marcellino (lib. XIX. c. 16.) lo chiamò AGGER ITINERARIUM: et tamquam itinerario aggere, vel superposito ponte complanatum spatium quod inter murum, congestamque forinsecus struem hiabat, patefecit hostibus transitum nullis obiicibus impeditum. Questo stesso motivo fece dare; ancora alla supersicie delle vie il nome di SUMMUM DORSUM, come si è veduto in Stazio:

Et SUMMO gremium parare DORSO.


Il pavimento facevasi in diverse maniere la più commune, era di farlo di grandi pietre poligone tagliate ad angoli, le quali univansi così bene da lasciare le commessure presso che impercettibili, e far parere la via come composta dello stesso masso. Ciò si vede chiaramente in quelli avanzi di antiche vie che, malgrado il tempo, e la barbarie ancora ci sono rimasti. Della via Ostiense, e della via Appia, si vedono ancora i residui; è celebre il pezzo della via Albana o trionfale al Tempio di Giove Laziale; avanzi magnifici della via Tusculana sono stati recentemente scoperti lungo le mura di quell’antica città; rimane ancora un’avanzo ben conservato della via che menava al tempio di Diana, e che si vedono nello scendere al lago di Nemi sotto i Cappuccini di Genzano; altri se ne veggono a Lanuvio fuori della porta, verso mezzo giorno, altri presso Tivoli dell’antica via Tiburtina presso la villa di Mecenate; e un lungo tratto della via Prenestina si vede ancora poco prima di giungervi, dopo avere passato S.Cesario. Tutti questi avanzi sono dello stesso genere circa la loro superficie esterna, cioè, come io diceva, sono composti di massi grandi poligoni tagliati ad angolo, la pietra di cui sono composti è una lava basaltina, che si rinviene in molti luoghi presso Roma, e specialmente se ne trovano cave vicino al lago Regillo sulla via Labicana; una ve ne ha sotto il castello diruto della Molara; una sotto i Cappuccini di Genzano, una presso Boville, una presso il sepolcro di Metella etc. Questa sorta di pietra dicevasi dagli antichi Silex, o lapis Siliceus; e lapidicinæ siliceae appellavansi i luoghi donde traevansi: noi 1a chiamiamo volgarmente selce. Vitruvio mostra la qualità di questa, e delle altre pietre, che si usavauo nelle costruzioni, al capo VII. del II. [p. 38 modifica]libro: Sunt enim aliæ molles, uti sunt circa urbem, Rubræ, Pallienses, Fidenates, Albanæ: aliæ temperatæ, uti Tyburtinæ, Amiterninæ, Soractinæ, et quæ sunt his generibus: nonnulla duræ, uti siliceæ. Con quest’ultimo nome gli antichi indicavano le cave delle pietre che per la loro durezza si spezzavano colla mazza di ferro, e che mandavano fuoco. Silex dice Isidoro al cap. III. del libro XVI. p. 1209, est lapis durus eo quod exiliat ignis ab eo dictus. Quindi abbiamo veduto, che Stazio nel luogo più volte citato per mostrare questa operazione fa uso della espressione:

Hi ferro scopulos, trabesque levant.


Saxum poi e lapis appellavano le pietre che si segavano; da ciò derivano le espressioni continue negli antichi scrittori, e specialmente in Livio, Silice sternere, e saxo quadrato sternere colle quali distinguonsi le vie lastricate di poligoni irregolari di una pietra durissima da spezzarsi colla mazza, da quelle listricate di pietre meno dure come il travertino, i peperini etc. e segate: questa distinzione si osserva anche ora negli avanzi rimastici; il Foro Traiano era lastricato di rettangoli di travertino; di questo stesso genere è stata trovata una parte del pavimento del Foro Romano sotto la colonna di Foca; mentre di là dal Comizio la via, che costeggiava il Comizio stesso era di poligoni di selce; e di poligoni di selce è pure il pavimento del Clivo Capitolino scoperto da S. E. il Sig. Conte di Funchal Ambasciatore Straordinario di S.M.F. presso la S. Sede. Non è ben sicuro però se tutto il Foro Romano fosse lastricato di travertini, anzi pare di nò, poichè ad occidente della colonna di Foca di là dal pavimento di travertini si sono trovati gli indizj di un pavimento in poligoni di selce. Le vie così lastricate, o a poligoni, o a rettangoli, aveano il nome di viæ stratæ dal quale viene la moderna denominazione di Strada; e ciò facevasi per distinguerle dalle vie chiamate Terranæ, e Glareatæ dall’essere o di terreno solido, o coperte di ghiaja. Ciò si deduce da Ulpiano, il quale dice (Dig. lib. XLIII. Tit. De via publ. et itin. publ. refic. l. 1. §. 2.) Si quis in specie refictionis deteriorem inani facit, impune vim patietur; propter quod neque latiorem, neque longiorem, neque altiorem, neque humiliorem viam sub nomine refictionis is qui interdicit potest facere, [p. 39 modifica]vel in viam TERRENAM glaream inijcere, aut steruere viam lapide, quae TERRENA sit, vel contra, lapidem Stratam terrenam facere. Questo passo pertanto ci dà le tre differenze delle vie rapporto alla costruzione, e ci mostra, la terrena essere la più ignobile, quella coperta di ghiaja essere la media, la lastricata di pietre la più nobile. Che alcune delle vie fossero di mista costruzione cioè parte coperte di ghiaja. parte lastricate, può dedursi da Tibullo, che lodando Messala per aver ristaurato quella stessa via, così si esprime nella Elegia VII. del I. libro.

Nec taceat monumenta viæ, quem Tuscula tellus
Candida quem antiquo detinet Alba lare.

Namque opibus congesta tuis hic glarea dura
Sternitur, hic apta jungitur arte silex.


Ma questo passo può con la stessa ragione interpetrarsi della via di mezzo, e delle due laterali, cosicché la via di mezzo fosse lastricata di selci, e le laterali, come generalmente coperte di ghiaja. Onde non essendovi altro argomento, questo passo resta indeciso, e tanto più forte è il dubbio, che per tutto il tratto delle antiche vie Consolari restano indizj certi di essere state lastricate di pietre. Ma dopo tutto il lavoro indicato, le vie non erano compite: paralleli ai due solchi, originariamente fatti, o per meglio dire alla larghezza della via sorgevano due di quelli che noi chiamiamo marciapiedi, e che gli antichi appellavano Crepidines, Margines, Umbones’, quindi il verbo marginare vias per fornirle di questo marciapiede. Livio al capo XXVI. del libro LI, Censores eo anno creati Q. Fulvius Flaccus, et A. Postumius Albinus.... Censores vias sternendas silice in urbe, glarea extra urbem substruendas marginandasque primi omnium locaverunt. Questo era ordinariamente alto dal livello della via circa un palmo, ed era composto, o di selce, o anche di massi quadrangolari di pietra da taglio: così si vede che era marginata una via la quale dalla Labicana metteva nella Latina circa due miglia lontana dal Tusculo, e di cui si vedono al livello attuale sicuri indizj. L’etimologia di questa parola veniva dal greco κρηπίς rialto, per indicare appunto quel piccolo rialto, o quasi direi orlo, che i marciapiedi formavano [p. 40 modifica]lungo le vie: quindi Festo, o il suo epitomatore Paolo CREPIDINES saxa prominentia. Questi marciapiedi dal passo di Livio addotti di sopra furono per la prima volta coperti di ghiaja dai Censori Quinto Fulvio Fiacco, ed Aulo Postumio Albino, circa l’anno di Roma 477. Quanto alla denominazione di Umbones per indicare i margini delle vie, l’usa Stazio al luogo indicato, ed anche questa trae la sua etimologia dalla natura della cosa.

Tunc umbonibus hinc et hinc coactis.

I Greci chiamavano questa parte χῶμα cioè aggere. Plutarco nella vita di Cajo Gracco C. VII. parlando della sua cura in fare le strade belle, e magnifiche dice; Εὐθεῖαι γὰρ ἤγοντο διὰ τῶν χωρίων ἀτρεμεῖς, καὶ τὸ μὲν ἐστόρνυτο πέτρᾳ ξεστῇ, τὸ δ´ ἄμμου χώμασι συννακτοῖς ἐπυκνοῦτο. Imperciocchè erano placidamente tirate in linea retta, ed una parte era lastricata di pietre polite, e l’altra stretta da doppio rialto di ghiaja. Le pietre poi che componevano questi margini erano poste tutte sulla stessa linea riguardo alla via di mezzo, e perfettamente unite; di dentro poi per legare meglio il rialto di ghiaja, e per maggiore solidità erano a risega cioè altre più lunghe, altre meno, e di tratto in tratto v’erano come cippi più lunghi delle altre pietre, che superavano il resto della costruzione del margine per essere più dentro la terra ficcati, e per elevarsi poco più delle altre pietre. Queste che servivano a maggiormente legare il marciapiede dicevansi gomphi, ed aveano la parte superiore rotonda come si osserva ancora nelle antiche vie, e come Stazio afferma al luogo citato:

Et crebris iter alligare gomphis.


Dicevansi gomphi, perchè erano come tanti chiodi o perni che legavano il resto, e che come quelli si ficcavano, tale essendoli significato della voce greca γόμφος, dalla quale i Latini adottarono la loro. La direzione delle vie tenevasi più che era possibile retta, e per questa ragione si sormontavano tutte le difficoltà, che erano suscettibili di un rimedio. Un passo classico abbiamo di ciò in Plutarco più volte citato, nella vita di Cajo Gracco, al c. 7. dove tratta della cura da quel Tribuno posta nella costruzione delle Vie. Εὐθεῖαι γὰρ ἤγοντο διὰ τῶν χωρίων [p. 41 modifica]ἀτρεμεῖς, καὶ τὸ μὲν ἐστόρνυτο πέτρᾳ ξεστῇ, τὸ ἄμμου χώμασι νακτῆς ἐπυκνοῦτο. Πιμπλαμένων δὲ τῶν κοίλων καὶ ζευγνυμένων γεφύραις ὅσα χείμαρροι διέκοπτον ἢ φάραγγες, ὕψος τε τῶν ἑκατέρωθεν ἴσον καὶ παράλληλον λαμβανόντων, ὁμαλὴν καὶ καλὴν ὄψιν εἶχε δι᾽ ὅλου τὸ ἔργον. Imperciocché erano placidamente tirate in linea retta, ed una parte era lastricata di pietre polite, e l’altra era da un doppio rialto di ghiaja stretta; ed avendo riempito i luoghi concavi, ed unendole con ponti dove i torrenti, o i precipizj le tagliavano, e ricevendo di qua e di là parallelamente la stessa altezza, l’opera avea una piana e bella vista dappertutto. Quindi se s’incontravano valli profonde, il livello era conservato facendo muri di massi enormi di pietra per sostenerlo; se un monte sovrastava si facevano pure tal sorta di muri; ciò ancora si osserva chiaramente alla Valle Aricina, e sotto Lanuvio verso mezzogiorno. Alla Valle Aricina il colle, sul quale è fabbricato Albano scende rapidamente, come rapidamente di là cominciano quelli di Galloro e Genzano quindi per evitare questa discesa e questa salita troppo incommoda fecero un muro di grosse pietre quadrilatere circa sei piedi lunghe, per appianare la via più che fosse stato possibile, e farle fare il minor deviamento. Questa sostruzione esiste ancora, e mostra più, che ogni altro monumento la magnificenza Romana nel tempo della Republica; dove è più alta ha archi, non tanto per dare il corso alle acque, quanto per maggiore solidità. Si cominciano a vedere i residui di essa verso la porta di dietro del parchetto di Chigi; ma questi sono pochi; spariscono quindi, e di nuovo si rivedono di là da un edificio rotondo, dove sbocca una delle strade che menano ad Ardea, e là è dove si mostra magnifica. Simile a questa è l’altra sostruzione che si osserva fuori di Lanuvio, oggi Civita Lavinia. Uscendo da quella antica città, per la porta che è diretta a Sud Ovest, e costeggiando il resto delle mura verso quella parte dove è una specie di spianata, dalla quale si gode la veduta più magnifica, a sinistra si trova un’antica via ben conservata, e come le altre costrutta di poligoni di selce; questa andando sempre in declivio ha a destra il colle stesso di Lanuvio, e a [p. 42 modifica]sinistra il piano. Gli antichi perchè la collina non si rovesciasse sulla via vi fecero sostruzioni simili a quelle della Valle Aricina, cioè di massi rettangolari di pietra lunghi fino a sei piedi, i quali nel tempo stesso servivano a mantenere il piano superiore nel quale la città era edificata. Queste sostruzioni durano circa un quarto di miglio, dal principio della scesa, sino quasi alla Chiesa che chiamano della Madonna delle Grazie, cioè per tutto il tratto in cui lì colle continua, Questi due esempj di sostruzioni di vie vicino a Roma, e della via più celebre che ne usciva, debbono bastare per un saggio di questa sorte di opere. Io credo che quelle di Lanuvio finora non siano state osservate da alcuno. Dal vedere come gli antichi difendessero le vie dai monti, e le sostenessero sulle valli, passiamo ad osservare la loro grandezza quando le montagne si frapponessero ai loro lavori. In tal caso si tagliavano direttamente le rupi al livello della via, quindi la frase excindere vias, ovvero si scavavano, quando erano troppo alte, e si faceva una strada coperta. Del primo metodo abbiamo un esempio a Terracina, dove la montagna estendendosi sino al mare fu tagliata a picco, e la strada non è punto alterata nel livello. Questo è quello che si chiama il sasso di Terracina. Un altro esempio sinora non osservato è nell’andare da Rocca di Papa alla Via Latina, traversando il preteso Campo di Annibale, ed il Monte Algido. Per dare un declivio eguale alla strada, che è un antico diverticolo dalla via Latina alla Trionfale o Albana, il monte è stato tagliato ad una profondità di cinquanta piedi almeno per un tratto assai continuato, ed è un luogo orrido insieme e maestoso trovandosi in mezzo alle selve. Dello scavare i monti n’è una prova il passo di Aurelio Vittore nella vita di Vespasiano, e da noi riportato di sopra, nel quale si dice: Adhuc per omnes terras qui jus Romanum est, renovatæ urbes cultu egregio, viæque operibus maximis munitæ, et cavati montes per Flaminiam viam prono transgressu: esiste ancora l’opera di Vespasiano nel passo chiamato del Furlo, che essere l’Intercisa della Carta Peutingeriana non può dubitarsi. Questo passo si trova due o tre miglia distante da Acqualagna, sulla Via Flaminia, che da esso [p. 43 modifica]ha preso il nome di strada del Furlo, fra Acqualagna; stessa e Foro Sempronio oggi Fossombrone. E una gola estremamente stretta, una parte della quale non è neppure aperta di sopra, ma scavata nel masso forma una specie di arco, sulle cui faccie esistono ancora le antiche iscrizioni, cioè quella verso Foligno è quasi cancellata dal tempo, l’altra però, verso Fano è più conservata ed è quella che riportai di sopra, in onore sii Vespasiano autore di questo passo stesso. La montagna alla quale questo passo appartiene si appella volgarmente di Asdrubale dal fratello d’Annibale di questo nome. Claudiano nel sesto Consolato di Onorio descrive così questo luogo, v. 500. e seg.

Lætior hinc Fano recipit Fortuna vetusto
Despiciturque vagus prærupta valle Metaurus,
Qua mons arte patens vivo se perforat arcu,
Admisitque viam secta per viscera rupis,
Exuperans delubra Jovis, saxoque minantes,
Appennigenis cultas pastoribus aras.

Qui si può citare la grotta di Posilipo presso Napoli, tanto conosciuta ed ammirata, della quale Strabone ci dice (lib. V. p. 169) che ne fu autore un Coccejo che da quello che si può arguire fu contemporaneo di Agrippa. Imperciocchè dopo aver detto che Agrippa tagliò i boschi intorno al lago di Averno e che le abitazioni sotterranee ivi esistenti furono rese praticabili con una grotta sino a Cuma onde togliere affatto lo volgare superstizione, che ivi fosse uno degl’ingressi all’inferno, soggiunge, che quella escavazione la fece Coccejo, il quale pure scavò la grotta da Pozzuoli a Napoli. τοῦ Κοκκηίου τοῦ ποιήσαντος τὴν διώρυγα ἐκείνην τε καὶ ἐπὶ Νέαν πόλιν ἐκ Δικαιαρχίας ἐπὶ ταῖς Βαίαις ec. dove credo doversi leggere καὶ ἐπὶ ταῖς Βαίαις quasi di un’altra strada sotterranea da Dicearchia, o Pozzuoli a Baja, altrimenti il testo non si accorda con la topografia, non avendo nè potendo avere la grotta di Napoli communicazione con Baja se non per Pozzuoli. Più sotto ne dà una descrizione assai esatta: ἔστι δὲ καὶ ἐνθάδε διῶρυξ κρυπτή τοῦ μεταξὺ ὄρους, τῆς τε Δικαιαρχίας καὶ τῆς Νεαπόλεως, ὑπεργασθὲν ὁμοίως ὥσπερ ἐπὶ τὴν Κύμην, ὁδοῦ τε ἀνοιχθείσης ἐναντίος ζεύγεσι πορευτῆς [p. 44 modifica]ἐπὶ πολλοὺς. τὰ δὲ φῶτα ἐκ τῆς ἐπιφανείας τοῦ ὄρους, πολλαχόθεν ἐκκοπεισῶν θυρίδων διὰ βάθους πολλοῦ κατάγεται. Ivi havvi pure una fossa coperta nel monte fra Dicearchia (cioè Pozzuolo) e Napoli, scavato sotto, come a Cuma, ed apertavi una strada da potervi passare due carri contrarj, per molti stadj, la luce da una grande altezza vi penetra dalla superficie del monte, avendovi tagliato spessi spiragli. Seneca però nella lettera 57, ne descrive tutti gl’incommodi, le tenebre, e la polvere: Aceromate nos haphe excepit in crypta Neapolitana. Nihil ilio carcere longius, nihil illis faucibus obscurius, quæ nobis præstant non, ut per tenebras videamus, sed ut ipsas. Ceterum etiamsi locus haberet lucem, pulvis auferret. Questo due descrizioni messe insieme sono esattissime, e dal passo di Seneca si vede che non era lastricata ancora a suo tempo, altrimente la polvere non poteva essere tanta. Che Domiziano l’ingrandisse e la lastricasse pare potersi trarre dalla sua via Domiziana, che doven estendersi sino a Napoli, almeno ristaurando la via antica da Pozzuolo a questa ultima città, e per conseguenza la grotta. Il certo è che malgrado i ristauri, e gl’ingrandimenti moderni fatti specialmente da Alfonso I. Re di Napoli, e malgrado l’apertura maggiore data alle bocche per renderla più luminosa si è veduto necessario il tenervi accesi de’ lumi, come si in per la città nella notte, e per evitare la polvere è stata lastricata di massi quadrati di lava Vesuviana.

Non sempre però le vie erano lavorate a tanti strati, come quelle che abbiamo finquì descritte. Imperciocché se il suolo della via era di natura sua nella rupe, non vi era perciò motivo di fare que’ strati che solo facevansi per la solidità della via: ed in tal caso si appianava e tagliava la rupe ad un livello eguale, e sopra esso si poneva il nucleus, e sopra il nucleus di frammenti di terra cotta, e di calce si faceva il solito pavimento di poligoni. Tale era la via Appia sotto Albano dove è tagliata nel peperino. La larghezza delle vie variava secondo la qualità delle vie stesse; le grandi vie come l’Appia, la Flaminia, la Valeria ec. aveano tra i tredici e quindici piedi di larghezza; tale infatti [p. 45 modifica]si trova la larghezza dell’Appia di là da S. Sebastiano dove esiste un pezzo di pavimento antico, o gl’indizj del margine: tale la via Ostiense, tale la via Prenestina, la Tiburtina; la via Tusculana ne ha solo undici; le vie secondarie poi, che diramandosi dalle principali conducevano a qualche luogo particolare, specialmente sulle montagne aveano circa otto piedi soltanto di larghezza; così larga è la via Albana che menava al tempio di Giove Laziale; cosi la via di communicazione fra questa e la Latina a traverso dell’Algido; così la via che è di là da Lanuvio; ma in un luogo dove fa angolo è molto più larga. I Viatrj poi cioè que’ viottoli, che conducevano nell’intorno delle campagne, e de’ quali s’incontrano vestigi di tratto in tratto non erano più larghi di circa quattro piedi. Cosi era largo un viottolo lastricato di selci, che dall’Appia staccandosi poco sotto il sepolcro di Metella va in direzione del circo preteso di Caracalla; questo oggi è interrato, ma i selci si vedono rasenti alla strada moderna. Lungo i margini le vie erano decorate di monumenti più, o meno magnifici, e di ville sontuose: v’erano tempj e questi sì riconoscono oltre dalla loro forma anche dalla direzione della facciata che è sempre verso la via; similiter dice Vitruvio (lib. IV. c. V.) si circum vias publicas erunt ædificia Deorum, ita constituantur uti prætereuntes possint respicere, et in conspectu salutationes facere. Uno assai grande n’esiste sull’Appia poco più oltre la Basilica di S. Sebastiano, volgarmente appellato le scuderie di Caracalla; v’erano edicole, o piccoli tempj, e di queste se n’incontrano ancora parecchie; ma sopratutto i sepolcri facevansi lungo le vie, perchè a! dire di Varrone (De L. L. l. V. c. VI. p. 38.) ammonissero que’ che passavano, che aveano esistito, e che essi erano mortali; monere ab eadem quod is qui monet, proinde sit ac memoria, sic monimenta quæ in sepulcreis. Et ideo secundum viam, quo prætereunteis admoneant et se fuisse et illos esse mortaleis. I sepolcri variavano nella forma, come nell’uso particolare, giacché, o erano di quelli detti sepolcri di famiglia, e questi avendo bisogno dì molto spazio erano composti di una [p. 46 modifica]o più camere, e non aveano forma particolare: i sepolcri poi, o per una, o por poche persone, benchè variassero nella grandezza, e nella ricchezza de’ materiali, ed in qualche piccola parte, nel totale erano di forma o rotonda, o piramidale, o quadrata, cioè dello forme più semplici, e più solide, rivestiti di mattoni, o di pietre, o di marmi, e colla porta sempre rivolta in direzione diversa dalla via principale. Tutto ciò che ho esposto si può con agio osservare sulla via Appia dove la copia de’ monumenti sepolcrali ci presenta tutte le loro forne. I sepolcri però benchè sulle vie non erano sul suolo publico, meno quelli per decreto publico assegnati, come è quello di G. Publicio Bibulo sulla via Flaminia, del quale si è parlato a suo luogo in Nardini; ma erano dentro i limiti de’ predj e delle ville, che i proprietari aveano lungo di esse. Sulla via publica stessa non era lecito il fabbricarlo; Nemini licet in via publica monumentum extruere. (Digest. lib. XLIII. Tit. de loc. et itiner. publ. l. 2.) Resta ora a vedersi chi costruiva le vie. Nelle provincie dove erano acquartierate legioni, ne’ tempi felici della repubblica si facevano costruire ai soldati per non lasciarli stare in ozio: Livio al libro 49. c. 1. parlando di Cajo Flaminio Console che vinse i Liguri dice, His quoque perdomitis consul pacem dedit finitimis, et quia, a bello quieta ut esset provincia effecerat, ne in otio militem haberet viam a Bononia perduxit Arretium, e lo stesso poco più sotto alterna aver fatto il suo collega Emilio, che la via Emilia costrusse da Piacenza ad Arimino. Isidoro al libro XV. delle Origini capo ultimo: Primum autem Poeni dicuntur lapidibus vias stravisse: postea Romani eas per omnem pene orbem disposuerunt propter rectitudinem itinerum et ne plebs esset otiosa. Ora la plebe certamente non si mandava in Spagna, o nell’Illirico, o nelle altre Provincie a costruire le vìe, quindi conviene credere che Isidoro col nome di plebe abbia inteso parlare dei soldati communi. Ma ne’ tempi degl’Imperadori erano i rei, che vi erano condannati come ad altre opere publiche. Multis honesti ordinis dice Svetonio nella vita di Caligola al c. 27., deformatos prius stigmatum notis, ad metalla aut [p. 47 modifica]ad viarum munitiones, aut ad bestias condemnavit.

Le vie si diramavano per tutto l’Impero, e perciò può dirsi che fossero tanto estese quanto l’Impero medesimo. Cajo Gracco fu il primo a dividerle mettendo sul margine della via, colonne di pietra ad ogni miglio, che si chiamarono Lapides, o milliaria quindi la nota formola ad sextum, decimum ec. lapidem. Che Cajo Gracco fosse il primo si trae da Plutarco nella sua vita al capo VII. Πρὸς δὲ τούτοις διαμετρήσας κατὰ μίλιον ὁδὸν πᾶσαν (τὸ δὲ μίλιον ὀκτὼ σταδίων ὀλίγον ἀποδεῖ) κίονας λιθίνους σημεῖα τοῦ μέτρου κατέστησεν. Ed inoltre misurando in miglia tutta la via (è il miglio poco meno di otto stadj) stabilì colonne di pietra per segni della misura. Da questo passo si rileva quanto sia falsa l’opinione di quelli che credono che la colonna milliaria esistente nel Foro Romano, e chiamata milliarium aureum fosse il principio dal quale partivamo. Il milliario aureo fu stabilito da Augusto come si legge in Dione; (lib. LIV. p. 602.) Τότε δὲ αὐτός τε προστάτης τῶν περὶ τὴν Ῥώμην ὁδῶν αἱρεθεὶς καὶ τὸ χρυσοῦν μίλιον κεκλημένον ἔστησε. Allora esso scelto presidente delle vie intorno a Roma stabilì il così detto miglio d’Oro; e le vie erano di già state divise in miglia da Cajo Gracco molto prima che il milliario aureo fosse stabilito. Questa opinione erronea è fondata sopra un altro passo di Plutarco, nella vita di Galba al capo XXIV., seppure egli è l’autore di quella vita. Ivi parlando di Ottone, che per la casa Tiberiana scese nel Foro, soggiunge: οὗ χρυσοῦς εἱστήκει κίων, εἰς ὃν αἱ τετμημέναι τῆς Ἰταλίας ὁδοὶ πᾶσαι τελευτῶσιν; dove era eretta la colonna, alla quale tutte le vie dell’Italia divise, o per dir meglio misurate finiscono. Ma dalle osservazioni fatte dall’Olstenio nella sua dissertazione del Milliario Aureo presso Grevio al tomo IV. dal Fabretti nell’aurea sua opera su gli Acquedotti (Dissert. III. n. 25) e dal Revillas nelle Memorie dell’Accademia di Cortona (Tomo I. part. 2.) risulta, che il passo di Plutarco vada inteso, che sul milliario aureo erano segnate le distanze delle vie sino a Roma, e che le vie stesse cominciavano ad essere divise in miglie dalla porta, come si fa oggidì. Ciò lo dimostra soprattutto la prima colonna [p. 48 modifica]milliaria della Via Appia oggi esistente sul Campidoglio, e follemente credula il milliario aureo stesso; quella colonna come si vede, meno il globo di bronzo, che le è stato aggiunto per maggiore ornamento fu trovata fuori della porta S. Sebastiano nella vigna Naro, e serviva ad indicare il primo miglio sulla via Appia cominciando dall’antica porta Capena la quale vedemmo essere stata nelle vicinanze di S. Nereo, e che più minutamente ancora osserveremo posta sotto la rupe del Celio nella gola fra questo e l’Aventino. Le vie adunque erano distinte in miglia le quali erano composte di cinquemila piedi Romani ossia mille passi geometrici. Quindi viene la frase tanto trita, millia passum per esprimere un miglio e le sigle M. P. e P. M. che si leggono nell’itinerario di Antonino vanno così intese cioè millia passuum, e passuum millia, e non come volgarmente pretendesi plus minus; giacché quando quell’Itinerario fu formato le miglia erano stabilite lungo le strade, ed essendo quello come un libro postale, non si sarebbero mai espressi col plus minus quando aveano la misura certa. Ma sul miglio non vi può essere difficoltà, tanti essendo i monumenti dai quali si può determinare con esattezza; la difficoltà nasce sullo stadio, e sul suo rapporto col miglio Romano. Imperciocchè siccome molti Scrittori Greci hanno trattato delle cose Romane, siccome Strabone fra questi ci dà la descrizione di molte vie, e la distanza de’ luoghi sopra di esse, e finalmente trovandosi anche nell’Itinerario di Antonino nominati gli stadj, conviene che qui si decida quale rapporto debba darsi fra questi e le miglia. Si è veduto di sopra più volte che Plutarco nel citato passo della vita di Cajo Gracco assegna poco meno di otto stadj ad un miglio, e questa è la proporzione colla quale ordinariamente si determina lo stadio, tanto più che Plinio nella Storia naturale al libro XXV c. XXIII. dice: stadium centum viginti quinque nostros effìcit passus, hoc est pedes sexcentos viginti quinque; colla qual proporzione chiaramente si vede, che si accosta al detto di Plutarco, con poca differenza facendo questi poco meno di otto stadj un miglio, e Plinio otto stadj giusti. Anche Dionisio segue questo rapporto di Circa otto stadj a miglio. La differenza grande la fa [p. 49 modifica]Strabone, il quale in qualche luogo calcola 10 stadj, a miglio, ed in qualche lungo come gli altri otto. Se i dieci stadj a miglio si trovassero notati in pochi luoghi potrebbero credersi alterazioni degli amanuensi, ma il certo è che molto sovente ed uniforme si trova questa misura, e che egli qualche volta fece uso dello stadio Olimpico che era il commune, e qualche volta dello stadio Pitico che era più corto. E per addurre prove di questa incertezza di Strabone addurrò qualche esempio delle vicinanze di Roma. Parlando egli nel libro V. della distanza da Ostia ad Anzio, dice che vi erano 260 stadi; ora calcolati questi a otto stadi a miglio si avrebbe una distanza, di 32 miglia e mezza, e così è infatti con poca differenza. Più sotto parlando di Gabj dice, che era lontano da Roma circa cento stadj. Questi computati a dieci stadj a miglio darebbero 10 miglia, computati a otto 12 miglia e mezza, ed infatti Gabj era fra il XII. e XIII. miglio sulla via Prenestina. A contrario parlando di Aricia dice che era lontana 165 stadj, cioè 16 miglia computando ogni miglio dieci stadi, altrimenti si avrebbe la mostruosa distanza di 20 miglia, quando in verità non è che circa 16 miglia distante dall’antica Porta Capena. Questo si osserva molto più dove tratta della Grecia e da ciò nasce la confusione, e la differenza fra Strabone e gli altri. Il che è tanto più strano, che nel libro VII. p. 223. parlando della Via Egnazia da Apollonia alla Macedonia pare che egli abbia adottato nella sua opera la proporzione dell’1 ad 8, conciossiachè dice: λογιζομένῳ δὲ ὡς μὲν οἱ πολλοί, τὸ μίλιον ὀκταστάδιον τετρακισχίλιοι ἂν εἶεν στάδιοι καὶ ἐπ᾽ αὐτοῖς διακόσιοι ὀγδοήκοντα, ὡς δὲ Πολύβιος προστιθεὶς τῷ ὀκτασταδίῳ δίπλεθρον, ὅ ἐστι τρίτον σταδίου, προσθετέον ἄλλους σταδίους ἑκατὸν ἑβδομήκοντα ὀκτώ, τὸ τρίτον τοῦτων μιλλίων ἀριθμοῦ. E calcolando, come la maggior parte fanno il miglio otto stadj, sarebbero stadj 480; ed aggiungendo come Polibio due piedi agli otto stadj, cioè il terzo dello stadio si debbono aggiungere altri 178 stadj che è il terzo da aggiungersi al numero delle miglia. Onde per concludere si può determinare che dove il rapporto di i ad otto si vede non poter convenire si prenda quello di 1 a dieci, e si troverà Strabone sempre di [p. 50 modifica]accordo cogli altri. Un’altra misura si trova adottata dall’Itinerario di Antonino, e sono queste le Leghe per varie strade oltramontane; queste si calcolano 1500 passi ciascuna cioè un miglio e mezzo.


C A P O   III.


Degli Itinerari antichi, e del numerodelle vie che uscivano da Roma.


E poiché si è più volte fatta menzione dell’Itinerario di Antonino chiuderò questa seconda sezione con dare un cenno di questo e degli altri Itinerarj antichi della Carta Peutingeriana, e dell’Itinerario Burdigalense o Gerosolimitano, i quali ci debbono servire di norma nella terza parte onde tracciare la direzione delle vie che uscivano direttamente da Roma. Il primo che è il più antico si chiama di Antonino perchè si crede che Antonino Pio ne fosse l’autore, o qualcun altro degli Antonini, e più probabilmente Caracalla. Ma trovandosi de’ nomi posteriori e non conosciuti a quell’epoca, come Costantinopoli, Massimianopoli etc. alcuni lo credettero del tempo di Valentiniano, o di Teodosio. Quanto a me però io credo che originariamente appartenga a qualcuno degli Antonini, e che poi successivamente vi sieno state fatte aggiunte, glosse, e correzioni per sempre rimodernarlo, come si fa anche oggi ai libri di Posta. E’ però da avvertirsi, che consistendo in gran parte in numeri, nelle mani de’ copisti ha molto sofferto, e non di rado le dieci miglia si trovano aggiunto, o tolte, onde qualche volta riesce assai difficile l’accordarlo ad altri autori. Lo stesso, circa gli errori con più ragione ancora può dirsi della Carta Peutingeriana cosi chiamata, perchè scoperta in Augusta presso un tal Corrado Peutinger. Che questa Carta sia de’ tempi cristiani, lo dimostra chiaramente la Chiesa di S. Pietro ivi notata ad Sanctum Petrum; lo scettro sormontato da una croce che la figura di Roma tiene nella destra ec. Che anche sia de’ tempi della decadenza avanzati, e debba attribuirsi al secolo ottavo circa, lo dimostrano i nomi già alterati, e molto simili a quelli, che in Paolo Diacono e negli altri scrittori di quel tempo si leggono, [p. 51 modifica]come Tibori per Tibur, Carsulis, per Carseolis, Bobellas per Bovillæ ec. Anzi una circostanza ancora si deve osservare; le quattro grandi città dell’Impero dopo la fondazione di Costantinopoli erano Roma, Costantinopoli stessa, Antiochia ed Alessandria. Le prime tre di queste si veggono sulla corta rappresentate come altrettante Regine, Alessandria però essendo sino da circa il 640 in mano de’ Saraceni non ha alcuna distinzione, e perciò la carta deve essere posteriore a quella epoca. Di molto posteriore all’ottavo secolo non può essere perchè i nomi non sarebbero più tanto simili agli antichi. Quanto poi sia alterata lo mostrano i numeri ed i nomi appostivi, i quali assai spesso non si trovano al loro posto; nel resto piuttosto che carta geografica merita il nome di carta postale, non essendovi la minima somiglianza collo stato fisico de’ luoghi, e non essendovi ombra di proporzione o di scala. Malgrado tutti questi difetti è un monumento prezioso ed unico nel suo genere, perchè mostra lo stato del mondo circa l’ottavo secolo, la generale disposizione di esso ci rende tanto più certi, che gli antichi conoscessero le carie geografiche, ed il metodo per formarle, e ci mostra la direzione delle vie antiche, e la distanza reciproca de’ luoghi. L’anonimo Ravennate contemporaneo della Carta Peutingeriana può pure contarsi fra i descrittori del mondo, ma non dandoci le distanze de’ luoghi non va posto nel numero degl’Itinerarj. L’Itinerario poi detto Burdigalense, e di Gerusalemme perchè descrive il viaggio da Burdigala oggi Bordeaux a quella città è un monumento anche esso prezioso per l’antico stato de’ luoghi, e per la direzione delle vie, ma anche esso per le ragioni stesse è esposto ai medesimi difetti che l’Itinerario di Antonino, e la Carta Peutingeriana, cioè che i numeri sono sovente alterati. Circa l’epoca, alla quale appartiene, lo stile barbaro, nel quale sono descritti i luoghi di Gerusalemme e la corruzione de’ nomi lo mostrano assai posteriore a Costantino, al quale pel Consolato di Zenophilo ivi rammentato fu ascritto dal Pitoco. Ma siccome non vi si parla mai de’ Saraceni, ciò mostra che è anteriore alla loro conquista della Palestina, onde non dovrebbe essere lontano dall’epoca della Carta Peutingeriana. Questi tre Itinerarj pertanto, che sono i soli [p. 52 modifica]antichi che ci siano rimasti, ci serviranno nel descrivere le vie, come Rufo e Vittore, e la Notizia furono di guida al Nardini per la descrizione di Roma antica. E siccome ho fatto qualche osservazione di più sulle porte antiche di Roma nel descrivere la vie, che da ciascuna porta uscivano farò quelle osservazioni che sopra ciascuna porta stimo opportune.

Prima però che io passi a descrivere ciascuna via è di bisogno determinare quali fossero le vie, che uscivano da Roma, o che nelle sue vicinanze si diramavano. Nell’indice, o recapitolazione che si trova in fine di P. Vittore si leggono ventinove vie disposte con l’ordine seguente:

VIÆ XXIX

Appia.
Latina.
Labicana.
Campana.
Prænestina.
Tiburtina.
Collatina.
Nomentana quæ Figulensis.
Salaria.
Flaminia.
Æmilia.
Claudia.
Valeria.
Ostiensis.
Laurentina.
Ardeatina.
Setina.
Quintia.
Gallicana.
Triumphalis.
Patinaria.
Ciminia.
Cornelia.
Tiberina.
Aurelia.
Cassia.
Portuensis.
Gallia, forse Gallica.
Laticulensis.

[p. 53 modifica]Nel Vittore del Panvinio vi si trovano di più aggiunte la Flavia e la Trajana.

Come si vede, in questo catalogo non è stato tenuto alcun ordine; ma le vie sono state poste alla rinfusa come venivano in mente a chi le scrisse. Oltrecciò di alcune pare che il nome sia duplicato, come la Gallicana, e la Gallia o Gallica; la Patinaria è affatto ignota; e la Laticulensis che altri codici portano Janiculensis essere la Vitellia pare molto probabile. Delle due poi che si trovano di più nel Vittore di Panvinio, una si conosce che è la Trajana, la quale vedemmo essere un prolungamento dell’Appia; la Flavia però non si conosce, e perciò le lasceremo insieme colla Patinarla. Dall’altro canto è stata omessa qualche via la cui direzione pur sì conosce, quale è la Severiana, l’Albana, e la Tusculana, e che essendo vicine a Roma viemmaggiormente debbono interessarci. Per la qual cosa io credo doversi in questa guisa riformare il catalogo:

Via Flaminia; da questa diramavansi le vie Tiberina, e Cassia, e dalla Cassia la Claudia, l’Amerina, la Ciminia, e l’Emilia di Lepido.

Via Salaria.

Via Nomentana, si riuniva alla Salaria.

Via Tiburtina, dalla quale distaccavasi la via Valeria, e da questa la Sublacense.

Via Prenestina chiamata pure Gabina.

Via Labicana, la quale finiva nella Latina.

Via Appia, dalla quale diramavansi a sinistra la Latina, da cui pure partiva la Tusculana; a sinistra pure si staccavano dall’Appia l’Albana, e la Setina; a destra l’Ardeatina, e la Domiziana, o Campana; in fine partiva pure dall’Appia, e ne formava una parte, la via Trajana.

Via Ostiense, dalla quale diramavansi la Laurentina, e la Severiana.

Via Portuense.

Via Aurelia, da cai partivano la Vitellia; o Janiculense, la Cornelia e l’Emilia di Scauro.

Via Trionfale.

Le quali in tutto ascendono a trentadue.


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SEZIONE III.

Descrizione delle vie

C A P O   I

Vie, che partivano a Settentrione di Roma.

§. I.

Della Via Flaminia.


Si è sinora osservato ciò che alla cognizione generale delle vie si appartiene sì per la loro amministrazione, che per la loro costruzione e misura; in questa terza sezione è d’uopo trattare della loro direzione, non già di tutte, ma di quelle che uscivano di Roma, o cominciavano, poco distante dalla capitale. E per tenere un metodo, seguirò l’ordine delle porte attuali di Roma, perchè queste sebbene siano state in varie epoche ricostruite ed allontanate, o ravvicinate alla moderna città, sono tutte d’istituzione antica, e meno quelle di Borgo, quasi tutte le altre sono menzionate da Procopio, ed in gran parte colli stessi nomi.

Cominciando adunque dalla via Flaminia, l’ordine delle stazioni e de’ luoghi pe’ quali essa passava descrivesi in questa guisa dall’Itinerario di Antonino.

Via Flaminia

Bostratani villani M. P. XXIV.
Ocriculos civ. M. P. XXV.
Narniam civ. M. P. XII.
Interamniam civ. M. P. VIII.
Spoletium civ. M. P. XVIII.
Forum Flaminii vicum M. P. XIX.
Helvillum vicum. M. P. XXVII.
Callem vicum M. P. XXIII.
Forum Sempronii M. P. XVIII.
Fanum Fortunae M. P. XVI.
Pisaurum M. P. VIII.
Ariminum M. P. XXIV.

[p. 55 modifica]Nella Carta Peutingeriana poi si trova notata così:


Ad Rubras VI.
Ad Vicesimum XI.
Aqua viva VII.
Interamnio VII.
Adtine Recine XI.
Fano fugutivi II.
Spoleto V.
Mevanio XII.
Foro Flaminii XVI.
Nucerio Camellaria XII.
Helvillo XV.
Ad Ensem X.
Ad Calem VII.
Ad Intercisa IX.
Foro Sempronii XII.
Fano Fortunæ XVI.
Pisauro VIII.
Arimino XXIII

L'Itinerario Gerosolimitano così la descrive:


Ab urbe Mediolanum


Mutatio Rubras M. IX.
Mutatio ad Vicesinium M. XI.
Mutatio Aqua viva M. XII.
Civitas Vericulo M. XII.
Civitas Narniæ M. XII.
Civitas Interamniæ M. IX.
Mutatio Tribus Tabernis M. III.
Mutatio Fani Fugitivi M. X.
Civitas Spolitio M. VII.
Mutatio Sacraria M. VII.
Civitas Trevis M. IV.
Civitas Fulginis M V.
Civitas Foro Flamini M. III.
Civitas Noceria M. XII.
Civitas Ptanias M. VIII.
Mansio Herbelloni M. VII.
Mutatio Adhesis M. X.
Mutatio ad Cale M. XIV.
Mutatio Intercisa M. IX.
[p. 56 modifica]
Civitas Foro Simproni M. IX.
Mut. ad octavum M. IX.
Civ. Fano Fortunæ M. VIII.
Civ. Pisauro M. XXIV.
Usque Ariminim     ...


Cominciando dalla fondazione di questa via, si è veduto che fu essa costrutta da C. Flaminio Censore, che edificò pure il Circo detto perciò Flaminio, e che poco dopo essendo Console rimase vinto ed ucciso, da Annibale nella battaglia presso il lago Trasimeno. Della costruzione della via Floro nella epitome del libro XX. di Livio in questa guisa si esprime: C Flammins Censor viam Flaminiam munivit, et Circum Flaminim extruxit. Strabone però non vi si accorda, e nel libro V. pag. 150. dice, che la via Flaminia fu costrutta da Roma ad Arimino da Cajo Flaminio, il quale essendo Console insieme con Marco Emilio Lepido vinse i Liguri; Συνυπάτευσαν γὰρ ἀλλήλοις Μάρκος Λέπιδος καὶ Γάιος Φλαμίνιος: καθελόντες δὲ Λίγυας ὁ μὲν τὴν Φλαμινίαν ἔστρωσεν ἐκ Ῥώμης διὰ Τυρρηνῶν καὶ τῆς Ὀμβρικῆς μέχρι τῶν περὶ Ἀρίμινον τόπων, ὁ δὲ τὴν ἑξῆς μέχρι Βονωνίας κἀκεῖθεν εἰς Ἀκυληΐαν παρὰ τὰς ῥίζας τὰς τῶν Ἄλπεων ἐγκυκλούμενος τὰ ἕλη. Imperciocché furono Consoli insieme Marco Lepido e Gajo Flaminio, ed avendo disfatti i Liguri, questi lastricò la Via Flaminia da Roma per l’Etruria, e per l’Umbria sino ai luoghi intorno ad Arimino,l’altro (Lepido) quella che segue sino a Bononia, e di là ad Aquileja lungo le radici delle Alpi, costeggiando le paludi. Ma oltre che nella discrepanza di parere fra Strabone, ed il passo allegato della epitome di Livio, che può dirsi di Livio stesso, trattandosi di una opera Romana in Italia, alla testimonianza del Greco scrittore dovrebbe preferirsi quella dello scrittore Romano: un altro passo di Livio medesimo ci sbriga da tale questione, e apertamente mostra, che Strabone ha confuso due Flaminj, e due opere diverse fatte da loro. Questo storico afferma, che i consoli Cajo Flaminio e Marco Emilio Lepido dopo avere soggiogato i Liguri, il primo; et quia a bello quieta ut esset provincia effecerat ne in otio militem haberet VIAM A BONONIA PERDUXIT [p. 57 modifica]ARRETIUM: l’altro pacatis Liguribus in agrum gallicum exercitum duxit, viamque ab Placentia ut Flaminiae committeret, Ariminum perduxit. Per la qual cosa è da credersi che Strabone ingannato dagli stessi nomi e dalla stessa opera confuse il primo Cajo Flaminio, che fu Censore nel 534, e Console nel 537, e la sua via da Roma ad Arimino col secondo Cajo Flaminio, il quale fu Console con Marco Emilio Lepido l’anno 567, e colla sua via da Bologna ad Arezzo, che potremmo appellare via Flaminia Nuova. Avendo determinato il fondatore della via Flaminia primitiva cioè di quella da Roma ad Arimino, ed avendo riconosciuto essere stato il Cajo Flaminio Censore, che fu poi Console nel 687 e perì al Trasimeno è tempo di passare a stabilirne i limiti. Dal passo riferito di Strabone rilevasi, che questa strada andava da Roma ad Arimino confine dell’antica Italia; e che di là a Piacenza prendesse il nome di Emilia lo mostra Livio, e che da Piacenza andasse ad Aquileja lo dichiara Strabone, ponendo invece di Piacenza Bologna come città più centrale; ma questa essendo fuori dell’Italia antica è fuori de’ limiti delle nostre ricerche. Solo ci basti aver notato chi la costrusse, e l’epoca della sua fondazione, e ci basti il conoscere, che per distinguere questa via Emilia dall’altra costrutta da Scauro dicevasi via Emilia di Lepido.

Da un limite estremo, che fu come vedemmo, Arimino, passando all’altra estremità verso Roma, cominciava la via Flaminia nella gola fra il Campidoglio ed il Quirinale, alla porta del recinto di Servio ivi esistente, donde tenendo sempre una direzione insensibilmente più a destra della via attuale del Corso, andava stringendosi verso il Pincio, che si vede essere stato taglialo ad arte, come ancora le colline fuori della porta del Popolo a man destra per dar luogo alla strada. Anche l’antica porta Flaminia del recinto detto di Aureliano era più a destra della porta attuale del Popolo, cioè più nello scosceso del Pincio, siccome narra Procopio nel libro I. della Guerra Gotica c. 23. Οὐ μὴν οὐδὲ πύλης Φλαμινίας ἀπεπειράσαντο, ἐπεὶ ἐν χώρῳ κρημνώδει κειμένη οὐ λίαν ἐστὶν εὐπρόσοδος, Nè tentarono neppure la porta Flaminia, poichè giacendo in un luogo scosceso [p. 58 modifica]non è di troppo facile accesso. Dalla porta alle falde del Campidoglio fino al Ponte Milvio oggi per corruzione chiamato Molle havvi tre miglia dì strada, e perciò nella carta Peutingeriana trovasi così citato il ponte, come prima stazione: Ad Pontem III. Questo ponte traeva il nome di Milvio, o Mulvio come una corruzione di quello di Emilio da Marco Emilio Scauro, che secondo Aurelio Vittore nel trattato de Viris illustribus c. 2j, lo edificò: M. Aemilius Scaurus... Censor viam Aemiliam stravit, pontem Mulvium fecit. Quindi è un ponte di origine republicana; ma nulla apparisce nella costruzione, di quello che esiste che richiami quella epoca e perciò non può supporsi il ponte attuale l’antico. Infatti sappiamo che Niccolò V. verso la metà del Secolo XV. lo rifabbricò, e molto della costruzione si mostra di quel Secolo. Quando cadesse o fosse tagliato il ponte primitivo è incerto; ma ciò che si può dire di sicuro è che due avvenimenti assai rimarchevoli si citano ne’ tempi antichi come accaduti su questo ponte, o nelle sue vicinanze; l’ arresto degli ambasciadori Allobrogi implicati nella congiura di Catilina, e la celebre battaglia fra Massenzio e Costantino, che decise dell’Impero, e della Religione di Roma. Del primo fatto parla Cicerone nella III. Arringa contro Catilina al capo II. e III. Illi autem, (Lucio Fiacco e Cneo Pomtino pretori) qui omnia de Republica præclara atque egregia sentiunt sine recusatione, ac sine ulla mora negotium susceperunt, et quum advesperasceret occulte ad pontem Milvium pervenerunt, atque ibi in proximis villis ita bipartiti fuerunt ut Tyberis inter eos et pons interesset.... Interim tertia fere vigilia exacta quum jam pontem cum magno comitatu, legati Allobrogum ingredi inciperent unaque Volturcius, fit in eos impetus etc. E qui narra la maniera onde furono presi insieme colle lettere che portavano pe’ congiurati. Del secondo avvenimento Socrate nel capo 1. del 1. libro della sua Storia Ecclesiastica, parlando appunto della battaglia fra Costantino e Massenzio dice; Συμβαλών τε αὐτῷ πρὸ τῆς Ρώμης περὶ τὴν καλουμένην Μουλβίαν γέφυραν νικᾷ͵ Μαξεντίου εἰς τὸν ποταμὸν ἀποπνιγέντος: E venuto a battaglia con lui avanti a Roma presso il [p. 59 modifica]così detto ponte Mulvio, lo vinse, essendosi Massenzio annegato nel fiume. In quella stessa occasione era stato formato un ponte di barche per avere più pronti i soccorsi, e le communicazioni, e questo nella fuga di Massenzio si sciolse come egli avea preparato per Costantino, e fu causa del suo annegamento; Eusebio nel lib, I. della vita di costant. al cap. 32. e Zosimo nel lib. II. cap. XVI. sono di accordo in questo racconto. Al ponte Milvio pure si accamparono Lutazio Catulo e Cneo Pompeo contro Lepido che voleva annullare gli atti di Silla, e rimettere la Republica in confusione. Sed jam Milvium pontem, collemque Janiculum Lutatius Catulus, et Cneus Pompejus Sullanæ dominationis duces atque signiferi alio exercitu insederant. Così Floro al capo XXIII. del libro IV. E a’ tempi di Nerone era celebre per le notturne dissolutezze di quell’Imperadore, come ci racconta Tacito al lib. 13 degli Annali c 47. Pons Milvius in eo tempore celebris nocturnis illecebris erat: ventitabatque illuc Nero quo solutius urbem extra lasciviret. E che sino là si estendesse il Campo Marzio l’ho di già provato a suo luogo da un passo di Strabone al libro V. che lo descrive; e qui aggiungerò ciò, che scrive Cicerone ad Attico (Epist. lib. 12. epist. 33) A ponte Mulvio Tiberini duci secundum montes Vaticanos; campum Martium coaedificari; illum autem campun Vaticanum fieri quasi Martium. Ora, se il Campo Marzio non si fosse esteso o sino al Ponte Milvio, o in quelle vicinanze, non era necessario di citare là il Tevere per porvi i prati Vaticani, di quà a esso; e riunirli all’antico Campo Marzio; ma bastava farlo verso la porta attuale del Popolo, se il Campo Marzio non si estendeva che sino là, come volgarmente si crede. Dopo il ponte la prima stazione che si legge negl’Itinerarj è ad Rubras o Rubras; Ma prima di determinare dove essa fosse è bene descrivere brevemente ciò che fra il ponte ed essa si trova. E primieramente è da notarsi, che appena passato il ponte la strada si divide in due quella a destra, che segue per lungo tempo il corso del Tevere, è l’antica Flaminia, ed ancora oggi ne porta il nome; l’altra a sinistra è la Cassia, dalla quale come a suo luogo vedremo si distaccano la Claudia e [p. 60 modifica]la Ciminia. Dopo circa 1500 passi geometrici si giunge alli prati denominati di Tor di Quinto da una Torre de’ bassi tempi che ancora ivi esiste, e che porta un tal nome; questa è a sinistra della via, e costruzione così detta saracinesca, in rovine, e molto pittoresca per la sua posizione sopra certi sassi. Generalmente si deduce l’etimologia di Tor di Quinto da Quinzio Cincinnato, di cui pretendono che qui fosse il podere; e perciò chiamano questi prati ancora col nome di Quinzj. Ma quanto questa opinione sia lontana dal vero basta leggere in Tito Livio (lib. III, c. XI.) la situazione de’ prati Quinzj; spes unica imperii populi Romani Lucius Quintius trans Tiberim contra eum ipsum locum, ubi nunc Navalia sunt, quatuor jugerum colebat agrum quae PRATA QUINTIA vocantur. Ma i Navali si sa dove furono, cioè poco più in là dell’Aventino, sul Tevere, e di ciò non v’ha dubbi veruno. Ora se i prati Quinzj al dire di Livio furono incontro ai Navali, non poterono essere, che fuori la porta Portese, e per conseguenza in una situazione opposta a quella de’ pretesi prati Quinzj circa cinque miglia lontano dall’antica porta sotto il Campidoglio. L’etimologia vera di Tor di Quinto è come si vede ad quintiun lapidem perchè realmente si trova al quinto miglio della via Flaminia.

Passata Tor di Quinto, circa 4. miglia lontane dalla porta moderna, si vedono a sinistra rupi di tufo tagliate espressamente per fare passare la strada; queste stesse rupi, continuano a fiancheggiarle con qualche intervallo, sino di là da Prima Porta dove sono, come vedremo, decisamente rosse. Ma l’antica via Flaminia non si accostava tanto a queste, e piuttosto tenevasi nel piano a destra, lungo la riva del Tevere, come evidentemente apparisce dai sepolcri, e monumenti magnifici che ivi si osservano ne’ due lati della strada. Questi cominciano a essere visibili ne’ campi circa quattro miglia e tre quarti fuori della porta del Popolo, e fra essi merita particolare menzione un sepolcro di forma piramidale che era coperto esteriormente di pietre quadrate come apparisce da alcune che ancora ne restano.

[p. 61 modifica]Circa cinque miglia ed un quarto dalla porta del Popolo: e per conseguenza sette miglia e mezzo dell’aulica porta si vede a sinistra Grotta Rossa, Osteria, che trae nome dalle antiche cave de’ tufi presso le quali si trova, e che ha indotto la commune degli antiquari in errore, i quali per la somiglianza lei nome hanno ivi stabilito l’antica stazione, e castello detto ad Rubras, quantunque chiaramente dagli antichi scrittori, e dagl’itinerari si trovi questa situata nove miglia distante dall’antica porta sotto il Campidoglio, e per conseguenza poco meno di otto miglia dalla odierna porta del Popolo. Noi vedremo però a suo luogo che questa stazione, e la piccola città di questo nome era a Prima Porta; non posso lasciare di rammentare una scoperta antiquaria fatta nelle rupi stesse presso Grotta Rossa, nel secolo XVII. Volendosi risarcire la strada moderna, e scavando de’ materiali, si trovò un bel sepolcro decorato di pitture, che dalla iscrizione di un sarcofago nel posto principale fu dichiarato de’ Nasoni. Ognuno a tal nome, e gli antiquari stessi di quell’epoca, e particolarmente il Bellori, che ne fece la illustrazione si studiarono di mostrare, che quel sepolcro appartenne originalmente alla famiglia stessa del celebre Poeta Ovidio, che portò il soprannome assai cognito di Nasone. Ma la iscrizione, (e fu l’unica che portasse tal nome, mentre gl’altri monumenti scritti che furono trovati furono tutti di famiglie diverse) non dava il nome di Nasone come cognome, cioè come l’avea portato Ovidio, ma come nome leggendovisi un Q. Nasonio.

Ora Q. Nasonio vuol dire che era della famiglia Nasonia, ma non della famidia Ovidia, giacché è cosa riconosciuta anche da quelli appena iniziati nell’Archeologia Romana che altro era il nome, altro il cognome di una famiglia. In conseguenza piuttosto che de’ Nasoni, dovrebbe questo sepolcro essere chiamato de’ Nasonj, seppure può appropriarsi a questa sola famiglia, perchè, come di sopra accennai, una sola iscrizione si è trovata, che a questa appartenesse le altre essendo tutte di diverse famiglie, e tutte plebee. Se si può prestare fede alle incisioni in rame, che accompagnano l’opera suddetta di Bellori, converrebbe credere questo sepolcro molto adornato; [p. 62 modifica]ma oggi è affatto impraticabile, e può quasi dirsi distrutto, non restando propriamente di esso che quelle poche pitture segate, e trasportate nella sua villa Esquilina dalla famiglia Altieri, ove ancora conservansi.

Proseguendo il cammino continuano a vedersi a destra gli avanzi de’ sepolcri, che fiancheggiavano la via Flaminia, la quale circa il sesto miglio moderno, si riunisce alla moderna strada. Quale sia stato il motivo per cui i moderni abbiano preferito piuttosto il cammino ineguale, che oggi si vede all’antico, che andava sempre nel piano, e che per la prossimità del fiume, e della ripa opposta era più delizioso, non saprei dirlo. Forse le inondazioni invernali del Tevere avranno deciso i nostri a tenersi più in alto, onde mettere la strada al coperto di esse. Il colle elevato che si vede sulla riva opposta del Tevere soprastante al fiume, ed il castello sovrapposto chiamasi castel Giubileo, e di esso farò menzione nel descrivere la direzione della via Salaria.

Sei miglia ed un quarto dalla porta moderna, e per conseguenza più di sette miglia e mezzo dalla antica, si passa per il casale e procojo della Valchetta e subito dopo, sopra un ponte, un fiume di alte ripe coperte di oleastri ed altre erbe fluviali, di acque limpide nella estate, e fangose nel verno, che si dice della Valca dalla tenuta di questo nome, che traversa; e che sì dagli antiquarj de’ secoli passati, che dalle ultime scoperte devesi riconoscere per la Cremera fiume celebre nella storia Romana de’ primi secoli, e soprattutto reso famoso dalla disfatta de’ Fabi. Pare però impossibile, che un fiume riconoscibile per ogni tratto, riconosciuto, come dissi di sopra, per la Cremera, sia stato così poco conosciuto dagli Antiquarj e dai Geografi riguardo al suo corso. E, per cominciare dalla sua sorgente, l’Eschinardi e dopo di esso il suo commentatore Venuti lo fan nascere del lago di Bracciano, quando è lo scolo di quello di Baccano; l’Eschinardi stesso, Venuti, e l’Ameto nella sua carta del Patrimonio, per non parlare della recente pianta topografica della campagna di Roma di Sickler, la quale è riconosciuta molto inesatta sì per la Geografia che per l’Archeologia, lo [p. 63 modifica]fanno sboccare nel Tevere fra Tor di Quinto e Grotta Rossa, mentre esso sbocca nel Tevere di là dalla Valchetta. Per conseguenza di un fiume così celebre, così vicino a Roma, non si sono conosciute sinora, o almeno non si sono volute conoscere, né la sorgente, nè la foce; e tutto ciò parte per negligenza, parte per sostenere che Rubræ fosse a Grotta Rossa. Determinata la sorgente e la foce, osserviamo il resto del suo corso. Nato dal lago di Baccano passa sotto Veii, dove si riunisco ad un altro fosso e forma una specie di penisola, lascia a destra Tor Vergata, a sinistra la Crescenzia, ambedue tenute, e quindi volgendo a sinistra sbocca nel Tevere poco più oltre della già mentovata tenuta e procojo della Valchetta.

Un quarto di miglio di là dal ponte della Cremera si apre a sinistra una via che conduce a Veii, a traverso de’ campi; forse questo è un antico diverticolo dalla via Flaminia a quella città. E qui è da notarsi un altro errore dell’Eschinardi e dell’Ameto che fanno staccare la via Vejentana, o piuttosto diverticolo della Flaminia prima di Grotta Rossa, dove la località impedisce che mai vi possa essere passata una strada, essendo tutte rupi tagliate perpendicolarmente, che; non lasciano luogo a via.

Circa un quarto di miglio dopo il diverticolo esposto, si vede a sinistra sull’alto della rupe il masso di un sepolcro distrutto, che dominava la via Flaminia ed il Tevere. Poco dopo il settimo miglio moderno si passa avanti l’osteria della Celsa, e quindi subito dopo sopra un ponte si traversa un altro fosso elle è simile alla Cremera; ma di ripe meno alte, il quale dalla già stagione postale oggi Osteria presso la quale scorre, appellasi il fosso di Prima Porta.

Poco dopo la via si divide in due, quella a destra andando più verso il Tevere dee credersi l’antica via Tiberina, così chiamata perchè va lungo il fiume, ed ancora se ne conserva il nome in quel distretto, pel quale passa, che si chiama la Tiberina; questa strada passa pel Casale delle Grotte di Altieri dove è da vedersi una bella grotta forata nella rupe, e capace da dar passaggio ai carri rustici della tenuta; Frassineto, Monte Fiore, Scorano, Fiano, Meano, Nazzano, Torrita, Filacciano, [p. 64 modifica]Ponzano, e per Acqua Fiora raggiunge la via Flaminia ad Acquaviva, poco lungi da Civita Castellana.

Prima Porta trae la sua etimologia da un arco antico ivi già esistente, che essere quello di Augusto Nardini sostiene. Oggi non ne rimane che un pilastro a sinistra e gl’indizj dell’altro a destra. Dalla costruzione apparisce non potere essere stato arco trionfale, e molto meno dell’epoca di Augusto, essendo formato di opera laterizia, e di forma meschina; per la quantità del cemento poi e la qualità della costruzione sembra doversi credere posteriore a Caracalla, ed Alessandro Severo. D’altronde, che ad Augusto si ergessero Archi sulla via Flaminia non può porsi in dubbio, dicendoci Dione al libro LIII. p. 585. che pel pronto ristauro di quella via gli furono erette statue negli archi sul ponte del Tevere e ad Arimino. Καὶ ἡ μὲν εὐθὺς τότε ἐγένετο, καὶ διὰ τοῦτο καὶ εἰκόνες αὐτῷ ἐφ᾽ ἁψίδων ἔν τε τῇ τοῦ Τιβέριδος γεφύρᾳ καὶ ἐν Ἀριμίνῳ ἐποιήθησαν. Ma a niuno di questi due luoghi può appartenere l’arco di Prima Porta. Quello di Arimino esiste ancora, l’altro sul ponte del Tevere deve essere stato o sul ponte Milvio; o più probabilmente sopra quel ponte, di cui ancora si veggono le rovine, che appellansi le pile di Augusto, presso Otricoli, il qual ponte non va confuso coll’altro di Augusto sulla Nera, che ancora fa la meraviglia degl’intendenti. Appena passata Prima Porta si vede a destra una rupe di tufo rosso più di qualunque altro si trovi per tutta questa via, e che mostra evidentemente essere gli antichi sassi Rossi, Saxa Rubra degli antichi scrittori, e per conseguenza, che ancora ivi dee porsi la piccola borgata di Rubræ, che ne traeva il nome.

Che Rubræ non solo fosse un luogo di mansione, o una posta, ma una piccola città lo mostra Marziale, il quale nell’Epigramma LXIV. del libro IV. descrivendo gli orti di Giulio Marziale sul Gianicolo, e la veduta che se ne godeva dà a Rubræ l’aggiunto di piccola:

Hinc septem dominos videro, montes
Et totam licet æstimare Romam
Albanos quoque Tusculosque colles
Et quodcumque jacet sub urbe frigus
Fidenas veteres, BREVESQUE RUBRAS.

[p. 65 modifica]Dove si vede, cha nomina l’una, o l’alitra piccola città, come quelle che erano più vicine a Roma. Rubræ sulla riva destra. Fidane sulla sinistra; questa sulla Flaminia, Fidene sulla Salaria. Rubræ poi essere una stessa cosa con Saxa Rubra, anzi l’una trar nome dagli altri non è chi non veda, e tanto più si renderà chiaro dalle testimonianze degli antichi, che sono per addurre. Tutte e dde queste denominazioni poi traevano la loro etimologia dalla qualità fisica del suolo formato di quel tufo vulcanico rosso, del quale abbonda la campagna di Roma, ma che qui è di una rossezza più straordinaria. Cosi Vitruvio lib. II. c VII. parlando delle cavedi pietra da usarsi negli edifizj dice, che le rosse si traevano vicino a Roma, Sunt enim aliæ molles, uti sunt circa urbem Rubræ, Pallienses, Fidenates, Albanæ Dove precisamente fossero i Saxa Rubra, e per conseguenza Rubræ Aurelio Vittore in Costantino, lo definisce: Sed Maxentius atrocior in dies, tandem urbe in SAXA RUBRA MILLIA FERME NOVEM ægerrime progressus, cum cæsa acie fugiens semel Romam reciperet, insidiis quas hosti apud pontem Milvium locaverat in transgressu Tiberis interceptus est tyrannidis anno sexto. Se pertanto Rubræ;, e i saxa Rubra erano alle nove miglia da Roma come potevano stare a Grotta Rossa, che dalla porta moderna è poco più di cinque miglia, e dall’antica meno di sette distante? Con Aurelio Vittore concordano gl’itinerarj antichi; l’Itinerario gerosolimitano pone ad Rubras nove miglia distante; la Carta Peutingeriana pone quella stazione a sei miglia dal ponte, e per conseguenza a nove miglia dalla porta antica sotto il Campidoglio. Posto adunque per indubitato che Rubræ, e Saxa Rubra fossero nove miglia distanti da Roma, questa situazione non si trova che a Prima Porta situata più di sette miglia e mezzo distante dalla porta attuale, e por consegnenza circa le nove dall’antica, e dove si vedono ancora avanzi non dubbj di antica città, e di popolazione. Che questa anche nel tempo della Republica fosse un luogo di riposo, o una stazione di posta, lo mostra Cicerone nella seconda Filippica al capo 31., dove parlando di Antonio dice: Quum hora dici decima fere ad Saxa RUBRA venisset. [p. 66 modifica]delituit in quadam cauponula atque ibi se occultans perpotavit ad vesperam: inde, cisio celeriter ad urbem advectus domum venit capite involuto. Anzi una tale denominazione essere più antica ancora lo mostra Livio al capo 28. del secondo libro, dove parlando della disfatta degli Etrusci iti ad assalire la guarnigione Romana sulla Cremera, afferma Ita fusi retro ad SAXA RUBRA (ibi castra habebant) pacem supplices petunt. Questo passo di Livio ci mostra inoltre che i Saxa Rubra fossero di là dalla Cremera, e non di qua (rispetto a Roma) e per conseguenza nel territorio Vejentano, e non Grotta Rossa che è di qua da quel fiume, e nel territorio Romano. Sì questo passo di Livio, che altri, che qui sottopongo dimostrano ancora che ivi fosse una buona posizione militare per accamparsi per coloro che venivano contro Roma. E per non ripetere il passo di Aurelio Vittore riportato pocanzi, Tacito nel libro IV. delle storie cap. 79. dice che ivi fermossi Antonio Prisco Generale di Vespasiano nell’andare contro Vitellio: Antonius per Flaminiam ad SAXA RUBRA multo jam noctis serum auxilium venit, e ciò mostra tanto più l’importanza del sito che Antonio vi volle arrivare a qualunque costo, anche a notte avanzata. Ivi pure per cagione dell’accampamento l’esercito si ammutinò contro Severo: Sparziano nella vita di quell’Augusto al capo ottavo. Egressus ab urbe ad Saxa Rubra seditionem ingentem ob locum Castrorum metandorum ab exercitu passus est. Finalmente nel Martirologio Romano si legge che i ss. Abondio ed Abbondanzio furono fatti morire nella persecuzione di Diocleziano dieci miglia lontano da Roma sulla via Flaminia, insieme co’ ss. Marciano e Giovanni; ora negli atti di que’ martiri si narra, che Abbondio, ed Abbondanzio pervennero legati sino alla città di Lubra la quale essere una stessa cosa con Rubræ non può negarsi, trovandosi anche oggi di là da Prima Porta la caverna dove i corpi de’ ss. Marciano, e Giovanni furono trovati, e di là vennero trasportati a Civita Castellana. Io credo adunque che Rubræ fosse precisamente dove è Prima Porta, ed occupasse il piano, ed il monte adiacente a sinistra della via, giacché sulla altura a destra di essa e verso il Tevere, dove si veggono [p. 67 modifica]sostruzioni magnifiche di opera reticolata simili a quelle de’ Domizj al monte Pincio, e degli Orti di Sallustio al Quirinale, vedremo, che era la villa Vejentana di Livia detta ad Gallinas Albas, della quale le sostruzioni predette e le altre macerie che si osservano sopra tal colle sono un avanzo. Ma della posizione di Rubræ si è detto abbastanza, ed è tanto più interessante averla determinata, quanto che ci servirà come di base per regolare quelle di altre stazioni sopra questa stessa via.

Presso Rubræ, come dissi fu il Vejentanum di Livia Augusta detto ad Gallinas Albas, nove miglia distante da Roma sulla via Flaminia, e sovrastante al Tevere; così Plinio al lib XV. capo ultimo, dopo avere riferito il prodigio ivi avvenuto a Livia, di una gallina bianca con lauro in bocca lasciata cadere nel seno di Livia da un’aquila, che l’avea rapita; Quod factum est in villa Cæsarum, fluvio Tiberi imposita juxta nonum lapidem Flaminia via, quæ ob id vocatur ad Gallinas, mireque sylva provenit, cioè dal ramuscello di lauro che Livia stessa piantò. Non può desiderarsi pertanto una descrizione più determinata per la situazione topografica della villa di Livia, cioè vicino a nove miglia distante da Roma, sulla via Flaminia, dominante il Tevere, e per conseguenza poco distante da Prima porta, occupando lo spazio fra la via Flaminia, Prima Porta o Rubræ, ed il Tevere, situazione oltre modo deliziosa ed atta per una villa godendosi di là, oltre il fiume, il prospetto di Fidene, e de’ colli Crustumini. Che essa fosse nel territorio Vejentano Svetonio lo narra, il quale in questi termini descrive a lungo sul principio della vita di Galba il fatto, che diede origine alla sua denominazione: Progenies Caesarum in Nerone defecit; quod futurum, compluribus quidem signis, sed evidentissimis duobus, apparuit Liviæ olim post Angusti statim nuptias VEJENTANUM suum revisenti, prætervolans aquila, gallinam albam, ramulum lauri rostro tenentem, ita ut rapuerat, demisit in gremium: quumque nutriri alitem, pangique ramulum placuisset, tanta pullorum suboles pervenit, ut hodie quoque ea villa ad Gallinas vocetur: tale vero lauretum, ut triumphaturi Cæsares inde laureas decerperent: fuitque [p. 68 modifica]mos triumphantibus, alias confestim eodem loco pungere: et observatum est sub cujusque obitum, arborem ab ipso institutam, elanguisse. Ergo novissimo Neronis anno, et sylva omnis exaurit radicitus, et quidquid ibi gallinarum erat interiit. Lo stesso narra Dione, quanto alla prima parte nel libro XLIII. pag. 444, quanto alla seconda nella vita di Nerone. Anche Aurelio Vittore in Nerone riferisce lo stesso. Che in questa villa vi fosse un tempio de’ Cesari colle loro immagini e quella di Augusto con scettro, si arguisce da quello, che Svetonio continua a riferire al luogo indicato di sopra; ac subinde tacta de cœlo Cæsarum æde, capita omnibus simul statuis deciderunt: Augustique sceptrum e manibus excussum est.

Altri posero questa villa a Frassineto; ma Frassineto è almeno due miglia più in là delle nove, ed è sulla via Tiberina, e non sulla Flaminia, come da Plinio si è veduto essere la villa di Livia. Poco più di due miglia distante da Prima Porta a sinistra si vede un colle chiamato Monte Tivieri nella riva destra del fosso di Prima Porta, e sotto di esso è il casale di Pietra Pertusa. Che ivi esistesse un tempio una antica città o borgo di questo nome, e che questo fosse incendiato dai Longobardi, Agnello nel libro Pontificale degli Arcivescovi Ravennati, nella vita di Pietro Seniore, c. 3. lo afferma: Post hac vero exierunt Langobardi, et transierunt Tusciam usque ad Romam et ponentes ignem PETRAM PERTUSAM incendio concremaverunt (Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. 1. p. 123. e seg.)

Circa due miglia più in dentro di Pietra Pertusa nella direzione di Formello, si trova un pezzo di terra chiamata la pedica di S. Vincenzo, che per la situazione, e le qualità del suolo corrisponde perfettamente al territorio di Aræ Mutiæ o Murtiæ, giacchè i testi sono discordi, di cui parla Plinio. Questo Scrittore dice nel libro 2. c. 96. Ad Aras Murtias in Vejente, et apud Tusculanum, et in Sylva Ciminia loca sunt in quibus in terram depacta non extrahuntur. Ora in quella pedica, congiunta ad un prato havvi una terra che non solo è difficile estrarre quello che vi si ficca, ma ne’ tempi piovosi ancora è impossibile fenderla coll’aratro. Il borgo stesso di [p. 69 modifica]Aræ Murtiæ poi, o fu Pietra Pertusa, che col tempo avrà cambiato nome, o Belmonte di cui or ora farò menzione.

Passata Pietra Pertusa si vede a destra Malborghetto, o Borghettaccio tenuta del Capitolo di S. Pietro, e dopo circa due altre miglia a sinistra in qualche distanza dalla via è il casale di Belmonte, che per le particolarità del suolo, sul quale si trova ha fatto credere ad alcuni che ivi fosse l’antico Veji. Esso si trova collocato sopra una rupe di selce nel confluente de’ due rigagnoli, che formano il Fosso di Prima Porta, e che ivi fanno una stretta penisola, e sulla sua altezza vi si vedono avanzi di mura di pietre quadrate, e vi si trovavano a’ tempi di Nardini piedestalli e frammenti di marmo indizj tutti di antica città, e forse Arae Murtiæ come si vide di sopra. Esso si trova molto dappresso a Scrofano.

Circa due miglia più oltre si giunge ad un trivio: la via a destra dove è un’osteria, che si dice di Riano, mena a Riano, quella a sinistra porta a Formello, e quella di mezzo continua ad essere la via Flaminia. A sinistra sopra un colle elevato si vede Scrofano. Dopo circa due altre miglia si trova l’Osteria di Castel Nuovo, nome, che si deduce dal borgo di questo nome, che si vede a destra della via. Generalmente qui si pone la stazione ad Vicesimum degli Itinerarj: ma il fatto è che Castel Nuovo non è più di dieciassette miglia distante dalla porta moderna, e dieciotto dall’antica, e per conseguenza molto più in quà di quella Stazione. Poco dopo si trova una strada moderna a destra, che mena a Morlupo, e quindi un colle pure a destra che si dice della Guardia. Questo potrebbe essere l’antica stazione ad Vicesimum, che si legge sì nella carta, che nell’Itinerario Gerosolimitano; tanto più che è posto presso all’imbocco di un antico bivio, imperciocché tali stazioni in siffatte circostanze trovansi ordinariamente poste. L’antica via che si stacca a sinistra della Flaminia si perde ne’ boschi di Campagnano e Scrofano; forse si riuniva alla Cassia verso la Merluzza, tale essendone la direzione; o conduceva a qualche luogo, di cui si sono perdute le traccie. Nell’Itinerario di Antonino manoano queste prime due stazioni, cioè ad Rabras e ad Vicesimum, [p. 70 modifica]e comincia col ROSTRATAM VILLAM M. P. XXIV. Al contrario questa stazione manca negli altri due, segno, che a quella epoca erasi di già abbandonata e vi si trova segnata la stazione Aquaviva che nell’Itinerario si pone XII. miglia distante dal Vicesimum, e nella carta VII. Per bene determinare la posizione di questi luoghi continuremo ad osservare ciò, che attualmente lungo la via si vede. Passato il bivio, si trova a destra Morlupo, e circa due miglia dopo, presso l’osteria nuova si aprono tre strade; quella a destra mena a Civitella, Ponzano etc. quella di mezzo continua ad essere la Flaminia, l’altra conduce a Morolo, e di là a Calcata. Comunemente si assegna Morolo per la Villa Rostrata dell’Itinerario; ma essendo troppo vicino al vigesimo, se non v’è alterazione ne’ numeri delle miglia, la villa Rostrata dove essere o a Rignano, o in quelle vicinanze, sotto il Monte Soratte. Cosa fosse la villa Rostrata ed a chi appartenesse è cosa affatto ignota. Si dice, che fosse di Pompeo il grande, perchè Capitolino ne’ Gordiani cita al capo terzo una casa rostrata di quello, che come si vide a suo luogo era in Roma nelle Carine; ma quanto leggiera sia una tal congettura senza altro appoggio chi è che nol veda? Giova meglio confessare la nostra ignoranza, che determinare le cose senza fondamenti sicuri. A Rignano si pone pure la terra di S. Teodora, dove essa diede sepoltura ai corpi de’ Ss. Abbondio ed Abbondanzio, Martiri de’ quali si vide di sopra essere avvenuto il martirio presso Rubræ. Negli atti di questi santi pertanto si dice di S. Teodora, che li portò nella sua terra ventotto miglia lontano da Roma milliario ab Urbe, vicesimo octavo: e siccome i corpi de’ due Martiri sopra indicati furono trovati a Rignano, perciò si crede, che ivi esistesse il predio di quella Santa; ma o que’ corpi furono poi dal predio di quella Santa trasferiti a Rignano in epoche remote e a noi sconosciute, o il numero di ventotto miglia è alterato: giacchè Rignano non è distante da Roma più di 24 miglia dalla porta antica. Questa seconda cosa sembra più probabile, ed allora conviene dire, che la villa Rostrata ed il fundus, o prædium di S. Teodora siano la stessa cosa, cioè che la villa Rostrata col tempo passasse in proprietà di quella Santa.

[p. 71 modifica] Due miglia dopo Rignano a destra si veggono gli avanzi creduti del Tempio di Feronia, celebre Santuario degli Etrusci ne’ Capenati. Ma se era ne’ Capenati, del che non v’ha dubbio, giacché Livio al libro VI. della terza capo VII. espressamente lo dice, e Silio lo ripete al libro 13 v. 83. e seg. anzi quest’ultimo ne descrive sì bene la posizione, che è impossibile errare:

Itur in agros
Dives ubi ante omnes colitur Feronia luco
Et sacer humectat fluvialia rura Capenas.


Se pertanto era ne’ Capenati, sotto il Soratte nella pianura, in mezzo ad un bosco sacro, e presso il fiume Capenate, verso il Tevere, come da Silio si rileva non potè essere, dove si dice, cioè sul Soratte, verso la via Flaminia dove niuna di queste circostanze può convenire, ma nel piano dall’altra parte de1 Soratte, fra questo monte, il Tevere ed il fiumicello che nasce presso Nazzano e sbocca nel Tevere di qua da Ponzano, che è il solo rivo, a cui può convenire il nome di Capenate, perchè è il solo che nel territorio de’ Capenati intieramente scorra. Supposto il Tempio, e Luco di Feronia in questi limiti esso non potè essere che nel bosco di S. Francesco, dove esiste una Chiesa e Convento dedicata a tal Santo. E per maggiore chiarezza udiamo cosa ci dice Strabone nel libro quinto pag. 156. Ὑπὸ δὲ τῷ Σωράκτῳ ὄρει Φερωνία πόλις ἐστίν, ὁμώνυμος ἐπιχωρίᾳ τινὶ δαίμονι τιμωμένῃ σφόδρα ὑπὸ τῶν περιοίκων, ἧς τέμενός ἐστιν ἐν τῷ τόπῳ θαυμαστὴν ἱεροποιίαν ἔχον. γυμνοῖς γὰρ ποσὶ διεξίασιν ἀνθρακιὰν καὶ σποδιὰν μεγάλην οἱ κατεχόμενοι ὑπὸ τῆς δαίμονος ταύτης ἀπαθεῖς, καὶ συνέρχεται πλῆθος ἀνθρώπων ἅμα τῆς τε πανηγύρεως χάριν, ἣ συντελεῖται κατ᾽ ἔτος, καὶ τῆς λεχθείσης θέας Sotto il monte Soratte havvi la città di Feronia, che ha lo stesso nome che una divinità nazionale molto onorata dai popoli circonvicini, il cui recinto sacro è in quel luogo, e presenta un genere strano di sacrificio; imperciocché co’ piedi nudi quelli che sono posseduti dalla Dea passano sopra una grande bragia ardente senza soffrir nocumento, e una moltitudine di gente vi concorre per la festa, che oqni anno ivi si celebra, e per lo spettacolo sopraddetto. Ecco Strabone che descrivendo il [p. 72 modifica]tempio ed il sacrificio, ci nomina e determina una città di Feronia sotto il Soratte, o alle sue falde, che non dovè essere lontana dal castello di S. Oreste, o della Abbadia di S. Silvestro. Plinio al libro III. c. 5. chiama questa stessa città Lucus Feroniæ. Basti però di questo tempio, del quale si è stabilita colla maggiore precisione possibile la vera sua situazione, e quanto alle rovine volgarmente appellate sotto questo nome, esse appartennero ad altro edificio, che ha perduto la sua denominazione. Dopo queste rovine si vede a sinistra l’Osteria di Stabbia, e quindi anche a sinistra l’altra di Aquaviva. Questa stazione, che ha conservato la sua primitiva denominazione, e che è l’Aquaviva della carta Peutingeriana, e la Mutatio Aquaviva dell’itinerario Gerosolimitano si trova, come nella citata carta di Peutinger alla distanza di 7 miglia circa dal Bivio dove noi stabilimmo la stazione ad vicesimum. E siccome nell’Itinerario Gerosolimitano si legge XII. miglia distante dal vicesimo, conviene dire che il numero V fu dai Copisti alterato in X, e che per conseguenza invece di XII. debba leggersi VII. Così l’Itinerario si trova concorde alla carta ed ai luoghi stessi. Poco prima di giungere ad Acquaviva si vede a destra la riunione della via Tiberina alla Flaminia, della quale fu parlato di sopra. Acquaviva trae la sua denominazione da una sorgente di acqua, che scaturisce da un muro antico, e che si chiama Acquaviva. Ivi si vedono altre rovine appartenenti all’antico borgo, e poco più in là è una chiesa dedicata alla Vergine, che porta il nome di Madonna d’Acquaviva.

Si giunge quindi alla Osteria sotto Civita Castellana dopo avere passato sopra tre ponti tre diversi fiumi che ivi si riuniscono, cioè la Treja che nasce presso Stracciacappe, il Ricano che viene dal lago Cimino, o di Vico, ed il Rio Maggiore che nasce sotto Caprarola; uno di questi ponti è magnifico. Civita Castellana è un’antica città, alla quale hanno voluto dare il nome di Veji malgrado il consenso unanime degli antichi Scrittori, confermato poi dalle recenti scoperte, che determinano la situazione di quella antica Città vicino all’Isola Farnese poco lontano dalla Cassia, e circa dodici miglia lontano da Roma, mentre Civita Castellana si trova sulla via [p. 73 modifica]Flaminia e quasi trenta miglia distante. La città però come diceva di sopra, per la sua posizione, per le rupi, sulle quali è edificata mostra la sua antichità, ed io non credo potersi trovare alcuna obiezione di peso a supporla l’antico Falisci, o per dir meglio l’Æquum Faliscum di Strabone (Lib. 5 p. 156), della quale egli dice che si trovava fra Otricoli e Roma, sulla via Flaminia, giacché a niun altro luogo sopra questa via può darsi questo nome se non a Civita Castellana. Ἔνιοι δ᾽ οὐ Τυρρηνούς φασι τοὺς Φαλερίους ἀλλὰ Φαλίσκους, ἴδιον ἔθνος καὶ τοὺς Φαλίσκους πόλιν ἰδιόγλωσσον ὁ δὲ Αἶκον Φαλίσκον λέγουσιν ἐπὶ τῇ Φλαμινίᾳ ὁδῷ κείμενον μεταξὺ Ὀκρίκλων καὶ Ῥώμης. Alcuni poi dicono che i Falerj non Tirreni, ma Falisci siano, nazione separata, e che Falisci sia una città di lingua propria, che Equo Falisco appellano, posta sulla via Flaminia fra Otricoli e Roma. Da Roma fin quì non abbiamo neppure por ombra trovato un luogo, a cui convenga la denominazione di Equo Falisco, o di Falisci, che è la stessa cosa, e che dava nome alla intiera popolazione de’ Falisci confinanti coi Capenati co’ Nepesini, col Tevere, e cogli Ortani. Di là da Civita Castellana neppure si trova luogo a cui il passo di Strabone assai chiaro possa convenire; dunque a Civita Castellana porremo l’antico Falisci. Non ignoro, che Falisca, o Falisco, o Falisci o Equo Faiisco, che tutti vogliono dire lo stesso, da molti si pone a Gallese; ma quel borgo non si trova sulla via Flaminia, ma dentro terra fra la via Flaminia e l’Amerina, e più vicino a questa, che a quella, e perciò non può applicarsi a Gallese il passo di Strabone.

Dopo Civita Castellana la via Flaminia andava quasi in linea retta a passare il Tevere incontro ad Otricoli sul ponte di Augusto, di cui ancora si vedono gli avanzi, e che come dissi di sopra si chiamano dal volgo le pile di Augusto. Allora la via passava per il Borghetto, e per i ponti del Rio Fratta, del Peccato, e della Rustica. Ma allorchè Sisto V. edificò il Ponte Felice al Borghetto, la Via Flaminia antica mutò direzione, e pel ponte Felice sale al moderno Otricoli edificato a qualche distanza e più in alto dell’antico, le cui rovine si veggono rimpetto alle pile di Augusto nel piano. Che fosse una città [p. 74 modifica]molto ben decorata, può dedursi delle scoperte fatte sul finire dal secolo scorso negli scavi intrapresi per ordine del Pontefice Pio VI. L’antico Otricoli detto Ocriculum e nell’itinerario Gerosolimitano Vericulo forse per corruzione, è dodici miglia lontano da Aqua viva, e così infatti si trova descritto nell’Itinerario di Gerusalemme: ma nell’Itinerario di Antonino Gericolos che si trova insignito del nome di città viene posto XXV miglia lontano dalla Rostrata. Avendo però stabilito la villa Rostrata presso Rignann, di là ad Otricoli vecchio vi sono circa XV. miglia onde così va l’Itinerario di Antonino corretto. Nella Carta Peutingeriana da Aquaviva a Terni (Interamnio) vi è una laguna, che lascia Otricoli, e la stazione seguente di Narni.

Qui lascerò di continuare a descrivere la via Flaminia, allontanandosi di troppo da Roma, e solo porrò qui sotto un Itinerario comparato, e corretto formato coi tre Itinerari antichi messi insieme, e colle osservazioni moderne, ritornando al Ponte Milvio donde siamo partiti.

Via Flaminia


Ad pontem III Ponte Molle
Rubras VI. Prima Porta
Vicesimum XI. Monte della Cuar.
Rostratam villam IV. Rignano
Aquamvivam III. Aquaviva
Ocriculum XII. Otricoli vecchio
Narniam XII. Narni
Interamniam IX. Terni
Tres Tabernas III ...........
Adtine Recini VIII ...........
Fanuni fugitivi II ...........
Spoletum VII. Spoleto
Sacrariara VIII Le Vene
Mevaniuni seu Trevos IV Trevi
Fulginium V Foligno
Forum Flaminii III. ...........
Nuceriam XII. Nocera
Pianias VIII. Gualdo
Helvillum seu HerbelloniumVII Sigillo
Ensem X. Scheggia
[p. 75 modifica]
Calem XIV. Cagli
Intercisam IX. Furlo
Forum Sempronii IX Fossombrone
Octavum IX Calcinelli
Fanum Fortuna VIII. Fano
Pisaurum VIII. Pesaro
Ariminum XXIV. Rimini


§. 2.


Delle Vie Cassia, e Claudia, o Clodia,
e della Trionfale.


Dalla Flaminia passando alla Cassia, si è veduto che essa si distaccava dalla Flaminia dopo il ponte Milvio, dove anche oggi si vede la separazione delle due vie, prendendo la Cassia a sinistra, e la Flaminia a destra. Che essa fosse fatta da un Cassio è certo dal suo nome; quando però, e da qual Cassio è ciò, che affatto è sconosciuto, non essendovi alcun indizio presso gli antichi Scrittori. Festo, o il suo compendiatore Paolo si contenta di dire, Cassia via a Cassio strata; per mera congettura può aggiungersi, che lo fosse da uno de’ due Censori di questo nome, che Cicerone in due diversi luoghi nomina, cioè o da Cajo Cassio (Orat. pro Domo cap. 50 ) o da L. Cassio (Act. 2, in Verrem lib. 1. c. 55 ). Altri Censori di questa famiglia non ho potuto trovare. Che questa via fosse già lastricata ai tempi di Cicerone, lo apprendiamo da quel passo della XII. Filippica al capo nono: Tres vice sunt ad Mutinam . . . tres ergo, ut diXi, viæ, a Supero mari Flaminia, ab Infero Aurelia, media Cassia. Molti la confondono colla Claudia, ma noi vedremo, che questa, detta anche Clodia, si distacca dalla Cassia e tiene una direzione adatto diversa. La Cassia andava a Firenze per Bolsena, Vulsinii, ed Arezzo Arretium: la Claudia andava a Lucca e quindi a Luni per Blera, e per Siena; quella si distingueva per il Forum Cassii passato Sutri, questa per il Forum Claudii di là da Bracciano, e per il Forum Claudii fra Lucca e Luni. Quindi è da notarsi una mancanza nell’Itinerario di Antonino dove descrivendosi la via da Lucca a Roma si dice Via Clodia, [p. 76 modifica]mentre appena può avere questo nome il ramo da Lucca a Firenze, essendo nel resto puramente la via Cassia. Per la direzione di questa via noi non abbiamo che questo tratto dell’Itinerario di Antonino, e la Carta Peutingeriana; anzi il primo è a rovescio descrivendo non la partenza da Roma, ma l’arrivo a Roma, onde cominceremo col determinare le Stazioni secondo la Carta, e quindi si porranno quelle dell’Itinerario.

Ad Pontem III
Ad Sextum III
Vejos VI
. . . . . IX
Sutrio XII
Vico Matrinia XVI
Foro Cassii I
Aquas Passaris XI
Volsinis iX
Flumen Pallia XV
Clusio VIII
Ad Novas IX
Adretio XXIV
Umbro fl.
Biturita
Ad Aquileia
Florentiam XIV

L’Itinerario di Antonino così pone questa stessa via;

Iter a Luca Romam per Clodiam.


Pistorium m. p. XXK.
Florentiam m. p. XXV.
Ad Fines sive Casas Cæsarianas m. p. XXI
Arretium m. p. XXV
Clusium m. p. XII.
Vulsinios m. p. XXX.
Forum Cassii m. p. XXVIII.
Sutrium m. p. XI
Baccanus m. p. XII.
Romam m. p. XXI.

[p. 77 modifica]Ora come di sopra asserii dee notarsi, che dopo Firenze non è più la via Claudia o Clodia la strada seguita dall’Itinerario, ma la Cassia, quindi dopo Fiorenti ma dee aggiungersi la glossa Inde per Cassiam, come altre volte con simili note l’Itinerario stesso avverte il cangiamento della via, o l’imboccare in un’altra strada. L’altra cosa da premettersi è che l’Itinerario di Antonino da Arezzo sino a Forum Cassii discorda non poco dalla Carta, la quale però è molto più esatta nelle distanze meno qualche errore del trascrittore, che io correggerò nel dare in fine la tavola comparata, seppure non si trova entro i limiti dalla descrizione più minuta.

Ora cominciando a descrivere le diverse stazioni, la prima al ponte si trova segnata III, e di ciò non occorre che io faccia ulteriore menzione avendone a lungo trattato nel paragrafo precedente dove parlai della via Flaminia e dei ponte Milvio, Qui però è da osservarsi che nella Carta si legge via Clodia senza fare menzione della Cassia, perchè non v’era sito da dare tutti e due i nomi, essendo in origine la stessa via, e perchè quando la Carta fu fatta era forse il nome di Clodia più in voga di quello di Cassia, onde fosse più conosciuto così or ora vedremo che la Tenuta dell’Inzuccherata, cioè l’Insugherata dai molti alberi di sughero che la ricoprono si dice da Anastasio nella via Clodia, prendendo indistintamente il nome di Clodia o Cassia prima che si separassero. Passata l’Osteria di Ponte Molle sì trova a sinistra la suddetta tenuta dell’Insugherata la quale credo essere il Fundum Surorum nel Territorio Vejentano di cui parla Anastasio in Silvestro; Fundum Surorum (nome forse corrotto da suberum) via Claudia territorio Vejentano præstantem solidos quinquaginta sex. Dissi essere surorum forse corrotto da suberum essendo facile, che trovandosi ne’ manoscritti per abbreviatura segnato surum l’abbiano in surorum cangiato. Quindi si passa sopra un ponte il fosso di acqua Traversa. Circa cinque miglia distante dall’antica porta, e quattro dalla porta attuale si vede a sinistra della via il sarcofago di P. Vibio Mariano e della sua moglie, posto sopra un alto basamento. Questo è quel Sepolcro, che volgarmente chiamano la Sepoltura di [p. 78 modifica]Nerone, quantunque neppure per ombra appartenga a quell’Imperadore. L’iscrizione è nella parte opposta alla strada moderna perchè l’antica via passava più a sinistra di questo sepolcro, Presso questo sepolcro si distaccava prima di giungervi a destra un ramo di antica via che dicevasi Vejentana perchè conduceva direttamente a Vejo. Circa un miglio più in là del sepolcro di di P. Vibio dovea essere la stazione ad Sextum segnata nella carta, e perciò non lungi dalla Tenuta di Buonricovero, che si vede a destra sopra di un colle presso la via. Si giunge quindi alle Capannacce Osteria posta sopra un’antico bivio formato dalla via Cassia, e dalla Via Trionfale, la quale staccandosi a sinistra della Cassia, e traversando la valle dell’Inferno sinisce ora alla porta Angelica. Nove miglia distante dalla porta moderna, e dieci dalla antica si giunge alla Storta che è la prima posta attuale. Prima di giungere al decimo miglio attuale si trova un altro bivio; la strada a sinistra, è l’antica via Claudia della quale fu di sopra parlato, e quella a destra continua ad essere la Cassia. Dopo il decimo miglio si trova una strada a destra, che dopo circa un miglio conduce al castello dell’Isola, che è situato sopra una parte dell’antica città di Vejo, oggetto dì tante dispute fra gli Antiquarj de’ secoli passati, nelle quali riportò la palma il Nardini, ponendola al sito dove le scoperte falle negli anni scorsi la determinano desinitivamente. La Carta pone VI miglia dalla stazione ad Sextum a Veji, e ciò perchè Veji si trova realmente dodici miglia distante dall’antica porta; ma è circa un miglio più a destra dalla via Cassia attuale, onde trovandosi nominata come stazione sopra questa strada, conviene credere, che la via Cassia antica passasse più dappresso a Veji, ovvero che trovandosi Veji si poco distante dalla strada l’abbiano posta come stazione di essa, e nel numero delle miglia abbiano calcolato quello del deviamento.

Ma tornando per poco a parlare della via Claudia, che vedemmo distaccarsi a sinistra fra il nono e decimo miglio attuale della via Cassia, passava essa presso Careiæ posta dove si trova oggi Galera, e per Sabate città che dava il nome di Sabatino al Lago di Bracciano giungeva all’Oriolo [p. 79 modifica]creduto essere l’antico Forum Claudii. Di là per Bieda già Blera, Tuscania oggi Toscanella, Valentano già Verentum andava a Siena, e da Siena a Lucca, e di là con un ramo raggiungeva la via Cassia a Firenze e con un altro andava per Forum Clodii a Luni riunendosi alla Emilia di Scauro.

Ritornando alla Cassia, passato il bivio della via Claudia dopo circa dieci miglia si giunge a Baccano, che per avere conservato il nome, e per corrispondere nella distanza a quella segnata negl’Itinerarj non può dubitarsi essere l’antica stazione ad Baccanas posta concordemente dalla Carta Peutingeriana, e dall’itinerario di Antonino XXI miglia distante. Anzi, nella Carta il nome di Baccanas è perito; e so1o vi è restato il numero VIIII. della distanza da Vejos, che giunto alle XII. di Veji da Roma forma esattamente il numero XXI. Il suo nome forse trae origine dall’essere stato un tempo la possessione di qualche tempio di Bacco, come Genzano lo trasse da quello di Diana. Per la qual rosa come da Cynthia fecesi Cynthianum, così da Bacchus si fece Bacchanum, che poi per corruzione cangiossi in Baccanas, e ne’ tempi bassi in Baccanis e Battanis, siccome si trae dall’anonimo Ravennate.

Il Lago di Baccano che dà origine alla Cremera, e che si trova circa un miglio dentro terra sotto una catena di colli, è il cratere di un vulcano estinto come gli altri vicino ad esso di Stracciacappa, e di Martignano, il primo de’ quali è il Papyrus degli antichi, l’altro l’Alsietinus, nominato da Frontino (de Aquæductibus lib. 1.) e determinato in questa guisa fra la la Cassia e la Claudia; Concipitur, parla dell’Acqua Alsietina, ex Lacu Alsietino, via Claudia milliario XIIII. diverticulo dextrorsus passuum VI. Millium D. Dunque per andare al Lago Alsietino si deviava a1 decimoquarto miglio della via Claudia, a destra, cioè verso la Cassia, e dopo sei miglia, e cinquecento passi, cioè venti miglia e mezzo distante da Roma si trovava il Lago Alsietino: ora dopo circa quattordici miglia da Roma sulla via Claudia, e secondo l’antica misura dalla porta antica, prima di passare l’Arrone presso il casale di Galera si trova a destra una strada, che deve essere l’antico diverticolo, la [p. 80 modifica]quale dopo circa sei miglie e mezzo si trova a contatto col Lago di Martignano, e di là va poi con due rami a sboccare a Trivignano, ed alla Via Cassia all’Osteria di Settevene, quattro o cinque miglia di là da Baccano. Ritornando alla Cassia poco più di un miglio avanti di giungere a Settevene si dirama a destra la via Amerina, la quale passando sotto Nepi e lasciandolo a destra, sotto Falerio o S. Maria de’ Fallari, e lasciandolo anche a destra, traversa Gallese; quindi lasciando a destra Bassanello, giunge ad Horta oggi Orta, dove traversando il Tevere perviene ad Amelia, l’antica Ameria, da cui ebbe nome la strada.

Dopo il bivio della via Amerina, la Cassia perviene a Settevene, dove sbocca a sinistra il diverticolo, che vedemmo partire dalla Claudia presso Galera. Circa quattro miglia più in là di Settevene si trova Monterosi, a cui si dà il nome di Rossulum, sebbene non si possa addurre alcun argomento. Ivi è un altro bivio antico, la via a sinistra continua ad essere la Cassia, la via a destra è l’antica Via Ciminia. Questa che oggi si segue colla posta trae il suo nome dal monte Cimino, che traversa, e che oggi si chiama la montagna di Viterbo dalla città di questo nome. La via Ciminia passa presso il laghetto di monte Rosi, per Ronciglione, Vico, dove si vede a sinistra l’antico lago Cimino, che oggi dicesi di Vico, e quindi comincia a salire i monti Cimini finché sbocca a Viterbo, la quale città pare certo che siasi formata nella decadenza dell’Impero. Dopo Viterbo, raggiunge la via Cassia ai Bagni Gianelli che corrispondono alla Stazione della carta Peutingeriana chiamata Aquæ Passaris. Che Viterbo siasi formato sulle ruine dell’antico santuario Etrusco detto Fanum Volturnæ, posto nella selva e ne’ Monti Cimini, pare certo; ma non può determinarsi con sicurezza se il Fanum Volturnæ fosse precisamente dove è quella città. Quello però che può dirsi di sicuro è, che questo Fanum ed il bosco Cimino era il luogo delle diete nazionali degli antichi Etrusci, come il lucus Ferentinus per gli antichi Latini, ed il Fanum Vacunæ per i Sabini.

Ma è tempo di ritornare alla Cassia là dove vedemmo, che si separava dalla Ciminia; dopo tale [p. 81 modifica]separazione essa perveniva a Sutri, Sutrium, città posta circa quattro miglia distante da Monterosi, e dodici da Baccano, come si rileva dalla carta Peutingeriana, o undici come porta l’ltinerario di Antonino, piccolissima differenza. Quest’antica città e stazione posta sopra un colle, oltre il nome conserva di antico pure un anfiteatro scavato nel sasso stesso del colle. Da Sutri dopo circa tre miglia si perviene al villaggio di Capranica, che si è formato colle rovine del vicino Vicus Matriniæ, o Matrini, distrutto. Questa stazione trovasi nella carta segnata XVI. miglia lungi da Sutri; ma in verità non poteva esserlo più di sette, o otto, poichè il Forum Cassii, che, se non era Vetralla stessa era nelle sue vicinanze, è posto nella Carta IV. miglia distante dal Vicus Matriniæ; in tal guisa Vetralla secondo la Carta sarebbe distante 20 miglia da Sutri, quando non lo è più di dodici; e siccome era 4 miglia distante dal Vicus Matriniæ, perciò questo Vico non potè stare che circa otto miglia distante da Sutri, e per conseguenza nella tenuta detta della Capannaccia. Questo raziocinio io avea fatto deducondolo dalle misure, e dalle distanze de’ luoghi, allorché ne fui confermato da un passo del nostro Nardini nel suo aureo libro sopra l’antico Vejo Parte I. c. III. p. 35. Questo dottissimo scrittore afferma, che essendo quella Tenuta di sua proprietà vi si scorgevano ancora vestigia di antiche fabbriche, e vi si erano trovate iscrizioni col nome dì Vicani Matrini, contro quello che avea opinato il Cluverio, il quale avea posto il Vicus Matriniae a Vico, confondendo così la via Cassia colla Ciminia, sulla quale Vico si trova.

Col Vicus Matriniæ, e col Forum Cassii lascerò di discorrere minutamente della Via Cassia, e solo come feci della Flaminia aggiungerò qui la tavola comparata delle stazioni, corretta nella distanza de’ luoghi secondo le mie osservazioni.

Via Cassia


Ad pontem III Ponte Molle
Ad Sextum III Presso Buon Ricovero
Vejos VI Veii
Baccanas IX Baccano
[p. 82 modifica]
Sutrium XII Sutri
Vicum Matriniae VIII Capannaccia
Forum Cassii IV Vetralla
Aquas Passaris XI Bagni Giannellì
Volsinios IX Bolsena
Flumen Palliam XII La Paglia
Clusium VIII Chiusi
Ad novas IX .....
Arretium XXIV Arezzo
Bituritam ... ...
Ad fines sive Casas Caesarianas XXV ....
Aquilejam .... ....
Florentiam XIV Firenze.


§. 3.

Della Via Salaria.



Dopo la porta del Popolo nel recinto attuale di Roma segue la porta Pinciana, oggi chiusa perchè inutile. Che questa sia stata sempre una porta poco frequentata, e di secondo ordine si trae da Procopio, il quale nel capo XV. del primo libro della Guerra Gotica dice: Ἔχει μὲν τῆς πόλεως ὁ περίβολος δὶς ἑπτὰ πύλας καὶ πυλίδας τινάς. . . . . . Βελισάριος δὲ τὰ ἐς τὴν φυλακὴν τῆς πόλεως διεκόσμει ὧδε. πυλίδα μὲν αὐτὸς τὴν Πιγκιανὴν καὶ πύλην τὴν ταύτης ἐν δεξιᾷ εἶχεν, ἣ Σαλαρία ὠνόμασται. Il recinto della città ha quattordici porte, ed alcune porticine . . . Belisario in questa guisa ordinò la guardia della città; egli ritenne per se la porticina Pinciana e la porta a destra di questa, che viene detta Salaria. E per tutta l’opera, ovunque gli occorra parlare della porta Pinciana, sempre di porticina la qualifica. Ciò non era già perchè la porta fosse più piccola, giacché presso a poco era della grandezza delle altre; ma perchè di là non usciva alcuna delle vie principali. Questa porta fu tutta di fondazione di Onorio, e nella chiave dell’arco si vede il monogramma Chirho.svg indizio sicuro, che la porta attuale ai tempi Cristiani appartiene. Essa fu nominata Pinciana, e così ancora si appella, perchè [p. 83 modifica]posta sopra il monte Pincio. Quindi si vede quanto s’ingannassero coloro, che la chiamarono porta Collatina, perchè crederono che dì là la via di questo nome avesse orìgine. Ma la via Collatina conduceva a Collazia città posta non lungi dell’Aniene all’oriente di Roma, e precisamente ove ora è situata l'osteria dell’Osa fuori di Porta Maggiore fra le vie Tiburtine e Prenestina; onde la sua direzione è opposta affatto alla porta Pinciana. Perciò è così assurdo il supporre, che la via Collatina uscisse di là come se si dicesse, che la via Ostiense usciva dalla porta Flaminia. E siccome fra il confluente dell’Aniene ed il ponte Milvio, lo spazio circoscritto dalle vie Flaminia e Salaria è assai ristretto, e non offriva alcun luogo da meritare una via particolare, quindi quella, che usciva dalla porta Pinciana, giacché alcuna ne dovea uscire di là, non solo era secondaria, ma necessariamente dovea presto riunirsi o alla Flaminia, o alla Salaria come infatti a queste due vie si riunisce, circa il primo miglio distante da Roma. Anzi io credo, che prima ancora, che la porta Pinciana fosse da Aureliano aperta esistesse una via di communicazione fra la Salaria e la Flaminia, della quale tuttora esistono avanzi dopo aver passato il luogo chiamato le tre Madonne, e che la via, che retta usciva ed esce dalla porta Pinciana seguendo le mura urbane fino a Muro Torto, e quindi passando avanti al Cancello di Villa Borghese, che lascia a destra e che va a questa via di communicazione a riunirsi precisamente al luogo suddetto delle tre Madonne sia stata aperta quando la Porta venne costrutta. L’Eschinardi, il Venuti, e tutto insieme il volgo degli Antiquari hanno preteso, che questo diverticolo tra le vie Flaminia e Salaria sia l’antica via chiamata Salaria vetus; ma con quale autorità l'abbiano asserito è ignoto; se con quella di autori de’ passi tempi, o moderni, questa è poco da valutarsi in confronto del silenzio degli antichi Scrittori, ne’ quali si parla solo della via Salaria, che portava ne’ Sabini, e mai non si nominano nè Salaria vetus, Salaria nova, ma solo Salaria, indizio certo, che una sola via di questo nome si conosceva, la quale Strabone, come a suo luogo vedrassi, chiaramente afferma, che usciva dalla porta Collina, [p. 84 modifica]andava ne’ Sabini, e ad Eretum si riuniva alla Nomentana, o per dir meglio questa a quella. Nulla per conseguenza abbiamo a dire della via, che usciva dalla porta Pinciana.

La porta Salaria, che si trova a destra della Pinciana secondo il passo citato di Procopio, ebbe un tal nome dalla via Salaria, che per essa usciva di Roma. Essa fu sostituita alla porta Collina di Servio, la quale trovavasi nell’angolo formato dal Quirinale e dall’Aggere di Servio stesso, ed ancora se ne può riconoscere la situazione dentro la villa Mandosia, così che la porta attuale può dirsi un buon quarto di miglio più in fuori della Collina. E dalla porta Collina usciva in fatti la via Salaria al tempi, di Strabone, secondo che egli scrive nel lib V. p. 148. Ἔστρωται δὲ δι᾽ αὐτῶν ἥ τε Σαλαρία ὁδὸς οὐ πολλὴ οὖσα, εἰς ἣν καὶ ἡ Νωμεντανὴ συμπίπτει κατὰ Ἠρητὸν τῆς Σαβίνης κώμην ὑπὲρ τοῦ Τιβέρεως κειμένην, ὑπὲρ τῆς αὐτῆς πύλης ἀρχομένη τῆς Κολλίνης. E’ stata costrutta a traverso a loro ( ai Sabini ) la via Salaria, che non è lunga., nella quale si confonde la via Nomentana presso Ereto castello della Sabina posto sovra il Tevere, la quale co mincia dalla stessa porta Collina. Lo stesso afferma Festo nella voce Salariam, il quale nel tempo stesso ne dà l’etimologia: Salariam viam incipere ait a porta quae nunc Collina a colle Quirinale dicitur; Salaria autem propterea appellabatur, quod impetratum fuerit ut ea liceret a mari in Sabinos salem portari. La memoria più antica, che abbiamo di questa via è dell’anno 394. di Roma, nel quale al dire Livio nel libro VII. e. VI. Galli ad tertium lapidem Salaria via trans pontem Anienis castra habuere: quindi essa precede in antichità la via Appia, la quale non fu costrutta se non nel 442. E ciò è ragionevole, perchè il commercio, e le relazioni de’ Romani co’ Sabini precederono di gran lunga quelle co’ popoli del mezzogiorno dell’Italia. Dal passo citato di Strabone si è veduto che essa traversava i Sabini, e dall’Itinerario di Antonino si dà per suo limite Adria, onde giustamente Strabone la disse non lunga.

[p. 85 modifica] Ora osserviamone la direzione secondo l’Itinerario stesso di Antonino, e secondo la carta Peutingeriana

SALARIA ab urbe Hadriam usque M. P. CLVI.

Eretum m. p. XVIII.
Vicum novum m. p. XIIII.
Reate m. p. XVI.
Cutilias m. p. XVIII.
Interocrium m. p. VI.
Falacrinum m. p. XVI.
Vicurn Badies m. p. IX.
Ad Centesimum m. p. X.
Asclum m. p. XII.
Castrum Truentinum m. p. XX.
Castrum Novum m. p. XII.
Hadriam m. p. XV.

Nella Carta poi trovasi così descritta

SALARIA
Fidenis
Ereto XIII.
Ad Novas XIIII.
Reate XVI.
Aquae Cutilliae VIIII.
Interocrio VII.
Foroecri XII.
Palacrinis IIII.
Ad Martis VII.
Castrotrentino XVI.
Castronovo XVIII.
Hadria VII.

Qui debbo precedentemente osservare che v’ha, secondo il solito, una grande inesattezza ne’ numeri delle miglia, ed una prova assai chiara ne sia nell’Itinerario la somma totale di CLVI. miglia da Roma ad Adria, quando sommando insieme i numeri secondo l’Itinerario stesso esse montano a CLXVI. Il titolo ad centesimum dato alla VIII Stazione mostra che essa fosse posta al centesimo miglio; e pure sommando insieme le miglia delle Stazioni precedenti [p. 86 modifica]hassi un totale di miglia CVII. Ora si veda qual sicurezza possa aversi sulle miglia degl’ Itinerarj antichi. Circa la Carta, calcolando il numero delle miglia, ed aggiungendovene cinque a Fidene, che è senza numero, si avrà un totale di CXXIX miglia. Inoltre la strada per mancanza di sito vi è segnata in una direzione opposta da quella che dovrebbe avere, e dopo la stazione ad Martis bisogna saltare a Castro Trentino, seguendo una specie di richiamo indicato nella Carta medesima.

Il primo oggetto antico degno di essere menzionato, che sopra questa via s’incontri, è il ponte sull’Aniene detto Ponte Salario, e posto poco meno di tre miglia distante dalla porta moderna, ed almeno tre dalla antica porta Collina, siccome lo pone Livio nel citato capo VI. del Libro VII., dove racconta la famosa disfida sopra questo ponte stesso accaduta del Gallo con Manlio, che dopo quella epoca prese il cognome di Torquato. Il ponte attuale però non è l’antichissimo, poiché Totila, siccome narra Procopio nel libro III. della guerra Gotica c. XXIV, disfece tutti i ponti, che si trovavano nelle vicinanze di Roma, ad eccezione del Milvio; e questo ponte Salario fu riedificato da Narsete, che in memoria di ciò vi pose due iscrizioni, le quali oggi si trovano cadute nel fiume; e queste iscrizioni sono state da me riportate a suo luogo in Nardini.

Prima di traghettare il ponte a sinistra della via si scorge un’alta e spaziosa collina, sulla quale esisteva l’antichlssima città di Antemne, siccome più a lungo ho dimostrato nella mia opera sopra i contorni di Roma (Tomo i. p. 70.). Un antico sepolcro, che a poca distanza del ponte si vede a sinistra, sul cui masso è eretta una torre quadrata de’ tempi bassi,, mostra che in questo luogo la strada moderna non differisce nella direzione dall’antica.

Nella Carta Peutingeriana la prima stazione della via Salaria è Fidene; manca però il numero delle miglia denotante la sua distanza da Roma; ma questo facilmente si trova. Imperciocché Eretum che era la prima stazione dopo Fidene nella carta stessa è notata XIII miglia distante da Fidene; e siccome questo stesso luogo è posto nell’Itinerario di Antonino XVIII miglia distante da Roma, perciò [p. 87 modifica]Fidene era cinque miglia distante dalla stessa città, ed in questa guisa l’Itinerario, e la Carta pongono concordemente Eretum a dieciotto miglia. Che infatti Fidene fosse a cinque miglia da Roma Dionisio Alicarnasseo nel II. libro p. 116. a chiare note l’afferma: Ταῦτα διαπραξάμενος ἐπὶ τὴν Φιδηναίων ἐστράτευσε πόλιν, ἀπὸ τετταράκοντα σταδίων τῆς Ῥώμης κειμένην, μεγάλην τε καὶ πολυάνθρωπον οὖσαν τότε. Avendo queste cose operato incedè contro la città de’ Fidenati, che allora era grande, e popolosa, posta a quaranta stadj da Roma. E lo stesso ripete nel libro III p 167, e nel X p. 648. quaranta stadj fanno appunto cinque miglia. Ciò posto la sua situazione è da cercarsi ne’ luoghi che sono presso il quinto miglio dalla porta attuale, giacchè si è veduto, che di poco differisce la sua posizione dall’antica porta Collina, e per conseguente Fidene fu tra Villa Spada, e Castel Giubileo. Infatti al dire dello stesso Dionisio lib. II. p. 117. lib. III p. 161. 165. Fidene era di là dall’Aniene, presso il Tevere, che ivi era più veloce, e vorticoso, e secondo Livio nel libro IV. c. XI. era alta e forte, e tutti questi caratteri corrispondono esattamente nello spazio indicato dove si ergono a destra della via Salaria colli dirupati, coperti di rovine, e fra queste molte pietra; quadrate appartenenti all’antico recinto. Circa due miglia dopo Castel Giubileo, che forse fece parte anche esso di Fidene si trova la Marciliana, Osteria che probabilmente deriva il suo nome da un Fundus Marcilianus ivi negli antichi tempi esistente.

Quattro miglia dopo si passa un fiumicello di ripe assai alte, che in questo sito dopo essere diviso in varj canali per inaffiare il terreno si scarica nel Tevere, la sua distanza è di circa undici miglia da Roma. Che questo sia l’Allia fiume reso celebre dalla rotta che ivi riportarono i Romani dai Galli, lo mostra Livio nel lib. V. c. XXI Quippe quibus velut tumultuario exercitu raptim ducto ægre ad undecimum lapidem occursum est, qua flumen Allia, Crustominis montibus praealto defluens alveo; haud multum infra viam Tiberino amni miscetur. Né in questi contorni sono altri fiumi, che possano contrastare a questo l’onore di tal rinomanza, imperciocché il Rio Mosso, e l’altro che poco prima [p. 88 modifica]di esso s’incontra sono distanti almeno 15 miglia da Roma, mentre Livio pone, come si vide, l’Allia ad undici miglia.

Dove si passa l’Allia, si vede dominare a destra a piccola distanza Monte Rotondo communemente preso per Eretum; ma se Eretum stava dieciotto miglia distante da Roma, come si vide poc’anzi, con qual argomento potrà porsi a Monte Rotondo, che non è più di dodici miglia distante da Roma, supponendo che la strada vi conducesse direttamente e che quantunque la strada vi meni traversalmente, andandovisi per la via Nomentana, pure non giunge la sua distanza alle quindici miglia?

Continuando il cammino si giunge alla Osteria del Grillo, dopo la quale si passa un fiumicello, che forse è formato in parte dalle Acque Labane, le quali al dire di Strabone nel libro V. p. 165. erano minerali, e si trovavano sulla via Nomentana non lungi da Ereto: Τοιαῦτα δὲ καὶ τὰ Λαβανὰ οὐκ ἄπωθεν τούτων ἐν τῇ Νωμεντάνῇ καὶ τοῖς περὶ Ἠρητὸν τόποις. Simili a queste (cioè alle acque Albule) sono ancora le Labane non lungi da esse sulla via Nomentana, e ne’ luoghi dintorno ad Ereto. Appena traghettato questo primo ruscello se ne passa un altro appellato Rio Mosso; che molti credettero essere l’Allia, ma che di sopra si vide avere a torto usurpato un tal nome. Può però essere anche esso formato delle acque Labane, delle quali fu testè parlato.

Un miglio dopo Rio Mosso si giunge alla osteria delle Capannucce. Fin qui la via Salaria moderna è di necessità la stessa, che l’antica; poiché a destra i colli, a sinistra il Tevere impediscono che tenga un’altra direzione; ma alle Capannucce la via moderna si distacca dall’antica, che segue più la direzione a destra per accostarsi all’antico Eretum, che gl’Itinerari, e Strabone pongono sulla via Salaria, e che oggi rovinata si scorge ne’ campi circa due miglia più oltre fra le Capannucce e l’Osteria dì Barberini, circa un miglio dentro la terra. La posizione di questa città: secondo ciò che parlando di Fidene si vide, è determinata dagl’Itinerarj a 18 miglia da Roma; ed in ciò concordino perfettamente con Dionisio, il quale nel libro XI. p. 687 così la pone . . [p. 89 modifica]ἐν Ἠρήτῳ κατεστρατοπέδευσαν. διέστηκει δ᾽ ἀπὸ τῆς Ῥώμης ἡ πόλις αὕτη τετταράκοντα καὶ ἑκατὸν σταδίους πλησίον οὖσα Τιβέρεως ποταμοῦ.... si accamparono in Ereto. Questa città era distante da Roma centottanta stadj, stando presso il fiume Tevere. La situazione precisa di quest’antica stazione dee porsi a Rimane, dove molte vestigia si veggono, e più ancora se ne trovarono l’anno 1768, quando queste stesse rovine furono visitate dallo Chaupy (Decouverte de la Maison de Campagne d’Horace, Tome III. p. 91).

Ad Eretum secondo Strabone lib. V. 158 riunivansi le vie Salaria e Nomentana; Ἔστρωται δὲ δι᾽ αὐτῶν ἡ Σαλαρία ὁδὸς οὐ πολλὴ οὖσα εἰς ἣν καὶ ἡ Νωμεντανὴ συμπίπτει κατὰ Ἠρητὸν τῆς Σαβίνης κώμην ὑπὲρ τοῦ Τιβέρεως κειμένην, ἀπὸ τῆς αὐτῆς πύλης ἀρχομένη τῆς Κολλίνης. E questo stesso particolare determina li posizione di Eretum a Rimane, poiché osservando diligentemente ne’ campi si riconosce la riunione delle vie in questo luogo. E come due vie si riunivano ad Eretum, due pure di là partivano, cioè la Salaria che continuava il suo giro, e la Casperia. Questa seconda tenendo una direzione a sinistra lungo il Tevere andava a riunirsi alla strada moderna di Calvi alla Osteria di Correse: ivi se ne conosce ancora la direzione, che per Poggio Catino va a Cantalupo in Sabina dove si divide di nuovo, la via a destra conduce a Rocca Antica, che si crede l’antica Casperia; la via a sinistra passa per Selci, borgo che ha tratto nome appunto dall’aulico pavimento della strada, e di là per Vescovio già Forum Novum, Colle Vecchio, e Tarano, conduce a Calvi, e da Calvi va a riunirsi alla via Flaminia ad Otricoli. E a me pare che questa fosse la direzione, che tennero i Galli nello assalire Roma.

Ma tornando alla via Salaria, ad Eretum essa seguiva la direzione a destra, e se ne riconoscono gl’indizj a traverso i campi, e si riuniva alla via Salarla moderna sotto Nerola, dove i monti impediscono di tenere qualsivoglia altra direzione. Quasi a mezza strada fra Eretum ed il punto di riunione colla Salaria moderna, la via antica passava sotto Monte Maggiore, dove ancora si veggono i ruderi dell’antica chiesa di S. Antimo posta nel Territorio di [p. 90 modifica]Cures, come da S Gregorio nella lettera LIX del libro II. Grazioso Vescovo Nomentano si rileva: Ideoque fraternitati tuæ curam gubernationemque S. Anthimi ecclesiæ in Curium Sabinorum Territorio constitutæ providimus committendam, quam tuæ aggregari unirique necesse est. Ciò suppone naturalmente il sito di Cures in queste vicinanze; ed infatti le sue rovine si osservano non lungi da Correse, borgo moderno, che ne ha ritenuto il nome, sulla riva sinistra del fiume Curensis oggi Correse, fra questo fiume, il suo confluente coll’altro rivo, che scende da Monte Libretti, e Montorio Romano, la via Salaria moderna, ed il borgo moderno di Correse.

Dopo la giunzione delle due vie l’antica e la moderna Salaria, sotto Nerola si giunge alla Osteria, detta de’ Massacci, la quale trae nome da due massi di sepolcri che ivi mostrano ad evidenza la direzione dell’antica via. Questo luogo è distante circa XIV miglia dal sito dell’antico Eretum, onde non lungi di quì fu l’antica stazione detta Vicus novus nell’Itinerario, e ad Novas nella carta Peutingeriana, la quale concordemente viene posta dall’uno e dall’altra a XIIII miglia da Eretum. Infatti ivi dappresso esiste la chiesa di S. Maria in Vico Novo di cui fassi menzione nelle donazioni del monastero di Farfa, e presso la chiesa veggonsi ancora rovine di fabbriche, colonne ed altri indizj certi della esistenza di un’antica città, e per conseguente di Vico Nuovo. E pare che se ne sia voluto conservare il nome nella vicina Osteria Nuova. Fra i Massacci, e l’Osteria Nuova si passano i due rami del fiume Farfa, anticamente chiamato Fabaris, del quale Virgilio nel lib. VII. v. 715 cantò:

Qui Tybrim Fabarimque bibunt.

Dopo questo luogo, sino a Rieti, l’antico, anzi antichissimo Reate, la via Salaria non traversa luoghi degni di menzione, se non che passa sotto il monte S. Giovanni che lascia a sinistra, il quale si crede corrispondere all’antico monte Canerius, del quale parla Varrone De Re Rustica libr. II. c. I. A pecore in mari quod nominaverunt a capris Ægeum pelagus; ad Syriam montem Taurum; in Sabinis Canterium (cioè Canerium) montem. Rieti [p. 91 modifica]o Reate è posto concordemente dalla Carta, e dall’Itinerario sedici miglia distinte dalla stazione ad Novas o Vicus Novus, il che computando insieme le miglia da Roma formerebbe la somma di 48 miglia, e presso a poco oggi si calcola 47. miglia distante da Roma, onde si vede che sin qui gl’Itinerari sono esatti, e vanno d’accordo fra loro; ma dopo Rieti voglio notare parecchie inesattezze che si trovano in Antonino, e nella Carta. La stazione prossima a Rieti in ambedue è Cutiliæ, o le Acque Cutilie; nell’itinerario abbiano Cutilias millia pass. XVIII. nella Carta Aquæ Cutilliæ VIIII. V’ha dunque la differenza di nove miglia fra l’uno e l’altra. Ma le acque Cutilie esistono ancora, e quasi eguale distanza v’ha fra Rieti, Civita Ducale e le Acque, cosicché Civita Ducale si trova in mezzo fra Rieti e le acque, e per essa passa la via Salaria. Ora Civita Ducale non è più di quattro miglia distante da Rieti, dunque le acque Cutilie non ne sono lungi più di otto miglia, e per conseguente nella carta va corretto il numero VIIII in VIII, e nell’Itinerario il XVIII ha il X di troppo. L’altra inesattezza cade nell’Itinerario nella stazione ad Centesimum. Imperciocchè si è veduto di sopra che fino a Reate sono miglia XLVIII. A queste si aggiungano le VIII. delle acque Cutilie, le VI. Interocrium oggi Introdoco, le XVI. di Falacrine borgo situato presso Civita Reale, fra questa città, e l’Amatrice, e reso celebre dalla nascita di Vespasiano Augusto, come le acque Cutilie furono funestate dalla sua morte, e da quella di Tito suo figliuolo; poste insieme questo miglia sì nell’Itinerario, che nella carta si avrà un totale di LXXVIII. miglia, nell’Itinerario, e LXXIX. nella Carta dove forse per errore de’ Copisti Interocrium è posto VII. invece di VI. miglia distante dalle acque Cutilie; ma questa differenza è troppo leggiera onde farsene caso, Quindi nell’Itinerario si legge la stazione Vicum Badies m. p. IX., e finalmente ad Centesimum m. p. X. Ma il Vicus Badies era vicino ad Accumulo, e per conseguenza non più di IX. miglia distante da Falacrino, come nell’Itinerario si legge, onde sin qui non può esservi errore, ed avremo LXXXVII. miglia da Roma a Vicum Badies; ma dal Vicus Badies ad Centesimum [p. 92 modifica]doveano esservi XIII. miglia di necessità onde compiere il numero cento, e nell’Itinerario havvi un solo X. onde bisogna correggere questo in XIII. Nella Carta dopo Phalacrinum, che si è scritto per errore de’ copisti Palacrinis, non si nomina l’ad Centesimum, ma ad Martis; e si pone VII. miglia distante da Falacrino, e per conseguenza nelle vicinanze del Villaggio di S. Lorenzo; e dopo questa stazione si pone Castrotrentino XXI. miglia distante, cosicché da Roma a Castrum Truentinum secondo la Carta vi sarebbero CI. miglia, mentre secondo l’Itinerario ve ne sarebbero CXXXII. e tale in fatti n’è la distanza. Imperocché Castrum Truentinum, che anche oggi conserva il nome antico italianizzato, corrisponde presso a poco a Civitella dei Tronto, la quale si trova seguendo la direzione della via Salaria XX. miglia circa distante da Ascoli; ed Ascoli è distante dal Vicus Badies circa XXV. miglia, e per conseguente Castrum Truentinum è CXXXII, miglia distante da Roma. Quindi io credo che nella Carta vi sia una intiera laguna della Stazione ad Asculum la quale è distante dall’ad Martis XXVI. miglia; e per conseguenza dopo Asculum XXVI. deve porsi al CastroTrentino della Carta XX., o XXI. invece di XVI. ed allora la differenza sarà assai piccola fra l’Itinerario e la Carta. Le due ultime stazioni di questa via sono anche esse dissimili, onde conviene rettificarle; l’Itinerario dopo il Castrum Truentinum pone Castrum Novum m. p. XII. Hadriam m. p. XV. La Carta: Castronovo XVIII. Hadria VII Castronovo è oggi divenuto Castelvecchio, ed è distante presso a poco dodici miglia da Civitella del Tronto; onde qui l’Itinerario è esatto, e la Carta va con questo corretta; così l’Itinerario va corretto colla Carta circa ad Adria, la quale è sette, e non quindici miglia distante da Castronovo. Ciò posto la somma totale delle miglia secondo l’Itinerario monterà a 151, e secondo la Carta a 151, ovvero 150 se invece di XXI. si pongano XX. miglia nella stazione di Castro Trueutino. E componendo insieme l’Itinerario e la Carta si avranno le stazioni seguenti sulla Via Salaria:

[p. 93 modifica]

SALARIA ab Urbe Hadriam usque
ni. CLI. seu CL.


Urbs Roma
Fidenæ m. p. V. Villa Spada
Eretum m. p. XVIII. Rimane
Vicus Novus m. p. XIV. Li Massacci
Reate m. p. XVI. Rieti
Cutiliae m. p. VIII. di là da Civita Ducale
Interocrium m. p. VI. Introdoco
Forocrium m. p. XII. presso S. Angelo
Phalacrinum m. p. IIII. presso Civita Reale
Ad Martis m. p. VII. S Lorenzo
Vicus Bidies m. p. II Accumulo
Ad Centesimum m. p. IIII . . . . . . . . .
Asculum m. p. XII Ascoli
Castrum Trueutinum m. p. XX. Civitella del Tronto
Castrum novum m. p. XII. Castel Vecchio
Hadria m. p. VII Atri


CAPO II

Vie che partivano all’oriente di Roma.

§. 1.

Della via Nomentana


Da questo lato in primo luogo dee porsi la via Nomentana, la quale come che non fosse lunga, pure fu una delle più antiche; imperciocché sotto il nome di Ficulnense si trova citata sino dall’anno 301 di Roma, allorché il popolo si ritirò la seconda volta sul monte Sacro: Via Nomentana, dice Livio nel capo XXIV. del terzo libro, cui tum Ficulnensi nomen fuit, profecti castra in monte Sacro locavere, modestiam patram suorum nihil violando imitati. Questa via, secondo il passo di Strabone (lib, V. p. 158) riportato più volte, dove della Salaria trattai, cominciava insieme colla Salaria alla porta Collina, e colla Salaria si congiungeva di nuovo ad Eretum XVIII miglia distante da Roma, onde era assai breve. Il suo nome posteriore traeva origine da Nomentum città Sabina, ove conduceva, come la sua antichissima denominazione di Ficulnense da Ficulnea, [p. 94 modifica]città Sabina anche essa, ma più vicina a Roma dove menava in origine.

Allorché fu ingrandito il recinto, convenne fare una porta separata per la via Nomentana la quale porta Nomentana fu detta, ed esisteva un poco più a destra della porta Pia attuale, come può riconoscersi da una delle torri rotonde che la fiancheggiavano, e che ancora esiste. Ciò che per questa via s’incontrava fino all’Aniene ed al Ponte Nomentano è stato indicato dal Nardini a suo luogo onde non starò qui a ripeterlo. Egli pure indicò la situazione del monte Sacro renduto celebre dalla duplice ritirata del popolo Romano soverchiato dalla tirannia de’ Patrizj; ma essendo la sua indicazione poco esatta io notai a suo luogo doversi riconoscere il monte Sacro in que’ colli che sovrastano l’Aniene sulla sua riva destra, e particolarmente in quello più alto che isolato sorge a destra della via Nomentana.

Appena passato questo colle, sull’altura stessa prodotta dalia catena delle colline, che dissi appartenere al monte Sacro, si veggono due sepolcri, uno a destra, l’altro a sinistra della strada, che sebbene incogniti mostrano la direzione dell’antica via. Quello a sinistra di forma rotonda è sufficientemente ben conservato. Presso questo sepolcro si distacca una via che conduce a Ciampiglia moderna Tenuta posta fra le vie Salaria e Nomentana. Fino a monte Gentile non vi sono oggetti che meritano menzione. Ma a monte Gentile stesso, e nelle sue vicinanze i ruderi insigni che ancora esistono indicano che ivi fosse un’antica città; e siccome questa non può essere Nomentum, che or ora vedremo avere esistito presso la Mentana, quindi può supporsi essere stata Ficulnea stessa, che vedemmo aver dato il nome primitivo alla via Nomentana. Ficulnea è circa nove miglia distante da Roma, e non più di tre miglia più oltre a sinistra della via si trova Mentana, piccolo villaggio che è succeduto a Nomentum, e che conserva una traccia del nome che ne’ tempi di mezzo ebbe di Civitas Nomentana. Fin qui esistevano negli anni scorsi molti pezzi ben conservati dell’antica via, ora distrutti. Dopo Nomento è difficile rintracciarne la direzione, pure seguendo la strada, che oggi mena a Monte Libretti fino [p. 95 modifica]alla Fiora, od ivi deviando a sinistra ne’ campi e sempre tenendosi obliquamente a sinistra se ne riconosce qualche indizio, seguendo il quale si perviene a Rimane, dove trattando della via Salaria vedemmo essere stato Eretum, città Sabina nella quale la via Nomentana riunivasi alla Salaria secondo il passo più volte riportato di Strabone lib. V. p. 158.

Fra la porta Nomentana, e la porta Tiburtina oggi detta di S. Lorenzo si trovano due porte chiuse senza contare altre porticine; la prima di queste porte chiuse è una di quelle che appartenevano al Castrum prætorium incluso nelle mura urbane o da Aureliano, o più probabilmente da Onorio, o da Belisario. L’altra si trova subito dopo passato il Castrum suddetto e per la sua costruzione di travertini è similissima alla porta S. Lorenzo, alla Maggiore, alla Latina etc. e per conseguenza anche essa del tempo di Onorio. Da queste due porte qualunque ne fosse il nome, che non è questo il luogo di discutersi, uscivano certamente strade; ma queste erano necessariamente brevissime, poiché tosto s’incontravano o colla Nomentana a sinistra, o colla Tiburtina a destra, e per conseguente non servivano, se non di commodità maggiore al popolo, specialmente ne’ giorni di affluenza.

§. 2.

Delle vie Tiburtina e Valeria.


La porta S. Lorenzo, che segue è la Tiburtina del recinto di Onorio, la quale avea un tal nome perchè di là usciva la via Tiburtina, che conduceva a Tibur oggi per corruzione chiamato Tivoli. Questa porta come dalla iscrizione esistente apparisce è del tempo di Onorio, fu sostituita alla porta Esquilina del recinto di Servio, la quale secondo Strabone lib. V. pag 162. fu dove l’Aggere di Servio finiva, e per conseguenza ne’ contorni dell’arco di Gallieno: Διόπερ τάφρον βαθεῖαν ὀρύξαντες εἰς τὸ ἐντὸς ἐδέξαντο τὴν γῆν, καὶ ἐξέτειναν ὅσον ἑξαστάδιον χῶμα ἐπὶ τῇ ἐντὸς ὀφρύι τῆς τάφρου, καὶ ἐπέβαλον τεῖχος καὶ πύργους ἀπὸ τῆς Κολλίνας πύλης μέχρι τῆς Ἠσκυλίνης.: Per la qual [p. 96 modifica]cosa scavando una fossa profonda riceverono la terra dentro, e distesero un argine per sei stadj sull’orlo interno del fosso; e vi costrussero sopra un muro con torri dalla porta Collina fino alla porta Esquilina. E dove fu la porta Esquilina dee porsì il principio della via Tiburtina, la quale era di piccola estensione poiché finiva a Tibur, oggi Tivoli, dove secondo Strabone stesso lib. V. p. 164 cominciava la via Valeria, la quale conduceva ne’ Marsi: ῾Η Ὀυαλερία δ᾽ ἄρχεται μὲν ἀπὸ Τιβούρων, ἄγει δ᾽ ἐπὶ Μαρσοὺς καὶ Κορφίνιον τὴν τῶν Πελίγνων μητρόπολιν. Εἰσὶ δ᾽ ἐν αὐτῇ Λατῖναι πόλεις Ὀυαλερία (leg. Ὀυαρία) τε καὶ Καρσέολοι καὶ Ἄλβα, πλησίον δὲ καὶ πόλις Κούκουλον. La Valeria comincia da Tibur e mena nei Marsi, e a Corfinio capitale de’ Peligni. In essa sono le città Latine di Farla, Carseoli, ed Alba, e vicino havvi ancora la città di Cuculo. La via Tiburtina è ignoto quando, e da chi fosse costrutta; la Valeria però al dire di Livio lib. IX e. XXIII venne fatta dai Censori Gajo Giunio Bubulco, e Marco Valerio Massimo circa l’anno 447 di Roma. Ab eodem, cioè Cajo Giunio, collegaque ejus Marco Valerio Maximo viæ per agros publica impensa factæ ec. Anzi la Tiburtina ancora veniva creduta in certa guisa come una parte della Valeria, rilevandosi ciò dall’Itinerario di Antonino, che così la descrive:


VALERIA ab urbe Hadriam usque M. P. CXLVIII.


Tibur. . . . M. P. XX.
Carseolos . . . M. P. XXII.
Albam Fucentiam M. P. XXV.
Cerfinniam . . M. P. XXIII.
Corfinium . . . M. P. XVII.
Interbromium . . M. P. XI.
Teate Marrucinum M. P. XVII.
Hadriam . . . M. P. XIIII.


La Carta poi così la pone:

Via Tiburtina.
Ad Aquas Albulas XVI.
[p. 97 modifica]
Tibori
Varie VIII.
Lamnas V.
Carsulis X.
Alba XVIII.
Marrubio.... XIII
Cirfenna VII.
Mons Imeus... V.
Statulæ VII.
Corfinio II.
Interprimum... V.
Teano Marrucinoceio. XII.
Hadria . . . . .

In tutta la Carta Peutingeriana non v’ha forse un luogo più confuso di questo della via Valeria, che a stento ho potuto ricavare. Imperocché dopo Carsulis si trova confusa colla via Sublacense, e quindi si trova confusa con quel ramo di via Salaria, che andava a congiungersi alla via Valeria stessa, ed oltre ciò vi sono parecchie mancanze dei numeri delle miglia, e molte inesattezze in quelli stessi, che restano, e che noterò a suo luogo. La somma delle miglia che dà l’itinerario è di 148., e quella che risulta dal numero delle miglia dell’Itinerario stesso è di 149., onde la differenza è molto leggiera, e da non farne caso potendo facilmente essere stato il numero CXLVIIII. cangiato dai copisti in CXLVIII. Ma ciò si dice supponendo esatto il numero delle miglia dato a ciascun luogo, il che come vedremo non era.

La via Tiburtina è stata soggetta a parecchi rialzamenti presso la città, poiché scavandosi ai tempi di Alessandro VII. presso la porta S. Lorenzo si trovarono tre diversi pavimenti della stessa natura, uno, posto orizzontalmente sopra l’altro. La sua direzione coincide presso a poco colla strada moderna sino alla Osteria di Martellone posta circa dodici miglia distante dalla porta attuale; e sino a quel punto di tratto in tratto specialmente dopo il nono miglio se ne trovano indizj evidenti, e parte del pavimento di poligoni di lava basaltina, e in molti luoghi conserva ancora le crepidini, che la fiancheggiavano. Presso la porta attuale, a destra si distacca [p. 98 modifica]un viottolo, che segue presso a poco la direzione della via Collatina così chiamata perchè conduceva a Collazia, città resa celebre dalla morte di Lucrezia, e della quale esistono i ruderi presso l’Osteria dell’Osa non lungi dall’Aniene, otto in nove miglia distante da Roma. Meno di un miglio circa distante dalla Porta si lascia a destra la Basilica antica di S. Lorenzo, da cui la porta trae il nome attuale. Passato S. Lorenzo si vede chiaramente che la strada moderna segue esattamente la direzione dell’antica essendosi tagliata una rupe che ne impediva il passo, e così segue quasi in linea retta sino all’Aniene che si traghetta sopra un ponte di costruzione del VI secolo, con fortificazioni de’ tempi ancora inferiori. Questo ponte si dice Mammolo, e perciò se ne attribuisce la fondazione a Mammea senza però che si possa addurre autorità per appoggiare questa opinione. Certo è che anche prima di Mammea uno ve ne dovè essere, perchè la via Tiburtina è di molto anteriore, e come si vide di sopra venne costrutta almeno contemporaneamente colla Valeria nel 477. di Roma 306, avanti l’era volgare. Il ponte attuale però è opera di Narsete come tutti gli altri intorno a Roma meno il Milvio, i quali al dire di Procopio nel lib. III. della Guerra Gotica capo XXIV., vennero tagliati da Totila nel ritirarsi da Roma a Tivoli.

Dopo il ponte Mammolo, che è quattro miglia distante da Roma, la via Tiburtina un miglio e mezzo più oltre devia per poco a sinistra della strada moderna; e di nuovo si ricongiunge con essa verso l’ottavo miglio nel luogo denominato il Forno. Ivi si vede un bivio; la via a destra è la via Tiburtina, la quale qui in molli tratti si trova conservata; la sinistra conduce a Monticelli, ed ai monti Corniculani, ed ha l’apparenza di essere antica, e perciò la chiamerò via Corniculana.

Ma ritornando alla via Tiburtina questa, come dissi in principio si segue sino a Martellone, dove si perde a sinistra ne’ campi, e se ne vede chiaramente la deviazione; che essa però traversasse le acque Albule presso a poco nel sito dove oggi si passano lo mostrano i ruderi de’ sepolcri, che ivi si osservano, e soprattutto la colonna milliaria ivi [p. 99 modifica]trovata, sulla quale si legge il XIV. miglio, insieme co’ nomi di Marco Plauzio Lucano giglio di Marco Plauzio, della Tribù Aniense, e di Tiberio Claudio Nerone figlio di Tiberio Claudio dellu Tribù Palatina, Edili Curuli, Pretori, Censori, e Duumviri delle vie:

M. PLAVTIVS
M. F. ANIEN
LVCANVS
TI. CLAVDIVS
TI. F. PAL
NERO. AED. CVR
PR. CENS. II. VIR. V.
M. XIV.


Ma nello stesso tempo si deve osservare, che la via Tiburtina, che vedemmo deviare a sinistra, passava di là dalle acque Albule, e così pel ponte dell’Acquoria saliva il clivo Tiburtino e montava a Tivoli; onde a quella via primitiva non appartenne questa colonna milliaria, nè essa potè traversare le acque Albule in questo luogo senza un irragionevole deviamento. E’ da credersi pertanto che i due Censori nominati in questa colonna milliaria per rendere la via Tiburtina più comoda ne facessero un nuovo braccio a destra che invece di costeggiare i Laghi delle Acque Sulfuree o Albule le traversasse in questo luogo, ed invece di traghettare l’Aniene al ponte antichissimo dell’Aquoria lo passasse al Ponte Lucano, il quale fu probabilmente da questi stessi Censori edificato, e perciò ebbe dall’uno di essi M. Plauzio Lucano il nome, che ancora conserva. E questa seconda via intende la carta allorché pone per prima stazione ad aquas Albulas, imperciocchè questa sola era quella che ne’ tempi della decadenza si frequentava, come oggi ancora continuasi; ma il numero XVI., che ivi è scritto va colla lapide testè allegata corretto in XIV., e tale infatti è la distanza delle acque Albule volgarmente detta la Solfatara, dall’antica porta Esquilina. Delle acque Albule non è qui luogo parlare avendone a lungo trattato nel mio Viaggio Antiquario ne’ contorni di Roma Tomo 1. p. 105. e seg.

[p. 100 modifica]Seguendo la direzione di questo ramo della via Tiburtina fatto dai Censori M. Plauzio Lucano, e Tiberio Claudio Nerone, si trova dopo circa due miglia il ponte Lucano, del quale poc’anzi discorsi, e presso di esso torreggia il sepolcro de’ Plauzj, dove anticamente la via faceva un nuovo bivio; quella a sinistra continuava ad essere la Tiburtina, e direttamente salendo il clivo Tiburtino, giungeva a Tivoli traversando la villa di Mecenate dopo avere fatto la sua giunzione presso di questa colla via Tiburtina primitiva. L’altra menava alla villa di Adriano Augusto, le cui portentose rovine formano ancora l’ammirazione di chiunque le visita.

Il clivo Tiburtino, che la via secondaria ascendeva fu reso più agiato ai tempi di Costanzo, e Costante siccome rilevasi dalla iscrizione seguente trovata l’anno 1756. e rialzata sul clivo stesso:


beatissimo . saecvlo
dominorvm . nostrorvm
constantI
et constantis
avgvstorvm
senatvs . popvlvsq
romanvs
clivvm tibvrtinvm
in planitiem redegit
cvrante l. tvrcio
secvndo aproniani
praef. vrb. fil
asterio c. v
correctore. flam
et piceni


Questa via novella non si riuniva più alla primitiva che veniva dal ponte dell’Acquoria e traversava la villa di Mecenate, della quale si veggono rovine magnifiche. E da queste rovine sino al ponte dell’Acquoria si trovano avanzi insigni della via primitiva stessa, il cui pavimento reca stupore per la sua conservazione, e per la maniera onde i massi poligoni sono insieme commessi. Pertanto allorchè Mecenate volle edificare in questo luogo il suo palazzo per non interrompere la strada, e per [p. 101 modifica]non lasciare nel tempo stesso interrompere dalla via il suo palazzo fece coprirla con archi, ed ancora si vede questa via coperta, ed in memoria di tale opera sino a’ nostri tempi si è letta la iscrizione originale al suo posto, che oggi si trova confusa insieme colle altre nel Vaticano:

L. OCTAVIVS. L. F. VITVLVS
C. RVSTIVS. C. F. FLAVOS
IIII VIR. D. S. S
IAM INTEGENDAM
CVRAVER


Come si vede questa via venne coperta per sentenza dei Senato in contemplazione di Mecenate stesso. D’altronde essendovi l’altra strada non era più così frequentata e necessaria. Essa traeva il lume da quattro aperture quadrate nella volta, delle quali due ancora restano intatte.

Tivoli, o Tibur è la prima stazione citata dall’Itinerario, che la pone a ventimiglla da Roma, e la seconda, che si osserva nella carta; ma ivi manca il numero; e siccome quello dell’Itinerario è esatto, calcolando la differenza fra la porta Esquilina, e la porta attuale, fra il miglio antico, e il moderno; perciò dovrà nella carta segnarsi il numero VI. per completare colle XIV. delle acque Albule le venti. A Tivoli la via Valeria traversava di nuovo l’Aniene, e per quella parte che oggi dicesi Porta S. Angelo, fra il monte Catillo, e la riva destra dell’Aniene si dirigeva a Varia. Questa, che potremo considerare come la terza stazione, nella carta trovasi posta otto miglia distante da Tivoli; seguendo adunque la via Valeria, che segue sempre il corso dell’Aniene, il quale unitamente ai monti le impedisce ogni altra direzione, dopo otto miglia si trova Vicovaro, il cui nome corrispondente al Vicus Variæ, e la distanza analoga a quella che la carta prescrive, dimostrano essere l’antica Varia. Lungo il tratto da Tibur a Varia, dopo il terzo miglio si vede che la via Valeria era sostenuta da magnifiche sostruzioni verso il Fiume.

Passata Varia, a S. Rocco una via che volge a sinistra, mena alla valle Ustica, ed alla villa di [p. 102 modifica]Orazio: e poco dopo si trova un bivio; la via a destra è moderna; la via a sinistra continua ad essere la Valeria e conduce a Bardella riconosciuto per il pagus Mandela di Orazio, e da Bardella alle Frattocchie Osteria situala dove la via moderna, che vedemmo deviare a destra si riunisce alla Valeria. Dopo un miglio circa, e cinque da Varia si giunge alla Ferrata presso la quale a sinistra veggonsi ruderi antichi che per la posizione loro conviene riconoscere per la stazione nella carta Peutingeriana detta ad Laminas posta cinque miglia lungi da Varia. Ad Laminas trovavasi posta sul bivio delle vie Valeria, e Sublacense; oggi oltre queste due strade, cioè la Sublacense lungo l’Aniene, a destra, e la Valeria di fronte; un altra a sinistra della Valeria comincia, affatto moderna, che conduce a Scarpa, villaggio eretto dopo la rovina della stazione ad Laminas indicata di sopra. La via Sublacense fu d’istituzione di Nerone, il quale la costrusse per commodo della sua villa, che ha dato origine al moderno Subiaco, ed era di corta durata. Ma tornando alla Valeria; questa traversando i monti per Rio freddo giunge alle rovine di Carseoli altra stazione posta sopra (questa strada secondo l’Itinerario a XXII miglia da Tivoli, secondo la carta a XXIII, poiché ivi si pone a dieci miglia dall’altra ad Laminas; tuttavia se vuolsi in si leggiera differenza seguire l’uno piuttosto, che l’altra, pare che l’Itinerario sia più esatto. In questo tratto è da notarsi che la via Valeria certamente passava per Riofreddo, poiché ivi ne rimangono ancora gli indizi. Dopo Carsoli l’altra stazione è Alba, che nell’Itinerario ponsi XXV. miglia, e nella Carta XVIII miglia lungi da Carseoli. Qui ancora però la Carta è corrotta, onde almeno il numero XVIII dee cangiarsi in XXIII, ed in tal caso la differenza sarebbe di sole due miglia, e dipenderebbe forse dalla differenza prodotta dalla estensione della città stessa. Io credo però, che l’Itinerario dando XXV. miglia sia esatto, poiché corrisponde colle misure moderne: giacché di Carseoli ed Alba il primo rovinato, l’altra ridotta a villaggio dello stesso nome, la posizione è assai nota, e sicura. L’Itinerario nomina dopo Alba, Cerfinnia e la pone XXIII miglia distante da A1ba, ed infatti questa era la direzione della via, e [p. 103 modifica]Cerfinnia dee ricercaci a Forca Carosa fra Colle Armeno e Goriano. La Carta però prima di Cerfinnia, che chiama Cirfenna pone Marrubio a tredici miglia da Alba. Questa città, che era una delle principali de’ Marsi non stava propriamente sulla via, ma le sue rovine a S. Benedetto mostrano che n’era almeno tre miglia distante a destra: e dal luogo dove si deviava per andare a Marrubio, circa dieci miglia distante da Alba, sino a Cerfinnia vi sono almeno XIII miglia, onde in XIII va corretto il VII della Carta, e così avremo la Carta concorde coll’Itinerario fin qui. Nella Carta si nomina quindi Mons Imeus V., Stalulæ VII, e Corfinio VII. così che da Cerfinnia a Corfinio vi erano secondo questa dimensione XIX. miglia. L’Itinerario però ne conta solo XVII, e con ragione poiché il Monte Imeo che dovè essere uno di quelli sovrastanti alla via Valeria fra Goriano e Villa Nuova non potè stare più di tre miglia distante da Cerfinnia, e così va corretto il V in III., e per conseguenza Statulæ fu dove oggi è Anversa, o in quelli contorni; e Corfinio sulla cui posizione non cade dubbio, esistendo ancora le sue rovine, fu a Pentina e S. Pellino, il quale ne formava la cittadella. Dopo Corfinio non si notano, che tre stazioni sino ad Adria; la prima Interbromium viene dalla Carta nomata Interprimum; l’Itinerario la pone XII miglia di là da Corfinio, e perciò fu dove oggi è il villaggio di Luco sulla riva destra dell’Aterno fra Tocco e Manipelle sulla strada di Chieti. Quindi veggendosi questa stazione nella Carta segnala a V. miglia da Corfinio, il V. va cangiato in XII. Teate Marrucinum è la stazione seguente, la quale si riconosce essere la odierna Chieti; Chieti è distante da Luco, o da Interbromio circa XVII miglia, onde qui va pure corretta la Carta che lo pone a XII, e la distanza attuale va d’accordo con ciò che si trova nell’Itinerario. Non resta ora che Adria, la quale vedemmo parlando della via Salaria, che corrisponde all’odierno Atri; e siccome Atri è distinte da Chieti, o Teate Marrucino XVIIII, e nell’Itinerario troviamo XIIII, dovremo perciò credere che il V frammezzo vi manchi, ed il XIIII correggerassi in XVIIII. Nella Carta manca il numero ad Adria, poiché il VII che ivi si vede appartiene alla via Salaria, ed alla [p. 104 modifica]za da Castronuovo ad Adria, e perciò ancora ivi aggiungeremo il numero XVIIII da Teate. Pertanto secondo queste correzioni la somma totale delle miglia secondo l’Itinerario sarà di CLIV. La Carta poi darà CXVII per le tre miglia di deviamento a Marrubio. In conseguenza avremo l’Itinerario completo, e comparato in questa guisa:

VALERIA ab urbe Hadriam usque m. p.

CLIV seu CLVII.


Urbs Roma
Ad Aquas Albulas m. p. XIV. La Solfatara
Tibur m. p. VI. Tivoli
Variam m. p. VIII. Vicovaro.
Lamnas m. p. V. La Ferrata.
Carseolos m. p. IX. Carseoli.
Albam m. p. XXV. Alba.
Marrubium m. p. XIII S. Benedetto.
Cerfinniam m. p. XIII. fra Colle Armeno, e Goriano.
ad Montem Imeum m. p. III. Colle Candido.
ad Statulas m. p. VII. Anversa.
Corfinium m. p. VII. Pentina e S. Pellino.
Interbromium m. p. XI. Luco.
Theate Marrucinum m. p. XVII. Chieti.
Hadriam m.p. XVIIII. Atri.


§. 3.

Della via Prenestina.


Dalla porta Esquilina, la cui posizione si è veduto, che era nelle vicinanze dell’Arco di Gallieno, oltre la via Tiburtina, o Valeria, uscivano le vie Prenestina e Labicana, ambedue di corta durata perchè si riunivano alla Latina di cui or ora terrò discorso. E’ da Strabone stesso, che conosciamo, che le due vie testé nominate uscivano dalla porta Esquilina: Εἶτα, dice egli nel lib. V. p. 163, συμπίπτει καὶ ἡ Λαβικανή ἀρχομένη μὲν ἀπὸ τῆς Ἠσκυλίνης πύλης ἀφ᾽ ἧς καὶ ἡ Πραινεστίνη: Quindi si congiunse con questa, cioè la Latina, ancora la Labicana, [p. 105 modifica]la quale comincia dalla porta Esquilina, dalla quale anche la Prenestina. La Prenestina a sinistra passava per Gabii; la Labicana a destra lasciava Labico sulla mano destra, e si univa alla Latina; ed è ciò che si trae da Strabone medesimo dopo le parole citate. Allorchè però Onorio fece il nuovo recinto, si aprirono due porte l’una presso l’altra, e quella a destra si disse Labicana, e quelli a sinistra Prenestina. Di queste porte fatte da Onorio, come si trae dalla iscrizione esistente sulla porta Labicana, ne’ tempi bassi si chiuse la porta Labicana, e fu lasciata aperta solo la Prenestina, che oggi ancora serve, e col nome di porta Maggiore si appella. In origine sembra che la via Prenestina uscendo la porta Esquilina, traversasse il Campo di questo stesso nome, e passando fra il colombario degli Arrunzj, e quello appartenente a varie famiglie plebee giungesse così dove oggi sono le mura. La Labicana poi al dire di Strabone nel luogo citato, seguendo presso a poco la direzione della via, che oggi si tiene nell’andare da S. Maria Maggiore a porta Maggiore, lasciava a sinistra la via Prenestina ed il campo Esquilino: Ἐν ἀριστερᾷ δ᾽ ἀφεῖσα καὶ ταύτην καὶ τὸ πεδίον τὸ Ἐσκυλῖνον πρόσεισιν ἐπὶ πλείους τῶν ρ᾽ καὶ κ᾽ σταδίων, καὶ πλησιάσασα τῷ Λαβικῷ παλαιῷ κτίσματι κατεσπασμένῳ, κειμένῳ δ᾽ ἐφ᾽ ὕψους τοῦτο μὲν καὶ τὸ Τούσκουλον ἐν δεξιοῖς ἀπολείπει, τελευτᾷ, δὲ πρὸς τὰς Πικτὰς καὶ τὴν Λατίνην. E lasciando a sinistra questa ed il campo Esquilino si avanza per più di 120 stadj, ed accostatasi all’antico Labico, castello diruto che è posto sopra un’altura, lascia questo e Tuscolo a destra, e finisce a PICTAS e alla via Latina.

Cominciando dalla Prenestina nell’Itinerario di Antonino così si descrive:

Gabios m. p. XII.
Præneste m. p. XI.
Sub Anagniam m. p. XXIV.


ed ivi riunivasi alla Latina.

La Carta poi non la mostra più oltre Preneste; ed è concorde coll’Itinerario, e colle misure attuali, [p. 106 modifica]

Via Prenestina


Gabios XII.
Præneste XI.

Alla porta Maggiore si vede il bivio delle due vie Labicana, e Prenestina; e prendendo quella a sinistra, o la Prenestina si giunge dopo circa tre miglia la un campo seminato di rovine fralle quali torreggia un tempio rotondo, e perciò volgarmente chiamato Roma-Vecchia, e Torre de’ Schiavi. Fin qui la via moderna si accorda nella direzione poco più, poco meno colla via antica, attestandolo i sepolcri, che si veggono ne’ fianchi di essa, e i ruderi delle ville che la decoravano. Poco dopo però si trova un bivio; la via a sinistra è moderna, l’altra continua ad essere la Prenestina, e continuando per questa il cammino si giunge al ponte antico detto di Nona perchè appunto ritrovasi al nono miglio dell’antica via, siccome fu dal Fabretti verificato. Due miglia dopo si giunge alla osteria di Pantano, dove si traversa il fiume Osa, che corrisponde al Veresi, del quale così parla Strabone nel lib. V. p. 165. Ῥεῖ δὲ διὰ τῆς χώρας Ὀυέρεσις ποταμός: Scorre per la regione il fiume Veresi - In questo stesso sito sbocca un’altra via antica a destra che serviva di communicazione colla Labicana; ed un miglio dopo si lascia a sinistra il Lago Gabino, oggi detto di Castiglione, e di Pantano, e quindi non tardansi a riconoscere le rovine di Gabii, prima stazione di questa via, e posta XII. miglia lungi da Roma. Appena passato Gabii si stacca a sinistra un’altra via antica che porta a Passerano; forse essa menava a qualche antica villa. Si passano dopo due ponti il primo detto del Fico, e l’altro Cicala, ed avanti di giungere a S. Maria di Cavamonte, circa XVII. miglia lungi da Roma si trova a destra una via che conduce a Zagarolo, la quale ha tutti gl’indizj di essere antica. Passato Cavamonte si trovano due vie moderne; quella a sinistra conduce a Gallicano; l’altra va a Zagarolo; e quella di mezzo continua ad essere la Prenestina, che non tarda a giungere a Preneste suo termine. A Preneste esiste ancora sotto la [p. 107 modifica]città a sinistra per chi va verso Roma un pezzo di antica via, che conduce a Castel Zancato, la quale deve essere la stessa, che quella che serviva di communicazione colla Latina e conduceva sotto Anagni, e che l’itinerario di Antonino fa lunga XXIV. miglia; questa però dopo Castel Zancato è interrotta. Un’altra via antica partiva da Preneste verso la Colonna dove ranggiungeva la Labicana, ed è questa la strada che oggi si fa nell’andare da Roma a Palestrina, e che conserva ancora per circa tre miglia l’antico suo pavimento.

§. 4.

Della via Labicana.


Si vide di sopra, che la via Labicana avea una origine commune colla Prenestina, e colla Tiburtina alla porta Esquilina, e che seguiva la direzione a destra di questa. Seguimmo pure questa via sino alla porta Maggiore dove vedemmo esistere la porta Labicana oggi chiusa sulla quale si leggono i nomi di Arcadio ed Onorio, che la costrussero poco prima dalla presa di Roma fatta da Alarico. Secondo il passo di Strabone lib. v. p. 164 riportato di sopra, questa via finiva presso alla stazione denominata ad Pietas, dove riunivasi alla Latina il nome poi lo traeva dall’antica città di Labico, che si trovava come vedremo dove oggi è il castello della Colonna.

Uscendo adunque dalla porta Maggiore già Prenestina, e prendendo la via a destra, in questi contorni fu il Vivario, o il luogo dove tenevansi le bestie feroci per gli spettacoli, il quale ai tempi di Procopio trovavasi annesso alle mura (Della Guerra Gotica lib. 1. e. XXII. e XXIII.) Ma avanti d’inoltrarci è bene d’indicare la direzione della via Labicana secondo gl’Itinerarj. Antonino così la descrive:

Ad Quintanas M. P. XV.
Ad Pietas M. P. X. [p. 108 modifica]La Carta poi dice:
Via Lavicana
Ad Quintanas XV.
Ad Statuas III.
Ad Pactas VII.
Ad Bivium V.


Fino a Torre Nuova luogo, che si trova fralle sette e le otto miglia lungi da Roma, ed il cui Territorio corrisponde all’antica Pupinia, la via moderna segue la direzione dell’antica, e qualche pezzo se ne vede dopo il terzo miglio a destra e i ruderi de’ sepolcri chiaramente la determinano. Ma dopo Torre Nuova sino presso l’Osteria della Colonna si tiene sempre più a destra della strada moderna, e solo presso la Colonna la raggiunge di nuovo di là dal Lago detto della Colonna, corrispondente al celebre Lago Regillo.

La prima stazione indicata nell’Itinerario e nella Carta è ad Quintanas, che concordemente si pone XV miglia distante da Roma; Strabone nel luogo citato lib V. p. 165 dice parlando della via Labicana, che essa avanzavasi più di 120 stadj dove accostatasi all’antico Labico, castello diruto posto sopra una eminenza, lo lasciava a destra insieme con Tuscolo: Πρόσεισιν ἐπὶ πλείους τῶν ρ᾽ καὶ κ᾽ σταδίων, καὶ πλησιάσασα τῷ παλαιῷ Λαβικῷ κτίσματι κατεσπασμένῳ, κειμένῳ δ᾽ ἐφ᾽ ὕψους, τοῦτο μὲν καὶ τὸ Τούσκουλον ἐν δεξιοῖς ἀπολείπει etc. Centoventi stadj fanno giuste 15 miglia; dunque Labicum e la stazione ad Quintanas erano nello stesso sito; ed infatti i Quintanesi come aveano occupato il sito di Labicum cosi ne avevano preso il nome, siccome rilevasi dalla nota iscrizione riportata dal Fabretti nel trattato degli Acquedotti Dissert. III. n. XXXI.

D. M.
PARTHENIO ARCARIO
REI. PVBLICAE
LAVICANORVM
QVINTANENSIVM

[p. 109 modifica] Ora dal passo di Strabone risulta, che sì Labico, che la stazione e città di Quintanæ a questo succeduto fossero nel sito dove è oggj il castello della Colonna. Imperciocché esso si trova sopra una eminenza, a destra della via, e circa 14 miglia e mezzo lontano dalla porta attuale, che fanno 15 miglia dalla Esquilina. Ciò posto è da osservarsi, che dalla Labicana stessa si dovesse distaccare qualche via per andare alla città; ma il ramo principale, o la Labicana vi passava sotto come fa oggi la strada moderna.

Dopo l’Osteria della Colonna si segue la via Labicana antica per circa tre miglia, e poco prima di giungere a S. Cesareo si trovava un trivio di antiche strade. Qui fu l’antica stazione ad Statuas indicata nella carta, come dalla distanza di tre miglia dalla stazione ad Quintanas si rileva, e dalle rovine ivi ancora esistenti. Di questo trivio la strada di mezzo continuava ad essere la Labicana e questa era la strada che andava a raggiungere la Latina dopo la stazione ad Pietas: quella a destra andava a raggiungere, pure la Latina; ma di quà della stazione ad Pietas: quella a sinistra finalmente conduceva a Frenesie, ed è la strada della quale fu parlalo come di una via di communicazioue fralla città di Preneste e la via Labicana, e serve ancora. Ciò posto seguendo la via di mezzo che è la principale, e la Labicana propriamente detta, nella Carta dopo la stazione ad Statuas troviamo citata l’altra ad Pactas nome corrotto dall’ad Pietas dell’Itinerario, e di Strabone. Questa stazione, che dovea trarre l’origine del nome dall’essere dipinta, si pone concordemente X miglia lungi dall’altra ad Quintanas, e per conseguenza XXV. da Roma, e VII. da quella ad Statuas, onde non potè stare, che presso Le Macere, luogo, che si trova circa sette miglia distante dall’altra stazione ad Statuas seguendo la direzione dell’antica via che ora trovasi interrotta da vigne, terre, e boschi. Dopo questa stazione la via Labicana entrava secondo Strabone nella Latina; pure nella Carta troviamo un’altra stazione sopra questa stessa via, detta ad Bivium, posta cinque miglia di là dall’ad Pietas. Ciò veniva dal dividersi la Labicana quattro miglia di là della stazione ad Statuas in [p. 110 modifica]due altri rami, col destro de’ quali più antico raggiungeva la Latina di là della stazione ad Pictas, come si è veduto di sopra; coll’altro la raggiungeva più oltre sul luogo oggi chiamato S. Ilario presso la valle dello stesso nome, e questa era la stazione ad Bivium comune alle due vie Labicana e Latina. E qui porremo un piccolo Itinerario comparato:
Via Lavicana

Ad Quintanas m. p. XV. La Colonna
Ad Statuas m. p. III. presso S. Cesario
Ad Pietas m. p. VII. Le Macere.
Ad Bivium m. p. V. S. Ilario.


C A P O   III.

Vie che partivano a Mezzogiorno di Roma

§ 1.

Delle vie Latina ed Asinaria.


Segue la via Latina, giacché della via Asinaria, che usciva dalla porta dello stesso nome accanto alla odierna porta S. Giovanni è inutile parlare non essendo che una via di poco più di due miglia di estensione, e riunendosi quindi alla Latina, donde poi serviva trasversalmente di communicazione fra la Latina, l’Appia e l’Ardeatina, siccome si rileva dal passo di Festo nella voce Retricibus. Retricibus cum ait Cato in ea, quam scripsit, cum edissertavit Fulvii Nobilioris Censuram significat aquam eo nomine, quæ est supra viam Ardeatinam inter lapidem secundum, et tertium qua inrgantur horti infra viam Ardeatinam, et Asinariam usque ad Latinam. Imperciocché la via Latina stava fra la porta Asinaria, e la via Ardeatina, e per conseguente sarebbe impropria la espressione infra viam Ardeatinam et Asinariam, usqne ad Latinam; ma supponendo che per Asinaria qui s’intenda la via di communicazione fra la Asinaria, la Latina, l’Appia e l’Ardeatina, l’espressione diviene giusta intendendosi compresi quelli orti, che stavano fra la Latina, [p. 111 modifica]l’Ardeatina, ad il pezzo dell’Asinaria che univa queste due vie insieme, traversando ancor l’Appia, che si trovava frammezzo. Che poi inoltre vi fosse una via, che retta usciva dalla porta Asinaria ed incontrava la via Latina, lo mostra Procopio nel libro I. della Guerra Gotica capo XIV. dove dice, che Belisario venne a Roma per la via Latina, ed entrò per la porta Asinaria.

Ma la via Latina era una delle principali strade che uscivano da Roma, e sebbene non se ne conosca l’origine, pure conviene crederla delle più antiche per le guerre, e le relazioni, che ebbero i Romani ne’ tempi primitivi nel Lazio superiore. Il suo nome siccome chiaramente si scorge derivollo dal paese che traversava cioè il Lazio; ed i suoi limiti in questa guisa descrivonsi da Strabone nel più volte citato lib. V. p. 163. Μέση δ᾽ αὐτῶν ἡ Λατίνη ἡ συμπίπτουσα τῇ Ἀππίᾳ κατὰ Κάσινον πόλιν, διέχουσαν Καπύης ἐννεακαίδεκα σταδίους. Ἄρχεται δὲ ἀπὸ τῆς Ἀππίας ἐν ἀριστερᾷ ἀπ᾽ αὐτῆς ἐκτρεπομένη πλησίον Ῥώμης: Fra queste, cioè fra la via Appia e Valeria, va in mezzo la Latina, la quale si congiunge coll’Appia verso la città di Casino (leggasi Casilino) distante diciannove stadj da Capua. Comincia essa dall’Appia deviando a sinistra vicino a Roma. Dissi nel riportare questo passo, che invece di Casino dovesse leggersi Casilino, poiché sebbene a Casino passasse la via Latina, pure non era là, che poteva riunirsi all’Appia, che molto discosto passava, e fralle due vie la catena dell’Appennino, si opponeva a qualunque riunione. Ed infatti nella Carta si fa la giunzione delle due vie a Casilino; e Strabone stesso più sotto p. 12. parlando di Cale, e Teano Sidicino, città poste molto di là da Casino più verso Casilino, mostra che stavano sulla via Latina, e perciò che questa non finiva a Casino. Πρὸς δὲ ταῖς ῥηθείσαις, ἔτι καὶ αὗται Καμπαναὶ πόλεις εἰσὶν ὧν ἐμνήσθημεν πρότερον Κάλη τε, καὶ Τέανον Σιδικῆνον, ἃς διορίζουσιν αἱ Δύο Τύχαι ἐφ᾽ ἑκάτερα ἱδρυμέναι τῆς Λατίνης ὁδοῦ; Oltre le già accennate, queste città ancora sono Campane, delle quali prima feci menzione, Cale, e Teano Sidiceno, fra le quali sono le due Fortune erette di quà, e di là sulla via Latina.

[p. 112 modifica]Ora venendo al principio di questa stessa strada abbiano veduto che Strabone lo pone presso Roma. a sinistra della via Appia, e per conseguenza dobbiamo dire che ella si distaccasse dall’Appia presso a Roma. La via Appia cominciava alla porta Capena del recinto di Servio, la quale secondo l’osservazioni fatte sulla prima colonna milliaria della stessa via trovata al suo luogo, esisteva nella gola fra il Celio, e l’Aventino nella villa Mattei, di maniera che le Terme di Caracalia restavano fuori di essa. E si vede ancora a poca distanza di là a San Cesario la diramazione a sinistra della via Latina, che noi dobbiamo riconoscere per quella descritta da Strabone, non permettendo il sito altra direzione alla strada. Così giunge la via alla porta Latina di Onorio, sulla quale si vede scolpito il monogramma, come alla porta Pinciana.

La direzione di questa via nell’Itinerario non può seguirsi, che fino a Teano, poiché nel resto non è più la via Latina propriamente detta; ma una strada di communicazione fra la Latina, e Benevento passando per Allife, e Telesia; ed ecco come ivi si descrive:

Ab Urbe

Ad Decimum m. p. X.
Roboraria m. p. VI.
Ad pictas m. p. XVII.
Compitum m. p. XV.
Ferentinum m. p. VIII.
Frusinonem m. p. VII.
Fregellanum m. p. XIIII.
Fabrateriam m. p. III.
Aquinum m. p. VIII.
Casinum m. p. VII.
Venafrum m. p. XVI.
Teanum m. p. XVIII.
Alifas m. p. XVII.
Telesiam m. p. XXV.
Beneventum m. p. XVIII.

[p. 113 modifica]La carta poi la descrive in questa guisa.

Via Latina


. . . .   X.

* *

Ad Bivium *

Compito Angnio cioè Anagnino X.
Ferentinum VIIII.
* *
Fabraterie VII.
Melfel IIII.
Aquino IIII.
Casinum VIIII.
Ad flexum VIII.
Teano Sedicino VIIII.
Cale III.
Casilino VII.

Prima di venire allo sviluppo di queste distanze è necessario che io premetta, che nell’Itinerario d’Antonino dopo il Compitum Anagninum o la quarta stazione, il resto è commune alla Latina colla Labicana, e la Prenestina, e siccome nell’Itinerario stesso la via Prenestina è la prima di queste tre ad essere descritta, quindi la Latina che è l’ultima si rimanda per la direzione alla Labicana, e la Labicana alla Prenestina, e per conseguente bisogna appropriare alla Latina ciò che dopo la stazione Sub Anagniam si trova nella Prenestina. In secondo luogo dall’estratto che ho posto della Carta può osservarsi che essa è molto corrotta nella prima parte, e perciò per riempire le lagune, che vi si trovano converrà servirci dell’Itinerario.

La porta Latina, dalla quale la via aver principio dopo il recinto di Onorio, è oggi chiusa, ed ivi si vede qualche indizio dell’antica via; seguendo la strada, che dirimpetto alla porta si apre si riconoscono sempre gl’indizj dell’antico pavimento; [p. 114 modifica]ma circa un mezzo miglio o poco più dopo la porta si trova interrotta dalle vigne e dai campi. Ma penetrando in questi, di tratto in tratto i ruderi de’ sepolcri ne indicano la direzione indubitatamente, seguendo i quali si perviene alla moderna strada di Albano circa due miglia distante dalla porta S. Giovanni. Ivi la via Latina non fa che traversare la strada moderna, e prendendo a sinistra della stessa strada si dirigge in linea retta verso i colli Tusculani siccome dice Strabone nel libro V. p. 162 dopo aver narrato il principio di questa via a sinistra dell’Appia: Εἶτα διὰ τοῦ Τουσκουλανοῦ ὄρους ὑπερβᾶσα μεταξὺ Τούσκλου πόλεως καὶ τοῦ Ἀλβανοῦ ὄρους κάτεισιν ἐπὶ Ἄλγιδον πολίχνιον καὶ Πικτὰς πανδοχεῖα. εἶτα συμπίπτει καὶ ἡ Λαβικανή ec. Quindi valicando il monte Tusculano fra la città di Tusculo, ed il monte Albano scende al castello di Algido, ed alla osteria di PICTÆ. Dopo la Lahicana vi si unisce ec. Nel sito indicato dove la via Latina traversa la strada moderna di Albano, essa continua a rimanere perduta ne’ campi, e solo si riconosce da una linea continuata di sepolcri ed altri ruderi, fra i quali debbe contarsi il sepolcro volgarmente creduto il Tempio della Fortuna Muliebre, che supponendosi in questo sito potrebbe essere piuttosto quella graziosa edicola di terra cotta, che si vede un quarto di miglio più lungi dal monumento indicato, che ne ha a torto usurpato il nome. Verso l’ottavo miglio dalla porta attuale, nel sito denominato li Centroni, e Morena comincia di nuovo la via Latina a servire. Ivi esisteva un diverticolo, che a sinistra conduceva a Tusculum, e perciò Via Tusculana dicevasi. Ivi pure osservansi grandi vestigia, che possono avere appartenuto in origine alla villa Tusculana di Lucullo; ma che ne’ tempi bassi furono ridotti ad altro uso, siccome la costruzione il dimostra. Dopo Morena si cominciano a vedere le traccie dell’antica via, e poco più di un miglio dopo corrispondente al X. dall’antica porta Capena, la via Latina era traversata dalla strada di communicazione fralle vie Prenestina ed Appia, la quale partendo dalla Prenestina dove esiste oggi l’osteria di Pantano presso Gabii andava a finire nell’Appia dove oggi è l’osteria delle Frattocchie; ed in conseguenza questa strada [p. 115 modifica]veniva a traversare la via Labicana, Tusculana, e Latina, e serviva ancora a queste di communicazione. Dissi che in questo sito dove la Latina era traversata da questa strada, cadeva il decimo miglio dalla porta Capena; in fatti ivi dappresso fu trovata la X colonna milliaria col nome di Massenzio, che forse l’avea ristaurata; per conseguenza ivi pure dovè essere la prima stazione di questa strido perciò delta, ad Decimum. Nella carta havvi il numero X. senza nome, che per conseguente deve supplirsi. Qui la via Latina comincia a salire i monti Tusculani traversando la valle, che fra i monti Tusculani stessi e l’Albano si trova, e che veniva perciò chiamata Valle Albana; ed un miglio dopo la stazione ad Decimum si vede a sinistra un castello diruto de’ bassi tempi chiamato il Borghetto, il quale venne forse formato colle rovine della vicina stazione, ed a quella fu sostituito.

Ma ritornando alla via Tusculana pare, che essa venisse rifatta da Marco Valerio Messala, al quale Tibullo nella Elegia VII. del primo libro dice:

Nec taceat monumenta viæ, quem Tuscula tellus
Candida, quem antiquo detinet Alba Lare:
Namque opibus congesta tuis hic glarea dura
Sternitur, hic apta jungitur arte silex.
Te canet agricola, e magna cum venerit urbe
Serus, inoffensum rettuleritque pedem.

Da Morena adunque questa via andava a Tusculo passando per Frascati, e per li Camaldoli; ed un pezzo di questa via sotto le mura di Tusculo si è recentemente scoperto presso che intieramente conservato.

La seconda stazione della via Latina nell’itinerario è Roboraria, che si pone sei miglia lungi dalla altra ad Decimum essi per conseguenza dovè essere presso la Molara, castello de’ tempi bassi oggi distrutto, le cui rovine veggonsi a destra della via Latina sopra un colle. Ho detto che questa stazione fa presso la Molara, giacché dalle misure prese pare che fosse più verso Algido. Si è veduto di sopra che la via Tusculana principale distaccavasi dalla Latina a Morena; oltre questa se ne distaccavano due altre per la stessa direzione di Tusculo; una dietro [p. 116 modifica]la odierna villa Belvedere, e di questa se ne riconoscono le vestigia e la direzione nel territorio annesso alla Rufinella, ed è quella stessa strada, che si tiene nell’andare a visitare le rovine di Tusculo. L’altra si distacca dalla via Latina circa un miglio e mezzo prima di giungere alla Molara, e per questa si saliva alla cittadella di Tusculo. Dal passo citato di Strabone abbiamo osservato, che la via Latina dopo avere traversato il monte Tusculano scendeva ad Algido, castello posto nella gola formata dal monte Algido stesso, che gli sovrasta, e del quale si veggono ancora le rovine presso l’Osteria della Cava dell’Aglio nome corrotto da Algido. Le rovine di questo castello sono tutte de’ tempi bassi, ne’ quali erasi rialzato.

Due miglia e mezzo circa di là dalla Osteria della Cava non lungi dalla Osteria di Mezza Selva sboccava nella via Latina uno de’ rami della Labicana. La via Latina che sino alla Cava dell’Aglio non ha variato direzione, alla Cava stessa va a destra, mentre ivi comincia un’altra strada che va a sinistra ad uscire a Mozza Selva. Dopo l’imbocco del ramo dalla Labicana si trova la Fontana delle Macere nome derivato dalle Macerie dell’antica stazione ad Pictas situata in questo sito, poiché qui cade non il XVII. miglio come male si legge nell’Itinerario; ma il VII. dopo la stazione precedente Roboraria, distanza, corrispondente a 28 miglia da Roma. E siccome leggiamo in Strabone nel libro V. p. 164 che questo sito era distante 210 stadj: διέχει δὲ τῆς Ῥώμης τὸ χωρίον τοῦτο σ᾽ καὶ ι᾽ σταδίους, che secondo l’ordinario farebbero 26 miglia ed un quarto, perciò questo passo va corretto iν ρ᾽ καὶ ο᾽ σταδίους, cioè in 180 stadj, nel qual caso non vi sarebbe, che la differenza di quattro stadj che forse per rotondità di numero furono negletti da Strabone.

Dopo questa Stazione veniva quella detta ad Bivium dove l’ultimo ramo della via Labicana sboccava nella Latina, siccome si vide parlando di quella via. Questa stazione è notata nella Carta; ma il numero V. ivi apposto appartiene alla via Labicana, e perciò riguardo alla via Latina dovrebbe porsi il numero VI. essendo tale la distanza che corre fra le Macere e S. Ilario, dove noi vedemmo essere [p. 117 modifica]l’antica Stazione ad Bivium. Prima però di giungervi, due miglia circa distante dalle Macere dove il ramo più antico della Labicana entrava nella Latina si staccava a destra un’altra strada che costeqgiando i monti portava a Cora ed alle altre città Volsche di quella parte.

Dopo la Stazione ad Bivium riesce più piana la esposizione di questa via. E primieramente da essa due miglia distante dalla stazione citata si distaccava a destra un diverticolo nella direzione di Monte Fortino, e dopo altre sette miglia die in tutto fanno nove miglia dalla Stazione ad Bivium, e quindici dall’ad Pictas giunge sotto Anagni dove una strada a sinistra sale ad Anagni; ed un’altra via a destra portava a Villa Magna le cui rovine veggonsi ancora di là dal fiume Sacco. Qualche altra via, che da questo luogo partiva diede origine alla denominazione ad Compitum Anagninum, che nel!’ Itinerario, e nella Carta si legge. Sotto Anagni pure vedemmo che la via Prenestina veniva a raggiungere la via Latina. La Stazione seguente nell’Itinerario è Ferentinum, che si pone a otto miglia da Compitum; a nove lo pone la Carta con più ragione, poiché anche più di nove miglia è distante questa città che ancora conserva il suo nome, e parte delle sue mure antiche. Nella Carta dopo Ferentinum havvi la laguna di due Stazioni Frusinonem, e Fregellunum, che si leggono nell’Itinerario. La prima è posta sette miglia di là da Ferentino, e con giustezza, e questa ancora conserva il suo antico nome di Frusinone, presso la quale scorre il fiume Cosa siccome afferma Strabone nel lib. V. pag. 164. Εἶθ᾽ ἑξῆς μὲν ἐπ᾽ αὐτῆς τῆς Λατίνης εἰσὶν ἐπίσημοι κατοικίαι καὶ πόλεις Φερεντῖον (leg. Φερεντῖνον), Φρουσινόν, παρ᾽ ἣν ὁ Κόσας ῥεῖ ποταμός. Quindi sulla stessa via Latina seguono con ordine abitazioni illustri, e città, Ferentino, e Frusino, presso la quale scorre il fiume Cosa. Il Fregellanum era distante da Frusinone XIV miglia secondo l’Itinerario, ed in conseguenza fu sulle rive del piccolo fiume oggi chiamato Strangolagallo poco prima, che questo versi le acque nel fiume Sacco. Posto ivi il Fregellanum siegue, che Fabrateria che n’era tre miglia distante fosse situata presso il confluente del fiume Sacco nel Liri, e con ciò si [p. 118 modifica]accordano oltre la disianza, le scoperte fatte d’Iscrizioni appartenenti a quella città ed oggi esistenti nel vicino Ceperano, e la posizione che di Fabrateria dà Strabone nel citato libro V. Φαβρατερία, παρ᾽ ἣν ὁ Τρῆρος ῥεῖ Fabrateria presso la quale scorre il Trero, nome col quale egli appella il predetto fiume Sacco. E chi sa, che il villaggio di Falvaterra, che si trova poco più oltre di là dal Sacco non abbia preso da Fabrateria il suo nome? cioè, che distrutta l’antica città gli abitanti parte a Ceperano, parte a Falvaterra si ritirassero, ed a questa ultima ponessero il nome della patria loro primitiva, nome, che quindi ha sofferto una qualche alterazione? Dissi che nella carta esisteva una laguna sino a Fabrateria; ma trovandovi scritto il numero VII. credo, che in origine vi fosse solo il nome di Frusinone prima di Fabrateria, e siccome da Frusinone a quest’ultimo luogo vi sono XVII. miglia, perciò il VII, va cangiato in XVII. L’Itinerario pone dopo questa stazione quella di Aquino, la cui posizione è assai conosciuta, e segna VIII, miglia sino a quella; la Carta vi pone una stazione prima, Melfel, forse Melfe fl. e la mette a mezza strada fra Fabrateria ed Aquino, ed in ciò si l’uno che l’altra sono esatti, poiché la Melfa stessa non ha cangiato nome e si passa a mezza strada da Ceperano ad Aquino. E quì finirò la descrizione della via Latina limitandomi di dare l’Itinerario comparato e corretto secondo le osservazioni sin qui fatte, alle quali brevemente aggiungerò, che Casino corrispondendo a s. Germano, perciò la Carta ponendolo VIIII. miglia lontano da Aquino è più esatta dell’Itinerario che lo pone VII. miglia distante, e corrisponde più alla distanza di fatto. Così dalla stazione ad Flexum oggi Torchia a Teano la Carta pone VIIII. miglia; ma ve ne sono XVIIII. almeno, e va in tal guisa il numero VIIII, in XVIIII. cangiato. Da Teano a Cale oggi Calvi vi sono VIII. e non III. miglia, come pone la Carta e da Cale a Casilino ve ne sono VIIII. e non come la stessa Carta numera.

Conchiuderò questo articolo dando la descrizione delle stazioni sulla via Latina che dà Livio lib. 26. e. 5 descrivendo la mossa di Annibale contro Roma: Hannibal quo die Vulturnum est [p. 119 modifica]transgressus haud procul a flumine castra posuit. Postero die præter Cales in agrum Sidicinum pervenit: ibi diem unum populando moratus per Suessolanum, Alifanumque, et Casinatem agrum via Latina ducit: sub Casinum biduo stativa habita, et passim populationes factæ: inde præter Interamnam, Aquinumque in Fregellanum agrum ad Lirim fluvium ventum, ubi intercisum pontem a Fregellanis morandi itineris caussa invenit . . . . . Hannibal infestius perpopulato agro Fregellano propter intercisos pontes per Frusinatem, Ferentinatemque, et Anagninum agrum in Labicanam venit; inde Algido Tusculum petit: nec receptus mœnibus infra Tusculum dextrorsus Gabios descendit etc.


Via Latina.


Ad Urbe ad Decimum m.p. X. fra Morena, e Borghetto.
Roboraria m. p. VI. presso la Molara,
Ad Pictas m. p. VII. le Macere
Compitum Anagninum m. p. XV. sotto Anagni.
Ferentinum m. p. VIII. Ferentino.
Frusinonem m. p. VII. Frusinone.
Fregellanum m. p. XIIII . . . . .
Fabrateriam m. p. IIII. presso Ceperano.
Ad Melphim fl. m. p. IIII. La Melfa fiume.
Aquinum m. p. IIII. Aquino.
Casinum m. p. VIIII S. Germano.
Ad Flexum m. p. VIII. Torchia.
Teanum Sidicinum m. p. XVIII. Teano.
Calem m. p. VIII. Calvi.
Casilinum m. p. VIIII. Capua moderna.


§. 2.


Della Via Appia.


Alla porta Capena, la cui situazione vedemmo essere nella villa Mattei sotto il Celio, ira questo monte e l’ Aventino avea principio la via Appia Regina delle vie lunghe: Stazio nel II. delle Selve §. II

..... qua limite noto
Appia longarum teritur regina viarum [p. 120 modifica]Procopio, che la vide quando conservava ancora tutto

il suo splendore, e che ne parla nel lib. I. della Guerra Gotica c. XIV. ne dà la descrizione più esatta: Ὁ δὲ διὰ τῆς Λατίνης ὁδοῦ ἀπῆγε τὸ στράτευμα, τὴν Αππίαν ὁδὸν ἀφεὶς ἐν ἀριστερᾷ, ἣν Ἄππιος ὁ Ῥωμαίων ὕπατος ἐννακοσίοις ἐνιαυτοῖς πρότερον ἐποίησέ τε καὶ ἐπώνυμον ἔσχεν, Ἔστι δὲ ἡ Ἀππία ὁδὸς ἡμερῶν πέντε ἀνδρὶ εὐζών σ᾽ ἐκ Ῥώμης γὰρ αὕτη ἐς Καπύην διήκει. εὖρος δέ ἐστι τῆς ὁδοῦ ταύτης ὅσον ἁμάξας δύο ἀλλήλαις ἀντίας ἰέναι, καὶ ἔστιν ἀξιοθέατος πάντων μάλιστα. τὸν γὰρ λίθον ἅπαντα μυλίτην τε ὄντα καὶ φύσει σκληρόν ἐκ χώρας ἄλλης μακρὰν οὔσης τεμὼν Ἄππιος ἐνταῦθα ἐκόμισε: ταύτης γὰρ δὴ τῆς γῆς οὐδαμῆ πέφυκε. λείους δὲ τοὺς λίθους καὶ ὁμαλοὺς ἐργασάμενος, ἐγγωνίους τε τῇ ἐντομῇ πεποιημένος, ἐς ἀλλήλους ξυνέδησεν, οὔτε χάλκον ἐντὸς οὔτε τι ἄλλο ἐμβεβλημένος. οἱ δὲ ἀλλήλοις οὕτω τε ἀσφαλῶς ξυνδέδενται καὶ μεμύκασιν, ὥστε ὅτι δὴ οὐκ εἰσὶν ἡρμοσμένοι, ἀλλ̓ ἐμπεφύκασιν ἀλλήλοις, δόξαν τοῖς ὁρῶσι παρέχοντες καὶ χρόνου τριβέντος συχνοῦ δὴ, οὕτως ἁμάξαις τε πολλαῖς καὶ ζῴοις ἅπασι διαβατοὶ γινόμενοι ἐς ἡμέραν ἑκάστην οὔτε τῆς ἁρμονίας παντάπασι διακέκρινται οὔτε τινὶ αὐτῶν διαφθαρῆναι ἢ μείονι γίνεσθαι ξυνέπεσεν, οὐ μὲν οὐδὲ τῆς ἀμαρυγῆς τι ἀποβαλέσθαι. τὰ μὲν δὴ τῆς Ἀππίας ὁδοῦ τοιαῦτά ἐστι. Egli poi per la via Latina condusse l’esercito, lasciando a sinistra la via Appia che fa fatta novecento anni fà da Appio Console Romano, che le diede il nome. E’ la via Appia di cinque giorni di cammino per un uomo lesto; imperciocchè essa porta da Roma a Capua; la sua larghezza è tale che due carri l’uno incontro l’altro possono andarvi; ed è la più degna di tutte d’essere veduta. Imperciocchè Appio dovè tagliare e portarvi da lontane regioni tutte le pietre che sono molari, e di natura durissime, ed in questo luogo non si trovarono mai: ed avendo fatto le pietre levigate, e piane, con angoli nel tagliarle corrispondenti fa loro legolle senza porvi dentro bronzo, o alcun’altra cosa. E queste sono così fortemente legate insieme, e talmente unite, che a chi le vede fan credere, che non siano insieme congiunte, ma così unite di natura loro; e dopo un attrito di sì lungo tempo, essendovi passati ogni giorno sopra molti carri, ed [p. 121 modifica]ogni sorta di animali, non si sono affatto smosse, ne avvenne loro di essere in alcuna parte rovinate, o consumate, ne di perdere niente del polimento. Tal’è l’Appia.

Questa descrizione chiaramente dimostra, che nel sesto secolo nel quale vivea Procopio, dopoché l’Italia era stata di già soggetta alle devastazioni de’ barbari settentrionali, la via Appia ancora si conservava intatta. Dimostra inoltre, che la via Appia propriamente detta non si estendeva che da Roma a Capua, e che più oltre a Benevento e a Brindisi, ed anche Otranto piuttosto che Appia è una continuazione di essa. Finalmente Procopio essendo meno prattico del paese asseti indistintamente che le pietre, che ne formavano il pavimento da lontane regioni portavansi. Ma le cave di questa si trovano presso la via Appia stessa in quattro siti almeno da Roma a Genzano, cioè presso il sepolcro di Metella, presso le rovine chiamate Roma Vecchia, presso l’antica Boville, e sotto i Cappuccini di Genzano. Più oltre non conosco altre cave; ma probabilmente non ne mancheranno almeno ne’ contorni di Fondi, ed in altri siti. Il suo nome come giustamente afferma Procopio deriva da Appio Claudio Censore che la costrusse l’anno 442. di Roma: Et Censura clara eo anno Appii Claudii, et Caii Plautii fuit: memoria; tamen felicioris ad posteros nomen Appii, quod viam munivit, et aquam in urbem duxit: eaque unus interfecit etc. Prima ancora però, che Appio la lastricasse esisteva nello stesso sito una via, come lo stesso Scrittore indica nel capo XXVI. del libro VII. Suo magis inde impetu quam consilio ducis, convulsis signis infesto agmine ad lapidem octavum viæ:, quæ nunc Appia est perveniunt. La descrizione delle stazioni sopra questa via che nell’Itinerario di Antonino si legge è la seguente:

Ariciam. M. P. XVI.
Tres Tabernas. M. P. XVII.
Appii Forum. M. P. XVIII.
Tarracinam. M. P. XVIII.
Fundos. M. P. XVI.
[p. 122 modifica]
Formiam. M. P. XIII.
Minturnas. M. P. IX.
Sinuessam. M. P. IX.
Capuam. M. P. XXVI.


Nella Carta si legge così descritta la direzione di questa via:

Via Appia.
Bobellas X.
Aricia III.
Sublanubio VII.
Tres tabernas X.
Terracina *
Fundis XIII.
Formis id.
Menturnis VIIII.
Sinuessa VIIII.
Ad ponte Campano VII.
Urbanis III.
Ad Nonum III.
Casilino VI.
Capuæ III.

Finalmente l’Itinerario Gerosolimitano al rovescio, da Capua a Roma così la descrive:

Mutatio ad Octavum m. VIII.
Mutatio Ponte Campano m. IX.
Civitas Sonuessa m. IX.
Civitas Menturnas m. IX.
Civitas Formis m. IX.
Civitas Fundis m. XII.
Civitas Terracina m. XIII.
Mutatio ad Medias m. X.
Mutatio Appi Foro m: IX.
Mutatio Sponsas m. VII.
Civitas Aricia et Albona m. XIIII.
Mutatio Ad Nono m. VII.
In Urbe Roma. m. IX.

Fit a Capua usque ad urbem Romam M. CXXXVI. Mutationes XIIII. Mansiones IX. Nella qual [p. 123 modifica]recapitolazione osserverò, che supponendo esatti i numeri delle Stazioni converrebbe che le miglia da Capua a Roma ressero CXXV, e le mutazioni, Mutationes XII, ma come vedremo circa le mutazioni il difetto sta nelle Stazioni, delle quali forse due sono state omesse, cioè Casilino, e Tres Tabernæ.

La via Appia poco dopo la porta Capena nella piazza oggi detta di S. Cesario si divideva dalla Latina, siccome si vide di sopra; e prendendo a destra con una direzione obliqua, cagionata dalla località perveniva al sito ove si trova la odierna porta Appia o S Sebastiano. Che in questo tratto la via moderna segua la stessa direzione dell’antica, lo mostrano 1. la località stessa, che impedisce alla via tenere altra direzione, passando questa nella gola formata da due colline; 2. la linea de’ sepolcri, che di qua e di là la fiancheggiano, e le cui rovine si trovano nelle vigne adiacenti ed alcune sulla strada stessa; 3. le traccie dell’antico pavimento: 4. l’arco di Druso, e la porta attuale.

La posizione di questi due ultimi oggetti, e le rovine de’ sepolcri mostrano, che fuori della porta la via antica divergeva un poco a destra dalla via moderna e non si riuniva a questa se non poco prima della Chiesa di Domine quo vadis dove si vede un bivio; la via a destra è l’antica via Ardeatina, la quale staccandosi qui dall’Appia andava siccome ancora va ad Ardea seguendo la direzione delle odierne tenute di Tor Marancio, Grotta perfetta, l’Annunziata, la Cecchignola nuova, la Cecchignola vecchia, Vallerano, Casal Giudio, Monte Migliore e S. Procula; e presso Ardea con un ramo nella direzione di pian Cimino riunivasi alla via littorale detta Severiana. Di questa via trovansi di tratto in tratto le traccie, soprattutto presso Ardea, dove esiste ancora l’antico suo pavimento.

La via Appia però tenendosi a sinistra seguiva la direzione della strada moderna di S. Sebastiano, ed in questo tratto se ne riconoscono gl’indizj specialmente a destra, e soprattutto la linea non interrotta de’ ruderi de’ sepolcri, che la fiancheggiano non lasciano luogo a dubitarne. Passata la chiesa di San Sebastiano, a destra si trova una strada, che riunisce in questo luogo la via Appia alla via [p. 124 modifica]Ardeatina. Corrispondente a questa strada a sinistra dell’Appia havvi una porta, o cancello di Vigna, dentro la quale si vede la continuazione di questa strada medesima oggi interrotta, che va a unire in una strada moderna, che raggiunge la via di Albano; traversata questa strada moderna si riconosce sempre nella stessa direzione la via stessa che passava avanti il Tempio di Bacco oggi S. Urbano, scendeva nella Valle della Caffarella, raggiungeva la via Latina, e traversata questa finiva nell’Asinaria, di maniera che questa strada della quale trovatisi in questa guisa de’ pezzi interrotti ancora usati era una via di comunicazione fra la via Asinaria e l’Ardeatina, e per conseguenza questa è quella via Asinaria della quale fu parlato di sopra, e di cui parla Festo. Proseguendo il cammino nell’Appia vedesi torreggiare il Sepolcro di Cecilia Metella moglie di Crasso, il quale trovasi rinchiuso in un recinto o castello de’ tempi bassi, che forse diede origine all’abbandono dell’Appia. L’arco o porta che dava ingresso a questo castello indicano chiaramente che sotto quello passava la via della quale ancora si riconosce il solco, seguendo il quale si trova un pezzo dell’antico pavimento ancora conservato da potersi riconoscere, ma assai malconcio, ed ivi misurata la larghezza della via si trova essere stata di circa quattordici piedi. Una linea continuata di sepolcri da questo punto sino ad Albano non lasciano più dubitare quale ne fosse la direzione, che si riconosce essere stata sempre retta sino ad Albano. Un miglio dopo il sepolcro di Metella si vede a sinistra della via l’Iscrizione di Marco Servilio Quarto riferita nel I. volume. Di là da questo sepolcro un altro miglio circa si vede a destra della via un recinto quadrilatero di grandi massi quadrati di pietra vulcanica, che io credo essere un’antico Castrum o Campo, siccome più a lungo ho discorso nel mio viaggio Antiquario ne’ contorni di Roma; a sinistra veggonsi i campi pieni di rovine, che diedero origine al nome moderno di Roma vecchia, e che io credo essere gli avanzi di un’antica villa. Sei miglia lungi dall’antica porta Capena vedesi sulla strada un antico sepolcro rotondo assai vasto; ma incaguito volgarmente chiamato Casal Rotondo, ed al [p. 125 modifica]decimo miglio dall’antica porta si veggono gl’indizj di un antico diverticolo a sinistra che si dirige verso la strada di communicazione fra la via Prenestina, e l’Appia, e che finisce in essa nel sito oggi detto Tor Re Paolo sotto Marino. La distanza di dieci miglia, e la circostanza del diverticolo indicata sono forti argomenti per porre in questo sito la stazione ad Bobellas indicata nella Carta, o per dir meglio ad Bovillas, giacchè l’ad Bobellas è un’alterazione di nome. Nell’Itinerario Gerosolimitano si trova la stazione ad Nonum, e con ragione, poiché vi è quasi un miglio di differenza fra l’antica porta Capena, e la porta Appia attuale; l’Itinerario Gerosolimitano è fatto allorquando più non consideravasi l’antica porta Capena, e la distanza prendevasi dalla porta allora esistente, che è la medesima di quella attuale; onde l’ad Bobellas della Carta, e l’ad Nonum dell’itinerario sono la stessa stazione cioè la stazione ad Bovillas sulla via Appia. Un miglio dopo si giunge alle Frattocchie, dove la strada moderna di Albano sbocca nell’Appia. Quella parte della strada moderna che va dirimpetto alle Frattocchie è un pezzo dell’antica via di communicazioae fralla via Prenestina ed Appia; ed appena passate le Frattocchie, sulla via Appia stessa a sinistra una via abbandonata conduce a Marino, Qui cominciava la via Albana o Trionfale, la quale ancora può rintracciarsi ed è la stessa di quella, che da Marino va direttamente a Palazzola dove era l’antica Albalonga, e dove poi cominciava a salire il monte Albano per andare al Tempio di Giove Laziale, e questa strada da Palazzola alla cima del monte è intatta, e forma ancora l’ammirazione di chi la visita, sebbene non sia più larga di circa otto piedi.

La seconda stazione della Carta è l’Aricia, che nell’itinerario di Antonino è la prima; e nell’Itinerario di Gerusalemme la penultima prima di giungere a Roma. La distanza dell’Aricia da Roma è di sedici miglia giuste; e tale la descrivono i due Itinerarj: nella Carta però si pone III. miglia distante dall’ad Bobellas, il che farebbe XIII. miglia, onde è chiaro che il III. va corretto in VI. e cosi sarà concorde cogl’Itinerarj, e colla distanza reale. [p. 126 modifica]E’ però da osservarsi che la via Appia non passava per l’odierna Ariccia, ma a basso di essa nel sito dove l’antica Aricia più si estendeva, e che formava la città propriamente detta, mentre l’odierna Aricia è posta nella cittadella dell’antica. Ed infatti ancora si riconosce la sua direzione sotto la chiesa della Stella, passato Albano, dove la via Appia segue la direzione a destra della strada attuale. Ivi costeggia la valle Aricina, ed appena passata l’Aricia antica, le cui rovine grandi ed imponenti si veggono ancora nell’Orto di mezzo, è sostenuta da magnifiche sostruzioni di pietre quadrate le quali si estendono 100. passi geometrici, e nella maggiore elevazione hanno 33. piedi circa di altezza; nella sua lunghezza veggonsi usati tre archi per risparmio di materiali e per maggiore solidità. Costeggiando cosi la valle Aricina sale dolcemente verso Genzano, e lasciata questa terra alla sinistra raggiunge di là da essa la via moderna di Napoli. Presso Genzano stesso a sinistra distaccavasi un’altra via dall’Appia, la quale è presso a poco la stessa di quella per cui si va da Genzano a Nemi, dove fu l’antico Tempio di Diana. Ivi poi prendendo la direzione della Chiesa de’ Cappuccini di Genzano scendeva al Lago Nemorese; donde risaliva verso il monte Albano, e forse andava a raggiungere la via Trionfale a Palazzola. Di questa strada ne esiste ancora un bel pezzo sotto i Cappuccini di Genzano dove si vede chiaramente che andava a salire il monte; essa ha come l’Albana circa otto piedi di larghezza.

E’ riconosciuto che Civita Lavinia sia l’antico Lanuvium, e per conseguente la stazione, che dopo Aricia nella Carta si vede indicata col nome di Sublanubio, o Sablonuvio dovè stare sull’Appia a piedi di Civita Lavinia. Infatti ivi a sinistra della via Appia si vede un castello diruto de’ tempi bassi detto S. Gennareilo posto precisamente VII. miglia lungi dall’antica Aricia segnendo la direzione dell’Appia, onde dee credersi che quest castello, stesso fosse sostituito all’antica stazione. Poco prima di giungere a Sublanuvio si lascia a destra la via che mena all’antico Lanuvium, che ha tutti gli indizj di essere antica. Questa non si fermava a Lanuvio; ma dopo [p. 127 modifica]averlo traversato ne riusciva a mezzodì e per la pianura scendeva ad Ulubra posta nelle vicinanze di Campo Morto, e di là andava ad Astura. Questa via è in gran parie ben conservata, e si vede dopo aver traversato Civita Lavinia andando verso la Madonna delle Grazie. Ivi si veggono nella scesa bellissime sostruzioni a destra di massi quadrati simili a quelle della valle Aricina.

Dopo Sublanuvio si pone la Stazione Tres Tabernas, celebre negli scritti di Cicerone, negli atti degli Apostoli etc. Questa stazione si mette concordemente dall’Itinerario di Antonino, e dalla Carta XVII. miglia distante dall’Aricia, ossia X da Sublanuvio, e prendendo le misure si vede che le dieci miglia da Sublanuvio coincidono colle rovine che esistono nel luogo detto le Castella, posto sulla via Appia due miglia circa prima di giungere a Cisterna; ed in conseguenza ivi conviene porre quest’antica Stazione. E’ però da notarsi che la via moderna di Napoli non segue sempre l’Appia, ma la lascia a Sublanuvio, ed ivi prende a sinistra per salire a Velletri, donde la viene a raggiungere a Cisterna con incommido e dilungamento inutile.

L’Itinerario Gerosolimitano nomina una Mutatio Sponsas, che pone a VII miglia da Appiforo e XIIII da Aricia, cosicché secondo quest’Itinerario sole ventuno miglia vi sarebbero fra Foro di Appio ed Aricia, mentre secondo l’Itinerario di Antonino ve ne sono XXXV. Questa varietà si spiega facilmente, se si supponga, come infatti accade, che nel Gerosolimitano manca la stazione di Tres Tabernæ, la quale trovasi sette miglia distante dalla Stazione ad Sponsas, e XIIII e non XVIII del Foro di Appio; quindi il XIIII che si legge nell’Itinerario di Gerusalemme rapporto alla distanza dell’Ad Sponsas all’Aricia va cangiato in XVII. va appropriato alle Tres Tabernæ, stazione che vi si deve aggiungere, all’ad Sponsas va posto il numero VII. relativamente al Foro di Appio quindi devesi correggere in questa guisa: Mutatio, ad Sponsas m. VII. Mutatio Tres Tabernæ m. VII. Civitas Aricia et Albona m. XVII. così che si avranno dal Foro di Appio all’Aricia XXXI. miglia. Per la stessa ragione nell’Itinerario di Antonino va corretto il numero XVIII. [p. 128 modifica]apposto ad Appi Forum in XIIII. tale essendo lo distanza fra Tres Tabernæ, e quest’ultimo luogo. Circa poi la stazione ad Sponsas, le sue rovine si veggono a sinistra della via Appia presso Torre Tre Ponti a Tor Mercata; e non è strano credere, che il nome della stazione moderna sia una corruzione della primitiva denominazione ad Pontes. A Torre Tre Ponti veggonsi ancora parecchie colonne milliarie antiche; imperciocchè la via Appia essendo rimasta in parte sommersa dalle acque delle paludi Pontine durante il tempo della barbarie, erasi perfettamente conservata come le acque l’avevano trovata nel momento della inondazione. Allorché però le paludi furono asciugate dal magnanimo Pontefice Pio VI, che in ciò emulò Augusto e Trajano, stimò necessario rialzare la strada, ed allora l’antica via venne distrutta, e furono rovinati parecchi antichi ponti, ma la direzione antica conservossi, e ne’ lavori fatti in quella occasione furono trovati parecchi strati diversi di pavimenti, coi quali anche ne’ tempi antichi questa via era stata sempre rialzata. In quella stessa occasione furono trovate le rovine dell’antico Forum Appi circa VII miglia distante dal sito dove ponemmo la stazione ad Sponsas, ed ancora conservano l’antico nome presso i contadini. A Foro di Appio devia a sinistra una via, che conduce a Sezze, e che dagl’indizi ivi esistenti pare doversi riconoscere per antica.

Nell’Itinerario di Gerusalemme si pone fra Terracina, e Foro di Appio la stazione ad Medias distante X miglia dalla prima, e IX dall’altro, distanze presso a poco esatte; imperciocchè la stazione ad Medias ancora conserva il suo nome, e si chiama Mesa, ed ivi veggonsi antiche iscrizioni relative a coloro che ristaurarono la via Appia nelle paludi Pontine, ed i ruderi di un sepolcro.

La via moderna si divide dall’Appia un miglio circa di là da Ponte Maggiore evitando di salire a Terracina; l’antica però divergeva a sinistra appunto per salirvi, e passare presso la fonte di Feronia della quale Orazio nella descrizione del suo viaggio a Brindisi così si esprime nella satira V. del primo libro:

Ora manusque tua lavimus Feronia lympha. [p. 129 modifica]Il qual fonte trovavasi tre miglia distante da Terracina, come lo stesso Orazio soggiunge:

Millia tum pransi tria repimus, atque subimus
Impositum saxis late candentibus Anxur.

Laonde devesi riconoscere nella sorgente che presso la così detta Torre delle Mole di Terracina si trova. Terracina è posta XVIII. miglia di là dal Foro di Appio secondo Antonino, XIX. secondo il calcolo dell’Itinerario di Gerusalemme, che io credo più esatto perchè si accorda meglio colla distanza reale. Da Terracina a Fondi gl’Itinerarj e la Carta vanno di accordo, e pongono la distanza di XIII. miglia, e la via moderna segue l’antica, onde nulla può notarsi se non il taglio della rupe fatto anticamente sotto Terracina per dare alla strada un passaggio.

Le stazioni seguenti si allontanano troppo dal mio assunto perchè le descriva minutamente, e solo in conciso dirò, che Formiæ era ne’ contorni di Mola di Gaeta e Castellone, e che la Carta, e l’Itinerario di Antonino dando a questa stazione XIII. miglia di distanza da Fondi mi sembrano più esatti del Gerosolimitano che ne pone XII. Le rovine di Minturnæ, che s’incontrano prima di passare il Garigliano; ne determinano la posizione a nove miglia circa lungi da Mola, o da Formiæ, come concordemente gl’Itinerarj e la Carta la pongono. Passato il Garigliano, l’antico Liri, la via Appia volgeva a destra per andare a Sinuessa città posta concordemente dagl’Itinerari, e dalla Carla a nove miglia da Minturnæ. E siccome Strabone nel lib. V. dice, che stava sopra un golfo, o seno di mare che dava origine al suo nome, perciò messe insieme queste due circostanze, essa dee riconoscersi nelle rovine che si trovano sotto il monte Massico presso il mare non lungi da Mondragone. A Sinuessa distaccavasi a destra la via Campana, o Domiziana, che costeggiando il mare conduceva a Baja e Pozzuoli. La via Appia però internandosi di nuovo nel paese perveniva, secondo la Carta, dopo sette miglia al fiume Safo oggi Sarone, che essa passava sopra il ponte Campano, stazione che nell’itinerario con più ragione si pone a nove miglia, e che oggi dicesi il ponte de’ Monaci. Le due stazioni seguenti che nella Carta si leggono Urbanis, e [p. 130 modifica]ad Nonum, le quali pongonsi egualmente tre miglia distanti l’una dall’altra, e l’ultima VI. da Casilino sono oggi da trovarsi; ma v’è nelle XII. miglia fra il Punte Campano, e Casilinim una diversità dì quattro miglia che va rettificata, giacché ne’ due Itinerari tra Sinuessa e Capua vi sono XXVI miglia, e nella Carta se ne contano sole XXII; e siccome l’errore non può stare nelle distanze da Sinuessa a Ponte Campano, e da Casilino a Capua, luoghi conosciuti, perciò bisogna trovarlo nelle due Stazioni ignote di Urbanis, e ad Nonum.


Via Appia.
Ab Urbe
Bobellas seu ad Nonum m. p. X. Boville
Ariciam m. p. VI. Aricia
Sublanuvium m. p. VII. S. Gennarello
Tres Tabernas m. p. X. Le Castella
Ad Sponsas m. p. XI. Tor Vergata
Appii Forum m. p. VII. Foro Appio
Ad Medias m. p. IX. Mesa
Tarracinam m. p. X. Terracina
Fundos m. p. XIII. Fondi
Formias m. p. XIII. Mola di Gaeta
Minturnas m. p. IX. Minturne
Sinuessam m. p. IX. Mondragone
Ad pontem Campanum m. p. VII. Ponte de’ Monaci
Urbanas m. p. *
Ad nonum m. p. *
Casilinum m. p. simul XXIII. Capua moderna
Capuam m. p. III. S. Maria di Capua


§. 3.


Delle vie Ostiense, Laurentina, e Severiana.


Di quà dal Tevere altra via non ci resta, che l’Ostiense e quelle, che ne nascevano. La via Ostiense, così chiamata perchè conduceva ad Ostia, meno il suo principio, nel rimanente conserva perfettamente la sua direzione. Essa usciva per la porta Trigemina del recinto di Servio, la quale stava nella gola fra l’Aventino ed il Tevere, e di là seguendo il corso del fiume passava avanti la Basilica di S. [p. 131 modifica]Paolo: e di questa direzione primitiva della via Ostiense ne rimangono indizj sicuri sulla ripa del Tevere, specialmente presso S. Paolo stesso, dove fra gli altri indizj si osserva una linea continuata di ruderi di sepolcri. Passando innanzi la Basilica venivi dopo insensibilmente accostandosi alla strada attuale, di maniera che la giunzione si fa verso il ponticello di S. Paolo, di là dalla Basilica un buon quarto di miglio. Ma questa stessa direzione venne cangiata, quando vennero erette le nuove mura della città; allora la via Ostiense primitiva restò interrotta dalle mura, ed invece di tenere la direzione del fiume usci dalla porta attualmente chiamata di S. Paolo, ed allora detta Ostiense per questa stessa ragione che di là si usciva per andare ad Ostia. Forse nella stessa direzione della strada attuale ne’ tempi più antichi che la Ostiense teneva l’altra direzione vi fu pure una via, la quale sembra essere indicata dalla piramide di Cestio, e da quel sepolcro che si trova un mezzo miglio circa fuori la porta attuale a sinistra.

Questa si giungeva alla Ostiense primitiva al Ponticello, e dopo circa un miglio e mezzo di strada se ne distaccava di nuovo a sinistra e portava a Lautento, e perciò via Laurentina si disse. Questa via si segue anche oggi, ed il casale, che si trova al suo decimo miglio, conserva il nome di Decimo, e dopo altre XVI. miglia giunge direttamente a Tor Paterno, la cui distanza e le rovine esistenti mostrano essere situata sul suolo di Laurento. Infatti nella Carta leggiamo via Hostiensis Hostia XII. Poi fra la via Ostiense si vede un’altra via col n. XII. ma senza nome, che io credo alludere all’Ad Decimum e doversi variare il XII. in X. Questa via va a finire a Laurento, che ha annesso il numero XVI. per marcare la sua distanza da Roma senza contare la prima stazione; o più probabilmente invece di XVI. dee leggersi VI, che unite alle X. fanno il numero completo delle miglia da Roma a Laurento.

Ritornando alla via Ostiense, questa dopo il ponticello trovasi corrispondente alla via moderna di Ostia, ed in molti luoghi, soprattutto dopo il VII. miglio, conserva l’antico suo pavimento, e fralle sue rovine deve contarsi il ponte della Refolta, che si trova verso l’undecimo miglio dell’antica via, e che [p. 132 modifica]è un antico ponte; passato il quale una via a destra mena a Risacco di Dragoncella, e questa ha tutti gl’indizi di essere antica, l’altra a sinistra che va a Porciliano non conserva, che io sappia, traccia di antichità, ma la circostanza di trovarsi all’undecimo miglio della via Ostiense, dove Plinio il giovane, assicura nella sua lettera XVII. del libro II. che lasciava la via Ostiense per andare alla sua villa Laurentina, e la coincidenza della direzione di questa strada che va verso la villa Pliniana, quantunque non sia più in uso che sino a Porciliano, mi fan credere che sia questa un’antica via. Ostia si trova marcata nell’Itinerario di Antonino e nella Carta XI. miglia distante da Roma, e con questa misura Itineraria si accordano Plinio nel capo terzo del libro quinto della Storia Naturale, Eutropio nel rap. V. del primo libro, e Cassiodoro sul principio della sua cronica; nè vi si oppone la distanza reale, che attalmente si conta di XV. miglia, poiché bisogna calcolare che la via antica cominciava alla porta Trigemina molto più indentro della porta attuale, e che la città moderna è discosta dall’antica di un buon quarto di miglio e forse anche più. La via Ostiense finiva in Ostia; ma ad Ostia lungo il littorale cominciava la via Severiana, così detta perchè Settimio Severo la costrusse, la quale da Ostia portava a Terracina in questa guisa, che nella Carta si legge:

Hostia
Laurento *
Lavinium VI
Antium XVII
Astura VII
Clostris IX
Ad Turres albas III
Circeios XIX
Ad Turres IIII
Terracina XI

Di questa nella direzione indicata si trovano molte vestigia dentro le macchie di Castel Fusano, Tor Paterno etc, che costeggiano il mare. E per dire qualche cosa sopra queste stazioni, che la Carta nomina, osserverò, che le VI. miglia di Lavinio [p. 133 modifica]vanno calcolate nel luogo dove presso la odierna Torre del Vajanico parte a sinistra della Severiana un diverticolo che conduce a Pratica villagio che occupa il sito dell’antico Lavinio. Le distanze sono esatte dopo questo punto sino ad Astura; da Astura a Giostra nella Carta leggonsi nove miglia, distanza, che se è esatta determina la posizione di questa stazione nella macchia di Fogliano, presso il lago di questo nome, quattro miglia distante dalle mura di S Donato, che in questo caso corrisponderebbero alla Stazione seguente detta Ad Turres Albas, correggendo però il numero III. della Carta in IIII. Circejo si pone XIX. miglia di là dalla Stazione ad Turres Albas; la situazione di questa città è assai conosciuta, onde misurando lo spazio fra le mura di S. Donato, e le rovine di Circejo sul monte dello stesso nome volgarmente detto di S. Felicita, si contano almeno XXIII. miglia, e perciò così si dee correggere nella Carta il numero XIX. Da Circejo ad Turres si pongono nella carta IV. miglia che presso a poco coincidono colla Torre di Olevola o poco più oltre. Da questo punto a Terracina la Carta pone XI. miglia; ma ve ne sono appena IX. Laonde daudo un’itinerario comparato di questa via si avrà

Ostia


Laurentum m. p. VIII Tor Paterno
Lavinium m. p. VI Pratica
Antium m. p. XVII Anzio
Asturam m. p. VII Astura
Clostra m. p. IX . . . . .
Ad Turres Albas m. p. IV Mura di S. Donato
Circejos m. p. XXIII Circèo
Ad Turres m. p. IV. Torre Olevola
Terracinam m. p. IX Terracina



[p. 134 modifica]

CAPO IV.

Vie, che uscivano ad Occidente di Roma


§. 1

Della via Portuense.


Due sole strade uscivano da Roma ad Occidente la Portuense, e l’Aurelia. La via Portuense, quantunque non vi sia autorità da attestarlo, fu costrutta da Claudio per il porto da lui nuovamente fatta sulla riva destra del Tevere. Questa via era di breve corso poichè non oltrepassava di sua origine la città di Porto posta circa sedici miglia distante da Roma, siccome giustamente afferma Procopio nel capo XXVI del libro I. della Guerra Gotica: Τὸν δὲ λιμένα ὃν δὴ Πόρτον Ῥωμαῖοι καλοῦσι, καταλαβεῖν ἔγνω. ὃς δὴ ἀπέχει μὲν τῆς πόλεως ἓξ καὶ εἴκοσι καὶ ἑκατὸν σταδίους. μέτρῳ γὰρ τοσούτῳ τὸ μὴ ἐπιθαλασσία εἶναι διείργεται Ῥώμη. E decise di occupare quello che Porto appellano i Romani; il quale è distante dalla città 126 stadj: impeciocchè tanto dista Roma per non essere città marittima. Centoventisei stadj equivalgono a quindici miglia e tre quarti, le quali ora che la Porta Portese è un quarto di miglio più indentro, e che Porto per conseguente è un quarto di miglio più lungi divengono sedici miglia. Imperciocché la Porta Portuense di Aureliano, che era quella, che a’ tempi di Procopio serviva, e che era stata rifatta da Onorio, esisteva passato l’Arsenale, venne distrutta a’ tempi di Urbano VIII come Nardini ha mostrato a suo luogo.

La via Portuense uscendo dalla porta non saliva, come oggi fa, le colline conosciute sotto il nome di Foga l’Asino; ma seguendo a sinistra il corso del fiume raggiungeva per la Magliana la via moderna verso Ponte Galera, donde per Campo Salino e la Vignola perveniva a Porto. E qui noterò che nell’Itinerario di Antonino per errore de’ Copisti Porto si pone XVIIII. miglia distante, mentre non lo è più di XVI, come poco sopra si vide. E come da Ostia partiva una via littorale che perveniva a Terracina, [p. 135 modifica]così da Porto partiva una strada littorale anche essa che portava a Centum Cellæ oggi Civita Vecchia. E questa via è descritta nell’Itinerario di Antonino in questi termini:

Item a Roma per Portum Centum Cellas:

In Portum M P. XVIIII.
Fregenas M. P. IX.
Alsium M. P. IX.
Ad Turres. M. P. IIII.
Pyrgos M. P. XII.
Castrum novum M. P. VIII.
Centum Cellas M. P. VIII.

La Carta poi, che in questo luogo è molto scorretta pone dopo Porto:

. . . . . . . . VIIII
Alsium . . . .
Pyrgos X.
Punicum. VI.
Castronovo VIIII.
Centum Cellis IIII

Quest’antica via meno un piccolo tratto da Porto allo Stagno è oggi affatto abbandonata. Ma seguendo la scorta dell’Itinerario, le nove miglia dopo Porto coincidono con la Torre di Maccarese, onde ivi o nelle sue vicinanze dovè essere Fregenæ nominata nell’Itinerario stesso, e da supplirsi nella Carta, dove però è rimasto il numero delle miglia. Nove miglia dopo Fregenæ la via giungeva ad Alsium, le cui rovine veggonsi presso Monteroni sul fiume Cupino nel sito chiamato Statua. Ivi essa raggiungeva la via Aurelia, onde le stazioni, che seguono erano communi a tutte e due. La stazione Ad Turres, che si legge dopo fu situata presso a poco sulle rive del fiume Vaccina, poiché ivi le quattro miglia da Alsium coincidono. Dodici miglia distante dalla stagione ad Turres secondo l’Itinerario era la Stazione Pyrgos, le cui rovine veggonsi a S. Severa, e siccome fra questo villaggio ed il suo descritto dall’ad Turres non vi sono più di VII. miglia, quindi il numero XII dell’Itinerario [p. 136 modifica]va in VII. corretto. La Carta pone X. miglia fra Alsium e Pyrgos, ed in ciò piccola è la differenza non trattandosi che d’un miglio colla distanza reale fra questi due luoghi, e perciò in XI va corretto il numero X. Dopo Pyrgos la Carta pone la Stazione Punicum VI miglia distante da Pyrgos: ed infatti le àue rovine si riconoscono a S. Marinella, dove comunque de’ moderni Geografi pone questa stazione, e dove le VI miglia la determinano. Viene quindi Castronovo posto dall’Itinerario VIII miglia lungi da Pyrgos, e per conseguenza II dal Punicum della Carta che noi vedemmo essere posto VI miglia lungi da Pyrgos. Le mine di Castronovo si veggono ancora poco dopo passata Torre Chiaruccia presso il capo Linaro, onde sulla sua posizione non può esservi dubbio, e solo le VIIII miglia della Carta vanno corrette in II distanza reale, che esiste fra Punicum e Castronovo, e come vedemmo è confermata dall’Itinerario. Dalle rovine di Castronovo a Civitavecchia, l’antica Centum Cellæ vi sono miglia quattro e tale è la distanza, che assegna la Carta; nell’Itinerario però leggonsi VIII, miglia fra Castrum Novum e Centum Cellæ onde evidentemente si riconosce una scorrezione nel testo ed invece di VIII deve porsi come nella Carta IIII. Ed ecco in qual guisa l’Itineraria corretto, e comparato dee porsi:

In Portum m. p. XVI Porto
Fregenas m. p. IX. Torre di Maccarese.
Alsium m. p. IX. Statua.
Ad Turres m. p. IIII. Campo di Mare.
Pyrgos m. p. VII. S. Severa.
Ad. Punicum m. p. VI. S. Marinella.
Castrum novum m. p. II. Castro Novo.
Centum Cellas m. p. IIII. Civita Vecchia.


§. 2.

Della Via Aurelia


Questa è l’ultima delle vie, che uscivano di Roma, e della quale ignoriamo l’autore, sebbene il suo nome debba farcela credere costrutta da un Aurelio chiunque egli sia. La sua direzione è assai [p. 137 modifica]nota, e per l’Itinerario di Antonino, che la porta sino ad Arles, e per la Carta Peutingeriana. Io però per non dilungarmi di troppo la descriverò secondo il solito fino a Civitavecchia, considerando il resto come troppo lungi da Roma. E per cominciare dalla porta, essa usciva in origine dalla porta Gianicolense, alla quale è oggi sostituita quella di S. Pancrazio. Nell’ingrandimento però delle mura fu eretta una porta Aurelia avanti la mole di Adriano, la quale esisteva a’ tempi di Procopio, ed avea già preso il nome di porta S. Pietro, come quello Storico afferma nel capo XIX. del I. libro della Guerra Gotica: Διὸ δὴ ἄλλας δύο τῆς πόλεως πύλας ἐνοχλεῖσθαι πρὸς τῶν πολεμίων ξυνέβαινε, τήν τε Αὐρηλίαν ἣ νῦν Πέτρου τοῦ τῶν Χριστοῦ Ἀποστόλων κορυφαίου πλησίον κειμένου. ἐπώνυμός ἐστἰ καὶ τὴν ὑπὲρ ποταμὸν Τίβεριν: Per la qual cosa avvenne che due delle porte della città fossero infestate dai nemici, l’ Aurelia, la quale ora ha preso il nome di Pietro principe degli Apostoli di Cristo ivi dappresso sepolto, e quella di là, dal fiume Tevere. Da questa porta Aurelia adunque uscì un altro ramo della via Aurelia, il quale andò a raggiungere la via Aurelia primitiva circa quattro miglia distante da Roma nel sito chiamato Valcanuta. La via Aurelia, che usciva dalla porta Gianicolense oggi S. Pancrazio, si teneva a destra, e seguiva presso a poco la via moderna fino alla villa Panfili, dove teneva una direzione un poco più a sinistra. L’altra strada che esce dalla porta attuale e mena a S. Pancrazio è antica anche, essa e si crede corrispondere alla via Vitellia. Essa per la direzione, che tiene sino al fiume Galera, finiva alla via littorale, che noi vedemmo da Porto condurre a Civitavecchia. Quel ramo poi della via Aurelia, che partiva dalla porta di questo nome, seguiva presso a poco la direzione della via che oggi esce da porta Cavalleggieri e va a Civitavecchia seguendo la stessa via Aurelia, e che si unisce nel luogo indicato colla via, che esce dalla porta San Pancrazio.

L’Itinerario di Antonino descrive in questa guisa la via Aurelia sino a Centum Cellæ: [p. 138 modifica]

VIA AURELIA.
Lorium M. P. XII.
Ad Turres M. P. X.
Pyrgos M. P. XII.
Castrum Novum M. P. VIII.
Centum Cellæ M. P. V.

La Carta poi così la descrive:


VIA AURELIA
Lorio XII.
Bebiana *
Alsium VI.
Pyrgos X.
Punicum VI.
Castronovo VIIII.
Centum Cellis IIII.


Siccome si vede, in questa descrizione non dobbiamo considerare, che le Stazioni fino a Pyrgos, poichè le altre sono state di già discusse nell’articolo precedente.

La prima stazione, posta concordemente dall’Itinerario, e dalla Carta dodici miglia distante da Roma, è Lorio, le cui rovine si trovano giustamente un miglio circa prima dì Castel di Guido a destra della via Aurelia. Lorio fu reso celebre dalla educazione di Antonino Pio, che poi vi costrusse un palazzo, il quale fino da’ tempi antichi andò in rovina. Ipse Antoninus, dice Capitolino nel capo primo della sua vita, natus est.... in villa Lannuvina: educatus Lauri in Aurelia: ubi postea palatium, extruxit, cujus hodieque reliquia manent. Dove si dee notare la diversa ortografia, colla quale il nome di Lorio si scriveva, cioè Laurium, o Lorium, come via Claudia e Clodia ed altre simili parole, nelle quali il dittongo au si trova cangiato in o; da ciò apprendiamo che Lorio, o Laurio, forse traeva nome dai lauri, che ivi in origine saranno stati.

[p. 139 modifica]Dopo Lorio la Carta pone Bebiana senza però aggiungervi il numero delle miglia; ma siccome le sue rovine trovansi non lungi dal ponte dei tre denari in un’antico diverticolo di comunicazione fra l’Aurelia e la via littorale, perciò può aggiungersi il numero V. che tale è la distsinza fra le rovine di Lorio, e quelle di Bebiana. L’itinerario però non nomina questa Stazione, e dopo Lorio pone ad Turres, che mette dieci miglia distante da Lorio, e dodici da Pyrgi, fra questi due punti. Pyrgi vedemmo, che corrisponde a S. Severa; perciò contando per la via Aurelia dodici miglia dall’ad Turres a Pyrgos, e dieci da ad Turres a Lorium, verrebbe a stare Lorium ventidue miglia lontano da ad Turres, e per conseguenza trentaquattro miglia lungi da Roma, distanza, che in niun modo conviene a S. Severa. Si vide dove trattossi della via littorale, che l’Itinerario stesso pone ad Turres quattro miglia distante da Alsium, e per conseguente che questo luogo era situato sulle rive del fiumee Vaccina non molto distante da Torre Flavia. Dal qual punto seguendo il serpeggiamento della via Aurelia si hanno XII. miglia sino a Lorio, e perciò qui la distanza cresce da quella di X. assegnata dall’Itinerario. Da questo punto però a S. Severa appena VII. miglia vi sono, cosicché il XII dell’Itinerario va in VII. corretto siccome fu veduto di sopra, ad in tal caso Pyrgi sarà distante da Lorio XIX. miglia e XXXI. da Roma per la via Aurelia, distanza che più si accosta al vero. La Carta dopo Bebiana, che vedemmo cinque miglia distante da Lorio, nomina Alsium, che si vide essere lo stesso, che il luogo oggi chiamato Statua presso Palo. La distanza è esatta calcolandola secondo la deviazione del diverticolo di Bebiana. Nel resto rimettendomi a quello, che ho detto trattando della via littorale, darò qui l’Itinerario comparato della via, solo notando, che l’Itinerario di Antonino è più corretto in questo luogo, che nell’altro in ciò che concerne la distanza da Castronovo a Centocelle, nella quale un solo miglio di differenza si osserva dalla Carta che è esattissima, siccome fu veduto a suo luogo:

[p. 140 modifica]

Via Aurelia
Lorium m. p. XII. Lorio.
Bebiana m. p. V. presso il ponte de' tre denari.
Alsium m. p. VI. Statua.
Ad Turres m. p. IIII. a Campo di Mare.
Pyrgos m. p. VII. S. Severa.
Ad Punicum m. p. VI. S. Marinella.
Castrum Novum m. p. II. Castronovo.
Centum Cellas m. p. IIII. Civitavecchia.

Colla via Aurelia resta compito il giro delle vie che uscivano da Roma; poiché la Trionfale, oltre che era di corto giro, è stata da me indicata guanto’ alla sua direzione dove trattai della via Cassia.


F I N E.

Note

  1. De Ling. Lat. lib IV. c. IV. p. 7.
  2. Origin. lib. XV. c. XVI. de Itin. p. 1205.
  3. Digest. lib. VIII. Tit. de Serv. praed. Rustic. §. 1
  4. Loc. cit.
  5. Loc. cit.
  6. Digest. lib. VIII. Tit. cit. §. 7.
  7. De Ling. Lat. lib. IV. c. IV. p. 7.
  8. Digest. VIII. Tit. cit. §. 7.
  9. Ibi § 12.
  10. De Ling. Lat. lib. IV. c. IV. p. 7.
  11. Origin. Lib. XV. e. XVI. p. 1206.
  12. Loc. cit.
  13. Digest. Lib. XLIII. Tit. de Via publ. et itin. publ. reflc. l. 2 § 21. 22.
  14. Digest. lib. VIII. Tit. de Loc. et Itin. Publ. l. III. §. I.
  15. Strabo Lib. V. p. 162. e seg.
  16. Origin. loc. cit.
  17. De Aquæduct. lib. I.
  18. Libro II. c. VI.
  19. Lib. III. c. III.
  20. Lib. V. c. XXXVIII.
  21. Lib. VII. c. VI.
  22. Digest. lib. I. Tit. De Orig. Juris l. 2. §. 29. e 30.
  23. Lib. LIV. p. 618.
  24. In Claudio c. 24
  25. Urbs Roma p. 65.
  26. Cap. XI
  27. De Legibus lib. III. C. III.
  28. Livio lib. IX. c. XX.
  29. Lib. XX.
  30. Livio lib. 11. c. XXVI.
  31. Aurelio Vittore De viris illustr. urb. Romæ c. LXXII.
  32. Lib. XLIX. c. 1.)
  33. In C. Graccho c. VII.
  34. Da bello civ. lib. II. p. 443.
  35. Epist. Fam. lib. VI.
  36. Lib. XLIX. p. 476.
  37. Lib. 1. Epist. 1.
  38. In Cæsare c. v.
  39. Panvinio Urbs Roma p. 71.
  40. Id. p. 75.
  41. Id. pag. 84.
  42. Id. pag. 87.
  43. Id. pag. 98.
  44. Id. pag. 117.
  45. Id. pag. 118.
  46. In Aug. c. 37.
  47. Lib. 37. pag. 56.
  48. Lib. LIV. p. 618.
  49. Ivi p. 601.
  50. Epistol. lib. V. epist. XV.
  51. In M. Antonio c. XI.
  52. Cap. 31.
  53. Urbs Roma p. 121.
  54. De Condition. Agror. p. 9.
  55. In M. Antonino c. XI.
  56. De Cond. Arror. p. g.
  57. In Caesare c. V.
  58. Dio lib. 49. p. 476.
  59. Urbs Roma p. 68.
  60. Panvinius Urbs Roma.
  61. Gruter. Thes. Inscript. p. 162. 1.
  62. Id. p. 162. 2.
  63. Berger Hist. des Grands Chemins de L’Empire liv. 1. p. 89.
  64. De condit. agr. p. 9.
  65. Grut. Thes. Inscr. p. 400. n. 7.
  66. Digest. lib. XLIII. Tit. De via publ. et si quid in ea §. 3.
  67. Lib. 15. Tit. de Itin. mun. l. 3. e 6.
  68. Lib. 49. p. 476
  69. In Augusto c. 30
  70. Lib. 58 p. 585
  71. Lib LIV. p. 602.
  72. P. 149. n. 2.
  73. Gruter. p. 153. n. 3. 7.
  74. Sveton. in Claudio c. 20.
  75. Gruter. Thes Inscr. p. 162. n. 7.
  76. Hist. Natur. Lib. 36. c. 15.
  77. Gruter. Thes Inscr. p. 154 n. 1. 2.
  78. De Cæsaribus in Vespasiano.
  79. Thes. Inscript. p. 154. n. 3. p. 155. n. 3.
  80. Ib. p. 243. n. 2.
  81. Sylv. Lib. IV.
  82. In Domitiano p. 220.
  83. De methodo cur. morb. lib. IX. c. VIII.
  84. In Trajano p. 232.
  85. Grutero Thes. Inscr. p. 15i. n. 2.
  86. Id. p. 156. n. 2. 3. 1. e 4.
  87. Id. p. 161. n. 4.
  88. Id. p. 156. n. 6.
  89. Id. p. 156. n. 7.
  90. Id. p. 150. n. 5.
  91. Id. p. 157. n. 7.
  92. Id. p. 156. n. 9. 158. n. 5.
  93. Id. p. 158. n. 3.
  94. Id. p. 157. n. 4. n. 6. 8.
  95. Id. p. 151. n. 4.
  96. Id. p. 156. n. 8.
  97. Id. p. 151; n. 5. p. 158. n. 6.
  98. Id. p. 158. n. 9.
  99. Resendius presso Berger Hist. des Grands Chemins de l’Empire liv. i. p. 72.
  100. Gruter. Thes. Inscr. p. 159. n. 1.
  101. Id. p. 158. n. 10.
  102. Id. p. 159. n. 6. e 2.
  103. Id. p. 159. n. 4. 5.
  104. Id. p. 159. n. 7.