Wikisource:Collaborazioni/SBM/testi/Meraviglie di Milano Bonvesin

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SCRITTORI MILANESI

FRA BONVESINO DELLA RIVA LE MERAVIGLIE DI MILANO

TRADUZIONE DAL TESTO LATINO INTRODUZIONE E COMMENTI DEL DOTT. ETTORE VERGA

CASA EDITRICE L. F. COGLIATI - MILANO 1921 PROPRIETÀ LETTERARIA

Industrie Grafiche Amedeo Nicola & C. - Milano-Varese.


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FRA BONVESINO

I.

Sulla vita dell’umile fraticello milanese ben poche notizie son giunte a noi; ma non v’è ragion di dolersene: egli è tutto ne’ suoi scritti: quando avremo letto un saggio delle sue candide poesie e l’affettuoso elogio della sua città, lo avremo pienamente conosciuto e ce lo sentiremo vicino come un amico di cui ci sian noti e cari i più riposti sentimenti.

Fino allo scorcio del passato secolo le uniche fonti per la sua biografia erano alcuni vaghi accenni nelle cronache milanesi di Galvano Fiamma, un epitaffio sulla sua tomba nella chiesa di S. Francesco in Milano, tramadatoci da scrittori del secolo XVII che lo avevano potuto leggere prima della sua dispersione avvenuta probabilmente nel 1698 quando la vecchia chiesa rovinò, e due cronache dei frati Umiliati del secolo XV riferite dal Tiraboschi. [p. vi modifica]

Il Fiamma, pur avendone saccheggiato l’operetta sulle grandezze di Milano, non seppe o non volle dir altro di lui se non che era frater tertii Ordinis, senza neppur aggiungere di qual Ordine monastico sia stato terziario. L’epitaffio suona così:
Johannes de Ripa P. — hic jacet — F. Bonvicinus de Ripa — de Ordine tertio Humiliatorum — doctor in gramatica — qui construxit hospitale de Legniano — qui composuit multa vulgaria — qui primus fecit pulsare campanas ad Ave Maria — Mediolani et in Comitatu — dicatur Ave Maria pro anima eius.

Secondo questa iscrizione, posta sul sepolcro da quel Giovanni Riva, Bonvesino, dottore in grammatica, avrebbe appartenuto all’Ordine degli umiliati, avrebbe fondato l’ospedale di S. Erasmo in Legnano, avrebbe pel primo introdotto nella città e nel contado di Milano il segnale dell’ave Maria dato dalle campane. Le due cronache, in un rapido accenno, concordano coll’epitaffio chiamando Bonvesino frate del terz’Ordine degli Umiliati.

Ma nel 1886 vennero in luce due suoi testamenti i quali apportarono qualche notizia nuova e precisa, offrirono argomenti per rettificare quelle tramandate dalle fonti anteriori, e delinearono in certo modo la figura morale di lui: l’uno del 18 ottobre 1304, l’altro del 5 gennaio 1313. Poichè in [p. vii modifica] quest’ultimo Bonvesino, figlio di Pietro della Riva, si dice senex et aeger, vecchio ed ammalato, possiam supporre abbia allora avuto settant’anni, poco più poco meno, e, per conseguenza, sia nato intorno al 1240. Si rileva inoltre che egli era maestro (magister si chiama non doctor) di grammatica, che era frate terziario, di qual Ordine pur troppo non è detto, il che non gli impedì d’ammogliarsi due volte, dapprima con madonna Benghedisia, morta prima del 1304, poi con madonna Floramonte, morta sicuramente prima del 1313; si rileva che doveva godere d’una certa agiatezza possedendo una casa in porta Ticinese nella parrocchia di S. Sisto, e tre fuori di porta Tosa nel luogo detto la Brera del Gallo; case per altro modeste come eran quasi tutte a quel tempo in Milano, dacchè una di queste ultime era affittata per quaranta soldi di terzoli all’anno1. Negli ultimi anni dovette ritirarsi dall’insegnamento; infatti non son più menzionati nel secondo testamento la cattedra e i banchi ricordati nel primo, nè i libri di sua [p. viii modifica] proprietà che nel primo ordinava si vendessero a profitto del convento dei frati minori (francescani) nè quelli lasciatigli in pegno da scolari in arretrato coi pagamenti, che destinava all’ospedale della Colombetta insieme coi danari da quelli dovutigli.

Un istrumento del 1290, pubblicato insieme ai testamenti, dimostra come il nostro Bonvesino godesse fama d’uomo devoto e generoso. I frati della Colombetta, non avendo denari per comperare un certo molino, ricorsero a lui tamquam ad hominem devotum et spetialle amicum illius domus ed ebbero quanto loro occorreva. Le sue disposizioni testamentarie confermano questa fama. Egli lasciava eredi universali de’ suoi redditi i poverelli vergognosi (pauperes verecundi), erogatari i frati della Colombetta ai quali assegnava la proprietà dei suoi beni stabili. Destinava un legato di quindici lire di terzoli al convenlo de’ frati minori di S. Francesco, ed altri legali di venti soldi fino a sette lire ai conventi dei Predicatori, degli Eremitani, di S. Maria del monte Carmelo, di S. Maria mater Domini, del terz’Ordine degli Umiliati in porta Comasina, dei frati della Penitenza, alle monache di S. Apollinare, all’ospedal nuovo dei frati di S. Maria, e al cappellano di S. Sisto in porta Ticinese, nonchè venti soldi all’anno agli Ordinari [p. ix modifica] del duomo affinchè facessero dire una messa in pro dell’anima sua sull’altare della Vergine.

Prescriveva infine che il suo corpo fosse sepolto nel monumento da lui stesso fatto erigere nella casa dei franti minori ai quali assegnava quindici lire per le spese de’ suoi funerali.

Nel primo testamento Bonvesino ricorda un fitto pagatogli dai frati dell’ospedale di S. S. Erasmo in Legnano, parte in denaro, cinque lire di terzoli, parte in natura, due staia di noci, tre carri di vino e qualche altra cosa, e lo assegna alla consorte Floramonte finchè viva, riservando solo un carro di vino ai frati a compenso d’una messa settimanale da dirsi per l’anima della sua prima consorte Benghedisia; nel secondo questo fitto appare consolidato in cento soldi di terzoli e lo si lascia a quei frati perchè dicano una messa settimanale a suffragio dell’anima del testatore, colla riserva che, non osservandosi quest’obbligo, il fitto passi alla Colombetta.

Qui taluno domanderà: come mai, avendo fondato quell’ospedale di Legnano, Bonvesino lo esclude dai suoi lasciti e neppur gli condona senza condizioni il fitto di cui era creditore? Già il Tiraboschi aveva espresso il dubbio che quell’ospedale potesse essere stato fondato da lui, avendone trovato menzione in documenti anteriori; [p. x modifica] ora i due testamenti autorizzano ad escluderlo in modo assoluto. Il buon fraticello lo avrà sussidiato, come sussidiò nel 1290 quello della Colombetta, o, se si vuole interpretare alla lettera la parola construxit dell’epitaffio, gli avrà fatto erigere a sue spese una sede più comoda e decorosa.

Un’altra domanda si affaccia spontanea: se Bonvesino apparteneva al terzo Ordine degli Umiliati, come sulla fede dell’epitaffio sono andati ripetendo quanti han parlato di lui, perchè s’è fatto costrurre il sepolcro nella chiesa dei Francescani, mentre a Milano, la città classica degli Umiliati, eran di quest’Ordine cospicui conventi? La monca espressione «tertii Ordinis» di Galvano Fiamma, che ricorre tal quale nel testamento, non potrebbe riferirsi come espressione antonomastica al terz’Ordine di S. Francesco che era in auge a quei tempi mentre quello degli Umiliati andava declinando? E meritano fede assoluta le due cronache riferite dal Tiraboschi dove esplicitamente lo si dice degli Umiliati, cronache posteriori a Bonvesino di quasi due secoli, quando ad esse si possono contrapporne due altre, sia pur di minore autorità, conservate nelle biblioteche Trivulziana e Ambrosiana di Milano, dove è detto del terz’ordine fratrum minorum? Non si può dare una risposta decisiva escludendo senz’altro che agli [p. xi modifica] Umiliati appartenesse, ma si può ragionevolmente supporne che, pur essendo stato terziario di quell’Ordine, abbia poi trovato più confacente al suo spirito veramente francescano la regola dei frati minori che non quella degli Umiliati dediti da gran tempo all’industria e al commercio della lana dove andavano accumulando ricchezze, e si sia fatto terziario di S. Francesco.

Avveniva in questi tempi un singolare risveglio della coscienza nazionale. Affascinato dall’ardente parola del fraticello d’Assisi, il laicato si andava in Italia infervorando alle opere di misericordia subentrando al troppo tepido clero sia secolare che regolare, coi suoi consorzi, le sue confraternite, le sue associazioni soggette solo nelle forme esteriori alle discipline ecclesiastiche, nel resto con piena libertà di iniziativa e di movimento; così era sbocciato il terz’Ordine francescano detto dei frati della Penitenza, così un terz’Ordine era venuto a rinsanguare la vecchia industriosa compagine degli Umiliati; niuna meraviglia che Bonvesino, così acceso di carità e di fede, si accostasse a più d’uno di questi collegi di laici devoti: e infatti s’ha notizia d’una terza associazione alla quale era inscritto, la confraternita dell’ospedale di S. Croce di Gerusalemme fuori di porta Romana, che solennemente lo accoglieva nel suo seno il 9 settembre del 1296. [p. xii modifica]

L’autorità dell’epitaffio è ormai molto scemata e si può concludere non esser esso contemporaneo bensì collocato molto tempo dopo la morte di Bonvesino da un lontano parente, quel Giovanni dalla Riva, molto lontano dacchè non se ne parla nei testamenti; collocato quando dell’essere di lui non si aveva più notizia sicura ed esatta. E’ infatti in tutto vago e impreciso; non ricorda l’anno della nascita e della morte, dice che Bonvesino scrisse «multa vulgaria» mentre ha ccritto anche opere latine. L’unica cosa di cui non poteva perdersi o confondersi la memoria era l’uso di suonar l’Ave Maria, al quale doveva esser legato il suo nome; e questa notizia possiamo tener per sicura.

II.

Avviciniamoci ora all’arte ed alla scienza di Bonvesino dalla Riva.

I poeti francesi e provenzali, che in gran numero percorsero l’Italia nei secoli XII e XIV, ebbero, a seconda dei luoghi, vicende diverse: attratti dallo splendore e dalla protezione della Corte di Sicilia, si fermaron colà fondandovi una scuola nel cui seno sbocciò una poesia indigena foggiata sui loro schemi, ma non priva di vita propria e adatta alla lingua paesana che allora cominciava ad assurgere alla [p. xiii modifica] dignità di lingua letteraria.Questa poesia prevalentemente cavalleresca, signorile, cortigiana, irradiò ben presto dalla Sicilia e da Napoli nella già colta Toscana e nell’Emilia. Nell’Italia settentrionale, al di qua del Po, questi poeti non trovarono una reggia potente ove raggrupparsi e ridurre a disciplina le loro creazioni, e andaron vagando di città in città, di castello in castello cantando i provenzali versi d’amore e di sdegno, i francesi le imprese gloriose degli eroi carolingi, e trovaron seguaci e imitatori che, pur essendo quelle due lingue intese dal popolo, le modificaron talora, per esser meglio compresi, col patrio, ancora povero e rozzo vernacolo. Si tentò anche di rivestire per intero degli idiomi paesani quei motivi poetici d’oltr’alpe, ma siffatto tentativo, che ebbe un esito trionfale negli idiomi più evoluti, più ricchi e più venusti della Sicilia e della Toscana, qui non riuscì: i dialetti non rispondevano e si ritornava per forza alle lingue straniere.

Ma altri ostacoli impedivano alla poesia franco-provenzale di fruttificar fra noi: essa era avversata dai dotti, tenaci nella difesa del latino, e dalla chiesa paurosa del sensualismo ond’erano improntate le eleganti canzoni d’amore e delle fantasiose leggende cavalleresche così lontane dalla contemplazione delle cose spirituali. [p. xiv modifica] L’avversione della chiesa trovò alleati nel sentimento religioso, diffuso e profondo in tutte le classi, e nel conflitto, allora mollo acido, fra Roma e gli Svevi: poichè la maggior parte di que’ poeti, vivendo intorno alla Corte Siciliana, eran naturalmente portati a sostener la causa ghibellina, lo spirito guelfo prevalente in Lombardia era ostile all’arte loro e procurava di farla scadere nella estimazione popolare.

Così avvenne che i girovaganti trovatori nella lingua d’oc ed in quella d’oil non fossero tra i migliori che trovavano altrove più degne accoglienze e degenerassero in modi e in atteggiamenti più da buffoni che da poeti: buffoni infatti il popolo li chiamava, di che un dei più autorevoli, Girard de Ricquier, lagnavasi nel 1275 dicendo:

Hom les apel bufos
Co fa en Lombardia.

Frattanto col progressivo migliorare della condizione delle plebi, i dialetti indigeni s’erano a poco a poco disimpacciati dagli involucri del latino, si erano lentamente affinati e predisposti a soppiantare la letteratura d’oltr’alpe cercando di eliminare le differenze che distinguevano l’un dall’altro per convenire in un tipo in certo modo uniforme come uniformi erano i sentimenti predominanti nell’anima del popolo dal Piemonte a Venezia, dalla Liguria a [p. xv modifica] Milano. Si formò così una lingua letteraria diversa dai dialetti parlati nei singoli territori, con caratteri comuni quantunque in certe parti tenesse or dell’uno or dell’altro secondo la patria dello scrittore.

Trovata la lingua sgorgò dal cuore del popolo una larga vena di poesia nuova, differente non solo da quella cortigiana e cavalleresca, ma anche da quella popolare che anche in Sicilia e in Toscana si faceva strada sempre inspirandosi all’amore e ai piaceri: una poesia prevalentemente religiosa e morale. E i poeti furon parecchi: un anonimo genovese volgeva nel novello idioma le vite dei santi, fra Giacomino da Verona faceva una di quelle descrizioni del paradiso e dell’inferno che tanto piacquero al medio evo, non priva di qualche bellezza, specialmente per l’avvicendarsi di scene ora spaventose ora grottesche come quella, per esempio, dove son descritti i diavoli occupati a martoriare i dannati:


     Li cria li diavoli tutti a somma festa:
«Astica, astica fogo! dolenti ki n’aspeta».
Mo ben dové saver en que modo se deleta
li mise peccaor c’atendo cotal festa.
     L’un diavolo cria, l’altro ge respondo,
l’altro bato ferro e l’altro cola bronco,
E altri astica fogo et altri corro entorno
Per dar al pecaor rea noite e reo corno.

Un anonimo bergamasco versificava la salve regina e il decalogo: [p. xvi modifica]


     In nomo sia de Crist ol dì present
Di des comandamet alegramet,
I quai dà de pader onipotent
A morsis (Mosè) per salvai la zet;
Chi i des comandament observerà
In vita eterna cum Xrist andarà
     El prim comandament ol dì: honorar
Sovra omnia cossa amà ol creatore,
Chol anima e chol chor e cho la met
     E in lu meter tutt ol nostre amore...

Gerardo Patecchio a Cremona, Uguccione a Lodi, Cola di Perosa a Bergamo, Arpino Broda a Pavia seguivan tali esempi. A Milano, Pietro da Bescapè nel 1274 componeva un poema di lunga lena in versi ora alessandrini, ora ottonari, storia rimata del nuovo e del vecchio Testamento:


     No è cosa in sto mundo - tal è la mia credença
Ki se possa fenire se la no se comença,
Petro da Bersegapè si vol acomençare
E per raçon finire secondo k’el ge pare.
     Ora omiunca homo intença e stia pur in pax
Sed kel ne ge plaxe audire d’un bello sermon verax;
Cuntare eo se volio e tare per raxon
Una istoria veraxe de libri e de sermon,
In la qual se conten guangii (vangeli) e anche pistore
E del novo e del vectre testamento de Criste.
                         Alto deo patre segnior
                    Dà a mi forca e valor,
                    Patre Deo segnior veraxe
                    Mandime la toa paxe...

E, dopo aver invocato Iddio e lo Spirito Santo, s’avvia a raccontare: [p. xvii modifica]


     Come Deo a fato lo mondo
E como de terra fo lo homo formo;
Cum el descendè de cel in terra
In la Vergene regal polçella;
E cum el sostene passion
Per nostra grande salvation;
E cum verà el dì de l’ira
Là o serà la grande roina;
Al peccatore darà grameça,
Lo justo avrà grande alegreça...

Infatti, sulle traccie della Bibbia, ei tesse la palingenesi dell’umanità; narra la creazione dell’universo e dell’uomo, il peccato originale e le sue conseguenze culminanti nella lotta dell’anima colle passioni, passa in ordinata rassegna i sette vizi capitali: svolge quindi la storia del riscatto divino con un succedersi di scene che vanno dall’Annunciazione alla fuga in Egitto e al ritorno in Nazaret dopo la strage degli innocenti; quindi la vita e la passione di Cristo intercalata di aneddoti e di episodi d’un ingenuità sorprendente, la risurrezione, l’ascensione e le successive apparizioni agli apostoli: infine traccia un commovente quadro del Giudizio universale.

Di tutti questi rimatori di gran lunga il maggiore è Bonvesino. La sua produzione poetica, di circa ottomilacinquecento versi, chè tanti ne son giunti a noi, quantunque suffusa di un denso spirito di religione e [p. xviii modifica] di carità, non si ispira solo all’ideale religioso o al fine di raccogliere i lettori o gli ascoltatori nella contemplazione divina, ma persegue anche intenti morali ed educativi: in lui non parla solo l’asceta, ma l’uomo pratico, l’osservatore attento che vive nel mondo e dal contrasto dei vizi e delle virtù ricava e, con commovente ingenuità, esprime un alto ideale etico.

È per di più, a differenza degli altri, un uomo colto, conoscitore di quelle forme di poesia che avevano avuto in passato molta efficacia sul popolo, sicchè l’uso di quelle forme adattate a un contenuto nuovo, originale, dànno all’opera sua una varietà di temi, d’immagini, d’atteggiamenti che manca agli altri. La coltura e la sensibilità artistica si fondono in quest’umile maestro di grammatica sì da farne il più cospicuo rappresentante della primitiva letteratura volgare nell’Italia del nord.

Le sue composizioni poetiche così insolitamente varie si possono dividere in due gruppi: le dialogiche, sul modello di quei contrasti che per tutto il medio evo furon cari al popolo, dove due o più personaggi erano introdotti a disputare, e i volgari, poemetti dall’andatura più calma ed uniforme, di indole narrativa o didattica. Ma anche entro queste divisioni la materia si atteggia in differenti modi.

Nel contrasto, o tenzone, che nei poeti [p. xix modifica] provenzali si ispira sempre a soggetti amorosi, Bonvesino chiama a disputare le più svariate cose: l’uomo, la divinità, il demonio, gli animali, le piante e perfino i mesi dell’anno; fatti per esser recitati nei trivii, questi poemetti hanno in sè tutti gli elementi per interessare e commuovere le credule plebi or raccogliendole in cupo terrore, or muovendole al riso.

Il più originale e drammatico è quello tra il diavolo e la Vergine. Il diavolo si lamenta perchè la Vergine lo perseguiti strappandogli la preda dei peccatori:


     Lo meo guadanio per forza me tolle a mal meo grao.
Quand’eo me crego un misero haver aguadenao,
Maria me tolle la predha; quella nom lassa in stao;
da quella femena sola eo no posso esse aiao:
oi guai a mi dolente, com sont vituperao.

La Madonna ribatte che ella non fa ingiustizia ma opera di misericordia,perchè il peccatore, quantunque traviato, è sempre figlio di Dio:


     Adoneca s’eo te tolio l’hom k’è partio da deo
no tolio, segondo justisia, se no pur quel k’è meo...
donca no te fazo eo torto, tu Satanax traitor,
s’eo tro a penitentia quel miser peccaor...

Satanasso fa il loico svolgendo, per altro, una logica sì calda e appassionata da [p. xx modifica] lasciar trasparire come un vago rammarico d’esser dannato, una vaga aspirazione allo stato di beatitudine che il suo peccato gli ha fatto perdere: anch’io, esclama, son creatura di Dio e tu dovresti rispettarmi, per un peccato fui maledetto in eterno mentre l’uomo, peccasse mille volte, trova sempre il perdono:

anc’eo sont creatura del creator verax,
tuto zò k’eo scapuzasse, tuta zò k’eo sia malvax,
tu nom devrissi far guerra, ni far zò kem desplax.
     Per un solengo peccao sont al postuto perdudho,
ni posso fi recovrao, mi mixer confondudho,
ma lo peccaor del mondo, ke tanto sia malastrudho,
tu ge dè speranza e aidha, anc sia el desperao,
e sì me tò per forza se ben eo l’ho acquistao...

non solo ma


     lo peccaor del mondo plu t’ha offeso ka mi,
per lu fo morto to fijo, ma no miga per mi...

«Va via punax, va via serpente antigo» risponde la Vergine, il tuo peccato fu sì iniquo che non può trovar remissione: tu non fosti spinto da alcuno, ma per superbia offendesti Dio, e per sopraggiunta hai sempre continuato ad offenderlo; il peccatore invece è soggetto a mille tentazioni, e innanzi tutto alla tua, è esposto a mille pericoli ed e giusto che il pentimento lo redima: tu [p. xxi modifica]

sempre he menao orgojo e guerra e tradizon

ed è giusto altrettanto

ke vada de mal in pezo la toa dampnation.

E qui sentite un po’ a quali argomenti ricorre il loico: se io non avessi fatto mangiar il pomo ad Adamo non esisterebbero i tanto da te prediletti peccatori, nè Cristo sarebbe stato da te concepito perchè venisse al mondo a salvarli. Poi, vedendo che non riesce a spuntarla, se la piglia con Dio, il vero colpevole perchè non lo ha creato buono:


     Deo è omnipoente e ben lo poeva far
k’eo fosse creao sì sancto k’eo no poesse peccar,
sì k’eo no havesse fagio fallo, ni mai poesse fallar,
sì k’eo fosse coli boni angeli, o è bon habitar...
a lu niente costava, a lu niente noseva...

Ma Dio, ribatte la Vergine, ti ha fatto bello e buono al par degli altri angeli e ti ha dato l’arbitrio sì che tu potessi scegliere, com’essi han fatto, tra il bene e il male, e tu solo hai peccato: come potrebbe esistere la gloria eterna se uno, avendo la possibilità di far il bene, non avesse anche quella di far il male?

E l’altro: sta bene, mi ha dato l’arbitrio, ma egli sapeva che avrei peccato e non doveva crearmi.

Con questa convinzione impreca e giura che farà sempre peggio. E Bonvesino [p. xxii modifica] conclude: non avendo potuto convincer la Vergine, «lo Satanax»


no dorme dì ni noge, ni mai in un logo sta,
e pusta al cor de l’homo o gran bataja ghe da...
righinia e mostra li dingi com verro acanezao,
rugisce o corre a le arme per fa k’el sia svengiao...

l’uomo che è «kativo e malo» non sa resistere al suo assalto e s’arrende,

Ma l’homo k’è pro e savio sempre guarnio starà
e contra l’inimigo fortemente scombaterà.

Come si vede il Satana di Bonvesino è ben diverso da quello in cui la fantasia popolare del medio evo aveva trasformato il superbo angiolo rivale di Dio della poesia semitica, facendone come il servitore dei maghi e delle streghe, un personaggio per lo più grottesco e stupidamente goffo, o, se pur talora terribile, d’una terribilità volgente al ridicolo: Bonvesino, elevandosi al di sopra delle puerili concezioni de’ suoi contemporanei, ne ha fatto un serio ragionatore, un logico inflessibile, gli ha dato un senso di umanità che lo rende capace di commuoversi e di deplorare la sua perdizione: l’umile rimatore sapeva talora assurgere all’altezza di un vero poeta.

Alcuni degli argomenti sottili portati da Satana in questo contrasto ricompaiono in quello del peccatore e della Vergine. Al [p. xxiii modifica] peccatore pentito che le si rivolge invocando picca dice Maria:

com te debl’eo receve, ti miser mal pario?
lo meo fiol dulcissimo si fo per ti tradhio,
batudho et implagao, beffao et starschernio...

e ricorda i patimenti di Cristo e il proprio dolore di madre. Ma l’altro la invita ad esser misericordiosa dacchè è pentito e le ricorda dover ella ai peccatori se fu glorificata e scelta per madre di Dio; e conchiude:


Tu he major servisij per mi aguadheniao
ka tute quelle injurie dre que tu he parlao;
adonca arregordate del ben tu he per mi trovao,
apreaso zò te dementega del mal k’è strapassao...

La Vergine perdona; e il poeta continua svolgendo per proprio conto gli argomenti del peccatore pentito e le ragioni che inducon la Madonna ad arrendersi a chiunque disperato sinceramente la invochi; e racconta la novelletta d’un contadino il quale, desolato per l’ingratitudine del figliuolo, invoca Satana perchè lo aiuti a darsi la morte: Satana viene e lo impicca; ma, quando sente stringersi il collo, il misero pronuncia il norme di Maria: Satana fugge, la corda si spezza ed egli è salvo.

Fresco, originale, ed anche denso di pensiero, è il contrasto dell’anima col corpo. Il Creatore esorta l’anima ad essergli [p. xxiv modifica] fedele; — ma come lo poss’io, quella risponde, se il corpo mi fa continua guerra?


     Tu m’ha dao reo companion, da ki no m posso partire,
el me da tal batalia; el m’è sì forte guerrer,
ke pur defende no m posso, sì com serave mester;
dond’eo no ghe so consejo sed ello no ven da deo...

E il Signore: frenalo questo corpo e dirigilo; questa lotta ci vuole per guadagnare la ricompensa eterna:


scombate, no te lassa vence, lo volto ghe mostra obscuro,
da ghe poco da spende, adovralo, no l lassa star securo...

L’anima confortata si rivolge al corpo:


Oi companion... tanfin tu è vivente
facem li deo servisij concordievremente.
     Refrena le membra toe ke se guarden de reeza,
sì k’elle no fazan fallo per soa morbieza...
vegia, zezuna, adovrate, no atende al Satanax...
     Sta mondo e casto e honesto, cortese e vergonzoso...

Ma io, protesta il corpo, son creato di lotta «e in terra vojo mete cura»: la natura lui ha dato le orecchie per udir belle canZoni,


     i ogi m’en dai per vedher, la boca per maangiar,
lo ventre per impir sì k’eo possa ingrassar...

[p. xxv modifica]

Finalmente, stretto dalle argomentazioni e dagli inviti ora affettuosi, or minacciosi dell’anima raduna a consiglio le membra e a ciascuno raccomanda di far giudizio:


     el amonisce lo cor k’ el faza bon penser...
dapresso el dise ai ogi k’ illi no sian barater,
no sian boldi a vedher quel ke desplax a deo...
     entrambe le orege el prende a amonir
ke le vanitae del mondo no se deblan da a odir...
     la lengua et anc la boca el prend’ a magistrar,
k’ in consolar la gola no se deblan delectar...
     el amonisse le man k’elle no fazan rapina...
el amonisce li pei ke se guardan da ruina....

Senonchè le membra dan la colpa dei loro trascorsi al cuore che le governa, il cuore la dà agli occhi, i quali scattano seguiti da tutti i compagni che s’accordan nel dargli addosso:


se l cor fisse ben corregio segondo ke l’anima vore
zamai le oltre membre no haven fa ree ovre.

Come appendice a questo contrasto la visita dell’anima del peccatore e di quella del giusto ai rispettivi corpi sepolti: la prima impreca contro il "companion malvax" che l’ha perduta e data al demonio, e il corpo le risponde accusandola a sua volta di non essere stata abbastanza energica per ritrarlo dal peccato, l’altra loda, benedice e ringrazia il proprio corpo che ricambia i complimenti. [p. xxvi modifica]

Meno filosofico ma pieno di leggiadria è il contrasto fra la rosa e la viola. La rosa superba, usurpando la priorità nel prender la parola che spetterebbe alla violetta, prima a fiorire, decanta la sua beltà, il suo profumo, la sua maggior grandezza per contro la viola:


no sont per quel men bona anc sia eo piceneta
ben po sta grand tesoro in picenina archeta...


e vanta il suo colore, il suo profumino gentile e la gioia che infonde negli animi al suo primo apparire.


     «No sai que tu te dighi», zò disc la rosorina,
«no è fior k’ habia honor sor la rosa marina,
in i orti et in li verzerij eo nasco so dra spina,
olta da terra, e guardo inverse la corte divina,
     Ma tu si nasci in le rive, tu nasci entr’i fossai»

E l’altra:


     ... eo sont tutta amorevre,
eo sont comuna a tugi, e larga e caritevre.
     S’alcun villan no m guarda et cl me met set pei,
s’el fa zo k’el no dè lo dexnor non è meo...
     Eo sto aprovo la terra, humel, no dexdeniosa,
ma tu ste olta in le rame, e bolda et orgojosa...

E così via a botta e risposta fino a che interviene il casto giglio a giudicar la contesa proclamando, non occorre dirlo, vittoriosa la viola. Bonvesino, d’accordo col giglio, ricava dal dibattito la sua morale: [p. xxvii modifica]La violeta bella, la violeta pura alegra e confortosa sen va cola venzudha; ki vol esse cum viora e tra vita segura sia comun et humel et habia vita pura. Quel è si com viora, lo qual no vol mete cura d'orgojo ni d'avaritia, ni dra carnal sozura ; ki pregarà l'altissimo e la regina pura per mi fra Bonvesin habia bona ventura.

Del medesimo tipo è il contrasto fra la mosca e la formica: anche qui nelle opposte argomentazioni sono una varietà, una grazia e anche una significazione morale notevoli. La mosca, dopo avere rimproverato alla formica il suo perenne travaglio e vantato i propri ozi, continua: co sto su per li dischi per haver mejoramento, de molte guise condugi eo mangio al meo talento, Eo vo suver le golte de le donne e de li segnor, al men deo quand'illi dormano de stac quand'è lo calor, e sì ghe pegazo le golte e li mordo senza temor ; da mi nons e po guardar nirrex, ni imperador. Eo sto in gran sozerno cole done e coli baron, co sto consego in camera, consego in soa mason.

E quando la formica le ha dimostrato la gran differenza che passa tra il faticare e il non far nulla, "ma tu vivi di furto" esclama, al che la formichetta: Dio m'ha creata per servir d'esempio all'uomo,

Eo sont predicadris, de zascun homo vivente. ed [p. xxviii modifica]è giusto che viva un poco a sue spese. E poiché la mosca esalta le sue ali ed ha la sfrontatezza di simboleggiare in esse lo amor di Dio e del prossimo indispensabili all'uomo per montare in cielo, le rinfaccia l'adoperar quelle ali solo per dar fastidio al prossimo, quindi contrapponendo simbolo a simbolo:

eo lavorando fortemente sì do lox al segnor... eo amo lo proximo et amo lo creator... ancora eo lago sta l'ordio, e sì acolio del fromento, per lo formento s'intende lo novo testamento là, o se conten la fè del nostro salvamento...

Il contrasto dei mesi, di cui Bonvesino lasciò una doppia redazione, in volgare e in versi latini, è forse il notevole in quanto si riconnette a un genere di componimenti le cui origini risalgono all'antichità e il cui soggetto, prima ancora che nella poesia, ebbe espressione nelle arti figurative in occidente e in oriente: simboli di stagioni e rappresentazioni di mesi trovansi persino nei monumenti egizi. Il medio evo elaborò gli antichi tipi di mesi secondo il suo gusto, specialmenle in Francia, in Inghilterra e in Italia e li disseminò in chiese e in monumenti pubblici, come nella stupenda fontana di Perugia, e nelle miniature dei libri d'ore. Se ne impadronì poi la poesia popolare: il conflictus veris et hiemis del IX secolo, se non pur della fine dellVIII, [p. xxix modifica]attribuito a Beda, è un vero contrasto fra le due stagioni che ebbe molte derivazioni nei secoli XIII e XIV nelle lingue romanze e anche in inglese e in tedesco. Analogamente alle stagioni si misero in contrasto i mesi in numerosi poemetti destinati anch'essi alla recitazione in mezzo al popolo come le bosinade lombarde, tra i quali questo di Bonvesino è forse il migliore. I mesi riuniti e in capitulo cioè a dire a consiglio, rinfacciano l'un dopo l'altro al gennaio i suoi vizi e le sue colpe. Dice febbraio: El fa tremer li poveri... Gran brega e gran fadiga Zenere m'à sempre dato, lo zero k'el fa venir me strenze com un gato... molto ben zenere consente sol godando al bon fogo, maron e pome e pere el manza con so cogo... de mi no à-l zà cura benchè sia presso al zogo... ma io certo penso ke son de lui più degno e squasso giaza e neve k'el me lasa per pegno...

E marzo: Sempre el m'à tenuto com servo despresiado, con le me man podo le vide e multo li so ben tende da le que in abundantia sì n'exe quel vin k'el spende e de ziò ni gra, ni gratia el no me-n vol pur rende... [p. xxx modifica]Su questo metro l'un dopo l'altro, vantando i propri meriti, danno a gennaio del fannullone e dello sfruttatore, lo dichiarano indegno di stare alla testa dell'anno e deliberano di spodestarlo. Già s'apprestano a effettuar il loro divisamento e corrono alle armi: Bonvesino li presenta proprio come il popolo era abituato a vederli nelle pitture e nelle sculture: febbraio con la forca, marzo colla tromba, aprile con un ramo fiorito, maggio armato a cavallo, giugno col falcetto,

con soa sapa lulio ven tuto polverento, avosto, mese infermizo, con so lomentamento a piglià un baston ke go dà sustentamento...

settembre ha la mazza con cui stringe le botti, ottobre la pertica delle castagne, novembre un coltello da beccaio, dicembre la scure d'acciaio con cui spacca la legna. Gennaio li affronta tutti con una mazza in mano e, quando li vede atterriti buttar le armi, si sfoga a ribattere tutte le accuse, ad una ad una, e decanta i propri meriti, tra gli altri quello di combinar matrimoni : tuto zo ke no lavora intro lavor terren, o fazo grand ovramento segundo ke me porten, multi maridozi e fazo però ke apairo ben, e son mulplicadore de quel ordine generale ziò è lo matrimonio k'à fagio lo re eternale...

I mesi, un po' persuasi, un po' impauriti, se ne stan muti a testa bassa: final[p. xxxi modifica]mente aprile s'avanza e invoca a nome di tutti il perdono dal calunniato signor dell'anno: Segnor regal, dis quelo, intende-me s'el te piase, lo nostro prego è questo ke tu ne perdone in pase, se nu am fagio on digio cosa ke te despiase, nu vomo sta a mendare e fa tut ziò ke-t piase... e seguita con paroline amabili si da intenerirlo: il perdono è concesso e Bonvesino, al solito, ricava la sua morale:

l'ystoria de gli misi ki vor udì cuntare se dà sembianza a l'omo s'el vor grand'ovra fare, ke saviamente inanze si debia ben pensare com el de trar a fin ziò k'el vol adovrare.

  • * *

I "volgari" sono o religiosi o morali o l'uno e l'altro ad un tempo. Il poemetto delle lodi alla Vergine non è, come avrebbe fatto un de' poeti minori di questa scuola, una pura versificazione delle litanie, ma è anche intessuto di graziose narrazioni di miracoli. Racconta Bonvesino di un castellano che, circondato da una masnada di bricconi, ne fa d'ogni colore, pur avendo l'abitudine d'invocar ogni giorno il nome di Maria e per questo, senza saperlo, s'era tenuto per quattordici an[p. xxxii modifica]ni il diavolo in casa in funzione di "canaver" o cantiniere, impotente, in causa di quella invocazione, a farsi conoscere e perderlo com'era sua intenzione; racconta d'un pirata che aveva pregato Maria di non farlo morire senza confessione: travolto in un naufragio, quando già tutti i suoi compagni eran morti, il suo corpo fu interamente roso dai pesci, e solo la testa rimase intatta e viva galleggiando fino a che, passata vicino una nave ov'erano alcuni frati minori, questi non la ebbero confessata; racconta con ingenuo garbo la drammatica storia di Maria egiziaca, ed altre novelle fra le quali è veramente ammirabile quella di frate Ave Maria: un cavaliere va in un monastero a far penitenza, ma il monaco datogli per istruirlo non riesce a fargli entrar nella testa che l'Ave Maria : null'altro egli sa dire nella lunga vicenda delle ore di preghiera. Dopo la sua morte ecco germogliare sulla sua tomba una pianta: sover zascuna folia de quella pianta ornadha scrigio era ave Maria con letera sordoradha. Accorrono i monaci stupiti e, datisi a cercar le radici della pianta, le trovano abbarbicate al cuore del defunto. Quanta poesia in questo particolare! La novella s'intreccia così al canto lirico e gli dà novità e varietà. Ouantunque ec- cellente narratore, [p. xxxiii modifica]Bonvesino non ha certo inventato queste storie; in parte eran comprese nelle vite dei santi, in parte s'erano andate formando nel più recente medio evo e correvano per le bocche del popolo; ma i suoi racconti, a giudicare da quelli di cui si conoscon le origini, han sempre una freschezza e una schiettezza che li distinguono da tutte le altre redazioni. Men varia è la vita di S. Alessio dove l'autore segue passo passo il testo in prosa che noi leggiamo negli atti dei santi pubblicati dai Bollandisti; ma di gran lunga a quesla superiore, per varietà di motivi e forza drammadica, è il racconto della passione di Giobbe: con innegabile senso di arte Bonvesino esprime il graduale precipitar del disgraziato di sventura in sventura sino all'estrema rovina e la sua rassegnazione che di mano in mano si trasformna in una vera voluttà del soffrire. Pregi ben diversi che nelle pedestri rime del Bescapè ha il poemetto sul giudizio universale preceduto dalla descrizione dei quindici miracoli destinati a prannunziarlo. Bonvesino ha tocchi delicati là dove dipinge lo smarrimento dei peccatori davanti a Dio che sta per giudicare: la loro pena non gli inspira un rude compiacimento, ma un mite senso di pietà e si direbbe talora che egli soffra con loro: [p. xxxiv modifica]oi, que faran li miseri ke così seran comprisi? illi no porran asconderse, no g'ha valer amisi, e trop g'ha esser greve illoga astar parisi ni ne porran fuzir, ni mai firàn defisi; no g'ha valer amisi, parenti ni companion, ni filij, ni grange richeze, castelle ni dominion staran stremidhi e grami in grand confusion. Oi grand confusion a li miseri peccaor stagando in tal vergonza, stagando a tal dexnor! li dengi g'han bate insema d'angosa e de tremor illi han querir la morte, ni la porran trovar, diran a le montanie ke i deblan covergiar... illi odiran la vox: "partiven maledigi, partiven coli demonij entro l'infernai destrigi "... oi angoxosa angustia, oi spagurivri digi dond'ha li descumiao li peccator affligi l...

Quindi, udita la condanna, ecco fra le turbe un tragico insorgere di recriminazioni, onde il poeta sa trarre efficaci contrasti : il padre investirà il figliuolo maledicendo al troppo amor paterno che lo ha indotto in peccato:

...mal habia l'ora ke tu fusi zenerao, per ti fu usurario, frodoso e renegao, perk'eo te vosse fa rico venu sont affollao... per to amor eo ardo entra preson fondadha, mato è ki per fiol ten l'arma impantanadha...

e il figlio si farà contro al padre:

mal habli tu, reo patre, por ti sont apenando... quando rezerme devivi, monir e castigar, azò ke li peccai dovesse abandonar... lo patre col so fijo dolenti et angoxusi se roeràn entrambi com have fa can rabiusi, blastemaran l'un l'oltro com homini maniusi... lo [p. xxxv modifica]stesso avverrà tra fratelli : tutti quanti furon funestamenle affratellati nel peccato si troveranno uniti e contrastanti nella pena. Nel « volgare delle elemosine il nostro poeta insegna che s'ha da fare per onorar Dio e salvar l'anima; tre cose specialmente: amare la Vergine, confessarsi spesso, far elemosina; ma il soggetto predoninante è quest'ultimo che si svolge dal verso 105 al 1050. Anche qui, nonostanti quelle ripetizioni talora stucchevoli che ricorrono in tutte le sue composizioni, è varia la vicenda degli argomenti, frequente il succedersi di graziosi apologhi seguiti ciascuno dalla consueta « amoralità ». L'elemosina va fatta con criterio, particolarmente ai religiosi che van per il mondo a predicare, ai poveri frati rhe vivono in contemplazione, ai propri vicini bisognosi:

specialmente plu anche andar a reguerir quilli k'en infirmi o poveri ke no se pon mantenir... quest'è lemosina drigia ki vol ben implegar...

Nè s'ha da dar solo il savrabbondante :

multi homini fan a li poveri lemosine reçitae de quel mangià ke g'avanza, dre peze resmuliae pur quelle cosse solenghe k'en vile on rezitae voler donar a Criste per soa brutedhae; [p. xxxvi modifica]ma saplan ben per certo i avari descognoscenti ke pur a Jesu Crist si dex li belli presenti; e quilli ke 'l volen pasce de vili avanzamenti meten deo per negota, usar de schernimenti...

Benemerita elemosina è quella che si fa a certi ospedali dove i frati curano ammalati infetti, fuggiti dagli stessi lor cari che ne hanno schifo: in quegli asili del dolore li infirmi vermenusi da li vermeni fin mondai, quilli k'han pustème on piaghe illò fin medicai, quellor ke se pegan soto, k'en fortemente amalai, a modho de fantin piceni sovenzo fin netezai...

Il poeta porta l'esempio di S. Gioachino che dava ai poveri i due terzi delle sue entrate, quello della donna caritatevole risuscitata da S. Pietro per ridonarla ai poveri, quello di S. Bonifacio fanciullo che vuotò il granaio per distribuirne il grano ai poveri, e, quando vide la madre per ciò desolata, pregò il Signore che la consolasse, e d'un tratto il granaio si ritrovò colmo come prima. Narra la leggenda di S. Donato bambino, fatto cuocere nel caldaio dal demonio e risuscitato da due angeli che sedevano in veste di poverelli alla mensa ospitale del padre del bimbo, e quella del re che abbracciava tutti quanti sapeva colpiti da malanni e da miserie e, accortosi che tale abitudine spiaceva al fratel suo, mandò [p. xxxvii modifica]un girnno alla casa di lui il tubatore a suonar clamorosamentle come soleva fare coi condannati a morte; e, quando il fratello ebbe mandato molti suoi amici a intercedere per lui, che, dopo tutto non aveva fatto nulla di male, gli disse : - tu hai mandato i tuoi amici a intercedere perchè li risparmi la vita; io faccio lo stesso: mi procuro molti amici perché intercedano per me presso il Re del cielo: la differenza sta in ciò, che tu ti preoccupi della vita corporale, io della celeste.

Lo spirito pratico di Bonvesino e la sua esperienza della vita si rivelano nei tre poermetti « della Vanità», delle « zinquanta cortesie da tavola », e della vita scolastica, quest'ultimo scritto in versi latini, ed anche nel volgarizzamento dei distici di Catone sui costumi (de morihus), diffusissimi nelle scuole medioevali, che il buon maestro di grammatica aveva tradotto certo per uso de' suoi scolari e de' suoi colleghi. Il volgare della vanità è un sermone in dispregio delle vanità umane, tema comune alla letteratura medioevale, corredato dai due apologhi esopiani del cane che, rincorrendo la propria ombra, lascia rimboscare la lepre, e dell'altro cane che, specchiandosi alla fontana, si lascia cader la carne di [p. xxxviii modifica]bocca per addentare quella della propria immagine Trattati sul modo di contenersi a tavola e in altre contingenze furon frequenti nel medio evo e nell'età moderna; ve n'ha di latini, di francesi, di tedeschi, d'italiani. Questo di Bonvesino ha, come tutte le cose sue, una nota fresca e originale e per di più ci presenta un interessante documento dei costumi del tempo. Infatti alcuni di que' consigli potrebbero valere tali e quali anche oggi, per esempio : .. no sii trop presto de corre senza parolla per assetar al desco... s'alcun t'invidha a noze, anze ke tu sii assetao per ti no prende quel asio d'ond tu fizi descaçao... ...sta conzamente al desco, cortese, adorno, alegro e confortoso e fresco; no di' sta cuintoroso, no gramo ni travaçao, ni cole gambe incrosae, ni torto ni apodiao... ki fa dra mensa podio, quel hom no è cortese, quanti el gh'apodia le gomedhe, on ghe ten le brace destese... no trop impir la boca, ni trop mangiar in pressa... ...quand tu strainudhi on k'el te prende la tosse, guarda com tu te lavori: in l'oltra parte, te volze... azò ke dra saliva no zese sor la mensa. ...quand l'homo se sente ben san no faza, o k'el se sia, de companadegho pan... ...no biama li condugi, quand tu è a li convivij, ma dì ke illi en bon tugi ; [p. xxxix modifica]in questa rea usanza multi homini ho zà trovao digando: « quest'è mal cogio, ori quest'è mal salao >> ; ma allorchè dice : ...quand tu dì prende la copa con due man la receve, e ben te furbe la boca; col'una conzamente no se po 'la ben receve; azò k'el vin no se spanda con due man sempre beve... oppure ...no di' mete pan in vin se tego d'un napo medesmo bevesse fra Bonvesin... ...no mastruliar per tuto com have esse carne, on ove, on semejant condugio ; ki volze e ki mastrulia sor lo talier cercando è bruto e fa fastidio al companion mangiando. ...tu no di' lenze le die, quel bom ke se caza in boca le die impastruliae le die non en plu nete, anze en plu brutezae...

ci presenta un caratteristico quadretto degli usi conviviali d'allora, quando uno stesso bicchiere, naturalmente molto grande si che occorreva prenderlo con due mani, e un sol piatto servivano a due o più commensali che al piatto comune attingevano colle mani non essendovi allora forchette, ma solo cucchiai per i cibi liquidi e il coltello con relativa guaina; usi pittorescamente riprodotti anche in miniature del tem [p. xl modifica]po. Il poemetto " de vita scholastica" è anch'esso, in certo modo, un documento di costumi. Bonvesino vuol offrire agli scolari « le cinque chiavi della sapienza » che sono: il timor di Dio, l'onorar il maestro, l'assidua lettura, il frequente domandare e, l'esercizio della memoria. Ecco qualche esempio de' suoi insegnamenti: fuggire i cattivi pensieri, frenare la lingua, essere umile ...ad juga doctrinae qui se vult dedere recte in forman servi flettere colla paret; essere casto, giacchè "doctrinae zelo carneus obstat amor", guardarsi dalla sodomia, frenar la gola, astenersi dal giuoco, dai balli, evitar le male compagnie, onorare i genitori, ascoltar frequentemente la messa, distribuire saviamente durante la giornata le preghiere, onorare il maestro, il che si può fare in diversi modi : tenendo nella scuola e fuori un contegno decoroso, offrendogli qualche volta fiori o frutti, standogli, nell'accompagnarlo per via, un po' indietro, non mai a pari o davanti, studiando con latte le forze per fare anche a lui buon nome, sopportando con pazienza le frustate anche quando non sembrino giuste est doctoris amor verus non parcere virgae, pagandogli puntualmente la mercede per [p. xli modifica]non metterlo nella necessita di espellerlo o di prendersi in pegno i libri dello scolaro moroso (il che Io stesso Bonvesino fu talora costretto a fare come rilevasi dal suo testamento), facendogli frequenti doni. Allo stesso nodo che agli scolari, Bonvesino vuol offrir buoni consigli ai maestri cui spetta dar in tutto il buon esempio: non portino vesti corte, come gli zerbinotti, ma lunghe e larghe quali usan portare i chierici, non siano effeminati nel modo di pettinarsi, non cedano ai trasporti dell'ira nel percuotere con la verga gli scolari disubbidienti, non ricettino nella scuola giovani tinti d'eresia (pullulavano a quel tempo, com'è noto, le sètte religiose), trattino con amorevolezza ed aiutino gli scolari che pagan la mercede e fan loro grati doni, ma non disprezzino i poveri incapaci a pagare, facciano un po' da padri a quelli che son lontani dai loro genitori, sian chiari e ordinati nelle lezioni, non gestiscano nè dimenino la persona quando parlano alla scolaresca, parlino sempre in latino e pretendano che altrettanto facciano gli scolari...

    • *

Quella che per molli rispetti può ritenersi la principale opera poetica di Bonvesino è venuta in luce per le stampe solo [p. xlii modifica]un vent'anni or sono. E' il "libro delle tre scritture", la scrittura rossa, la scrittura negra e la scrittura dorata, comprendente 596 stanze e 2384 versi; una trilogia di cui la prima parte tratta della nascita e della morte dell'uomo e delle dodici pene dell'inferno, la seconda della Passione di Cristo e la terza della morte del giusto e dei dodici gaudi del paradiso. L'uomo è generato in un intruglio

de sangue che è mesgio de puza e de sozore, in bruta albergaria permane albergatore...;

nasce ignudo e debole, piccino dà fastidio a chi deve curarlo, cresciuto, anche se bello di fuori, di dentro è pien di sozzure: fora per la bella boca se fa scharcalij e spuda per lo naso e per le oregie e per li ogi pur brutura... ;

i più preziosi cibi ch'ei mangia, entrati nello stomaco, diventar marciume; brighe e travagli lo angustiano durante tutta la vita, quindi la morte lo agguanta:

le membre si ge reciliano, le golte have sienele (1) raxe,

desfigurato e sozo lo corpo ge romaxe.

Ma l'uomo é giusto o peccatore : il poeta comincia da quest'ultimo e ne descrive la

(1) Parola che non s'incontra altrove: sarà forse da leggere : fievele = flosce. [p. xliii modifica]morte miseranda coi diavoli fianco in attesa di portarselo via. Spirato, eccolo all'inferno a subir le dodici pene, cioè: « la flama scura ke abraxa in quella tana », « la puza grande ke lo peccatore circunda », « lo zelo fregissimo de quella terra inversa », « li vermi veninenti ke ge stano con grande orgoio », « vedere le faze de li miseri ke stano in la cathena e dentro li diavoli apresso », « le grame voxe, lo pianto e lo rumore», gli strazi che i diavoli fanno dei peccatori, la fame e la sete, « la asperitate gravissima de la vesta e del giaxere », la pestilenza e ogni altro genere di malattie, « la grande grameza de zò kel ha perdudo », cioè le gioie del paradiso, la disperazione di non poter mai uscire. Nel quadro mediano del trittico si svolge la Passione di Cristo dall'arresto fino al colpo di lancia vibrato da Longino. L'ultimo quadro è l'antitesi perfetta del primo: il giusto morendo vede intorno sé gli angeli che ne aspettan l'anima e pregusta gli eterni gaudi. Eccolo in pardiso:

quella, Città soprana si è pure de oro lucente; le piaze, delectevole, le miura resplendente, li prati, li verzeri ornati e avenenti, de strabianchissimi lilij e de altri fiori olenti; de prede pretiosissime le mure son lavorade, a zeme splendidissime e molte aprexiade, le camere sono depente de strafino azuro, è facto lavore mirabile a oro lucente e puro... [p. xliv modifica]Lassù il giusto gode dodici allegrezze perfettamente rispondenti alle dodici pene infernali: « la grande beltade de la terra de li viventi », « lo odore soave », « la grande richeza e lo honore », il « grande conforto d'essere uscito de la presone mundana », « remirare le faze de li angeli placenti », udire «li canti con dilectevole acordo », essere serviti « de soa man » da Cristo, « i cibi delectabili », « le veste prezioxe », « la grande beltade, la spetie del justo, la pura claritate », l'essere scampato dai grandi tormenti dell'inferno, « la confermanza » ossia la certezza di restar sempre in paradiso. In un sermone finale Bonvesino ribatte le false scuse addotte da coloro che perseverano nel male. Il poema è così essenzialimente didattico e profondamente morale dacchè mira alla perfezione dell'uomo. Come nel concetto ispiratore, così è organico nella struttura esterna in quanto applica quel principio ternario che era il simbolo della perfezione e la divisione, come osservò il Bartholomaeis, non è solo in senso orizzontale, ma anche in senso verticale: prologo, poema, sermone finale, Ciascuno dei tre poemetti, nero, rosso e dorato, è in tre parti con introduzione propria e una propria chiusa, e di tre parti si compone pure ciascuna delle rubriche trattanti delle pene e dei gaudi, vale a dire di una descri[p. xlv modifica]zione, da un confronto "a fortiori" con un tormento o un piacere terreno, e delle parole di dolore o di giubilo del peccatore o del giusto. Pur non essendo facile definire le fonti di Bonvesino, ben si vede non tutta la materia di questo poema essere sua invenzione: nel descrivere il corso della vita umana egli ha sfruttato il "de contemptu i mundi » e forse ha avuto sott'occhio il « fasciculus » di S. Bonaventura, raccolta di meditazioni sulla miseria dell'uomo, sulla morte, sulla Passione di Cristo, sull'inferno e sul paradiso; ma da queste e da altre scritture congeneri si dilunga nel numero delle pene e dei gaudi, e nella loro contrapposizione che può avere attinto a qualcuna delle numerose descrizioni in voga nel medio evo. Comunque il merito del nostro poeta è nell'averle integrate intramezzandole colla Passione di Gesù e d'aver fuso il tutto in un'armonica unità. Bonvesino ci ha dato la prima trilogia veramente organica che abbia la letteratura italiana avanti la Divina Commedia. L'avere per la prima volta intercalato la descrizione delle pene dell'inferno e dei gaudi del paradiso con un'altra occupante materialmente il posto del purgatorio dantesco, basterebbe già a dargli il diritto d'essere annoverato fra i precursori di Dante; ma probabilmente non è solo questa rispondenza [p. xlvi modifica]materiale che fa pensare al divino Poeta: l'avere introdotto nel trittico la Passione di Cristo può non essere uno spediente adottato tanto per fare una trilogia; Bonvesino può aver anch'egli pensato a descrivere il purgatorio ed avervi rinunciato come tema scarso di contenuto poetico per una fantasia povera come la sua. Le pene infatti vi sono su per giù le stesse dell'inferno, e la speranza, quasi la certezza del loro fine è un motivo troppo astratto e metafisico perchè l'umile rimatore potesse concretarlo. Scelse così, ben argomenta il Salvioni, il Purgatorio di Cristo, quale è invero la Passione sostenuta per espiare le colpe degli uomini, ma non per questo è venuta a mancare alla trilogia un'intima ideale unità.

I poeti dell'ltalia settentrionale, già lo avvertimmo, hanno adottato un tipo di lingua relativamente uniforme e convenzionale. Errarono di gran lunga quanti credettero ravvisare in Bescapè e in Bonvesino i primi poeti meneghini; altra cosa doveva essere il vero dialetto milanese da essi adoperato nel quotidiano conversare. La loro, al pari di quella di tutti gli altri, è una lingua illustre formatasi nell'alta Italia contemporaneamente alla illustre to- scana [p. xlvii modifica]e a quella dei poeti siciliani, lingua in cui confluivano elementi letterari tradizionali ben antichi e comuni a tutta l'ltalia del nord, e in parte anche all'intera penisola, elementi del latino, del francese, del provenzale, e, lo ripetiamo, elementi dei dialetti locali; e però il linguaggio di Bescapè e di Bonvesino è in tanto milanese in quanto elementi milanesi intervengono nella sua composizione; vale a dir parole e modi come : cadrega, ferguia, folcion, galon, magon, negota; far stragioper sprecare (trasà), molare per aguzzare, boconare per mangiucchiare, calare per importare, sorare per raffreddarsi, stremiti e stremirsi per spavento e spaventarsi, sont per io sono, scoso per grembo, mantile per tovagliolo, in pressa per affrettatamente,rampegà per arrampica, ed altrettali. Si è per qualche tempo creduto da studiosi valenti come il Biondelli, il Bartoli ed altri che questo volgare letterario nella sua lenta elaborazione sia andato uniformandosi a un tipo comune, il dialetto veneto : di ciò a prima veduta si ha senza dubbio la sensazione, e, d'altra parte, la congettura era verosimile dacchè per una legge universale congenita a tutte le favelle, dopo il periodo del loro sviluppo, una finisce sempre a prevalere sulle altre, come avvenne del toscano impostosi a tutti i dialetti italiani. Ma l'Ascoli ha poi dimostrato [p. xlviii modifica]come il basarsi sulla fisionomia attuale dei dialetti possa indurre in errore poichè essa non dà la misura di quella d'una volta. Nei dialetti settentrionali le forme che oggi si conoscono come caratteristiche dell'uno o dell'altro erano al principio più generali ed esistevano accanto a forme differenti, cosicchè lo scrittore poteva scegliere tra esse. Le forme di quelle poesie furor perciò realmente parlate, senonchè col tempo sparirono, mentre le altre rimasero nel dialetto. La scelta e la preferenza di certe forme su altre è appunto la via per la quale rampolla quell'idioma letterario che sempre si forma quando si pone in iscritto il dialetto. Qui, secondo l'Ascoli, la norma della scelta non era tanto il veneziano quanto il provenzale che esercitava dappertutto grande influenza, e il francese: si preferivano quegli elementi dialettali che più s avvicinavano ai due idiomi letterariamente formati.

III Due cose Bonvesino amò sopra tutte, la Madonna e la sua Milano. Ei descrive da erudito le grandezze della sua città collo stesso entusiasmo e la slessa fede con cui da poeta canta le lodi della Vergine. L'opera storica di lui non è diversa dalla poetica, bensì la integra; ne ha i medesimi ca- ratte [p. xlix modifica]ri; come ai poetici " volgari", pur trattando argomenti comuni al suo tempo, seppe dar un'impronta originale che dagli altri li distingue, così in questa operetta, che ora per la prima volta si presenta tradotta in italiano, ha dato vita nuova a un genere letterario usato ed abusato da scrittori ben lontani dal possedere le sue doti di studioso e la sua coscienza di cittadino. Gli elogi di città furon tema favorito nell'antichità, favoritissimo nel medio evo. Riavutesi dalle invasioni barbariche le città italiane sentirono il bisogno di magnificare in prosa o in poesia gli sforzi fatti per cancellare le traccie di tante rovine : fin dall'Ottocento un anonimo chierico glorificava in un rozzo ritmo latino la magnificenza di Milano. Il Rinascimento non interruppe, anzi alimentò questa tradizione, chè gli umanisti trovarono in que' soggetti un campo opportuno per sfoggiare eleganze di stile e argute, sottili argomentazioni. Ne nacquero componimenti pieni di venustà come le lodi di Firenze di Leonardo Bruni, ma poveri di contenuto. Altri, meno preoccupati della forma, si attennero ai modelli tramandati dal medio evo, solo sostituendo al volgare il latino e preferendo la forma poetica, e non si accontentarono di decantare i soli pregi e le bellezze materiali, ma vollero anche illustrare le condizioni fisiche, economiche e politiche; ciò [p. l modifica]non ostante tali scritture il più delle volte si riducono a indigesti zibaldoni. L'operetta di Bonvesino, a malgrado di alcuni fronzoli, di qualche errore, di talune deficienze, e per copia e per varietà di notizie precise, e per l'ordine che la informa, si differenzia da quelle congeneri dei contemporanei e dei tardi continuatori. Scritta nel 1288, essa rispecchia uno dei momenti più solenni della storia milanese. E' il periodo di transizione tra il Comune e la Signoria : scampato dopo le guerre con Federigo II l'ultimo pericolo di divenir preda dello straniero, si riaccendono gli odii di classe, e l'avvicendarsi di urli tra il popolo e la nobiltà scrolla l'antica compagine repubblicana, il popolo, smanioso di conservar la supremazia, si stringe attorno ad un capo che ne difenda i diritti, e prepara la strada al tiranno. L'evoluzione per la quale un ordine nuovo, senza dubbio più progredito quantunque ottenuto a prezzo della libertà, scaturì dal disordine non è compiuta : le coscienze sono ancora turbate ed incerte; freschi sono i ricordi delle guerre cmbattute per l'indipendenza e Bonvesino si esalta narrandole, acri ancora le discordie tra i cittadini e Bonvesino si commuove nel ricordarle e raccoglie tutto il suo spirito di carità cristiana per ammonire i concittadini che cessino di dilaniarsi a vicenda: le gua- rentigie [p. li modifica]della libertà comunale, già intaccate dai Torriani, stanno per essere cancellate dai primi Visconti, Ottone e Matteo, per quanto abbian essi cura di mantener intatte le apparenze; e Bonvesino, ignaro della meta a cui si tende, si affanna a dichiarare che Milano è sempre stata gelosa della sua libertà e niun tiranno potrà mai soggiogarla, cosicchè il Novati ha potuto domandarsi se egli parli da senno e concludere che, nè cieco, nè sordo, sa e vede molte cose, ma le tace per carità verso la patria amareggiata.

Ciò io non credo: Bonvesino è disorientato come i suoi concittadini: s'infiamma ai ricordi del passato e non s'accorge delle insidie nascoste sotto la paterna protezione dei capi del popolo, la quale invece, ben lontana dall'insospettirlo o disgustarlo, avviva il suo sogno di supremazia di Milano sulle altre città della Lombardia.

Nè ritengo per carità di patria abbia egli omesso di parlare degli ordinamenti civili e politici della sua città, egli che con tanta sagacia ha pur raccolto sì numerose minuziose notizie statistiche, quasi volesse tacere lo strazio che si andava facendo delle antiche libertà comunali : ma preferisco supporre ch'ei non abbia voluto addentrarsi in un esame difficile e mal sicuro giacchè nell'evolversi degli antichi ordinamenti verso la formazione di un più ordinato [p. lii modifica]più solido Stato monarchico, tutto era incerto e mutevole : gli organi antichi si dissolvevano, i nuovi non avevano ancora preso forma decisa nè consistenza, e si viveva alla giornata secondo le direttive imposte dalla volontà più o meno larvata dei protettori del popolo. Nel De mugnalibus civitatis Mediolani si distinguono due parti di diversa natura e di diverso valore, una statistica e descrittiva e una storica. In quest'ultima il fecondo autore dimostra buon senso, retto criterio, amor del vero, coltura per il suo tempo notevole: aveva a sua disposizione una discreta libreria, lo sappiamo dal suo testamento, e conosceva le fonti migliori, se non forse per la storia romana, certo per quella dei tempi a lui più vicini, Paolo Diacono, Arnolfo, Landolfo, il Liber tristitiae et doloris dove son narrati i patimenti della patria oppressa dal Barbarossa, e, tra le storie ecclesiastiche, il de situ urbis mediolanensis e il cerimoniale di Beroldo, e il libo notitiae sanctorum, di Goffredo da Bussero; e dà così al suo dire una impronta di verità. La quale più acquista valore in quanto, a differenza dei cronisti contemporanei, si astiene dall'intercalar favole nel racconto: due sole volte indulge a tal costume, quando narra di Viviano da Lecco e quando ricorda un favoloso Lamberto che avrebbe soggiogato Milano pri[p. liii modifica] prima di Alboino. Nè come fole gli si posson rimproverare le strambe etimologie del nome di Milano che la sapienza filologica del suo tempo non andava più in là.

Tuttavia queste pagine di storia, se si eccettuino quelle dove narra le due spedizioni tentate da Federigo II contro Milano, inspirandosi probabilmente a racconti di testimoni, hanno per noi minor importanza che non la parte statistica e la descrizione demografica, topografica ed edilizia di Milano.

Qui Bonvesino non poteva far assegnamento su fonti scritte come per la storia volendo descrivere, come fece, con tanti particolari la sua situazione demografica, topografica e edilizia di Milano, il territorio palmo a palmo, enumerare i laghi, i fiumi, le ville, i castelli, le varietà dei prodotti, conteggiare il consumo di vettovaglie, le professioni, i mestieri, bisognava affidarsi ad indagini personali, e ricorrere all’autorità altrui quando quelle risultassero insufficienti, scegliendo per altro con accuratezza i propri informatori. Questo fece Bonvesino e non manca di dichiararlo spesso come preso dal timore che qualcuno non gli presti fede: o dice d’aver egli stesso verificati i fatti o accenna alle persone che glieli hanno comunicati: così per sapere quante stria di sale e di grano si consumano in Milano s’è rivolto ai più [p. liv modifica] competenti quali potevano essere gli esattori dei dazi alle porte; ai beccai ed ai pescatori ha ricorso per consumo delle carni da macello e della pescheria.

Certo l’essere egli addetto agli Umiliati dovette facilitar di molto le sue ricerche, giacchè alla potente organizzazione di quei religiosi praticanti l’industria e il commercio, quasi tutte le comunità lombarde addossavano, anche per forza, gran parte dell’amministrazione de’ pubblici affari. Sappiamo dal Giulini che in Milano il Podestà e il Comune li costringevano ad esigere i dazi, a pesare e misurare alle porte della città le farine e i grani si che Innocenzo IV nel 1251 intervenne a frenare quello che oramai era divenuto un vero abuso. Negli Umiliati, sia che egli fosse loro terziario, sia che lo fosse dei francescani, trovò senza dubbio informatori sagaci e fidati e, all’occorrenza, collaboratori animati da un cordiale spirito di colleganza.

Si può domandarsi se il desiderio di magnificare la propria città non abbia per avventura indotto Bonvesino in qualche esagerazione. Ciò è certamente avvenuto nella valutazione ideale di alcuni fatti: tutto quanto egli crede di dover ammirare dichiara esser unico al mondo: richiama in ciò alla mente uno scrittore distante di sei secoli da lui, straniero ma innamorato quanto lui di Milano; Stendhal: questi [p. lv modifica] conosceva il mondo assai più che non lo conoscesse il povero fraticello del secolo XIII, non mai forse spintosi al là del borgo di Legnano, eppur fece altrettanto. Sono iperboli comuni a temperamenti impressionabili e facili all’entusiasmo. Ma che nei dati di fatto e nelle cifre egli o i suoi informatori esagerassero al punto di alterarne il significato non credo. Troppo è Bonvesino preoccupato di dire il vero, troppo retta appare in ogni manifestazione la sua coscienza.

Tentò di screditarlo Pietro Verri, ma egli non conosceva dell’operetta su le meraviglie di Milano che i pochi brani tramandati da Galvano Fiamma il quale li inserì alla rinfusa nelle sue farraginose cronache, ne alterò il testo, sbagliò le cifre e per di più disse corna dell’autore. Mal si raccomandava senza dubbio Bonvesin dalla Riva alla fiducia dei posteri presentato da un cronista troppo spesso spacciatore di inverosimili fole. Ma noi che, grazie al compianto Francesco Novati, possiam leggere il testo integrale dell’opera sua, accettiamone i dali pur giudicandone con qualche riserva gli apprezzamenti. Essa è senza dubbio alcuno una fonte di preziose notizie che invano si cercherebbero altrove.

Ettore Verga.

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NOTA BIBLIOGRAFICA

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Fino alla metà del passato secolo delle opere di Bonvesin dalla Riva non era a stampa che il poemetto in versi latini De vita scholastica. Fu stampato la prima volta in Milano «per Dominicum de Vespolate et Jacobum de Marliano, 1479, die XXVI januarii», in 4°, 18 fogli. Il Brunet accenna ad altre edizioni: di Milano, 1490; Parma, 1495; Venezia, 1496 e 1507 per Melchior Sessa; Torino senz’anno, ma fine del sec. XV. Uscì ancora a Venezia nel 1533, a Milano per G. A. da Borgo, nel 1532; col titolo De disciplinorum praeceptorumve moribus, Opus metricum, a Brescia per Ludovico Britannico nel 1542. A giudicare dalle molte edizioni, il trattatello fu assai diffuso e apprezzato nello scuole.

La maggior parte dei «Volgari», circa 4500 Versi, fu pubblicata per la prima volta da Immanuel Bekker nei Monatsberichte über die zur Bekanntmachung geeigneten Verhandlungen der Kgl. Preussichen Akademei der Wissenschaften zu Berlin, anni 1850 e 1851, da un codice del sec. XV, di buona lezione, acquistato [p. lx modifica] allora dalla Biblioteca nazionale di Berlino, probabilmente quello stesso che già, esisteva nella biblioteca del convento di S. Maria Incoronata in Milano dove fu veduto dal Tiraboschi. La riproduzione del testo è molto curata, ma è priva di commenti. I volgari vi son così distribuiti: 1) disputa tra la Vergine e Satana, versi 396, I. 322; — 2) I quindici miracoli precursori del dì del giudizio, v. 52, I. 379; — 3) il dì del giudizio, v. 396, I. 380; — 4) volgare delle elemosine, v. 1053, I. 438; — 5) lodi della Vergine, v. 528, I. 478; — 6) Contrasto della rosa e della viola, v. 248, II. 3; — 7) contrasto della mosca e della formica, v. 276, II. 9; — 8) Le cinquanta cortesie da tavola, v. 204, II. 85; — 9) contrasto del peccatore con la Vergine, v. 144, II. 90; — 10) ragioni per le quali la Vergine ama i peccatori, v. 124, II. 94; — 11) contrasto dell’anima al corpo, v. 388, II. 132; — 12) Visita dell’anima al corpo, v. 144, II. 142; — 13) volgare della passione di Giobbe, v. 324, II. 209; — 14) vita di S. Alessio, v. 112, II. 217.

Il poemetto delle zinquanta cortesie da tavola, e una parte delle lodi della Vergine furono ripubblicati nel 1856 da Bernardino Biondelli, nel volume: Poesie lombarde inedite del secolo XIII, Milano, Bernardoni, insieme col poemetto da noi ricordato di Pietro da Bescapè e col Decalogo d’un anonimo bergamasco. Solo queste ultime composizioni erano inedite; il Biondelli non conosceva la [p. lxi modifica] pubblicazione del Bekker. Egli desunse i due componimenti bonvesiaiani da un altro codice, conservato nella Biblioteca ambrosiana, pur del sec. XV, ma di gran lunga inferiore per correttezza a quello di Berlino. Corredò il tutto di una introduzione e di note.

Il Tractato dei mesi fu pubblicato in Bologna presso E. Romagnoli, nel 1872, a cura del professore svedese Eduardo Lidforss che lo scoperse in un codice della Biblioteca capitolare della cattedrale di Toledo. Il testo è seguito da note filologiche e da un glossarietto. Il poemetto consta di 584 stanze di otto versi ottonari ciascuna.

Il Libro delle tre scritture (versi alessandrini 2396) e il Volgare delle vanità (versi 128) furon pubblicati nel 1901, con una dotta introduzione e un glossario da V. De Bartholomaeis, a cura della Società filologica romana. Quasi contemporaneamente li pubblicava con ampi commenti L. Biadene, Pisa, Spoerri, 1902. Entrambe le pubblicazioni furon recensite in due notevoli articoli del compianto prof. Carlo Salvioni, nel giornale La Perseveranza, 21 luglio 1902, e nel Giornale storico della letteratura italiana, Torino, XLII, 1903.

Del volgarizzamento dei distici di Catone ha dato notizie ed estratti L. Biadene: Un Volgare inedito di Bonvesin da la Riva e il codice che lo contiene, Cividale, Stagni, 1910.

A facilitare l’intelligenza della lingua di Bonvesino ha pensato E. Seifert, col suo [p. lxii modifica] Glossar zu den Gedichten des Bonvesino da Riva, Berlin, 1886.

Il testo integrale del De Magnalibus civitatis Mediolani che prima, come s’è detto, non era conosciuto se non da pochi brani riferiti inesattamente da Galvano Fiamma nelle sue cronache, fu scoperto nel 1895 da Francesco Novati nella Biblioteca nazionale di Madrid e publicato con dotta introduzione e amplissime note nel Bollettino dell’Istituto storico italiano, n. 20, 1898.

I due testamenti furono pubblicati da C. Canetta nel Giornale storico della letteratura italiana, VII, 1886.

Su Bonvesino e la poesia del suo tempo si può consultare:

Bartoli Adolfo: I primi due secoli della letteratura italiana, Milano, Vallardi, 1880.

Gaspary Adolfo: Storia della letteratura italiana, Torino, 1887, vol. I.

Ratti Achille: Bonvesin dalla Riva appartenne al terz’ordine degli Umiliati od al terzo ordine di S. Francesco?, nei «Rendiconti del Regio Istituto lombardo di scienza e lettere», XXXIV, 1901.

Salvioni Carlo: Briccihe Bonvesiniane, nella «Miscellanea di studi critici in onore di Arturo Graf», 1903.

Novati Francesco: Poesia milanese dei vecchi tempi, nella «Nuova Antologia», 1° marzo, anno 1909. [p. lxiii modifica]



LE MERAVIGLIE DI MILANO

[p. lxiv modifica] [p. 1 modifica]chi vuol conoscere le meraviglie di Milano sarà guida sicura questo facile libro. (Qui Mediolani magnalia nosse querit, Hoc libri plani lumine certus erit.)



A tutti i credenti nella religione cattolica nelle cui mani perverrà questo libro, frate Bonvesino dalla Riva augura salute e pace nel Signore; a tutti i traviati augura di raggiungere, colla grazia dell'Onnipotente, la via diritta. Essendomi accorto che non solo gli stranieri, ma persino i miei concittadini, come addormentati nel deserto dell'ignoranza, ignorano la grandezza di Milano, stimai doversi venir loro in aiuto, affinchè, svegliati, veggano e comprendano quale, e di quanta ammirazione degna, sia la nostra città. E così, nell'anno della Natività di Nostro signor Gesù Cristo 1288, ventesimosesto di Governo del Venerabile Padre Ottone Visconti, Arcivescovo [p. 2 modifica]della Chiesa milanese, essendo Podestà il Magnifico e potente cavaliere Giaccone da Perugia, e il signor Matteo Visconti (1) Capitano del popolo, ho composto questo libro; l'ho composto dopo avere con grande diligenza e non poca fatica investigata la verità, spontaneamente, senza esservi da alcuno indotto, senza la minima speranza di lucro, ma, direi quasi, per ispirazione divina; affinchè, lette e comprese le lodi di Milano, inspirate alla più pura verità, tutti quanti senz'ombra d'invidia, la amano rendano grazie a Dio; gl'invidiosi o si convertano, o nella propria invidia si contristino e consumino; poi gli stranieri tutti, apprendendo la nobiltà e la dignità de' milanesi, imparino a rispettarli e ad onorarli in qualsiasi luogo, ad amarli e proteggerli; infine i miei concittadini, considerando di qual patria sian figli, non degenerino mai dalla sua nobiltà, non la disonorino con riprovevoli azioni. Qui taluno dirà: "bada, chè, talora le buone intenzioni possono produrre cattivi effetti : qualche tiranno straniero, nelle cui mani sia per avventura pervenuto questo libro, conosciuta la grandezza di Milano, potrebbe inebriarsi al punto da concepire il disegno di rendersene padrone". No, io rispondo: l'amore della libertà e la protezione dei corpi santi (giacenti sotto la nostra terra) fanno sì che nessuna dominazione straniera possa qui durare se non col consenso de' cittadini: se n'è avuta la prova a' tempi nostri. [p. 3 modifica]Niun tiranno presuma di apprestarsi qui una sede di dominio; sarebbe come se volesse prender l'anguilla per la coda; quando bene credesse d'averla salda in mano, se la vedrebbe sfuggire d'un tratto. Una fama universale esalta, fra tutti i paesi del mondo, la Lombardia, e per la sua posizione, e per la frequenza dei luoghi abitati e la densità degli abitanti, e per la bellezza e la fecondità delle sue pianure; e fra le città di Lombardia esalta Milano, come rosa o giglio tra' fiori, cedro nel Libano, leone tra i quadrupedi, aquila tra gli uccelli; la esalta in tutte le lingue. Nè ciò deve far meraviglia, giacchè essa è invero superiore a tutte le altre città. Si considerino la posizione, la qualità e la quantità degli edifici e degli abitanti del suo esteso contado e della sua diocesi, e l'abbondanza di tutto quanto è necessario alla vita degli uomini; si considerino la sua forza, la qua tenace fedeltà, la sua benedetta libertà, e la copia delle dignità sue, ed essa, a confronto delle altre città, sarà come il sole tra i pianeti celesti. Che poi sia la più adatta come sede del Papato, con buona pace dei Romani, dimostrerò a suo luogo. Io mi accingo a dir cose stupefacenti sia per gli stranieri che per i cittadini ; sì, anche per questi, non faccia meraviglia, giacchè tale è la grandezza di questa città che agli stessi suoi figli non sarà facil cosa comprenderla per intero. Per farmi più facilmente intendere, distin guerò [p. 4 modifica]subito i capitoli di questo libretto, che sono otto: il primo riguarderà la situazione della città e del contado di Milano, il secondo gli edifici, il terzo gli abitanti, il quarto la fertilità del suolo e l'abbondanza d'ogni ben di Dio, il quinto la potenza, il sesto la tenace fedeltà, il settimo la libertà, l'ottavo la dignità. [p. 5 modifica]DIVISIONE DEL CAPITOLO PRIMO I. Del nome di Milano. - II. Del clima. - III. Dell'abbondanza e dell'importanza delle acque.

ELOGIO DI MILANO PER LA SUA POSIZIONE

La fiorente nostra città, situata in una bella, fertilissima pianura, che gode d'un clima mite e produce tutto quanto è alla vita necessario, tra due mirabili fiumi equidistanti, il Ticino e l'Adda, non senza ragione adottò il nome di Medio'anum, che vorrebbe dire : "posta in mezzo a due fiumi (amnes)". Certuni, strano invero, sostengono che tal nome derivi dall'esservisi trovata una troia lanuta a mezzo il dorso (2); in antico fu pur chiamata Alba perchè meno macchiata di vizi, era la candida fra le altre città. I. — Come fosse fondata dai Galli è narrato dalla Storia lombarda (3); per il che a tutta la regione fu dato il nome di Gallia Cisalpina. II. - Le stavan forse intorno paludi o putride acque corrompenti l'aere con nebbie e [p. 6 modifica]fetori? No davvero, ma limpide sorgenti e fiumi fecondatori. Posta nel mezzo di una pianura soleggiata, ha l'aria mite e sana: non eccessivo il freddo d'inverno nè il caldo d'estate ; non è vicina alle spiagge del mare dove d'estate il calore è insopportabile dall'ora nona del giorno fin verso la mezzanotte, quindi fin verso le tre spira una fredda, e nociva brezza marina. III. — Entro la città non sono cisterne nè lunghi condotti d'acqua; ma acque vive naturali, eccellenti a bere, salubri e così abbondanti in tutte le stagioni che in ogni casa, appena decente, si trova una fonte d'acqua viva chiamata pozzo. In seguito ad una indagine diligente, se pure non perfetta, ho potuto accertare che più di 6000 fonti vive forniscono acqua ai cittadini (4); tra le quali moltissime ve ne sono le cui acque hanno al gusto un grato sapore, e son sì sottili che, poste in recipienti di legno o in ampolle di vetro, in poco tempo tutte le imbevono. A chi ne beva a sazietà esse non dànno alcun fastidio, ma per la loro leggerezza e sottigliezza subito penetrano attraverso i pori e vengono digerite. Anche nel contade sono fonti d'acque limpidissime e in alcuni luoghi così fredde che, se nell'estate vi si pongono bottiglie di vino a rinfrescare, il freddo le fa crepare se non si ritirano a tempo. Nessuna città del mondo è così ricca d'acque: non esito a proclamare che questo solo e sì copioso tesoro val più che tutto il vino e l'acqua insieme di certe altre città. E, sicuro di non errare, aggiungo che molte [p. 7 modifica]città pagherebbero più di dugentomila marchi d'argento per avere, se fosse possibile, tre sole delle nostre fonti. Nel nostro territorio è, come ciascun vede, abbondanza di biade, di vino, di legumi, di frutta, d'alberi, di fieno e d'ogni bene. In conclusione, e per il clima, e per le acque, e per la bellezza e la fertilità della pianura, non potrebbe Milano esser meglio situata: lo provano all'evidenza e il gran numero di vecchi decrepiti che vi si incontrano, e, per grazia di Dio, il continuo aumento delle nascite, della popolazione e della prosperità. [p. 8 modifica]DIVISIONE DEL CAPITOLO SECONDO Gli EDIFICI DI MILANO.

I. Numero delle case. II. Numero dei coperti pubblici. — III. La Corte del Comune. — IV. Forma della città. — V. Il fossato e i sobborghi. — VI. Porte principali e secondarie. - VII. Numero delle chiese e degli altari. - VIII. Numero delle chiese dedicate a S. Maria, dentro e fuori. — IX. Numero dei campanili e delle campane in città. - X. Numero e qualità dei borghi.- XI. Numero delle chiese nel contado di Milano, ecc.

ELOGIO DI MILANO PEI SUOI EDIFICI I. - Le vie urbane sono abbastanza larghe, vi son bei palazzi e molte case private di decoroso aspetto. Le case con ingresso dalla strada ammontano, come si è potuto accertare, a circa 12.500, e tra queste ve ne son molte dove abitano parecchie famiglie con numerosa ser- vitù, [p. 9 modifica]il che dà un'idea delle densità della popolazione. II. I coperti, come volgarmente si chiamano, nelle piazze pubbliche raggiungono il numero di 60 (5). III. La Corte del Comune, degna di sì grande città, ha una superficie di dieci pertiche. Per farmi meglio intendere, dirò che da oriente a occidente misura 130 cùbiti, e da settentrione a mezzodì 136. Vi sorge nel mazzo un magnifico palazzo, e vi s'innalza una torre con quattro campane del Comune. Nel lato orientale è un altro palazzo, sede del Podestà e dei giudici, e alla estremità settentrionale del medesimo è la cappella del Podestà, dedicata al beato Ambrogio, nostro Patrono. La piazza è chiusa da altri palazzi a settentrione e a occidente. Nel lato di mezzogiorno è un atrio dove si proclamano al pubblico le sentenze dei condannati (6). IV. La città ha forma circolare : la sua rotondità è simbolo della perfezione (7). V. Il fossato, bellissimo, molto largo, che la circonda non è un padule nè un putrido stagno, ma è alimentato da fonti vive, popólato di pesci e granchi. E' munito da un forte muro il cui circuito, in seguito ad accurate misurazioni, è risultato essere di 10.141 cùbiti. La sua larghezza, durante tutto il percorso intorno alla città, di cúbiti 38 (8). Al di là del muro del fossato si addensano tante abitazioni suburbane che esse sole basterebbero a formare una città (9). Ricordiamoci che [p. 10 modifica]il cúbito, di cui ho parlato, misura due piedi per lungo e due dita per largo d'un uomo di grande statura. Si visitino pure tutte le città del mondo: difficilmente si troverà un'opera altrettanto mirabile. VI. Le porte principali della città, bene munite, son sei; dieci le secondarie, che si chiaman pusterle, tutte costruite su solidissime basi. Ciascuna delle principali ha due torri, non però finite, basate anch'esse su fondamenta fortissime. VII. Le chiese, appropriate alla magnificenza della metropoli, sono, solo in città, circa 200 con 480 altari. Chi vuoi farsi un'idea del vero vada alla chiesa di S. Lorenzo che si dice sia stata costrutta da una regina, chiamata Galla Patrizia (10), con 16 colonne all'esterno: tutte le altre non son meno ammirabili dentro e fuori, o non trovano, o trovano almeno ben di rado, le uguali nelle altre città. E' poi singolare la venerazione in cui è tenuta nella nostra città la Vergine Maria. VIII. Ad essa sola sono intitolati; 36 chiese in città, e certo più di 240 nel contado. IX. S'innalzano in città fabbricati a mo' di torri, circa 120 campanili con più di 200 campane. Mi astengo dal precisare il numero enorme degli uni e delle altre nel contado. Se qualcuno infine volesse concedersi il piacere d'abbracciare con una occhiata la forma della città, la quantità e la bellezza dei palazzi e delle case private, salga sulla terre della corte del Comune; di lassù, dovunque vol[p. 11 modifica]ga lo sguardo, vedrà stupefatto cose stupefacenti. X. - Nel contado s'incontrano luoghi ameni, deliziosi e cinquanta fiorenti borghi tra i quali è Monza, distante dieci miglia dalla metropoli, più degna del nome di città che di borgo. Alla giurisdizione del nostro Comune son sottoposte centocinquanta ville con castelli, delle quali molte son abitate da più che cinquecento uomini atti alle armi. Nei borghi come nelle ville non risiedono solo contadini ed artigiani, ma anche famiglie di eletta nobiltà. Degli altri luoghi abitati, che si chiamare molini o cassine, non è possibile calcolare il numero tanto esso è grande. XI. - Son poi nelle campagne altri borghi e ville e castelli dei quali alcuni son sottoposti all'Arcivescovo o ad altre Autorità ecclesiastiche di Milano, altri sono sottratti alla giurisdizione di qualsiasi Comune, altri infine, per diverse ragioni, non son compresi nel computo fatto sopra. Così le pievi : di Porlezza con 62 ville, Lania con circa altrettante, Valsassina con 54; nove ville soggette al borgo di Lecco, 23 a quel di Cannobio ; la valle di S. Martino con 25 ville, la Valsolda con 11, il Vergante con 40, le due valli di Blenio e Leventina, entro la nostra diocesi, con circa 200 ville; inoltre Tellio, Galliate, Trecate, e anche Campione soggetto all'Abbadia di S. Ambrogio. Tutte queste terre, compresi i borghi e le ville, ammontano a circa 600, e in esse abitano stabilmente, credo di poterlo asserire, più di 30.000 uomini atti alle [p. 12 modifica]armi. Vi sono altre ville ancora; ma, basti quanto ho detto (11). XII. - All'infuori della città, si contano nella diocesi più di 2050 decorose chiese, con più di 2600 altari. E' davvero ammirando lo spettacolo che offrono nella nostra grande città e nel suo contado le innumerevoli e belle case, le chiese devote, i borghi, le ville, i municipi, i molini, le cassine, le case religiose, le canoniche, e i monasteri fra i quali s'impone all'ammirazione universale quello di Chiaravalle (12); e inoltre gli orti, i frutteti, i prati, le vigne, i pascoli, i boschi, i fiumi, le sorgenti, gli eremi. Nel nostro contado non son paludi che infestino l'aria giacchè, per un tratto di cento miglia, il suolo è inclinato da settentrione a mezzodì. Or dunque chi ben consideri tutte queste fortune non troverà, girasse il mondo intero, un simile paradiso. DIVISIONE [p. 13 modifica]DEL CAPITOLO TERZO I. Qualità dei cittadini. - II. Numero degli uomini secolari nella città e nel contado. - III. Numero delle canoniche e delle Corti regolari. - IV. Numero delle cappelle. - V. Numero dei conventi. - VI. Numero degli ospedali. - VII. Numero delle case degli Umiliati. - VIII. Numero dei monaci di S. Agostino. - IX. Numero delle case dei poveri. - X. Numero dei frati abitanti con la famiglia. - XI. Numero di tutti gli esclusi dal regime secolare. - XII. Numero delle bocche in Milano e contado. - XIII. Numero delle parrocchie della città.- XIV. Numero di tutti gli abitanti della città. - XV. Numero dei fanti nella città. - XVI. Numero dei cavalieri nella città. - XVII. Numero dei leghisti e decretisti. - XVIII. Numero dei notai. - XIX. Numero dei servitori. - XX. Numero dei trombetti. - XXI. Numero dei medici detti fisici. - XXII. Numero dei chirurghi. - XXIII. Numero dei maestri di grammatica.- XXIV. Numero dei dottori in canto ambrosiano. XXV. NU[p. 14 modifica]mero dei maestri di leggere e scrivere. XXVI. Numero dei scrivani. XXVII. Numero dei fornai. XXVIII. Numero dei tavernieri. XXIX. Numero dei marinai. XXX. Numero dei pescatori in laghi e fiumi. XXXI. Numero degli albergatori. - XXXII Numero dei fabbri ferrai. XXXIII. Numero dei fabbricanti di sonagli. XXXIV. Dei Capitani e Valsassori ed altri nobili, e quanti vanno a caccia con astori e falconi. XXXV. Numero delle lapidi sepolcrali

ELOGIO DI MILANO RIGUARDO ALLA POPOLAZIONE. I. Anche rispetto alla popolazione, Milano è prima fra tutte le città del mondo. I nativi d'ambo i sessi sono d'una statura piuttosto alta, ilari e benigni nell'aspetto; sono sinceri e incapaci di trattar con malizia i forestieri, perciò anche fra genti straniere sono più apprezzati di altri. Vivono con decoro e con ordinata larghezza. Vestono con eleganza ; dovunque si trovino, o in patria o fuori, sono abbastanza larghi nello spendere, dignitosi, piacevoli nei loro tenor di vita. In tanta varietà di linguaggi, il loro è tra i più facili ad essere parlato e ad esser compreso. Così pure il loro aspetto basta a farli riconoscere in mezzo a qualsiasi gente... Sono più [p. 15 modifica]d'ogni altro popolo religiosi... (13) Insomma, non sono essi fra tutti i popoli i più degni di stima? A questo punto qualcuno domanderà: « perchè tanto esalti le doti dei milanesi? non è forse a tutti noto come fra loro allignino gli odii, i tradimenti, le discordie civili, le violenze? Tu hai torto ». Ed io rispondo: questo argomento non ha valore, come non lo avrebbe quest'altro : – fra i dodici apostoli furon dissensi, fu il tradimento di Giuda, ci fu anche chi negò tre volte Cristo; - son forse per questo gli apostoli meno venerandi? Qualcun altro domanderà ancora: « perchè mai, se i milanesi possiedono le qualità che tu decanti, la loro bontà non vale a reprimere tante nequizie? » Ed io rispondo: perchè troppo spesso i figli delle tenebre sono nelle iniquità più intelligenti e scaltri che i figli della luce, nelle buone opere. Lascio ora questo al vostro giudizio e proseguo a trattare il mio tèma. II. - Nella città e nel contado, o distretto che dir si voglia, ogni giorno la popolazione aumenta e i fabbricati si estendono. E come non dovrebbe la popolazione aumentare dove si vive tanto bene? Epperò, tra cittadini e forensi d'ogni condizione, si contano complessivamente più di duecentomila uomini atti a combattere in guerra. Sono da questo numero esclusi gli individui di diverse qualità esenti dalla milizia: monaci, canonici ed altri ecclesiastici e religiosi, o professi o viventi nelle proprie case [p. 16 modifica]co' loro famigliari. E son tanti che basterebbero a formare una provincia anche di molto estesa: dirò, per darne la prova, cose straordinarie, ma non lontane dal vero. III. - Infatti nella città son dieci canoniche, esclusa quella della Cattedrale; nel contado settanta, escluse le sette degli umiliati, e ventuna curie regolari. IV. - Inoltre, solo nella città, si trovan novantaquattro cappelle: quelle di fuori le conti chi può e ne troverà più di settecento. Tutte queste canoniche, curie regolari e cappelle manteugono beneficiari con redditi adeguati. V. - Sono entro la città sei conventi di frati, otto di monache: nel contado si contano, complessivamente, almeno cinquantaquattro conventi d'entrambi i sessi, gran parte de' quali è prospera sia pel numero de' conventuali che per l'abbondanza dei redditi. VI. - Esistono nella città e nel suburbio, il quale è sempre sottinteso quando si parla della città, dieci ospitali per malati, forniti di rendite discrete, tra i quali primeggia l'ospedale del Brolio, ricco di cospicui possedimenti, fondato nel 1145 da Goffredo da Bussero, dove, secondo precise informazioni date dai frati e decani ad esso addetti, trovansi talora, e specialmente in quaresima, quando se ne fa la rassegna (14), più di cinquecento infermi a letto e più che altrettanti non obbligati al letto. Questo ospedale provvede anche all'allattamento di trecentociuquanta, e più, bambini affidati fin dalla loro nascita ad apposite balie. Tutti gli [p. 17 modifica]infermi poveri, eccettuati i lebbrosi ai quali è destinato un altro ospedale (15), vi trovano letto, abbondante vitto e affettuose cure. I poveri che hanno bisogno di operazioni chirurgiche vi sono premurosamente curati da tre chirurghi speciali, stipendiati dal Comune. Nessuno, in fine, che sia afflitto dalla miseria, batte invano alla porta, del Brolio. Gli ospedali del contado son circa quindici. VII. - Sono nella città e nel contado duecentoventi case di Umiliati del secondo ordine d'ambo i sessi, dove moltissimi attendono, ad un tempo, alle pratiche religiose e ai lavori manuali. La principale è la casa di Brera (16). Stte sono, come abbiam detto, le canoniche di quest'Ordine. VIII. - Non meno di sessanta conventi per entrambi i sessi vi possiede l'Ordine del beato Agostino, i quali dipendono direttamente dal Pontefice o da commissari da esso delegati. IX. - Abbondano anche i conventi di regolari votati a povertà; il principale, per numero di conviventi, è quello dei Predicatori; vien poi quello dei Minori che ha alle sue dipendenze nove case nel contado: seguono gli Eremitani e i Carmelitani, ed altri diversi Ordini che ricettano più di quattrocento religiosi. Tutti Vivono di elemosina (17). X. - Esistono anche alcuni monasteri di donne votate a povertà tra i quali quello di S. Apollinare, dell' Ordine francescano, si distingue per il numero, per la nobiltà, per l'onesta e santa vita delle religiose. Che [p. 18 modifica]dirò degli altri Ordini monastici come dei cavalieri di S. Maria, del terzo Ordine degli Umiliati, di quei della Penitenza, che vivon co' propri famigliari e, fra la città e il territorio, contano più di settecento affiliati? Tralascio anche di parlare del numero delle donne ascritte a questi Ordini e di tutti gli altri che vestono abito religioso. Dei quali alcuni hanno fatto dedizione di sè o dei propri beni a monasteri, oppure con abito di conversi vi prestano servizio ; altri servono presso le chiese, altri vivono da eremiti o da reclusi, assistiti da conversi, o in qualunque altro modo sono esclusi dal ceto dei secolari. Di tutti costoro rinuncio a parlare specificatamente. XI. - Questo però posso in generale e con sicurezza affermare che, entro la città e fuori, compresi i preti e chierici vestenti l'abito, più di diecimila religiosi, escluse le donne, vivono di pane ambrosiano. Ai loro meriti e alle loro preghiere si deve l'aver Dio salvata la nostra città da tanti pericoli. XII. - Questo fiorir di comunità religiose è una prova evidente della bontà dei cittadini. Ed ora che dirò della enorme popolazione di Milano e del suo contado? Qui bisognerebbe tacere e lasciare che chi è capace di contarla la conti. Ma io, perdonatemelo, qualche cosa vo' dire, giacche, secondo un mio calcolo (che molti asseriscono essere esatto), più di settecentomila bocche d'ambo i sessi, contando anche i bambini, vivono sulla superficie dell'ambrosiana terra cui Dio lar- giace [p. 19 modifica]ogni giorno (e pare un miracolo) ambrosiani alimenti. XIII. Non sarà giusto il mio calcolo quando solo nella popolosissima città son centoquindici parrocchie tra le quali ve n'ha sicurissimamente alcune che noverano più di cinquecento Famiglie, ed altre che ne comprendono circa mille? XIV. - Del resto, ripeto, chi vuol contare quante bocche umane popolano sì grande città, lo faccia. E quando avrà esaurito il conto ritengo per certo ne avrà trovate più di dugentomila giacchè diligenti investigazioni hanno provato che nella sola città si consumano, comprese le tempora, più di mille e dugento moggia di grano come attestano gli esattori dei tributi pagati dai mulini sul grano macinato. XV. - Chi vuoi conoscere il numero dei combattenti in tempo di guerra sappia che in Milano vivon più di quarantamila persone atte a maneggiar contro il nemico la lancia o la spada. XVI. - Se volete sapere quanti cavalieri la nostra città può mettere in campo, vi dirò che da essa e dal contado si potrebbero levare, a un ordine del Comune, diecimila cavalli atti alla guerra. Ed ora, affinché la verità di quanto ho fin qui affermato risulti evidente anche per altra via addurrò nuovi argomenti. XVII. - Vivono nella sola città centoventi dottori in ambe le leggi il cui Collegio, e per numero e per sapienza, non si creda abbia pari [p. 20 modifica]nel mondo. Sempre essi son disposti a dar consigli ai litiganti, e volentieri accettano ricompense in denaro. XVIII. - Più di millecinquecento sono i notari, e moltissimi sono ottimi estensori di contratti. XIX. I messi del Comune, volgarmente detti servitori, sono sicuramente seicento. XX. - Il Comune mantiene sei tubatori principali, uomini egregi ed onorevoli, che, ad onore della loro grande città, tengon cavalli e condncono vita decorosa al pari dei nobili. Per la loro abilità si distinguono da tutti i tubatori del mondo. Non si è mai, in tutto il mondo, sentita una fanfara così terribile e così appropriata al tumulto della guerra come la loro, la quale esprime ad un tempo la grandezza ed il valore della nostra città. XXT. - I medici, volgarmente detti fisici, sono ventotto. XXII.- I chirurghi, di varie specialità, più di centocinquanta, dei quali molti, già essendo eccellenti medici, hanno appresa, la chirurgia per antica tradizione di famiglia, e non si crede abbiano pari nelle altre città della Lombardia. XXIII. - Otto sono i professori di grammatica e ciascuno ha sotto di sè una copiosa scolareaca; e insegnano con grande studio e diligenza; e superano (io stesso l'ho verificato) i maestri di altre città. XXIV. - Ai quattordici espertissimi maestri di canto [p. 21 modifica]ambrosiano si deve se tanti chierici si trovano nella nostra città. XXV. - Più di settanta i maestri elementari. XXVI. - I copisti, quantunque in Milano non esista una Università degli studi, superano i quaranta, e, trascrivendo ogni giorno libri colle loro mani, si guadagnan la vita. XXVII. - Trecento forni, come si sa dai registri del Comune, cuociono in città il pane per il pubblico. Molti altri, credo più di cento, sono riservati ai monaci ed ai religiosi d'ambo i sessi. XXVIII. - Le botteghe dovse si vende al minuto un numero infinito di mercanzie sono certo più di mille. XXIX. - I macellai ammontano a più di quattrocentoquaranta e ne' loro macelli si vendono copiosamente ottime carni d'ogni genere di quadrupedi, conforme ai nostri gusti. XXX. - Più di diciotto pescatori pescano ogni giorno nei laghi del nostro contado ogni genere di pesci, trote, dentici, capitoni, tinche, temoli, anguille, lamprede, granchi, infine ogni qualità di pesce grosso e minuto; più di sessanta pescan ne' fiumi; coloro poi che portaono alla città il pesce delle infinite acque correnti assicurano di essere più di quattrocento. XXXI. - Oltre centocinquanta sono gli albergatori. XXXII. - Circa ottanta i maniscalchi, e questo numero dà un'idea della frequenza di cavalli e cavalieri. Non starò a dirvi quanti siano i fabbricanti di selle, di freni, di sproni e di staffe [p. 22 modifica]XXXIII. - Sono in Milano più di trenta fonditori di quelle campanelle dal suono dolce che si appendono al collo dei cavalli, e non so che si fabbrichino altrove, e ognuno ha sotto di sè molti operai. Credo che farei stupire i lettori se volessi descrivere il numero degli artefici d'ogni genere, dei tessitori di lana, di lino, di cotone e di tela, dei calzolai, dei lavoranti in pellami, dei sarti, dei fabbri d'ogni maniera; se volessi parlar dei mercanti che percorrono pe' loro negozi ogni regione del mondo e prendono parte ragguardevole in tutte le fiere, e de' rivenditori, e dei venditori all'incanto. Son queste cose tanto note fra noi che basta averle accennate, e bastano a far comprendere la densità della popolazione e la folla dei forestieri accorrenti alla nostra città (18). XXXIV. - Neppur vo' parlare delle diverse classi che popolano il contado : quanti vi sian nobili, di insigne prosapia, quanti dottori nelle varie arti, quanti medici, mercanti, agricoltori e artefici d'ogni genere : lo immagini chi può. Dirò una cosa sola, pur tacendo le altre : che, tanto nella città quanto nel contado, son moltissimi uomini d'alta nobiltà de' quali una gran parte chiamansi valvassori da vulvae (porte), giacchè, quando gli Imperatori romani si trovavano a dimorare nel pretorio ambrosiano, era proprio della dignità loro il far da portieri nella Curia imperiale. Altri, di maggior nobiltà, si chiamano Capitani, da capo, dacchè eran capi delle pievi (19). Oltre a, questi due Ordini, [p. 23 modifica]altri molti ne esistono di nobili stirpi. Chi vuol meglio rendersi ragione della verità sappia che fra i nobili della città e del contado ve n'ha più di cento che allevano per loro svago astori e falconi. Innumerevoli sono poi gli sparvieri riservati alla caccia (20). XXXV. - Prima di chiudere questo capitolo dirò che i nostri concittadini come in vita così in morte mantengono alto il decoro, e si fanno seppellire con pompa. Fanno di ciò testimonianza le più di duemila urne, o di marmo, o di selce, o d'altra pietra, che si trovan nella sola città, così nelle chiese come negli annessi cimiteri, urne con coperchi della medesima pietra, tutti d'un pezzo. Ve n'ha parecchie valutate oltre venti marche d'argento. Abbiamo ormai descritto la grandezza di Milano rispetto alla posizione, agli edifici e agli abitanti. Passiamo ora a trattare del resto. [p. 24 modifica]DIVISIONE DEL CAPITOLO QUARTO

I. Quantità del grano e dei legumi e quante paia di buoi lavorino i nostri territori. II. Quantità degli alberi fruttiferi. III. Quanti carri di ciliegie entrino talora in città, e degli altri frutti. IV. In quanti modi si confezionano le castagne. V. Orti e verzieri. VI. Dei prati e del raccolto del fieno. VII. Delle vigne e del raccolto del vino. — VIII. Utili prodotti che si raccolgono presso le vigne. IX. Delle selve e de' boschi e della quantità di legna che ogni anno si consuma a Milano. X. Alcune facezie. XI. Dell'abbondanza delle altre vettovaglie e prima dell'abbondanza delle carni e quanti buoi si macellano in città. XII. Quantità de' gamberi che si mangiano solo in città. XIII. Quantità dei pesci. Nomi de' nostri laghi e fiumi. XIV. Quanti siano i molini e quante ruote contino. XV. Degli altri fiumi e sorgenti. XVI. Quantità mirabile delle nostre acque. Quantità di altri generi; e del sale e del pepe. XVII. I mercati. XVIII. Fecondità della razza. XIX. Abbondanza dei beni spirituali. X. Dei santi Barnaba, Anatolone, Gaio e Ambrogio, [p. 25 modifica]arcivescovi di Milano. - XXI. Degli arcivescovi e loro successori. - XXII. Dei frati predicatori e minori. – XXIII. Numero del corpi santi.

ELOGIO DI MILANO RIGUARDO ALLA FERTILITÀ E ALL'ABBONDANZA D'OGNI GENERE. L'eccellenza di Milano per la fecondità del territorio e l'abbondanza d'ogni cosa utile agli uomini appare ormai chiara; ma la voglio spiegare in modo ancor più chiaro. I. - I nostri fertili territori producono ogni sorta di granaglie : grano, segale, miglio, panico, onde si intride il paniccio, ed ogni genere di eccellenti legumi da cuocere, fave, ceci, fagiuoli, lupini, lenticchie, e il tutto in tanta copia che non solo basta a supplire al difetto di vettovaglie di cui soffre Como (21), ma ne avanza da mandare al di là delle alpi. Questa esportazione è stata da molti accertata, e nessuno potrà sospettare di essere ingannato quando pensi che più di trentamila paia di buoi sono impiegati nella coltivazione dei nostri territori. Si ricavan pure dai campi rape e navoni che offrono un cibo molto utile a ricchi e a poveri durante l'inverno, e si raccoglie un'infinita quantità di lino. II - Dai frutteti, dagli orti, dai campi, dal [p. 26 modifica]le vigne si raccolgono, a seconda delle stagioni, saporitissimi frutti d'ogni natura. III. - Le ciliegie, così dolci come agiotte, e domestiche e silvestri, sono in tal copia che a volte se ne portano in città più di sessanta carri al giorno, e dalla metà di maggio fin quasi a quella di luglio si vendono in città a qualunque ora. Altrettanto dicasi delle prugne bianche, gialle, scure, amoscine, che in quantità infinita son messe in vendita, mature, dai primi di luglio sino ad ottobre. Quasi nel medesimo tempo che le prugne, cominciano ad apparire abbondanti le pere e le mele estive, le more e i fichi che si chiaman fiori; seguon le nocciuole domestiche, quindi le corne che più si confanno alle donne (22), le giuggiole e le pèsche abbondantissime, fichi d'ogni qualità ed uve; un po' di mandorle, nocciuole silvestri; di noci è un'abbondanza incredibile e i cittadini, cui piacciono, ne fanno un uso continuo durante tutto l'anno: le impastano triturate con uova e cacio e pepe e ne fanno un ripieno per le carni durante l'inverno; ne traggono un olio molto adoperato fra noi. Quindi tornan le melo e le pere invernali, e le mele cotogne di cui per tutto l'inverno ed oltre si cibano i nostri cittadini. E vengon le mele granate buone per gli ammalati. Si raccolgono uve d'ogni qualità che son mature verso la metà di luglio e si vendono sino ai primi di dicembre. IV. - E ci son le castagne comuni e quelle nobili, dette marroni, abbondantissime in tutto l'anno, sufficienti ai cittadini e ai forestieri. [p. 27 modifica]Le nostre famiglie le mangiano cucinate in diverse maniere: le fanno arrostire verdi sul fuoco por mangiarle in fin di tavola in luogo di datteri, e, così fatte, hanno, secondo me, un sapore più gradito dei datteri stessi; le fan cuocere lesse e molti così le mangiano a cucchiaiate; oppure, così cotte, le fanno asciugare e le mangiano molto spesso in luogo del pane. Disseccate prima al sole e poi cotte a fuoco lento, si danno agli ammalati. In novembre compare una grande quautità di nespole, che spiacciono ai biscazzieri rovinati (23). In parecchi luoghi del nostro territorio si raccoglie pure una discreta quantità di olive; e si raccolgon bacche di lauro che col vino caldo son buone per curare il mal di ventre. Vi sono anche altre qualità di frutta, ma basti quanto ho detto. La nostra terra non produce datteri, nè pepe nè altri generi oltremarini; il che non mi dispiace giacchè questa roba non nasce se non in luoghi aridi e infuocati. V. Gli orti danno, a seconda delle stagioni, copiosi e svariati legumi, cioè, cavoli d'ogni qualità, bietole, lattughe, atrepici, sedani, spinaci, prezzemolo, finocchio, aneto, cerfoglio, anice, nepitella, zucche d'ogni genere, d'orto e silvestri, aglio, porri, pastinace comuni, alfaneria che è una specie di pastinaca della cui radice si fa un ottimo e sano composto (24) ; borraggine, senape, croco, liquerizia, erba cetrina, peplide, papaveri, marrobbio, malvavischio, anagallide, o consolido più grande, enula, ru[p. 28 modifica]ta, dragontea, latticrepolo (scorzonera) o enula spinosa che un po' triturata, fatta cuocere e bevuta col vino, si dice sia ottima medicina pel mal di ventre; issopo, che guarisce le infiammazioni di petto, e molte altre erbe medicinali. Anche salvia, menta, basilico, santoreggia, maggiorana e altre erbe odorose. Nei giardini tra l'erbe e il trifoglio sbocciano viole, rose ed altri fiori che dilettano la vista e solleticano l'odorato: fra gli altri la viola mammola, nunzia della primavera, diverse qualità di rose, la malva marina, gli occhi di Cristo e altri fiori variopinti. Vi abbonda la fragola dal bianco fiore e dal rosso frutto così gradita al nostro palato. VI. - I prati irrigati da infiniti fiumi e ruscelli fecondatori offrono fieno eccellente, e oltre ogni credere copioso, a buoi, giumenti, cavalli, pecore e ad ogni altro genere di bestiame. Per darne una prova porto un esempio che sembrerà incredibile: il solo convento di Chiaravalle raccoglie ogni anno dalle sue praterie più di tremila carri di fieno, gli stessi monaci me lo hanno assicurato. Un'altra cosa sembrerà incredibile, ma, poichè risponde al vero, secondo le affermazioni di quegli stessi monaci, la voglio dire: nel contado di Milano son tanti prati da fornire ogni anno più di dugentomila carri; e, poichè di questo fieno si pascono buoi, cavalli, muli ed asini, ma non certo uomini nè cani, chi potrà mai immaginare l'infinito numero di quei quadrupedi? Nè di solo fieno si cibano, bensì son condotti a pascolare fra erbe [p. 29 modifica]fronde, gambi d'orzo, rape ed altro. Le ville poi nutrono bestie da ingrasso e alimentano copiosamente le mense cittadine di latte, nova, miele ed altro ben di Dio. Forniscono anche molta lana ordinaria : quella fina si fa venire da fuori (25). VTI. - Le vigne numerose producono vini svariati, sì dolci che aspri; vini salubri, saporiti, chiaretti, bianchi, gialli, rosei o color d'oro, e in tale abbondanza che una sola famiglia può ogni anno raccoglierne più di mille carri, altre più di cinquecento, altre più di cento. Anche questo parrà incredibile che nel contado di Milano, negli anni buoni, si imbottano più di seicentomila carri di vino: così assicurano parecchi che, fatte diligenti indagini, sono convinti di non sbagliare. Vi sono molte città, ne son sicuro, nei cui territori tutte le viti insieme anzichì' produrre le vinaccie onde si preme il nostro vino, non sarebbero in grado di dare neppur quello di cui si ubbriacano i nostri beoni. VIII. - E si noti che dalle nostre vigne si ricavano in un sol tempo, e in abbondanza, quattro prodotti utili agli uomini : primo il vino, secondo gli svariati frutti degli alberi ai quali vengono addossate le viti; terzo la legna da ardere che si raccoglie ogni anno colla potatura delle viti e degli alberi ; quarto, il grano ed altri cereali utili al nostro nutrimento che nascono sotto le viti e le piante. IX. - Le selve, i boschi e le rive dei fiumi producono legna di rovere per costruzioni e per [p. 30 modifica]molti altri usi, e legna da ardere in tanta abbondanza che, solo in città, se ne bruciano ogni anno più di centocinquantamila carri. X. (*) - Vo' dire una cosa che, agli intelligenti sembrerà un miracolo: l'olio, e anche quello che abusivamente dicesi composito, in qualche parte de' nostri campi si creano sopra le fave. Inoltre sotto i trepiedi e i piatti nascono le tovaglie e le portate di più qualità sopra le stesse tovaglie. Abbondante nasce l'olio col cui aiuto d'inverno si filan le tovaglie nel fuso, si riducon quindi nell'arcolaio, poi nel gomitolo, quindi si tessono. Di tale verità io son persuaso, quantunque sembri vagare per anfibologiche latebre. Ho scritto così perchè i ciechi non vedan nulla e i perspicaci, ben riflettendo, capiscano. XI. - Affluiscono a Milano, come a un ricettacolo di tutti i beni temporali, pane, vino e saporite carni d'ogni qualità. Secondo un accurato calcolo da me fatto col concorso di alcuni macellai, in ciascuno dei giorni in cui

(*) Per non sopprimere nulla del testo di Bonvesino ho tradotto anche queste facezie anfibologiche, quantunque io non le abbia capite, come non le ha capite il Novati, e sia persuaso che altri difficilmente potrà capirle. Era di moda, a quel tempo, fra i grammatici di rallegrare ogni tanto i lettori con qualche facezia, anche scurrile. E Bonvesino sembra esservisi una volta tanto uniformato. [p. 31 modifica]permesso ai cristiani mangiar di grasso si ammazzano, nella sola città, settanta buoi. Quanti maiali, quante pecore, quanti arieti e agnelli e capretti e quadrupedi d'altro genere, o selvatici o domestici, ogni dì si sgozzino io lo dirò a chi mi saprà contare il numero delle foglie e dei fili d'erba. Abbondano ottime carni di bipedi silvestri o domestici, capponi, galline, oche, anatre, pavoni, colombe, fagiani, ornici (26), tortore, anatre selvatiche (27), allodole, pernici, coturni, merli, che soddisfano a mensa il nostro appetito. XII. - Abbondano e miele e cera e latte e giuncate, e ricotte e burro e formaggio ed uova. Abbondano in modo incredibile i gamberi; i pescatori stéssi, fatti esattissimi calcoli, dichiarano che, dalla quaresima a San Martino, se ne mangiano ogni giorno in Milano più di sette moggia, e perchè nessuno rimanga in dubbio circa la portata del moggio, sappia che esso da noi vale otto staia e corrisponde al peso d'un uomo di grossa corporatura (28). XTII. - Aggiungi i pesci d'ogni genere che ci forniscono i seguenti laghi e fiumi del contado (29): il lago Maggiore coi molti fiumi che ne derivano, i laghi di Biandronno, di Bobbiate (30), di Galliate, di Sartirano (31), di Cadrezzate (32), di Lugano, di Cannobbio, di Monte Orfano (33), di Alserio (34), di Pusiano, di Mairaga (35), il lago di Annone e quello di Santa Brigida (36), da ciascuno dei quali esce un fiume. Inoltre i laghi di Segrino, di Mandello, di Lecco. Da tutti questi, e da' loro fiu[p. 32 modifica]mi, vengon pesci, in quaresima, ad arricchire le nostre mense. Ed ecco i nomi de' fiumi : Adda, Lambro, Spàrzola (37), Muzza, Andamen, (38), Molgora, Coirono (39), Bevera, fiume di Cantone (40), di Sartirana, di S. Muzio (41), di Lisigerolo (42), fossato di Milano, Trono (43), Nirone, Vettabia, Ristocano (il fontanile Ristocco], Olona, Olonella, Rifreddo, Rifrigidetto (44), Mischia, Lambro merdario [meridionale], fiume di Consiglio maggiore (45), fiume della valle di Megiano (46), Ticino, Ticinello (47), Arno (48), Marongia (49), Strona, Oncia (50), fiume di Travedona, di Ganimella (51), fiume della valle di Gemonio (52), della valle di Cuvio, di Fromedona (53), di Anza (54), di Tresa, di Travaglia, della valle di Marchirolo, di Vall'Asca, di Liscate (55), di Bienate (56), di Cunasino(57), Senaqua (58), fiume di Anza, di Benca (59), di Barasso (60), Scairana (61) e molti altri ricchi di pesci e gamberi. La quantità dei pesci ho saputo da persone che sicuramente sono in grado di conoscere il vero: esse dicono che più di quattro some di pesci grossi freschi e più di quattro staia di piccoli si portano ogni giorno, feriale o festivo, in città e sappiate che per soma si intende il peso che può portare un cavallo od un mulo. XIV. - I suddetti fiumi non danno solo pesci e [coll'irrigazione] abbondante fieno, ma coi loro novecento e più mulini che contano [oltre tremila ruote], alimentano non solo gli ambrosiani... ma anche più di centomila... (62). E' [p. 33 modifica]noto che una sola ruota di mulino dicono possa macinare ogni giorno tanto grano da dar pane abbondante a quattrocento bocche. Faccia quindi il conto chi vuol sapere a quante bocche ambrosiane Nostro Signor Gesù Cristo largisce il pane quotidiano. Sono senza dubbio in Italia molte città dove gli abitanti d'ambo i sessi non consumano tanto pane quanto se ne divora a Milano dai soli cani (63). E qui bisogna ricordare che i suddetti mulini non basterebbero se molti non mangiassero castagne, panico e fagiuoli in luogo di pane. E non crediate che i molini e le ruote di cui ho parlato siano tutti : ve ne sono molti altri de' quali non mi è possibile accertare il numero. XV. - Oltre i già nominati esistono molti altri fiumi e ruscelli ; ma non so dire quanti siano. XVI. - La fecondità delle nostre acque e della nostra terra è tanta che se, per modo di dire, in qualche parte del nostro territorio si formasse un nuovo lago con acque nuove, lo si vedrebbe, cosa invero miracolosa, lo si vedrebbe in poco tempo popolarsi da sè di pesci. Si portano poi da lontano pesci in salamoia di diverse qualità. Si portano lane, lino, seta, cotone e panni preziosi d'ogni genere. I mercanti importano pure sale, pepe e altre spezie oltremarine e gran copia di tutte le merci atte a soddisfare o il bisogno o il piacere degli uomini. E la nostra fortunatissima città, quasi formasse per sè un mondo separato dall'orbe, [p. 34 modifica]distribuisce questa roba ad altre città vicine e lontane. Quanto al sale, i dazieri incaricati di riscuoterne il tributo, fatte diligenti indagini, assicurano che se ne portano in Milano ogni anno circa cinquantacinquemilaottocentotrenta staia delle quali circa una metà rimane dentro le mura a condir le vivande dei cittadini. La quantità di pepe che si consuma da noi è incalcolabile, ma si dice, e comunemente si crede, che Milano ne consumi continuamente tanto quanto due città insieme al di qua del mare (64). XVII. - In Milano si tengono ogni anno quattro mercati generali : il dì dell'ordinazione del beato Ambrogio; il dì di S. Lorenzo; quello dell'Ascensione di Maria Vergine e quello di S. Bartolomeo: ad essi conviene una folla incalcolabile di venditori e di compratori. Si tengono poi altri mercati in diverse parti della città due volte la settimana, il venerdì e il sabato. Del resto, quello che più conta, ogni giorno, non in luoghi determinati, ma in tutte le piazze si vendono clamorosamente quasi tutte le cose necessarie alla vita. Molte fiere si tengono ogni anno, in giorni fissi, nei borghi e nelle ville del contado. In parecchi luoghi si tengono fiere settimanali con grande concorso di mercanti e di popolo. E' perciò chiaro che nella nostra città chi è fornito di quattrini vive ottimamente, avendo sotto mano tutto quanto può desiderare. XVIII. - Ma è anche chiaro che qui qualunque uomo sano, che non sia un buono a nul[p. 35 modifica]la, può vivere bene e col decoro adeguato alla sua condizione. Si noti ancora che qui da noi, come abbondano tutti i beni temporali, così prospera la popolazione. Bisogna vedere nei giorni di festa la folla di nobili e di popolani che vanno a spasso, i chiassosi crocchi di fanciulli correnti senza posa di qua e di là, i gruppi di matrone e di fanciulle, ornate come figlie di re, che passeggiano o si trattengono a conversare davanti alle porte delle case. Chi può dire d'aver trovato al di qua o al di là del mare una gente altrettanto amabile? XIX. - Ma non meno dei beni temporali la bontà dell'Onnipotente ci fu prodiga degli spirituali. XX. - Che debbo dire? da un buon principio un buon seguito e un buon fine nel Signore. E valga il vero. L'apostolo Barnaba somministrò per primo la medicina spirituale a questa terra e primo gettò il seme de' frutti spirituali. Barnaba, venuto, per divino volere, a Milano tredici anni dopo la passione del nostro Salvatore, occupò pel primo la cattedra vescovile, la tenne per sette anni e convertì i milanesi alla religione di Cristo. Quindi insediò al suo posto il beato Anatalone col grado di arcivescovo, conferendogli egli stesso la giurisdizione metropolitana; al quale successe il beato Gajo. Seguiron poi gli altri colle medesime dignità, fra i quali il beato Ambrogio, sommo dottore della Chiesa, che fu, per divina Provvidenza, il dodicesimo arcivescovo, nominato nell'anno [p. 36 modifica]355 del Signore (65). Questo grande Pastore, con mirabile energia, purgò la città dalla perfidia degli Ariani. XXI. - Seguirono fino ad oggi novantadue arcivescovi, tutti uomini d'impareggiabile bontà e sapienza, secondo l'ordine esposto nella loro Cronaca (66). La divina Provvidenza ha così, dalle origini fino ad ora, ottimamente provveduto ai bisogni di questa terra. XXII. - La medesima Provvidenza ha altresì, fin da quel tempo, condotti in Milano gli Ordini dei predicatori e dei minori, che sono i due principali luminari della fede cattolica, domenicani, francescani e anche molti frati degli altri Ordini che ogni giorno, predicando, additano le vie della salute, purgano la città dalle eresie, rinsaldano la fede cattolica nel cuore del popolo, lo confortano coll'esempio e ne accrescono sempre la devozione. Che s'ha a dire di più? XXIII. - Non parlo de' corpi dei santi, i quali, come assicura il prete Goffredo da Bussero, venerabile cappellano della chiesa di Rodello (67), sono, fra città e contado, sessanta. Non parlo degli infiniti martiri che, sotto Massimiano ed altri imperatori, subirono qui il martirio. Ai loro meriti e alle loro preghiere si deve se la città fu liberata dal dominio di tanti crudeli tiranni. Di ciò abbiamo avute manifeste prove anche ai nostri giorni. DIVISIONE [p. 37 modifica]DEL CAPITOLO QUINTO I. Quando e da chi fu fondata la città. II. Della presa di Milano e di altre città fatta da Attila e quante volte fu presa e distrutta Pavia. III. Della presa di Milano fatta da re Lamberto; IV. e da re Alboino; V. e dall'imperatore Federigo I. VI. In quale anno Federigo distrusse Milano e della perdita dei tre Magi. VII. Lamento sulla distruzione di Milano. — VIII. In quale anno rientrò il popolo in città e quando cominciò a rifiorire. IX. Della rotta di Federigo I fra Borsano e Legnano e della morte di lui. X. Gesta de' milanesi contro i pavesi. XI. Della rotta dell'imperatore Corrado che fu detto Conan. XII. Guerre contro l'imperatore Federigo II e i suoi fautori. XIII. Esercito mandato contro di lui presso Camporgnano. XIV. Sua deposizione. — XV. Esercito mandatogli contro presso il Ticinello. XVI. Assedio di Parma da lui fatto, in che modo e in che anno fa battuto e sua morte. XVII. Di Uberto della Croce e della sua figliuola. XVIII. Viviano. XIX. Fortezza d'animo dei cittadini e saggez[p. 38 modifica]za del signor Guglielmo Pusterla. XX. Le armi dei milanesi. XXI. Numero dei fabbricanti di corazze. XXII. Varie pitture sugli scudi e sulle bandiere. XXIII. La vipera dei Visconti. XXIV. Il Carroccio del Comune di Milano e sue prerogative. XXV. Dei trombettieri.

ELOGIO DI MILANO PER LA SUA FORTEZZA. I. - Facile sarà, discorrere della fortezza di Milano. Da quando fu fondata dai Galli, cioè dall'anno 502 avanti la Nascita di Cristo, corrispondente, come nei libri è scritto, all'anno 200 dalla fondazione di Roma, fu moltissime volte combattuta o colla violenza o coll'inganno e, ridotta alla fame e alla disperazione, fu presa talora, come dicono le storie, dai nemici e dovette sopportare inaudite calamità; eppure ha sempre opposto ai nemici una virile resistenza e ne ha trionfato. II. - E infatti la nostra valorosa città fu presa dal pessimo Attila, re degli Unni, che, dopo lunga guerra, la invase con un immenso esercito, nell'anno del Signore 450, e la distrusse (68). Allo stesso modo egli soggiogò Pavia; la quale, sebbene voglia far credere di essere sempre rimasta, immune, nell'anno 475, come si legge nelle storie, fu messa a ferro e fuoco da Odoacre, poi un'altra volta dai Goti nel 478; [p. 39 modifica]una terza volta fu espugnata da re Alboino, una quarta da re Carlo, nel 706, una quinta dall'imperatore Enrico, nel 1001, che la incendiò (69). Insomma essa fu sei volte espugnata e distrutta. Nel medesimo tempo il tristissimo Attila occupò Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza e quasi tutte le città d'Italia, ma finalmente, così narran le storie, Giano, re di Padova, gli fe' tagliar la testa; e scontò in questo modo i suoi peccati. Le storie dicono ancora che la nostra città fu tre altre volte in poter dei nemici; una volta tuttavia non perchè sopraffatta, ma perchè ingannata da una falsa offerta di pace; un'altra volta per difetto di difesa; da ultimo perchè stremata dalla mancanza di viveri e priva d'ogni speranza di poterne avere. III. - E cioè: la prima volta fu presa da re Lamberto, usurpatore del dominio d'Italia. Egli, nell'anno del Signore 570, col concorso di tre re e di molti principi tedeschi, infamemente assediò, per dieci anni, la città con una infinita moltitudine di barbari. Finalmente, disperando di poterla soggiogare colla forza, conchiuse, dolosamente, coi cittadini una pace fittizia, cioè col patto che i milanesi gli permettessero di transitare per la città coll'esercito. E così entrò nella città e, traditi i patti, fece sguainare le spade contro i cittadini e distrusse le mura (70). Ma anche in questa occasione, quantunque ingannati dalla falsità del re, i milanesi dimostrarono la loro fortezza, e Lamberto, per giusto giudizio divino, ebbe la [p. 40 modifica]fine che si meritava : mentre dormiva fu ammazzato come un cane da un figlio di Ilduino, servo di Dio, e il suo corpo fu dato in pasto agli uccelli. IV. - Venne poi Alboino, re dei Longobardi, e, non avendo trovata alcuna resistenza perchè i cittadini erano stati in gran numero uccisi da re Lamberto, si impadronì della nostra città. Ed occupò anche Pavia e molte altre città. Ma poco dopo la moglie, fattolo massacrare a tradimento, pose fine al suo furore. V. - Infine lo scellerato imperatore Federigo I, ribelle alla Chiesa, raccolto, dopo la distruzione di Spoleto, un grande esercito, tribolò per sette anni i milanesi (71). VI. - Infine accampò presso la città colle sue armate composte di quindicimila cavalli e di un numero infinito di fanti, nelle quali erano rappresentate quasi tutte le città della Lombardia, e v'eran toscani mescolati ai tedeschi; v'erano il re di Boemia e moltissimi duchi, marchesi, conti, vescovi e abbati. La città fu da ogni parte circondata. I cittadini, fin che poterono, accanitamente resistettero, ma la cruda fame, compagna di grandi sciagure, capace di per sè di fiaccare, senz'altra lotta, guerrieri indomiti entro le mura delle fortezze, reclamò la resa. Costretti dalla mancanza di vettovaglie, ottenuta da Federigo e da tutti i principi del suo seguito la promessa che la città non sarebbe distrutta, il primo marzo dell' anno 1161 (72) i cittadini si misero nelle mani di Dio e dell'imperatore. Ma l'imperatore invece at[p. 41 modifica]terrò le mura altissime e gli edifici e per cinque anni continui angustiò i cittadini ; inoltre, e questa fu per noi la più triste umiliazione, il vescovo di Colonia ci rapì, per mandarli ahimè ! nella sua città, i corpi dei tre Re Magi che nel 314 il beato Eustorgio aveva miracolosamente portato da Costantinopoli a Milano (72). Sì, questa fu proprio la più triste nostra umiliazione, perchè la città fu ricostrutta meglio che prima non fosse, ma il tesoro di sì preziose reliquie è sempre rimasto lontano da noi. VII. - O Milano, o città insigne, irrorata dal sacro sangue di santi martiri, o Milano che, come leonessa, solevi avere la suprema gloria di fortezza fra tutte le città della Lombardia, perchè giacesti oppressa in tanto obbrobrio di schiavitù? dove sono le alte e solide mura che ti cingevano? dove le superbe torri? dove le consuete feste o i decantati trionfi? La tua arroganza è ora troncata alle radici. Dimmi, forse, insuperbita per la tua immensa fama, non riconoscesti essere la tua grandezza un dono di Gesù Cristo, o furono alcuni tuoi peccati che indussero il Signore a prostrarti umiliata, oppure non a tua colpa va attribuita la tua disgrazia? Ma se questa tua immensa passione, questa tua caduta fossero gli effetti della lotta da te valorosamente combattuta, contro i ribelli della Chiesa, sarebbero per te un tal titolo da tramandare ai posteri la fama del tuo valore. A rendere ancor più evidente la grandezza della tua virtù valga il ricordo dei seguenti fatti. VIII. [p. 42 modifica]Liberata dalla schiavitù dopo cinqu'anni dalla tua cattura, subito, quasi non avessi sentito gli effetti di tanta strage, cominciasti a rinnovarti, a rifiorire; ti affrettasti a riordinare le tue milizie; poi, serenamente obliando i passati mali, con vigile cura provvedesti ai bisogni presenti e volgesti securamente lo sguardo all'avvenire. Come la spada fabbricata di saldo e puro metallo, se piegata con forza, riprende da sè, d'un balzo, la sua posizione naturale, così la città nostra, perchè il suo valore, messo alla prova, più luminoso apparisse, si curvò quasi fino a terra, ma, svanita la minaccia dell'imperatore, per naturale impulso, balzò d'un tratto in piedi. E infatti l'anno dopo, 1168, ricuperò le terre perdute e le costrinse a giurare obbedienza ai suoi ordini; e, riparate le sue forze, cominciò a combattere aspramente la prepotenza del medesimo imperatore, e con indomita costanza difese l'italiana città di Alessandria da lui stretta con accanito assedio. IX. - Nel 1176, il giorno di sabato 29 maggio, il medesimo imperatore invaso furiosamente col suo esercito il contado di Milano, col proposito di distruggere un'altra volta la città, s'accampò a Cairate; ma i milanesi con estremo impeto lo affrontarono tra Borsano e Legnano, lo misero in fuga col suo esercito dopo aver uccisi, feriti o fatti prigionieri gran numero di tedeschi o d'alleati. E fu quella una meravigliosa, memoranda lotta. Inoltre, come raccontano le patrie istorie, con immensa, glo[p. 43 modifica]riosa fatica, resistettero a lui e ai suoi fautori, dovunque pugnando come leoni (74). L'imperatore finalmente, nell'anno 1192, trovandosi in Armenia, cadde in un fiumiciattolo e vi trovò, per giudizio divino, la morte (75) X - Narrar tutte le gloriose imprese compiute già prima dai milanesi richiederebbe un discorso troppo lungo. Basterà esporne brevemente alcune. Nel 1109 i milanesi combatterono contro i pavesi quella guerra che oggi chiamasi la guerra di campo (76) e li batterono facendo prigioniero persino il loro vescovo. E di nuovo li batterono presso Martinengo (77) facendo prigioniera quasi tutta la fanteria. E di nuovo nel 1154, a dispetto dei pavesi e dei loro fautori che combattevano pel trionfo dell'imperatore, riedificaron Tortona da Federico distrutta. Espugnarono poi Cerano, e poco dopo, rotti i pavesi nei sobborghi stessi di Pavia, ne gettaron buon numero in carcere. L'anno dopo assediarono il bello e fortissimo borgo di Vigevano e, battuti valorosamente i pavesi, se ne impadronirono e lo sottomisero. E già prima avevano disfatti i lodigiani (78) e avevano distrutto Como, e sgominati i cremonesi e trattine molti prigionieri: e a Carcano messo in rotta con tutto il suo esercito l'imperatore ribelle alla Chiesa romana. XI. - E bisogna ricordare che prima ancora, cioè al tempo di Eriberto, Arcivescovo della nostra città, l'imperatore Corrado Conan, come [p. 44 modifica]si legge nel libro delle imprese de' milanesi (79), a capo di un immenso esercito, aveva posto il campo a tre miglia dalla città e s'era spinto ad incendiare i sobborghi ; ma i milanesi gli inflissero tali danni che, stanco e scornato, dovette ritirarsi a Pavia, quindi, incamminatosi per la Germania, fu colto da un malore e si spense (80). Queste e molte altre imprese ampiamente, descrivono le patrie storie. Da Adamo fino ai nostri giorni, e son passati 6501 anni, nessun'altra città situata in pianura, ad eccezion di Roma, la quale si sia trovata in tanti e così gravi frangenti e da tanti e sì protervi nemici sia stata combattuta, ha, per quanto ne so io, così strenuamente resistito come la nostra. E anche maggiore è il suo merito perchè quasi tutti gli stranieri contro i quali essa ha combattuto, dalla fondazione della Chiesa romana fino ad oggi, erano nemici della Chiesa. Per questo, appunto, come si legge nel primo libro « Della edificazione di Milano », anticamente gli imperatori romani, per segno d'amicizia e testimonio di nobiltà e di prodezza, mandavano innanzi alle milizie partenti per la guerra i milanesi col vessillo di mezza lana (81). XII. - Nei tempi moderni Federico II, nel 1218 coronato da papa Onorio III, ma, da quel perfido che era, allontanatosi poi da Dio, e ingolfatosi nell'errore fino a diventar nemico della Chiesa e nostro, e amico dei nemici di Cristo e della Chiesa, tentò con tutte le sue forze di distruggere la nostra città; fece quanto [p. 45 modifica]potè, ma alla fine si ebbe quanto meritava. Perduta ogni speranza in Dio, Chiesa, colpito da un morbo abominevole, un cancro, si dice finisse turpemente, come i suoi peccati esigevano (82). Sento in cuor mio il bisogno di descrivere con quanto sforzo e con quanto valore questa città resistette al suddetto Federigo, dove e quando con pochi armati, con sua grande gloria, ebbe ragione di immensi eserciti. Ma poichè sarebbe troppo lungo il raccontare tutti i particolari, mi limiterò a ricordare brevemente la devastazione e la sottomissione del Vescovado dei Cremonesi e dei loro fautori fatte dai milanesi nel 1217 (83), e la guerra combattuta contro i medesimi nel 1234 a Genivolta, nella quale i milanesi devastarono nuovamente tutto il loro territorio (84), e l'aver messo, nel 1239, a ferro e a fuoco i territori di Bergamo e di Lodi, e la completa distruzione di Lodi vecchio dove le sole chiese furono risparmiate (85). Taccio d'altre imprese e preferisco rammentare l'invasione del nostro territorio fatta nel 1239 con un esercito di toscani, alemanni, pugliesi, saraceni da Federigo II il quale, distrutto il borgo fortificato di Melegnano, pose gli accampamenti a Locate. XIII. - L'esercito dei milanesi gli mosse incontro fino alla villa di Camporgnano (86) si accampò ad un miglio appena dal campo imperiale. L'imperatore, dubitando del successo d'uno scontro coi nostri, avanzò per quattro [p. 46 modifica]miglia verso le cascine di Scanasio e lì pose le tende (87). I milanesi, sempre mantenendosi in posizioni tra la città e il campo nemico, si accamparono a Fontecchio decisi a difendere virilmente la patria e, deviate con somma abilità le acque dei fontanili verso l'esercito nemico, ne allagarono il campo, e lo costrinsero a ritirarsi sulle posizioni di prima di contro alle quali si disposero i nostri. E badate che l'esercito ambrosiano era di gran lunga inferiore a quello dell'imperatore la cui sola cavalleria contava più uomini che presso di noi la cavalleria e la fanteria insieme. Eppure l'imperatore, dopo aver passato nel nostro contado trentaquattro giorni, sbigottito dalla audacia e dalla costanza dei milanesi, e specialmente della Compagnia dei forti, che erano fanti scelti fra i più robusti ed agguerriti, sprezzanti d'ogni pericolo, perfettamente armati, e avevan giurato di non risparmiare un sol nemico, se ne partì rattristato per la vanità del suo sforzo. I milanesi, esultanti, tornarono alle loro case. XIV. - Nei due seguenti anni distrussero molti villaggi del Comasco, e si spinsero, tutto incendiando e devastando, fino alle porte di Como. Ma, più mi preme ricordare che quell'imperatore, nemico della Chiesa e nostro, fu dal papa Innocenzo IV scomunicato e privato della dignità imperiale, e da allora in poi i fedeli cristiani non lo chiamarono più imperatore ma il deposto. XV. [p. 47 modifica]Cionondimeno egli, nell'anno medesimo, raccolto un immenso esercito, invase un'altra volta il contado di Milano (88) fermandosi sulla riva del Ticinello, disposto a passare il fiume per distruggere dalle fondamenta la nostra città. Subito i milanesi posero le tende sulla riva opposta e, dovunque egli lo tentasse, gli contrastarono il passo. Finalmente, disperando di raggiungere il suo scopo, divise l'esercito in due parti : tenne con sè la maggiore, e l'altra, composta di cremonesi, pavesi e bergamaschi, mandò, sotto il comando di Enzo, suo figlio naturale, ad Abignano, nella parte opposta del contado, perchè varcasse l'Adda nuova [Muzza]. Mossero contro quest'ultimo due Porte della nostra città, la Comasina e l'Orientale (89), coi contadini dei borghi e delle ville della Martesana, sino a quel fiume, e si accamparono di fronte ai nemici. Re Enzo, vedendo che non c'era nulla da fare, una certa notte con tutta la sua cavalleria passò segretamente l'Adda al guado di Cassano, e, aggredite le scarse schiere dei milanesi, fece molti prigionieri. Ma, preso egli stesso dal nostro Capitano, Simone da Locarno, fu rinchiuso nel campanile di Gorgonzola, e dovette patteggiare la sua liberazione colla promessa di rilasciare tutti i nostri prigionieri : rilasciato, a questo patto, fu rimandato al suo esercito, e diede subito ordine di liberare i prigionieri; ma i cremonesi e l'esercito intero si rifiutarono di ubbidire. Quindi si partì colle sue genti. E Federigo, dopo trenta giorni, giudi- cando [p. 48 modifica]impossibile effettuare il suo orgoglioso disegno, deluso e triste, levò il campo. XVI. - Tre anni dopo assediò Parma [1247], ponendo ogni sua cura nel rafforzare l'esercito, e fondò, laddove si era accampato, una nuova città chiamata Vittoria. Ma Parma era valorosamente difesa da seicento milanesi e da trecento piacentini col legato apostolico Gregorio da Montelungo. Finalmente, coll'assistenza di Dio e il costante aiuto de' milanesi, si riuscì a battere le truppe di Federigo, moltissimi de' suoi soldati furono uccisi, moltissimi fatti prigionieri. Il carro dei Cremonesi detto Carroccio fu portato dagli stessi milanesi in Parma; fu presa la città di Vittoria, spogliata del tesoro di Federigo e di tutti gli altri beni, quindi da cima a fondo distrutta. Federigo, vergognosamente vinto, perduti tutti i suoi beni, riparò in Puglia, dove nel 1250, colpito da grave malattia, disperato, scomunicato, privo dei sacramenti, finì la sua vita, commutando, come dice la Cronaca (90), la sua morte carnale nella morte eterna. Solo alcune, non tutte, le valorose gesta dei milanesi ho brevemente narrate. Chi desidera saperne di più legga le storie ambrosiane. Ma perchè nessuno creda che io abbia deliberatamente taciuto le vergogne i danni sofferti dalla nostra città, sappia, e creda, se vuole, che, avendo io letto, o udito raccontare le imprese guerresche dei milanesi, quantunque abbia avuto notizia di molte avversità, non ho mai letto o inteso che, quando si son trovati a [p. 49 modifica]combattere in pari condizioni coi nemici, siano mai fuggiti, nè che alcun popolo abbia su di loro riportata vittoria. Confesso di aver letto che molte volte la sorte fu loro contraria; ma non c'è da meravigliarsene: quale altra città, sbattuta da tanti e sì impetuosi venti, non ha subito danni ? La stessa Roma, pur essendo densa di popolo, di tutto fornita, pur essendo per la sua potenza temuta da re e popoli e famosa in ogni parte del mondo, ha avuto le sue avversità, le sue fughe e ha dovuto soffrire da parte dei nemici catture, ferite, uccisioni e altre offese. E basta di questo argomento. Fu detto con quanto valore abbia un tempo combattuto contro i nemici la nostra città. Ora, essendo più ricca di popolazione, di edifici, di vettovaglie, quali re, quali tiranni, qual popolo potranno mai soggiogarla? Nessuno se i cittadini, volgendo a' propri danni le spade, non vorranno scannarsi a vicenda. XVII. - A questo punto non so rinunziare a parlar d'un fenomeno meraviglioso. Molti dei miei concittadini d'ambo i sessi, ormai decrepiti, ricordano un nobilissimo uomo, Uberto della Croce, figlio della nostra terra, la cui forza non ha mai trovato l'uguale nel mondo. Di questa forza voglio dare brevemente le prove in tutto conformi alla verità. Era uomo di illustre e potente stirpe, ma la sua maggior potenza stava nella sua vigoria dacchè gli atleti delle altre città appetto a lui erano come fanciulletti di fronte ad uomini fatti. Egli fer[p. 50 modifica]mava colle braccia cavalli in corsa, e li forzava a restare immobili : portava, su per le scale fino ai piani superiori giumente di mugnai ben cariche di farina o di frumento; stando egli fermo sur un piede, l'altro levato in aria, senza appoggio, nessuno, così dicono, per quanta forza avesse, riusciva a smuoverlo; legato l' un braccio e l' altro presso le articolazioni delle mani, e sei uomini a destra e sei a sinistra tirando, co' piedi ben puntati a terra, le funi, ei riusciva a portare con ambe le mani il cibo alla bocca; in una certa battaglia, trovatosi solo, accerchiato da una densa turba di pavesi, colla sua terribile clava la mise in fuga. La sua statura era tale che se uno lo guardava davanti parevagli pendesse all'indietro e viceversa. Era un gran mangiatore : divorava pasti bastevoli per quattro uomini; era capace di mangiare in una sola volta, e con molto pane, almeno trentadue uova fritte in padella. Raramente fece pompa in pubblico della sua forza senza una giusta causa, mai si dice ne abusasse per recar danno altrui; era con tutti cortese. Fioriva costui nel 1215. Ebbe da una concubina una figlia così vigorosa che levava da terra un grande vaso contenente tre staia di vino, al cui peso non avrebbe resistito un uomo, e ne beveva come uno farebbe da un bicchiere. XVIII. - Si raccontano cose miracolose anche di Viviano nato nel nostro contado, vicino al bel borgo di Lecco (91). E si dice che in Milano [p. 51 modifica]sian nati molti altri uomini senza pari al mondo, ma a parlarne rinuncio. Che dirò della forza d'animo dei nostri concittadini d'un tempo? quanti e quali martiri diedero alla fede di Cristo che nella nostra città e altrove riportarono gloriose vittorie? Vitale, nostro concittadino, e Sebastiano che predicarono la fede cattolica, quegli a Ravenna, questi a Roma, meritarono in queste città la corona del martirio. Protasio e Gervasio, figli di Vitale, predicanti a Milano, patirono pure il martirio per la fede di Cristo. Maurilio, vescovo, predicò nell'Anjou, Simpliciano, nostro arcivescovo, colle sue prediche a Roma reintegrò la Chiesa romana, che era divisa da molte eresie, e molti convertì alla fede. Gajo, fustigato, fu da qui mandato in esilio. Castriziano, milite novizio nel campo della religione, ottenne molte conversioni. E Calimero, per aver predicato e convertito infedeli, fu accecato, per la sua fede, flagellato, condannato all'esilio, gettato in un pozzo col capo all'ingiù, ed ebbe infine la corona del martirio. Il beato Materno, cacciati da Tortona gli idolatri, vi predicò, e sostenne per la religione molte avversità. Il beato Dionigi, arcivescovo di Milano, esiliato, gettato in un orrido carcere, fu alfine per la fede di Cristo consacrato al martirio. E il beato Ambrogio, uno dei quattro dottori della Chiesa, ridusse molti sperduti sulla via della verità, convertì il beato Agostino e liberò la nostra città dagli Ariani. Il beato Senatore predicò la religione Cristiana in Oriente. Ambro- gio [p. 52 modifica]centurione, nostro concittadino, fu martirizzato a Ferentino (92). La beata Sofia, oriunda della nostra città, e le sue tre figliuole furono in Roma così insigni predicatrici da convertire più di sedicimila persone d'ambo i sessi. Tutti questi atleti della religione furon nostri concittadini. E ve ne furono tanti altri che se volessi, ad uno ad uno, ricordarli darei noia ai leggitori. XIX. - Ma non credo si debba tacere che la nostra città generò non solo uomini di singolar forza e valore, ma anche uomini dotati dalla natura di rara saggezza. Tra questi ultimi, che son moltissimi, ne ricorderò uno solo, il nobilissimo cavaliere, nostro concittadino, Guglielmo Pusterla, che molte persone oggi ancora viventi conobbero, il quale, senza aver studiato, ne sapeva più di tutti, dotti e indotti. Quasi tutto quello che un uomo senza studi può conoscere egli conobbe. Non si credeva che nei nostri paesi alcuno gli fosse pari in sapienza, tanto che, quando era Podestà di Bologna, accanto a dottori di leggi, questi, vedendo un uomo illetterato saper tante cose, lo chiamavano per antonomasia "il sapiente de' laici" (93). E altrettanto, se volessi andar per le lunghe, potrei dir di molti altri letterati o illetterati. XX. - Descritte le virtù militari dei milanesi, vediamo ora la magnificenza delle armi e dei guerreschi ornamenti che portano nelle loro spedizioni. In qual mai città del mondo si può trovare un popolo così decorosamente armato di ferro? Non lo si troverà mai, o ben di rado. Non [p. 53 modifica]solo di cavalieri, ma anche di fanti tu vedresti in guerra magnifiche schiere, vestite di armi corrusche; loriche, corazze, lamiere, celate, elmi, elmetti; guanti d' acciaio, collari, gambali, femorali e ginocchiali; fanti muniti di lancie, aste, spade, pugnali, clave, scudi luccicanti; vedresti le schiere di cavalieri splendenti da capo a piedi pel fulgor delle armi; e l'ondeggiar de' cavalli coperti di splendidi finimenti; tutti guerrieri senza pari, non solo per nobiltà di stirpe, ma anche per dignità di costumi e perizia dell'armi, quali invero si convengono a così grande ed insigne città. Nè ciò fa meraviglia, perché i nostri cittadini, onorevoli uomini, superano tutte le altre genti per civiltà e larghezza e, in tempo di guerra, amano le belle armi e i superbi destrieri e più d'ogni altro bramano possederli. Dov'è un valor naturale, a tempo opportuno si palesa. Inoltre nella nostra città e nel contado è abbondanza d'armaiuoli che fabbricano senza tregua armature d'ogni foggia, che poi i mercanti portano a vendere, in numero infinito, nelle città vicine e nelle lontane. XXI. - E infatti i fabbricanti di corazze son più di cento, e ciascuno tien sotto di sè moltissimi operai intenti al mirabile artificio delle « macchie ». Innumerevoli sono quelli che fanno scudi ed armi d'altro genere (94). XXII. - Scudi e vessilli portano dipinte insegne diverse secondo le sei porte principali della città. La porta Orientale ha lo scudo bianco con leone dipinto in nero; la Nuova ha [p. 54 modifica]quattro quadratelli bianchi e neri : nero il superiore a sinistra e l'inferiore a destra, bianchi gli altri due. La Comasina quadratelli alternati bianchi e rossi [scacchiera]. La Vercellina ha lo scudo bipartito, rosso in alto, bianco in basso. La Ticinese tutto bianco, la Romana tutto rosso. Altrettanta varietà d'insegne hanno le porte nei loro vessilli, oltre ai quali, quando si raduna l'esercito, altri ne vengono dati dal Comune a ciascuna Porta con croci rosse in campo bianco. XXIII. - Dal Comune stesso viene offerto ad uno della nobilissima stirpe dei Visconti che ne sembri il più degno, un vessillo con una biscia dipinta in azzurro che inghiotte un saraceno rosso; e questo vessillo si porta innanzi ad ogni altro; e il nostro esercito non si accampa mai se prima non vede sventolare da un'antenna l'insegna della biscia. Questo privilegio si dice concesso a quella famiglia in considerazione delle vittoriose imprese compiute in Oriente contro i Saraceni da un Ottone Visconti, valorosissimo uomo (95). XXIV. - Quando l'esercito intiero muove in campo, è portato fuori un carro da tutti ammirato, il cosidetto Carroccio, coperto da ogni parte di scarlatto e ricco di ornamenti, tirato da tre paia di grandi e robusti buoi coperti di gualdrappe bianche segnate di croci rosse. Dal mezzo di esso si erge un'alta, diritta e bellissima antenna, del peso di quattro uomini, portante sulla cima una croce dorata. Da questa [p. 55 modifica]antenna pende, tremolando all'aria, un grandissimo, candido vessillo con la croce rossa i cui bracci raggiungono le quattro estremità. Molti uomini da ogni parte con funi mantengono diritta l'antenna. Il Maestro del Carroccio, onorevole personaggio, cui spetta per tradizione di famiglia questo privilegio, ogni volta che esce dalla città contro i nemici viene così ricompensato : il Comune gli dà subito una corazza e una magnifica spada, poi otto soldi di nostra moneta per ogni giorno di sua permanenza al campo. Il Comune elegge pure e ricompensa un cappellano che ogni giorno cele bra, presso al Carroccio, la messa. XXV. - Il Podestà che governa il nostro Comune è sempre seguìto da sei tubatori di onorevole condizione, ciascuno dei quali ha dal Comune o quattro, o tre, o almeno due cavalli : essi non adempiono solo l'ufficio di tubabori e banditori, ma, quando sia necessario, anche quello di prodi cavalieri ad onor della patria. Due di costoro hanno lo speciale incarico di distribuire le tende all'esercito, e ricevono dal Comune un decoroso stipendio. Della fortezza della nostra ammiranda città ho detto abbastanza. Più non dico per non tediarvi. Ora passerò a dimostrare la sua costante fedeltà. [p. 56 modifica]DIVISIONE DEL CAPITOLO SESTO I. Patimenti sofferti per amor della Chiesa. — II. Perdita dei corpi dei tre Re Magi.

ELOGIO DI MILANO PER LA SUA COSTANTE FEDELTÀ. I. - Di qual mai città s'è sentito dire che tanto sia stata fedele alla Chiesa romana? Non fu forse per questo che Milano, stretta alla Chiesa romana come la carne all'unghia, ostacolo perenne ai nemici di essa, spessissimo esposta ad assalti formidabili, sopportò la fame, la sete, il freddo, il caldo, fatiche, veglie, ferite, morti, lagrime e lutti, distruzioni, catture, carceri, tormenti, spese, miseria, fughe, incendi, devastazioni, rovine in più luoghi, e la stessa sua rovina? Eppure, tante volte martire, nulla mai valse a farle ripudiare la sua fede. Mentre quasi tutte le città della Lombardia, come si vide chiaro al tempo dell'imperatore Federigo, [p. 57 modifica]hanno qualche volta abbandonato la Chiesa, la nostra sola sempre la incoraggiò e la difese. Nè mai ho letto, o sentito dire che sia stata in alcun tempo ribelle alla Chiesa di Roma; ma le fu sempre amica e, fin dove potè, fautrice. E per questo fu in antico chiamata « seconda Roma », come nell'epigramma: « Viatore, giunto al varco della porta urbana, esclama : — Vale, o seconda Roma, vanto e decoro dell'Impero! O città veneranda, ricolma di ricchezze, te i popoli temono, davanti a te i potenti si inchinano, tu vinci Tebe nel valor guerriero e vinci nel senno Atene ! ». Dunque per la fedeltà la nostra Milano merita le più grandi lodi. II. - Ma ahimè! ahimè ! come per questa fedeltà le furon diroccate le mura da Federigo I, così, non per altra ragione, i nemici della Chiesa le rubarono i corpi dei Re Magi che nell'anno 314 il beato Eustorgio aveva portato fra noi. Questa fu la ricompensa del nostro travaglio, la perdita di tanto tesoro per aver combattuto costantemente i ribelli della Chiesa ! Guai ai figli della nostra terra se, spogliati di sì preziose reliquie, vorranno danneggiarsi a vicenda anzichè cercare il modo di rivendicare, in forza del diritto ecclesiastico, e con loro grande gloria, quelle divine spoglie. Se fosse a me lecito affrontare i miei superiori, i Pastori che governano la mia città, direi: — guai ai metropolitani che hanno trascurato d'invocare il braccio spirituale per esigere la restituzione di reliquie perdute non per colpa dei cit[p. 58 modifica]tadini, ma per la loro indefessa opera a favore della Chiesa! (96). Dacchè la nostra città fu fondata, cioè dall'anno 504 avanti la nascita del Salvatore, e 200, come ci insegna la storia, dalla fondazione di Roma, io credo che Milano non ebbe mai a soffrire più grande jattura. [p. 59 modifica]DIVISIONE DEL CAPITOLO SETTIMO I. Vani sforzi dei tiranni per possedere Milano. — II. Libertà del Metropolitano.

ELOGIO DI MILANO PER LA SUA LIBERTÀ. Non c'è bisogno di un lungo discorso per dimostrare che questa città va lodata pel suo amore della libertà. E' una cosa che sanno tutti. Dacchè si affermò la Chiesa di Dio, Milano non volle mai esser soggetta ad alcuno se non a quella. E servir la Chiesa vuol dire esser liberi. I. - Tentarono, è vero, non pochi tiranni di stabilir qui il loro dominio, ma la bontà divina, col soccorso di Maria Vergine alla quale son dedicate, oltre la cattedrale, più di dugentottanta chiese in città e nel territorio, coll'intercessione del beato Ambrogio e di altri santi i cui corpi, in numero di sessanta, riposano sotto la nostra terra, dei monaci e delle monache abitanti, in gran numero, la città e il contado, fu spesse volte difesa dalla tirannica rabbia. II. - Il nostro Metropolitano, che è il primo fra tutti gli arcivescovi, non è soggetto nè al Patriarca, nè ad altri Primati. E i decreti ci insegnano che il Capo della Chiesa milanese e il Patriarca d'Aquileja potevano consacrarsi l'un l'altro (97). [p. 60 modifica]DIVISIONE DEL.CAPITOLO OTTAVO Dignità di Milano : I. Come sede dell'imperatore. II. Come luogo dove si incoronano gli imperatori. III. Per la loro presentazione fatta dal nostro Arcivescovo. IV. Per l'indipendenza del medesimo. V. Pel rito ambrosiano che Carlo tentò di abolire e per il carnevale. VI. Per la penitenza. VII. Per l'antichità della sede metropolitana e del rito ambrosiano. Quanti furono e quanti sono ora i vescovi soggetti al nostro Metropolitano. Numero degli Arcivescovi di Milano. VIII. Per le grandi dignità conferite ai nostri cittadini, ecclesiastici e secolari. IX. In quante prerogative Milano supera tutte le altre città. X. Due difetti di essa. XI. Milano è gloriosa per sua natura. XII. Significato del nome Mediolanum. XIII. Qualità di quest'opera. XIV. Scuse dell'autore. XV. Invocazione a Milano e ammonimento ai cittadini potenti.

ELOGIO DI MILANO PER LA SUA DIGNITÀ. Che la nostra città sia gloriosa per la dignità sua procurerò di dimostrare con diversi argomenti, seguendo la via della verità. [p. 61 modifica]I. - Qui, come in una seconda Roma, spesso risiedettero gli imperatori, cioè Nerva, Traiano, Adriano, Massimiano ed altri Gentili, i quali, prima che la Chiesa prosperasse, perseguitavano i Cristiani. Essi, come si legge, ampliarono e abbellirono la città. E in Milano spesse volte posero la loro residenza molti imperatori cattolici dopo il trionfo della Chiesa, come Filippo, Costanzo III, Costante, Costantino, chiamato Gallo, Gioviniano, Valente, Valentiniano, Graziano e, ultimo, Teodosio. II. - In Milano prendono la corona di re d'Italia gli imperatori romani. Infatti, come si narra in un libro intilotato « Copia di Arnolfo » (96), Corrado III fu unto, benedetto e coronato della corona ferrea dall' Arcivescovo di Milano Anselmo da Pusterla, in Monza, dove questa corona si conserva, nella chiesa di San Michele; quindi cinse nuovamente la corona a Milano nella basilica di S. Ambrogio. All'Arcivescovo di Milano, quando si trovi presente (in Roma), spetta di presentare a San Pietro e al suo Vicario il Re d'Italia destinato ad assumere l'Impero e accompagnarlo in processione stando alla, sua sinistra. Si legge infatti nel libro di Benzo, già Arcivescovo d'Alba (97): da una parte il Pontefice e dall'altra l'Arcivescovo ambrosiano accompagnano il Re in processione. III. Mentre Corrado II, coronato dal nostro Arcivescovo Eriberto, doveva essere per consacrazione apostolica sublimato alla dignità imperiale, l'Arcivescovo di Ravenna, pur chiama- to [p. 62 modifica]Eriberto, violentando, con temerario ardire, la volontà del Re, tentò di usurpare quella insigne prerogativa. La sua condotta sdegnò profondamente tutti i Presuli presenti. Ne nacque non lieve susurro, cosicchè il Re, domandatane la causa e venuto a conoscenza, del vero, salì d'un tratto sul trono e così parlò : « Certo è, venerandi Padri, che, come la consacrazione dell'Imperatore è privilegio della Sede apostolica, così la elezione e la consacrazione del Re lo è di quella ambrosiana. E' quindi indubitato che la mano la quale benedice il Re e prima gli impone la corona sul capo, se è presente, deve pure presentare il Re destinato all'Impero a S. Pietro e al suo Vicario. Esige dunque il diritto che egli divenga Imperatore coll'assistenza ambrosiana dacchè per ambrosiana consacrazione è divenuto Re ». Dopo queste parole l'Arcivescovo di Ravenna, che temerariamente aveva voluto usurpare il primo posto, ne fu, pieno di vergogna, allontanato perchè altri più degno lo occupasse. Alquanti giorni dopo l'Autorità apostolica convocò una Sinodo nella quale fu decretato che in tutti gli affari pontificali l'Arcivescovo di Ravenna non potesse mai, in alcun modo, essere anteposto a quel di Milano: se lo avesse tentato, dovesse subire la sanzione canonica. Per il che nella diciassettesima distinzione del Decreto si legge : « E' pur da notare che in questo Concilio e in una Sinodo di Papa Simmaco si legge che il Vescovo di Milano ha sottoscritto e risposto prima di quel di Ravenna, onde consegue che il privilegio spettava alla [p. 63 modifica]Sede (milanese) prima che a lui » (100). E Papa Gregorio disse a Siagrio, vescovo di Autun : « Ordiniamo che i vescovi, sia nel sedere in Concilio, sia nel sottoscrivere, e in qualunque azione, si succedano secondo l'anzianità e si valgano delle prerogative spettanti al loro grado » (101). Non stabilì forse la sua sede in Milano l'apostolo Barnaba, primo nostro Pontefice, al quale successero tutti gli altri nostri arcivescovi, mentre a Ravenna fu primo il beato Apollinare, non apostolo, ma solo discepolo degli apostoli? Non fu qui stabilita la Chiesa cristiana prima che in qualunque altra città d'Italia? Non fu forse qui, per opera del beato Ambrogio, oriundo di Roma, istituito il rito ambrosiano diverso dal rito di tutto il mondo? Non fu forse la nostra città sempre amica fedelissima di Roma? Non sopportò per amor della Chiesa romana gravissime jatture versando anche spesso il proprio sangue? Nessuno merita maggior reverenza di chi ha consacrato la propria anima agli amici. Dirò ancora: in che può Ravenna paragonarsi a Milano? A chi mi offrisse, quando fosse possibile, tutta Ravenna colla sua diocesi, io non darei in cambio neppure il clima di Milano e le sue preziose acque. IV. - Che altro potrei dire intorno alla moltissima dignità del nostro Metropolitano quando si sa che, dopo il Sommo Pontefice, è, fra tutti i Pontefici del mondo, come il più degno degli arcivescovi, primo e indipendente, non [p. 64 modifica]soggetto ad alcun Patriarca o ad altro Primate, incorona in Milano i re dei Romani, e li presenta, come ho detto, colla mano destra, a S. Pietro e al suo Vicario, e quando il Papa convoca una Sinodo siede alla destra di Lui? V. - Il capo del rito ambrosiano diverso da quello di tutto il mondo, è qui come un secondo Papa. Questa liturgia, concessa alla Chiesa milanese per beneficio del nostro patrono S. Ambrogio (102), ci fu conservata per un memorando miracolo divino. Si sa infatti che l'imperatore Carlo, figlio di Pipino re di Francia e padre di Carlomagno, voleva, in odio ai lombardi, consenziente Papa Adriano, abolire la liturgia ambrosiana (103) Riuscito ad avere, mentre era a Milano, o per dono, o per acquisto, tutti i libri sacri ambrosiani, parte ne fe' bruciare, parte portò con sè oltre i monti. Finalmente, per miracoloso intervento della clemenza divina, la Curia romana decretò che fosse consentito di celebrare in perpetuo il divino ministero istituito dalla devozione del beato Ambrogio. Tutti sanno ancora che, come noi godiamo d'una liturgia speciale, così facciamo un carnevale diverso da quello di tutti gli altri popoli. Ed anche in questo si manifesta la gloria e la particolare dignità di Milano. VI. - La qual dignità si appalesa anche in un altro modo: essendo cioè stato sempre ammesso, fin dal tempo degli antichi Padri, che i milanesi possano far penitenza dei loro pec- cati [p. 65 modifica]senza uscir dalla diocesi, il che, se io non erro, non avviene in alcun altro luogo. VII. - Inoltre la nostra dignità è di tanto maggiore in quanto Milano ebbe prima di Roma e di tutte le altre città d'Italia la sede metropolitana, gli uffici divini e i sacramenti della Chiesa. Infatti il beato apostolo Barnaba, quattro anni prima che Pietro stabilisse in Roma la sua dimora, cioè tredici anni dopo la Passione di Cristo, fu creato Vescovo di Milano, e sette anni durò nel suo vescovado. Egli elevò agli onori metropolitani i suoi santissimi successori e loro sottopose tutti i vescovi della Lombardia. Furono così in antico molti suffraganei soggetti al nostro metropolitano, ma il loro numero andò scemando colla creazione di altri metropolitani, cosicchè al tempo dell'arcivescovo Giordano eran ridotti a soli diciotto. In seguito ne furono sottratti altri quattro ed ora ne rimangono quattordici (101). E sappiate che dall'apostolo Barnaba fino ad oggi sedettero nella nostra città novantun vescovi, trentuno de' quali figurati nel numero dei santi confessori, insieme col beato Ambrogio, dodicesimo arcivescovo, uno dei quattro principali dottori della Chiesa, superiore a tutti per sapienza e virtù, che contribuì ad accrescere la dignità e il decoro della nostra città. Egli, come ho detto, compilò la liturgia ambrosiana ventidue anni prima della creazione di quella romana. VIII. - Per altre vie ancora si manifesta la dignità di Milano : tre dei nostri concittadini [p. 66 modifica]divennero sommi Pontefici, Alessandro II, dei Capitani di Baggio (105) ; Celestino, dei Castiglioni (106), e Urbano III, dei Crivelli (107). E due imperatori romani, Valeriano e Galieno (108). Van ricordati anche Pietro da Bussero che fu Legato della Chiesa romana in Ungheria e i Cardinali Pietro da Rho e Galdino da Sala, Uberto Pirovano, Goffredo Castiglioni, Conte da Casate, e Pietro dei Pietrigrossi la cui vita, dedita alla scienza e alla virtù, il Signore conservi ognor più prospera, e, dopo la morte, ne sublimi l'anima al cielo (109). Inoltre moltissimi furon chiamati a reggere diocesi straniere: e di questi nulla dirò. Vive ancora il nobilissimo Patriarca di Aquileja, Raimondo della Torre, oriundo della nostra città (110). Che dirò dei tanti nostri eminenti concittadini secolari chiamati al governo di altri Comuni? Ciò si comprende : di nobilissima razza, i milanesi mostran dovunque i frutti della loro nobiltà. Che avverrebbe se, dando tregua ai rancori, si amassero a vicenda e concordi provvedessero al bene della patria? lo sono convinto che facilmente potrebbero governare tutta la Lombardia. Avete ormai veduto le magnificenze di questa grande città che sempre avanza dal bene al meglio e più avanzerebbe se spontaneamente non si lacerasse con rabbiosi denti. IX. - Qui è bene dichiarare che, secondo il parer mio, sei sono le particolari eccellenze per le quali Milano va innanzi ad ogni altra città : prima, l'abbondanza di ottime acque; seconda, il [p. 67 modifica]numero e l'onestà dei religiosi; terza, la quantità di sapienti inscritti al Collegio dei Giureconsulti; quarta, la liturgia distinta da quella di tutte le altre città cristiane, e il carnevale; sesta, la fedeltà, non mai smentita verso la Chiea, quale risulta dalla descrizione delle imprese da Milano compiute. X. - E due sono, se mi è concesso di confessarli, i difetti peculiari alla nostra città: la concordia civile e un porto che possa accogliere navi provenienti dal mare (111). Se a queste mancanze si potesse rimediare, ne conseguirebbe il vantaggio d'una gloriosa prosperità. A riparare la prima varranno, spero, i discorsi degli uomini assennati; la seconda facilmente si colmerebbe se i potenti della nostra patria consacrassero alla esecuzione di quest' opera quell'energia che impiegano a distruggersi a vicenda e ad estorcere ai loro concittadini denari per alimentare maligne imprese. E' ormai dimostrato che la nostra città non ha pari nel mondo: che è quasi un altro mondo separato dal resto, che non solo merita di esser chiamata seconda Roma, ma, se mi permettete di dirlo senza presunzione, meriterebbe, a mio giudizio, di divenir la sede del Papato e di tutte le altre dignità. XI. - Giacchè la nostra città è nobile per natura, mentre altre città non lo sono per sè stesse, ma traggono incremento e gloria dalla frequenza di stranieri, dal richiamo di studi o d'altri allettamenti, senza di che rimarrebbero oscure, come Parigi, Bologna ed altre dove esi- ste [p. 68 modifica]una Università di studi delle Arti liberali. Queste circostanze io non deploro, anzi le apprezzo purchè per esse le donne non divengano impudiche e i mariti non abbiano a mantenere figli altrui credendoli propri. Ma molto di più apprezzo la nostra Milano dacchè non per concorso di stranieri, ma per virtù propria è prospera e grande. E tanto più lo è in quanto la sua natural vigoria contribuisce a far prosperare altre città straniere, qual'è Como, e fino al di là delle Alpi. Qui infatti ogni giorno s'accumula roba che viene in grande abbondanza esportata altrove. XII. - Del resto quel che sia la nostra città si rileva dallo stesso significato del suo nome. Infatti Mediolanum comincia con M e con M finisce: nel mezzo sono O ed L. L'M, che è la più larga lettera dell'alfabeto, significa l'ampiezza della gloria di Milano diffusa per tutto il mondo. L'M, che sta, al principio ed alla fine, significa anche il numero mille al di là del quale nessun numero è semplice e presentabile con una parola sola. E questo numero, perfetto nella sua semplicità, dà ad intendere che Milano dall'origine fino alla consumazione dei secoli è stata e sarà annoverata fra le città perfette. L'O, una delle due lettere che stanno nel mezzo, rotonda e perfetta, la più degna e bella di tutte, significa la rotondità, la bellezza, la dignità e la perfezione. E' infatti la nostra città rotonda, come la lettera, più bella e più perfetta di altre consorelle. La L simboleggia la lunghezze e anche l'altezza della sua gloriosa nobiltà, giacchè per i meriti e le preghiere della beata [p. 69 modifica]Vergine Maria, del beato Ambrogio e dei santi de' quali qui riposan le ossa, e per bontà di Dio, la sua alta gloriosa nobiltà durerà fino all'ultimo. XIII. - Dobbiamo anche rilevare che in quel nome si trovano tutte le cinque vocali ripartite nelle singole sillabe, il che vuoi dire che, come il nome della nostra città non manca di alcuna vocale, così la città non manca di alcuna cosa necessaria ai cinque sensi dell'uomo. E siccome i nomi delle altre città non possiedono il numero completo delle vocali, esse città, paragonate a Milano, mancano sempre di qualche cosa necessaria. Tale essendo, quale fu dimostrata, la grandezza di Milano, mi sembra giusto che chi ha la fortuna di chiamarsi cittadino milanese possa di ciò gloriarsi. A un patto però, che non degeneri dalle virtù della stirpe, altrimenti non solo a sè, ma anche alla patria recherà vergogna. Imperocchè quanto più sono per nobiltà celebrate una famiglia o una città, tanto più spregevoli diventano quando si allontanino dalla probità degli avi. XIV. - Tutto quanto ho detto in lode di Milano apparirà chiaro agli occhi di coloro che sanno vedere. Ma chi pensasse che nel tessere l'elogio di Milano io abbia sognato, o abbia scritto con leggerezza, o, per piacere ai leggitori, con malafede, sappia che ho attinto alla "Storia lombarda" e ad altri libri ; e inoltre ho con non poca fatica indagato io stesso la verità o l'ho dimandata a chi era in grado di [p. 70 modifica]conoscerla. Molto potrei ancor dire intorno alla grandezza di Milano, ma sono stanco, ho altre cose da fare, e desidero fermarmi qui. Il detto basti. Se qualcuno crederà che l'opera mia non sia in tutto perfetta mi sia indulgente perchè l'urgenza di alcune mie occupazioni m'ha costretto a pubblicarla prima di averla potuta definitivamente correggere. XV. - O Milano che nel linguaggio volgare potresti anche essere chiamata Mirano da mirare (112), chi pensa che tu da mirabile abbia a diventar miserabile, chi dovrà deplorare che tu coperta di lana sia dilaniata?... (113). Tu nutrisci nel tuo seno chi tenta dilaniarti con rabbiosi denti. Forse della tua turbolenza si compiacciono le città, sorelle per timore di dover esserti soggette, quando la pace accrescesse la tua forza. Bramose di renderti loro tributaria, mentre ti vedono così ammalata, non si péritano di minacciarti e istigarti, ti disprezzano e della tua malattia pazzamente ridono. O mirabil decoro del mondo, o città, ripiena di molteplici grazie, o città veneranda consacrata dal sangue purissimo di tanti martiri, chi son che presumono di inquietarti se non certi prepotenti tuoi cittadini che le dovizie di tutto il mondo non basterebbero saziare? Che cosa può mai inspirar loro tanta presunzione? Dovrò io dire che è l'invidia che li corrode e li irrita e li stimola ad ogni scelleraggine, o dovrò tacere? Silenzio. Spesso il tacere non fa male. Ma questo dirò: che certi invidiosi di questa terra, ignari di Dio e di sè stessi, hanno [p. 71 modifica]la perfida capacità di esercitare, a danno de' loro concittadini, astuzie e violenze e preferiscono collegarsi cogli stranieri, combatter fra loro con inique armi per tiranneggiare gli altri, a disdoro della patria, piuttosto che vivere in pace, rispettandosi a vicenda, per favorire il progresso della città, conseguire l'egemonia su tutti i lombardi e una gloria trionfale. Coloro che, mentre potrebbero dominare le altre città della Lombardia, si adoprano a distruggere i concittadini per magnificare sè stessi, non tollerando che altri sia loro pari, e addentano come cani la grandezza della loro città spingendola quasi a ridursi in vergognosa servitù, coloro, mi sia lecito dirlo, non son degni neppure di pulire le scarpe ai milanesi. Guai agli scellerati, che movendo sulle orme di Lucifero, colla loro libidine di dominio tentano sconvolgere una sì grande città; guai agli altri che, imitando gli spiriti perversi, fautori di Lucifero, aderiscono alle fazioni e istigano gli empi capi a rovinar la patria. Guai ai religiosi che nell'ombra, favoriscon le sètte, e guai ai religiosi, indisciplinati favoreggiatori di coloro che, vaghi di dominar sui confratelli, quando fra essi trovano il male e si sentono incapaci a guarirlo, ricorrono ai potenti, al modo di Giuda Iscariota. Guai a coloro che volontieri apron le orecchie alle blandizie degli adulatori, benignamente li accolgono, e li secondano. Costoro sono autori di divisione e di discordia, e, se prima non si con- vertano [p. 72 modifica]al Signore, son degni di esser puniti come i falsi angeli ed i demoni. Preghiamo dunque il nostro Salvatore, il Siguor nostro Gesù Cristo, che si degni di accrescere la grandezza di questa città, mantenga sulla retta via i cittadini disposti a percorrerla e vi riconduca i traviati, benedica tutti gli stranieri che si compiacciono per la nostra grandezza, e gli invidiosi e i malevoli converta e riduca alla virtù della carità. Egli che vive col Padre, col Figliuolo e collo Spirito Santo. Dio per infinita saecula saeculorum. Amen.

Deo gratias amen.


Scrivi Ger, poi va, poi sio e avrai nominato quel Corio [che ha trascritto questo libro] (111) [p. 73 modifica]NOTE (1) Le indicazioni cronologiche contenute in questo esordio lasciano intendere che Bonvesino incominciò quest'operetta dopo il febbraio del 1288 e la finì sui primi del 1289. (2) Per le etimologie del nome di Milano vedi le note 112 e 113. (3) Allude alla "Storia dei Longobardi" di Paolo Diacono (4) Poichè lo stesso Bonvesino dica più avanti che le case in Milano eran circa 12.500, si può argomentare che una metà di esse non aveva pozzo, e si serviva dei pozzi pubblici. (5) Questi coperti, caratteristici nell'edilizia medioevale, eran piazzette davanti alle case nobili con atrii o portici, d'onde il nome. Di parecchi ci han conservato memoria le antiche carte. Un coperto dei Castani era sulla strada tra il Carrobio e il convento di Santa Marta; in Porta Romana era un coperto di S. Vittore ed uno dei Baroni era in parrocchia di S. Giovanni in Conca. Si ricordano anche i coperti di S. Fedele, degli Zavattari, di S. Sebastiano (anno 1217), di San Marcellino (carta dello stesso anno). Sul corso di Porta Ticinese esisteva ancora nel 1470 un antichissimo coperto di [p. 74 modifica]diretto dominio dei parrocchiani di S. Sisto. Sull'ingresso della contrada dei vairari (o lavoratori di vaio), presso il Broletto nuovo (piazza Mercanti), era molto frequentato il coperto dei Giordani. La maggior parte dovettero scomparire nel secolo XVI quando il governatore Ferrante Gonzaga fece un repulisti dell'antica Milano. Il coperto dei Figini, in niazza del Duomo, fu l'ultimo a scomparire: fu abbattuto circa sessant'anni or sono per far posto alla Galleria Vittorio Emanuele ed ai portici settentrionali. (6) Era costume delle città medioevali di con centrare le funzioni della vita pubblica nella piazza princinale. Milano, riavutasi dalla distruzione del Barbarossa, sentì il bisogno d'una più grande piazza che sostituisse quella dell'antico Arengo situato accanto al Duomo, e fosse il centro della vita cittadina, Corte del Comune, come la chiama Bonvesino, vita ormai complessa ed esuberante. Nel 1228 il Consiglio del Comune ne decretò la costruzione nella località che prese più tardi, e tuttora conserva, il nome di piazza dei mercanti. Sorse prima, 1228. il palazzo centrale, chiamato ai tempi nostri della Ragione, coll'ampio porticato sottostante compiuto nel 1233, nel qual anno si mise mano alla costruzione del salone superiore ove ora ha sede l'Archivio notarile. Sorsero poi tatti intorno altri edifici in modo da formare quella piazza rettangolare, chiusa, e comunicante coll'esterno per mezzo di cinque porte corrispondenti alle cinque arterie della città; la qual piazza mantenne l'antico aspetto fino al suo malaugurato smembramento, cominciato fra il 1867 e il 1870. Gli altri edifici furono costrutti in quest'ordine: nel 1251 la casa per gli uffici e le carceri del Podestà, che occupò il lato verso la piazza del [p. 75 modifica]Duomo e parte dei due laterali e notizie date dallo storico Tristano Calco, del secolo xv, quantunque vaghe, lasciano credere che il benemerito Podestà Riva, a cui si deve la suddetta costruzione, promovesse anche quella di parte almeno dei due lati verso S. Margherita e verso il Cordusio. Nel 1272 sorse la torre fatta costrurre da Napoleone della Torre. Nel 1316 fu riformata, per volere di Matteo Visconti, la loggia degli Osii dalla quale, come pur dice qui Bonvesino, si leggevano al pubblico i bandi e le sentenze. Nel 1336 Azzone Visconti fece compiere il lato verso via Orefici con un edificio a portici occupato più tardi dalle Scuole Palatine. All'infuori del citato accenno del Calco, nessuna notizia precisa e sicura ci ha indicato in quali anni sia stato costrutto il lato verso S. Margherita, dall'una e dall'altra parte della torre, che fu poi riedificato di pianta nella forma attuale su piani dell'Architetto Seregni, tra il 1564 e il 1654; ma questo prezioso passo di Bonvesino ci lascia intendere che, quand'egli scriveva, nel 1288, quel lato era compiuto; e, poiché egli ci presenta già la piazza come recinta da ogni lato da edifici, è pur lecito supporre che la costruzione di Azzone Visconti, del 1336, sia state piuttosto una riforma di edifici preesistenti. Per maggiori notizie sulle vicende della piazza mercanti vedi il mio volume: la Camera dei mercanti di Milano nei secoli passati, Milano, Allegretti, 1914. (7) Meglio che circolare, la forma della città dopo la costruzione del fossato di cinta scavato a mezzo il secolo XII, era ovale, come può vedersi dalle antiche piante topografiche. (8) Avverte il Novati che, essendo in questo punto il manoscritto guasto e pressochè illeg- gibile, [p. 76 modifica]non ci permette di definire l'esatta misura del giro del fossato. (9) Non si tratta qui, avverte il Novati, degli antichi sobborghi, già da gran tempo incorporati alla città, ma, bensì del circondario esterno, dei cosidetti Corpi Santi, che cominciavano allora a svilupparsi e formarono poi intorno alla città undici gruppi di case. (10) Qui Bonvesino storpia il nome di Galla Placidia, figlia di Teodosio il Grande e madre di Valentiniano III. e le attribuisce la fondazione della Basilica di S. Lorenzo colle colonne, ancor oggi esistenti, mentre la tradizione raccolta dal cronista di poco a lui posteriore, Galvano Fiamma, le attribuisce solo la costruzione della edicola dove tuttora esiste la pretesa tomba di lei, e chiama S. Lorenzo un tempio d'Ercole fatto costrurre dall'imperatore Massimiano. L'origine della basilica e la storia del bel colonnato sono ancora oggi problemi discussi: molti credono che la chiesa ottagona venisse fondata utilizzando la grande sala centrale delle terme fatte costrurre dall'imperatore Massimiano, del cui peristilio il colonnato sarebbe un residuo. Altri hanno preteso trattarsi d'un edificio eretto appositamente colla caratteristica forma poligonale bizantina com'è S. Vitale in Ravenna. (11) Per meglio comprendere questo elenco delle terre che, sebbene facessero parte del territorio milanese, non dipendeiano dal Comune, ma erano soggette, temporalmente e spiritualmente, all'arcivescovado o ed altri Corpi ecclesiastici, si ricordi: che Porlezza, Valsassina, Lecco, Valsolda, il Vergante erano feudi dell'arcivescovo di Milano; la valle di Blenio e la val Leventina appartenevano al clero della Chiesa milanese, Campione d'Intelvi, Limonta e Civenna costituivano un feudo del monastero di [p. 77 modifica]S. Ambrogio di Milano; la Valtellina, col capoluogo Tellio, faceva parte del territorio milanese come la valle di S. Martino in provincia di Bergamo; e ne facevan parte altre terre della odierna provincia di Novara, oltre Galliate e Trecate che qui Bonvesino rammenta le quali ultime eran soggette ai preti decumani della Chiesa milanese; Cannobio, oggi compreso nella diocesi di Novara, fino a tempi recenti fu sottoposto alla giurisdizione della Chiesa di Milano. (12) Il celebre monastero di S. Maria di Chiaravalle, dei frati Cistercensi, adiacente a Milano, era stato fondato da S. Bernardo stesso nel 1135, secondo la tradizione. (13) Lacune nel testo. (14) Il testo dice "in carastii dies" : che cosa questo carastii voglia dire neppure Novati sa spiegare : si tratta forse di un errore del trascrittore. Il testo di Bonvesino sembra dire che v'era una giornata dell'anno destinata a far la rassegna dei malati, e che questo giorno cadesse in quaresima gli sembra di poterlo desumere dal nome di "hospitale sanctae quadragesimae" dato talvolta a quell'ospedale. Comunque sia, il testo lascia intendere che la rassegna si faceva nel tempo in cui era massimo il concorso degli infermi. (15) Intende l'ospedale pei lebbrosi di S. Lazzaro, fuori di Porta Romana. (16) La Società degli Umiliati si divideva in tre ordini dei quali il secondo qui menzionato era il principale per digniltà. La casa di Brera era stata eretta avanti il 1159. (17) I quattro Ordini principali stabiliti in Milano prima della nascita di Bonvesino sono : i Domenicani venuti nel 1221 a insediarsi nella basilica [p. 78 modifica]di S. Eustorgio, i Francescani, venuti pure nel 1221 in un convento, con annessa chiesa, da loro fabbricato vicino alla basilica di S. Nabore, poi gli Eremitani o Agostiniani che iniziarono nel 1255 la costruzione della loro chiesa di S. Marco e dell'annesso convento, i Carmelitani cui fu assegnato nel 1268 un luogo nel borgo degli Ortolani. (18) Il commercio milanese era già a questo tempo d'una attività sorprendente. I mercanti milanesi, e lombardi in genere, frequentavano, desiderati e rispettati, le principali città e le più cospicue fiere d'Europa. Documenti ci parlano della loro frequenza alle famosissime fiere di Champagne e di Brie, le quali decaddero quando essi le disertarono per preferire quella Lione. Nei principali centri commerciali stranieri tenevano loro rappresentanze. Documenti di questo periodo bonvesiniano menzionano, per esempio, un Alberto Medici, rappresentante, o Console, dei negozianti milanesi alla fiera di Nimes, nel 1277, e un Ruggero Casati, nel 1288, proprio nell'anno in cui Bonvesino scriveva. La Corporazione dei nostri mercanti è tra le più antiche, se non forse la più antica d'Italia; se ne ha notizia fin dal 1159, e probabilmente erano organizzati anche prima. Essa ebbe una parte preponderante nel promuovere la costruzione di grandi strade attraverso le Alpi. Quando Bonvesino scriveva era da poco aperta, grazie specialmente all' attività dei milanesi che ne furono i principali organizzatori, la via del Sempione e resa sicura ai nostri traffici da trattati colle Autorità del Vallese. Della fama dei mercanti milanesi nelle grandi città europee restano traccie anche oggi : una delle principali strade della City a Londra conserva ancora il nome di Lombard Street; ad Ulma è tuttora una casa, chiamata in dem Mai[p. 79 modifica]land, una a Colonia e detta meilan, e così sono appellate due a Basilea. Per maggiori notizie su questo argomento vedi il mio volume citato alla nota 6. (19) A queste strane etimologie non è da prestar fede. I Capitani e i Valvassori nulla hanno che fare col mondo romano; sono dignità feudali e quindi d'origine germanica. I Capitani erano feudatari maggiori, che ricevevano il feudo o dal Re o da grandi dignitari; i Valvassori erano feudatari di grado inferiore, per lo più vassalli degli altri. (20) La caccia cogli uccelli da rapina ammaestrati era, e fu per lungo tempo, lo svago preferito dalla nobiltà milanese. Si comprende come i nobili facessero a gara nell'allevare il maggior numero di falconi e d'altri uccelli adatti, anche come ostentazione di lusso giacche', come asserisce il Fiamma, il loro allevamento, a base di galline e di prelibata selvaggina, era costoso. (21) Osserva il Novati che l'inopia del territorio di Como doveva essere nel sec. XIII già da gran tempo proverbiale e cita un sonetto di Fazio degli Uberti dove la si paragona all'opulenza milanese. (22) E' probabilmente questo uno scherzo licenzioso. Di tali bisticci compiacevasi la letteratura popolare medioevale. (23) Nei componimenti popolari o giullareschi, che Bonvesino probabilmente conosceva, torna sovente il motivo della nespola come cibo gradito ai signori e odioso alla povera gente. In uno di questi cantari è detta "nimica dei ribaldi". (24) Di questa alfaneria il Novati non ha potuto trovar notizie negli scrittori antichi, e pensa si tratti d'un errore di trascrizione che [p. 80 modifica]abbia così travisato raphanos agria degli antichi. (25) L'Italia non produceva lane fine, ma le importava dalla Germania e dall' Inghilterra. In Lombardia questo commercio si faceva su larga scala, forse fin dal tempo in cui scriveva Bonvesino, certo nei primi decenni del secolo XIV, della famiglia comasca dei Segazoni. (26) Ornices : specie di uccelli che non saprei bene identificare. Forse coturnici, o gallinacci. (27) Il testo dice fiscedule, parola che non trovo nei glossari. Intendeva forse indicare l' anatra guerguedula, detta in toscano fischione. (28) Il moggio milanese per gli aridi era di otto staia. litri 146,234. (29) Elencando i laghi, Bonvesino, preoccupato di amplificare le ricchezze del milanese, ha tenuto conto anche di qualche stagno; e così per fiumi intende anche le roggie e infimi corsi d'acqua. Inoltre, per questa stessa preoccupazione, non si appaga di citare una sola volta i due grandi laghi Maggiore e di Como, ma ne indica a parte varie porzioni come se si trattasse di altrettanti laghi : così noimna un lago di Cannobio, uno di Garlate e uno di Mandello che son parte il primo del Verbano, i due ultimi del Lario. Il Novati si è assunto la fatica di identificare i nomi di questo elenco che spesso appaiono travisati nel manoscritto; e alle sue note attingiamo. (30) Non c'è un lago di Bobbiate : da questa terra, posta sur una collina, si domina il lago di Varese, che Bonvesino non menziona altrimenti. E può darsi che a questo alluda. (31) È piuttosto uno stagno limaccioso vicino al paesello di Sartirana presso Brivio, in Brianza. (32) Il testo [p. 81 modifica]dice "Caprizate" che farebbe pensare a Capriate d'Adda; ma vicino a questo paese non è mai stato un lago. E' più probabile si tratti di Cadrezzate, nel mandamento d'Angera, situato sulla riva del piccolo lago di Monate. (33) In provincia di Como. Il vicino paese porta ancora questo nome. (34) Il testo dice lago "de Conserio" e non par dubbio si tratti di quello di Alserio, altrimenti non menzionato. Conserio è tuttavia una terricciuola oggi scomparsa, che esisteva però al sec. XVII, onde al tempo di Bonvesino si sarà denominato il lago. (35) Non vi son laghi di questo nome. Presso il lago del Segrino, vicino a Canzo, è il villaggio di Mariaga; e presso il lago di Pusiano è la cascina Mariaga, di cui si trova menzione anche nel sec.XIV: "cassine de Mayraga" ; il Novati si domanda se all'uno o all'altro di questi laghi alluda l'autore. Ma comunque sarebbe una ripetizione perchè li nomina entrambi. (36) Santa Brigida è un villaggio nella valle Averara in provincia di Bergamo, ma non ha vicino alcun lago. La valle è invece bagnata dal torrente Stabina. (37) Può essere la roggia Spazzola presso Lambrate. (38) Non s'è trovata notizia di questo Andamen che probabilmente sarà stato una roggia. (39) Novati avverte che l'unica notizia da lui trovata di questo « Coironus » è in un privilegio concesso da Federigo I ai pavesi, del 7 dicembre 1191. (40) Nel [p. 82 modifica]territorio milanese non si trovano acque di questo nome. Solo in provincia di Bergamo è un Cantone sulla sinistra del Brembo. (41) Neppur il Novati ha potuto identificarlo. (42) E nemmen questo. (43) Idem. (44) Corso d'acqua che prese il nome da un villaggio detto "Rivo frigido" lungo la via da Milano a Bergamo, scomparso. il Rifrigidetto sarà stato un canale derivato da quello. (45) Forse il Liro che passa vicino al villaggio di Consiglio di Rumo nei monti di Gravedona. (46) Non potuto identificare. (47) Il canale cominciato a derivare dal Ticino a Tornavento nel 1179 e condotto, in un primo stadio di lavori, fin presso Abbiategrasso. Ripreso nel 1257 e condotto, per Gaggiano, a Milano. Oggi chiamato il Naviglio Grande. (48) Torrente che nasce dai monti del Varesotto e va a finire nella brughiera di Gallarate. (49) Sarà il torrente Val Mara che scende dai monti della Val d'Intelvi; il nome bonvesiniano Marongia richiama il paese di Maroggia sulla riva destra del lago di Lugano. (50) Non potuto identificare. (51) Idem. (52) Dal paese di Gemonio presso Cuvio (Varese). Affluente del lago maggiore. (53) Questo nome potrebb'essere uno storpiamento di Gravedona, la cittadina lariana presso alla quale sbocca nel lago un torrente. (54) [p. 83 modifica]Il Novati pensa al torrente Agno donde nel medioevo la valle si chiamava Agnasca, ora Val d'Agno. O potrebb'essere un errore del copista per Verzasca, valle percorsa da un torrente che si getta nel lago maggiore. (55) Il testo dice Lisca. Ricordando la caratteristica del dialetto milanese che tronca in à la desinenza ate dei nomi di luogo, Bollà, Novà, Osmà, ecc., credo che possa trattarsi di Liscate, paese presso Melzo, menzionato nelle carte medioevali. Novati avanza pure l'ipotesi che si tratti d'un errore per Lisìa o Lixia = Lesa, capoluogo del Vergante, ma mi par meno probabile. (56) Il testo dice Biana. Per la suddetta regione accetterei, senza le riserve del Novati, l'identificazione di questo Biana con Bienate, a cui dialettalmente bene risponde, e Bionà si legge negli Statuti del 1346. Bonvesino avrà voluto indicare qualche torrentello passante per di là. (57) Non potuto identificare. (58) Potrebb'essere uno dei torrentelli che raccolgono le acque delle Groane nel territorio di Senago presso Bollate. (59) Non potute identificare. (60) Accanto a Barasso passa la Guisa che va nel lago di Varese. (61) Una località Scairana si trova in Brianza vicino a Canzo. Ma, quanto ad acque, non è inverosimile l'identificazione colla Scarena, un corso d'acqua oggi ignoto, ma menzionato insieme col nostro Nirone in un documento del 1275 pubblicato dall'Osio. (62) Qui son lacune nel testo. Quale ne sia il contenuto si può ricavare, come ha fatto il No[p. 84 modifica]vati, dagli estratti che ne dà Galvano Fiamma nelle sue Cronache, e dai riassunti di alcuni capitoli esistenti in un codice della Biblioteca Ambrosiana, gli uni e gli altri dipendenti da manoscritti differenti, oggi perduti. Si sa così da queste fonti che a tremila ammontavano le ruote dei novecento molini, che ogni giorno si consumavano mille e duecento moggia di farina, che le bestie da soma impiegate a trasportare dalla campagna in città la farina erano più di seimila. (63) Galvano Fiamma accenna a statistiche di cani in Milano e dice che n'erano stati contati 6149 i quali divoravano giornalmente più pane che tutti insieme i cittadini di Lodi. (64) Il sale veniva da Venezia, colla quale Milano aveva convenzioni speciali per questo commercio. Il più antico trattato tra il Comune di Milano e quella repubblica, a noi noto, è del 1268, abbastanza recente quando Bonvesino scriveva. Il pepe, caro e ricercatissimo, formò la delizia dei palati medioevali. Rappresentava una vera ricchezza e teneva talora persino l'ufficio di moneta. Era infatti costume nel medioevo di assicurarsi per mezzo dei propri fittabili o livellari la provvista di quelle derrate e di quelle merci delle quali meno agevole poteva rendersi l'acquisto sul luogo di consumo. Tra queste erano il pepe e l'incenso, spezie che venivano dal Levante; e così, per esempio, nel marzo del 1134 il monastero di S. Gallo faceva una concessione livellaria a Guido Visconti di Milano, col patto che questi gli corrispondesse ogni anno, a titolo di censo, un marco e mezzo d'argento, 12 libbre di pepe e 12 d'incenso. E nel 1313 una signora milanese dava in affitto livellario a un Airoldi una casa pel canone annuo di L. 15 e sei once di piperata, la quale [p. 85 modifica]era una miscela di pepe, zafferano e altre spezie, allora in gran voga. (65) Qui Bonvesino non è esatto. La elezione di Ambrogio, secondo la data comunemente accettata, è da porre al 374 anzichè al 355. (66) Allude ad uno degli antichi cataloghi dei Vescovi milanesi, che il Novati crede di poter identificare nel celebre Codice di Beroldo, conservato nell'Archivio del Capitolo della Metropolitana. (67) Si riferisce al Liher Notitiae sanctorum di Milano del prete Goffredo da Bussero (n. 1220 m. dopo il 1289) dove sono enumerati tutti i santi che avevano chiese e altari in Milano e nella diocesi, con molte notizie sui medesimi. (68) La distruzione di Milano avvenne in realtà nel 452. (69) Le due date 706 e 1001 non sono esatte. La prima di queste due prese di Pavia seguì nel 774 e la seconda nel 1004. (70) Qui è successa una confusione imputabile al cronista Landolfo al quale Bonvesino, in questo punto, ha attinto. Si trasporta nel sec. VI, poco prima della discesa d'Alboino, l'assedio che Milano soffrì nel sec. IX per opera di Lamberto da Spoleto (anno 876). (71) E' più esatto dire per nove anni. (72) Non nel 1161 ma nell'anno seguente. (73) Nella chiesa di S. Eustorgio esiste ancora l'urna marmorea che conteneva i pretesi corpi dei Re Magi. (74) Qui Bonvesino sbaglia. Dopo la battaglia di Legnano, l'imperatore e i milanesi non ebbero più a contendere. Furono invece in buona amicizia. (75) [p. 86 modifica]L'annegamento di Federigo avvenne due anni prima. (76) Anche questa data è sbagliata. La battaglia di Campomorto fra milanesi e pavesi ebbe luogo il 23 o 24 maggio del 1061. (77) Questo Martinengo è un'alterazione di "Marcinago", oggi Marcignano, dove fu combattuta questa battaglia nel 1132. (78) Allude alla terribile rotta inflitta dai milanesi ai lodigiani nel maggio del 1111, seguìta dalla completa distruzione dell'antica città di Lodi (Lodi vecchio). (79) È la nota opera di Arnolfo. (80) La battaglia data dai milanesi a Corrado fu il 19 agosto del 1037. Ma l'imperatore non si incamminò per la Germania prima del 1038, dopo esser stato a Roma e nel mezzogiorno d'Italia. (81) Il vessillo di mezza lana si connette probabilmente al mito della troia semilanuta di cui alla nota 113. (82) Federigo II morì invece di dissenteria. (83) Qui Bonvesino non accenna che alla prima parte, fortunata, della spedizione dei milanesi contro Cremona, fatta nel 1217; e tace che, dopo il fortunato sacceheggio, i milanesi furono inseguiti sulla via del ritorno dai cremonesi, i quali raggiuntili ad Azzanello li costrinsero a ritirarsi in gran disordine. (84) Anche qui non si tratta di una vera vittoria dei milanesi. La lunga battaglia di Genivolta, presso Soresina, rimase indecisa (giugno 1234). (85) Qui è un pasticcio cronologico. Una spedizione dei milanesi contro bergamaschi e lodi[p. 87 modifica]giani non è registrata da alcun cronista. La data può essere alterata. Novati si domanda se il Nostro non alluda alle scorrerie dei milanesi ne' territori di Bergamo e di Lodi avvenute nel 1158 e nel 1193: può essere dacchè fa menzione della distruzione di Lodi vecchio ancor più antica (cfr. nota 78). Ben s'appone il Novati quando crede non casuale, bensì deliberato il silenzio di Bonvesino circa il principal episodio della guerra di Milano contro Federigo II, la battaglia di Cortenuova, 27 novembre 1217, la quale fu disastrosa pei milanesi che vi perdettero persino il Carroccio. (86) Terricciuola presso Chiaravalle, ora scomparsa. (87) Osserva il Novati che se l'imperatore avesse paventato uno scontro coi milanesi, non avrebbe avanzato verso Milano portandosi a Cassino Scanasio. (88) La causa di questa seconda campagna del 1245 contro Milano fu l'atteggiamento dei milanesi dopo che papa Innocenzo IV, nel Concilio di Lione, ebbe deposto Federigo (17 luglio 1245). Avuta questa notizia, i milanesi avevano mandato ambasciatori in Germania ad Enrico Langravio di Turingia, per invitarlo a combattere lo Svevo. (89) Coma è noto la città era divisa in sei regioni, quante erano le Porte principali. Formatosi il Comune, la milizia, necessaria per difenderlo fu divisa in sei legioni, ciascuna comprendente cittadini abitanti nella rispettiva Porta, della quale portava il nome. L'intero corpo, al comando del Podestà, usciva a combattere quando e dove ce ne fosse il bisogno. Ma quando ad un impresa bastasse una parte dell'esercito, si estraevano a sorte coi dadi [p. 88 modifica]quella o quelle Porte che vi dovessero partecipare. (90) Pare alluda alla Cronaca di Martin Polono. (91) Il Novati sospetta che questo lombardo Viviano di cui non si ha nessuna notizia, non sia altri che quel Viviano, protagonista della Chevalerie Vivien, che i cantori francesi avevano reso popolare anche in Italia. Il mutamento in lombardo non farà meraviglia quando si ricordi che Orlando fu immaginato Conte d'Angera dai genealogisti viscontei. (92) Bonvesino dice a Firenze, ma equivoca con Ferentino. (93) Guglielnto Pusterla, cittadino veramente insigne di quel tempo, fu Podestà sedici volte in nove Comuni, dal 1190 al 1224, e a Bologna ebbe rinnovata quattro volte la carica. Ne parla il Litta, nelle sue Famiglie celebri: Pusterla. (94) Le fabbriche d'armi di Milano erano già famose al principio di questo secolo e lo furono per gran tempo. Milano era il centro di questa splendida industria in Italia: delle nostre armi son piene, nel medioevo, le tariffe doganali di tutta la Germania; carichi enormi di armature passavano con grande frequenza le Alpi. Le « macchie» son quelle parti delle armi che, essendo destinate a ricevere gli ornamenti e le figure per mezzo del bulino e della azzimina, non erano tirate a pulimento coma si soleva fare per il resto che era ridotto terso e lucente. E i nostri artefici erano famosi nel coprirle di mirabili figure. (95) Ricordiamo il verso di Dante (Purgatorio VIII-80) che accenna a questa usanza : La vipera che il melanese accampa, [p. 89 modifica]Queste notizie sono molto importanti perché, contrariamente alla leggenda divulgata poco più tardi da Galvano Fiamma, lasciano intendere che la famosa insegna della biscia viscontea non ha origini gentilizie quale stemma araldico della potente famiglia Visconti, ma, prima di esser tale, fu una insegna comunale offerta dal Comune stesso ripetutamente, in determinate circostanze, a un membro di quella famiglia, in memoria di imprese compiute contro i Saraceni da un antenato della Casata, imprese ricordate da Bonvesino con un accenno generico. Galvano Fiannna volle specificare parlando di un Ottone Visconti che avrebbe valorosamente ucciso un Saraceno portante come distintivo una vipera attorcigliata che egli avrebbe fatto proprio; e in memoria di questo fatto le Autorità milanesi avrebbero concesso il suddetto privilegio. Così la tradizione venne a perdere in verosimiglianza essendo un episodio come quello troppo comune per giustificare così singolare provvedimento; e Galvano svisò la origine dell'insegna facendola diventare un distintivo di famiglia, adottato poi dal Comune, mentre dalle semplici parole di Bonvesino appare il contrario. E Bonvesino dice anche un'altra cosa importante : che la biscia teneva in bocca un saraceno rosso, mentre la tradizionale biscia viscontea, nelle rappresentazioni posteriori, inghiottisce un fanciullo. Gli elementi forniti da Bonvesino hanno indotto un valente studioso milanese, il sac. E. Galli, ad approfondire l'argomento in modo da dare di quella tradizione una interpretazione nuova e molto interessante. Secondo il Galli, il saraceno rosso riporta veramente l'insegna alla prima vittoriosa crociata (1096-1099) alla quale parteciparono largamente le milizie mi[p. 90 modifica]lanesi comandate da Giovanni da Rho, che pel primo piantò sugli spalti della conquistata Gerusalemme il vessillo dei crociati, già fatto proprio dal Comune di Milano. Dopo quella vittoria generale e questa prodezza singolare d'un milanese, una vipera in atto di inghiottire un saraceno poteva in certo modo simboleggiare il lombardo che ha annientato gli infedeli. Ma, pensa il Galli, questa figurazione non dovette nascere d'un getto al termine della crociata, bensì essere lo sviluppo ulteriore di una insegna preesistente: la vipera; le cui origini possono trovarsi in quel serpente di bronzo, creduto lo stesso innalzato da Mosè, per ordine di Dio, nel campo degli israeliti in mezzo al deserto, che l'arcivescovo di Milano Arnolfo II riportò nel 1002 dalla sua ambasceria a Costantinopoli fatta, a nome di Ottone III, all'Imperatore, e solennemente fece erigere sopra una colonna nella basilica di S. Ambrogio dove è tuttora. Intorno a questo segno, ritenuto la miracolosa reliquia mosaica, sorse un culto superstizioso da parte dei milanesi, che era ancor vivo ai tempi di S. Carlo : e non è inverosimile che, partendo nel 1096 per recarsi a combattere in quegli stessi paesi d'Oriente, essi abbian preso come insegna augurale il serpente che ai tempi di Mosè vi aveva operato strepitosi miracoli. Non è inverosimile che l'arcivescovo Arnolfo II desse, al momento della partenza, al Capitano generale dei milanesi, Giovanni da Rho, lo stendardo benedetto del Comune, e al luogotenente, Vice Conte Ottone, affidasse un altro vessillo benedetto coll'insegna del serpente tanto venerato nella basilica Ambrosiana : la prima, insegna dell'assalto, l'altra quella degli attendamenti. I Visconti (che presero appunto il nome dalla carica originaria nella loro famiglia di Vice Conti dell'Arcivescovado di Mi- lano) [p. 91 modifica]adottarono poi l'insegna, che il Comune dava per tradizione a uno di loro, come proprio stemma araldico quando, conseguito il dominio di Milano, assunsero tutti i poteri del Comune. (96) Quasi quattro secoli dacché Bonvesino scriveva, l'arcivescovo cardinale Alfonso Litta (1652-1679) avviò pratiche per riavere i corpi venerati, ma il Nunzio apostolico gli tolse ogni speranza. Questi, in una sua lettera, al nostro Bosca, ricordata dal Novati, dava interessanti particolari sul culto onde a Colonia erano oggetto quei corpi: ogni sette anni dal fondo dell'Ungheria venivano a quella città per venerarli circa cinquemila persone. (97) Allude al Decreto di Graziano, parte II, causa XXIV, questione I, capo 32. (98) Quanto Bonvesino scrive in questo punto è copiato letteralmente dall'Historia mediolanensis di Landolfo. Nel citare la fonte ha scambiato il suo autore con Arnolfo. (99) Allude all'opera di Benzointitolata: Ad Henricum imperatorem, libri VIII. (100) Nel citato Decreto di Graziano, parte I, dist. XVII. e VI. Il passo del Decreto di Graziano nel testo di Bonvesino, quale è riprodotto dal Novati, suona così : "Hoc quoque notandum est quod hoc in Concilio et in alia Sinodo Simachi Papa ante Ravenatem episoopum nullum episcopum suscripsisse et respondisse legitur". Novati non s'é accorto che il detto passo viene a dire precisamente il contrario di quanto Bonvesino asserisce. Tutto è dipeso dall'aver letto "nullum episcopum" al posto di "mediolanensis episcopus" Il sottoscrivere si riferisce alla firma dei decreti formulati nei Concilii e il rispondere al prender la parola alla discussione: e l'una e l'altra cosa i vescovi facevano seguendo l'ordine del loro grado. (101) Questa lettera [p. 92 modifica]di papa Gregorio è riportata nel citato Decreto, luogo citato, capo VII. La contesa di precedenza tra le due Chiese di Milano e di Ravenna finì colla vittoria di quest'ultima. Ma gli scrittori milanesi evitano di dirlo. (102) La credenza, annota il Novati, che qui Bonvesino esprime circa l'origine del rito ambrosiano, che cioè S. Ambrogio stesso ne sia stato il fondatore era divulgata e indiscussa al suo tempo in Milano. Ma essa non risponde al vero, come non vi rispondono tutte le altre opinioni sostenute da scrittori antichi e moderni, specialmente da quelli che vollero riallacciare la ambrosiana alle liturgie della Chiesa orientale. I competenti giudicano oggi che essa altro non sia se non l'antichissima romana quale, nel primo secolo dopo Cristo, fu portata da Roma a Milano da chi primo venne a predicarvi il Vangelo. (103) Bonvesino confonde, attribuendo ad un Carlo, che dice figlio di Pipino e padre di Carlo Magno, l'ostilità contro il rito ambrosiano eche invece Landolfo attribuisce a Carlo Magno. E che quest'ultimo tentasse di abolirlo è opinione accettata dagli storici più autorevoli. (104) In realtà, il numero dei vescovi suffraganei della Chiesa milanese era ridotto a diciotto, e anche meno, già da gran tempo. Verso la fine del sec. XII erano i seguenti quattordici: Vercelli, Novara, Lodi, Tortona, Asti, Torino, Acqui, Brescia, Bergamo, Cremona, Savona, Ivrea, Alba, Ventimiglia. A questo tempo s'eran già staccati da Milano: Aosta e Coira, tra il 1073 e il 1085. Genova nel 1132 e Albenga nel 1179. (105) Anselmo da Baggio, già vescovo di Lucca, fu assunto al Pontificato col nome di Alessandro II, 10 settembre 1061. (106) [p. 93 modifica]Goffredo, che si crede della famiglia Castiglioni, nipote di Urbano III, eletto papa col nome di Celestino IV il 23 settembre 1241. (107) Uberto, o Lamberto, Crivelli, arcivescovo di Milano, fu eletto papa col nome di Urbano III il 25 novembre 1185. (108) Gli imperatori a cui allude Bonvesino, secondo l'ordine dei nomi, debbono essere P. Aurelio Licinio Valerio Valeriano (253-259) e P. Licinio Gallieno suo figlio (259-268). Ma quanto a Valeriano, il Nostro, o la fonte a cui ha attinto, debbono averlo confuso col figlio "Valeriano junore", osserva il Novati, giacche' quello finì la vita schiavo del Re dei Persiani. L'aver fatti milanesi questi rampolli della vetusta Casa romana dei Valeri, continua sempre il Novati, deve dipendere da una erronea interpretazione dei passi di Trebellio e di Eutropio dove si narra come i due fratelli Valentiniano e Gallieno avessero ugualmente incontrata la morte in vicinanza di Milano (268). (109) I sei cardinali mentovati da Bonvesino sono : Pietro da Rho (a quanto pare) di cui gli storici non sanno con precisione indicare l'età. Fiorì a ogni modo nella seconda metà del sec. XII. Galdino da Sala, personaggio illustre. L'8 maggio del 1166 fu creato arcivescovo di Milano. Morì in odore di santità il 18 aprile 1176. Uberto Pirovano, arcivescovo dall'11 novembre 1206. Goffredo Castiglioni è il già menzionato papa Celestino IV. Conte da Casate, fu creato cardinale da Martino IV nel 1281: morì nel 1287. Petrus Grossus, come Bonvesino lo chiama, appartenne alla famiglia milanese Peregrossi o Petrigossi, creato cardinale nel 1288, proprio quando Bonvesino scriveva. Teologo e nomo politico valente. (110) [p. 94 modifica]Raimondo, della famiglia dei Torriani che tenne per molto tempo il dominio di Milano. Candidato all'arcivescovado nel 1259, non riuscì per intrighi di avversari che indussero papa Urbano IV a preferirgli Ottone Visconti. Ebbe in compenso il vescovado di Como, quindi, per protezione di Gregorio X, il patriarcato d'Aquileja. Uomo valente e battagliero, ebbe molta parte nella dura lotta che la famiglia sua sostenne contro i Visconti, i quali trionfarono prima della sua morte. (111) Il sogno di Bonvesino, di una comunicazione per acqua con Venezia, doveva attendere la sua effettuazione fino al sec. XX. In questi ultimi anni s'è concretato il progetto definitivo e sono già iniziati i lavori per collegare la nostra città al mare e dotarla di un porto adeguato. (112) Latino mirari, che vuol dire, non già mirare, guardare attentamente, ma ammirare. Di queste strambe etimologie, come già abbiamo osservato, si compiacevano i contemporanei di Bonvesino. (113) Allude al mito della troia coperta il corpo, per metà, di lana, che avrebbero trovato sulla via i fondatori di Milano, onde il nome in medio lanae = Mediolanum. Stranissima etimologia al pari di molte altre. L'origine del nome Mediolanum, accertata dalla critica moderna, è la seguente : presso i Galli che, se non proprio fondarono la città, primi le diedero un'impronta come capitale della regione cisalpina da loro conquistata, ogni regione aveva un centro politico e religioso chiamato il mezzo : midland = terra di mezzo. I romani, subentrati nel dominio gallico, sostituirono alla prima parte della parola la voce latina corrispondente : medio, e mantennero la seconda latinizzandola nella desinenza : land = lanum. [p. 95 modifica]La stessa sorte subirono gli altri midland dei paesi gallici, cosicchè si ebbe un Mediolanun, Eburovicun, = Milano degli Eburovici; un Mediolonum Sequanorum o dei Sequani, che vanno assieme al nostro Mediolanum. Insubrum, o degli Insubri, chè così, in modo completo, si appellava. (114) Quel Gervasio Corio, che si annuncia con sì puerile bisticcio, è il copista a cui dobbiamo la trascrizione del manoscritto di Bonvesino, cui toccò la ventura di giungere intatto fino a noi. Copista invero non diligentissimo, e lo seppe il povero Novati, sobbarcandosi a non lieve fatica per correggere parecchi suoi strafalcioni. Comunque, rendiamogli grazie; chè, senza di lui, non conosceremmo, nella sua integrità, il simpatico libretto bonvesiniano.

  1. La lira di terzuoli, secondo i calcoli del Martini, valeva, tra il 1240 e il 1277 la metà della lira imperiale, la quale ragguagliata alla nostra moneta si può considerar pari a 12 lire italiane. Poi, dopo il 1277 e durante il sec. XIV il valore dell’una e dell’altra si ridusse quasi alla metà. Bisogna però considerare che il denaro aveva allora molto maggior valore che in oggi.