Annali del Principato ecclesiastico di Trento dal 1022 al 1540/Cronaca di Trento

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Cronaca di Trento

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CRONACA


DEI


VESCOVI DI TRENTO


(1022 — 1540).

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Nell’anno 1022 dalla incarnazione di Cristo entrò al possesso della sua Chiesa Udalrico II, che fu il sessantesimo vescovo e il primo principe temporale di Trento.

La prima sua cura fu quella di restaurare e ridurre a forma migliore la Cattedrale, fabbricando in essa con sommo dispendio una gran mole di pietra viva con iscale di marmo ai lati, maestrevolmente disposte, a volta sostenuta da diciotto colonne, in onore di Santa Massenza, che in seguito fu denominata la cripta, sopra la quale collocò l’altar maggiore, e dietro di questo il coro destinato all’ufficiatura. Questa cripta di S. Massenza fu poi demolita verso il 1740, sotto la reggenza del Vescovo Principe Domenico Antonio dei Conti di Thun, per dar luogo al magnifico altare costruito a spese del pubblico in adempimento del voto fatto dalla città per la liberazione dall’assedio delle armi francesi in principio di questo secolo.

Nel divisato anno 1022 Udalrico fu presente al placito di Enrico I imperatore, tenuto nel territorio beneventano, con cui fu obbligato il Conte Attone a [p. 4 modifica]restituire molti stabili (curtes) e chiese ad Ilario abbate di San Vincenzo a Vulturno1.

Per ordine di Udalrico fu fatto il dittico, il calendario e il libro liturgico, detti da lui Udalriciani, e rinnovato con particolare esattezza il breve di fondazione delle chiese di Caldaro, Termeno e di Castello, che si pretendono consacrate da S. Vigilio2.

In questo prelato, oltre alla integrità della vita, spiccavano somma prudenza e destrezza; qualità dimostrale specialmente dopo la donazione che a lui ed ai vescovi suoi successori in perpetuo fu fatta dall’imperatore Corrado II nell’anno 1027, del territorio trentino, cogli stessi diritti coi quali per l’addietro fu posseduto dai duchi, dai marchesi e dai conti. Con tale atto i vescovi di Trento vennero assunti al grado cospicuo di principi sovrani del Sacro Romano Impero, col godimento di voto e sessione nelle Diete imperiali. L’anno seguente 1028 i vescovi di Trento ebbero in dono dal medesimo Imperatore la Contea di Bolgiano e della Valle Venosta. Il possesso della prima è incontestabile. Si dubita al contrario di quello della seconda.

Per le divisate donazioni il Vescovato e Principato di Trento estendevasi in lunghezza a circa cento miglia italiane, ed in larghezza a circa ottanta; confinando a levante coi Vescovati di Feltre e di Padova, a ponente colla Chiesa di Brescia, a mezzodì con quelle di Verona e di Vicenza, e a settentrione, in parte col [p. 5 modifica]vescovato di Bressanone ed in parte, verso la valle Venosta, con quello di Coira: ampiezza che in sè contiene anime duecentomila all’incirca.

Il nostro Udalrico sottoscrisse tra i suffraganei di Popone patriarca di Aquileja ad un placito pronunciato dall’imperatore Corrado nel 1027 in Verona a favore del suddetto patriarca contra Adelpreto o Adalberone duca di Carinzia 3. Egli è pur sottoscritto col nome di Voldarico al privilegio che il patriarca d’Aquileja accordò al suo Capitolo nel 1031 4. Si trovò ancora presente nel medesimo anno alla famosa consacrazione della chiesa di S. Maria e SS. martiri Ermagora e Fortunato in Aquileja. Nel 1045 proferì in Luca, per volere dell’imperatore, una sentenza a favore di quella Chiesa; e nell’anno seguente intervenne al Sinodo celebrato in Pavia 5.

Sotto di lui fiorì in Trento una confraternita appellata Congregazione di S. Vigilio 6.

Questi sono i fatti più certi intorno a questo vescovo, al quale, pria di morire, toccò la bella sorte di adorare personalmente il sacratissimo sangue del Redentore scoperto in Mantova nel 1048.

Ad Udalrico II, che finì di vivere nel 1055, succedette Attone, del quale i cronisti ci tramandarono il puro nome. A costui sottentrava Enrico I, [p. 6 modifica]assunzione del quale alla Chiesa Trentina s’ignora l’anno preciso. Si sa però che fu degno prelato, abile negli affari, tenace dei diritti vescovili e in gran riputazione presso l’imperatore Enrico IV. È prova di ciò la missione a Roma che di esso fece lo stesso Cesare nel 1067 in compagnia di Ottone duca di Baviera e di Annone arcivescovo di Colonia, per sedare lo scisma insorto nell’elezione di Alessandro II, allora vescovo di Lucca, e di Cadaloo vescovo di Parma. Eseguite con onore e destrezza le parti di sua incombenza, e ottenuta la assoluzione dall’irregolarità in cui era incorso per varii ammazzamenti di coloro che ardirono di spogliare e saccheggiare la sua Chiesa, ritornò con applauso alla coltura dell’amato gregge7.

Nell’anno 1070 consacrò una cappella dedicata a S. Biagio ed un’altra dedicata a S. Giovanni, esistenti in Trento nel palazzo superiore di sua residenza, assegnando in loro dote molti beni lasciati a beneficio di quelle da un suo soldato di nome Sofunino, defunto senza eredi. Queste due cappelle, state nei tempi più bassi incorporate alla Cattedrale, oggidì sono distrutte, restando in memoria della prima il beneficio del titolo di S. Biagio, che si conferisce dal vescovo8.

Essendo il vescovo nostro molto accetto all’Imperatore, che gli affidava gli affari più spinosi della [p. 7 modifica]corona, egli ricevette l’anno 1082, in compenso dei servigi prestati, il marchesato di Castellaro nel Mantovano; il quale nel 1399 fu poi dato in feudo dal vescovo Giorgio a Francesco Gonzaga marchese di Mantova e ai suoi discendenti maschi in perpetuo. Cotesto feudo ricadde di bel nuovo alla Chiesa di Trento nel principio del secolo presente, sotto la reggenza di Giovanni Michele dei Conti di Sporo9.

Dalla lettera piena di risentimento che il sommo pontefice Gregorio VII, dopo la scomunica fulminata contro il suddetto imperatore, scrisse al vescovo Enrico, si scorge a qual segno questi fosse portalo per gli interessi di Cesare, e quanto pesasse al papa cotale suo attaccamento; mentre in quella usa formole pregnantissime, ammonendolo di ubbidire a Dio ed alla Santa Chiesa Romana, piuttosto che ai figli dell’iniquità, e invitandolo a mandare in servigio di San Pietro gente agguerrita, e a renderne consapevole la Contessa Matilde, affinchè sicuramente potesse giungere. Quale effetto questa lettera abbia prodotto sul nostro vescovo, non sappiamo.

Ad Enrico I succedette nel Vescovato di Trento un Bernardo, detto anche Burcardo; ma di lui null’altro ci consta, se non che abbia regnato poco più d’un anno.

Nel 1084 fu eletto a vescovo nostro un Adalberone, canonico d’Augusta. Di lui sappiamo, che nel 1090, [p. 8 modifica]a preghiera d’Ildegarda, quarta abadessa, intervenne alla solenne dedicazione del monastero di Sonnenburgo, nella diocesi di Bressanone, che in quei tempi riconosceva per suo avvocato e protettore il vescovo di Trento; dal quale confessava di avere in feudo ottenuti molti e importantissimi beni, ricevendone di mano in mano la investitura. Di questi diritti nei tempi consecutivi fu spogliata violentemente la Chiesa di Trento dai Conti del Tirolo, come vedremo nella vita del vescovo Corrado II. Abbiamo inoltre, che il vescovo Adalberone, l’anno 1101, a preghiera di Pietro abbate del chiostro di Acquanegra e dei suoi fratelli, concesse loro la investitura del monastero di Gironda, con tutte le terre, onoranze e diritti ad esso spettanti, riservando però a se e successori la facoltà di consacrare ο sia benedire il detto abbate di Gironda. Questo monastero giace nella diocesi di Cremona, e durò indisputabilmente nell’ubbidienza dei vescovi di Trento fino oltre l’anno 127610.

Altra notizia intorno al nostro prelato, non indegna di essere ai posteri tramandata, si è la donazione irrevocabile da lui fatta alla chiesetta di S. Romedio nella valle di Annone, di tre decime; una detta della corte di Taone, l’altra del broilo novello di Termeno, e la terza delle rendite che contribuivano alla Curia Benedetto e Pezilio; dal che si arguisce il culto di questo santo e la divozione del vescovo verso di esso11.

[p. 9 modifica]Nel 1106, essendo morto Adalberone, fu nominato in suo luogo Ghebardo ο Gerardo, cancelliere dell’imperatore Enrico V. I cittadini di Trento, sostenuti dal Conte del Tirolo Adelberto, avvocato della Chiesa di Trento, partigiano del deposto Enrico IV, che studiavasi di ricuperare a ogni costo l’Impero, negarono ubbidienza al vescovo Ghebardo, imposto loro per opera del novello Cesare Enrico V, figlio del detronizzato12.

Adelberto, volendo impedire la discesa in Italia a insigni prelati e condottieri delle genti del novello imperatore raccoltesi in Trento, d’accordo coi cittadini, li assale improvvisamente di buon mattino, li spoglia, li fa prigioni, e s’impadronisce della città e del castello. Avvisato di ciò, Guelfo duca di Baviera accorse tosto a proteggere gli interessi di Enrico V e del vescovo con forte drappello di armati, occupò la città, costrinse il conte del Tirolo a rilasciare i prigioni e i cittadini di Trento a riconoscere Ghebardo per loro vescovo e principe. Uscito in questa guisa dai pericoli che lo minacciarono, il nostro vescovo rivolse tutte le cure a ricomporre le cose della sua Chiesa. Coi popoli della Valle di Fiemme, nella quale soleva passare i giorni canicolari, fece egli nel 1111 una convenzione, a loro vantaggiosissima, accordando molti ragguardevoli privilegi sì nel civile che nel criminale, verso una tenue [p. 10 modifica]contribuzione annuale, pagabile a sè ed ai suoi successori 13.

Altro privilegio, non meno rilevante del primo, fu quello concesso ai Fiemmazzi nel 1112, in virtù del quale li esimeva in perpetuo da ogni colletta, dazio ο gabella, per tutta la estensione del Principato, accontentandosi dell’annuo pagamento di ventiquattro arimanie coi fodri e placiti, oltre i soliti diritti spettanti alla Chiesa14.

Questo medesimo anno 1112 fu infaustissimo alla città di Trento, la quale da orribile incendio venne quasi tutta ridotta in cenere.

Argomento della stima particolare, che pel nostro prelato nutriva l’imperatore Enrico V, è l’essere stato ammesso in compagnia d’altri principi, e in primo luogo, a giurare la celebre composizione conchiusa presso il monte Mameo nel 1110 tra il sommo pontefice Pasquale II e l’Imperatore; e a sottoscrivere nell’anno seguente la seconda convenzione stipulata fra gli stessi monarchi. Vanta pure il nostro Ghebardo d’essere stato consacrato solennemente, assieme con Corrado vescovo di Salisburgo, nella domenica quarta di Ottobre del 1115, dal sovraccennato pontefice, nella [p. 11 modifica]città di Guastalla, ove quest’ultimo presiedeva al Concilio 15.

Nell’anno susseguente si fa di lui onorata menzione nel diploma da Enrico V conceduto alle monache di S. Zaccaria in Venezia; e ottiene il primo luogo nella sottoscrizione ad altro diploma imperiale del 1116.

Il nostro vescovo, emulando la pia liberalità del suo antecessore, donò alla chiesetta di S. Romedio la piazza d’un Giovanni fratello di Pietro sacerdote, la casa di detto Pietro, ed ogni diritto dei predecessori e successori sopra la sua facoltà, e due uomini della famiglia di Vincenzo di Casezo e Martino di Smarano 16.

Da un diploma assai prolisso dell’imperatore Enrico V, in cui si confermano i privilegi accordati all’abbazia di Farfa, da alcuni re longobardi e da altri re e imperatori, si prova che il nostro vescovo vivesse ancora nel 1118, perché vi è apposto il suo nome, come cancelliere imperiale17. Ci è ignoto l’anno preciso della sua morte.

Adelpreto I, che in un elenco dei vescovi di Trento del secolo XII è detto Alberto, succeduto a Ghebardo, non lasciò della sua breve reggenza alcun altro fatto, fuori quello di aver ridotto l’altare maggiore di S. Vigilio alla forma della Chiesa Romana.

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Altemanno, discendente dall’illustre lignaggio dei Conti di Baviera, fu creato vescovo di Trento nel 1124. Nello stesso anno, ritrovandosi egli in Arco coi conti Arpone e Adelpreto avvocati e con Enrico suo vicedomino, investì i vicini di Riva, sotto certi patti, del sito che si estende dal monte in cui nasce l’Albula sino al monte Brione, con facoltà di erigervi un castello per loro difesa dalla parte del lago18.

Una delle principali sue cure fu di provvedere i sacri ministri del bisognevole al loro grado e d’illustrare la Chiesa. Dal bel principio di sua reggenza, rimise in decoroso stato la Cattedrale con suo grave dispendio, la consacrò e vi ripose le reliquie dei martiri Vigilio, Sisinio, Martirio e Alessandro e d’altri santi19. Nel 1131 consacrò in Eppan una cappella, nel 1134 le chiese di S. Maria della Pieve di Fiemme e quella di S. Eliseo di Tesaro, nella stessa valle; nel 1135 l’altare dedicato alla Trinità e a Maria Vergine nella chiesa del monastero dei Cherici regolari di Suben sull’Enno, in cui collocò le reliquie dei santi Vigilio e Romedio, e dei di lui compagni Abramo e Davide.

Nel 1142, ritrovandosi il nostro Altemanno in Salisburgo, fu presente all’istrumento di donazione che fece quell’arcivescovo Corrado ai padri Agostiniani del luogo detto Feustrice; ed egli stesso donò in quella occasione alla Chiesa di Salisburgo la borgata di Suben [p. 13 modifica]alla riva del fiume Enno, pervenutagli in eredità dal conte Adescalco suo padre20.

Nel 1144 proferì la rinomata sentenza, che pose fine alle controversie tra le comunità di Riva e di Arco21. L’anno seguente contribuiva alla fondazione della Prepositura dei Canonici Regolari di S. Michele all’Adige, la di cui chiesa solennemente consacrò22. Questa Prepositura è capace per le pingui rendite di alimentare decorosamente venti canonici, oltre al preposito; il quale è mitrato, e si elegge dal grembo dei suddetti religiosi, interveniente un delegato del vescovo di Trento, a cui s’aspetta la conferma e la missione in possesso, e a cui esso prelato e canonici sono immediatamente soggetti, assieme alle chiese curate annesse alla Prepositura, le quali vengono amministrale nello spirituale dai mentovati canonici.

In questo medesimo anno il nostro vescovo procurò il trasporto del corpo di S. Massenza, madre del glorioso S. Vigilio, da Majano, villetta al lago di Toblino (oggi chiamata col nome della santa) nella città di sua residenza. Al ricevimento del sacro deposito destinò la cappella sotterranea ο cripta fabbricata, come dicemmo, da Udalrico II; e nella mensa dell’altare dedicato alla santa, ch’era di soda pietra, collocò le sacre di lei ossa, a riserva del cranio, che, riposto in un [p. 14 modifica]busto d’argento, conservasi con altre insigni reliquie in separati preziosi ostensorii nell’altare di S. Romedio in sacristia, con ceneri e rimasugli dei corpi dei martiri anauniesi e d’altri santi, come fu veduto nella traslazione seconda di detta santa all’altare della Vergine dei sette dolori, fatta l’anno 1739, alla quale noi stessi fummo presenti23.

A questo vescovo nostro si deve pur riferire il canone di Graziano 2 q. 5: Quoties frater noster etc. sancito nel 1131 dal papa Innocenzo II; dal quale risulta, che il papa commise al patriarca di Aquileja ed al vescovo di Mantova di obbligare il vescovo nostro a discolparsi dell’accusa datagli di simonia, per aver concessa la chiesa di Povo ad un prete Paolo per quattro moggia di frumento. Noi crediamo che ciò fosse una calunnia de’ suoi nemici.

Altemanno provvide il suo Capitolo, scarso di rendite, della pingue pieve di Eppan, e della ragguardevole parocchia di S. Maria Maggiore in città, unendole alla mensa capitolare per irrevocabile donazione nel 1147. Questa parocchia viene anche presentemente posseduta ed amministrata, mediante un vicario amovibile, dal detto Capitolo, in virtù di consecutiva conferma di papa Lucio24. Non così quella di Eppan, che ora è distratta [p. 15 modifica]e con approvazione pontificia25 trasferita nel Conte del Tirolo, al quale il Capitolo, dopo un litigio di quasi tre secoli, sostenuto presso i tribunali di Roma, perduta la speranza di riaverla, nel 1756 stimò minor male di cederla a rincontro di fiorini 200 d'annuale pensione concordata a favore della massa capitolare. Nell'anno medesimo concesse il nostro vescovo a Giovanni di Fajo e a Giovanni Calerio l'investitura d'una ragguardevole decima, verso un annuale affitto da pagarsi alla cantina episcopale di Mezzotedesco26.

Nel 1149 ebbe luogo tra il nostro vescovo e l'abbate di S. Lorenzo in Trento una permutazione ο cambio del monte Margone colla terra di Traversara. Il monastero di S. Lorenzo, fondato poc'anzi dal vescovo Altemanno, era abitato dai benedettini che vivevano secondo la regola dei frati di Vallalta nel bergamasco27.

Pretendesi che questo vescovo abbia composta la vita di S. Massenza28.

Durante il suo episcopato (1127) si fondò da Domenico dei Marchi Pizzani di Vermiglio l'ospizio del monte Tonale nella Valle di Sole, cioè casa e cappella ed altre attinenze, a ricovero dei pellegrini. Ai tempi suoi accadde pure la morte di Lotario II imperatore, il quale, reduce dall'Italia, e passata in Trento [p. 16 modifica]la festa di S. Martino, volendo, ammalato com’era, proseguire il viaggio, dovette soccombere nel tugurio d’un villaggio all’estremità settentrionale del principato trentino, l’anno 1138.

Spronato il nostro vescovo da brama ardentissima di visitare personalmente i luoghi santi della Palestina, vi si recò con suo molto disagio; poi, fatto ritorno alla sua sede, logorato dalle fatiche e pieno di meriti, vi morì il giorno di Pasqua dell’anno 1149. Il suo cadavere fu trasferito, secondo l’ultima sua volontà, nel monastero dei Canonici Regolari di Suben, fondato dai suoi maggiori.

Arnoldo, succeduto ad Altemanno, ebbe una reggenza brevissima. L’Ughelli riporta nella sua opera una lettera di papa Eugenio III (che tenne il pontificato dal 1145 al 1153) diretta da Arnoldo vescovo di Trento, a Lotario vescovo di Vicenza, a Bellino vescovo di Padova, delegati apostolici ad istanza del Capitolo di Verona, con cui ingiunge di ammonire, entro il termine di giorni quaranta, alcuni loro parocchiani in essa nominati, a restituire certi poderi ingiustamente occupati alla chiesa di Verona, obbligandoli colle pene e censure canoniche. Il vescovo Arnoldo morì ai 15 di Febbrajo 1154.

A lui tenne dietro Eberardo, del quale, come dell’antecedente, non si conosce il casato e la patria. Ad esso rimise una considerevole somma, ammassata mediante colletta ed imposizione, l’imperatore Federico I, per risarcire i sacri luoghi della Valle Trentina danneggiati dalla di lui soldatesca. Nel 1155 fu fatta tra [p. 17 modifica]questo vescovo ed i Rivani una convenzione, che determinava gli obblighi di essi verso il loro signore sì in tempo di pace che di guerra, e sanciva i loro speciali diritti29. Essendo vivissima controversia tra quelli di Blegio e di Rendena pel possesso del monte Boblino, detto oggi Maulino, nè riuscendo ad Enrico, giudice costituito dal vescovo, di accordare le parti, vuolsi che questi, per ovviare a maggiori mali, proponesse ad ognuna delle comunità litiganti di far decidere la causa in un singolare combattimento. Piacque la proposta, e fatta la scelta dei due campioni, e venuti a duello, quello dei Rendenesi soggiacque30.

La morte del vescovo Eberardo avvenne li 18 Giugno 1156.

Gli successe Adelpreto II, ο più propriamente Alberto, prima dei 17 Settembre dell’anno 1156, avendo egli sottoscritta in quel giorno, nella qualità di vescovo di Trento, una costituzione dell’imperatore Federico Barbarossa, pubblicata a Ratisbona, in favore dei marchesi d’Austria, quando questa provincia fu da lui eretta in ducato. Toccò ad Adelpreto di reggere la Chiesa di Trento in tempi calamitosi per gli effetti delle dottrine di Arnaldo da Brescia.

Una delle lodevoli azioni di Adelpreto, di cui ci lasciarono memoria gli scrittori contemporanei, si fu, che essendo nel 1157 sorta grave discordia tra il papa Adriano IV e il suddetto imperatore, a motivo di certa [p. 18 modifica]lettera del papa recata a Cesare da due legati apostolici, e volendo Adriano con paterna sollecitudine spegnere ogni ira tra il sacerdozio e l’impero, spedì nel 1158 a ricalmare l’animo del monarca alemanno altri due nunzii, che furono Enrico cardinale del titolo dei santi Nereo ed Achilleo, e Giacinto cardinale di S. Maria della scuola greca. Arrivati in Trento, il nostro vescovo li accolse coll’ossequio dovuto al loro carattere, e volle servir loro di compagno e di scorta per un tratto del superiore Trentino. Ma caduti in un agguato teso loro dai conti di Appiano ο di Eppan, vennero imprigionati e spogliati di ogni lor cosa. Ad Adelpreto riuscì di fuggire quasi miracolosamente, e agli altri due fu concessa libertà, mediante un grosso riscatto, rimanendo ostaggio il fratello del cardinal Giacinto. A punire l’insolente attentato accorse tosto dalla Baviera il duca Enrico il leone; il quale costrinse i rei conti a giurar vassallaggio alla Chiesa di Trento31.

Nel 1159 Adelpreto fece una convenzione cogli uomini della Valle di Ledro, nella quale sono enunciate le rendite che la detta Valle dovea consegnare al vicario del Vescovo nel mercato di Riva32.

Si pretende che Adelpreto, con Peregrino patriarca d’Aquileja ed altri di lui suffraganei, fosse presente al conciliabolo di Pavia celebrato l’anno 1160, in cui fu confermata l’elezione dell’antipapa Ottaviano cardinale di S. Cecilia, che prese il nome di Vettore IV, [p. 19 modifica]sostenuto dall’imperatore, ed annullata la legittima di Rolando da Siena, cancelliere di Santa Chiesa, che nomossi Alessandro III. Sia però come esser si voglia, ciò nè molto nè poco potrà pregiudicare alla buona fama e santità di Adelpreto, del quale ci è troppo palese la riverenza che professava alla Sede Romana. Se pur dunque egli fu presente e sottoscrisse a quell’atto, lo fece di certo con quel riserbo con cui sottoscrissero il patriarca e gli altri suffraganei; vale a dire, che mai intendevano di contrariare ai dettami della santa Chiesa Cattolica33. Nello stesso anno concesse il nostro vescovo a Gandolfino di Fornace la investitura feudale del castello di Belvedere, tra Montagnaga e Vigo, riservando a se e ai successori il diritto di abitazione e di presidio; e qualche mese dopo pronunciò una sentenza contro il suddetto che pretendeva di nominare il sacerdote alla cura di Fornace, spettandone il diritto alla parocchia di Pinè, soggetta al Capitolo di Trento34. Dello stesso anno si ha pure la vendita fatta dai giugali Ezelino ed Agnese al nostro prelato, pel prezzo di 400 lire veronesi, di alcune terre esistenti nei distretti di Caldaro e di Eppan, col pegno di quanto essi possedevano nella Valsugana35. In quel [p. 20 modifica]torno di tempo fece il nostro vescovo un cambio di due donne ministeriali col vescovo di Bressanone36.

Per sempre più avvalorare le ragioni del Principato nei successori, sollecitò ed ottenne dall’imperatore Federico Barbarossa un diploma di conferma della donazione dell’imperatore Enrico V, che in sostanza è identica a quella fatta nel 1027 da Corrado il Salico37. Lo stesso anno consegnò a titolo di feudo la custodia del castello Madruzzo, che si era cominciato ad erigere, a Gumpo di Madruzzo e a suo nipote Boninsegna; investendoli inoltre della villa di Madruzzo, colla solita riserva dell’abitazione e del jus aperturæ, in caso di guerra38. Questo castello, al tempo del cardinale Cristoforo Madruzzo, il primo dei quattro vescovi di Trento usciti da quel casato, fu accresciuto di nuova fabbrica, chiamata il Castelnuovo, e consecutivamente dai due cardinali della stessa famiglia, abbellito con altri considerevoli edificii. Nel detto anno 1161, Adelpreto sottoscrisse un diploma a favore di Ottone vescovo di Belluno39.

Nel medesimo ο nel susseguente anno seguiva, per ordine del vescovo nostro, la erezione della chiesa di S. Valerio, figliale dell’arcipretura di Cavalese, nella Valle di Fiemme, ch’egli poi nel 1162 consacrò solennemente.

Nel 1163 il vescovo Adelpreto, col consiglio e col voto dei pari della sua Curia, pronunciò sentenza definitiva contro Federico di Campo, che pretendeva [p. 21 modifica]competergli a titolo di feudo il castello di Stenico, avendo dichiarato il possesso a favore della sua Chiesa. Di quel castello investì nello stesso anno Bozzone di Stenico, che nel 1171 gli giurò fedeltà e gli promise di tenerglielo sempre aperto, sotto pena di perdere quanto possedeva nella città di Trento40. Vuolsi che il nostro vescovo nel 1164 sia stato costituito dall’imperatore Federico suo vicario in Italia, e avesse, come tale, decisa la controversia insorta tra Bulignano vescovo di Fermo ed il marchese Varnero. Ma ciò non si verifica punto; mentre il diploma, riferito erroneamente dall’Ughelli, oltre di essere falso ed apocrifo, parla di un Albertino vescovo, non già di Alberto vescovo di Trento, checchè ne dica il Tartarotti, inimico dichiarato del santo41. E ciò con maggiore franchezza affermiamo, in quanto che in nessuno dei moltissimi documenti anteriori al 1164 e dei posteriori giammai non si legga, che il nostro Adelpreto sia stato vicario imperiale in Italia. Sappiamo anzi che, in questo stesso anno 1164, invece di seguitare la corte imperiale, trovossi nella sua diocesi, avendo consacrato la chiesa di S. Vigilio a Moena nella valle di Fiemme.

[p. 22 modifica]Nell’anno 1166 i Perginesi, tiranneggiati in varie e strane guise da Gundibaldo regolo di castel Pergine e d’altri castelli di quel distretto, dopo avere servito quai vili schiavi a suo padre Adelpreto e a Federico suo avo, si valsero dell’occasione lor presentatasi dalla dimora dell’iniquo usurpatore in Baviera, per iscuotere l’intollerabile giogo. E non potendo sperare di essere sostenuti dall’Impero e dalla Chiesa di Trento, a quei tempi infiacchita per le acri persecuzioni dei proprii vassalli, si posero sotto la protezione del Comune di Vicenza, ai patti che qui ci giova di aggiungere per documento dei rei costumi di allora.42.

Nello stesso anno seguiva per opera del nostro vescovo, l’accordo tra Lanfranco, abbate dei benedettini di S. Lorenzo, e Salomone, decano della cattedrale di Trento, divenuto poscia suo successore, circa la pretensione al possesso della villa di Lisignaco43.

Nel 1167, essendo ricaduto all’Impero, in virtù di cessione e rinuncia di Ottone palatino maggiore, il castello di Garda, pria goduto a titolo di feudo dai Gagliardi, indi dai Torrisendi, ai quali fu levato dall’imperator Federico, questi ne investì il nostro vescovo Alberto ο Adelpreto, con patto espresso che non lo potesse mai alienare, impegnare, subinfeudare44. Ma [p. 23 modifica]ancora l’anno seguente, essendo scoppiata una rivolta dei Bolzanesi, sostenuti da Bertoldo di Andech, conte del Tirolo, e dai Castelbarco, nel momento in cui le cose dell’imperatore piegavano al peggio, il nostro vescovo, per provvedere alla sicurezza del suo stato, subinfeudò il castello e il dominio di Garda alla famiglia veronese dei Carlessari, dalla quale vuolsi derivasse l’ora fiorente famiglia Carlotti45. Lungi dall’essersene doluto, si deve supporre che l’imperator Federico abbia approvata questa subinfeudazione del castello di Garda fatta dal nostro vescovo; giacchè egli stesso nel 1185 confermò al monastero di S. Giulia di Brescia la donazione del Castelnuovo vicino a Garda, accettando le persone e beni di quello, sotto la cesarea sua protezione.

Diffatti, al nostro vescovo, coll’ajuto dei Carlessari, di Federico d’Arco e dei due fratelli fiamminghi Rodolfo ed Orlando d’Eiche, ossia della Rovere, che lo servivano in qualità di venturieri, riuscì di ridurre alla primiera ubbidienza i Bolgianesi tumultuanti. Ma i Castelbarco, solleciti di non perdere ciò che aveano usurpato, timorosi forse di dover un giorno soggiacere alle pene minacciate ai ribelli, e ingelositi della lega conchiusa dal vescovo coi Veronesi, si posero in armi e vennero incontro fino a Rovereto alle genti del vescovo, guidate da lui medesimo. Ivi un Azzo di Castelbarco, dato di sprone al cavallo, scagliossi contro Adelpreto e lo trafisse colla sua lancia, nel luogo medesimo ove ora è piantato il monastero dei Riformati di S. [p. 24 modifica]Francesco, come lo dimostra la vecchia iscrizione ch’era nel muro dell’orto di detto convento verso la via comune, e che ora leggesi nella facciata della cappella quivi fabbricata l’anno 1715 in onore del santo martire46. Ciò segui l’anno 1177 agli otto di Marzo; e se vogliamo seguire la traccia d’un messale antico, li 27 dello stesso mese. Il di lui corpo fu portato a Trento e posto in un’urna a mano manca della porta della cattedrale che guarda il Borgonuovo, verso meriggio. Alle sacre sue spoglie fu reso ben presto il debito culto, che crebbe a dismisura ai di nostri, a solenne confutazione del Tartarotti, che con ardita penna e mendicate congetture si studiò di abbattere la santità di Adelpreto e l’onore del suo martirio47.

I trentini e i loro collegati, sotto il comando di Federico d’Arco, vendicarono quasi tosto la morte del loro vescovo, avendo sbaragliati nei piani di Rovereto e presso Marco i Castrobarcensi e i loro fautori, e uccisine circa duemila. Degli episcopali rimasero morti 400 e feriti duecento48.

Nè qui tralasciar dobbiamo di rammentare che, [p. 25 modifica]se i micidiali di Adelpreto provocarono contro di sè l’ira del cielo, i loro posteri ne procurarono la riconciliazione; fra i quali si segnalò nel 1309 Guglielmo di Castelbarco colla fabbrica della navata della cattedrale a mezzogiorno, eretta a proprie spese, come ne fanno fede le insegne gentilizie appese alle mura esterne colla seguente iscrizione ritmica:

Hoc opus construitur ad laudem Trinitatis
     Per illum qui dicitur fons nobilitatis,
     Et qui vere creditur pater largitatis,
     Ac vere describitur cultor pietatis.
Hic illustris miles laudis fert vexillum;
     Vitans actus viles, dignum servans stilum;
     Pauper atque dives exultat per illum,
     Hic honorat cives, magnum et pusillum.
De Castrobarco nomine Gulielmus natus
     Fertur gnito omine jam prædestinatus,
     Nec scitur ab homine vir cunctis sic gratus;
     Sit ergo tibi Domine Jesu Christe datus.
Vigila Vigili, orare pro eo,
     Qui merce servili sed oravit Deo,
     Et manu virili pugnavit tamquam leo,
     Ut a morte vili sit salus et reo.
Mille novem tercentum currentes erant anni
     Cum opus fit Tridenti per fabricum Cumani,
     Magisterque potenti manu non inani
     Complevit; ergo menti habete Christiani49.

[p. 26 modifica]Altra iscrizione si legge al di dentro dello stesso tempio, parimente sotto gli stemmi dei signori di Castelbarco, che pendono vicini all’altare dei santi Pietro e Paolo, in memoria dell’opera interna fatta eseguire dal lodato Guglielmo nel 1319; del quale anno è pure il di lui testamento, in cui, fra le altre cose, lascia alla cattedrale di S. Vigilio cinquemila lire veronesi per la fabbrica di essa basilica, mille per la costruzione di una cappella con altare, ed uno stabile di mille lire in dote e mantenimento di detta cappella50.

Il nome del nostro santo vescovo appare segnato in varii diplomi imperiali, e fra gli altri in un privilegio concesso da Federico I alla chiesa di Vienna, e in un altro in favore del monastero di S. Emerano in Ratisbona. In materia di amministrazione del suo [p. 27 modifica]principato ecclesiastico abbiamo una carta autentica spettante alla controversia tra le comunità di Mori e di Nago, circa al monte Bordino, da lui decisa51; e un’altra relativa a una casa e castello nelle adjacenze di Egna, pubblicata alla sua presenza 52.

Ad Adelpreto martire successe nel Vescovato di Trento Salomone, decano della nostra cattedrale, nel 1177. Preso appena il possesso della sua chiesa, il nostro vescovo fu invitato a recarsi a Venezia per assistere all’abboccamento indetto pei 24 di luglio dello stesso anno fra il sommo pontefice Alessandro III e l’imperatore Federico Barbarossa; il che egli fece accompagnato da nobil seguito di ben trenta persone. Al convegno susseguì tosto la riconciliazione, e il 1.° d’agosto fu giurata da Federico la tregua coi Lombardi collegati, alla continua presenza del nostro vescovo53. Approfittando di tal favorevole congiuntura, i Canonici Regolari di S. Michele all’Adige ottennero da papa Alessandro III una bolla di protezione apostolica con diversi privilegi e prerogative così reali che personali, indirizzata al loro preposto Enghelberto, e avvalorala dalla sottoscrizione di tutti i cardinali che avevano accompagnato a Venezia il pontefice54.

Nel 1179 si portò il nostro vescovo in Roma al sacro Concilio Lateranense III, convocato dal suddetto [p. 28 modifica]pontefice, e ne confermò gli atti colla propria sottoscrizione55.

Subito dopo il suo ritorno, negli ultimi giorni di dicembre dello stesso anno si trasferì in Sonnenburgo, ove il 1.° gennajo del 1180 da Berta abadessa di quel monastero, dalle religiose e loro ministeriali rilevò Salomone i diritti dei vescovi di Trento, sovr’esso; che sono quei dessi che registreremo nella vita del vescovo Corrado56.

Quest’anno 1180 è assai rimarchevole per la storia del nostro paese, perchè in esso ebbe origine e titolo da un castelletto sopra Merano la dinastia dei Conti del Tirolo. Di ciò abbiamo creduto di dover lare un cenno per la intima connessione che passa pur troppo tra il Principato di Trento e la Contea del Tirolo, a danni continui di quello, e a sempre maggiore incremento di questa; sicchè oggidì colle nostre spoglie è divenuta una vasta provincia.

Ai 31 di maggio 1181, sotto il castello Formicario presso Bolgiano, ebbe luogo la solenne cessione fetta al nostro vescovo e ai suoi successori dai conti Enrico e Federico di Eppan, del castello di Greifenstein, della corte di Vadena, del campo di Egna, ove si acconciavano le zattere, delle corti di Termeno, di Magrè, di Mezzotedesco, della miniera d’oro di Tassullo, e [p. 29 modifica]d’altri corpi feudali di minor conto, contro l’esborso fatto dal vescovo di 1400 lire veronesi. DI tutti questi e d’altri feudi, in qualunque maniera da loro acquistati, diede il vescovo ai suddetti conti la investitura, previa la malleveria di sei persone, e col patto, in caso di mancata promessa, di sottostare alla pena di duemila lire veronesi57.

Nel 1182 ottenne il nostro vescovo, dall’imperatore Federico I una sentenza definitiva contro la città di Trento, in forza della quale doveva questa essere in perpetuo privata de’ suoi consoli, e in tutto dipendere dal vescovile governo. Quale motivo spingesse il vescovo a procurare che fosse tolta ogni giurisdizione alla città di sua residenza, ben non si scopre; ciò che di certo rilevasi si è, che non ostante l’abolizione imperiale del consolato e degli altri diritti e privilegi suoi, la città di Trento, per tre secoli e mezzo, continuò a nominarsi i proprii consoli, come tuttora fa, e ad essere in possesso d’una gran parte della sua giurisdizione58.

Nel 1183 il nostro prelato fece riedificare con grave sua spesa il tempio di S. Croce, situato nel borgo fuori di porta veronese, presso l’antico Ospitale di questo nome; assegnandogli in dote una chiusura contigua alla chiesa di S. Michele, donatagli da Gumpo di [p. 30 modifica]Giovanni Zucco dal Dosso; e così provvista di rendite sufficienti, la consegnò ai monaci detti Cruciferi, affinchè vi celebrassero i divini ufficii, restando sempre oggetti al solo ordinario59. Questi frati sono quei dessi che, deviando dalla loro professione religiosa con una vita del tutto opposta e scandalosa, meritarono di essere di là scacciati nel secolo XVI dal cardinale Cristoforo Madruzzo, e rimpiazzati dai Cappuccini.

Nel medesimo anno, per mettere a coperto dalle sorprese il castello di Mezzacorona, concesse in feudo ai fratelli Arnoldo ed Anselmo di Livo e ai loro figli maschi in perpetuo due casamenti, con espresso patto che dovessero custodirli e guardarli gelosamente, come antemurali della predetta rocca, obbligandosi all’incontro di non porre in essi alcun castellano senza il loro consiglio, nè alcun gastaldo nella casa vescovile incorporata al castello, che ragionevolmente potesse loro riuscire sospetto60.

In questo stesso anno 1183 uscì la bolla del sommo pontefice Lucio III, colla quale riceve l’abate Lanfranco e i frati benedettini di S. Lorenzo sotto la protezione di San Pietro, e loro accorda singolari grazie e privilegi61. Nel mese di giugno dell’anno medesimo, avendo il vescovo Salomone comprato da Maria figlia di Ottolino di Pratalia il castello di questo nome, [p. 31 modifica]molto importante pel Vescovato, un tale Ottolino della città di Verona, figlio di Greppo, pretese e dimostrò con documenti, che, per via d’una femmina chiamata Galsinga, egli aveva il diritto di esigere sopra i beni di essa, e specialmente sopra il suddetto castello, mille e più libbre di moneta. Perciò fu transatto, che il vescovo gli sborsasse libbre 350 in estinzione di tale suo credito; come di fatto avvenne mediante un atto di liberazione. Pochi giorni dopo, fu esteso il documento di vendita al vescovo del castello di Pratalia e d’altri beni alienati dalla suddetta Maria, moglie di Adelpreto di Pergine62.

Varii documenti di minor conto, esistenti negli archivi vescovile e capitolare, si riferiscono alla reggenza di Salomone. Noteremo tra questi un istrumento di locazione di un ronco, detto lo Sclit, ad Aicardo di Trentino Terbugo, di una certa tenuta a Martino Gualando, e di un maso in Ala della Valle Lagarina ad Arnaldino dello stesso borgo, nel 117863.

Nel 1179 investì un certo Sonza, a titolo di locazione perpetua, d’una pezza di terra nella chiusura di S. Pietro, onde poter in essa fabbricare una casa, verso l’affitto di 20 soldi veronesi; e così Giannibuono e Ogerino con altri consorti, di quelle tenute ch’essi dicevano di riconoscere dalla Chiesa di Trento, coll’affitto di lire cinque e di due carra di fieno, oltre ad [p. 32 modifica]altri servigi, tutte le volte che al vescovo piacesse di portarsi in Ala64.

Nello stesso anno, alla presenza del vescovo Salomone, un Enrico Guidotti donò a Lanfranco, abate di S. Lorenzo, la sua porzione dell’isola Guidotti, colla riserva dell’usofrutto, vita durante, e di riaverla, nel caso che Iddio gli concedesse prole65.

Nel 1180, il vescovo Salomone pronunciò sua sentenza contro Rambaldo arciprete di Mori ed i suoi fratelli, dichiarando Ronzone ed Erunardo essere della famiglia di S. Vigilio, nè ad altro obbligati che di pagar loro annualmente l’affitto di due galede d’oglio, come ab antiquo66. Nel 1182 Salomone impegnò a Trentino, figlio di Ottone il ricco, un suo molino esistente in città, ed altre rendite vescovili, per la somma di 200 libbre di moneta veronese67. Dello stesso anno è segnato un istrumento di Salomone, concernente le annue contribuzioni che doveano pagare al vescovato i popoli della valle di Ledro68.

Morì il nostro vescovo Salomone li 30 dicembre 1183, e gli successe sulla cattedra di S. Vigilio, Alberto III, e non già il primo; essendo identica la denominazione di Adelpreto e di Alberto. Seguita appena la sua elezione nel 1184, egli fu costretto a porsi sulle difese contro i tentativi di Enrico conte del [p. 33 modifica]cui premeva di estorcere dal vescovo il consenso alla fabbrica che meditava di un castello sopra un colle del monte che domina la villa di Celso, Selso ο Felso. Ritroso Alberto dell’assentire, giacché prevedeva i gravi danni che dalla costruzione di esso castello potevano col tratto del tempo inferirsi ai diritti del Principato, fu chiamato dal conte in giudizio avanti l’imperatore Federico, il quale, li 17 marzo 1184, alla presenza d’ambe le parti, col voto dei pari della sua curia, decise in favore del vescovo 69.

Nel detto anno ricuperò Alberto una porzione del castello di Gardolo ed altri feudi ad esso appartenenti da Valsengrino di Gardolo, collo sborso di 40 marche d’argento, per incorporarlo al patrimonio di S. Vigilio 70. Correlativo all’accennata sentenza contro Enrico conte del Tirolo è il solenne laudo che l’anno seguente 1185, col voto di tutta la curia episcopale, il suddetto conte Enrico e Riprando di Pergine, ad istanza del vescovo, promulgarono; dichiarando, non essere lecito ad alcuno di fabbricare, entro il territorio ο dominio temporale della Chiesa di Trento, qualsifosse castello ο fortezza senza il consenso ο volontà del principe 71. Nel mese di marzo di questo anno fu fatto il cambio dei ministeriali fra il vescovo Alberto ed Enrico vescovo di Bressanone; ed un altro nell’agosto tra il vescovo di Trento ed Enrico conte di Eppan, il [p. 34 modifica]quale cesse al nostro vescovo tutto le rendite che possedeva oltre il monte Durone nelle Giudicarie, ottenendo in feudo, all'incontro, la decima di Lazo, e 800 lire veronesi72.

Allo stesso conte Enrico e a suo fratello Arnoldo aveva il vescovo Alberto nel mese di luglio 1185 spedita la investitura feudale del castello Valvenstein, e al primo, separatamente, quella del castello di Arsio; investendoli oltreciò della metà della contea di Eppan e dell'erbatico di Egna, ottenuto avendo da essi la restituzione del castello di Grumo e la liberazione della curia di Romeno, contro Io sborso di 1100 lire, per le quali fu loro oppignorata73.

Di questo medesimo anno è l'istrumento d'investitura ad Adelpreto e Giannello di Villazzano, col quale diede loro a livello perpetuo la casa con cantina alla Porta Oriola presso l'Adige, per l'addietro possedute collo stesso titolo da Milone Cavernocolo74. E di quest'anno 1185 sono del pari certi regolamenti ο statuti del vescovo Alberto relativi alla zecca e miniere del Vescovato, nei quali è fissata la tassa dovuta alla sua Camera75; e un laudamento vescovile, riguardante la fabbrica dei castelli76.

Nel 1186 Alberto, onde rendere a sè e alla sua Chiesa sempre più devoti i conti d'Arco e prevalersi [p. 35 modifica]della loro assistenza nelle gravi persecuzioni e negli spogli che da ogni parte la minacciavano, concesse ragguardevoli feudi e in termini molto ampli ai conti Odorico e Federico di quel casato77. Nel medesimo anno Palmera, moglie di Oluradino di Corredo, cede per 180 libbre di moneta veronese ad Alberto vescovo di Trento i diritti che sul castello di Pratalia e sopra altri poderi in Pomarolo e nella Valle di Sole le erano provenuti in eredità dal suo primo marito Federicino di Pratalia78.

Nel 1187, egli accettò la rinuncia fattagli da Pietro di Civezzano della propria casa e di tutto ciò che possedeva nel castello del Bosco; e sulla promessa che avrebbe fabbricata in quello una torre a difesa di esso e del Principato, glielo concesse in feudo, assieme alla regolaneria; a condizione che dovesse rimanere sempre aperto al vescovo e ai successori, eccetto il caso che il vescovo movesse guerra a lui, od ai suoi eredi79.

In questo anno 1187 il vescovo Alberto si portò in Sonnenburgo a visitare quel monastero di monache; nel quale, oltre molti altri diritti che registreremo nella vita del vescovo Corrado, aveva pur quello di far giustizia a chiunque pretendesse alcuna ragione contro le monache. E in tale occasione, avanti esso vescovo, fu fatto un accordo tra Giovanni abate del monastero di Piburgo coi suoi monaci e Peretta abadessa di [p. 36 modifica]Sonnenburgo; in forza del quale l'abate suddetto rilasciò a favore delle monache otto masi nel monte Aldeno, che l'abate diceva di aver ricevuti da Corrado conte di Flavone, promettendo all'incontro l'abadessa di dargli quindici libbre di moneta di Ratisbona, colla sicurtà del vescovo Alberto ivi residente a fare ragione80.

Il vescovo Alberto ridusse a perfezione, con grave dispendio della sua Camera, la fabbrica del castello di Stenico; avendo in quello eretto il pretorio, che servir doveva di residenza al suo luogotenente nell'amministrazione della giustizia ai popoli delle Giudicarie.

Nel 1188 il vescovo Alberto accordò investitura di certe prerogative alla corporazione dell'arte nautica per tutto il corso del fiume Adige da Bolgiano fino alla Chiusa veronese 81. Nel medesimo anno il nostro prelato concesse ad Alberto notajo di Fondo la facoltà di erigere nella pieve di Fondo, ο nel monte ο nel piano, un castello e qualunque fortilizio, riserbando alla Chiesa di Trento il diritto di apertura sì in tempo di pace che di guerra82. Un documento dello stess'anno riguarda gli stabili appartenenti al Vescovato nella valle di Fiemme e le pezze di panno e le pecore e il ferro, e le arimanie che i Fiemmazzi erano tenuti di contribuire al Vescovo83. Havvi ancora del 1188 un documento di compera di un podere nella valle Venosta [p. 37 modifica]spettante ad Arpone di Cles, fatta dal nostro vescovo a beneficio della sua Chiesa, mediante lo sborso di lire veronesi mille e quaranta84.

Compiute le opere narrate, ed altre che non sono pervenute a nostra notizia, il vescovo Alberto finì di vivere li 20 settembre 1188. Durante la sua ultima malattia furono distratti molti beni dalla Camera vescovile, ed altri molti per favore ο per tenuissimo compenso infeudati. Di questo fatto, che diminuì ad Alberto la stima acquistatasi in principio del suo governo, procurò la emendazione il suo successore Corrado II. Anzi, ancora sede vacante, furono portate al soglio imperiale le inchieste a tal uopo. L'imperatore Federico, delegata a cognizione di questo affare a Bernardo duca di Sassonia, ad Ottone marchese di Meis, e ad Enrico conte di Eppan, col voto di tutta la sua corte, promulgò un laudo, col quale dichiarò nulle e di niun valore tutte le infeudazioni ed alienazioni che il vescovo Alberto avesse potuto fare, mentre giaceva obbligato a letto dall'ultima sua infermità; aggiungendo che al vescovo di Trento da eleggersi s'aspettava il godimento di tutto ciò, di cui fosse stato il suo antecessore in possesso prima della malattia suddetta, e astringendo ognuno alla restituzione integrale di quanto era stato tolto e occupato alla Chiesa trentina nell'interregno85.

Corrado II, verosimilmente della famiglia dei Signori di Beseno, decano della cattedrale, succeduto ad [p. 38 modifica]Alberto verso la fine dell'anno 1188, fu principe d'ingegno acuto e vescovo zelante dell'onore della sua Chiesa. Sua prima cura fu di ricuperare i molti beni episcopali distratti durante l'ultima malattia del suo precedessore. In principio del 1189 spedì a Montanaro, a Manfredo, a Graziolo e ad Ottobono di Storo la rinnovazione dell'investitura del castello e della corte di Lodrone, acquistati per lo innanzi in comunione dalle due case di Storo e di Lodrone e successivamente fra loro divisi; con patto però, che nè il detto castello né gli altri beni compresi nella investitura potessero mai alienarsi ad alcuna persona bresciana, ma solamente, in caso d'urgenza, fra i membri delle due famiglie86.

Nel marzo dello stesso anno il nostro prelato ottenne dall'imperatore Federico II la donazione, per sè e successori, d'ogni sorta di miniere d'argento, di rame, di ferro ο d'altro metallo, che si trovassero in tutta la estensione del Vescovato di Trento, fino a quel giorno possedute dagli imperatori romano-germanici; eccettuate le miniere situate nelle giurisdizioni dei conti del Tirolo e di Eppan87. Questa stessa donazione fu in seguito confermata da Venceslao re dei Romani nel 1389, come a suo luogo riferiremo.

In questo anno i Canonici Regolari di Gries, che riconoscono per loro fondatori il conte Arnoldo di Greifenstein e sua moglie Matilde, conseguirono dall'imperatore Federico II la conferma di cotesta fondazione, [p. 39 modifica]e furono ricevuti sotto la protezione cesarea, col patto che dipendessero sempre dal vescovo di Trento88.

Il vescovo nostro, dopo aver ottenuta l'investitura delle regalie, nel medesimo anno concesse ad Ottone di Vinecco, marito di Adelaide di Castelrotto, in feudo femminino, la guardia del castello di Liechtenstein89. In questo istesso anno investì gli abitanti del borgo di Egna, da lui fabbricato ad onore di S. Vigilio e della sua Chiesa, delle case e casali di detto borgo, con parecchie condizioni, che per brevità tralasciamo90. Ricuperò pure in quest'anno dalle mani dei conti Arnoldo di Eppan, le possessioni nella valle di Fiemme, che il di lui antecessore Salomone avea permutato con quelle di Preore; colle condizioni che il vescovo pagherebbe al conte 2000 lire veronesi e gli darebbe in pegno la corte di Magrè e i beni che possedeva in Eppan e Volano; e il conte avrebbe la scelta di ricevere ο la suddetta somma in contanti, ο invece di essa i beni vescovili in Naturns e in Caldaro. Preferendo i contanti, mille lire gli si dovrebbero sborsare al prossimo San Michele e le altre mille a Natale. Oltrediciò il vescovo Corrado conferma al conte Arnoldo la investitura di Preore, cogli stessi patti, coi quali era stata conceduta al conte Federico di Eppan dal vescovo Salomone91.

Nel 1190, volendo l'imperatore Enrico calare alla [p. 40 modifica]volta di Roma, il vescovo Corrado, obbligato, come principe del Sacro Impero Romano, a farlo accompagnare, prescrisse la formazione dei drappelli (columelli, colonnelli) destinati alla spedizione, che furono cinque92.

Nell'anno medesimo il provvido prelato pubblicò uno statuto pei comuni di Bolgiano e di Keller, propostogli dai giurati di quei due luoghi; nel quale era prescritto il metodo da tenersi nella segagione, nel taglio dei boschi e intorno alle strade dei detti comuni, colle pene comminate ai trasgressori; due terzi delle quali dovrebbonsi al Fisco vescovile e l'altro terzo al Conte del Tirolo93. Nel medesimo anno 1190, collo sborso di 135 libbre di moneta veronese redense un piccolo feudo dalle mani di Corradino di Ora e di Federico Zop di Castelfondo, a pro' della Camera vescovile94.

Nel 1191, a fine di deprimere l'arroganza dei più potenti cittadini e vassalli, che ergevano delle torri, ο per sottrarsi ai meritati castighi ο per tentare perniciose rivolte nello stato e usurpare i diritti del Principato, il nostro prelato ottenne dall'imperatore Enrico VI un decreto, con cui si vietano le società e le congiure e il fabbricare torri in città e in tutto il territorio trentino, senza licenza del vescovo, al quale è data facoltà di far demolire le già esistenti95. In questo stesso anno, il nostro vescovo comandò che fosse [p. 41 modifica]riprodotto in forma autentica l'insigne documento autografo, fatto nel 1022 da Udalrico II, della fondazione delle chiese di Caldaro, di Termeno e di Castello consacrate da San Vigilio96. Della medesima data sono: un documento di transazione, dopo una lunga lite, per cui al vescovo vennero cedute da Jacopino e da Ottone di Caldaro la decima di Curoni e la tenuta del prato, così detto di Sangonari97, mediante lo sborso di lire veronesi 150; l'atto di ricuperazione del feudo di Curtazza da Pellegrino conte di Flavone, pagando ad esso quarantatre marche d'argento, e sette alla contessa Altemilia di lui consorte98; l'atto di compera di certo feudo in Nano da Gislimberto di Lagaro, per 500 lire veronesi99; quello d'investitura di un affitto di 22 staja di segala, che ricavavasi dai novali di Cles, a Vitale, Giovanni e Roberto figli di Bertoldo di Cles suo vicedomino100; l'atto di composizione, avvenuta per opera del Vescovo, delle differenze gravissime insorte tra i conti Federico e Odorico di Arco, e Gumpone, Oprandino e Adelpreto di Madruzzo101; quello della cessione irrevocabile degli uomini e dei beni feudali posseduti in Fajo da Arnaldo di Mezo, debitore al nostro vescovo di lire 200 per condanna di varie reità102. [p. 42 modifica]Nel 1192 il vescovo Corrado concesse alla Comunità di Riva il diritto di trasporto sul lago degli uomini e delle merci da Riva a Ponale e da Ponale a Torbole; coll'obbligo della rinnovazione annuale del giuramento di vassallaggio, alla Pentecoste, e della retribuzione della metà del provento103. Nel detto anno fu decisa la controversia, che da lungo tempo vertiva, tra il vescovo Corrado e i signori di Caldonazzo, concernente i monti che da Caldonazzo portano a Vicenza. Nella convenzione è dichiarato, che questi vengano riconosciuti per feudo antico della Chiesa di Trento; e perciò il vescovo dovesse investire essi signori di quanto si contiene entro quei confini; vale a dire, dalla strada per la quale si va a Vicenza sino alla sommità dei monti, e da questa all'ingiù fino alla stessa strada; come non meno, dal Garzinone in là, verso Centa e Lavarone, sino al termine del Principato di Trento104.

Nel 1193, il vescovo Corrado investiva Gualtiero di Borgonovo d'un casale presso Termeno, coll'annuo affitto di soldi venti105; e riceveva la rinuncia di un certo maso in Curtazza da Ottone Lismanno di Flavone106.

Nel 1194 spedì la rinnovazione d'investitura feudale del dosso situato nelle pertinenze di Eppan, chiamato il Castelvecchio, e di due corti, ad Egenone conte di Eppan e al di lui nipote; con patto espresso, che, [p. 43 modifica]in tempo di manifesta guerra, il vescovo godesse in esso il diritto di apertura contro chiunque, eccettuato il solo imperatore: in caso poi che il conte contravenisse allo stipulato, unendosi con suo zio Enrico e coi figli di lui contro la Chiesa di Trento, il vescovo possa impadronirsi della scarìa di Nano, allodiale del detto conte, e di un altro suo possedimento, feudale 107.

In questo istesso anno investì, a titolo di feudo, Albertino e Manfredino di Tono, assieme, Luto di Marostica, del luogo nominato de Tono, con un dosso chiamato delle Visioni, ad effetto di fabbricarvi un castello; premessa la condizione, che l’accennata rocca non potesse da loro alienarsi, infeudarsi e appignorarsi ad alcuno, senza suo espresso consenso e dei vescovi suoi successori 108. E nell’anno medesimo, Nicolò di Arrighetto di Egna, in nome proprio e fraterno, rassegnò nelle mani del vescovo nostro tutti gli acquisti fatti da venti anni in poi per diritto del più forte (Faustrecht) che in quei tempi infelici vigeva, dal rivo di Caldivo superiore fino alla vetta del monte, e di sotto fino al fiume Adige, e da detto rivo fino a S. Floriano, convenendo, che in avvenire la divisione delle prede non possa farsi senza intervento del gastaldione vescovile; e all’incontro il vescovo investì feudalmente i suddetti fratelli di un maso e di un affitto annuale di una casa, consistente in dieci libbre di moneta 109. [p. 44 modifica]In questo anno investì pure i fratelli Odorico Rufo, Enrico e Federico di Pozzale, e Marquardo e Artovico di Tizino, ora Tisens, di un dosso giacente in quella pieve, di sopra a Nals, nominato Casazzo, con facoltà di erigervi un castello, una torre od altri fortilizii; a patto però, che in perpetuo dovessero essere aperti alla Chiesa di Trento contro chiunque, eccettuatine solamente i conti di Macinata (i conti di Eppan); contro dei quali se il vescovo fosse in guerra, i suddetti investiti possano bensì abbracciare il loro partito, ma non offendere il Vescovato, usando del loro castello 110.

Gli undici di agosto del medesimo anno 1194, il vescovo Corrado consacrò solennemente la chiesa di S. Tommaso, che giace tra Riva ed Arco, fondata e dotata, coll’ospizio dei poveri ad essa unito, dal conte Odorico d’Arco, cui il nostro vescovo nel giorno suddetto investiva di quell’ospizio e dell’uso dell’acqua che per esso passava, onde fabbricarvi un molino; accordandogli, oltreciò, il diritto di copulare, di pascolare, di boscare, di macerare nelle pievi di Arco, di Riva, di Tenno e di Nago, coll’esenzione da ogni peso in quelle pievi e loro attinenze, e col juspatronato nella nomina del priore di esso ospitale di volta in volta, da essere in seguito confermato dall’ordinario, e con molte altre prerogative 111. Siccome col tratto del tempo cotesta pia fondazione a tutt’altro serviva che a ricoverare ed alimentare i poveri infermi, fu commutata [p. 45 modifica]in semplice beneficio; il quale, non ostante il patronato dei Conti d’Arco e la bolla apostolica di conferma di quello, che ottennero nel 1535, fu sempre, per lo spazio di due secoli in qua, liberamente conferito dai vescovi di Trento, e tuttora si conferisce, senza la menoma contradizione dei suddetti conti. Ritroviamo bensì, essere stati messi in opera varii tentativi dai Conti d’Arco per far valere troppo ampiamente i loro diritti di patronato. Il primo fu nel 1562, in cui, morto essendo li 13 aprile 1561 il conte Francesco d’Arco, ultimo possessore investito, gli eredi presentarono alla Santa Sede per la conferma don Luigi Bernerio; l’altro nel 1576, quando, passato a miglior vita don Cesare, nominarono successore al vicario generale e suffraganeo di Trento, Gabriele Alessandrini, il conte Vespasiano d’Arco, avvalorando la nomina col produrre il documento di fondazione. Il terzo fu nel 1599, in cui i conti Guidobaldo e Prospero d’Arco impugnarono la nomina vescovile di Aliprando barone Madruzzo, decano di Trento. Nulla però giovò loro, avendo i vescovi di mano in mano, senza interruzione, messi al possesso di detto Priorato i provisti da loro, in vigore di due sentenze; l’una dell’ordinario, proferita in detto anno 1599 da Bertramo Pezzani, vicario generale di Trento; l’altra della Santa Sede, la quale, mediante il suo delegato Alberto Valerio, vescovo di Famagosta e perpetuo coadjutore di Verona, confirmò la prima a favore del cardinale e vescovo di Trento, Lodovico Madruzzo; scoperto avendosi, che nel transunto, per altro autentico, del documento del giuspatronato, presentato [p. 46 modifica]al tribunale ecclesiastico dai suddetti conti, era stato inserto il diritto progressivo ad hæredes, che nell’istromento originale non si ritrova 112.

Si rileva da un documento del medesimo anno 1194, che da un Peregrino de Zano furono prodotti dei testimoni avanti Gerardo, giudice della Curia di Trento ed assessore del vescovo Corrado, coi quali voleva provare di non appartenere ad Ammolberto abbate di San Lorenzo, ma di essere sempre stata persona libera della famiglia di San Vigilio 113.

Nel 1195, il nostro vescovo cambiò certi beni nelle vicinanze di Bolgiano con Manigoldo abbate del monastero di Tegernsee nella Baviera 114.

Nel detto anno, bramoso di sbrigarsi dalle istanze importune di molti laici pretendenti al feudo del dazio delle porte di Trento, testè devoluto alla Camera episcopale per la morte di Odorico Lupo, ultimo di sua famiglia, il vescovo Corrado ne volle piuttosto beneficare il proprio Capitolo; e perciò li 9 di agosto 1195 ne investì il decano Turco ο Turcone ed i canonici, colle stesse prerogative ed emolumenti, coi quali fu per l’addietro posseduto dalla casa Lupo; eccettuatine undici giorni, cioè da S. Vito fino alla festa di S. Vigilio, pei quali era investita un’altra famiglia; come oggidì la nobile famiglia Cazzuffi, che ne gode il possesso. Per tale feudo il Capitolo contribuì alla Camera [p. 47 modifica]fiorini tremila, da essere impiegati ad estinzione dei debiti della Mensa vescovile 115.

Nell’anno susseguente 1196, il mentovato vescovo, dopo matura discussione col Consiglio dei Sapienti, promulgò una sentenza a favore del Capitolo nella questione mossa dai Sindaci del Comune di Pergine contro Ottone di Telve, vassallo capitolare, aggiudicando con essa al Capitolo la proprietà del monte di Montagnaga, e al detto Ottone l’utile dominio dei boschi in esso monte esistenti. L’uso dei prati, a riserva dei già divisi fra loro, doveva esser comune alle parti litiganti 116. Nel 1196, regnante il vescovo nostro, fu deciso, in presenza di parecchi giurisperiti, che il castello di Arco apparteneva alla comunità di tal nome, siccome allodio, e che a Federico, figlio di Alberto d’Arco, non ispettasse che l’onore e la giurisdizione, come gli aveano posseduti i suoi maggiori 117.

Nel 1197 il vescovo Corrado si recò a Rovereto, ove, consacrata la chiesa di S. Ilario, detta di Stropparolo, concesse indulgenza a quelli che intervennero alla funzione; avendo pubblicata, affinchè questa potesse aver luogo con sicurezza e con molta affluenza di popolo, una ferma tregua così per le persone che per le robbe loro, sottoponendo alla scomunica ognuno che avesse osato oltraggiare gli ospiti, tanto nella venuta, quanto nel ritorno, esclusi da tal beneficio i banditi [p. 48 modifica]ed i malfattori 118. Nello stesso anno ottenne il nostro vescovo dal decano Turcone, di unanime consenso dei Canonici, la cessione della chiesa di S. Martino, nel sobborgo di Trento, chiamata dell’Eremitagio, che era di ragione capitolare 119.

Nel 1198 spedì a Briano di Castelbarco la investitura feudale dei castelli di Barco e di Pratalia, con certe leggi e pene; la quale estese anco alle femmine, con che però non si potessero maritare fuori del Vescovato, nella Lombardia ο nella Marca 120(3). Nello stesso anno Odorico d’Arco prestò il giuramento di fedeltà sopra il vangelo al vescovo Corrado contro chiunque, salva la fedeltà dovuta all’Impero 121. Ai 29 novembre dello stesso anno, Anselmo di Livo vendette al vescovo Corrado per trenta libbre di moneta veronese tutte le sue ragioni sul fitto di varie case nell’Anaunia 122.

Nell’anno 1200, essendo insorti contro il vescovo i cittadini di Trento, questi chiese ajuto al conte Odorico d’Arco, che, accorso subito in sua difesa, potè estinguere nel suo nascere la sommossa. Laonde il vescovo, per gratitudine, oltre alla generale investitura dei feudi appartenenti a casa d’Arco, rinnovata al suddetto [p. 49 modifica]suddetto Odorico nel mese di ottobre, altra gliene accordò nel dicembre 1200 sulla muta ο dazio di Torbole e Riva 123.

Ai 26 di febbrajo del 1200, Corrado fece acquisto per libbre cento di moneta veronese da Grogno di Solagna di un livello d’urne venti annue di vino di Folzaga, da rimettersi al gastaldo vescovile di Malè 124; e nel detto giorno ed anno diede licenza ad Arighetto dal Bosco di fabbricare sopra un suo allodio in Barbaniga una casa murata, non però sulla strada che porta a Pergine ο al Monte minerale; investendonelo a titolo di feudo, col solito patto del jus aperturæ 125.

Nel 1201, i fratelli Geremia ed Alberto di Caldonazzo costituirono un feudo oblato alla Chiesa di Trento del loro allodiale, coll’obbligo di fabbricarvi un castello. Il vescovo Corrado lo accettò a condizione, che il detto castello in tempo di guerra si aprisse a lui ed a’ suoi successori; e loro ne mandò la investitura feudale; promettendo a sua volta di proteggerli da ogni briga che a loro potesse moversi per causa dell’erezione di quel castello 126.

Li 6 maggio 1201 il vescovo Corrado investiva pure gli uomini soggetti alla giurisdizione del castello di Pratalia e gli abitanti di Lenzima dei diritti di noleggio ad ambe le rive dell’Adige presso Sacco 127. [p. 50 modifica]

Nel 1202, col consenso del Capitolo, il vescovo Corrado concesse all’Ordine Teutonico di S. Maria, eretto in Acri, l’ospitale dei poveri colla chiesa di S. Giovanni evangelista in capo al ponte di Bolgiano, con tutti i beni ad esso spettanti, investendone un frate Corrado dello stesso ordine, in qualità di sindaco128. Questa pingue abbazia, tuttor posseduta dai Cavalieri Teutonici è affatto deviata dai generosi principii suoi, vivendovi essi oziosamente e con lusso.

Dal Capitolo della cattedrale di Trento fu concessa nel 1202 ad Alberto di Stenico la investitura feudale delle decime di Preore, assieme con altri beni capitolari sì al monte che al piano, giacenti nelle pievi di Tione, di Rendena, di Condino, di Bleggio e di Lomaso129; la quale investitura fu poi confermata dal vescovo Federico di Wanga nel 1214. Cadono sotto questo medesimo anno l’investitura feudale concessa dal vescovo Corrado a Tebaldo, figlio di Turrisendo, della corte di Orsanico o sia di Ossolengo, con facoltà di ogni sorta di fabbrica, e colle condizioni con cui ne furono già investiti i di lui avo e bisavolo130; la solenne convenzione tra i vescovi di Trento e di Bressanone circa i dazii di transito nei rispettivi stati e i diritti e le esenzioni personali131; e una locazione [p. 51 modifica]livellare di mezzo casale nel borgo nuovo di Termeno fatta dal vescovo a Ghebundo figlio di Svichero132.

Nel 1203, i fratelli Nicolò ed Enrico di Egna rinunciarono nelle mani del vescovo Corrado il Castel vecchio di Egna, sotto condizione, che la proprietà di quello spettasse bensì al Principato di Trento, ma che il vescovo fosse tenuto d’investirne i loro discendenti maschi e femmine, purchè queste ultime non andassero a marito oltre la Chiusa Veronese133. Nel detto anno, Nigrello, procuratore del vescovo Corrado fu mandato a Verona, affine di propugnare dinanzi a Guglielmo abate e a Giovanni arciprete di Villafranca l’autorità che al nostro vescovo apparteneva di mettere a suo piacere gli arcipreti in tutto il Vescovato, come non meno di regolare gli affari delle chiese, riportandone la loro conferma. I testimoni esaminati e i fratelli di Nago, ai quali si doveva fare giustizia, deposero a favore del vescovo; ma i delegati papali nulla conclusero, rimettendo ogni decisione al consiglio dei sapienti134.

Vuolsi che in quest’anno siano state consecrate le chiese di S. Nicolò di Carano, di S. Tommaso di Dajano e di S. Pietro di Varena, tutte e tre esistenti nella valle di Fiemme135. [p. 52 modifica]

Nel 1204 conferì Corrado, in titolo di feudo, al sopradetto Alberto di Stenico, vassallo capitolare, il dosso di Molveno, chiamato di Mezzolago, dandolo in di lui custodia e de’ suoi eredi, con divieto però di erigervi in alcun tempo un castello o fortilizio, senza il permesso dei vescovi di Trento136.

Nello stesso anno 1204, essendo morta l’abbadessa del convento di Sonnenburgo, diocesi di Bressanone, fondato nel 1018 da un conte di Flavone, il nostro Corrado vi si recò personalmente per constatare le ragioni e prerogative sopra di esso spettanti alla Chiesa di Trento. Convocate le religiose, coi vassalli e ministeriali di quel convento, dalle loro deposizioni giurate risultarono a favore della chiesa di Trento i seguenti principali diritti: che l’abbadessa, subito dopo l’elezione, debba ricevere dal vescovo l’investitura di tutto il temporale; che, non convenendo le religiose nell’elezione, il vescovo possa dar loro quella superiora che più gli piacesse, con facoltà di deporla ogniqualvolta mancasse ai doveri della reggenza; che l’abbadessa, ad ogni requisizione, abbia ad accompagnare il vescovo di Trento, allorchè si recasse a Roma coll’imperatore, somministrandogli a tal uopo un buono e onorevole somaro (bonum et honorabilem somarium) [p. 53 modifica]con due basti, un mantile, una tovaglia e due bacini, oltre ad un convenevole numero di soldati a cavallo bene armati e corredati, a spese di essa abbadessa; che al solo vescovo sia riservala l’avvocazia del monastero, colla cappella e palazzo nella sommità del monte, in cui possa il vescovo dimorare a piacere colla sua corte, mantenuto coi suoi famigliari e serventi a carico dell’abbadessa; finalmente (tralasciando per brevità i diritti di minor conto) che le appellazioni dalle sentenze dell’abbadessa e de’ suoi ministri portar si dovessero al tribunale del vescovo di Trento 137. In conformità di quest’atto solenne, furono in seguito rinnovate dalle abbadesse di quel convento le investiture feudali; finché al tempo dell’arciduca Sigismondo, conte del Tirolo, e del cardinale Cusano, vescovo di Bressanone, essendo insorta qualche controversia, toccante lo spirituale, fra questo porporato e il monastero suddetto, le monache ricorsero alla protezione dell’arciduca, che, còlta la opportunità, si costituì loro avvocato e sottrasse quel convento alla ubbidienza del signore legittimo.

In questo medesimo anno 1204, il vescovo Corrado con un onesto componimento procurò di dar fine alla nojosa differenza del dazio di Torbole e di Arco, che lo aveva esposto ad un’aperta rottura col Comune di Verona, accorso a sostenere Odorico di Arco suo confederato, il quale aveva ottenuto la facoltà di erigerlo da Filippo re dei Romani, a danno del Vescovato. [p. 54 modifica]L’intento riuscì al vescovo nostro felicemente, avendo obbligato Drudo Marcellino, podestà di Verona, in nome di tutti gli interessati, a promettergli che Odorico d’Arco nulla esigerebbe per l’avvenire di detto dazio, finchè la causa non fosse giudicata nella curia del vescovo, di cui egli era vassallo; colla rimessa di tutte le ostilità, danni e saccheggi sofferti dai soldati vescovili 138.

Nello stesso anno fu terminata la lite vertente tra la Comunità di Trento e quella di Fajo, per l’affitto annuo di certa quantità di formaggio, che gli uomini di Fajo aveano a livello sul monte di Gaza; essendo stato deciso che il suddetto formaggio fosse per l’avvenire contribuito alla credenza del vescovo 139.

Indefesso a promuovere i vantaggi della sua chiesa, il vescovo Corrado ricuperò non pochi castelli e terre e diritti ai predecessori suoi con male arti usurpati; perlochè crebbe a tanta riputazione, che dal papa Innocenzo III fu giudicato attissimo a rintegrare anco altre chiese spogliate. Lo delegò ad adoperarsi affinchè alcuni cittadini di Treviso restituissero ad essa chiesa alcuni feudi ecclesiastici indebitamente alienati; e il vescovo nostro seppe condurre la cosa a buon termine140.

Ai tempi del vescovo Corrado fioriva un arcidiacono di Trento, al quale San Tommaso d’Aquino indirizzò [p. 55 modifica]gli opuscoli XXIII e XXIV intorno alle decretali d’Innocenzo III, concernenti il mistero ineffabile della Trinità 141.

Ridotte a buon fine tante cose di sommo momento, il vescovo Corrado, tediato non meno delle vanità del mondo, che stanco dei travagli sofferti nella sua lunga e spinosa reggenza, si recò nella valle dell’Enno, ed ivi nel borgo di Innsbruck, li 10 del mese di marzo dell’anno 1205, rinunciò il vescovato, colla dichiarazione che, avendo già spedito avviso al pontefice di questa sua risoluzione, alla venuta delle lettere dimissorie, i sudditi fossero sciolti dal giuramento di fedeltà, e si potesse liberamente eleggere il successore, ch’egli consigliava a non scegliere tra i canonici di Trento 142. Ciò fatto, per vivere a Dio ed a se stesso, si ritirò nel monastero di S. Giorgio, da lui restaurato, presso il borgo di Schwatz, nella valle dell’Enno. L’unica taccia che a sì gran principe si può dare, si è l’instabilità che dimostrò dopo la formale rinuncia del vescovato. Imperciocché, appena assaggiato il ritiro, pensò di risalire al trono d’onde era sceso spontaneamente. A quest’effetto ricorse al pontefice Innocenzo III, e procurò di mettere la rinuncia in questione; ma tutto indarno. Mutata avendo volontariamente fortuna, il credito grande, che di lui si aveva, svanì in un lampo; [p. 56 modifica]nè più gli fu possibile riacquistare il deposto officio. I canonici e i magistrati della città di Trento, entrati per tale rinuncia nell’amministrazione temporale e spirituale del Principato, e vogliosi di nuovo governo, di conserva con Adalberto conte del Tirolo e avvocato della Chiesa, cui crearono podestà, si opposero risolutamente ad ogni tentativo di Corrado di riacquistare il ceduto dominio. Così trascorsero quasi due anni, allorché giunto il breve di papa Innocenzo, col quale imponeva a Corrado di desistere dalle sue pretese 143 e al Capitolo di Trento di eleggersi un nuovo pastore, cadde la scelta di esso sopra Federico di Wanga, li 9 Agosto 1207, in presenza di due delegati pontificii che a nome della Santa Sede lo confermarono 144. Ricevette poscia la investitura del temporale dominio personalmente da Filippo re dei Romani, che trovavasi in Norimberga, li 4 novembre dell’anno medesimo, e nel giorno 18 di quel mese pigliò possesso del principato; essendo la sua consacrazione seguita un anno più tardi.

Una delle prime sue cure fu quella di mettere fine alle controversie, che da alcun tempo vertivano tra i vescovi di Trento e i conti del Tirolo, aventi giurisdizione promiscua in Bolzano. Il vescovo Federico convenne con Adalberto conte del Tirolo di riunire la reciproca giurisdizione nel gastaldo episcopale residente in Formiano, il quale sarebbe anche giudice del conte [p. 57 modifica]in Bolgiano. Si stabilì, oltreciò, la partizione del provento delle tasse giudiziarie e delle condanne; rimanendo al solo conte i diritti di punire i malfattori e di determinare i pesi e le misure nel borgo e nel territorio di Bolgiano 145.

Recatosi Federico in Augusta presso il re Ottone IV, ottenne da lui per sentenza dei 13 gennajo 1208, che, sposando un uomo del vescovo una donna libera, i nati da quel matrimonio rimanessero nella condizione del padre; che nessun ministeriale potesse alienare i suoi beni patrimoniali ο feudali senza licenza del suo signore; che per l’erezione d’un nuovo dazio fosse necessario il consenso del re; che il re debba confermare il bando di qualunque malfattore, pronunziato dal vescovo, se questi ne può provare i reati con sette testimoni; e in forza di ciò, il re mette al bando dell’Impero Adalberto e fratelli, Arnoldo di Mezzotedesco e suo figlio, Ruggiero di Livo, Ulrico di Beseno, Enrico Grassi, Enrico dalla Porta, Andrea e Bertoldo di Borgonuovo, Enrico di Bolzano, Guitoldo e Bonaventura, e i figli Moscardi e tutti i lor complici 146. Da quest’ultimo punto si può facilmente congetturare, che i Trentini ed alcuni vassalli del Principato fossero insorti contro Federico.

Ai venti di gennajo dello stess’anno, il nostro vescovo, intento a rivendicare i diritti feudali della sua chiesa, incaricò un Mediocano di Mori a pigliare possesso [p. 58 modifica]sesso del feudo, che un Guarimbertino di Mori avea venduto senza licenza del vescovo147.

Ai 28 di febbrajo del 1208, Enghelpreto, figlio di Ottone di Beseno, vendette al vescovo Federico per seimila lire veronesi la sua metà del castello colla nuova torre, e tutti i suoi poderi nella parocchia di Beseno e in Folgaria, coll’avvocazia, le decime e il ripatico di Volano, col patto che il vescovo non possa alienare alcuno di questi beni fuori della diocesi; e il giorno 3 di marzo, Borsa di Castelnuovo pose il vescovo in possesso dei beni da lui comperati148.

Li 10 di aprile dello stess’anno, Jacopino della Saviola di Riva e donna Letizia sua moglie, figlia di Ottone di Stenico, viventi a legge romana, investono, a titolo di locazione perpetua, Alberto di Bozzone di Stenico di tutti i loro possedimenti nel castello e nella villa di Stenico, nelle pievi di Banale, di Bleggio e di Lomaso, verso una retribuzione annuale di otto some di grano149. E il dì otto di maggio, un Burcardo Savorini vendette al vescovo Federico per 400 lire veronesi una sua casa allodiale presso la porta Oriola in Trento150.

Nel luglio del 1208 fu ventilata la causa dell’appartenenza dei villici di Covelo tra il vescovo Federico e i signori di Terlago; e fu aggiudicata a questi ultimi151. [p. 59 modifica]

Li 6 di agosto 1208, il vescovo Federico, dimorando nel castello di Stenico, investiva quelli di Riva dei loro feudi diretti, posseduti da essi e dai loro antecessori, prima che il vescovo Corrado rinunciasse il dominio della sua chiesa 152.

Li 13 settembre 1208, il vescovo Federico costituì un affitto nella villa di Terzolasio, che un Bertoldino notaro di quel luogo doveva pagare a lui o al suo gastaldo Artovico di Cagnò; e nell’ottobre dello stesso anno, un Rambaldo di Preti, a nome proprio e dei fratelli, rassegnò nelle mani del vescovo Federico tutta la sua parte della casa e della torre situate nella città di Trento, innanzi alla casa di Enrico Grassi, pel prezzo di 140 marche trentine d’argento e venti lire di moneta veronese. Il vescovo vendette poi questa proprietà a Petarino, zio dei cedenti 153.

Li 4 novembre del medesimo anno, donna Sofia, moglie di Ulrico di Fossalta, volendo vendere tutti i suoi beni e poderi che aveva in Trento e nelle adjacenze, costituisce procuratore a quest’uopo il suo cognato Lodovico di Straso 154.

Li 18 dicembre 1208 comparvero in Trento, dinanzi ad Enrico giudice della Curia di Trento, i sindaci del comune di Vicolo Baselga, lagnandosi che gli uomini del comune di Vezzano turbavano i loro diritti sul monte di Arano, e adoperavano persino violenza. [p. 60 modifica]I sindaci di Vezzano, ivi presenti, rispondevano essere il monte Arano un loro allodio da sessanta e più anni, e avere perciò propugnate le proprie ragioni nei modi più acconci. Uditi i testimoni d’ambe le parti e letti gli istrumenti rispettivi, il giudice pronunciava spettare agli uomini di Baselga l’uso del monte di Arano, e ingiungeva a quei di Vezzano di lasciarli tranquilli nel loro possesso. Il vescovo confermò tosto la sentenza del giudice 155. Sembra che Federico, che finora si sottoscrisse sempre eletto di Trento, fosse nel 1209 stato consacrato, trovandosi nelle carte pubbliche da quest’anno in poi firmato col titolo di Vescovo di Trento. E come tale apparisce la prima volta in un documento dell’archivio vescovile relativo alla concessione della pesca nel lago di Romagnano, data ai figli di Ottone il ricco, cittadini di Trento 156. Il dì 1.° di marzo 1209 un certo Trentino Polenta cedette due pezze di terra, che aveva in feudo, al vescovo Federico che poi gliele concesse ad allodio, dandogli di giunta 50 lire veronesi. E di ricambio il Polenta investì il vescovo di tutti i casali giacenti nella sua tenuta di Borgo 157. Ai dì 9 di maggio dell’anno medesimo, a richiesta del decano Turco, agente in nome del vescovo, fu da Briano di Castelbarco pronunciato un laudo intorno alla prescrizione dell’investiture feudali; dichiarandosi in esso, che il feudo ricadeva al signore diretto, se il vassallo [p. 61 modifica]ommetteva di farsene investire dentro il termine di un anno e di un giorno158.

Li 21 di luglio 1209, il vescovo Federico investiva i sindaci e procuratori del Comune di Trento, del diritto esclusivo di compera e di vendita della pece e del legname provenienti dai luoghi superiori alla suddetta città, riserbandosi il vescovo di procurarsi e pece e legne pel suo bisogno, dovunque gli piaccia. Dal canto suo, il Comune di Trento retribuiva al vescovo la metà del guadagno ritratto da questa privativa; ma tutte le spese dovevano esser comuni159.

Nell’agosto dell’anno medesimo, Ottone IV re dei Romani confirmava al conte Odorico di Arco l’investitura del feudo concesso a suo padre e allo zio dall’imperatore Federico nel 1164160. E ai 5 novembre 1209, il vescovo Federico, in presenza di Bertoldo suo vicedomino e di Adelpreto conte del Tirolo, investì i fratelli Adalberone e Bertoldo di Wanga del dosso e della costa di Lanchecco colle sue pertinenze, affinchè vi edifichino un castello, da essere sempre aperto al vescovo e ai suoi successori. In ricambio, i suddetti fratelli cedono al vescovo un loro vignale nei dintorni di Bolgiano161. Da alcuni documenti risulta che il vescovo nostro nei mesi di settembre e di ottobre di quest’anno si assentasse dal suo Vescovato per [p. 62 modifica]accompagnare il re Ottone che si era recato a Roma, onde ricevere la corona imperiale. Ma intanto nel Trentino continuava la insurrezione di cittadini e vassalli, e tra questi si distinguevano i signori di Arco collegati coi veronesi, e coi bresciani, e i signori di Beseno uniti coi vicentini. Il vescovo si assicurò l’ajuto dei Sindaci di Trento, del conte del Tirolo, e de’ suoi proprii parenti; e riusci a reprimere la ribellione. I primi ad assoggettarsi e a giurargli obbedienza furono i signori di Beseno. Ulrico, figlio di Peregrino di Beseno, li 28 maggio 1210, ebbe l’assoluzione dal bando, e fu rimesso in tutti i suoi diritti e possessi, col patto che sia demolita la torre del castello di Beseno e riattate le vie distrutte, e rinunciato al credito verso il vescovo di 400 lire veronesi162. In questa stessa occasione si riconciliarono col signor di Beseno anche il conte del Tirolo e gli altri alleati del vescovo, promettendosi vicendevole oblio delle violenze passate.

Gli altri ribelli, percorrendo la Valsugana, aveano disertato varii possedimenti dei signori di Caldonazzo, preso castelli, saccheggiato comunità, e occupata la rocca di Povo, dalla quale minacciavano Trento. Il vescovo stesso si portò ad assediare coi suoi fedeli il castello. Il comune di Povo, a cui spettava la rocca furtivamente occupata dai rivoltosi, temendo che il vescovo la volesse distruggere, mandò suoi delegati a promettergli di fabbricargli a proprie spese entro un anno una casa munita ossia fortilizio degno di lui; ma [p. 63 modifica]Federico li assicurò che, riacquistato il castello, non lo avrebbe demolito, ma reso senza frode alla medesima comunità163. Chiamati intanto a consulta i pari della sua curia, fu di comune consenso deciso di citare avanti il tribunale del vescovo e principe tutti i ribelli, con termine perentorio; trascorso il quale, e niun comparendo, fosse fulminata contro di loro la sentenza di lesa maestà, che li avrebbe privati dei beni e sottoposti a bando perpetuo. Caduti i ribelli in contumacia, i beni allodiali di parecchi di quelli furon venduti, onde supplire con una parte di essi alle spese di guerra e coll’altra a satisfare ai creditori dei medesimi rei; mentre con una porzione dei beni feudali lor confiscati vennero rimunerati i più benemeriti seguaci del vescovo; il quale continuava alacremente l’assedio del castello di Povo. Arnoldo Moscardino, Bertoldo di Borgonuovo, Enrico di Ottone Grassi, capi dei congiurati, vedendo ridursi le cose loro all’estremo, uscirono dal castello e si resero a discrezione. Il vescovo, mite di sua natura, udito il consiglio della sua curia, li riprese in grazia, promise di adoperarsi a fargli sciogliere dal bando imperiale, restituì loro i feudi e beni confiscati, ad eccezione di quelli che furono già alienati, e la porzione loro spettante sui proventi delle miniere, detratte le spese. Dal canto loro, gli amnistiati obbligaronsi di restituire i rapiti cavalli a Guglielmino di Caldonazzo, e di riparare i danni commessi nel castello di Povo e contro persone non soggette all’immediata autorità del [p. 64 modifica]vescovo, rinunziando alle ingiuste pretese sulla metà dei prati di Sacco, e promettendo di non più ristaurare le torri e fortificazioni sopra le vie, demolite nella passala rivolta. A quest’atto di riconciliazione presero parte, per quanto li riguardava, anche il conte del Tirolo e il Comune di Trento164.

Poco dopo ebbe pur luogo l’accordo fra il vescovo nostro ed Ulrico signore di Arco. In presenza di quasi tutta la nobiltà del paese, il conte Ulrico rinunziò alla somma di tre a quattromila lire veronesi che pretendeva dalla Camera vescovile, e ne restituiva i pegni. Egli si obbligava oltreciò di distruggere i molini sul Sarca, coi quali impediva la pesca; di consegnare al vescovo, affinchè lo impieghi a beneficio della sua Chiesa, il danaro estorto agli uomini della Valle di Ledro; di far demolire le forche levate presso Arco, di non esercitare altra giurisdizione civile e criminale che sulla propria gente, e di manifestare tutti i suoi privilegi di esenzione dai dazii, od altre prerogative; di giurare, assieme ai fratelli, vassallaggio al vescovo. Il quale, in ricambio, gli condonava le ingiurie sofferte e gli indennizzi che ne poteva richiedere; col patto però che non facesse più lega coi Comuni di Verona e di Brescia165.

Messo in calma e sicurezza lo stato, il vescovo Federico rivolse le sue cure a ricuperare i diritti perduti su molti beni del Vescovato e ad acquistarne di [p. 65 modifica]nuovi. Per la somma di cento lire veronesi rilasciò a un Giovannone di Comasine tutte le servitù cui era tenuto, tranne il reddito di una bella pecora e d’un moggio di biada; promettendo al vescovo con giuramento di non sottrarsi giammai alla sua sudditanza166. Stabilì che i Bolgianesi dovessero pagare alla Camera vescovile la gabella del vino, estranio al paese, che si conducesse ο vendesse nel loro distretto167; ottenne dal conte Ulrico di Ulten la cessione della sua parte del castello di Tenno, con tutte le ragioni e proventi; dandogli in cambio le possidenze della mensa vescovile in Fulano, a titolo di feudo, colla rendita assicurata di 150 libbre di moneta veronese168.

Li 16 novembre dello stess’anno 1210, Enghelpreto di Beseno restituì ai suoi signori diretti, i conti Enrico ed Ulrico di Eppan, i feudi di Beseno, Volano Folgaria, colla condizione di investirne il vescovo di Trento; il che avvenne tosto per istrumento pubblico169. Li 28 dello stesso mese, Samuele, figlio di Gualcone dei Rubatasca, vendette al vescovo Federico per 500 lire veronesi una casa murata in Trento, in capo al ponte sull’Adige, coi casali e il molino, e la decima di Muralta170. Ai 2 dicembre di quest’anno, il vescovo Federico investì un certo Capa e suo figlio Torrisino da Mori del diritto di gentilità, vale a dire di [p. 66 modifica]dipendenza dalla sola giurisdizione vescovile, come le altre persone libere e nobili; imponendo loro il giuramento feudale e l’obbligo di accompagnarlo a cavallo, ad ogni richiesta171.

Nell’anno seguente 1211 il vescovo Federico esigeva dalla comunità di Tenno il giuramento di fedeltà172; e agli 8 di gennajo dello stesso anno, collo sborso di 900 lire veronesi, ricuperava altra porzione del castello di Beseno, ossia le parti spettanti ad ognuna delle quattro sorelle, Adelaide, Sofia, Lucarda e Gisla, da Lodovico di Strasso, marito della prima, e comune loro procuratore; unendole ad altra porzione da esso vescovo comperata nel 1208. Con tale acquisto egli si rese padrone di tutto il castello, a riserva della quinta parte, spettante alla quinta sorella, maritata con Giovanni da Pergine. All’accennato istromento furono presenti, quai testimonii, il conte Reginardo di Gorizia, Adelpreto conte del Tirolo, Ezelino da Romano, ed altri di minor conto173. E a questo proposito, non sia discaro al lettore l’intendere, che il castello di Beseno, con grande dispendio redento dal vescovo Federico, per le vicende consecutive, poco favorevoli alla Chiesa di Trento, fu poi concesso in feudo a una famiglia che si nomò da esso, la quale nel 1303-1304 lo vendette, assieme a quello della Pietra, a Guglielmo di Castelbarco, e da questo fu tramandato ai suoi posteri, [p. 67 modifica]che sempre lo riconobbero in feudo dalla Chiesa trentina. Estinta quella linea della famiglia Castrobarcense, pervenne in potere dell’arciduca Sigismondo, conte del Tirolo, il quale nel 1470 lo rinunciò nelle mani del vescovo Hinderbach, a favore però di Jacopo Trapp, suo famigliare, a cui l’anno 1490, il vescovo Udalrico di Frundsberg spedì l’investitura per sè e per gli eredi, nei quali continua tuttora.

Nel medesimo anno 1211, il vescovo Federico concesse a Briano di Castelbarco la licenza di erigere una casa murata presso la chiesa della villa di Brentonico, col patto che egli distruggesse un’altra sua casa parimente murata, detta il castello Leone, e tenesse disposto il nuovo fortilizio a tutti i negozii del Vescovato174.

In questo stesso anno, a maggiore sovvenimento dei poveri pellegrinanti, il pietoso nostro prelato aumentava le rendite dello spedale eretto sul monte di Ritten, sopra Bolgiano, aggiungendovi la parocchia di S. Lucia di Ritten colle ordinarie sue entrate, sotto varie condizioni che ne dovevano assicurare il benessere175.

Ad alcune persone di Tueno confermava il privilegio loro accordato dal vescovo Altemanno, in forza del quale erano esenti dal fodro e dall’arimannia, e solamente soggetti al foro del vescovo ο del suo [p. 68 modifica]vicedomino, non a quello dei gastaldi o d’altri ministeriali; nè al vescovo stesso era lecito d’infeudarli o alienarli fuori del Vescovato. Ma essi perdevano questo lor privilegio e tutti i loro beni se pigliavano ancelle estranee o passavano ai servigi d’altro signore176. E agli abitanti di Bolgiano proibiva, sotto pena di mille lire, farsi di milite ο cavaliere ο di vendere a un milite la propria casa177.

Agli otto di luglio 1211 il conte Ulrico di Eppan, in proprio nome e del figlio Bertoldo, cedeva al vescovo Federico la sua porzione del castello di Tenno, con tutti i suoi feudi in quel distretto, verso investitura di varii stabili e prodotti naturali appartenenti alla Mensa episcopale di Trento178.

Nel marzo del 1212 concedeva il nostro vescovo ad Ulrico dì Nomi il diritto di fabbricare un molino sull'Adige, però col patto che non nuocesse alla navigazione o al tragitto delle persone e delle merci pel fiume all’attigua campagna di Volano179; e nel maggio ricuperava da un Guitoldo e da suo nipote Milone certi beni feudali ch’essi possedevano in Matarello, mediante lo sborso di 900 lire180. Nello stesso mese diede in custodia feudale a Peregrino, figlio di Alberto di Stenico il castello di questo nome, a condizione che, se usasse alcuna frode o tradisse il principe signore, [p. 69 modifica]perdesse tutto ciò che di allodiale possedeva in Trento e nella pieve di Stenico181.

Il vescovo Federico, per estinguere certo debito contratto coi Bresciani da Corrado suo predecessore, prese dagli abitanti di Rendena 3300 lire veronesi, concedendo loro in ricambio parecchie esenzioni e prerogative182. Ai 28 di marzo di quest’anno, Manfredo de Salis, canonico di Brescia, e Milone di San Gervasio e suo figlio Oprando, e Orichetto ed Ugo de Salis rimisero al vescovo Federico il loro feudo in Tignale e ogni diritto che avevano verso esso vescovo e la sua Chiesa, eccettuato il feudo episcopale di due marche annue d’argento e cento soldi imperiali, pei quali fu loro impegnato il ripatico di Riva e il feudo di Bagolino183. Con istromento dei 16 luglio dello stess’anno fu ceduto al vescovo Federico da Bertoldo fratello di Petarino, la casa, già di Gualcone, in capo al ponte sull’Adige in Trento184; e nel mese medesimo seguì la solenne manifestazione delle rendite che godeva in Ala la Camera vescovile, colla descrizione dei singoli principeschi diritti185.

Intorno a questo medesimo tempo, il nostro vescovo Federico fece fare a sue spese il coro della cattedrale di S. Vigilio, le cui sacre ossa collocò in onorevole avello di pietra viva; perfezionò la detta basilica [p. 70 modifica]all’interno e all’esterno con aggiunte ed abbellimenti marmorei, maestrevolmente scolpiti; rinnovò il palazzo vescovile vicino al duomo, che fu poi convertito in residenza del podestà, e restaurò l’altare e la cappella contigua di S. Biagio186.

Ai 14 di novembre 1212, Guitoldo di Trento e suo nipote Milone vendettero al nostro vescovo per 2250 lire veronesi la metà del castello di Gardolo187.

Nel 1213, il vescovo Federico di Wanga, in virtù de’ suoi meriti, fu dall’imperatore Federico II eletto Legato della corte imperiale e suo Vicario in Italia; la quale carica molto conspicua esercitò con approvazione universale, durante i pochi anni di vita che gli rimasero188.

Già nel 1208, il vescovo Federico avea pubblicali certi regolamenti ο statuti intorno allo scavo delle miniere nei monti prossimi a Trento, che sono i più antichi che si conoscano nell’Europa189, In quest’anno 1213 aggiunse altri ordini per le miniere del monte Vaccino, colla congrua distribuzione dei lavorieri e dei siti a tutti coloro che in esse avevano qualche interesse o ragione190. Di quest’anno ritrovansi pure due laudamenti o decisioni; la prima delle quali riguarda la cultura dei masi e loro coloni, l’altra i feudi [p. 71 modifica]illegalmente venduti191. Ai 12 di luglio dell’anno medesimo, Adelpreto, figlio di Ulrico di Arco, giurata fedeltà al vescovo Federico, veniva da lui investito del suo feudo diretto192; e ai 16 d’agosto, Corrado, sacerdote di Terzolasio, nella valle di Sole, unitamente a sua moglie Ermengarda, rassegna tutti i suoi beni mobili e immobili nelle mani del Vescovo, che ne lo investe, liberandolo da ogni gabella e da ogni altra giurisdizione, fuor quella del vescovo o del vicedomino, per se e pei suoi eredi; ma per le figlie Ermengarda e Inghenesa, col patto espresso che non si maritino fuori del Principato193.

Ai 4 di gennajo 1214, Federico intimava a Pecorario di Roccabruna e a suo nipote Enrico, e ai fratelli Gabriele e Marsilio di Fornace, di dichiarare i diritti loro spettanti sul castello di Roccabruna. Ciò fatto, e promesso di tener quella rocca sempre aperta ai voleri del vescovo, sotto pena di cento marche d’argento, questi ne rinnova loro la investitura194. Nello stess’anno, Federico investiva i conti Odorico e Gabriele di Flavone dell’avvocazia del monastero di Sonnenburgo, loro dovuta in virtù della fondazione di esso fatta dai loro progenitori195.

Li 7 del mese di gennajo 1214, Federico, disponendosi al viaggio verso la corte imperiale, onde [p. 72 modifica]procurare nuovi vantaggi alla sua Chiesa, contrasse, sopra la zecca del Vescovato, un debito di duemila lire veronesi, che gli sborsarono Alberto di Sellano, Riprandino dei Ricchi ed Odorico Rambaldi. Egli investì i suddetti creditori delle rendite della zecca, delle quali si riservava lire duecento annuali, fino all’estinzione del debito196. Giunto in Augusta, ove trovavasi la corte imperiale, ottenne da Federico II imperatore la solenne dichiarazione o sentenza a favore del Vescovato contro i suoi feudatarii negligenti o contumaci in ricevere la rinnovazione delle investiture feudali; avendo nel mese di febbrajo, prima di sua partenza, rinnovata di consenso del Capitolo l’investitura di Preore a Peregrino di Stenico, figlio di Alberto, colla facoltà di poter trasferire i beni di detto feudo ad uso della comunità di Preore, come di fatto seguì197. Questa Comunità riconosce tuttora quei beni dal Capitolo di Trento, al quale annualmente è tenuta di corrispondere 12 lire di Merano, oltre l’obbligo di aver sempre pronti due giurati in servigio capitolare198. La rinnovazione poi della feudale investitura le viene spedita ogni ventesimonono anno; e in tale congiuntura la detta Comunità deve contribuire a ciascuno dei canonici residenti venticinque libbre di buon formaggio, con un ducato d’oro alla fabbrica di S. Vigilio. [p. 73 modifica]

Siccome, mentre il nostro Vescovo dimorava in Augusta, vi fu convocata la Dieta imperiale, egli v’intervenne assieme a Corrado vescovo di Bressanone ed altri principi dell’Impero. Finita questa, si congedò dall’imperatore, bramoso di rivedere la sua chiesa e di dar sesto ad alcuni affari. Appena giunto in Trento, col consiglio e coll’opera di un sacerdote Giovanni da Mori, fabbricò e dotò tra Ala e Marco l’ospitale di Santa Margherita, nel luogo detto Terrabuso; volendo che per l’avvenire si chiamasse delle Fonti. Dichiarato indipendente dalla giurisdizione dell’Arciprete e solo soggetto a quella del vescovo, cotesto ospitale, convertito in beneficio semplice manuale, fu nel secolo XVI dal cardinale Lodovico Madruzzo unito al Seminario di Trento, che tuttavia lo possiede199.

Nel medesimo anno 1214, per consiglio e consenso del suo Capitolo, volle immune e libero da ogni colletta l’ospitale sul monte Reteno (Ritten), avendolo assoggettalo alla giurisdizione esclusiva dell’ordinario200.

Nel detto anno, agli statuti delle miniere del Vescovato pubblicati nel 1208 aggiunse Federico altri regolamenti, richiesti dalle emergenze dei tempi201; e fece una convenzione con Giovanni decano, con Bresciano e con Toso ed altri vicini di Vigolo, in virtù della quale tutti si obbligarono di alzare a loro spese [p. 74 modifica]le mura del castello di Vigolo nel termine di tre anni, e di custodirlo in buona e valida forma; e in ricambio, Federico li investiva coi loro eredi del detto castello, riservando a se e a’ successori il diritto di apertura e quello di mettervi un suo gastaldo, che di conserva con essi lo custodisse202.

Dell’anno medesimo sono: una permuta fatta dal vescovo Federico di un podere della mensa vescovile in Pizzago con una casa ed una calcara o fossa di calce appartenenti a Reginaldo e Rambaldo di Santa Croce203; una ricuperazione dei diritti sopra certi stabili o masi nel distretto di Thisens e di Eppan, posseduti da donna Elica di Eppan, mediante lo sborso di cento lire veronesi204; una concessione a Giovanni converso di S. Tommaso di Romeno di un certo Domenico Peverello, servo vescovile, affinchè questi ed i suoi eredi servissero perpetuamente ai bisogni della chiesa e dell’ospizio di Romeno, il quale ospizio fu poi nel 1261, dal vescovo Egnone dichiarato libero da ogni aggravio comunale205; un accordo fatto dal vescovo colla Comunità di Termeno, pel quale essa obbligavasi di costruire una rocca sul dosso di Castellazzo, con tre baluardi, e di dare al vescovo un luogo adattato per fabbricarvi un palazzo con cappella e cantina, assieme al diritto di nominarsi in tempo di guerra [p. 75 modifica]il guardiano, e di mettervi i proprii soldati, con obbligo ai Termenesi di custodirlo, e con altri patti di minore importanza206.

Nel seguente anno 1215, onde levare le insorte discrepanze ed impedirne di nuove, fu eseguita la designazione legale dei beni della Comunità di Pergine207. Nello stesso anno, avendo Tebaldo dei Turrisendi ceduto al vescovo Federico ogni suo diritto che teneva sopra la chiesa e l’ospitale di Leonardo, posti nelle pertinenze di Ala, il nostro prelato ne investì l’Ordine dei Crociferi, sotto certi patti e coll’espressa riserva dell’avvocazia208. Soppresso poi, tre secoli dopo, il suddetto Ordine, di esso pio luogo fu eretto un Priorato, che tuttora continua.

A questo stesso anno appartengono i documenti: di rinuncia di tre masi in Placers, situati nella pieve di Thisens, fatta al vescovo nostro dai fratelli Odorico e Teodorico Veissi di Eppan209; di rilevazione legale dell’investitura di Castel Selva di Levico, infeudato dal vescovo Salomone a Corradino di Caldonazzo210; di precetto agli uomini di Ossana di tenere coperto il castello di questo nome, secondo il debito loro; nella quale occasione si rinnovarono molte investiture enfiteutiche, mediante Pietro di Malosco, vicedomino episcopale211; [p. 76 modifica]d’investitura della chiesa di Kirchenthor, nella diocesi di Frisinga, data dal vescovo nostro ad Ulrico abbate del monastero Rottense, coll’obbligo dell’ufficiatura e con tutti gli emolumenti ad essa spettanti212; di un laudo o sentenza a favore del vescovo di Trento e contro Guglielmo di Velthurns sulla proprietà dell’ospitale di Ritten213; di vendita fatta da Vezilo ed Ulrico di Caldonazzo al vescovo nostro, per 125 lire veronesi, di tutte le loro ragioni e proventi sul dosso di Costa Cartura in Folgaria; vendita confermata, per parte loro, anche dalle Comunità di Bosentino e di Mugazzone214; di livello o d’annua contribuzione promessa da Gualberto di Tajo al rettore della chiesa di San Romedio, per certa pezza di terra di ragione di quell’oratorio215.

Nel 1216, il vescovo Federico si recò un’altra volta in Germania presso la corte imperiale, per assistere alla Dieta di Norimberga.

Nel suddetto anno spedì a Federico, a Jacopino e ad Ottolino di Civezzano la rinnovazione dell’investitura feudale del castello del Bosco, cogli stessi patti, coi quali fu dato in feudo dal vescovo Alberto nel 1187 al loro padre, Pietro di Civezzano216. Ai 7 di marzo dello Stesso anno, per ordine di Federico, fu fatta la [p. 77 modifica]legale manifestazione delle ragioni vescovili intorno al ripatico dell’Adige, ossia tassa della terza parte dei lucri ritratti dalle zattere e dalle barche che discendevano pel detto fiume. Cotesto diritto soleva locarsi per lire veronesi 1800217. In questo medesimo anno 1216 il nostro vescovo diede licenza a Rodolfo Scancio, figlio di Federico dalla Corte, di fabbricare in qualunque luogo dei suoi allodiali, esistenti nel distretto di Segonzano, un castello con una casa fortificata o da battaglia (de municione sive de batalla) investendone il proprietario a titolo di feudo oblato, coll’inibizione di darvi ricovero a ladri, a falsarii, a banditi218.

Ad Ulrico ed Enrico di Bolgiano il vescovo nostro concedette nei primi mesi di quest’anno il monte appellato di Costa Cartura, da Folgaria fino a Centa, affinchè vi fondassero venti e più masi o corti, e vi conducessero dei buoni lavoratori, fra i quali si dividesse il terreno da dissodare e di cui questi dovessero pagare al vescovo un affitto proporzionale. A compenso di tale servizio, il vescovo infeudava i fratelli Enrico ed Ulrico di due dei predetti masi219.

Enrichetto, figlio di Carboncino di Ala, richiesto dal nostro vescovo, dichiara di non avere intenzione di abbandonare il distretto di Ala per domiciliarsi fuori del Vescovato, ammenochè non fosse costretto a tal passo da aggravi o vessazioni insopportabili da parte [p. 78 modifica]del vescovo o de’ suoi ministri; e intanto assicura la esecuzione fedele della sua promessa sui proprii beni mobili e immobili220.

A quest’anno spettano inoltre i seguenti atti pubblici: una compera fatta dal vescovo per lire 80 di un broilo in Piedicastello, poco lontano dal monastero di S. Lorenzo221; un laudo o sentenza fatta, per ordine del vescovo Federico, da Adelpreto di Madruzzo, che, nel caso di rifutazione d’una casa migliorata, il padrone diretto non sia tenuto di indennizzare il cedente dei miglioramenti in essa praticati; e perciò Ottone, Ildebrando ed altri padroni utili del castello Firmiano, dovettero promettere che in avvenire non avrebbero in quel castello mutato nè torri, nè abitazioni, senza licenza del vescovo signore diretto222; una carta di rilievo o ricognizione dei diritti del Vescovato sopra il castello di Pratalia, in conseguenza della quale fu dimostrato, per testimonio dei più vecchi del luogo, che tutti gli abitanti, liberi o servi, d’Isera, di Brancolino, di Marano, di Follaso e di Roviano erano obbligati a immuragliare e custodire il castello suddetto, e che due casali di Ravazzone debbono fornire un manovale ad innalzare o restaurarne le mura, e che le malghe ed i fieni sui monti del distretto appartengono alle rispettive comunità223; i documenti di consecrazione delle chiese di S. Giorgio nella villa di Castello, di S. [p. 79 modifica]Lazzaro in Capriana, della curaziale di Moena, tutte nella valle di Fiemme, e di S. Maria di Senale nell’Anaunia superiore224.

Nel 1217, Federico fece pubblicare il laudo con cui dichiaravasi che, se un servo del Vescovato, dopo di aver negata la sua condizione servile, la confessasse, il vescovo abbia il diritto d’impossessarsi di tutto ciò che il detto servo tiene dalla Chiesa di S. Vigilio225. Nell’anno stesso, Gando di Porta Oriola convenne col nostro vescovo, che quando mai gli sborsasse lire 600, egli coi suoi eredi si obbligherebbe a restituire alla Chiesa il molino, che da essa riconosceva in feudo226. Ai 22 di luglio dell’anno medesimo il conte Ulrico di Eppan si accordò col vescovo Federico, che avrebbe prese a consegna in Tenno le 33 galete di oglio che il vescovo doveva retribuirgli annualmente in Magnano227. Il 23 dello stesso mese ed anno, i fratelli Jacopo, Roberto e Ottolino, figli di Oloradino di Enno, dopo essersi pacificati coi conti di Eppan per l’omicidio del conte Federico di quel casato, consegnano al vescovo nostro il castello e i fortilizii di Enno, e ne ricevono nuovamente l’investitura, previo lo sborso di mille lire da farsi al vescovo, in espiazione dell’omicidio228. Zuccone di Baldo, li 26 luglio dello stesso anno, paga al vescovo la multa di duecento lire [p. 80 modifica]veronesi per l’uccisione del figlio di Pietro da Mori, servo del Vescovato; oltreciò gli rimette la casa murata e il castello di Baldo, di cui viene poscia investito, assieme co’ suoi eredi229. Di questo stesso anno è pure il documento d’investitura di tutto il bosco in Curono a favore di un Martino di Termeno230.

Ai tre di gennajo del 1218, il vescovo Federico investì Benvenuta, Riccabona e Zermondia, figlie di Guglielmino del Pozzo, d’un maso situato in Tiarno, coll’obbligo di maritarsi con uomini liberi o del vescovo, e di pagargli l’affitto di quel podere231.

Essendosi nel gennajo del detto anno recato il nostro vescovo coi suoi fratelli a Norimberga, sottoscrisse con essi, in qualità di testimonio, a un diploma dell’imperatore Federico II. Si legge dell’anno medesimo un compromesso, fatto dal vescovo nostro, fra Ammolito abbate di S. Lorenzo e Rodolfo Zanchetta nella lite fra essi insorta per la costruzione di un molino presso l’acqua della Vela, nel luogo detto alla Molinara, che l’abbate impugnava come pregiudiciale al proprio, esistente in quelle vicinanze232. Ai 17 febbrajo dell’anno medesimo, il vescovo nostro dichiarò i figli di Oloradino di Enno, rei di uccisione del conte Federico di Eppan, decaduti dai diritti loro sugli uomini di Ermulo nella Naunia, e questi ultimi, colle servitù ed affitti consueti, d’ora in poi appartenenti alla [p. 81 modifica]Chiesa di S. Vigilio233. E ai 24 d’aprile dello stess’anno, un Ottolino da Feltre rinunciava a favore del nostro vescovo un feudo, che gli rendeva annualmente una marca d’argento234.

Ai 4 di giugno 1218, il vescovo Federico obbligò Aldrighetto ed Azzone di Castelbarco a giurare sugli evangelii di essere in avvenire fedeli non solo a lui, ma anche ai legittimi suoi successori, nell’occasione, che Briano, loro padre, li emancipava, alla sua presenza, dalla paterna potestà235. Nello stesso mese, per punire la fellonia commessa da Gabriele e Bonaccorso di Storo nella persona di Ottonello, pure di Storo, diede ordine a Jacopo di Borzaga, suo gastaldo in Riva, di pigliare possesso, a suo nome, d’una parte della torre e del castello di Lodrone236.

Nè qui dobbiamo ommettere, che il nostro vescovo, pontificando, usò il razionale; come lo prova il libro liturgico che si conserva nella sacristia della cattedrale, involto tutto in argento, in cui si vede rilevata l’effigie di Federico col pallio indosso, e al di dentro leggesi in gotico la formola solita recitarsi dal prelato che se ne veste, con la confessione, dalla quale risulta che il detto libro era ad uso dei vescovi di Trento237. Siamo pur certi che il vescovo Federico continuò il [p. 82 modifica]Dittico della Chiesa di Trento, cominciato da Udalrico II suo predecessore.

Queste sono le memorie più rimarchevoli, che, mediante pubblici e autentici documenti abbiamo saputo rintracciare intorno alle lodevoli azioni di si grande prelato. Da esse si manifesta abbastanza il di lui zelo a vantaggio del vescovato, la sua magnanimità congiunta a prudente economia; per cui, non ostanti i dispendiosi viaggi da lui intrapresi, e le molte turbolenze intestine, fu in grado d’illustrare la città di sua residenza di tante fabbriche, e fornire la mensa vescovile di nuovi redditi.

Dopo aver dunque questo buon pastore atteso per lo spazio di dodici anni alle cure dell’augusto suo ministero, divisò di approfittare della bella occasione che gli offriva il possesso preso di fresco dalla sacra lega dei principi cristiani d’una porzione di Terrasanta, ove si recò in compagnia del canonico Adelpreto di Ravenstein e di alcuni altri suoi famigliari. Solcati i mari e giunto in Palestina, visitò con gran divozione il sepolcro di Cristo e tutti quei santi luoghi; ma, mentre accingevasi a ritornare alla sua sede diletta, affranto dalle fatiche rese l’anima piena di meriti a Dio, in Accon o Tolomaide, sulle coste della Siria, ed ivi fu sepolto nella chiesa alemanna di S. Maria, li 6 novembre 1218. Il canonico suo compagno, reduce in Trento, vi portò la triste notizia238.

A Federico di Wanga nell’amministrazione del [p. 83 modifica]Principato di Trento successe l’anno 1219 Alberto III o Adelpreto, quello stesso che fu compagno al defunto vescovo nel suo viaggio di Palestina. Era egli di nazione tirolese, discendente dalla illustre famiglia dei Ravenstein, che abitava nel castello di questo nome sopra Bolgiano. Tornato da Augusta, ove s’era recato per l’investitura imperiale delle regalie, il nostro eletto, in una solenne adunanza de’ suoi vassalli, invitò Enrico giudice, figlio di Gherardo della Bella da Verona, a dichiarare i diritti ed i feudi ricevuti dalla Chiesa Trentina. Egli rispose di possedere il diritto feudale di far ragione nelle cause criminali a quelle persone, il giudicare le quali non ispettava alla Curia dei vassalli. Riconosciuta dai presenti la verità dell’esposto, il vescovo confermava Enrico della Bella nel suo grado di giudice e ne riceveva il giuramento di fedeltà239. Nel gennajo del 1220 il nostro vescovo procurò ed ottenne dall’imperatore Federico II un laudo o decreto col quale si stabiliva che, se ad alcuno, per avere violentemente oppressa una donna, fossero stati confiscati i beni, la confiscazione non dovesse estendersi ai beni feudali, che non potevansi diminuire o deteriorare contro la volontà del signore diretto240. Colla stessa sentenza fu proibito a ciascuno di dar ricetto, consiglio od ajuto a banditi, sotto gravissime pene. Nello stesso mese, avanti il vescovo eletto, col voto della maggior parte [p. 84 modifica]dei vassalli del Principato di Trento, Nicolò di Egna promulgò un laudo, in cui dichiarava che, se un feudatario vende il feudo o tutto o in parte, senza licenza dell’infeudante, il padrone del feudo possa andare al possesso della porzione venduta241. Nel giugno dell’anno medesimo investì feudalmente d’un maso in Curtazza i fratelli Montenario e Gonselmo per varii servigi da loro fatti alla Chiesa di Trento, e specialmente per avere prestate 470 lire veronesi al vescovo Federico di Wanga, quando crocesegnato si portò in Terrasanta, ed altre 130 ad esso vescovo Alberto242.

Avvisato che Federico imperatore era in procinto di imprendere il viaggio di Roma per farvisi incoronare, il nostro vescovo convocò i vassalli del Principato, fra i quali intervennero i conti del Tirolo e di Ulten, affine di trattare con essi della quota che a tale scopo doveva ciascuno contribuire. Il vescovo comandava che ogni columello presentasse un soldato per l’accompagnamento di Cesare243. Nel luglio del 1220, i tre figli di Ottobono di Bellastilla rassegnano al vescovo nostro la loro casa munita con torre nel borgo di Riva, e la ricevono subito in feudo maschile e femminile; col patto però che i maschi non piglino moglie fuori della giurisdizione del Vescovato244. [p. 85 modifica]

Da un Odorico conte di Eppan, fu pronunciato, a richiesta del nostro vescovo, un laudo contro i vassalli mancanti alle proprie incombenze245. Un altro solenne laudo, a petizione di Alberto, fu pronunciato nell’agosto dello stess’anno, in presenza del conte del Tirolo, col quale si dichiarava, tutte le regolanerie maggiori dei castelli e delle campagne essere vero feudo della Chiesa, e doversi sempre esercitare dai maschi246. Il primo di settembre 1220, i figli di Alberto Buonvicino confessano essere loro stato ingiunto, per sentenza della Curia dei vassalli, di demolire la torre di Ponale, presso Riva, che aveano eretta contro la volontà del vescovo Federico; e perciò ne rassegnano tutti i diritti al vescovo Alberto. Il quale, per intercessione di parecchi suoi famigliari e vassalli, concede loro in feudo la stessa torre, per sè e successori maschili, e in difetto di questi, anche ai femminili, col patto di tenerla sempre aperta ai suoi comandi247. Ai 9 dello stesso mese, il vescovo Alberto confermò agli uomini di Ermulo nell’Anaunia il privilegio loro concesso dal vescovo Federico, in virtù del quale essi erano unicamente soggetti alla giurisdizione vescovile248. Li 15 di settembre, avendo il nostro vescovo riconosciuto che gli uomini di Grumeso nell’Anaunia possedevano il privilegio d’esser soggetti solamente al principe ecclesiastico, egli [p. 86 modifica]ritira ed annulla il decreto con cui gli stessi uomini erano dati in feudo a Nicolò signore di Egna249.

Nello stesso anno 1220, il vescovo Alberto accompagnava l’imperatore Federico II nel viaggio di Roma, e in questa occasione fu presente, qual testimonio, al diploma cesareo relativo alle terre della Contessa Matilde250; e dalle vicinanze dell’alma città spedì ad Adalberone e Bertoldo di Wanga l’investitura feudale di tutta la corte, casa ed orto, situati in Trento in capo al ponte sull’Adige, come pure di un molino prossimo ad essi251. Nel dicembre dello stesso anno, tra gli uomini di Bosentino, Mugazzone e Vattaro fu fatta una convenzione intorno il buono regolamento e la difesa del castello da loro posseduto per indiviso, confermata da un certo Contollo, gastaldo del vescovo252. A quest’anno ancora si aspetta ciò che narra Francesco Harold del beato Cesario da Spira e di più altri frati minori, spediti da S. Francesco nella Germania; cioè, ch’essi furono accolti dal vescovo di Trento benignamente, che per di lui impulso, nella festa di S. Michele, frate Barnaba predicò al popolo, e il beato Cesario al clero, e che di ciò non contento il zelante pastore volle che, lasciati in Trento quattro loro compagni, fra i quali si annovera il beato Pacifico, il di cui sacro corpo si venera in Riva di Trento, due di [p. 87 modifica]essi accudissero ad istruire colla parola di Dio il popolo, e gli altri due gli ecclesiastici253.

Nel 1221, il nostro Vescovo fu presente ad una investitura di stati concessa dall’imperatore Federico II ad Azzone marchese d’Este254. In detto anno, scorgendo il vescovo Alberto la ritrosia degli officiali e ministeriali da lui ricercati ad accompagnarlo nel viaggio di Roma, o a seco comporre, comandò a Pietro di Malosco, suo vicedomino, di proferire sul fatto una sentenza od un laudo, coll’intervento e col voto del conte del Tirolo e d’altri grandi vassalli, nella quale si dichiarava, che il vescovo avea facoltà d’impossessarsi del feudo dei renitenti, e di tenerlo a suo piacimento255. Fu pure per suo ordine da Cordono di Telve pubblicato altro laudo, col quale i vassalli chiamati a consiglio dichiaravano che, se alcun castellano, contro il divieto del vescovo, ricettasse nel suo castello o casa munita un bandito, possa il vescovo far demolire ed anche abbruciare il detto castello256. Nell’agosto dello stess’anno, il vescovo nostro obbligò Uberto di Brentonico alla restituzione di due campi di ragione della sua Chiesa, e a tenere aperto il castello di Dosso Maggiore ad ogni suo cenno; come pure a rinunciargli un altro stabile, in caso che non provasse di averlo ottenuto in cambio dal vescovo Federico suo antecessore257. [p. 88 modifica]

Agli ultimi di luglio 1221, il vescovo Alberto investì Regenzio, figlio di Baldrico giudice di Toscolano, a titolo di feudo, di venti imperiali che si ricavavano in Ledro da un fodro di ragion vescovile258.

Il nostro vescovo è pur sottoscritto al privilegio della contea, concesso in questo medesimo anno dall’imperatore a Federico di Arco e ad Adelperio e Riprandino di lui nipoti259. Per ordine del vescovo Alberto, l’anno seguente, fu fatta la designazione o descrizione dei beni comunali della città di Trento260. Nel mese di luglio 1222, Albertino Salvagna e Archibono Garbegno di Riva rifiutarono nelle mani vescovili la loro casa e torre situate nella borgata di Riva261. Nel medesimo mese ed anno, il vescovo Alberto pose cura a ristaurare il borgo di Egna, distrutto nella sua parte più bassa dall’inondazione del fiume Adige. Affinchè gli Egnani potessero ampliarlo nella parte superiore con nuovi edificii, locò loro perpetualmente certa porzione di terreno, su cui piantare le nuove case; accordando altresì ai terrazzani d’andare liberi dal dazio delle persone e delle merci, come i cittadini di Trento e di Bolgiano262; col patto però d’un’annua contribuzione di lire seicento veronesi da esigersi nel mese di settembre. In questa occasione Nicolò da Egna [p. 89 modifica]rinunciò nelle mani del vescovo tutto ciò che da esso aveva precedentemente ricevuto in feudo nella pieve di Egna e sue pertinenze, consistente in uomini liberi e nei loro beni ed affitti, sulla promessa del nostro prelato di conservare ogni cosa ad utilità della sua Chiesa, e sotto pena di nullità in caso di alienazione263. Nell’agosto di quest’anno fu fatta, per ordine del vescovo, la manifestazione di tutti i diritti competenti al principe nel territorio di Arco, allora ancor suddito della Chiesa di Trento264. Nell’ottobre del 1222, essendo podestà di Trento Adelpreto conte del Tirolo, e suo sostituto un Jacopo Blanzemano265, il provvido nostro prelato ricuperò la torre maggiore del borgo di Riva266 posseduta da certi particolari, e la giurisdizione di Grumeso, invalidamente infeudata a Nicolò di Egna267. In questo medesimo anno pensò egli di far risorgere il proprio castello di Ravenstein, intieramente diroccato, investendo del sito, a titolo di feudo, un Bertoldo Scavilino, perchè sopra di esso lo ergesse268. Questo castello, ricaduto col tempo quasi in ruina, fu rimesso in ottimo stato da Sigismondo Gerstel. Nel 1222 fu pur proferita da Gerardo arcidiacono della cattedrale di Trento, quale sostituto del podestà, Adelpreto conte del Tirolo, deffinitiva sentenza nella causa vertente fra [p. 90 modifica]la città di Trento e Briano di Castelbarco; il quale a viva forza esigeva un dazio di quattro denari veronesi per ogni carro di merci nel luogo di Ravazzone così dai cittadini di Trento come dai forestieri. La sentenza suddetta assolveva da tale indebita gravezza così gli uni come gli altri; dando a Briano la facoltà di percepire dai soli forestieri i quattro denari pel nolo del tragitto dall’una all’altra sponda dell’Adige in Ravazzone269.

Del medesimo anno è il documento che accenna alla fondazione dell’ospizio pei pellegrini in S. Maria di Ambeno ο Campiglio, fatta ai tempi del vescovo Corrado. Per esso documento un Orprando, converso di detto ospizio, veniva investito di una casa e di certi poderi, e della facoltà di concedere quaranta giorni d’indulgenza a chiunque avesse somministrata qualche elemosina al pio luogo270.

In quest’anno, recossi il vescovo Alberto in Augusta, ove si trovava l’Imperatore, ed ivi assistette coi principi dell’Impero a una Dieta. Prima di lasciare quella città, ottenne una dichiarazione imperiale sopra la caducità dei feudi in favore della sua Chiesa271.

Nel 1223, il nostro vescovo comparisce qual testimonio nel diploma cesareo di conferma dei privilegi concessi al monastero Hirsaugense272. Altre notizie [p. 91 modifica]non abbiamo da riferire intorno al nostro prelato, che morì alla fine di quest’anno 1223.

Gerardo I, cremonese, fu ancora in quell’anno 1223 eletto a pieni voti vescovo e principe di Trento273. Dal pontefice Onorio IIΙ egli ottenne licenza di potere, caso di necessità, infeudare e alienare una porzione di beni spettanti alla Mensa vescovile, e di visitare ogni tre anni il sepolcro dei santi Apostoli274.

Nello stesso anno, ο al principio del susseguente, intervenne il nostro Gerardo, con Enrico vescovo di Bressanone, ai comizii della provincia del Tirolo, che da Ottone, duca di Merano, furono tenuti nel borgo di Innsbruck, da poco tempo fondato275. Ai 28 d’aprile 1224, il vescovo Gerardo, raccolti nel suo palazzo i canonici, gli abbati dei monasteri, i prelati, gli arcipreti della sua diocesi, chiese loro se avessero a rimproverarsi di vivere in concubinato. Tutti si confessarono colpevoli di questo errore e promisero di emendarsi; dopodiché il vescovo, in virtù d’una bolla pontificia, li prosciolse dalla scomunica276. Nel maggio dello stess’anno, da Odorico conte di Eppan veniva donata al vescovo Gerardo Sofia, figlia di Vichero di [p. 92 modifica]

Eppan, promessa in matrimonio a Federico di Firmiano della gentile macinata di S. Vigilio, colla metà dei beni mobili e immobili, allodiali e feudali del detto Vichero277. Li 12 di settembre di quest’anno, usando dell’autorità principesca, Gerardo comandò ai Castrobarcensi, signori di Gardumo, una tregua che durar dovesse sino al prossimo S. Martino e più a lungo, se a lui fosse piaciuto, sotto pena di duemila lire. In esecuzione di tale precetto, i Castrobarcensi rimisero nello stesso giorno nelle mani del vescovo il loro castello di Gardumo; alla custodia del quale furono posti Guglielmo di Beseno e Ulrico di Nomi. In questa congiuntura, Adelpreto conte del Tirolo, con altri vassalli della Chiesa, a petizione del nostro Gerardo, pronunciò il laudo, che l’infeudato non potesse alienare ο tutto ο parte del feudo, senza espressa facoltà del vescovo infeudante278. Del mese di ottobre dell’anno medesimo è il giuramento delle collette ο contribuzioni dovute al vescovo dalla valle Lagarina, da quella delle Giudicarle, da Calavino, da Tignale e da Arco279. In quest’anno, il nostro Gerardo fu pure presente a un diploma dell’imperatore Federico II, dato a Catania. Dello stesso mese di ottobre è un documento, dal quale risulta, che Adelpreto, conte del Tirolo, in qualità di assessore vescovile, amministrava giustizia pel nostro Gerardo a Bolgiano; prefiggendo, in tale carattere, a due debitori [p. 93 modifica]di decime il termine perentorio di comparire dinanzi al gastaldo del vescovo280. Nel novembre dello stess’anno, diede Gerardo ad uno di Riva in livello una casa ivi situata ad occidente del porto281; e nel dicembre una locazione perpetua di certi beni all’Ospizio ch’era sotto il patrocinio di S. Adelpreto, nel distretto di Arco, contiguo all’altro di S. Tommaso, e servito da conversi e converse282. Nell’anno medesimo concedette a Leone, Corrado e Nicolò di Caldonazzo, la rinnovazione dell’investitura del castello di Selva, dopoché provarono con testimonianza di parecchi uomini di Levico, ch'esso era antico feudo della loro famiglia283.

Nel 1225, il vescovo Gerardo investì di due masi in Termeno e del dazio della pece e del legname un Riprando di Nago, il quale gli sborsò tremila lire veronesi284. E il giorno seguente, 7 di marzo, il sopranominato Riprando convenne col nostro vescovo di restituirgli quel feudo, qualora egli ο i successori pagassero nelle sue mani la somma suddetta285. Nell’anno consecutivo, Gerardo, mentre era per recarsi a Cremona ad assistere alla Dieta imperiale, conferì allo stesso Riprando un altro feudo, consistente in affitti [p. 94 modifica]da ricavarsi in Rendena e nelle pievi di Ledro e di Bono, e in certa quantità di vino in Riva ed in Arco, verso lo sborso di 325 lire veronesi286.

Intorno al detto anno 1225 furono ammessi nella città di Trento i Frati Domenicani, i quali nei primi tempi avevano la loro abitazione in vicinanza alla chiesa parochiale di S. Maria Maggiore; fino a che, soppressi i Padri Benedettini, fu loro assegnata la chiesa di S. Lorenzo, col monastero e coi beni adjacenti di là dall’Adige, ove tuttora dimorano287. In questo sacro Ordine, ai tempi del vescovo Gerardo, fiorì il domenicano Bartolameo da Trento, uomo dotto e religiosissimo, di cui ci rimangono alcuni frammenti di cronache trentine, e un libro di leggende o vite di santi, che sono in gran credito presso i letterati288.

Di quest’anno si leggono molte investiture concesse dal vescovo Gerardo. Fra queste: una a Jacopino da Lizzana, di tutto ciò che in quella pieve possedeva, compreso Rovereto289; una ai fratelli Aldrighetto e Giordano di Gardumo, del dosso appellato Gresta, per fabbricarvi un castello, che poi godettero i Castrobarcensi290; una di locazione a Martino e ad Ottone di Termeno, di alcuni poderi e di una casa in quel luogo291; altra a Giovanni Boti rivano, di due vignali [p. 95 modifica]al campo S. Nazareno di Riva292; una feudale a Corrado Coso, della metà dei frutti d’un maso vescovile in Termeno293; una rinnovazione d’investitura feudale della quarta parte della decima della pesca e dell’olio ai procuratori della borgata di Riva294.

Nel passaggio per Trento di Rodolfo vescovo di Coira, che serviva l’Imperatore nella sua spedizione in Italia, l’anno 1226, fu terminata, alla presenza del nostro vescovo, la differenza che vertiva fra quello di Coira e il Capitolo di Trento circa il diritto di patronato sulle due chiese di S. Giovanni di Tirolo e di S. Martino di Passiria. Convennero di esercitare questo diritto alternamente; ma, venendo il turno ai canonici di Trento di presentare il curato a quelle due chiese, il vescovo di Coira fosse tenuto di accettare e confermare il proposto dal Capitolo. Tale convenzione fu poscia approvata da papa Gregorio IX, l’anno 1230, e nel 1262 da Urbano IV, intervenendo qual testimonio il Conte del Tirolo295.

Del medesimo anno si leggono due locazioni perpetue del vescovo nostro, una in Bolgiano ad Ildebrando di Lugagnano, di certa casa in detto borgo296; l’altra in Termeno ad Enrico di detto luogo, d’una pezza di terra in quelle pertinenze297. Mosso da urgenti [p. 96 modifica]necessità della sua Chiesa, impegnò il vescovo nel 1226 tre masi a Giustina di Bolgiano, per mille lire veronesi; e del pegno si costituirono garanti Adelpreto, conte del Tirolo, e Bertoldo di Wanga298.

Se vogliamo prestar fede a Riccardo di San Germano, il re Enrico, figlio di Federico imperatore, passando d’Italia in Germania, mise a fuoco la città di Trento299.

Nel 1227 conferì il vescovo nostro due investiture livellarie: a Martino di Termeno, d’una pezza di terra e d’una casa giacenti a Bolentino300; e a Mugnono, notaro di Riva, d’altra pezza di terra, situata nel luogo del distretto rivano, detto all’Ischia inferiore301. Fece pure un accordo con Odorico di Beseno, in virtù del quale il jus regulandi in Beseno e in Volano fosse diviso col vescovo; sicchè un anno lo esercitasse il vescovo in Beseno, quando Odorico lo esercitava in Volano, e così viceversa302.

Nel 1228, il vescovo Gerardo, col consenso del suo Capitolo, per mettere un termine alla lunga e sanguinosa lite col conte del Tirolo e coi conti di Eppan circa il possesso di due laghetti giacenti nelle pertinenze di Monticolo presso Caldaro, propose di cedere [p. 97 modifica]e donare per parie sua e del Capitolo la proprietà dei suddetti luoghi a un capitano Ramberto di Boimont ed a’ suoi eredi. La proposta venne accettata e confermata con giuramento303.

Nel 1229, il vescovo nostro, a motivo delle frequenti escrescenze dell’Adige, dell’aria insalubre, e dell’angustia del sito, col consenso capitolare, trasferì dal borgo di S. Appollinare a quello di Santa Croce le monache, oggidì dette di S. Michele arcangelo, dell’Ordine di S. Chiara, concedendo loro la chiesa dedicata al Santo, con tutti i diritti e beni a quella spettanti304. A ciò fare spinsero il vescovo tre bolle consecutive dello stesso anno di papa Gregorio IX, sollecitato dalle preghiere di quelle monache; e siccome il maggiore ostacolo che opponeva il vescovo ad accordare l’inchiesta, si era, che i due canonici Aldrighetto di Campo e Federico di Clesio possedevano in quella chiesa i loro titoli colle rendite annesse, il papa obbligò Gerardo, che in sul principio dei trattati s’era mostrato propenso alla traslazione, a compensare le dette prebende con altrettanti beneficii vacanti, e i canonici suddetti a dimetterle e a contentarsi dell’offerto compenso, in vantaggio d’un’opera giudicata di maggiore servizio divino305. Per agevolare la menzionata traslazione seguirono due altre bolle pontificie; colla prima delle quali lo stesso papa concedeva 20 giorni [p. 98 modifica]d’indulgenza ai fedeli che avessero sovvenute le religiose; colla seconda invita i vescovi di Trento, di Coira e di Bressanone a fare elemosina alle monache di S. Appollinare, onde possano condurre a termine la cominciata erezione del monastero di S. Michele, concedendo a tal fine 40 giorni d’indulgenza306. Calmati in tal guisa gli animi dei canonici recalcitranti, li 10 di settembre del medesimo anno, Palmeria abbadessa, colle sue religiose, fu da Rodolfo arcidiacono della cattedrale messa in possesso della detta chiesa di S. Michele, e de’ suoi diritti ed appartenenze307. Questo monastero si pretende essere uno dei primi quattro fondati da S. Chiara medesima; in cui si viveva secondo la regola data e prescritta da papa Gregorio IX alla santa. Il glorioso S. Carlo, quale visitatore apostolico, confermò la clausura, dopo avere in detta chiesa celebrata la messa; e in prova di ciò, si conserva con venerazione dalle religiose la pianeta di cui esso si servì in tale occasione308. La suddetta traslazione fu in seguito confermata con nuova bolla da Gregorio IX, nella quale sono inseriti la concessione del nostro vescovo e l’atto di possesso enunciati. Altra bolla di prerogative e di privilegi ottennero pure le suore di S. Michele dal successore papa Innocenzo, nella quale sono descritti i beni e le ragioni da lor possedute309. [p. 99 modifica]Li 4 dicembre dell’anno medesimo 1229 fu terminata la lite tra il vescovo nostro e i fratelli di S. Maria d’Arco per l’elezione dell’arciprete e per la spettanza dei beneficii. I delegati apostolici Jacopo vescovo di Verona, Viviano suo canonico, e l’abate di Calavena sentenziarono contro il vescovo; e il giorno seguente 5 dicembre accordarono agli eletti da codesti fratelli l’immissione nell’attuale possesso degli accennati beneficii, dopo aver rigettata l’appellazione interposta dal vescovo310.

Da questo prelato riconosce la chiesa cattedrale di Trento la maggiore delle sue entrate, mercè l’assegnazione da esso fatta alla di lei fabriceria dei primi frutti di tutti i beneficii si curati che semplici; ordinato avendo che il conferimento di qualsivoglia beneficio in tutta la diocesi fosse nullo e di niun valore, se prima non si fossero accordati i primi fruiti ai provvisori di detta fabriceria. E questo provedimento, confermato in seguito dal vescovo Egnone e suoi successori, è in piena osservanza ai dì nostri311.

Nell’anno 1230, ottenne il vescovo nostro, per sentenza degli abbati di Wiltau e di Augea (Gries) delegali apostolici, la piena assoluzione d’ogni pretesa accampata da Eberardo di Ravenstein, sì contro di lui che della sua Chiesa; ignorandosi per altro in che essa potesse consistere312. Nel medesimo anno Federico di [p. 100 modifica]Clesio, rettore della chiesa di S. Romedio, donò alla stessa un molino sopra la villa di S. Sisinio, oggi detta impropriamente S. Zeno, assieme con una femmina di nome Crescenda, con patto che nè lui nè alcuno suo successore nella rettoria, possa giammai alienare sì l’uno che l’altra313. Addì 4 luglio 1230 noi troviamo Gerardo nella chiesa di S. Cosma sotto il castello di Greifenstein, ove consacrò la detta chiesa intitolandola ad esso santo e ai quattro martiri trentini Vigilio, Sisinio, Martirio ed Alessandro, e accordando al paroco alcuni diritti sulla chiesa di Genesia314. Ai 29 d’agosto di quest’anno 1230, Adelpreto, figlio di Petarino, cedette a Gerardo un molino in Trento, affinchè lo desse in feudo ad Adelberone e Bertoldo di Wanga315. Tre sono le investiture che furono spedite da Gerardo in quest’anno: la prima a Martino di Termeno di un casale presso il cimitero di S. Cutino in Termeno; la seconda, feudale, in favore di Rivanino e Delaito fratelli, figli di Ottolino di Marcando; la terza, ad Arnoldo di Cagnò, del dosso di Caldes, con facoltà di erigervi una casa munita, che in ogni tempo fosse aperta al vescovo e successori316. Vuolsi Gerardo comprasse, qualche anno prima, dal conte del Tirolo una casa ο palazzo in Bolgiano, poscia appellato palazzo del [p. 101 modifica]vescovo, del quale è ancora in possesso la nostra Chiesa. Ma ciò non si verifica punto; giacché la Camera di Trento n’era già in possesso immemoriale, come ad evidenza ricavasi da moltissimi atti autentici, e dalla compra medesima, che nel 1231 fece Gerardo di un casamento nel borgo di Bolzano, confinato dalla strada fino al palazzo vescovile, per il prezzo di 1800 lire veronesi; il che deve aver dato motivo all’equivoco preso dall’Ughelli317.

Di questo istesso anno è la dichiarazione di Uberto di Brentonico, che il vescovo di Trento è regolano maggiore in Brentonico, e che a lui e non ad altri si aspetta di convocare ivi la Regola (cioè i comizii del popolo, per pubblici affari); e ciò confermarono, a requisizione del vescovo, anche Aldrighetto ed Azzone, figli di Briano di Castelbarco318. Li 4 febbrajo di questo medesimo anno, il nostro prelato costituiva suoi procuratori Vigando di Vinecco e Turingo de Secco, ad effetto di ricevere da Juta, moglie del conte Ulrico di Ulten, in nome suo e del vescovato, la rinuncia ch’era per fare della sua dote e contradote nelle mani del vescovo, come altresì la ratifica della vendita del suo allodio e dei macinati, già fatta dal di lei marito al nostro Gerardo; il che eseguirono il primo giovedì dello stesso mese nel castello di Ulten, colla riserva alla contessa dell’usofrutto, sua vita durante, del podere di Cavriana nella valle di Fiemme; usofrutto, che [p. 102 modifica]dopo la di lei morte doveva consolidarsi colla proprietà già ceduta a favor della Chiesa319. In detto anno spedì Gerardo l’investitura livellaria a Meza e ad Ottone giugali, di due pezze di terra con casetta nel territorio di Termeno; e la feudale a Mailano Trentini di Termeno320. Nel mese di luglio, avanti il nostro prelato, fu fatta la giuridica manifestazione dei diritti e delle prerogative del Vescovato di Trento in Mezzotedesco321. Ai 4 dicembre dello stesso anno 1231, Gerardo, Maestro dell’Ordine dei Templari, spedì da Verona la ratifica della convenzione stipulata tra il nostro vescovo Gerardo e frate Tancredo templario, di una terza parte di casa, legata per testamento all’Ordine suddetto da Pietro di Malosco, vicedomino vescovile322.

Morì Gerardo sul declinare dell’anno seguente 1232, e fu tosto eletto a suo successore Aldrighetto dei signori di Campo, nelle Giudicarie. Vuolsi, che per non essere stata intieramente libera la sua elezione, ma quasi imposta dai grandi vassalli del Principato, suoi aderenti, egli non ottenesse la conferma pontificia323.

Nel seguente anno 1233, si ritrova che Alderico ο Aldrighetto spedisse l’investitura feudale a Federico e Riprando di Arco, di tutto ciò che Odorico, pure di [p. 103 modifica]Arco, riconobbe sotto titolo di feudo dalla Chiesa di Trento, nella rinnovazione ottenuta dal vescovo Federico di Wanga. Quei signori, all’incontro, giurarono al vescovo fedeltà, come uomini della Casa di Dio e della nobile macinata di S. Vigilio324.

In quest’anno i popoli di Gabiolo e Graffiano, pieve di Povo, prestarono il giuramento di fedeltà, come uomini della famiglia del Capitolo di Trento, promettendo ad esso di mantenere i diritti della Cattedrale e l’onore e le prerogative capitolari, in segno di vassallaggio325. Nello stesso anno, d’ordine del nostro vescovo, alcuni testimonii, legalmente esaminati, deposero, che la decima dei campi de Hollar, nelle pertinenze di Bolgiano, spettava al vescovo, come era stata a pro della sua Camera raccolta per lo passato326. Nel medesimo anno, per soddisfare a certe dotazioni, Odorico di Campo, podestà di Trento, mediante periti pubblici, fece estimare le case di due cittadini, assieme cogli utensili, nella contrada dei cappellari327. Con altro documento di quest’anno, il vescovo Aldrighetto dichiara uomo libero e gentile un Egnone di Bolgiano, figlio di Morfino di Mori, e i suoi figliuoli, colle stesse prerogative, delle quali furono investiti i di lui progenitori dai vescovi Federico, Alberto e Gerardo328. Nel maggio dell’anno [p. 104 modifica]medesimo, Guglielmo di Voltabio, priore in Venezia di tutti gli spedali di S. Giovanni Battista d’Oltremare, per la Lombardia e la Marca Veronese, vende a Burcardino di Cagnò per cento lire veronesi la terza parte della casa di Pietro di Malosco, lasciata per testamento al suddetto Ospitale329. Questa casa l’anno seguente 1334, fu dal vescovo Aldrighetto comperata per 660 lire veronesi dal medesimo Burcardino e da Adelaide sua moglie330.

In quest’anno 1234, scoppiò una sedizione della maggior parte dei feudatarii della valle Lagarina contro il vescovo nostro, al quale ben presto riuscì di comprimerla e di obbligare i ribelli a dargli soddisfazione delle gravi offese a lui recate. Il principale istigatore della rivolta fu Giacomo di Lizzana, il quale, aderendo al partito del patriarca d’Aquileja che s’era opposto alla consecrazione del nostro vescovo, oltre al tenere occupato il castello e il distretto di Lizzana, facea grosse prede per terra e per acqua, imprigionava i sudditi vescovili, li mutilava e metteva a morte331. Per causa di tali ostilità, fu condannato a rimettere in balìa del vescovo il castello e la gastaldia di Lizzana, e a cedergli ogni diritto sovr’essa, previo lo sborso di 2240 lire di capitale, e con altre 430 d’incorsi332. Dichiarato poi nullo ogni alto antecedente che tornasse in [p. 105 modifica]pregiudizio della sua Camera, rispetto al castello e alla gastaldia di Lizzana e di Pratalia, il vescovo nostro investì Giacomo del solo feudo di Lizzana, goduto dai suoi maggiori333. Fatto in seguito un esatto racconto dei varii reati commessi da Federico di Castelnuovo, altro capo dei sediziosi, comandò il vescovo ai rispettivi comuni la distruzione di detto castello, e di quelli di Castellano e di Besagno, sotto pena di 500 lire veronesi334. Del castello di Pratalia fu fatta solenne donazione alla Chiesa sull’altare di S. Vigilio, affinchè mai più in avvenire venisse alienato, infeudato o distratto335. Nel medesimo mese di luglio 1234, il vescovo nostro affidò per un anno la custodia del suddetto castello ad Odorico di Rambaldo e ad altri nove uomini di conosciuta integrità; e quella del forte di Castelcorno ad Aldrighetto di Toblino e ad altri cinque uomini, per lo spazio di un anno336. Per garantire vieppiù il suo stato da nuove turbolenze in quelle parti il nostro vescovo nominò castellano di Beseno e del suo distretto un Bonifacino di Riva337. Ma nel mese di giugno 1235, diede quel castello in custodia ad Odorico di Beseno, obbligato a ciò fare dal conte del Tirolo, che in questo e nel seguente anno era podestà imperiale nel Vescovato di Trento, coll’assegnazione delle rendile di esso, a riserva di sole cinquanta lire [p. 106 modifica]veronesi in favore della Mensa episcopale. Dal canto suo Odorico obbligava sè e gli eredi di ben difendere il detto castello e di restituirlo al vescovo, ad ogni cenno di lui o dei legittimi successori, se saranno confermati dal patriarca e dall’imperatore (condizione di sommo disdoro alla Santa Sede, a cui competeva il diritto della conferma dei vescovi), sotto pena, in caso di contravvenzione, di 300 marche d’argento338. Ond’essere più fedeli che sia possibile all’ordine cronologico, è d’uopo di registrare sotto i 30 settembre dell’anno antecedente 1234 la cessione fatta al vescovo nostro di due masi al piede del monte Ritten, presso Bolgiano, da un Enrico di quella borgata339.

Il nostro vescovo, dall’anno 1235 fino alla sua morte, dovette soffrire, che il Principato nel temporale fosse retto da un ministro dell’imperatore, col nome di podestà, e con piena autorità nel civile e nel criminale, benchè qualche atto di minor rilievo si scorga segnato col nome del vescovo, come vedremo in appresso340. Nel febbrajo 1235 il vescovo Aldrighetto diede in custodia a Giorgello di Tono il castello di Grumo; e questi, sotto pena di mille lire, promise difenderlo ed anche distruggerlo ad ogni cenno del suo signore diretto341. Nell’aprile dello stesso anno, il nostro vescovo rinnovò a Bonifacio e a Gumpo fratelli [p. 107 modifica]di Gardumo la investitura feudale della guardia del dosso di Gardumo, e del distretto appartenente al castello; e nel mese susseguente, quella di Castelnuovo, a Geremia, Rodolfo e Romanino Turcolini342. Trovasi pure che nel maggio di detto anno il vescovo Aldrighetto concesse ad Odorico di Madruzzo la licenza di costruire un molino in un suo casale sotto il Comune di Calavino, a patto che, dopo dieci anni di godimento, lo dovesse consegnare al Vescovato343. Nello stesso anno 1235, essendosi Benedetto abbate dei Benedettini risolto di trasferire irrevocabilmente ai padri Predicatori dell’Ordine di S. Domenico la chiesa di S. Lorenzo coll’annesso orto e chiusura, Gregorio IX spedì due bolle ortatorie, una al vescovo nostro e l’altra al Capitolo, per ottenerne l’assenso, come seguì; ricevendo tal donazione, a nome di tutto l’Ordine, maestro Giordano, primo suo generale. L’istrumento relativo fu poi confermato dal suddetto pontefice, e quindi da Innocenzo IV344. Nel medesimo anno, Aldrighetto, alla presenza di alcuni giudici e di Ulrico e Convenuto da Campo, suoi nipoti, con laudo arbitrale compose la differenza insorta fra il Comune della città di Trento e le ville di Fajo e di Zambana; pronunciando, che gli uomini delle dette ville posseggano bensì in avvenire, in comunione colla città, la valle Melara, ma paghino in ricambio annualmente alla stessa lire 50 veronesi, [p. 108 modifica]da essere impiegate a mantenimento del ponte sulla Fersina a S. Croce, e d’altri ponti che servono a beneficio della Comunità di Trento345. Ai 24 di giugno dello stesso anno, il vescovo Aldrighetto spedì la investitura feudale del dosso di Lazzaro, presso il villaggio di Pederzano, ai fratelli Oloradino e Albertino di Castelnuovo; previa la promessa di non accogliere in esso nessun avversario del vescovo, sotto pena di duemila lire346. Agli otto di luglio 1235, il nostro vescovo obbligò i fratelli Rodolfo, Anzio ed Arnoldo di Cagnò a promettere di non dare asilo ai malandrini nella loro casa di Caldes, loro concedendo di ridurla a castello, secondo le condizioni fissate a quest’uopo dal vescovo Gerardo nel 1230347.

Una sensibile mortificazione toccò nel 1236 al nostro vescovo da parte dell’imperatore Federico, che si dimostrò di lui poco soddisfatto. Erano state mosse a Cesare varie querele contro esso vescovo dagli uomini di Sopramonte, che si lagnavano di venire inumanamente oppressi da pesi insoliti e da esazioni esorbitanti; permettendo il vescovo, che i suoi gastaldi levassero tutti i beni mobili e immobili a chi non poteva pagare, e di giunta li incarcerassero e tormentassero. L’imperatore accordò ai Sopramontani la sua protezione, inibì al vescovo e a’ suoi ministri, sotto pena [p. 109 modifica]di trenta marche d’argento e della sua indegnazione, ogni ulteriore sopruso, e gli comandò che d’ora innanzi dovesse esser contento del censo solito a contribuirsi alla mensa, per lo passato, dalle ville di Oveno, di Cadine, di Vigolo, di Baselga e di Sopramonte348. Passando per Trento, nel mese di agosto 1236, l’imperatore Federico dimostrò il suo risentimento contro il nostro vescovo con altro solenne decreto, promulgato in presenza di Alberto conte del Tirolo e di Ezzelino da Romano, con cui gli proibisce d’infeudare, oppignorare o in qualunque modo alienare alcuno dei beni della sua Chiesa, e dichiara di niun valore tutte le obbligazioni, che contro questo precetto fossero mai state contratte349.

Nello stesso anno, il vescovo nostro conferiva a Bonifacio di Castelbarco l’arcidiaconato della sua cattedrale, che allora era la seconda dignità del Capitolo, investendolo della cura delle anime e della giurisdizione nelle cause matrimoniali e spirituali, nella maniera medesima e colle stesse prerogative, con cui per l’addietro lo ebbero l’arcidiacono Rodolfo e i suoi predecessori. Presentemente, dopo l’erezione della Prepositura, che occupa il secondo stallo nel Coro, l’arcidiaconato è la terza dignità, ed è tale più di titolo che di sostanza, avvegnachè, col tratto del tempo, non si [p. 110 modifica]sa come, perdette colla giurisdizione la cura d’anime, e così pure la pieve di Baselga, che era di sua collazione350.

Nel 1237 si ritrova che nel Principato di Trento risiedeva, in qualità di giudice delegato imperiale, un certo Rolando; imperocchè si leggono avanti di lui comparsi Madernino e Gislimberto di Lizzana, che a lui giurarono di arrestare, e di consegnargli i ladri e i banditi, sotto la pena di lire cento351. Avanti lo stesso giudice imperiale fu pure citato il vescovo nostro (cosa invero strana e che dà a conoscere a quale misero stato fosse allora ridotta l’autorità vescovile tra noi) ad istanza di Nicolò di Stenico, suo vassallo, per questione insorta intorno alla guardia di Castel Stenico e d’altri feudi di Bozone e d’Alberto di Stenico, decaduti alla Camera. Il nostro Aldrighetto interpose la declinatoria del foro, come vescovo e persona ecclesiastica, e dichiarò in iscritto di non volere che da lui fosse decisa la controversia; ma anzi richiedeva la restituzione in intero a favore del suo Vescovato, per difesa del quale nominò suo procuratore un Giordano giudice. Ciò per altro non impedì che Rolando esaminasse alcuni testimonii nella stessa residenza del vescovo352. Leggesi ancora, che nel detto anno, Ernesto di Bolgiano, gastaldo del vescovo, promise ad esso di liberare certo maso oppignorato e giacente nella villa [p. 111 modifica]di Rubenigo, dalle mani dei figli di Dieto di Firmiano, collo sborso di lire 200 ad essi dovute, e con patto, a favore di Ernesto, di godere, per lo spazio di tre anni, i frutti del maso suddetto353.

Da un codice d’istrumenti notarili ricavasi, che in quest’anno 1237 era stato messo in Trento dall’Imperatore, come podestà, uno Svichero di Montalbano, e in Bolgiano, come giudice, un Gotescalco di Vinecco354. Nello stesso anno fu fatta al vescovo nostro una cessione di certa pezza di terra con edificii, a favore di Gualtiero macellajo, che colle solite forme ne fu investito355.

Nel febbrajo del 1238, il Capitolo di Trento ottenne da Alberto Nozandi di Pontremoli, giudice e vicario di Lazzaro di Lucca, legato imperiale residente in Trento, una sentenza favorevole contro gli uomini di Villamontagna, che pretendevano di essere uomini liberi e non servi capitolari356. Nell’agosto dello stess’anno, il vescovo Aldrighetto investì gratuitamente della giudicatura di Bolgiano, e per un anno o più, secondo che a lui piacesse, Corrado di Greifenstein ed Ulrico di Haselberg; all’ultimo dei quali, pochi giorni dopo, conferì pure la gastaldia di Ritten357. Da un atto di assegnazione di termine alle parti litiganti di comparire in Bolgiano, ricavasi, che ivi risiedeva, qual [p. 112 modifica]delegato imperiale, il tirolese Bertoldo Taranto; il che sempre più dimostra la diminuzione dell’autorità vescovile nel temporale, quasi tutta esercitata da delegati cesarei358.

Nell’anno 1239, Morfino di Bolgiano, fratello del fu Egnone il ricco, ed i suoi nepoti procurarono da Sodegerio, podestà di tutto il Vescovato di Trento, a nome di Federico imperatore, la conferma di tre istromenti, che contenevano le conferme sì episcopali che cesaree delle investiture feudali, che la loro casa riconosceva dalla Chiesa di Trento; il che fu loro con laudo pretorio accordato359. Nell’anno suddetto, Sodegerio podestà imperiale fece pubblicare una lettera a sè diretta dall’imperator Federico, il cui contenuto era: che essendo morto senza discendenza un certo Viviano investito dalla Chiesa di un feudo di pesca, esso podestà scegliesse persona a sè benevolente, e le spedisse la investitura; come anco eseguì, sostituendo al defunto Viviano Fugacina, Jacopino pescatore di Canale, il quale giurò fedeltà all’imperatore, al vescovo di Trento e a Sodegerio360. Questo Jacopino di Canale, l’anno 1257, manifestò poi legalmente al vescovo successore il suo feudo col diritto di pescare dal lago di Caldaro fino a Ravazzone, e coll’obbligo altresì di portare il pesce a Trento, a servigio del vescovo361. [p. 113 modifica]Altro atto di giurisdizione registrasi all’anno 1240, esercitato dal podestà Sodegerio, congiuntamente ad Adelpreto conte del Tirolo, i quali colla loro autorità confermarono nella persona di Lancio de Platte l’investitura di un maso sopra Ritten362.

Questo stesso anno 1240 fu fatale al Principato di Trento, avendo in esso avuta la infausta sua origine le massima parte dei guai e delle violenze, che nei tempi consecutivi gli convenne soffrire per opera del conte del Tirolo, suo vassallo. Questi, che per lo passato, come gli correva l’obbligo, serviva il vescovo suo signore cogli altri feudatarii della Chiesa di Trento, accompagnandolo in guerra ed in pace, e prestandogli consiglio tra i Pari della sua Curia, qualora si promulgasse qualche laudo o sentenza, d’allora in poi gli negava ubbidienza, anzi pretendeva di essergli superiore, benchè con nuovi feudi rettamente o ingiustamente acquistati si moltiplicassero le giurate sue obbligazioni. Causa lagrimevole di sì impensata catastrofe fu l’investitura feudale dell’avvocazia della Chiesa di Trento, accordata, oltre molti altri dominii e giurisdizioni, dal vescovo nostro ad Adelpreto conte del Tirolo e a’ suoi successori maschi in perpetuo363. Il vescovo si lasciò indurre ad un atto cotanto pregiudicevole nella fiducia di provvedere il suo Principato di un forte sostegno; non avvedendosi che con tale atto impoveriva se stesso e porgeva all’ambizioso beneficato più comoda occasione di [p. 114 modifica]nuocergli. Avesse l’incauto vescovo meglio considerata la costituzione di Adriano IV, chè non sarebbe sì malamente incappato! Il conte del Tirolo, già avvocato della Chiesa di Aquileja, divenuto ora più potente pei ragguardevoli feudi ottenuti dalla Chiesa di Trento, e accresciuti con altri dominii da lui comperati, volse la mira all’acquisto dell’avvocazia anche sul vescovato adjacente di Bressanone. Era stato eletto a vescovo di quella Chiesa Egenone o Egnone, quel desso che poi successe al nostro Aldrighetto in quella di Trento. L’anno seguente, usando le più fine arti e promettendo settanta marche d’argento, ottenne quanto bramava dal nuovo eletto, per transazione col duca di Merano, coinvestito dal medesimo Egnone di molti altri considerevoli feudi364.

Non meno fatale al nostro paese fu l’anno 1240, pei semi di prepotenza sparsi nella valle Lagarina dal feroce Ezzelino da Romano, i quali col tratto del tempo produssero frutti di nefanda tirannide per tutta la superiore Italia. Abbiamo alcune sue lettere dirette a Sodegerio di Tito, podestà imperiale, fatte da questo pubblicare a Trento in Consiglio, per concertare un’opportuna risposta. Le lettere suddette dicevano, che meglio sarebbe il levare certa gabella imposta sopra i viandanti da Trento a Verona e da Verona a Trento, destinata al pagamento delle guardie dei castelli di Jacopino di Lizzana, trasportandola invece presso il castello di Pratalia od altrove. Fecero tanta impressione sull’animo dei trentini le insinuazioni di Eccellino, che [p. 115 modifica]non si tardò punto a renderlo soddisfatto365. Il sopranominato podestà Sodegerio, prevalendosi dell’ampia autorità ricevuta dall’imperatore, in quest’anno medesimo concesse a Bonifacino di Bolono, fedele agli interessi imperiali contro i Bresciani, che per questo aveano smantellata una sua rocca, vicina al loro territorio, la facoltà di edificare il castello di Turano, nel luogo detto di Castelcai, con patto che quel forte rimanesse sempre aperto al Vescovato di Trento366. E in questo medesimo anno, i Bresciani vennero condannati a dover pagare il dazio del ferro, cioè una lama per ogni soma, per sentenza proferita da Bartolomeo, giudice costituito dal podestà Sodegerio367.

Ritrovasi che ai 9 di marzo di quest’anno 1240, Aldrighetto assolse dalla scomunica l’arciprete di Tione e i suoi confratelli, che, contro il comando vescovile, avevano osato di rigettare un certo Bonavita da lui aggregato a quella corporazione368.

Di quest’anno è pure una bolla di Gregorio IX, con cui riceve sotto la sua protezione le monache di S. Anna, dell’Ordine di S. Agostino, e il loro monastero nominato di Roncodonego di Sopramonte, ma specialmente la loro chiesa di S. Domenico e sue attinenze. Urbano IV, con una bolla più ampia, colma quel monastero di privilegi e d’esenzioni369. Il detto [p. 116 modifica]convento è ora distrutto; la chiesa coll’abitazione rimasta ed i beni si trovano in potere, non si sa come, della Prepositura di Trento.

Nel 1241, il nostro vescovo assolse il sottodiacono Guarimberto, figlio di Giovanni Bissolo da Caldaro, dalla scomunica incorsa per le usurpazioni da esso fatte in pregiudizio della chiesa di S. Floriano sopra Salorno; e ciò non ostante, lo investì nello stesso giorno della fraternità di quella chiesa, e un mese dopo lo constituì rettore e amministratore di quella con piena autorità370. Nell’ottobre di quest’anno, il vescovo nostro e Sodegerio, podestà imperiale, sborsarono quattromila lire veronesi a Erboto procuratore dei fratelli Federico e Beralo di Wanga, per disimpegnare quanto essi possedevano in Termeno, di ragione del Vescovato371. Nel medesimo anno, per ordine del vescovo nostro, furono pubblicati certi statuti concernenti il buon regolamento dell’ospitale dei leprosi di S. Nicolò di là dall’Adige, oggi incorporato alla Prepositura di Trento372. Nello stesso anno investì dell’antico suo feudo Odorico Panciera d’Arco, previo il giuramento di fedeltà373. Del 1241 è pure il testamento del conte Ulrico di Ulten, da esso pubblicato prima di partire per la crociata contro gl’infedeli, nel quale istituisce eredi Egnone, eletto di Bressanone, e i fratelli Federico e Giorgio, conti di Eppan374. [p. 117 modifica]

In quest’anno ancora, il vescovo Aldrighetto rivocava e cassava la investitura già concessa a un Pellegrino del Dosso, di certe decime di novali, dal Riosecco a Pietravalara, adducendo di non averla potuta concedere di buon diritto375.

Nel 1242, Aldrighetto confermò la investitura del feudo di Caldonazzo; come non meno donò irrevocabilmente al decano della cattedrale di Trento, Federico di Clesio, e ai canonici, la pieve di Melten, offerendola, in rimedio dell’anima sua, sopra l’altare di S. Vigilio376.

In detto anno, dal sindaco capitolare e da Trentino de Gando, che godeva la picciola porzione di giorni undici del dazio capitolare, furono prodotti avanti il podestà Sodegerio alcuni testimoni, i quali, giuridicamente esaminati, dichiararono ciò che si doveva pagare di dazio o muta alla porta di S. Martino, e a quella del Fersina, oggi detta di S. Croce377. Nel medesimo anno, il nostro vescovo investì Geremia di Castelnuovo, a titolo di feudo, di tre arimanie e mezza in Vigolo Vattaro; e Geremia gli giurò fedeltà baciandolo in volto e ponendo le sue nelle di lui mani, come sogliono e sono tenuti di fare i vassalli nobili378. Di questo medesimo anno è l’investitura del ferro, di un bosco, dell’acqua e di sei piovi di terra esistenti nella pieve di Beseno, spedita a Mercadante e ad altri suoi compagni, [p. 118 modifica]per ordine del podestà Sodegerio; come pure della miniera di Garniga, coll’affitto stipulato a favore del Vescovo o di Odorico di Beseno e nipoti379. Il suddetto Sodegerio, in quest’anno, diede anche in custodia Castelcorno e Castelvecchio, di sua propria autorità, escludendone il vescovo380.

Nel 1243, Sodegerio, nella sua qualità di podestà imperiale, infeudò Riprando d’Arco, per essere fedele all’Impero ed al Comune di Trento (del vescovo non si fa punto menzione) di tutti i beni mobili e immobili posseduti da Jacopo di Lizzana e da’ suoi figli, allorquando ebbero l’ardire di unirsi ai Bresciani, al conte di S. Bonifacio e agli altri nemici, che mossero guerra ai cittadini di Trento, al Vescovato, e al podestà medesimo381. Questi, sul finir di gennajo dello stess’anno, ricevette da Manfredino di Cles la rifiutazione del feudo ch’esso teneva dalla Chiesa di Trento nei distretti di Riva e di Tenno, a favore di Borzachino di Riva e d’Eleazaro di Mano, i quali solennemente investì per autorità imperiale382. Ai primi di marzo di quest’anno, alla presenza del conte del Tirolo e di molti altri signori, Egenone o Egnone, eletto vescovo di Bressanone, manifestò ch’esso, assieme coi figli di Ulrico conte di Eppan, riconosceva dal Principato di Trento, a titolo di feudo, la giurisdizione di Kunigsperg, colle [p. 119 modifica]sue pertinenze e prerogative383. Nei medesimo anno, il podestà Sodegerio investì Riprando di Arco dei feudi di Lizzana, dei quali era stato privato Jacopo di Lizzana, come ribelle e traditore di Cesare e del Comune di Trento, per aver seguito la parte bresciana e dei signori di S. Bonifacio nella guerra mossa ai Trentini l’anno 1234, siccome fu accennato di sopra384. Ancora nel 1243 il Capitolo compose un suo statuto per la giurisdizione di Sovèro, una delle tre a lui soggette nel temporale; e nel seguente anno pubblicò un’addizione al medesimo, relativa ai matrimonii e alle eredità385.

Nel 1244, il vescovo Aldrighetto, volendo provvedere alla migliore custodia del castello di Vigolo, lo consegnò a Giordano e Montanaro, figli di Odorico di Pomarolo, investendoneli coi loro eredi, per merito della loro fedeltà, e perchè godendo essi di molti beni nel Trentino, erano in istato di continuargliela con profitto. Si riservava il diritto di apertura in tempo di guerra e di pace, e fissava l’annuo appanaggio di 120 lire veronesi, da esigersi dalla Mensa, quando però il vescovo amministrerà da sè il temporale, ma non quando questo, come al presente, venga retto dall’imperatore e dai suoi ministri386.

Nel 1245, il vescovo Aldrighetto investì, a titolo di locazione perpetua, Fostino, figlio di Azzolino, d’una [p. 120 modifica]pezza di terra di due piovi nelle pertinenze di Riva, nel luogo detto all’Ischia, colla decima di essa, a patto che contribuisse annualmente alla sua Camera mezza galeta d’oglio387. Queste erano le minuzie, lasciate dal podestà imperiale in arbitrio del vescovo! Altra locazione perpetua di maggior conto trovasi stipulata in quest’anno, non già dal vescovo, ma dal podestà Sodegerio, col preambolo rimarchevole, ch’essa veniva fatta per sè, per il vescovato, pei suoi successori, e per l’autorità imperiale da esso esercitata col braccio di Alberto, conte del Tirolo, e di Corrado di Greifenstein, prevosto in Bolgiano. Investiva Ramberto d’Anteporta di Bolgiano, assieme a suo figlio Bertoldo, di un maso che teneva dalla Chiesa di Trento a lavorare, d’una casa, d’un bagno e d’altre comodità, giacenti nelle pertinenze di Bolgiano, nel luogo detto in Campoledro, col monte in Sigenano, verso l’annuo affitto di carra quattro di vino, e coll’obbligo di fornire le legna e gli erbami necessarii per la cucina al podestà o al vescovo, quando si ritrovassero in Bolgiano388.

Nel 1246, avendo Guglielmo di Cles, a nome proprio e come tutore di Federico e curatore de’ suoi fratelli, rifiutato nelle mani del vescovo la decima e il jus decimandi in Plaspuhel e Petragreza, pertinenze di Termeno, esso vescovo ne investì colle solite forme feudali i fratelli Martino e Nicolò di Termeno389. [p. 121 modifica]

Nel 1247, Goffredo della Porta e Nicolò, figlio di Gonselmo, gastaldioni di Termeno eletti dal podestà Sodegerio, investirono, a titolo di locazione perpetua, Alberto Osteroliem di una pezza di terra a Romenpuhel, coll’obbligo di contribuire annualmente alla Camera vescovile due orne di vino bianco di primo vaso390. E nello stess’anno, avanti il podestà imperiale Sodegerio di Tito, contro i Caldaresi e a favore dei Fiemmazzi fu deciso il diritto di erbatico, ossia di pascolo, nella palude presso Caldaro, nei prati di Sagonara e al Masotto; la qual decisione fu in seguito confermata nel 1257 dal vescovo Egnone391.

In tal guisa procedettero le cose sino all’anno 1248, in cui, morto Ottone, secondo duca di Merano ed ultimo della stirpe di Andecco, si aperse nuova fonte di calamità al Principato di Trento. Imperciocchè Alberto, conte del Tirolo, come marito di Juta, unica figlia ed erede di Ottone, andato al possesso della ducea e vistosi in grado di forze molto superiore ai vescovi suoi clienti, non istette guari che, sotto mendicati pretesti, invase ostilmente i vescovati di Trento e di Bressanone; dopo aver obbligato il vescovo nostro ad alterare l’investitura feudale dell’avvocazia, concessa nel 1240 a lui e agli eredi maschi, con altra clandestina, estesa anco alle femmine, senza alcuna partecipazione del suo Capitolo392. In questi atti di prepotenza durò il conte [p. 122 modifica]del Tirolo fino alla morte, avvenuta nel 1254. Della morte poi del vescovo Aldrighetto di Campo non si sa l’anno preciso; tuttavia si congettura con fondamento, che accadesse nel 1247.

Egnone, detto anche Egenone, dell’antica famiglia dei conti di Eppan, canonico della cattedrale di Trento e già vescovo di Bressanone, fu dichiarato vescovo e principe nostro nel 1248. Nell’aprile di quest’anno, Egnone ricuperò da Adelberone di Wanga, stipulante anche a nome di suo zio Beraldo, trattenuto prigione in Salorno, il feudo, di cui la sua famiglia era stata investita dal vescovo Alberto di Ravenstein, consistente in una casa murata con torre ed altri edificii, posta nella città di Trento, in capo al ponte dell’Adige, e mediante lo sborso di lire 1250. Quella torre anche presentemente si chiama di Wanga393.

Due investiture di locazioni perpetue furono spedite anche in quest’anno e nel 1249 dal più volte nominato Sodegerio di Tito, podestà imperiale nel Vescovato394.

Nel 1250, papa Innocenzo IV confermò il nostro vescovo Egnone in tutte le grazie e privilegi, che per indulto della Santa Sede aveva fino allora goduto quale amministratore del Vescovato. Il breve di conferma fu diretto per l’esecuzione al proposito di S. Michele395. Trasferito in detto anno dalla Chiesa di Bressanone a [p. 123 modifica]questa di Trento, il vescovo Egnone, essendo in potere degli inimici molti castelli e ville e beni appartenenti al suo Vescovato, impetrò da Innocenzo IV un altro indulto, in vigore del quale due parti delle rendite vescovili di Bressanone ceder dovessero a favore di Brunone, eletto di quella Chiesa, e l’altra terza parte in pro del nostro prelato, finchè gli fosse riuscito di ricuperare i beni occupati396.

Nel medesimo anno 1250, il podestà Sodegerio, come rettore, amministratore e provvisore del Vescovato di Trento, a nome dell’imperatore, investì d’una pezza di terra, giacente presso la chiesa nostra di S. Francesco, a un Maestro Fisico, cedutagli da uno Spinello di Sunza397. Nello stesso anno furono legalmente rilevati i diritti che competono al vescovo di Trento in Levico e in Selva, e specificate tutte le somministrazioni che i Levicani sono tenuti a fargli, in caso che il vescovo andasse ivi in persona, o che egli volesse portarsi a Roma398.

Nel 1251, a richiesta del nostro vescovo Egnone, il conte Alberto di Tirolo confessò di possedere, a titolo di feudo della Chiesa di Trento, il castello e la salaria di Torre, portante la rendita di tremila marche d’argento; ed oltreciò, nel territorio del Vescovato, e specialmente nelle valli di Annone e di Lagaro e presso Nago, almeno di tre masi l’uno, con una rendita di [p. 124 modifica]ventimila lire veronesi399. In quest’anno concesse Egnone, a titolo di feudo, colla riserva del jus aperturæ, a Gumpo e Sinibaldo di Castelcorno e ai loro eredi d’ambo i sessi il dosso superiore al castello nel monte d’Asio, chiamato di Sommatorre, ad effetto di edificarvi un nuovo castello, colla regolaneria dei prati intermedii, cioè del monte Tauro di S. Vincenzo400. Nel dicembre di quest’anno, il Capitolo di Trento ottenne da Innocenzo IV l’indulto, di non esser tenuto a provvedere alcuno di prebenda, beneficio o pensione (caso per altro assai frequente in quei tempi) se non allorquando nella concessione apostolica fosse fatta espressa menzione del Capitolo, colla inserzione di parola in parola dell’indulto medesimo401.

Tra i documenti del 1252 abbiamo quello di certa vendila di un vassallatico in Povo, autorizzata da Sodegerio di Tito, qual podestà del Vescovato, a nome di Corrado re dei Romani402. Abbiamo pure, che nello stesso anno fioriva Ulrico della Porta, vescovo intruso da Ezzelino da Romano e dai nemici della nostra Chiesa403.

Nel 1253, Sodegerio di Tito (che di bel nuovo si chiama podestà del Vescovato a nome dell’imperator Federico, dopochè l’anno precedente avea spacciata l’autorità di Corrado re de’ Romani) investì alcuni di [p. 125 modifica]Arco di un feudo dei loro antecessori, con certi obblighi a favore del Vescovato di Trento404. E nel maggio dell’anno medesimo, Ezzelino da Romano, che doveva avere fin d’allora invaso il Vescovato, fatta amicizia con Sodegerio a’ danni della Chiesa, lo investì in ricompensa, a titolo di vero e gentile feudo, della metà di tutto il monte e dosso del castello di Arco, colle stesse prerogative colle quali lo avea goduto Riprando d’Arco405.

Avendo adunque, come si è accennato nella vita del vescovo Aldrighetto, la Chiesa di Trento sostenute gravi molestie e invasioni non solo da Veronesi e da molti suoi nemici interni ed esterni, ma eziandio da Alberto conte del Tirolo, investito dell’avvocazia e pervenuto al possesso del ducato di Merano, il vescovo Egnone, colla speranza di riconciliarsi il duca suddetto, venne seco a patti pregiudicevolissimi. Nel 1253, dovette concedere ad Alberto tutti i feudi ricaduti alla sua Camera per la morte di Ulrico conte di Ulten, seguita nel 1243, investendone lui e Juta sua moglie e le figlie Adelaide ed Elisabetta; avendo costituito suo procuratore il conte Corrado di Kirchberg, ad effetto di mettere sì il conte che le contesse al possesso dei detti feudi, pei quali giurarono sugli evangeli fedeltà al vescovo, dandogli un bacio in segno di essa406. Venuto a morte nel 1254 il duca Alberto senza prole [p. 126 modifica]maschile, il Tirolo col ducato di Merano cadde in potere di Mainardo I conte di Gorizia, come marito di Adelaide figlia del defunto. E nel luglio di quest’anno egli ottenne dal vescovo Egnone l’investitura feudale di tutto ciò che i conti Ulrico, Giorgio e Federico di Eppan riconoscevano dalla Chiesa di Trento, giurando ad esso vescovo di esser fedele e di mantenerlo nel debito onore e giurisdizione, come fece per lo passato il conte del Tirolo407.

Nel 1255, essendo il nostro vescovo in guerra col tiranno Ezzelino, per sostenerne le gravi spese e specialmente per pagare le guardie di Calispergo, i balestrieri ed altri soldati a difesa di Castel Selva e di Castelvecchio, investì un Oderico da Ponte della muta o dazio del ponte di Trento sull’Adige408. Pressato sul vivo anche dai signori di Castelbarco, collegati con Ezzelino e che invano cercò d’impegnare a suo pro, dovette Egnone in quest’anno soscrivere patti iniquissimi, direttamente opposti ai diritti della sua Chiesa409. In questo stesso anno, a Zambonino milanese, abitante in Trento, che si era molto prestato ai servigi del vescovo, confermò questi l’investitura feudale d’un maso nelle pertinenze di Termeno, nel luogo detto di Plaspuel, speditagli dal più volte nominato Sodegerio di Tito, che da pochi mesi avea finito di [p. 127 modifica]vivere410. E in quell’anno medesimo, il vescovo Egnone investiva l’arciprete Graziadei e il Capitolo d’Arco di un orto situato in quel territorio, nel luogo detto al Broilo411. Nel maggio dello stess’anno, Egnone confermò ai Rendenesi i privilegi ottenuti dall’imperator Federico, e varie sentenze e quella in ispecie proferita da Giannone de Antico, capitano imperiale di Valcamonica, e da Manfredo Cattamozza giudice delegato; e ciò per l’assistenza dai Rendenesi indefessamente prestata al vescovo, nel suo esiglio da Trento, contro i tirannelli che lo perseguitavano412. Nel giugno 1255, il vescovo ricevette sotto la sua protezione gli abitanti della pieve di Cloz coi loro beni, devoluti alla Camera, come venduti e rispettivamente retrocessi alla Chiesa dal conte Ulrico di Ulten al vescovo Gerardo; in maniera che in avvenire i suddetti uomini e beni facessero sempre parte del patrimonio di S. Vigilio, nè mai potessero venire alienati413. In questo mese ed anno concesse ai signori di Wanga il castello di Ravenstein, fabbricato con licenza del vescovo Adelpreto IV da Bertoldo Scavilino l’anno 1222414. Di quest’anno 1255 si leggono pure due locazioni perpetue spedite dal nostro vescovo, l’una a Sicco di Favogna e a Reginaldo di Curone, suo genero, d’un maso e [p. 128 modifica]molino in Termeno, verso l’annuo affitto di tre carra di vino; l’altra a Jacopo, figlio di Saibante, pur di Favogna, d’un maso a Curtazza, nel luogo di Ecco, coll’obbligo annuo di due carra di vino, di due spalle di majale e di trenta uova415.

L’anno seguente 1256 riuscì infaustissimo al vescovo nostro, per le calamità patite da parte di Ezzelino da Romano e di Mainardo conte del Tirolo, ambo intenti ad opprimerlo. Onde opporsi con tutto lo spirito al primo, che infestava frequentemente il suo principato, provvide danaro e alleanze. E a tale effetto si collegò con Riprando d’Arco, il quale promise al vescovo duemila lire veronesi sopra le rendite vescovili nell’Archese, e di sostenere con tutta la forza le ragioni del Vescovato, specialmente contro Ezzelino, sotto pena di perdere il pegno convenuto416. Per coprire la valle Lagarina minacciata da Ezzelino, il vescovo Egnone procurò l’alleanza tra i suoi potenti feudatarii, i signori di Castelbarco e quelli di Castelcorno, che consegnarono quest’ultimo castello in pegno ad Adelperio di Arco, coll’obbligo di custodirlo e con varii altri patti417. Altra alleanza, più estesa dell’antecedente, conchiuse poi il vescovo nostro coi suddetti signori di Castelbarco; i principali patti della quale furono: che Aldrighetto, allora capitano di Trento, e Federico, a nome proprio e degli altri loro fratelli Azzone e [p. 129 modifica]Guglielmo di Castelbarco, come pure Jacopino di Lizzana e Sinibaldo di Castelcorno consegnassero questo castello nelle mani del sunnominato Adelperio d’Arco, per tutto il tempo che durerà la persecuzione di Ezzelino da Romano; che essi non potranno unirsi con Ezzelino o con altri nemici nella valle Lagarina; e finalmente che siano tenuti di lasciare in potere di Adelperio e de’ suoi fratelli il detto castello, coll’obbligo di mantenervi sei soldati di guardia, due a spese di Jacopino e di Sinibaldo, due a quelle del vescovo, e gli altri due a carico di Bartolomeo di Brentonico418. Nulla però giovò; imperocchè i suddetti signori non eseguirono gli impegni contratti; ma anzi si unirono ben presto a Ezzelino, contro il loro signore legittimo.

E qui da notarsi ciò che asseriscono alcuni cronisti, e specialmente Parisio di Cerreto e il Monaco Padovano, che la città di Trento scuotesse il giogo Ezzeliniano nell’aprile del 1255, ajutata dai signori di Castelbarco; ma che, poco dopo, il tiranno, mandato avendo un poderoso esercito per la Valsugana, devastasse terre e castella, e riprendesse e castigasse severamente la ribellata città. Nel 1256, il papa Alessandro IV diresse a Corrado vescovo di Frisinga una bolla, in cui, a motivo che il detto prelato godeva molti beni nella diocesi di Bressanone, lo esorta a prestare ajuto ad Egnone contro gli attentati di Ezzelino da Romano, ogni volta che ne verrà ricercato, e ad [p. 130 modifica]impedire il passo per le sue terre a coloro che portassero soccorsi al tiranno419.

Rivolgiamoci ora a Mainardo, conte del Tirolo, che, sulle orme del suocero, con finissime arti ridusse anch’egli il Vescovato di Trento all’estrema desolazione. Primo scopo degli ambiziosi pensieri fu quello di assicurarsi dell’avvocazia della Chiesa Trentina, decaduta alla Camera vescovile, assieme ai pingui feudi, per la morte del conte Alberto. A questo fine, procuratasi la deferenza di Ezzelino da Romano, chiese al vescovo Egnone la rinnovazione dell’investitura dell’avvocazia, carpita con male arti dal conte Alberto di Tirolo al vescovo Aldrighetto e tenuta fin allora celata, con cui veniva, in mancanza della maschile, abilitata anche la discendenza femminina; la chiese con modi più minacciosi che supplichevoli a nome di sua moglie Adelaide e de’ suoi figli d’ambo i sessi. Stordito il vescovo all’inaspettata comparsa dell’illegale investitura, voleva schermirsi ed usare del beneficio del tempo, protraendo la risoluzione. Ma essendo la città di sua residenza come bloccata da tre parti dalle genti del feroce Ezzelino, e verso la quarta da quelle del conte Mainardo, sostenuto altresì da molti ecclesiastici e secolari del Principato, si vide costretto a piegarsi alla dura necessità. Convocati li 2 d’aprile 1256 a consulta il Capitolo, la cittadinanza, i ministeriali e i feudatarii del suo Vescovato, onde procedere col più maturo consiglio in affare così spinoso, ai comparsi quattro [p. 131 modifica]deputati capitolari e ai quattro della città e ai sei dei nobili vassalli espose l’angustiato vescovo il motivo dell’adunanza, le premure e le minaccie del conte del Tirolo per la rinnovazione dell’investitura dal suo antecessore concessa ad Alberto, l’assedio della città e i pericoli che correva tutto lo stato. Di comune parere fu dato al vescovo l’assenso per la stipulazione dell’atto d’investitura; ma per renderlo, quanto sapevano, invalido ed insussistente, e trasmetterlo ai posteri siccome estorto per vim et metum cadentem in constantem virum, i convocati vi aggiunsero una formola di protesta, che cotesto assenso era dato per ovviare alla distruzione della città e agli altri mali minacciati ai renitenti e a tutta la diocesi. Ciò fatto, il nostro vescovo, nel giorno secondo di maggio, alla presenza del popolo accorso in piazza al suono della maggiore campana con cinque bandiere, in pubblico arringo, investì dell’avvocazia e dei feudi pretesi il conte Mainardo ivi presente, a nome di sua moglie Adelaide e di Alberto e Mainardo suoi figli e discendenti in perpetuo, dell’uno e dell’altro sesso, esigendo dal conte del Tirolo, in suo proprie nome e dei coinvestiti, il giuramento d’omaggio e di fedeltà sui santi evangelii420.

Già il primo di marzo di quest’anno 1256, il nostro prelato, sempre mai provvido e sollecito dei diritti vescovili, volle ridotte in pubblica forma le prerogative che gode la Chiesa di Trento nel monastero di [p. 132 modifica]Gironda, giacente nella diocesi di Cremona. Ciò si eseguì di consenso di Martino abbate mitrato d’esso monastero, confermato dal vescovo predecessore Aldrighetto di Campo421. Di questo monastero di Gironda fu fatta parola nella vita del vescovo Adelberone, all’anno 1101.

In questo medesimo anno 1256, in estinzione di un debito contratto con Alberto di Piacenzo, suo massaro di Camera, il vescovo Egnone gli assegnò certe rendite422.

Ai 5 d’aprile dell’anno 1257, Geremia, figlio di Bertoldo di Caldonazzo, dichiarava, che egli e i suoi nipoti possedevano in feudo dal Vescovato di Trento il castello di Caldonazzo, la terza parte dei monti di Lavarone, la sesta del monte di Vattaro e di Centa, la sesta del lago di S. Cristoforo, e la terza del monte della Costa423. Dal vescovo nostro ottenne un ragguardevole feudo, coll’assenso capitolare, Enrico di Greifenstein, in ricompensa dei servigi prestati; il che si ricava dalla conferma apostolica speditagli in quest’anno 1257424. Così parimente, nel susseguente anno 1258, Enrico Soga di Arco, per essersi distinto a favore del vescovo Egnone e della sua Chiesa, ebbe in ricompensa a titolo di feudo, tutti i beni di Bertoldo di Gosselingo da Drò, stato ribelle del Vescovato425. Ai primi di [p. 133 modifica]marzo di quest’anno, il vescovo nostro rimunerò Gralanto di Salorno, accorso nella passata guerra in difesa del Principato con gente assoldata a piedi e a cavallo, a modo di pegno per 300 lire promessegli, con l’affitto di tre carra di vino da ricavarsi da certo maso giacente in Termeno ad Alticleo; previo il giuramento d’essergli fedele anche per l’avvenire e dì assistere sè e i cittadini di Trento contro i nemici, con gente armata, a misura delle sue forze426. Nello stess’anno il vescovo Egnone investì Nicolò di Brenta della casa di Castelbrenta nel Levicano e del maso adjacente, levati a Baldo e Balmuso, figli di Tisone di Levico, partigiani di Ezzelino; e ciò col consiglio dei canonici e dei sindaci del Comune di Trento, a titolo di pegno, fino a che esso Nicolò fosse pienamente soddisfatto delle molte spese da lui fatte nella guerra contro Ezzelino, difendendo con valore il suddetto castello427. Nel medesimo anno, il vescovo nostro fu obbligato d’impegnare un annuo affitto di 29 galete di biada, ch’erano tenuti di pagare alla sua Mensa alcuni uomini di Fiavè, a Calepino giudice, il quale avea prestato alla Camera cento lire veronesi, impiegate a mantenere per qualche giorno l’esercito vescovile presso Serravalle contro il tiranno Ezzelino428. Sul principio di novembre 1258, volendo il vescovo liberare la giurisdizione di Königsberg, nella passata guerra con Ezzelino impegnata, [p. 134 modifica]assieme alle rendite, a Trentino di Gando, che imprestato gli aveva tremila lire veronesi, risolse d’impegnargli, invece di essa, due masi in Termeno429. In questo stesso anno il vescovo Egnone creò suo capitano di tutta la valle Lagarina, di qua e di là dell’Adige, Jacopino di Lizzana, obbligando quei popoli a riconoscerlo e ad ubbidirgli430.

Evvi una carta di quest’anno 1258, in cui sta registrata certa comparsa dei signori di Castelbarco, di Lizzana, di Beseno e di Gardumo avanti Ezzelino, onde trattare del salario a mantenimento d’un capitano della valle Lagarina; ciò che dà a conoscere la loro ribellione contro la Chiesa di Trento. In questa stessa carta e accennato il diritto del vescovo in detta valle, e quello dei soldati sopra la loro macinata e sui servi431. Nel suddetto anno, affinchè le suore di S. Michele di Trento, ridotte in estrema povertà per le guerre dell’eretico Ezzelino, venissero dai fedeli validamente soccorse, il vescovo nostro concesse a tutti quelli che loro avessero fatta elemosina, l’indulgenza di venti giorni pei peccati mortali, e di cento pei veniali432. In questo documento sono degne di nota le parole «pro meritis gloriosorum martyrum S. Vigilii et Adelpreti patronum nostrorum» le quali comprovano il culto, che già a quei tempi ad esso Adelpreto si attribuiva. [p. 135 modifica]

Nel 1259, il vescovo Egnone, che l’anno antecedente aveva impegnato un certo maso in Termeno per la somma di lire trecento a Gralanto di Salorno, oppignorò al medesimo per altre lire settecento diversi proventi vescovili, che si ricavavano da varii masi detti di Altichen, di Puhel, di Hirschpruneck e di Leute, nella parte superiore della diocesi tridentina433.

In questo stesso anno, Mainardo II, succeduto a suo padre, morto l’anno antecedente, ottenne senza molto contrasto dal vescovo nostro, stremato di forze, per sè e per Alberto suo fratello la rinnovazione dell’investitura dell’avvocazia e dei feudi della Chiesa di Trento; ai quali furono annessi, col consenso capitolare, quelli ch’erano ricaduti alla Camera vescovile coll’estinzione della famiglia dei conti di Ulten, e ch’ebbe in dono suo padre Mainardo I dal nostro Egnone, ed altri ancora di fresco incamerati per la morte dei conti Giorgio e Federico di Eppan, ultimi di questa schiatta. La conferma di lutti questi feudi fu fatta dal vescovo in pubblico arringo, alla presenza di molto popolo con sette bandiere di zendado rosso; e con aggiunta d’una dichiarazione pur troppo ingiusta ed esorbitante: che, dovendosi incontrar delle spese per l’evizione di alcuno di que’ feudi, queste fossero fatte dall’erario vescovile434.

Ciò non ostante, questo medesimo conte del Tirolo Mainardo II, si altamente beneficato dal vescovo, [p. 136 modifica]riuscì, più che ogni altro, acerrimo persecutore della Chiesa di Trento. Cominciò a dimostrare la sua arroganza col porre nella città di Trento un capitano, che vi risiedesse in suo nome (che fu un Nicolò di Madonna Contessa) il di cui potere era tanto, che gareggiava, se non superava, quello del principe. Imperocchè si legge certo atto di questo stesso anno nel quale il vescovo, unitamente al suddetto capitano, comandano a Rizzardo conte di Flavone, a quelli della macinata del fu conte Guglielmo e ad ogni altra persona, che non osino turbare il conte Federico di Flavone nel possesso dei beni che appartenevano al sopra accennato conte Guglielmo; ma, se vi avessero delle ragioni, dovessero giuridicamente esporle innanzi al vescovo e al capitano, onde riportarne gli effetti di giustizia; e ciò sotto pena di bando, ed altra pecuniaria435. Nello stesso anno 1259, a motivo delle spese fatte e dei danni sofferti nella guerra contro il tiranno Ezzelino da Nicolò di Brenta, al quale per simile causa il nostro prelato aveva gli 11 gennajo dell’anno antecedente oppignorato il castello di Brenta, lo investì di tutti i diritti vescovili nella villa di Tenna e di due dossi situati oltre detta villa verso la Valsugana, dove è la chiesa di S. Valentino, l’uno chiamato il Castelvecchio, l’altro ab Ores436. Nel maggio di quest’anno, fu dal vescovo [p. 137 modifica]Egnone dichiarato uomo della Casa di Dio, e di S. Vigilio un Nicolò di Terlago, figlio di Bertoldo, per aver abbandonata la parte di Ezzelino. Esso perciò, introdotto nella Chiesa di Trento dal decano Godescalco e presentato ed offerto sopra l’altare di S. Vigilio, fu in seguito dal nostro vescovo, come Legato apostolico, creato cittadino romano437. Il vescovo Egnone, che l’anno antecedente avea riscattata dalle mani di Trentino di Gando la giurisdizione di Königsberg, mediante l’accennata surrogazione, confidò il castello dello stesso nome alla custodia di Manfredino, figlio del suddetto Trentino, con divieto di alienarlo, e con obbligo di difenderlo contro chiunque438. Nell’ottobre del medesimo anno 1259, volendo procedere con mitezza verso i signori di Castelbarco ritornati alla sua ubbidienza, restituì il nostro vescovo ad Aldrighetto di quel casato i feudi della valle Lagarina, che gli avea levati per l’assistenza da lui prestata ad Ezzelino, rimettendo si esso che Federico ed Azzone nella sua grazia primiera, ai quali anzi condonò le pene da loro incorse, verso giuramento di fedel vassallaggio e la promessa di assistere con tutta la forza la Chiesa, la città di Trento ed i sudditi contro i nemici; ma specialmente contro i conti del Tirolo; il che è ben degno d’esser notato439.

In quest’anno finì i suoi giorni il formidabile [p. 138 modifica]tiranno Ezzelino III da Romano, per ferita riportata in una gamba, mentr’era prigione in Soncino, d’anni 65, passati in continue violenze e rapine. Il principato di Trento fu da lui condotto quasi all’estrema rovina. Conservasi nell’Archivio vescovile un codicetto, scritto un anno prima della sua morte, e contenente la deposizione di varie persone convocate in pubblica regola nel prato di S. Stefano presso Mori, la domenica dei 6 di giugno 1258, le quali giurarono di manifestare i beni e rendite del Vescovato e dei signori nella valle Lagarina, che non si piegarono ai comandi di Ezzelino, e favorivano le parti del vescovo di Trento440. Di Ezzelino era stato fautore, tra i feudatari dell’Episcopato, anche Albertino di Campo con Graziadeo suo figliuolo, e perciò furono loro confiscati lutti i beni per sentenza di Egnone. Ma nel novembre di quest’anno i suddetti signori, pentiti della lor fellonia, ottennero dal nostro vescovo l’assoluzione dalla sentenza, e la rinnovazione della investitura feudale, previo giuramento di fedeltà e promessa di assistere anch’essi il Vescovato contro qualunque nemico e in particolar modo contro il conte del Tirolo441.

Appartiene all’anno 1260 la donazione che il nostro vescovo fece di un certo bosco alla chiesa di S. Maurizio in Caldaro442; e una sentenza definitiva a favore del suo Capitolo e di Trentino di Gando, ai [p. 139 modifica]quali accorda il diritto di esigere dai Lombardi e Bresciani la muta ossia dazio di tutte le merci condotte a Trento si per acqua che per terra, eccettuandone i soli Sarmigiani, Insulani e Feltrini443. Nel luglio di quest’anno medesimo, il vescovo Egnone concesse, per mille lire veronesi, la investitura del feudo di Ried ai fratelli Diemaro, Ramberto ed Enrico di Boimont444.

Nel 1261, Ugo cardinale e sommo penitenziere di Urbano IV, mosso dall’indigenza dei Frati Domenicani di Trento, loro concede di ricavare cento marche d’argento dalle condanne per usura, rapine e male acquisto, nel caso però che siano ignoti i danneggiati; giacchè altrimenti sarebbe a questi unicamente dovuta la restituzione445. Nell’agosto dello stesso anno, il vescovo nostro investiva, a titolo di feudo, Peramusio, figlio di Boninsegna di Livo, e i suoi fratelli, del dosso situato nella pieve di Livo, nel luogo detto Mastozzolo, alle falde bagnato dal torrente Noce, ad effetto di fabbricarvi o casa o castello, come più gli piacesse446. Nello stesso mese, Leonardo, figlio di Azzone di Castelbarco, per convenzione anticipata, diede in potere di Sinibaldo di Castelnuovo e di Cristiano di Pomarolo la rocca di Castellano, con tutte le cose ad essa appartenenti, affinchè lo ricevessero a nome di Pellegrino di Beseno; al quale, tostochè fosse venuto, dovesse [p. 140 modifica]essere consegnato da custodire a balìa del vescovo Egnone, che lo potesse riavere in qualunque tempo; e questo, fino a ragion conosciuta da esso vescovo, cioè fin quando i signori di Castelbarco avessero potuto dimostrargli che il detto castello spettava loro legittimamente447. In questo medesimo anno, il nostro vescovo fu costretto di rilasciare a Mainardo, che ne fece premura, il castello di Mezzotedesco, devoluto alla Camera per la morte di Adelperio di Mezzo; e così pure il castello di S. Lucia, nella valle di Annone, vicino a Castelfondo448.

Nel 1262 era capitano di Trento, in nome del conte Mainardo II, Asquino di Varino, il quale, calcando l’orme del suo predecessore in tale carica, contendeva di autorità col vescovo stesso. Tanto si manifesta dall’atto di perdono, che il suddetto Asquino diede a Pellegrino di Beseno, a Sinibaldo di Castelcorno e ai loro seguaci, delle offese da essi a lui fatte; la qual remissione fu loro accordata anche dal vescovo, per parte sua449.

In questo stesso anno, essendo gravata di debiti la Camera vescovile e diminuendo di giorno in giorno le entrate a cagione delle guerre e dei grossi feudi ingojati dal conte del Tirolo, il vescovo Egnone fu in necessità d’impegnare la propria zecca ad alcuni privati per lo spazio di venti anni, previe alcune condizioni e lo sborso di 150 lire450. Nel medesimo anno [p. 141 modifica]fu autenticamente rilevata la bolla diretta da papa Innocenzo IV all’Arciprete e Capitolo d’Arco, con cui si conferma la determinazione di dieci canonici, compreso l’Arciprete, fatta dal Vescovo Gerardo; nè si permette che quel numero divenga maggiore, se non nel caso che le rendite fossero cresciute all’eccesso451.

Nel 1263, il vescovo Egnone investì Lodovico duca di Baviera della contea di Hartmansberg, devoluta alla Camera per la morte dì Sibitone di Falckenstein, ultimo di quella illustre prosapia452. Nello stesso anno rinnovò e confermò la costituzione di Gerardo II, suo predecessore, riguardante i primi frutti dei beneficii della diocesi, dovuti alla Fabrica di S. Vigilio. Sulla fine di gennajo di quest’anno, incamerò tutti i corpi feudali che riconosceva dalla Chiesa di Trento il defunto Jacopino di Lizzana, cioè castelli, fortezze, ville, poderi ed altri beni stabili, facendone offerta a S. Vigilio, sopra l’altare di S. Biagio nella cappella vescovile, con divieto di alienarli ai vescovi successori, sotto pena di nullità453.

Per mediazione di frate Alberto, legato della Santa Sede, già vescovo di Ratisbona, e dei conti del Tirolo, Mainardo ed Alberto, fu conchiusa in quest’anno la pace fra il vescovo Egnone e il Comune di Trento dall’una, ed alcuni suoi sudditi dall’altra; tra i quali [p. 142 modifica]si contavano Aldrighetto di Castelbarco e Albertino di Castelnuovo, spalleggiati da alcune potenti famiglie nominate nell’istrumento. Tutti costoro furono dal suddetto Legato prosciolti dalla scomunica in cui erano incorsi454. Nell’aprile di quest’anno medesimo, Enrico di Greifenstein promise solennemente ad Egnone di restituirgli il feudo conferitogli degli uomini del monte di Ritten, qualora il vescovo avesse a lui od a’ eredi sborsate lire 500; dal che si deduce che fosse feudo pignoratizio, fra i molti che Egnone fu obbligato concedere455. Nel maggio di quest’anno 1263, volendo Egnone adempiere la promessa fatta a Cristiano di Pomarolo, d’investire Sinibaldo di Castelcorno di tutti quei feudi che riconosceva dalla Chiesa nel luogo detto Torri di S. Vincenzo nella valle Lagarina Jacopino di Lizzana, in caso che questi fosse mancato senza eredi, siccome avvenne, ne spedì la investitura ad esso Sinibaldo; dal che si deduce che quei feudi non furon compresi nella donazione da lui fatta nel gennajo di quest’anno all’altare di S. Vigilio456. Nel maggio pur di quest’anno, a riguardo di Enrico Soga di Arco, il nostro vescovo dichiarò uomo gentile un Bonaccursio di Riva, figlio di Viscardino, concedendogli tutte le prerogative annesse a quel grado457. Nell’ottobre di quest’anno medesimo, Cristiano di Pomarolo promise [p. 143 modifica]a Bonaventura dei Gervini, procuratore di Jacopino di Lizzana, di custodire Castelcorno a servigio del vescovo, del predetto Jacopino, e de’ suoi partigiani, consegnando ostaggi a Jacopino di Gardumo, in malleveria della promessa. In questo atto Sinibaldo di Castelcorno e il suddetto Cristiano s’obbligarono di non aderire ai Castrobarcensi e loro seguaci, nè di fare con essi tregua ο composizione alcuna; volendo di più che Jacopino di Lizzana procurasse che Sinibaldo fosse dal vescovo Egnone disimpegnato di recarsi a Trento, e che nondimeno gli fosse permesso di goder quietamente i suoi beni allodiali e feudali che possedeva nel tempo in cui fu fatto prigione. Con questi ed altri patti fu conchiusa la pace e rimessi d’ambe le parti i danni e le offese458. In questo medesimo anno, attesa la fedeltà, prudenza e costanza di Liabardo di Giovo, con un capuccio che teneva nelle sue mani, il vescovo investì feudalmente esso ed i suoi eredi del castello di Königsberg, situato presso S. Michele, assieme alla reggenza e gastaldia di quello; con patto espresso che in ogni urgenza restasse aperto al Vescovato459.

Nel 1264, per ordine del vescovo Egnone, furono rilevati e legalmente specificati tutti i diritti della Chiesa di Trento nella gastaldia di Mezzotedesco460. In quest’anno, con provvida cura, dal Consiglio generale della città di Trento vennero pubblicali alcuni statuti [p. 144 modifica]municipali, e sottoposti alla conferma del vescovo461. Nel detto anno, gli uomini di Villamontagna prestarono sugli evangelii e nelle mani di Gozalco, decano della Cattedrale, il giuramento di fedeltà al Capitolo di Trento, siccome a loro signore e dinasta462.

Nel 1265, i popoli di Stenico, di Campo e di Banale si ribellarono al loro signore. Contro di essi, che tenevano in grave allarme il Principato e specialmente la popolazione del Bleggio, fedele alla Chiesa, spedì il vescovo nostro il conte Federico di Arco, che riuscì a ricondurli a ubbidienza. Ad esso, in ricompensa di sue fatiche, concesse Egnone feudalmente il castello di Ristoro, situato nelle Giudicarle superiori, assieme alle decime a quello spettanti; incaricandolo d’invigilare alla sicurezza di quella pieve463. Sul principio di dicembre di quest’anno, il vescovo Egnone, donò ad Agnese, moglie di Beraldo di Wanga, una figlia di Enrico Chircherio, di nome Vena, col patto che la maritasse in modo onorevole alla donataria, e che adottasse il primo figliuolo che fosse per dare alla luce, e fra gli altri che nascessero in seguito, ne possa scegliere uno, il quale si ascriva al Vescovato, ovvero appartenga alla Casa di Dio e di S. Vigilio464.

Nel 1266, Nicolò della Contessa, capitano del Comune di Trento pel conte del Tirolo Mainardo II, con [p. 145 modifica]approvazione del Consiglio della città, assolse tutti i nochieri di Trento, coi loro associati, da ogni aggravio e gabella, a condizione che apprestino, secondo il consueto, le barche necessarie al servizio del Conte e del Comune di Trento, salvo che non siano tenuti di partire colle barche cariche di vino senza il conveniente pagamento. Ecco un nuovo alto pregiudicevole all’autorità vescovile465. Col consiglio dei cittadini di Trento fu in quest’anno compilato il registro od urbario dei diritti e delle rendite del Vescovato, da Giovanni Tenosio e da Ferrandello massari del Comune di Trento per Mainardo II conte del Tirolo466. Sull’entrar di settembre di quest’anno, il vescovo Egnone ottenne da Odorico Panciera d’Arco la legale promessa di restituire alla Chiesa il feudo accordatogli, consistente in una braida (vasto podere) a S. Adelpreto nelle pertinenze di Arco, e nella decima dell’olio e della biada dentro la pieve di Riva, allorché esso vescovo gli abbia sborsate duecento lire veronesi467. Nel medesimo anno 1266, dovette Egnone prendere a prestito da Manfredino Gandi 435 lire veronesi per difesa del Vescovato e per soddisfare il convenuto salario al suo capitano Ugo di Valturnis detto del Sasso; la qual somma egli assicurò, a modo di pegno, sopra il vecchio e nuovo dazio di Trento468. In questo stesso anno, Madonna [p. 146 modifica]Cubitosa, figlia di Riprando di Arco, lasciò la massima parte dei suoi beni al Vescovato di Trento. Il resto testò a favore dei signori di Castelbarco, di Castelcampo, di Castelmadruzzo, di Castelsejano, e di Guarimberto di Gajo; diseredando i suoi parenti di Arco, per aver fatto soffrire la prigionia al di lei padre e a lei stessa469.

Nel 1267, le Comunità di Calavino e di Cavedine, mediante i loro sindici, si portarono in Riva, ove ritrovavasi il vescovo Egnone, a prestargli il giuramento di fedeltà, e la promessa di difenderlo con tutte le loro forze contro qualunque persona del mondo, ma singolarmente contro i conti del Tirolo, sotto la pena, oltre dello spergiuro, di trecento marche470. Prima di tale atto, dimorando pure in Riva, il vescovo Egnone, ai fratelli e sorelle nel monastero di S. Anna di Sopramonte, i quali, ridotti ad estrema povertà, non erano in grado di osservare la regola loro prescritta, aveva concessa la facoltà di unirsi e d’incorporarsi all’Ordine degli Umiliati di S. Luca di Brescia; il che supponiamo essere seguito, giacchè dei detti fratelli e sorelle non si trova più alcun vestigio471. Nello stesso anno fu confermata certa vendita di una casa in Trento, fatta a favore del Capitolo da Jacopo detto il Conte, come delegato del vescovo Egnone e del conte del Tirolo Mainardo472. [p. 147 modifica]

Nel mese di giugno 1268, il conte Mainardo e Regina sua moglie accordarono un salvocondotto ad Emerico sacerdote e ad altri nuncii del vescovo di Trento, affinchè potessero andare e tornare sicuri da Bressanone, ove dovean trattare di alcune differenze insorte tra esso vescovo e il conte. A tale estremo erano giunte le cose! Successivamente poi, cioè li 15 del mese di luglio, comparve in Trento il maestro Giovanni Ungaro, nuncio del decano di Bressanone, giudice delegato del vescovo di Coira, il quale citò il nostro vescovo Egnone a presentarsi personalmente, o col mezzo di procuratore, nella cattedrale di Bressanone, onde assistere alla tassa delle spese contumaciali da lui incorse, per non esser comparso alla prima chiamata, nonchè a rispondere al conte del Tirolo473. Nel medesimo anno, Cristiano di Pomarolo, di cui più volte parlammo, decaduto dalla grazia del vescovo nostro per aver mancato alle sue promesse, fu a quella benignamente riammesso, dopo aver dato segni di ravvedimento, e dichiarato che in avvenire gli sarebbe fedele474. Alla fine di ottobre di quest’anno, il vescovo Egnone, supplicato dalla Comunità di Riva, col mezzo del notaro Boninsegna suo procuratore, affinchè si degnasse di consegnare alla fedeltà del Comune la torre e il palazzo vescovile, promettendo di custodirlo ad onore di Dio e della Chiesa, annuì tosto alla sua domanda475. [p. 148 modifica]

Nel 1269, i procuratori della città di Trento giurarono al vescovo di stare ai comandi suoi, riguardo alla scomunica incorsa dai cittadini sleali, promettendo di essergli per l’avvenire ubbidienti, sotto pena di tremila lire veronesi; della quale promessa fu mallevadore il Conte del Tirolo. Il vescovo nostro ne impartiva loro l’assoluzione, in quanto poteva, dopo aver fatto battere i detti procuratori ed altri cittadini col libro dei salmi, secondo il costume della Chiesa, da Gennaro, priore di S. Maria Coronata. Così la città tutta fu riammessa alla partecipazione dei Sacramenti476. In questo medesimo anno, il conte Mainardo costrinse il vescovo nostro a venir seco ad una transazione jugulatoria, i principali articoli della quale furono: che, detratto lo stipendio dei capitani e custodi della città di Trento e dei castelli del Vescovato, il rimanente delle rendite provenienti dai dazii, dagli affitti, dalla zecca e dalla cantina, vengano distribuiti per metà fra di loro; che lo stesso si faccia delle collette, dei giudici, e degli altri rami d’eccettuata sempre quella porzione che spetta al Conte, che debbe essergli mantenuta senza diffalco (divisione leonina!); che le spese di guerra siano fatte a comune contribuzione; che i proventi dalle appellazioni, dalle vendite, dalle tutele e curatele, siano riservati al vescovo. Dal canto suo, il Conte promette di giovare al vescovo (come se a ciò non fosse stato tenuto, in vigore dell’avvocazia e per l’investitura di numerosissimi feudi, che riconosceva [p. 149 modifica]dalla Chiesa di Trento)477. Nel maggio del 1269, il vescovo Egnone affittò per un anno la sua zecca a Belliotto dei Drobossati fiorentino, coll’utile all’erario vescovile di lire trecento478. Nel novembre dello stess’anno, il vescovo nostro, costretto dalle angustie del Principato, alla presenza di Mainardo, conte del Tirolo, e di molti altri testimonii, obbligò, a titolo di pegno, per 1150 lire veronesi a Gralanto di Salorno la gastaldia di Fiemme, col patto della ricuperazione479.

Nel 1270, i deputati di Cavalese, di Carano, di Trodena, di Castello e di Tesedo, nella valle di Fiemme, raccolti a consiglio, per diritto di consuetudine, proposero uno statuto, che fu accettato e sancito dal popolo480. Alla fine di marzo dello stess’anno, a titolo di locazione perpetua, spedì il vescovo l’investitura d’un maso con casa, nelle pertinenze di Termeno, vicino alla chiesa di S. Jacopo sotto il castello, a Pietro nipote di Nicolò di Termeno, coll’obbligo di retribuirgli annualmente due orne di vino481. Ed un’altra, d’una pezza di terra in quelle pertinenze, giacente ai Ronchi, ne spediva ad Odorico Losco, pur di Termeno482. In quest’anno, col consenso del suo Capitolo, dei ministeriali e dei cittadini di Trento, in rimedio dell’anima sua e dei vescovi suoi successori, Egnone disobbligò [p. 150 modifica]perpetuamente gli uomini della Cappella di Termeno e di Magrè, dalla colletta loro imposta di fresco da sè e dai Conti del Tirolo Mainardo ed Alberto483. Nell’ottobre dello stesso anno, il travagliato nostro vescovo dovette soffrire una luttuosa rivolta dei Castrobarcensi. Assalito nella città di sua residenza, questa fu occupata da essi per intelligenza con alcuni cittadini sleali, ed egli si vide costretto a ritirarsi sul monte di Pinè. Mosso dalle violenze, rapine ed altre ostilità da loro usate, li 13 ottobre, sotto il portico di S. Maria di Pinè, fulminava contro i Castelbarco e i cittadini loro alleati la sentenza di scomunica con l’interdetto sopra la città di Trento e tutta la diocesi; e li 25 dello stesso mese ne trasmise copia al proposito di S. Michele e ai parochi di Fiemme, di Cembra e di Giovo, affinchè fosse resa pubblica e manifesta a ciascuno484. Nell’anno medesimo spedì un diploma d’indulgenza al monastero di Weingarten, feudatario della Chiesa di Trento485.

Nel 1271, i Padri Eremitani di S. Agostino, stanziati per mezzo secolo circa in Barbaniga, si trasferirono nella città di Trento, ove attualmente dimorano in ampio chiostro, colla chiesa dedicata all’evangelista S. Marco. Ciò avvenne per licenza del vescovo, il quale, a loro istanza, accordò pure certe indulgenze a coloro che avessero contribuito alla fabbrica del convento. [p. 151 modifica]L’anno seguente ottennero ancora l’assenso dei cittadini, mossi specialmente dalle raccomandazioni del Conte Mainardo. Anzi troviamo due documenti che portano la donazione di certe case per la costruzione sì della chiesa che del chiostro; l’una è del giudice Giovanni da Cavedine, che assegnò una casetta per la fabbrica della chiesa a frate Antonio da Padova, priore; l’altra di due case, assegnate per l’edificazione del monastero da Ghisloldo e Pietro Sejano cittadini di Trento486. Si legge del detto anno 1271, che Nicolò di Montevino di Caldaro, qual procuratore delle signore Ermengarda ed Elisabetta, figlie di Guntero di Bolgiano, giurò fedeltà al vescovo nostro, in nome di esse, siccome femine gentili della Casa di Dio e di S. Vigilio487. Li 2 di marzo di quest’anno fu lasciato un pingue retaggio al Vescovato di Trento da Turpino di Braganze, canonico di Vicenza, mosso a ciò fare, perchè Anselmo suo padre, dalle usure di grosse somme da lui prestate ai vescovi di Trento, avea ricavato grandi vantaggi. In rimedio dunque dell’anima sua e di quella di suo padre, investì Azzolino di Braganze, suo nipote, ricevente e stipulante in nome del vescovo di Trento, d’un suo podere nelle Braganze e in Calveni, tanto sul monte quanto nel piano, e della sua porzione del castello e dongione di Braganze, assieme ai vassalli e masnade e loro peculii e altri beni nell’istrumento [p. 152 modifica]nominati488. Nel medesimo anno il vescovo Egnone conferì in feudo una casa in Bolgiano nella contrada detta del Cormarch (Kornmarkt?) allo scrivano del conte del Tirolo Mainardo II489. Nel dicembre del 1271, il vescovo nostro, in suffragio dell’anima sua e dei vescovi suoi antecessori e successori, donava irrevocabilmente a frate Lombardo, ricevente in nome proprio e de’ suoi confratelli dell’ospitale di S. Maria di Campiglio, la chiesa di S. Biagio, situata nelle pertinenze di Malè nella valle di Sole, coi beni annessi ed altre prerogative490.

Frattanto il conte Mainardo, sollecito di dilatare in tutte le maniere il suo dominio, non cessava di vessare le due Chiese di Trento e di Bressanone. Circa la seconda n’è testimonio il documento di tregua di cinque anni, pubblicata tra il vescovo Brunone e Mainardo491; e relativamente a Trento, due investiture; l’una del castello di Mezzotedesco e sue pertinenze492; l’altra, del Dosso di S, Lucia nella valle di Annone presso la rocca di Fondo, con facoltà di fabbricarvi una corte e case a piacere493. Ai 22 di novembre del 1271, il vescovo Egnone infeudava d’un bosco da dissodare nelle pertinenze di Lana e Tisino un Tristanino, figlio di Tristano di Lana494. [p. 153 modifica]

Nel 1272 fu involato ad Egnone, con altre cose, il sigillo suo vescovile. Quindi, sul dubbio che potesse essere usato fraudolentemente a danno suo, della sua Chiesa, e di particolari persone, stimò opportuno di dichiarar nullo ogni atto che fosse per l’avvenire segnato con quello495.

In detto anno 1272, il nostro vescovo fu obbligato di spedire a Bertoldo Cretlo di Greifenstein, nuncio e procuratore di Mainardo II, l’investitura feudale di quattro masi esistenti nella pieve di Bolgiano, cioè di tre giacenti a S. Giustina, già oppignorati nelle strettezze della Chiesa ad Alberto Firmiano e ad Ottone di Mezzotedesco per lire ottocento veronesi, e del quarto, situato nella villa stessa di Bolgiano, posseduto pure a titolo di pegno per lire settecento. La investitura fu estesa in nome del Conte e de’ suoi eredi; per cui Bertoldo giurò fedeltà al nostro vescovo in animam principalis, e gli sborsò lire trecento veronesi, prezzo tenuissimo per un’alienazione di tanto rilievo496. Dovette inoltre il povero vescovo investire a titolo di feudo lo stesso Bertoldo, procuratorio nomine Comitis Mainhardi, della metà di tutti i masi con case e ragioni a quelli spettanti, e annessi per l’addietro al castello di Greifenstein, verso un annuo affitto da corrispondersi alla Mensa vescovile; avendo Egnone, oltre il giuramento di vassallaggio, esatte soltanto duecento lire497. Nell’aprile dello stess’anno, il vescovo Egnone, [p. 154 modifica]sotto certi patti e prescrizioni, locava la sua zecca e miniere d’argento a Belliotto de Rubafadis di Fiorenza498. Nel maggio del medesimo anno, Egnone investiva il conte Mainardo II (che nell’istrumento chiama diletto suo consanguineo) a titolo di vero e perpetuo feudo, di certa decima della pieve di Less, diocesi di Coira, con tutte le sue pertinenze, senza alcuna corrispondenza di prezzo499. Nello stesso mese, Ulrico, Enrico, Ezzelino e Guglielmo di Egna cedono in favore del vescovo di Trento i loro diritti sulla decania o scarìa di Romeno500. Alla fine di ottobre dello stess’anno, il nostro vescovo, quasichè il diletto suo consanguineo gli avesse realmente prestati insigni servigi, fu costretto di confessargli grato, e d’investir lui ed i suoi eredi perpetuamente a retto e legale feudo della giudicatura vescovile in Bolgiano, la quale prima era esercitata dal Conte del Tirolo a titolo di pegno501. Nel novembre del 1272, Gotesalco de Haselberg vendette al Conte Mainardo per 560 lire, e poi rinunciò nelle mani del vescovo Egnone tre parti di tutta la decima del vino e del grano che riconosceva in feudo dalla Chiesa di Trento in Termeno e sue attinenze, supplicandolo di passarne la investitura al Conte suddetto; il che fu eseguito nelle persone di Albertone e Cristiano di Vlanino, riceventi a nome di Mainardo [p. 155 modifica]e suoi eredi, colla riserva del giuramento di fedeltà da prestarsi dal Conte stesso, ad ogni requisizione del vescovo502. Ancora in quest’anno 1272, Ottone di Königsberg, a nome proprio e di Anzio Burgravo, cedette ad Egnone tutte le ragioni ed azioni che aveva o aver poteva sopra due masi giacenti in Termeno, statigli oppignorati per debiti da Corrado di Formicario503.

Nel 1275, il vescovo Egnone, non essendo egli, per debolezza di salute, in istato di farlo personalmente, delegò frate Bonaventura, provinciale priore dei frati Eremitani di S. Agostino nella Marca Trevisana, a porre la prima pietra nella fabbrica già cominciata del monastero di S. Marco di Trento, concedendo un anno d’indulgenza a tutti i fedeli che, penitenti e confessi, fossero concorsi a tale funzione504. Nel marzo di quest’anno, concesse Egnone in feudo al Conte Mainardo e a’ suoi eredi la porzione del maso alla Pietragrossa nelle pertinenze di Termeno, già posseduta, a titolo feudale, da Jacopina Trentinelli, moglie di Lanfranchino, or rifiutata in sue mani dal di lei procuratore Odorico da Bolgiano505. Nello stesso giorno lo investì pure dei figli e delle figlie di Eleonora, moglie di Federico di Tuli de Steles e dei discendenti suoi, con patto espresso che il detto feudo non possa essere alienato giammai, [p. 156 modifica]sotto pena della devoluzione al Vescovo di Trento506. Nello stess’anno, Egnone accordava la locazione perpetua di una terra arativa giacente nella pieve di Termeno, dal Rio sino alla strada, rinunciatagli da Conzio Smit di Termeno, ad Uberto figlio di Benedetto sartore di Egna, verso l’annua retribuzione di due orne di vino507. Evvi di questo stesso anno un documento, dal quale apparisce che un Nicolò di Castello di Termeno ed altri uomini della Cappella del detto luogo ad una voce si dichiararono, che l’investitura dei beni comunali e del bosco, giacenti alla Chiusa di Termeno sino ai vignali di Caldaro sopra la strada, accordata dal vescovo Egnone a Regina moglie di Mainardo II, era seguita di loro pieno consenso; approvando nello stesso atto i confini designati508. Ritrovasi pure che in questo medesimo anno il vescovo Egnone donò la chiesa parochiale in Mais, colle sue figliali, ai frati del monastero di Stambs, nella diocesi di Bressanone; colla riserva a sè ed ai vescovi successori di confermare quel sacerdote secolare che gli sarà presentato dall’Abbate pro tempore, e con altri patti di minor conto509.

Nel mese di maggio dello stesso anno 1273, il vescovo nostro, trovandosi infermo in Padova nel monastero di S. Maria delle Carceri, fece il suo testamento, col quale, fra l’altro, dispose: che il di lui corpo, fatto [p. 157 modifica]cadavere, fosse sepolto in Trento nella chiesa cattedrale di S. Vigilio, alla quale lasciò mille lire piccole veronesi, con cui comperar tanti beni ed affitti che bastassero a mantenere decentemente un sacerdote, elegibile dal decano capitolare, e obbligato agli officii divini all’altare di Maria Vergine da esso vescovo eretto nel duomo510. Nel medesimo anno, ad onore di Dio e dell’evangelista S. Marco, fu terminata la fabbrica del monastero e della chiesa dei Padri Agostiniani511.

Nel 1274, il vescovo Egnone, che nel mese di settembre era ancora in vita, sebbene la Cronaca Tirolese manoscritta512 lo dica morto nell’anno antecedente, spedì locazione perpetua a Jacopo di Favogna, come tutore dei suoi nepoti, di una terra arativa presso la palude di Termeno, pria rifiutata nelle sue mani a favore di quelli da Jacopo, figlio del Fabro di Termeno513.

Verso la fine di quest’anno 1274 chiuse la travagliata sua vita il vescovo Egnone, intorno al quale ci tramandava alcuni brevissimi cenni un Odorico di Bolgiano514.

Successe ad Egnone Enrico II, frate dell’Ordine Teutonico, protonotario della corte imperiale, verso il fine del 1274 o sul principio del 1275. Il primo atto che di lui si ritrova è la consegna da esso fatta a un [p. 158 modifica]frate Alberto, del medesimo Ordine, del palazzo vescovile in Bolgiano, col diritto di rascuotere gli affitti ed i censi ch’erano dovuti al vescovo in quella borgata515.

Nel febbrajo del detto anno 1275, essendo il vescovo Enrico venuto in cognizione che Panceria d’Arco, messo dal suo antecessore alla custodia del palazzo e della torre di Riva, non solamente li aveva difesi con fedeltà e ragguardevole suo dispendio, ma ben anche restaurati ed avvantaggiati, gli concesse di potervi quietamente abitare, fino a che fosse in grado d’indennizzarlo altrimenti516. Di questo medesimo mese ed anno abbiamo la designazione dei feudi che riconosce dalla Chiesa di Trento la città di Riva; nella quale, oltre il diritto di trasporto a Ponale e a Torbole, di cui parlammo all’anno 1155, si leggono diverse altre prerogative e privilegi concessi dal vescovo ai Rivani517.

Veniamo ora a Mainardo. Questi, che, in riconoscenza dei copiosi feudi conferitigli dal defunto vescovo Egnone, non aveva arrossito di custodirlo per qualche tempo prigione nel castello di Trento, aspirava ora al possesso del principato temporale. A un tratto, deposto ogni riguardo alle giurate promesse di fedeltà, invase il territorio trentino, sorprese la città di Trento e il castello del Buon Consiglio, e sottomise in breve tempo tutte le altre rocche e possedimenti, devastando le campagne, saccheggiando, imprigionando e uccidendo i [p. 159 modifica]sudditi vescovili. Enrico, dato di mano alle armi spirituali, scomunicò l’usurpatore e i suoi complici, sottoponendo alla stessa censura e all’interdetto la diocesi; indi coll’ajuto dei popoli di Bressanone, tartassati dal Conte, e di parecchi vassalli rimasti fedeli, fra i quali si distinsero i nobili di Zwingenstein, radunato un esercito, assalì la città di Trento, e da quella e da varii altri distretti riuscì a cacciare il presidio nemico. Ma passarono appena otto giorni dal suo ingresso in città, che vi fu fatto prigione. Potè colla fuga sottrarsi alla custodia del suo avversario li 25 gennajo del 1275; nondimeno fu poi costretto di vivere in esiglio per mesi dieci e giorni dodici, vale a dire fino ai 4 dicembre. Ritornato, si trovò in nuova lotta col Conte del Tirolo, che durò mesi sette. Mainardo II accusò il nostro vescovo come spergiuro presso la Santa Sede; ma Enrico potè presto scolparsi della strana imputazione, e, mercè l’efficace interposizione di Cesare, ricuperò il suo castello di Trento. Le cose sarebbero state condotte all’estremità, se l’Imperatore, chiamati i contendenti presso di sè nella città d’Augusta, esaminate le loro differenze e ragioni, non avesse per sentenza arbitrale deciso, che il conte Mainardo restituisse al vescovo tutte le rendite usurpate della città e della diocesi, e depositasse per un anno, dal prossimo S. Michele, i castelli di Edemburgo, di Levico, di Volsana e di Tonale, da sè occupati, nelle mani dei Cavalieri Teutonici, i quali, se fra quel tempo seguisse la pace, dovessero consegnarli ad Enrico, e, se non seguisse, li restituissero in potere del Conte, restando vive le [p. 160 modifica]loro ragioni, senza pregiudizio d’ambe le parti, in quel medesimo stato in cui erano avanti il giorno del presente accomodamento. Fu stabilito inoltre, che Erardo di Zwingenstein rimanesse nella città di Trento, e Ottone di Rothbach nella valle di Annone, ove esercitassero il loro ufficio di capitano, a nome del vescovo, corrispondendo a lui tutte le rendite provenienti da quelle giurisdizioni, detratto il consueto salario del capitano della Valle. Passato poi il detto tempo, senza che si fosse conchiusa la pace, dovessero i capitani ubbidire al Conte, salvo il diritto d’ognuna delle parti; il vescovo rivocasse la scomunica pubblicata contro Mainardo e fautori, e sospendesse l’interdetto della diocesi fino al termine sopra accennato; spirato il quale, senza la conclusione di stabile pace, il Conte coi suoi aderenti, e la città e la diocesi ricadano nella censura ecclesiastica. Finalmente fu dichiarato, che lo stipendio di 400 marche, dovuto al capitano di Trento, sia pagato in parti uguali dai due belligeranti; e che niuno di loro in questo frattempo faccia all’altro nocumento di sorta, sotto il vincolo del giuramento di fedeltà prestato dal Conte e dal Vescovo nelle mani dell’Imperatore Rodolfo I518.

In tale congiuntura intervenne il nostro vescovo Enrico, siccome testimonio, alla pubblicazione di due decreti imperiali. Col primo l’Imperatore Rodolfo dichiarava competere ai duchi bavari, come possessori [p. 161 modifica]della Baviera, il diritto di eleggere il Re dei Romani519; col secondo attesta solennemente che Enrico duca di Baviera aveva esercitato tale diritto col voto da lui dato nella elezione dello stesso Rodolfo520. Partitosi da Augusta l’Imperatore, il nostro vescovo Enrico seguì la Corte cesarea a Losanna; dove rogò egli stesso, qual protonotario imperiale, un diploma che riguarda la formola del giuramento prestato da Rodolfo I al pontefice Gregorio X; e ad un altro diploma appose la sua firma, qual testimonio521.

Verso il fine dell’anno medesimo, il vescovo Enrico arrivò in Trento, ove stimò necessario di esigere dai cittadini il giuramento di fedeltà. Comparso difatti al suono della campana maggiore nella cattedrale di S. Vigilio il popolo di Trento, i Sindaci del Comune Gonselmo e Gerardo Capelletti, a nome di esso, avanti un crocefisso d’oro e sui sacri evangelii giurarono di promuovere, conservare e difendere la persona, la dignità e i diritti del vescovo Enrico ivi presente, e di prestargli continua ubbidienza, come a signore temporale e spirituale, sotto la pena statutaria della decapitazione e confiscazione di tutti i beni522.

Avuto riguardo ai segnatati servigi prestati nella passala guerra al vescovo Enrico dai fratelli Erardo, [p. 162 modifica]Nicolò, Jacopo e Giovanni, e volendo ricompensarli quanto era fattibile nelle attuali strettezze, il suddetto vescovo li investiva del castello di Meiano, e di 150 lire veronesi di stipendio per la custodia di esso, da ricavarsi dalle rendite vescovili dalla Chiusa di Beseno fino a Salorno, eccettuata la città di Trento523. Sulla fine di dicembre di quest’anno medesimo fu conchiusa la pace fra i conti del Tirolo Mainardo ed Alberto ed i signori di Arco, dopo molte e calamitose ostilità originate dalla vendita del castello di Arco fatta ai conti del Tirolo dal podestà imperiale Sodegerio di Tito, e dal testamento di Cubitosa, del quale abbiamo parlato524.

Nel 1276, il vescovo Enrico investì Guglielmo e Bonaverio, figli di Bellenzano, di una parte della muta che si esige nel Covalo di Riomalo fra l’ospitale di Lavarone e quello di Brancafora, e d’una porzione di selva e di monte da Zono Folgarido fino al Lastego e al suddetto ospizio di Brancafora525. Ai primi di aprile di quell’anno, il nostro prelato costituì suo procuratore Jacopo di Zwingenstein per investigare i diritti spettanti al Vescovato nella cappella di Termeno, e rinnovare le locazioni perpetue coll’assistenza di dodici giurati del luogo526.

Frattanto il trattato amichevole procurato dall’Imperatore tra il vescovo nostro e il Conte Mainardo non [p. 163 modifica]ebbe effetto corrispondente all’aspettazione, e fu d’uopo di cercare altra via per definire le differenze. Laonde, nel mese di giugno 1276, col consenso d’ambe le parti ivi presenti fu pubblicato nella valle di Annone, presso il Ponte Alto un amplissimo compromesso nelle persone di Rodolfo, cancelliere della Corte cesarea, e di Enrico conte di Würtemberg, colla facoltà ad essi arbitri di conoscere e definire inappellabilmente ogni lite e controversia dal giovedì prossimo entro quindici giorni consecutivi, o in altro più lungo termine da prorogarsi di concerto delle parti, le quali si obbligarono di eseguire prontamente e senza contradizione tutto ciò che dai suddetti arbitri sarebbe deciso, sotto pena di mille marche d’argento, da essere applicate una metà alla Camera regia, l’altra metà alla parte osservante. Nel caso poi che i detti arbitri non convenissero in una sentenza, dentro il termine stabilito, il vescovo e il conte eleggevano in arbitratore supremo lo stesso imperatore Rodolfo, colla promessa di comparire avanti di lui entro un mese da computarsi dal giorno dello spirato primo compromesso, per eseguire indi tutto ciò che egli avesse stimato giusto, sotto la pena sopra enunciata; il quale secondo compromesso fu anche ratificato dai canonici di Trento. Seguita tale pubblicazione, fu ben tosto fatta la pace, per opera dei lodati arbitri, fra il vescovo ed il conte, avvalorata dal giuramento e dal vicendevole bacio 527. Per maggiore [p. 164 modifica]corroborazione delle cose premesse, il vescovo Enrico diede mallevadori per parte sua Leonardo e Guglielmo di Castelbarco, Erardo di Zwingenstein, Pellegrino di Bansevo, Riprando e Federico di Clesio, Jacopino di Gardumo, Nicolò Spagnolo, giudice, Federico di Frinsistain, Nicolò di Naco, Uberto di Brentonico ed Enrico di Como; i quali tutti con giuramento promisero che il vescovo avrebbe eseguito quel tanto che gli arbitri gli avessero imposto, e mantenuta la pace fatta; dichiarandosi, in caso contrario, che ne avrebbero essi stessi procurata la esecuzione a ogni costo, ed anche col seguire la parte del conte Mainardo. Poco dopo, ai già nominati mallevadori il nostro vescovo aggiunse Federico di Castelbarco, Manfredino e Bonaventura di Trento, Approvino di Castelnuovo, Ipoldo di Vinecco, Decemaro di Bramonte, e Retemaro di Vinecco, che le medesime cose promisero. All’incontro, da parte sua nominava il Conte come proprii mallevadori e colle medesime obbligazioni assunte da quelli del vescovo, Alberto conte di Augur, Federico conte di Ortemburg, Svicherio di Richimberg, Ergellino ed Arnaldo di Taranti, Vigerio di Limburg, Ermanno Startineggar, Jacopo Truchlin, Nomastro di Hattenberg, ed Ottone di S. Giustina. Nel modo istesso giurarono inoltre Alberto e Dieto di Firmian, Ulrico di Wellenberg, Enrico di Materein, Arrigo di Altemburg, Corrado di Piume, Aroldo e Altemanno di Taranti, Enrico di Velles, Ulrico di Varda, Alderico Zolnezio; tutti garanti pel Conte Mainardo. Ciò segui alla presenza di molti testimonii e dei soprascritti arbitri, i quali, presenti sempre [p. 165 modifica]i procuratori del vescovo e del conte, decretarono che i prigioni fatti da ambe le parti vengano rimessi in libertà, e rilasciati gli ostaggi, e cassate tutte le obbligazioni, sotto la pena contenuta nel compromesso. Non avendo poi potuto, o piuttosto per umani rispetti voluto, unirsi di sentimento il cancelliere Rodolfo e il conte di Würtemberg, arbitri eletti dalle parti, in vigore dell’accennato compromesso, la decisione cadde nella persona dell’Imperatore; il quale, avvocata a sè la causa, alla presenza degli avversarii, venne alla pubblicazione del suo laudo o sentenza arbitramentale nella sostanza e forma che segue:

I. Che la pace conchiusa dai sopradetti due arbitri rimanga solida e ferma per sempre.

II. Che il vescovo, a nome proprio e della Chiesa, debba rinunciare ad ogni danno e gravame ricevuto dal conte; e che il medesimo conte, a sua volta, rinuncii ad ogni pretesa sopra il castello situato nella città di Trento, e allora appellato del Mal Consiglio.

III. Che il conte rinuncierebbe pure ad ogni diritto che pretender potesse in virtù della infeudazione, sopra il castello di Königsberg e sue pertinenze, che sarà sempre proprietà della Chiesa di Trento, obbligata però al detto conte per la somma di trecento marche d’argento; rimanendo esso castello, per tale impegno, nelle mani di Cesare dal giorno di S. Maria Maddalena sino alla Rissurrezione, e da questa per lo spazio d’un anno intero, ad effetto di renderlo al vescovo, se in quel frattempo saranno da esso state sborsate le dette marche, o in diffetto al conte medesimo, il [p. 166 modifica]quale lo possederà jure pignoris, fino che sarà sodisfatto.

IV. Che il Conte sia obbligato di permutare il castello di Sporo con uomini e beni della Chiesa di Trento, ad esso Conte più vicini, fuori della valle di Annone, avanti il Natale di Nostro Signore, ad arbitrio di Berengario, maestro dell’ospitale di San Giovanni e di Artemanno di Baldecca; il che non seguendo dentro il detto termine per colpa del vescovo, il conte resti libero ed assoluto.

V. Che il Conte debba restituire al vescovo Bolgiano col suo distretto e colle giurisdizioni ed utilità che la Chiesa di Trento ivi godette ab antiquo, ritenendo per sè quella sola giurisdizione e quei soli diritti, che vi furono posseduti da esso conte, da suo padre e dal suo avo Alberto, fino al giorno dell’invasione.

VI. Che la fune, che il conte trattiene in detta borgata di Bolgiano, debba restare sotto sequestro imperiale dalla festa di S. Jacopo in là, per lo spazio di anni due; scorsi i quali, sarà ordinato ciò che si troverà di ragione; e frattanto, attorno ad essa fune amministri giustizia il capitano cesareo, al quale verrà prestata ogni assistenza dal vescovo e dal conte, sotto pena della perdita di essa fune; ed il vescovo abbia piena libertà di rifabbricare il suo palazzo vescovile a Bolgiano.

VII. Che il castello di Flincis (?) sia intieramente distrutto, e gli abitanti di quella valle diano, entro la festa di Risurrezione, venti marche d’argento al vescovo [p. 167 modifica]e venti al conte; e che, se sarà provato con testimonii degni di fede essere Ritten e Villanders stati posseduti da esso conte, dal di lui padre e dall’avo, fino dal giorno dell’invasione, rimaner debbano ad esso conte; in caso contrario siano restituiti alla Chiesa di Trento.

VIII. Che le corti ossia curie di S. Giustina, per 170 marche d’argento restino in pegno fino al pagamento presso il detto conte; il quale rinuncierà ogni diritto sopra le medesime, che potesse pretendere in virtù dell’infeudazione ottenuta dal vescovo Egnone.

IX. Che il conte possa possedere per l’avvenire nelle parochie di S. Genesio e di Tarler quella giurisdizione che hanno goduto finora il di lui avo, il padre ed egli medesimo; ma che sui beni di Diemaro di Boimund, di Uberetsch, di Marandino e de’ suoi figli e degli uomini della parochia di Thisens non eserciti altra autorità fuor quella che gli compete per essere essi nella sua Contea.

X. Che il Conte debba restituire ai signori di Liechtenstein il castello di questo nome colle sue pertinenze, contentandosi della ragione da lui legittimamente comprata nel castello inferiore.

XI. Che parimente restituisca il castello di Belvedere; e che rimetta nelle mani di Erardo di Zwingenstein e de’ suoi fratelli tutti i beni e ragioni che possedevano, mentr’erano ancora in sua grazia, avanti la guerra; colla sola riserva a favore del conte, che possa proporre a discutersi le sue pretese innanzi un giudice assegnato da Sua Maestà. [p. 168 modifica]

XII. Che il predetto Conte sia ulteriormente tenuto a restituire a Federico e fratelli di Frisenstein tutti i beni che il loro padre teneva al tempo della sua prigionia; procurando anche che vengano messi in possesso di quelli che furono da altri occupati; coll’obbligo ai detti fratelli di cedere nelle mani del Conte tanti allodii, che annualmente rendano dieci marche d’entrata, i quali riconosceranno da esso Conte a titolo di feudo; e che il castello di Frisinstein non possa essere edificato da nessuno, entro quattro anni, contro la volontà di Mainardo.

XIII. Che i castelli fabbricati durante la guerra siano distrutti, eccettuato l’antico castello di Frimina.

XIV. Che il vescovo debba investire il conte di tutti i feudi vacati per la morte dei conti di Ulten e di Eppan, ed in ispecie di Meccuberg e di Altenburg colle sue pertinenze, infeudati a lui ed a suo padre dal vescovo Egnone, eccettuati i feudi espressi di sopra. Oltreciò, il vescovo investirà il conte del castello di Hentria; e Mainardo, all’incontro, rinuncierà a tutte le rendite e possessioni spettanti alla Chiesa di Trento, ch’egli conseguì dal vescovo Egnone, a titolo di feudo, di donazione o di compra. Inoltre, che Mainardo abbia a ricevere dalle mani del vescovo in feudo o in allodio ogni cosa ch’egli fosse per acquistare dai vassalli e ministeriali della Chiesa di Trento.

XV. Che rimangano al conte tutti i beni che Alberto, avo suo, il di lui padre ed egli medesimo abbiano posseduto fino al giorno della questione. [p. 169 modifica]

XVI. Che il conte faccia espressa rinuncia di tutti i beni venduti e donati alla Chiesa dal conte Ulrico di Ulten, e dal vescovo ultimamente indicati in Bolgiano. Di questi rimanga al conte la sola corte di Merse.

XVII. Che tutti quelli che hanno seguite o favorite le parti del vescovo o del conte nella passata guerra, non possano in alcun modo venir molestati, ma bensì debbano esser rimessi nel pristino stato.

XVIII. Finalmente, che i ministeriali d’ognuna delle parti siano assolti dal giuramento all’una o all’altra prestato contro il loro signore, e vengano da esso riammessi in grazia528.

Il vescovo Enrico ed il conte del Tirolo Mainardo II accettarono ed approvarono coll’apposizione dei loro sigilli il suddetto laudo o sentenza arbitramentale.

Reduce alla sua Chiesa, il vescovo nostro, nel settembre del 1276, a motivo di certa anteriore stipulazione col conte Mainardo, riguardante gli uomini di Fiemme, alla sua giurisdizione ceduti, promise di pagare fino alla Pasqua del seguente anno a Federico di Lanfredo di Bolgiano, ricevente in nome del conte, duemila lire veronesi; pel puntuale pagamento delle quali chiede parecchi mallevadori529.

Li 6 novembre di questo stesso anno, il vescovo Enrico convocò un Sinodo generale in cui, dopo la [p. 170 modifica]pubblicazione di molti canoni di dottrina e di disciplina adattati a quei tempi, col consenso dei congregati, concesse un’indulgenza di 40 giorni a coloro che avessero sovvenuto con elemosine i frati e le suore dell’ospitale di Campiglio, del quale fu parlato all’anno 1222; e li 9 del detto mese confermò inoltre tutti i diritti e privilegi loro accordati dai vescovi predecessori, ricevendo quei frati e quelle monache coi loro beni sotto la sua tutela530. Nel medesimo giorno, usando dell’autorità conferitagli dal pontefice, confermò tutti gli indulti e i privilegi già ottenuti dai confratelli e dalle sorelle dell’ospitale di Romeno, ricevendoli sotto la particolare sua protezione, e mettendo al bando e scomunicando tutti quelli che loro osassero fare ingiuria. E siccome essi, accogliendo infermi peregrini e pascendo poveri, erano ridotti alle maggiori strettezze, onde accendere la carità dei fedeli a soccorrerli largamente, concesse a loro che li ajutavano l’indulgenza di 40 giorni pei peccali criminali e della quarta parte dei veniali531.

Nel medesimo mese ed anno, onde adempiere sovrabbondantemente le parti sue, a seconda della sentenza imperiale, il vescovo Enrico spedi procura ad Erardo di Zwingenstein capitano di Trento, acciò indagasse quali fossero gli officiali e ministeriali, ai quali il conte Mainardo avesse data commissione di seco permutare il castello di Sporo, relativamente all’articolo [p. 171 modifica]quarto della citata sentenza dell’imperatore Rodolfo; e così pure i beni, le possessioni, gli uomini patrimoniali del vescovo Egnone e del conte di Eppan, com’era commandato in detta sentenza. Ma ciò fu indarno, perchè la mente di Mainardo era a tutt’altro rivolta che alla debita restituzione532. Per altro, in quest’anno, dopo molte diligenze, riusciva al vescovo Enrico di ricuperare, mediante i suoi sindici, Gislimberto canonico e Oliviero di Bolgiano, non pochi beni della Chiesa di Trento dalle mani d’illeciti detentori; dei quali bene volle che fosse fatta una descrizione da deporsi in archivio533.

Nel 1277, Federico di Terlago cedette al vescovo Benvenuto di Albertino di Covelo e i di lui figli Uggiero e Jacopo con tutti i nepoti e loro peculio, sotto la promessa di non alienare alcuno di essi ed i loro beni, che rimarranno perpetuamente a servigio del Vescovato; coll’obbligo inoltre a ciascuno dei figli, nipoti e discendenti maschi di non maritarsi fuori della Casa di Dio e di S. Vigilio, e con altri patti soliti apporsi534. Nel mese ed anno medesimo, il nostro prelato ottenne dall’imperatore Rodolfo I un solenne diploma, col quale approvava l’unanime parere dei principi ecclesiastici e secolari nella sentenza, che si dovesse riputare invalida ogni nuova infeudazione fatta da principi ecclesiastici, senza il consenso dei rispettivi Capitoli535. [p. 172 modifica]

Sul principio di quest’anno 1277, il vescovo Enrico volle dar sesto alla giurisdizione e castello di Pergine, che di fresco con grande dispendio aveva redento dalle mani di Adelpreto di Mezzo. Ad istanza dunque del decano Godescalco e dell’arcidiacono Ulrico, suoi fidi consiglieri, di alcuni amici e del Magistrato di Trento, chiamati col suono della campana a consulta, consegnò in feudo a Martino di Pergine ed a’ suoi figli ed eredi il palazzo posto sopra il monte e dosso di Pergine, con tutte le ragioni ad esso spettanti, ad onore e servigio del vescovo e del Comune di Trento, riserbandone a sè la giurisdizione536. E comechè pur troppo aveva motivo di temere che, in sua assenza, il conte Mainardo, non ostanti le promesse e la sentenza imperiale, non si riprendesse il castello di Trento, ne fece carta di donazione perpetua ed irrevocabile a S. Vigilio, protettore della diocesi, sul di lui altare nelle chiesa cattedrale; proibendone e annullandone la vendita o l’alienazione, sotto pena della scomunica; dopo aver narrate le violenze sofferte, la sua retenzione in esso, e del suo antecessore Egnone, i danni recati alla città e ai cittadini, la fuga e la trasmigrazione di questi, ed altri innumerevoli guai, che diedero impulso alla donazione suddetta537.

Compiute coteste cose di somma importanza, il vescovo Enrico si portò a Vienna presso la corte imperiale, ove procurò di ottenere la sospirata [p. 173 modifica]dichiarazione dei dubbii insorti. E mentre attendeva a tale bisogna, assistette nel mese di marzo alla pubblicazione del diploma, col quale l’imperatore Rodolfo confermò i privilegi degli Ordini della Stiria; e ad un altro relativo al cenobio della Valle di S. Caterina538. Evvi ancora una lettera dell’imperatore Rodolfo ai consoli e cittadini di Argentina, colla quale loro notifica certa sentenza profferita dai principi dell’Impero in quella nominati; fra i quali il primo è il nostro vescovo Enrico539.

L’imperatore Rodolfo, udite le giuste querimonie che il vescovo gli aveva espresse contro il conte Mainardo, citò costui a discolparsi personalmente. Venne in effetto, ed esaminata scrupolosamente ogni cosa, in vigore del primo compromesso, pronunciò Cesare l’arbitrale sua dichiarazione del tenore che segue:

I. Si conferma la pace conchiusa in Ulma con tutti gli articoli; comandandosi, che se alcuno di questi dall’uno o dall’altra parte non fosse stato adempito, si adempia senza ulteriore dilazione.

II. Di consenso del Conte, si proroga fino alla festa della Purificazione di Maria Vergine la permuta da farsi del castello di Sporo coi beni del Vescovato, come fu stabilito nel laudo di Ulma.

III. Comanda e vuole che tutti i danni cagionati dall’una all’altra parte, dopo la pace di Ulma, vengano risarciti; e che, avvenuta cotesta reintegrazione, il [p. 174 modifica]vescovo ed il conte facciano retta giustizia intorno alle pretese che alcuno avesse o contro il conte o contro il vescovo, o contro alcuno dei lor servitori. In caso poi che i servitori o partigiani del vescovo non volessero ubbidire a quest’ordine di restituire prontamente i castelli o fortilizii, l’Imperatore promette al Conte la propria assistenza, e così al Vescovo nel caso opposto.

IV. Comanda ulteriormente, che il conte Erardo di Zwingenstein, i suoi fratelli e tutti gli aderenti e servitori del Vescovo siano da Mainardo rimessi nel possesso primiero della sua grazia, nè vengano molestati per nessun modo; e lo stesso faccia il Vescovo con quelli del Conte.

V. Conferma quanto nella pace di Ulma fu ordinato intorno alla riedificazione di Greifenstein; colla sola aggiunta che il detto castello non possa nè dal Conte nè da’ suoi essere rifabbricato entro il termine in detta pace prefisso; anzi che siano tosto demolite le fabbriche fatte.

VI. Decreta finalmente che, per cinque anni, una parte non inquieti l’altra in re monetaria; ma che nel detto intervallo di tempo ognuna usi quella moneta che tiene.

Questi sono in sostanza i punti dell’additamento Cesareo alla pace di Ulma, pubblicati alla presenza d’ambe le parti che li accettarono con promessa di pronta esecuzione, e li ratificarono coll’apporvi i loro sigilli540. [p. 175 modifica]

Ottenuto cotesto laudo addizionale, il nostro vescovo si restituì a Trento, pieno di speranze, che furono ben presto deluse. Imperocchè trovò le cose del Vescovato in maggiore confusione che mai, per opera del conte Mainardo. Onde rimediare ai presenti e futuri effetti di questa smisurata ambizione del conte, il vescovo nostro, ad imitazione di quanto fu fatto l’anno 1220 sotto la reggenza del vescovo Adelpreto di Ravenstein, col consenso del popolo, conchiuse un trattato col vicino Comune di Padova, che allora si governava a repubblica; trattato che fu messo ad esecuzione nel mese di luglio del seguente anno 1278, in cui consegnò nelle mani di esso la città e il Principato di Trento, affinchè lo garantisse da ogni ostile sorpresa, per riprenderlo poscia ad ogni suo beneplacito541.

Ma alle ragionevoli aspettazioni del provvido nostro prelato non corrispose il Comune di Padova; il quale, appena ottenuto in custodia il territorio trentino, vi spedì in qualità di pretore o podestà Marsilio Partenopeo, appoggiandolo di considerevole stuolo di soldati a piedi e a cavallo. Questi cominciò ad esercitare l’ufficio suo con asprezza, non dubitando, ove trovava qualche renitenza, di usare la forza, e giungendo fino all’eccesso di dare il sacco ed il fuoco ad alcuni villaggi. Il Comune di Trento infastidito di tale procedere, e commosso ai giusti lamenti del popolo, licenziò ben [p. 176 modifica]presto il podestà padovano colla gente che lo scortava, e chiese l’ajuto degli altri Comuni della diocesi e dei castellani; nè essendo contuttociò abbastanza forte per ottenere sollecitamente l’intento, ricorse ad Alberto della Scala, signor di Verona, antico confederato della Chiesa di Trento, benchè ora inimico, e coll’ajuto di lui e con quello dei sudditi fedeli, solamente nell’agosto del seguente anno 1279 ebbe luogo l’evacuazione dei Padovani da tutto il territorio trentino542. Cotesto fatto fu poscia origine d’altra guerra fra il suddetto Comune e Alberto della Scala, ch’ebbe a durare un biennio.

Era frattanto ritornato da Roma, ove stette per sette mesi e giorni sedici in legazione imperiale, il vescovo nostro; e fu sua prima cura di comporre all’amichevole le differenze insorte coi Veronesi. A quest’uopo mandò tre ambasciatori al Comune di Verona, Erardo, Massimiliano e Riprando, coi quali nell’ottobre del 1279 fu conchiusa stabile pace sotto certe condizioni giurate per parte dei Veronesi da Placesio dei Carbonensi di Bologna, podestà di Verona, da Alberto della Scala, capitano generale di quel Comune, e dal magistrato od università mercantile543.

Rivenendo all’anno 1278, ebbe in esso il suo principio in Trento l’ospitale alemanno colla confraternita laicale detta dei Zappatori, che oggidì abbonda di rendite544. Già nel gennajo di quest’anno procurò il [p. 177 modifica]vescovo che da un notaio trentino fossero ridotti in forma pubblica gli obblighi degli uomini di Ledro, di Bono, di Tignale, di Lomaso, di Banale, di Tenno e di Riva verso la Camera vescovile, registrati nel libro delle ragioni di San Vigilio545. Nel maggio dell’anno medesimo, di commissione del vescovo Enrico, da Giovanni chierico di S. Maria d’Arco venne fatta la descrizione dei beni del Priorato di S. Tommaso, situato fra Riva ed Arco; dalla quale si ricava che in Nago v’era un conservatorio di monache546. Ai quattro di ottobre 1278, Carlo di Vezzano, procuratore di Adelpreto di Madruzzo, consegna al vescovo nostro un Clarello, figlio di Oliviero di Disado, con tutta la sua discendenza maschile e feminile e con alcune rendite in prodotti naturali; e il vescovo lo accetta come uomo di sua famiglia e della Casa di Dio, promettendo di non alienare giammai nè lui, nè i suoi parenti, nè le sue sostanze; e volendo a sua volta che il suddetto Clarello gli giuri fedeltà, siccome servo della Casa di Dio, ed obblighi sè e i suoi eredi a maritarsi solamente con persone libere ο almeno con persone del Vescovato547.

Nel 1279, mentre il vescovo nostro ritrovavasi a Roma, concesse con undici altri vescovi certe indulgenze alla cappella di S. Cuniberto, nella quale giace il corpo di S. Guerniero, martirizzalo dagli empi giudei. E nel giugno del detto anno, reduce alla sua diocesi, [p. 178 modifica]collo sborso di trenta lire veronesi ricuperò alcuni beni nella villa di Tenna da un Bellinacio di Levico548.

Avendo nella guerra dello scorso anno presa vivissima parte tutti i signori di Castelbarco, in alleanza col conte del Tirolo a’ danni del Vescovo, nel mese di agosto del 1279 seguì riconciliazione e pace tra esso, a nome del Principato e del Comune di Trento, e Bonifacio, Federico e Guglielmo di Castelbarco, Uberto, Azzone e fratelli di Brentonico, Matteo di Castelnuovo, Emanuele di Nomi, per mediazione ed arbitrio di Adelgerio vescovo di Feltre e di Belluno. I Castrobarcensi coi loro confederati, sostenuta una pubblica penitenza, e prestato il giuramento di ubbidire in futuro alla Chiesa di Trento ed al vescovo, furono prosciolti dalla scomunica549. Negli stessi giorni in Eppiano, presso la Chiesa di S. Paolo, seguì il solenne compromesso di tutte le vicendevoli ingiurie, danni e pretese tra il vescovo Enrico e Mainardo conte del Tirolo, nella persona di Adelgerio vescovo di Feltre e di Belluno; al quale il nostro prelato aggiunse come coarbitri Erardo di Zwingenstein, il giudice Nicolò Spagnolo, Concilino di Guinetto e Adelpreto di Formicario. Altrettanti ne aggiunse il Conte. Cotesto compromesso includeva anche tutti i loro fedeli ed amici, e doveva aver forza di legge e stabilità solamente fino alla festa di S. Martino. In seguito della pubblicazione di esso, il vescovo nostro assolse Mainardo e i suoi complici dalla scomunica; e [p. 179 modifica]fu fatta incontinenti fra loro mutua rimessa delle offese e perfetta riconciliazione, mediante il vicendevole bacio di pace. Dopo di ciò, nel medesimo giorno tre di agosto, alla presenza del vescovo di Trento e di Feltre, i sopranominati otto arbitri e compositori giurarono sugli evangelii di dar mano quanto prima a terminare le pendenti questioni senza frode e con buona fede. Diffatti li 5 dello stesso mese, il vescovo Adelgerio cogli arbitri, come base e principio di pace, decretarono che il vescovo di Trento ed il Conte Mainardo siano tenuti di ajutarsi scambievolmente con tutte le loro forze contro chiunque, ma specialmente contro gli usurpatori dei beni del Vescovato, e tutti quelli che tentassero violare cotesta pace, eccettuati i Veronesi e i signori di Castelbarco, contro dei quali il solo Conte Mainardo sia tenuto di prestare soccorso al vescovo di Feltre; che il vescovo di Trento debba tenere due capitani nelle valli di Annone e Sole, uno dei quali sia suddito suo, l’altro del Conte; che i capitani reggessero le suddette valli per un anno in nome del vescovo, giurando difendere l’onore e i diritti così del vescovo come del Conte; che gli emolumenti fossero divisi per metà, a riserva dei provenienti dai beni della Chiesa, da consegnarsi unicamente al vescovo. Quanto poi concerna i detti capitani per l’avvenire, venga rimesso all’arbitrio di frate Antonio, maestro della Casa Teutonica, e sia dato di più il regresso ai proprii beni a tutti coloro, che ne fossero stati scacciati durante la guerra. Li 6 dello stesso mese, fu poi fatta un’altra dichiarazione dai mentovati arbitri; la quale imponeva [p. 180 modifica]che i carcerati d’ambidue le parti fossero rimessi in libertà, nominando specialmente Enrico Lainano; che tutte le sicurtà non sodisfatte in occasione dei prigionieri fossero di niun valore, a riserva di 25 marche del Poldo, le quali vengano esatte, a motivo delle spese fatte dal fratello di Udalrico di Bolgiano, e a lui consegnate; che il Conte possa tenere Bolgiano per anni due, principiando dalla Natività del Signore; e, ciò non ostante, il vescovo Enrico possa esigerne i dazii e le altre sue rendite; e finalmente, che il vescovo sia obbligato di affidare la giurisdizione di Bolgiano ad Antonio Scenau, ministeriale del Conte, il quale faccia giustizia imparziale ai sudditi d’ambo i principi550.

Sulla fine di novembre di questo medesimo anno, il nostro vescovo congregò nella cattedrale di S. Vigilio un sinodo generale della sua diocesi, e dinanzi ad esso denunciò lamentevolmente in abito pontificale gli usurpatori dei beni della sua Chiesa, il primo fra i quali, dopo il Conte del Tirolo, si era Odorico Panceria d’Arco, che aveva occupato il borgo di Riva, quello di Arco, le pievi di Tenno, di Nago, di Bono, di Condino, di Tignale, coi castelli di Tenno e Romano. Narrò di averlo più volte paternamente invitato a restituire le terre usurpate, ma sempre indarno; e perciò decretava, col parere del Sinodo, contro il contumace un severo monitorio, da essergli intimato dagli arcipreti di Riva, di Arco, di Bleggio. Non avendo [p. 181 modifica]anche questo prodotto l’effetto che si aspettava, verso la fine del mese di marzo dell’anno seguente 1280, nel coro di S. Vigilio, solennemente lo scomunicava551.

Frattanto anche il conte Mainardo mantenevasi in possesso delle terre usurpate, e, quasichè i laudi imperiali, che l’obbligavano alla restituzione, fossero illegali e di niun valore, costrinse il vescovo Enrico ad un altro illimitato compromesso, fatto mediante il vescovo di Feltre Adelgerio, derogatorio ai laudi predetti552. Nè solo il Principato di Trento fu soggetto alle estorsioni del Conte; tutti i vicini a proporzione ne risentirono la prepotenza. Il nostro buon vescovo, malgrado le continue vessazioni, seguiva a reggere la sua Chiesa con somma prudenza. Nel gennajo del 1281, commiserando la povertà in cui era caduto Jacopo di Temidio di Bolgiano, per essergli stato fedele, il vescovo nostro gli concesse l’usufrutto, sua vita durante, della casa, del broilo e dell’orto situati nella città di Trento, dietro il palazzo vescovile553. Nel febbrajo dello stess’anno rinnovò la locazione perpetua a Bertoldo Maier di Bolgiano d’un maso e di una casa, verso affitto di quattro carra di vino di prima qualità e coll’obbligo di fornire alla cucina vescovile gli utensili necessarii, le legne e gli erbaggi554. Ai 9 dello stesso mese confermò ai Fiemmazzi alcuni privilegi molto [p. 182 modifica]importanti555. Nell’anno medesimo, da commissari dei vescovi di Trento e di Bressanone furono piantati i termini dividenti la diocesi d’ambi quei principi, ed altri fra il Comune della Valle di Fiemme, territorio trentino, e il Comune di Sorana della Valle di Fassa, territorio bressanonese556. In fine poi di novembre dello stess’anno, essendo stata redenta la gastaldia di Fiemme dalle mani di Gralanto di Salorno, cui l’avea oppignorata nel 1269 il vescovo Egnone per 1500 lire, il vescovo nostro la commise ad Odorico di Bolgiano, con autorità di esercitarvi in suo nome giurisdizione, comandando allo scario di quella valle di prestargli la ubbidienza dovuta a un gastaldo vescovile557. Agli 11 dicembre 1281, la maggior parte degli uomini del monte di Ritten prestarono giuramento ad Ulrico di Bolgiano, sindaco del vescovo nostro, siccome appartenenti alla Casa di Dio e di S. Vigilio558.

Nel 1282 il vescovo Enrico governava immediatamente e senza intervento del ministro cesareo, anche nel temporale, il suo vescovato; e ciò si ricava da un documento autentico in cui si fa cenno di un tale Massimiliano, che il vescovo teneva nella città di Trento in qualità di suo vicario, giudice ordinario, ossia podestà559. Ai 12 di febbrajo di quest’anno, molti degli [p. 183 modifica]uomini di Tenno nominarono loro procuratore Calepino giudice di Fiavè, col mandato di rinunciare al vescovo Enrico tutti quei diritti che per l’addietro erano dovuti alla Chiesa, consistenti in contribuzione di vino, di olio, di biada e d’altri prodotti naturali; rifiutando altresì legalmente e con ispecialità quegli enti feudali di cui potessero essere stati investiti (forse con male arti) dalla buona memoria del vescovo Egnone; con promessa che in avvenire quelli di Tenno li avrebbero riconosciuti e retribuiti puntualmente alla Camera vescovile560. Ottenne inoltre in quest’anno il nostro prelato da Corrado di Formicario, in rimedio dell’anima sua e de’ suoi genitori, la solenne rifutazione di due masi in Termeno a lui obbligati dal vescovo Egnone; e così pure il feudo, coi vassalli e colle rendite, ch’esso godeva nella pieve di Thisens561.

Nel detto anno, invitato dal suo metropolitano patriarca Raimondo, il nostro Enrico con altri vescovi intervenne al concilio provinciale celebrato in Aquileja; i di cui canoni e costituzioni si leggono in gran parte inseriti e rinnovati in altro Sinodo Aquilejese dal patriarca Bertrando di lui successore, l’anno 1338; e riportati in seguito nello Statuto capitolare, che tuttora si osserva dai canonici di Trento562.

Agli undici di maggio di quest’anno, Odorico, [p. 184 modifica]Enrico ed Ezzelino fratelli di Egna rinunciarono nelle mani del nostro vescovo ogni diritto sulla scarìa e decanìa di Romeno con tutte le rendite ad essa annesse, che potessero loro competere in virtù di certa compra che dicevano aver fatta dai figli di Sicherio Longhi di Mezzotedesco563.

In questo medesimo anno il povero nostro vescovo si ritrovò per la seconda volta in pieno potere del Conte del Tirolo, che gli aveva mossa nuova guerra. Mentre esso vescovo nel mese di settembre era sotto rigorosa custodia, e pendente la questione presso la Santa Sede per la chiesa parochiale di Mais tra lui e il convento dei Cisterziesi di Stambs, quei frati, colta l’occasione opportuna al loro disegno, procurarono, senza renderne inteso l’arciprete di Riva, terzo delegato apostolico, da essi creduto sospetto, che gli altri due delegati (cioè l’abate del Monte di S. Maria in Val Venosta, e il Preposito della Chiesa di Bressanone) arrogatasi contro ogni giustizia la intiera giurisdizione, citassero il retento Enrico in Bolgiano, luogo posseduto dal suo nemico Mainardo e però mal sicuro agli stessi procuratori del vescovo, che per tema della vita e della roba non erano in grado di comparire. Perciò convenne all’angustiato vescovo nostro appellare alla Santa Sede; e poscia rinnovare quest’atto, dopochè, pendente il primo, gli fu fatta una seconda intimazione illegale. Col tempo, come vedremo, la suddetta pieve fu dai vescovi di Trento per accomodamento accordata ai [p. 185 modifica]summenzionati monaci cisterziesi. Ma di tal fatto, uscito che fu dal carcere e ritiratosi in Arco, comandò il nostro vescovo che fosse formato un pubblico rogito564.

Dell’anno 1283 non abbiamo di rimarchevole, se non che il vescovo Enrico, consenziente il Capitolo, concesse a titolo di irrevocabile donazione ai Fratelli Alemanni la chiesa di S. Maria Coronata. Questa, col tratto del tempo fu trasferita ai padri Teatini, che pensavano di stabilirsi in Trento; ma avendo essi trovata a tale intento una troppo forte opposizione nel pubblico, l’alienarono ai dì nostri alle Madri Orsoline, che la rifabbricarono e vi aggiunsero un ampio chiostro, in cui ora stanno racchiuse565. Per essere esatti, rammenteremo pure la rinnovazione dell’investitura di un antico feudo data dal vescovo Enrico in questo medesimo anno a Tebaldo, figlio di Nicolò della Brenta566.

Nel 1284, il vescovo Enrico, sempre ancora travagliato dal conte Mainardo, suo capitale nemico, fu obbligato di ratificare certo contratto di pegno che fatto aveva con Riprando Braibanto di Banco, a favore di sua figlia Elisa, per lire trecento veronesi ed altre venti di piccioli; per il qual prezzo aveva oppignorato l’affitto di quattro orne di vino alla misura di Bolgiano, fino a tanto che la detta signora o i di lei eredi fossero pienamente sodisfatti567. Si ritrovano pure certe [p. 186 modifica]proposizioni fatte dal vescovo in questo stesso anno al Conte Mainardo, che ci dimostrano la durata della loro nimistà. La prima di queste si fu, che il Conte permettesse a esso vescovo il libero godimento delle sue rendite, e specialmente del dazio; l’altra, che le pievi di Volsana, Malè e Livo nella valle di Sole siano liberamente lasciate al Vescovato; l’ultima, che il Conte dimetta dalle prigioni i sudditi vescovili568. Nulla però ottenne il vescovo Enrico dall’usurpatore; chè anzi questi lo dispogliò dell’amministrazione del Principato di Trento; come ricavasi dagli atti commessi dal Conte nei pochi anni di vita rimasti al nostro prelato; abbenchè fosse stata conchiusa una tal qual pace, i di cui articoli non ci sono pervenuti. E difatti scorgiamo da certo istromento giudiciale a favore di Graziadeo di Campo intorno a una casa e ad un orto provenienti dall’eredità di Tommaso, figlio di Vezzanello de’ Rambaldi di Vezzano, che nel 1285 risiedeva nel palazzo vescovile di Trento un Giovanni di Cavedine col carattere di vicario, assessore e giudice di Mainardo conte del Tirolo569. Nel medesimo anno il sopradetto vicario, a preghiera di Vito di Mezzotedesco, investì Simeone di Boninsegna dell’ufficio di postiglione per tutto il Vescovato di Trento e pel territorio del Conte, esigendo da esso il giuramento di fedeltà nell’esercitarlo, la secretezza nelle imbasciate, la piena e sincera rivelazione di tutto ciò che apportar potesse qualche danno a [p. 187 modifica]Mainardo; e obbligandolo inoltre di portar sempre in testa l’infula o berrettone da viatore570. Di questo stess’anno abbiamo oltreciò che Mainardo spedì un’investitura feudale ad Udalrico di Arco e a Giordano di Gardumo, in favore di Beatrice di Arco e di suo figlio Federico, di tutti quei beni che i loro antenati riconoscevano dai Conti del Tirolo, e nominatamente dei venduti da Sodegerio di Tito, podestà di Trento, ad esso conte Mainardo e a suo fratello Adelpreto571. In questo medesimo anno fiorì Fra Bonifacio agostiniano, vescovo Bosonense, suffraganeo di Trento.

Li 17 dicembre del 1286, Ulrico di Taufers cedette al nostro prelato i beni nel monte e nel piano, che ebbero in feudo dai vescovi di Trento i conti Sibotone e Corrado di Hadmarsberg, affinchè ne investisse il duca Lodovico di Baviera, suo signore572.

Nel 1287, ad istanza di Graziadeo di Castel Campo, che nella passata guerra tra i conti d’Arco e il conte del Tirolo era stato privato del palazzo, torre e castello di Toblino, dei quali asseriva essere stato in possesso si lui che il di lui padre Albertino, fu dal sopra accennato Giovanni di Cavedine, vicario in Trento pel conte del Tirolo, pronunziata sentenza con cui si riconosceva la validità delle ragioni di Graziadeo sopra i suddetti beni573. [p. 188 modifica]

In questo medesimo anno furono proposti certi articoli di pace fra il conte Mainardo e il Comune di Trento dall’una (del vescovo non si fa punto menzione) e Lotto degli Agli fiorentino, podestà di Brescia, e Guidone dei Guidoni, capo del popolo bresciano, dall’altra; intervenendo, in qualità di sindaco, Ferramondo di Riva. Cotesto trattato conteneva promessa di perpetua pace, colla condizione però che il conte del Tirolo, nulla ostante, possa ubbidire ai comandi dell’Imperatore, prestar ajuto ad Albertino della Scala e al Comune di Verona, come non meno a Pinamonte di Mantova, se succedesse che quelli di Brescia ostilmente entrassero nei lor territorii; nè esso conte Mainardo fosse tenuto al risarcimento di alcun danno, se i signori di Castelbarco dannificassero le persone della città o distretto di Brescia nella Val Lagarina574. Non abbiamo, per mancanza di documenti, potuto rilevare la cagione, la durata e l’esito di questa guerra.

In quest’anno fu celebrato dal vescovo Enrico un Sinodo diocesano. Ciò si ricava dall’interdetto al quale il decano Gotescalco, vicario generale, assoggettò l’arciprete Pietro di Rendena che s’era fatto lecito di ritenere ingiustamente certi beni spettanti alla chiesa di Campiglio, e citato più volte dinanzi al Sinodo, non solamente non si presentò, ma impedì ancora che vi si trasferissero i frati del suddetto Ospizio575.

Nel 1288, dal Conte del Tirolo nella giudicatura [p. 189 modifica]o vicariato di Trento fu sostituito a Giovanni di Cavedine un Bertoldo dei Guidotti bergamasco. Ciò si deduce da certa istanza del più volte accennato Graziadeo di Castel Campo fatta al vicario Bertoldo; nella quale, asserendo di non avere in cosa alcuna offeso il Conte del Tirolo e il Comune di Trento, aggiunge di non saper capire come il castello di Toblino, di sua ragione, venisse da loro guasto in maniera che si atterrasse; e dichiara esser pronto di stare a sentenza, ma intanto richiedeva un precetto da esso vicario, con cui s’inibisse a chiunque, sotto certe pene, la demolizione di esso castello. N’ebbe in risposta, che egli non voleva ingerirsi in tale materia, e che si portasse a raccontare le sue querele al capitano che pel Conte del Tirolo risiedeva in Trento576.

Il papa Onorio IV in questo medesimo anno confermò con sua bolla uno statuto capitolare concernente la elezione dei canonici di Trento; del quale per altro non ci è rimasto vestigio577. Nell’aprile di quest’anno, il Conte del Tirolo accennava ipocritamente di voler pace o almeno tregua col vescovo nostro; e però, col mezzo di procuratore offeriva la restituzione dei castelli e degli altri diritti usurpati alla Chiesa. Delusi dalle ingannevoli promesse il decano e i canonici della cattedrale, e i prelati di S. Lorenzo, di Augia e di S. Michele, prevedendo che il vescovo Enrico, in diffetto delle armi temporali, scagliasse sulla città e sulla diocesi le [p. 190 modifica]spirituali, nella causa contro il pertinace Mainardo, che appunto ciò paventava, interposero l’appellazione o alla Santa Sede o alla Metropolitana di Aquileja contro ogni ideato gravame578. Quest’atto inatteso di appellazione indusse il vescovo Enrico a recarsi in Roma a’ piedi del papa. Vi giunse nel mese di febbrajo 1289; e pochi giorni dopo il suo arrivo, volendo premiare i fedeli servigi prestatigli da Mainardo figlio di Trentino di Gando, gli conferì la investitura feudale di alcuni beni vacanti, cioè della metà del castello di Gresta, della metà di quello di Nomesino, e di tutto il castello Sejano, con le loro aderenze579. Egli trovasi sottoscritto con sei arcivescovi e quindici vescovi ad un breve dato in quest’anno da papa Nicolò IV al monastero di Weingarten, col quale gli concesse molte indulgenze580.

Questo, per quanto sappiamo, fu l’ultimo atto del nostro vescovo Enrico, il quale, dopo quattordici anni e alcuni mesi di regno travagliatissimo, chiuse in Roma la sua carriera mortale.

Filippo dei Bonaccolsi, nobile mantovano, religioso dell’Ordine dei Minori Conventuali e Inquisitore della Marca Trevisana, fu assunto nell’anno medesimo 1289 alla dignità di Vescovo e Principe di Trento, e consecrato dallo stesso pontefice Nicolò IV581. Sua cura [p. 191 modifica]principale fa di ritrarre il popolo trentino dal pensiero e dall’uso dell’armi e di renderlo colla mitezza cristiana più atto al divino servigio. Successivamente procurò con ogni studio la rintegrazione del Principato, promessa dai laudi cesarei, ma giammai adempiuta dal Conte Mainardo, che non sapeva risolversi alla restituzione dell’usurpato sotto i vescovi Egnone ed Enrico. Non potendo adoperare contro il Conte la spada temporale, ottenne che il papa indirizzasse a Bernardo vescovo di Padova, all’abate di Padolirone, al primicerio di S. Marco di Venezia una bolla, che lor comandava, conjunctim et divisim, di mettere il vescovo Filippo, da lui prescelto, in possesso della Chiesa di Trento, così nello spirituale come nel temporale582. E nel giorno stesso, ad istanza sua, diresse il pontefice ai medesimi prelati una bolla di monitorio, con cui, dopo la descrizione delle violenze usate da Mainardo conte del Tirolo al Principato ecclesiastico di Trento, commette loro di ammonire il Conte alla restituzione dell’usurpato assieme ai frutti percetti, entro un certo termine ch’essi saranno per istabilire; e se il Conte non adempisse al precetto, ve lo obblighino in ogni miglior modo colle censure, invocando anche il braccio secolare583. V’ha in proposito, della fine dello stesso anno 1289, l’atto di giuramento che prestò Giannino di Ricovrando di Bergamo nelle mani del vescovo padovano, di fedelmente servire il vescovo di Trento nell’eseguire i [p. 192 modifica]monitorii, le citazioni, i precetti ed altro, riferendo la verità; dopo il quale giuramento, il vescovo di Padova gli ingiunse d’intimare subito un monitorio al Conte del Tirolo, ai baroni, ai soldati e agli altri detentori dei beni della Chiesa di Trento in suo nome, dichiarandosi giudice perpetuo, e di consegnare a quelli le lettere che li obbligavano a restituire al vescovo Filippo la città di Trento, i castelli, le ville, le terre e tutti i diritti usurpati584. Formato dal suddetto vescovo di Padova un regolare processo in cotesta vertenza585, il Conte del Tirolo ne fu scosso ma non emendato. Giacchè li 3 marzo del seguente anno 1290, il Conte Mainardo fece presentare da un certo Ivano veronese, suo procuratore, al vescovo Bernardo un atto ampolloso di appellazione586. Ma poi, prevedendo le sinistre conseguenze di questo passo, nello stesso mese di marzo segnò due atti che accennavano alla sua disposizione di adempir la promessa. Il primo di questi fu un mandato di procura a Corrado di Schrovenstein, onde assegnare in suo nome al Capitolo e alla Chiesa di Trento, la città di Trento, il borgo di Riva colle sue rocche, i castelli di Tenno, di Stenico e di Volsana, le valli di Annone e di Sole, delle Giudicane e di Fiemme, colle possessioni, diritti e giurisdizioni che s’aspettavano al Vescovato587. L’altro fu un ordine perentorio dato da lui [p. 193 modifica]al suo capitano della città di Trento, Federico di Trebenstein, (come si ricava dalla licenza da lui concessa a Pietro dei Bellenzani notaro, di fare il transunto d’ambi gli atti) al suo podestà di Riva, ai capitani di Tenno, di Stenico e di Ossana, e a tutti che tenessero beni, onoranze, diritti e giurisdizioni spettanti alla Chiesa di Trento, col quale ingiunge di consegnare ogni cosa al Capitolo e al Vescovato588. La speranza del ravvedimento del Conte Mainardo, ispirata da questi atti, fu ben presto scemata pel contegno brutale contro il nunzio delle esecuzioni papali da lui tenuto prigione. Perciò il delegato apostolico con un altro monitorio comandava la restituzione del tutto nel termine di quindici giorni, colla minaccia che, passato questo tempo senza aver adempiuto ai proprii doveri, il Conte incorresse nella scomunica maggiore589. Ed il pontefice, cui stava a cuore il bene della Chiesa di Trento e la salute spirituale del Conte, nel mese di giugno 1291 commise agli abbati di S. Ruffino e di S. Maria di Fellonica, ambo nella diocesi di Mantova, di prosciogliere dalle censure ecclesiastiche il Conte e i suoi complici, dopo la intiera restituzione dei beni usurpati al Vescovato trentino, comminando la reincidenza nelle stesse pene in caso di nuova contravvenzione590. Reso consapevole della commissione papale, il Conte Mainardo cercava ogni mezzo o pretesto per eludere o almeno tirare in [p. 194 modifica]lungo l’adempimento della sua parola. Così passarono parecchi anni senza profitto.

Nell’aprile del 1291, in nome di Odorico e Jacopo canonici di Trento e del Conte Mainardo, fu fatta da Nascimbene notaro di Castello una intimazione agli uomini di Pinzolo e di Baldino, per cui si inibiva, sotto pena di lire 200, di molestare i frati di Campiglio; ma colla libertà di produrre, nel termine di otto giorni, quanto avessero a loro discarico, sicuri di essere ascoltali e di ottenere giustizia591.

Il vescovo nostro, provvisto dalla Sede Apostolica dell’amministrazione del monastero di S. Benedetto di Padolirone, li 21 maggio 1293 instituiva abbate di S. Cipriano in Muriano fra Morandino priore di S. Fermo in Leonico. E li 10 luglio dello stess’anno, Alberto abbate di S. Cipriano rinunciava la detta abbazia nelle mani di Mauro abbate di S. Maria di Pratalia, nella diocesi di Padova, e di Morandino priore dei Ss. Fermo e Rustico di Leonico, nella diocesi di Vicenza, procuratori speciali a tale effetto costituiti dal vescovo Filippo, quale amministratore del monastero suddetto592. Li 8 ottobre del 1294, il medesimo vescovo, col consenso del Capitolo generale, unì e sottopose la chiesa col monastero di S. Elena di Tessaria e la chiesa di Cavasaga al detto monastero di S. Cipriano di Muriano. Ed anco dopo la di lui morte si fa onorevole menzione del nostro prelato in un istrumento, in cui Azzone di [p. 195 modifica]Correggio, amministratore del sopradetto monastero di S. Benedetto, rimise il monastero di S. Cipriano in possesso della summentovata chiesa di S. Elena593.

Assunto alla cattedra di S. Pietro Celestino V, li 17 luglio 1294, il vescovo Filippo non tardò a portare al tribunale del novello papa le giuste sue querimonie contro il Conte del Tirolo, implorando i mezzi opportuni onde ricuperare i beni della sua Chiesa. Mainardo, dal canto suo, chiese al papa d’esser prosciolto dalle censure, dimostrandosi pronto a restituire al vescovo ciò che a lui si spettava. Il papa Celestino, ben ponderate le cose, rilasciò nel medesimo anno, ad istanza del duca, una delegazione nelle persone dei vescovi di Augusta e di Frisinga, con Corrado abbate di Wiltau, in qualità di giudici apostolici, per definire le vertenze fra il Conte ed il Vescovo. Difatti, Volfango vescovo d’Augusta e Corrado abbate di Wiltau, nel mese di gennajo 1295, comandarono al decano della cattedrale di Trento e al preposito di S. Michele che citassero il Conte ed il Vescovo a comparire nella cattedrale di Trento nel giorno decimoquinto dalla data della citazione. Comparve realmente il conte Mainardo nel luogo destinato, li 12 febbrajo dello stess’anno; ma non se ne cavò altro che una protesta di ubbidienza ai comandamenti apostolici, e la promessa di consegnare ai delegati della Santa Sede le terre, i castelli ed i beni spettanti al vescovado di Trento, da lui ingiustamente posseduti; obbligandosi anche i suoi figli, [p. 196 modifica]ed Enrico di Rottenburg ed Enrico di Gerenstein, suo genero, e molti altri nobili di fare in maniera che il Conte adempia lealmente la stipulazione. Per dimostrare vieppiù la sincerità dell’animo suo e la sommissione ai voleri dei delegati, il Conte Mainardo diede in pegno convenzionale i suoi castelli di Thaur, di Friedenberg, di Ombres e di Rottenburg. Premesso l’atto suddetto, i due delegati apostolici, considerando che il vescovo Filippo non si era curato di comparire nel termine stabilito, ma avea spedito un suo procuratore col mandato di appellare, e non già di prestare idonea cauzione di non danneggiare il Conte, come richiedevasi nel breve di papa Celestino, rigettarono quella procura come insufficiente, e, attesa la inobbedienza e contumacia del vescovo, pronunziarono una sentenza, colla quale assolsero il Conte, i suoi discendenti, i vassalli, i sudditi ed i fautori da qualunque censura di scomunica, anatema, e interdetto; comandando a tutti i rettori di pubblicare tale assoluzione plenaria al popolo nei giorni festivi594.

Ma la giustizia divina corresse i difetti della giustizia umana, muovendo il Conte gravemente ammalato, l’anno 1295, ad aggiungere al suo testamento due codicilli; col primo dei quali comandava la restituzione di tutti i beni tolti alla Chiesa di Trento, e col secondo provvedeva all’indennità di Jacopo Vitagnone di Bolgiano, a cui erano stati usurpati alcuni [p. 197 modifica]poderi595. Moriva dunque in questo stesso anno Mainardo, Conte del Tirolo, che in trentasette anni di reggimento non aveva mai cessato di tiranneggiare la Chiesa di Trento. Del suo dominio quasi dispotico su tutto il territorio di essa molti altri esempi potressimo addurre oltre quelli che abbiamo già registrati. Il vescovo Filippo, finchè visse Mainardo, dovette sempre esulare dalla sua diocesi. Il linguaggio che usavasi negli atti pubblici dai ministri del Vescovato, eletti dal Conte, era il seguente: Usque ad illud tempus quod unus episcopus erit in civitate et episcopatu Tridenti; donec unus episcopus veniet in Tridento etc. Nel 1290, il Conte Mainardo, di suo proprio arbitrio, liberò gli uomini di Vezzano e di Calavino dai tributi che dovevano alla Chiesa di Trento596. Nel 1291 fu fatta la refutazione di una pezza di terra in Gardolo nelle mani di Federico dei Baldessari, procuratore del Conte; e nel 1292, ad istanza del suddetto Federico, cantiniere del Conte, fu data licenza di esemplare un certo atto, da Odorico di Corredo, suo capitano597. Nel 1295, avanti al nominato capitano di Trento, in nome del Conte, e a Calepino di Fiavé, suo vicario, fu fatta la legale designazione dei boschi delle Fenestrelle, e dei monti del Comune di Trento e delle ville esteriori598. Il solo atto, che, nello spazio di sei anni, dacchè il [p. 198 modifica]vescovo Filippo fu eletto, parla di lui, è una procura fatta nella città di Augusta da Guglielmo di Ezzelino di Egna, di consenso de’ suoi fratelli Ulrico ed Enrico, a Rodolfo, canonico di Bressanone, ivi presente, ad Ottone di S. Ingenuino, e a Rainoldo Stazonerio, cittadini di Bolgiano, ad effetto di rifiutare nelle mani del vescovo di Trento la terza parte dei beni, castelli e diritti feudali della Chiesa, comperati dal di lui fratello Ulrico; con che però esso vescovo ne dovesse investire Arnoldo di Velles e i di lui eredi599.

I figli di Mainardo, che giurarono di restituire il mal tolto dal padre loro alla Chiesa Trentina, non seppero anch’essi risolversi ad eseguire il debito loro; come si può rilevare agevolmente dagli atti giurisdizionali di mano in mano da essi esercitati. Fra gli altri noteremo questo, dell’anno 1296, con cui, Stefano notaro, sovrastante alle cantine del Conte del Tirolo, a nome di lui, e a titolo di locazione perpetua, investiva Odorico ed Enrico, ambi di Cognola, di un casale con alcune pezze di terra grezzive, nelle pertinenze di Cognola, e nel luogo detto alle Taverne600.

Fu solamente in quest’anno 1296, che il vescovo nostro, portatosi personalmente a visitare Adolfo re dei Romani in Francoforte, ottenne da lui la solenne investitura delle regalie e dell’amministrazione del temporale con piena giurisdizione del Principato. E nel medesimo anno e giorno, udite dal nostro vescovo le [p. 199 modifica]estorsioni e violenze contro di lui e dei vescovi suoi predecessori commesse dal defunto Mainardo, Conte del Tirolo, l’Imperatore gli accordò un diploma, col quale dichiarava invalide tutte le investiture, donazioni e alienazioni feudali carpite dai Conti del Tirolo ai vescovi Egnone, Enrico e Filippo, in pregiudizio della Chiesa di Trento601.

Nel 1298 Giuliano di Palanco rifiutò nelle mani di Concelino, campano ο cantiniere di Trento pel duca di Carintia e Conte del Tirolo, ogni suo diritto sopra due pezze di terra nelle pertinenze di Zel, affinchè ne investisse Bonifacio dei Bellenzani, notaro602. E nel 1299, Stefano notaro e Concella, caniparii e collettori dei beni del Vescovato, in nome del duca Ottone e a titolo di locazione perpetua, investirono Enrico Magardi di alcune pezze di terra esistenti in Marniga e in Cognola603.

Frattanto Enrico, Ottone e Lodovico, figli del duca di Carintia e Conte del Tirolo Mainardo, ad onta delle giurate promesse e delle replicate ammonizioni, continuando nel dominio delle terre alla Chiesa di Trento usurpate, furono essi pure scomunicati. Da ciò provennero tali animosità e controversie col vescovo nostro, ch’egli fu obbligato, onde salvarsi dalla totale rovina, di unire le sue poche forze colle armi dei [p. 200 modifica]Comuni di Verona e di Mantova. Fu guerreggiato acremente dall’una parte e dall’altra con varia fortuna fino al 1302.

Abbiamo dell’anno 1300 due registri vescovili; l’uno dei masi o poderi liberi spettanti al Vescovato, lungo l’Adige; che erano quarantuno in Ritten, sei in Bolgiano e dieci in Eppan, colla specifica degli affitti che la Camera annualmente ne ricavava; l’altro, di ciò che le curie di Trento, di Ala, di Arco, di Ledro, di Magnano, di Cles, di Volsana, di Malè, di S. Tommaso e di Bolgiano erano tenute di contribuire al Vescovo annualmente. In questo registro sono pure indicati gli obblighi dei gastaldi vescovili. Essi erano tenuti di dare al vescovo ogni anno cento braccia di tela; e di fornirgli, quando andasse in spedizione dell’Imperatore, un somaro con tutti i suoi bardamenti, con due bolgie, due moggia di farina di frumento, un sacco, un’accetta (manarotto) una saccoccia e cento ferri da cavallo604. In detto anno Corrado di Merano e Stefano dalla Roggia notaro, come caniparii e collettori delle rendite del Vescovato pel duca Ottone, investirono a titolo di locazione perpetua, Giovanni di Canezza, d’una pezza di terra nelle pertinenze di Arzanaga, nel luogo detto al Brocco605. In questo stesso anno, il duca Alberto, conte del Tirolo, figlio dell’Imperatore Rodolfo, mentre ancora era viva la guerra fra il vescovo Filippo ed i suoi cugini, spediva al Capitolo e ai Canonici di [p. 201 modifica]Trento, da lui riguardati con parziale affetto, la conferma dei lor privilegi606. In questo medesimo anno, il vescovo Filippo intimò un monitorio contro alcuni chierici e laici, specialmente contro Gisalberto di Brentonico e un Faganello, come usurpatori di terre e decime spettanti alle monache di S. Michele di Trento607.

Nel 1301, essendo vacante la pieve di Tauro (Thaur), diocesi di Bressanone, il vescovo nostro presentò al vescovo ossia al Capitolo di Bressanone, per la conferma, il prete Ulrico di Schenna; ma siccome questi la rinunciò, propose a quella un chierico Enrico, figlio di Valeriano di Trento608.

Già sul finire di questo medesimo anno dalle parti belligeranti si era parlato di pace; la quale, dopo varii trattali, fu conchiusa sul principio dell’anno 1302 fra i duchi di Carintia Enrico, Ottone e Lodovico per sè e per Guglielmo di Castelbarco e nipoti ed altri servitori ed amici dall’una, e tra Bartolomeo della Scala e il Comune di Verona, e Guido dei Buonaccolti e il Comune di Mantova per sè e per Odorico di Arco, ed alleati ed amici dall’altra parte; comprendendosi in essa pace il vescovo Filippo ed il suo Principato, dei quali principalmente trattavasi609. Come preliminare della pace, fu stabilito, che da ognuna delle parti interessate fossero rimesse le ingiurie ed i danni fatti [p. 202 modifica]dall’una all’altra, durante la guerra, rilasciati i prigionieri, permesso ai fuggitivi il ritorno, restituito il liquido, l’illiquido compromesso in arbitri, e il vescovo di Trento obbligato a investire gli anzidetti duchi dei feudi paterni; al quale, se a ciò non volesse acquietarsi, i Comuni di Mantova e di Verona non dovessero più prestare alcuno ajuto. La pace poi, nella sua piena sostanza, fu pubblicata nel gennajo del 1302, per ordine di Sigifredo vescovo di Coira, comune mediatore, alla presenza degli inviati delle parti contraenti. Noi ne riporteremo solamente gli articoli che concernono il Principato di Trento610.

1.° Primieramente fu stabilito, che il vescovo nostro (qui nominato Giovanni Filippo) userà tutte le diligenze per ottenere dalla Santa Sede ai duchi suddetti e a loro seguaci l’assoluzione dalle sentenze portate contro di essi, a loro spese; come non meno che si levi l’interdetto e vengano prosciolti dalle censure ecclesiastiche.

2.° Che il castello del Buon Consiglio e la casa Wanga, che è la torre di tal nome, restino in mano di Sigifredo vescovo di Coira, come persona di comune confidenza; la città poi di Trento venga retta nel temporale dal capitano dei duchi; e il vescovo vi possa avere il suo vicario generale pel governo spirituale di essa e di tutta la diocesi.

3.° Che i duchi e i loro seguaci siano tenuti a restituire al vescovo Filippo tutte le possessioni, i [p. 203 modifica]diritti, le rendite e i beni liquidati aspettanti alla Chiesa, o sia confessati, con che però il vescovo di Coira, come mediatore, amministri il temporale col mezzo dei capitani da lui deputati per la diocesi. E qui si enunciano i beni, che furono riconosciuti per confessati e liquidi a favore del Vescovato, cioè: la città di Trento, eccettuati il castello e le fortificazioni e l’ufficio di capitano nella medesima, e il diritto di avvocazia; Castel Trento, Castel Beseno, la valle di Non, eccettuati i castelli di Flavone, Tavone, S. Romedio, Castelfondo, S. Lucia, Cilli, Molveno, Vallero e casa Badecha, coi diritti e giurisdizioni ad essi appartenenti, ed anche salve altre cose che potessero essere di ragione di essi duchi o d’altre persone a loro fedeli; il castello di Ossana, colla valle di Sole, salvi i diritti dei suddetti duchi e uomini loro in quella valle, se ne hanno; il castello Trentini, salve ed eccettuate le giurisdizioni e possessioni dei duchi predetti e dei loro uomini nelle pievi di Caldaro, di Termeno, d’Enteclai e loro pertinenze; il castello di Levico ed il borgo di Bolgiano colle sue pertinenze, eccettuata una torre, e la torre colla casa presso S. Affra, vico, che fu della famiglia Wanga, e la giurisdizione temporale in detto borgo di Bolgiano e nei suoi sobborghi verso Gries, come non meno salvi altri diritti che tanto in uomini quanto in possedimenti hanno in detto borgo e sue attinenze i duchi e i fedeli loro.

4.° Che, colle rendite vescovili esigibili dalla città di Trento e da altri luoghi che saranno dimessi dai detti duchi, vengano custoditi il castello del Buon Consiglio, la casa dei Wanga, Casteltrento e le porte [p. 204 modifica]della città, e pagati gli stipendi dei capitani. Quello poi che ne avanzerà sia del vescovo, il quale instituisca i proprii officiali collettori, dovendosi eleggere arbitri che decidano sopra i frutti percetti.

5.° Che il vescovo ratifichi quelle sentenze che fossero state pronunciate secondo il giusto, o anche altrimenti, dai suddetti duchi, dal loro padre, o dai loro officiali.

6.° Che il vescovo debba perdonare ogni eccesso a certi chierici, familiari dei detti duchi, se ad essi piacerà d’intercedere per loro; a numero però limitato di cinque e non più persone.

7.° Che il vescovo sia obbligato d’investire essi duchi dei feudi paterni ed aviti, ed i loro seguaci dei feudi acquistati dagli stessi duchi, se lo potrà di diritto; altrimenti glieli conferirà per modo, che, durante la di lui vita, non possa giammai inquietare essi duchi nè i loro seguaci.

8.° Che nelle condizioni e patti stipulati coi duchi s’intenda compreso Guglielmo di Castelbarco coi di lui nipoti; il quale pure dovrà restituire al vescovo di Trento i castelli, i poderi, i diritti, e tutti i beni liquidi di ragione della Chiesa, rimettendo gli illiquidi o dubbi alla decisione degli arbitri; come non meno i frutti percetti, affinchè possa ottenere il beneficio dell’assoluzione.

9.° Che, subito che saranno terminate le cose premesse, vengano al vescovo restituiti liberamente la città di Trento coi suoi fortilizii, il Castello di Trento e tutti gli altri castelli liquidi; come anco quei capi che da arbitri saranno dichiarati di ragione vescovile. [p. 205 modifica]

10.° Tutto ciò poi che, come liquido od arbitrato sarà stato restituito al vescovo, e quello che presentemente egli tiene in suo potere, cioè le Giudicane, con altri beni nella diocesi, ovunque ritrovinsi, venga a lui lasciato godere in pace dai detti duchi, i quali inoltre siano tenuti a non permettere ai loro seguaci che lo molestino in alcun modo.

11.° Che siano date lettere di sicurezza da ambe le parti, corrispondenti al quanto ed al modo da pronunciarsi dagli arbitri.

12.° Che le pretese dei duchi sopra il castello del Buon Consiglio e la casa Wanga siano abolite, verso un compenso a giudizio di comuni amici.

13.° Se il vescovo Filippo morisse, cedesse o rinunziasse avanti l’assoluzione dei duchi e la pubblicazione dei laudi, il vescovo di Coira dovrà rimettere nelle mani di essi duchi i sopra enunciati castelli e fortezze.

14.° Finalmente, che il vescovo di Trento si debba acquietare a questa pace; e se esso, ciò non ostante, movesse guerra ai detti duchi o ai loro sudditi in essa compresi, o a quelli che fossero per accedere, i mentovati Capitani e Comuni di Verona e di Mantova non possano prestare al vescovo Filippo nessun ajuto contro i suddetti duchi, e contro i loro seguaci o dipendenti.

Fermata, in cotesto modo la pace, fu dai rispettivi procuratori ratificata con giuramento, sotto la clausula però, che essa fosse piaciuta ai predetti Capitani e Comuni di Verona e di Mantova. Fu poscia accettala così [p. 206 modifica]dai Duchi come dai Capitani e Comuni suddetti, in tutte le sue parti, nella forma più valida e senz’altra restrizione.

Nell’anzidetto anno 1302 fu da Giordano di Gardumo data procura a Marco arciprete di Riva, ad effetto di rifiutare nelle mani del vescovo Filippo ogni diritto che esso Giordano aveva sui beni e sulle persone di Pierino e di Biagio di Molina, acciò non potessero alienarsi fuori del Vescovato; il che esso procuratore eseguì il dì 16 febbrajo dello stesso anno611. Di quest’anno si legge un altro atto di Alberto di ser Martinello, sindaco del Comune della villa di Padardo e dei vicini di quella, in Regola congregati, col quale si nomina ser Martino di Riprando in loro procuratore e lo s’invita a comparire avanti il vescovo Filippo o il di lui vicario spirituale, per confessargli che quella Comunità era tenuta di pagare ogni tre anni ad esso vescovo cinque soldi veronesi in cambio di un carro di fieno, che gli ufficiali vescovili solevano per lo passato raccogliere sul monte di Sievo612.

Frattanto, in adempimento del primo articolo della pace, il vescovo Filippo ottenne dal papa Bonifacio VIII una bolla di delegazione diretta ad Ottobono patriarca di Aquileja, colla quale il pontefice gli comandava di assolvere dalla scomunica i duchi Ottone, Lodovico ed Enrico, Conti del Tirolo, da essi incorsa per le usurpazioni e violenze commesse a danno della Chiesa di [p. 207 modifica]Trento, dopo che avessero promesso solennemente e giurato di stare ai patti della pace conchiusa, e di non ricadere mai più negli eccessi passati613. Di questo anno si ritrova un documento che porta il divieto di Giovanni, arcidiacono e vicario generale del vescovo Filippo, di aggravare con collette ed imposizioni l’ospitale di Campiglio e di S. Biagio di Malè, presentato da fra Grando di Termenago, converso di detto ospitale, ad Eccellino di Caldès, giudice in Val di Sole, costituito da Dieto e da Enrico capitani di della valle in nome del vescovo614. E nel medesimo anno il vescovo Filippo rinnovò la investitura generale dei feudi, spettanti alla casa d’Arco, ad Odorico figlio di Enrico Soga di Arco, nelle forme consuete615.

Nel 1303, fra Bonomino dell’Ordine dei Minori, cameriere e vicedomino del vescovo Filippo, investì Guglielmo di Tremeno di una pezza di terra nella Regola di Tremeno, pieve di Caldaro, nel luogo dello Agaroja, coll’annuo obbligo di mezzo carro di vino bianco616. Nel detto anno insorse una clamorosa questione tra Gualengo, vicario del vescovo dall’una, e Gislimberlo da Campo, decano di Trento, ed il Capitolo dall’altra. Il decano pretendeva, in nome del Capitolo, di poter esercitare giurisdizione sopra i chierici della città e della diocesi, ad esso Capitolo [p. 208 modifica]appartenenti; e il vicario asseriva aspettarsi al vescovo tutta la giurisdizione del Clero. Per sedare lo scandalo, ad istanza di mediatori, il vicario promise che soprasederebbe nel giudicare in quelle chiese sino che avesse nuovo ordine o dal vescovo stesso o da altro superiore; obbligandosi egualmente il decano di non turbare il vicario nell’esercizio di sua giurisdizione617. Nell’anno medesimo il vescovo Filippo, onde provvedere ai bisogni della sua Chiesa, impose una colletta universale di soldi quaranta per ogni fuoco. Dalla resa di conto, fatta da Odorico di Corredo a fra Bonomino di Godio, risultò un introito di 18,190 lire, soldi otto, denari tre veronesi, ricavate dalle valli di Annone e di Sole, dalle Giudicarie, dalla valle di Ledro, da Riva, da Tenno, da Arco, da Nago, da Vestino, da Mori, da Gardumo, dalla valle di Fiemme, da Bolgiano, da Montagnanuova, da Pinè, da Pergine, da Levico, da Calavino, da Cavedine, da Terlago e da altri luoghi. Di questa somma furono sborsate lire 6666, soldi 13 e denari 4 a Bartolomeo della Scala capitano di Verona; che formavano la terza parte di ventimila lire a lui dovute per la redenzione di Riva e di Tenno. Del restante denaro parte fu consegnata ai duchi di Carintia, onde pagare i soldati che servirono la Chiesa intorno alla festa del Natale sì in Trento che nelle Giudicane; e parte data in isconto degli stipendi dei capitani dei castelli e di esso Odorico618. Di questo stesso anno abbiamo un diploma [p. 209 modifica]di Ottone, Conte del Tirolo, che esime le monache dell’ordine di S. Chiara del monastero a S. Croce (oggi chiamato di S. Michele) presso Trento, da tutti i dazii e gabelle, rispetto alle cose lor necessarie per vivere619.

Nell’anno medesimo vuolsi dall’Ughelli che il nostro vescovo fosse stato trasferito da papa Benedetto XI al vescovato di Mantova, sua patria. Ma a tale asserzione si oppone la mancanza d’ogni documento in proposito, e più ancora una composizione tra il decano della Cattedrale e il vicario vescovile, seguita dieci giorni innanzi alla morte del vescovo, e l’epitafio o iscrizione sepolcrale, che di questo trasferimento non fa parola. Il vescovo Filippo morì li 18 dicembre 1305 nel convento dei Padri Minoriti di Mantova, in cui fu sepolto. Gli fu in seguito eretto un mausoleo dai Padri Minoriti di Trento, fuori della chiesa di S. Francesco, nel cimitero a parte manca620.

Onde avvalorare viemmaggiormente ciò che più sopra dicemmo intorno alla pressione esercitata dal Conte del Tirolo e dai suoi seguaci sulla Chiesa di Trento, e alla nessuna considerazione ch’essi facevano dei sacri diritti del nostro vescovo, citeremo quattro [p. 210 modifica]atti di ragguardevoli compere fatte da Guglielmo di Castelbarco senza il consenso del vescovo, signore diretto dei feudi. Esso Guglielmo ottenne da Marcabruno di Beseno, mediante lo sborso di settemila lire, la porzione dei castelli di Beseno e della Pietra spettante a Jacopina e ad Adelmaria di Beseno. Poscia comperò da Beatrice, Pellegrino, Bartolomeo, Simone, Ottone e Margarita di Beseno le loro quote della torre di Castel Beseno e di Castel Pietra, con tutto ciò che possedevano in Folgaria, Avio, Mori, Brentonico, Gardumo, Lizzana, Aldeno, e in tutta la valle Lagarina, pel prezzo convenuto di lire 6200. Indi acquistò da Margarita di Beseno la di lei parte di allodio e di feudo che teneva in detti castelli, verso lo sborso di seicento lire. Tutto queste compere ebbero luogo nel 1303. L’anno seguente, da Ottone di Beseno ottenne a congruo prezzo la torre del suddetto castello di Beseno e i fortilizii verso Trento, con altri stabili esistenti nella pieve di Brentonico621.

Bartolomeo Quirini, patrizio veneto, fatto vescovo di Venezia, poi di Novara, fu li 10 gennajo del 1504 trasferito da papa Benedetto XI, che era stato suo maestro, alla Chiesa di Trento. Tosto dopo fu da esso pontefice spedito, quale suo nuncio apostolico in Germania, all’Imperatore con commissione di procurare con ogni studio la riconciliazione di lui col vescovo elettore di Magonza, che pretendeva essere la sua Chiesa stata spogliata da Cesare di certi beni ad essa [p. 211 modifica]appartenenti622. Li 14 maggio del corrente anno 1304, Ottonello, giudice costituito in Trento da Enrico di Ragogno e da Odorico di Corredo, capitani dei Conti del Tirolo, ad istanza di Fra Gataino, priore, in nome dei fratelli e sorelle di Campiglio, intimò un mandato a Nicolò di Daone, affinchè adducesse le ragioni per cui tratteneva l’affitto dovuto ad esso priore sopra certi beni nel documento nominati623.

Nel seguente anno 1305, i duchi di Carintia e conti del Tirolo si riconciliarono anch’essi col vescovo nostro, mediante una solenne transazione; colla quale si stipulava: che sia lecito al vescovo di avere in città il suo vicario generale che amministri lo spirituale della diocesi, e l’economo che esiga e regoli l’entrate camerali; ma all’incontro sia permesso ai duchi di amministrare la giurisdizione laicale sì nella città che nel distretto trentino; di far custodire i castelli e di regolare i salarii che doveano pagarsi coi proventi dei dazii; e ciò fino a tanto che il vescovo avrà loro procurata l’assoluzione dalle censure ecclesiastiche; assoluzione che il prelato procurerà d’impetrare, recandosi a Roma a loro spese; che, sino a quel giorno, così il vescovo come il Capitolo rimettano il percetto, e i duchi dal canto loro tutti i danni ed ingiurie recate alla chiesa dal loro padre Mainardo, da essi medesimi, o dai loro sudditi; che il vescovo ricerchi dalla Santa Sede la [p. 212 modifica]facoltà di compromettere tutte le questioni ad arbitri; due dei quali, uno cherico e l’altro laico, sian nominati da esso, e due dai duchi, dando di comune consenso un soprarbitro in caso di discrepanza; che i duchi e i loro fedeli siano investiti dei feudi loro appartenenti; che il vescovo confermi tutte le sentenze da essi portate o dai loro ministri; che ognuno di questi patti venga dalla Sede Apostolica confermato; e finalmente che, eseguite le cose premesse, essi duchi siano tenuti di restituire le città, terre e giurisdizioni spettanti alla Chiesa di Trento624. Quest’ultima condizione fu eseguita nel medesimo anno 1305, dopoché il vescovo ebbe ottenuto dalla Santa Sede, che i duchi e conti suddetti venissero prosciolti dalla scomunica.

La giurisdizione di Pergine, forse considerata come capo illiquido, rimase nel primiero potere dei duchi.

Mentre si andavano appianando le cose, nel detto anno 1305 moriva il duca Lodovico, ultimogenito di Mainardo. Fra i duchi e conti del Tirolo superstiti, Ottone ed Enrico, ed il nostro vescovo, passò d’ora innanzi buona intelligenza. Quanto al possesso temporale di Trento, noi possiamo asseverare ch’esso fu preso dal nostro vescovo li 24 dicembre 1306; ciò deducendosi da certe espressioni che leggiamo in un documento di tale data. Questo porta in sostanza: che, preparatasi lauta mensa, mentre il vescovo era in procinto di sedervi col decano e molti canonici della sua cattedrale, cogli abbati di S. Lorenzo, di S. Michele [p. 213 modifica]e di Augia, col guardiano dei Minoriti, con Andrea Quirini e Giovanni Foscarini, cittadini veneti, e con molti altri del clero e del popolo di Trento, comparve Jacopo di Rottenburg, e, siccome non sapeva l’idioma italiano, per bocca di Odorico di Corredo, suo interprete, protestò ch’egli già da molt’anni aveva comperato dai nobili di Segonzano, vassalli della Chiesa, il castello di Segonzano coi diritti ad esso spettanti; fra i quali si annoverava quello di servire il vescovo e la sua corte sedenti a tavola, in qualità di coppiere, e di ricevere in dono per tale servigio il vaso d’argento che esso vescovo usa la prima volta nel pranzo, allorquando prende il possesso della sede vescovile; e però offeriva il suo servigio, con istanza di essere ammesso a cotesto ufficio, come vassallo. Il vescovo Bartolomeo dichiarò, che nulla sapeva di tali cose, essendo ancora inesperto delle vescovili prerogative; non volere però in conio alcuno pregiudicargli, se la giustizia lo richiedesse. Su di che furono poscia fatte molte parole da una parte e dall’altra; finché convennero, che il suddetta Jacopo prestasse il ricercato servigio, senza però che ne derivasse pregiudizio al Vescovato e a qualche persona; in guisa che, nè per tale servigio, nè per aver ricevuto il vaso d’argento, che in tale funzione adoperò per la prima volta il prelato, non sia per acquistare alcun possesso del castello od altri diritti, se non che quelli che avanti quest’atto gli competevano; e che fosse obbligato di comprovare ogni cosa legalmente625. [p. 214 modifica]Altro fondamento di affermare che il vescovo Bartolomeo avesse nella festa di Natale del suddetto anno preso solenne possesso del Vescovato, ci somministra la deposizione giurata di un testimonio esaminato in certa causa di collette, vertente tra il vescovo suo successore e la Comunità della Valle di Ledro626.

Nel mese di febbrajo 1307, il vescovo nostro ammise Ottone ed Enrico, conti del Tirolo, alla rinnovazione della investitura feudale dell’avvocazia, e di tutti i feudi vecchi e nuovi posseduti da Mainardo II, lor genitore, e dai loro antenati; estesa anche ai posteri e discendenti maschi e femmine, in quanto però tale estensione fosse consentita dai trattati anteriori; e che la nuova investitura comprendesse soltanto i feudi legittimamente a lor derivati dalla giuridica providenza dei loro antenati627. La funzione fu pomposa, essendosi tenuta pubblica adunanza sopra le scale esteriori del palazzo vescovile, alla presenza dei più ragguardevoli personaggi, e coll’assistenza e consiglio dei canonici. Comparsi i duchi personalmente, furono dal vescovo con sette bandiere di drappo rosso investiti; dopo avere esatto il giuramento di fedeltà sugli Evangelii, e ottenuta la promessa di difendere esso vescovo e il Vescovato. La funzione fu chiusa col bacio di pace.

Nel medesimo mese ed anno, il vescovo Bartolomeo rinnovò a Martino di Udalrico da Ponte, di [p. 215 modifica]Cimone, la investitura del dazio ossia muta del ponte sul fiume Adige, concessagli nel 1255 dal vescovo Egnone per sostenere la guerra contro il tiranno Ezzelino628. Così pure nel mese seguente fu rinnovata la investitura a Federico di Nicolò di Nano, a nome proprio, di Guglielmo suo fratello e dei nepoti Oloradino e Riprando, di tutti i loro feudi antichi629. Nell’aprile dello stesso anno, Eurico di Legnano, arciprete di Calavino, come procuratore sostituito da Andrea Quirini, procuratore e fratello del vescovo Bartolomeo, locò, a nome e favore di esso vescovo, ad Armanno di Padergnone il lago di Magnano, ora chiamato di S. Massenza, col diritto esclusivo di pescagione, per l’affitto annuo di quaranta lire picciole veronesi630. Dell’aprile dello stesso anno è la conferma degli statuti della città di Riva, molto favorevoli al benessere di quegli abitanti631. Ai 27 del medesimo mese, Briano di Martino di Pergine manifestò al vescovo il feudo del castello e della pieve di Pergine632. Trovansi pure di quest’anno un atto di ricognizione d’un feudo di certe decime nella villa di Mezzana, in Valle di Sole, e di un dosso sovr’essa, che fece al vescovo Bartolomeo un Federico Fiatella di Castel Clesio633; e un altro atto di conferma, che il vescovo spediva a Guglielmo [p. 216 modifica]Vacio di Termeno, di certa investitura a lui fatta in nome del vescovo Filippo, d’una pezza di terra giacente nella Regola di Termeno, coll’annuo obbligo di mezzo carro di vino bianco634; del maggio del medesimo anno, un investitura data dal nostro vescovo a Concio di Termeno, a titolo di feudo, di tre case poste in Bolgiano, coll’incarico di un’annua contribuzione di lire tredici a favore della Camera vescovile635; del mese di giugno, una locazione perpetua accordata dal vescovo ad Ancio di Termeno636. A questo stess’anno appartengono la investitura feudale di molti beni, signorie e giurisdizioni comperate da varii dinasti vicini, specialmente sotto il vescovo Filippo, che il nostro vescovo Bartolomeo concesse a Guglielmo di Castelbarco, coll’estensione ai nipoti, pronipoti e collaterali, che fossero da lui chiamati all’eredità637; la confermazione dello Statuto della città e principato di Trento. È rimarchevole che fosse fatto compilare da un vescovo italiano in lingua tedesca questo Statuto, che fu il primo che avesse il Municipio di Trento, il quale si reggeva per l’addietro secondo le leggi comuni638.

Il vescovo e principe di Trento, Bartolomeo [p. 217 modifica]Quirini, terminò la sua vita ai 23 giugno 1307; checchè ne dica l’Ughelli, che registra la di lui morte nel 1310. Per la prematura sua morte la nostra Chiesa rimase vedova per ben tre anni, il che si comprova dai documenti che ci accingiamo a produrre. Nel febbrajo del 1308 ebbe luogo la incorporazione dell’ospitale di S. Nicolò, vicino a Trento, coll’abbazia di S. Lorenzo, eseguita da Daniele pievano di Cles, per commissione di Napoleone degli Orsini cardinale e legato apostolico; a cui assistette in qualità di testimonio Gualengo pievano di Marniga, vicario generale del Capitolo e della Chiesa di Trento, sede vacante639. Nel giugno dello stesso anno, Grazia, moglie ed erede del fu Montanari di Vicenza, rifiutò nelle mani di Stefano di ser Rigolino, come collettore delle rendite vescovili pel duca Ottone, tutti i suoi diritti; dei quali il giorno seguente venne investito il giudice Lanzarotto640. Nel 1309, congregato il clero trentino nella chiesa cattedrale, sede episcopali vacante, di commissione del sopra lodato cardinal Napoleone, e in seguito alla deputazione di Gislimberlo di Slesia, dell’Ordine dell’Ospitale di S. Maria della Casa Teutonica, precettore della Casa di S. Elisabetta, dello stesso Ordine, in Trento, e di Enrico arciprete della chiesa di S. Maria di Calavino, fu fatto l’estimo dei beni ecclesiastici del Vescovato e stabilita una tassa proporzionata, ad effetto di pagare le provvigioni ed altri pesi imposti da esso Legato641. [p. 218 modifica]

Successe al vescovo Quirini, nel 1310, Enrico abbate di Villars, dell’Ordine Cisterziense, nella diocesi di Metis (d’onde fu poi chiamato de Metis) e cancelliere dell’imperatore Enrico VII. Fu confermato nello stess’anno da papa Clemente V, dopo essersi obbligato di sodisfare al sacro Collegio dei Cardinali il consueto sussidio. Come abbate, leggesi annoverato fra i testimonii in una caria di permuta seguita, in rapporto di alcuni borghi, tra Enrico VII re dei Romani e Giovanni vescovo di Argentina. Egli fu dotato di grande ingegno e di prudenza ; continuò il dittico Udalriciano, con avervi riferiti i vescovi successori di Federico di Wanga fino a’ suoi giorni. Di lui esistono molte lettere a Giovanni vescovo di Argentina, e di Giovanni ad esso642. Nel divisato anno 1310, alla presenza di Jacopo vescovo di Mantova, furono lette certe lettere dell’imperatore Enrico VII, colle quali commetteva al suo capitano di Mantova di procurare la restituzione del registro della Chiesa di Trento, detto il Libro di S. Vigilio, trattenuto dai padri Minoriti di quella città. In tale congiuntura fu pure prodotto un mandato del nostro vescovo Enrico, con cui spedisce alla sua Chiesa di Trento Nicolò tesoriere di Eichstät, notaro della Corte Cesarea, e un Fra Corrado, con ampia autorità di ricevere in suo nome dai cittadini di Trento, di Bolgiano e di Riva, e da tutti i ministeriali, vassalli e sudditi del Principato il giuramento di fedeltà; come non meno di [p. 219 modifica]ricuperare i possedimenti, fortilizii, castelli ed altro che fosse stato distratto sotto i vescovi suoi predecessori. Dopo la lettura d’ambo i citati documenti, fatta avendo à quest’uopo i detti procuratori la loro istanza a Raimondo dei Buonaccolti, capitano di Mantova, questi annuì tosto ai comandi imperiali e a quelli del vescovo Enrico, suo signore (perchè riconosceva in feudo dalla Chiesa di Trento il marchesato di Castellaro, di cui era già stato investito il di lui avo Pinamonte), e ordinò a Frate Franceschino, guardiano dei Minoriti, che tosto restituisse loro il ricercato registro con tutte le ragioni della Chiesa di Trento nelle sue mani depositate. Il suddetto guardiano e Fra Giovannino, suo compagno, si dimostrarono pronti a consegnare ogni cosa. Il Buonaccolti, volendo usare di sua generosità, rilasciò in tale occasione alla Chiesa di Trento tutta la somma di danaro, che il vescovo Filippo aveva da esso ricevuto ad imprestito colla licenza del papa643. Il nostro prelato si ritrova poi sottoscritto a un diploma di Enrico VII, dato nel medesimo anno, con cui si concede a Teodoro l’investitura del marchesato di Monferrato, e di lui si fa menzione in molti altri privilegi cesarei644.

Nel seguente anno 1311, il vescovo Enrico accompagnò in Italia l’Imperatore e seco fermossi fino al di lui ritorno. Ivi fu presente come testimonio, a [p. 220 modifica]un diploma imperiale, nel quale vien nominato suo cancelliere; e così ad un altro diploma del 1312645.

Sulla fine di maggio 1313, l’imperatore confermò al nostro vescovo gli antichi diritti sul principato e ne aggiunse di nuovi, con suo diploma dato a Pisa646.

Nello stesso anno, vedendo il vescovo Enrico che i popoli della valle di Fiemme dovevano soffrire a torto molte vessazioni e danni gravissimi nei proprii monti da alcuni nobili prepotenti ed anco da persone plebee, sotto l’erroneo pretesto che loro non appartenessero i detti monti, rilasciò, a favore di essi li 2 aprile 1314, un ampio diploma con cui dichiara, essere quelle montagne e quei boschi di loro ragione, e ne li investe e conferma nell’antico possesso di tutte le selve, vie, sentieri, pascoli, caccie e pesche di essa valle647. Li 26 di marzo 1314, il nostro vescovo Enrico concesse al priore e ai frati dello Spedale e della chiesa di Albiano l’esenzione dalle decime e dagli altri carichi, col consenso del Capitolo, confermando le immunità e i privilegi accordati dai vescovi antecessori648. Col diploma degli 8 di giugno di quest’anno 1314, Enrico re di Boemia e di Polonia restituisce al vescovo nostro la maggior parte della valle di Fiemme già impegnata per 150 marche d’argento al duca Mainardo, conte del Tirolo, suo padre649. Nell’anno medesimo il vescovo [p. 221 modifica]Enrico confermò Guglielmo di Castelbarco nel possesso dei beni a lui infeudati dal vescovo Bartolomeo; ed investì Bertoldo e Albertino di Terlago di tutti i feudi antichi e diretti, che i loro predecessori ottennero dalla Chiesa di Trento650.

Nel 1316, in giorno di domenica, il decano e i canonici della Cattedrale di Trento pubblicarono in essa una lettera gravatoria di frate Pasqualicio, priore di S. Maria di Avanzo, contro Sicherio di Malosco, Morando e Roberto di Vasso, e durante la messa solenne li dichiararono scomunicati. Altra scomunica fu lanciata nello stesso modo li 24 agosto del medesimo anno dai canonici di Trento contro i suddetti e Federico di Clesio651. E ai 28 dello stesso mese ed anno, il vescovo Enrico commetteva a Gualengo suo vicario di assolvere dalla scomunica, in cui era incorso, Parisio di Madruzzo, vicino alla porta della chiesa cattedrale. Li 16 novembre 1316, nel coro del duomo di Trento, dinanzi al vescovo ed ai canonici si presentò un sacerdote, beneficiato della chiesa di S. Floriano presso Salorno, per protestare contro l’intenzione del vescovo nostro di unire e sottomettere la detta chiesa di Salorno al monastero di S. Michele, asserendo che gliene verrebbe grandissimo detrimento, e allegando il conferimento che di essa gli fece il cardinale Napoleone, legato apostolico nella Marca Trivigiana e nel Patriarcato di Aquileja. Ma l’arcidiacono della cattedrale gli [p. 222 modifica]si oppose dicendo, che quella collazione era nulla, non estendendosi l’autorità del legato nella diocesi tridentina. Questa contesa, quantunque esista un decreto vescovile di unione della chiesa beneficiata al convento di S. Michele, fu protratta fino ai 9 di marzo 1318, in cui lo stesso sacerdote Buongiovanni di Bologna investì in perpetuo di tutti i redditi del suo beneficio della chiesa di S. Floriano il preposito del monastero di S. Michele, dell’ordine di S. Agostino; il quale a sua volta promise di sostenere tutti i pesi presenti e futuri che incombevano a detta chiesa; cioè le decime papali, le provigioni dei legati e dei nuncii della Santa Sede, i diritti vescovili ec.; obbligandosi inoltre di dare annualmente al predetto Buongiovanni, sotto titolo di censo ο d’affitto, cento e trenta lire veronesi652. Nel 1317 il vescovo Enrico confermava alla Valle di Fiemme le esenzioni e le franchigie dai suoi antecessori ad essa accordate653. Ai 20 d’ottobre 1318, il vescovo Enrico affidava il capitanato e il reggimento della terra e pieve di Banale a Volchemaro, milite di Tirolo, amico suo prediletto. Li 5 gennajo 1318, il vescovo nostro riconferiva, sotto certi patti, ai Comuni di Vigolo e di Baselga il diritto di uso del monte Arano, perduto per non aver pagato l’affitto654. Nello stesso anno, Guglielmo, chierico della chiesa di Tione, Simoncino di Stenico e due suoi nipoti, Mainardo [p. 223 modifica]Spezzapietra, Alberto dei Gentili, Orfanino di Arco, Nicolò Sacchetti ed altri ribelli occuparono a mano armata il castello di Stenico e ne fecero prigionieri il capitano e i suoi stipendiarii; ma qualche mese dopo furono costretti dal numero a ritirarsi655.

Ai 28 d’aprile 1310 fu cominciato a riedificare la chiesa di S. Apollinare fuori di Trento. Ciò si deduce da un documento di compromesso in una lite vertente tra un Enrico Bonomi di Clozo, frate di S. Tommaso nell’Anaunia, e l’abbate del monastero di S. Lorenzo presso Trento; in forza del quale il primo obbligavasi di sborsare venti lire veronesi per la costruzione della suddetta chiesa di S. Apollinare656.

Li 26 gennajo 1320 Enrico re di Boemia, duca di Carintia e conte del Tirolo, avvocato della Chiesa di Trento, assieme ad Adelaide sua moglie, condonò ad Aldrighetto, figlio di Federico di Castelbarco e ai suoi nipoti gli eccessi già commessi da Guglielmo loro zio; colla condizione però, che i Castrobarcensi vivano in concordia col vescovo di Trento e da lui ricevano le investiture dei loro feudi, che per lo innanzi ricusavano di domandare. Nel tempo stesso consentiva che il memorato Aldrighetto continui a coprire l’ufficio di capitano della Valle Lagarina, sua vita durante657. Li 11 di febbrajo dell’anno medesimo, il vescovo Enrico confermò al monastero di S. Michele presso la città [p. 224 modifica]di Trento un privilegio accordato all’Ordine di S. Chiara nel 1317 da papa Giovanni XXII658.

Nei due anni seguenti, il nostro prelato incorporò la chiesa di Senale a quella di Augia e concesse varie lettere d’indulgenza. Fra le altre, a chi avesse celebrato il giorno della Concezione della Beata Vergine; a chi avesse ajutato alla fabbrica della chiesa di S. Maria Maddalena di Preore, incominciala a spese di Flavio mansionario di Padova, e per la di lui morte rimasta incompleta659. Verso la fine del 1322 frate Enrico, priore dell’Ospitale e del convento di S. Tommaso nella pieve di Romeno, col consenso de’ suoi confratelli, diede un vigneto dell’Ospitale da custodire con quelli di Ambulo, a fine di pace e secondo la consuetudine della Regola di quella villa660.

Nel 1323, il torrente Saluga recò molti danni alla città di Trento; laonde fu fatto un progetto di deviarne il corso dalla parte di S. Maria Maddalena nel Fossato.

Nel 1325, i fratelli Nicolò e Gerardo di Arco fondarono il convento dei Celestini colla chiesa alle Sarche661; e ai 24 di giugno dello stess’anno, la contessa di Rosenburg, figlia di Beraldo di Wanga, confessa, mediante pubblico istrumento, appartenere al vescovo di Trento, al quale li restituisce, tutti i beni e poderi [p. 225 modifica]ch’ella teneva nel Vescovato di Trento e di Coira662. Del mese di luglio 1325 son pure le lettere d’indulgenza, che il nostro vescovo concedette alla chiesa di S. Andrea di Terlago663. L’anno seguente, lo stesso nostro vescovo ratificò alla Prepositura di Augia il diritto di pescare nel fiume Adige dalla Chiusa sino a Terla; diritto che venne poi confermato l’anno successivo da Enrico re di Boemia664. Ai 24 di luglio 1326 il vescovo Enrico pubblicò un invito a cooperare alla costruzione della chiesa di S. Margherita nel sobborgo di Trento, che le monache domenicane dell’attiguo convento non erano in grado di far erigere coi proprii mezzi; concedendo ai benefattori quaranta giorni d’indulgenza665.

Li 13 di febbrajo 1327, Enrico vescovo di Trento nomina capitano e rettore del borgo di Arco il nobile vassallo Nicolò d’Arco, escludendolo da ogni giurisdizione nelle Giudicane; e li 10 marzo seguente lo investe dei feudi antichi e diretti della sua casa666.

Nel 1328, lo stesso vescovo incorporò la parrochia di S. Genesio colla chiesa e monastero di Augia667. In quest’anno medesimo, essendosi estinta la nobile famiglia dei Bonaccolsi di Mantova, e perciò devoluto alla Chiesa di Trento il feudo di Castellaro, il nostro [p. 226 modifica]vescovo Enrico ne investiva Luigi Gonzaga, signore di Mantova. Il diploma relativo è inserito nella conferma di tale investitura fatta dai vescovo Nicolò di Bruna (Brünn) l’anno 1338668.

L’anno 1329, papa Giovanni XXII diresse una lettera al vescovo nostro, colla quale lo prega ad indurre il Capitolo della cattedrale di Trento e i parocchiani di S. Maria nella detta città a cedere quella chiesa, colle case, officine ed edifizii annessi, all’abbate e al convento dei Predicatori e Domenicani di S. Lorenzo669. Nell’ottobre dello stess’anno, parecchi vescovi ed arcivescovi, che stavano in Avignone presso, il suddetto pontefice, concedettero lettere d’indulgenza a tutti i fedeli, che avessero beneficato la chiesa prepositurale di Augia; colla condizione però che il vescovo diocesano vi acconsentisse670. Diffatti, l’anno seguente, il nostro vescovo confermava ai monasteri di Augia e di Senale le indulgenze e grazie per l’addietro loro accordate, e ve n’aggiungeva di nuove671.

Nel 1331, i frati di S. Tommaso presso Romeno ricorsero al nostro vescovo, ond’essere sollevati dai carichi che loro volevano imporre gli uomini di Ambulo. Ed il vescovo spedì un decreto al sindaco e alla comunità di quel luogo, col quale vietava di sottoporre a dazii e collette il priore e i frati dell’Ospizio suddetto672. [p. 227 modifica]

Nel 1332 fioriva Fra Bonino da Bergamo, monaco domenicano di S. Lorenzo presso la città di Trento, vicario generale nello spirituale e nel temporale, e procuratore di Fra Matteo, cardinale dei SS. Giovanni e Paolo, circa tutti i negozii della detta Abbazia di S. Lorenzo, concessa ad esso in commenda dalla Sede Apostolica673.

Nel 1333, per commissione del nostro vescovo, impedito da altre cure del suo ministero, Salatino vescovo di Cadarona, consacrò la chiesa di S. Caterina, che prima chiamavasi di S. Adelpreto, nella campagna di Arco674.

Nel 1335, il nobile Guglielmo di Nano, successore di tutti i feudi di Roberto di Enno, già dimorante nella villa di Calavino di Madruzzo, per sè e pei suoi consanguinei Riprando e Oloradino di Nano e Riprando di Enno, investiva a titolo di feudo un Nicolò di Termone, di varie decime e poderi nelle pertinenze di quella villa675.

Nel 1336, il nostro vescovo Enrico celebrava nella chiesa cattedrale di Trento un Sinodo di tutta la diocesi; le cui costituzioni, molto prudenti e salutari a quel tempo, son contenute in capitoli trentuno676. Che in quest’anno il vescovo nostro possedesse la terra di Riva, si deduce da un documento di nomina del podestà di essa, che egli fece nella persona di messer [p. 228 modifica]Gocello di Bolzano677. Nell’anno medesimo, essendo andate smarrite le investiture di certe possessioni in Oveno, nel luogo detto Castelpiano ed altrove, per causa d’incendii e di guerre, il vescovo nostro comandava al giudice Giustiniano dei Gardoli, suo delegato, di rinnovarle678. Li 7 di luglio dello stess’anno, essendo lite tra il vescovo Enrico e i suoi procuratori da una parte, e tra Erardo di Andriano dall’altra, per causa del dazio sul ponte di Firmiano e dei beni ad esso spettanti, quest’ultimo, consenziente Nicolò fratello suo, rassegnò ogni cosa nelle mani del vescovo, che lo investì, a titolo di locazione perpetua, del dazio e dei poderi suddetti, verso l’annuo affitto di trentasei lire veronesi679.

Il vescovo Enrico, benemerito della sua Chiesa, morì li 9 ottobre 1336, e fu sepolto nella cattedrale. Errano coloro che suppongono essere egli stato scismatico e, per soverchio attaccamento al ghibellinismo, avverso alla Santa Sede; imperocchè operò molte cose in favore di essa, e nel Sinodo in quest’anno da lui celebrato comandava che si pagasse la decima papale e ne designava i collettori, e asseriva doversi prestare ogni riverenza alla Sede Apostolica.

Successe ad Enrico, dopo quasi due anni di sede vacante, Nicolò di Bruna, moravo, cancelliere di Carlo IV re dei Romani, decano della cattedrale di Olmütz. Prima di avere ottenuto la pontificia conferma, nell’aprile [p. 229 modifica]del 1338, il nostro vescovo prese parte, fra i suffraganei di Aquileja, mediante Armanno di Parma giurisperito suo procuratore, al concilio provinciale indetto dal patriarca Bertrando; le di cui costituzioni, rinnovanti altre del di lui predecessore Raimondo, si contengono nello Statuto Capitolare di Trento. Sollecito della buona amministrazione del Principato, alla cui difesa vegliò fino agli ultimi suoi giorni, ridusse tosto all’ubbidienza dovuta alla Chiesa di Trento Aldrighetto e Guglielmo di Castelbarco, obbligandoli alla restituzione della valle Lagarina e del mero e misto impero di essa, nè altro loro, accordando che certi feudi allodiali. Giovanni, duca di Carintia e conte del Tirolo fu presente all’alto di questa restituzione, la quale ebbe però poca durata; imperciocchè nel 1363 e 1364 riacquistarono i Castrobarcensi ogni cosa sotto il governo del vescovo Alberto680.

Nel medesimo anno il vescovo Nicolò rinnovava a Luigi Gonzaga, duca di Mantova, la investitura feudale di Castellaro, nel modo e forma con cui n’era stato investito dieci anni innanzi. Cotesto feudo, tramandato ai successori suoi, duchi di Mantova, mediante le reiterale investiture dei vescovi di Trento, restò in quella serenissima casa fino al secolo decimottavo; in cui, essendo stato dichiarato decaduto, per fellonia, dai feudi imperiali l’ultimo duca, Mantova pervenne all’Impero, e Castellaro alla Chiesa di Trento, che tuttora [p. 230 modifica]lo possiede681. Nell’ottobre di questo medesimo anno il nostro prelato si adoperò con tutto lo spirito, affinchè una volta si terminasse la strepitosa lite, che in Roma si agitava da nove anni, a riguardo della parochiale di S. Maria Maggiore fra il suo Capitolo e i Padri di S. Domenico avanti il cardinale Bertrando, vescovo d’Ostia e di Velletri, a ciò deputato da Benedetto XII. Abbiamo già accennato esistere su questa causa due alti intermedii, cioè una bolla del 1331, colla quale papa Giovanni XXII comandava al detto cardinale d’indurre il vescovo e il Capitolo di Trento a cedere la mentovata parocchia colle case attigue a quei religiosi che, per l’inondazione dell’Adige, non potevano più abitare il convento di là dal fiume; e la lettera del cardinale Bertrando scritta da Bologna nel 1332 ai frati e al priore dei Domenicani di Trento, colla quale li autorizza a citare perentoriamente il vescovo ed il Capitolo a comparire avanti di sè, nel termine di giorni venti, onde far valere le loro ragioni ed esporre le loro proposte. Il nostro vescovo adunque riusciva a troncare la lite, inducendo il predetto Convento alla rinuncia d’ogni suo preteso diritto su quella parocchia, e i canonici a rilasciare ai Domenicani, pro bono pacis, la quarta mortuaria ed ogni altra porzione canonica, che quei Padri erano tenuti per consuetudine di contribuire al decano e al Capitolo682.

Nel divisato anno 1338, il vescovo Nicolò, per atto [p. 231 modifica]di sua liberalità, concesse a Guglielmo di Castelbarco, sua vita durante, il vicariato ch’egli tenne e possedette in ogni luogo appartenente al Vescovato, coll’obbligo di contribuirgli annualmente una coppa di argento dorato, del valore di cento lire veronesi, e col patto espresso che, morto lui, ogni diritto si devolva al vescovo683.

Il dì primo di gennajo 1339, il nostro vescovo spediva ai Fiemmazzi la conferma dei loro privilegi, e specialmente di quelli generosamente accordati alla Valle nel 1110 e 1112 dal vescovo Ghebardo684. Nello stesso anno, il vescovo Nicolò, dopo aver fatto chiaramente constare, colla deposizione di ventidue testimoni degni di fede e d’altri documenti autentici, a Bertoldo di Ragogna commissario di Giovanni duca di Carintia e conte del Tirolo, che la giurisdizione di Metz (Mezzotedesco) s’aspettava al Principato di Trento, ottenne li 21 febbrajo favorevole sentenza contro Leonardo e Svicherio fratelli di Metz, illegali detentori, e li 25 dello stesso mese il decreto d’immissione, con ispeciale comando del duca ai suddetti fratelli e ad altri nobili dimoranti in quella giurisdizione, di non isturbare il vescovo e la sua Chiesa nei possesso di essa, e di contentarsi del libero e pacifico godimento dei feudi685. Di questo medesimo anno e la delegazione di certi soggetti nominati nell’istrumento, fatta dal vescovo [p. 232 modifica]nostro e dal Conte del Tirolo, sopra una differenza vertente contro i mercanti di Bolgiano pel pagamento dell’imposta ο colletta annuale di mille lire picciole a favore del vescovo di Trento; dalla quale essi mercanti, in forza di certi privilegi allegali, si riputavano esenti. Quest’alto dimostra che la città di Bolgiano, nel temporale, per metà ubbidiva al Conte del Tirolo e per l’altra metà al vescovo e principe di Trento686.

Sotto la data dei 27 marzo 1339 trovasi nell’Archivio registrata la quietanza spedita al vescovo Nicolò da Imberto cardinale, di aver esso pagati al Sacro Collegio dei Cardinali la somma di cinquecento fiorini d’oro pel comune servigio, e quella di trentun fiorino, soldi quattro e denari quattro pel servigio della famiglia cardinalesca687. Ai 18 di maggio di quest’anno, il vescovo Nicolò creò suoi procuratori Jacopo notaro e Bonaventura di Francesco Fabro di Trento, ad effetto di rinvenire e ricuperare i beni del Vescovato illecitamente occupati ο distratti. E in maggio dello stess’anno investì Pietro di Schennano e suo fratello Elindro di tutti i loro feudi antichi e diretti, obbligandoli, dopo aver prestato il giuramento di fedeltà, d’indicargli in iscritto, nel termine di un mese, tutti quei feudi che la loro famiglia riconosce dalla Chiesa di Trento. Altra simile investitura fece l’anno seguente a Corrado di Schennano e al di lui padre e al fratello688. Nell’agosto [p. 233 modifica]del 1339, il vescovo Nicolò ottenne da Giovanni re di Boemia e conte del Tirolo, pel Principato e Magistrato di Trento le armi vacanti di Venceslao martire e protettore di quel regno, ed oltre di ciò l’assicurazione di difendere con tutte le sue forze, quale avvocato, la Chiesa di Trento nei suoi diritti, dignità e libertà689. Li 21 novembre di quest’anno, il vescovo nostro, in un Sinodo tenuto nella sua cattedrale, pubblicò due nuove costituzioni; l’una contro gli usurai, l’altra contro i chierici che non portano la tonsura e l’abito clericale, con iscandalo dei laici; ambe inserite negli Statuti Capitolari. L’ultimo giorno di dicembre del 1339 infeudava un Negri di Fai dei vecchi feudi di Trento690; e rinnovava ai signori di Arco la investitura feudale, nella quale si leggono non solo i feudi antichi posseduti da quella illustre famiglia, ma quelli eziandio indebitamente occupati dai signori di Castelbarco. In tale occasione Nicolò d’Arco fece istanza al vescovo nostro affinchè comandasse una perquisizione nell’archivio vescovile collo scopo di rinvenirvi un certo processo formato dagli officiali del vescovo Enrico, che pretendeva ad arte occultato, onde spogliarlo della giurisdizione a lui competente; oppure che s’instituisse una nuova inquisizione, acciò la sua famiglia fosse rintregrata del proprio, secondo i dettami della giustizia; protestando insieme di non intendere che per la investitura a lui rinnovata in questo giorno, possa derivare alcun [p. 234 modifica]giudizio, specialmente rapporto ai privilegi alla famiglia d’Arco accordati dagli Imperatori691. In questo medesimo anno fu fatta la pubblicazione dei beni comunali della città di Trento, già designati l’anno 1314, sotto la reggenza del vescovo Enrico. E siccome la patria era minacciata in quei momenti dai disegni ambiziosi di Lodovico di Brandenburgo, messi ben presto in esecuzione a’ danni della Chiesa, il Magistrato Consolare della città nostra decretò il pronto rifacimento delle mura ed altre opere di difesa692. Il vescovo Nicolò confermava contemporaneamente una considerevole aggiunta allo Statuto Municipale, proposta dal Magistrato, per il buon governo della città e delle altre terre del Principato693. Nello stesso anno fu fatto un arbitramento, col quale venne determinata l’annua contribuzione che le ville della Comunità di Pergine dovevano pagare al vescovo694.

Nel 1340, il vescovo Nicolò, ad esempio di Federico di Wanga suo predecessore, usando de’ suoi diritti principeschi, fece coniare moneta colla sua effigie da una parte e colle insegne del Principato, testè ottenute, dall’altra695. Nel gennajo di quest’anno fu fondata da Bonaverio dei Bellenzani, ricco cittadino di [p. 235 modifica]Trento, la Casa di Dio ο dei Battuti laici, che presentemente serve d’ospitale ai poveri che in quella si ricettano, e agli infermi bisognosi che in essa vengono assistiti con tutta carità696.

Nel febbrajo del medesimo anno, morto essendo Aldrighetto di Castelbarco, che nel 1338 (come fu narrato) aveva rinunciato tutta la giurisdizione della valle Lagarina nelle mani del vescovo Nicolò, il di lui figlio Federico fece lo stesso colla porzione che gli spettava, così nel civile come nel criminale. Essa porzione constava delle pievi di Gardumo, di Mori, d’Aldeno e Garniga; delle castellanie di Gresta, di Nomesino e di Albano697. Li 5 marzo dell’anno medesimo Guglielmo di Rizzardo di Selva cede al vescovo la sua parte del castello di Selva, per molti beneficii da lui ricevuti698. Nello stesso anno 1340, il vescovo Nicolò comperava da Azzone e da Guglielmo fratelli del defunto Aldrighetto di Castelbarco, il castello di Penede pel prezzo di dodicimila lire veronesi, da versarsi in rate ο a tempo prefisso; a condizione però, che, fino al totale pagamento, essa rocca dovesse restare in potere di Enghelmaro di Villanders e di Corrado di Schennano. Gli vendettero inoltre i detti signori tutte le rendite, dazii e decime che possedevano nella pieve di Nago, in cui è posto il suddetto castello; previa una stima da farsi in guisa, che dieci lire di rendita fossero valutate cento [p. 236 modifica]di capitale; obbligando il vescovo ai medesimi, dal canto suo, la giurisdizione delle pievi di Lizzana e di Volano, a riserva della sola parte pria da lui consegnata a Marcabruno di Castelbarco; e inoltre col patto espresso, che fosse lecito ad essi di redimere il mentovato castello di Penede, mediante l’esborso delle esposte dodicimila lire, entro il termine di due mesi; passati i quali, s’intenda irrevocabile quel possesso a favor della Chiesa. In sequela dell’anzidetto contratto, nel 1341, fu tra le parti fatta un’altra convenzione, colla quale vennero stabilite le rate dei pagamento; vale a dire, che la metà sia dal vescovo pagata nella prossima festa di S. Martino, e l’altra meta al S. Martino del seguente anno; il che non seguendo, la sopradetta rocca dovesse ritornare ai Castrobarcensi, i quali giurarono di governare frattanto, come vicarii vescovili, la giurisdizione accennata di Lizzana e di Volano. Ma il ritratto non ebbe luogo; mercechè il provido prelato sborsava nel principio del 1343 il prezzo intiero del castello, a norma del convenuto699.

Nel 1341, il vescovo Nicolò spedì alla chiesa di S. Maria di Campiglio la conferma delle indulgenze ad essa concesse da Federico, Egnone, Enrico II, Filippo, Bartolomeo ed Enrico III vescovi di Trento, da Martino vescovo di Mantova e da altri vescovi di Verona e Cremona700. [p. 237 modifica]

Nel 1342, Nicolò di Bruna, nipote del nostro vescovo, qual suo procuratore, investì, a titolo di locazione perpetua, Antonio, Francesco ed Eleazaro, figli di ser Videsti di Riva, del diritto di raccogliere i frutti decimali di alcune possessioni descritte nell’istromento, sotto condizione d’un annuo canone di due quartieri e mezzo di vino graspato alla misura di Riva701. Nel medesimo anno, Marco chierico di Mori, nunzio vescovile, fece pubblicare nella valle Lagarina la lettera diretta dal nostro vescovo a Belitta, vedova di Aldrigettino di Castelbarco; colla quale il vescovo esprimeva il dispiacere di avere inteso certi trattati di alienazione dei castelli appartenenti ai di lei figli per l’utile e alla Chiesa di Trento per diretto dominio; e perciò ne faceva formale divieto così ad essa come ai suoi capitani e luogotenenti; comandando ad ognuno di questi di custodire e governare i suddetti castelli, feudo della Chiesa, a pro’ dei di lei figli e ad onore del Vescovato, sotto pena della privazione di essi corpi feudali in di lei pregiudizio e dei figliuoli medesimi702.

Nel mese di febbrajo del 1343 furono celebrate nella città di Trento le infauste nozze di Lodovico marchese di Brandenburgo, figlio dell’imperatore Lodovico il bavaro, con Margherita Maultasse, contessa del Tirolo, unica erede di Enrico, duca di Carintia e conte di Gorizia e del Tirolo, dopo il ripudio da essa dato a [p. 238 modifica]Giovanni re di Boemia, suo legittimo marito, sotto pretesto della di lui impotenza. Alle feste straordinarie per queste nozze trovossi presente lo stesso imperatore e gran numero di principi e cavalieri703. Nello stesso anno, papa Clemente VI, mosso a pietà dei mali inferiti dai Turchi ai fedeli di Romania e delle isole adjacenti, diresse una bolla al patriarca d’Aquileja Bertrando e ai vescovi suoi suffraganei, colla quale comanda loro di predicar la crociata e di raccogliere un sussidio a tal uopo nelle rispettive lor diocesi, imponendo una decima quinquennale. Il patriarca Bertrando trasmise al vescovo di Trento, suo suffraganeo, una copia autentica di essa bolla; e il nostro prelato non trascurò di obbedire ai cenni del pontefice e del proprio metropolita; benchè poscia, una parte del sussidio raccolto fosse costretto a convertire ad altro uso, non meno religioso, come vedremo all’anno 1346704.

Nel mese di marzo 1343, il vescovo nostro, provocato da Sicco di Caldonazzo, suo potente e ambizioso vassallo, era intento a respingere colla forza le sue violenze; e nel giugno aveva condotti a’ danni di lui Corrado di Sunheim ed Enghelmaro di Villanders con grossa banda di soldati alemanni; perlochè esso Sicco si vide obbligato di portarsi in Padova per chieder soccorso da Ubertino Carrarese. Poco dopo seguì una tregua fra essi, indi un compromesso nelle persone dell’imperatore Lodovico il bavaro, del marchese di [p. 239 modifica]Brandenburgo, suo figlio, di Ubertino suddetto, onde terminare all’amichevole le insorte questioni705. Quale effetto abbia avuto cotesto compromesso, non abbiamo potuto rinvenire nei documenti che ci rimangono; sappiamo bensì che nel seguente anno fu fatto da esse parti un altro compromesso, ristretto però alla decisione del solo Carrarese, signore di Padova; al quale rimisero pure le loro differenze Pietro di Simone di Tono ed altri della Valle di Annone. L’autorità conferita a Ubertino di Carrara, rispetto a Sicco di Caldonazzo e Castelnuovo nella Valle Sugana, era de jure et non de facto; di conoscere, cioè, sopra i danni e le cose usurpate e sequestrate dall’una all’altra parte in occasione della passata guerra; come eziandio sopra i tentativi fatti da Sicco d’impossessarsi della giurisdizione delle ville di Bosentino, di Mugazzone e di Vattaro; la quale pretendeva a se obbligata per certa somma di danaro da lui esposto a favore della Chiesa di Trento. Anche l’autorità che gli attribuirono il vescovo e quelli della valle di Annone era di giure e non di fatto; e riguardava certi eccessi, contumelie e delitti, intorno ai quali Guidone dei Cardinali di Pesaro e Odorico di Formiano, vicarii vescovili in detta valle, aveano pronunciala sentenza condannatoria contro esso Pietro di Tono e i suoi complici706. In questo anno 1344 il vigilante nostro pastore tenne il secondo suo Sinodo generale; nel quale, [p. 240 modifica]col consenso Capitolare, fece alcune nuove costituzioni ed altre modificò, adattandole ai tempi707.

Nel 1345, fu pubblicata una citazione di Clemente di Poncelino, chierico padovano, vicario generale del nostro vescovo, contro certi detentori di beni del Vescovato708.

Nel 1346 il vescovo Nicolò fece la rimessa del primo termine della sopra accennata decima papale, da essere impiegata contro i Turchi, a nome della mensa sua vescovile, consistente in lire 500 veronesi; le quali furono consegnate da Lorenzo di Brescia, canonico di Trento, a Ponzio di Peretto arcidiacono Vindonicense, commissario apostolico; al quale nel tempo stesso il detto canonico sborsò 1535 lire per due termini di porzione toccanti i canonicali, prebende e beneficii della Diocesi709. Nel febbrajo dello stesso anno uscì la sentenza di Giustiniano de Gardulis, giurisperito e pari della Curia di Trento, che dichiarava devoluti al vescovo Nicolò ed alla Camera sua i feudi che dalla medesima riconosceva Aldrighetto di ser Benricevuto di Riva710. Nel mese di giugno 1346, Luchino Visconti, signore di Milano, consapevole della venuta già stabilita dell’imperatore Lodovico e del marchese di Brandenburgo, suo figlio, nella città di Trento, per trattare la pace di Lombardia, spediva al vescovo Nicolò [p. 241 modifica]gran numero di soldati a cavallo ed a piedi, onde fosse in istato di sventare le mire dei due principi, nemici della Chiesa di Trento, opponendosi validamente al loro ingresso. Mastino della Scala, di ciò informato, conchiuse tosto una tregua coi Mantovani, coi quali era in rotta, e mandò in ajuto un grosso stuolo di armati a Sicco di Caldonazzo e ai signori di Castelbarco, suoi alleati711. Il vescovo nostro cominciò a far uso dei ricevuti soccorsi a pro’ di Enghelmaro di Villanders, vicario imperiale in Feltre e in Belluno, contro di Sicco, che pretendeva di levargli tal carica. Sicco fu fatto prigione in Bolgiano; e riebbe la sua libertà per interposizione di Jacopo da Carrara, che procurò la pace a condizione che Sicco pagasse seimila fiorini ad Enghelmaro e a lui cedesse la Chiusa, e il Covelo al Carrarese712.

Intanto Lodovico, marchese di Brandenburgo e conte del Tirolo, calcando le orme dei due Mainardi, assaliva di repente il Principato di Trento e ne soggiogava i luoghi più esposti. Il nostro prelato non si smarrì d’animo, ma si preparò a fargli fronte, assoldando mercenarii e presidiando fortezze. A quest’uopo contrasse molti debiti e ipotecò parecchie rendite della sua Camera vescovile. Ricorse contemporaneamente al pontefice Clemente VI, supplicandolo a voler permettergli di convertire in uso e difesa del Vescovato i proventi della decima papale dal febbrajo all’ottobre dello [p. 242 modifica]stess’anno, colle quote inesatte e da esigersi pei successivi due anni. Il papa acconsenti alla preghiera con una bolla, nella quale chiama il brandenburghese nemico di Dio, persecutore della sua Chiesa, ed eretico per sentenza già dichiarato713.

Nel mese di febbrajo 1347, Carlo re di Boemia, partito dal regno sotto mentito abito di peregrino, pervenne in Trento, dove lo invitavano alcuni cittadini e foresi stipendiali da Luchino Visconti, che gli dava speranza di ottenere il dominio della città contro l’imperatore Lodovico il bavaro, suo rivale. Ma, non ostanti le genti d’arme a cavallo ed a piedi che in essa vi aveano raccolte per favorirlo il Visconte, lo Scaligero e i signori di Mantova, la speranza andò a vuoto. Narra bensì la cronaca che il giorno dell’Oliva, 27 marzo, dopo essere stato dalla Chiesa pronunciato imperator dei Romani, abbia in Trento, fatta celebrare la santa messa, alla quale assistette vestito del manto imperiale, colla verga d’oro e la palla rotonda nelle mani; indi cavalcasse per le vie principali della città. Racconta inoltre la stessa cronaca, che li 24 di giugno di questo medesimo anno, arrivò sotto le mura di Trento il vescovo di Coira alla testa di 1500 militi stipendiati da Carlo imperatore, in soccorso dei castelli assediati dal marchese di Brandenburgo; il quale, approfittando d’una buia notte li sorprese nel sonno, e tutti rimasero ο morti ο prigioni, senza poter fare la minima resistenza714. [p. 243 modifica]

Frattanto il nostro vescovo, esponendo le ragioni del Principato manomesso dai due Mainardi, conti del Tirolo, e minacciato dalle ingorde brame del duca Lodovico, presentò all’imperatore Carlo, che si trovava a Belluno, un suo memoriale. L’imperatore, dopo aver fatte esaminare diligentemente le cose, nel mese di agosto 1347 sentenziava che, per mancanza di successione maschile, fossero devoluti all’Impero tutti quei feudi, sui quali il conte Mainardo II, i suoi predecessori e successori od eredi pretendessero qualche diritto, e come tali li ridona alla Chiesa di Trento. Pronunciava poi decaduti egualmente da ogni diritto, proveniente da concessione vescovile, Margherita, contessa del Tirolo, e il duca Lodovico marito suo, a motivo dei notorii delitti da loro commessi e dell’adulterio e dell’incesto in cui vivevano anco al presente. Conchiude finalmente accordando al vescovo Nicolò la piena restituzione dei beni usurpati e confermandogli tutti i privilegi e le donazioni, e in ispecial modo dei capi seguenti: la parte di Bolgiano, di Velta, del monte Ritten e del monte Villanders; Eppiano col castello di Altenburg, la pieve di Caldaro con Enteclario, Cortazza, Bugna e Coronazelli; la pieve di Cembra; la contea di Castello nella valle di Fiemme; la contea di Königsberg assieme al castello; le pievi di Teseno, di Malè e di Novateutonica; la contea di Ulten. A titolo di feudo gli concedeva inoltre la giurisdizione criminale su quella parte di Bolgiano, a cui pretendevano i Conti del Tirolo; la pieve di Egna; il castello di Visione nell’Anaunia e il castello di [p. 244 modifica]Pergine715. Havvi di questo stesso anno: un decreto del nostro vescovo contro certi nobili, chierici ed uomini di macinata e forestieri, che ricusavano di pagare alla Chiesa alcuni affitti e collette, ai quali erano sottoposte le case, terre e possessioni della pieve di Ossana, da essi recentemente acquistate716; la collazione dell’ufficio di sacristano della cattedrale di Trento a Giovanni di Brescia, canonico della medesima, e consecutivamente la presentazione del Capitolo al vescovo, e la di lui conferma e missione in possesso717; la conferma fatta dal vescovo agli abitanti della contea di Königsberg di tutti i loro privilegi e consuetudini, specialmente riguardanti le sentenze e le appellazioni, e la esenzione da ogni dazio delle vettovaglie estratte dalla città di Trento per loro uso718.

Agli ultimi d’ottobre ο ai primi di novembre di questo stesso anno 1347, il vescovo Nicolò passava da questa all’altra vita, dopo un lodevolissimo governo di nove anni. Lasciò morendo diversi legati pii, per l’esecuzione dei quali consegnava al suo Capitolo l’annua entrata di 30 marche di Merano, da esso a tale effetto comprata da Verata moglie di Fegnone di Villanders su certi affitti di Egna e della villa di Castello nella valle di Fiemme719. [p. 245 modifica]

Gerardo di Manacco, detto anche Gerardo di Viders, fu nel dicembre dello stess’anno sostituito al defunto pastore nella cattedra di S. Vigilio. Le qualità sue non ci sono note; ma dall’unico suo alto che abbiamo potuto rintracciare possiamo arguire ch’egli fosse uomo di molto senno e d’animo forte. Cotesto atto è la nomina di Nicolò Alraim, nipote del vescovo suo antecessore, in capitano della città di Trento e di tutto il Vescovato, con mero e misto imperio cosi nel civile come nel criminale720. Il documento porta la data di Avignone, ove risiedeva il pontefice; sicché pare ch’egli non avesse potuto pigliar possesso della sua Chiesa, impedito forse dalle armi del Brandenburghese che la circondavano. Altra testimonianza dell’assenza del vescovo Gerardo dalla sua Chiesa ci porge un atto capitolare dei 29 di maggio 1348, in cui i canonici, come vicegerenti del vescovo, nominano capitani nelle Giudicarie Nicolò e Giovanni signori di Arco721. Gerardo moriva avanti il mese di ottobre 1348.

Il Capitolo tridentino assunse tosto il governo temporale e spirituale della Chiesa di Trento, per opporsi alla invasione minacciata dal conte del Tirolo. A tale scopo presidiò la città capitale con grosso stuolo di soldati ottenuti da Jacopo di Carrara, signore di Padova; i quali respinsero i tentativi del duca di Teck, generale delle armi di Lodovico. Consegnarono poscia alla sperimentata lealtà di Dionisio Gardelli, già vicario [p. 246 modifica]di Pergine, il castello di Stenico, la rocca di Breguzzo, il vicariato delle Giudicarie, della valle di Ledro, della pieve di Tenno e della metà della pieve di Banale verso Castelmarino, acciò le garantisse da ogni pericolo di usurpazione. Gli affidarono inoltre, sede vacante, la custodia del Castello del Buon Consiglio, coll’ingiunzione di rimetterlo senza ritardo nelle mani del vescovo e principe che fosse eletto. Procurarono anche di redimere il castello di Tenno da Alemanno di Buina, sospetto di tradimento, che n’era capitano pignoratizio, mediante lo sborso a lui fatto di 272 ducati d’oro, pei quali era stato impegnato; e poscia lo consegnarono per l’istesso prezzo a Giovanni dei Bellenzani, cittadino di Trento, perchè a nome della Chiesa lo possedesse, e dovesse restituirlo ad ogni cenno capitolare ο del vescovo, rintegrato che fosse del prezzo esposto; obbligandolo intanto a rendere minuto conto delle condanne, e a contentarsi dell’annuo onorario di 2400 lire trentine722.

Fatte queste ed altre ottime disposizioni dal Capitolo della cattedrale di Trento, papa Clemente VI non tardò molto a dare alla nostra Chiesa un nuovo e degno pastore, che fu Giovanni III di Pistoia, confermato dal Romano Pontefice li 28 ottobre dell’anno medesimo 1348.

Continuavano le vessazioni usate da varii anni alla Chiesa di Trento da Lodovico marchese di Brandenburgo; il quale costituiva vicario suo e custode [p. 247 modifica]dei castelli usurpati nelle Giudicarie Dionisio dei Gardelli723.

Nel seguente anno, il nostro Giovanni concedeva un ampio privilegio agli abitanti di Riva724. Tenendo il brandenburghese occupata la città di Trento, e commettendovi molte violenze di conserva coi nobili e coi maggiorenti di essa, il nostro vescovo trasferì la sua sede a Riva, ch’egli impegnava a Mastino II della Scala, affinchè questi la difendesse dagli assalti del Conte del Tirolo, e a lui strappasse gli altri beni rapiti alla Chiesa725. In questo stesso anno 1349, il vescovo Giovanni fu dalla Chiesa di Trento trasferito a quella di Spoleto; e Can Grande della Scala era, per lo stesso vescovo, capitano in Arco.

Li 4 novembre del medesimo anno ebbe luogo la elezione a vescovo di Trento di Mainardo di Neuhaus, canonico di Praga. Ma non potendo pervenire al possesso del suo vescovato, per l’opposizione violenta di Lodovico brandenburghese, resse la sua diocesi mediante vicarii spirituali726. Quanto al temporale, ne disponeva a sua voglia il suddetto marchese Lodovico, conte del Tirolo, il quale studiavasi di guadagnare al suo partito i più potenti vassalli della Chiesa trentina. Nel giorno di Pasqua 1354, Federico e Marcabruno fratelli di Castelbarco, a nome proprio e dei loro eredi, [p. 248 modifica]giurarono ad esso fedeltà, e in ispecial modo contro il vescovo di Trento, dando a mallevadori Sicco di Castelnuovo e Nicolò d’Arco727.

Nel 1355 governava la città di Trento, a nome di Lodovico, un Enrico pievano del Tirolo, col titolo di capitano generale del vescovato trentino; e nella stessa città era vicario e giudice pel brandenburghese un Eccelino notaro di Campo, il quale fece pubblicare il registro delle ferie legali, ossia dei giorni in cui a Trento non si rendeva ragione728.

Avendo nel maggio del 1356, Enrico, pievano tirolese e capitano generale pel conte del Tirolo, stretto di assedio con forte esercito il castello di Pergine, la Comunità di quel luogo, impotente a resistere, si diede al marchese di Brandenburgo, il quale le promise la esenzione per dieci anni da tutti i balzelli. Francesco da Carrara, signore di Padova, a cui spettava il dominio di quel paese e della Valsugana, nell’ottobre dello stesso anno fece cessione al suddetto marchese e conte del Tirolo di tutti i diritti suoi sulla Valsugana e sul castello di Pergine729.

Nel 1357 la Comunità di Pineto (Pinè), trovando incomoda allo sviluppo della sua libertà la esistenza del castello di Roccabruna, non molto discosto da Nogareto, sui confini del Perginese, la comprarono per [p. 249 modifica]290 fiorini da Concio Zinele, capitano di Pergine pel marchese e conte del Tirolo, e la distrussero730.

Nel giugno del 1358 furono eletti arbitri per comporre le differenze vertenti tra Ulrico di Castel Tono e Guglielmo di Castel Nano; e ai 14 di luglio dello stesso anno, i fratelli, i figli e gli eredi di Federico di Castelbarco divisero i loro beni per modo, che ad Armanno di Castelbarco toccò la giurisdizione di Castralbano, e ad Aldrighetto quella di Castel Gresta731.

Nel 1359, il marchese di Brandenburgo, conte del Tirolo, per interposizione del papa e di Rodolfo duca d’Austria, s’indusse a restituire ai commissarii pontificii le cose che appartenevano alla mensa vescovile di Trento, e ai canonici quelle che spettavano al Capitolo, confermando questa sua restituzione con un atto pubblico732.

Nel 1362 moriva in Praga il vescovo nostro Mainardo, senza aver mai potuto ottenere il reale possesso del suo vescovato.

O alla fine dello stesso anno, o sul principio del susseguente venne eletto a succedergli Alberto II di Ortenburgo, Carintiano.

Nel 1363, Margherita contessa del Tirolo, essendo morto due anni prima il di lei marito Lodovico marchese di Brandenburgo e in quest’anno anche l’unico figlio ch’ebbe da lui, cedette la Contea del Tirolo e [p. 250 modifica]tutti gli altri suoi beni ai di lei prossimi parenti, Rodolfo, Alberto e Leopoldo, duchi d’Austria.

Nello stesso anno, il nostro vescovo Alberto, onde ottenere l’integra restituzione dei diritti della sua Chiesa, fu costretto a scendere coi duchi d’Austria suddetti a certe condizioni onerose, che, sotto il titolo volgare di Compattate, divennero in seguito causa ο pretesto di molte discordie e di molti mali fra il nostro Principato ecclesiastico e la Contea del Tirolo. Sul principio dell’anno medesimo Azzone e Marcabruno figli di Aldrighetto di Castelbarco, e Armanno e Aldrighetto, figli di Federico della stessa famiglia, costituirono in loro procuratore Guglielmo di Castelbarco, canonico tridentino, onde chiedere e ricevere dal vescovo nostro la investitura dei loro feudi733. Ai 14 di novembre 1563 fu consecrata la chiesa di S. Marco in Trento, appartenente al Convento degli Eremitani di S. Agostino734. Li 19 di novembre di questo stesso anno, il vescovo Alberto concedeva a Pietro, figlio di Simone di Tono, la investitura del castello di Tono735.

Nel gennajo del 1364, il vescovo Alberto investì Guglielmo di Castel Nano dei feudi nobili che la sua casa riconosceva dal Vescovato736; e nel febbrajo dello stess’anno investiva pure Azzone, Aldrighetto, Alberto, Giancarlo e Francesco Leone, figli di Guglielmo di [p. 251 modifica]Castelbarco, dei feudi posseduti dalla loro famiglia, non ostante la libera dimissione di quelli, fatta nel 1338 e 1340 nelle mani del vescovo Nicolò, suo predecessore737.

Passato a miglior vita il duca Rodolfo d’Austria, conte del Titolo, il vescovo Alberto fece coi suoi fratelli e successori nella Contea, Alberto e Leopoldo, nel 1365, un’altra convenzione, avvalorata dal consenso capitolare, e non meno pesante e pregiudicevole della prima, stipulata col duca defunto. In questa, oltre la ripetizione dei capitoli dell’antecedente, si estende il nostro vescovo a dichiarare con espressioni enfatiche, che egli riceve dalla cortesia dei duchi d’Austria la città di Trento e le signorie che compongono il Principato, obbligando sè e i successori di assistere perpetuamente i Conti del Tirolo con tutta la forza di fanti e cavalli, e di difendere la loro Contea a proprie sue spese, entro e fuori i confini di essa, contento della moderata paga, solita darsi alle milizie ausiliarie. Oltre di ciò concede loro il jus aperturæ nella propria città e nelle fortezze, colla promessa di non introdurre soldati di estrania nazione al presidio delle medesime738. Del mese di dicembre di questo anno è la conferma degli statuti di Mezzana, Runzo e Menasio, spedita dal vescovo Alberto ai popoli della Valle di Sole739. E nello stesso mese ed anno, il vescovo nostro investiva Antonio di Castelbarco di tutti i feudi, che il di lui [p. 252 modifica]padre Giovanni e i suoi antenati avevano riconosciuti dalla Chiesa di Trento; i quali erano (secondo l’elenco che l’infeudato medesimo diede in iscritto) i seguenti: il dosso di Castel Romano, il dosso di Castel Torodoi, il castello Anzenglo, il dosso di Castel Palude in Brentonico, il dosso di Castel Bando, il dosso di Castello Albano, le decime di Mori, la metà del Castelcorno, la metà di Castel Bradalica, la muta di Sacco, la muta di Marco, la metà della torre di Castelbarco, la metà del Castello di Avio, la metà di Castel S. Giorgio, la metà della Clozella, le decime sotto Castelbarco, i vassalli di Gardumo e di Mori, e la metà del castello di Serravalle740.

Dalla sentenza pubblicala nel 1366 dal duca Leopoldo, conte del Tirolo, colla quale si dichiara la quota ed il modo da osservarsi dagli abitanti del borgo di Pergine e dagli esteriori nel condurre il mosto ed il vino di decima al castello, si deduce che quella giurisdizione col suo castello non fu restituita alla Chiesa, com’era giusto, dacché fu occupala dalle armi del Brandenburghese. Essa rimase quindi in poi sotto al dominio tirolese fino all’anno 1531, nel quale fu permutata colla metà di Bolgiano, che era di ragione vescovile741. In questo medesimo anno 1366, il vescovo Alberto creò ο piuttosto confermò due novelli cittadini di Trento, che furono Bettino e Nicolino di Cremona; concedendo inoltre a quest’ultimo la facoltà di esercitare l’arte notarile in tutto il Vescovato742.

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Nel 1367, mentre il vescovo Alberto era in Aquileia presso quel metropolitano per affari della sua Chiesa, commise ad Udalrico decano e a Francesco di Parma canonico di mettere in possesso dell’ufficio vacato della scolasteria nella sua Cattedrale un Enrico Westfal chierico di Hildesbeim, investendolo coll’anello suo vescovile743. Il detto ufficio anco presentemente viene conferito dal vescovo, ma a’ soli canonici. In questo medesimo anno, il vescovo Alberto, per 110 ducati d’oro, fece acquisto da ser Baldassare di ser Gasparo di Trento d’una casa con cortile, posta nella città di Trento, nella contrada dei Capellani, ossia del fonte di S. Martino; della quale, mediante procuratore, nello stesso giorno, 24 dicembre, prese il possesso744. Nel suddetto anno uscì nella Curia Romana sentenza favorevole al Capitolo di Trento, riguardo alla pieve di Caldaro, per pochi anni da esso goduta in pace, dopo la espulsione rammentata di Enrico di Rottenburg, violento usurpatore. Con essa sentenza Corrado, figlio di Guglielmo di Wolensteten, che vi si era intruso, spalleggiato dal vescovo Alberto, fu obbligato di restituire ai canonici essa pieve coi frutti percetti. Leggesi pure in quella sentenza (il che è rimarchevole, nè può combinarsi colla verità del fatto) qualmente il vescovo Alberto e il suddetto Corrado, nel tempo della citazione, si ritrovassero in parti assai rimote dal Vescovato, ed abitassero in certe fortezze, alle quali non fosse sicuro [p. 254 modifica]l’accesso. Checchè ne sia, appellatasi la causa, nel seguente anno la Curia Romana spiccò il decreto di sequestro dei frutti parochiali, e negli anni 1370 e 1371 altre due sentenze confirmatorie della prima, ma senza effetto745. Del febbrajo 1368 si ritrova una locazione perpetua d’una casa in Trento nella contrada di Borgonuovo, spedila dal procuratore del vescovo Alberto a ser Antonio di Geremia di Matarello746.

Nell’aprile del 1369, essendo stati confiscali i feudi, che dalla Chiesa di Trento riconosceva Corrado di Guglielmo di Castelnuovo, cittadino di Trento, a motivo della di lui ribellione e delle offese recate in varie guise a essa Chiesa, e dell’usurpazione delle decime di Cavedine e di Calavino, il vescovo Alberto, in rimunerazione della fedeltà e dei servigi singolari così a sè come alla sua Chiesa in varii incontri prestati da Pietro di Madruzzo e dai fratelli Jacopino e Vocheso di Jorio di Madruzzo, investì a titolo di feudo per sè ed eredi d’ambo i sessi il suddetto Pietro, e per sè e figli maschi solamente Jacopino e Vocheso, della castellania di Castel Madruzzo e di Lasino, d’un’altra nelle pertinenze di Cavedine, d’una chiusura nel tenere della villa di Madruzzo e d’una pezza di terra vignata in Calavino, come non meno dei beni che esso Corrado possedeva nel tempo che si ribellò, allorchè si fece lecito di occupare l’antedetto castello di Madruzzo747. [p. 255 modifica]

Nel 1370, il vescovo Alberto spedì al Conte del Tirolo la rinnovazione della investitura dei feudi che dalla Chiesa di Trento riconosceva. Il Conte in tale occasione trascurò per la prima volta il giuramento di fedeltà, solito per l’addietro prestarsi al vescovo infeudante, e vi sostituì la mera promessa in verbo principis; alterazione ch’ebbe pur troppo le sue funeste sequele748.

Nel 1371, il vescovo nostro Alberto dei Conti di Orlenburg stabiliva solenne tregua tra i signori ο dinasti principali delle valli di Non e di Sole, che, divisi in due grossi partiti, guerreggiavano tra di loro accanitamente. L’un partito era rappresentato da varii membri della illustre casa di Tono, e l’altro da quelli della rinomata famiglia di Sant’Ippolito, i cui feudi possiedonsi oggidì dall’antica famiglia dei Firmian749.

Nel 1372, il vescovo Alberto concesse in feudo ad Antonio, figlio di Nicolò d’Arco, le decime di Pelugo, di Vigo, di Auriglio, di Tauriglio, di Pinzolo, di Vidaiono e di Giustino, rifiutate in sue mani da Giovanni notaro di Comaio, pieve di Lomaso750. In esso anno, il vescovo nostro si affrancò da un debito di fiorini 330 contratto con Agnese contessa di Kirchperg, per sodisfare il duca d’Austria e conte del Tirolo delle contribuzioni alle quali si era obbligato751. [p. 256 modifica]

Nel 1373, fu conchiusa la pace fra i duchi d’Austria Alberto e Leopoldo, e tra Francesco figlio di Jacopo da Carrara. Questa pace diede fine alla lunga ostilità originata dal fatto del Castello di Pergine, da noi riferito all’anno 1348.

Nel 1374, il vescovo Alberto rinnovò ad Aldrighetto di Castelbarco l’investitura feudale da esso concessa nel 1364 ai figli di Guglielmo dello stesso casato752.

Sotto la data dei 25 di gennajo 1375 sta registrato il compromesso convenuto dal vescovo Alberto con Sicco di Rambaldo di Castelnuovo, toccante la controversia tra loro vertente intorno alla giurisdizione delle ville di Vallaro, Mugazzone e Bosentino, e ad ogni altra discrepanza. Questo compromesso fu esteso da Leopoldo duca d’Austria, che prescrisse alle parti compromettenti di presentarsi avanti di lui, entro il termine corrente dal giorno dell’alto suddetto fino alla festa di Pentecoste, se esso duca in questo frattempo si ritroverà nel Tirolo; nel quale caso, tutto ciò che, dopo l’ispezione delle scritture d’ambe le parti, sarà da lui ο dal suo Consiglio deciso, debba essere messo in esecuzione, appellatione remota. In caso poi che esso duca in tal tempo non si trovasse in quelle parti, debba ciò farsi dal suo Capitano generale, nel giorno che da lui sarà alle parti intimato, entro un mese, e col parere e voto del lodato Consiglio; lasciandosi frattanto in quiete gli uomini delle suddette ville ed i loro [p. 257 modifica]beni, nella maniera in cui vissero al tempo della tregua conchiusa tra i duchi d’Austria e il Carrarese753. In conseguenza dell’enunciato compromesso, il vescovo Alberto li 3 del mese di aprile costituì suo procuratore speciale nella suddetta causa Federico di Greifenstein. Nell’aprile dello stesso anno, il vescovo Alberto convenne col suo Capitolo, che in avvenire fosse lecito al vescovo e ai suoi ufficiali di arrestare nelle giurisdizioni capitolari tutti coloro che avessero commesso qualche delitto, e quindi punirli come se fossero stati arrestati nel proprio territorio; e lo stesso diritto potesse avere il Capitolo coi delinquenti contro di lui, che si rifuggissero nel vescovile754. In questo medesimo anno, ritrovandosi il nostro prelato nel suo castello di Ortenburg, ricevette in sua grazia Peterzone, Pietro, Paolo, Giacomo e Giovanni fratelli Lodrone di Castel Romano, che a lui si presentarono coi loro complici e fautori implorando misericordia e perdono dell’omicidio da essi commesso in persona di Raimondo di Lodrone, loro zio naturale; e il vescovo nostro li assolse755. Evvi pure di quest’anno una bolla di Gregorio XI a favore dell’Ordine dei Crociferi, al quale assegna la preeminenza nelle questue delle elemosine, e loro concede altri privilegi e indulgenze756.

Nel 1376, non avendo il compromesso dell’anno antecedente sortito il bramato effetto per causa di varii [p. 258 modifica]accidenti, fu tra il vescovo nostro e Sicco di Castelnuovo conchiuso il secondo, con cui si conferma e rinnova il primo nel medesimo duca Leopoldo, colla prorogazione del termine sino alla festa della Risurrezione del Nostro Signore, e così anche della tregua 757. Nell’anno suddetto, essendo la giurisdizione di Pergine oppignorata al Vescovato per la somma di quindicimila fiorini, così veniva retta e governata a nome di esso. I Perginesi portarono a Leopoldo, duca d’Austria e Conte del Tirolo, molte querele contro il vescovo Alberto, quasichè esso e la città di Trento li aggravassero oltre il dovere e il consueto. Il duca li pigliò in protezione, e rilasciò un ordine a Federico di Greifenstein, suo capitano in Pergine, onde procurasse con tutta la forza di mantenere e difendere i Perginesi nei loro diritti e nelle buone consuetudini riguardanti sì la giudicatura come la monetaria758. Il dì penultimo di ottobre di quest’anno, Bartolomeo ed Antonio della Scala, signori di Verona e di Vicenza, vicarii imperiali, spedirono la conferma dei loro privilegi ai Rivani, in quel tempo loro sudditi, in virtù della cessione pignoratizia fatta ad essi Scaligeri dal vescovo nostro Giovanni III759.

Nel 1377, Giovanni Salgardo di Feltre, vicario e giudice della Curia di Trento e delle gastaldie di Pergine, che appartengono al distretto di Trento, sedendo pro tribunali per Alberto conte di Orlenburg, vescovo [p. 259 modifica]nostro, ad istanza di Federico notaro e massaro del vescovo nella giurisdizione di Pergine, comandò ai sindaci e gastaldioni di quel luogo, che fra dieci giorni dovessero aver pagata la colletta vescovile in buona moneta; ingiungendo al cursore d’intimare questa risoluzione al notaro Bonio, sindaco di tutta la pieve di Pergine e ai gastaldioni e agli ufficiali di essa, che erano Federico da Casalino, Matteo Sartori del borgo di Pergine, ser Giovannino da Serso, Osvaldo di Roveredo e Sornelli di Vignola; il che conferma, che la suddetta giurisdizione era allora nelle mani del Vescovo760.

Nel 1379, il vescovo Alberto, avendo scoperto che le comunità di Ossana e di Malè nella Valle di Sole si lagnavano perchè si esigessero a pro’ della sua Camera certe rendite ricuperate, dell’ufficio detto Larziprevedana, in virtù del quale si corrispondeva ogni sette anni uno stajo di segala per ogni foco, per ogni molino e per altri edificii d’acqua, graziosamente li assolse da tale obbligo, sua vita durante761. In questo stesso anno fu eretta solenne convenzione tra il vescovo Alberto e Bartolomeo ed Antonio signori della Scala, tendente a tener purgato il paese dai malviventi; colla quale una parte si obbligava coll’altra di consegnarsi vicendevolmente i rei di pena corporale, profughi nei rispettivi territorii762. [p. 260 modifica]

Nel 1380, estintasi la linea madruziana maschile, che abitava in Castel Madruzzo, il castello fu concesso dal vescovo Alberto in feudo fiduciario a Jacopo e ad Enrico di Roccabruna; il primo dei quali aveva in moglie Regina e l’altro Fiorinella, uniche superstiti763.

Nel 1381, Percivale di Vienico, capitano di Castel Selva e di Levico, e vicario generale del vescovo Alberto, investì a titolo di locazione perpetua maestro Michele Funario d’una pezza di terra nelle pertinenze di Levico, nel luogo detto in Salvadonega764. Nel medesimo anno fu dal vescovo Alberto proferita una sentenza arbitramentale, colla quale dichiara i confini nel monte della Costa, denominato il monte del Vescovo, disputati fra le Comunità di Vigolo Vattaro, di Bosentino e di Mugazzone765. Ai 3 dicembre dello stesso anno proferì il vescovo un’altra sentenza arbitramentale nella questione dei confini fra gli uomini di Dro e Ceniga dall’una, e le ville di Lasino e di Madruzzo dall’altra parte, sopra il luogo denominato in Bocca di Sarca766.

Nel 1383, Geremia di Castelnuovo rifiutò nelle mani del vescovo Alberto una picciola muta di soldi quattro, sul fiume Adige, alla porta di S. Martino, a favore di Francesco notaro di Trento767.

Nel 1385, Azzone di Castelbarco ottenne dal vescovo Alberto la rinnovazione dell’investitura feudale [p. 261 modifica]spedita ai di lui antenati nel 1364 e rinnovata più recentemente nel 1374. In quest’ultima per altro fu inserito anche il feudo di Brentonico768. Ai 14 maggio del medesimo anno, fra il vescovo Alberto, ossia fra Pietro di Sporo ed Enrico di Liechtenstein procuratori vescovili dall’una, ed Antonio d’Arco dall’altra, fu fatta una convenzione relativa alla restituzione di Castel Madruzzo, alla compensazione delle ingiurie e d’altre questioni, le quali furono commesse al giudizio di arbitri769. Nel luglio di detto anno, il vescovo Alberto, deposto Federico Geschlecht dal capitanato di Castel Breguzzo, vi sostituì Nicolò d’Arsio770.

Nel medesimo anno 1385, Sicco di Caldonazzo, vassallo della Chiesa di Trento, di cui abbiamo più volte favellato, fu trattato aspramente da Antonio Scaligero, per avere negato con villania di restituire agli ambasciatori del Signor di Verona il bottino di pecore e d’altri animali da esso fatto sopra le montagne di Vicenza. Li 26 luglio il Signor della Scala fece investire con fanti e cavalli i possedimenti di Sicco da Rigo di Cortesia di Soratico, suo generale; il quale, accampatosi sotto il borgo di Lupi, lo assediò nelle forme; indi, messo a ferro e a fuoco Caldonazzo con le altre ville di sua dipendenza, e dato il guasto alle campagne col taglio delle viti e degli alberi, obbligò Sicco li 3 d’agosto alla fuga; che questi eseguì fino [p. 262 modifica]a Celvare, dopo aver lasciata nell’invaso borgo qualche cavalleria e pochi pedoni mandatigli dal Carrarese. Partito che fu il dinasta, il presidio, scorgendo di non poter lungamente diffendere il forte, per avere guasta la torre dalle bombarde, capitolò la resa del borgo con tutte le munizioni al Cortesia, salva la roba e la vita. Il nemico, pensando che il conservare l’acquistato gli dovesse riuscire più dannoso che utile, saccheggiò il paese, spianò la torre e le case dai fondamenti, e di là portatosi nelle altre ville già dipendenti da Sicco, senza perdonare ad alcuna, le devastò ed incendiò. Fece poscia lo stesso in Folgaria e nelle terre di Marcabruno di Beseno, che, contro le promesse date al Signor della Scala, aveva seguite le parti di Sicco; e li 30 di agosto l’esercito dello Scaligero ripatriò carico di prede771.

Nel 1387, il Capitolo, senza l’intervento dell’autorità vescovile, formò un suo Statuto addizionale al vecchio, consistente in tre decreti da essere perpetuamente osservati. Col primo proibisce ogni permuta de beni capitolari e beneficiali; col secondo provvede all’assenza dei cappellani della Cattedrale colla privazione dei beneficii, in caso di mancanza di tre giorni, senza licenza; il che regger non può, nè si sa qual forza si abbia. Coll’ultimo si levò dalla massa certa porzione, che venne assegnata alle distribuzioni canonicali772. [p. 263 modifica]Nel medesimo anno, essendo invalso il reo costume nelle giurisdizioni e nei luoghi soggetti, quanto al temporale, al Conte del Tirolo, e, quanto allo spirituale, al vescovo di Trento, che i prefetti ed i giudici di essi si appropriavano tutto l’avere dei parrochi, dei vicarii, dei cappellani, dopo la loro morte, senza lasciare aperto a nessuno il corso della giustizia, il vescovo Alberto espresse al duca d’Austria le sue querimonie per tale abuso con tanta efficacia, che lo persuase ad accordare la totale abolizione; con che però dai parrochi, vicarii e cappellani esentati da tale aggravio, fosse in perpetuo, e in un giorno determinato dell’anno, celebrato un anniversario in suffragio delle anime dei principi e principesse di casa d’Austria, con solennità corrispondente al loro rango, accedendo il consenso e l’autorità del vescovo di Trento loro ordinario. Il duca partecipava questo suo decreto ad Enrico di Rottenburg, suo maresciallo nel Tirolo, e a chiunque sarà suo capitano nel Tratto Atesino, con ordine che, morendo alcun parroco, vicario ο cappellano dimorante nelle pertinenze di loro giurisdizione, tutto l’avere del defunto restar dovesse presso la Chiesa.

Il vescovo Alberto all’incontro e il Capitolo, con loro reversale consegnato in mano del duca, ordinarono che tutti i parrochi, vicarii, cappellani di Bolgiano, Villanders, Sarenthein, Märling, Passaier, Schenenn, Melten, Gries, Lanna, Tisens, Ulten, Caldaro, Eppan, Termeno, Ora, Salorno, Montagna, Nova Teutonica, Mezzolombardo, Sporo, Flavone, Arsio, Castel Fondo ed altri, tutti uniti annualmente in Bolgiano, debbano, [p. 264 modifica]otto giorni dopo la festa dell’Assunzione, celebrare un anniversario con messa ed esequie solenni, ed altre messe la mattina seguente per il suddetto duca, i suoi antenati e gli eredi e successori; come non meno ciascuno di essi separatamente sia tenuto di fare un altro anniversario nella propria chiesa con tutta pompa, l’ottavo giorno dopo la Purificazione di Maria Vergine; con obbligo d’intervenire personalmente ad entrambi gli ufficii sacri, sotto la pena ai negligenti di lire dieci di marca meranese, da essere applicati ad usi pii. Non ostante però che la detta convenzione fosse stabilita con tante cautele, abolito l’abuso a gloria di Dio e vantaggio della Chiesa, presentemente non si celebrano più gli anniversarii suddetti773.

Nel 1388, il vescovo Alberto, col consenso del suo Capitolo, ricuperò il castello di Stenico dalle mani di sua cugina Agnese contessa di Königsberg, cognominata Anglia de Rottenburg, con obbligo e promessa di pagarle lire 875 di marca buona di Merano in tre rate, dandole in sicurtà Federico di Greifenstein ed alcuni altri signori di rango; con patto espresso, che, non sodisfacendo il vescovo ai tempi accordati, cadauno dei mallevadori sia tenuto a portarsi verso Merano in una pubblica osteria, secondo il costume, con due cavalli ed un fante, ove dovranno rimanere ai servigi della contessa un intiero mese e più oltre, finchè essa sarà pienamente contentata774. Nel mese di novembre [p. 265 modifica]del medesimo anno, Antonio di Castelbarco di Gresta, per sè e per suo fratello Marcabruno e loro eredi, giurava fedeltà al duca Alberto, in pregiudizio del vescovo suo naturale signore; seguendo il malo esempio d’Antonio e d’Azzone di Castelbarco di Lizzana e di Ottone Castelbarco di Albano, che aveano fatta la stessa cosa in Bolgiano li 21 settembre di quell’anno. Il vescovo Alberto non osò fare alcun atto di risentimento775.

Nel 1389, Gian Galeazzo Visconti, impadronitosi l’anno antecedente di Verona e di Riva e del suo distretto, confermava ai Rivani la carta dei loro privilegi, ottenuti dai vescovi principi di Trento, loro naturali signori776. Nel detto anno, il vescovo nostro ottenne da Venceslao re dei Romani la conferma della donazione delle miniere concesse nel 1189 al vescovo Corrado da Federico II imperatore, non che di tutti i diritti e privilegi concessi alla Chiesa di Trento dai suoi predecessori777. In questo anno la famiglia Cerra, dimorante nella giurisdizione di Pergine, posseduta e retta jure pignoris dal vescovo di Trento, fu esentata dai pesi e dalle collette solite a corrispondersi alla Camera vescovile due volte l’anno, e da altri pubblici balzelli, verso l’attuale consegna di certi stabili ed affitti, che si descrivono nell’istrumento di convenzione778.

Nel 1390, il vescovo Alberto rinnovò ad Orsolina, [p. 266 modifica]vedova di Nicolò d’Arco, al di lei figlio maggiorenne Vinciguerra e ai minori Antonio e Nicolò, dei quali era tutrice, la investitura di tutti quei corpi feudali, di cui furono investiti i loro antecessori dalla Chiesa di Trento. La investitura era ristretta alla linea maschile, e la ricevette in ginocchio, promettendo di chiederne ai tempi debiti la rinnovazione. Per essere poi la donna di sua natura volubile ed incostante, volle il provvido prelato che la promessa fosse accompagnata da un’idonea cauzione, che fu prestata da Odorico avvocato di Amacia, suocero di Vinciguerra, da Azzone di Castelbarco, loro zio, e da Firmo Secco di Caravaggio, milanese, cognato dei detti fratelli779. Li 28 d’aprile del detto anno Guglielmina di Giovanni dei Bellenzani rifiutò nelle mani del vescovo Alberto una picciola muta, già posseduta da Simeone del Dosso, di soldi nove e denari sei, esigibile nella città di Trento dalle merci che si conducevano sul fiume Adige; affinchè di quella investisse, a titolo di feudo, Adelperio di Delaito di Trento780.

Il nostro vescovo aveva aggiunto agli Statuti municipali di Trento alcuni salutari ordinamenti, adattati ai tempi. E tali statuti, assieme coi privilegi della città furono in quest’anno confermati dal duca Alberto, conte del Tirolo, contro ogni diritto, e il vescovo non osò contrariare ad atto cotanto pregiudicevole alla sua autorità781. [p. 267 modifica]

Quanto al reggimento spirituale della nostra diocesi, non vogliamo defraudare il lettore d’una notizia che ci è rimasta. Essa riguarda il vicario generale del vescovo Alberto, un Giovanni Digni, oriondo sassone, il quale col suo operare si meritò l’elogio sotto notato, a terrore ed ammaestramento dei posteri. Vogliam però credere che il nostro prelato ne fosse all’oscurò, ο che la malignità dei mortali abbia troppo indebitamente aggravato il suddetto Vicario782.

Li 9 settembre di quest’anno 1390 finì di vivere il vescovo Alberto, dopo aver retta la Chiesa di Trento per lo spazio d’anni diciassette; e fu sepolto nella cattedrale di S. Vigilio in avello di marmo rosso presso l’altare di S. Massenza, nella cripta a lei dedicata. Il Capitolo, a cui per inveterata osservanza competeva la elezione del vescovo, non tardò di provvedere alla successione, allegando lo specioso motivo, che dai sacri canoni fosse stato recentemente determinato, che oltre tre mesi non dovesse restar vedova la Chiesa; ma in realtà fu per non lasciarsi prevenire dal Sommo Pontefice, il quale, con deroga per quella volta ai capitolari diritti, avea riservata a sè ed alla Santa Sede la provvisione. Indetto dunque a tale atto il giorno 29 [p. 268 modifica]settembre dell’anno stesso, i canonici compromisero in Fra Bartolomeo da Bologna, abbate di S. Lorenzo, dando a lui facoltà di eleggere in loro nome il vescovo e di pubblicarlo. L’abbate accettò l’incarico, e nel giorno medesimo nominò ed elesse in vescovo e principe di Trento Giorgio di Liechtenstein, oriondo del castello di Nicolsburg nella Moravia, preposito della chiesa di S. Stefano in Vienna783. Il canonico Nicolò di Fondo, nuncio e procuratore capitolare, recò in Vienna al nuovo eletto l’istrumento di sua elezione, e n’ebbe l’assenso e una lettera di ringraziamento al Capitolo784.

Frattanto il papa Bonifacio IX, intesa la morte del vescovo Alberto, dal canto suo e con pari premura divenne alla nomina del candidato in vigore di riserva, e con due bolle della stessa data la palesò nella persona del medesimo Giorgio, preposito della cattedrale di Vienna e suo notaro. La prima bolla è diretta a Venceslao re dei Romani, colla preghiera di proteggere l’eletto; l’altra ai vassalli del Vescovato, ai quali ingiunge di prestare al vescovo Giorgio la dovuta obbedienza così nello spirituale come nel temporale785. In questo stesso anno 1390, la città di Trento ricevette da Alberto, duca d’Austria e conte del Tirolo, la conferma illegale ed invalida de’ suoi statuti e privilegi, [p. 269 modifica]e nominatamente di quelli che godeva sotto il patrocinio di Rodolfo e di Leopoldo, fratelli di Alberto786.

L’anno seguente 1391, il vescovo Giorgio lasciò Vienna e s’avviò verso Trento per pigliare personalmente il possesso del Principato. Arrivato in Bolgiano, mandò al Capitolo di Trento Bartolomeo, abbate di S. Lorenzo, Enrico Clamer e Giovanni Schenk, incaricati di esibire le lettere apostoliche di elezione e di chiedere che l’eletto Pastore venisse accolto colla debita onorificenza. Il Capitolo e il Municipio di Trento spedirono tosto dei nuncii a invitarlo ad accelerare la sua venuta. Il nuovo vescovo fu quindi accolto colle più vive dimostrazioni di giubilo e di rispetto, e introdotto nel possesso temporale e spirituale del Principato787. Egli trovò i sudditi in somma angustia e l’erario aggravato di debiti, a motivo delle continue guerre e delle grosse contribuzioni. Prima sua cura fu dunque di cercar modo di sopperire ai pressanti bisogni, usando anche delle proprie sostanze, delle quali abbondava. Nel maggio di quest’anno, egli rinnovava ad Osvaldo di Weitenstein, fattore della curia vescovile, la investitura feudale d’un orto nella contrada dopo S. Francesco e nelle pertinenze di Trento; assolvendolo, pei suoi meriti, dal solito giuramento di fedeltà788. Rinnovò in quest’anno molte altre [p. 270 modifica]investiture, fra le quali accenneremo quella all’abadessa e alle monache di Sonnenburgo, di cui fu fatta parola all’anno 1204, e quella ad alcuni nobili di Terlago sulle case, su due laghetti, su varii poderi e il castello di Predagolare nel monte Mezzana presso Terlago789.

Nel 1392 si ritrova un instrumento di compra che fece Jacopo di Marcabruno di Castelbarco di tutto ciò che possedeva Simone di Castel Campo nella città di Trento e nel Vescovato790.

Nel 1394, i canonici regolari di S. Agostino in Augia ossia Gries esposero al nostro vescovo lo stato deplorabile del loro convento, aggravato di debiti per le violenze sofferte nei tempi addietro e per le inondazioni dei torrenti e del fiume Adige, e lo richiesero di qualche salutare provvedimento. Il vescovo procurò il necessario sollievo a quel pio istituto, coll’unire ad esso perpetuamente la pingue parocchia di Merlinga; obbligandolo però all’annuale contribuzione di lire venti meranesi per la fabbrica di S. Vigilio791.

Nel 1395, per ispeciale commissione del vescovo Giorgio, fu fatta la giuridica livellazione dei molini della città di Trento da Giovanni dei Capitani, bolognese, vicario episcopale ο podestà792.

Ridotte le rendite della Mensa Capitolare all’estrema strettezza, a motivo delle usurpazioni e violenze [p. 271 modifica]che soffrì il Capitolo, specialmente dal Dominio Tirolese, non rimase altro rimedio che di scemare il numero dei canonici, e, di ventisette che erano, ridurli a diciotto. Perciò, l’anno 1396, il vescovo Giorgio, di consiglio e consenso di tutto il corpo capitolare, fece l’atto della suddetta riduzione, assegnando alla massa comune le rendite delle nove estinte prebende, da essere egualmente divise tra i residenti, ed impiegate negli occorrenti bisogni capitolari. E dubitandosi della validità di tal soppressione l’anno seguente, i canonici impetrarono la pontificia conferma, che loro spediva in ampia forma il papa Bonifacio IX793.

In detto anno 1396, il vescovo Giorgio assolse, causa cognita, gli uomini delle pievi di Cles e di S. Zeno dalla costruzione d’un ponte detto Carrara, alla quale erano stati obbligati da Matteo di Sporo, vicario vescovile nelle valli di Annone e Sole; e loro spediva su di ciò il diploma di privilegio perpetuo794.

Nel 1398, il pontefice Bonifacio IX confermava con sua bolla la incorporazione della parocchia di Marlinga al Convento degli Agostiniani in Augia (Gries) già concessa, come vedemmo, dal vescovo nostro795.

Nel 1399, il vescovo Giorgio concesse ai nobili della città di Trento e a quelli della pieve di Lomaso nelle Giudicarie la esenzione dai pubblici servigi e dalle collette e imposte prediali796. In questo stesso anno, [p. 272 modifica]dopo la festa della Natività del Signore, il vescovo Giorgio dovette anch’egli piegarsi a giurare col suo Capitolo il patto pregiudicevolissimo stipulato nel 1365 fra il vescovo Alberto di Ortenburg, e i duchi e conti del Tirolo, Alberto e Leopoldo, e confessare l’obbligo che gli incombeva di rinnovarlo al suo ingresso nel Vescovato, se non gli fossero state graziosamente concesse reiterate dilazioni797.

Nel 1401, riuscendo assai gravosa alla Camera vescovile la custodia della città di Trento, situata nei confini della Lombardia, il vescovo Giorgio ottenne da Roberto re dei Romani, mentre ritrovavasi in Trento, la facoltà di esigere perpetuamente il pedagio dai forestieri che entrassero nella detta città, tassato in tre carantani per ogni persona a cavallo, e in uno per ogni pedestre, a riserva delle sublimi autorità ecclesiastiche, dei religiosi e dei miserabili798.

Nel 1402, il vescovo nostro confermò un’aggiunta agli Statuti della città di Trento799, e la Carta di Regola della Comunità di Fondo nell’Anaunia800.

Nel 1403, il vescovo Giorgio dichiarò immuni e liberi i canonici della sua Cattedrale da qualunque contribuzione per fabbrica di nuovi edificii ο per riparazione di vecchi nella città di Trento; come pure da ogni colletta che venisse imposta dai pubblici [p. 273 modifica]Provveditori pel mantenimento delle mura, delle piazze, dei ponti, delle vie e delle case801.

Nel 1404, il vescovo Giorgio accordò generosamente ai fratelli Vinciguerra ed Antonio d’Arco la facoltà di riedificare il castello di Spineto nelle Giudicarie, feudo di quella casa, il quale era stato recentemente demolito dalle genti del vescovo nella guerra che per cause a noi ignote i suddetti fratelli gli mossero802. Nel maggio del medesimo anno fu conchiuso in Riva un accomodamento tra Francesco da Carrara, signore di Padova, e il vescovo nostro, per la liberazione di Siccone da Caldonazzo, che era stato dal vescovo, per le sue iniquità, tenuto da varii mesi prigione803. Il vescovo Giorgio nel suddetto anno ebbe il contento di veder ritornare nel grembo della Chiesa di Trento la Comunità di Tignale, che per anni 55 aveva ubbidito ad altro padrone. Il popolo di Tignale fu in epoca a noi più vicina levato per la seconda volta dalla sudditanza della Chiesa di Trento, che oggidì riconosce nel solo spirituale; rimanendo nel temporale soggetto alla Repubblica di Venezia804. E qui non sarà fuori di luogo l’accennare alle influenze politiche che subirono in quel torno di tempo alcuni paesi più meridionali del Principato Trentino. Estinta nel 1375 in Cansignorio la linea legittima degli Scaligeri, [p. 274 modifica]subentrò la spuria sino all’anno 1388, in cui Galeazzo Visconti, signore di Milano, la spogliò di Verona e così di Riva. Seguitò esso a posseder quelle terre sino al 1402, in cui venne a morte. Sotto Caterina, vedova reggente, si sconvolse il vasto corpo di sua dominazione per malignità dei suoi consiglieri, ciascuno dei quali tentò di appropriarsi la porzione degli stati loro affidata. Il Malatesta si usurpò il possesso di Brescia. Bartolomeo della Scala, superstite della linea spuria, si era ricovrato coi figli in Germania, d’onde, richiamato da Francesco da Carrara, signore di Padova e suo parente, rientrò in Verona li 19 aprile 1404. Non vi rimase che sino ai 25 di maggio; perchè l’infedele Carrarese, per farsi padrone dei di lui stati, lo fece prigione con tutta la sua famiglia, ed occupò Verona a nome proprio; indi, pretendendo di sottomettere anche Vicenza, questa città implorò il soccorso della Visconti. Ma non essendo costei in grado di assisterla, fece pregare la Repubblica di Venezia ad assumere la protezione dei Vicentini e metter argine all’ambizione del Carrarese. Non poteva giungere ai Veneziani più gradita e giustificata occasione di estendersi in Terraferma. Il Carrarese accrebbe la validità delle ragioni della Repubblica col barbaro trattamento fatto soffrire ai di lei ambasciatori. Questa perciò fece lega con Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, gli garantì Peschiera ch’egli aveva occupata sopra i pupilli Visconti, gli confidò il comando dell’esercito, e col mezzo suo si impadronì di Verona li 4 di giugno 1405; e con tale conquista e di altri possedimenti dei Carraresi pose [p. 275 modifica]le più solide fondamenta al suo dominio nel continente. Perduta Brescia e Verona, non poteva la reggente Caterina Visconti più mantenere il possesso di Riva, con cui non aveva comunicazione. Il vescovo nostro corse anch’egli a ricuperare la Riviera Trentina e la parte del lago di Garda alla sua Chiesa spettante, e l’ottenne in quest’anno 1405805.

Ma di gravi calamità gli doveva esser fecondo un principe suo vicino, Federico d’Austria, entrato di fresco al possesso della Contea del Tirolo. Questi, invogliatosi di dilatare il suo dominio nel Principato di Trento, di cui era avvocato, si fece scudo dei patti strappati dai suoi maggiori ai vescovi antecedenti, e giunse ben presto a segno di moderare a suo talento ogni cosa dentro e fuori del Vescovato. Già nel febbrajo del 1407, col pretesto di sedare le commozioni della città di Trento, da lui a bello studio suscitata, costrinse il vescovo Giorgio a confermare il nuovo Statuto, pregiudicevole alla sua autorità; e a venir seco a concessioni ancor più gravose che non erano quelle riferite del 1399. Queste concessioni e le cortesi imbasciate e le umili rimostranze de’ suoi diritti, nulla giovarono al nostro vescovo. A qual segno di superiorità sopra il Trentino fosse giunta la potenza di Federico, ce lo dimostra l’ordine rigoroso dato da lui ad ambidue i cleri delle Chiese di Trento e di Bressanone, di non contribuire alcun caritativo sussidio agli esattori di Gregorio XII, tacciandolo di estorsione, sotto pena della [p. 276 modifica]sua gravissima indignazione e della irremissibile condanna nel quadruplo; il che fa anche palese il di lui mal animo verso la Santa Sede806. Nell’anno medesimo 1407, al vescovo Giorgio che si trovava in Bolgiano, si presentarono i Sindici delle valli di Annone e di Sole, accompagnati da due deputati di ciascuna pieve di esse valli, chiedendo perdono di tutti i delitti commessi in un recente tumulto o rivolta, in cui avevano smantellato i castelli di Tuenno, di S. Ippolito e d’Altaguarda, dopo essersi impadroniti delle munizioni da bocca e da guerra che in essi esistevano, e aver perpetrati omicidii e sevizie contro gli aderenti all’Episcopato. Il vescovo condonò generosamente ogni loro eccesso, promise di non volere in alcun tempo permettere la riedificazione di quei castelli e neppure di ergere su quei dossi bastie o fortilizii, e confermò inoltre i loro privilegi e statuti. L’unica sodisfazione che il buon prelato si prese, fu d’inibire a Franceschino e a Giacomo di Revò, principali autori di quella rivolta, la dimora ulteriore nelle valli suddette, dichiarandoli inabili ai pubblici ufficii e confiscando i loro beni a favore delle medesime valli. In tale incontro dimise pure dal vicariato e massariato di esse valli Manfredo di Cles, ed esigette dai Sindici ivi comparsi la rinnovazione del giuramento di fedeltà807.

Il duca Federico frattanto, non contentandosi di usurpare ora l’uno ora l’altro dei diritti spettanti alla [p. 277 modifica]nostra Chiesa, ordì una trama artificiosa e sottile onde impossessarsi di tutto il Principato. A tale scopo giovossi dell’ambizione e della influenza che aveva sui proprii concittadini Rodolfo dei Bellenzani, uomo ricchissimo e avverso ai vescovi per tradizione di sua famiglia. Questi, mosso da privati rancori e dalle promesse di assistenza e di gratitudine da parte del duca Federico, conte del Tirolo, ed esagerando alcune assai lievi cagioni di malcontento del popolo contro i ministri e ufficiali del vescovo, concitò l’animo dei cittadini contro il loro pastore e sovrano. Non paghi essi di aver ottenuto la esclusiva custodia delle mura e le chiavi delle carceri pretoriane, chiesero con orgoglio anche le chiavi del Castello del Buon Consiglio, residenza del vescovo. Ma non essendosi questi prestato alla temeraria esigenza, i congiurati colsero l’occasione ch’egli si era recato alla cattedrale, e in essa gli misero le mani addosso, lo derisero villanamente e lo trassero prigione nella torre di Vanga, presso la porta di S. Lorenzo. Nè di ciò contenti, s’impadronirono di due nobili giovani che l’avean seguito dall’Austria in qualità di paggi o di camerieri, e li sottoposero all’ultimo supplicio. Aggiunge la tradizione che le loro teste, ancora grondanti di sangue, fossero presentate al vescovo nella prigione. Frattanto il Bellenzano ricostituiva a forma popolare il governo della città, e faceva eleggere sedici cittadini, nei quali fosse riposta la pubblica autorità. Ma giunte queste violenti mutazioni all’orecchio di Enrico di Rottenburgo, capitano del Vescovato, residente a Bolgiano, con forte stuolo [p. 278 modifica]di armati prese tosto il cammino verso la città ribellata. Il Bellenzano, che ben sapeva essere Enrico affatto ignaro della secreta intelligenza col duca e conte del Tirolo, temendo per sè e per la sua patria, ragunò il popolo a parlamento e lo animò alla difesa. Si venne a un combattimento presso la porta di S. Martino; ma gli insorti ebbero dopo qualche ora la peggio e furono rincacciati nell’interno della città, che Enrico di Rottenburgo comandò fosse messa a sacco ed a fuoco. Il Bellenzano, fatto prigione, venne decapitato nella medesima piazza in cui poc’anzi avea fatto decollare i due giovani paggi del vescovo; il quale fu tosto rimesso in libertà. In memoria poi del supplizio del Bellenzano fu coniata una medaglia; e lo stesso supplizio rappresentato in pittura al fresco sull’antica facciata del palazzo municipale808. Breve però fu la pace che il nostro vescovo godette, dopo gli insulti sofferti; perchè Federico, conte del Tirolo, sdegnato che una città sua amica e alleata fosse stata ostilmente oppressa e data in preda al saccheggio e alle fiamme, si mosse ben presto con un esercito verso Trento, che gli aperse le porte e si raccomandò alla sua protezione. Egli [p. 279 modifica]obbligò il vescovo a riconciliarsi coi sudditi e a sottoscrivere una convenzione dannosa alla Chiesa. In forza di essa era accordato un ampio perdono ai ribelli e affidato il governo del Principato allo stesso duca, coll’aggiunta della rinunzia da parte del vescovo a tutti i tribunali sì ecclesiastici che secolari, pontificii e imperiali; lasciando al nostro prelato il solo dominio spirituale, e di questo quella sola parte che meno nuoceva ai suoi interessi. Ma il vescovo, mal comportando la perdita de’ suoi diritti, ritrattò poco dopo la convenzione suddetta, asserendola strappata dal timore di mali maggiori, e tentò di ricuperare dai cittadini la custodia delle mura e le chiavi delle carceri. Non riuscì nell’intento, prevenuto dal duca che lo fece imprigionare nella propria residenza e quindi tradurre in Innsbruck; dopo avere spogliato il Castello del Buon Consiglio dei vasellami d’oro e d’argento, dei mobili più preziosi, e dei documenti più importanti dell’Archivio vescovile; parte dei quali furono restituiti solamente nel 1525 al vescovo Bernardo Clesio da Ferdinando re dei Romani. Nella speranza di sfuggire a tante calamità, il vescovo Giorgio si lasciò indurre a rimettere le sue differenze col conte del Tirolo alla decisione di Gherardo arcivescovo di Salisburgo e di Ernesto duca d’Austria. Eberardo pronunziò il suo laudo nel 1409; il quale aggiudicava al nostro vescovo la libertà propria e il temporale dominio di Trento, e la restituzione della mitra, del pastorale, dei vasi d’oro e d’argento, delle vesti preziose, dei libri e delle scritture che gli erano state carpite. L’altre altro altro laudo, del [p. 280 modifica]duca Ernesto, fu pubblicato l’anno seguente 1410, e ingiungeva al duca Federico l’esecuzione del precedente. Non ostante i due arbitramenti, il conte del Tirolo tenne ancora per qualche tempo in custodia il vescovo Giorgio; poscia lo confinò in un’osteria ben guardato, nè gli permise il ritorno all’amata sua greggia pria che non avesse sottoscritta per la seconda volta la rinunzia al Principato, col solo vantaggio della promessa di retribuirgli annualmente mille ongari. Ciò fatto, ritornò per poco alla sua Chiesa; indi, provedutala di ministri leali e capaci, stimò più sicuro di ricoverarsi in Nicolsburg, castello della sua famiglia, nella Moravia, recandovi quel più che potè, e le scritture migliori sottratte alla mano violenta di Federico. Giunto nella sua patria, ritrattò subito tutte le promesse e convenzioni fatte col duca, siccome estorte per vim et metum cadentem in constantem virum, e così quelle che fece coi cittadini di Trento; ammonì il clero, e i feudatarii ed il popolo del Principato a non ubbidire al duca in conto alcuno, sotto le pene di fellonia e di confiscazione dei beni; e dichiarò finalmente che il castello di Nicolsburg, per molte e gravi ragioni, era divenuto la sede sua vescovile, ove intendeva di fare ad ognuno giustizia e d’adempire agli obblighi dell’episcopale suo ministero, rivocando l’autorità già concessa al di lui vicario generale, perchè riconosciuto parziale del duca. Vedendo poi che tutte le sue cautele nulla giovavano contro l’ostinazione del duca, ricorse all’intercessione di Sigismondo re dei Romani. Questi, per garantire il nostro vescovo da nuovi insulti, nel 1412 con cesareo [p. 281 modifica]diploma lo dichiarò principe della sua corte ed attuale suo consigliere, e ricevette lui, la sua Chiesa, e il suo Stato sotto la speciale sua protezione809.

Nell’anno 1413, il vescovo Giorgio ebbe a provare vacillante la fedeltà dei signori di Arco, i quali accettarono la protezione e tutela del duca Federico, più atto a difenderli dalla crescente potenza della Repubblica di Venezia. Col tratto del tempo i suddetti vassalli si sottrassero totalmente all’ubbidienza dovuta alla Chiesa di Trento, e dei loro stati, ch’erano episcopali, fecero un feudo oblato alla Contea del Tirolo810.

Nel 1414, il vescovo nostro fu elevato alla dignità di Cardinale della Chiesa Romana; ma rimase senza titolo, per non essersi, avanti la morte, mai portato in Roma a prenderne il possesso811,

La rivocazione fatta dal vescovo Giorgio del suo vicario generale riuscì, se non ad altro, di vantaggio alle chiese parrochiali di Rendena e di Mori, che rimasero libere dalla incorporazione al Capitolo di Trento, al quale il vicario suddetto le aveva illegittimamente assoggettate. E se la pieve di Rendena è oggidì unita al Capitolo, ciò provenne dalla permuta avvenuta sotto [p. 282 modifica]il vescovo Giorgio Hack nel 1452 colla parrochiale di S. Maria Maddalena nella città di Trento.

Dell’assenza del vescovo Giorgio di Liechtenstein dalla sua Chiesa e della vicinanza di Baldassare Cossa, vescovo di Frascati e antipapa, sotto nome di Giovanni XXIII, che allora faceva soggiorno in Merano, luogo del duca Federico, e che in seguito fu deposto nel Concilio di Costanza, si prevalse il preposito del monastero di Gries, impetrando dall’antipapa la plenaria esenzione dall’Ordinario nel 1415812. In questo anno, Ernesto duca d’Austria confermò gli Statuti e privilegi della città di Trento813; e fu insinuata una copia dell’istrumento delle livellazioni dei molini della città, fatte nel 1395, collazionata coll’originale e dichiarata legale e meritevole d’ogni fede814.

Continuando la nostra Chiesa ad essere invasa ed oppressa da Federico, conte del Tirolo e dai suoi aderenti, il vescovo Giorgo Giorgio Giorgio s’indirizzò per la seconda volta a Sigismondo re dei Romani, con ferma speranza di ottenere da lui la più valida assistenza; ed essendosi testè (nel 1414) dato principio al Concilio di Costanza, si rivolse anche ai Padri di esso ed espose loro tutta l’iliade dei guai e delle violenze patite, chiese la restituzione d’ogni diritto al Principato, ed in ispecie l’annullazione delle tre scritture da lui segnate nel [p. 283 modifica]tempo di sua cattività; implorando che il duca Federico venisse costretto a ritirarsi dal territorio di Trento, ingiustamente occupato, colla refezione dei danni. Il Concilio trovò giustissime le suppliche del nostro vescovo, e nella sessione XX, l’anno 1415, rilasciò un formidabile monitorio contro il detto duca e i suoi aderenti, comandando loro, sotto severissime pene, di restituire, entro trenta giorni dalla intimazione, ciò che alla Chiesa di Trento aveva usurpato; e in caso di non comparsa entro quel termine, li citava perentoriamente a presentarsi avanti di sè entro otto giorni. In esso monitorio sono pure compresi i sudditi, i ministri, gli ufficiali e i vassalli del Vescovato, e loro si vieta di obbedire a Federico, coll’assoluzione da ogni promessa e giuramento che fatto avessero al medesimo815. Nello stesso anno, a premura dei Padri del suddetto Concilio, fu pure portata da Sigismondo contro Federico una sentenza, colla quale fu condannato al bando imperiale, come spergiuro e contumace del Sacro Romano Impero; dichiarando liberi i di lui sudditi dal giuramento di fedeltà ad esso prestato. Il duca Federico, presente al Concilio, quando fu decretato contro di lui il monitorio, ricorse alle solite arti per eluderne l’esecuzione. Promise a Sigismondo con giuramento di fare tutto ciò ch’egli ingiungesse; laonde il monitorio restò sospeso per dar luogo ai trattati. Ma, mentre si disaminava dal re dei Romani l’affare, il duca, contro la data fede, partì da Costanza. Perciò, [p. 284 modifica]nell’anno susseguente 1416, fu pubblicato, affisso, ed intimato al duca e ai suoi partigiani il monitorio suddetto, e furono nominati dal Concilio i commissarii apostolici, ad effetto di conoscere e giudicare se la intimazione di quello fosse stata legale.

In quest’anno 1416, i Veneziani, profittando della opportunità, assediarono Rovereto e n’espugnarono il castello, ch’era feudo conceduto dalla Chiesa di Trento alla famiglia dei Castelbarco. Li 9 di novembre dello stesso anno fu dal magistrato consolare di Trento imposta una colletta di lire 283, da essere impiegata a pagare cento ausiliarii forniti al duca Federico, che li aveva condotti in soccorso di Aldrighetto dei Castelbarco di Lizzana, dai Veneti ostilmente assalito. E nel medesimo anno, i Consoli di Trento fortificarono la città con baluardi alle porte di S. Croce e di S. Francesco, per garantirla contro gli sforzi dell’inimico816. Evvi una lettera dello stesso anno di Jacopo vescovo di Lodi, preside della nazione italiana, scritta in nome del Concilio a Pietro di Sporo, a Simone e ad Erasmo di Tono, a Ildebrando di Clesio e ai sindaci e fiduciarii delle valli di Annone e di Sole, con cui li anima e consiglia a cooperare con tutto lo zelo alla riconciliazione del duca Federico col vescovo Giorgio; il quale, benchè oppresso e spogliato, vive lontano da ogni desiderio di vendetta, altro non bramando che la restituzione del suo ed il ritorno alla diletta sua Chiesa; e accenna che, in caso contrario, i Padri del [p. 285 modifica]Concilio dovranno proceder più oltre, con loro rincrescimento817.

Intanto, nel 1417, i commissarii deputati dal Concilio esposero ad esso, che il monitorio era stato giuridicamente intimato al duca Federico e ai suoi partigiani, non ostante la contradizione opposta dal di lui procuratore e difensore; che il termine in quello prefisso era da lungo tempo spirato, senza che il suddetto duca e i suoi aderenti avessero data alcuna sodisfazione. Perciò ai tre di marzo dello stesso anno, il Concilio pubblicava, presente l’imperator Sigismondo, una sentenza, colla quale il duca Federico e gli altri detentori di beni spettanti alla Chiesa di Trento si dichiaravano incorsi nell’anatema per sacrilegio e spergiuro, e si sottoponevano le terre del duca all’interdetto ecclesiastico818. Federico, ad onta di tutto ciò, non si mosse a rilasciare il possesso usurpato. Fu forza quindi al vescovo nostro di ricorrere nuovamente all’imperatore, il quale, trovando il duca ostinato, lo mise al bando dell’Impero, e diede a ciascuno l’impunità di assalire e d’occupare i di lui stati. Cotesto editto fu causa, che gli Svizzeri, o siano i Grigioni, irrompendo negli stati ereditarii di Federico, gli involassero l’Argovia e la Turgovia, provincie che tuttora possedono. In questo medesimo anno 1417 fu tenuta in Bressanone una dieta, per trattare un amichevole accordo [p. 286 modifica]fra i duchi d’Austria Ernesto e Federico intorno alla divisione delle loro provincie ereditarie, coll’intervento dei Legati della città di Trento, specialmente invitati. In virtù della convenzione in essa Dieta conchiusa, il Tirolo rimase in potere di Federico. Di quest’anno ritrovasi un salvocondotto concesso da Aldrighetto di Castelbarco di Lizzana e da Carlo, suo nipote, ai cittadini di Trento, acciò potessero con sicurezza venire e mercatare nei territorii castrobarcensi, in quelli di Marcabruno di Beseno e della Repubblica Veneta nella valle Lagarina819.

Vedendo Federico, che, mentre riteneva l’altrui, veniva spogliato del proprio, procurò con suppliche e con promesse di riconciliarsi l’imperator Sigismondo; rimettendo la questione pendente col vescovo Giorgio alla decisione dei duchi d’Austria Alberto ed Ernesto. In tal modo potè il duca Federico, sul principio del 1418, rientrare in grazia di Cesare, che rivocò il bando, e ottenere anche da papa Martino V l’assoluzione dalle censure; quantunque poco prima il Capitolo di Trento avesse esposto al suddetto papa i molti mali cagionati dal Conte del Tirolo nel territorio trentino, e particolarmente le spogliazioni dei conventi e di tutte le entrate canonicali820.

Nel 1419, il vescovo Giorgio, confidando nella protezione dell’imperatore e dei duchi Alberto ed Ernesto, comuni arbitri, ritornava dall’esilio alla sua [p. 287 modifica]Chiesa. Ma giuntovi appena, dal perfido Federico venne fatto prigione e trasportato nel castello di Sporo nell’Anaunia, sotto gelosa custodia di Pietro di Sporo; ove in pochi mesi finì di vivere, siccome credesi, di veleno. Il suo cadavere, nell’agosto dello stess’anno 1419, con salvocondotto del suddetto Pietro di Sporo, fu trasferito a Trento e decorosamente sepolto nella cripta di S. Massenza821.

Portata la nuova della morte del vescovo Giorgio al duca Federico, che era in Bolgiano, questi scrisse al Capitolo li 24 agosto 1419 una lettera piena di imprecazioni contro la memoria del defunto pastore, intimando ai canonici che tosto si dispongano alla elezione del successore, e avvisandoli ch’egli stesso, entro tre giorni, sarebbe venuto a Trento in persona per trattare secoloro di essa. Comparso il duca in città, promosse tosto la nomina a vescovo di Trento del decano della Cattedrale, Giovanni d’Isnina; il quale, in caso che venisse eletto, aveva promesso al duca di consegnargli quei feudi che dalla Chiesa riconosceva Enrico di Rottenburg, e di lasciare in poter suo anche tutto ciò che per sentenza del Concilio di Costanza era stato aggiudicato al vescovo predecessore. Per questi ed altri motivi, mai potè Giovanni ottenere la conferma apostolica; e così, come intruso, si esclude dal catalogo dei vescovi di Trento822. Fatta questa irregolare elezione, il duca Federico si ritirò, chiamato altrove da [p. 288 modifica]urgenti affari; mantenendo tuttavia in sua ubbidienza la città di Trento e buona parte del Principato. Lui assente, la duchessa Anna di Brunsvich, sua moglie, scrisse in questo stesso anno una lettera al magistrato di Trento, mediante Guglielmo di Amacia, prefetto atesino, colla quale ammonisce e prega i Consoli, che, in vigore delle convenzioni giurate, mandino tosto nelle Giudicarie cento pedoni armati a Giovachino da Montano, incaricato dal duca e dai suoi alleati, di difendere quel paese. Questi rinforzi erano diretti contro Paride di Lodrone e i suoi confederati, che tenevano da lungo tempo in soggezione le dette valli, e si erano resi padroni della rocca di Breguzzo e di Castel Romano, dai quali, coll’ajuto di Vinciguerra e d’Antonio d’Arco, furono poi snidati nel 1425823.

Nel 1420, papa Martino V, ad istanza di Pietro di Parma e dei fratelli Vinciguerra ed Antonio d’Arco, diresse una bolla all’abbate del monastero di S. Maria in Organis di Verona, con cui gli vien data autorità di obbligare i nove chierici prebendati a risiedere personalmente nella chiesa arcipretale di Arco, decorata col titolo di Collegiata, sotto le pene della privazione e delle censure ecclesiastiche; e di sopprimere, a motivo della esilità delle suddette prebende, le attualmente vacanti e quelle che fossero per vacare, e di ridurle a tre sole, le quali dovessero in seguito conferirsi a persone abili e costituite nell’ordine del sacerdozio824. [p. 289 modifica]

Sebbene la Curia Romana negasse la conferma di Giovanni d’Isnina a vescovo di Trento, il duca Federico, lo mise in possesso del castello del Buon Consiglio, di Riva, del castello di Tenno e d’altra picciola parte del territorio, e obbligò i cittadini di Trento a prestargli il giuramento di fedeltà.

Nel 1422 il comune di Trento accettò e pubblicò le leggi intorno al lanificio prescritte dal duca Federico, che s’intitola avvocato e difensore della Chiesa Trentina, e signore e governatore del Principato825.

In luogo di Giovanni d’Isnina, papa Martino V aveva proposti a vescovo di Trento, l’un dopo l’altro, Ernesto vescovo di Gurck ed Enrico Flechtel; ma vennero respinti dal duca Federico, il quale accettò finalmente, nel 1423, Alessandro, duca di Mazovia, polacco, e zio, per parte di sorella, del re dei Romani Federico III. Alessandro fu confermato dal suddetto pontefice li 20 ottobre dello stess’anno. Fece il suo ingresso nella città di Trento li 26 di giugno dell’anno seguente, giorno di S. Vigilio. Subito dopo, Federico, duca d’Austria e conte del Tirolo, gli chiese la investitura del castello e giurisdizione di Altenburg in Eppan, del castello di Enno colla valle di Trodena, del castello di Pergine, del castello di Nomi, di quello di Castelfondo nell’Anaunia, della giurisdizione di Caldaro e di tutti i feudi prima accordati ad Enrico di Rottenburg; del castello di Greifenstein, del campo di Enno, ove si fanno le zattere; del castello di Pietrapiana e [p. 290 modifica]di tutti i feudi prima ottenuti da Rodolfo di Wellisan; di Caldonazzo colla terza parte del monte; della terza parte del monte di Viaraco e di Centa e del lago di S. Cristoforo, e del monte della Costa, con tutti i feudi già acquistati da Jacopo di Caldonazzo826. Nel luglio dello stess’anno, il vescovo Alessandro ricevette in protezione speciale della Chiesa di Trento Giovanna moglie di Aldrighetto di Castelbarco, che gli aveva ceduto spontaneamente il suo castello di Pratalia nella valle Lagarina827. Nello stesso mese di luglio il nostro vescovo confermò moltissime investiture ed altre nuove accordò, fra le quali noteremo le seguenti: del dosso e della castellania di Merlino nella pieve di Bono, del dosso e castellania di Toblino, pieve di Calavino, e di certe decime in Arco, in Lomaso, in Blegio e in Rendena a Francesco di Campo; di tutti i feudi aviti, e, fra gli altri, dei castelli di Belvisino, di Visione, di Braghiero, d’Altaguarda, di S. Pietro e del dosso di Enno, a Baldassare di Tono in nome anche dei suoi fratelli Antonio e Sigismondo, e così pure dei fratelli Giovanni, Ulrico, Alberto, Michele e Vigilio, figli di Erasmo di Tono, e a nome dei fratelli Erasmo e Guglielmo figli del defunto Vigilio di Tono, e finalmente di Tomeo Filippini di Tono; della metà del castello di S. Ippolito nell’Anaunia, colle torri e muraglie, e della metà d’un orto o broilo e d’un monte presso il detto castello, e della metà d’una casa munita, cinta [p. 291 modifica]di fosse, e d’una terra sotto il detto castello e sopra la villa di Meclo, che si chiamava la casa di Meclo, e di molte decime, a un Giorgio Kel e ad Enrico di lui nipote; della decima in Mais, in Eppan, e delle ville di Faire e di Basilica nella pieve di Livo, sotto Altaguarda, e di certi masi in Bugnana, al nobile Svajero di Corona del Nos; dei castelli di Romano e di Lodrone, e delle decime già di ser Vochesio di Madruzzo nella valle Rendena, e di altre che i suoi maggiori ebbero dalla Chiesa di Trento, al nobile Parisio di Lodrone; della metà del castello di Tueno, già posseduto da Bartolomeo, Guglielmo e Biagio di quel nome, e delle decime nella villa d’Ortiseto in Val di Sole, nella pieve di S. Sisinio, in Smarano, in Vervò, e della sesta parte della decima di Tueno, a Baldassare ed Antonio, nipote e zio, di Molaro; di una piccola muta o dazio, che si esige a Trento ogni anno nella festa di S. Vito e Modesto, fino alla festa di S. Vigilio, e di certe decime nella valle di Ledro e in Riva, ad Antonio figlio di Bonapace dei Toccoli d’Arco; d’una torre e mezza, site nel castello di Cagnò, e d’un palazzo con alcuni casali in detto castello e di certe decime, a Jacopo di Rumo; della terza parte della torre di Comaio e di certe decime in Arco, in Comaio, nelle valli di Bono e di Rendena, e del diritto di esenzione dalle collette, dazii ed altri balzelli e pubblici carichi, ai nobili di Comaio, i quali protestarono di ricevere quell’investitura senza pregiudizio dei nobili del detto casale di Comaio sui loro feudi; delle decime in Sporo, della giurisdizione e della decima [p. 292 modifica]della villa di Fai, della decima del Ponte alla Nave, e della stessa Nave, dei laghi e della decima di Zambana, dei beni già spettanti a Gralando di Salerno, cioè della decima di Mezzolombardo, e del monte ο colle di Mezzo, ο della giurisdizione di Pissavacca in Fajo, ai nobili Giovanni e Giorgio di Sporo; di un casale sul dosso di Castell’Enno e di alcune decime a Marino di Maestro Bartolomeo di Enno; d’una parte di Castel Campo e del dosso di Merlino e pieve di Bono, e del Castello Toblino, e d’una decima nella pieve di Bono e di certi vassalli, a Sveicherio di Mezza Corona e a sua moglie Margherita e a suo figlio Vigilio; del dosso posto sopra la villa di Mezzana al Castellazzo, di certe decime nelle ville di Mezzana e di Ronzo, della sesta parte della Regolaneria della pieve di Clesio, e di alcune decime in Cusiano, in Clesio e in S. Sisinio, a Giovanni Cleser di Cassino; della quinta parie delle decime in Sporo maggiore, a Cristoforo di Leonardo di Sporo; del castello di Liechtenstein e d’una decima in Val di Fiemme e d’altri feudi, al nobile Guglielmo Liechtenstein di Cornedo; di alcune decime in Clozio, in Revò, in Cavizzana, in Presono ed in Cisio, al nobile Nicolò de Arsio; delle case e casali situati in Castel Clesio, ο di due orti e d’una fratta sotto il castello, presso la casa di ser Jacopo di S. Ippolito, (beni feudali comprati da Giovanni di Castel Clesio pel prezzo di 360 ducati d’oro) a Ildebrando di Adelpreto di Castel Clesio; delle regalie e dei beni feudali spettanti al monastero di Sonnenburgo, a Madonna Orsola abbadessa di quello; del ponte al [p. 293 modifica]Formiano, assieme al telonio e d’un maso, a Jacopo Merden de Andria; del comune di Mezza Corona, dalla chiesa di S. Cristoforo fino all’Adige, e dal torrente Noce verso Mezzo fino alla sommità del monte, con tutta la pianura dall’Adige in su e dalla chiusa di Mezzo in giù, ad Ulrico Hinder, sindaco e procuratore degli uomini di Mezza Corona, col patto che quelli non vi possano edificare nè in piano nè in monte alcun castello ο fortezza, nè alienarvi alcun podere, sotto pena di nullità e di 200 lire veronesi; eccettuati i nobili di Mezzo (tedesco) i quali possano vendere fra sè i propri diritti, ma non a persona d’altro luogo; di un privilegio concesso al comune di Königsberg da Nicolò vescovo di Trento nel 1347, in forza del quale le sentenze civili e criminali, da pronunciarsi dal vicario vescovile, dovessero esser fatte col consiglio di dodici buoni uomini a ciò specialmente eletti; e in caso di appellazione, la causa si commettesse a due uomini onesti e degni di fede di quella Comunità; dei feudi ceduti da Jacopo Polter in grazia di sua figlia Agnese, al nobile Francesco di Firmian, marito di essa; di tre parti di Castel Coredo con una stalla annessa, presso la cappella di S. Silvestro, e del dosso di Castel di Termeno, e di un maso e di alcune decime ivi, a Michele di Simeone da Coredo; del dosso di Nano, di quello del Castelliere e della decima di Nano, al nobile Ildebrando di Nano, per sè e pei fratelli Nicolò, Federico e Giovanni; della decima in tutta la villa del Campo di Enno, ora Denno, al nobile Sigismondo di Sporo; della decima di tutte le cose nascenti nelle [p. 294 modifica]pertinenze di Trento, dopo il Castello di Trento e intorno alla chiesa di S. Giorgio in Molinara; e della quarta parte della decima di Civezzano, e di una parte del lago e della decima di Terlago, ad Antonio di Molveno cittadino di Trento; di una parte di Castel Clesio e di certe decime in Meclo, in Clesio, in Termenago, in Piazzana, in Revò, in Budeno, in Almezago, in Castello, in Calagana, in Cavizzana, in Tueno, e di una casa nel Castello di Rumo, con corti ed ortaglie, a Jacopo Plotner, per sè e figli maschi; del castello di Vigolo Vattaro e d’una pezza di terra con castagneto, a Matteo dei Murlini, cittadino di Trento; della metà d’una torre in Terzolasio e d’una cascina e d’un praticello e d’un orto, e d’una decima nelle ville di Terzolasio, di Arnago, di Magrasio e di Caldesio, a Francesco di ser Marchesi di Caldesio828.

Li 24 febbrajo del 1425, il vescovo Alessandro investiva Sigismondo di Castel Vassio del castello dello stesso nome nell’Anaunia e delle terre e dei boschi ad esso contigui, e della metà della decima un di posseduta da Enrico di Rottenburg, maestro della Curia del Tirolo, ed ora spettante al duca Federico, e della decima del pane e dei commestibili nella villa di Ronzone, pieve di S. Lorenzo. Ai tre di maggio dello stess’anno, il vescovo nostro affidò la rocca di Breguzzo nelle Giudicane a Paride di Lodrone, promettendogli annualmente 200 ducati per la custodia di essa, e 280 ducati pel suo ufficio di Vicario nelle suddette valli, [p. 295 modifica]e per gli assessori e notari di esse; inoltre, di levare dal fondo d’una torre e trasferire in più onesta carcere Giacomello di Comighello e i suoi fratelli e figli, ch’erano prigioni in Stenico, purchè promettano di non osteggiare le terre vescovili; e di liberare Riccio da Bosentino e tutti i famigliari presi con Giacomello e tutti gli aderenti al suddetto Paride di Lodrone contro il vescovo e i suoi ministri dalle pene in cui erano incorsi. Gli 11 settembre 1425, il vescovo Alessandro concesse ai conti Vinciguerra ed Antonio d’Arco la investitura dei feudi che i loro maggiori acquistarono dalla Chiesa di Trento, cioè del castello di Arco, col mero e misto imperio, dei castelli di Drena, di Spineto, di Ristoro, di Villa, pieve di Tione, di Caramella presso Condino, di Castellino sopra Garduno, di Penede, delle giurisdizioni, con mero e misto imperio, di Nago e di Torbole, delle decime nelle pievi di Lomaso, di Blegio, di Banale, di Tione, di Rendena, di Bono, di Condino, di Cavedine, di Calavino, di Riva, di Tenno, di Ledro, di Tignale, del ripatico di Riva, della franchigia del porto di Torbole, della pesca nel fiume Sarca presso Torbole, della confalonia della valle di Rendena, delle decime di Condino nella valle di Bono, e della muta ο dazio in Torbole, Nago, Arco, Ballino, Sassi di Banale e Condino; promettendo i suddetti conti, dal canto loro, di essere sempre fedeli al vescovo e ai suoi successori829. Li 27 dello stesso mese, il vescovo nostro fu consecrato solennemente da [p. 296 modifica]Enrico di Ast, vescovo di Feltre, assistito da due altri vescovi. Nel mese medesimo, il nostro vescovo concesse a Francesco di Adelperio, cittadino di Trento, in premio dei fedeli servigi personalmente e con suo dispendio prestati nella pugna contro Paride di Lodrone, ribelle, alcuni poderi, detti al Paradiso, fuor della porta del castello del Buon Consiglio, a titolo di allodio ossia di dominio libero e diretto. E nell’ottobre dello stess’anno il suddetto Francesco di S. Martino vendette per mille ducati d’oro a ser Pietro di ser Nani di Siena, abitante in Verona, una muta ο dazio infeudatogli dal vescovo di Trento sui legnami e altre merci che trasportavansi sull’Adige, salvo il diritto a una parte di quel dazio spettante all’abbazia di S. Lorenzo830.

Nel 1426, il pontefice Martino V, con sua bolla diretta al decano di Bressanone, eresse in Prepositura l’Abbazia di S. Lorenzo ο sia di S. Apollinare presso la città di Trento, alla quale era unita la chiesa parochiale di Ora sopra Egna831.

Nel marzo del 1427, il vescovo nostro delegò i canonici Giovanni dei Cavalli e Artovico di Passavia a visitare le parochie italiane della sua diocesi e ad investigare, se vi pullulassero eresie ο commettessero atti di simonia832. Il primo di luglio di quest’anno, il vescovo Alessandro investiva della decima maggiore nelle ville di Mezzana e di Ronzo e del dosso al [p. 297 modifica]Castellazzo, Gianesio di ser Nicolò di Castel Clesio. E ai 5 settembre 1427, nella gran sala del castello del Buon Consiglio, fu proclamata sentenza intorno alla contribuzione delle spese per la riparazione delle mura della città e del ponte sull’Adige, da eseguirsi dal Comune di Trento833.

Nel 1428, il nostro vescovo confermò gli ordinamenti per la maestranza ο società dei sartori nella città di Trento.

Nel 1450, papa Martino V diresse al proposito della cattedrale di Trento una bolla, colla quale si confermava la traslazione del monastero di Augea presso Bolgiano al castello di Gries, conceduto a quei frati da Federico conte del Tirolo834.

Nel 1451, avendo il vescovo stabilito di recarsi in Germania presso Sigismondo re dei Romani, collo scopo di trattare di alcuni importanti affari suoi e della sua Chiesa, delegò suo commissario nel Trentino un certo Anhang, canonico della cattedrale; il quale, li 5 aprile dello stesso anno accettò la rinunzia fattagli da un prete Giovanni di Fondo di un beneficio ecclesiastico non curato nella pieve di Ledro; e da Federico Hack di un secondo nella pieve di Banale, e da Pietro pievano di Calavino di un altro nella pieve di S. Eusebio, nell’Anaunia, in favore di Vilchinio Κune, chierico di Oita nella diocesi di Osnabrug, dopo averne concessa la investitura al procuratore di esso. E il dì [p. 298 modifica]15 dello stesso mese, Goffredo Friling, canonico e vicario del nostro vescovo nelle cose spirituali, e procuratore di suo nipote Vilchinio Kune suddetto, chiese di essere messo in possesso di due chiericati nelle parochie di Ledro e di Banale; il che ottenne dagli arcipreti di quei luoghi, mediante imposizione del loro berretto. Nel settembre dell’anno medesimo, il vescovo Alessandro investì il rettore della chiesa di Nerimburg, diocesi di Costanza, di sei parochie della diocesi di Trento, cioè di quelle di Calavino, di Tenno, di Gardumo, di Malè, di Livo e di S. Lorenzo; privando delle lor rendite, per impinguare assenti, le chiese della diocesi alle sue cure affidata835.

Essendo stata, come vedemmo, la Prepositura di Trento, di cui aveano goduto i frati Benedettini di S. Lorenzo, incorporata per bolla papale al Capitolo del duomo, Fra Benedetto, abbate di quel Convento, intentò una gravissima lite presso la Corte Romana contro Stanislao preposito della cattedrale. Ma li 26 di gennajo 1433, l’esecutore apostolico dichiarò scomunicati il suddetto abbate e i suoi monaci Pietro, Jacopo, Bonadimane e Melchiore, per non aver pagati 250 fiorini d’oro dovuti al sopranominato preposito. In questo stess’anno il vescovo Alessandro diede a Giorgio di Leimburg la rocca di Valterna nella Valle di Sole, a lui devoluta; e Riprando di Castel Clesio vendette la decima di Comasine a Riprando di Guglielmo di Castel Nano836. [p. 299 modifica]

Gli otto di aprile 1434, il nostro vescovo Alessandro da Basilea, ove si era recato onde assistere al Concilio generale, inviava ai cittadini di Trento una conferma di certi statuti da loro proposti circa l’amministrazione della giustizia, e prometteva di aver cura affinchè agli ufficii e ai beneficii fossero promossi i più meritevoli837. Li 10 di maggio 1434, il vescovo Alessandro spediva a Giorgio di Clesio la investitura della metà di Castel Clesio, delle decime e d’altri beni feudali, dei quali egli aveva anteriormente investito Ildebrando, padre dello stesso Giorgio. Li 9 settembre di quest’anno, Enrico preposito di Frisinga, cappellano del papa e uditore del Concilio di Basilea, statuì la scomunica contro Albertino arciprete d’Arco, perchè ricusava di assegnare i redditi e i proventi del suo beneficio clericale in Arco a Giovanni Gottardi, canonico di Trento. Il 17 novembre dello stess’anno, Andrea Gusoni, proveditore della Repubblica Veneta, a Rovereto, vendette ad Azzone e ad Alberto di Sejano per ducati 735 le decime e poderi dei Castelbarco nella villa di Pilcante nella valle Lagarina838.

Nel 1435, ai 15 di febbrajo, ebbe luogo in Trento una inaspettata sommossa contro il vescovo Alessandro. Ne furono capi Odorico Federici di Povo, massaro del vescovo, Odorico e Adelperio Calepini, Jacopo d’Arco, Nicolò di Fondo, Melchiore dall’Olio, Francesco e Giovanni Galli, Pietro Busio di Sporo, ed altri vassalli [p. 300 modifica]del Vescovato. Questi occuparono, a cinque ore di notte, la porta di S. Croce, e v’intromisero il capitano di Pergine pel conte del Tirolo, e fecero prigioni Antonio di Molveno partigiano del vescovo e molti altri cittadini e canonici. Ma di lì a poco i rappresentanti del nostro Comune inviarono al vescovo a Basilea, dove si trovava, due deputati per significargli di essere disposti a riconoscere ancora la sua sovranità, se egli li assicurasse di reggere il Principato secondo i dettami delle costituzioni e della giustizia; e, riguardo alla città, d’impedire le gravezze illegali, di togliere le novità pregiudicievoli, e di preferire i cittadini agli stranieri in tutti gli ufficii. Il vescovo promise ogni cosa; dopo di che gli fu prestato il giuramento di fedeltà839. In quest’anno si composero anche le differenze tra il nostro vescovo e Federico, conte del Tirolo, il quale accettò la sentenza arbitrale pronunziata in tale argomento dall’arciduca Alberto d’Austria, e promise di metterla a esecuzione840.

Nel 1436, Paride di Lodrone produsse dinanzi al duca Federico le sue querimonie contro il vescovo nostro sui punti seguenti, cioè: che il vescovo, al primo giungere alla sua sede gli assegnasse il castello di Stenico e l’investisse di Castel Romano e di tutti i feudi che la casa di Lodrone riconosce dalla Chiesa di Trento, e lo costituisse suo vicario in tutta la Valle [p. 301 modifica]delle Giudicarie per un anno, e gli desse per un triennio in custodia la rocca di Breguzzo con un competente salario; ma poscia, senza alcun giusto motivo, lo privasse de’ suoi privilegi e diplomi d’investitura, a sè richiamandoli, e lo spogliasse del Castel Romano e della rocca di Breguzzo, traendo prigioni in Trento i suoi figli, il fratello e il nipote841. Ai 13 d’agosto, in presenza del vescovo Alessandro e d’altri nobili, Guglielmo di Castelbarco di Lizzana confessava solennemente di essere egli, siccome i suoi predecessori da più di dugento anni, anzi fin quasi dalla istituzione del Principato, vassallo della Chiesa Trentina; e si scusava di non aver chiesto prima la rinnovazione della investitura dei feudi aviti, per causa del dominio veneto che li occupava842. Nell’anno medesimo, Giovanni di Antonio Pevereda di Trento fu investito del pontatico ossia dazio del ponte sull’Adige presso Trento, verso l’obbligo di retribuire al Vescovato annualmente dodici lire veronesi, in ragione d’undici grossi di Merano per ogni lira, e colla prescrizione che il daziario non facesse pagare che un denaro veronese per ogni bestia minuta che passasse sul detto ponte, e quattro denari per ogni soma, due denari per ogni cavallo scarico e quattro per ogni carro; eccettuati da cotesto dazio i cittadini di Trento, e gli uomini di Sopramonte e di Riva e di Arco, come si osservava ab antiquo843. Li 12 [p. 302 modifica]maggio dello stess’anno, Giovanni pievano di Revò e priore dell’ospizio di S. Tommaso locò per cinque anni a Bernardo di Giovannisio il tenere di S. Tommaso colle case, colle terre arative e prative, verso l’obbligo di pagargli annualmente un affitto di dieci ducati e tutte le collette, e di coprire la chiesa e d’illuminarla con olio e con cera, e di dare il pranzo al pievano di Romeno, nei giorni di mercato. Da ciò risulta che in quel tempo l’ospitale di S. Tommaso era soppresso844. Li 17 luglio 1437, il vescovo Alessandro diede in feudo al medico Federico di Madice, abitatore di Riva, pei suoi fedeli servigi, una casa nella contrada Quadra di Mezzo in Riva, già appartenente a Jacopina Bettini di Riva, moglie di Benvenuto Lucchini della pieve di Arco, traditore e ribelle della Chiesa di Trento, e a lei confiscata per aver promosso la fuga di suo marito e coabitato con esso, nulla curando la citazione di comparire dinanzi al giudice845. In quest’anno medesimo, il pontefice Eugenio IV prese sotto la sua protezione speciale il vescovo nostro Alessandro, la sua Chiesa, i suoi sudditi ed i suoi beni, mediante una bolla solenne spedita dalla città di Bologna, ove allora trovavasi846. Di gravi mali cagione fu in quest’anno il seguente fatto. Melchiore dall’Olio, apotecario, cittadino di Trento, era stato scomunicato per non aver voluto pagar certa somma di danaro dovuta a Stanislao, polacco, [p. 303 modifica]preposito della cattedrale; e favorendo il popolo il dall’Olio coll’inveire contro il clero, la città di Trento fu posta nell’interdetto. I cittadini supplicarono il vescovo, ch’erasi ritirato a Riva, di sospendere quest’atto sì pregiudicievole alla quiete pubblica. A ciò condiscese il nostro prelato concedendo al clero di celebrare i divini ufficii, purchè non vi assistesse il dall’Olio. E nell’ottobre di quest’anno i padri del Concilio di Basilea assolsero il Capitolo e il Clero di Trento dalle irregolarità incorse nell’occasione di tale interdetto, che avea dato luogo a rumori, a pericoli e a scandali. Affine poi di redarguire le accuse calunniose che tuttodì si spargevano contro il vescovo nostro, il Capitolo di Trento pubblicò un’ampia attestazione dei di lui meriti verso la Chiesa e delle cure diligenti adoperate nel governo dei popoli ingrati847.

Nel 1438, il Concilio di Basilea comandava a frate Benedetto ed a’ suoi compagni di restituire a Stanislao, preposito della cattedrale di Trento, entro sei giorni, tutti i beni spettanti alla Prepositura di S. Lorenzo, da loro ingiustamente ritenuti848. Nell’ottobre di quest’anno, il vescovo Alessandro investì del priorato di S. Margherita Martino figlio di Pietro Sartori, cittadino di Trento.

Nel 1439, il vescovo nostro celebrò un Sinodo diocesano, che fu aperto da S. Giovanni di Capistrano, dell’Ordine dei Minori849. [p. 304 modifica]

Nel 1440, il vescovo Alessandro da Felice V antipapa fu creato cardinale, Legato per tutta la Germania, patriarca d’Aquileja, col titolo di amministratore perpetuo del Vescovato di Trento850. Già dall’anno antecedente infieriva la guerra sul lago di Garda tra i Veneziani e il duca di Milano. Nicolò Piccinino, generale di Filippo Visconti, s’impadroni del castello di Lodrone, e di quelli di Penede, di Tenno e di Arco. In quest’anno 1440 fu tolta dai Veneti al nostro vescovo anche la città di Riva, e messa a duro saccheggio.

Nel 1441 emanò un diploma col quale Giorgio vescovo di Bressanone e alcuni fra i più potenti vassalli, in nome di Federico re dei Romani, decretarono doversi restituire al cardinale Alessandro, patriarca d’Aquileja, Legato in Germania e vescovo di Trento i castelli di Stenico, di Tenno e di Mano, e ammetterlo nel castello e nella città di Trento, in cui, per caso di assenza, egli avesse facoltà di instituire un suo capitano. In quest’anno medesimo, il nostro vescovo ottenne lettere di protezione dal suddetto re dei Romani su tutti i diritti della sua Chiesa contro coloro che ne aveano usurpato una buona parte; e ratificò l’abdicazione del feudo di castel Madruzzo fattagli da Jacopo figlio di Baldassare di Roccabruna851.

Nel 1442, ai 28 di luglio, il vescovo Alessandro investiva Zenone Vitale di Romolo di un feudo [p. 305 modifica]cedutogli dal di lui zio Marino di Cagnò, che l’aveva adottato per figlio. Il feudo consisteva della regolaneria di Cagnò, della metà della decima, e di dodici staja di biade nella medesima villa. Ai 5 di settembre dello stess’anno, dinanzi ad Erasmo di Tono, vicario delle valli di Annone e di Sole nel civile e nel criminale, i sindaci e procuratori degli uomini di tutto il Mezzalone, cioè dal maso della Selva al maso della Pietra di Provesio, chiesero e ottennero l’esenzione da ogni gravezza per l’edificio dei ponti, per le collette, per le gite all’esercito o a qualche cavalcata militare, eccettuato le consuete contribuzioni pel ristauro del ponte al Pino oltre la Chiusa, e del ponte dell’Infresura. Li 6 novembre di quell’anno, Michele de Salme, preposito Monasteriese, delegato pontificio, inviò un monitorio al proposito di S. Michele e all’arcidiacono della cattedrale di Trento, col quale commette loro di ammonire fra Pietro benedettino, ultimo rettore della chiesa e della pieve di S. Felice e Fortunato in Gardumo, ed Antonio prete piacentino e gli aventi interesse sopra la detta pieve, di dover comparire dinanzi a sé, dentro sei giorni, sia personalmente, sia per procuratore. Alla fine di questo anno, al nostro prelato fu conferita la Prepositura di Vienna852.

Nel 1445, il vescovo nostro, dopo avere costituito suo vicario e luogotenente così nel temporale come nello spirituale il vescovo di Feltre e di Belluno, si recò a Vienna. [p. 306 modifica]

Nel 1444, Giovanni vescovo di Feltre e Belluno, luogotenente del cardinale Alessandro, ammessa la rinuncia fattagli da Pietro di Prussia, voglioso di ritornare al suo monastero, del chiericato della cappella di S. Zenone di Flavéo, unì perpetuamente esso chiericato alla parochia di S. Lorenzo di Lomaso, investendone Paolo de Fatis di Terlago, arciprete di detta chiesa. con patto che si esso come i suoi successori mantenessero un cappellano grato a quel popolo, il quale sia tenuto a officiare in essa pieve, nella cappella di S. Zenone, e in altre della medesima arcipretura853. In quest’anno la città di Trento ottenne da Federico, conte del Tirolo, la conferma dei privilegi ad essa concessi dai suoi predecessori. Ma poche settimane dopo, cotesto medesimo duca, figlio di Federico dalla tasca vuota, morto nel 1439, fu causa che la città di Trento soggiacesse a perniciose vicende, le quali vennero anche toccate di volo in una lettera a Francesco Bossi da Enea Silvio Piccolomini (che fu poi papa col nome di Pio II) allorchè era, dal 1431 al 1439, canonico della nostra cattedrale854. La cosa passò nella seguente maniera. Federico, duca d’Austria e conte del Tirolo, defunto, come dicemmo, nel 1439, aveva lasciato dopo di sè Sigismondo, unico figlio, di dodici anni. Federico d’Austria, detto il juniore, che fu poscia eletto re dei Romani, col consenso degli Stati aveva assunta la tutela del pupillo nel 1440, con [p. 307 modifica]patto espresso che nel giorno di S. Jacopo del M45 riconsegnar dovesse a Sigismondo la Contea del Tirolo, affinchè da sè solo la governasse. Passarono i quattro anni; nè avendo Federico rimessa a Sigismondo la reggenza del Tirolo, insorse tutto il paese, eccitato anche secretamente dagli Svizzeri; e in una Dieta generale in Merano decise di volere che fosse restituito il Tirolo al duca Sigismondo. La città di Trento, alleata del Tirolo, si oppose al decreto dell'assemblea dichiarando di voler continuare nella fedeltà promessa a Federico. Questa risoluzione esacerbò gli animi dei Tirolesi, che il 1.° di gennajo 1444 le intimarono la guerra. Fatta impetuosa irruzione nel Trentino, l’esercito tirolese, forte di tremila uomini, giunse alle porte della città di Trento e vi pose l’assedio. Alcuni di dopo arrivarono lettere del re dei Romani ai Consoli di Trento, piene di encomio per la loro fedeltà ed esortanti a resistere, sulla promessa che avrebbe ben presto spediti rinforzi. La città resistette ancora parecchie settimane; ma alla fine, mancando i promessi sussidii, li 5 del mese di aprile cedette alla forza preponderante con patti onorevoli. Il duca Sigismondo, pervenuto al possesso della Contea del Tirolo, adempì al capitolo terzo della pace, e confermò alla città nostra i suoi privilegi855. In quest’anno, Giovanni di [p. 308 modifica]Nano e di Enno, dell’antica prosapia Madruzzana, redense con danaro Castel Madruzzo dai nobili di Roccabruna, che a titolo di feudo lo avevano posseduto dall’anno 1380, e, lasciata la valle di Annone, si portò ad abitarlo, riassumendo il cognome di Madruzzo.

Tutto ciò che narrammo avvenne in assenza del vescovo nostro Alessandro, che soggiornava a Vienna, ove li due di giugno 1444 lasciò la spoglia mortale. Fu sepolto nella chiesa cattedrale di S. Stefano con solenni esequie, ma senza l’onore del cappello cardinalizio sul feretro (per la neutralità dei Tedeschi nello scisma); onore che non gli fu disputato mentre viveva856. In questo medesimo anno, appena saputa la morte del vescovo Alessandro, Elisabetta, vedova di Federico di Castelbarco di Gresta, come madre e tutrice di Antonio figlio ed erede, rilasciò agli uomini di Garniga tutte le daerie che annualmente erano tenuti di pagare ai signori di Castel Gresta, ai quali [p. 309 modifica]erano anticamente soggetti, ed a cui furono, contro ogni giustizia, sottratti dal vescovo Alessandro, per incorporarli contro lor voglia alla giurisdizione di Trento; sino che visse857.

Il Capitolo di Trento, a persuasione dei padri del Concilio di Basilea, elessero successore ad Alessandro nel governo della Chiesa di Trento, un Teobaldo di Wolkenstein, canonico della cattedrale. Questa elezione fu mal intesa da papa Eugenio IV, a cui non gradiva che a un principato sì illustre e di tanta gelosia presiedesse un prelato di nazione alemanna. Perciò egli nominava vescovo a sua volta Benedetto, di patria trentino, abbate in quel tempo di S. Lorenzo fuori le mura, soggetto di grande ingegno; e della scelta fatta Eugenio IV avvisava Sigismondo duca d’Austria, pregandolo di proteggere il nuovo eletto, assieme alla Chiesa di Trento858. I due competitori fecero ogni sforzo per disputarsi il principato, impossessandosi ciascuno di quella parte di esso, che poté occupare mediante i suoi partigiani. Intanto la Chiesa di Trento era divisa in fazioni, le pecorelle erano senza pastore, i sudditi senza capo; dappertutto sedizioni e tumulti. In queste luttuose circostanze il papa Eugenio IV, per conciliarsi l’animo di Federico re dei Romani, con sua bolla del 1445 gli concesse, sua vita durante, il diritto di nominare il vescovo nelle future vacanze delle Chiese di Trento, di Bressanone, di Gurk, di Trieste [p. 310 modifica]e di Coira; esempio poi seguitato dal pontefice Pio II, che con bolla del 1459 confermò la precedente859. Lo stesso papa Eugenio concesse in quest’anno 1445 a Benedetto, da lui creato vescovo di Trento, la facoltà di consegnare al duca Sigismondo per anni cinque in custodia il Castello di Trento con tre altre rocche, per sicurezza e quiete (così asseriva) della Chiesa di Trento860.

Durarono le cose in questo deplorabile stato dalla fine del 1444 alla metà del 1446; intorno alla quale, il duca pensò a ripararvi colla sua autorità. Giunto in Trento (ove spedì a Giorgio di Lodrone l’investitura del castello di questo nome e degli altri feudi aviti) per rendersi benevoli gli animi dei cittadini, accordò loro la conferma degli statuti e privilegi861. Nel dì otto di giugno 1446, Teobaldo di Wolkenstein, uno dei due vescovi eletti, mediante suoi procuratori, rinunciò al Concilio di Basilea i diritti al vescovato di Trento. La stessa rinuncia fece il 21 settembre al suddetto Concilio il di lui antagonista Benedetto, abbate di S. Lorenzo862. Il duca Sigismondo seppe poi fare in modo da indurre con dolce violenza i trentini a consegnare nelle sue mani la città capitale e le fortezze e le terre del Vescovato per lo spazio di cinque anni, promettendo, mediante atto pubblico, di restituire ogni [p. 311 modifica]cosa, passato il detto termine, e di corrispondere intanto al vescovo che si elegesse ο alla Camera vescovile tutte le rendite che si ricavassero dalla città e dal territorio, detratte le spese e i soliti stipendii; quando, entro questo tempo, non riuscisse di fare un’equa permuta di certi luoghi più esposti, utile egualmente alla Chiesa e al Tirolo. Accettato il partito, il duca ne rese consapevoli i Padri del Concilio di Basilea, esponendo ad essi la nomina a vescovo da lui fatta, col consenso del Capitolo Tridentino, di soggetto ben degno (attese le riferite rinuncie) che dava a sperare lunga pace e prosperità alla Chiesa nostra, e supplicandoli di spedire le bolle di conferma al candidato. Questi era Giorgio Hack di Themeswald, nella Slesia, fratello del maresciallo del duca Sigismondo.

Giorgio, senza aspettare la risposta del Concilio, annuente il duca, pose sua sede nel Castello del Buon Consiglio, d’onde esercitava la giurisdizione principesca; cosa contraria ai sacri canoni, ma non tanto strana in quei barbari tempi. Di ciò fa fede incontrastabile l’atto dei 10 settembre 1446, col quale Giorgio (che si chiama vescovo di Trento, ove non era che nominato dal duca Sigismondo) confermò alla Comunità di Tenno i suoi privilegi, e l’ammise al giuramento di fedeltà, antecedentemente già prestato al duca863. Tanto fu permesso a Giorgio dopo avere rinnovate al duca Sigismondo le convenzioni estorte ai vescovi di Trento dai Conti del Tirolo, e specialmente dal duca Federico [p. 312 modifica]dalla tasca vuota864. Li 17 ottobre del 1446 i Padri del Concilio di Basilea segnarono finalmente le bolle di conferma dirette al vescovo Giorgio. Colla prima gli annunziavano essere stato in quel giorno canonicamente provvisto alla Chiesa di Trento, e gli permettevano, dopo che avesse effettivamente ottenuto il possesso della città e castelli, e specialmente di quello del Buon Consiglio, di consegnare l’amministrazione di essa città e degli altri luoghi del Vescovato al duca Sigismondo per anni cinque, a titolo di semplice custodia e deposito; con che però le entrate vescovili, desunte le spese e i salarii, siano al vescovo corrisposte, ed il duca presenti una malleveria od obbligazione giurata di stare ai patti. Essi colorirono la cessione collo specioso riflesso che, facendo altrimenti, troppo malagevole riuscirebbe alla Chiesa il ricuperare i beni mobili e immobili che nelle turbolenze dell’ultimo scisma furono ad essa involati. Colla seconda bolla notificano a Giorgio la di lui confirmazione accordata dal Concilio alle preghiere del duca, dopo avere ammessa la rinuncia di Teobaldo e Benedetto; e ad un tempo comandano ai sudditi del Vescovato di riconoscerlo per legittimo loro pastore e di prestargli omaggio e fedeltà865. In virtù della prima bolla, testé riferita, Marcabruno di Castelbarco, della linea di Beseno, concesse al duca Sigismondo , a titolo di deposito per un anno, i castelli di [p. 313 modifica]Beseno e della Pietra; con obbligo al duca di corrispondere ad esso Marcabruno 550 ducati. Tal concessione fu in seguito prorogata fino alla festa di S. Giorgio 1451, verso una pensione variante nella quantità866.

Nel 1447, il vescovo Giorgio, consegnato il dominio temporale della sua Chiesa al duca Sigismondo, scelse per sua residenza Caldaro, d’onde li 25 febbrajo rinnovò a Giovanni di Castelbarco l’investitura feudale del dazio piccolo che si esige nella città di Trento, ottenuta, assieme a sua madre Anna, dal vescovo Alessandro867. Di là, nel medesimo anno, investiva, a titolo di feudo, Leonardo di Adelpreto di Povo, cittadino di Trento, del dosso sul quale era fabbricato il castello di Pissavacca, dei boschi presso il castello, delle decime in certi luoghi di quelle pertinenze, e di alcune pezze di terra in Povo868. Da Caldaro, nello stesso anno, il vescovo Giorgio approvava la nomina di Corrado da Bressanone in preposito dei canonici regolari di S. Michele, eletto in tempo di scisma e confermato dal vescovo Teobaldo. Da Caldaro, nel giugno dello stesso anno, passò Giorgio nel castello di Stenico, d’onde spedì la conferma dei privilegi e statuti ai popoli delle pievi del Banale, di Lomaso e di Blegio nelle Giudicarie, stati fedeli alla Chiesa nelle ultime rivoluzioni; avendo essi di molto contribuito alla ricuperazione dei castelli Breguzzo e Romano [p. 314 modifica]nel 1425; colla riserva dei consueti salarii dovuti alla sua Camera nelle due rate di S. Michele e di S. Giorgio869.

Essendo morto li 25 febbrajo di quest’anno il pontefice Eugenio IV, il vescovo Giorgio e il suo Capitolo, seguendo le deliberazioni del re dei Romani e d’altri principi e prelati, riconobbero il papa Nicolò V, eletto li 16 marzo, siccome vero ed unico vicario di Cristo870. Data cosi la pace alla Chiesa universale, in questo medesimo anno fu conchiuso il celebre Concordato tra la Sede Apostolica e la Nazione Germanica, per cura di papa Nicolò V e di Federico III imperatore871. Li 2 novembre dello stess’anno, il nostro prelato confermava alla villa di Mezzolombardo il privilegio ad essa concesso dal vescovo Alessandro nel 1426; ed egualmente alla valle di Fiemme le franchigie ottenute dai vescovi predecessori; e ad Antonio di Castelbarco, ultimo della linea di Lizzana, l’investitura dei feudi che riconosceva dalla Chiesa di Trento872.

Nel 1448 i commissarii del duca Sigismondo e del vescovo Giorgio proferirono la loro sentenza nella questione lungamente agitata tra i Perginesi e i Levicani circa i confini del monte Canzana873. Nello stesso anno, il vescovo nostro spediva l’approvazione del [p. 315 modifica]privilegio, concesso nel 1427 dal vescovo Alessandro agli abitanti della pieve di Ossana nella valle di Sole, che dà loro la facoltà d’introdurre per loro uso, nelle ville che la compongono, vini forestieri dalla Valtellina, da Riva, da Arco e da altri luoghi della diocesi di Trento874. Li 19 maggio dell’anno medesimo, in presenza di due commissarii del duca, che vien nominato signore di Trento degnissimo, fu ventilata la controversia dei confini fra gli uomini di Calavino, Lasino e Madruzzo dal1’una parte, e quelli del borgo di Arco, di Dro e di Ceniga dall’altra, riguardo ai beni comuni del Sarca. A quest’atto fu pure presente Galeazzo conte d’Arco, siccome interessato in essa questione875. Alla fine di questo stesso anno, il pontefice Nicolò V, con sua bolla degli 8 novembre, cessata l’elezione di Benedetto abbate di S. Lorenzo, confermò Giorgio in vescovo di Trento, e convalidò tutti gli atti da lui fino allora esercitati nell’amministrazione del Vescovato876.

Nel 1449, il nostro vescovo nominò a preposito della cattedrale Ainemario viennese, canonico di Trento, comandando al Capitolo di metterlo in possesso di quella dignità vacante per la morte di Stanislao Subnovski, creato nel 1426 dal vescovo Alessandro. Ma cotesta nomina non sortì il suo effetto, resistendo pertinacemente Fra’ Benedetto, che tuttora occupava il monastero di S. Lorenzo e le rendite; nè si dimise se non [p. 316 modifica]obbligato da papa Callisto III, a favore di Giovanni Hinderbach nel 1455. Lo stesso esito ebbe la nomina pontificia di Gasparo di Teramo, cappellano papale e uditore del Sacro Palazzo, contro il chiaro tenore del decreto di erezione dell’accennala dignità877.

Avendo Artungo, preposito del monastero di Gries, ottenuta da Nicolò V la conferma della sua plenaria esenzione dall’Ordinario, accordatagli nel 1415 con bolla di Giovanni XXII, sul dubbio che questa fosse insussistente ed invalida, il vescovo Giorgio, a cui poteva recare non lieve pregiudizio la nuova approvazione, ricorse per la modificazione di essa, che gli fu concessa con bolla del 1450; con cui si dichiara non avere inteso di accordare al monastero suddetto alcun nuovo diritto878. Di questo stesso anno vi ha un’altra bolla del medesimo papa a favore del vescovo Giorgio. In essa, dopo avere narrate le premurose istanze di Benedetto abbate di S. Lorenzo per ottenere dal vescovo la pensione di 400 fiorini d’oro, che asseriva essergli stata promessa dal duca Sigismondo e da alcuni nobili, affinchè cedesse il diritto acquistato colla di lui elezione sopra il Vescovato di Trento, il pontefice assolve e libera pienamente il prefato duca ed i nobili da qualunque promessa, eziandio avvalorata con giuramento, dichiarandola nulla e di niun valore, siccome fatta senza il consenso del vescovo; aggiungendo, essere cosa affatto indegna che il detto abbate riceva si gran [p. 317 modifica]compenso per la riferita rinuncia879. Esso abbate era già stato l’anno antecedente scomunicato; forse perchè si dimostrava troppo renitente a dimettere col fatto le pretese alle quali avea rinunciato in iscritto, cioè sulla validità della sua elezione a vescovo di Trento, fatta da papa Eugenio. Ciò si rileva da una lettera di Andrea da Molino, podestà di Roveredo e della valle Lagarina, responsiva ad un’altra del vescovo Giorgio che l’accertava di aver dato il permesso all’arciprete di denunciare pubblicamente la scomunica vibrata contro il suddetto abbate. Nel medesimo anno il vescovo Giorgio rinnovava alla nobile famiglia dei Tono la investitura feudale di tutti i castelli, vassalli, decime ed altri diritti esistenti nell’Anaunia e nella valle di Sole, in Termeno, in Cortazza ed altrove, come erano stati goduti dagli antenati 880.

Vanta il Tirolo una bolla di Nicolò V, data nel 1451, a favore dell’imperator Federico, colla quale si concede a lui ed ai suoi eredi di poter collettare il clero di suo dominio, in caso di urgenza, senza il consenso dei vescovi diocesani; della di cui autenticità però non ci consta, come neppure della esistenza di un’altra in tale argomento, che si pretende accordata da papa Eugenio IV nel 1445.

Mentre nel 1451 il vescovo Giorgio ritrovavasi in Innsbruck, i popoli di Rendena, di Tione, di Bono, di Condino e di Saone inferiore e superiore, che [p. 318 modifica]formano una gran parte delle Giudicarie, rivennero all’obbedienza della Chiesa di Trento, dalla quale si erano sottratti per causa di certe differenze insorte sotto il vescovo Alessandro. Il loro ritorno fu con paterno affetto accolto dal vescovo, che loro confermava gli statuti e privilegi loro accordati dai vescovi predecessori; lor condonava gli spogli e i delitti commessi fino a quel giorno; restituiva la muta ossia dazio di Dimaro, come la possedevano prima della rivolta; e attesi gli incendii e le disgrazie sofferte, moderava la colletta o salario, solito pagarsi per foco; approvava che ad esse comunità venisse amministrata giustizia dentro il Durane e non fuori, e nominava a loro vicarii, capitani e giudici Giorgio e Pietro di Lodrone, che li governassero a nome del vescovo; riduceva finalmente la colletta a soli mille fuochi, di 1600 che erano, e considerava la conferma dei lor privilegi così formale e plenaria, siccome quella che aveva accordata nel 1447 alle pievi di Banale, di Lomaso e di Blegio, che nella passata rivolta erano rimaste fedeli al vescovo Alessandro881.

Li 27 di maggio 1451, il vescovo Giorgio, reduce da Innsbruck, passando per Termeno, onde recarsi a Trento, riconfermò agli abitanti di quel borgo un privilegio o diritto di consuetudine consistente nella presentazione di un sacerdote, come rettore della cappella dei Ss. Quirico e Giulitta882. Ritrovasi di quest’anno una quietanza di fiorini 400, spedita al vescovo Giorgio [p. 319 modifica]dall’arciduca Sigismondo, con cui questi confessa di essere sodisfatto dei vasi d’argento consegnati al prelato.

Nel 1452, il vescovo nostro comperava, al prezzo di 180 ducati d’oro, da Giovanni di Guglielmo di Castel Nano, allora trasferitosi nel suo Castello di Madruzzo, Pietramurata, giacente nelle pertinenze di Cavedine, nel luogo detto a Daino, con un laghetto contiguo, ed un bosco e prati e pascoli annessi883. Nel medesimo anno, a maggior utile del decanato della cattedrale di Trento, assai decaduto di proventi, col consenso capitolare, il vescovo Giorgio univa perpetuamente ad essa dignità la chiesa parochiale di S. Vigilio di Rendena, obbligando il decano di dare ogni anno, prima del Natale di Nostro Signore, ai canonici una decente colazione, del valore almeno di quattro ducati d’oro. All’incontro, a titolo di permuta, ricevette il vescovo la parochiale di S. Maria Maddalena nella città, colla cappella di S. Osvaldo in Garniga, che spettavano alla dignità suddetta, colla libertà di proporvi un sacerdote amministratore, aggregato al coro della cattedrale e partecipe dei soliti emolumenti delle ordinarie e straordinarie distribuzioni; il che di presente non è più in uso, per essere stati in essa chiesa introdotti in seguito i Padri Somaschi884. Nel settembre di quest’anno, il vescovo Giorgio terminò la lunga questione tra le comunità di Pinzolo, Boldrino e Fisto della valle di Rendena, e frate Giovanni di Gerosa di Valtellina, [p. 320 modifica]priore dell’ospitale di S. Maria di Campiglio, riguardo il diritto di avvocazia e di governo, preteso da quei popoli in virtù di certa concessione del vescovo Alessandro. Pronunciò dunque che, essendo il detto ospizio stato fondato, circa duecento anni prima, dai vescovi di Trento, che se ne riserbarono il diritto di protezione e di reggimento, era invalida la concessione di Alessandro, il quale non poteva in pregiudizio dei successori alienarlo. Perciò richiamava a sè quel diritto, ricevendo egli sotto l’immediata sua protezione e governo il priore e i religiosi di quel monastero; comandando che il priore, eletto dai frati, debba ricevere dai vescovi la conferma, ma possa, col consenso della maggiore e più sana parte dei religiosi, ammettere quanti frati e monache a lui sembrerà più opportuno, senza attendere alla volontà dei suddetti popoli885. Questo monastero, coll’andare del tempo, decaduto dalla regolare osservanza, fu dai vescovi di Trento soppresso, assieme coll’ospizio e conservatorio delle suore, e dato in commenda ad un sacerdote secolare con titolo di Priorato; finchè ultimamente dal vescovo Giovanni Michele fu unito in perpetuo alle distribuzioni canonicali della cattedrale di S. Vigilio. Nello stesso anno, essendo devolute alla camera vescovile molte decime della valle di Annone, il vescovo Giorgio le diede in feudo ad utrumque sexum al di lui fratello Ermanno di Hack. Ed altresì nel medesimo anno, coll’ajuto dei conti di Lodrone, riusciva al vescovo nostro di far prigione [p. 321 modifica]Giovanni di Castelbarco, convinto di fellonia; privandolo tosto delle dinastie di Castelnuovo, di Castellano, di Nomi e di Castelcorno. Le prime furono date in feudo, a titolo di benemerenza, ai fratelli Giorgio e Pietro conti di Lodrone; e le seconde incamerate886.

Nel 1453, il vescovo nostro confermava l’indulto, accordato dal vescovo Alessandro nel 1441 agli abitanti della villa di Cavalese nella valle di Fiemme, di mantenere un solo nuncio in servizio del vicario vescovile887. Il primo di dicembre di esso anno, per ordine del vescovo nostro, Graziadeo di Campo, in presenza dei frati e delle suore di Campiglio, diede il possesso di quel monastero e ospitale al sacerdote Gasparo Plewl di Bruna, in qualità di priore888.

Nel 1454 confermò ai nobili rurali delle valli di Annone e di Sole i privilegi loro concessi dai vescovi Giorgio I e Alessandro, accordando loro la immunità dalle collette o retribuzioni dovute alla Camera vescovile, e l’esenzione dalla milizia in difesa della Chiesa fuori del Principato, prima che siansi mossi i più nobili, e, in tal caso, coll’obbligo al vescovo di fornir loro, dopo tre giorni di accampamento, le necessarie vettovaglie, secondo l’antica osservanza889. Nel marzo dello stesso anno diede pure il diploma di conferma dei capitoli o statuti alla società dei carrettieri della città di [p. 322 modifica]Trento, già ad essa concessi dal vescovo Alessandro890. In quest’anno, senza fare alcuna menzione delle molte antiche convenzioni estorte dai conti del Tirolo ai vescovi predecessori, abolite dal Concilio di Costanza, il vescovo Giorgio col suo Capitolo conchiuse un nuovo patto col duca Sigismondo, che è presentemente in vigore. Per esso i vescovi di Trento si obbligarono di assistere sempre colle lor forze il conte del Tirolo contro chiunque, eccello il Sommo Pontefice e la Santa Sede nello spirituale, gli accordarono il diritto di apertura nelle fortezze e castelli del Vescovato, a spese però del Conte e senza notabile danno della Chiesa; promisero di non muovere guerra ad alcuno, senza volere e saputa del Conte, e che tutti i capitani, prefetti, giudici e vicarii delle valli di Annone e di Sole giurerebbero l’osservanza di quanto fu stabilito di sopra. Sigismondo, da parte sua, promette al Vescovato di Trento ogni assistenza e protezione, obbligandosi a mantenere i vescovi nelle loro prerogative e ragioni. Ogni discrepanza tra i conti del Tirolo ed i vescovi debba essere terminata mediante arbitri eletti in egual numero dalle parti, e in dissonanza di questi, col beneficio del soprarbitro, il quale sia nominato dalla parte rea. Dichiarasi in fine, che con questa convenzione non s’intenda derogato ad altre confederazioni e promesse, fatte dai vescovi di Trento ai predecessori di Sigismondo891. Non ostante quest’ultimo capitolo, la [p. 323 modifica]surriferita convenzione escluse di fatto tutte le antecedenti, sino dopo la metà del secolo XVI ai tempi dell’arciduca Ferdinando, il quale pretese di ravvivarle a danno della nostra Chiesa e del cardinale e vescovo nostro Lodovico Madruzzo. Li 7 giugno di questo stesso anno 1454, il vescovo Giorgio fu invitato da Francesco Foscari doge di Venezia ad accedere alla pace conchiusa li 9 del passato aprile fra il Dominio Veneto ed il duca di Milano, col quale esso vescovo era collegato. E nel mese di ottobre di quell’anno lo stesso doge notifica al nostro vescovo la lega da sè stabilita col duca di Milano e la Repubblica di Firenze, affinchè il vescovo, come confederato del duca di Milano, dichiari se gli piace di approfittarne entro i quattro mesi prescritti in un capitolo della suddetta confederazione. Che cosa intorno a ciò risolvesse il nostro prelato, non possiamo affermare. Rende bensì probabile l’affirmativa il tenore della lettera del doge Cristoforo Mauro, diretta nel 1468 al vescovo Giovanni, successore di Giorgio, che in quella nomina suo confederato.

Nel 1455, bramando il vescovo nostro di provedere di congruo sostentamento i leviti da lui instituiti nella cattedrale che n’era priva, acciò col dovuto decoro in quella chiesa matrice servissero nel canto dell’epistola e dell’evangelo, di consenso dei canonici unì perpetuamente al Capitolo la parochiale di S. Maria di Mezzotedesco, colla facoltà di porvi un vicario, il quale in suo uso ne convertisse le entrate, a riserva di quaranta ducati d’oro, che di anno in anno si dovessero corrispondere ai suddetti leviti. Per quanto si [p. 324 modifica]sa, cotesta unione non ebbe il suo effetto892. Ai primi di ottobre di questo anno, il pontefice Callisto III conferì a Giovanni Hinderbach, canonico di Passavia, destinato oratore alla Santa Sede dall’imperatore Federico III, stato indi successore del vescovo Giorgio, la Prepositura di Trento; e siccome il diritto passivo, in virtù della istituzione di detta dignità, si aspettava ai canonici, comandò che fosse ricevuto nel loro grembo coll’assegnazione della prima prebenda vacante. Con tal provisione mirava il papa a dar fine alle lunghe riluttanze di Frate Benedetto, che tuttora si manteneva in possesso del soppresso monastero e dei suoi proventi; riconfermando la soppressione di esso cenobio e la di lui incorporazione alla Prepositura della cattedrale, con tutte le rendite d’ogni sorta, detratta la congrua da assegnarsi, vita durante, al suddetto abbate Fra Benedetto. Della esecuzione fu incaricato, con bolla dei 9 di gennaio 1456, Enea Silvio Piccolomini, dichiarato vescovo di Siena, sua patria; il quale intimò l’accennata bolla al vescovo Giorgio e ai canonici, affinchè indilatamente mettessero l’Hinderbach in possesso di essa dignità, dopo avere assegnati annui fiorini 130 a Fra Benedetto. Questi si richiamò contro tale provista alla Corte di Roma, la quale, mediante Lodovico dei Lodovisi giudice delegato della Santa Sede, spiccò una citazione nel punto della soppressione contro Giovanni Hinderbach, e, nel punto della detenzione dei beni dell’abbazia di S. Lorenzo, contro l’abbate di S. [p. 325 modifica]Michele ed altri pretesi occupatori. Poco dopo uscì bolla, a requisizione di Giovanni Hinderbach, diretta ai prepositi di S. Michele e di Gries e al decano di Trento, con commissione di ammonire, sotto pena della scomunica, alla restituzione tutti coloro che avessero usurpato beni o diritti spettanti alla Prepositura di Trento, alla cappella di S. Apollinare e alla chiesa parochiale di Ora. Su questo argomento vi ha pure un decreto di Pasquale Malipiero, doge di Venezia, a Paolo Malipiero provveditore di Riva; col quale, dopo avergli notificato l’ordine da sè trasmesso al di lui antecessore di far pervenire nelle mani di Giovanni Hinderbach, preposito di Trento, i frutti dell’abbazia di S. Lorenzo che si rascuotono nel distretto della sua giudicatura, a seconda delle bolle pontificie, si aggiunge che, essendo stati i suddetti frutti sottoposti a sequestro, ad istanza di Fra Benedetto, quando il preposito sunnominato si obblighi di pagare ai cittadini veneti per anni cinque ducati trenta, riservati con ordine papale sopra l’annuo assegno fatto ad esso Fra Benedetto, permetta che il suddetto preposito se li goda, non ostante l’acconsentito sequestro. Non per questo Fra Benedetto cessò, fin che visse, dell’apportare continue molestie; giacchè v’ha un monitorio del 1465 contro di esso ed i suoi fautori, fatto ad istanza dell’Hinderbach, col quale, sotto minaccia delle pene canoniche, gli viene imposto di recedere dalla Prepositura e di restituire le cose tolte893. [p. 326 modifica]

Nel menzionato anno 1455, il vescovo Giorgio, col consenso del suo Capitolo, fece una notabile aggiunta agli statuti canonicali, risguardante la residenza del decano e dei canonici, e la partecipazione d’ogni sorta di frutti, singolarmente prebendati894.

Nel 1456, il conte Francesco d’Arco fece esporre al vescovo Giorgio, mediante procuratore, aver egli rilevato da certi documenti di casa sua, che i di lui maggiori per ignoranza riconobbero in feudo dal Sacro Romano Impero i castelli di Ristoro e Spineto, giacenti nel territorio vescovile di Trento, e ch’egli poi godeva le decime della Camera Trentina, a titolo feudale, aspettanti ai detti castelli. Perlochè supplicava che a lui non s’imputasse la negligenza di non aver dichiarato prima il riconoscimento del dominio diretto, e che venisse prosciolto da ogni pena di caducità, a cui potesse andare soggetto. Il vescovo esaudì le preghiere di esso conte, investendolo ad masculos della porzione ad esso spettante in detti castelli, salve però le ragioni dell’Impero, del vescovo e di qualunque altra persona895. Della giurisdizione di Arco non si fa più menzione nelle investiture feudali, dacché fu eretta in contea nel 1390, essendosi i conti in quell’occasione sottomessi all’Impero. Di presente però ubbidiscono al Conte del Tirolo, che si appropriò quel dominio, usurpandolo all’Impero e al vescovo di Trento, signore diretto, non con altra ragione se non perchè i vescovi furono [p. 327 modifica]trascurati nel mantenerli in soggezione, ovvero impotenti a diffenderli. Di questo stesso anno 1456 e del seguente ebbero luogo certi trattati fra la Repubblica Veneta e il vescovo principe di Trento riguardanti le fortezze di frontiera d’ambi i territorii, a motivo delle guerre che Giorgio sostenne contro i fratelli Grader. che tenevano in loro potere Castel Beseno, e contro i Castrobarcensi che avevano occupato il castello della Pietra. L’uno e l’altro furono espugnati nel 1456 coll’ajuto del duca Sigismondo, al quale il nostro vescovo Giorgio in benemerenza concesse in feudo la Pietra, incamerando Beseno. Nel 1457 poi, fu fatto il cambio ai confini dei rispettivi prigioni veneti e vescovili896. Volendo il vescovo Giorgio, nel detto anno 1456, essere grato a Prevorio figlio di Bonapace di Preore pei fedeli servigi alla Chiesa prestati nella ricuperazione dei castelli di Beseno, della Pietra e d’altri, esime esso ed i suoi eredi in perpetuo con due fuochi dalle collette ordinarie e straordinarie e da ogni altro peso, siccome nobili e privilegiati, col comando a Giorgio e a Pietro conti di Lodrone, capitani delle Giudicarie, di riconoscerlo per tale. Questo privilegio fu rivocato dal vescovo successore897.

Nel 1457, il vescovo Giorgio investiva a titolo di feudo Antonio Schratemberg, tanto della decima di un maso a Roncaforte posseduta dal di lui padre Giampaolo, quanto di un dosso su cui giaceva il castello [p. 328 modifica]di Pissavacca, con boschi ed altre decime in dette pertinenze e in quelle di Povo, dei quali ultimi capi aveva fatta la investitura nel 1447 a Leonardo di Adelpreto di Povo, cittadino di Trento898.

Nel 1458, in cui al papa Callisto III fu sostituito Enea Silvio Piccolomini, vescovo di Siena e canonico di Trento, che prese il nome di Pio II, il vescovo Giorgio ottenne da Federico III imperatore l’investitura delle regalie e del temporale del Principato di Trento, verso il consueto giuramento di omaggio899. Nello stesso anno, il vescovo nostro spedì la investitura feudale a Giovanni notaro di Fondo della metà della decima di Povo e di quelle pertinenze, posseduta indivisa col Capitolo suo; la quale metà presentemente, per l’estinzione della investita famiglia, è incamerata.

Nel 1459, il vescovo confermò agli uomini delle pievi di S. Zeno e di Cles il privilegio ottenuto dal vescovo Giorgio I nel 1396, di non poter essere astretti alla costruzione del ponte nel luogo nominato Carrara900. Nello stesso anno l’imperatore Federico III elesse con espresso diploma il vescovo Giorgio a suo oratore presso il Concilio di Mantova901. Si vuole inoltre che Giorgio in quest’anno, col consenso del suo Capitolo, abbia consegnato nelle mani del duca Sigismondo il Dosso di Trento, con facoltà di fortificarlo a suo genio, sotto [p. 329 modifica]pretesto della difesa della città; ma in realtà per tenere più in freno i cittadini, la massima parte dei quali nudriva poco buon animo verso il proprio naturale signore. Si pretende ancora che Pio II abbia confermata la concessione fatta da Nicolò V all’imperator Federico, con sua bolla del 1451. Nell’agosto dell’anno medesimo, per volere del vescovo, furono ricevuti Valentino sarto ed Elisabetta sua moglie nel numero dei fratelli conversi del monastero di Campiglio; al quale apportarono in dote tutto il loro avere. Furono presenti all’atto il priore e venti frati e cinque sorelle.

Nel 1460, il vescovo nostro si recò in Innsbruck per abboccarsi col duca Sigismondo intorno ad alcune urgenze della sua Chiesa; ove anche rinnovò con esso la convenzione stipulata nel 1454902. Fatto ritorno alla sua Chiesa, conchiuse in Bolgiano un’altra convenzione, in forza della quale concede al suddetto duca e ai figli maschi legittimi in perpetuo il diritto di farsi giurare fedeltà dai prefetti, giudici e capitani della città, castelli e terre del Principato di Trento, sede vacante; e che questi non possano riconoscere per signore il nuovo vescovo eletto, prima che esso abbia giurato la convenzione del 1454 poc’anzi rinnovata dal nostro Giorgio; riservandone sempre la elezione ai canonici, i quali, sede vacante, dovessero impiegare i loro economi nella rascossione delle entrale mensali. In caso poi che Dio permettesse la estinzione della discendenza maschile di esso duca, s’intendano parimente estinte [p. 330 modifica]ambe le transazioni; il che di fatto successe colla morte del duca Sigismondo903. L’ultimo di giugno dello stess’anno, un tale di Annaberg rinunciò al vescovo Giorgio per fiorini mille il castello di Tenno, concedutogli dal duca Sigismondo, che l’aveva in possesso dal nostro vescovo, vita durante904. Nell’agosto dell’anno medesimo, Benedetto, detto del Laghetto di Cavedine, rifiutò nelle mani di Antonio de’ Fatis di Terlago, massaro del vescovo, un maso e poderi già di un Bonato della villa di Laguna; acciò, verso il solito affitto di due galete di frumento e d’una e mezza di segala, ne investisse un Antonio di Cavedine. V’ha una lettera di quest’anno diretta dal doge Pasquale Malipiero al vescovo nostro, in risposta alle cose che gli erano state esposte per due ambasciatori dello stesso vescovo, circa controversie di giurisdizione tra gli uomini di Riva, soggetti al dominio veneto, e quelli di Tenno, sudditi vescovili905.

Nel 1464, il nostro prelato confermò ai nobili della pieve di Fondo, nella valle di Annone, i privilegi loro concessi nel 1402 da Giorgio di Liechtenstein, suo predecessore906. Approvò pure, coll’ordinaria sua autorità, l’elezione di Guglielmo Hammerhart in preposito di Gries, fatta da quei canonici regolari; atto che toglie ogni vigore alla pretesa loro esenzione dal vescovo di Trento, di cui parlammo all’anno 1450907. [p. 331 modifica]

Nel 1462, il vescovo Giorgio investì, col consenso capitolare, per anni cento, Bolgaro Vittori, cittadino veneziano, delle miniere di allume di rocca esistenti nel Principato, colla facoltà di escavazione d’ogni altro metallo, che scavando il detto allume venisse a scoprirsi, obbligando lui ed i suoi eredi a retribuire la decima così dell’uno come dell’altro alla Camera vescovile, oltre ai dazii di estrazione di quei prodotti908. In quest’anno il vescovo Giorgio venne ad un amichevole accordo col duca Sigismondo intorno a Bolgiano; in forza del quale a lui cedette quella giurisdizione, colla sola riserva delle decime. Un altro articolo stabiliva che, se il vescovo premorisse al duca, questi promette che i Bolzanesi giurerebbero fedeltà al vescovo successore; e finalmente fu stipulato che, dopo la morte di esso duca, la suddetta giurisdizione si devolvesse al vescovo di Trento, quando però questi abbia rimborsato agli eredi del duca e conte del Tirolo il danaro che il vescovo Giorgio ebbe da Sigismondo909. Verso la metà di giugno di quest’anno, il vescovo nostro confermava alla società dei portatori della città di Trento l’esenzione dalle funzioni e carichi comunali, loro accordata nel 1426 dal vescovo Alessandro910. Dell’anno medesimo si leggono varii trattati della Repubblica Veneta col Dominio nostro, e scambievoli missioni di ministri plenipotenziarii, ad effetto di stabilire [p. 332 modifica]la quiete dei sudditi rispettivi e una pace durevole911. Nell’anno suddetto, il vescovo Giorgio, che nulla sapeva negare al duca Sigismondo, conte del Tirolo, a cui andava debitore del Vescovato, gli concesse, verso certa pensione, per anni sei l’amministrazione della città di Bolgiano coll’uso e godimento delle miniere vescovili; la quale locazione in seguito fu prorogata ad altri sei anni, ma in effetto durò sino al 1499, in cui ebbe luogo la prima transazione, seguita nel 1551 dall’altra, in virtù della quale il vescovo Bernardo Clesio commutò la giurisdizione di Bolgiano con quella di Pergine. Tanto è vero che le preghiere dei più potenti sono violenze, e che difficilmente si dimette ciò che una volta fu posseduto!912. Per altro, il vescovo Giorgio, nei trascorsi sedici anni di sua reggenza non trascurò punto il suo ministero spirituale, nè lasciò passare alcuna occasione, in cui dell’animo suo proclive al beneficio non avesse dato colle opere una prova sodisfacente. A forza di religiosa economia, fece un considerevole ammasso di vasellami d’argento, che destinò in proprietà della sua Chiesa ad uso dei successori. Fornì d’altri mobili di valore il castello del Buon Consiglio, residenza dei vescovi, stata più volte nei tempi addietro espilata; e acciò non soggiacesse per l’avvenire sì di leggieri a somiglianti disavventure, lo munì di torri e baluardi di pietra quadra, che gli servissero insieme [p. 333 modifica]di difesa e di estrinseco abbellimento. Restaurò con dispendio non ordinario il castello di Corredo nell’Anaunia, dai ribelli nel secolo antecedente quasi distrutto, ed altri edificii in varie parti del Vescovato; e finalmente reintegrò la Chiesa Trentina del ragguardevole feudo del Marchesato di Castellaro, del quale i marchesi di Mantova da lungo tempo non chiedevano la investitura; obbligando il marchese Lodovico a riconoscere il proprio dovere; il che fece con solenne ambasciata di Galeazzo vescovo di Mantova, incaricato di esporre le convenevoli scuse e di domandarne la rinnovazione.

Di tanti suoi beneficii non raccolse miglior guiderdone di quello che ebbero molti de’ suoi degni antecessori. Egli pure dovette, sull’ultimo di sua vita, provare l’astio di molti nobili e cittadini, che gli si ribellarono. Per iscansare l’impeto della sollevazione, uscì egli dalla città di Trento e si rifuggì in Bolgiano o lì presso nel castello di Kimbelstein, ove dimorò esule più di due anni. E benchè potesse colla forza, mediante il valido appoggio del duca Sigismondo, ridurre al dovere gli ingrati cittadini, preferì di trattare con essi all’amichevole il suo ritorno, lasciando in questo frattempo in deposito al duca l’amministrazione temporale, alla quale, nella dimora che fece in Innsbruck, aveva provisto colla nomina di Volfango Naizlinger a governatore plenipotenziario del Principato. All’uopo di giovarsi di questo incidente, il duca Sigismondo, conte del Tirolo, si recò a Trento e confermò ai cittadini i lor privilegi, e accordò loro che in avvenire, sino a che Trento sarà nelle mani del conte del Tirolo, non [p. 334 modifica]venga imposto alla città alcun capitano che non sia nobile e oriondo austriaco, e pratico della lingua italiana, il quale nel suo ingresso giuri di amministrare imparziale giustizia e di mantenere inviolati i privilegi e statuti; che lo stesso sia tenuto di fare il vicario ossia podestà; che le appellazioni dal vicario si devolvano al capitano e dal capitano al duca, il quale, secondo la qualità della causa, debba delegare un dottore non sospetto alle parti; che i vini forestieri non possano essere introdotti in città; che i cittadini abbiano la libertà di far condurre coi proprii carri le mercanzia di Bolgiano, collo stesso moderato dazio che i tirolesi, e di pescare e cacciare nel distretto di Trento ogni sorta di selvaggina, tranne i cignali913. Mentre si andava deliberando la suddetta transazione, trattavasi anche col mezzo di lettere e di confidenti, e specialmente del duca, nelle cui mani stava il comando, la riconciliazione dei sudditi col proprio principe-vescovo. Ma ogni premura riusciva inutile, fino all’anno 1465, in cui i Trentini con solenne ambasciata si risolsero d’invitarlo al ritorno. Ad esso si accinse il vescovo Giorgio, ma, giunto alla villa di Matrai, diocesi di Bressanone, li 20 agosto 1465, vi moriva d’idropisia. Il di lui cadavere fu portato a Trento e sepolto nella cattedrale di S. Vigilio, al lato destro dell’altare di S. Massenza, ove dal suo successore gli venne eretto un nobile mausoleo, con iscrizione incisa nel marmo.

Avendo il pontefice Paolo II riservata a sè, per [p. 335 modifica]quella volta, la nomina del successore, con inibire ogni ingerenza al Capitolo, questo pensò di contraporre a tal atto l’appellazione e così garantirsi da ogni temuto pregiudicio, e di venire, senz’altro aspettare, all’elezione del nuovo pastore. Li 5 ottobre 1465 fu scelto concordemente a vescovo e principe di Trento, abbenchè assente, Giovanni Hinderbach, Assiano, canonico di Passavia e preposito di Trento, oratore alla Santa Sede per l’imperatore Federico III e suo consigliere e del duca Sigismondo, dell’età di 47 anni. Ci lasciò scritto egli stesso che il suo avo paterno fu Enrico Langenstein, detto di Assia, professore di teologia e primo rettore dello Studio di Vienna. Ebbe per padre Giovanni, che morì nel 1428, e per madre Edvige, passata all’altra vita l’anno 1456. Egli era uomo di gran dottrina e di esperienza, aveva finito i suoi studi a Padova, detta la prima messa in Milano nel 1450, ed esercitata come paroco la cura d’anime in Medling non lungi da Vienna. Arrivata in Roma (ove, come accennammo, dimorava in qualità di oratore cesareo) la lieta nuova della sua elezione, fece subito istanza al Santo Padre per ottenere la necessaria conferma. Ma il cardinale Francesco Gonzaga, che aspirava alla stessa Chiesa, sulla speranza della pontificia riserva, e più per l’appoggio dei marchesi di Brandenburgo, suoi cugini per via di madre, attraversò in modo le pratiche del vescovo eletto, che questi non pervenne che l’anno seguente, con molto stento, ad essere confermato914. [p. 336 modifica]In questo intervallo di tempo (in cui il duca Sigismondo reggeva il temporale, ed il Capitolo lo spirituale della Chiesa) Giovanni di Paho o di Povo, canonico ed economo delle entrate vescovili, di consenso degli altri canonici, venne li 24 gennajo 1466 ad un accordo con Sigismondo di Thun, costituito capitano di Trento dal predetto duca, riguardante il salario ad esso dovuto per tale impiego, che riuscì gravosissimo alla Camera; imperocchè per la custodia della città e pel governo di essa gli si retribuirono quaranta marche di Merano, un lauto trattamento per la di lui persona, e fieno e biade e ferramenta e altre cose necessarie al mantenimento di cinque cavalli, le spese e salario per la di lui famiglia, la provigione di vettovaglie e munizioni per il castello, e finalmente tutti i dispendii, quando ad esso capitano o a qualche suo nuncio occorresse portarsi in Innsbruck per servizio del Vescovato. Evvi poi un decreto del duca Sigismondo, dello stesso anno, col quale, in virtù della biennale concessione fatta ad esso dal defunto vescovo Giorgio, ingiungeva alle comunità di Storo e di Condino di riconoscere Sigismondo di Thun per capitano e massaro di Castel Stenico, e di prestare al medesimo in suo nome il giuramento di fedeltà915.

Esitando il papa a rilasciare la spedizione delle bolle di conferma del nuovo eletto, sotto varii pretesti, ma specialmente perchè credeva pregiudicata la sua autorità e coll’accennato appello delusa la sua riserva, [p. 337 modifica]dovettero i canonici di Trento accomodarsi alle pontificie pretese e rinunciare alla elezione da loro fatta, promettendo che anche per l’avvenire non procederebbero ad alcuna elezione di vescovo, sotto pena dello spergiuro; ciò che, in una parola, importava perpetua perdita del jus eligendi proprium Episcopum 916. Ottenuta tale sodisfazione, il papa, dal canto suo, accordava all’eletto la pontificia conferma, li 12 maggio 1466, giorno della capitolare rinuncia, giurata mediante procuratore e raccomandava il vescovo e la sua Chiesa al duca Sigismondo, e ingiungeva ai vassalli di prestare ubbidienza al novello pastore. Il confermato vescovo si trattenne ancora qualche tempo, per ragioni della sua ambasciata, nella città di Roma, dove li 20 di luglio 1466 fu solennemente consacrato da Domenico, vescovo di Brescia, Vicario di Roma, coll’assistenza di Giovanni vescovo d’Ancona e di Atanasio vescovo di Gerace, nella basilica dei Ss. Apostoli. Dopodichè s’avviava verso la sua Chiesa, seco portando una copia, di mano eccellente, della beata Vergine dipinta (come piamente si crede) dall’evangelista S. Luca, che sta esposta a pubblica venerazione nella chiesa di S. Maria del Popolo a Roma; copia che, benedetta dal pontefice, il nostro prelato poi regalò alla chiesa cattedrale di S. Vigilio, con perpetua indulgenza di cento giorni a tutti i fedeli che l’avessero venerata. Questa imagine si trova presentemente sull’altare del coro, dedicatole nel secolo decimosettimo dal vescovo Francesco degli [p. 338 modifica]Alberti. Di là a non molto, nella festa di S. Matteo, il vescovo Giovanni prese il possesso spirituale della sua diocesi.

In questo stesso anno 1466, il duca Sigismondo, che non aveva ancora dimessa l’amministrazione della temporalità del Trentino, affidatagli nel 1460 dal vescovo Giorgio, concesse al Magistrato Consolare di Trento il privilegio di tradurre il sale dalle saline di Ala d’Innsbruck, ad egual prezzo con cui vendevasi ai Tirolesi, colla libertà di esitarlo a piacimento in vantaggio del pubblico erario917. Di quest’anno ritrovasi pure una quietanza del vescovo Giovanni al Capitolo di Trento, in cui commenda il compromesso fatto dai canonici deputati a ritrarre dalle mani dei famigliari del suo predecessore fiorini 1150, ed altra somma in ducali ed ongari, e l’argenteria e le vesti e i libri rimasti nel castello di Kimbelstein, presso Bolgiano (ove il vescovo Giorgio avea passati i due ultimi anni della sua vita) da essi trattenuti sotto pretesto di rimanenza di credito sui loro salarii non sodisfatti; placita i pagamenti già fatti, confessa di avere ricevuto i danari e i mobili sopra accennati, ne assolve pienamente il Capitolo e i deputati, e finalmente si obbliga di sodisfare a quelli che fossero legittimi creditori del defunto vescovo, a senso del compromesso e dei lumi che riceverebbe dai medesimi canonici deputati918. Nello stesso anno il vescovo Giovanni ottenne dall’imperatore [p. 339 modifica]Federico III l’investitura dei regali del Principato, ma solo ad un anno; indi prorogata ad un altro.

Nel 1467, il vescovo Giovanni confermò la erezione della perpetua cappellania di Roveredo, fondata da quei cittadini, che allora nel temporale erano sudditi della Repubblica Veneta, col consenso di Leonardo Contarini, nobile veneto, arciprete di Lizzana, e colla riserva dei diritti di quella parochia. Questa cappellania, nel tratto del tempo, fu convertita in curata, indi in parochiale, che presentemente ha il titolo di archipresbiterato, sempre però dipendente dall’antica parochia di Lizzana919. Nel novembre dello stess’anno, il vescovo nostro investiva Antonio Coredo, sua vita durante, del castello di Corredo, nominato Castello Vigilienburg. per aver esso Antonio rinunciate nelle mani del vescovo tutto le sue pretese sopra il castello medesimo920

Nel 1468 papa Paolo II, a riflesso dell’avvocazia esercitata sul Vescovato di Trento, e a premurosa interposizione dell’imperatore Federico III, trasferiva in perpetuo il diritto di conferimento della Prepositura trentina, vacante per l’assunzione di Giovanni Hinderbach al vescovato, nei regnanti Conti del Tirolo e loro successori; col patto però che la presentazione siegua in Curia Romana, dalla quale il presentato debba impetrare le bolle. Ciò arrecava alla Chiesa trentina un sensibile detrimento, e toglieva al vescovo il modo di [p. 340 modifica]beneficare coloro che coll’assiduo servigio ne avessero potuto essere meritevoli921.

Vedendo il nostro prelato che le sue lettere ed ambasciate al duca Sigismondo, per invitarlo a dimettere il temporale dominio del Principato di Trento, non ottenevano l’effetto desiderato, si recò egli stesso a visitarlo a Bolgiano, ov’era giunto di fresco, e dopo molte suppliche e rimostranze, venne seco a una transazione, in virtù della quale, rinnovate le precedenti del 1454 e 1460, e accordatogli la nomina del capitano della città di Trento, doveva il duca consegnare al vescovo il dominio temporale del Trentino, da lui fino allora amministrato. Diffatti tre giorni dopo, il suddetto duca e conte del Tirolo, con suo diploma, comandava ad Enrico di Freiberg, commendatore dell’Ordine Teutonico, a Baldassare di Liechtenstein, castellano in Beseno, e a Martino Neidegger, capitano di Castel Pergine, commissarii deputati a tal atto, d’introdurre il vescovo nel possesso del suo stato, consegnandogli tutti i castelli, città, e giurisdizioni a quello spettanti, previo il giuramento delle compattate o convenzioni da esigersi dai capitani e prefetti. Di quanto pregiudizio riuscisse però alla Chiesa il diritto di nomina del capitano di Trento concesso ai Conti del Tirolo, si può dedurre agevolmente dalle sue attribuzioni. Doveva, è vero, esser grato al vescovo; ma che pro? se, appena assunto, diveniva suo dichiarato nemico, e pur gli era forza soffrirlo e stipendiarlo e provvederlo [p. 341 modifica]di vitto assieme alla sua famiglia, ai servitori, ai cavalli, e di ammetterlo a tutti i trattali di affari temporali, come se fosse suo consigliere. Il capitano aveva diritto di assoldare guardie, però a spese della Camera vescovile, per la custodia del Castello del Buon Consiglio (dette barbaramente suzzi, dal tedesco Schütze, difensori) e di esigerne il giuramento di fedeltà; di guernire e presidiare a suo piacere le porte della città, il castello e le torri e di averne in sua mano le chiavi922.

Ritornato il vescovo Giovanni alla sua residenza, prese solenne possesso del temporale ο principato di Trento, il giorno dell’Ascensione di Nostro Signore, e mandò deputati a pigliare quello di Riva, chiamando i vassalli e tutti i suoi sudditi a prestargli l’omaggio923. In quest’anno, Cristoforo Mauro, doge di Venezia, notifica al vescovo Giovanni, come suo confederato, la pace seguita, mediante l’autorità del sommo pontefice, fra i principi d’Italia; acciò, volendo, possa ratificarla, e seco goderne il benefizio924. Nel giugno dello stesso anno il vescovo nostro conferì il capitaniato delle Giudicane a Pietro conte di Lodrone, coll’autorità di amministrarvi giustizia, a norma della convenzione con dette valli nel 1451. In esso documento contiensi ancora la ricapitolazione degli obblighi contratti dal vescovo nelle enunciate transazioni del 1454, 1460, 1468 col [p. 342 modifica]conte del Tirolo925. Confermò pure alle comunità di Storo e di Condino tutti i privilegi loro accordati dai vescovi suoi predecessori926; e ammise Federico dei Federici alla rinnovazione dell’investitura feudale del castello di S. Michele di Ossana, con tutte le sue onoranze; con che però s’intenda riservato alla Chiesa il dazio di Dimaro e di Armejo927; e spedì a Lodovico, marchese di Mantova, la rinnovazione feudale di Castellare928.

Nel 1469, il vescovo Giovanni approvava certi ordinamenti comunali, esibitigli per la conferma dalla villa di Malosco nell’Anaunia929; ottenne dall’imperatore Federico III la investitura delle regalie del Sacro Romano Impero, accompagnata da espressioni di benevolenza e di stima pei meriti che si acquistò in faticose legazioni e in altri incontri al servigio cesareo930. Accordò alcuni statuti alla pieve del Banale931; rilasciò per due anni alla villa di Storo incendiata le collette e i salarii dovuti alla sua mensa932. In questo stesso anno, Elisabetta Rotel rifiutò nelle mani di Enrico da Giovo, capitano di Castel Selva e di Levico, in nome di Giacomo Trapp, signore di della giurisdizione, l’utile [p. 343 modifica]dominio di una casa giacente in Levico, nella contrada del Rivo, acciò ne investisse Vito Cerdone, come fu difatti eseguito. Quest’atto dà a divedere che la Chiesa di Trento era allora allo scoperto della suddetta giurisdizione, la quale presentemente è in suo potere933. Nel marzo di questo medesimo anno fu trovata una miniera di argento nelle pertinenze di Rendena, cioè nella valle di Scavello e nel luogo nominato la Tana del Reclo, vicino alla villa di Vigo, da Giovanni Ruchalber di Geistingen, da Albertino Zappano di Vigo e da Giovanni Pelizzaro di Trento; ai quali, come primi inventori, ne fu dal vescovo concessa la escavazione, secondo le leggi e prerogative minerali, e coll’esenzione, per anni sei, da ogni peso del cambio, ossia diritto di monte. Questo diritto minerale spettante al vescovo, in virtù della donazione cesarea del 1189 che glielo conferiva per tutta l’estensione del Principato a riserva delle poche miniere appartenenti ai conti del Tirolo e di Eppan, coll’andare del tempo fu di modo scemato, che il conte del Tirolo ne trasse a sè la metà di tutte, se ne leviamo quelle del ferro934.

Stando a una lettera dell’imperatore Federico III, diretta al vescovo Giovanni, la vigilia dell’Assunzione di Maria Vergine, si deve ammettere che il nostro prelato verso i primi di settembre si fosse recato a Roma, in qualità di legato imperiale, onde assistere al congresso dei cardinali e dei principi cattolici contro le [p. 344 modifica]minaccie dei Turchi e gli eretici della Boemia935. Cade ancora in quest’anno la consegna, che gli esecutori testamentarii fecero all’Archivio capitolare, della libreria copiosa lasciata alla Cattedrale da Giovanni Sulzpach decano, con obbligo dell’anniversario in suffragio dell’anima sua936.

Nel 1470, il vescovo nostro decise la lunga, dispendiosa e difficile controversia vertente fra le comunità di Condino e di Storo dall’una e la comunità di Bono dall’altra parte, a motivo del legname, che questa aveva diritto di tradurre per il fiume Chiese, abbenchè da ciò non di rado seguissero gravi danni, cagionando inondazioni frequenti nelle campagne e negli edificii delle prime. Il vescovo, colla sua sentenza piena di equità, procurò un compenso ai danni dei privati, senza diminuzione del pubblico vantaggio che da tale traffico risultava937. In questo stesso anno, il duca Sigismondo, che per concessione del vescovo Giorgio possedeva a titolo di feudo il castello di Beseno e l’annessa giurisdizione, lo cedette al vescovo Giovanni, affinchè, per favore singolare, ne investisse Giacomo Trapp, suo maggiordomo; come seguì938. Ai 23 di novembre dell’anno medesimo, il vescovo nostro approvava l’elezione del preposito Andrea Visler fatta dai canonici regolari di S. Michele, e consecutivamente lo investiva [p. 345 modifica]di essa Prepositura colla tradizione dell’anello e l’imposizione delle mani939. Essendo stato concesso il decanato della cattedrale dalla Santa Sede a Stefano degli Approvini, cittadino di Trento, il duca Sigismondo, che pretendeva la detta nomina essere contraria agli statuti e alle consuetudini, anzi pregiudiziale a casa d’Austria, fece intendere al Magistrato Consolare dal suo capitano in Trento e da quello di Pergine, che procurasse la rinuncia del suddetto decano. Di simile tenore sono le lettere imperiali presentate ai Consoli dagli accennati ministri. Il Magistrato di Trento rispose, che non avrebbe mancato d’interporre i proprii ufficii onde ottenere la bramata cessione, con che però al provvisto apostolico fosse assegnalo un altro beneficio equivalente; dichiarando tuttavia non esistere disposizione alcuna che vieti al cittadino di possedere tal dignità, nè potere quel conferimento arrecare alcun pregiudizio alla serenissima Casa; anzi esserci stati per lo passato molti e nobili cittadini che hanno goduto pacificamente il decanato suddetto940.

Nel 1471, il vescovo Giovanni pubblicò una sentenza sulla questione del diritto di pascolo sopra il monte nominato del Fieno, nella valle di Fiemme, controverso fra gli uomini di Predazzo e le comunità delle Sette Ville nella valle suddetta941. Si pretende poi che in quest’anno il nostro prelato sia stato ripreso dall’imperatore Federico III, perchè aveva osato di [p. 346 modifica]procurare la sua promozione alla porpora cardinalizia, senza prima averne avuto da lui il consenso. Sia come esser si voglia, il merito v’era942. Nello stesso anno, il vescovo Giovanni, mediante il suo massaro della valle di Annone, sborsò 45 marche meranesi ad Antonio figlio di Nicolò di Nano, prezzo convenuto di una casa coi suoi edificii nella città di Trento, contrada di S. Martino; la qual casa il vescovo permutò con un’altra di maestro Ulrico nella contrada di S. Marco presso il castello del Buon Consiglio, con istalla, orto ed altre coerenze, che era stata di maestro Giovanni bombardiere del vescovo Giorgio, suo predecessore, e da questo donata al suddetto maestro Ulrico, suo cuoco943.

Nel 1472, a favore e ad istanza della pieve di Lomaso nelle Giudicane, il nostro prelato approvò certi capitoli della Carta di Regola, formati sotto la reggenza del vescovo Alessandro944. Li 5 maggio del medesimo anno, per via di arbitri eletti dal duca Sigismondo e dal Vescovo Giovanni, fu composta la lite vertente tra le ville di Villa e Premione dall’una, e quelle di Molveno e di Andelo dall’altra, sopra il possesso del monte Cede; essendosi giudicato che a cadauna delle parti competa il godimento del detto monte945. Li 25 maggio dello stess’anno, mentre si rinnovava il coro della chiesa dei Ss. Sisinio, Martirio e Alessandro (chiamata dal [p. 347 modifica]primo dei detti martiri corrottamente San Zeno) furono in esso trovate alcune ceneri e reliquie di quei santi; le quali, indi trasportate con onorevole accompagnamento, con pari solennità li 15 novembre furono nel restaurato coro riposte dal nostro vescovo946. Li 26 giugno di quest’anno, il nostro prelato rinnovava ai conti d’Arco la investitura di molti corpi feudali in Torbole, in Riva, nelle Giudicane, sulla base del documento loro spedito nel 1425 dal vescovo Alessandro, allora dimorante in Castel Stenico947. Li 19 ottobre di quest’anno fu dal nostro vescovo interposta appellazione alla corte imperiale da certa sentenza proferita dal vescovo di Bressanone e da un delegato del duca d’Austria, a favore di Ulrico de Brandis, tutore e curatore di sua moglie e figliastri; il quale atto di appellazione fu insinuato da un notajo ad esso Ulrico nella città di Marienfeld, diocesi di Coira; ma da esso non si ricava di che si trattasse. Si congettura però che si disputasse di un ragguardevole feudo, che si pretendeva devoluto alla Chiesa948. Li 4 dicembre del medesimo anno, il vescovo nostro confermava certo statuto alla pieve di Tenno, riguardante i pegni ed il metodo da osservarsi nell’incanto di quelli, a minorazione di spese in sollievo dei poveri949. Li 24 [p. 348 modifica]dicembre 1472 diede il vescovo Giovanni, a petizione di Antonio di Lizzana, la investitura dei feudi castrobarcensi ad Antonio di Schratemberg di lui genero, sebbene allora non possedesse la maggior parte di tali feudi, perchè erano in mano dei Veneziani950.

Nel 1473, Nicolò Trono, doge di Venezia, prega con sue lettere il nostro vescovo, che levi il nuovo dazio imposto ai Rivani sopra certe merci e animali che da Trento venivano tradotti in Riva951. Li 14 dicembre del medesimo anno il vescovo Giovanni ratificò la vendita, fatta da Vigilio e Nicolò fratelli di Firmian al duca Sigismondo, dei loro castelli; e investendone il detto duca, permise che, mutato quello di Firmian, potesse dare al feudo il suo proprio nome e chiamarlo per l’avvenire Sigmundskron. Lo investì inoltre dei feudi accordati a Federico suo padre dal vescovo Alessandro, e del pontatico o dazio del ponte sotto il suddetto castello952.

Nel 1474, il vescovo nostro dichiarò incamerata la regolaneria maggiore della villa di Tresio, devoluta alla Chiesa per la morte di Antonio di Corredo che n’era da essa stato infeudato; e diede insieme gli opportuni provedimenti acciocchè in quella nè il Comune nè altri per l’avvenire presumesse ingerirsi, sotto la pena di cento marche alla Comunità e di dieci ad ogni privato, e comandò di riconoscere nelle cause [p. 349 modifica]regolanari Antonio di Nano, suo castellano in Corredo, e i suoi successori. Commise poscia a Rolando di Sporo di non permettere a Jacopo di Roccabruna alcun atto possessorio in detta regolaneria, come pretendeva usurparlo in nome di casa Thun, ma diffenda validamente i Tresiani contro chiunque. Tuttavia, essendo sorte per questi ordini contese, il saggio prelato l’anno seguente, accordava a quelli di Tresio il diritto di nomina al detto ufficio, di triennio in triennio, purchè la persona fosse grata al vescovo e da lui confermata953. Ai primi di maggio di quest’anno, ad istanza dell’imperator Federico e di Sigismondo duca d’Austria, il pontefice Sisto IV, onde provvedere alla tranquillità del Vescovato e alla sicurezza delle provincie di Casa d’Austria, determinava che in avvenire almeno due parti dei canonici di Trento debbano essere oriondi dai dominii della Germania, ovvero dei duchi d’Austria, o famigliari di essi o dei vescovi di Trento; con ciò moderando il numero eccessivo degli italiani954. Nel medesimo anno ebbero il loro luttuoso principio le steure (imposte) nel Vescovato di Trento, che col tratto del tempo, di stato libero che egli era, lo resero poco meno che tributario della Contea del Tirolo; imperocchè il vescovo Giovanni, assieme a quelli di Bressanone e di Coira (o che altro far non potessero o che non prevedessero a sufficienza di quanto peso riuscir doveva la volontaria contribuzione di cui venivano ricercati dal [p. 350 modifica]duca Sigismondo) vi condiscesero, previa protesta e promessa del duca, che tale atto non dovesse portar conseguenza o recar pregiudizio ai loro diritti, immunità e libertà. Della quota di sussidio, accordata dai suddetti vescovi al duca nella Dieta tenutasi in Merano, fu rilasciato un riversale; dichiarandosi in esso, che riceveva quella somma come gratuita e spontanea. Di tale natura fu pure l’altra contribuzione da essi vescovi accordata nel 1470 per la guerra contro i Turchi; in cui, dopo essersi narrato che alla contribuzione meramente volontaria del 1474 non erano tenuti che quelli soli che vi avevano prestato l’assenso, si passa al quantitativo promesso senza tratto di conseguenza o di debito. E qui giova notare, che tale narrativa serve ad escludere la pretesa dipoi formata dagli Stati del Tirolo (dopo il libello del 1511) che la maggioranza dei voti abbia forza di obbligare anche i dissenzienti. Non ostanti tali riserve (chi il crederebbe?) le imposte cresciute a dismisura, presentemente sono fatte ordinarie; e non resta speranza di esimersene più, con immenso danno dei Vescovati955. Nel divisato anno 1474, il provido nostro prelato, con grave dispendio, restaurò dalle fondamenta il castello di Tenno, che tanto soffrì nelle passate guerre; e lo adornò di nuove fabbriche a difesa di quella giurisdizione e del Principato956. [p. 351 modifica]Da certi atti poi si rileva che in quest’anno 1474 sia stata proditoriamente tentata la sorpresa di Castelcorno nella valle Lagarina e quella del castello e del borgo di Tenno. Della prima sorpresa sappiamo essere stato autore Marco di Caderzone, vassallo della Chiesa, che, ajutato dai proprii figli e da altri complici, scalò di nottetempo il castello per depredarlo e poi consegnarlo a Paride e a Pietro conti di Lodrone, che ne agognavano il possesso. Ma il tentativo non riuscì, mercè la vigilanza del capitano vescovile. Marco fu preso e decapitato. Dalla confisca dei beni vennero liberati i di lui figli nel 1497, mediante sicurtà di pagare certa somma di condanna. Altra sentenza di morte fu portata contro Pasotto di Linzima, complice dell’accennata congiura. Della seconda sorpresa, cioè di quella di Castel Tenno e del borgo Fraporta furono autori Antonello di Gando e Giovanni Zucherio, entrambi di Tenno, e istigati al delitto dai detti conti. Giovanni Sala, bresciano , podestà di Trento, pronunciò nel seguente anno una sentenza di morte contro il Zucherio, il cui corpo, [p. 352 modifica]dopo la decapitazione, doveva essere fatto in quarti, e questi appesi alle quattro porte della città957.

L’anno 1475 è memorabile pel glorioso martirio sofferto da Simone Unferdorben, fanciullo trentino, per opera degli ebrei. Il fatto, da noi con accuratezza cavato dalle deposizioni dei rei, registrate negli originali processi, passò nel modo che segue. Stranamente invaghiti i perfidi ebrei, abitanti in Trento, di solennizzare la loro pasqua colla vittima d’un fanciullo cristiano, il cui sangue potessero mescolare nei loro azimi, diedero di ciò commissione a Tobia, riputato attissimo all’infame impresa, per la pratica che aveva della città, siccome medico di professione. Uscito costui sulle ore ventidue del Giovedì Santo, li 23 marzo, mentre i fedeli erano occupati nelle sacre funzioni, percorse le strade e i vicoli della città, e adocchiato l’innocente Simone soletto in sulla soglia della casa paterna, gli porse la mano mostrandogli un grosso d’argento, e con dolci parole e sorrisi seco lo trasse dalla via del Fossato, dove abitavano i genitori, alla casa di Samuele, ricco giudeo, che lo stava con impazienza attendendo. Ivi fu trattenuto con vezzi e mele, fino che giungesse l’ora opportuna al sacrificio. Verso l’ora prima di notte, il picciol Simone, di mesi ventinove non ancora compiti, trasportato nella camera attigua alla sinagoga delle donne, e fatta una fascia o cintura dei panni che lo coprivano, denudato il resto del corpiciuolo, e strettogli un fazzoletto alle fauci, in maniera che nè subito [p. 353 modifica]venisse strozzato nè coi gemiti potesse farsi sentire, Mosè il vecchio, assiso sopra uno scanno, e tenendo il fanciulletto in grembo, con tenaglia di ferro dalla guancia destra gli strappò un pezzetto di carne. Lo stesso fece Samuele dal canto suo, mentre Tobia, assistito da Moar, Bonaventura, Israele, Vitale, ed altro Bonaventura, cuoco di Samuele, raccoglieva in un catino il sangue che scaturiva dalla ferita. Poscia Samuele ed ognuno dei sette sopra accennati con un ago alla mano trafissero a gara le carni del santo martire, dichiarando in lingua ebraica che ciò operavano a dileggio dell’appeso Iddio dei cristiani; e aggiungendo: così facciasi a tutti gli inimici nostri. Dopo questa ferale funzione, il vecchio Mosè, preso un coltello, trafora con esso al bambino la punta della verga, e con una tenaglia gli strappa dalla destra gambetta un pezzo di carne, e Samuele, che a lui subentra, gliene strappa un pezzo dall’altra. Il sangue, che copioso usciva dal foro della verga puerile, fu ricevuto in un vaso a parte, mentre quello che scorreva dalla gamba fu raccolto nel catino. Intanto, ora gli si stringeva ora gli si rallentava il fazzoletto che gli turava la bocca; e non per anco satolli dell’oltraggioso scempio, rinnovarono per la seconda volta con maggiore spietatezza lo stesso genere di martirio, traforandolo in ogni parte con aghi e spilloni; finchè il pargoletto spirava l’anima benedetta fra il giubilo di quell’insana ciurmaglia. Mentre ciò accadeva, gli infelicissimi genitori Andrea e Maria cercavano per tutta la città lo smarrito lor figlio; e sospettando che esso avesse potuto cadere nell’acqua che scorre [p. 354 modifica]per il Fossato, vicina alla loro abitazione, ottennero la diversione di detto rivo. Ma tutte le ricerche furono inutili. Alle ore nove di mattina tedesche pensò il disperato padre di recarne l’infausta notizia al vescovo Giovanni che, finiti i divini ufficii nella cattedrale, si restituiva al castello. Il prelato, altamente commosso, raccomandò l’istanza del desolato genitore al podestà ivi presente, il quale fece proclamare lo smarrimento del fanciulletto per la città, ordinando che chi ne avesse qualche contezza, dovesse tosto riferirla al pretore. Passati alcuni giorni, vedendo l’afflitto padre non aver punto giovato la suddetta grida, coll’ajuto di un amico, Cipriano da Bormio, replicò la perquisizione nel canale del rivo che scendeva a seconda nell’Adige, e inoltratisi l’uno di rincontro all’altro fino alla cantina di Samuele ebreo, si raggiunsero ivi, alla distanza di soli due passi, senza avere trovata alcuna traccia del cercato fanciullo. Non potendosi il padre dar pace, replicò l’istanza al pretore, affinchè facesse frugare nelle case degli ebrei, che si credeva da molti avere in quei giorni il costume d’insidiare alla vita dei fanciulli cristiani. La perquisizione venne dal Sala decretata e dai suoi ministri eseguita, ma senza effetto. La notte della domenica di Pasqua si parge per la città la notizia che alcuni ebrei avessero riferito al vescovo essersi trovato nel rivo che scorre sotto le loro abitazioni un cadavere di bambino. Nel volgo prese tosto origine ed estensione la voce che gli ebrei, dopo avere sacrificato il fanciullo cristiano, lo gettassero nel rivo, fermandolo con una pietra, come se per caso dalla corrente vi fosse portato. Il podestà e [p. 355 modifica]il capitano della città, Jacopo Sporo, vennero alla casa di Samuele e comandarono il trasporto del cadavere dalla ripa del Fossato alla camera che conduce alla sinagoga. Ivi, alla continua presenza di Samuele, Angelo, Tobia, Israele e Bonaventura, i deputati alla visita del cadavere, Mattia Tiberino e Arcangelo Balduini medici, e Cristoforo dei Fatti chirurgo, notarono in esso varie ferite e lividure. Interrogati poscia gli ebrei suddetti e trovatili varianti nelle risposte, quella stessa notte furono condotti prigioni, assieme a un certo Joff e al cuoco Bonaventura. A misura che gli indizii prendevano maggior vigore, vennero nei giorni seguenti imprigionati molti altri ebrei, fra i quali Brunetta, moglie di Samuele. Essendosi nei molti costituti dei rei tratta la confessione dell’infanticidio, con tutte le circostanze sopra descritte, fu, a misura del loro delitto, fulminata contro di loro la sentenza dell’estremo supplizio.

Venuti di ciò a cognizione gli ebrei di Verona, di Mantova, e d’altri luoghi, tentarono ogni mezzo per impedirne l’effetto; interponendo mediazione di principi, ed offerendo molto oro al vescovo Giovanni ed al podestà; ma tutte queste pratiche non ebbero alcun successo. La prima sentenza pubblicata fu quella contro Tobia, il più facinoroso tra i rei, il quale fu condannato ad esser condotto per la città sopra un carro, tanagliato con tenaglie infuocate, all’amputazione della mano destra in faccia alla casa dei genitori del martire, e, giunto al luogo dell’esecuzione, ad essere tessuto sulla ruota e abbruciato. Questa sentenza, eseguita li 24 giugno 1475, venne mitigata dal cuore tenero del [p. 356 modifica]clementissimo vescovo colla condonazione del taglio della mano e della tessitura. Eguale sentenza fu pronunciata contro Samuele ed Angelo, a riserva del taglio della destra; ai quali parimente fu fatta grazia di non esser tessuti, ma solo legati sopra la ruota, avanti d’essere abbruciati. Israele fu condannato, lo stesso giorno, ad essere trascinato a coda di cavallo per la città, e tessuto sulla ruota e abbruciato nel luogo del supplizio. La tessitura però fu a lui rilasciata per mitezza del principe. Il giorno seguente, 22 dello stesso mese, li due Bonaventura, in grazia di essersi fatti cristiani, vennero solamente decapitati e inceneriti. Nel giorno suddetto, colla medesima moderazione di essere solamente sulla ruota legati e non tessuti, fu eseguita la sentenza contro Moar e Vitale. Il vecchio Mosè fu trovato estinto in prigione il primo dicembre dello stess’anno, con sospetto che siasi data violentemente la morte per isfuggire ai tormenti e all’onta del supplizio. Ma il suo cadavere fu trascinato a coda di cavallo al luogo dell’esecuzione, ed ivi, per grazia, legato e non tessuto sulla ruota. Mosè il giovane e Lazzaro li 13 gennajo 1476 ed Isacco li 15 del detto mese, condotti col laccio al collo al luogo del supplizio, ivi furono sulle forche appiccati. Più grave provò la pena, come apostata della religione cattolica da lui fintamente abbracciata, e reo di molti altri delitti, Israele pittore, nominato Volfango, il quale, posto sopra una tavola e tiralo a coda di cavallo al luogo dell’esecuzione, fu ivi tessuto sulla ruota, li 19 del suddetto mese. Brunetta, moglie di Samuele, sarebbe corsa un’egual sorte, [p. 357 modifica]se con ispirito e fermezza più che virili, non avesse fra le torture persistito nella negativa. Sciolta dalle catene, abbracciò di buona voglia la nostra santa fede, dopo aver confessato il suo delitto e quello dei suoi; ma, ben presto dopo il battesimo, nel grembo della vera religione felicemente finì i suoi giorni. Gli altri ebrei, ch’erano solo colpevoli di approvazione all’infanticidio, o di consiglio o di bestemmie e d’imprecazioni, furono castigati con pena più mite.

Fatta questa giustizia del crudele infanticidio, il vescovo Giovanni, a perpetua infamia dell’abbominevole setta e ad edificazione e trionfo della cattolica religione, emanò un editto di proscrizione in perpetuo di tutta la nazione ebrea dal territorio trentino, sotto rigorosissime pene; il quale viene osservato tuttora con somma gelosia; non permettendosi agli ebrei neppure il transito pel Principato, se non siano distinti con un segno che li renda manifesti ed odiosi.

Intanto si era sparsa per tutto la fama dell’orrido misfatto e della esemplare sua punizione. Molti, persuasi della verità del fatto, concepirono non ordinario sdegno contro l’empietà degli ebrei, a segno che questi non si trovavano sicuri nei loro ghetti. Altri all’incontro, prevenuti da fine arti e maliziosi maneggi, pensavano essere il martirio dell’innocente Simone una mera invenzione del vescovo per appropriarsi gli averi dei condannati. Il degnissimo prelato, colla stessa fermezza con cui procedette a scoprimento e a castigo dei rei, si accinse alla difesa propria e del martire tridentino. Spedì alle corti di Germania Enrico di [p. 358 modifica]Slettstat, domenicano, perchè in quelle si procurasse autentici attestati degli eccessi commessi altrove dalla perfida setta, eguali o simili a quello di Trento. A Roma fu destinato in qualità di oratore Approvino degli Approvini. Anche il pontefice Sisto IV, in questo mentre, aveva deputato un suo commissario apostolico, che si lasciò corrompere dal danaro dei perfidi ebrei, come più basso daremo a conoscere al devoto lettore. Il papa, ad ogni buon fine, diresse una bolla circolare ai principi d’Italia, nella quale, fatta menzione del martirio e dei miracoli del beato Simone trentino e del culto che già gli si professava dai fedeli e dell’animosità di questi contro gli ebrei, vieta si l’uno che l’altra sotto rigorosissime pene; soggiungendo, riguardo al culto, che esso non potrà aver luogo, fintantochè la Santa Sede, dopo maturo esame, l’abbia permesso; riguardo poi agli ebrei, che la Chiesa cattolica suol tollerare in testimonianza della morte di Cristo, vuole e comanda che siano difesi e assicurati da ogni insulto ulteriore958.

Benchè tale causa stesse molto a cuore al vescovo nostro e lo tenesse occupatissimo, non trascurava però i doveri che lo stringevano alla Chiesa. Nell’aprile di questo medesimo anno, egli confermò una sentenza [p. 359 modifica]proferita dagli arbitri li 18 ottobre 1469, riguardo ai pascoli controversi fra gli uomini di Cavalese e dei tre quartieri della valle di Fiemme dall’una, e gli abitanti di Predazzo e di Moena dall’altra959. Sulla fine di giugno dello stesso anno, pose la prima pietra della loggia a colonnato, che congiunge il vecchio col nuovo Castello del Buon Consiglio, al quale procurava altresì il beneficio dell’acqua di fonte, da lontano introdotta960. Nel medesimo anno predicò in Trento il padre Bernardino da Feltre, che meritò di essere annoverato fra i beati961.

Nei seguente anno 1476 crebbe a dismisura il concorso dei fedeli vicini e lontani al sepolcro del nostro martire, con offerte e voti; essendochè il benignissimo Iddio con prodigi continui rendeva sempre più illustre il trionfo dell’innocente. Il vescovo teneva nota di quanto accadeva alla giornata e ne informava gli officiali di Lavarone, e il clero della diocesi di Vicenza, che gli aveano chiesto una esposizione giuridica di ciò che era giunto agli orecchi loro. Ma specialmente sollecito era il vescovo Giovanni a tenere informata di ogni cosa la Santa Sede, presso la quale si adoperavano grandemente, onde si permettesse il culto del santo martire, il padre Francesco Sansone, generale dei Riformati, l’Approvino e il Maffei, ed altri qualificati soggetti d’Italia962. Nel marzo di quest’anno, il [p. 360 modifica]vescovo nostro proferì una sentenza a favore delle ville di Carbonara, Croviana e Lizzaso contro gli uomini di Monclassico e di Pressone; con altra confirmatoria della prima, riguardo alla strada da farsi per andare al monte Sedrone, susseguita da una terza nel 1479 963. In agosto del medesimo anno, il nostro prelato, per garantire da ogni sorpresa il castello di Tenno, fortezza di frontiera, fece una provigione di spingarde e di corazze; il che si rileva dal comando datone a Nicolò Bonadimane, massaro della corte di Stenico964.

Nel 1477, tocche dal lume della grazia, le tre donne ebree, vedove dei condannati, cioè Bella di Moar, Anna d’Israele e Sara dell’iniquo Tobia, riconobbero la vera fede. L’abjura solenne del giudaismo seguì la domenica infra l’ottava dell’Epifania, all’ora dei vespri; dopo la quale, tutte e tre ricevettero il santo battesimo. A Bella fu imposto il nome di Elisabetta, ad Anna quello di Susanna e a Sara quello di Chiara, alla presenza del vescovo Giovanni, dei canonici e d’immenso popolo. Il giorno 26 dello stesso mese di gennajo, le donne suddette, in candido vestito di neofite, assieme al neofito Giovanni (che pria di farsi cristiano nomavasi Salomone, e fu cuoco del giustiziato Tobia) portaronsi alla tomba del beato Simone, per compiere il voto da esse fatto nel tempo della lor prigionia, in caso che venissero liberate. Giunte davanti all’ara, prostese in ginocchio, presentarono la loro oblazione, e [p. 361 modifica]riconfessarono il loro reato con tutta ingenuità alla vista del vescovo, del clero, dei nobili e di folto popolo965. Ma il contento che il buon pastore provò nella conversione delle tre donne e di Salomone, ben presto fu turbato dai guai sopravenuti nelle valli di Annone e di Sole. Non ostante che il vescovo Giovanni avesse a quelle valli confermati nel mese di aprile i loro privilegi e statuti, con notabili aggiunte, a sollievo particolarmente dei poveri, e avesse fallo costruire processo criminale contro Antonio dei Facini assessore e Antonio dei Migazzi di Cogolo, massaro, ad istanza dei loro procuratori, per supposti gravami, pure nel maggio si divenne ad aperta ribellione. Dopo varii convegni clandestini, di giorno e di notte, e voci sparse di pretese angherie, i capi della rivolta (spacciando l’esempio degli Svizzeri che, meno forti e numerosi di essi, scossero il giogo e si conservarono liberi, mediante alleanze ed ajuti, che nemmeno a loro mancherebbero, quand’anche il Conte del Tirolo non li accettasse per amici o non li volesse spalleggiare) si raccolsero in S. Zeno, li 29 di maggio, in cui vi si celebrava la festa dei santi Sisinio, Martirio e Alessandro. Messisi in mezzo alla gran folla di gente accorsa da ambe le valli, cominciarono a gridare tumultuariamente: viva il popolo! e ad avviarsi verso il monte. Scorgendo che non erano seguitati da tutti, mutarono formola, e alcuni urlarono: Tirolo, Tirolo! ed altri: Lodrone, Lodrone! Autori principali di questo tumulto furono Antonio Inama di [p. 362 modifica]Dermulo, Bommartino Guaresco, Giovanni Gentilini e Bartolomeo da Cles, notaro; i quali, uniti successivamente a Federico di Malè e ad altri loro seguaci, invitarono il popolo a portarsi sotto il castello di Corredo, con alabarde ed armi d’ogni maniera. Difatti accamparonsi intorno a quel castello, collo scopo di distruggerlo, se loro fosse riuscito d’impossessarsene. Mentre i rivoltosi stavano con iscale e pali di ferro per eseguire il loro progetto, sopravenne Simone di Tono, luogotenente vescovile in esse valli, e chiese l’ingresso nel castello a nome del duca d’Austria; ma Bommartino Guaresco, coi complici più arrischiati, anzichè accordarglielo, insolentemente pretese ch’esso castello venisse consegnato nelle mani del popolo. E tant’oltre era arrivata la temerità dei ribelli, che nel dì della festa suddetta aveano spediti precetti penali agli uomini dell’Anaunia, affinchè niuno di loro ardisse d’ubbidire al vicario di essa valle, Nicolò Firmian, o ad altro ufficiale del vescovo. I ribelli, avviandosi verso castel Corredo, commisero ancora altri eccessi, fra i quali il derubamento della casa vescovile in Corredo, abitata da Antonio della Valle, massaro, infrangendo le porte e le finestre. E la notte seguente il Guaresco e l’Inama. coi loro compagni, data campana a martello in ambe le valli, comandarono a tutti di recarsi tosto verso Corredo, minacciando i renitenti di morte, e di saccheggio e d’incendio delle loro case, Diedero poi commissione a Federico e ad Antonio Cagnoni e loro seguaci d’invadere le case degli eredi di Guglielmino e d’Antonio Bevilacqua e d’Antonio Corradini. [p. 363 modifica] Ciò eseguito, s’avvanzarono depredandone molte altre, fra le quali l’abitazione di Davide Teutonico, dimorante nella valle di Sole, a cui levarono ogni cosa.

Mentre i ribelli erano ancora affaccendati intorno a castel Corredo, sopravennero due soldati di vaglia, Giorgio Danofer e un Paungorta, e ingiunsero al Guaresco di provedere alla sicurezza delle persone e delle sostanze di tutti. Promise ubbidire, e fingendo di trasferirsi nella valle di Sole per far eseguire il comando dei superiori, pernottò in Cles, e contro la data fede, eccitò i valligiani a spogliare un tal Prando di Verona e a dar la caccia al bestiame; il che fu così puntualmente messo ad esecuzione, che in breve tempo ne furono derubati e laici e cherici e sacerdoti. Oltreciò s’appropriarono la colletta dovuta al vescovo, ed altre ne imposero ai sudditi e le rascossero.

Simone di Tono, capitano delle Valli, fece allora sapere ai ribelli, che, non volendo ubbidire ai comandi delle autorità legittime, avrebbe fatto erigere nella valle di Sole il patibolo. Risposero petulantemente, che meglio sarebbe se il patibolo venisse piantato avanti Castel Fondo, suo feudo; ed aggiunsero, che una volta si risolvesse a rimettere in loro balìa il governo delle duo valli; minacciando lui e la sua famiglia e il di lui assessore maestro Negri di Brezio, il quale fu da loro costretto a restituire i bovi levati in pegno per le collette vescovili da essi usurpate. Insolentirono pure contro il Conte del Tirolo, le cui bandiere, sventolate per ischerno, vennero trascinate nel fango. A compimento del reo disegno, i ribelli introdussero nelle valli alcuni [p. 364 modifica]banditi, i quali commisero molte violenze e misfatti. Fra questi si segnalarono Pietro di Antonio Savi dei Bommartini coll’assassinio d’Antonio Corradini, ed alcuni giovani adescati colla promessa di cento ducati, i quali colsero in imboscata sulla pubblica via, mentre da Trento si recava al suo castello, il nobile Federico di Ossana, ed ivi barbaramente lo trucidarono. Con questo delitto finisce la relazione, che tronca abbiamo trovata nell’archivio vescovile; ove si custodisce inoltre una certa lettera anonima diretta al vescovo da Castel Corredo, colla data dei 29 maggio, giorno appunto in cui dai sollevati fu invaso. Cotesta lettera informa, che, i valligiani irritati della mancanza di parola dei commissarii vescovili, che già li aveano assicurati in Bolgiano di nominare pel dì di San Zeno un massaro, determinarono di volgersi contro Corredo e maltrattare i vicarii Calepino e Firmiano e demolire il castello. Il Firmian, avvisato di ciò, aver disposto l’occorrente per la difesa; essere sopragiunti i sediziosi in numero di circa trecento, intimando la resa, e, in caso di negativa, la distruzione totale del castello; essersi scusato Vigilio, unitamente al capitano del forte alla Rocchetta, asserendo ch’essi lo custodivano, come sostituiti da Nicolò Firmiano, in nome del vescovo e del conte del Tirolo. A tale risposta, i ribelli scaricassero le balestre contro il castello, e due di loro fossero feriti dai difensori; in vista di ciò, gli assedianti chiedessero una tregua fino al meriggio del dì successivo, onde trattare di un accomodamento; minacciando, se non fosse concessa, di rovinare il castello. Al mezzogiorno del dì [p. 365 modifica]seguente, essere comparsi i sediziosi in numero di quattromila all’incirca, armati di schioppi, lancie, tasche ed altri ordigni con molte scale e con travi da erigere tre forche su cui appendere i castellani. Essersi in questo mentre udite delle voci consiglianti a soprasedere all’assalto, giacchè veniva alla volta del castello Simone di Tono, con animo di conciliare le differenze. Sopragiunto difatti il de Tono con circa quattrocento armigeri, arringasse quell’accozzaglia di valligiani, esortandoli a rimettere in lui le pretese loro ragioni; e i capi gli rispondessero che non volevano attendere altri provedimenti, e ancora meno riconoscere per loro signore il vescovo di Trento; piuttosto essere disposti a mettersi sotto la protezione del conte del Tirolo. Approssimatosi Simone di Tono al castello, inducesse il castellano ad acconsentire alle domande degli ammutinati, salve le ragioni del vescovo, e il castello stesso fosse stato a lui consegnato. E in questa occasione, l’anonimo scrivente, che veniva cercato a morte, aver tentato inutilmente di calarsi lungo le mura; ma, incapace di muovere la pesantissima scala a mano, si fosse rifuggito nella camera in cui giaceva la moglie puerpera di Nicolò Firmiano, la quale udendo da lui il pericolo al quale era esposto per aver difeso il proprio onore e quello del di lei consorte, fosse contenta che s’appiattasse presso la sua testa, molto bene ravvolto nelle coltri, affinchè non venisse scoperto; e di là aver egli inteso quei forsennati a correre pel castello, gridando: Tirolo, Tirolo! e aver saputo che Simone di Tono promise per gli insorti, che nessuno sarebbe penetrato [p. 366 modifica]in quella camera. Partita quella gente, rimanesse in castello Giovanni Gentilini con pochi faziosi, il quale, accortosi che l’anonimo era nascosto nella suddetta camera nè potendolo avere nelle sue mani, esigesse per lui e per qualche altro dei partigiani vescovili una cauzione di cinquecento ducati; e non essendo in grado di darla, rimanesse ivi prigione. Fin qui l’anonimo colla citata sua lettera al nostro vescovo. Non abbiamo trovato carte da cui rilevare, che cosa succedesse di rimarchevole in questo riguardo. Dobbiamo però arguire che la suddetta ribellione andasse ben presto ad estinguersi; conciossiachè li 16 aprile dello stesso anno il vescovo Giovanni riconfermò alle valli di Annone e di Sole gli antichi loro privilegi, coll’aggiunta di molti capitoli da lui indirizzati a Nicolò di Firmian e ai suoi successori nel vicariato di esse966. Frattanto il castello di Corredo e le collette vescovili d’amendue le valli, esatte dal giorno dell’accennata ribellione, restarono come in deposito presso Sigismondo conte del Tirolo. I1 vescovo Giovanni, con replicate umili istanze, richiese la consegna dell’uno e delle altre. Vedendo che a nulla giovavano, convocò nel 1478 il Capitolo della cattedrale, i consoli della città di Trento, i vassalli, e i rappresentanti delle signorie e delle valli del Principato; e discusso con essi il grave argomento, fu deliberato di mandare al Conte del Tirolo una solenne ambasciata per chiedergli la restituzione del castello e delle rendite suddette. Contemporaneamente [p. 367 modifica]l’imperatore Federico III riprendeva per lettere il contegno del duca e lo tacciava di cupidigia e gli poneva sott’occhio la grande ingiustizia che commetteva, arrogandosi un territoriale dominio, che in niuna guisa gli apparteneva. Neppure a tali interposizioni e rimproveri si piegò l’animo ostinato del Conte del Tirolo, che continuò ad affliggere la Chiesa di Trento ed il suo vescovo a segno, che volendo questi intervenire alle Diete germaniche o recarsi alla corte ducale o all’imperiale, gli conveniva di volta in volta assicurare la sua persona mediante un salvocondotto967. Ai 27 di maggio 1478 il vescovo nostro ammise Giangiacomo di Tono, qual seniore di sua famiglia, alla investitura dei feudi ch’essa riconosce dalla Chiesa di Trento; fra i quali si annovera anche l’ufficio di pincerna ereditario del principe-vescovo968. Nel medesimo anno uscì la bolla, con cui il pontefice Sisto IV, dopo maturo esame dei processi originali costrutti in Trento contro gli ebrei, trasmessigli sotto sigillo del nuncio papale e del vescovo nostro, pronuncia di averli trovati conformi alle leggi, malgrado le frivole opposizioni della nazione giudea e dei suoi protettori, sostenuti dal commissario pontificio, monsignore di Ventimiglia, da essi corrotto; il quale non arrossì di carcerare un certo svizzero e l’Angelino, e di esaminare testimonii subornati per far cadere sovr’essi la colpa dell’infanticidio del beato Simone. E dopo aver commendata la diligenza del [p. 368 modifica]vescovo Giovanni in causa cotanto ardua, gli prescrive di essere attento, affinchè nell’incominciata devozione dei fedeli verso il santo bambino nulla intervenga di contrario alle costituzioni apostoliche, e di attenersi in proposito a ciò che determina il Concilio generale celebrato sotto Innocenzo III. Gli comanda nel tempo stesso di non permettere che i giudei, per privata vendetta, vengano aggravati nella vita o nella roba; anzi faccia in modo che possano vivere secondo la loro legge, e che i figli degli ebrei condannali siano, colle loro facoltà materne, riconsegnati alle madri loro, di fresco convertite alla fede cattolica969. Nello stesso anno il provvido vescovo comperò a beneficio della sua Chiesa da Baldassare di Montagna due case nel borgo di Fraporta di Tenno, collo sborso di sessanta ducati e cinque lire trentine970.

Nel 1479, il vescovo Giovanni, unitamente al suo Capitolo e al clero della città, attesi i moltissimi miracoli che per intercessione del martire Simone erano avvenuti, e l’approvazione apostolica dei processi originali, l’anno antecedente ottenuta, ricorse alla Santa Sede, acciò consolasse sè e la Chiesa di Trento coll’accordare all’innocente il culto dovutogli, e quindi arruolarlo allo stuolo dei santi martiri971. Nello stesso anno, munito di salvocondotto, si portò in Innsbruck per intervenire alla Dieta provinciale, in cui, non [p. 369 modifica]ostanti le differenze che tuttora esistevano col Conte del Tirolo, accordò, colle solite clausole, una gratuita contribuzione alla difesa della patria972.

Nel 1480, il sommo pontefice Sisto IV delegò Angelo vescovo di Feltre e Pietro vescovo di Cattaro a recarsi a Trento per rilevare giuridicamente il concorso dei fedeli alla tomba del beato Simone e la fama dei miracoli operati da Dio per di lui intercessione, con ordine di esaminare su di ciò testimonii probi e degni di fede, e di trasmettere alla Santa Sede le loro deposizioni ridotte in pubblica forma973. Nel febbrajo di quest’anno, il duca Sigismondo, riconosciuto finalmente il suo dovere, rilasciò al vescovo Giovanni i popoli delle valli di Annone e di Sole, da lui per alcuni anni ingiustamente signoreggiati. Il vescovo accordò agli esenti e gentili di esse valli la conferma dei loro privilegi, privandone quelli che furono gli autori ed istigatori della passata sedizione, finchè col pentimento e coi loro buoni servigi si meritassero l’assoluzione974. Dal legale esame di Antonio dei Zaforini, abitante in Levico, si rileva essersi gli uomini di detta giurisdizione ribellati in quest’anno contro il capitano di Castel Selva e contro il vicario di Levico975. Ebbe pure il vescovo Giovanni in quest’anno a terminare altra briga insorta tra i Rivani, sudditi della [p. 370 modifica]Repubblica di Venezia, e i Tennesi dipendenti dal Vescovato, nella quale si accennano contro ogni dovere interessati i fratelli di Lodrone a favore dei primi, benchè fossero vassalli della Chiesa di Trento. Ciò si deduce dal comando, trasmesso dal vescovo a Francesco, Bernardino e Parisiollo fratelli di Lodrone, di rimandare alle loro case, sotto la pena della decadenza dai feudi, i trecento bresciani da essi fatti venire in soccorso dei Rivani contro i Tennesi, ai quali venivano dai primi ingiustamente occupati i monti d’Embolo e Tobolo. Intorno a coteste differenze fu convenuta una tregua e quindi conchiusa una pace in Trento tra il vescovo, il Conte del Tirolo ed i Veneziani, mediante Francesco Tron oratore della Repubblica, coll’intervento degli ambasciatori del duca Sigismondo. Dopo essersi nell’istrumento di pace narrato il motivo della rottura (che fu il rapimento di alcuni animali fatto dagli uomini di Pranzo, sudditi veneti, ai sudditi vescovili di Tenno, e la tradotta di essi sui monti di Riva, per cui gli ultimi avevano armata mano investita e sottomessa la Bastia nel monte Embolo) si aggiungono i cinque seguenti articoli dalle parti ratificati: 1.° che la suddetta Bastia venga riconsegnata ai Veneti nello stato primiero; 2.° che le genti d’ambo i principi siano congedate e debbano tosto cessare le ostilità e atterrarsi i forti ivi innalzati dopo la seguita rottura; 3.° che nulla pregiudichi alle parti il passaggio e ripassaggio delle stesse nei rispettivi territorii; 4.° che le restanti differenze vertenti fra i sudditi vescovili e quelli della Repubblica vengano decise amichevolmente per mezzo [p. 371 modifica]di arbitri da nominarsi vicendevolmente nel termine di tre mesi; che tutti i prigioni siano rimessi in libertà. Ad onta di ciò, in questo stesso anno agitaronsi acremente diverse questioni tra i Tennesi e i Rivani intorno ai confini ed ai pascoli dei monti di Tobolo e d’Embolo; su che si leggono varii ricorsi dei primi al vescovo Giovanni e lettere al nostro prelato dei veneti provveditori Dandolo e Marcello, e da questi al capitano di Tenno, che originali si conservano nell’Archivio vescovile. E le medesime questioni, non ostante la conchiusa pace, rinnovaronsi negli anni susseguenti e non finirono che colla guerra del 1509. Nel 1481, alle premure del vescovo Giovanni onde fossero tolti i suddetti ed altri gravami, risponde il doge Mocenigo, che avrebbe di bel nuovo spedito Francesco Tron per sopire amichevolmente le differenze. Il Tron venne, ma non essendo a lui e a Giorgio de Fatis decano e delegato vescovile riuscito accordarsi, fu fatto compromesso in Sisto IV pontefice; il quale, due anni dopo, con bolla diretta al vescovo di Bressanone e al preposito di S. Michele comanda, che se gli uomini di Riva e di Tenno non fossero per ubbidire alla proibizione ad essi fatta de nihil innovando, li dichiarino scomunicati, e, quando loro paresse espediente, impongano l’interdetto976.

Nel 1481 i Consoli del Municipio di Trento fecero acquisto della casa con torre, esistenti nella contrada [p. 372 modifica]dei Bellenzani, chiamata presentemente contrada larga, da Antonio Bommartino pel prezzo di ducati 370, da troni sei e mezzo l’uno, onde servirsene ad uso del Magistrato e della Comunità, oggi detta il Palazzo pubblico o civico977. Nel medesimo anno i surriferiti vescovi di Feltre e di Cattaro, delegali apostolici, dopo aver legalmente rilevato le grazie e i miracoli innumerevoli fatti da Dio per intercessione del martire trentino, e veduta coi proprii occhi l’affluenza dei popoli e l’oblazione dei fedeli alla tomba di lui, trasmisero alla Santa Sede i processi da sè instituiti, colla genuina relazione dei fatti più essenziali. Le premure del vescovo e del clero trentino, avvalorate dai suddetti processi, non produssero il bramato effetto che al tempo del vescovo e cardinale Lodovico Madruzzo (vale a dire cento e sette anni dopo), in cui il beato Simone fu da Sisto V pontefice annoverato tra i santi martiri innocenti, e approvato il di lui culto, assegnando il giorno 24 di marzo per la di lui festività, da essere celebrata con messa ed officio proprio nella diocesi di Trento, con cento giorni d’indulgenza a tutti i fedeli che visiteranno la parochiale dei Ss. Pietro e Paolo, ove giace il sacro deposito978. Tre sono le cappelle erette in onore del santo. La prima fu fabbricata a lato della parochiale suddetta, e in essa, dietro l’altare, fu dal vescovo Giovanni riposto il sacro corpiciuolo in urna decente. In questa occasione il pio prelato riedificò dai [p. 373 modifica]fondamenti la parochiale medesima, coll’ajuto delle copiose elemosine fatte dai fedeli in quel primo fervore a contemplazione del santo. La cappella fu poscia di tempo in tempo abbellita, sicchè ora apparisce stuccata maestrevolmente, e l’altare è di fino marmo. La seconda fu fabbricata nella casa di Samuele, nel luogo stesso in cui il santo fu trucidato; la quale dal presente possessore di essa, Sig.r Salvadori, venne adornata con altare di marmo e con ricchi arredi. L’ultima poi è stata costruita ai dì nostri dai conti Bortolazzi nel Fossato, luogo della nascita e rapimento del beato fanciullo, con dispendio considerevole, e dipinta a fresco da buona mano, con altare di marmo. Nel settembre di questo medesimo anno, il vescovo Giovanni comandava allo Scario della valle di Fiemme di consegnare prontamente e ad ogni richiesta al vicario di quella vallo le chiavi delle prigioni, quando allo stesso occorra valersene per rinchiudervi i rei, senza più pretendere di risaperne le cause. E il seguente anno inibiva allo stesso Scario e ai giurati di moderare le sentenze vicariali di bando od altre, loro riservando in ambi i casi di portare al suo tribunale le loro ragioni, se mai si credessero aggravati979.

Nel 1482, tra il vescovo Giovanni e Nicolò Firmian fu convenuto di comporre per via di arbitri da essi eletti, e d’un terzo, o soprarbitro, da deputarsi dall’arciduca Sigismondo, l’insorta questione fra gli uomini dell’antico Mezzo, presentemente nominato [p. 374 modifica]Mezzolombardo, e gli uomini del nuovo Mezzo, ora Mezzotedesco, a motivo del taglio delle legne e del diritto di boscheggiare nell’Ischia; fatto che aveva al sommo impegnate ambedue le superiorità980. Da una lettera dell’imperatore Federico III all’arciduca Sigismondo si scopre a chiare note, che poco o niun frutto aveano prodotto le prime del 1478, che gli ingiungevano di desistere dagli atti pregiudicievoli alla Chiesa di Trento e al Sacro Romano Impero, sul vano pretesto del diritto territoriale che in nessun modo gli competeva981. Nel maggio del detto anno, il vescovo Giovanni comprava, pel prezzo di trentatre ducati, da grossi 60 l’uno, una casa nel borgo Fraporta di Tenno, nella contrada della Porta, da Pelegrino Vinaccia, della villa di Cevola di detta pieve, a beneficio del Vescovato; e ciò nella congiuntura dell’essersi il vescovo ivi ritirato onde preservare la propria persona dal morbo pestilenziale scoppiato in Trento e nella podestaria982. Nel dicembre dello stess’anno, il vescovo, con deffinitiva sentenza, decise a favore degli abitanti di Stenico la questione vertente da molti anni sul diritto di irrigare e di pascolare nel monte Gruale, contro gli uomini di Pinzolo nella valle di Rendena983.

Nel 1483, in riconoscenza dei servigi prestati alla Chiesa per più anni da Giovanni Rezner, burgravio [p. 375 modifica]del Castello del Buon Consiglio, ma specialmente della impareggiabile vigilanza con cui nell’estate del decorso anno, infierendo la peste nella città di Trento e contorni, assente il principe, aveva custodita la medesima città ed il castello, il vescovo nostro lo investe, a titolo di donazione irrevocabile, d’una vigna situata sopra la Lasta, nel luogo detto in Arbena, devoluta alla Camera; colla tenue annua retribuzione di due brente di vino dolce e bianco, nascente nella vigna suddetta984. In questo stesso anno, alla casa da lui comprata l’anno trascorso nel borgo di Tenno, aggiunse il vescovo un’altra, acquistata collo sborso di ducati 14, nella stessa contrada della Porta, di ragione d’Antonio e Francesco fratelli Bertone, della villa di Favro, pieve di Lomaso985. Nel medesimo anno, d’ordine del vescovo Giovanni, fu rilasciato un monitorio, sotto pena della scomunica, per obbligare i renitenti al pagamento del cattedratico, che pian piano andava in disuso, a pregiudizio delle ragioni dell’Ordinariato986. Da un atto di manifestazione di certi beni spettanti al Priorato di Campiglio, eseguito con licenza di Nicolò Firmian, capitano e vicario generale delle valli di Annone e di Sole per l’arciduca Sigismondo, si deduce che il Conte del Tirolo in quest’anno dominava in quelle valli; benchè sopra di esse non avesse diritto alcuno987. [p. 376 modifica]

Nel dì penultimo di novembre del medesimo anno fu confermata la vendita di certi beni confiscati ad alcuni di Isera, fra i quali a Enzelino Platner, per aver tentato di consegnar Castelcorno nelle mani dei nemici del Principato988.

Venendo troppo lesi da alcuni prepotenti i regali del Vescovato di Trento, con farsi lecito di levare ai poveri le sostanze, di esercitare il jus gladii senza la permissione del vescovo, e d’impedire le appellazioni all’imperatore, nel 1484 il nostro zelante prelato ottenne da Federico III un editto vietante simili attentati989. Nell’agosto dello stesso anno, il vescovo Giovanni decise la questione, che poteva insorgere intorno alla validità dello Statuto Trentino in quelle parti nelle quali si scopriva corretto con freghi e rasure, propostagli dal podestà Paolo di Oriano; dichiarando, che, nel giudicare si dovesse attenersi alla seguente massima: che, ove le dette cassature e rasure portassero qualche pregiudizio alla vescovile superiorità e giurisdizione, avessero a riputarsi come nulle ed invalide, tanto nel civile quanto nel criminale; e che ove, all’incontro, le premesse cassature e rasure riguardassero la punizione dei delitti, le condanne, e l’aumento di sua potestà, fossero di pieno valore e osservanza990. Li 15 settembre del corrente anno gli uomini di Storo chiesero al vescovo come dovessero contenersi circa [p. 377 modifica]l’occupazione della bastia di Storo, eseguita coll’opera di 200 armati da Parisio di Castel Romano, feudatario della Chiesa di Trento991. Del settembre di quest’anno è il contratto dell’arca d’argento in cui riporre il corpo di S. Simonino, che fece il vescovo Giovanni con Vittore Lehemann, argentiere, pel prezzo di fiorini tre di fattura per ogni marca d’argento992. Abbiamo inoltre accertate notizie della lite strepitosa sostenuta dal nostro prelato contro Mattia e Giorgio fratelli di Castelbarco, che aveano tentato di sturbarlo dal pacifico possesso di Castelcorno e di Castel Nomi con un ricorso alla Curia imperiale, ove anco ottennero sentenza favorevole; dalla quale sentendosi aggravato, il vescovo interpose l’appellazione alla Santa Sede. Questa, avendo delegato Marco vescovo di Preneste, cardinale e patriarca d’Aquileja, avanti di lui furono legalmente citati essi fratelli, ad istanza di Giorgio Terlago, decano di Trento, costituito procuratore vescovile e comparso in Roma ad agitarvi la causa993.

Nel 1486, il vescovo Giovanni confermò agli abitanti di Tenno certa carta di Regola, che, fra gli altri capi a lor favorevoli, contiene la indennizzazione di essi dagli aggravi delle persone forensi. Concesse ancora nel medesimo anno agli uomini di Storo certi luoghi comunali ridotti a coltura, da godere sotto titolo enfiteutico, colla remissione plenaria della decima; non [p. 378 modifica]obbligandoli che a corrispondere la quarta alla pieve di Condino, di cui la chiesa curata di Storo è figliale994. In questo stesso anno, il vescovo nostro scrisse al Conte del Tirolo lagnandosi di aver esso ricercato il giuramento di fedeltà dai sudditi vescovili, e dichiarando che il Principato di Trento non riconosceva altra dipendenza che dal Sacro Romano Impero, di cui è membro995. Altro pregiudizio tentò d’inferire il Conte del Tirolo ai diritti vescovili, chiedendo istantemente al nostro vescovo, che procurasse d’indurre i sudditi trentini all’osservanza degli Statuti tirolesi. Ma il vescovo non aderiva all’inchiesta996.

Li 21 settembre di quest’anno 1486, nel giorno di S. Matteo, avvenne la morte del vescovo Giovanni Hinderbach, caduto apopleticamente di cavallo sulla strada pubblica, mentre tornava dalle funzioni della cattedrale, nell’anno sessantesimo ottavo dell’età sua. Il suo cadavere fu seppellito nella suddetta cattedrale, vicino all’altare di S. Dorotea, in un’urna di marmo con decorosa iscrizione, e dipoi trasferito nella cripta di S. Massenza al sinistro lato dell’epistola. Egli fu principe vigilantissimo e dotto; del che fanno prova le note da lui apposte a quasi tutti i codici della vasta biblioteca vescovile da lui notabilmente aumentata, i libri a stampa, i manoscritti, i calendari e le vite dei vescovi suoi antecessori. Abbellì di ricchi arredi la [p. 379 modifica]Chiesa sua sposa, adornò di varie fabbriche la città, costruì parecchi forti a difesa e presidio del Principato. Di lui abbiamo un utile ordinamento, inserto negli Statuti municipali, riguardante i vini forestieri. Egli riedificò Castel Corredo, riavuto malconcio dalle mani del duca Sigismondo. Negli ultimi suoi giorni sostenne per l’Imperatore una decorosa ambasciata presso la Repubblica di Venezia; e finalmente ricuperò il palazzo vescovile in Bolgiano, occupato dal Conte del Tirolo; palazzo, che essendo stato quasi subito dopo consumato dal fuoco, avrebbe rimesso nella primiera sua condizione, se non l’avesse prevenuto la morte.

Il Capitolo, volendo usare del suo diritto, affrettò l’elezione del successore; tanto più che sapeva avere l’imperator Federico ottenuta dal papa la facoltà della nomina al Vescovato di Trento. Riunitisi in collegio i canonici, nel giorno di S. Girolamo, 30 settembre 1486, dopo soli nove giorni di vacanza della sede vescovile, elessero Udalrico III di Frundsberg, nobile augustano, canonico di Bressanone, di Frisinga e d’Augusta, ove dimorava. Ai primi di dicembre dello stess’anno, la Cattedrale di Trento fece il prezioso acquisto d’una santissima spina della corona di Gesù Salvatore, donatale da Vincenzo di Monfort, canonico di Trento, al quale per gratitudine il Capitolo decretò un annuale anniversario, che tuttora si celebra.

Per altro alla elezione di Udalrico si oppose con tutta la forza Federico III, presentando alla Santa Sede, in vigore dell’ottenuto breve, Giorgio di Wolkenstein, giovane d’età ed accettissimo a Massimiliano suo [p. 380 modifica]figlio, con istanza premurosa affinchè il pontefice Innocenzo VIII lo confermasse997. Il neo-eletto Udalrico, appena ebbe intesa la sua esaltazione e la nomina contraria di Giorgio, si dispose alla partenza da Augusta, che nondimeno fu ritardata fino alla primavera del 1487, non avendo prima potuto procacciarsi l’occorrente sostegno, che allora gli venne somministrato dal Conte del Tirolo, il quale per proprio utile e pel debito di avvocato della Chiesa di Trento, si accinse alla difesa delle ragioni e consuetudini capitolari. Raccolto il contante necessario a far valere le sue ragioni, sotto il patrocinio dell’arciduca lasciò la patria, e giunto in Ala d’Innsbruck, per vieppiù impegnare a proteggerlo il suo mecenate, col consenso del suo Capitolo, rinnovò secolui i patti pregiudicievoli accordati dall’immediato suo antecessore nel 1468. Sigismondo, a sua volta, dava ordine a Vettore di Thun, suo capitano all’Adige e burgravio del Tirolo, e a Simone di Thun, suo consigliere, d’introdurre il vescovo nell’attuale possesso del Principato998; il che però non avvenne che l’anno seguente. Imperocchè, preso congedo dal Conte del Tirolo, che l’accompagnò con sue commendatizie al pontefice ed ai cardinali, e passato per Trento, ove gli fu consegnato l’ampio decreto della sua nomina, prosegui tosto verso Roma onde ottenere la conferma apostolica999.

Mentre in Roma, i due avversarii propugnavano [p. 381 modifica]le proprie ragioni, il Principato di Trento si trovò repentinamente involto nella guerra che Sigismondo, conte del Tirolo, spalleggiato da altri principi della Germania, mosse alla Repubblica di Venezia, sotto pretesto di una questione circa i confini dei rispettivi stati. Il Capitolo di Trento, legittimo depositario dell’autorità sovrana del Principato, sede vacante o in assenza del vescovo, potè facilmente venire indotto dal Conte del Tirolo, avvocato della nostra Chiesa, a prendere attiva parte alla lotta; tanto più, che gli si richiamava alla mente l’occupazione dei Vicariati eseguita nei primi decenni di quel secolo dai Veneziani, in virtù del testamento di Azzone di Castelbarco, e i recenti dissapori colla medesima Repubblica in materia dei confini tra Riva ed Arco. L’arciduca dunque discese con un esercito numeroso e bene agguerrito, e, raccolte le milizie trentine sotto la condotta di Giorgio di Pietrapiana, si spinse fin sotto a Roveredo, città già appartenente al Vescovato, ma allora posseduta dai Veneziani. Dopo quaranta giorni di assedio la obbligava alla resa; ma il castello, alla difesa del quale vegliavano Nicolò Priuli e Francesco Grasso, resistette all’oste nemica. La Repubblica spediva in soccorso agli assediati e a difesa delle altre terre Roberto Sanseverino, con una valida mano di fanti e di cavallieri; il quale tuttavia non giunse in tempo per impedire la perdita anche di quella rocca. Sorta poco dopo non so quale discordia fra i principali comandanti tedeschi, i principali tra essi si ritirarono, lasciando allo scoperto Roveredo, che fu subito ripigliato dai Veneti; i quali s’impadronirono ancora del [p. 382 modifica]castello di Storo nelle Giudicarie, di quello di Nomi nella valle Lagarina e d’Ivano nella Valsugana, coll’ajuto dei conti d’Arco e di Lodrone. Ai Veneti inoltre si sottomisero con onorevoli patti le comunità di Bono, di Tione, di Bolbeno, di Zuccolo, di Susato, di Breguzzo, di Bondo, di Cimego e di Castello, nelle Giudicarie. Da avvenimenti sì prosperi incoraggito il Sanseverino, rivolse l’animo alla conquista della città di Trento, capitale del Principato. Fatto costruire un ponte di barche sopra l’Adige, traghettò all’opposta riva l’esercito; ma mentre i soldati, non sospettando alcuno attacco, si riposavano, parecchie compagnie di fanti trentini e delle prossime ville irruppero dai monti contermini sul campo nemico, e vi gettarono lo scompiglio e il terrore. Gli stipendiati della Repubblica in piena fuga si precipitarono verso il ponte, e nella foga sospinsero nel fiume Adige il loro generalissimo Sanseverino, che li animava a far sosta e a resistere. Grande fu la strage dei Veneti; quelli che non furono uccisi col ferro, perirono nelle onde del fiume. Tra questi ultimi era il prode Sanseverino, il cui cadavere fu trasportato in Trento e sepolto nella cattedrale in avello di marmo, colla di lui effigie scolpita al naturale, e una relativa iscrizione; indi nel 1498 le di lui ossa vennero trasferite nella città di Milano. Questa segnalata vittoria seguì li 10 agosto 1487, vicino alla villa di Calliano; e in memoria di essa, il magistrato consolare costuma ogni anno in detto giorno portarsi alla chiesa di S. Lorenzo, fuori le mura, ad assistere alla messa cantata in onore del protomartire. Dopo tal fatto [p. 383 modifica]si pensò da ambe le parti alla pace, alla quale consigliavano anche il papa e l’imperatore. Essa ebbe presto il bramato effetto in Venezia, ove si raccolsero gli ambasciatori dell’arciduca, e fra questi anche il vescovo nostro Udalrico. Gli articoli di essa furono i seguenti : 1.° che fra le parti contendenti abbia luogo la primiera armonia e la dimenticanza delle ingiurie passate, anche a vantaggio di quelli, che loro prestarono ajuto; 2.° che gli eserciti, sigillata che sia la pace, vengano intieramente sodisfatti; 3.° che si riapra il commercio fra i sudditi rispettivi, come prima della rottura; 4.° che si rimettano in libertà i prigionieri fatti durante la guerra; 5.° che i beni rapiti ai negozianti veneti nelle fiere di Bolgiano ed altrove, ancora esistenti, siano restituiti, e l’equivalente dei distratti sia corrisposto nel termine di un anno, dandone l’arciduca cauzione, e lasciando in Venezia a mallevadori quattro dei suoi consiglieri, nominati nell’istrumento; 6.° che siano liberati senza alcun danno i mercanti arrestati, e ad essi venga restituita ogni cosa loro levata; 7.° che siano egualmente restituite al Dominio Veneto le miniere di Primiero ed altre occupate nel principio della guerra, assieme ai frutti indi percetti, contro però il pagamento degli operai; e così viceversa le tolte dai Veneti all’arciduca; con dichiarazione rispetto ai frutti, che, se questi esistono, entro un mese vengano corrisposti, e se fossero consumati, entro un anno, sotto la malleveria di Antonio dei Cavalli e di Giovanni Gilli, che ne assumevan l’incarico; 8.° che siano dall’una parte e dall’altra levati i sequestri dei beni e delle [p. 384 modifica]entrate dei sudditi; 9.° a riguardo dell’interposizione di Sua Santità, dell’Imperatore e del Re dei Romani, il doge rilascia all’arciduca quelle valli e pievi che in questa guerra furono sottomesse dai conti di Lodron stipendiati dalla Repubblica, le quali si dicono appartenenti al Principato di Trento, volendo che esse siano restituite al vescovo-principe, subito dopo l’effetto delle stipulate cauzioni; con patto che il forte di Storo sia tosto demolito, nè più altro possa in esse valli per l’avvenire essere fabbricato; 10.° che i castelli di Nomi e d’Ivano, coi luoghi occupati nella presente guerra dai Veneziani, siano dati in deposito al papa, alla cui decisione debbano acquietarsi ambe le parti; ricevendo intanto il vescovo di Treviso, legato apostolico, in nome del pontefice il giuramento di fedeltà dai custodi e sudditi di quelle giurisdizioni, che prima l’aveano prestato al Dominio Veneto; 11.° i conti d’Arco s’intendano inchiusi in questa pace e si ricevano in grazia dell’arciduca; 12.° lo stesso avvenga dei conti di Lodrone e di quelli di Gresta1 000. Terminato l’arduo ufficio, Udalrico si ricondusse alla Corte di Roma per sollecitare la sua conferma. Il doge di Venezia gli diede commendatizie pel Sacro Collegio, nelle quali esalta il di lui contegno nel trattato di pace. Altrettanto fece per lui l’arciduca; ma contuttociò, non gli riuscì di vedere appagati i suoi voti che l’anno seguente1 001. Malgrado la pace conchiusa, nel dicembre del medesimo anno, Francesco, [p. 385 modifica]Bernardino e Paride di Lodrone, sempre molesti al principe di Trento loro signore, ardirono di vietare, sotto pena di morte, agli uomini di Storo e di Condino, sudditi vescovili, di non uscire dai confini della pieve di Tione1 002. In questo stesso anno il Conte del Tirolo impartì alle valli di Annone e di Sole un privilegio assai ampio1 003.

Nel 1488, dopo diligente discussione intorno ai diritti d’ambi i competitori al Vescovato di Trento, la Corte di Roma decise in favore di Udalrico di Frundsberg; il quale, consacrato in quella metropoli, s’avviò verso Trento, ove prese solennemente possesso della sua Chiesa, li 7 agosto. Dovette però il nostro vescovo contrastare a lungo col cardinale Orsini, al quale il papa aveva assegnata la pensione di cinquecento scudi d’oro sul Vescovato di Trento. La questione durò quattro anni con sommo dispendio del nostro vescovo1 004. Dei 27 giugno di quest’anno è l’atto di appellazione interposto alla Santa Sede da Simone preposito di S. Michele all’Adige contro il Capitolo di Trento per l’erezione d’una messa quotidiana nella cappella di S. Udalrico in Lavis, d’ordine di esso Capitolo, che in tale tempo amministrava lo spirituale, in assenza del vescovo; sostenendo il preposito che la detta erezione fosse di pregiudizio alla chiesa parocchiale di S. Maria di Giovo incorporata alla Prepositura1 005. [p. 386 modifica]

Nel 1480, Udalrico confermò alle comunità di Mezzana, di Borgo e di Menasio, pieve di Ossana, i privilegi e statuti loro concessi dai vescovi antecessori Enrico e Alessandro1 006. Li 17 e 18 marzo di quest’anno pubblicò le sue costituzioni sinodali nella cattedrale di S. Vigilio, ripiene di provvidi regolamenti pel clero e pel popolo diocesano1 007. Nell’aprile rinnovò all’arciduca Sigismondo, suo mecenate, la convenzione seco stipulata subito dopo la sua elezione in Ala d’Innsbruck. In sequela di ciò, Sigismondo, avanzato negli anni e mosso dalla sinderesi, restituì ad Udalrico le valli di Annone e di Sole, da lui per sì lungo tempo indebitamente possedute, assolvendo i sudditi dal giuramento prestatogli1 008.

Non ostanti i passati dissapori, il vescovo Udalrico accolse con tutto l’onore nella propria residenza l’imperatore Federico III nel suo passaggio per Trento. Questi, ricevutolo in piena sua grazia, gli accordò la investitura della temporalità e le regalie, con diploma dei 21 giugno dell’anno corrente1 009. Nello stesso mese, il vescovo nostro invitava con un proclama tutti i feudatarii e vassalli della sua Chiesa alla debita ricognizione dei feudi che da essa tenevano, sotto le pene legali della caducità; e questo proclama fu fatto affiggere alle porte della cattedrale, della parochiale di Bolgiano, e delle chiese di Riva, di S. Zeno e di [p. 387 modifica]Roveredo1 010. Nell’agosto di quest’anno, il vescovo Udalrico, qual delegato dell’imperatore e come padrone del feudo, decretò che le cose divise rimangano divise fra Andrea ed Odorico conti d’Arco, e si dividano le indivise; con questa legge però, che il mero e misto imperio o la giurisdizione non si divida, ma così intera nel primo anno si eserciti dal più giovane e nel secondo dal seniore, e vi sia un solo giudice, il quale venga eletto da entrambi, e renda ragione a tutti nel contado di Arco, eccettuato nel castello di Drena, in cui si giudichi secondo la consuetudine antica1 011. In novembre dello stess’anno, il vescovo nostro rinnovò alla comunità di Ossana il privilegio vinario, secondo la concessione e rispettiva conferma ottenuta dai vescovi Alessandro, Giorgio e Giovanni di buona memoria1 012. Finalmente, nel medesimo anno, in una Dieta tenutasi in Innsbruck, egli acconsentì ad una volontaria contribuzione, accordala all’arciduca1 013.

Nel 1490, il nostro vescovo, grato dei servigi prestati alla sua Chiesa dalla comunità di Storo, estese il privilegio concessole dall’immediato suo antecessore, accordandole che il di lei vicario in civilibus potesse giudicare le cause fino alla somma di fiorini cinquanta. Confermò inoltre alla stessa comunità alcuni statuti o regolamenti, e in ispecie quello che riguarda la [p. 388 modifica]vendita dei beni stabili1 014. Approvò pure un nuovo regolamento favorevole agli uomini delle Giudicarie, sottoposti alla giurisdizione di Castel Stenico.

Per levare al leggitore un po’ di quel tedio che gli debbe necessariamente venire dai nostri annali, accenneremo alla sostanza di certa lettera che il celebre Francesco Sforza duca di Milano scriveva li 24 settembre 1490 a Galasso di Campo, suo confidente. Con essa lo chiama a sè per la terza volta, e lo previene che se peranco non si risolvesse a condiscendere al vivo suo desiderio di averlo ad ospite, ricorrerà al partito adoperato già da Maometto; il quale, avendo invitata a sè una montagna, e visto ch’essa non movevasi dal suo posto, si risolse di andare egli a visitarla in persona1 015.

In questo medesimo anno l’arciduca Sigismondo, aggravato d’anni e privo di successione, rinunciò a Massimiliano I re dei Romani, suo consanguineo, la Contea del Tirolo, contro l’annua pensione di cinquantaduemila fiorini e la proprietà delle caccie; e il vescovo nostro Udalrico rientrò nel possesso delle miniere esistenti nella valle di Annone, che per l’addietro erano state occupate dal Conte del Tirolo; godendone per metà gli utili con Massimiliano, come tuttora si pratica in tutto il Principato di Trento, in vigore di certa convenzione intorno a ciò stipulata nella permuta di Bolgiano con Pergine, l’anno 1531, della quale parleremo [p. 389 modifica]a suo tempo1 016. Matteo degli Ubaldi, uditore del papa, in quest’anno, dichiarò incorso il vescovo nostro Udalrico nell’interdetto con monitorio, qualora non si disponesse a contribuire al cardinale Orsini cinquecento fiorini d’oro di pensione annua a lui riservati sopra la Chiesa di Trento. Evvi poi un breve pontificio trasmesso al re dei Romani, a favore del vescovo, riguardante la sospensione delle incorse censure, ed un altro allo stesso vescovo che effettivamente sospende quelle censure a beneplacito del papa1 017. Quest’anno terminò con una Dieta tenutasi in Merano da Massimiliano I per ottenere un volontario sussidio, al quale accondiscese anco il vescovo nostro.

Nel 1491, Udalrico riformò lo statuto municipale, adattandolo ai tempi; e nel marzo uscì la decisione arbitramentale d’Innocenzo VIII, in virtù della quale furono consegnati all’imperatore Massimiliano i castelli d’Ivano e di Nomi, stati sotto sequestro del vescovo di Treviso, conforme all’articolo decimo della pace del 1487 fra la Repubblica di Venezia, il Conte del Tirolo e il vescovo di Trento1 018. In questo stesso anno il vescovo Udalrico dichiarò devoluti e confiscati i beni di Giovanni Gottardo e Giovanni Francesco Perozzi di Trento, per essere stati ribelli alla Chiesa e avere commesso omicidio nella persona di Francesco dei Poni, [p. 390 modifica]cittadino di Trento, ed altri misfatti; i quali beni, messi all’incanto, vennero acquistati da Stefano Cazzuffo.

Nel 1492, la città di Trento ottenne da Massimiliano I, come conte del Tirolo, ampia conferma dei suoi privilegi e statuti1 019. In quest’anno finalmente si terminò l’ardua e lunga contesa fra il nostro Udalrico e il cardinale Orsini, a motivo della pensione pretesa da quest’ultimo. Il vescovo, avendo inutilmente rappresentato al papa la scarsezza delle rendite vescovili, i debiti contratti per difesa del Vescovato, per cui era stato costretto di oppignorare al Conte del Tirolo le rendite provenienti dal vino di Termeno per la somma di ragnesi 8100, ricorse all’intercessione di Cesare che lo raccomandò caldamente al pontefice e procurò che alle sue preghiere si unissero anche quelle dell’arciduca e della Lega Sveva col Tirolo confederata. A sì poderose istanze il papa ed il cardinale dovettero cedere, e Udalrico fu liberato dalla pretesa imposizione1 020. Per sanare i debiti onde s’era aggravato per sostenere la costosa lite, gli fu però forza di alienare parecchi stabili camerali; e fra questi la casa con torre nella contrada di S. Pietro, da lui nel 1492 venduta, col consenso del suo Capitolo, al Magistrato del Municipio di Trento, ad uso di macello, pel prezzo di fiorini dugento e diciotto, dei quali la mensa vescovile gli andava debitrice1 021. Di quest’anno è pure la [p. 391 modifica]conferma vescovile dell’elezione in priore dell’ospitale di S. Maria di Campiglio fatta nella persona di fra Tommaso dei Brentonichi di Cles, per la rinuncia del priore fra Giovanni di Calabria. Il nuovo eletto fu messo in possesso di quel monastero da Guglielmo di Castel Nano, pievano di S. Stefano di Revò, commissario del vescovo nostro1 022.

Nel 1495, il vescovo Udalrico fece pubblicare ed affiggere un secondo editto perentorio che citava tutti i vassalli e feudatarii della Chiesa di Trento a prestare il giuramento di fedeltà e a rinnovare la investitura, sotto pena della devoluzione, quando essi non satisfacessero al loro obbligo dentro tre mesi. Li 20 luglio dell’anno medesimo, per ordine di Massimiliano e del nostro vescovo, e col consenso dei Perginesi e dei Levicani, fu composta dal cavaliere Leonardo di Vels, governatore delle saline di Ala d’Innsbruck, la differenza che da molti anni vertiva fra la predetta Maestà ed il vescovo di Trento intorno all’alta e bassa giurisdizione, alle caccie, alla pescagione del lago, e quella fra i rispettivi sudditi, riguardo ai pascoli, alle erbe, al legname del monte di Canzana sopra il lago di Levico fra le due fontane Merlezzo e Merlezza. In questo incontro si piantarono i termini divisorii e fu dichiarato quanto si aspettava al Conte del Tirolo, re dei Romani, e ai Perginesi dall’una, e quanto al vescovo di Trento e ai Levicani dall’altra, con iscambievole sodisfazione d’ambe le parti1 023. [p. 392 modifica]

Ad onore del vescovo Udalrico ascriver dobbiamo l’aumento notabile della biblioteca episcopale; la fabbrica, a grave suo costo, del ponte di viva pietra sopra il torrente Avisio, non lungi dalla sua imboccatura nell’Adige; e la ristaurazione del palazzo vescovile nella valle di Fiemme, che per l’antichità minacciava rovina. Egli, al pari del vescovo Federico di Wanga, usò il palio arcivescovile, e a lui pure fu dato il titolo di arcivescovo. Per testamento lasciò erede la Chiesa di Trento di tutto il suo avere, se ne eccettui alcuni legati1 024. Dopo cinque anni appena di regno, per itterizia ο travasazione di bile, contratta nei giorni canicolari, fini di vivere li 10 agosto 1493, in Cavalese, capoluogo della valle di Fiemme. Il di lui corpo fu sepolto nella cattedrale di Trento in avello di marmo, dentro la cripta di S. Massenza, con opportuna iscrizione. Nei pochi giorni che passarono fra la morte di Udalrico III e l’elezione del successore, trovasi un solo atto giurisdizionale esercitato dal Consiglio aulico vescovile, ed è la sequestrazione dei beni d’un Levicano1 025.

Li 20 agosto 1495 fu dal Capitolo sostituito al defunto vescovo il canonico Udalrico di Lichtenstein, di nazione tirolese e di cospicua famiglia. Appena nominato, il re dei Romani instette per lettere che il nuovo eletto dichiarasse suo coadjutore Cristoforo de Schroffenstein, canonico di Trento e suo consanguineo. Ma Udalrico seppe usare tanta circospezione, che senza [p. 393 modifica]dare un rifiuto alla Maestà Cesarea, potè far differire la nomina del candidato proposto, d’altronde riconosciuto da lui persona eccellente e capace. È rimarchevole che fra le ragioni per la dilazione, il vescovo addusse anche questa: «ut pericula et laqueos Romanos caveamus. Udalrico pregò in tale occasione il re Massimiliano a voler far levare il sequestro sopra le rendite delle pievi di Caldaro e di Eppan, e mettere ordine ad altri negozii pendenti1 026. In quest’anno, ad istanza del re Massimiliano, Alessandro VI sommo pontefice rilasciò nuova bolla intorno alle qualità dei canonici di Trento, con alterazione sostanziale della bolla di Sisto IV intimata al Capitolo l’anno 1474. Di quest’indulto però non fu fatto uso; il che chiaro si scopre dalle bolle posteriori di Clemente VII, Paolo III e Benedetto XIV, le quali di esso indulto non fanno alcuna menzione, e solo si riferiscono a quello di Sisto. Le qualità che la bolla d’Alessandro VI richiedeva per gli aspiranti alla dignità canonicale erano ο la discendenza da padre e madre nobili e militari, ο il dottorato ο il licenziato in una università1 027. In questo stesso anno dovette il vescovo Udalrico soffrire una ribellione dei Tennesi; i quali, ben presto pentiti del loro errore, per intercessione del conte Andrea d’Arco, di Giovanni di Weineck, di Giovanni Hassler e d’altri, furono dal pio signore restituiti nella sua grazia; promettendo essi di adempire a quanto venisse loro comandato, ma [p. 394 modifica]specialmente di assumere un nuovo sindaco e di esibire i libri dell’estimo, che erano stati i motivi impellenti alla rivolta1 028.

Nel 1494, il vescovo Udalrico decretò che la città contribuisca per un terzo e i comuni esteriori per gli altri due terzi all’onorario di cento carra di vino, stabilitosi di presentare al re dei Romani. E nel detto anno, per ordine di Massimiliano e del vescovo nostro, fu ripiantato nel sito primiero, a seconda della convenzione dell’anno antecedente, un termine svelto clandestinamente dai Levicani a pregiudizio dei Perginesi, nei designati confini1 029. Essendo nata questione fra le comunità esteriori di qua e di là dell’Adige e gli uomini di Povo, di Vezzano, di Calavino e Lasino, in occasione delle collette straordinarie accordate al re Massimiliano e imposto anche ai chierici e ai nobili, se dovevano regolarsi secondo i fuochi fumanti ο secondo i soli descritti, il vescovo nostro decretò, che gli abitanti di quelle ville, salvi i loro privilegi, contribuiscano per quella sol volta secondo i fuochi fumanti1 030. Nel giugno del medesimo anno, Giorgio e Mattia, ultimi della famiglia Castrobarcense, vendettero all’imperatore Massimiliano I, pel prezzo di ducali ottomila, il castello e la giurisdizione di Nomi, feudo mensale di Trento, colle annesse prerogative; il quale dallo stesso Massimiliano nel 1499 fu trasferito in Pellegrino Bussi dei [p. 395 modifica]Castelletti, milanese, contro lo sborso di ottomila fiorini del Reno, col patta però della reluizione, che nel 1511 fu redento da Pietro Bussi, figlio del primo acquirente, coll’aggiunta di altri duemila fiorini. Di questa giurisdizione ci converrà parlare altra volta nei tempi successivi, quando la famiglia Castelletti si estinse1 031. Nell’agosto di questo stesso anno, di consenso del vescovo Udalrico, Giorgio de Fatis di Terlago, decano e vicario camerale della Chiesa di Trento, con suo mandato diretto ai parochi diocesani, pubblicò la festa di S. Agostino, fatta di precetto al pari di quella degli Apostoli ed Evangelisti, d’ordine del papa Alessandro VI, a cui piacque di seguire l’esempio d’Innocenzo VIII, che con sue lettere alla Chiesa di Trento aveva già comandata la suddetta festività1 032.

Nel 1495, fra papa Alessandro VI, Massimiliano re dei Romani, il re di Spagna, il Dominio Veneto e Lodovico duca di Milano fu stretta la celebre lega, alla stipulazione della quale intervenne il vescovo nostro in qualità di ambasciatore di Massimiliano1 033. Nel settembre dell’anno medesimo, Udalrico ricevette da Bianca Maria Sforza, moglie del re dei Romani, una lettera commendatizia a favore di Andrea conte d’Arco, affinchè procurasse di comporre la questione ch’esso aveva cogli uomini di Calavino, di Madruzzo e di Lasino intorno all’acqua e ai pascoli del fiume Sarca, [p. 396 modifica]dai quali pretendeva di aver sofferto molti considerevoli danni1 034. Nello stess’anno, il vescovo nostro ingiunse al giudice minerale di ridurre la tassa consueta delle mercedi agli operai nello scavo della miniera scoperta a S. Bartolomeo; e ciò pel riguardo che si doveva avere al prezzo minore con cui si comperavano i capi necessarii a tal opera in quel vescovile distretto1 035.

Gli 11 aprile 1496 riuscì ad Udalrico di ottenere dalla Santa Sede la bolla di conferma, fino allora in vano sollecitata, per opera specialmente di Marquardo di Brisacco, consigliere di Massimiliano. Le cause delle difficoltà che Udalrico incontrò in tale proposito per ben tre anni presso la Curia Romana, furono, che il cardinale Orsini avea rinnovata la pretesa della nota pensione sulle rendite del vescovato di Trento; l’accusa data a Udalrico d’essersi intempestivamente immischiato nell’amministrazione del Principato, prima della conferma; e più di tutto la mancanza del necessario contante per levare le bolle. Ma, scolpatosi dell’accusa e provvedutosi del denaro, ottenne finalmente lo scopo; rinnovò tosto le compattate del 1454 e del 1468 con Massimiliano, come Conte del Tirolo; ebbe dall’Imperatore la investitura dei regali e la conferma dei privilegi ; e prese possesso del Principato nelle forme consuete1 036. Nello stesso anno, Giovanni Barunheim, vicario generale del vescovo nostro, proferì una sentenza [p. 397 modifica]nella causa della decima del maso alla Nogara nelle pertinenze di Barbaniga, pieve di Civezzano, a favore di Arimo di Bregnano, cittadino di Trento, investito di essa a titolo feudale, contro Simone di Canzolino, che n’era possessore1 037. Evvi del luglio di quest’anno una bolla sottoscritta da varii cardinali, che concede cento giorni d’indulgenza a coloro che visitassero la diroccata cappella di S. Valentino presso Vezzano, e contribuissero con qualche elemosina alla ristaurazione di essa1 038.

Ritornato dalla sua missione nel 1497, il vescovo Udalrico fece pubblicare il solito proclama intorno alla rinnovazione delle investiture feudali ed all’ottenimento della conferma degli statuti e privilegi, sotto le pene legali. In sequela ed esecuzione di tale editto, moltissime furono le rinnovazioni e conferme; delle quali addurremo soltanto la conferma generale dei privilegi alla valle di Fiemme; l’investitura di certo monte denominato Sguardaguai, spedila agli uomini di Predazzo nella valle predetta; l’approvazione generale dei privilegi alla comunità di Tenno; la conferma dell’antico privilegio alle comunità delle Giudicarle entro il Durone; la rinnovazione dei privilegi concessi alla comunità di Storo, colla conferma di alcuni recenti statuti, e di altri, coi quali venivano vietate le vendile dei beni immobili; la rinnovazione dell’investitura feudale all’abbadessa e al convento di S. Chiara in Merano, delle [p. 398 modifica]decime e d’altri capi feudali nelle pertinenze della villa di Nals, pieve di Tisens; quella della investitura alle comunità di Ossana, Cusiano e Fusine, di tutte le decime nelle pertinenze di esse; la conferma dei privilegi agli uomini di Fajo; e quella di certi ordinamenti e statuti alla valle di Annone e di Sole1 039. Nell’aprile dello stesso anno, il nostro prelato promulgò le sue costituzioni sinodali, nelle quali inserì le pubblicate nel 1489 dal suo antecessore1 040. In questo anno, il vescovo Udalrico vide involata alla sua Chiesa la giurisdizione di Gresta per una convenzione stipulala da quel vassallo Antonio di Castelbarco di Gresta con Massimiliano re dei Romani, Conte del Tirolo. In detto accordo fu stabilito, che in avvenire esso Antonio debba riconoscere dal Conte del Tirolo, a titolo di feudo, il castello di Gresta, e tenerlo aperto ai di lui successori; a patto che egli e i suoi sudditi di Gresta siano esenti da tutte le collette e imposizioni, e ad esso Antonio vengano annualmente retribuiti da Massimiliano fiorini del Reno duecento, finché esso ο i di lui successori avranno ad Antonio di Castelbarco od ai suoi eredi sborsati fiorini duemila; che esso Antonio debba riavere i suoi beni allodiali e quelli de’ suoi predecessori, se per caso di guerra venissero ricuperati1 041. In questo medesimo anno il vescovo Udalrico, ad istanza di Antonio di Tono, rilasciò un'ampia dichiarazione intorno [p. 399 modifica]alla consuetudine feudale del Principato di Trento. In essa fa fede, che dalle scritture e documenti degli archivi a chiare note apparisce, essere sempre stato uso d’investire i soli maschi legittimi discendenti dal primo investito; aggiungendo di aver ritrovato molte proteste e asserzioni dei suoi antecessori, doversi intendere in tal modo le feudali investiture, nel caso eziandio che al godimento dei feudi fossero chiamati gli eredi legittimi; imperocché un tal termine, per altro inusitato ed insolito, sarebbe da attribuirsi ad inavvertenza della cancelleria, a riserva del solo caso dell’estensione ad ambi i sessi, la quale risulta dalla clausola della espressa chiamata al possesso dei maschi e delle femmine; e che, secondo questa intelligenza, furono sempre riconosciuti i feudi mensali dalla Casa d’Austria, dai Conti del Tirolo, dal Marchese di Mantova, dai conti d’Arco e di Lodrone, e dagli altri nobili vassalli della sua Chiesa1 042.

Nel 1498, il vescovo Udalrico venne a patti coi conti di Lodrone, suoi feudatarii, stati pur troppo per l’addietro collegati col Dominio Veneto contro la Chiesa. Ad interposizione dei commissarii austriaci fu stipulato coi conti Martino, Giorgio, Antonio, Francesco, Bernardino e Paride di Lodrone il seguente accordo: 1.° che s’intenda ristabilita la pace fra il vescovo ed i vassalli suddetti; 2.° che essi gli giurino fedeltà; 3.° che il vescovo conceda loro le antiche investiture; 4.° che i [p. 400 modifica]conti siano tenuti di sodisfare la parte lesa per uccisioni od offese; 5.° che, riguardo agli omicidii volontarii, alle disfide e ad altri misfatti, si osservino i capitoli della pace conchiusa fra il re dei Romani e la Repubblica di Venezia ; 6.° che i detti conti, nelle feste di patrocinio e dedica delle chiese, non osino nè per sè, nè pei figli nè per altri tentare cosa alcuna che riesca di detrimento al Vescovato; 7.° che l’onorario venga esatto dal massaro vescovile, e questi lo consegni a essi conti annualmente nei soliti tempi. Il primo d’aprile, cioè un mese dopo la stipulazione, fu ratificato il suddetto accordo1 043. Nel medesimo anno, le ossa di Roberto Sanseverino, generale dei Veneziani, depositate dal 1487 nella cattedrale di S. Vigilio, furono trasferite nella città di Milano1 044. In questo stesso anno 1498 ebbero luogo: la conferma del privilegio vescovile concesso alla comunità di Fondo nella valle di Annone; l’investitura del marchesato di Castellaro a Francesco marchese di Mantova; la conferma degli statuti e carta di regola alla comunità di Pinè; e l’altra dei privilegi alle pievi del Banale, di Lomaso e di Bleggio nelle Giudicane1 045.

Nel 1499, l’imperatore Massimiliano I vendette a Pellegrino Bussi dei Castelletti di Milano il castello e la giurisdizione di Nomi colle sue pertinenze e prerogative pel prezzo di fiorini del Reno ottomila; col [p. 401 modifica]patto che il suddetto Pellegrino riconosca quella giurisdizione, a titolo di feudo, dalla Chiesa di Trento, e che l’imperatore la potesse riscattare restituendo il prezzo, previo avviso di mezz’anno. Questo vincolo fu ben presto disciolto da Pietro, figlio di Pellegrino, collo sborso d’altri duemila fiorini1 046. Nel detto anno il vescovo Udalrico investiva Paolo di Lichtenstein, a titolo di feudo, di Castelcorno e d’una porzione del dazio di S. Martino, devoluti alla Camera per la morte di Mattia di Castelbarco, ultimo di questa illustre famiglia; avendo pure esso Paolo ottenuta dall’Imperatore la donazione di tutti i beni allodiali e feudali decaduti per tal morte all’Impero. Prima però di venire alla spedizione della investitura, il nostro prelato mise in pratica tutte le cautele legali, solite usarsi in simili casi; mediante proclami editti e citazioni, fin dal 1497, reiterati nel 1500 e 1501, invitava tutti gli aventi interesse a produrre le proprie ragioni nei termini stabiliti, sotto pena della caducità, ossia della consolidazione dell’utile col diretto dominio. A questi inviti e richiami nessuno rispose che pretendesse discendere dai Castrobarcensi e avere diritto ai lor beni; il che fa credere che la suddetta famiglia si estinguesse realmente in Mattia; benché un secolo più tardi siasi fatta risorgere nei baroni di Gresta, a pregiudizio della Chiesa di Trento, sotto la reggenza del vescovo Emanuele di Madruzzo1 047. In questo stesso anno, Massimiliano I, [p. 402 modifica]a motivo di guerra, convocò una Dieta in Merano, alla quale fu invitato il nostro vescovo, che non potè a meno di consentire a una volontaria contribuzione, secondo il metodo tenuto nel congresso del 1474. A sua volta l’Imperatore e Conte del Tirolo accordava al vescovo Udalrico, secondo il vecchio costume, i soliti annui venti fodri ο salme di sale dalle saline tirolesi. Tale somministrazione cessava in seguito; e fu convertita in una tenue somma di denaro, che annualmente si corrisponde alla Camera vescovile1 048. In esso anno Udalrico confermò al rettore dell’Ospizio di S. Maria di Campiglio tutti i privilegi ed indulti concessi al pio luogo dai vescovi predecessori; ricevendo il suddetto ospizio, coi frati e i conversi ed i beni, sotto la sua tutela e protezione1 049. Il vescovo licitò pure nel maggio di quest’anno a Stefano Cazzuffi i beni dei fratelli Perozzi da Trento, dichiarati devoluti alla Camera vescovile per aver essi commesso molti gravi delitti, ma specialmente per essersi ribellati contro il vescovo loro signore. I beni confiscati consistevano in un molino a S. Francesco fuori le mura, con una chiusura adiacente, ed altra al Cernadore, valutati fiorini mille; del quale denaro si prevaleva il vescovo per sopperire alle spese del viaggio in Germania, ove l’aveva invitalo il re dei Romani1 050. Li 28 di giugno dello stesso anno confermava Udalrico alla comunità di Ossana il privilegio di [p. 403 modifica]potersi liberamente prevalere, a proprio suo uso, dei vini della Valcamonica, della Valtellina, di Riva, di Arco, e d’oltremonti. In quest’anno fu pure terminata la differenza sulle miniere fra Massimiliano I, Conte del Tirolo, e il vescovo nostro, insorta fra i due stati fin dal 1462. Fu transatto, che il frutto di tutte le miniere esistenti in Kuenberg nella valle di Annone ed in altri luoghi del territorio vescovile fosse diviso per metà tra i due principi; e le appellazioni fossero portate alla cancelleria arciducale per essere ivi decise sotto il nome di entrambi. A questa transazione si riferisce quella della permuta di Bolgiano con Pergine, effettuata nell'anno 15241 051. Nel novembre del medesimo anno terminò Udalrico la lunga lite, che vertiva fra il suo Capitolo e Francesco dei Bonapace di Torcolo e Stefano Cazzuffi, a cui un figlio del Bonapace aveva venduto il diritto sopra la porzione che gli toccava nel dazio piccolo capitolare. Con sua sentenza il vescovo nostro assegnava al suddetto Cazzuffi la facoltà di esigere quel dazio dal giorno di S. Vito fino al giorno di S. Vigilio, cioè per giorni undici, come tuttora si pratica. Li 15 dicembre dello stess’anno, essendosi offerto Agostino degli Spinoli della Porta, maestro dell’arte setaria, di trasferirsi in questa città colla sua famiglia e lavoratori per tessere velluti, damaschi, rasi, zendadi e simili drappi di seta, il vescovo e il magistrato consolare lo ammisero e gli concessero la privativa; in guisa che, sua vita durante, nessuno, eziandio [p. 404 modifica]cittadino, potesse esercitare tale arte, a riserva di quelli che da lui fossero dichiarati maestri; coll’obbligo altresì che ognuno dovesse a lui solo, a giusto prezzo, vendere i proprii bozzoli. Tale privilegio gli fu poi confermato, due anni dopo, dal re dei Romani Massimiliano, mentre si ritrovava in Bolgiano1 052.

Nel 1500, il vescovo nostro spedì alle comunità di Mezzana, Ronzo e Menasio la conferma dei lor privilegi1 053; compose il suo Capitolo e Pancrazio Khun, vicario vescovile delle valli di Annone e di Sole e capitano di Castel Corredo, fra se discrepanti intorno a certo livello di nove orne di vino sopra la casa capitolare di Termeno, preteso dall’ultimo1 054; decise la questione insorta intorno alla vendita del sale, rimettendo il magistrato di Trento e le comunità esteriori, tanto circa alla privativa dello smercio che compete alla città, quanto alla giustizia del prezzo, all’osservanza dello Statuto e privilegio in tale materia concesso alla città di Trento dal vescovo Giovanni, poscia confermato dal vescovo Udalrico di Frundsberg; e definì anco la lite dei novali e fratte controversi fra la comunità di Trento e gli uomini di Sopramonte, fissando i confini dei loro possessi1 055.

Nel 1501, il vescovo nostro trasmise allo scario e ai regolani della valle di Fiemme un suo comando, [p. 405 modifica]in forza del quale fosse vietato, col pretesto dei lor privilegi, ingerirsi nelle sentenze portate dal vicario vescovile, e d’interporre l’appellazione da quelle allo scario, contro l’incontrastabile diritto delle regalie al solo vescovo competente; e se si credessero gravati, compariscano innanzi al vescovo, che farebbe loro giustizia1 056. Li 21 agosto dello stess’anno, attesi i servigi prestatigli da Marquardo di Brissacco nell’ottenergli la conferma apostolica di sua elezione alla Chiesa di Trento, ed al suo predecessore nella passata guerra veneta, in cui per di lui opera furono restituite alla Chiesa certe valli nelle Giudicane interiori dai nemici occupate, il vescovo nostro gli accordava l’approvazione dell’istromento nuziale celebrato nel 1406 con Andrea conte d’Arco, padre di Bianca sua sposa; in forza di cui la dote di fiorini 1500, costituitagli, venne assicurata su tutti i beni, decime e censi di Vezzano e Cavedine, parte dei quali il conte Andrea riconosceva in feudo dalla Chiesa di Trento1 057. Li 9 di novembre dell’anno medesimo, Udalrico spedì alla comunità di Terlago la conferma de’ suoi privilegi e carte di regola, ottenuti da Alessandro di Mazovia, suo antecessore1 058. La città di Trento in quest’anno fu onorata dalla presenza di Massimiliano re dei Romani, il quale nella sua dimora, mediante il cardinale d’Amboise, luogotenente generale di Luigi XII re di Francia, conchiuse con quest’ultimo [p. 406 modifica]un’alleanza strettissima; a cui, sopra varii dubbii insorti, susseguiva li 15 decembre del medesimo anno, per parte del re di Francia, una più esatta dichiarazione1 059.

Nel 1502, Udalrico, col mezzo d’un suo inviato, intervenne a una Dieta tenuta da Massimiliano, al quale accordò un dono gratuito, assieme al vescovo di Bressanone1 060. In aprile dello stess’anno, istituitasi, d’ordine di Uldarico, dal dottore Corrado Concini, capitano vescovile di Castel Selva e di Levico, una esatta inquisizione degli affitti dovuti alla Camera, si venne ad un accomodamento1 061. In quest’anno il vescovo Udalrico pubblicò tre sentenze; l’una contro Giovanni, Volfango, Ludovico e Sigismondo conti di Brandis, fratelli uterini di Giorgio e Mattia di Castelbarco, ultimo di questo ceppo, che, come tali, pretendevano all’eredità di Mattia, cioè al possesso di Castelcorno e del dazio di S. Martino, infeudati nel 1499 a Paolo di Lichtenstein; questa stessa decisione fu poi confermata dall’imperatore Massimiliano col voto dell’università di Vienna, portata nel 1500 in grado di appellazione al Dicastero supremo1 062. L’altra sentenza risguardava il pagamento delle collette fra la comunità di Ossana ed i nobili delle valli di Annone e di Sole1 063; la terza, la regolaneria [p. 407 modifica]maggiore ed il metodo da tenersi nell’esercizio di quella da Baldassare di Tono cogli uomini delle ville di Scana, Varolo e Cassano nella valle di Annone1 064.

Nel 1503 fu agitata innanzi al vescovo Udalrico la causa fra i Consoli e Provveditori della città di Trento dall’una, ed il Collegio dei Notari dall’altra, sopra il diritto dell’ordinanza della processione solita farsi nella festa del Corpus Domini, e di portare in quella le aste del baldachino. Formati gli atti, Udalrico aggiudicò all’almo Collegio il diritto di nominare le persone che dovessero portarlo sì nella festa che nell’ottava; con che però essi deputati, in numero sufficiente, fossero laureati, e, in mancanza di questi, probi e lodevoli cittadini1 065. Li 5 decembre dello stess’anno, il vescovo nostro pronunciò una sentenza arbitramentale circa il diritto di decimare nel feudo Clesiano, messo in questione da Baldassare di Tono contro Baldassare di Clesio1 066.

Nel 1504, Udalrico confermava un capitolo dello Statuto civico, che proibiva la estrazione dalla città del caglio non pesto ossia non salato, sotto certa pena ai contrafacienti1 067.

Nel 1505, il vescovo confermò alcuni regolamenti e statuti eretti l’anno antecedente dagli uomini di Con· dino e di Brione1 068. In quest’anno l’imperatore [p. 408 modifica]Massimiliano compose le controversie pendenti fra i conti di Lodrone e Giovanni di Weineck, capitano vescovile di Castel Stenico, comandando che in avvenire a nessuno di essi conti sia lecito andare con gente armata alle feste titolari delle chiese esistenti nella giudicatura di Castel Stenico, nè di ciò permettere ai loro sudditi; cosi pure di fare in essa proclami, ο di tenere sicarii, sediziosi, incendiarii e banditi nelle proprie giurisdizioni, ma anzi, ricercati, debbano consegnarli ad esso capitano. Proibisce inoltre ad essi conti di dare la caccia ad avoltoi, falchetti e simili uccelli, senza licenza, nella suddetta giudicatura di Stenico, stando contenti di uccellare e cacciare secondo l’antica consuetudine. Obbliga finalmente il capitano vescovile ad osservare le stesse leggi nelle giurisdizioni dei conti1 069. Nel medesimo anno, Udalrico pronunciò sentenza a favore del comune di Nomi contro il capitano di Castel Pietra, in punto di decime ch’ei pretendeva aspettarsi al detto castello1 070. Egli ristaurò con ispesa considerevole Castel Selva sopra Levico, che minacciava ruina per vetustà1 071.

Questi sono gli ultimi fatti del vescovo Udalrico, il quale morì in Trento li 16 settembre del corrente anno. Al di lui cadavere fu data sepoltura nella cattedrale avanti l’altare della SS. Trinità, in un avello di marmo che vivente si preparò.

Breve tempo vacò la sede vescovile, attesochè [p. 409 modifica]Udalrico, quando si vide mancare le forze, si aveva scelto il successore, mediante la nomina fatta in Corte di Roma di Giorgio di Neudeck, a suo coadjutore; col quale nel 1502 avea pattuito ch’egli sodisferebbe del proprio denaro alla spesa delle bolle della coadjutoria, nè s’ingerirebbe negli affari della Chiesa, senza espressa licenza del vescovo. Non essendo le bolle apostoliche ancora state spedite a favore del candidato, i canonici passarono alla elezione, che senza molto contrasto, il dì 22 dello stesso mese di settembre, cadde nella persona di Giorgio, cancelliere di Massimiliano nelle terre austriache, laureato in ambe le leggi a Bologna, ove aveva sortito a maestro il celebre Giovanni Campeggio, che fu in seguito cardinale di Santa Chiesa. Rinnovate che ebbe Giorgio le compattate col Conte del Tirolo, li 9 d’ottobre dello stess’anno 1505, per opera dell’imperatore Massimiliano, ottenne dal Capitolo il possesso del Principato1 072. Li 20 novembre il vescovo Giorgio scriveva da Bolgiano al Consiglio suo, che venisse sostituito un nuovo vicario in Termeno a Giovanni Langermantel, che aveva chiesta la sua dimissione a motivo che in quei giorni era stato posto d’industria il fuoco in Termeno ed aggiunta la minaccia che, se esso vicario non dimettesse l’ufficio, non si desisterebbe dal mettervi nuovo fuoco, finché il borgo non rimanesse incenerito1 073.

Nel 1506, il vescovo Giorgio ottenne da papa [p. 410 modifica]Giulio le bolle di sua conferma, accompagnate dai meritati elogi1 074. In detto anno fu eretta la primissaria di Pergine, eseguita da Benedetto Novelli, arciprete di Bassano, vicario generale di Antonio Pizzamano vescovo di Feltre, nella cui diocesi Pergine si annoverava, e previo il placito dell’imperatore Massimiliano, signore allora di quella giurisdizione1 075. Li 15 di novembre dello stess’anno fu dato principio alla fabbrica del convento di S. Bernardino dei Padri Riformati, nella pianura adiacente al torrente Fersina; il quale, essendo stato assai danneggiato il 1.° ottobre 1686, e l’ultimo di aprile 1689 talmente guastato, che era perduta ogni speranza di preservarlo dalle innondazioni future, venne abbandonato e trasposto li 7 novembre di quell’anno sul monte, ove essi Padri abitano presentemente1 076.

Nel 1507, il vescovo Giorgio si recò a Costanza, ove dall’imperatore Massimiliano era stata indetta una Dieta dei principi dell’Impero. In essa Dieta dall’Imperatore sedente in trono in mezzo all’arcivescovo elettore di Magonza e al vescovo di Augusta, il nostro Giorgio ottenne l’investitura dei regali del suo principato. Essendo ivi stata conchiusa l’andata di Massimiliano a Roma per prendervi la corona imperiale, preceduto da forte esercito, che gli dovevano fornire i principi e stati dell’Impero germanico, i Veneti, che occupavano varie città dello stesso Impero, se ne [p. 411 modifica]adombrarono e si confederarono con Luigi XII re di Francia, il quale, scacciato Lodovico il Moro duca di Milano, aveva preso possesso di quel ducato contro i diritti imperiali. Tal lega era principalmente diretta ad impedire l’ingresso in Italia a Massimiliano ed alle sue genti. Perciò con truppe italiane, francesi e spagnuole, al numero di ventimila, i confederati occuparono e fortificarono tutti i passi della valle Lagarina, della Valsugana e di Riva. Le truppe dell’Imperatore consistevano in soli mille pedoni e duemila cavalli, già arrivati in Trento; ed otto altri mila pedoni, condotti dallo stesso regnante, dovevano entrare in Francia per la Borgogna, e impadronirsi del ducato di Gheldria nelle parti della Germania inferiore. In tal congiuntura la Chiesa di Trento e la Contea del Tirolo si videro in un estremo periglio, per la sregolatezza dell’esercito e per la mancanza del denaro necessario a mantenerlo. Di quest’anno evvi una lettera della comunità di Tenno al nostro prelato, con cui lo informa che le riparazioni comandate da esso intorno alle muraglie del borgo e d’altri luoghi di presidio erano tutte eseguite; e ricerca corazze, schioppi e lancie lunghe, atte alla difesa1 077. Li 18 luglio di quest’anno furono pubblicati gli statuti capitolari riguardanti il buon regolamento della giurisdizione di Sovero, una delle tre spettanti al Capitolo della cattedrale, ad istanza e comando di Paolo Crotta cremonese, arcidiacono e vicario capitolare1 078. Nel medesimo anno il [p. 412 modifica]vescovo Giorgio confermò a molte comunità del Principato i lor privilegi, e spedì la rinnovazione delle investiture feudali a parecchi vassalli. Tra le conferme citeremo quelle dei privilegi concessi dai suoi predecessori agli abitanti della valle di Fiemme; del privilegio alla pieve di Ossana, relativo all’introduzione dei vini forestieri; dei privilegi ai nobili delle valli di Annone e di Sole, e di certi statuti e regolamenti agli uomini delle predette valli; dei lor privilegi alle comunità delle Giudicarie al di là del Durone, cioè a Rendena, a Tione, a Bono, a Condino, alle ville di Saone inferiore e superiore, con indulto nuovamente loro concesso1 079. Tra le investiture, quella del dosso di Nomi, sopra il quale è il castello, a Pellegrino dei Bussi, estesa ad ambi i sessi; e la feudale alle ville e comunità di Ossana, Cusiano e Fusine nella valle di Sole1 080.

Nel 1508, il vescovo Giorgio confermò gli statuti nuovamente compilati dagli uomini di Storo, e certa locazione perpetua dei beni comuni ridotti a coltura, loro concessi nel 1486 dal vescovo Giovanni; i privilegi agli uomini di Lasino, Calavino, Cavedine, Vezzano, Povo, Fai, Tenno, e i nuovi regolamenti alle comunità di Condino e Brione1 081. Anche Sevegnano, altra giurisdizione capitolare, come l’anno antecedente Sovero, ottenne i suoi proprii statuti, per opera del lodato [p. 413 modifica]vicario Paolo Crotta1 082. Nel medesimo anno il vescovo Giorgio, sollecito dei diritti della sua Chiesa, fece coi conti d’Arco (che, sotto pretesto d’aver ottenuta dall’Impero la investitura dei castelli di Spineto e Ristoro nelle Giudicarie, più non li riconoscevano in feudo dal Vescovato, dal quale gli aveano ricevuti, a tale titolo, i loro antenati) una convenzione, con cui rimettevano alla decisione imperiale le rispettive ragioni nel termine di mesi sei; colla riserva, a favore della Chiesa di Trento, dei diritti ad essa spettanti nel caso che contro di essa fosse pronunciato, e coll’oblazione dei conti di ricevere la investitura dal vescovo Giorgio e il giuramento di fedeltà, quando all’opposto fosse deciso che i detti castelli spettassero al patrimonio di S. Vigilio1 083. Nel detto anno, a motivo delle guerre, Massimiliano I convocò una Dieta, alla quale intervenne anche il vescovo nostro, e condiscese ad un dono gratuito, contro il solito reversale. Nel tempo stesso, onde contribuire alle occorrenze della spedizione imperiale verso Roma, il vescovo Giorgio impose una colletta generale su tutto il clero della sua vasta diocesi, compreso il Capitolo, a proporzione delle rendite1 084. Frattanto continuava la guerra tra l’Imperatore e i Veneziani; e il nostro vescovo era stato eletto plenipotenziario imperiale e condottiero dell’esercito; intorno al quale ufficio abbiamo parecchi documenti di molta importanza, e specialmente, [p. 414 modifica]durante la sua reggenza e governo supremo nella città di Verona. Una lettera a lui diretta gli 11 febbrajo 1508 da Bernardino, Paride ed Antonio fratelli di Lodrone, lo informa essere comparsi molti soldati veneti ai confini e avere eretto un bastione in faccia a Castel Lodrone, con animo di impossessarsene; e non trovandosi essi in istato di difendersi, pregano il prelato che deponga Giovanni Veinecco, capitano di Stenico, loro nemico, ο comandi seriamente agli uomini di qua dal Durone, che debbano loro prestare assistenza1 085. Con altra lettera dei 5 d’aprile 1508 gli uomini della valle di Ledro di sopra al lago dimandano udienza al nostro Vescovo, come luogotenente imperiale, e promettono arrendersi1 086. Giovanni di Veinecco e Nicolò di Trautmansdorf, capitani delegati all’acquisto della suddetta valle di Ledro, informano il vescovo Giorgio delle vicende della guerra e delle cose necessarie ad una felice riuscita1 087. Domenico, vicario di Tione, avvisa il capitano di Stenico che i Veneziani tentavano di assalire Storo e la valle di Bono; racconta di aver convocato il popolo colla campana alla difesa, e mandato in Rendena ad eccitare quei terrazzani; e non essendo comparso nessuno di essi, chiede che si volesse provvedere al bisogno1 088.

Il vescovo Giorgio intanto fece dare principio [p. 415 modifica]all’assedio di Riva; ma duemila soldati grigioni, partitisi dopo quindici giorni, a motivo della mancanza delle paghe o per tradimento, diedero occasione anche agli altri di ritirarsi e sciorre l’assedio. Prima però del blocco di Riva, l’esperto prelato aveva premessi all’acquisto della valle di Ledro i suoi capitani Giovanni Veinecco, Nicolò di Trautmansdorf e Gaudenzo Madruzzo con duemila pedoni; i quali in effetto se ne impadronirono li 6 aprile 1508. I Leudresi inalberarono per sette giorni il vessillo di S. Vigilio; ma poscia, vedendo il vescovo le truppe imperiali abbandonare l’assedio di Riva, credette necessario richiamare le proprie dalla suddetta valle, che i Veneti ripigliarono tosto. Del che insuperbiti, e molto più per essersi resi padroni di Trieste, Porto Naone, Gorizia e di moltissimi altri luoghi del Friuli, i Veneziani intrapresero l’assedio di Castel Pietra sotto Beseno; le di cui mura essendo state assai conquassate dalle bombarde, la terza notte, trecento soldati vescovili assaltarono con tanto impeto il campo veneto, che, ammazzati i maestri dei bombardieri e impadronitisi d’una bombarda, li obbligarono ad abbandonare la piazza. Dopo tal fatto fu conchiusa una tregua triennale tra il vescovo nostro coi consiglieri imperiali, in nome di Massimiliano I, e la Repubblica di Venezia, gli 11 di giugno di questo stesso anno, e fu sottoscritta nel monastero della Β. V. delle Grazie in Arco. Intorno ai preliminari dell’anzidetta tregua abbiamo due lettere; l’una del vescovo Giorgio al Senato Veneto, con cui gli notifica la sua nomina fatta da Cesare con altri soggetti per trattar l’armistizio, e [p. 416 modifica]lo invita a spedire dal canto suo persone di fiducia incaricate di conchiuder l’affare; l’altra del doge Leonardo Loredano al nostro prelato, al quale accenna di aver scelto al suddetto scopo Zaccaria Contarini, che, giunto a Riva, darebbe tosto avviso del suo arrivo per combinare il mentovato armistizio1 089. Nel medesimo anno era caduto in potere di Massimiliano il Castello di Barco, venuto già nelle mani dei Veneti nel 1487, ed ora dall’Imperatore dato in feudo con tutti i diritti ad Antonio di Castelbarco di Gresta1 090.

L’ultimo di gennajo del 1509 il vescovo Giorgio confermava i regolamenti e concedeva indulgenze in certe feste dell’anno alla confraternita dei Zappatori, detta una volta dei Ligonizzatori, eretta nel 1279 dalla nazione tedesca nella chiesa parochiale di S. Pietro, sotto il titolo della Beata Vergine1 091. In quest’anno si accese più che mai, ad onta della tregua surriferita, la guerra fra Massimiliano imperatore e la Repubblica di Venezia, per effetto della lega di Cambrai l’anno antecedente conchiusa. Lasciando ad altri istorici il narrarne i successi, ci restringeremo a quello che avvenne di rimarchevole nel Trentino. Li 29 maggio di quest’anno la città di Riva era tuttavia assediata dalle truppe imperiali comandate dal vescovo Giorgio, non ostante che due giorni prima fossero stati redatti in Trento i capitoli della resa1 092. Caduta alfine in potere [p. 417 modifica]del vescovo, questi esercitò subito su di essa gli atti giurisdizionali. Mediante il suo capitano Eustachio di Neudeck concesse a Maffeo e Pasino Giselli e a Matteo Patorelli e a Marco dei Taffili di Bogliacco la licenza della pesca dei carpioni e d’altri pesci nel lago di Garda, dalla pietra del porto sino a Campione, sotto i confini del comune di Tignale, verso l’onoranza di venticinque carpioni1 093. Da una scrittura legale, composta allora a favore del vescovo, deduciamo che venisse ad esso assegnata non solo la città di Riva, ma ben anche la valle Lagarina, come antico territorio del Principato, assieme al comune di Tignale1 094. Essendo, per opera del nostro prelato, caduta Verona nelle mani dell’imperatore Massimiliano, egli ne fu creato luogotenente, e come tale oppignorò al re di Francia il castello, il ponte e le pertinenze della terra di Valleggio pel prezzo di ottomila scudi del sole1 095. Nello stess’anno Bianca Maria, regina dei Romani, si lagna col vescovo nostro, che, avendo nel suo passaggio per Trento ricercato dal di lui vicario generale, che in segno d’allegrezza per la sua venuta volesse liberare dalle carceri il sacerdote Volfango Vietmair, quegli ricusasse scusandosi non poterlo fare senza la vescovile licenza; laonde prega il vescovo Giorgio, che a di lei riguardo, sia liberato il prigione1 096. [p. 418 modifica]

Nel 1510, il vescovo Giorgio ricevette lettera dall’imperatore Massimiliano, il quale gli raccomanda d’investire il suo secretario Bertoldo Locher della chiesa dell’ospitale di S. Ilario presso Roveredo e della chiesa di S. Lorenzo in Galliano, vacanti per la morte del sacerdote Ramperto; soggiungendo aver egli il patronato della chiesa di Calliano, e quella di S. Ilario essere a sè devoluta in vigore della sentenza papale d’interdetto e scomunica contro i Veneziani1 097. Con altra lettera Massimiliano, attesa la scarsezza della raccolta del vino intorno alla città di Trento, permette ad essa l’importazione dei vini forestieri per proprio uso, col patto che questi non vengano tradotti fuori della pretura1 098. In questo stesso anno, l’imperatore Massimiliano, sempremai bisognoso di denaro, impegnò la città di Verona a Lodovico re di Francia pel prezzo di diciottomila scudi del sole1 099. Nel medesimo anno, l’Imperatore confermava a Roveredo, che gli si era resa a certe condizioni, gli statuti e privilegi di cui godette sotto il dominio veneto; ed estese questa conferma anche alle ville di Volano, di Sacco, di Lizzana, di Marco, di Pomarolo, di Chiusole, di Pederzano, di Vallarsa, di Trembelleno, di Noriglio, di Terragnolo, di Folgaria, di Nomesino, di Manzano e ad altre comunità; alle quali l’anno susseguente compartiva pure il privilegio del sale vendibile e dell’estrazione dei vini, [p. 419 modifica]purchè non venissero condotti nella pretura di Trento ο nel Tirolo1 100. Furono pure in quest’anno ripresi dalle mani venete i Quattro Vicariati, per opera principalmente del nostro vescovo. Il quale, ai 23 del mese di maggio pubblicò un suo laudo circa il godimento del monte Ralinberg controverso fra la comunità di Trento e quelle di Cognola e di Montagna dall’una, e gli uomini della pieve di Civezzano dall’altra; col comando della pronta fissazione dei termini, che nel 1512 fu fatta eseguire da Cristoforo di Tono, capitano della città di Trento, e da Antonio di Morenberg, commissarii vescovili1 101.

Nel 1511 il vescovo Giorgio rinnovò alla comunità di Riva, di fresco venuta alla sua ubbidienza, l’investitura dei feudi che riconosce dalla Chiesa di Trento1 102. Quest’anno si rese celebre negli annali della patria per essersi in esso stipulata la confederazione per comune difesa fra Giorgio vescovo di Trento, Cristoforo vescovo di Bressanone, e i quattro Stati del Tirolo. Essa è distesa in cinquantanove capitoli, ed è famosa sotto il nome del libello del 1511; infausto seminario di guai ai vescovi successori. Il nostro vescovo la promosse con buona intenzione, credendo forse di sottrarsi a maggiori inconvenienti. Vedendo egli che dal 1474, in cui per la prima volta il Vescovato di Trento fu indotto a contribuire volontariamente e senza tratto di [p. 420 modifica]conseguenza al Conte del Tirolo, quasi ogni altr’anno conveniva accordare al medesimo nuovi e ragguardevoli sussidii; e che dall’altro canto il Trentino, quale Principato dell’Impero, doveva retribuire allo stesso le imposte ossia i mesi romani con altri aggravi, aveva giudicato espediente di esporre a Massimiliano la sua impotenza, specialmente per la diminuzione delle proprie rendite e per le molte alienazioni di feudi fatte dai vescovi predecessori, nonchè al Conte stesso, a titolo dell’avvocazia. L’Imperatore, accettando di buona voglia queste ragioni, perchè scorgeva di questo modo libero il varco a rendersi arbitro del territorio trentino, tanto agognato dai suoi antecessori, assunse in sè i detti mesi romani, col patto però che il nostro Vescovato e quello di Bressanone seco si collegassero a comune difesa, contribuendo ciascuno di essi la stabilita quota delle milizie in caso di guerra. Questa confederazione non fu ammessa e placitata dal Sacro Romano Impero che nel 1548, con certe riserve, per certi sospetti appoggiati pur troppo al vero1 103. Nel medesimo anno Volfango Schöchtecl, capitano del castello di Pergine, decise la differenza insorta fra l’ufficio minerale e gli uomini di quella giurisdizione, rapporto alle bilancie, alle selve e alle legne da fabbrica e da fuoco1 104. Varie lettere dei commissarii e consiglieri della città di Verona nel novembre di quest’anno informano il nostro vescovo, luogotenente cesareo, del gravissimo [p. 421 modifica]pericolo ch’essa correva di essere sorpresa e soggiogata dai nemici; e sollecitano l’invio di denaro e di truppe1 105.

Nel 1512, il vescovo Giorgio ammise Nicolò signore di Gresta alla rinnovazione feudale di Castel Cresta e del Dosso di Gardumo, col mero e misto imperio delle ville di Panone, Verano, Clenisio, Ronzo, Valle ed Opoli, colle decime e boschi ed in ispecie col lago di S. Andrea; non ostante che, per non aver levate sotto due vescovi antecessori le investiture, quei feudi fossero devoluti alla Chiesa1 106. Li 26 febbrajo del medesimo anno il vescovo Giorgio scrisse a Sebastiano conte di Lodrone dolendosi che egli coi suoi fratelli e cugini fosse stato tanto presuntuoso di accogliere e favorire i nemici e ribelli dell’Imperatore sotto pretesto di una finta lettera di Sua Maestà, che lo invita a mostrare; mentre il vescovo asserisce di averne veduta una di pugno del conte, colla quale eccitava alla defezione i sudditi vescovili di Tignale1 107. Da una quietanza dei 5 maggio di quest’anno risulta che Raffaele vescovo d’Ostia e cardinale di S. Giorgio confessava di aver ricevute libbre nove di cera bianca a nome di Massimiliano I conte del Tirolo, dovuta alla Camera apostolica pei nove anni decorsi, in ragione d’una libbra all’anno, pel giuspatronato arciducale sulla Prepositura di Trento1 108. Ad esempio delle altre due [p. 422 modifica]giurisdizioni capitolari (Sovero e Sevegnano) anche Villa Montagna ottenne in quest’anno i proprii statuti, ad istanza e consenso del vicario capitolare Michele Briosio di Mantova1 109. A contemplazione del cardinale Adriano da Corneto, riparatosi nelle nostre contrade, la chiesa parochiale di Tione ottenne in quest’anno un diploma di molte indulgenze, sottoscritto da venti cardinali1 110.

Nel 1513 il vescovo Giorgio agli uomini di Vigolo Vattaro, ai quali in un incendio erano andate smarrite le carte che provavano in loro favore l’utile dominio del bosco di Via Planca ο della Valle degli Spini, concesse la locazione enfiteutica di esso, coll’annuo obbligo di contribuire alla sua Camera staja due e mezzo di segala, due e mezzo di fava, due e mezzo di panico, quindici carra di legna, e di tagliare il fieno nel prato di Lidorno1 111. In quest’anno i conti d’Arco, per l’addietro riputati naturalmente italiani, ottennero dall’imperatore Massimiliano un indulto, in vigore del quale si comanda, che in tutti i Capitoli e Chiese, ove sono leggi ο statuti che escludono gli italiani, ad essi conti non sia fatto alcun pregiudizio, ma vengano ovunque riputati come tedeschi, e godano le stesse prerogative, di cui godono i conti dell’Impero e i sudditi del medesimo1 112.

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Nel 1514 il vescovo Giorgio spedì la conferma dei loro statuti e privilegi agli uomini di Tignale, ritornati nel 1509 all’ubbidienza della Chiesa di Trento1 113.

Una bolla di Leone X, dei 16 marzo di quest’anno, commette al vescovo di Bressanone, al decano del Capitolo di quella città e all’arcidiacono di Trento, ad istanza dell’imperatore Massimiliano, di venire all’effettiva riforma dei Minori Conventuali di Bolgiano; e in caso che essi rigettassero la comandata riforma, il papa ingiunge loro di farli passare ad altri conventi dell’Ordine, e sostituirvi i Minori della regolare osservanza, i quali ubbidissero al provinciale dell’Austria; facendo vendere gli stabili dei Conventuali, il cui prezzo s’impieghi nelle necessarie riparazioni delle fabbriche e in altre urgenze degli ultimi. In sequela, di ciò, arrivati in Bolgiano i suddetti commissarii apostolici (fra i quali l’arcidiacono Bernardo Clesio, eletto in questo stesso anno vescovo di Trento) fu loro dal procuratore cesareo esibita la bolla papale e chiestone la esecuzione sommaria da farsi senza strepito e figura di giudicio. Udita l’istanza, formato il processo e convinti i frati di varii eccessi, fu loro data facoltà di abbracciar la riforma ο di abbandonare il convento e portarsi altrove. Un solo, Frate Francesco de Girlis predicatore, accettò la riforma; il guardiano Con tutti gli altri renitenti dovette partire, fatta la consegna delle chiavi e di tutti i beni; dopodiché Cristoforo guardiano di Schwatz, col sopradetto frate Francesco e quattordici altri dell’Osservanza, [p. 424 modifica]presero possesso dello sgombrato convento1 114. Sopra la porta di S. Lorenzo, che fu l’antica parochiale di Tenno, trovasi un’iscrizione fatta in quest’anno a Polidoro Casanico, famigliare amatissimo del cardinale Adriano, che, come accennammo, dimorò in Tenno e in quei contorni per molti anni1 115. Li 29 maggio del medesimo anno il vescovo Giorgio confermò con suo diploma agli uomini di Storo un regolamento riguardante le persone forensi e diretto a tenere lontane le sospette1 116. Questo è l’ultimo atto che abbiamo del nostro degno prelato, il quale finì di vivere in Verona, non senza sospetto d’essere stato tolto dal mondo per via di veleno1 117.

Il Capitolo, avuta nuova della grave perdita, li 6 del mese di giugno 1514 assunse, sino all’elezione del successore, l’amministrazione dello spirituale e temporale della Chiesa. Frattanto il corpo dell’estinto vescovo, trasportato da Verona a Trento con dispendioso apparato, fu sepolto li 7 giugno nella cattedrale di S. Vigilio. Il dì 12 dello stesso mese, unitisi i canonici nel luogo solito, se scelto il mezzo del compromesso, elessero concordemente a vescovo di Trento, Bernardo Clesio, arcidiacono, protonotaro apostolico, dottore in ambe le leggi, consigliere e luogotenente imperiale1 118. Nacque egli l’anno 1485 nel castello di [p. 425 modifica]Cles, feudo vescovile di Trento, da Aliprando signore di detto castello e dalla contessa Dorotea Fuchs. Dotato dalla natura di spirito vivace, imparò la grammatica nel proprio castello, passò in Vienna d’Austria, indi all’università di Bologna, ove riportò la laurea dottorale.

Informato di queste doti il vescovo Giorgio, di lui predecessore, gli procurò nella propria Chiesa un canonicato, e tornando in patria per Verona, ve lo trattenne in qualità di suo consigliere, e poscia lo nominò fra i suoi luogotenenti nella reggenza del Principato. Bernardo era stato promosso agli ordini minori in Verona nel 1509.

Acconsentito che ebbe Bernardo Clesio all’elezione, fu delegato a Roma, per iscusarlo di non poter subito accettare il grave ufficio, il dottore Antonio Quetta col seguito di tre altre persone1 119. Il Quetta, giunto colà, seppe che la elezione suddetta era gravemente impugnata da Jacopo Banisio dalmata, decano di Trento, e perciò, invece delle scuse, chiese a dirittura la conferma1 120. Alle forti rimostranze del delegato, e vieppiù alle premurose raccomandazioni dell’imperatore Massimiliano, riuscì di superare ogni ostacolo e di ottenere la spedizione delle sette bolle; l’ultima delle quali concede all’eletto la facoltà di ricevere gli ordini sacri da quel vescovo che più gli piacesse, e di farsi consecrare da due o tre vescovi, prestando il solito [p. 426 modifica]giuramento1 121. Rinnovate, assieme al Capitolo, le compattate con Massimiliano I, quale Conte del Tirolo, e promesso di separare e restituire il denaro di ragione di Cesare, che il defunto vescovo Giorgio doveva avere presso di sè, Bernardo Clesio entrò nel possesso del Principato con magnifica pompa1 122. Il giorno susseguente al possesso fu consecrato vescovo solennemente, e dall’imperatore Massimiliano gli venne accordata la investitura dei regali1 123.

Nel 1515 il vescovo Bernardo confermò il privilegio dato dal Magistrato consolare di Trento, come a benemerito della letteraria repubblica e a precettore pubblico nella città, a Giano Pirro Pincio mantovano, che diede alle stampe le vite dei duchi e vescovi di Trento, e fu celebre panegirista di Bernardo Clesio. Li 12 marzo dello stesso anno, Bernardo rinnovò la feudale investitura del Marchesato di Castellaro a Francesco marchese di Mantova, ricevente col mezzo d’un suo procuratore, contro il solito reversale1 124. Li 16 di maggio fu pubblicato dagli arbitri comuni il laudo risguardante le collette straordinarie, l’imposizione delle quali veniva impugnata dalle comunità di Meano, di Albiano e di Civezzano contro le comunità di Vigolo, di Vattaro, di Bosentino e consorti1 125. Il 1.° settembre, Bernardo spedi all’abbadessa di S. Chiara di Merano [p. 427 modifica]la rinnovazione dell’investitura dei feudi, che quel convento riconosce dalla Chiesa di Trento1 126. E perchè niuno dei vassalli potesse addurre ignoranza o altra scusa, Bernardo fece pubblicare una citazione (sotto le consuete pene di caducità) a presentarsi entro il termine di mesi sei per chiedere la debita rinnovazione delle investiture. Dei 28 settembre di quest’anno v’è una sentenza pubblicata da Antonio de Leudro, vicario generale, a nome del vescovo, contro Guglielmo Propst, professo dell’Ordine dei canonici regolari di S. Agostino in Gries, per varii delitti da esso commessi1 127. Li 25 decembre dell’anno medesimo i consoli e governatori di Bagolino esprimono con lettera la loro contentezza di divenir sudditi della Chiesa di Trento e promettono a Bernardo di mandare loro procuratori a giurargli fedeltà1 128. Riguardo a cotesto affare, il vescovo Bernardo ricevette dall’imperatore Massimiliano il comando di far distruggere la Rocca d’Anfo e due altre fortezze nei confini del Tirolo e di Brescia, onde rendersi libera e aperta la strada per quelle parti. Sullo stesso affare di Bagolino, vi sono più lettere scritte dai consoli di quella terra al vescovo Bernardo nell’anno susseguente 1516. In una si lagnano seco che i capitani cesarei li abbiano, contro i loro privilegi, aggravati di un’imposta di fiorini 1200, costituendone l’esattore. Nell’altra ripetono al vescovo la loro soggezione e gli esibiscono i loro [p. 428 modifica]privilegi da essere confermati. Nella terza informano che i Veneziani il dì precedente s’erano portati con molta gente alla Rocca d’Anfo, e ricercano che cosa debbano fare. Nella quarta promettono di mandare i loro nuncii fra cinque o sei giorni coi capitoli, per intendere la sua mente. In tali emergenze il vescovo Bernardo scrisse al cardinale di Gurk, luogotenente dell’Imperatore, esponendogli il desiderio dei detti uomini di Bagolino di far ritorno alla Chiesa di Trento, della quale erano sudditi, e lo prega d’interporre i suoi ufficii presso l’Imperatore, affinchè ne segua la unione bramata1 129. Molte furono le rinnovazioni d’investiture e le conferme di privilegi spedite in quest’anno dalla cancelleria del vescovo nostro; delle quali riferiremo alcune. Agli uomini di Predazzo nella valle di Fiemme fu rinnovato il feudo che godono1 130; agli uomini e comunità di Tenno si confermarono i privilegi1 131; alle ville di Volsana, Cusiano e Fusine le decime da esse godute a titolo di feudo1 132; alla comunità di Volsana (Ossana) il privilegio dell’introduzione dei vini forestieri per proprio uso1 133; agli uomini di Fai i loro privilegi1 134; alla comunità di Storo certi statuti e regolamenti1 135, col privilegio d’una locazione [p. 429 modifica]perpetua ed uno statuto riguardante la vendita dei beni1 136; i proprii privilegi alle pievi del Banale, di Lomaso e di Bleggio nelle Giudicarie1 137; a Pellegrino dei Busi la investitura della giurisdizione di Nomi1 138; la conferma della promessa fatta dal vescovo Giorgio nel 1451 agli uomini di Rendena, di Tione, di Bono, di Condino e di Saone inferiore e superiore, quando ritornarono all’ubbidienza della Chiesa di Trento1 139; certi regolamenti agli uomini di Condino e di Brione1 140. Nel medesimo anno il vescovo Bernardo ricevette dall’imperatore Massimiliano l’avviso di aver chiamato molti falegnami dal borgo di Forogiulio o da Imola, per essere impiegati in Riva alla fabbrica delle navi in difesa del lago di Garda1 141. Il primo decembre di quest’anno fu in Noions segnata la pace fra Carlo re di Spagna, interveniente in nome dell’imperatore Massimiliano, e Francesco re di Francia; in forza della quale la città di Verona col suo territorio doveva da Cesare consegnarsi a re Carlo, e da questo al re di Francia, il quale potesse disporne a suo piacere; e benchè i Veneziani pretendessero, Riva e Rovereto appartenere al territorio di Verona, fu stabilito che i detti luoghi restassero a Massimiliano, assieme ai Quattro Vicariati al distretto di Riva e alle ville di Torbole e Nago. [p. 430 modifica]relativamente ad esso trattato, havvi il mandato di Francesco I preventivo alla pace, e la ratifica della medesima fatta in principio dell’anno seguente dalla Repubblica Veneta. In esecuzione di questa pace, Carlo re di Spagna comandò a Giovanni Cortavilla, a Jacopo Trapp e a Francesco di Castellalto che, di conserva col nostro vescovo, consegnassero al re di Francia la città di Verona, cessagli da Massimiliano, col patto che vengano rimesse in potere di Cesare alcune città del Friuli. Onde eseguire l’ingiunto ordine, il vescovo Bernardo ricercò ed ottenne li 6 decembre dalla Repubblica un salvocondotto per recarsi colla sua famiglia a Verona, col patto che non portasse seco vettovaglie, munizioni o gente, colle quali potesse esser soccorsa la città. Giunto in Verona Bernardo, il 1.° gennajo 1517 spedì una sua dichiarazione di aver ricevuto da Odet de Foix, luogotenente di S. M. Cristianissima, trentamila scudi del sole, a nome dell’Imperatore. Breve tempo dopo, Gaspare Kunigl ed Antonio Quetta informarono da Cremona il nostro vescovo, di avere parlato col Foix intorno all’obbligazione dei centomila scudi che restavano da pagarsi, alla restituzione delle cauzioni d’altri trecento e venticinquemila, avuti altra volta da Sua Maestà, alla ratifica della tregua dei Veneti e al loro assenso circa Riva, Roveredo e altri luoghi che tengono da Cesare; soggiungendo, Andrea Gritti avere risposto, riguardo a Tignale, che un tale affare doveva trattarsi coll’Imperatore, col re di Francia e col governo di Venezia, dal quale era da aspettarsi la dichiarazione; e chiudendo la lettera con dire, che i [p. 431 modifica]Veneti pretendono, che Brentonico spetti al Veronese e Tignale al Bresciano; del che si dovesse dare ragguaglio alla Cesarea Maestà. A questa informazione corrisponde il confesso del suddetto signore di Foix, che appunto delle surriferite cose era stato ricercato dai ministri del vescovo di Trento, e ne presagisce un buon esito1 142. Il vescovo nostro concesse in quest’anno la privativa del salnitro a Bartolomeo della Valle di Rumo1 143; e a Giovanni Vinsterwalder la privativa di vendere la pece e la termentina1 144. Nel medesimo anno il Capitolo di Trento ottenne dal sommo pontefice Leone X l’indulto di poter conferire liberamente i beneficii della cattedrale, colla derogatoria ai mesi papali, le riservatorie ed altre provvisioni che fosse per fare la Sede Apostolica1 145. Ai 20 d’aprile del detto anno 1517, il vescovo Bernardo confermò i privilegi ai nobili delle valli di Annone e di Sole1 146. In questo stesso anno, da Giovanni Gaudenzo Madruzzo, da Cristoforo di Tono, capitano di Trento, da Baldassare Clesio, capitano delle valli di Annone e di Sole, da Antonio di Tono e da Bernardino di Tono, fratello del suddetto Cristoforo, comuni arbitri eletti, fu pubblicato il laudo sopra le differenze vertenti fra il vescovo Bernardo e i signori di Sporo, intorno al loro feudo di Mezzolombardo, con aggradimento d’ambe le [p. 432 modifica]parti1 147. Li 3 decembre di quest’anno il vescovo Bernardo confermò i privilegi alle comunità di Ossana e di Fiemme1 148.

Verso la fine del 1518, il vescovo Bernardo, stato assente per servizio dell’Imperatore una gran parte dell’anno, confermò i privilegi alle ville di Lasino, di Calavino, di Cavedine, di Vezzano e di Povo1 149. Da certa lettera di Erasmo, vescovo Plocense e regio oratore in Roma, diretta a Massimiliano I, si deduce, che questi pensava di essere coronato in Trento o dal papa o da qualche suo delegato, prima d’intraprendere la guerra contro i Turchi. Ebbe in risposta, non essere stile, che l’Imperatore venga coronato fuori di Roma, ma almeno ove si ritrova la Corte Romana, nè tal funzione eseguirsi se non dalla persona stessa del papa1 150. Essendo rimasto indeciso nella pace generale di Noions, conchiusa nel 1516, a chi s’aspettasse il vicariato di Tignale, trattenuto dai Veneti colle armi alla mano, sotto l’erroneo pretesto che non appartenesse al territorio di Riva, benchè di esso, senza alcun dubbio, fosse antico membro, la controversia era stata compromessa nei due re, che avevano per tutti stipulata la pace. Ma in quest’anno 1518, per la tregua quinquennale, e in seguito pel trattato di Vormazia definito nel 1521, coll’uti possidetis pronunciato a [p. 433 modifica]favore d’ambe le parti, Tignale rimase in dominio della Repubblica di Venezia.

Nel 1519, d’ordine di Michele di Vels, capitano nella valle di Fiemme pel vescovo Bernardo, i giurati e regolani di Moena, di Predazzo, di Tesaro, di Cavalese, di Varena e di Trodena manifestarono con giuramento gli affitti, le rendite e arimanie, che sono tenuti di pagare annualmente al Vescovo di Trento1 151. Essendo in quest’anno, per la morte dell’imperatore Massimiliano, Carlo V re di Spagna e il di lui fratello Ferdinando entrati al possesso dell’arciducato d’Austria e degli altri dominii, furono scelti a governatori di esse provincie il cardinale Matteo Lang, vescovo di Gurk e coadjutore di Salisburgo, il nostro vescovo Bernardo Clesio, e Pietro vescovo di Trieste, con altri nel diploma nominati1 152. In questo stesso anno, il vescovo Bernardo si vide mossa da Cristoforo vescovo di Bressanone la pretesa della precedenza, che ebbe i suoi guai, ma poi finì in onore del nostro vescovo e dei suoi successori. In questo proposito abbiamo un breve di papa Leone X al vescovo Bernardo, con cui dichiara di non voler innovare cosa alcuna, ma permette che in tale materia sia luogo all’inveterato costume delle provincie germaniche. Ciò nulla ostante, il papa lasciò poi correre un altro breve a favore del vescovo di Bressanone, sul riflesso che questi era stato consecrato qualche anno prima che il vescovo di Trento. L’anno [p. 434 modifica]seguente, portatosi Bernardo alla Dieta d’Innsbruck, d’ordine di re Carlo, come uno dei supremi governatori, avanti i prelati, conti e baroni in essa comparsi protestò solennemente contro la validità del suddetto breve, ed appellò alla Santa Sede meglio informata. Corrado Manlio, cappellano del papa, spiccò susseguentemente da Roma un monitorio, con cui prescrivevasi che nulla s’innovasse, pendente la causa della precedenza fra i due vescovi. Re Carlo stesso scrisse ai vescovi in questo senso, promettendo di comporre la differenza, alla prossima sua venuta in Germania. Il papa, poco dopo, in una sua lettera a Carlo V revoca il breve dei 19 settembre dell’anno antecedente, rimettendo la causa nello stato in cui era, e lasciandone la cognizione a Re Carlo. La cosa fu quindi composta con Sebastiano vescovo di Bressanone, successore a Cristoforo, il quale si contentò, sua vita durante, di cedere a Bernardo la precedenza, che rimase poi sempre al vescovo di Trento, e di cui tuttora gode sì nelle Diete dell’Impero, come in quelle della Contea del Tirolo, nelle quali il di lui ablegato siede nel primo posto e dà il primo voto1 153. Nel detto anno 1519 fu pubblicata una sentenza arbitramentale sopra la questione insorta, rapporto ai monti di Vignola e di Falesina, fra il borgo di Pergine e gli uomini di Falesina, di Vignola, d’Ischia e di Tenna1 154. In quest’anno Bernardo ammise il conte Vinciguerra d’Arco alla [p. 435 modifica]rinnovazione dell’investitura dei feudi che la sua famiglia riconosce dalla Chiesa di Trento; non ostante che i di lui antecessori fossero stati contumaci a richiederla sotto i quattro vescovi immediati suoi predecessori. In egual forma accordò un’investitura separata a Nicolò conte d’Arco, per quella parte dei feudi, che nella divisione con Vinciguerra suo fratello gli pervennero dopo la morte del conte Francesco, comun genitore. Accettò pure il vescovo Bernardo il solenne rifiuto fatto in sue mani di certi feudi da Gerardo conte d’Arco, a favore di Nicolò di Trautmansdorf, cui egli investi subito dei medesimi1 155. Non avendo il vescovo Bernardo potuto ottenere da Nicolò, signore di Gresta, che entro certo termine a lui si presentasse per levare la investitura di Castel Gresta e d’altri corpi feudali, gli concesse, per l’addotta scusa di malattia, la dilazione a sei settimane, entro le quali dovesse presentarsi avanti di sè o de’ suoi luogotenenti, in sua assenza1 156.

Nel 1520 il vescovo Bernardo spedì la rinnovazione dell’investitura feudale del marchesato di Castellaro a Federico marchese di Mantova1 157.

Nel 1521 il Capitolo di Trento ebbe dall’Imperatore Carlo l’un amplissimo diploma di salvaguardia e di speciale protezione1 158. Li 16 marzo dello stesso anno fu fatta una transazione tra il comune di Dro e [p. 436 modifica]di Ceniga del contado di Arco dall’una, e Battista Gariolo, capitano di Castel Toblino, pei diritti del castello, e ser Guglielmo Travaia di Cavedine, colono del maso di Pietramurata, spettante alla mensa vescovile di Trento, dall’altra, intorno ai confini, che in quella occasione vennero fissati e diedero norma ai tempi avvenire1 159. Il primo di aprile dello stess’anno, la città di Trento ottenne da Carlo V la conferma de’ suoi privilegi1 160. Il vescovo Bernardo, avendo invano aspettati all’obbedienza i conti d’Arco, riguardo alla rinnovazione dell’investitura feudale dei castelli di Spineto e di Ristoro, appartenenti alla Chiesa di Trento, ed anzi avendo inteso che i medesimi conti ed alcuni loro antenati s’erano fatto lecito di chiederla, contro ogni giustizia, dall’Impero, spedì li 16 aprile di quest’anno in Vormazia, ove risiedeva l’Imperatore, Giovanni Gaudenzo Madruzzo, in qualità di suo legato, con ordine di produrre dinanzi il supremo Consiglio della Germania l’atto di protesta di nullità contro il suddetto attentato; il che eseguito, ne fu fatto pubblico rogito1 161. Nel maggio di quest’anno, dopo molte sollecitudini usate, il vescovo Bernardo ebbe il contento di ottenere dall’Imperatore la restituzione di Riva e suo territorio1 162; contro un reversale, col quale obbligavasi di mettervi un capitano o trentino o tirolese, che presti il giuramento [p. 437 modifica]delle compattate, colla riserva delle imposte ed aggravi provinciali. Ciò premesso, il vescovo Bernardo si recò a Riva, onde pigliarne personalmente il possesso, che gli fu dato nella forma che segue. Entrato il vescovo nella chiesa parochiale di Riva, mentre cantavasi il Te Deum, e uditavi la messa dello Spirito Santo al suono degli organi, si portò alla loggia. della piazza sotto il palazzo pretorio, ove da Giorgio di Firmian, maresciallo della Reggenza Enipontana fu esposto a quei sudditi il motivo di sua venuta in esecuzione degli ordini imperiali, e fatta al vescovo la tradizione delle chiavi della città e del castello; dopodichè i Rivani gli prestarono l’omaggio e il giuramento di fedeltà, in presenza dei testimoni Sigismondo di Tono, consigliere regiminale, Antonio di Tiene vicentino, Paride di Lodron, Nicolò di Neuhaus, Jacopo di Castel Clesio, capitano di Stenico, Gaudenzo Madruzzo, Martino di Tono, Andrea de Regio, e Antonio Quetta, cancelliere aulico 1 163. Nel giugno di quest’anno fu eretto in Pergine un beneficio dalla scuola dei canopi (minatori) nella chiesa parochiale di quel borgo, a profitto e servigio della lor società. Li 30 di giugno di quest’anno medesimo, Leone X mandò un suo commissario al vescovo nostro o al di lui vicario, con un breve eccitante ad arruolare a spese apostoliche buon numero di soldati in servizio della Santa Sede e dell’Imperatore 1 1641 165. [p. 438 modifica]

Nel 1522, il capitano di Pergine, in qualità di arbitro, pubblicò una sentenza concernente la consegna delle vache da farsi dal comune di Pergine ad un pastore nominato dal pubblico, con ispeciale regolamento pei tempi avvenire 1 166. Nicolò signore di Gresta, obbedendo al monitorio contro di lui rilasciato nel 1519, si risolse in quest’anno di presentarsi al vescovo Bernardo per ricevere la rinnovazione dell’investitura feudale; in cui, come pure nel reversale, ad eterno pregiudizio della Chiesa di Trento, si nominò Nicolaus de Castrobarco, dominus Grestae; il che poscia servì di fondamento, onde ottenere nel secolo decimosettimo i Quattro Vicariati 1 167. In questo stesso anno il vescovo Bernardo spedì ai Rivani la conferma dei loro privilegi, e la investitura di quei feudi che riconoscono dalla Chiesa di Trento 1 168. Nel luglio del suddetto anno confermò pure alle comunità oltre il Durone i loro statuti e consuetudini 1 169. E dell’agosto di quest’anno trovasi un laudo pubblicato in una causa concernente certi monti e loro confini fra gli uomini di Valle Floriana e la giurisdizione capitolare di Sovero 1 170. L’ultimo dello stesso mese ed anno, Marco Lorenzo podestà di Brescia diede all’abbadessa e alle monache di S. Giulia di Brescia la facoltà di spedire a Trento il dottore Giampiero Cazzago, gentiluomo bresciano, qual loro sindaco [p. 439 modifica]e procuratore ad agire avanti al tribunale la loro causa contro la comunità di Storo, riguardante la ricuperazione di certi beni, selve e boschi nelle pertinenze di Storo, da essa comunità indebitamente posseduti, contro l’antico diritto del monastero 1 171. Nel citato anno, il vescovo Bernardo confermò ad un certo Wolf e agli ebrei dimoranti in Riva, i privilegi che godevano sotto il dominio dei Veneti e dell’imperatore Massimiliano 1 172. Sul terminare di quest’anno, il vescovo Bernardo ricevette due brevi dal sommo pontefice; il primo nel mese di ottobre, l’altro in quello di decembre, nei quali gli s’ingiunge di recarsi sollecito alla Dieta imperiale per difendere la causa della Chiesa Cattolica contro l’eresia di Lutero, adoperandovi il solito zelo, e dottrina e l’autorità che gode sopra l’animo di Ferdinando 1 173.

Del 1523 vi è nell’Archivio episcopale una lettera del celebre Erasmo Roterodamo al nostro prelato, in cui, ragguagliandolo che Ferdinando gli aveva richiesta la parafrasi in Giovanni ad esso dedicata, si procura l’onore d’includergli il detto libretto, assieme con un’altra parafrasi in Matteo dedicata a Carlo V, acciò il vescovo in suo nome gliela presentasse 1 174. Dei 27 d’aprile di quest’anno v’ha una sentenza a favore dei Perginesi che possiedono beni nella gastaldia di Susato, [p. 440 modifica]che li esime dal pagamento, volgarmente detto dei Rigoloni 1 175. Li 29 luglio di quest’anno fu firmata la pace in Venezia fra Carlo V e Ferdinando e la Repubblica Veneta 1 176. Ai 30 del mese di ottobre dell’anno stesso fu fatto un istromento di piageria col Capitolo, che avea ideata la fabbrica del campanile della cattedrale, dai maestri tagliapietra Alessio di Tommaso del lago di Como, e Stefano di Tenno, stipulata con clausole di tal natura da servire di studio e di modello ai signori notari 1 177. Sorta essendo in quest’anno certa differenza fra gli uomini di Cavedine e quelli di Dro e di Ceniga, ed avendo i conti d’Arco fatto catturare un suddito vescovile, il vescovo Bernardo comandò in repressaglia che fosse in Riva imprigionato uno di essi conti con tre altri lor sudditi, che fece poi rilasciare, ottenuta sufficiente cauzione 1 178. Nella Dieta tenutasi in Innsbruck fu dato fine alla questione insorta, se i nobili del Vescovato di Trento potessero essere chiamati in Bolgiano ai privati congressi dei nobili ed ivi giudicati, mediante una transazione che apportò al Principato di Trento un gran pregiudizio, colla esenzione totale dai di lui tribunali di quei nobili che avessero ottenuta la loro nobiltà avanti la reggenza dell’imperatore Massimiliano; restando soggetti al principe di Trento quei soli che, o fossero stati nobilitati da esso [p. 441 modifica]Massimiliano, o in avvenire ottenessero un tale titolo 1 179.

Nel 1524 uscì la sentenza fra i Perginesi e gli uomini di Vigalzano, di Canzolino, di Casalino, di Costa, di Valdalmedra e sue pertinenze, sopra il diritto di fare fratte, di pascolare e boscheggiare nella selva detta delle Salezze di là dal Fersina 1 180. Altro laudo era seguito nella causa vertente tra i Perginesi e loro consorti, e la gastaldia di Frassilongo e Rovereda, riguardante i confini del Monte grande, detto di Innerbach, colla fissione dei termini dividenti 1 181. Nello stesso anno i Perginesi e la Valsugana ottennero dall’arciduca Ferdinando la conferma dell’esenzione dallo spoglio che usavasi nelle sostanze lasciate dai parochi e dal clero, commutato in un anniversario da farsi in Bolzano coll’intervento di tutto il clero tirolese, come dicemmo nella vita del vescovo Alberto di Ortenburg. I Perginesi all’incontro, uniti al clero di Valsugana, si obbligarono di celebrare il suddetto anniversario in Pergine 1 182. Una lettera di Pietro dei Busi dinasta di Nomi, dei 20 maggio di quest’anno, informa Antonio Quetta, consigliere del vescovo Bernardo, che Andrea conte di Lodrone, abitante a S. Antonio, sopra la villa di Pomarolo, faceva monete false in quantità, e le spacciava in Trento ed altrove coll’opera di tre suoi [p. 442 modifica]sudditi; del che esibisce e nomina i testimonii 1 183. Intanto il vescovo Bernardo trovavasi in Ratisbona per assistere a quella Dieta, alla quale era stato invitato anche il Capitolo, che si scusa con sua lettera ad esso Bernardo, di non essere in grado di mandarvi alcun canonico per le molte avversità che deve provare e per deficienza di mezzi; rimette tutto nelle di lui mani, e gli raccomanda molt’altre cose, ma particolarmente che procuri d’impedire la contribuzione ideata della terza parte delle rendite ecclesiastiche 1 184. Alla fine di quest’anno cominciò nell’Alemagna il tumulto dei rustici, che nell’anno susseguente diede tanto da pensare anche al Trentino. Ciò si deduce da lettera scritta al vescovo Bernardo dal conte di Ortenburg, che a lui rispondendo deplora la posizione di Bernardo sprovveduta degli ajuti necessarii a respingere i detti villani, e scusa Ferdinando che, sebbene avesse comandato gli fosse prestata assistenza, non era stato ubbidito dai suoi consiglieri; promette che a sollievo di tante spese avrebbe mandato duemila fiorini; e in fine lo esorta di tralasciare un certo pellegrinaggio, e di portarsi invece alla prossima Dieta, dove avrebbe potuto giovare all’arciduca co’ suoi consigli 1 185. Havvi poi una lettera dei 15 ottobre diretta da Clemente VII all’arciduca Ferdinando, colla quale si scusa di non essere in grado di aderire alle di lui premure per la promozione di Bernardo Clesio [p. 443 modifica]alla porpora; non potendo, occupato com'era in varii importanti negozii, pensare alla creazione di cardinali 1 186. Li 16 novembre di quest'anno, il vescovo Bernardo pubblicò la sua celebre costituzione contro gli usurai, che è tuttavia in vigore nel Principato 1 187.

Nel 1525 il Capitolo di Trento rinnovò agli uomini di Preore nelle Giudicarie la investitura feudale di tutti quei beni che riconoscono dalla Cattedrale, cogli obblighi ai quali si trovano astretti verso i canonici 1 188. In detto anno, il vescovo nostro, colle solite formalità, spediva la rinnovazione dell'investitura feudale di Nomi e sue pertinenze a Teodoro e ad Ippolito fratelli di Pietro Busi, stato crudelmente abbruciato nel suo castello dagli insorti villani; e ciò in nome proprio e degli altri fratelli Peregrino e Gianfrancesco, per procura da essi fatta nelle persone del medico Girolamo Brezio e del dottore Bonaventura Fanzini 1 189. Diede pure il suo consenso a Nicolò di Castelbarco, signore di Gresta, di poter esimere gli uomini delle ville di Ronzo, Clavisio, Varano, Panone, Valle ed Oppio, di Montagna di Gardumo dall'obbligo di condurre il vino delle decime e dei vignali di Aldeno al castello di Gresta, e di seco loro comporre 1 190. Nel medesimo anno Antonio di Leudro, vicario generale, di commissione del vescovo Bernardo, processo in materia di [p. 444 modifica]disonestà il sacerdote Trentini di Arco, beneficiato di S. Agnese nella cattedrale di S. Vigilio, e, trovatolo reo, lo condannò a tre anni di esiglio, durante i quali, gli fosse pur anco sospeso il godimento del suo beneficio 1 191. In quest’anno nella casa d’Antonio a Prato fu eretto il monastero delle monache scalze di S. Chiara, assieme alla chiesa dedicata alla SS. Trinità, per lascito del suddetto Antonio, il quale stabilì loro la norma ed il modo delle dotazioni 1 192. Avendo anche in quest’anno l’arciduca Ferdinando fatto nuova istanza al pontefice per la nomina al cardinalato del vescovo nostro Bernardo, n’ebbe in risposta che di lui avrebbe avuto tutta quella considerazione che Iddio ed i tempi gli permettessero 1 193. Li 9 novembre dello stess’anno, il sopranominato conte di Ortenburg, fra le altre cose ragguaglia per lettera il vescovo Bernardo, che la comunità di Brentonico aveva di già sborsati mille ducati d’oro al segretario Pietro Tergestino, per avere ottenuto dall’arciduca Ferdinando il diploma di privilegio di dividersi da Roveredo in punto di giudicatura 1 194.

In quest’anno il Principato di Trento divenne campo o teatro d’una spaventevole tragedia. Nella Germania sconvolta dalle dottrine dell’eresiarca Lutero, i popolani ed i villici si erano proposta la distruzione dei nobili e possidenti, dei sacerdoti, dei dottori, dei [p. 445 modifica]notai e d’altre ragguardevoli persone, mediante il saccheggio dei castelli dei feudatarii e delle terre dei Vescovati e delle ricche abbazie; asserendo di non riconoscere per padroni che Dio e l’Imperatore. Andremo dunque toccando di mano in mano, come in succinto diario, i successi di questa funesta insurrezione popolare, colla scorta di Girolamo Brezio Stellimauro, testimonio oculare e auricolare, e dei documenti autentici custoditi nei pubblici archivi 1 195.

Un principio dei moti interni dei contadini del Vescovato di Trento si scoprì in Levico nel mese di marzo 1525. Ciò si ricava da una lettera scritta da Graziadeo Buratto, vicario di Levico, a Graziadeo di Castelcampo, capitano di quella giurisdizione, con cui lo informa essere giunto un nunzio dell’arciduca Ferdinando, che, in di lui nome, intimò alla suddetta comunità profondo silenzio e cieca ubbidienza al vescovo Bernardo Clesio 1 196. Lo scoppio universale s’intese solamente nel mese di maggio, che obbligò lo stesso vescovo a ripararsi nella città di Riva, e la nobiltà più ricca del paese in varie città d’Italia, col meglio delle loro sostanze. Andrea del Borgo scrive al vescovo dal castello di Denno nell’Anaunia, che le cose pigliano cattiva piega, con timore fondato di non poter difendere [p. 446 modifica]esso castello, se i contadini ne tentassero l’acquisto. Aggiunge, essere egli intenzionato di spedire la propria moglie in Verona, ed egli stesso di venire a Trento, supplicando il vescovo, in quelle angustie, del suo consiglio. Altro avviso ricevette il vescovo da un Pietro Langl di Termeno, che descrive le iniquità commesse dai contadini in quei contorni, ma specialmente nel monastero di Nuovacella da lor saccheggiato, rubando mobili, vasi e suppellettili sacre, profanando statue e imagini di culto, e infierendo contro quei canonici regolari. Conchiude consigliando il vescovo a mettersi in sicuro dinanzi a quegli infelloniti. Lo Stellimauro sopracitato aggiunge, che la ferocia di quei ribaldi nei monasteri dei frati Teutonici e dei canonici di S. Agostino giunse a segno da castrare tre o quattro sacerdoti concubinarii, morti poscia di spasimo; dichiarando di castigarli, perchè, invece di servire a Dio, a cui si consacrarono, si fossero dati alla vita licenziosa. Da Tione Bartolomeo Luterini informa il vescovo, essere stato eccitato dal vicario del luogo a spedire a Trento i soldati delle Giudicaríe; avere perciò convocati i sindaci e loro ingiunto sotto gravi pene di procurarli sollecitamente; aggiungendo che s’istraderanno subito a quella volta venticinque uomini di Storo. Dal castello di Stenico ebbe il vescovo l’assicuranza che gli uomini fuori del Durone erano costanti nella fedeltà; doversi però temere di quelli entro il Durone, attesa la loro tardanza nel mandare a Trento i soldati richiesti. Questa notizia ebbe il vescovo per lettera di Agostino Corradi, che lo supplica di qualche provvigione di polvere a [p. 447 modifica]servigio del castello. Altra lettera capitò a Bernardo da Verona, colla quale Guariento dei Guarienti, informato dei tumulti rusticani, gli esibisce, per di lui sicurezza, una casa comoda e provvista del bisognevole in quella città.

Nel giorno 17 maggio, Giovanni Ettingero rende conto al vescovo dello stato in cui trovavasi la città di Trento. Dice che in essa non si ode che strepito d’armi, senza però che alcuno abbia finora sofferto il menomo oltraggio; spera che l’incendio si estinguerà, massimamente per l’opera vigilante di Francesco di Castellalto, distintissimo capitano che arringò il popolo e l’animò alla difesa; assicura che nessuno si lamenta del vescovo, e solo spiace ai cittadini alemanni la chiamata dei soldati giudicariesi, che temono possa riuscire più dannosa che utile. Dello stesso giorno è la lettera diretta al vescovo dal podestà di Trento, Giovanni Castelvetro, con cui gli partecipa che, avendo esso vescovo abbandonata la città, egli pure, per sottrarsi al furore dei villani, s’era rifuggito in Roveredo, lasciando Gianandrea Scutelli, quale sostituto o vice-pretore. Avvisa inoltre, che la casa capitolare, ripiena di ogni sorta di derrate, era stata spogliata, e ogni cosa divisa fra i poveri; sperarsi peraltro che nulla di più sinistro sia per succedere, atteso il decreto del Consiglio, che nulla s’innovasse, sotto pena dell’indignazione di Cesare e dell’arciduca, sino al ritorno degli inviati. Nel medesimo giorno il vescovo Bernardo accenna da Riva ai Consoli di Trento i motivi che l’hanno indotto a ritirarsi colà; fra i quali si conta quello di essersi [p. 448 modifica]accorto che la insurrezione fierissima dei villani era principalmente diretta contro gli ecclesiastici; esorta il Magistrato alla fedeltà e ad agir virilmente in difesa del principe, della città, della patria. Il giorno dopo, 18 maggio, Bernardo scrisse a Cristoforo di Thunn suo capitano e a Francesco di Castellalto, ingiungendo loro, di non entrare in composizione tale coi sollevati, che potesse riuscire indecorosa e pregiudicievole a sè e ai suoi successori; tanto più che le cose non erano ridotte così all’estremo da astringerlo ad un tale componimento. Il vescovo ricevette nello stesso giorno l’avviso dal Magistrato di Trento, che, dopo avere spediti a quei di Bolgiano dei deputati, e subito dopo degli altri, allorchè scopersero che l’intenzione dei villani era ostile alla città, essi Bolzanesi avessero mandati dei proprii, muniti di credenziali, per sapere se dovessero prestar credenza alle proposizioni a lor fatte dai primi inviati. Il Magistrato della città nostra, col consiglio e di concerto di Giorgio Frundsberg, di Francesco Castellalto e di Cristoforo di Thunn, narra di avere risposto, che i Consoli e gli eletti dei quartieri intendevano di esser fedeli all’Imperatore, all’arciduca ed al vescovo loro, e di mantenersi in unione colla Contea del Tirolo nelle cose lecite e oneste; e di tal tenore esser state spedite le patenti, per ordine dei luogotenenti vescovili, colla dichiarazione, che, nascendo qualche novità, ne avrebbero informato esso vescovo, a cui protestavano soggezione. Lo stesso conferma con un suo foglio, diretto a Bernardo, Alessandro Guelfo. In altra lettera della medesima data i Consoli assicurano [p. 449 modifica]il vescovo della lor fedeltà, non ostante la di lui partenza dalla città; lo pregano a star di buon animo, confidando nel patrocinio di S. Vigilio, ed insieme di procurare che l’arciduca, su cui può tanto, contribuisca alla preservazione della patria; lodano in fine i capitani Giorgio Frundsberg e Francesco Castellalto, creato suo luogotenente da Bernardo, quando risolse di ritirarsi a Riva. Antonio conte di Lodrone inviava pure due lettere al vescovo. Colla prima si scusa di non avere osato, a motivo dei tumulti, di visitarlo nella città di Riva; aggiunge che i di lui fratelli Paride e Lodovico si trovavano in Trento, e che esso attendeva alla provvigione delle cose necessarie alla difesa del suo castello; termina dicendo che i tumultuanti aveano chiesta la resa di Castel Stenico, che alla Rocca d’Anfo s’aspettavano duecento soldati, che vorrebbe sapere, per suo contegno, la mente del vescovo. Colla seconda, protesta a Bernardo la sua fedeltà, e soggiunge ch’era tuttora occupato a mettere in istato di valida difesa i castelli di Lodrone e di Romano. Nello stesso giorno 18 maggio, Giovanni Parisi, Agostino Corrado, Antonio di Cilao informano il vescovo, aver essi convocati i sindaci delle comunità oltre il Durone, ed altri uomini riconosciuti fedeli alla Chiesa di Trento e disposti a difendere il castello di Stenico; avere ingiunto al massaro e al vicario di qua dal Durone, che tengano gente preparata ad ogni occorrenza; e finalmente ch’essi non omettevano attività e vigilanza nel fare l’ufficio loro e nel procurare il necessario tanto di vettovaglie, che di polvere e d’altre cose. [p. 450 modifica]

Un dispaccio dell’arciduca, datato d’Innsbruck 19 maggio, esprime al vescovo il dispiacere circa i tumulti dei villani che minacciavano Trento; aver esso scritto al vicerè affinchè accorra con pronto ajuto, ma rincrescergli di non essere in grado di soccorrerlo nel modo che bramerebbe; finisce col mettere a disposizione del vescovo una cavallina che aspettava dal Mantovano. Del detto giorno è pure la lettera di Giovanni Parisi, con cui dà parte al prelato, essere venuti venti uomini di Molveno e di Andelo, contea di Belforte, alla canonica del Banale per ispogliarla; ma, accorso egli in ajuto con alcuni uomini, li abbia obbligati a sloggiare a forza di buone parole e di minaccie; avere per altro inteso a Belforte, da uno di lungo l’Adige, che i tumultuanti si erano proposto di volgersi in pochi giorni verso Riva e di volere a ogni costo esso vescovo nelle mani. Nel medesimo giorno il vescovo Bernardo scrive ai Consoli di Trento che, essendosi divulgato malignamente nelle Giudicarie, per eccitar quelle genti a sommossa, che la sua città capitale si era ribellata, assicurino tosto del contrario i Giudicariesi; aggiungendovi le espressioni di fedeltà al loro vescovo e signore, manifestate nella lettera dei 18 maggio, e da lui gradite sommamente. Diffatti li 20 maggio i Consoli informano i Giudicariesi della falsità di quella voce e della loro intenzione di esser fedeli. Intanto però i contadini anelavano di dare il sacco alla città, accorrendo a torme, armati di mannaje, di martelli, di forche, di fionde, da ogni parte, ma specialmente dalla valle Lagarina, da quelle di Rendena e del Sarca, dalle terre dei [p. 451 modifica]conti di Lodrone e dalle miniere perginesi. Da una lettera dello stesso giorno di Sebastiano Antonini, vicario di Tione, intese il vescovo con piacere la deliberazione presa dagli uomini oltre il Durone d’esser fedeli, e di inviare quattro rappresentanti a confermargli quest’atto di sudditanza. Gianandrea Scutelli avvisa il vescovo Bernardo, avere i luogotenenti vescovili proibito, sotto pena della forca, di assaltare o derubare persone, e di convocare sediziosamente il popolo così in città come fuori. Aggiunge che, prima del suddetto proclama, alcuni volevano scacciare dalla città di Trento un Giovanni di Giudicaria canonico; ma che i luogotenenti ovviarono in tempo a cotesto arbitrio. Antonio di Vigolo avvisa il vescovo con lettera dello stesso giorno, essere giunti in Trento sette deputati, mossi da una diceria che i Trentini si volessero unire coi Veneziani. Non può tuttavia passare sotto silenzio che i Trentini bramavano il ritorno del loro vescovo nella città. Sebastiano Antonini sopradetto, vicario di Tione, ragguaglia il nostro Bernardo, essere tornati duo messi spediti dai Giudicariesi a quelli della valle di Annone, e riferire che i tumultuanti aveano assediato il castello di Cles, ma che, comparsi molti, anche della valle di Sole, al suono della campana, in ajuto di Baldassare Clesio, fratello del vescovo, i ribaldi si ritirarono, chiedendo perdono. In questo frattempo i villani del Vescovato di Trento avevano spedito all’arciduca Ferdinando loro nunzii Cristiano di Vigo di Pinè e Giacinto Nascimbene di Cavedine, colla domanda di essere sollevati dai pretesi gravami e colla proposta, per vieppiù [p. 452 modifica]muoverlo in loro favore, di dargli nelle mani la città di Trento. Il principe li accolse benignamente, ma li consigliò a mutar sentimenti e ad ubbidire al loro vescovo, a cui starebbe a cuore di sollevarli. Disgustati di questa risposta, i suddetti nunzii fecero alleanza coi villani tirolesi, onde promuovere una insurrezione generale.

I Consoli di Trento, in una lettera dei 22 maggio 1525 al vescovo Bernardo, dicono essere state fatte dai suoi luogotenenti le seguenti proposizioni: 1.° che si elegessero i capi di quartiere Leonardo Stiegelmaier, Lorenzo Sizzo, Maestro Vincenzo speziale, e Bartolomeo detto Frapure, speziale, per trattare l’occorrente con essi Consoli, sino alla decisione del Congresso provinciale; 2.° che i dottori facciano guardia alle porte per se o per altri; 3.° che sino al termine del Congresso provinciale, i Consoli non possano esigere dagli esteriori le imposte dovute alla Provincia; 4.° che i sindaci esteriori si uniscano solidariamente con quelli della città. I Consoli asseriscono di avere risposto alla prima proposizione, di non poter acconsentire se non nel caso, che i superiori vi concorrano col loro comando; alla seconda, che non si opponevano, purchè ciò sia senza pregiudizio di alcuno; alla terza, che vi si accomodavano di buona voglia; alla quarta, acconsentivano egualmente, salve le loro ragioni intorno ai punti di discrepanza fra la città ed i comuni esteriori, dei quali aspettano la decisione dal Congresso provinciale. Il vescovo, rispondendo li 24 maggio, rimette il giudizio sopra tutte queste cose a tempo più opportuno. [p. 453 modifica]

Li 23 maggio i Consoli di Trento informano il vescovo, che i tumulti andavano cessando, e lo supplicano a far si che i canonici fuggiaschi restituiscano alla chiesa cattedrale le reliquie preziose, i vasi d’argento, d’oro, gli istrumenti pubblici ed altro, acciò non si perdano. — Bartolomeo Luterini racconta al vescovo Bernardo, che gli uomini di Valle di Sole avevano dato il sacco al Priorato di Campiglio; e che i Giudicariesi di qua e di là del Durone perseveravano nella fedeltà. Una lettera dei 24 maggio di un certo Peregrino informa Graziadeo di Castelcampo, suo genero, capitano di Castel Selva, che i tumultuanti erano venuti il giorno innanzi alla villa, in numero di cinquanta armati, ove, a dispetto del principe, pescarono a torme, cacciando con minaccie di morte il pescatore del castello, e asserendo che, maturato il grano, verrebbero essi a raccoglierlo e a tagliare debitamente il prato.

Li 25 maggio il vescovo Bernardo scrisse ai Consoli, che, avendo inteso che in Merano si doveva tenere una Dieta per trattare di questioni da deliberarsi in altre prossime Diete in Sterzinga e in Bressanone, si scusassero del non mandarvi loro deputati, perchè quell’assemblea non era stata indetta dall’arciduca. Se poi non potessero scansarla, li esorta a mandarvi due o tre soggetti abili e savi, pei quali acchiude una specie d’istruzione. Altro consiglio diresse Bernardo agli stessi Consoli li 26 maggio; cioè che spediscano, per ogni buon fine, un salvocondotto ai canonici di Trento giunti da Verona in Riva colle reliquie ed altri capi preziosi [p. 454 modifica]spettanti alla cattedrale; encomiando i suddetti canonici pel loro zelo, che non meritava i sospetti del Magistrato. Li 27 dello stesso mese i Consoli iscrivono al vescovo Bernardo di essersi molto adoperati affinchè si mandassero alla Dieta di Merano Bonaventura Fanzini, il D.r Girolamo di Tono e Girolamo Dalla Rosa; ma che avendo i luogotenenti confermata l’elezione del panettiere Leonardo Stigelmaier fatta dai quartieri, essi dovettero accomodarvisi. Supplicano poscia il prelato a fare ritorno in Trento, dove la sua presenza nelle attuali calamità poteva recare gran giovamento. Li 30 maggio i Consoli informano il vescovo sull’istruzione data agli inviati alla Dieta di Merano, e sulla sodisfazione significata dall’arciduca per la fedeltà a lui mantenuta.

Il primo di giugno Giovanni di Castelbarco assicura il vescovo della sua diligenza nell’arruolare soldati. Dei due di giugno abbiamo due lettere dell’arciduca; l’una al vescovo, a cui promette tutta l’assistenza; soggiungendo però che i tumultuanti si doveano placare colla mitezza e non coi terrori; e quanto ai soldati chiestigli da Bernardo per difesa del suo castello di residenza, ne offro due o trecento, non ostante la strettezza in cui dice trovarsi. L’altra lettera è diretta ai Consoli di Trento, che loda per la fedeltà conservata al loro vescovo, li consiglia a perseverare, e loro promette assistenza. Da un atto dei 3 giugno, esteso nel borgo di Cles, si deduce che Baldassare di Tono, capitano di Castel Clesio e vicario generale delle Valli di Annone e di Sole, lesse ai sindaci di esse certe [p. 455 modifica]lettere dell’arciduca, ricercando che proponessero i loro gravami. Molti dei sindaci preferirono di esporre per loro nuncii questi gravami al vescovo stesso. Li 4 giugno l’arciduca, con sua lettera, consiglia Bernardo a ritornare a Trento, essendo stato più volte invitato dai Consoli; tanto più che il capitano Francesco di Castellalto, sufficientemente provveduto di milizie, stima utile ed opportuno il di lui ritorno. Li 12 giugno, Nicolò di Trautmansdorf e Andrea di Reggio, ablegati vescovili alla Dieta d’Innsbruck, scrivono a Bernardo di avere inteso, che i villani ricusano di ammettere alla Dieta i prelati. Aggiungono però che l’arciduca non avrebbe mai permesso la esclusione degli ecclesiastici. Conchiudono consigliando il vescovo a tener buone spie, e a non dipartirsi dalla città di Trento, benchè molti disapprovino il suo ritorno. In altra lettera dei 13 giugno, i medesimi deputati ragguagliano il vescovo, essere nella Dieta stato conchiuso di emanare due decreti penali, l’uno in nome del principe, l’altro delle città e dei comuni, coi quali si proibivano, durante la Dieta, le sedizioni; esortando i prelati ed i nobili delle città e del contado a precedere col buon esempio, Nondimeno tra i nobili, che pur riconoscono pingui feudi dalla Chiesa e che il vescovo amava particolarmente, segnalavasi Giorgio di Firmian, per aver propugnato l’esclusiva degli ecclesiastici dalla Dieta, e avere osato di farne formale istanza all’arciduca in nome degli altri nobili. L’arciduca replicò essere ferma sua mente che anzi vi dovessero intervenire. Ciò nulla ostante, doversi temere l’esclusione, attesi i maneggi [p. 456 modifica]che in questo riguardo si fanno da esso Giorgio e da altri nobili feudatarii di Trento. Avere anche l’oratore imperiale attestato il dispiacere del suo signore per tali novità, colla promessa che, se i tumulti non cesseranno, l’Imperatore saprà opporre un valido rimedio. Gli inviati del vescovo di Trento essere stati scacciati dalla Dieta; e conoscendo essi, che le città ed i comuni non vogliono che i prelati ed ecclesiastici facciano parte della Commissione, chiedono al vescovo, se gli esclusi, colla licenza del Serenissimo, debbano partire. Dicono inoltre che quelli di Bressanone ed alcuni del Vescovato di Trento, che sono del Consiglio, coll’ajuto di alcuni nobili della Commissione, siano stati ammessi alla Dieta; però contro la mente dell’arciduca e la consuetudine. Nello stesso giorno scrive l’arciduca a Bernardo esortandolo a mettere un idoneo capitano nella giurisdizione di Nomi, il quale conservi i diritti dei figli di Pietro Busio, atrocemente immolato dai villani, e li difenda finchè pervengano a età matura. Che se egli non potesse acconsentire, lo avvisi almeno del suo parere; perchè intende di provvedere alla loro indennità contro chiunque volesse pregiudicare nei beni o nelle ragioni ai suddetti pupilli. Ai 14 di giugno, con altra lettera l’arciduca dà parte al vescovo dell’incominciamento della Dieta e dello scoraggiamento dei villani resi più miti e pieghevoli; a motivo della gran strage fatta di loro in più luoghi della Germania. Finisce col descrivere il loro odio contro gli ecclesiastici, cui egli non cesserà mai di difendere. In tale giorno gli inviati vescovili alla Dieta informano il nostro [p. 457 modifica]Bernardo dell’udienza avuta dall’arciduca, in cui gli esposero la mente delle città e dei comuni di escludere dalla Dieta i prelati; inoltre, che Tommaso Tabarelli avesse al principe presentata una carta, nella quale credono contenersi i gravami del popolo trentino, raccomandandolo a Sua Serenità; che Bernardino di Tono abbia veduti i quattro gravami principali degli abitanti della Valle di Annone, i quali sono: 1.° di dover ubbidire a un capitano, non eletto da loro, che è fratello del vescovo, da cui non possono sperare giustizia in caso di bisogno; 2.° di essere impediti nel trattare gli affari proprii e specialmente riguardo al ponte di Stono; 3.° che nelle condanne il vescovo sia troppo severo; 4.° che la investitura feudale a quelli di Tajo sia stata alterata e la tassa accresciuta a cinquantadue fiorini del Reno.

Abbiamo motivo di congetturare che, o poco prima del 15 giugno o poco dopo, il vescovo Bernardo ritornasse nella sua città capitale, invitato dal Pubblico, mediante il dottore Alessandro Guelfo, inviato a tal fine dai principali cittadini, che in gran numero si trasferirono a Toblino per incontrarlo. Con lettera dei 19 giugno Andrea da Reggio, uno degli inviati alla Dieta, informa che ad essa intervennero anche i prelati, e che il capitano del paese abbia rese grazie agli oratori di Baviera e alla Lega Sveva della buona disposizione dei loro principi; essere peraltro cessati i tumulti, e i gravami dei popoli potersi a poco a poco levare; avere il duca di Borbone e il marchese di Pescara esposto che, tornando i detti tumulti pregiudicievoli [p. 458 modifica]all’Imperatore, sarebbero costretti, quando non si fermi la pace, di provvedervi; i vescovi di Bamberga, di Erbipoli ed altri signori, scacciati dalla lor sede, essere stati a quella restituiti dal capitano della Lega Sveva, e i popoli condannati a grossa somma di denaro; molti decapitati, e ad alcuni cavati gli occhi. Lo stesso Reggio, in lettera dei 20 giugno, notifica che i villani di Salisburgo abbiano offerto quella città e quello stato all’arciduca Ferdinando, il quale si crede che manderà a prenderne il possesso, come fece del Vescovato di Bressanone, per consenso del vescovo, affinchè i villani non lo distruggessero. Ambi poi gli inviati vescovili scrissero nello stesso giorno a Bernardo di avere raccomandato al Conte del Tirolo le cose del Vescovato di Trento; il quale rispose stargli a cuore le cose spettanti a quel vescovo sovrano, e spiacergli di non poter mandare il richiesto denaro, perchè non ne aveva. Aggiungono, di essere stati pregati dal fratello del conte di Helfenstein, trucidato dai rustici, di avvisarlo quando si presenteranno alla Dieta, ond’essere anch’egli a portata di presentare al principe le sue raccomandazioni; terminano con encomiare Tommaso Tabarelli, che tanto si affatica a favore del vescovo, per ridurre i villani alla dovuta obbedienza. Il detto Tabarelli trasmette nel giorno medesimo la notizia del suo operato. Racconta che gli abitanti della Valle di Non, che per l’addietro s’erano espressi di volere piuttosto perdere i loro beni che sottomettersi al vescovo, abbiano mutato pensiero, restringendosi a ricercare che i loro aggravi siano levati; ed anche i Levicani, a loro esempio, [p. 459 modifica]essersi dichiarati di non volere far cosa alcuna senza il parere del loro capitano Nicolò di Trautmansdorf; ma che intanto darebbero querela al loro prefetto, affinchè siano rimossi quei gravami che loro riescono intollerabili. Evvi una lettera dei 21 giugno 1525, segnata da trentasette sindaci delle valli di Annone e di Sole, diretta all’arcidiacono di Trento, in cui gli notificano, essere essi stati obbedienti ai comandi dell’arciduca, e benchè alcuni abbiano ardito di fare delle combriccole e sotto falso nome dichiarato alla Dieta di non voler riconoscere il vescovo per lor padrone, assicurano di avere spedito a quella volta Antonio da Sejo e Antonio da Corredo notaro, acciocchè in loro nome ritrattino le suddette espressioni. Li 23 giugno i due delegati vescovili alla Dieta, ragguagliano Bernardo, che in quel congresso, da cui furono esclusi i prelati, vennero letti i gravami estesi in Merano contro i prelati e i nobili, alla presenza dell’arciduca e dell’arciduchessa sua moglie, e degli oratori di Baviera e della Lega Sveva; nel quale incontro essersi intesi grandi schiamazzi del popolo contro l’odiatissimo tesoriere; e che a Salisburgo siano stati mandati il Firmiano e lo Staremberg per sedare i tumulti contro quell’arcivescovo.

L’arciduca Ferdinando, con sua lettera dei 28 giugno, approva e loda Bernardo, che abbia differito il castigo dei villani al termine della Dieta. Soggiunge d’essere anch’egli nel caso di dover tollerare per ora la lor petulanza. I Consoli di Trento spedirono i loro legati nella valle di Annone, con istruzioni segnate il 1.° di luglio, dimostrando a quei popoli il dovere di [p. 460 modifica]ubbidire ai comandi dell’arciduca e del vescovo loro signore; e minacciando, in caso opposto, di unirsi ai tirolesi per obbligarveli colla forza. Li 2 luglio, Graziadeo Burato, vicario di Levico, informa Bernardo, che il giorno antecedente arrivò un certo nunzio colla relazione che l’arciduca voleva che i sudditi Levicani ubbidissero al loro padrone; che questi, o disperati o irritati, sono per tentare la sua ruina; perlocchè supplica il vescovo a fare in modo che egli si possa difendere nel castello, in caso di qualche strano attentato; e termina accennando, che Antonio Rossi, capo dei ribelli, sia stato in Caldonazzo e nel Borgo di Valsugana a tenere consiglio coi collegati. Lo stesso Graziadeo, con suo foglio dei 5 luglio, avvisa Tommaso, maestro della casa del vescovo, che il suddetto Rossi siasi abboccato col vicecapitano, e tra le altre cose l’abbia assicurato di poter andare e venire liberamente coi suoi del castello di Levico. Aggiunge, avere esso Rossi avuto seco dieci compagni armati e con cani, i quali ferirono in rissa il custode dei cavalli, ed essere intenzione dei villani di tenere una Dieta presso Bolgiano, tostochè si saranno impadroniti dei nobili. Li 4 luglio, Stefano notajo di Casezzo scrive al consigliere Andrea Reggio, d’avere animati i timorosi ad essere costanti nella fede verso il vescovo, tanto più che si sperava vicino l’arrivo dei commissarii; ma aggiunge che l’assessore delle Valli di Annone e di Sole, Bonifacio Betta, si aspettava poco buon frutto dai commissarii, ch’egli credeva poco atti a farsi temere dai sediziosi, i quali non cessano dalle combriccole e tentano di impedire l’accesso ai [p. 461 modifica]commissarii suddetti. In data dei 15 luglio un anonimo informa il vescovo Bernardo che, convocati dai commissarii gli uomini delle Valli, quelli di Corredo e di S. Zeno hanno adequatamente risposto; ma quelli delle altre pievi abbiano dichiarato di non volerli udire nè ricevere i loro consigli, asserendo di aspettare dalla Dieta tirolese i proprii nuncii. Aggiunge che i suddetti uomini abbiano gravemente ingiuriato Stefano di Casezzo e collo schioppo minacciato a segno, che i commissarii, temendo di sua vita, si prepararono a saettare colle baliste. In detto giorno Stefano di Casezzo scrive a Baldassare di Castel Clesio, che i sediziosi avevano messo in iscritto i gravami che volevano presentare alla Dieta, e che alcuni erano stati in Tajo, forse per consigliarsi cogli inviati di Merano e di Bolgiano; ma che gli uomini di Curtazza erano contrarii al vescovo.

Li 21 luglio, l’arciduca notifica al vescovo Bernardo di aver posto fine alla Dieta con tale provvedimento, che i popoli non potranno più ribellare, ed il vescovo sarà in grado di reggere quietamente i proprii sudditi; promettendo altresì di contribuire in parte alle spese del presidio e ad altre occorrenze. Il giorno seguente, Stefano di Casezzo scrive a Baldassare di Castel Clesio, che i ribelli non cessano di riunirsi in congresso; aver essi destinati altri nuncii per Innsbruck, onde sapere il motivo della detenzione dei primi; ed essere venuti ad esso congresso i sindaci di Tajo, Sfruzzo, Smarano, Torre, Vigo, Clozio, Romalo, Revò e Saltero; essendo mancati tutti gli altri sino a Fondo, a riserva di quello di Ambulo, che fu presente. Graziadeo [p. 462 modifica]di Campo, vicario di Levico, scrive al maestro di casa, avere i ribelli, per rendere più costanti i loro seguaci, sparso che il vescovo di Bressanone fosse stato privato dall’arciduca della temporalità, e che il simile succederebbe in breve con quello di Trento. Li 26 luglio, i Consoli di Trento comandarono ai comuni esteriori di allestire il loro contingente dei due terzi dei soldati in aumento dei cinquemila pedoni, in esecuzione degli ordini avuti dall’arciduca e dagli eletti della provincia; alla lettura dei quali s’invitavano dopo il vespro del giorno seguente, nella casa del Comune, onde deliberare il bisognevole. Li 3 agosto l’arciduca Ferdinando scrive al vescovo nostro, che, se le cose sono composte, comandi il trasporto al loro luogo dei cannoni, che ora si trovano nel Castello di Trento; i quali, se abbisognassero di riparazione, vengano tosto rimessi in buono stato a spese di esso arciduca. Li 6 del mese suddetto, Alessandro conte d’Arco fa noto a Bernardo, che gli uomini di Cavedine, udito il comando vescovile, loro intimato dai suoi sudditi di Dro, avessero risposto di non riconoscere esso vescovo per loro signore, con altro parole ingiuriose; e che avrebbero uccisi tutti quelli uomini di Dro, che osassero ancora farsi vedere sul loro monte.

Li 12 di agosto, l’arciduca, come avvocato della Chiesa di Trento, e il vescovo Bernardo Clesio nominarono lor commissarii Carlo Trapp, Francesco di Castellalto, Antonio Quetta e Andrea Reggio, con autorità di sedare i tumulti e di esigere la rinnovazione del giuramento di fedeltà nel Trentino. La cittadinanza vi [p. 463 modifica]acconsentiva, ma non così il contado. I Levicani, quelli di Caldonazzo e della Valsugana ricusarono apertamente di ubbidire; e il loro esempio seguirono pure gli uomini delle valli di Annone e di Sole, di Nomi e della valle Lagarina. Li 18 agosto il conte di Ortenburg dà al vescovo Bernardo la facoltà di adoperare i soldati che vanno in Italia, per castigare quelli di Nomi, secondo anche la commissione dell’arciduca, il quale, scrivendo al Clesio, brama di essere informato della verità dell’incendio della villa di Nomi, e dell’esito dell’impresa. Il suddetto conte di Ortenburg, li 19 d’Agosto, scusa presso il vescovo l’arciduca, se, a motivo delle presenti strettezze e della mancanza di denaro, non procede con quelle punizioni rigorose contro i Numiani ed altri ribelli che sarebbe disposto di usare; stimando prudente il sospendere alquanto la sua risoluzione, tanto più che è sì grande l’innobedienza delle provincie verso di lui, che non si può dire padrone di un fiorino. Dello stesso giorno è la lettera diretta al vescovo da Andrea Reggio, nella quale informa, che il dì antecedente, nella piazza di Cles, molti delle pievì di Denno, di Tassullo e di Cles, dopo la lettura delle credenziali del vicario di Bolgiano, fatta dall’assessore delle valli, risposero: non essere tenuti a ripetere l’atto di fedeltà giurato altra volta; il decreto contro i tumultuanti non estendersi a loro, stati sempre fedeli; voler osservare gli Statuti trentini. Aggiunge che, essendo mancanti molti al convegno, furono citati a comparire per l’indomani, domenica, sotto pena di bando; che niuno della villa di Mechel avea voluto [p. 464 modifica]giurare, protestando di volersi portare dinanzi al vescovo; che i commissarii cavalcherebbero dopo pranzo verso la pieve di Ossana per trattare con quegli abitanti che si reputano meno rei, e il lunedì verso Malè, assai contrario all’ubbidienza, per convertirlo; il martedì a Revò, ove sono chiamati gli uomini delle pievi; che Livo ricusò di comparire in detto luogo, per avere sperimentati troppo maligni quegli abitanti; e perciò fu determinato che venissero nella pieve di S. Lorenzo; avere quelli di Rumo deliberato che non si corrispondesse l’affitto della decima a Bernardino di Tono; avere quelli di Brezio tagliato il fieno in un prato del suddetto Bernardino, convertendolo in proprio uso, e quelli di Romalo vi avessero, per disprezzo, mandato i loro cavalli a pascolare, avanti la segagione. Li 20 agosto, Bonaventura Fanzini notifica al vescovo, che uno di Nomi e un altro di Nogareto siano andati a Pergine al convegno dei villani; e consiglia di farli imprigionare al ritorno. Il vescovo ricevette lo stesso giorno notizia, che i tumultuanti delle valli di Annone e di Sole, facevano gente, e comandavano di recarsi armati a Malè, sotto il falso nome di commissarii; che il giorno antecedente con bandiera inalberata s’erano portati a Clozio; che d’ogni parte si congregavano in armi, coll’intenzione di ammazzare tutti quelli che andarono nella valle di Sole, onde piegarsi agli ordini dei commissarii, ai quali avean giurato vendetta; motivo per cui questi ultimi dovettero ritornare per altre strade. Termina l’anonimo dicendo, che esso è rimasto nel castello di Cles alla custodia del capitano: nel quale [p. 465 modifica]castello, mancante di provvigioni, non vi erano che otto difensori. Li 23 agosto, il vescovo Bernardo comandava alla comunità di Fiemme di ricevere i commissarii e di rinnovare assieme al capitano il giuramento di fedeltà. Questo comando fu rinnovato gli 8 settembre, colla riserva di punire i trasgressori del primo. Ciò non ostante, avendo i Fiemmazzi esposto certi gravami e pretesa l’osservanza dei lor privilegi, l’attuale prestazione fu differita fino ai 10 decembre; nel qual giorno comparsi in Cavalese, uno per fuoco, giurarono fedeltà in mano di Americo e di Cristoforo Poar commissarii. Li 26 agosto Peregrino scrive a Graziadeo di Castel Campo, suo genero, essere stato ucciso dai villani il capitano di Castell’Ivano, da essi per lungo tempo assediato ed ora caduto in loro potere; e quindi lo consiglia di provvedere alla sicurezza di Castel Selva, acciò non gli accada il medesimo. L’arciduca, con suo foglio dei 27 agosto, deplora lo stato del vescovo, riguardo alla ribellione delle valli di Annone e di Sole; per rintuzzare la quale dice di aver comandato al suo Consiglio Enipontano di spedire a quelle parti il capitano Bernardino con 500 soldati.

Li 28 d’agosto, i villani di qua dall’Adige, cioè quelli di Palù, di Pinè, di Civezzano, di Meano, di Ivano (esclusi i Tesini) e tutti gli altri della Valsugana, i Levicani e i Caldonazzesi, fatta una feroce congiura contro il vescovo e la città di Trento, si unirono in numero di quattromila nella pianura del Cirè, e riposarono nel borgo di Pergine. Li 29 trasferirono il loro campo presso Cognola, sopra le Laste, d’onde [p. 466 modifica]bersagliarono il castello di Trento, in cui soggiornava il prelato. A questi si aggiunsero li 30 agosto i villani di Nomi, di Pomarolo, di Nogareto, d’Isera e della valle Lagarina. Li 31, i nobili della città di Trento, seguiti dal popolo, assalirono il campo dei villani, i quali, dopo lunga e ostinata resistenza, si ritirarono. Il 1.° settembre, i cittadini, scortati dalle milizie ausiliarie, si scagliarono centro i villici di Baselga, di Sopramonte, di Cadine, di Cavedine, di Terlago e di altri comuni oltre l’Adige, i quali erano discesi fino alla Scala, a vista della città, e ne fecero 15 prigioni, colla morte di altri tre; levando loro gli armenti, e condannando i più facoltosi a multe di denaro gravissime. Nel medesimo giorno, i villani di qua dall’Adige, unitisi di bel nuovo nella campagna del Cirè, stabilirono di dare il sacco al borgo di Pergine. Del che accortisi i Perginesi, chiamati in ajuto i canopi o minatori e provvedutisi di artiglieria, mossero l’armi contro di essi. A si inaspettata comparsa, i villani, ridivenuti mansueti, chiesero qualche vettovaglia, e si ritirarono verso Trento, di qua e di là dall’Adige, fissando il loro accampamento in parte a Cadine e in parte a Cognola. Sopravennero dalle parti superiori della valle dell’Adige trenta armati, prima collegati ai danni della Chiesa ed ora convertiti dai commissarii dell’arciduca; i quali ammonirono i contadini del Trentino a desistere dalla loro impresa e a giurare fedeltà al vescovo e all’arciduca. A ciò si aggiungeva la mancanza repentina dell’ajuto sperato dagli abitanti delle valli di Annone e di Sole, i quali, mossisi verso Trento a lor favore [p. 467 modifica]in numero di tremila, retrocessero a un tratto fino ad Ossana, per causa della voce sparsa ad arte da Baldassare di Clesio, fratello del vescovo, che il capitano imperiale Corradino coi suoi pedoni spagnuoli si avvanzava a gran passi dal Tonale per sottomettere e dare il guasto alle valli di Annone e di Sole.

Dissipato in tal guisa l’esercito dei ribelli, il due di settembre i villani deposero le armi. Li 4 chiesero il perdono dei loro eccessi al vescovo Bernardo e ai suoi commissarii, i conti Gerardo d’Arco e Lodovico di Lodrone; che fu a loro benignamente accordato, eccettuati i capi, e colla riserva dei danni a favore del Vescovato e degli abitanti della città di Trento. Ai quattro dunque e ai sei del detto mese, sulla piazza vaccina, oggi detta Fiera, fuori della porta veronese, e nel prato presso la Badia di S. Lorenzo di là dall’Adige, prestarono tutti il giuramento di fedeltà al vescovo e principe, dando ogni pieve tre uomini in ostaggio per la osservanza.

Ripigliando i dettagli di questa pericolosa insurrezione negli altri luoghi, diremo che il 1.° settembre era pervenuta relazione al vescovo, che quelli di Tajo e delle pievi vicine erano stati fino alla Rocchetta, e vedendo di non poter nulla effettuare, avean presa la strada verso il distrutto castello della Visione, ove pernottarono. Alle ore ventidue del giorno in cui scrive l’anonimo, aveano i ribelli piegato a torme verso Vermiglio, sulla voce della venuta dei tedeschi, che poi seppero essere a Mazio nella Valtellina, distante da Vermiglio 25 miglia. Consiglia perciò il vescovo ad [p. 468 modifica]inviare 400 pedoni o anche meno, per incuter timore ai ribelli, sino a che giungano i tedeschi. Avvisa inoltre che i rivoltosi aveano spediti due nuncii, i quali instassero acciò fosse scritto al capitano Corradino di non oltrepassare Vermiglio, esibendosi di trattare un accordo; ma essere loro stato risposto, che non era in sua facoltà il trasgredire gli ordini del serenissimo. Sebastiano Antonio di Tenno, vicario, scrive in detto giorno a Giovanni Gaudenzo Madruzzo, capitano di Tenno, che la comunità di Riva era risolta di soccorrere il vescovo contro i ribelli, e che avea trovate disposte a concorrere a tale intento anche le comunità di Arco, di Gresta, di Ledro e di Tenno. Aggiunge di avere esortati i Giudicariesi di qua e di là del Durone a desistere dalla rivolta, se non volevano provare le armi voltate contro di essi. Li 2 settembre Gerardo d’Arco, Lodovico di Lodrone e gli altri commissarii spedirono un salvocondotto per un sol giorno alle comunità d’Ivano, di Telve, di Levico, di Caldonazzo, di Pergine, di Pinè, di Civezzano, di Povo e di Vigolo Vattaro, affinchè ognuna di esse possa mandare tre uomini ad essi commissarii, sotto le seguenti condizioni: 1.° che debbano accettare gli ordini emanati dalla Dieta tirolese, e giurar fedeltà a tenore di quelli; 2.° che si sottomettano a quella pena che sarà loro imposta dall’arciduca e dal vescovo, secondo il loro delitto; 3.° che ritornino alle case loro, depongano le armi, restituiscono ai commissarii Castell’Ivano con tutto il mal tolto, e convengano colla città di Trento per la restituzione di quanto le avessero guasto o rapito. Li 3 settembre [p. 469 modifica]Camillo Zani, Girolamo Cenci e Leonardo Visintainer, assieme ai 17 custodi del castello di Ossana, scrivono al vescovo di avere colle bombarde e coi sassi respinti varii attentati dei ribelli contro il castello; essere da essi ribelli stata incendiata la canonica di Ossana. Lo supplicano di qualche soccorso di soldati e dell’invio d’un prefetto, il quale, in nome suo e dell’arciduca, regga il castello. Con lettera di questo giorno medesimo Giovanni conte di Ortenburg si duole col vescovo nostro delle avversità che lo circondano, e per le quali il serenissimo non osa chiamarlo a sè, quantunque lo brami assai. Se ciò nulla ostante egli si risolvesse di venire, lo prega ad avvisarlo, affinchè possa procurargli frattanto le lettere necessarie pel suo ritorno. Finisce esortandolo a ricondursi nella propria residenza, dove nelle circostanze spinose del momento la sua presenza potrebbe esser utile. Li 4 settembre, i luogotenenti e commissari dell’arciduca e del vescovo ammoniscono i sudditi fedeli a non atterrirsi per la venuta dei soldati nella valle di Annone; ma di accettarli di buona voglia, di somministrar loro le cose necessarie e di ajutarli a soggiogare i ribelli. Nel detto giorno Baldassare Clesio scrive al vescovo suo fratello, che era stato consegnato ai ribelli il castello di Ossana per imperizia dei custodi e per trascuranza dei signori di esso, i quali, se avessero voluto, potevano agevolmente difenderlo contro un esercito. Dopo il possesso della rocca di Ossana, essere i ribelli tornati a Caldesio, spargendo voce di voler assediare quel castello; ma i nobili signori di esso avere risposto esser pronti a respingere [p. 470 modifica]ogni tentativo; avere i detti ribelli mandati due nuncii per trattare accomodamento, e chiesto un salvocondotto per inviare al vescovo alcuni dei loro, promettendo di richiamare i tumultuanti da Caldesio, da Terzolasio e da Samoclevo. Siccome il castello di Ossana era stato ceduto in nome dell’Imperatore, e i ribelli l’avevano abbandonato, Baldassare informa il vescovo suo fratello, essere necessarie provvisioni a custodia di esso, e la scelta di una persona di piena indipendenza; ammonendo i signori di Ossana a condursi in modo da non meritare la indegnazione della superiorità. In questo senso scrivono pure li 14 settembre al vescovo i nuovi custodi del castello di Ossana, assicurandolo della lor fedeltà e costanza a difesa di esso, e pregandolo di mandar loro un capo di maggiore autorità. Li 15 settembre fu pronunziata la sentenza condannatoria contro i Levicanì, che aveano preso parte alla sommossa, al saccheggio delle campagne e all’assedio di Trento. Li 19 settembre Angelo Costede riferisce al vescovo, che in Tajo comparvero alcuni anauniesi dinanzi ai commissarii implorando perdono, e che giovedì andranno a Romalo per prestare la dovuta ubbidienza. Aggiunge che il giorno prima i compromessi di Tajo erano fuggiti coi loro mobili, che erano cessati i convegni, e che i soldati italiani dimoravano ancora a Sporo. Con suo foglio del medesimo giorno il conte di Ortenburg si congratula con Bernardo, che l’audacia dei rustici sia stata depressa; aggiungendo che, a sollievo dei danni patiti e delle spese da esso fatte, l’arciduca gli rilasciava la sua metà del provento dalle condanne che [p. 471