Dal tuo al mio/I

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Cap. I

../Prefazione ../II IncludiIntestazione 25 aprile 2016 100% Da definire

Prefazione II
[p. 1 modifica]

DAL TUO AL MIO





I.


In casa Navarra era festa, quella sera. Il povero barone don Raimondo, che arrabattavasi da anni ed anni in mezzo ai debiti e agli altri guai, colla croce di due figlie da marito per giunta, ne dava una, delle figliuole, al figlio unico di don Nunzio Rametta, ch’era entrato nella zolfara dei Navarra senza scarpe ai piedi e col piccone in mano, ed ora aveva denari a palate e si chiamava col don. La ragazza, è vero, s’era fatta tirare [p. 2 modifica]pei capelli a dir di sì, non per l’umiliazione di dover scendere sino al figliuolo di un zolfataro e diventare signora Rametta senz’altro, — ahimè, i guai della casa baronale li conosceva anche lei, e il viso rosso se l’era dovuto fare altre volte, quando i creditori venivano a chiedere il fatto loro, gridando e strepitando, e lei doveva dire che il babbo non era in casa — ma pure, alla sua età, ci aveva in capo il suo romanzetto anch’essa, e ne aveva fatto del piangere per strapparsi dal cuore Lucio Santoro, suo cugino, prima di chinare il capo al matrimonio col figlio di Rametta! Basta, parenti amici il cugino don Rocco sopratutto, gliene avevano dette tante: — Ma che siete pazza? Rifiutare un terno al lotto! Quell’altro che non possiede nulla! Ma guarda il povero papà tuo! — [p. 3 modifica]E ora suo padre, in maniche di camicia e cravatta bianca, arrampicato su di una vecchia seggiola di cucina, stava accendendo la lumiera di Venezia in sala, per la cerimonia del contratto nuziale, raso di fresco, e sfavillante di contentezza, pover’uomo. Isidoro, in gala anche lui, colla livrea antica sui calzoni di colore, era tutto intento a dargli una mano, se mai, col viso in aria.

— Così, santo Dio! Ci vuol tanto?

— Non so. Non ho mai fatto il sagrestano, io! — brontolò il servitore.

— Tu non hai fatto mai nulla, Non faceva mai nulla! Due giorni che scopavano e lavavano, lui, donna Barbara, Nardo, ch’era venuto dalla zolfara a portare le solite lamentele degli operai — e l’avevano messo a portar via la spazzatura. Ora Nardo [p. 4 modifica]se ne stava a vedere dall’uscio, insieme a Luciano, il capomastro, perciò tornò a battere:

— Dunque, signor barone, cosa facciamo?

Il barone, che sapeva a mente la canzone, e aveva pure altri diavoli pel capo, rispose senza voltarsi, col mento e le braccia in aria, seguitando ad accendere:

— Lo vedi quel che sto facendo.

Si udì una scampanellata che fece sobbalzare il barone e accorrere dalla cucina donna Barbara, vestita da festa, reggendo a due mani un vassoio pieno di dolci.

— Chi è? Di già! Santo Dio! — esclamò don Raimondo cercando il suo vestito.

— Date, date qua, don Sidoro.

— Anche donna Barbara adesso!

Il barone gridò stizzito: [p. 5 modifica]

— No, no, non è ora dei dolci. Di là, di là, in cucina.

Lisa, che terminava d’acconciarsi, mise fuori il capo dall’uscio:

— Sentite che suonano? Donna Barbara nella confusione era rimasta col vassoio in mano, come estatica, ammirando intorno:

— Oh! oh!

— Si può sapere chi è che suona?

— Vado, vado. Non posso far tutto in una volta.

Donna Barbara posò il vassoio sulla consolle, e andarono in due a vedere.

Nardo tornò ad insistere:

— Allora me ne vo. A me non me ne importa.

— E neanche a me! — ribattè il barone.

Ma Luciano si fece avanti con le mani in tasca e l’aria risoluta: [p. 6 modifica]

— Questa è faccenda che si deve accomodare, signor barone.

Costui infine si rivoltò, colla faccia accesa:

— Anche Luciano, adesso!

Gli vennero in bocca tante altre cose che non disse. Soltanto cacciò le mani in tasca lui pure, rifacendo il verso a Luciano.

— Sentiamo come vuole accomodarla, signor capopopolo, padrone mio?

— Presto, papà, non vi fate trovare così — lo interruppe Lisa correndo a prendergli il vestito che era buttato sul canapè, ed aiutando ad infilarlo.

— Chi è? Sono scappati tutti? — strillò il barone intanto che sua figlia stava aggiustandolo.

Comparve donna Barbara, con due bottiglie in mano, e il servitore che [p. 7 modifica]ne aveva anche due sotto le ascelle — un lusso. — Donna Barbara annunziò solennemente:

— Lo speziale! Ha mandato il rosolio per il trattamento!

— E me lo portano qui! Che fai? Di là, di là, vi dico! In cucina, insieme ai dolci del monastero....

— Ho due sole mani! C’è anche questo qui — rispose Sidoro dandogli pure il conto. — Il garzone è lì che aspetta.

Don Raimondo gli strappò il foglio di mano, cacciandoselo irato in tasca.

— Domani! Di’ che passo da lui domani. Non ha da comprarsi il pane stasera, lo speziale?

E tutt’a un tratto se la prese con Nardo, il quale in verità non aveva aperto più bocca:

— Ma lasciami stare oggi, Nardo! [p. 8 modifica]non mi far fare la bocca amara anche tu!

Il campanello dell’anticamera fece correre di nuovo tutti quanti, donna Barbara colle bottiglie in cucina, il barone per portar via la seggiola su cui era prima salito. Lisa agguantava già il vassoio quando entrò donna Bianca, accaldata, festante, col vestito di lana e seta, lo spillone col cammeo antico, il fazzoletto di pizzo nelle mani, soffiando e sventolandosi.

— Son qua! la prima! Che caldo! che contentezza oggi in casa vostra!

— Oh, la zia Bianca!

— Grazie, grazie, cugina Bianca!... Non possiamo dubitare.... — aggiunse il barone.

Donna Bianca abbracciò in fretta la ragazza. — Cara Lisa!... — poi si rivolse trionfante al cugino: — [p. 9 modifica]Un matrimonione!... La gente lasciatela parlare. Verrà anche lo zio marchese?

— Sicuro — rispose il barone. — Perchè non dovrebbe venire?

— Quello che dico io! Certi fumi, al giorno d’oggi, bisogna lasciarli stare. Lui ha pure sposato una maestrina, perchè parlava col squinci e linci.... forestiera, per giunta!... Alla sua età! Vostra figlia ora è contenta?

— Se non fosse contenta lei....

— Lo so, lo so, don Mondo. Voi non siete di quelli che vorrebbero far bere l’asino per forza. La Nina poi è così ubbidiente, così giudiziosa!...

Don Raimondo strinse le labbra e le mani, commosso.

— Per forza, cugina mia! Come si fa, santo Dio! Quell’altro che non aveva niente.... Qui in casa.... lo sapete! [p. 10 modifica]

— Sì, sì, lo sa anche lei. Vedete che s’è persuasa anche lei, alla fine. Ragazzi, che volete? Si era scaldata la testa per Lucietto Santoro.... Cugini, è naturale. Ma poi ha chinato il capo....

S’interruppe, ammirando i preparativi della festa, l’illuminazione, i fiori sulla consolle, i seggioloni dorati di qua e di là del tavolino col tappeto verde, i ritratti antichi che guardavano di lassù, tutt’intorno.

— Bene! bene! Avete fatto le cose bene! La casa è sempre quella! Chissà che trambusto oggi in casa vostra! Vi vedo ancora in faccende.

— Papà è stato in giro sinora — disse Lisa.

Il papà abbozzò un sorriso di cui egli solo sentiva l’amaro, e aggiunse a fior di labbra:

— Sì, sono andato a spasso! [p. 11 modifica]

— Dunque, me ne posso andare? — conchiuse Nardo, vedendo che nessuno badava più a lui.

Stavolta il barone si voltò infuriato:

— Nardo!... Sei ancora qui?...

— Benedicite.... Me ne vo....

E Nardo voltò le spalle per andarsene davvero. Ma a un tratto tornò indietro strillando e gesticolando:

— Se non possiamo tirare innanzi colla paga che abbiamo, vossignoria! Il dazio! la ricchezza nobile! la tassa sul pelo, con rispetto parlando!... Chi possiede anche un misero asinello deve pagare! Ora poi hanno inventato la legge pei ragazzi che lavorano nelle miniere! Un povero galantuomo che ha figliuoli non può nemmeno camparci su!

— Sicuro! ci campo io! — ribattè il barone infuriato. [p. 12 modifica]

Nardo ammiccò furbescamente, guardando in giro, con un sorriso sciocco.

— Eh, vossignoria!... Vi manca il pane e il companatico qui!...

— Deve accomodarsi questa faccenda delle paghe, signor barone! Sentite a me che vi voglio bene — aggiunse Luciano.

— Si vede come mi vuoi bene! Mi rendi il bene che ti ho fatto crescendoti orfano in casa mia!

— In casa vostra!... Io pure ci ho lavorato in casa vostra! Domando il fatto mio, quello ch’è giusto.

Il giusto! Don Mondo sentì ribollire tutte le angustie e i bocconi amari che gli toccava mandar giù, ogni giorno, e nascondere ai creditori e alle figliuole. Sgranò in faccia a Luciano certi occhi di basilisco, stralunato, colle labbra che gli tremavano, [p. 13 modifica]senza potere profferir parola — troppe cose gli sarebbero venute in bocca, povero don Mondo! E se la prese tutt’a un tratto con Nardo, cacciandolo verso l’uscio, scuotendolo pel petto della giacca, sbuffandogli in faccia con un mugolìo iroso:

— Nardo! Mi trovi mille lire, che mi servono come il pane? Un giorno intero che sudo sangue e acqua a cercarle!

Nardo si mise a ridere.

— Eh, quando le incontro per la strada, le mille lire!...

— Allora vattene! Allora vattene! — urlò il barone furioso, prendendo Nardo e Luciano per le spalle e spingendoli fuori. — Non mi fate scappare la pazienza.

Lisa e donna Bianca intervennero per calmarlo:

— Papà!... [p. 14 modifica]

— Via, don Mondo! Non vi guastate la festa..

— Me la guastano! Me la guastano, cugina mia! — andava brontolando il barone, asciugandosi le labbra col fazzoletto, e cercando intorno cosa ci fosse ancora da fare.

— Vediamo la sposa. Nina? Nina? Dov’è, quanto l’abbraccio....

— Or ora viene, zia.

— Sarà ancora allo specchio. È giusto. La festa è per lei. Verrà anche la tua festa, non temere. Perchè? Cosa vuol dire? Su quella testa, sciocca! Ti mariterai anche tu, non temere.

— Ma sì! ma sì! Chi vi dice.... — borbottò Lisa aggrottando le ciglia e chinando la testa — vera testa di Navarra.

La zia allora le disse il fatto suo:

— Tu devi dire quello che dice [p. 15 modifica]tuo padre. Lascia fare a lui, che non ci dorme su, poveretto. Hai visto tua sorella? Pareva che finisse il mondo se non sposava suo cugino Lucio. Invece tuo padre gliene ha trovato un altro ch’è cento volte meglio. Pensa invece come sei nata....

— Per grazia di Dio, lo so!

— Per grazia di Dio, sissignore! — saltò su la zia Bianca irritata al sentir di queste cose. E si rivolse al barone:

— Questa poi non le somiglia a sua sorella!

— Che volete? È così giovane!

— No, no, è di un’altra pasta. — Si vedeva, all’ironia ch’era nel sorriso amaro della ragazza, alla malizia dei begli occhi di sfinge. — Giacchè Dio t’ha fatto nascere in questo stato, bisogna aver pazienza. Ridi perchè ne ho avuta tanta io? [p. 16 modifica]

— No, zia, non rido.

— Non ne son morta, vedi?... Oh Nina!

— Cara zia! — disse la sposa entrando, finalmente.

— Qua, qua, figliuola mia! Mi sento tutta così!...

Cavò di tasca un altro fazzoletto per asciugarsi gli occhi. Nina, così aggiustata, sembrava quasi bella, con quel visetto pallido, e gli occhi dolci e timidi.

— Lásciati vedere. Questa è roba di fuori? — chiese la zia palpando la veste.

— La roba, sì; ma quanto al resto.... — rispose il povero padre, che gli luccicava negli occhi la contentezza.

— Lo so! lo so! Mani benedette! Mezza dote l’hanno nelle mani le vostre figliuole. Brava, Nina! brava! [p. 17 modifica]Vedi come gli ridono gli occhi anche a tuo padre, poveretto?

— Oh, per me ci sono avvezzo ai guai.... Ma almeno che non abbiano a tribolare anche loro.... — rispose il barone asciugandosi gli occhi. Nina gli buttò le braccia al collo, senza aprir bocca, col viso proprio nel panciotto del babbo, dentro, dentro. — T’avrò fatto piangere, figliuola mia.... ti sarò sembrato un tiranno....

Allora la poveretta non ci resse più, e gli chiuse la bocca colla mano.

— Zitto, babbo!... Non dite così!...

— Non dite così, cugino mio. Lo sa anche lei perchè facevate il tiranno. Quello lì che non aveva niente.... In casa vostra poi.... Basta, ora Nina è contenta.... Cos’è? Cos’è adesso? — chiese la zia Bianca vedendola scoppiare a piangere. [p. 18 modifica]

— Cos’è, figlia mia? Parla, dillo a tuo padre! — aggiunse don Mondo colle lagrime agli occhi anche lui, e accarezzandola con mano tremante.

Nina, vinta dalla commozione e dalla tenerezza, non sapeva più frenare i singhiozzi che la scuotevano tutta fra le braccia della zia. Lisa piangeva dall’altro lato, come fosse un mortorio quello sposalizio, e mormorava:

— Povera Nina!

— Ma che povera! — saltò su la zia. — Sarà la prima del paese! Brava, è così che incoraggi tua sorella?

— Non sei contenta, di’? Dillo a tuo padre! — seguitava il barone, turbato e col cuore grosso.

— Sì, papà, sono contenta — rispose la brava ragazza chinandosi a baciargli la mano. Ed ebbe anche la [p. 19 modifica]forza di sorridergli, poveretta, stringendo le labbra per frenare il pianto.

— Perchè?... Perchè piangi dunque?... Cos’è?...

— È la gioia.... È la contentezza.... Piango per la contentezza — rispose lei asciugandosi gli occhi.

— Tè! che voglio dartelo proprio di cuore! — esclamò la zia, pure commossa e coprendola di baci. — La tua povera mamma, lassù, ti benedice ed è contenta anche lei, vedi!... Vi guarda di lassù tutt’e due — aggiunse volgendosi a Lisa che aveva il fazzoletto agli occhi.

— La carrozza! La carrozza del signor marchese! — gridò Sidoro dalla scala.


*


Fu un cambiamento di scena. Donna Bianca s’infilò i guanti, le [p. 20 modifica]ragazze corsero ad accomodarsi allo specchio, il barone intanto gridava:

— Lume! presto! fate lume!

E comparve donna Barbara, col lume di cucina.

— No! quello no, bestia! Sidoro, un lume!

— C’è il lume, c’è! Sin nella scala ho acceso il lume! — rispose Sidoro spalancando l’uscio a due battenti. — Eccolo qua!... colla signora marchesa anche!

Lo zio marchese era in fracche, colla cravatta bianca, i baffetti neri e incerati, il sorriso amabile. La signora marchesa pure sorrideva affabilmente, e salutava di qua e di là, con un pennacchietto di brillanti che luccicava tratto tratto.

— Quanto onore stasera! Quanto onore in casa mia! — disse il barone confondendosi in inchini. [p. 21 modifica]

— Che piacere, volete dire!... Caro barone.... cuginette care.... Che piacere per tutto il parentato!... Infatti la marchesa, qui, mi diceva oggi....

— Certo, certo, non avremmo voluto mancare. Siamo parenti stretti....

Fece un altro salutino, e presentò alla sposa un bel mazzo di fiori che aveva in mano.

— Cara cugina.... con tante felicitazioni.... tantissimi auguri!...

Le altre avevano un po’ di soggezione. Sola Lisa osservò:

— Come son belli!

Allora il padre, sembrandogli troppo poco, disse alla sposa:

— Vedi, la zia marchesa ha voluto incomodarsi.

— Grazie....

— Niente, niente, quattro fiori. Li ho fatti venire apposta da Palermo, perchè qui non se ne trovano. [p. 22 modifica]

— Che vuoi, mia cara, un piccolo paese.... — cominciava il marchese, coll’aria indulgente; ma donna Bianca non seppe più tenersi:

— Qui non c’è niente. Vengono tutte di fuori le cose belle.

Ci fu un momento di silenzio, e il barone, per rimediare, s’affrettò a presentarla:

— Questa è nostra cugina, donna Bianca De Lisi.

— La conosco, la conosco — interruppe lei ruvidamente, senza manco chinare il capo.

La signora marchesa invece volle confonderla di gentilezze:

— Ci vediamo poco perchè mancano le occasioni in paese.

— Eh! abbiamo tanto da fare, ciascuno a casa sua — rispose donna Bianca voltandole le spalle.

— È una vera contadina — [p. 23 modifica]dovette dire allora la marchesa all’orecchio del marito.

— Eh? Che dite?

— Mi dispiace di non vedere i Montalto che sarebbero parenti stretti anche loro — interruppe il marchese per tagliar corto, prendendo il braccio del barone.

— Dispiace anche a me. Ma siamo in lite per quel pezzo di terra....

— Brutta cosa tra parenti! — osservò sorridendo graziosamente la signora marchesa.

A quell’uscita donna Bianca, che aveva colto a volo la parola “contadina„ e masticava una buona risposta, la spiattellò tal’e quale:

— A me piace invece che vi scaldate pel parentato come se ci foste nata!

Il marchese alzò ancora la voce, scherzando colla moglie: [p. 24 modifica]

— Eh, amica mia!...

— Quando ce n’è poca, cara cugina, uno tira di qua e l’altro tira di là.... — conchiuse il povero padrone di casa ch’era fra le spine. Fortunatamente s’udì un’altra scampanellata frettolosa, e il barone finalmente potè prendersela con qualcheduno: — E tu che fai, Sidoro, a bocca aperta? Non senti che suonano di nuovo?

— Sento, sento.... — brontolò il domestico movendosi dall’uscio.

Ma entrò subito don Rocco, scalmanato, sbuffando nel vestito buono che gli era venuto stretto dopo tanti anni, asciugandosi testa e faccia col fazzoletto di colore, vociando quasi fosse in piazza:

— Ho visto la carrozza e sono corso!...

Era tutto sudato e gongolante [p. 25 modifica]anche lui, il bravo don Rocco, buon parente e buon amico — anzi più che parente e amico, in quell’occasione — si vedeva all’ammiccare che fece al barone entrando, senz’altro. Rise, si cavò i guanti, e li cacciò dentro il cappello a staio, insieme al fazzoletto.

— Oh, cugino don Rocco!... E vostra moglie?

— Egli cessò di ridere subito, e fece il viso lungo:

— Malata, malatissima! Vi manda a dire di scusarla. Abbaia come un cane.... chiusa allo scuro, figuratevi!...

— Il solito mal di capo, si sa! — interruppe la zia Bianca che non aveva peli sulla lingua.

— Vorrei vedervi voi! — scattò a dire infuriato don Rocco. — Con tanti ragazzi sulle spalle! Non ha il tempo di stare a lisciarsi come voi! [p. 26 modifica]

— Certo! certo! — appoggiò il marchese conciliante, al solito. — Quando c’è troppi figliuoli in casa....

— Ci vuol l’aiuto di Dio! Voi, cugino don Mondo, siete stato fortunato....

Guardò intorno, in cerca di complimenti, e poichè nessuno glieli faceva, buttò indietro il capo, tirando in giù il panciotto con un colpetto significativo, strizzando gli occhi, soggiungendo pure:

— Lo dico con piacere, perchè ci ho un po’ di merito anch’io.

Il barone non sapeva che ripetere:

— Grazie.... Non possiamo dubitare....

— Non fo per vantarmi.... Ma questo matrimonio è come un terno al lotto!

Il marchese rizzò il capo al pari di un cavallo di razza, e arricciò il naso: [p. 27 modifica]

— Oh!... oh!... oh!...

— Eh, scusate, caro marchese. Possiamo parlare, qui in famiglia! Dico perchè dolgono i guidaleschi anche a me! Le tasse, il Governo, le malannate!... Siamo tutti di un colore! Io colla vigna filosserata, mio cugino don Mondo a grattare quel po’ di zolfo che hanno lasciato nella miniera quelli là....

E accusò gli antenati appesi in giro alle pareti. Il barone, invece di prendersela con quei poveretti, come faceva il cugino don Rocco, chinò il capo e si strinse nelle spalle.

— Mi hanno lasciato quel che hanno potuto.

— Quello che non hanno potuto portar via, volete dire! Zitto! Mi scaldo nell’interesse vostro! Non per la misera caratura che ci ho anch’io nella zolfara. Invece — aggiunse [p. 28 modifica]posando la mano familiarmente sul capo della sposa — invece tuo suocero ha portato a casa sua!

— E come! E come! — esclamò il marchese sorridendo maliziosamente.

Ma don Rocco continuò senza badargli:

— Che uomo quel Rametta! Un naso! un colpo d’occhio!... Se don Nunzio Rametta si mette in testa di avere il cappello del Padre Eterno, ci arriva! Tu sei proprio fortunata, cara Nina!

— Eh, non sposa mica lui! — interruppe la marchesa con una risatina imprudente che mise un po’ di freddo nella conversazione.

Don Rocco si accalorò sempre più:

— E il figlio meglio del padre! Vedrete! Quando m’accorsi di quel telegrafo colla finestra qui dirimpetto.... [p. 29 modifica]

— Io? — interruppe Nina facendosi rossa.

— No, tu no, ma non importa. Quando vidi che il figlio di Rametta pigliava fuoco per mia cugina, dissi subito al barone: “Don Mondo, volete far risorgere la vostra casata, eh? Volete farla risorgere?„

— Voglio farla risorgere — rispose don Mondo sorridendo bonariamente, poichè don Rocco, infervorato nella proposta, gli andava quasi addosso alzando la voce e gesticolando come se gliela facesse proprio allora la proposta.

L’altro, all’uscita del barone, rimase da prima a bocca aperta; poi alzò le braccia in aria, e andò a sedere borbottando:

— Allora!... Se non si può discorrere nemmeno!...

La marchesa, seduta in fila colle [p. 30 modifica]donne, volle notare graziosamente l’anello che Nina aveva al dito:

— Questo è regalo dello sposo?

— Sì — rispose Nina.

— Bello! bello! — aggiunse il marchese.

— Vero regalo d’innamorato, si capisce!

— E gli orecchini? — saltò a dire allora don Rocco alzandosi di nuovo. — Sembrano due stelle! Si vede anche all’oscuro che mia cugina è fortunata — conchiuse ridendo.

— Oh! oh! — fece ancora il marchese dignitosamente. — Io direi invece ch’è una fortuna per tutti e due gli sposi.

Don Rocco, che non voleva restare indietro, ribattè maliziosamente, con una strizzatina d’occhio:

— Certo, sicuro; ma è sempre [p. 31 modifica]meglio prendere uno che vi voglia bene a quel modo!

— Oibò, che prosa! — osservò la marchesa, minacciando don Rocco col ventaglio.

— Oh Dio! Non capita a tutti di saper fare un matrimonio romanzesco! — rispose donna Bianca che non ne poteva più. Bella maniera di prendersi spasso di una povera ragazza, che aveva chinato il capo a prendere lo sposo come Dio glielo mandava, ed era lì a sentire e tacere! Forse che la signora marchesa non aveva fatto la volontà di Dio anche lei? Costei prese la botta, e la scaricò malignamente su chi non ci aveva colpa.

— E i cugini Santoro? — chiese al barone, affettando di volger le spalle a donna Bianca. — Credevo di trovar qui il bel cuginetto Lucio. [p. 32 modifica]

— Ssst! ssst! — interruppe vivamente don Rocco, facendo segno anche colle mani, e guardando di sottecchi la sposa.

Nina si fece prima pallida e poi rossa, sentendo tutti gli occhi fissi su di lei — ma non si mosse — povera ragazza. Lisa si strinse a lei istintivamente. Il barone le volse un’occhiata rapida e accorata. La zia Bianca, rossa anche lei, rimbeccò a quel villanzone di don Rocco:

— Eh! che diamine!

Erano sulle spine tutti quanti. Nina allora disse coraggiosamente:

— Non c’è nulla da nascondere, don Rocco.

— Papà ha invitato tutti i parenti. Chi vuol venire, la strada la sa — aggiunse Lisa.

Don Rocco cercò di rimediare:

— Dico che i cugini Santoro [p. 33 modifica]sdegneranno di imparentare coi Rametta. Loro discendono dalle anche d’Anchise!

E il marchese, per rimediare:

— Saranno andati in campagna, i cugini Santoro.... mi pare d’aver sentito dire....

— Buon viaggio!... colle anche d’Anchise!... Le abbiamo tutti le anche d’Anchise! — tagliò corto infine il barone, sbuffando.

La marchesa intanto fingeva di scusarsi colla sposa, dicendole piano:

— Sono proprio mortificata.... Non vorrei aver messo il dito su qualche piccola ferita.... — e sorrise affabilmente.

— Niente, niente! Qui non c’è nè morti nè feriti! — conchiuse don Rocco. [p. 34 modifica]


*


Giunsero in quel mentre il notaio Zummo, padre Carmelo, e un altro, vestito di nero, che aveva la faccia di iettatore. Il padre Carmelo, ch’era di casa, cominciò a vociare fin dall’uscio:

Deo gratias?... Ho trovata la porta aperta.... Si vede ch’è festa in chiesa!

— Festa in chiesa e festa in cucina! — rispose don Rocco ridendo e battendogli sulla pancia. — Siete venuto all’odore, padre Carmelo?

— E voi, no? E il notaio Zummo, qui?...

Il notaio ch’era venuto in funzione, col soprabito nero e la spilla di diamanti, non gustò lo scherzo:

— Eh? che cosa? Di che ridete, don corvo? [p. 35 modifica]

Padre Carmelo continuando a ridere gli offrì una presa.

— Niente. Andate avanti.

Zummo alzò le spalle, e si volse all’adunanza, cerimonioso:

— Riveriti.... Padroni miei.... Ci siamo? Siamo pronti?

— Un momento — rispose il barone. — Abbiate pazienza, don Bastiano.

— Non s’era detto per le nove in punto? — E il notaio mostrò il suo cronometro d’oro. — Entrate, don Serafino. Questo è il mio giovine di studio.

Quello colla faccia di iettatore salutò e cominciò a disporre i fogli di carta bollata sul panno verde del tavolino. Intanto il barone tirò in disparte il prete, e gli disse sottovoce:

— Niente, eh?

— Mi dispiace. Sarei venuto a [p. 36 modifica]portarvi i denari. Ma è un cane peggio degli altri — rispose l’altro accennando al notaio colla coda dell’occhio. — Dice che se non ve li presta Rametta, ora che imparentate con lui, significa che non c’è cautela sufficiente.... Provate a parlargli voi.

Il notaio che stava coll’orecchio teso, intanto che faceva il galante colle dame, volle parare la stoccata:

— Chi è che s’aspetta adesso?

— Lo sposo, nientemeno! — rispose ridendo la marchesa.

— Mandatelo a chiamare. Sta qui di faccia....

Don Rocco, premuroso, s’alzò subito per correre a quella tale finestra che aveva detto; ma il barone, sempre più imbarazzato, ricominciò a scusarsi:

— Mi dispiace, signori miei.... [p. 37 modifica]Tarderà perchè suo padre è andato alla miniera a dare un’occhiata.

— È giusto, è giusto — osservò il marchese.

— È giusto — ripetè padre Carmelo, ironico. — Rametta vuol vedere e toccare con mano, prima. Tanto tempo che gli faceva l’occhietto alla zolfara! Sin da quando vi lavorava a cottimo....

E rise lui, vedendo che non ridevano gli altri.

— E andato a vedere per questa benedetta faccenda dell’acqua. Abbiamo l’acqua nella zolfara.

— Non importa, aspettiamo — disse gentilmente il notaio. — Siamo in bella compagnia.

E s’inchinò alle dame. La marchesa accettò il saluto e il complimento, e rispose sorridendo:

— Grazie! [p. 38 modifica]

— Piglia tutto lei! — mormorò la zia Bianca fra i denti.

Nessuno fiatò più; tutti cercavano qualcosa da dire e guardavano la sposa, che non sapeva che fare, poveretta. E barone allora propose:

— Intanto beviamo un bicchierino di qualche cosa....

Lisa partì per la cucina chiamando:

— Sidoro? Donna Barbara?

La zia si alzò anch’essa per dare una mano. La marchesa si dava da fare anch’essa per dissipare l’imbarazzo.

— Dicono che per togliere l’acqua ci son delle macchine adesso — osservò il marchese.

— Sicuro, delle macchine che costano un occhio.

— Qui, qui, metteteli qui. — Il barone corse dietro a Sidoro che [p. 39 modifica]portava in giro i rinfreschi, e volle servire il notaio colle sue mani stesse.

— Non si finisce più di spendere! Caro notaio, un bicchierino di rosolio? Posso servirvi io?

— Grazie! Tante grazie!

Don Bastiano prese dalle mani di lui il bicchierino, inchinandosi; volle mirarlo attraverso il lume e assaggiò il liquore strizzando l’occhio.

— Proprio eccellente! Lo speziale si è fatto onore!

— Padre Carmelo vi ha parlato? — chiese piano il barone, mentre gli stava accanto colla bottiglia in mano.

— Figuratevi se mi ha parlato! Alla salute della sposa!

— Io, no — diceva intanto, con una smorfietta, la marchesa, ringraziando Lisa che le offriva del rosolio. — Prego di scusarmi.

— La signora marchesa sarà [p. 40 modifica]avvezza a chissà che roba! — osservò il notaio, che cercava di togliersi dalle costole il barone. Ma questo non lasciò presa, giacchè aveva proprio l’acqua alla gola:

— Ci vogliono capitali....

— Rametta li ha i capitali.

— Certo, certo. Ma ha le mani in tante altre imprese, Rametta! Però in questa dello zolfo i capitali sono sicuri....

Abbassò il capo, abbassò la voce, cogli occhi umili e supplichevoli, proprio come un povero diavolo stretto dal bisogno.

— Se avete difficoltà per gli interessi....

L’altro finse di non capire:

— No, no, Rametta non vi lascia nell’imbarazzo, ora che state per imparentare con lui. Non gli mancano i denari a don Nunzio! [p. 41 modifica]

E gli rideva anche sul muso, gli faceva dei cenni col capo quasi per congratularsi con lui, mentre l’altro lo guardava stralunato. Il padre Carmelo, che invece capiva tutto, non seppe più tenersi:

— Li ha cavati dalla vostra miniera stessa i denari, colle sue mani!

— Col suo lavoro! — rimbeccò il notaio. — Il lavoro oggi è tutto!

— Appunto! Voi fate il presidente dei lavoratori!

Don Bastiano volle saltargli addosso a quell’uscita e a quella risataccia. S’impettì, alzò la testa e la barbetta a punta, giallo dalla bile, mangiandoselo cogli occhi.

— E voi che fate?

L’altro gli rise in faccia e non rispose.

— Sentite? questa è per voi che non fate nulla — disse il [p. 42 modifica]marchese al cugino barone, sorridendo lui pure.

— Povero papà! — mormorò allora Nina, che aveva seguìto cogli occhi tutta la scena fra suo padre e Zummo.

— Eh, eh!... Appunto dicevo al notaio.... Ciascuno sa i guai di casa sua.... Ora credono che imparentando con Rametta....

Zummo non lo lasciò finire, e andò a mescersi dell’altro rosolio per non lasciarsi prendere. Poi col bicchiere in mano, quasi facesse un brindisi, ritto in mezzo alla sala:

— Don Nunzio Rametta, signori miei, — disse solennemente — don Nunzio Rametta al giorno d’oggi può fare quello che vuole. Certamente egli deve tutto al proprio lavoro. È, come si dice, figlio delle sue opere....

— Sentitelo! — interruppe [p. 43 modifica]padre Carmelo. — Vi fa la sua predica anche lui!

— Ai miei tempi bastava esser figlio di suo padre — osservò il marchese, fra il serio e il faceto.

— Specie quand’era marchese, eh? — sogghignò il notaio.

— Io non ci ho colpa, caro don Bastiano.

E tutto contento della bottata, il marchese gli voltò le spalle e si allontanò scutrettolando, colla codetta della giubba in aria.

Però don Bastiano non si diede per vinto:

— E neppure quelli che nascono senza titoli e senza beni di fortuna ci hanno colpa!... Perciò....

— Vogliono quelli degli altri — conchiuse padre Carmelo serio serio.

Vi fu una risata generale. Anche il notaio, rimasto un momento senza [p. 44 modifica]parola, si mise a ridere a denti stretti, di contro al prete: l’uno nero, bilioso, colla barba rasa fino agli occhi, tamburinando sul ventre colle dita intrecciate; l’altro dignitoso, colla mano nel petto del soprabito abbottonato, come si dipingono i difensori del popolo alla tribuna; quando Sidoro spalancò l’uscio gridando:

— Viene! viene! Salgono le scale!

— Perchè non corri ad aprire, bestia? — strillò il barone correndo anche lui.

— Prima dicono di portare l’imbasciata!... — brontolò il domestico. — Insomma, non si sa come accontentarli!

— Ebbene, perchè non entra? — chiese il notaio dopo un pezzetto che non si vedeva nessuno.

— Dobbiamo mandarli a prendere [p. 45 modifica]col baldacchino? — osservò la zia Bianca.

— Avanti! avanti! — disse il marchese andando incontro a chi non veniva.


*


Entrò invece il cavaliere — lo chiamavano tutti così perchè non aveva nè arte nè parte, nè roba nè professione — niente altro che il titolo, dalla nascita, e quindi ci teneva — perchè chi poco ha, caro tiene — soleva dire egli stesso ridendo; e con tale filosofia arrivava a sbarcare il lunario, facendo un po’ il sensale, un po’ il galoppino, con un piede alla pretura e l’altro in piazza, amico di tutti, imparentato alle prime famiglie, e carico di figliuoli — ne portava uno per mano [p. 46 modifica]alle nozze di casa Navarra, mal vestiti, mal pettinati, lui con un soprabitino che sembrava preso a prestito, e l’aria giovialona che gli apriva tutte le porte.

— E permesso? Si può? Mira o Norma, ai tuoi ginocchi....

— Oh, cavaliere! Siete voi lo sposo? — chiese il marchese ridendo.

— Ah, no! Non ci casco più! Mi bastano questi cari pargoletti.... Mira o Norma, ai tuoi ginocchi.... Non ci fu verso di tenere a casa i due più grandicelli appena sentirono l’odore del trattamento.... — A quel punto sgranò gli occhi in faccia ai pargoletti perchè non ne facessero qualcuna delle solite. — Voialtri sedete lì, e non toccate niente, se non ve lo dicono. Scusate, caro cugino....

— Anzi! anzi! — rispose il povero don Mondo che aveva tutt’altro [p. 47 modifica]per il capo. — Avrebbe dovuto venire anche la cugina donn’Orsola....

— Ah no! Bastano questi qua!... — Saltò inquieto su Nina, che faceva festa ai ragazzi. — No! Non gli date confidenza, o fanno sacco e fuoco!... Mia moglie dovete scusarla....

— Avrà il mal di capo anch’essa — interruppe donna Bianca ridendo.

Don Rocco sentì che la botta era diretta a lui, e la rimbeccò subito, squadrandola dalla testa ai piedi:

— Peccato! Avrebbe dovuto venire ad ammirare il vostro bell’abito a coda!

Lisa si morse le labbra e prese per mano i ragazzi che non stavano più alle mosse:

— Venite con me, venite.

— Chi s’aspetta? — disse il cavaliere come aveva detto prima il [p. 48 modifica]notaio, guardando in giro. — Non siamo pronti?

— S’aspetta lo sposo, che aspetta il papà — rispose don Bastiano. Il cavaliere colse la barzelletta:

— Papà deve condurlo per mano, come i miei cari pargoletti?

— Che c’è da ridere? — esclamò allora don Rocco. — Perchè è un ragazzo sottomesso, ubbidiente?

— Sì, sì, — rispose il notaio cavando di nuovo l’orologio; — ma son quasi le dieci....

Il padrone di casa era sulle spine. Gl’invitati si guardavano in faccia. La marchesa, per mostrare come usa in società, rivolgeva la parola a questo e a quello, andando dall’uno all’altro e tirandosi dietro la coda come una regina.

— Non so che dire — scusavasi intanto il barone. — Proprio non so [p. 49 modifica]che dire.... La miniera non è poi tanto lontana.... Luciano, ch’era qui poco fa, deve aver visto don Nunzio alla zolfara....

— Mandate a chiamare Luciano — propose don Rocco.

— Sidoro, che fai? Mòviti!. Vedi se Luciano è ancora laggiù, in piazza — gridò il barone correndo in anticamera.

La sposa, ch’era lì seduta come fosse alla berlina, e si faceva ora bianca ora rossa davanti a tutta quella gente, balbettò infine:

— Loro signori scuseranno....

— Niente, niente — rispose la zia Bianca accarezzandola.

La marchesa aggiunse con un sorrisetto:

— Stiamo benissimo.

— Stiamo benone — fece suo marito come un’eco. — Non vi affannate, cugino. [p. 50 modifica]

Il cugino era più morto che vivo, e neppure gli altri sapevano più che dire in quel silenzio che sembrava eterno. Infine Lisa, che non stava più ferma, corse all’uscio.

— È qui! È qui!...

— Ah, Luciano! finalmente! — esclamò don Mondo con un sospirone.


*


Luciano, aspettato come il messia, sembrava un altro, in quel punto; tanto che la marchesa osservò:

— Che bel giovine!

A quelle parole Lisa guardò Luciano e si fece rossa, il bel giovine disse sorridendo:

— Son qua, signor barone.

— E don Nunzio? Hai visto don Nunzio Rametta alla zolfara?

— Sissignore, figuratevi! [p. 51 modifica]

— Cos’ha detto? Perchè non viene?

— Che ne so io? Quello è un uomo che non lo dice il fatto suo. La gente sprecava il fiato a dir le sue ragioni....

Luciano, senza badare al viso turbato e ansioso del barone e di tutti gli altri che aspettavano, tornò a battere sul chiodo delle paghe, perchè ciascuno pensa al suo interesse prima di tutto.

— Già ve l’abbiamo cantata anche a vossignoria!

— Cos’ha detto? Perchè non viene? — ripetè don Mondo stizzito.

— Niente diceva. Badava all’acqua che ha inondato la galleria nuova.

Il barone si battè un gran colpo sulla fronte:

— Ancora dell’acqua, santo Dio!

— Un fiume, signor barone! Si porta via la gente come fili di paglia. [p. 52 modifica]

La sposa, vedendo con qual cattiva stella si maritava, chiese sbigottita:

— Almeno non ci furono disgrazie?

— No, donna Nina. Io solo, per miracolo.... Stavo per lasciarvi la pelle — rispose Luciano sorridendo.

— Sia lodato Iddio!

— Davvero sia lodato! — esclamò il barone, asciugandosi il viso pallido e disfatto.

Il marchese cercò di fargli coraggio:

— Non vi perdete d’animo, cugino, che alle volte il diavolo non è poi così brutto.... L’acqua si può togliere. Ci sono delle macchine apposta....

— Allora cosa vi serve don Nunzio coi suoi denari? — disse padre Carmelo. [p. 53 modifica]

In quel momento comparve donna Barbara.

— Quello dei gelati. Dice s’è ora pel trattamento....

— Un momento! Aspettate un momento! — gridò il cavaliere fermando i suoi ragazzi.

Il barone si volse invece a Luciano:

— Tu cosa dicevi? Non è tornato a casa don Nunzio?

— Sissignore, è rimontato a cavallo e se n’è andato senza fiatare.

— Vado a chiamarlo? — propose Sidoro.

— No! no! — rispose Nina, pallida in viso anche lei, ma con voce ferma. Lisa fremente, coi begli occhi che sembravano neri sotto le ciglia aggrottate, aggiunse:

— Non c’è bisogno, se vuol venire....

— Verrà, verrà.... Siamo [p. 54 modifica]galantuomini, che diavolo!... — osservò il marchese, e la marchesa amabilmente:

— Stavolta sarà il figliuolo che condurrà per mano papà.

— Più tardi, più tardi — gridò la zia Bianca a donna Barbara, che se ne stava lì ad aspettare, impalata. — Non vedete cosa c’è adesso?

— Intanto che si fa? — disse il notaio.

— Non capisco.... Vorrei andare a vedere....

— No, papà! voi no! — esclamò Nina, facendosi rossa.

Don Rocco, premuroso, s’offrì lui invece:

— È vero. Non conviene. Piuttosto vo io....

— Che bisogno c’è? — proruppe allora Lisa. — Non lo sa che stiamo aspettando? [p. 55 modifica]

— Sono le dieci e mezza passate! — osservò il notaio.

Il barone, mortificato, andava dicendo a questo e a quello:

— Signori miei, vi domando scusa....

— Niente, niente — rispose per tutti il marchese. Ma poi l’amor proprio stesso del parentato si ribellò in lui: — Però non è questa la maniera di trattare, don Nunzio!

— Mettiamoci nei suoi panni.... — incominciava don Rocco.

— Non è questa la maniera! — ripetè il marchese, alzando il capo e la voce. — Almeno si manda a dire.

— Cosa mandava a dire? La bella notizia che mandava a dire!

— È una porcheria, diciamo la cosa com’è! — conchiuse padre Carmelo.

— È qui! È qui don Nunzio! — [p. 56 modifica]si udì gridare a un tratto nell’anticamera.

— Fatelo entrare! — gridò il barone, chè gli tornarono il fiato e la voce a un tratto, e gli andò incontro a braccia aperte: — Caro don Nunzio!...


*


Ma gli caddero cuore e braccia al vedere la faccia che aveva don Nunzio, lunga un palmo, cogli occhi torvi che sfuggivano la gente.

— Carissimo barone.... Signori miei.... Lasciatemi sedere. Ho le gambe rotte.

Chi portava seggiole, e chi s’affaccendava in altre premure attorno a don Nunzio, che pareva un sovrano, malgrado i suoi scarponi e la sua giacca di fustagno. [p. 57 modifica]

Il barone Navarra, pallido e disfatto, cercava di sorridergli:

— Sedetevi, accomodatevi.... Sidoro, un bicchierino di rosolio, qui, a don Nunzio.

— No, no, ci vuol altro! — rispose lui, che parlava come la sonnambula in piazza, attorniato da tutti quei visi sospesi.

Donna Bianca, infatti, gli disse bruscamente:

— Spiegatevi, don Nunzio. Finite di tenerci sulla corda!

Egli guardava or questo e or quello in viso, come volesse vedere cosa ne dicevano loro invece. Infine cominciò a parlare, scaldandosi anzi man mano:

— Sembrano sciocchezze, eh? Sembrano chiacchiere di donnicciuole?... Quando si dice la iettatura!...

— Spiegatevi, parlate chiaro — [p. 58 modifica]balbettò pure il barone, che sudava sangue.

— Cosa volete che vi dica? Se mi fate cavar sangue non ne esce una goccia sola!

— Guardate cosa capita! — osservò il cavaliere, per dire qualche cosa.

Ma il marchese cominciava a seccarsi:

— Caro don Nunzio, non è questa la maniera di tirare il fiato alla gente!

Allora don Nunzio mise da parte le cerimonie:

— È colpa mia, eh? Adesso è colpa mia se casca la casa?

Finalmente aveva parlato chiaro. Gli invitati si guardarono in faccia l’un l’altro, e il barone guardò la figliuola che fissava su lui gli occhi lucenti di lagrime. Il notaio [p. 59 modifica]cominciò a raccogliere le sue carte, e disse al giovine di studio, quello della iettatura:

— Don Serafino, avete sentito? Noi possiamo levar l’incomodo.

— Mi dispiace per voi, caro notaio....

— Ma infine, si può sapere?... — domandò padre Carmelo.

— Cosa volete saper voi che non c’entrate? — rispose don Nunzio sgarbatamente.

— Guardi in che stato è quella povera ragazza! — aggiunse la marchesa.

Nina rispose, concitata:

— No! no!...

— E mio figlio? — esclamò Rametta, picchiandosi il petto come dinanzi al confessore. — Son padre anch’io! Lo so io cosa c’è qui dentro!... Ma che rosolio! — disse [p. 60 modifica]bruscamente a Sidoro, che accorreva col cordiale. — Ma che rosolio! Un bicchier d’acqua.

— Sidoro, un bicchier d’acqua — ordinò il barone, bianco come un cencio. — Io no, non posso.

— Avete ragione. A voi è toccata questa! — gli disse don Nunzio pietosamente.

E povero diavolo a cui era toccata cadde a sedere colle gambe rotte, balbettando:

— Scusate.... scusatemi tutti, signori miei....

— Ma perdonate, caro don Nunzio, questa dell’acqua poi si sapeva — osservò il marchese.

— Si sapeva e non si sapeva. Andate a vedere adesso!

— Un mare! Ci si affoga! — aggiunse Luciano.

— Parla tu, Luciano, che c’eri! [p. 61 modifica]

Il barone si rizzò sconvolto, quasi volesse correre:

— Vado subito.... Appena giorno....

— Fate bene. È affare vostro — approvò Rametta.

Luciano, invitato a parlare, disse quello che sapeva:

— Dev’essere stata un’altra frana. Ieri ancora ci si poteva arrischiare nella miniera.... Un uomo risoluto.... Ma oggi, appena entrai nella galleria nuova.... Sapete che non ho paura di niente....

— È vivo per miracolo! — incominciò Rametta, come quello che fa vedere il fenomeno in piazza, mentre Luciano sorrideva tranquillamente, adesso che il pericolo era passato.

Lisa, che era stata ad ascoltare in gran turbamento, gli disse premurosa:

— Luciano, un bicchierino di rosolio? [p. 62 modifica]

— Grazie, donna Lisetta. A quello non si dice di no.

— Non andate papà! non andate! — supplicò Nina col cuore stretto, stringendo forte il braccio del padre.

— Ormai!... — rispose lui, scuotendo il capo: — sarebbe meglio che non tornassi più dalla zolfara.... — Donna Bianca gli diè sulla voce:

— Ma che dite? Un padre di famiglia!

Luciano aggiunse pure:

— Non andate, signor barone. Conosco la miniera. Mio padre vi lasciò la pelle....

— La conosce da ragazzo. Ora vi guadagna quasi tre lire al giorno....

Luciano, al sentirsi rinfacciare le tre lire di Rametta, rimbeccò:

— Un altro po’ oggi facevo una bella giornata!

— E non sono mai contenti, vedete! [p. 63 modifica]

— Vossignoria siete contento perchè ci avete guadagnato altro che tre lire al giorno!

— Vi fanno i conti in tasca! Un altro po’ vogliono fare a metà col padrone!

S’accaloravano così man mano ciascuno a dire il fatto suo e a difendere il suo interesse, senza pensare più nè a sposa nè a sposalizio. Anzi don Nunzio alzava la voce per far notare che al giorno d’oggi sulla dote che doveva garentire la zolfara non si poteva più contare, specie con le pretese che mettevano adesso innanzi gli operai....

— Eh, caro don Nunzio, allorchè eravate col piccone in mano anche voi!... — osservò con un sorrisetto ironico il marchese.

— Ora è un altro par di maniche — gli rispose padre Carmelo. — [p. 64 modifica]Quando il villano è sul fico non conosce nè parente nè amico.

Donna Bianca, per finirla, disse a Luciano:

— Basta, ora ve ne potete andare.

— Allora, dico io, possiamo levare l’incomodo? — ripetè il notaio, facendo atto di andarsene lui pure.

Il marchese garbatamente tentò di persuadere Rametta.

— Ma come? per un po’ d’acqua?

— Eh! se avete dei denari da buttarci, in quel pozzo....

— A voi non mancano i denari! — aggiunse don Rocco con un sorriso furbo e conciliante.

— Sicuro, se la zolfara fosse mia....

— È come se fosse vostra — balbettò allora il barone in tono supplichevole.

A quelle parole don Nunzio cambiò [p. 65 modifica]viso a un tratto, e tornò a sedere, col cuore e le braccia aperte.

— Quando è così.... Non vi movete, don Bastiano — e sorrise anche a lui. — Abbiamo qui il notaio. In due parole ci aggiustiamo.

— Come, ci aggiustiamo?

— Fate donazione della miniera a vostra figlia, e al resto penso io.

— Sentite questa ora! — esclamò la zia Bianca indignata.

— Cioè, cioè.... — gli osservò don Rocco sorridendo lui pure. — Salvo il diritto dei terzi! Non vorrete togliermi anche la misera caratura che ho nella zolfara, per ringraziarmi della senseria....

— E all’altra figlia poi, cosa rimane? — domandò il barone che era rimasto a bocca aperta.

— A me lo domandate?

— Insomma, vi siete messo in [p. 66 modifica]testa di spogliarli del tutto! — gridò donna Bianca.

— Ah! Se sono venuto qui per farmi insultare!...

Don Nunzio, ferito nell’amor proprio, si alzò per andarsene davvero stavolta, e piantare la baracca e il matrimonio.

— Ma dategli tutto quello che vuole, e finiamola! — proruppe a quel punto Lisa.

Tutti erano in piedi, vociando e gesticolando. La sposa si alzò anche lei, smorta, ma cogli occhi lucenti e le labbra che le tremavano.

— Aspettate.... — disse a don Nunzio. — Prima d’andarvene.... poichè questo matrimonio non si può fare.... poichè non c’è la volontà di Dio....

Doveva farsi forza, poveretta, per ricacciare le lagrime a ogni parola, [p. 67 modifica]per evitare gli occhi del padre che doveva soffrire morte e passione anche lui, in quel momento. Ma quando la vide con quegli occhi, con quella faccia, giunse le mani, quasi a domandarle perdono.

— Papà.... Avrei fatto il mio dovere.... da buona figlia.... da cristiana.... Giacchè il Signore non ha voluto....

Il Signore volle aiutarla davvero, povera Nina, e darle forza, dinanzi a tutta quella gente, mentre suo padre la stringeva fra le braccia ripetendo sottovoce: “Figlia! Figlia mia!„ Si tolse l’anello e gli orecchini, quelli che sembravano due stelle, e facevano vedere anche allo scuro quanto fosse fortunata, dicendo a Rametta:

— Questi sono i regalucci che avevo avuto da vostro figlio....

— No! no! Che fate? Non [p. 68 modifica]precipitiamo! — urlò don Rocco cercando d’afferrarle le mani.

— Dovrei restituirli a lui.... Ma giacchè non è venuto.... Giacchè non ha creduto di dover venire....

— Non precipitiamo! Quello è un ragazzo.

Il padre Carmelo, dalla pietà e dalla indignazione che sentiva insieme, non seppe più tenersi:

— Lasciatelo crescere! Sapete come disse quel sagrestano, che gli era caduto un gran cristo di marmo sulla testa, e aveva paura anche del piccolo crocifisso che voleva fargli baciare il confessore in punto di morte? Lasciatelo crescere che fa peggio dell’altro!

E se ne andò sbattendo l’uscio.

Glieli darete voi — continuò Nina restituendo anello e orecchini a Rametta. — Ditegli che se abbiamo [p. 69 modifica]avuto il danno della zolfara non è giusto che ci perda qualcosa lui pure.

— Sì, sì, Nina! — approvò Lisa tutta vibrante.

Rametta intascò i gioielli tranquillamente:

— Piccolezze.... Non importa.... Capisco che non volete restare in obbligo.... Mi dispiace....

— Ho capito — conchiuse il notaio. — Noi possiamo levar l’incomodo.

— Mi dispiace, caro notaio. Quante volte volete sentirla? — gli rispose don Nunzio irritato.

Zummo alzò la voce anche lui:

— Io voglio sapere chi mi paga la carta bollata almeno!

— Chi ve l’ha ordinata, la carta bollata?

— È giusto! È giusto anche [p. 70 modifica]questo — osservò il marchese col suo sorriso ironico di gran signore.

Il povero barone aggiunse chinando il capo:

— È giusto. Sono stato io.... Pagherò.... Sono un galantuomo.

— Siamo tutti galantuomini, quando possiamo. Sentite, don Serafino, cosa vi dice il signor barone? Tornate domani.... No, grazie, non ho più sete....

Il notaio respinse ruvidamente il rosolio che tornavano ad offrirgli, e se ne andò senza salutare.

— Chi volete che abbia sete? — aggiunse Rametta. — Abbiamo tutti la bocca amara.

— È vero, è vero — osservò il cavaliere, e intanto riempiva di dolci le tasche ai pargoletti, scusandosi: — Loro, ragazzi, non capiscono niente.... Buona notte.... Mi dispiace proprio.... [p. 71 modifica]Ringraziate, maleducati! Dite buona sera a tutti.

— Signor barone.... Signori miei.... — disse pure don Nunzio accomiatandosi. — I regalucci che ebbe mio figlio vi saranno restituiti puntualmente....

— No, non ha nulla da restituirmi vostro figlio — rispose Nina con voce ferma, ma pallida come una morta. — Non mi può restituire ciò che ho perduto per lui, ciò che gli ho sacrificato.... più della zolfara, più della ricchezza, più del pane che mi dava.... assai, assai, assai più!...

A questo punto le mancò la voce, come soffocata, e chinò il capo, col viso in fiamme; ma lo rialzò tosto fieramente:

— Lo dico qui, dinanzi a tutti, senza arrossire.... Lo sanno tutti ciò che ho sacrificato a vostro figlio.... [p. 72 modifica]che ho dovuto strapparmi di qui.... — e si premeva sul petto le mani contratte, come fosse allora — che ho dovuto prendere il mio cuore a forza.... con queste mani.... e gliel’offrivo, a vostro figlio.... lealmente, onestamente.... pregando Iddio di farmi dimenticare.... di farmi perdonare da un altro....

Allora non ci resse più. Si sentiva proprio scoppiare il cuore, povera figliuola, e si buttò fra le braccia del padre scossa e vibrante di passione e di dolore, nascondendogli il viso in petto perchè non la vedessero, perchè non si vedesse la pena e la mortificazione del sacrifizio che non era giovato a nulla:

— Perdonatemi! Perdonatemi anche voi!...

— Tu, piuttosto! Tu!...

— Taci! taci! — singhiozzò Lisa celandosi il viso colle mani lei pure. [p. 73 modifica]

— Lasciala dire che se lo merita, quel galantuomo! — strillò la zia Bianca, fulminando cogli occhi Rametta. Ma costui, duro come un sasso, ebbe il coraggio di rispondere a Nina:

— Meno male che avete parlato a tempo!

Il marchese senza tante cerimonie, lo prese allora per le spalle:

— Andatevene ora, galantuomo. Andatevene.

— Se siete tutti pazzi, in questa casa! — proruppe don Rocco levando le braccia in aria. — Io me ne lavo le mani e me ne vo.

E uscì dietro a Rametta, mentre donna Bianca sputava dietro a tutt’e due:

— Pppù!... pppù!

Lo zio marchese passeggiava su e giù per la sala indignato, e alzava il capo, di tanto in tanto, verso i [p. 74 modifica]ritratti antichi, quasi a prenderli per testimoni. Sua moglie stomacata, tappandosi il naso col fazzolettino profumato per non sentire il lezzo di simili porcherie:

— Io sono strabiliata! Che gente! che gentaglia, padre e figlio!... Diceva bene il canonico!...

Così s’accomiatò dalla sposa, non vedendo l’ora di andarsene.

— Cara cugina, mi congratulo, anzi, che l’avete scappata bella!

Il marito ripetè come un’eco:

— Certo, certo, l’abbiamo scappata bella!... — d’imparentare con tal razza di gente... voleva dire tutta la sua persona, dal naso arricciato pel puzzo che aveva lasciato in casa quella gente, alla codetta ritta della giubba che spazzava l’aria.

— Papa mio! Povero papà mio! Soltanto allora la sposa si mise a [p. 75 modifica]piangere cheta cheta, seduta in un canto della sala vuota, sotto la bella lumiera antica sfavillante.

— Posso spegnere, signor barone? — domandò allora Sidoro.

L’altro lo guardò intontito, come gli fosse proprio cascata sulla testa, la lumiera, e rispose:

— Che vuoi?... Spegni.... Fa quello che vuoi.